Nicolas Cage guarda Marlon Brando in TV (2019)

L’altro giorno l’amica Vasquez mi segnala che nel recente Il colore venuto dallo spazio (2019) dello schizzato Richard Stanley – il geniale autore di Hardware (1990) – Nicolas Cage guarda in TV un film con Marlon Brando: sarà mica uno di quei ridoppiaggi che ho studiato qui e qui? Casi cioè in cui i protagonisti vedono un vecchio film in bianco e nero (in entrambi i casi era Cary Grant!) e il doppiaggio moderno invece di usare le versioni italiane dei film preferisce ridoppiare le brevi scene.

Il film tratto dal racconto omonimo di Lovecraft l’avevo onestamente dimenticato: dopo la recensione di Cassidy ero deciso a vederlo ma poi non c’è stata occasione: ritrovarlo nel catalogo Prime Video è stata la congiunzione astrale che stavo cercando, così me lo sono visto.

Devo essere onesto, la geniale visionarietà propria di Stanley cozza parecchio contro un’esposizione così scontata della trama del racconto: possibile che dopo un secolo non fosse possibile reinterpretare il testo originale? In pratica il film è di una ovvietà mortale, quindi noioso oltre ogni sopportazione, visto che nell’ultimo secolo quel racconto ha avuto modo di diventare canone (ab)usato da tanti.

Questo sono io che vedo Il colore venuto dallo spazio

Ciò che qui importa è che a un certo punto uno stravolto Cage si siede davanti alla TV dove sta andando in onda il film preferito dalla moglie: I due volti della vendetta (One-Eyed Jacks, 1961).

Quando Cage incontra Brando (in TV)

Il film ha la particolarità di essere l’unico mai diretto da Brando stesso, e dopo essermi annoiato a morte col colore dello spazio – il cui racconto ho letto trent’anni fa eppure l’ho ritrovato tutto, paro paro – mi sono concesso il divertimento di un Marlon Brando piacione e farfallone che racconta una spietata e intensa storia di vendetta.

Rio (Marlon Brando) e Longworth (Karl Malden) sono due mariuoli patentati, così affiatati da smazzarsi i compiti: Longworth rapina le banche, spara e ride come uno scemo, il bel Rio fa il mollicone con tutte le donne, insidiando le virtù di ogni señorita veda in giro.

L’ultimo colpo finisce male e Longworth rassicura Rio: tu sta’ qui, io vado un attimo via col malloppo ma poi torno ad aiutarti, stai sereno. Infatti Rio se lo bevono e lo sbattono nella più lercia galera messicana: quando ne evade, dopo cinque lunghi anni, l’unico scopo della sua vita è mettere le mani su Longworth.

Il problema è che entra in ballo l’Effetto Valjean. Come il celebre personaggio de I miserabili (1862) di Victor Hugo, anche Longworth si è profondamente pentito della sua passata vita criminale e del dolore che ha inferto al prossimo: coi soldi del malloppo ha risollevato un paesino di cui ora è amatissimo sindaco. Ha moglie e figlia e la felicità regna in paese: sarà Rio così infame da distruggere tutto solo per compiere la propria vile vendetta personale?

Due ore e venti sono una durata decisamente eccessiva per la trama, che infatti ha tutto il tempo di perdersi per strada e imboccare strade sbagliate, ma nel complesso è un film molto piacevole, soprattutto per sghignazzare dell’infinita attenzione di Brando nel mostrarsi sempre e costantemente bello bello in maniera impressionante. Non c’è un solo fotogramma in cui il divo non sia in “posa piaciona”.

Andando a spulciare qualche biografia di Brando scopro che il film è stato un epico disastro che merita un veloce racconto.

All’uscita del film nelle sale americane, sul “New York Times” (26 marzo 1961) il produttore Frank P. Rosenberg racconta che tempo prima, durante una cena in un ristorante californiano con lo scrittore Charles Neider, si è comprato i diritti del suo romanzo romanzo “La storia di Hendry Jones” (The Authentic Death of Hendry Jones, 1956; in Italia, Mondadori 1960) e i due, produttore e romanziere, concordano che Marlon Brando sarebbe perfetto nel ruolo protagonista, e Sam Peckinpah come sceneggiatore. Sam viene ufficialmente ingaggiato nel 1958 e effettivamente scrive la sceneggiatura tratta dal romanzo.

