[Death Wish] Il giustiziere della notte 4 (1987)

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


Intermezzo:
Il Punitore in solitaria

Superata la metà degli anni Ottanta la “narrativa dei punitori” è così esplosiva che Frank Castle può avere una testata a fumetti tutta sua: “The Punisher” (gennaio 1986), cinque numeri esplosivi che gettano le basi per la fortunata serie che durerà un decennio. Persino la distratta Italia, in un momento in cui sta esplodendo la fumetto-mania, importa le avventure di un personaggio adulto che affronta temi adulti, ribattezzando la testata “Il Punitore” (luglio 1989), ma per ricordare a tutti che siamo italiani si inizia dal Volume 2 di “The Punisher”, lasciando il “Volume 1” all’uscita speciale “Circolo di sangue” (agosto 1989).

Il vostro Etrusco preferito era lì, in edicola, qualche mese dopo, a bearsi di un personaggio così estremo che non poteva se non conquistare il quindicenne che ero. Purtroppo chi oggi afferma di amare Frank Castle nella maggior parte dei casi lo fa solo grazie alla reinterpretazione che Garth Ennis ne ha dato con il nuovo millennio, che è splendida e la adoro ma non è il Punitore, è un’altra cosa: appunto una libera reinterpretazione ad opera di un maestro del fumetto.

Negli anni Ottanta Castle rifuggiva ogni umorismo, volontario o involontario, non era un “corrucciato principe” della notte, era un eroe d’azione che con la sua tutina teschiata saltava di qua e di là, si lanciava in combattimenti marziali e faceva tutto quello che facevano i suoi padri: era Callaghan, Remo Williams, Rambo e tanti altri, tutti fusi insieme.

Non esisteva ancora il “politicamente corretto” quindi il Punitore poteva punire senza fronzoli, ammazzando chi c’era da ammazzare, usando armi vere che poi in appendice venivano illustrate. Tutte cose oggi impossibili, infatti in America ci sono centinaia e centinaia di sparatorie ogni anno: che sia tutta questa “correttezza” a generare violenza?

Se però il Punitore sale, purtroppo il Giustiziere scende. Anzi, crolla.


Il problemiere della notte

Il regista Michael Winner ha lasciato l’edificio, e pure il cinema: dopo l’indagine di Poirot Appuntamento con la morte (1988) in pratica ha chiuso la sua carriera. A continuare la saga di Paul Kersey arriva J. Lee Thompson, altro grande professionista del cinema ma anche altro grande nome a fine carriera, e fine vita (morirà nel 1989). Anche lui, inoltre, conosceva molto bene Bronson per averci fatto film a valanga sin dagli anni Settanta.

Alla sceneggiatura arriva Gail Morgan Hickman, che ha iniziato la carriera lavorando al soggetto di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976): direi che è perfetto per la “narrativa dei punitori”, visto poi che nel 1983 ha firmato The Big Score, con Fred Williamson contro tutti.
La Cannon se lo prende subito sotto la propria ala e gli fa scrivere una tripletta di film che temo abbiano distrutto la fiducia di Hickman nel cinema, infatti subito dopo passa alla televisione, per restarci.

Dopo La legge di Murphy (1986) con Bronson e Bersaglio n. 1 (1987) con Robert Carradine e Billy Dee Williams, il terzo film che convince Hickman a cambiare vita è questo Death Wish 4: The Crackdown.

Per dovere di cronaca segnalo che alcuni (tipo questo sito) raccontano che sarebbe stato Bronson a non volere più Winner come regista, perché non gli era piaciuta la troppa violenza del terzo film. Mi permetto di dubitarne, visto che nella sua autobiografia Winner si è sempre definito amico di Bronson, e l’attore non era certo noto per tenersi tutto dentro: così come aveva cacciato Golan dal secondo giustiziere, non avrebbe avuto alcun problema a dire apertamente a Winner i suoi problemi con la storia.

Personalmente reputo più plausibile la versione di Winner, il quale adduce come scusa del suo rifiuto di girare ancora film della serie Death Wish il taglio vertiginoso del budget da parte della Cannon e la scelta di rinunciare alla sala per prodotti pensati direttamente per le videoteche. Spiace dire che Winner sbagliava, che era esattamente quello il momento giusto per fare questo tipo di scelta, perché il risultato non era “artistico” e spesso neanche dignitoso, ma vendeva a scatafascio. Era il momento in cui stava succedendo quello che succede oggi con le piattaforme streaming: la gente seduta sul divano di casa è molto di più di quella seduta sulle poltrone del cinema. (Anche la Disney ci ha messo anni a capirlo, e solo coi Novanta si deciderà a sfornare in VHS i suoi titoli di punta.)

