Darkman – In the Face of Death (1995)

In un’epoca di forti lettori, l’uscita del film Darkman (1990) non poteva che stuzzicare la Pocket Books, che al nuovo romanziere di scuderia – Randall Boyll – propone un’offerta che non si può rifiutare: perché oltre a scrivere la novelization… non si mette a raccontare le nuove avventure di Darkman?

Per un giovane scrittore horror (all’epoca Boyll andava per i trent’anni) è l’occasione della vita: prendere il nuovo mostro Universal fresco di conio, forgiato dalle sapienti mani di Sam Raimi, e calarlo in avventure inedite: c’è di che stare svegli la notte!

Boyll getta la penna oltre l’ostacolo e in due anni la Pocket Books gli pubblica quattro romanzi originali con protagonista Darkman:

  1. The Hangman (febbraio 1994)
  2. The Price of Fear (giugno 1994)
  3. The Gods of Hell (settembre 1994)
  4. In the Face of Death (maggio 1995)

Con le splendide copertine di John Alvin questi libri diventano subito materiale per collezionismo spinto, non essendo stati più ristampati.

Totalmente ignoti in Italia e molto difficili da trovare pure in patria, grazie ad Archive.org spunta fuori per consultazione il quarto e ultimo titolo della saga. Ecco la trama:

«Darkman deve affrontare la notte ancora una volta per fermare un crudele agente della CIA, noto solamente come Rondo, il quale vuole carpire i segreti della pelle artificiale per i suoi scopi criminali. Una volta impossessato della tecnologia di Darkman, Rondo la vuole usare per sostituirsi al presidente e creare un proprio esercito. Con il tempo che scorre veloce, Darkman deve fermare in qualche modo Rondo prima che il mondo cada nelle mani di un pazzo.»

Ecco il primo capitolo in traduzione etrusca esclusiva.


