[Novelization] SPY (1996)


Torna la rubrica dei “romanzi tratti dai film” per parlare di The Long Kiss Goodnight (1996), noto in Italia con il più semplice ma meno incisivo titolo SPY, di cui ho già presentato l’edizione italiana salvata dalla VHS Cecchi Gori.

Il film della famiglia Harlin – cioè diretto da Renny Harlin e interpretato dall’allora moglie Geena Davis – è scritto dal compianto Shane Black, storico sceneggiatore che ha iniziato la carriera venendo ucciso da un Predator e l’ha chiusa… venendo ucciso da The Predator (2018). Vi ricorso il ciclo a lui dedicato de La Bara Volante.

Questo romanzo-novelization non si limita a raccontare il film a parole, come purtroppo fanno i peggiori dei prodotti di questo genere narrativo, bensì trasforma il lavoro di Black in un vero romanzo, dandogli quel largo respiro che nessun film può fornire. Se ricordate i primi cinque minuti del film – quelli da cui si capisce tutto, ci spiega Cassidy – ricorderete che sono convulsi, velocissimi, un sacco di informazioni ci vengono date in un lampo ed è molto difficile, se non impossibile, metabolizzarle prima che inizi la trama. Be’, qui l’autore del romanzo finalmente dà alla vicenda quella sostanziosità e quel ritmo che merita.

Perché dopo tanto tempo recupero questa rubrica? Perché in questi giorni dovrò parlare ancora di Randall Boyll, un romanziere che scriveva storie horror per passione ma novelization per campare. Finora è tra i migliori novellizzatori che io abbia incontrato, quindi gustatevi il vero inizio di questo film di Renny Harlin, quello che il cinema non poteva fornire.

Il romanzo è inedito in Italia, quindi ciò che segue è una mia traduzione esclusiva: prendetela con le dovute cautele.


The Long Kiss Goodnight
(noto in Italia come SPY)


Nota dell’autore

La mitragliatrice MP-5 è prodotta da un’azienda tedesca che ha iniziato l’attività producendo macchine da cucire. Tra le macerie della Seconda guerra mondiale due intraprendenti di nome Heckler e Koch decisero che ciò di cui il Paese in rovina aveva più bisogno, ora che i nazisti erano scomparsi e il Paese giaceva in cenere, era un modo affidabile per vestire i sopravvissuti. È stata una buona idea, hanno fatto affari fantastici. Poi nel 1955, dieci anni dopo la guerra, il signor Heckler e il signor Koch decisero di espandersi. Macchina da cucire, mitragliatrice… era un’evoluzione naturale.
Oggi H&K produce alcune delle armi più letali che il mondo abbia mai conosciuto. Dai campi di sterminio della Cambogia ai campi insanguinati della Bosnia le loro merci si sono ritagliate un posto speciale nel cuore degli assassini di tutto il mondo. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che Heckler e Koch hanno inventato un modo nuovo di mantenere un proiettile durante lo sparo, qualcosa che chiamano blocco del rullo [roller-locking]. La pistola spara il colpo, il rullo rimane bloccato per un microsecondo mentre il proiettile esplode, si apre di scatto e il bossolo di ottone vuoto viene sputato fuori sulla destra, soffiando strisce scure di polvere da sparo, la loro firma personale. Ma ecco il problema: gli H&K possono sparare sott’acqua, possono sparare pieni di fango del campo di battaglia o sabbia del deserto, possono continuare a sparare quando gli M-16 soffocano per il caldo o si rompono per il freddo.
Buone armi, d’accordo? Dalle macchine da cucire alle armi assassine, i tedeschi trionfano di nuovo. Continuiamo a batterli e loro continuano a tornare.
Il che non ha ancora niente a che vedere con tutto ciò che segue.
… a parte che la pistola, una Heckler & Koch MP-5, il top di gamma, l’esclusiva camera con blocco del rullo, la scelta di killer professionisti in tutto il mondo, stasera è nelle mani di… nelle mani di…