Il citato sito ScreenAnarchy.com afferma che ci siano state varie versioni della storia e che Hickman sia stato chiamato solo alla fine, ma non vengono citate fonti e soprattutto lo sceneggiatore aveva già depositato il copyright del suo copione all’inizio del 1987, non risultando altri autori. È facile che la storia fosse quella sin dall’inizio, anche se trovo invece plausibile che ci siano stati cambiamenti dell’ultimo secondo se a Bronson non piaceva qualcosa.

Di sicuro ci devono essere stati dei problemi, visto che “Daily Variety” del 31 dicembre 1986 annuncia l’inizio delle riprese il successivo 5 gennaio ma in realtà la lavorazione viene continuamente rimandata, stando alle riviste successive. Cosa è successo mai? Ce lo spiega il “The Hollywood Reporter” del 18 marzo 1987, il quale ci informa di problemi di soldi, tanto per cambiare.
Malgrado fosse diventata la regina delle videoteche e vendesse videocassette a fiumi, la Cannon se la passava molto male – temo a causa di sprechi vari – e il prestito che aveva ottenuto le impediva di lavorare a più di un film per volta. Chi le aveva fatto questo prestito? L’articolo ci informa che la Warner Bros nel dicembre 1986 ha allungato 25 milioni di dollari alla Cannon, ma non è chiaro se sia quella casa ad aver imposto la regola del “un film alla volta”.

Alla fine, il “Daily Variety2 del 15 maggio ci informa che le riprese del quarto giustiziere sono iniziate il 13 aprile 1987.


Distribuzione

Presentato in patria il 6 novembre 1987, la consueta Cannon/Warner Home Video lo porta in VHS solo nel settembre 1992, ma intanto la consueta Italia1 l’aveva già trasmesso in prima visione, venerdì 20 marzo 1992: per l’occasione il “Radiocorriere TV” tira fuori però una foto di scena del terzo film, giusto per ricordare quanto sia considerato da noi il quarto.

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Il non-giustiziere

Purtroppo non esistono studi sulla Cannon – i documentari che girano sono solo baggianate, visto che la considerano una casa di serie Z un po’ pittoresca, segno che non hanno capito nulla del periodo, forse perché non l’hanno vissuto – perché sarebbe bello capire come mai la casa dal covare idee grandiose, spendaccione e irrealizzabili sia crollata fino a tirar fuori minuscoli prodottini asfittici come questo film: non c’era una via di mezzo? La differenza tra il terzo e il quarto giustiziere è come fra il giorno e la notte, è come assistere a milioni di anni di evoluzione nel giro di due film: Death Wish 3 sarà pure un dinosauro, ma Death Wish 4 è un brutto uccellino che vola sbilenco.

Il film che mostra la parte peggiore dell’evoluzione

Bronson fa quello che ha sempre fatto in ogni suo film, è stato fra le più grandi star del mondo senza mai muovere un solo ciglio, non ha mai recitato in vita sua quindi perché mai avrebbe dovuto iniziare a farlo all’età di 66 anni: è diventato famoso come personaggio, non come attore. Inoltre qui in pratica non ha una sola riga di dialogo: sarebbe bello scoprire se sia stata una scelta sua o degli autori, ma sta di fatto che qui Paul Kersey è un giustiziere muto, con due o tre frasi buttate lì senza alcuna importanza.

«Sono la morte»: fine del copione per Charlie Bronson

Paul Kersey fa sempre l’architetto ma ormai è una trottola: era di New York nel primo film, poi è andato a Los Angeles nel secondo, poi è tornato a New York nel terzo ed ora è di nuovo a Los Angeles. E ogni volta si trova come compagna una donna con figlia al seguito: ah, ma allora sei de coccio! Quante figlie devono ammazzarti?

Stavolta lo vediamo impegnato con la giornalista Karen Sheldon (Kay Lenz), a fare da mentore alla di lei figlia Carne Morta: tanto lo sappiamo già che stirerà le zampe. La ragazza infatti adora buttar giù droga come fosse aranciata, perché si sa che i giovani del 1987 adorano la droga e la rimediano nelle sale giochi… venduta da un vulcaniano!