Darkman:
In the Face of Death


1


Attese nel ventre della città, con la sua corporatura snella che si confondeva con le ombre della notte, mentre si accovacciava dietro una manciata di bidoni della spazzatura e materassi abbandonati. I suoi occhi brillavano alla luce riflessa di un lampione lontano, l’unico che funzionava in quella zona malfamata, dove gli edifici erano sventrati e i marciapiedi erano brillavano di vetri rotti. Si chiamava Harold Ferguson, ma preferiva essere chiamato Rondo, solo Rondo, un nome che associava al potere, al dramma e alla violenza; e quella sera Rondo si aspettava di prendere parte a tutte e tre.
Un gatto strillò da qualche parte nella vicina oscurità, ma quel suono improvviso non fece sussultare Rondo. Pensava che il gatto fosse stato fatto a pezzi da topi locali, che in questa parte della città erano cresciuti fino alle dimensioni di cuccioli di Doberman, e si diceva che avessero mangiato gli occhi degli ubriaconi svenuti per strada. Rondo dubitava che fosse vero, ma nei suoi quarantacinque anni aveva visto molti atti incredibilmente violenti che avrebbero fatto inorridire una persona comune. Era un uomo duro per natura, un uomo astuto a cui non capitava spesso di essere colto di sorpresa, un manipolatore che amava creare guai e poi stare a guardare cosa succedeva. Sette mesi prima un’autobomba era esplosa in Nicaragua e aveva ucciso tredici pedoni. A Rondo era piaciuto molto quel lavoro, quasi quanto gli piaceva il momento in cui aveva scuoiato viva una donna vietcong per farla parlare. Lo ricordava ancora in modo vivido, lei legata nuda tra due alberi nel caldo umido mentre lui la sbucciava come una banana. Fu solo quando lui le strappò la pelle dal viso che lei iniziò a parlare. La pelle era sottile e tesa, quindi aveva dovuto usare delle pinze per toglierla, e lei aveva parlato. Parlato, parlato, parlato. E c’erano volute sei ore perché morisse.
Forse, pensò ora mentre scrutava l’oscurità, era stato quell’incidente con la spia vietnamita ad averlo così attratto da questo caso. Quello di un uomo – in attesa da qualche parte nelle vicinanze, lo sapeva – che non aveva affatto la faccia. Un uomo che infestava la notte, un uomo dell’oscurità. Rondo aveva preso a chiamarlo Darkman perché il suo vero nome, Peyton Westlake, era troppo sdolcinato per un personaggio così pericoloso. Peyton era un nome che poteva essere portato da qualche pianista di nightclub o da uno scrittore intellettuale. Darkman era il nome della creatura che piombava e svolazzava nella notte come un pipistrello, una creatura che aveva ucciso e ucciso ancora per ragioni note solo a lui. Proprio di recente, aveva strappato la testa a un uomo e gli aveva spremuto il sangue come fosse una enorme rapa. Alcuni anni prima aveva ucciso sette loschi personaggi in modi molto fantasiosi, uno dei quali infilandolo per un tombino così da fargli schiacciare la testa da un camion. L’omicidio migliore, secondo Rondo, è stato quando Darkman aveva picchiato a morte un individuo con la sua stessa gamba di legno. Molto fantasioso. Molto bello. Era triste che Rondo non ci avesse pensato prima. Avrebbe potuto fargli vincere uno dei trofei della CIA per l’Assassinio Più Rozzo ad opera di un agente sotto copertura.
Ma no, non voleva pensarci. Non voleva assolutamente pensare alla Compagnia. In passato, la CIA era stata dura come bambù fresco, adesso era diventata molle, vecchia e sdentata, contenta solo di controllare gli affari del mondo invece di plasmarli. Ma non Rondo. Se l’Agenzia non avrebbe più autorizzato colpi di stato, rivoluzioni e caos mondiale, allora l’avrebbe fatto Rondo, per conto suo. Se non gli avrebbero più fornito agenti, li avrebbe reclutati da solo. E se fosse stato troppo nauseante autorizzare un omicidio di tanto in tanto, l’avrebbe fatto lui. Come quella sera: Darkman sarebbe stato eliminato come un germe mediante alcol. Era il suo strumento che Rondo voleva, quella sua pazza invenzione che poteva trasformarti in chiunque tu volessi essere. Immagina di sembrare qualcuno, da Elvis alla fottuta Regina d’Inghilterra, se ti va. Rondo voleva questa tecnologia, la voleva con tutte le sue forze. Ed era pronto ad eliminare Darkman per sempre per ottenerla.
C’era un walkie-talkie miniaturizzato nel taschino della camicia di seta nera, caratteristica di Rondo. Emise un segnale acustico quasi silenzioso, e lui lo estrasse con due dita, quindi se lo premette sulla bocca. «Dimmi».
«Auto in arrivo per la strada», rispose la voce. «Sembra una Cadillac rossa».
Rondo elaborò la notizia. Darkman su una Cadillac rossa? Non proprio il suo stile. Una Gremlin arrugginita, magari; una Studebaker morente, forse; ma non una Cadillac. Nonostante fosse così talentuoso nella scienza, era rigorosamente in fondo alla scala evolutiva quando si trattava di eleganza, almeno secondo gli informatori di Rondo, la maggior parte dei quali teneva il cervello in una bottiglia di vino ed erano abbastanza inaffidabili. Aveva avviato questa operazione appena tre settimane prima e finora tutte le informazioni che aveva raccolto si limitavano a: non scherzare con il tizio che vive nella fabbrica di sapone abbandonata. È cattivo, scontroso e brutto. Rondo aveva scoperto che solo i fattorini locali della pizza avevano qualcosa di gentile da dire per l’uomo che rifornivano quasi ogni giorno: era un buon cliente. Se non ti dispiaceva strappare un mazzetto di banconote da una mano scheletrica spinta dal buio verso di te. Ma la cosa più sicura era questa: molte persone diverse uscivano da quel grande e vecchio edificio, ma raramente le vedevi rientrare. Quasi sempre era il Darkman che tornava zoppicando con la testa avvolta in una garza. E a tarda notte, si diceva, si potevano vedere strane luci lampeggiare e scoppiare all’interno della sua fabbrica di sapone. Se avessi premuto la faccia su una delle crepe nei muri, lo avresti potuto vedere curvo sui suoi computer, sui suoi macchinari e sui suoi microscopi, uno scienziato pazzo certificato con un teschio per testa, che più volte durante il suo lavoro gridava a se stesso Idiota!
