Il bacio della pantera (1982) 40 anni di baci


Grazie alla mia follia fumettara di questo luglio, mi sono letto la ristampa di Ananga, una vecchia storia di “Mister No” (Bonelli) riportata in edicola questo mese da Gazzetta dello Sport.

Mister No nel dicembre del 1982

Il buon Tiziano Sclavi quel 1982 ci teneva a far sapere ai lettori che era ben conscio dell’uscita al cinema de Il bacio della pantera di Paul Schrader, il che mi ha spinto finalmente ad affrontare questo importante anniversario. Una coincidenza come questa non può passare inosservata

Quasi esattamente quarant’anni fa usciva in Italia un film… che in realtà mi è quasi ignoto!


La mia pantera

Stando alla mia memoria, del tutto inaffidabile, dovrebbe risalire al terzo passaggio televisivo del film (27 luglio 1989) il mio primo incontro con la pantera.

Crescere in tre in una casa di 37 metri quadrati significa che se una sera Italia1 trasmette un film che mio padre reputa irresistibile ma è horror (quindi mia madre non ne vuol sapere) ed è “per adulti” (quindi è sconsigliato per il giovane Etrusco quindicenne), vuol dire che bisognerà organizzarsi: armato di cuffie, con l’unico televisore di casa mio padre riuscì a strappare quella visione mentre io e mia madre rimanevano in cucina a passare in altri modi la serata.

Trattandosi, come detto, di una casa molto piccola quando dico “in cucina” non significa “nell’altra ala della magione”, semplicemente eravamo a un metro da mio padre, e con un gioco strategico di posizionamenti di sedie in pratica potevo vedere l’unica TV di casa, anche se non sentire l’audio. Le misteriose ed evocative scene costruite da Schrader colpirono subito la mia attenzione, e in pratica a forza di spiare mi sono visto gran parte del film, anche se ovviamente non ci ho capito niente.

Della trama mi interessava poco, perché c’era una ragazza che d’un tratto cominciava a spogliarsi ogni tre per due, cose a cui un quindicenne è molto sensibile. Onestamente non ricordo se in quell’occasione ho visto la scena della trasformazione in pantera, ero troppo distratto…

L’anno successivo cambia tutto, cambiano le abitudini, cambiano le “libertà” ma soprattutto arriva Zio Tibia con i suoi meravigliosi videoclip horror: in uno di questi presenta para para la scena della trasformazione in pantera, che registro su VHS, essendo ormai diventato un dylandoghiano collezionista di horror.
Quella scena poi la inserirò nei miei videoclip, fatti imitando quelli di Zio Tibia: in uno con base musicale Bella senz’anima (1974) di Cocciante, alla strofa «e adesso so chi sei / e non ci casco più» si vede la Kinski che si trasforma in pantera. Ah, l’arte etrusca, grande protagonista del Novecento… (Un giorno mostrerò al mondo quel videoclip, dove alla strofa «nella tua trappola / ci son caduto anch’io» c’è il compianto James Caan prigioniero in Misery!)

Da allora l’ho poi visto per intero questo film del 1982? Bella domanda: la mia memoria non mi aiuta. Se l’ho visto, non ne conservo il benché minimo ricordo, quindi l’anniversario cade decisamente a fagiuolo.

Nascita

Al momento di recensire il film su “Starburst” n.47 (luglio 1982), Phil Edwards non si dimostra affatto convinto del risultato, denunciando in primis un’eccessiva durata in confronto alla trama: narrando la stessa storia del film del ’42, c’era bisogno di così tanto metraggio di pellicola in più? Secondo lui no. Un prodotto che merita di essere visto ma comunque il giudizio è pungente: «Sicuramente è un fallimento, ma uno di quelli interessanti».

Qualche pagina più avanti Bill Warren presenta la sua intervista ad Alan Ormsby, autore della sceneggiatura. Originariamente Ormsby voleva fare il truccatore ma non c’è riuscito, così ha ripiegato sulla sceneggiatura: non mi sembra un grande biglietto da visita. Comunque dice che il progetto gli è stato offerto subito dopo che gli avevano comprato il copione del giovanilistico La mia guardia del corpo (1980), e ha accettato subito perché gli servivano soldi. Quale motivazione migliore?
Da “Cinefantastique” (si veda più sotto) sappiamo che Ormsby è arrivato al cinema perché era cliente del’agente letteraria Marianne Maloney, in quel momento diventata una dirigente Universal.

