I sogni elettrici di Dick 1 (guest post)

La nostra amica Vasquez, la Colonial Marine del Zinefilo, parte per una nuova missione: all’inseguimento dei sogni elettrici di Philip K. Dick.
L.


I sogni elettrici di Philip K. Dick
(parte prima)

di Vasquez

Le cose non succedono mai per caso. Da quando ho scoperto Philip K. Dick mi sono appassionata molto di più ai suoi racconti che ai suoi romanzi, i quali comunque ho continuato ad acquistare mano a mano che mi capitavano, per cercare di “vedere” quello che – leggendo recensioni varie in giro – avrei dovuto vedere, senza riuscirci. Non a caso secondo me, tranne il film Blade Runner (1982) e la serie TV The Man in the High Castle (2015-2019), per portare l’autore su schermo si va a spulciare principalmente tra i suoi racconti, anche se A Scanner Darkly (2006) mi è piaciuto molto, e penso che cercherò di recuperare Confessions d’un Barjo (1992), trasposizione di uno dei pochi romanzi non di fantascienza dello scrittore.

Dicevo: le cose non succedono per caso, e non può essere un caso se proprio quest’anno, a quarant’anni dalla morte dello scrittore, scopro che esiste una serie antologica tratta proprio dai suoi racconti. Dieci storie brevi (in certi casi brevissime) per dieci episodi, dieci differenti universi che sembrano costruiti appositamente per essere adattati in episodi da cinquanta minuti l’uno. Con una sfilza di produttori esecutivi tra cui Bryan Cranston, pare che sia prevista anche una seconda stagione di questa serie, ma non sono riuscita a scoprire nulla, quindi per il momento mi sono goduta questa prima stagione.

Solo se si ha una mente così si possono sognare sogni elettrici


Episodio 1
The Hood Maker

Il racconto: Il fabbricante di cappucci
(Tutti i racconti 1955-1963, Fanucci 2009)

In un imprecisato anno dopo il 2004 sta per essere approvata una legge grazie alla quale il concetto di presunzione d’innocenza, finché non sia provata la colpevolezza, viene abbandonato. Tutti, anche quell’1% di popolazione che non è felice di farlo, dovranno per legge lasciarsi sondare la mente. Per adesso c’è solo una proposta al Congresso, di questa legge Anti-Immunità, ragion per cui portare un cappuccio non è ancora reato, anche se non è ben visto. I cappucci, delle semplici strisce di metallo di una lega sconosciuta, sono in grado di mettere fuori gioco tutte le sonde. Ma perché qualcuno dovrebbe indossarli se non ha nulla da nascondere? Chissà, forse solo per rientrare in possesso della propria mente, poter pensare qualsiasi cosa a uso e consumo proprio. E di nessun altro.

Le “sonde” sono dei mutanti telepatici, «tel» (teeps in originale) usati dagli agenti della Sicurezza per sondare le persone sospette, o presunte tali. Se un tel dice che qualcuno è sleale, la Sicurezza deve per forza metterlo dentro. Senza questi mutanti non sarebbe possibile dimostrare la propria lealtà. Nel passato infatti erano stati tentati diversi metodi, nessuno efficace. La soluzione era stata l’Esplosione del Madagascar del 2004, dopo la quale i nati dai sopravvissuti mostravano caratteristiche neurali del tutto nuove: una nuova mutazione umana per la prima volta dopo migliaia di anni.

Il guaio però è che i tel hanno iniziato a sondare anche senza un permesso esplicito, e la cosa si fa preoccupante. Sembra quasi che i tel inizino a pensare di essere i leader naturali della razza umana: Homo Superior. Ecco perché qualcuno ha iniziato a consegnare in maniera anonima via «autoposta» (mail machine) i cappucci a persone appositamente selezionate affinché la legge Anti-Immunità non venga approvata al Congresso. Questo qualcuno, il Fabbricante di Cappucci del titolo, pensa che probabilmente i tel non siano degli esseri superiori agli umani, ma solo degli umani con una capacità speciale, e questo non dà loro il diritto di dire al resto dell’umanità cosa deve fare. Forse però la soluzione non risiede nei cappucci, ma in quella strana mutazione avvenuta tra i figli dei sopravvissuti alla grande Esplosione…

Interessante variazione sul tema della privacy e su quanto si sia disposti a rinunciare ad essa per il bene proprio e della comunità, quanto mai attuale, con la considerazione che potrebbe essere tranquillamente usata come arma, in entrambi i sensi. Belle le invenzioni della traduzione italiana, ad esempio «roboauto della polizia» per robot police car, oppure «robopoliziotti» per robot cops , tra «memo piastre» come documenti, e porte che per aprirsi «si fondono».