Il vulcaniano baffuto Tim Russ che vende droga ai ragazzini: lo sa la Federazione?

Una volta che la figlia viene ritrovata spalmata per terra, gonfia di droga come un mulo, mamma Karen scopre che a Los Angeles potrebbe girare della droga: ma va’? Scoop dell’anno! Per fortuna il suo capo gli fa notare che tutti si drogano, non è una notizia, ma lei insiste e così indaga sulle morti per droga. E qui c’è un equivoco che ricordavo sin dalla prima visione del film.

La giornalista infatti va all’obitorio e le vengono mostrati i giovani morti freschi di droga, ma curiosamente nessuno di loro è morto di droga: sono tutti morti perché invischiati nella criminalità che la droga comporta, se la droga fosse legale non esisterebbe nessuno di quei morti. Quindi paradossalmente un film che vuole essere un immondo pippone anti-droga finisce per giustificarne la legalizzazione.

Lasciamo la noiosa indagine moralistica di Karen e andiamo alla trama principale: Paul Kersey viene contattato dal perfido John P. Ryan, mitico caratterista di tanti film e filmacci dell’epoca.

Ogni film ci guadagnava, quando il cattivo era John P. Ryan

Il ricco Nathan White (John P. Ryan) si è visto portare via moglie e figlia per colpa della droga (dàjie!), quindi vuole uccidere due o tre spacciatori: ci sarà un fondo al pozzo in cui è caduta la sceneggiatura di questo film? Comunque ricatta Kersey nostro: o ci pensa lui ad uccidere gli spacciatori o lo consegna alla polizia denunciandolo come il giustiziere della notte che è.
Kersey è combattuto, e dopo due secondi accetta. E meno male che era combattuto!

Inizia la parte muta del film, cioè tutta la vicenda. Il silente giustiziere fa fuori i vari spacciatori con sistemi vari mentre la nostra attenzione è catturata dalla secchiata di caratteristi sul libro paga della Cannon, che passano a fare la loro particina.
L’unico che ha un ruolo che supera i trenta secondi è Soon-Tek Oh, cattivo Cannon per eccellenza ma soprattutto… l’unico altro allievo noto del Maestro ninja Lee Van Cleef!

Non gli bastava affrontare Chuck Norris, ha dovuto sfidare pure Bronson!

La noia del film uccide molto più di Kersey, ogni aspirazione, anche quella alla violenza esagerata, è scomparsa: è un film con il pilota automatico che però non va da nessuna parte. È un progetto senz’anima ma fatto con gli strumenti giusti: è pieno di marchette che avranno garantito alla produzione parecchi introiti extra.
Non so se le case di videogiochi abbiano pagato per apparire nelle lunghe scene ambientate fra i cabinati – raccontate dal nostro amico Redbavon – ma mi diverte pensare che sia una vera videoteca quella in cui entra Kersey per ammazzare tutti, e che i locali abbiano adorato vedere il loro videonoleggio diventare terreno di caccia del giustiziere. (Sulla scena della videoteca rimando al mio approfondimento di Non quel Marlowe.)

Un giustiziere entra in una videoteca… BANG!

Per il resto è vuoto assoluto. Non c’é giustizia, vendetta o punizione, semplicemente non c’è niente, solo un film di cassetta che stando alle notizie pare anche aver incassato parecchio in videoteca, anche perché di solito quando noleggiavi un film ti accorgevi di aver sbagliato solo dopo aver pagato.

Noleggiami, se vuoi vivere!

Chiaramente la Cannon ha mollato la presa, è in crollo verticale, i grandi film su cui ha puntato sono stati tutti mostruosi fallimenti (come abbiamo visto, e visto e visto ancora), quindi non le rimane altro che puntare sui minuscoli filmetti. È finita l’èra dei dinosauri, devono sbrigarsi a diventare piccoli uccelli insignificanti, anche se purtroppo neanche questo salverà la Cannon dall’estinzione.

Ormai è chiaro che non è più tempo di giustizieri in video: è tempo… di Punitori.

L.