A quel punto (non sappiamo precisamente la data) la lavorazione di Cat People è in piena crisi: ci sono almeno due copioni di Bob Clark, ma anche un terzo copione «di qualcuno di nome Cohen» [da “Cinefantastique” sapremo che si tratta di Howard R. Cohen. Nota etrusca]. Alla produzione non sembrano piacere le idee di Bob Clark quindi gli preferiscono Ormsby, il quale ammette di aver dato solo una rapida occhiata al lavoro dei suoi predecessori, limitandosi a leggere il testo originale di DeWitt Bodeen. «Tutto ciò che volevano era un rifacimento di Cat People ambientato a New Orleans e che avesse a che fare con il voodoo».

Ad Ormsby il voodoo non piace, nella sua prima stesura ha inserito antiche leggende indiane di leopardi che mangiano bambini per acquisirne lo spirito, ma i produttori non ne vogliono sapere: al suo arrivo, il regista Paul Schrader invece si dimostra subito interessato alle idee dello sceneggiatore tanto da sposarle. «Non sono idee sue, ma è comprensibile che lui lo pensi»: ahia, mi pare di sentire un accenno di polemica…

«Non considero Cat People un rifacimento. Tecnicamente lo è, ma è molto diverso. Le premesse base sono le stesse e ci sono un paio di scene in comune, ma a parte questo l’enfasi è molto diversa. La storia è diversa, i personaggi sono diversi. A tal punto che la considero una nuova variazione dello stesso tema, più che un rifacimento.»

Questa affermazione di Ormsby trova perfetta corrispondenza in quella che il regista Paul Schrader consegna al giornalista Stephen Rebello di “Cinefantastique” (maggio-giugno 1982), un numero speciale interamente dedicato ai due Cat People:

«Non è un rifacimento in alcun modo, ora come ora. Un rifacimento implica che si faccia qualcosa di già fatto, invece questo film è un aggiornamento, il che significa porre la storia in un nuovo contesto.»

Il giornalista ci spiega che era almeno dal 1963 che produttori di horror a basso budget come Milton Subotsky e Max Rosenberg accarezzavano l’idea di riportare Cat People su schermo, addirittura in 3D – tecnologia vecchia che ogni tanto viene spacciata per nuova – e il progetto è andato avanti a lungo, di produttore in produttore, di copione in copione, di causa legale in causa legale, fino ad arrivare alla Universal, che disconoscendo i precedenti “padri” del progetto ha provocato altre cause legali.

La morale è che solo nei primi Ottanta è potuto partire il progetto, con il solo Rosenberg – e Subotsky se la piglia in saccoccia – e Charles Fries alla produzione.
Risale al 1977 l’idea di “svecchiare” il soggetto chiamando un regista come Roger Vadim, le cui idee erano decisamente più contemporanee rispetto alle maledizioni “da vecchia Europa” che erano prese in considerazione.

Salito Ormsby a bordo, nel 1979 la sua prima stesura parla di una rifugiata latino-americana chiusa in un ospedale psichiatrico perché ha liberato una pantera da uno zoo di New Orleans. Il suo dottore è affascinato da lei e dopo fatto l’amore la donna si trasforma in pantera.
Evaporato Vadim – non sembra esserci una ragione ufficiale per il suo abbandono del progetto – i produttori pensano a Brian De Palma, David Cronenberg e Joe Dante. E Alfred Hitchcock no? Va be’, diciamo che si fanno belli durante le interviste, perché guarda caso optano per il più economico Paul Schrader.

