[Multi-Recensioni] Storie vere di viaggi estremi

Il vasto catalogo Prime Video, grazie ad accordi con prolifiche case distributrici, offre una scelta di alcuni appassionanti film di viaggi estremi: eccone una scelta.



Viaggio ai confini della Terra
(Amundsen, Norvegia 2019)
In DVD e Blu-ray Blue Swan da marzo 2021.
Disponibile su Prime Video.

I norvegesi Espen Sandberg, alla regia, e Ravn Lanesskog, alla sceneggiatura, rievocano l’assurda e incredibile vita del loro connazionale Roald Amundsen, scegliendo la via non-epica: mostrandone cioè il lato più oscuro e ossessivo.

Interpretato da Pål Sverre Hagen, l’Amundsen di questo film è una persona ossessionata dai primati, dal voler essere il primo a scoprire e calpestare nuove terre: se ne frega delle scoperte scientifiche, geografiche o di quella sciocchezza chiamata “rapporti umani”, lui vuole solo essere sempre il primo, in qualsiasi impresa si imbarchi. E il pensiero che un giorno finiranno le zone vergini della Terra e non ci sarà più nessun “primo” lo fa impazzire di dolore.

Tramite suo fratello e una delle sue amanti (Katherine Waterston, che dopo il madornale errore del cialtronesco Alien: Covenant è costretta a fare minuscoli ruoli in giro per il mondo), ci viene raccontato l’uomo che non ammettava nessuno a fargli ombra, al momento di essere primo, fino a pubblicare un’autobiografia che offende tutti, sia le persone a lui vicine che i semplici conoscenti.

Brava, Kat, vai a fare la protagonista per Ridley Scott, guarda che carrierona…

Pur se comunque la narrazione è elogiativa per “amor di patria”, è un racconto spietato e crudele, una vera e propria decostruzione del mito di Amudsen per spogliarlo di qualsiasi enfasi e mostrarlo per come era: un essere umano, con i suoi difetti e le ossessioni come ogni altro essere umano.

La pessima interpretazione del protagonista, non certo aiutato da barbe finte ridicole che lo fanno sembrare un pagliaccio, è perfettamente funzionale alla narrazione, visto che lo aiuta a mostrare il suo Amundsen molto anaffettivo, tnato da non capire come mai trattando male chi gli è vicino poi questi non gli è più così vicino.

Le varie missioni dell’esploratore sono trattate brevemente, anche se con scene davvero di grande effetto, perché il punto focale della narrazione è l’abbattimento del monumento Amundsen in favore dell’uomo schiavo della propria voglia di andare là dove nessun uomo è mai stato prima.



Kon-Tiki
(Norvegia 2013)
Inedito in home video
Disponibile su Prime Video.

I norvegesi Joachim Rønning ed Espen Sandberg creano un film per omaggiare un loro connazionale leggendario: l’esploratore Thor Heyerdahl, scomparso nel 2002.

La sceneggiatura di Petter Skavlan si concentra solo su una delle incredibili imprese di Thor, quella polinesiana. Dopo il tanto tempo passato negli studi antropologici delle società locali, Thor si appassiona alla leggenda di Tiki, quello che tutti lì considerano il primo a mettere piede in Polinesia fondando così la civiltà locale.

Tutti i libri di storia scrivono che la Polinesia è stata colonizzata dagli asiatici, lì a due passi, e nessuno dà retta a Thor con la sua assurda teoria che sarebbe stato un sudamericano a scoprire le isole: come potrebbe aver attraversato il burrascoso Oceano Pacifico su una semplice zattera?

Per dimostrare al mondo scientifico che i libri possono anche sbagliare, Thor e alcuni volontari si imbarcano nella più suicida delle missioni: costruita una zattera (la Kon-Tiki) con gli stessi materiali e tecnologie note all’epoca di Tiki, il gruppo di pazzi affronta l’Oceano Pacifico partendo dal Sudamerica per raggiungere la Polinesia, sapendo che nessuno potrà mai soccorrerli: il minimo incidente o sbaglio di calcolo vorrà dire morte certa.