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36 risposte a [Death Wish] Il giustiziere della notte 4 (1987)

  1. Luca ha detto:

    Sulla storia della Cannon avevo visto un annetto fa il documentario
    https://en.m.wikipedia.org/wiki/Electric_Boogaloo:_The_Wild,_Untold_Story_of_Cannon_Films

    In merito ai problemi di soldi, il 1987 è l’anno in cui la Cannon punta alle grandi produzioni, con Over the Top, Superman IV e il film dei Masters.
    Nessuno è un successo e la Cannon si ritrova nei casini…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il problema di Golan è che sin dall’inizio punta in alto, troppo in alto. Oggi a vedere i due Alan Quaterman e “Il tempio di fuoco” sembrano pezzentate da due soldi, ma all’epoca la Cannon ci ha speso un botto di soldi senza inacssare niente. I film che citi sono tutti flop al botteghino (forse giusto Over the Top avendo Stallone se l’è un po’ cavata) ma sono costati tanto: Golan aveva capito che le videotece erano la nuova Mecca, ma non aveva capito che non può spendere così tanto. Non è la Warner o la Fox, che possono perdere decine di milioni di dollari e stare sempre in piedi.

      Quel documentario è molto famoso, il problema è che ritrae la Cannno come una casa pittoresca. Ti faccio un esempio. oggi i ninja sono buffonate per ragazzni, roba da Tartarughe, nel 1981 la Cannon ha cambiato il mondo inventando i ninja occidentali e facendo un succecsso che oggi manco la Marvel si sognerebbe. Non si può giudicare gli anni Ottanta nel Duemila, quello che oggi fa ridere all’epoca era una roba seria, che spostava milioni di dollari con un dito.
      Golan è stato geniale perché ha promosso la serie Z alla serie B, era il signore assoluto del cinema d’azione, dominava il mercato senza problemi, ma non è stato in grado di gestire questo suo potere, facendo scelte sempre più sbagliate.

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      • Lorenzo ha detto:

        Forse il buon Golan spendeva troppi soldi negli scoppi e trascurava gli sceneggiatori, perché la grande differenza dei film Cannon con quelli cosiddetti “normali” non era tanto dal punto di vista di visivo quanto i dialoghi, le storie.
        I film della Cannon andavano sempre in vacca con situazioni senza senso, sparatorie con stragi, esagerazioni che, per rimanere nell’esempio che hai fatto sopra, in Allan Quatermain e il Tempio di fuoco trovi, ma nei film che sono la loro ispirazione (Il gioiello del Nilo, La pietra verde…) no.
        E non è questione di tempi perché quando me li guardavo in TV su Odeon queste cose le capivo benissimo (e proprio per questo mi piacevano), e tutti i miei compagni di classe, i miei amici, diciamo più tradizonalisti, si tenevano bene alla larga dai vari Braddock e American Ninja 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sin da subito Golan e Globus hanno aspirato al cinema grosso ma con un gusto più “ruspante”: volevano fare le produzioni di serie A ma mai con lo stile che contraddistingue la serie A: tutto si può dire dei film Cannon, tranne che fossero “patinati”, come invece la serie A anni Ottanta era a livelli epocali.
        E poi non dimentichiamo che Hollywood storicamente ha sempre girato la faccia alla cronaca, se non fosse stato per schegge impazzite come John Milius o la Cannon idee come “soldati americani prigionieri in Vietnam” te le scordavi al cinema. Per portarci il patinato Tom Cruise in Vietnam ci hanno messo dieci anni di film di cassetta!
        Terrorismo mediorientale? Golan girava film di questo genere dagli anni Settanta, ma non roba “pulita” per far star bene lo spettatore, roba sporca e infame. Poi certo, un po’ di patina ha dovuto mettercela, il gusto americano non è quello israeliano, ma quella percentuale mediorientale si sente e spacca di brutto.

        Se negli anni Ottanta volevi un film d’azione, con sparatorie e roba gagliarda, te lo scordavi dall’America: era alla Cannon che dovevi rivolgerti. Schwarzy e Sly sono diventati famosi come eroi d’azione quando la Cannon era già paladina del genere, e l’aveva tirato fuori dai ghetti dei drive-in per trasformarli in film “veri”.