“Daily Variety” (24 aprile 1958) ci informa che la casa di produzione di Brando, la Pennebaker Inc., ha opzionato il romanzo di Neider e acquistato la sceneggiatura di Peckinpah per 150 mila dollari. Il citato Rosenberg è produttore e alle spalle c’è la Paramount Pictures, anche come distributrice. Tutto perfetto, ma chi dirige ’sto film? C’è quel ragazzetto in gamba, un po’ strano ma promettente, un barbone di nome Stanley Kubrick: diamola a lui la regia.

Si parte a girare nel giugno 1958… ma no, non si parte: la sceneggiatura non è pronta e i giornali non fanno che testimoniare ritardi su ritardi, e pare non si parta mai. Il 20 novembre “Daily Variety” annuncia che Kubrick s’è stufato e va a dirigere altro, qualcosa di nome Lolita. Ciao, Stanley, mandaci una cartolina. Intanto il “New York Times” (20 novembre) maligna subito lasciando intuire che il mondo è troppo piccolo per gli ego di Kubrick e Brando, e fra i due c’erano troppe scintille per poter lavorare assieme.

Non c’è tempo di mettersi a setacciare Hollywood per un regista disponibile: Marlon Brando decide di esordire in quella mansione, dietro leggerissima paccata di dollaroni.

Il 2 dicembre si inizia finalmente a girare, con giusto un ritardo di sei mesi che già dà una bella botta al budget del film: il “New York Times” (20 febbraio 1961) dice che si è partiti con un budget di 1,8 milioni di dollari, e si è finiti a spenderne ben sei tondi tondi.

In quanto a maniacale precisione e ricerca della perfezione Brando non è secondo a Kubrick, così come a pretendere da tutti gli attori prove di qualità superiore: il problema è che questo allunga a dismisura tempi e costi, e passano i giorni, e passano le settimane, e passano i mesi. Brando si lamenta che quasi nessuno del cast ha il minimo talento attoriale, poi guarda caso una comparsa per errore gli dà davvero una botta in testa che doveva solo fingere: dubito sia stato davvero un errore. Dopo sei mesi di riprese, più altre scene girate velocemente in seguito per esigenze di trama, e aver sforato tre volte il budget, Brando presenta alla Paramount un film di cinque ore di durata. Temo che i dirigenti siano scoppiati a piangere.

Preso dalla foga dell’esordiente, Brando ha preso una trama semplice e l’ha trasformata in epica omerica, inserendo così tanti personaggi che l’Odissea gli fa un baffo. La Paramount porta le pizze in sala montaggio, prende un’accetta e comincia ad infierire sul girato, dilaniando pellicola, spazzando via personaggi e cancellando le infinite sotto-trame. Alla fine due ore e mezzo sono proprio l’essenziale, anche se è chiaro che la storia poteva benissimo essere raccontata in molto meno. Non è stato un film fortunato, sin dall’inizio.

E Peckinpah? Purtroppo Sam è uscito subito di scena, perché Kubrick voleva lavorare con i propri fidi sceneggiatori, e una volta volato via lui nessuno ha pensato di richiamare l’unico lì che avesse idea di come scrivere un film. Rimaneggiato da Guy Trosper e Calder Willingham, pieno di improvvisazioni sul set e di riscritture dell’ultimo secondo, non sappiamo quanto sia rimasto del testo di Peckinpah: spero in un aiuto da parte di Cassidy, cantore di Sam.

Il film arriva in Italia nel novembre 1961 e già nel 1979 appare in TV, sul piccolo canale TeleLazio: per una messa in onda più nazionale bisogna aspettare il 1982 di Rete4.

Se la vita televisiva è precoce, quella in home video è invece ritardataria: solo nel 1995 la CIC Video si ricorda di questo film, che rilascia in videocassetta: il DVD arriva nel 2007 per Eagle Pictures e nel 208 per A & R Productions: tutte queste edizioni pare abbiano un unico doppiaggio, con Giuseppe Rinaldi a dare la voce a Brando (fonte: AntonioGenna.net).

Il Brando visto da Cage in TV

A curare il doppiaggio de Il colore venuto dallo spazio c’è la Sound Farm 999 con la direzione di Giorgio Bassanelli Bisbal, il quale – a sorpresa – lascia il doppiaggio italiano di Brando inalterato!

