Deliverance (1972-2022) 1 – Si parte con le canoe

Il 1972 è l’anno della violenza al cinema, delle ultime case a sinistra, dei giustizieri della notte ma anche dei tranquilli weekend di paura.


«Sarà un’estate di lavoro duro, ma sono pronto e non mollerò: questo film sarà un cazzo di inferno.»
James Dickey, all’inizio dell’estate in cui ha partecipato alle riprese di Deliverance tratto dal suo romanzo omonimo


Prologo.
L’estate che cambiò tutto

Quando Christopher torna a casa, dopo vent’anni in cui aveva deciso di starne lontano, tanto da diventare corrispondente di guerra per assicurarsi di rimanere nei posti più lontani da casa (e per assurdo più sicuri), la situazione è peggiore di quanto pensasse. La vita di suo padre James l’ha conosciuta attraverso i giornali, quelli scandalistici e quelli di cronaca nera. Suo padre era un professore universitario ma anche un famoso poeta, pluripremiato, stimato, poi è successo qualcosa. Due mesi dopo la morte della moglie, la mamma di Christopher, James si sposa con una propria studentessa, una ragazzina più giovane del figlio. Tempo qualche anno e i giornali la descrivono come una tossicodipendente infognata in pessime amicizie, papà James più volte viene ricoverato con ferite che si rifiuterà sempre di ammettere siano state inferte dalla giovane moglie fuori di testa. Lo ammetterà solo con suo figlio Christopher, quando i due riusciranno a ritrovarsi.

Christopher torna in quella casa che da vent’anni considerava estranea, indignato dalle notizie che a lungo hanno infangato la reputazione del padre, e proprio negli ultimi mesi di vita del genitore, distrutto molto più dall’amore che dalla malattia, riesce non solo a riappacificarsi ma a ricostruire la vita della propria famiglia. Durante quell’estate del 1996 (papà James morirà nel gennaio 1997) Christopher raccoglie il materiale per un libro di memorie in cui racconta pubblicamente un’altra estate, quella in cui cambiò tutto. L’estate che segnò il punto di svolta della sua vita: prima aveva una famiglia, poi non ce l’ha avuta più.

L’estate in cui è cambiato tutto è quella del 1970, quando nelle librerie americane è uscito un romanzo scritto da suo padre, James Dickey, intitolato Deliverance. Il successo immediato e la notizia, nell’estate successiva, di un film con Burt Reynolds hanno schiacciato la famiglia Dickey senza pietà, spingendo il figlio Christopher a fuggirne lontano. In ogni parte del mondo, seguendo ogni guerra, l’importante è che fosse lontano da casa.

Christopher ci ha messo più di vent’anni per fare pace con papà James, decidendo così di raccontare il suo dramma familiare nel libro Summer of Deliverance (1998) da cui ho preso la storia fin qui narrata.

Vent’anni dopo un infarto si porta via Christopher. Era il 16 luglio 2020. Un’altra estate in cui è cambiato tutto.


1.
Il poeta che stuprò il suo eroe nel bosco

Nel 1966 il celebre poeta italiano Salvatore Quasimodo dà alle stampe il suo ultimo libro, Dare e avere (Mondadori). Immaginate che non fosse l’ultimo, che prima della sua morte (1968) il poeta abbia fatto in tempo a pubblicare una nuova opera… un romanzo… che parla di quattro escursionisti aggrediti, stuprati e che dovranno uccidere per sopravvivere. Cosa avrebbero pensato i recensori e i circoli di poesia? Questo, con le dovute proporzioni, è il problema con James Dickey, un apprezzato ed amato poeta americano che un giorno di punto in bianco pubblicò un romanzo che nessuno si sarebbe aspettato da lui, e che sconvolse tutti.

Per quanti amanti della poesia possono esserci in giro, gli amenti dei thriller mozzafiato pieni di violenza e paura sono molti di più, e le case editrici lo sanno. Per capire lo svalvolamento totale creato da Dickey con il suo Deliverance (Houghton Mifflin 1970), un romanzo di neanche trecento pagine che in un lampo ha conquistato l’America, è illuminante una pubblicazione quasi coetanea.

In quello stesso 1970 infatti la casa editrice Doubleday pubblica Self-Interviews, un libretto in cui due curatori “sbobinano” dei nastri forniti da Dickey, riflessioni personali che l’autore aveva affidato al registratore e che ora vengono messe nero su bianco in un libro che parla di tutto… tranne che dell’ovvio.
Nella terza di copertina, dove cioè continua la presentazione dell’opera, viene ben specificato che questo libro NON parlerà del romanzo Deliverance, ma la casa editrice non è stupida e in copertina sotto “Dickey” fa scrivere ben visibile «Author of DELIVERANCE», in maiuscolo, che lo devono vedere tutti e lo devono comprare prima di capire che è una fregatura.