L’episodio 1×01 (tratto da The Hood Maker, 1955)

La prima cosa che salta all’occhio è che i mutanti telepatici sono immediatamente riconoscibili: hanno tutti una strana voglia sul viso che impedisce loro di mimetizzarsi tra la gente comune. Facciamo la conoscenza di Honor (Holliday Granger), una “tele” reclutata dalla polizia. Affiancata all’agente Ross (Richard Madden), avrà l’incarico di aiutarlo a trovare il Fabbricante di Cappucci. La striscia di metallo in lega sconosciuta del racconto è stata sostituita da un cappuccio di lino grezzo cerato, immerso in un bagno chimico che blocca i segnali letti dai telepati. I quali sono sistematicamente bistrattati, perché a nessuno piace chi si intrufola fra i propri pensieri, che venga fatto secondo la legge o meno. Sono ghettizzati, e sfruttati in maniera ignobile. Oltre che leggere il pensiero, sono in grado anche di indurre pensieri, e c’è chi se ne serve come fosse una specie di realtà virtuale, mettendo in atto quelli che vengono rappresentati come veri e propri stupri mentali.

I “tele” però non sono così indifesi, e forse neanche il Fabbricante di Cappucci riuscirà ad avere la meglio. Il finale è amaro, e non dà risposte, non ci dà neanche modo di sapere di chi possiamo fidarci. Molto gradevole l’ambientazione vintage di questo episodio, privo di qualsivoglia tecnologia. Carenza che giustifica il ricorso ai “tele” per il reperimento delle informazioni. L’impressione è che comunque in passato un progresso tecnologico ci sia stato, ma sia stato spazzato via non si sa da cosa. Una buona trasposizione del racconto da cui è tratto.

Solo a me fa strano vedere postazioni senza schermi a led?


Episodio 2
Impossible Planet

Il racconto: Il pianeta impossibile
(Tutti i racconti 1947-1953, Fanucci 2006)

Irma Vincent Gordon è arrivata alla veneranda età di 350 anni. Con la disponibilità economica di mille «positivi» (indifferentemente a kilo positives o a thousand positives in originale) ha deciso di realizzare il suo ultimo desiderio prima di morire: rivedere il suo pianeta natìo, la Terra. Irma è stata uno dei primi coloni su Riga, probabilmente è nata nello spazio su una delle antiche navi sub-luce (old sub-C ship). Ha già affrontato il lungo viaggio da Riga II a Fomalhaut IX, e il suo desiderio più grande è di vedere quel pianeta di acque azzurre e verde di vita che si chiama “Terra”. Il suo robotore, che sta per «robot servitore» (in originale robant che sta per robot servant) ci informa che la signora, ormai sorda come una campana, risparmia da sempre solo per questo viaggio, e visto che hanno smesso di sottoporla alla terapia per il prolungamento della vita, nulla la farà desistere dal suo proposito.

Tutto sembra tranne che la Terra

In tutto questo c’è solo un piccolissimo problema: Terra non esiste. È un mito, una leggenda, non è mai esistito un pianeta primordiale: l’argomento è classificato come “arcano”. Terra, a seconda dei casi viene descritta come un pianeta dotato di anelli e tre lune, come un piccolo pianeta con un’unica luna, come il primo pianeta di un sistema di dieci pianeti in orbita intorno a una nana bianca… e purtroppo tutti i dati sono andati persi nel conflitto Centauro-Riga del 4-B33a. Ci sarebbe sì, un pianeta con caratteristiche che potrebbero corrispondere a quelle ormai considerate pura leggenda, ma si tratta di una colonia commerciale sfruttata fino all’estremo, con la superficie inaridita, pianure di sale e un oceano orribile, per nulla simile a quello descritto dall’anziana Irma…

L’episodio 1×02 (tratto da The Impossible Planet, 1953)

Non deve essere stato facile scrivere un episodio di 50 minuti avendo come base un racconto di sole otto pagine, ma David Farr, che viene fuori dai titoli di coda come colui che l’ha scritto per la TV, ha fatto un ottimo lavoro, e Geraldine Chaplin è un’Irma perfetta: con il giusto piglio, dolce e dimesso, ma deciso e per nulla indifeso quando serve. Quando si dice proprio: trecento e passa anni e non sentirli!
I due, anzi i tre comprimari di Irma sono perfetti. Andrews (Benedict Wong), che si definisce come uno che vende alle persone dei pacchetti di felicità approssimativa, è cinico come nel racconto, forse anche di più, e per lui non si può che provare disgusto, come lo prova Norton (Jack Reynor).

Forse dal design del robotore mi aspettavo qualcosina in più (che comunque Dick non descrive, non lo fa quasi mai con la tecnologia presente nei suoi lavori), ma come personaggio è riuscitissimo. Così come gli altri due. Per forza di cose diversi elementi della trama sono stati stravolti, ma sempre nel rispetto del materiale originale, che si trova così arricchito di nuove possibili letture. Non so se c’è un motivo particolare per cui il robotore sia stato chiamato “RB 29”, ma l’astronave su cui Irma farà il viaggio verso le sue origini ha un nome fighissimo.

