Deliverance (1972-2022) 2 – I 4 di Boorman fra i Nove-dita

Il 1972 è l’anno della violenza al cinema, delle ultime case a sinistra, dei giustizieri della notte ma anche dei tranquilli weekend di paura.


3.
I quattro “sconosciuti” di John Boorman

Come detto in precedenza, James Dickey ha studiato nei minimi dettagli il suo romanzo e sapeva benissimo che sarebbe diventato un film, tanto che nella propria mente si era anche scelto attori e regista: nella sua biografia il figlio ci racconta che voleva Gene Hackman nel ruolo di Ed, l’io narrante, e voleva Sam Peckinpah alla regia, perché lo stile de Il mucchio selvaggio (1969) era proprio lo stile che voleva per la sua storia. Peccato però che quella non era più la sua storia: il cinema l’aveva comprata e quindi lui poteva divertirsi a snocciolare tutti i nomi che voleva, senza che questo avesse il minimo valore.

Come sarebbe stato Un tranquillo weekend di paura con Gene Hackman protagonista
(immagine dal film In 3 sul Lucky Lady del 1975, con Gene e Burt Reynolds)

Questo non vuol dire che lo scrittore non abbia avuto modo di sognare in grande. Da anziano e malato racconta al figlio che Peckinpah l’ha incontrato davvero, a Londra, e per un giorno intero hanno parlato di come si sarebbe dovuto girare il film, scoprendo di avere idee molto simili. Il regista gli avrebbe detto «Sa, Mr. Dickey, io sono noto per quello che chiamano “balletto di sangue”», e lo scrittore avrebbe risposto: «Be’, in questo film c’è un sacco di spazio per ballare». È successo davvero o sono gli ultimi sogni di un anziano sul letto di morte? Non credo abbia troppa importanza.

Una cosa è sognare di vedere un proprio romanzo portato al cinema, un’altra è riuscirci: qual è stato il sistema di Dickey? Nessuno ne parla, tanto meno il figlio, ma per fortuna dell’argomento parla il regista britannico John Boorman, anche se decenni dopo, nel documentario The Beginning (2007) raccolto nel DVD del 35° anniversario.

«Sono entrato in ballo perché quando il romanzo di Dickey era ancora in bozze, non era ancora uscito, c’era un giovane che lavorava alla Warner Bros ed era stato suo studente. Aveva letto le bozze del romanzo e lo aveva suggerito a me e alla Warner Bros. Non appena ho letto il libro la mia reazione fu forse un po’ diversa da quella di Dickey, credo che lui amasse quei temi tipici del sud degli Stati Uniti, quell’epica survivalista. L’uomo a contatto con la natura, che è in grado di sopravvivere nei boschi, è nella tradizione americana. Ma per me l’idea che questo bellissimo fiume sarebbe stato arginato e distrutto era un simbolo fantastico del tentativo dell’uomo di conquistare la natura.»

Siamo ovviamente nel campo del mito, dubito fortemente che basti suggerire romanzi a qualcuno della Warner Bros perché questi diventino film, ma è l’unica versione che abbiamo della storia. Però questa versione è confermata da “Variety” del 14 gennaio 1970, che riporta come la Warner Bros abbia acquistato i diritti del romanzo che deve ancora uscire.

Per un certo periodo il “sudista” Dickey e il londinese Boorman, di dieci anni più giovane, si scrivono lettere con idee e progetti, poi il regista va da John Calley e Ted Ashley che all’epoca gestivano la Warner Bros e propone loro il progetto, che a quanto pare è subito accettato ma ad una sola condizione: che gli attori protagonisti siano degli sconosciuti.
In fondo è noto che le grandi case di Hollywood adorano riempire i propri film di gente trovata per strada: a chi piacciono i divi del cinema? A nessuno! (Boh…)
Comunque stando al “The Hollywood Reporter” dell’8 febbraio 1971 Steve McQueen ha rifiutato il ruolo che sarà di Reynolds: forse la scelta degli “sconosciuti” è nata dopo che i famosi hanno accannato il progetto.

Boorman e Swan Connery sul set di Zardoz (1974)

Stando sempre al suo racconto, Boorman parte e inizia a girarsi i più minuscoli teatrini d’America, tornando con due stimati nomi del palcoscenico ignoti al grande schermo: Ronny Cox e Ned Beatty. (Né il regista né i produttori sapevano che i due erano grandi amici, riveleranno gli attori nella rimpatriata del 2012, e loro si sono ben guardati dal dirlo per timore che potesse essere una discriminante.)