        I film Cannon possono piacere o meno, dipende dai gusti, ma è innegabile che negli anni Ottanta la casa si è imposta come l’unica fornitrice di cinema d’azione di serie B, non a caso facendo il botto grosso in videoteca, luogo d’elezione per gli spettatori meno pretenziosi.
        Ha fatto tanti film di altri generi, ma la sua firma era l’Uzi israeliano in ogni loro film d’azione: la fusione di due culture che tirava fuori qualcosa di nuovo che indiscutibilmente ha segnato un’epoca. Non a caso dal 1986 l’Uzi ce l’aveva pure il Punitore a fumetti 😛

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  2. Cassidy ha detto:

    Hai riassunto la Cannon meglio dei citati documentari, il paragone con l’evoluzione da dinosauri a pennuti mi sembra il più azzeccato, quella frase finale poi, mi fa intuire che Dolph tra per tornare sulle pagine del Zinefilo 😉 Quella serie del Punitore era una bomba, a partire dalla copertina di quel primo albo, ancora oggi una delle più iconica della Marvel. Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il Punitore dei tempi d’oro lo porto nel cuore, fa parte di me, sui quaderni di scuola disegnavo le sue armi e avrei pagato oro una maglietta col teschio: oggi mi rinchiuderebbero, ma all’epoca erano cose che si potevano addirittura dire alla luce del sole, non esistendo i social 😀
      E’ un peccato perché questo film ha venduto parecchio, Golan aveva capito benissimo dove stava tirando il vento e puntare sulle videoteche è stata un’ottima scelta – addirittura la Disney per anni non l’ha capito, perdendo soldi a valanga – ma azzoppare i propri eroi non è stata una scelta parimenti ispirata, così come spendere valanghe di soldi (che non aveva) per filmoni che poi non rientravano neanche delle spese.
      Frank Castle a fumetti non aveva di questi problemi, e se la comandava 😛

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  3. Fabio ha detto:

    Della saga del “Giustiziere Della Notte” non sono mai andato oltre il terzo film,più che altro per mancanza di interesse,ma anche perchè considero una trilogia il numero ideale,dopo di chè resta più che altro il vuoto creativo!.Dei lavori di J. Lee Thompson insieme a Bronson ricordo per certo di aver visto “Sfida A White Buffalo”,bello suggestivo anche se il Moby Dick lanoso era un pò troppo marginale all’interno della storia,fregato all’epoca dall’ottima locandina che me lo spiattellava in primo piano,in effetti ai tempi del videonoleggio essenzialmente ero un novellino in materia che scopriva e si godeva i film ignorando completamente il concetto di critica cinematografica che massacrava in modo crudele e presuntuoso i gusti altrui(bei tempi!),ed essendo alle prime armi mi godevo le copertine per scegliere cosa affittare,dopo mi interessavo alle trame scritte sul retro delle VHS,per fortuna le leggevo prima di andare alla cassa!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La mia esperienza in videoteca è stata praticamente la stessa, anche perché l’unica rivista di cinema che seguivo era “CIAK” e all’epoca era difficile trovarci recensiti i film da videoteca. Si andava molto a “sensazione”, molto spesso fregati da splendide locandine. Quando ti accorgevi di essere stato fregato, ormai avevi già speso i soldi 😛
      “Sfida a White Buffalo” da ragazzino mi affascinò, proprio il non vedere mai il bufalo era un po’ come lo squalo di Spielberg, ma rivedendolo in seguito mi è piaciuto molto meno.

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      • Fabio ha detto:

        Che poi quando si trattava di affittare per conto proprio,se toppavi il film al limite deludevi solamente te stesso,ma quando ci si riuniva in gruppo una volta a casa di uno ed un’altra nella casa di un altro,spesso ero l’individuo a qui veniva dato il compito di mediare e scegliere di noleggiare un film che andasse bene a tutti,un vero casino😵!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Condivido in pieno. Quando in famiglia ci siamo iscritti per la prima volt ain videoteca avrò avuto 13 anni, all’incirca, vivevamo in tre in una casa minuscola con solo televisore, quindi per forza di cose si dovevano scegliere film che piacessero a padre, madre e figlio, e le scelte sbagliate si sprecavano, peggiorate dall’aver pure speso soldi.

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  4. Evit ha detto:

    Già impegnandosi, è difficile fare un seguito degno dopo l’apice raggiunto da Death Wish 3, figuriamoci quando non ci provano nemmeno! Questo film annoia da morire. È proprio vero che ne uccide più la noia che il nostro giustiziere.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Golan ormai era specializzato in scelte sbgliate: per una che ne ha azzeccata (puntare alle videoteche più che alle sale) mi va poi a mollare il tema dei punitori proprio quando sta spopolando in tutti i media. Questo film non ha nulla della saga del giustiziere, è un tizio che viene costretto a uccidei dei tizi: perché rinunciare a un filone che funziona ancora?