Prologo

La ragazza dormiva a singhiozzo da un’ora, ma la madre era lì con lei, lì per impedirle di avere paura, lì per assicurarle che i rumori fuori erano solo il vento e la neve che cercavano di infestare le grondaie della fattoria, che niente fuori poteva farle del male, che la mamma era lì e lei era al sicuro. Era vero. Non c’era niente fuori che potesse ferire la ragazza, niente tranne i grossi fiocchi di neve e i cumuli così felici di ingoiarli quando toccavano il suolo illuminato dalla Luna.
A questo punto la ragazza dormiva. La madre si muoveva nella stanza, con tante cose per la mente, ma soprattutto che sua figlia doveva dormire. In quel momento non poteva esserci altro su cui concentrarsi, la notte era stata troppo lunga. Il respiro della ragazza sembrò rallentare per un po’; sua madre guardò il letto e vide il ciuffo di capelli scuri della ragazza in una macchia di luce riflessa dal mondo esterno attraverso l’unica finestra della stanza, i cui vetri erano stati trasformati in oblò gelidi dal freddo.
Poi gli occhi della ragazza si aprirono di scatto. Lanciò un piccolo grido che si alzò di intensità come il gracchiare di un uccello in trappola, poi si affievolì in borbottii assonnati.
La madre cadde in ginocchio accanto al letto. «Shhh», intonò dolcemente. «La mamma è qui.»
Silenzio. La madre le fece chiudere gli occhi. Per favore, Dio, tienila addormentata. Ma lei gridò di nuovo: «Mamma! Il ponte!»
«Shhh. Adesso va tutto bene». Accarezzò i capelli di sua figlia. «Sono qui con te, e nessuno potrà mai farti del male. Capisci? Al sicuro adesso, al sicuro e al calduccio.»
Le lacrime le brillavano sulle guance, ma il respiro della ragazza divenne presto regolare.
«Se mi siedo con te», chiese la madre, «pensi di riuscire a dormire?»
Lei annuì, i capelli che frusciavano dolcemente contro il cuscino. «Forse se accendi la lucetta notturna.»
«Sicuro». Passò la mano sugli occhi della figlia. «Chiudi bene ora, concentrati sul sonno. Ti voglio bene.»
«Sì, mamma.»
La donna esitò, poi si alzò silenziosamente in piedi. Barcollando solo un po’ – la notte era stata lunga – trovò la strada verso il muro dove una luce notturna di Winnie the Pooh era attaccata ad una presa vicino all’interruttore. La cercò, la trovò e ci cliccò sopra, facendone uscire un tenue fascio di luce.
La bambina ha infranto la sua promessa: ha aperto gli occhi, poi li ha richiusi velocemente. Non era stato tutto un sogno, non era stato un incubo. I vestiti della mamma erano strappati e le braccia e il viso erano macchiati di sangue. C’era persino una spruzzata cremisi sul lato della mitraglietta appesa con una cinghia alla sua spalla, una mitraglietta che portava il timbro Heckler & Koch appena sopra il numero di serie, un H&K MP-5, Hergestelit in Deutschland… «Fatto in Germania».
La neve batteva dolcemente contro il vetro della finestra. Il vento intorno alle grondaie fischiava e gemeva, raccontando storie segrete alla fattoria, invitando la ragazza a quel sonno che avrebbe trovato, nonostante il terrore, in pochi istanti.
E nella penombra sua madre aspettava.
Aspettava in silenzio…
… ripensando a tutto quanto.