Questo è James Dickey, un poeta adorato, stampato, ristampato, studiato, recensito, indiscutibilmente apprezzato… che un giorno ha scritto tutt’altro, rivolgendosi ad un pubblico totalmente differente, tanto che ho trovato recensori disperati che cercavano di dare un’interpretazione poetica del suo romanzo di violenza e terrore, con visioni bucoliche solo perché la vicenda è ambientata in mezzo alla natura.

Cos’è cambiato nella poetica di Dickey? Perché un poeta e saggista si siede e scrive di gente stuprata nei boschi, di inseguimenti con arco e frecce, di corse rutilanti per fiumi pericolosi a bordo di canoe, di morte, violenza e paura? La domanda per me andrebbe posta in modo diverso: perché Dickey ha deciso di prendere una storia che aveva già raccontato… e renderla cinematografica? Allora la risposta è ovvia: perché voleva scrivere un film. E il suo piano è perfettamente riuscito.

«Nel fiammeggiante mezzogiorno abbiamo sentito
il battito pulsante delle rapide
e ci siamo entrati come uomini
che sentono come il mondo possa essere purificato.»

Chiedo subito scusa per la mia traduzione: un dilettante come me non dovrebbe avvicinarsi ai versi poetici, ma era per dare un’idea di come Dickey avesse già raccontato di uomini che percorrono un fiume vorticoso a bordo di canoe, nel poema On the Coosawattee, raccolto in “Helmets” (1964), dove molti temi di Deliverance sono presenti, dall’inondazione della valle al rapporto con la natura selvaggia ai richiami di fantasmi in fondo all’acqua.

Semplicemente Dickey per il suo primo romanzo ha voluto “caricare” ogni cosa per colpire così duro il lettore da costringere una casa cinematografica ad interessarsene.


2.
Il romanzo narrato come un film

Christopher Dickey ricorda che suo padre lo portava in canoa quando lui era ancora troppo piccolo, e ricorda quella volta in cui insieme a degli amici tornò ferito da un’escursione, e di come andava a caccia con arco e frecce, e di come già nel 1962 dettava ad un piccolo registratore comprato in Germania gli appunti di quello che nella tarda primavera del 1970 avrebbe scalato le classifiche librarie. James Dickey ha costruito il romanzo Deliverance con scientifica freddezza, sapendo già perfettamente che sarebbe diventato un film. Ma “diventato” è un verbo sbagliato: il suo romanzo è un film.

Prima edizione Mondadori 1972

Il mistero di Deliverance – che subito Mondadori porta nelle nostre librerie con il titolo Dove porta il fiume (traduzione di Bruno Oddera) – è come possa essere stato scritto da un poeta, da chi cioè dovrebbe avere una sensibilità molto sviluppata per le parole e la musicalità dei concetti: il romanzo invece ha la triste caratteristica… che sembra la novelization del film, malgrado sia stato scritto prima.

Con uno stile gelido, quasi anti-narrativo e addirittura meramente cronicistico, Dickey ci racconta di quattro personaggi maschili di cui non sappiamo niente all’inizio e di cui alla fine… sappiamo anche meno.

  • Bobby – gestisce fondi di investimento
  • Drew – direttore del settore vendite di una grossa società di bibite
  • Ed – fotografo
  • Lewis, «un survivalista determinato a dominare la Natura con una mano sola», lo definisce Christopher Dickey

Queste sono tutte le informazioni che l’autore ha disseminato nel romanzo, quasi come se i suoi personaggi fossero spiegati dai loro impieghi. Solamente vaghi e superficiali accenni possono essere trovati tra le pieghe di qualche paragrafo in cui sembri di notare un tentativo di approfondimento dei singoli personaggi, ma l’impressione generale è che questo romanzo sia stato scritto con in testa così forte e potente l’idea di un film che lo stile ne risente pesantemente. Leggere Deliverance è come se qualcuno stesse vedendo il film e te lo raccontasse scena per scena.

Dico questo perché è davvero raro trovare un film che sia la riproduzione totalmente esatta del romanzo, ma in questo caso Dickey ha scritto un libro così ossessivamente cinematografico che dev’essere stato facilissimo portarlo su schermo: se avete visto il film, è come se aveste letto il romanzo, identico in ogni più minuscola sfumatura. Il che è un gran bel difetto, per il libro.

A tirare le somme, l’azione è davvero poca: quattro uomini vanno in canoa, durante una pausa succede un “incidente” e devono compiere alcune azioni sgradevoli per salvarsi la vita. Tutto però è descritto senza passione, senza emozione, con una freddezze che ghiaccia gli occhi del lettore, e soprattutto con uno stile cronicistico che a lungo andare urta i nervi.