Di solito spezzoni di film proiettati in TV all’interno di altri film o vengono lasciati in lingua originale o vengono ridoppiati. O, addirittura, doppiati in anteprima, com’è capitato con i cartoni animati di “X-Files”. Che un film distribuito nel 2019 vada a recuperare un doppiaggio del 1961 è davvero un tocco di classe che va apprezzato.

Mi chiedo però se sia davvero una scelta del direttore del doppiaggio o ci siano problemi di diritti d’autore: magari caso ha voluto che questo doppiaggio di Brando sia facilmente recuperabile e libero da vincoli, binomio che di solito non si verifica e quindi conviene ridoppiare piuttosto che impegolarsi con vecchi diritti d’autore.

Per finire questa cavalcata, ecco il video-confronto di quando Cage vide Brando in TV.

L.

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30 risposte a Nicolas Cage guarda Marlon Brando in TV (2019)

  1. Cassidy ha detto:

    Da quando me ne hai parlato mi sono messo sulle piste, spero di farti sapere qualcosa di più preciso a stretto giro, intanto applausi per i responsabili del doppiaggio e per il post, entrambi molto accurati 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Più che il rimaneggiamento dei due sceneggiatori accreditati, quello che mi preoccupa sono le continue improvvisazioni di Brando, che temo rendano irriconoscibile qualsiasi cosa abbia scritto Peckinpah. Per non parlare delle tre ore di storia tagliate via dalla Paramount: c’era tutta una lunga sotto-trama cinese che non è venuta via bene, così nel film d’un tratto vediamo Brando che parla con un cinese che è il meglio amico suo, e non è ben chiaro come si sia arrivati a quel punto 😀
      Avendo però tu studiato tutta insieme la poetica di Sam, magari riuscirai a trovare temi o idee che possano risalire al suo lavoro originale.

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  2. Vasquez ha detto:

    Io che ho adorato Lovecraft in tutti e cinque i volumi della Newton Compton (quelli neri, con la scritta su sfondo rosso) non ricordo un racconto che è uno dell’autore di Providence (men che meno questo “Colore”), ma solo l’angoscia e il senso di inquietudine che ho provato mentre leggevo. Tu invece che l’hai detestato te lo ricordavi, a testimonianza che sono le cose che ci fanno male quelle che ci segnano di più 😀.
    E forse proprio perché non lo ricordavo, il film mi è proprio piaciuto: per atmosfera, scelte visive, e mancanza di jump scare, anche se effettivamente si trova a pagare il fatto di essere uscito a troppi, troppi anni di distanza dalla stesura del racconto da cui è tratto. C’era da attendere la giusta congiunzione astrale che facesse incontrare i due talenti bislacchi di Stanley e Cage 😀
    Ho trovato veramente delizioso il fatto che Stanley abbia inserito qui un film di Brando: quasi un modo per modo per poter dire di essere riuscito finalmente a dirigere l’attore, dopo il disastro su “L’isola perduta”. E non un film qualsiasi, ma uno diretto da Brando.
    Lo sapevo che era un doppiaggio d’epoca, ma non essendo fan dell’attore non ho riconosciuto la voce. E nemmeno il film ovviamente😛 Meno male che c’è l’Etrusco 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Stanley è un genio visivo e non si discute, le soluzioni visive di questo film sono da applauso, ma avrei sperato che dal punto di vista della trama, trattandosi di spunto leggerissimamente inflazionato (qualcosa arriva dallo spazio e comincia a minacciare chi le si avvicina, con mutazioni e robe varie) dopo cento anni sarebbe stato lecito prendersi qualche licenza, come faceva Roger Corman quando per la prima volta iniziò a portare i racconti lovecraftiani al cinema: nessuno dei suoi film c’entra alcunché con i racconti originali, ma appunto sono specchio dei tempi e un lavoro di reinterpretazione e aggiornamento che Stanley invece non ha fatto: davvero qualcuno si sarebbe offeso se avesse cambiato un po’ le carte in tavola nella trama? HPL è stato così maltrattato dal cinema che una libera reinterpretazione in più non avrebbe certo fatto danni.
      Per darti l’idea dei miei sentimenti su questo film, gli preferisco di gran lunga “La fattoria maledetta” (1987): a parità di trama, almeno lì puoi ridere in faccia al giovane odioso Wil Wheaton e ti passa il tempo 😀