Paul Schrader

Impostosi come sceneggiatore con film apprezzati come The Yakuza (1975) e Taxi Driver (1976) – sì, è il pazzo seguace di John Milius che scrive l’autobiografico personaggio reso celebre da Robert De Niro! – diventa regista con il confusionario e inconcludente Hardcore (1979) ma anche con American Gigolò (1980): solo quest’ultimo è un successo di botteghino e lo fa notare nell’ambiente. Accetta subito Cat People anche perché altri progetti che stava curando non sembravano muoversi in alcuna direzione, perciò era meglio dedicarsi intanto a qualcosa di più concreto.

«I tre film che avevo in mente mentre pianificavo questo erano Il processo (1962) di Orson Welles, Occhi senza volto (1960) di Georges Franju e Orfeo (1950) di Jean Cocteau.#»

Il regista ci racconta che sin dalla pre-produzione (inverno 1980) l’obiettivo era la massima cura nei colori del film, con un occhio all’espressionismo tedesco e un altro a Suspiria (1977), però – specifica Schrader – quest’ultimo film ha un uso del colore che intriga per i primi cinque minuti, poi si scappa urlando dalla sala (parole sue), quindi si voleva trovare una via di mezzo.

I colori “riposanti” di Suspiria

La scelta dell’attrice protagonista era ovviamente un passo fondamentale nella creazione del film. Dice Schrader: «Visto che la verginità – e la sua eventuale perdita – è cruciale per la storia, la protagonista non poteva certo assomigliare ad una cheerleader dell’Iowa». Che vuol dire? Che le cheerleader dell’Iowa sono il simbolo della non-verginità? Temo che se il regista dicesse oggi queste cose sarebbe cacciato a pedate dalla Universal.
Appena incontrata la Kinski il regista non ha più dubbi: dev’essere lei la protagonista. La Universal non è per nulla d’accordo, e visto che le riprese iniziano nell’aprile 1981 senza la Kinski, impegnata con Coppola per Un sogno lungo un giorno (1981), fino all’ultimo la casa insiste per avere un’altra attrice, ma Schrader tiene duro fino in fondo.

Direi che Schrader ha fatto bene a insistere


Distribuzione

Uscito in patria il 2 aprile 1982, Cat People arriva sul tavolo della censura italiana il 15 luglio successivo, che rilascia il visto per la proiezione in pubblico il 6 agosto con divieto ai minori di 14 anni per le scene cruente: come sempre, nel 1992 il divieto sparisce al momento di sfruttare la ricca esplosione del mercato home video.
Preceduto da critiche deludenti dopo le anteprime romagnole, Il bacio della pantera esce a livello nazionale il 3 settembre 1982: da apprezzare l’occhio di riguardo della distribuzione italiana, che da sempre lascia il mese di agosto ai filmacci quindi ha preferito aspettare un mese per evitare pregiudizi su questo titolo.

Una curiosità: quando Il bacio della pantera esce in sala, in compagnia di Guerre stellari, La casa di Mary, Delitto al Central Hospital, Halloween 2, Mad Max 2, Poltergeist e Frontiera con Jack Nicholson, c’è ancora in programmazione Arancia meccanica (1971), così che gli spettatori potessero avere una doppia dose di Malcolm McDowell.

da “La Stampa” del 2 settembre 1982

Venerdì 25 ottobre 1985 va in onda in prima serata su Italia1, con la specifica di “film per adulti”. Replicato venerdì 16 ottobre 1987 – quando solo l’anno successivo uscirà in VHS CIC Video – credo si riferisca alla terza replica, 27 luglio 1989, il mio primo incontro con la pantera.

Dal “Radiocorriere TV” del 27 luglio 1989

Le immagini di questo post sono tratte dal passaggio televisivo su IRIS del 22 aprile 2020, in piena serrata pandemica.


Un film artistico
quando però comanda l’horror

Quello che mi ha colpito dell’intervista di Paul Schrader a James Verniere della rivista “Twilight Zone” (settembre 1982) è la spiegazione delle gabbie dello zoo. Il film si svolge a New Orleans e in pratica l’intera vicenda ruota intorno allo zoo locale, ma c’era un problema: da tempo non si usavano più sbarre per contenere gli animali, quindi il regista ha dovuto spendere soldi per costruirne.
E la spesa è stata niente in confronto alla brevissima scena che apre il film e a quella ancor più breve della protagonista in treno che sogna: un totale di forse tre minuti che sono costati uno sproposito perché il risultato corrispondesse ai gusti del regista. Tanto paga la Universal, che ci frega? E infatti dopo l’enorme flop al botteghino del film la Universal fa “ciao ciao” con la manina a Schrader, che per il resto della sua carriera lavorerà solo con piccole case.