«Probabilmente non è lui», disse Rondo nel microfono della sua scatoletta nera. «Diamo per scontato che sia a piedi, come al solito». Si mise in tasca il walkie-talkie e si portò il polso agli occhi per controllare l’ora: le due precise, quasi l’ora di coricarsi per Darkman. Rondo non aveva idea di dove fosse in quel momento, ma era sicuro che sarebbe tornato. Sembrava che avesse mezzo milione di dollari di attrezzature scientifiche in fabbrica, che sicuramente non avrebbe mai abbandonato. Ovviamente Rondo e i suoi uomini potevano irrompere e spazzare via la roba, ma c’erano buone ragioni per eliminare prima il Darkman. Numero uno, avrebbe potuto costruire nuove apparecchiature altrove. Numero due, Rondo voleva prendersi il merito di aver inventato la procedura. E numero tre, questo Darkman era molto pericoloso quando si arrabbiava. Rondo aveva affrontato molti duri ma mai uno che potesse letteralmente strapparti la testa a mani nude; Rondo considerava la sua testa la parte migliore di sé e non aveva alcun desiderio di vederla trasformata in una palla da bowling. Quindi dal buio della notte i suoi uomini sarebbero sbucati fuori e bingo, non ci sarebbe stato più alcun Darkman di cui preoccuparsi. E finalmente Rondo sarebbe stato in grado di cambiare il mondo per sempre.
I fari si spensero all’improvviso nel vicolo. Rondo si chinò, strizzando gli occhi. Dev’essere la Cadillac, pensò scontento. Grande. Una vecchietta si era persa e si aggirava per i bassifondi in preda al morbo di Alzheimer. Per qualche ragione sembrava che le auto più grandi fossero sempre guidate dalle donne più piccole e più anziane che erano appena abbastanza alte sul sedile per vedere oltre il volante, ma non tanto da guidare senza uccidere qualcuno. Uno dei cambiamenti pianificati da Rondo per il mondo sarebbe stata la sospensione obbligatoria delle patenti di guida per tutti gli ultrasessantenni. Quello e un giorno obbligatorio a settimana in cui tutte le belle donne avrebbero dovuto andare nude in pubblico.
Sussultò. Niente più pensieri sulle donne. Le donne erano una delle poche cose in cui non era molto bravo. Non puoi vivere con loro ma non puoi vivere senza, amava dire. Per questo sospettava che molti dei suoi colleghi della CIA pensassero che fosse gay, anche se aveva avuto due mogli e innumerevoli prostitute nella sua vita. Le mogli erano finite misteriosamente morte. Le prostitute erano fuori combattimento mentre i loro tagli e lividi guarivano. Rondo non era un gentiluomo.
La Cadillac si fermò e i fari si spensero. Due porte si aprirono silenziosamente. Ne uscirono le sagome scure di un uomo e di una donna, le scarpe che sfregavano sul marciapiede in rovina mentre si avviavano verso la rampa di una delle banchine di carico della fabbrica. Rondo si accigliò. Il Darkman in una Cadillac per un vero appuntamento? Forse indossava una faccia da Tom Cruise stasera. Guai alla ragazza che lo avesse smascherato nella foga dell’amore.
Sentì l’uomo parlare: «Ho dato la serata libera alla donna delle pulizie». La voce era aspra e roca, come se avesse fumato troppo o le sue corde vocali fossero state bruciate dal fuoco. La donna rise in risposta e aspettò mentre l’uomo giocherellava con il lucchetto che teneva chiusa l’enorme porta di metallo. Questa scattò e la porta si arrotolò con un gemito sferragliante che rivelava il bisogno di olio. Tipico dei geni, pensò Rondo con cattiveria. Poteva compiere miracoli scientifici ma non riusciva nemmeno a tenere ben oliati i cuscinetti delle porte, quel cretino.
«Benvenuto nel mio castello», disse il cretino. «Ma cammina con attenzione nella mia spazzatura».
La ragazza rise di nuovo. «Ehi, ci sono luci qui dentro?»
«Luci? Certo».
«Allora accendile molto lentamente, così posso abituarmi a quella tua faccia».
Il Darkman rise mentre Rondo, accovacciato nel suo nido di lattine e spazzatura, digrignava silenziosamente i denti. Era stato ingannato. Tutta questa preparazione ed era stato ingannato. Gli informatori gli avevano detto che il tizio inquietante si spostava sempre a piedi e che era sempre solo: bene, gli informatori erano degli idioti. Non solo aveva una macchina, aveva anche una ragazza che conosceva lo stato del suo volto, e anzi poteva anche riderci sopra. Era per caso Julie Hastings, la fidanzata che aveva avuto prima di essere massacrato? Rondo pensò di no. L’aveva pedinata e spiata per giorni ed era giunto alla conclusione che adesso era innamorata di un altro ragazzo, un uomo ricco di nome Martin Clayborne. Questa ragazza attuale era nuova sulla scena. Una donna dal volto bruciato? Una Darkwoman? Cristo, dopo magari avrebbero adottato un Darkdog.