1

Per quanto riguarda le sfilate di Natale, quella che si sarebbe tenuta quell’inverno a Honesdale, in Pennsylvania, non avrebbe fatto vincere alcun premio. Babbo Natale era al timone della sua slitta mentre veniva trainata lungo la Main Street da due cavalli dall’aria dispiaciuta, e dietro di lui seguiva una fila di vecchi carri allegorici trainati da auto e trattori agricoli. Quest’anno Babbo Natale era in realtà il maresciallo dei vigili del fuoco della città, lo stupido e scontroso Earl Jones, Earl la Perla, con un costume da Babbo Natale mangiato dalle tarme che era stato cucito, o almeno così si diceva, da Betsy Ross in persona [sarta settecentesca che secondo la leggenda avrebbe creato la bandiera americana. Nota etrusca].
Accanto a Earl sedeva la signora Claus, quest’anno una bellezza dai capelli scuri di nome Samantha Caine. Le canzoni di Natale che risuonavano dagli altoparlanti appesi ai pali della luce sopra la strada le avevano già regalato un terribile mal di testa, ed era stanca di tenere a bada le mani lascive di Earl. Era carina – anche una ragazza di provincia sa come contrastare le modelle che sguazzano sulle copertine di “Cosmopolitan” – ma aveva scoperto che la bellezza era un’arma a doppio taglio. Poteva piegare un uomo alla sua volontà, anche se lo faceva raramente, ma era la vittima costante di sguardi, attacca-bottoni e fischi. E mani morte, come quella destra di Earl, ora che la posava in alto sulla coscia del vestito della signora Claus.
«Giù le zampe!» gli gridò nelle orecchie.
«Zampe?» Earl si piegò e tirò fuori una bottiglia di Seagram, che iniziò a svitare mentre cercava di tenere le redini. «Zampe di Natale, eh?» Le sorrise stupidamente, il vapore del suo respiro che colava tra i suoi orribili denti. «Istinto animale, signora Claus. Secondo i termini del nostro matrimonio, posso mettere le mie zampe di Natale ovunque io voglia».
Samantha guardò la bottiglia. «La metteresti via?» gli ringhiò contro. «Dieci miliardi di bambini stanno guardando, per non parlare delle telecamere della TV locale. Riparti con gli ho-ho-ho, che è quasi finita».
Lui fece una smorfia che indicava delusione, ma ripose la bottiglia. «Mi sto congelando le palle e dovrei ridere?»
Samantha sorrise ai partecipanti alla parata lungo la strada e lanciò una manciata di caramelle a un gruppetto di ragazzini. Un adolescente alto la stava osservando da capo a piedi con l’avidità di un talent scout di “Playboy”. Lei gli lanciò caramelle in faccia. «Pervertito», mormorò.
«Ho ho ho», bofonchiò Earl stancamente. «Ho ho ho. Buon Natale». Schioccò le redini sulla schiena dei cavalli. «Su, Dasher, su, Donner, su, Comet e Blitzen. Su, Cupid, su, Thrasher, su, Carter e Nixon».
«Questo dovrebbe fare notizia», gemette Samantha. Si contorceva sul sedile di legno duro, stufa della musica e dei campanellini che indossavano i cavalli. «Questo stupido costume mi sta facendo impazzire», ringhiò piano. «Peccato che ci siano così tanti bambini in giro».
Earl annuì. «Sì, non è il momento di andarsene in giro in mutande. Ho ho ho
Samantha sorrise. «Il piccolo Billy direbbe: “Mamma, come mai la signora Claus sta controllando il suo impianto idraulico?”»
Lui la guardò. «Impianto idraulico? Parla così il piccolo Billy?»
«Ha solo quattro anni, è un bambino incredibile.»
Earl alzò gli occhi al cielo. Samantha pescò ancora dal cestino sotto il sedile e lanciò caramelle a buon mercato alla folla, sorridendo e salutando, mentre in realtà aveva bisogno di trovare un bagno abbastanza in fretta. La parata doveva concludersi al blocco della polizia in Forster Street, che era a pochi isolati di distanza, grazie a Dio. «Sto diventando troppo vecchia per questo», grugnì a Earl la Perla, e strinse i pugni nella parte bassa della schiena. Più avanti e sulla destra, notò, c’era una telecamera di Canale 12 puntata sulla sua faccia mentre i cavalli trascinavano la slitta. Lei sorrise, lanciò altre caramelle e le mandò un bacio. «Penso che me la farò addosso se non finiremo presto», mormorò stancamente.
«Risparmiami le storie di piscio», disse Earl. «Ho una prostata delle dimensioni di un fottuto melone. Per metà della mia vita ho vissuto con la mano di un dottore su per il culo. Dovrei sposarlo, quello stronzo».
«Potresti parlare un po’ più forte?» chiese Samanta. «C’è un ragazzo in Mongolia che non ha sentito».
Sbuffò vapore dal naso. «Non sarà mica di nuovo quel fottuto Billy, vero?»
Dovette ridere, per non impazzire, o magari entrambe le cose. I cavalli puzzavano come una fabbrica di letame, accanto a lei sedeva un vecchio ubriacone burbero la cui barba logora di Babbo Natale era scesa tanto che i baffi erano finiti sotto il mento, lei doveva pisciare come un’adolescente dopo la sua prima birra, e l’intero mondo ghiacciato stava guardando lei, sia con gli occhi che con le macchine fotografiche. Mai più, giurò a se stessa Samantha Caine. Mai più sarebbe stata indotta a esibirsi in una parata di Natale.
Fino almeno all’anno prossimo, pensò cupamente. La signora Carbolde, moglie del sindaco e pianificatrice delle attività perpetue di Honesdale, non era una donna facile da affrontare. Samantha Caine, a dirla tutta, non era esattamente il tipo assertivo. Non lo era mai stato.
Ma a volte le cose cambiano.