      Quegli splendidi volumi della Newton sono pura magia: più di dieci anni fa me li sono dovuti studiare tutti per prendere nota delle secchiate di “libri falsi” in essi contenuti, passando poi alle varie ghiotte antologie newtoniane dedicate all’horror degli anni ’30-’40: pur continuando a non piacermi, quei racconti bene o male me li sono letti tutti, guidato dalla passione per gli pseudobiblia che gli autori si passavano l’un l’altro.
      Le antologie di Fusco e Pilo sono state criticate per vari motivi, ma al di là di tutto hanno reso accessibile tantissimo materiale a tantissimi lettori, e questo dovrebbe essere il primo scopo degli editori.

      Per finire, questo racconto di HPL è stato usato in maniera massiccia anche su “Dampyr” n. 37 (2003) del mio odiato Mauro Boselli, il quale – al contrario di Stanley – non solo rielabora ed adatta lo spunto, ma lo fonde addirittura con “Un tranquillo weekend di paura”: e se quei bruti montanari… fossero mutati dal colore dallo spazio? ^_^
      E’ l’unico albo che mi sia davvero piaciuto di questa testata odiosa e logorroica, a cui ho augurato di cuore di andare a fare in Cthulhu 😀

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      • Vasquez ha detto:

        Il dampiro della Bonelli non è mai stato tra i miei preferiti. Da qualche parte sono conservati i primi numeri della testata, che però mollai quasi subito. Di quel numero che mi hai fatto leggere qualche tempo fa ho apprezzato i colori e i disegni, ma la storia non mi ha preso e Draka è ancora odioso. Però adesso devo recuperare a tutti i costi questo Deliverance of Cthulhu dopo essermi studiata il tuo pezzo.
        Rimaniano tutti in attesa di conoscere le tracce lasciate da Peckinpah nel film di Brando, intanto vado a ripescare il racconto di H.P. …uff…quante cose…sto a posto almeno per una settimana…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahaha è mio preciso dovere non farti mai annoiare ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        Be’, dalle indicazioni date da Lovecraft nel racconto, il colore proveniva da realtà che dovevano trovarsi al di là del nostro spazio-tempo… Insomma, qualcosa di più e di un po’ diverso rispetto a una “normale” minaccia dallo spazio 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Qualunque fosse l’origine, avrei sperato che Cage fosse preso da un alieno e usato come maschera di carne, come l’inizio di “MIB” che è in pratica lo stesso 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        Hai scelto l’esempio ideale, considerando anche il finale di MIB: universi dentro altri universi più grandi, una cosa non poco lovecraftiana 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        MIB è la prova che si possono prendere temi squisitamente lovecraftiani e rielaborarli in modi diversi per creare storie nuove. In questo caso è virato al divertimento, si può anche rimanere nel campo horror ma dopo cento anni sarebbe lecito aspettarsi un guizzo creativo in più.

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      • Giuseppe ha detto:

        Be’, fortunatamente c’è stato chi ha reinterpretato Lovecraft con una più che eccellente abilità: Zio John (Carpenter) ne “Il seme della follia” 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Altra prova che HPL è ancora fonte di novità, se non ripreso alla lettera 😛

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    • Giuseppe ha detto:

      Io invece me lo ricordavo questo Colore, Vasquez, ed è anche per questo che mi è piaciuto il lavoro di Stanley 😉

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      • Vasquez ha detto:

        Ho iniziato a rileggerlo, e niente: mi sta prendendo come allora. Getta indizi che ti catturano, non vedo l’ora di sapere come il vecchio Ammi andrà avanti nella sua storia… Chissà poi forse mi rivedrò il film 😊

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahha allora la mia repulsione verso i maestri dell’horror è proprio qualcosa di genetico: magari sono stato cresciuto da un colore dallo spazio che immunizza da HPL! 😛
        Ah, e magari stavolta tutti i protagonisti si salvano, chissà…

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    • Giuseppe ha detto:

      Nel caso, potresti perfino raddoppiare, visto che oltre all’adattamento di Stanley ne esiste pure un altro precedente, meno conosciuto ai più: il tedesco “Die Farbe”, del 2010 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Parlando di apocrifi c’è anche “La morte dall’occhio di cristallo” (1965) ma in realtà la narrativa ha ampiamente abusato del tema “qualcosa arriva da un altrove, cade dal cielo e ha effetto su chi la trova”, dai trifidi ai baccelloni (giusto per citare esempi famosi), curiosamente entrambi nati in quegli anni Cinquanta in cui HPL era disprezzato, in quei rarissimi casi in cui era noto, quando invece i suoi temi facevano la fortuna di autori che oggi sono ricordati solo fra appassionati stretti.