Boorman nel 1994

Forse non è andata proprio come la racconta il regista, perché nello stesso speciale Ned Beatty racconta che il casting lo stavano facendo a Los Angeles e New York: sarebbero questi i “teatri locali” che Boorman ha setacciato? Ronny Cox lavorava a New York, aveva già letto il romanzo e non si sa bene perché ma è stato il primo attore incontrato da Boorman, che in pratica non si è impegnato più di tanto in quest’opera di ricerca approfondita: a me sembra che sia andato nella patria mondiale degli attori disoccupati, di solito mediamente buoni, e abbia preso i migliori esordienti che gli sono stati messi davanti. Non troppi, perché Ronny Cox afferma di essere stato «il primo dei quattro» attori sottoposti a Boorman. A New York se tiri un sasso colpisci almeno dieci attori sconosciuti, diciamo che è stato un casting molto meno “epico” di quanto poi si è voluto presentare.

Beatty stava lavorando a Washington D.C. ma erano arrivate fin lì le voci che cercavano un attore sui trent’anni, privo di esperienza cinematografica e possibilmente del Sud degli Stati Uniti: oh, facciamo che le iniziali del nome devono essere N.B. e il quadro è completo. Stando alle sue parole, però, all’epoca di attori “sudisti” ce n’erano pochissimi nei teatri del nord, almeno quelli di una certa preparazione, quindi Ned Beatty – che è di Louisville, Kentucky, paese natale di un numero impressionante di attori noti! – parte alla volta di New York per vedere se può tirar fuori qualcosa da quel casting.

Per ragioni non dichiarate, Boorman si è intanto incapricciato di Jon Voight, che quell’aprile 1970 si è visto portar via la statuetta dell’Oscar come miglior attore protagonista dal John Wayne de Il Grinta: per carità, gran film, ma Voight in Un uomo da marciapiede è ben altro. Boorman gli ha mandato il copione ma Voight tituba e tentenna: gli sembra un horror, e va ricordato che all’epoca l’horror è spazzatura con cui nessuno vuole avere a che fare. È roba da coppiette per limonare nei drive-in e da gente fuori di testa. E poi arriva la scena dello stupro, che blocca definitivamente l’attore.

Boorman racconta che è riuscito a convincerlo pressandolo e insistendo, Voight invece racconta che si è convinto ad accettare quando ha letto la scena in cui il suo personaggio si arrampica sul picco montagnoso ed esclama “Che vista”. Voight afferma che era proprio una cosa che lui stesso avrebbe detto, malgrado l’assurdità della situazione. E così ha accettato.

Dopo aver fatto il prostituto sono pure testimone di stupro: poi basta, però, eh?

Tanto perché Boorman doveva cercare nei teatri americani, per il quarto protagonista si incapriccia di Burt Reynolds malgrado pare che la Warner Bros non lo veda di buon occhio: nel citato documentario viene detto che l’attore aveva lavorato a tre serie TV e tutte e tre avevano chiuso, da qui la diffidenza della casa produttrice, il che dimostra il grado di affidabilità di questi documentari.
Burt era dal 1958 che bazzicava in TV e quando Boorman lo chiamò aveva un mare di serie TV famose nel curriculum – dite una serie famosa negli anni Sessanta, e Burt ci ha girato almeno un episodio – solo che siamo in anni in cui la televisione è un ghetto a cui il cinema guarda dall’alto in basso.

Alla fine della vicenda, ho più dubbi rispetto all’inizio: la Warner Bros ha chiesto a Boorman quattro sconosciuti… e lui torna con due premiati e noti attori di teatro, un candidato all’Oscar e uno dei volti televisivi più caldi degli anni Sessanta. Forse bisogna mettersi d’accordo sul significato di “sconosciuti”.

John Boorman (al centro) e i suoi attori “sconosciuti”


3.
I quattro di Boorman fra i Nove-dita

«Era il maggio del 1971 quando Hollywood è arrivata nel paesino di Clayton, Georgia.» Così ricorda Christopher Dickey, nel suo biografico The Summer of Deliverance (1998) l’inizio delle riprese del film.

Il circo del cinema è arrivato in città, e fa il paio con quello della famiglia Dickey, che in massa si è spostata per seguire le riprese. Non solo papà James, l’autore del romanzo, ma figli, compagne, nipoti, amici e via dicendo, tutti ristretti in tre auto, con ancora spazio per archi, frecce e chitarre, strumenti indispensabili per papà Dickey. Si va tutti sulle colline del fiume Chattooga.