2

Hal Stanton era un uomo alto che si avvicinava ai trentacinque anni senza lamentarsi, un tipo bonario che sembrava sempre un po’ sgualcito, sembrava sempre essere circa una mezza misura dietro il ritmo della band. Ma invece di essere preso per distratto, appare sempre come un ragazzo premuroso, determinato. Intelligente, perfino. Insegnante di francese al liceo, non era odiato dai suoi studenti, anche se ovviamente odiavano il francese. In alcuni giovedì sera poteva essere visto alla Pour Boys Tavern a suonare la chitarra elettrica con la band.
Samantha Caine viveva con Hal da due anni e qualche mese. Anche lei era un’insegnante – in una scuola elementare, il mio caro Watson – lo aveva visto per la prima volta a una riunione dell’APT quando lui aveva tenuto un discorso al microfono con la patta dei pantaloni aperta. Mentre lui parlava – e le facce del pubblico arrossivano – Samantha, seduta in prima fila, si accarezzò l’inguine dei pantaloni su e giù con un dito così a lungo che quasi aveva un orgasmo, ma alla fine lui se ne accorse, capì e si voltò per chiudere il fienile. Dopo l’incontro lui andò a ringraziarla, le offrì un Kool-Aid, dei biscotti, quattro chiacchiere e alla fine le strinse la mano per salutarla. La sera dopo l’aveva chiamata al telefono.
La parata di Natale era appena terminata e i due stavano uscendo dalla drogheria di Honesdale con un sacchetto di carta pieno di cose per le feste appoggiato nell’incavo di ciascun gomito. Nonostante il sole splendente sopra di loro, l’aria era ancora fredda, e le nuvole del loro respiro camminavano con loro mentre parlavano.
«Hal», stava dicendo Samantha, «devo dirti solo questo: di tutte le parate di Natale che abbia mai visto, questo è stato di gran lunga il più recente».
Lui rise e le fece l’occhiolino. Il sedano per i Bloody Mary spuntava dalla sua borsa della spesa, solleticandogli il naso con le foglie rachitiche, e per poco non starnutì. «Sii buona, è stata una manifestazione in una piccola città», disse. «Hai visto il carro del liceo? Ho delle ragazze adolescenti che interpretano i Magi che portano regali a un bambolotto di plastica, di quelli che fanno la pipì.»
«Me lo sono perso, quello», disse Samantha, aggiustandosi le borse.
«Be’, penso se la siano cavata bene.»
«Solo “bene”?» Samantha rise. «Sembra una cosa rivoluzionaria, la prima Natalità in cui Giuseppe fissa i Magi per tutta la notte.»
Hal alzò il naso in un’esagerata dimostrazione di disprezzo. Poi si avvicinò a lei e camminarono per il resto degli isolati ammirando il cielo azzurro e brillante, e la magia del ghiaccio tra gli alberi. Quando il marciapiede girò a destra, scesero perché casa loro era in cima a una collinetta a sinistra. A due piani, moderna, risalente alla metà degli anni Settanta, rivestimenti in vinile bianco, circondata da luci di Natale che si guastavano due volte a notte, erano trascorsi all’incirca sei giorni da quando Hal aveva infilato quei dannati oggetti attraverso le siepi.