La Dream Weaver, se non è un bel nome per un’astronave questo…


(Continua)


Ringrazio di cuore Vasquez per questa sua “missione” e sono convinto che Phil avrebbe apprezzato.
L.

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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27 risposte a I sogni elettrici di Dick 1 (guest post)

  1. Cassidy ha detto:

    Il logo è fantastico e non so perché non ho mai iniziato questa serie, bene coglierlo l’occasione di questi post a tema per vederla, siamo nell’anno giusto per festeggiare Dick poi molti di questi racconti li ho letti, quindi vado tranquillo 😉 Cheers

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  2. Lorenzo ha detto:

    Vidi un paio di episodi qualche anno fa ma li trovai abbastanza noiosi.
    Pure i libri di Dick che ho letto non mi hanno entusiasmato, mi viene in mente “Il sognatore d’armi” e “Ubik” che non sono nemmeno riuscito a finire. Probabilmente è un autore che non fa per me.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Ma che bontà , ma che bontà, che cos’è questa robina qua? La missione di Vasquez porta alla luce chicche di cui ignoravo l’esistenza e che entrano di diritto nel novero delle “cose da vedere” in estate (da non amante sfegatato delle serie, mi ritaglio significative eccezioni soprattutto in tale stagione). Nel frattempo mi gusto le anteprime di questo, azzeccatissimo, ciclo! 🙂

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    • Vasquez ha detto:

      Le serie antologiche sono perfette, per chi non ama la serialità. Questa poi fila via che è un piacere. Considerando poi che non ce ne sono tantissime di fantascienza, è ancora più meritevole 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Triste verità, sulle serie di fantascienza: a meno che non siano legate a qualche storico franchise di sicuro seguito, c’è grande penuria per le serie a sfondo fantastico. Prime Video ne ha appena lanciate due da mani in faccia (“Outer Range” e “Notte stellata”) che sono il perfetto simbolo della fantascienza contemporanea: si parla di tutto, dal razzismo al femminismo, dall’ingiustizia sociale fino a qualsiasi altro argomento… TRANNE la fantascienza, che rimane sullo sfondo a fare da tappezzeria ad episodi di dieci ore l’uno in cui non succede una stra-mazza di niente.
        Le serie antologiche sono l’unica speranza in questo Deserto dei Fanta-Tartari…

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      • Vasquez ha detto:

        Allora speriamo che facciano anche la seconda stagione di questa…

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Concordo con voi, Dio salvi le serie antologiche! 🙂

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  4. Sam Simon ha detto:

    Wow, questa serie si che sembra spettacolare! L’unico problema è che prima di vederla vorrei leggermi i racconti su cui è basata…

    E concordo, A Scanner Darkly del 2006 è un signor film ingiustamente fknito nel dimenticatoio!!!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sai che credo di non averlo mai visto? Era un periodo di mio forte rigetto di Keanu Reeves e dopo Minority Report volevo tenere Phil Dick lontano con un bastone. Dovrei recuperare, prima o poi.

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    • Vasquez ha detto:

      Allora non era sfuggita solo a me quando è uscita questa serie!
      Il percorso che hai in programma è lo stesso che ho fatto io, Sam: prima il racconto poi l’episodio, tanto sono veramente brevi, un giusto antipasto prima di gustarsi la trasposizione. Poi magari ci fai sapere cosa te ne è parso 😉

      Qua la mano per “A Scanner Darkly” 🤝 e per “Minority Report” ho una sola cosa da dire: “Decolliamo e nuclearizziamo. È la sola sicurezza.”

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      • Sam Simon ha detto:

        Eh si, Spielberg ha fatto un pasticcio. La serie mi incuriosisce tantissimo, e ce l’ho pure su Amazon Prime! Vediamo se convinco la dolce metà… :–)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E pensare che nel 1995 era pronto sul tavolo della Fox il progetto “Total Recall 2: Minority Report”, scritto da Ron Shusett e William Goldman (i due presunti autori di “Atto di forza”) e alla regia Jean De Bont, giovane prodigio che con “Speed” aveva sbancato i botteghini. Chissà, magari sarebbe stato un film talmente cafone da risultare migliore, ma dopo anni a prender polvere è arrivato Spielberg, ha dato a Goldman (detentore dei diritti del racconto di Dick) una bella gomma da cancellare e l’ha preso per un orecchio: “Ora togli via tutti i riferimenti a Total Recall, che il film me lo faccio io per conto mio”.

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      • Sam Simon ha detto:

        Guarda, non credo che sarebbe uscito qualcosa di decente, ma probabilmente sarebbe stato più divertente di quello che ci è arrivato con la premiata coppia Spielberg Cruise!

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