Una scena coi colori “alla Suspiria” fra le più costose dell’intero film

Il principale problema di questo film è quello vissuto all’incirca nello stesso momento da Alien (1979): un prodotto scritto pensando a un filmetto di serie B poi invece rimaneggiato e girato in serie A. Con però una grande differenza: Alien è rimasto un prodotto horror, semplicemente curato meglio di quanto fosse previsto all’inizio.
Il bacio della pantera è nato negli anni Sessanta come filmetto andante per spettatori di bocca buona ma poi è finito in mano a un artista come Schrader – leggermente maniacale nel suo lavoro: era quello che aveva davvero le pistole del suo Taxi Driver – il quale ne ha tirato fuori un capolavoro visivo e concettuale… dimenticandosi che doveva affrontare la concorrenza di Michael Myers e Jason, del nuovo cinema splatter horror, delle regine dello strillo e tanto altro ancora: tutto assente nel suo film, ma non per sbaglio: è chiaro dalle sue dichiarazioni che a Schrader non fregasse nulla di fare un film horror.

Schrader ai giornalisti snocciola grandi maestri del cinema internazionale a cui ha voluto rendere omaggio, con tecniche di montaggio e inquadratura, tutto simboleggiato dalle sbarre dello zoo che ha fatto creare apposta.
Non solo a meglio simboleggiare la prigione che tiene segretati i due fratelli protagonisti, ma principalmente a imporre lo stile del film: verticale, dall’alto verso il basso.

Una bellezza delicata ma con gli occhi del padre pazzo

Irena (Nastassja Kinski) e suo fratello Paul (Malcolm McDowell) sono due esseri dannati, il sangue li incatena all’antica maledizione del leopardo… che però gestire un leopardo sul set era impossibile quindi facciamo che è la maledizione della pantera. (In realtà è lo stesso animale, solo con un altro colore, ma così gli è stato spiegato al regista.)
Guardando il film in questa ottica, la verticalità morale che spiega Schrader nella citata intervista appare chiara e potente: la vicenda è tutta raccontata come una caduta all’inferno, dall’alto al basso, e infatti le vicende della povera Irena si svolgono tutte inquadrate dall’alto, dove a controllarla ci sono le statue della pantera.

Il dio pantera ci controlla tutti, dall’alto

L’occhio di Schrader non va mai dal basso all’alto, le sue panoramiche sono tutte verso il basso, e se per caso nel seguire Paul su per le scale si rende conto di aver fatto l’unica carrellata in alto del film… rimedia subito, con la sua vittima che scende le scale sanguinante.

«Sei sulla scala per l’inferno: in discesa!» (semi-cit.)

Schrader cita il maestro giapponese Yasujirô Ozu e le sue tecniche di riprese a cui si è rifatto (a dimostrazione del suo amore per il Giappone, sul comodino del co-protagonista vediamo un libro su Mishimia, cioè il progetto successivo del regista), cita il cinema più autoriale in circolazione, cita Orson Welles e Occhi senza volto (un maledetto capolavoro, secondo me) e soprattutto l’intero suo film è stata una lotta fra lui e Ferdinando Scarfiotti, premiato scenografo e consulente visivo (vincerà l’Oscar nel 1988 per L’ultimo imperatore) che dichiaratamente rifiutava qualsiasi rimando all’horror, quindi il regista paradossalmente ha dovuto girare un horror all’insaputa dei suoi collaboratori.
Ma in realtà lui stesso non è minimamente interessato all’horror, e non lo nasconde: Il bacio della pantera crea una sottile inquietudine, ma in realtà è da apprezzare principalmente per la costruzione delle scene salienti.

