[Death Wish] Dirty Weekend (1993)


Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


La nuova vita di un regista

Per capire come mai il cineasta britannico Michael Winner in pratica sia quasi scomparso dalla scena internazionale dopo Il giustiziere della notte 3 (1985), dirigendo giusto un paio di titoli negli anni Novanta dopo aver invaso i cinema dei Settanta e Ottanta con produzioni a raffica, mi sono rivolto a lui stesso: chi meglio può spiegarmelo? Non è detto che sia la verità, ma di sicuro è la versione ufficiale che il regista vuole lasciare alla storia.

In Winner Takes All (2004) il regista londinese racconta a noi spettatori alcuni sentimenti che non sempre i lavoratori del cinema condividono con i non addetti: la costante, eterna paura di non trovare più lavoro. E più la carriera va bene, più si sale in alto nei gradimenti, più si diventa famosi, più questa paura si moltiplica, perché – come recita l’antico saggio – più si è grandi più si fa rumore quando si cade.

Dopo tanti anni passati nel cinema, Winner racconta di aver conosciuto di persona innumerevoli nomi noti, in vari campi del settore, che sebbene di chiara fama passavano anni senza ottenere un lavoro buono, attanagliati dalla paura che alla fine quel lavoro buono non sarebbe mai arrivato. Se si vuole partecipare a questo gioco, spiega Winner, la prima regola è vivere a Los Angeles, dove succede tutto nel campo del cinema e dove appena metti un piede fuori dal limite cittadino sei “fuori” in tutti i sensi. A questo punto l’ultracinquantenne Winner deve prendere una decisione: o continua a passare gran parte dell’anno in affitto a Los Angeles e cerca di partecipare al gioco, o esce dalla partita, si libera dalla paura e se ne torna a Londra, dove l’industria cinematografica è totalmente diversa. Le grandi case falliscono tutte, quindi non c’è mai la paura di fallire: c’è la certezza! Quindi… niente paura.

Il regista non lo dice, ma tra le righe sembra di leggere una sorta di “ritiro dalle scene” dopo più di quaranta film in trent’anni, non solo diretti e montati ma spesso anche co-sceneggiati, co-prodotti e via dicendo. Winner sente di aver dato molto all’industria cinematografica americana e ora vuole dedicarsi a quella britannica che, nelle sue parole, è meno attenta al profitto (tanto le case falliscono sempre!) ma più sensibile all’opera in sé.

Non mi sembra comunque secondario il fatto che il “ritiro” del regista corrisponda con il crollo della Cannon, casa per cui lavorava da anni con una libertà creativa che altri non gli avrebbero garantito, e l’ultima cartuccia il regista la spara con Menahem Golan che, separato dallo storico socio-cugino Globus, fonda una nuova casa (21st Century Film Corporation) che però usa le stesse tecniche: promettere un sacco di soldi a tutti, ingaggiare grandi attori e poi non avere un soldo per pagare.

Winner si lascia contagiare dall’entusiasmo di Golan e lavora al progetto Bullseye! (1990) con due grandi nomi come Michael Caine e Roger Moore, che da soli venderanno il film. E meno male, perché il resto non ci sono soldi per pagarlo. Il progetto parte ambizioso e finisce a chiedere l’elemosina: il copione viene massacrato per togliere ogni scena costosa e il risultato è chiaro. Winner deve mollare questo tipo di cinema e tornarsene a casa.


«“La giustiziera della notte”»

«Questa è la storia di Bella, che una mattina si svegliò e si rese conto di non poterne più.»
~
incipit del romanzo e del film