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  5. Tigrero ha detto:

    Ti seguo da sempre… Quindi complimenti… Volevo chiedere se tratterai Sporco Weekend di Winner per la rubrica punitori o mi è sfuggito?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Grazie per i complimenti e contento che ti sta appassionando il ciclo. Sì, penso di coprire quel film, arrivati ai Novanta. Come puoi immaginare di film similari ce ne sono parecchi, anche minuscoli e anche inediti in Italia, cerco di andare in ordine cronologico – anche per vedere come cambia la tematica col tempo – ma sicuramente me ne sarò persi tanti per strada, soprattutto fra i minori. Quello però mi interessa, perché a occhio mi sembra quasi un modo di Winner di ritornare alla sua concezionne dei puniroi 😉
      Se ti vengono in mente altri titoli dimmi pure, che in questa giungla non è facile raccapezzarsi.

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  6. Tigrero ha detto:

    Innanzitutto grazie per la risposta rapida! Quasi non ci credo e grazie della gentilezza…
    Ti seguo DAVVERO da sempre… Dato che sono un mastofilo ti ho scoperto grazie allo Zinnefilo e poi dato che amo la Z anch’io, sono rimasto estasiato dai contenuti… Ti leggo giornalmente…
    Per Sporco Weekend ho chiesto perché hai detto che Winner si ritira con Death Wish 3 e pensavo terminasse anche la carriera… Quindi non mi quadrava Sporco Weekend che trovo un Deathwish al femminile con le dovute differenze! Poi consiglio Un borghese piccolo piccolo che va analizzato come il film di Franchi…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah giuro, “mastofilo” è la prima volta che lo sento!!! 😀
      Dovrei riprendere quella rubrica, ma viviamo in anni oscuri e bacchettoni, è una materia troppo delicata per il genere di post leggeri e frizzanti con cui era intesa.
      Winner sicuramente ha lavorato pochissimo dopo aver lasciato la Cannon nel 1988, a parte un paio di titoli – di cui credo che quello citato da te sia il più famoso – non ha fatto molto altro. Forse era un regista troppo “datato” per il cambio di registro degli anni Novanta.
      Il “borghese” già l’avevo sentito citare come film “giustiziere”, ma onestamente mi sembra un film troppo “diverso” dalle influenze dei “punitori”, ma magari poi farò un recupero dei titoli rimasti indietro 😉

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      • Tigrero ha detto:

        Mastofilo parola inventata da me formata da Mastos (mammella antico nome di un tipo di vasi greci )e Philia (amare di amicizia), sono laureato in mastolfilia teorica e pratica, insomma, mi piacciono le bocce… I tempi sono bacchettoni lo so, ma non c’è nulla di male… Non solo lei ha l’appalto di cultore di neologismi o parole assortite! (La ringrazio per la riflessione sulla parola ginoide che ho molto apprezzato!!!)
        Comunque, ribadisco che, oltre ad essere un ottimo film a prescindere, un borghese piccolo piccolo è davvero la riproposizione del libro di Winner ma con gli intenti veri e cioè: mettiamo PER ASSURDO che il protagonista impazzisca e faccia il giustiziere… In verità è più un vendicatore ma fotografa bene una grossa fetta di popolazione italiana… Italiani brava gente… Finché non gli fai un torto (presunto o vero non importa)…
        Seguo tutti i suoi cicli… Ora quello di Ciro Ippolito sta vincendo a mani basse… Cerco il libro e non lo trovo…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Felicissimo di aver trovato un altro amante dell’etimologia e del neologismo: come si fa a vivere senza? ^_^
        E’ un peccato che il termine “gynoid”, che trovo affascinantissimo, non sia amai usato in modo corretto, preferendo aborti lessicali (tipo il “droid” di Star Wars, frutto di un mero errore tipografico) che però purtroppo hanno molto più successo. (Ho il terribile sospetto che i Borg di Star Trek derivino da cyborg, visto che gli americani adorano massacrare parole.)
        Capisci che il “zinnefilo” era un neologismo troppo ghiotto per non usarlo, sembra che la nascita stessa del blog avrebbe portato lì, e appena trovo del buon “materiale” (purtroppo inesistente nei film recenti) devo rimpolpare la rubrica.
        Alla prima occasione tornerò indietro a colmare la lacuna del borghese 😉
        P.S.
        Se cerchi il libro di Ippolito, su Amazon lo trovi tranquillamente, ogni volta che lo cito metto il link apposito 😉 Probabilmente è pure su eBay, se ti è più comodo.