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      • Vasquez ha detto:

        @Giuseppe
        Su “Die farbe” un pensiero ce lo faccio 😉

        @Lucius
        Hai visto il titolo originale de “La morte dall’occhio di cristallo”? “Die, Monster, Die!” 😀
        Le concidenze, quelle belle.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahhah è vero!!!! Noooo non può essere una coincidenza, tutto torna, tutto è voluto dal grande Cthulhu!!!! ^_^

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  3. Giuseppe ha detto:

    Un doppiaggio italiano d’annata inalterato è un qualcosa di epico, tanto più all’interno di un film così recente (se poi la prima volta lo vedi il lingua originale ne sei del tutto all’oscuro, ovvio)!
    Riguardo all travagliato percorso che ha portato “I due volti della vendetta” ad essere il film che conosciamo, il perfezionismo di Brando – famoso/famigerato tanto quanto quello di Kubrick- ha avuto senz’altro il suo peso, ed è plausibilissimo ipotizzare un cambio di regia dovuto agli attriti fra lui e il giovane Stanley. La vera occasione mancata qui, comunque, è Sam Peckinpah…
    P.S. Niente, la chimica lovecraftiana non ti è scattata nemmeno stavolta 😜 Stanley però qualcosina del suo ci ha messo, rispetto al racconto: in quest’ultimo il pianeta d’origine del colore non c’era, non certo da un punto di vista concreto, a parte un vago riferimento ovviamente privo di descrizione (“Un posto in cui le cose non sono come qui”)… e, poi, gli omaggi a La Cosa (con le varie fusioni umane e animali) sono sempre graditi 😉

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Ecco uno di quei post in cui, da uno spunto in apparenza minimale, ci prendi per mano e…ci conduci lontano! Pezzo molto interessante, molto ben congegnato, applausi! 🙂
    p.s. off topic: stanotte alle 02:00 su TV8 c’è Api Assassine, l’ora è improvvida e magari non ti ispira ma io segnalo comunque 🙂

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  5. Austin Dove ha detto:

    lol
    dopo aver letto la raccolta di racconti mi ero gasato e avevo scoperto del film con Cage ma non piacendomi lui e non sapendo come reperire il film, ho lasciato perdere; vedo che ho fatto bene.

    invece ti consiglio The Void

    interessante la storia produttiva del film di Brando, ora capiamo perke è famoso ‘solo’ come attore

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono un odiatore di Cage dagli anni Ottanta, quindi ti capisco benissimo, però il film merita perché il regista Stanley è un genio visivo di prima grandezza, e un’occhiata te la consiglio.
      Ma “The Void” intendi quello del 2016 di Gillespie e Kostanski? Lo trovo molto simile a questo “Color”: uno spettacolare impianto visivo azzoppato da una trama troppo basica e ridotta all’osso. Comunque una buona visione. 😉

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      • Austin Dove ha detto:

        quello
        mi ha gasato, bellissimo dal punto visivo e anche l’orrore cala sull’ospedale in un climax molto valido 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Un’esperienza visiva stupenda e avvolgente, così come Stanley ti fa davvero vedere colori che non possono essere di questo mondo, ma il problema è che non riesco a farmi bastare l’esperienza visiva, in un film: se poi la sceneggiatura è banale o non all’altezza dell’impianto visivo, per me è un film insoddisfacente.
        “The Void” l’ho visto anni fa e sebbene sia stata un’ottima visione ricordo il dispiacere di non trovare una sceneggiatura meno curata di quanto avessero curato la geniale visione grafica.

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      • Giuseppe ha detto:

        “The Void”? Niente male ma se fosse stato scritto un tantino meglio, giusto un tantino, avremmo avuto a che fare con un piccolo capolavoro…

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  6. Pingback: Il Necronomicon di Nicolas Cage (2019) | nonquelmarlowe

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