«È un contributo aggressivo al problema del rapporto tra donne e violenza nella narrativa», scrive Oreste Del Buono su “La Stampa” del 18 marzo 1992 presentando e recensendo un altro romanzo internazionale di una casa nota in passato per la poesia italiana: Guanda. Il giornalista testimonia come si comincino a vedere in giro storie di donne che reagiscono alla violenza, quando invece storicamente ne erano le vittime designate. Del Buono passa a ricordare la tradizione del noir classico non certo avara di donne assassine, ma identifica nel 1986 l’anno in cui la situazione è cambiata: non cita certo Aliens (luglio) con Ripley icona del GWG (Girl With Guns), ma ricorda la Farrah Fawcett di Oltre ogni limite (agosto) che tortura il proprio stupratore. Il tassello successivo, per il giornalista, è Thelma e Louise (1991) di Ridley Scott, in cui le due protagoniste si ritrovano «assassine occasionali dapprima e consapevoli terroriste poi», in quanto il primo crimine era compiuto per legittima difesa, in seguito si lasciavano andare e «seguivano solo i loro impulsi distruttivi». Secondo Del Buono è forte il legame con il romanzo Sporco weekend (Dirty Weekend) di Helen Zahavi.

Pubblicato dalla newyorkese DIF nel 1991 come The Weekend. A novel of revenge (un mese prima dell’uscita di Thelma e Louise, mi spiace per Del Buono) poi ristampato da subito da Macmillan con l’aggiunta di “dirty“, il romanzo finisce subito etichettato come “femminista” e così ogni recensione è intorbidita, venendo lodato o biasimato a seconda se il recensore avesse simpatie o meno per la causa. Sulla rivista “Punch” del 10 aprile 1991 il piccato recensore Michael Collins afferma che lo scritto di Zahavi è stato lodato dalla celebre attivista femminista Andrea Dworkin.

Sicuramente leggere oggi questo romanzo fa perdere alcuni riferimenti culturali dell’epoca, per esempio The Dirty Weekend esce in libreria proprio all’apice delle polemiche di attiviste che – ci racconta il citato Collins – chiedevano la soppressione del romanzo American Psycho di Bret Easton Ellis (marzo 1991): il recensore fa notare come non abbia senso biasimare un romanzo con un uomo che uccide donne ed elogiarne un altro con una donna che uccide uomini. A testimonianza di quanto fosse acceso e scottante l’ambiente in cui andrebbe calato il testo di Zahavi.

Bella è una donna spenta, priva di reazioni perché timorosa di qualsiasi uomo, che sente come più forte di lei fisicamente e quindi il suo rapporto con l’altro sesso è sempre di inferiorità. La donna racconta di sfuggita e senza particolari di avere un passato da prostituta da poco prezzo, un prodotto di bassa qualità, ma la cosa non è approfondita.
Trasferitasi nella balneare Brighton, subito Bella finisce nel mirino di un maniaco, un guardone che inizia a infastidirla per telefono e ha il chiaro desiderio di concupirla, che lei voglia o meno. Un giorno Bella si sveglia… ed è stanca di avere sempre paura.

«E cosa vuoi fare, allora?»
«Togliermi il cuore e sostituirlo con una pietra. Voglio vendicarmi.»

Il primo gesto che compie la nuova Bella è di andare da un medium iraniano, il quale le offre un tè e lei gli racconta la propria vita. Fine. Dopo di questo Bella è un’assassina a sangue freddo. Magari qualche particolare in più sarebbe stato interessante, per rendere la narrazione più comprensibile, ma tant’è.

Dal nulla è nata una giustiziera!

Lo “sporco weekend” inizia con Bella che penetra nottetempo nella casa del suo persecutore e lo maciulla a martellate sulla testa. Ora, essendo stato ritratto a tinte forti è chiaro che noi spettatori non proviamo alcun dispiacere per la morte del maniaco, ma lo stesso è un po’ curioso che una donna presentata come incapace di qualsiasi reazione per tutta la sua vita, schiava della paura e intimidita da qualsiasi uomo, d’un tratto riesca senza alcun problema a massacrare una persona senza battere ciglio, senza provare alcun sentimento davanti ai litri di sangue e cervella sparsi in giro.

«Non c’è altra via d’uscita?»
«No.»
«Assassina o vittima?»
Nimrod annuì lentamente. «Macellaio o agnello.»