Christopher spiega che per un regista britannico e un gruppo di professionisti hollywoodiani quella zona sarà “pittoresca”, essendo «il paese della gente con nove dita» (The country of the nine-fingered people), in cui cioè incidenti e matrimoni fra consanguinei fanno sì «che a tutti manchi qualcosa», spiega Chris.

L’organizzazione hollywoodiana ha pensato a tutto, la troupe viene sistemata nelle strutture del Kingwood Country Club Clayton, con tanto di campo da golf: uno spaccato di “classe” ritagliato nel paese dei nove-dita. I Dickey sono sorpresi della sistemazione ma le sorprese non finiscono qui: James sbircia un copione lasciato in giro e trova la scritta “Scene 1-19 omit“. Cancellare le prime diciannove scene significa che non esiste inizio della vicenda: niente preamboli, niente fronzoli, «questo sarà un film d’azione», spiega Chris, «che inizia e finisce sul fiume. Pulito. Semplice. Esattamente quello che mio padre non voleva».

La prima sera il regista Boorman organizza una festa di inizio-riprese che serva anche agli attori per conoscere l’autore della storia. I Dickey partono strizzati nelle loro auto, si inerpicano per le stradine e incrociano l’auto di Burt Reynolds: l’attore, con la maglietta aderente e i bicipiti all’aria, si pizzica il cappello da cowboy e saluta le signore. Arrivati al cottage di Boorman incontrano Ronny Cox, allampanato e biondiccio, poi arriva Jon Voight, con i baffi per cercare di cambiare un po’ aspetto da quello di bambinone. «Ma lo stesso sembrava troppo giovane per il ruolo di Ed».

Togliti immediatamente quegli stupidi baffi dalla faccia!

James Dickey non si trova a suo agio con i membri della troupe, che per lui sono semplici passacarte o segretari in versione hollywoodiana, quella era la gente di Boorman, il “regista di città”: lui, James, adora parlare con gli attori, e piomba come un falco sui giovani Cox e Voight. «Davvero vuoi interpretare Drew?» chiede a Cox e l’attore sembra impaurito dalla domanda, aspettando qualche secondo di troppo prima di rispondere affermativamente. James lo guarda fisso, lo scruta silenziosamente mentre l’attore è vistosamente a disagio, e alla fine lo scrittore sbotta con. «Bene, perché voglio che tu lo faccia.» Tutti, regista compreso (che ascoltava di straforo), tirano un sospiro di sollievo.

Nei documentari girati nel 2007, per il DVD del 35° anniversario, Burt Reynolds racconta che Dickey aveva preso a chiamarlo Lewis, cioè con il nome del personaggio, e l’attore più volte gli aveva spiegato che finite le riprese lui non era più Lewis. Una sera Dickey si è fatto più invadente e Burt gli ha risposto male: dopo qualche attimo di esitazione lo scrittore sbotta in una fragorosa risata, dicendo che «È esattamente quello che avrebbe detto Lewis».

La prossima freccia è per James Dickey

Nei giorni successivi si fanno prove, si fanno calcoli e si testano materiali e strumentazioni, in attesa che arrivi Ned Beatty: lui e Cox sono gente di teatro, non di cinema, ma Beatty in particolare gode di una fama tale che tutti ne sono suggestionati. Sta ritardando perché deve finire le repliche di una stagione teatrale dedicata a Ionesco: roba tosta, da teatro intellettuale, eppure Christopher Dickey ci fa capire che l’attore è una persona allegra e divertente, per nulla seriosa.

Scusate il ritardo, stavo recitando Ionesco: a voi piace il teatro romeno dell’assurdo?

Il regista ogni sera invita un gruppo diverso di persone nel suo cottage, per bere o giocare a ping pong. Stando a Chris, Boorman vuole che il gruppo si unisca, che le persone raggiungano un livello di familiarità che però comunque ruoti tutto intorno a lui. Intanto i vari Dickey man mano se ne vanno, solo papà James resiste, perché quello è il suo film: non lo è, ma lui lo pensa. Rimane lì perché sta aspettando che incidano la colonna sonora. Sette o otto anni prima ad un concerto folk a Portland ha sentito una musica, chiamata Dueling Banjos, e vuole che diventi il tema del film: ce l’ha con sé, registrata su nastro, e la fa sentire a chiunque lo chieda. Inoltre fa anche da modello per l’accento locale: Voight rimane per ore ad ascoltarlo nel tentativo di imitarne la parlata. Alla fine un po’ aveva ragione James: questo è il suo film.