Di sicuro non à la solita vacanza al mare

Per quanto sia totalmente folle la missione di Thor, è innegabile che sono proprio le imprese al di là di ogni buon senso a intrigare di più: chi mai può essere così pazzo da passare più di cento giorni su una zattera di un paio di metri quadrati senza alcun tipo di protezione da un oceano spietato? Lo stesso oceano che già faceva da tomba a migliaia di soldati della Seconda guerra mondiale appena finita.

La sceneggiatura funziona e la storia è così pazza da appassionare: un’ottima visione che consiglio caldamente.



119 giorni alla deriva
(Abandoned, Nuova Zelanda 2015)
In DVD BiM da ottobre 2014.
Disponibile su Prime Video.

Rimaniamo nell’oceano Pacifico ma per una storia completamente divesa, seppure con modalità praticamente identiche: l’equipaggio della Rose Noelle non ha affrontato 119 giorni alla deriva per propria scelta.

Il regista neozelandese John Laing ricostruisce una scottante vicenda che ha infiammato il suo Paese nel 1989, quando un trimarano viene dato per disperso in mare e il suo equipaggio di quattro uomini dato per morto: quando quattro mesi dopo gli uomini riappaiono dall’altro capo della Nuova Zelanda, i giornalisti impazziscono.

I quattro della Rose Noelle hanno dovuto sopravvivere nell’oceano a bordo di una nave rovesciata, quindi senza alcun comfort, inventandosi ogni giorno un sistema per stare a galla, nutrirsi e non uccidersi a vicenda. Ma questo è niente di fronte a quel mostro chiamato “opinione pubblica”: al loro arrivo nessuno crede all’impresa, inverosimile, e quindi i quattro superstiti saranno sbranati vivi dai propri connazionali, quando invece erano riusciti a sopravvivere all’Oceano Pacifico.

Dicevano “Vieni in Nuova Zelanda, che ci si diverte”…

Non è facile rendere appassionante la vicenda di quattro uomini su una bagnarola, eppure il film ci riesce, forse proprio per via dell’assurdità della vicenda, quella che poi alla fine gli esperti confermeranno come una delle più incredibili storie di sopravvivenza in mare.

I quattro attori sono bravissimi a rendere il cambiamento di persone che al calare delle possibilità di sopravvivenza aumentano il livello di stress e di isteria, rendendo molto difficile la convivenza. E finalmente Dominic Purcell lo vediamo in un bel ruolo, invece delle solite stupidate a cui è solito.

Un film per ricordare che c’è altro in Nuova Zelanda che i Signori degli Anelli.



Tracks – Attraverso il deserto
(Australia 2013)
In DVD BiM da ottobre 2014.
Disponibile su Prime Video.

Nel 1977 la 27enne australiana Robyn Davidson decide (non ho capito il perché) di partire da Alice Springs per raggiungere l’Oceano: una traversata di quasi tremila miglia nell’Australia desertica.

Raggiunta ogni mese dal fotografo Rick Smolan del “National Geographic” che le ha sovvenzionato l’impresa, Robyn – rinominata The Camel Lady – alla fine non solo scrive il servizio della rivista ma anche un libro destinato a grande successo in tutto il mondo: Tracks (1980), che la Rizzoli porta in Italia come Tracce (1984) e la Feltrinelli come Orme (1996)

Si potrebbe pensare che un viaggio così pericoloso porti anche a brutti incontri, ed in effetti Robyn incontra le belve più pericolose di tutte: i turisti e i giornalisti! Un vero inferno per un personaggio che odia qualsiasi essere umano.