Non esiste polizia in Gran Bretagna, Bella non fa nulla per mascherare i propri crimini e nessuno se ne accorge. Ci viene spiegata la sua lunghissima avventura per rimediare una pistola in un Paese in cui è vietato portarne come fossimo nel Far West, intanto massacra maschi come fosse la sua attività principale da sempre: dove chiunque commetterebbe degli errori per agitazione, paura, inesperienza, Bella è una Terminatrix perfetta, nata per uccidere. Ah, e tutta la vita passata ad aver paura di rispondere l’ha resa una provetta conversatrice sagace, che risponde sempre a tutti a tono e con un pizzico d’umorismo.

«Non sarai per caso una di quelle donne in tuta che escono con i camion della nettezza urbana, vero?»
«Diciamo che mi muovo nel campo esecutivo.»

Brighton dev’essere un gran brutto posto, almeno nel 1991, visto che Bella incontra solo maniaci sessuali, stupratori, sadici e bestiario similare: ci fosse un solo maschio degno di rimanere in vita, in quel postaccio balneare. Bella non cerca i criminali, non li attira in alcuna trappola: è lei stessa la trappola. Ha un magnete per i maniaci che li attira a sé e tutti i maschi che incontrerà in questo sporco weekend vogliono tutti umiliarla sessualmente, pure il dentista padre di famiglia! Che gran brutto posto, ’sta Brighton!

Nella sua guerra santa (termine usato espressamente) Bella li ammazza tutti in vari modi. «Ignobile, ignobile Bella. Seduttrice suadente. Ninfa necrofila della notte. Distruttrice di mondi». L’autrice semina alcuni “giudizi” nel suo testo («Un piccolo passo per lei, ma un salto enorme per tutte le donne») ma ovviamente non entra mai davvero in argomento: non può esortare le donne ad alzarsi e a iniziare a massacrare tutti i maschi che incontrano, ma certo il suo testo lascia poco spazio ad altre interpretazioni.

Sporco weekend sicuramente è un romanzo che vuole partecipare ad un discorso acceso della sua epoca, è una tesi a forma di libro che secondo me è fortemente debitrice di ben altre fonti, rispetto a quelle citate dal nostro Del Buono. Sicuramente la romanziera si è rivista Angelo della vendetta (1981) di Abel Ferrara, visto che la sparatoria notturna della protagonista con la banda di giovinastri è molto simile, ma prima di tutto è un romanzo palesemente figlio dell’esplosione totale dell’epoca: Nikita (1990) di Luc Besson.

Donne che reagiscono a mano armata negli anni Ottanta ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano monca, invece dopo il film di Besson la reazione in narrativa è potente. Il film è uscito in Gran Bretagna nell’ottobre del 1990 e forse era troppo tardi per il romanzo della Zahavi, uscito in libreria sei mesi dopo, ma di sicuro il film francese da molto prima faceva parlare di sé, con l’idea di una donna armata che sparava agli uomini. Idea che, è sempre bene ribadirlo, non era nuova ma di sicuro molto poco sfruttata in narrativa nei decenni precedenti. Al momento di affrontare temi femministi, era uno spunto troppo ghiotto per ignorarlo.


«Possessed Jewish»

Al momento di raccontare nell’autobiografia il suo “ritorno a casa” e relativa rinuncia al cinema americano, Michael Winner si fa molto aneddotico (racconta di un sacco di furti subiti sui set britannici!) ma spiega meno, introducendo i capitoli con frasi sibilline come questa:

«Negli anni Novanta ho acquistato i diritti del romanzo d’esordio Sporco Weekend di una strana e invasata scrittrice ebrea di nome Helen Zahavi.»

Erano proprio aggettivi necessari per descrivere l’autrice? Si può scrivere un romanzo estremo senza per questo essere invasati, e cosa conta la sedicente provenienza ebraica?

Winner non lo specifica, ma pare di capire che questo suo acquisto sia stato dettato proprio dal grande clamore mediatico sollevato dal romanzo, che nelle sue parole ha però venduto pochissimo (meno di duemila copie): impossibile non pensare anche ad una sorta di ritorno alle origini, visto che Winner stesso definisce l’opera «un Death Wish al femminile».