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      • Tigrero ha detto:

        Sono anche interessatissimo allla copertura che fai dei film di Seagal… È vun guilty plausure troppo grande, soprattutto da chi come me pratica Aikido Iwama Dento Ryu da anni… Se vuoi ti posso dire cosa diceva il più grande maestro di Seagal ma solo in privato …

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Un giorno o l’altro mi deciderò a dedicare un ciclo a Seagal, ma devo trovare la chiave giusta: criticarlo non si può, ha troppi fan esagitati e violenti, non vale la pena riempirmi la sezione spam con commenti immondi. (Ne conservo uno di anni fa, in cui i tizio mi minacciava di morte per aver criticato Seagal!) Dovrei trovare il modo di irriderlo senza che i suoi fan lo capiscano 😀
        Il problema è che delle decine e decine di film che Steven ha fatto i suoi fan ne conoscono forse 5, i soliti primi di quando era ancora un po’ vivo, quindi non sanno che è Seagal steso che si prende per il culo da solo, con spettacoli indecorosi che non hanno bisogno di alcun commento.
        Per qualsiasi comunicazione privata, non esitare a scrivermi a lucius.etruscus@gmail.com (sono stato cacciato da tutti i principali social, ma finché dura sono su twitter, dove non scrivo mai così non mi cacciano anche da lì 😀 )

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    E come sempre riesci a parlare di un film vuoto, muto, barboso…creando un post che è esattamente l’opposto: interessante, ricco di parole e storie, coinvolgente. Sarà il potere della Z, sarà l’emozione malinconica che suscita la Cannon agonizzante, sarà che ci sai fare (su questo ci puoi mettere la mano sul fuoco!), fatto sta che la noia è bandita dallo zinefilo anche quando ne costituisce l’argomento! 🙂

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  8. Giona ha detto:

    Ricordo di averlo registrato alla fine del 92 su italia1, come film d’azione e’ sicuramente passabile, secondo me di gran lunga superiore al secondo episodio; il videonoleggino spacciatore l’ho sempre trovato spassosissimo cosi’ come gli altri personaggi di contorno tipo lo scagnozzo interpretato da Trejo e il killer di colore dei Romero con biondina petulante al seguito.

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  9. Giuseppe ha detto:

    Mi ricordo di questo noioso quarto giustiziere della notte praticamente solo per le facce note (come appunto John P. Ryan e Soon-Tek Oh) e ben poco altro mi sarebbe tornato alla mente, se non avessi letto il tuo post. Peccato che Winner abbia scelto di perdere il treno dell’home-video, forse riguardo al giustiziere qualcosa sarebbe ancora riuscito a fare, a differenza di una Cannon ormai definitivamente in via dì estinzione…
    P.S. “Noleggiami, se vuoi vivere!” ci sta proprio a pennello 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il bello è che nella sua autobiografia Winner, parlando dei primi anni Settanta, fa notare come lui è stato fra i pochi a girare film che all’epoca erano considerati di bassa quaità, serie B – quando questa era un’offesa – quindi non capisco come mai non abbia capito subito il cambio profondo che stava vivendo il cinema sul finire degli anni Ottanta. Voleva fare film con grandi attori e tanti soldi: non mi pare che fosse quello il suo stile, nei decenni precedenti! Forse sognava un “avanzamento di carriera”, invece ha ottenuto la chiusura, di quella carriera.
      Il mercato home video era così esplosivo che persino filmucoli come questo o gli ultimi girati da Chuck Norris per la Cannon sfondavano le videoteche: bastava un nome noto in locandina che il noleggio scorresse a fiumi, lo posso testimoniare io stesso (e credo anche tu). Quando ti trovavi circondato da decine e decine di film che non conoscevi, appena faceva capolino un “volto amico” lo acchiappavi subito 😉

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  10. Arcibaldo ha detto:

    Che bomba che era quel punitore lì, altro che Ennis! Sporco, duro, in bianco e nero e con delle copertine da paura. Me lo comprò mia nonna in edicola, avrò avuto poco meno di dieci anni, e lo spolpai, lo lessi e lo rilessi. Inoltre nell’editoriale si parlava del film con lundgren qualche anno dopo beccai per caso in TV capendo che era quel film. Purtroppo la serie con quel taglio durò troppo poco prima che ricadesse nelle solite pacchianate Marvel. La conservo ancora a casa con tutto l’amore.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Assolutamente d’accordo!
      Io ero un po’ più grande, sui 15 anni, ma mi colpì forte e lo porto ancora nel cuore. Purtroppo non ho conservato quegli albi comprati in edicola, ma un po’ ne ho recuperati su bancarella, anche se tutta la serie l’ho riletta in digitale.
      Dura e pura, sporca e cattiva, non sembrava proprio una serie Marvel, e in seguito il Punitore è stato altro: a volte buono a volte meno, ma altro.