Tanto ci pensa McDowell a mettere paura, con quella faccia

All’uscita del film tutti sanno la storia, le TV (persino quelle italiane) replicano a manetta l’originale di Jacques Tourneur, che quel 1982 festeggiava il quarantennale, quindi la scoperta di Irena di appartenere ad una genìa incestuosa costretta a trasformarsi in pantera dopo ogni atto sessuale, con relativo sgranocchiamento del compagno di letto, non interessa molto agli autori stessi.
Quanto ha raggiunto lo spettatore il fatto che la splendida Kinski è inquadrata sempre dal basso? Che in questa storia verticale dall’alto, lei invece è vista dal basso? Gli amanti dell’horror che volevano vedere gente trucidata su schermo con le budella all’aria, avranno apprezzato che Irena guarda tutto dall’alto come se fosse in Paradiso conscia di dover cadere all’inferno?

Tanto sforzo, un risultato splendido ma temo sprecato

A parte le scene dove il regista incede nel ritrarre il corpo nudo dell’attrice – tecnica familiare a tutti i registi d’autore del mondo – l’unica forza del film in quel 1982 sono i trenta secondi in cui Irena si trasforma in pantera, su due ore di film sono un po’ pochino.

Ci voleva gente in gamba per imbruttire la Kinski

Stando alle interviste, essendo appena usciti al cinema L’ululato (1981) di Dante e Un lupo mannaro americano a Londra (1981) di Landis, la produzione ha subito pensato a chiamare Dick Smith o Rob Bottin a curare gli effetti speciali della trasformazione in pantera. E grazie al ciufolo, sarebbe da aggiungere!
Qualcosa deve aver scoraggiato gli autori – chissà, magari l’alta parcella dei due più grandi maestri di effetti speciali protesici di sempre? – e quindi si è ripiegati sul “si fa quel che si può”. Per ragioni di nostalgia a me sembra sia bella la trasformazione in pantera, ma bisogna ricordare che quando il film è uscito c’erano in circolazione dei mostri così sacri che questo doveva sembrare il lavoro scolastico di un ripetente.

Accendi la pantera che è in me!

Racconta il regista a “Cinefantastique”:

«Non ho abbastanza esperienza per giudicare i film con gli effetti speciali. Il centro del film può essere considerato la trasformazione di Nastassia in pantera, ma non è il centro del mio interesse nel film. Gli effetti hanno senso se finalizzati alla storia, non se fini a se stessi.»

Che dichiarazione originale, come se non lo ripetesse ogni regista da sempre.

Sarà rozza, ma voglio troppo bene a questa scena

Come film “artistico” Il bacio della pantera non si discute, è potente, è intrigante, è stimolante e vanta scelte visive di rara bellezza: come film horror del 1982 temo che nessun dio pantera potrà salvarlo. E infatti non l’ha fatto, andando giù di brutto al botteghino. Quello che ha funzionato per esempio con Taxi Driver, cioè usare le proprie ossessioni trattandole con tecniche cinematografiche prese dai maestri internazionali, non ha funzionato con un progetto nato per essere un horror pieno di gene squarciata da una pantera nera.

Sono contento di averlo visto (o forse ri-visto) fuori dall’ottica horror e sapendo già cosa davvero interessasse al regista, così da averlo potuto gustare nella giusta ottica: forse all’epoca Schrader avrebbe dovuto dare dei volantini in sala dove spiegava la sua visione del film. Magari con su scritto: “Vi sono piaciuti i lupi mannari di Dante e Landis? Allora abbandonate la sala!”.

Buon quarantennale del film nato per festeggiare un quarantennale.

L.

P.S.
E ora, tutti sulla Bara Volante per la recensione di Cassidy.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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8 risposte a Il bacio della pantera (1982) 40 anni di baci

  1. Cassidy ha detto:

    Questi super compleanni del venerdì mi piacciono almeno quanto gli aneddoti di casa Etruscus, mi immagino il gioco di sedie tipo partita di scacchi 😉 Paul Schrader ancora oggi quando apre bocca, riesce ad offendere o far incazzare qualcuno, quindi non ha cambiato stile, il suo film era semplicemente troppo colto per il pubblico del 1982, forse anche per quello del 2022, ma il suo valore non si discute, l’idea delle inquadrature alto-basso è fantastica, anche per rendere la condizione Irena, sempre in gabbia in un modo o nell’altro. Gran film, gran post e grazie mille per la citazione 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Con grande sforzo e soldi ha tirato fuori immagini che rimarranno, mentre i mostri vanno e vengono: di sicuro Schrader non pensava agli spettatori della sua epoca ma di tutte le epoche, quindi avremmo bisogno di tanti altri autori come lui 😉