Uscito in patria britannica il 29 ottobre 1993, Sporco weekend riceve un primo visto italiano il 19 ottobre 1994 con divieto ai minori di 18 anni, poi il 21 dicembre successivo si scende ai 14 anni dopo pesanti tagli alle scene di violenza: l’edizione VHS Fox Video 1995 afferma di riportare la versione completa, non censurata, quale sarà invece conservata nel DVD Cecchi Gori?

Come già aveva fatto vent’anni prima per Il giustiziere della notte di Garfield, Michael Winner prende il romanzo originale – portato in Italia da Guanda nel 1992 con il titolo Sporco week-end, ristampato nell’agosto 2019 – e lo ricopia identico su schermo, scena per scena, battuta per battuta, inquadratura per inquadratura: i cambiamenti sono talmente minimi (giusto l’aggiunta dell’inutile amica della protagonista) che sono del tutto ininfluenti. Ma il problema è che quello della Zahavi non è un romanzo “cinematografico” come invece era quello di Garfield.

A meno di non credere davvero che Brighton sia abitata esclusivamente da maniaci sessuali e stupratori, tutti inesorabilmente e perdutamente attratti da Bella (Lia Williams) come un magnete fatale, è chiaro che il romanzo sia fatto “a tesi”, in modo da presentare alla protagonista vari tipi di uomo, tutti spregevoli, per creare situazioni diverse di omicidio giustificate da un bestiario maschile che temo appartenga solo alla fantasia di una scrittrice “schierata”. (Dovrei chiedere al mio studio dentistico, ma a naso trovo poco probabile che, chini sui loro pazienti, i dentisti maschi sappiano identificare l’odore del mestruo come fa uno dei “cattivi” del romanzo e del film.)

È bella Brighton, se non fosse per tutti ’sti maniaci sessuali in giro

Lo strano umorismo di Bella poi viene acuito da Winner, così da renderlo ancora più strano: di nuovo, riportare identiche, persino nella punteggiatura, le parole del romanzo su schermo non mi sembra funzioni, perché si perde la visione cinematografica. Nel ’74 aveva senso fare un film spoglio, ridotto all’osso, perché la forza stava nella vicenda: nel ’93 è tutto diverso, gli anni Novanta sono spumeggianti e variopinti, mentre questo film sembra un episodio dell’Ispettore Derrick.

La Bella di Winner inizia come moglie del fedifrago David (Jack Galloway), che una volta scoperto l’aperto tradimento del marito se ne va senza neanche sbattere la porta. Trasferitasi a Brighton viene trattata male da tutti, maschi e femmine – mentre nel romanzo non esistono altre donne oltre la protagonista – poi dopo lo strano incontro con il medium iraniano tutto cambia e Bella diventa Rambo col martello.

Non sarà la fascia in testa di Rambo, ma siamo lì

Far sorridere Bella mentre si appresta a maciullare un uomo è un guizzo di umorismo nero che se da un lato trovo calzante nello stile di Winner dall’altro non c’entra niente con la storia: nessun “punitore” ride mentre ammazza, qualità che appartiene ai cattivi della narrativa, quindi è un’invenzione winneriana che ho trovato di pessimo gusto.

Un piccolo martello, ma un grande passo per le punitrici

Da notare come il primo pervertito della vicenda sia interpretato da Rufus Sewell, giovane ancora sconosciuto che Winner nella propria autobiografia si compiace di aver lanciato.

Iniziare la carriera nei panni di un guardone pervertito: fatto!

Impossibile non vedere nell’inquadratura di Bella con la pistola una strizzata d’occhio al Charles Bronson di vent’anni prima.

Ho come un senso di déjà Bronson!