«Ci siamo dimenticati Caitlin?» le chiese lui. «Dovevamo trovarla tra la folla?»
Caitlin era la figlia di Samantha. «Probabilmente è già a casa», disse. «O nella casa sull’albero o piantata davanti alla TV». Alzò la voce in un grido. «Caitlin? Vieni ad aiutarci in cucina!»
Nessuna risposta. L’albero su cui avevano costruito una casa due estati prima era più avanti; Hal alzò lo sguardo mentre passavano sotto. «Ho visto qualcosa muoversi, credo», disse. «Probabilmente ha invitato degli amici».
«Può ancora aiutare a sistemare le cose per la festa», disse Samantha, iniziando a gemere sotto il peso dei suoi sacchetti della spesa. L’insegnamento scolastico non prevedeva molta attività fisica, perciò aveva promesso di tornare presto alla sua cyclette, anche se aveva capito immediatamente che non sarebbe mai successo.
«Caitlin», gridò di nuovo. «Se sei lassù faresti meglio a rispondermi!»
In realtà, Caitlin era lì, ma non aveva voglia di rispondere. Alla sfilata si era fatta un paio di nuove amiche, ragazze provenienti dal nuovo quartiere, vicino alla parte ovest della città, il posto che la gente in città chiamava Pre-Fab Alley, qualunque cosa volesse dire. Queste ragazze, Brenda e Katy, non conoscevano nessuno dei segreti della madre di Caitlin, mentre il mondo intero sapeva della madre di Caitlin, o almeno così aveva pensato.
«Amnesia», aveva ripetuto per le sue nuove amiche. Erano rannicchiati in modo abbastanza cospiratorio al centro della casa sull’albero, una scatola pericolosamente pendente fatta di legni di varia provenienza, con alcune assi dipinte di rosso o grigio o blu. «Amnesia totale», aggiunse Caitlin. «Tutta la sua vita passata è andata».
Nelle sue mani c’era un regalo pre-natalizio di sua madre, un grande orsacchiotto di peluche che la mamma aveva chiamato Mr. Perkins. Caitlin lo fece ballare tra le mani mentre Brenda e Katy, estranee quali erano, metabolizzavano quelle informazioni.
«Dici che si è svegliata su una spiaggia a New York?» Era Brenda, la più grande delle due.
«New Jersey», disse Caitlin.
«Non ricordava nemmeno il suo nome?»
«Esattamente.»
Brenda si accigliò. «Allora come fa a sapere che si chiama Samantha?»
Caitlin sarebbe stata felice di rispondere, ma la botola della casa sull’albero si alzò verso l’alto e la testa di sua madre spuntò, incorniciata da capelli scuri e con un sorriso sul volto. Le due ragazze sussultarono, spaventate.
«Salve, ragazze», disse Samantha. «Caitlin, vieni ad aiutare in cucina.»
«Va bene», disse Caitlin, tenendo gli occhi bassi. Le due ragazze si limitavano a fissarla.
«Bene, sbrigati», brontolò Samantha. «Ho già dimenticato dov’è la cucina.»
Studiò i volti. I bambini di otto anni nelle case sugli alberi sono difficili da divertire quando hai trentacinque anni e non sei la benvenuta. O quando ne hai trentaquattro, oppure dieci maledetti milioni di anni, quando il tuo passato è un mistero e il tuo nome Samantha Caine è giusto una supposizione.
«Sto solo scherzando», disse, e scomparve scoraggiata.