Tirò fuori il walkie-talkie mentre la porta si chiudeva di nuovo. «È già dentro e non è solo. Riportate i culi alle banchine di carico e proviamo a salvare questo pasticcio». Lo rimise nella tasca della camicia di seta nera, accigliandosi infelice. Perché era stato più facile dirigere le rivoluzioni nelle repubbliche delle banane che uccidere un uomo schifoso negli Stati Uniti? E ora avrebbero dovuto eliminare anche la donna, facendo in modo che quando l’odore dei loro cadaveri sarebbe diventato abbastanza forte e i poliziotti sarebbero accorsi, avrebbero pensato che lei fosse stata uccisa dal suo ragazzo strano. E dei macchinari avrebbero trovato solo tavoli vuoti e quadrati di polvere a terra. Se necessario, Rondo si sarebbe portato via anche il fottuto lavello della cucina.
Tre sagome incombevano nell’oscurità. Mentre correvano lungo il vicolo oltre l’auto, una luce si accese all’interno dell’edificio, proiettando un bagliore sulle loro scarpe dalla fessura sotto la porta. Rondo si alzò in piedi mentre si radunavano intorno a lui, tre ragazzi con un sacco di muscoli ma zero cervello, il tipo di teppisti assoldati che Rondo preferiva usare nelle sue missioni non autorizzate. Aveva carta bianca per le spese con l’Agenzia, quindi i soldi per pagare questi teppisti locali non erano mai stati un problema, anche se era difficile trovare il giusto equilibrio tra stupidità, avidità e muscoli. Le palestre di bodybuilding sono sempre state una buona fonte; da lì infatti provenivano quei tre.
«Quella porta», disse Rondo, indicandola. «Entrate da lì. Voglio che l’uomo sia portato fuori il più rapidamente possibile, con il minor rumore possibile. Anche la ragazza deve essere eliminata».
Uno degli uomini si schiarì la voce. «Cosa intendi con eliminati? Tutto ciò per cui veniamo pagati è aggredire il tizio e portargli via dei mobili. Almeno questo è quello che ci hai detto».
Gli altri due fecero un grugnito di assenso. Rondò sospirò. «Va bene, non vorrei che vi sporcaste troppo le mani. Uno di voi fa stare zitta la ragazza, gli altri due trascinano l’uomo qui da me».
«E poi cosa?»
«E poi questo», scattò Rondo. «Portatemi la ragazza e iniziate ad afferrare tutto quello che vedete. Chiamerò il tuo amico nel camion, e non ci vorrà che un minuto. Poi potete tornare ai vostri bilancieri e dimenticare di avermi mai visto».
Uno degli uomini iniziò a darsi un colpetto al petto con un pollice. «Li eliminerò», disse, la voce alta e vanagloriosa. «Ma servono altri mille dollari. Se però mi beccano dirò che è tutta colpa tua».
Rondo chiuse stancamente gli occhi. Questa volta non aveva trovato l’equilibrio perfetto. Questi tre erano più stupidi della merda di un gufo. Se solo avesse potuto usare i veri agenti della CIA, ma erano diventati deboli e spaventati come la Compagnia stessa.
Aprì gli occhi. «No, grazie lo stesso, ragazzo». Infilò una mano nella tasca dei pantaloni ed estrasse una piccola pistola sottile che conteneva sei proiettili calibro .22 ma anche vent’anni di bei ricordi. Quando sparava era silenziosissima. Il calibro sembrava piccolo, ma Rondo sapeva che quando infilavi un confetto direttamente attraverso il cranio di un uomo a bruciapelo, succedeva ogni volta la stessa cosa: il cervello esplodeva nella silenziosa intimità della sua testa, e il tizio moriva.
«Facciamolo», disse e aspettò mentre loro si limitavano ad esitare.
«Non lo so», piagnucolò uno di loro, dondolando avanti e indietro sui talloni.
Rondo si passò una mano sulla fronte. «Gesù», borbottò tra sé. «Okay, ascoltate. Altri mille dollari, da dividere fra voi tre. È la mia ultima offerta».
Esitavano ancora. Alla fine: «Va bene».
Scattarono. Rondo usò il suo walkie-talkie un’ultima volta, ordinando al quarto uomo di guidare il camion nel vicolo, nel caso spostando l’ingombrante Cadillac.
Sentì il camion mettersi in moto e posizionarsi rombando davanti all’edificio. Vide i suoi tre sgherri muscolosi radunarsi davanti alla porta. Uno di loro si chinò e ne afferrò il bordo inferiore, alzando con uno stratto il meccanismo a saracinesca. La luce fuoriuscì a cascata, facendo socchiudere gli occhi a Rondo che aveva passato sin troppo tempo nell’oscurità. Si sforzò di rimettere a fuoco la vista mentre i tre uomini si precipitavano dentro, e mentre stringeva la pistola nelle mani improvvisamente sudate, come lo erano sempre quando stava per uccidere.
Il Darkman era lì, non molto all’interno, curvo sui suoi computer. La ragazza era accanto a lui, e cominciava appena a girarsi allarmata, i suoi capelli erano una cascata scura e il viso liscio e pallido come porcellana fine. La fabbrica era disseminata di scatole di pizza scartate e lattine di birra vuote, una vera discarica. Non c’era da stupirsi che i topi qui fossero diventati così grassi. I suoi tre aiutanti piombarono all’interno e lui si avvicinò per guardare.
La ragazza urlò. Darkman si voltò. Era come vedere il volto stesso della Morte, pensò Rondo, e quasi distolse lo sguardo dalla vista di tante ossa carbonizzate e muscoli fritti. E le sue mani, buon Dio, le mani del Darkman non erano altro che artigli d’osso contorti. Non c’era da stupirsi che preferisse vivere al buio con i topi e la spazzatura. Non era nemmeno più umano.
I tre esitarono. Uno di loro abbaiò qualcosa che avrebbe potuto essere la versione di un urlo da culturista. Invece di afferrare il loro obiettivo, si fermarono e cominciarono a indietreggiare come se fossero arrivati sull’orlo di un dirupo sul punto di crollare. Senza vedere i loro volti, Rondo sapeva cosa c’era stampato su di loro: puro, strabiliante stupore, lo stesso stupore che provava lui stesso.
«Prendetelo!» urlò. «Altri mille bigliettoni per chi lo prende!»
Sembrarono non abboccare all’amo. Rondo alzò la pistola, desideroso di sparare a tutti e tre quei bastardi fifoni, ma invece la puntò direttamente su quell’orrenda faccia da teschio che il Darkman sfoggiava.
«Ti ho preso», mormorò e sparò.