In un momento in cui tanti Paesi stanno sfornando le proprie Nikite – Italia compresa! – è difficile non pensare a Sporco week-end come Michael Winner che partecipa al gioco divertendosi a virare al femminile il suo giustiziere della notte di vent’anni prima, ma Bella è così totalmente anti-Nikita che l’operazione non mi sembra funzionare. Forse il regista voleva sfruttare l’eco mediatica del romanzo di rottura con un film da girare sotto casa sua, lontano dalla confusionaria Hollywood. Non so, nella sua autobiografia non approfondisce la questione, quindi ci resta solo il film.

La faccia di Bronson c’è tutta!

Confrontato con le Nikite coetanee, ma anche con l’Angelo della vendetta (1981) ferrariano di cui il romanzo è chiaramente debitore, il film ne esce con le ossa rotte, non però per colpa del film in sé: se Winner invece di limitarsi a ricopiare identici i testi della Zahavi avesse adattato la sceneggiatura forse non risulterebbe un prodotto così arido e striminzito. E soprattutto così non-anni Novanta.
Non c’è spettacolarità, non c’è emozione, non c’è tensione, c’è solo Bella Derrick in inquadrature di una sciattezza disarmante mentre il compositore David Fanshawe inciampa su oggetti per terra, creando una colonna sonora terrificante.

L’anti-narrativa di Zahavi e quindi di Winner rende unica Bella nella “narrativa dei Punitori”, in quanto incatalogabile nei vari tipi visti finora: è un po’ occasionale, un po’ predatrice, un po’ assassina per punizione, un po’ per passione, un po’ buona e un po’ cattiva, un po’ vittima e un po’ carnefice. Di sicuro è un personaggio unico.

Malgrado il genere voglia rompere gli schemi, non riesce a dare spazio di qualità al genere femminile: le punitrici rimangono una mosca bianca nella “narrativa dei punitori”, anche quando (come in questo caso) sono scritte da donne.

L.

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19 risposte a [Death Wish] Dirty Weekend (1993)

  1. Cassidy ha detto:

    Il lungo discorso di Winner sullo stare a Los Angeles per non essere tagliati fuori dal giro e poi è finito a dirigere la versione al femminile del suo film più famoso, anche se cercando di decostruire, alla fine Hollywood è anche questo, in ogni caso questo capitolo quasi a sorpresa ci sta tutto nella rubrica 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Magari nella biografia voleva darsi un tono, del tipo “Non sono loro che non mi chiamavano più, sono io che me ne sono andato”, ma certo che in patria britannica avrebbe potuto fare qualsiasi tipo di film più europeo,, o anche più britannico, e invece guarda caso ha rifatto uno dei suoi titoli americani più famosi. Anche se, va detto, ricopia così alla perfezione il romanzo dela Zahavi che non lo si può tacciare di “bronsonite”, solo che già il romanzo era una sorta di reinterpretazione al femminile della storia di Garfield.
      Il risultato non mi sembra degno di nota, tanto è piatto e sciatto: sembra un episodio lungo dell’ispettore Derrick 😀

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  2. Fabio ha detto:

    Approvo la scelta di Rufus Sewell,la faccia inquietante e ambigua c’è là!

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  3. nicholas ha detto:

    ciao Lucius Etruscus volevo dirti che da Mercoledi prossimo inizia su Cielo il ciclo Monster Night a partire dal film Triassic Attack finalmente non perdertelò cosi puoi citare me dato che te ne avevo parlato.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    “Post-macedonia” che unisce biografia, romanzo, film, molto, molto interessante! 🙂

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  5. Tigrero ha detto:

    Grandissimo che lo hai recensito! Approvo ogni parola… Soprattutto che la signorina sia inqualificabile ma credo per un problema di sceneggiatura/libro…
    E sapere che esiste il libro mi mette addosso la curiosità di leggerlo anche se sembra fare veramente pena!
    L’unica cosa in cui non sono d’accordo è il fatto che incontri solo uomini cattivi… Se il libro ha questo tema dovevano comparire per forza, ovviamente non caricati a mille e con uno stuolo di insospettabili che mancava solo più il postino (che avrebbe avuto più senso visto che può leggerti la posta e sa dove abiti)…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il libro non è male, una volta capito che non è un romanzo ma una “tesi”, con la protagonista che incontra maniaco dopo maniaco. Se hai visto il film in realtà hai letto anche il libro, essendo identico al 99%, dialoghi compresi!