3

Stessa notte, stesso luogo, il sole scomparso ormai da tempo. La casa in stile anni Settanta con le sue siepi ordinate per colore e la porta spalancata per ospitare venti, trenta ospiti, quasi tutti insegnanti delle scuole superiori e delle elementari. Anche Earl la Perla, il pompiere ubriacone preferito di tutti, sebbene non sia stato invitato. L’armadio dell’atrio è stracolmo di pesanti cappotti invernali, le piastrelle di ceramica blu viscose di ghiaccio sciolto proveniente dall’esterno. Con questi dettagli specifici Samantha avrebbe ricordato quella sera. Quella casa sarebbe sempre stata, per lei, l’unica sua casa. Negli ultimi otto anni aveva assunto degli investigatori per scoprire il proprio passato, bravi detective costosi ma anche pessimi detective a buon mercato: al momento aveva un pagliaccio di nome Henessey che lavorava al caso, ed era parecchio a buon mercato.
Otto anni sono abbastanza per ricostruire una vita. Il giorno in cui si era svegliata su una spiaggia del New Jersey era incinta di due mesi di Caitlin: padre sconosciuto, ovviamente. Indossava jeans neri. In una tasca posteriore c’era una piccola chiave priva di qualsiasi identificazione. Ora la indossava montata su un braccialetto: la sua unica chiave, per così dire, del proprio passato.
Quella sera Hal stava facendo del suo meglio per essere intrattenere i loro ospiti. Non era un ragazzo molto divertente, ma tre zabaioni lo avevano sciolto parecchio. Al momento, mentre Samantha si precipitava in soggiorno per depositare una ciotola di salatini sul tavolo da gioco, Hal stava sbattendo un cucchiaio contro il suo bicchiere, chiedendo silenzio senza ottenerlo. Samantha alzò gli occhi al cielo. Proprio sul bordo del divano, una piccola mano si stava alzando al gomito di Ronny Huffman, il grassoccio assistente sovrintendente della scuola. La tasca della giacca si era aperta per rivelare un pacchetto di sigarette Salem; la mano sgattaiolò dentro e andò a pescarne una.
Samantha si avvicinò e allontanò la mano con uno schiaffo. «Raymond», disse, «se mai ti becco a fumare di nuovo, non troveranno mai il tuo corpo, chiaro? Adesso vai a giocare con Earl e i bambini».
Lui si alzò in piedi, un ragazzino magro con occhi scuri e sfuggenti che anticipavano un futuro nel crimine organizzato, se mai avesse superato la quinta elementare. «Sì, signora Caine», borbottò e si allontanò. Huffman sedeva lì sbattendo le palpebre stupidamente, carico di tre quarti della vodka e della Coca che preferiva.
«Posso avere la vostra attenzione?» disse Hal alzando la voce. «La vostra attenzione, s’il vous plaît. Potreste azzittirvi tutti?»
A poco a poco le teste cominciarono a girarsi, almeno un numero sufficiente di teste perché Hal si sentisse in dovere di parlare. «Mentre l’anno volge al termine», iniziò, «mi piacerebbe condividere con voi alcune cose su di me. Cose di cui sono particolarmente orgoglioso.»
Samantha si fece coraggio. L’anno precedente lui aveva giurato a tutti di mettere incinta Samantha entro Capodanno o morire provandoci.
«Per prima cosa, sono orgoglioso di dire che non fumo, non bevo e non dico parolacce.»
Pausa ad effetto.
Sorrise da ubriaco. «Oh ’fanculo, sì che fumo e bevo.»
Pausa per gli applausi. Ronny Huffman ruttò come un cannone nel silenzio. Questo portò alcune risate, che Hal accettò come fossero per lui. Si avvicinò a Samantha e le mise un braccio intorno alle spalle, poi sollevò il bicchiere sopra la sua testa. «Possa il meglio del tuo passato», disse al pubblico riluttante, «essere il peggio del tuo futuro».
Alcuni bicchieri si alzarono per unirsi a lui nel brindisi.
«E proprio qui», proseguì mentre Samantha arrossiva, «sono in piedi accanto al mio futuro. Fai un inchino, tesoro».
C’era del vischio attaccato al soffitto, notò lei con allarme. Hal la costrinse a piegarsi all’indietro. Lei cercò di spingerlo via ma inutilmente. «Accidenti, non davanti a tutti», gemette la donna, ma poi la sua bocca finì su quella di lui, che sapeva di zabaione e rum.
Allora finalmente tutti applaudirono.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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11 risposte a [Novelization] SPY (1996)