L.

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10 risposte a Darkman – In the Face of Death (1995)

  1. Cassidy ha detto:

    Ma che figata! Tutta roba che andrà perduta purtroppo, non ne sapevo niente ma grazie per la traduzione, mi sono divorato il capitolo. Per altro la trama sembra già meglio dei seguiti pezzenti del film di Raimi 😉 Cheers

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per le mie prossime tappe della Notte Horror mi toccano quei due seguiti e già tremo! 😛
      E’ davvero un peccato che l’eredità di Darkman sia materia da archeologi e ovviamente inedita in Italia, rimane un eroe da un film solo quando invece ha generato romanzi e fumetti come i suoi colleghi più famosi.

      Piace a 1 persona

      • Giuseppe ha detto:

        A dire il vero, il seguito che mi ha fatto tremare di più in assoluto è il terzo e qualcosa doveva aver fatto pure ai responsabili dell’edizione DVD italiana, visto che nei trailer della sezione extra della trilogia era l’unico ad essere presentato con un vistoso svarione nel titolo ( “Darkman III – Darkman MUORIRAI”) 😛
        Comunque, leggendo le tue traduzioni penso a quanto materiale ci sarebbe stato su cui lavorare all’epoca per una vera trilogia cinematografica (non direct-to-video), con Raimi alla regia e, magari, lo stesso Randall Boyll come sceneggiatore…

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Vado alla Total Recall a farmi impiantare la memoria di una serie di film di Raimi con sceneggiature di Boyll ^_^

        "Mi piace"

  2. Sam Simon ha detto:

    Rondo un nome da associare al potere… Quanto meno curiosa questa associazione di idee! X–D

    Bella questa letteratura nata dal film di Raimi!

    Piace a 1 persona

  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Ribadisco l’ammirazione e il plauso per l’iniziativa, grande traduzione, da leccarsi i baffi, divorarsi in men che non si dica e conservare gelosamente! 🙂

    Piace a 1 persona

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