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  6. nicholas ha detto:

    ciao Lucius Etruscus volevo dirti che da Mercoledi prossimo inizia su Cielo il ciclo Monster Night a partire dal film Triassic Attack finalmente non perdertelò cosi puoi citare me dato che te ne avevo parlato.che dici è la tua occasione

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  7. Giuseppe ha detto:

    Winner si dichiarava giustamente impietoso con l’industria di Hollywood, solo che quest’ultima le doveva già essere entrata in circolo talmente tanto da portarsela dietro pure a Londra: nel complesso, la sua punitrice mi sembra essere rimasta sull’altra sponda dell’atlantico, e quella Brighton fetida e fittizia potrebbe quasi essere interscambiabile con il Bronx senza che nulla cambi davvero… Cose perdonabili anche queste, con un adattamento del romanzo più mirato e creativo, ma purtroppo così non è stato 🙁

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  8. Lory ha detto:

    Questo tuo post che si, avevo letto, ora se pur non ho visto il film mi dà una serie di spunti per commentare.
    Riguardo al discorso libro/film devo dire che romanzare un libro non mi piace, mi spiego, non amo che la trama venga distorta, cambiata soprattutto se il film lo guardo dopo aver letto il libro, certo, se resta fedele ti sembra un compitino ben fatto, ma se stravolge il senso o ne cambia il finale magari peggiorandolo non lo trovo giusto, sono gusti. Ci vuole un’intelligente via di mezzo. La scelta in questo caso e mi riferisco al post mi sembra l’adattamento di un libro che se a dialoghi ne vuoi riportare la correttezza, non puoi esimerti da farne una rappresentazione quantomeno interpretativa di quello che dovrebbe essere il vissuto della protagonista. Il tuo modo di raccontare ironico ha reso bene anche il concetto di una alta densità di criminali o presunti tali dal perverso al più abbietto che in qualche modo in quella Brighton girano tutti a piede libero. Questa cosa già alla mia precedente lettura mi aveva messo una pulce all’orecchio che irritante continua a frullare perché uno dei film visti recentemente era girato a Brighton, ma non riesco a ricordare quale, giusto così, per fare un confronto….😁

    Poi fai cenno a diversi film da Thelma e Louise che ricordo bene fu mio padre a invitarmi a vedere, e avendo da poco visto Knock knock e un altro di cui mi sfugge il titolo , (fotografo che avvicina una ragazzina in rete), mi sono ricordata di un vecchio film Oltre ogni limite, che solo per vedere come è invecchiato l’ho messo ormai nella mia lunghissima lista da rivedere.

    L’elenco di donne vendicative credo si allungherà, ormai è argomento che ha preso piede e si può immaginare ogni tipo di trama, il fatto che negli horror ci sia la sospensione della credibilità poi trova terreno, anche se qui io non ci riesco sempre.
    Sempre bello parlare, dialogare di cinema 👍

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’adattamento filmico di un romanzo è sempre un momento delicatissimo, e alla fine la sensazione è che come ci si muove si sbaglia. Se lo si fa identico è troppo identico, se lo si cambia è troppo diverso 😀
      Io stesso da quand’ero ragazzo ho cambiato opinione sui film tratti da libri, perché alla fin fine quelli che reinterpretavano il tema senza ricopiarlo erano quelli che avevano più carattere. Tu stessa in un altro post citavi “Shining” come film che ti è piaciuto più del film, e in quel caso è una libera reinterpretazione del regista. Quando invece, come in questo caso, il regista sembra dirigere con il libro in mano, ricalcaldolo, lo spettacolo è ben misero.

      Comunque va aggiunto che il Winner a fine carriera è un regista che non sembra più ispirato, ha perso ogni senso del mezzo e sembra voler girare un film anti-cinematografico, quindi magari anche se avesse reinterpretato il romanzo sarebbe andata male lo stesso 😛

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