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  11. redbavon ha detto:

    Ho visto il film per “colpa tua” ovvero per raccogliere il materiale del post sui videogiochi presenti nel film. Ebbene confermo la “bruttezza” del film. Bronson fa fuori una cinquantina di sgherri bene armati e non riceve nemmeno un graffio. Due sono le cose: le armi degli sgherri malavitosi erano a salve o avevano una mira di schifo. L’unica cosa buona – almeno da mio punto di vista – è l’abbuffata di videogiochi, mai visti tanti in un film è nemmeno in una sala-giochi italiana quando le frequentavo. Confermo che le scene sono tutte girate in una vera sala-giochi, che si trova tuttora sul molo di Santa Monica: ospita il Pacific Park, un parco divertimenti che si affaccia sull’Oceano Pacifico. Ancora oggi è in attività una delle sale giochi più iconiche d’America, Playland Arcade. Sempre complimenti per riuscire a tessere un racconto interessante anche se il materiale di origine è pari al nulla 😜

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Già i film facevano a gara per pubblicizzare videogiochi e sale giochi, poi la Cannon ci ha dato sotto con le pubblicità, forse cercando di racimolare un po’ di sponsor.
      Grazie ancora per la tua panoramica sui giochi presenti nel film, credo che raramente questo quarto titolo abbia avuto così tanta attenzione 😉

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      • redbavon ha detto:

        Di “marchette” nei film ce ne sono sicuramente state. Una su tutte: Nintendo ha messo lo “zampino” in Il Piccolo grande mago dei videogames” tanto che sulla scia del film inaugurò la Nintendo World Championship in trenta città statunitensi.
        In questo film, come nella maggiore parte dei film in cui appaiono i videogiochi, ritengo invece che non vi fosse una strategia di “product placement” da parte degli editori di videogiochi. Piuttosto si tratta di una spontanea scelta dei registi e sceneggiatori di inserire i videogiochi come un tassello per contestualizzare nell’attualità gli eventi di finzione. All’inizio, il videogioco come “oggetto “ rappresentativo dell’innovazione tecnologica (con un valore positivo), in seguito come un elemento di denuncia della tossicità del videogioco o le sale-giochi come luogo malfamato (valore negativo). Questo film e numerosi altri ricadono nella seconda categoria. Più complessa l’analisi alla luce anche della “crociata” contro i videogiochi che ho raccontato in una serie di post che hai letto. Insomma un terreno fertile per la nostra insana passione di “scavo” 😜

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non a caso il Giustiziere va ad ammazzare gente in videoteca, altra grande esplosiva realtà dell’epoca in piena ascesa, ma al contrario delle altre volte in cui si vedono videoteche e sale giochi qui sono più che visibili titoli e marchi, molto ben inquadrati. Negli stessi anni Paulie entra in sala giochi e la sua rabbia invidiosa esplode quando vede il flipper di Rocky, così come qualche anno prima i produttori dei film di Venerdì 13 mettono videogiochi in mano ai loro giovani protagonisti, però non incedendo troppo (o affatto) su primi piani.
        Visto che al contrario degli esempi citati la Cannon stava colando a picco di brutto, magari assicurarsi quei primi piani del tutto ingiustificati era il corrispettivo degli attori che tiravano fuori il pacchetto di sigarette durante i primi piani. O magari semplicemente era il simbolo del gusto di Golan, sempre con il pennarello grosso 😛

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      • redbavon ha detto:

        I videogiochi che appaiono nel film sono tanti e di un numero così disparato di editori che dubito vi sia dietro un qualche tipo di accordo commerciale. Piuttosto era strumentale per evidenziare l’equazione “videogiochi=male”. Negli anni Novanta negli USA inizia la campagna di ostilità contro i videogiochi in grande stile. È nel 1993 che scoppia il caso “Night Trap” e “Mortal Kombat” che finiscono sui banchi del Congresso. Questo film ha forse il “merito” di anticipare quel sentimento collettivo di ostilità che andava formandosi e che deflagrò qualche anno più tardi.

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  12. Pingback: [Death Wish] Eye of the Tiger (1986) | Il Zinefilo

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