Ristampa Garzanti 2001

Dickey conosceva per esperienza diretta tutte le imprese a cui sottopone i propri personaggi, quindi avrebbe potuto fornire al lettore una descrizione molto più dettagliata ad emotiva rispetto a chi scriva di cose che ignora: invece il risultato è così distaccato che questa storia l’avrebbe potuta scrivere anche chi non è mai andato in canoa o chi non ha mai tirato una freccia in vita sua. Descrivere ogni singola maledetta pagaiata come fosse una telecronaca – “Pagaia a destra, pagaia a sinistra, pagaia a destra, pagaia a sinistra”, abbiamo capito, James, sta pagaiando! – ma in realtà descrivere l’intera vicenda come fosse un commentatore sportivo è devastante: non c’è mai un momento di letteratura o anche solo di narrativa, solo la mera esposizione di fatti.

L’unica spiegazione che mi so dare del grande successo di questo gelido romanzetto che sembra scritto da un liceale è l’enorme quantità di tensione e violenza che vi si trova all’interno. Noi siamo stati tutti formati dall’anno violento 1972, quando Wes Craven ci ha mostrato cosa succedeva nell’ultima casa a sinistra, Brian Garfield ci ha presentato il suo giustiziere della notte e via dicendo, e più indietro al massimo siamo stati educati da Rambo, che in quel 1971 ci parla di argomenti molto simili: un rapporto problematico fra civiltà e natura selvaggia, fra cittadini e paesani, una sfida mortale all’arco e frecce e l’omicidio come unica via di salvezza. Ma quando quel 1970 James Dickey ha presentato il suo romanzo non c’era niente di tutto questo: la violenza non era ancora esplosa e diventata di dominio pubblico.

Il genere noir con storie nerissime di crimine, morte e violenza esisteva da parecchio prima, Dickey non ha inventato nulla, ma è innegabile che abbia usato un linguaggio decisamente “moderno” e anticipatore per il 1970, anno in cui a parte il decano Mack Bolan nessun “eroe punitore” è ancora nato e la violenza del giusto è ancora qualcosa di molto difficile da mandare giù, e soprattutto non si descrive nei minimi particolari la violenza che usa, con il rischio che passi dalla parte del cattivo.

L’estate della violenza in cui è cambiato tutto…

Probabilmente l’aver ritratto così tanta violenza nei minimi particolari ha garantito a questo romanzo un successo maggiore di quanto ne avrebbe ottenuto per “meriti letterari”: se penso a una vicenda simile come Il promontorio della paura (Cape Fear, 1957) di John D. MacDonald c’è da mettersi le mani nei capelli: in quest’ultimo romanzo non c’è una sola goccia di sangue ma ti strazia il cuore dalla paura, rabbia, violenza e vendetta, usando esclusivamente gli strumenti di un bravo narratore. Tutto totalmente assente in Dickey, il cui unico pregio è descrivere analiticamente stupro, sangue e violenza in un momento in cui nessuno lo faceva.

Quell’estate del 1970 è stata un’anticipazione dell’estate del 1972 in cui è cambiato tutto, e la violenza è esplosa nella narrativa d’intrattenimento. Forse solo per questo James Dickey merita un posto nella storia.

(continua)

L.

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7 risposte a Deliverance (1972-2022) 1 – Si parte con le canoe

  1. Cassidy ha detto:

    Lo avevi annunciato, lo stavo aspettando perché sai quanto io vada pazzo per il film, il primo capitolo di questo viaggio è già mitico, sarà una gran estate in canoa sulle rapide del Zinefilo 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ci sarà un motivo per cui tutti i documentari su Deliverance mostrano Dickey da giovane: è stato un evento epocale che gli ha sconvolto la vita, e niente è stato più lo stesso dopo quella bollente estate.
      E’ un peccato che il romanzo non sia all’altezza della fama di poeta dell’autore, è una scrittura fredda, come detto sembra la semplice novelization arida del film, quindi è solo un passaggio verso il vero obiettivo di Dickey: cambiare il mondo con un film. Obiettivo riuscito! 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Il poeta qui ha deciso di diventare chirurgo, impegnato a descrivere -non a raccontare, è diverso- la sua cruda operazione fin nei minimi dettagli, si potrebbe dire… Ad ogni modo, come prima tappa di un nuovo viaggio mi sembra promettere assai bene 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Forse è proprio nella totale controtendenza della sua narrazione che risiede il segreto di Dickey: la forza dell’ultima casa di Wes Craven è proprio nella sua negazione di qualsiasi finzione cinematografica, sono film raccontati come fattacci di cronaca nera.

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Solo applausi per il post, grande gioia per quel “continua” in fondo, interesse per la storia familiare e del romanzo, amore per il film tratto da esso (uno dei miei preferiti, un cult clamoroso!): se non si fosse capito, sono già salito sulla canoa, pronto ad affrontare ogni sorta di rapida e buzzurro! 🙂

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  3. Pingback: Deliverance (1972-2022) 2 – I 4 di Boorman fra i Nove-dita | Il Zinefilo

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