Serve un arciere? James insegna l’arciere e toglie il fumo dalle vostre cucine a gasse

Un giorno papà James va a pranzo con Boorman e al suo ritorno tutto è cambiato. Bussa alla porta del figlio Chris egli dice che se ne sta andando. Avrebbe voluto passare l’estate a fare sopralluoghi, a fare lunghe ed approfondite riunioni sulla sceneggiatura, a far ascoltare i suoi nastri con le canzoni folk, a discutere ogni aspetto del suo film… finché Boorman gli ha detto che era troppo: stava interferendo con le riprese, gli attori non erano più a proprio agio con lui intorno, quindi era il momento di andare.

«Credo sia stato principalmente per Burt». Quando anni dopo Chris va a trovare suo padre e per distrarlo dalla malattia gli fa ricordare quell’estate magica e tragica, James ripete sempre che sicuramente è stato Burt Reynolds ad essersi lamentato di lui. In realtà Chris specifica che tutti erano infastiditi dalla presenza dello scrittore, che metteva bocca ovunque, ma di sicuro Reynolds sembrava manifestare di più il suo disagio.

«Deliverance era un grande investimento per tutti, era una grande produzione il che significava più soldi per tutti, più lavoro, più successo. Ma Burt era principalmente alla ricerca del rispetto. Non proveniva dal teatro né da film Premi Oscar, arrivava dalle serie TV di stampo popolare. Ned e Jon erano attori stimati, Burt era un cascatore che era riuscito a diventare un nome famoso sul piccolo schermo: la sfida era riuscire a diventare famoso anche sul grande schermo.»

Chris racconta che l’attore dal vivo sembra tremendamente fragile. Ha il complesso dell’altezza, tanto da usare rialzi nei tacchi delle scarpe, e dei capelli, che sta perdendo velocemente. È altamente insicuro perché se fallisce la sua prova potrebbe non essercene un’altra, e deve interpretare un uomo forte e sicuro di sé: non ha proprio bisogno di uno schiaccia-sassi come James Dickey a ronzargli intorno e a destabilizzarlo continuamente.

Quarant’anni dopo, intervistato da CraveOnline insieme agli altri tre attori del film, Burt Reynolds confermerà in pratica ciò che Chris aveva capito all’epoca:

«Il bandito e la madama (1977) è stato il mio più grande successo commerciale: Un tranquillo weekend di paura è il film migliore che io abbia mai fatto. Mi ha dato credibilità come attore.»

I quattro di Boorman riuniti nel 2012 per il quarantennale del film

(continua)

L.

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6 risposte a Deliverance (1972-2022) 2 – I 4 di Boorman fra i Nove-dita

  1. Cassidy ha detto:

    Anche io penso che il casting sia stato fatto dopo che i nomi grossi si sono fatti da parte, bellissima ricostruzione altro gran post 😉 “Il bandito e la madama” ha reso famosi i baffi di Reynolds, ma questo film aveva già demolito la sua aria da duro prima ancora che l’attore avesse avuto il tempo di costruirsela, infatti a posteriori è una gran scelta di casting. Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Al di là di miti e leggende, quale che sia il motivo che ha spinto alla scelta dei “quattro di Boorman”, è stata una scelta azzeccatissima, che ha funzionato alla stra-grande.

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      • Giuseppe ha detto:

        Così come questo tuo post 😉
        Se miti e leggende a riguardo possono cambiare e entrare in contraddizione, di certo non c’è nulla da contraddire riguardo al risultato: loro quattro SONO il film, e oggi sarebbe praticamente impossibile pensare a qualcun altro (famoso o meno) nei rispettivi ruoli…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per fortuna finora nessun pazzo scappato da manicomio ha ancora pensato a un remake del film, ma non mi stupirebbe se un giorno uscisse davvero, facendo la fine di tutti i remake.
        Valli a trovare quattro giovani attori semi-sconosciuti che reggano la storia sulle loro spalle…

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Gran post, me lo sono letto con sommo piacere e grande curiosità, mi sono divorato ogni aneddoto sul casting e ora aspetto trepidante la prossima puntata! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Negli speciali la faccia degli attori la dice lunga sul grado di fastidio che hanno a raccontare gli stessi aneddoti da decenni, ogni volta poi in modo diverso, ma è sempre bello sentirli dalle loro voci invece che trovarli in giro per la Rete, chissà quanto rimaneggiati 😉

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