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Esimio lavoro Lucius! Tra l’altro hai rispolverato una rubrica che mi piace molto e mi portò a comprare il libro di Doom! 🙂

    Piace a 1 persona

  2. Cassidy ha detto:

    in effetti è un inizio molto più limpido, grazie per il post era necessario questo chiarimento 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Visto il suo rapporto più che doloroso con il cinema, mi chiedo come mai Shane Black non si metta a scrivere romanzi, un mondo dove potrebbe tranquillamente risplendere. Qui comunque Boyll ha fatto un ottimo lavoro con la sua sceneggiatura, ed è davvero un gran peccato che il libro non sia arrivato in Italia.

      "Mi piace"

  3. Giuseppe ha detto:

    Ecco, adesso sarebbe giusto distribuire un’edizione Blu-ray con la tua traduzione nei contenuti extra (“I VERI primi cinque minuti”) 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahhaha se fossimo in una realtà parallela, ai confini della realtà, i film anni Novanta (quando cioè era comune sfornare la novelization) vedrebbero un’edizione speciale, venduti con DVD e Libro per un’esperienza completa, e magari pure il CD della colonna sonora. Sarebbe proprio una Twilight Zone…

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      • Giuseppe ha detto:

        Episodio inedito: “L’edizione speciale”, così completa, così curata che può esistere solo… ai confini della realtà 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sarà che al contrario dei “giovani d’oggi” ho potuto vedere l’arrivo in Italia di cofanetti meravigliosi, in quel 2000 così ricco di aspettative, tre, quattro, cinque edizioni dello stesso film, ognuna con qualcosa in più, a seconda dei gusti. Che tempi.
        Oggi si grida al miracolo quando esce una sola edizione di un film, invece di rimanere su piattaforma e poi sparire per sempre, e come contenuti speciali grasso che cola se c’è il trailer. (Il mio contenuto preferit è “Accesso diretto alle scene”, che dovrebbero vergognarsi solo a scriverlo 😀 )
        Pensa invece un cofanetto con film, libro (o tratto da o ispirato da), CD della colonna sonora, poster della locandina e via dicendo. Per me collezionisti disposti a pagare li troverebbero eccome 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Ah, io mi metto già in lista 😉
        P.S. “Accesso diretto alle scene” fa il paio con la “Top 6” dei primi DVD Cecchi Gori… Praticamente un altro accesso diretto ma SOLO a quelle sei scene (che figata indispensabile) 😄

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Vogliamo parlare delle “note biografiche di regista e attori”? Cose di cui non si può vivere senza 😀

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  4. Pingback: [Novelization] Darkman (1990) | Il Zinefilo

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