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  2. Vasquez ha detto:

    La prima locandina non rende giustizia alla Kinski,la seconda è più veritiera, con Nastassja già quasi pantera di suo senza effetti speciali, con quegli occhi da gatta e un viso che non sembra vero.
    Io ho un ricordo di una mia prima visione diurna de “Il bacio della pantera” ai tempi, forse pomeridiana…e l’ho rivisto di recente (forse in quel passaggio su Iris che citi).
    Allora la trasformazione in pantera la accomunavo a quella di “Manimal” ma solo perché anche lui si trasformava in pantera (sembrava che lo facesse dodicimila volte, in realtà solo un paio di volte, visto che la serie durò soltanto 8 episodi 😛).
    Ammetto di dover recuperare “L’ululato”, ma la citazione di questo “Bacio” in “Ananga!” di Dylan Dog ci sta tutta; Sclavi inserisce anche una specie di mondo fantastico da cui (probabilmente) proviene la protagonista, da accomunarsi al mondo da cui proviene la “gente gattesca” del film. Non pensavo fosse stato un flop. Essendo un gradino sopra gli horror tutti mattanza e adolescenza credevo che avesse avuto maggior fortuna, ma forse è troppo sopra 😛. McDowell per me è più inquietante qui che nel film di Kubrick (e anche disgustoso…). Nastassja però si mangia il film, sia da umana che da pantera.
    Mi è sempre piaciuto molto.
    Bello leggerne qui da te.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In Italia sono stati furbacchioni e sulla locandina hanno scritto “favola erotica”, una truffa per attirare sicuramente più spettatori che in America, dove era appena esploso lo splatter quindi un film come questo non lo si poteva certo chiamare horror. Si sarebbe dovuto prendere come “film artistico”, ma temo che la categoria non funzioni, se non c’è un autore riconosciuto come tale, e “Taxi Driver” Schrader, che metteva paura ai produttori perché girava con le pistole che gli passava John Milius, non era proprio considerato tale 😀
      Qui sicuramente gli sarà un po’ passata la “stranezza” degli anni precedenti ma la passione per il cinema internazionale e per volerlo fare proprio è rimasta e il risultato è ottimo, ma non c’entra proprio niente con l’horror, quindi è tutto penalizzato.

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      • Giuseppe ha detto:

        Diciamo che l’horror prosteticamente inteso (comunque sempre lontano dallo splatter), qui, è confinato in pochissimi singoli momenti e poi c’è tutto il resto del film, cioè quello che agli spettatori più tradizionalisti (e di sicuro lontani da qualsivoglia ricerca di autorialità) in quel 1982 evidentemente NON interessava vedere. Avranno almeno notato quanto Nastassja Kinski fosse adatta al ruolo? Ne dubito…
        Riguardo all’aneddotica casalinga riguardo la tua primissima scoperta de “Il bacio della pantera”, ci sarebbe da dedicarle un titolo a parte: “La sedia della pantera” 😉
        P.S. Non avranno avuto Dick Smith (penso intendessi lui 😉 ) o Rob Bottin a disposizione, però bisogna ammettere che pure a un professionista già attivo da oltre un decennio come Tom Burman non mancava la stoffa necessaria, anzi…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahh a forza di citare Joe Dante ho più familiarità con Dick Miller che con Dick Smith 😀 Anche perché poi io sono del team Bottin…

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  3. Marco Vecchini ha detto:

    Anni fa avevo visto l’originale del ’42 ma purtroppo mi sono perso la visione di questo quando Netflix l’aveva caricato perché non ero nelle giuste corde.
    Il pezzo di David Bowie rimane ancora bellissimo da ascoltare.

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