Le uniche creature vivneti che Robyn Davidson sopporta

Forse nei Paesi anglofoni questa avventura e la sua protagonista sono talmente famosi che non si è ritenuto importante spendere una sola parola per spiegarci il motivo di un viaggio simile: perché Robyn parte? È un viaggio mistico? Un’esperienza redentiva? Una fuga dall’umanità che tanto odia? Non si sa, un giorno Robyn inizia a dedicare la sua intera vita a questo viaggio, e basta.

Tolta la delusione di non avere alcun strumento per decodificare il comportamento della donna, per il resto John Curran compie un lavoro splendido nel mostrarci la spietata bellezza del deserto australiano e degli sparuti aborigeni che vivono in quella terra malgrado i bianchi.

È un’ottima esperienza visiva che non può ambire ad altro, visto che si rifiuta fino alla fine di dare qualsiasi motivazione all’agire della protagonista.


L.

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13 risposte a [Multi-Recensioni] Storie vere di viaggi estremi

  1. wwayne ha detto:

    Te lo dico io: Robyn Davidson ha intrapreso quel viaggio perché non aveva un cazzo da fare. 🙂 Scherzi a parte, credo che l’abbia fatto come sfida con se stessa. Anch’io sfido continuamente me stesso, anche se in modo diverso: non con le prove di sopravvivenza, ma con la ricerca di oggetti introvabili. E quando riesco a metterci le mani sopra è davvero una soddisfazione immensa.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Nel caso, la sceneggiatura avrebbe dovuto farlo sapere allo spettatore, cosa che non è avvenuta.

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      • wwayne ha detto:

        Secondo me il motivo è quello che hai detto tu: nei paesi anglofoni Robyn Davidson è molto famosa, quindi lo sceneggiatore ha dato per scontato che il pubblico conoscesse determinati dettagli. Ma questo è un errore da non commettere mai quando racconti una storia, perché è a tutti gli effetti un buco di trama. Grazie per la risposta! 🙂

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  2. Cassidy ha detto:

    Kon-Tiki sembra nelle mie corde, grazie per la dritta, mentre è clamoroso che Domenico Porcello sia riuscito a fare finalmente un film come si deve, o almeno dove non fa una figura misera, una vera notizia 😉 Cheers

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Doppio gradimento: per il ritorno del post carrellata e per alcuni film ivi presentati, sicuramente degni di interesse. Pollice decisamente in su! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il Death Wish di questa settimana aveva bisogno di maggiore approfondimento, essendo tratto da un romanzo, quindi è slittato alla settimana prossima. ci stava bene un viaggio fra i viaggi estremi come sostituto ^_^

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  4. Giuseppe ha detto:

    Povera Waterston: a mo’ di risarcimento, la sceneggiatura avrebbe dovuto prevedere come minimo che Amundsen trovasse uno xenomorfo nel ghiaccio (e poi lo scongelasse per poter primeggiare anche con lui) 😜
    Proposte interessanti (impresa di Heyerdahl inclusa, ovviamente), peccato però per la poca accortezza di “Tracks”: qualche volta bisognerebbe ricordarsi del pubblico non anglosassone, probabilmente all’oscuro dei retroscena di determinate scelte…
    P.S. Oggi invecchio di un altro anno… 😉

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  5. Pietro Sabatelli ha detto:

    Ho visto i primi due, ma nel confronto Kon-Tiki vince a mani basse, ho visto anche Tracks ma non ricordo quasi niente…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      “Kon-Tiki” ha dalla sua il fatto di raccontare un’impresa così assurda che non si può rimanere senza fiato. E comunque sono stati bravi anche gli autori a creare un film che riesca e risultare appassionante pur se incecntrato su quattro tizi su una zattera. Davvero un buon titolo.
      “Tracks” ha splendidi paesaggi ma nient’altro.

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  6. loscalzo1979 ha detto:

    Kon-Tiki e Abandoned son due gioiellini, oltre che le reali vicende epiche e appassionanti (quella del Kon-Tiki è stato uno degli esperimenti storici ricostruttivi più epici mai fatti)

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