Il Collezionista (1965) Tutta colpa di Leigh Whannell


Subisco sempre di più gli effetti del MACC, il Motore ad Alta Coincidenza Cinematografica che scandisce porzioni importanti della mia vita. Per esempio questa estate mi sono ritrovato a spendere un numero significativo di ore a lavorare su spunti nati da un solo film, un minuscolo titolo insignificante a cui nessuno ha mai dato attenzione, e che invece, grazie al MACC, è capace di fornirmi materiale a iosa.


Prologo
Tutta colpa di Leigh Whannell

Per capire l’incredibile minuzia microscopica da cui è nato tutto vi esorto a guardare con molta attenzione la foto qui sotto: potete cliccarci sopra per ingrandire.

È una brevissima e quasi insignificante scena di un film piccolo e potremmo definire altrettanto insignificante, Crush (2013) di Malik Bader, che ho beccato per puro caso Su Prime Video e che ho visto poco convinto. Il prodotto infatti si capisce sin da subito essere roba che si rifà alla grande tradizione del thrillerino televisivo, ma è anche vero che a differenza di un qualsiasi prodotto trasmesso da Rai2, Rete4 o TV8 almeno questo ha qualcosa di unico e sempre più introvabile: una sceneggiatura non stupida. O meglio, il testo di Sonny Mallhi appare subito come stupido solo per far ricredere lo spettatore, e più passa il tempo più esce fuori una storia non disprezzabile, in tempi di storie tutte da disprezzare.

Ho avuto la sfortuna di imbattermi in questo film il 22 luglio scorso, e il fatto che a settembre ancora sono qui a lavorarci vi dà l’idea di quanto materiale vi si possa trovare, che l’autore ne fosse consapevole o meno. (Molto probabile che non ne fosse consapevole.)

Per esempio il protagonista del film parla con il padre solo mentre giocano a scacchi, e via materiale per il mio blog CitaScacchi, la protagonista lavora in un negozio che è metà discoteca e metà fumetteria, con cartelloni pubblicitari di fumetti in vista (come BleddOut della Archaia) e via, un bel viaggio nelle citazioni fumetto-librarie. Ma attenzione, a un certo punto vediamo due ragazzi andare al cinema a vedere La signora del venerdì (His Girl Friday, 1940) di Howard Hawks, con Cary Grant e Rosalind Russell nei ruoli che saranno poi di Walter Matthau e Jack Lemmon nel classicone Prima pagina (1974) e dei bravissimi Burt Reynolds e Kathleen Turner in Cambio marito (1988). E che fai, non lo fai un video su YouTube dove confronti il misterioso doppiaggio di Cary Grant in Crush con quello dell’home video nostrano?

Se già tutto questo lavoro non bastasse, arriva poi la scena di cui vi parlavo. Vi rimetto la foto, perché dovete capire bene la potenza della bomba.

A sinistra vediamo la protagonista del film, Bess (Crystal Reed), la vostra amichevole stalker omicida di quartiere che, innamorata di un ragazzo chiaramente non alla sua portata, lo segue e sogna di rapirlo per tenerselo tutto per sé in casa, convinta che così sboccerebbe l’amore vero. In questa scena la vediamo intenta a leggere il romanzo Il collezionista (The Collector, 1963) di John Fowles, il cui protagonista è il vostro amichevole stalker omicida di quartiere che, innamorato di una ragazza chiaramente non alla sua portata, la segue e la rapisce per tenersela tutta per sé in casa, convinto che così sboccerebbe l’amore vero. Capite che questo divertissement narrativo, con un personaggio di finzione che “studia” da un altro personaggio di finzione come attuare lo stesso gesto criminale… è roba che rende giustificato tutto il tempo che mi sta portando via questo film. Ma non basta.

Ora, infatti, spostate lo sguardo a destra della foto, cioè al collega di lavoro di Bess che non le parla mai perché la ragazza è troppo “strana” per lui. Si tratta di un piccolo ruolo, quasi solo una comparsata, ma… perché il collega dell’omicida è interpretato dal mio amato-odiato Leigh Whannell? Che lo odio perché lo amo e lo amo perché lo odio.

Il giovane Leigh Whannell ai tempi del suo esordio con Saw (2004)

Per chi non lo sapesse, Leigh Whannell è il pazzo che come sceneggiatore ha esordito con la saga filmica di Saw (2004), e come attore è stato fra le primissime vittime di quel maniaco. E poi, non pago di aver portato l’Enigmista nel nostro mondo, ha creato – sia come scrittore che come attore – la tetralogia di Insidious. Uno dei suoi ultimi prodotti è Upgrade (2018), uno dei rarissimi prodotti filmici che potrebbe anche essere definito cyberpunk. Tutte cose per cui Leigh Whannell merita il mio odio e amore in parti uguali.

Leigh Whannell (a sinistra) e la sua Scooby-Gang di Insidious

Perché nel 2013 quello che è uno dei maestri del nuovo horror si cala in un inutile minuscolo ruolo, a fare la figura di uno spaventato da una ragazzetta strana? Ipotizzo sia amico degli autori di Crush o semplicemente perché voleva farmi un dispetto, perché sapeva che alla sua comparsa in video io avrei afferrato il mio trasmettitore e avrei gridato: «Khaaaaaaaaaan!»


Il collezionista
ovvero,
come Leigh Whannell mi ha consigliato un libro
infilandolo in un film di cui lui è una comparsa

Come facevo a resistere alla sfida lanciatami dalla stalker Bess, che ha usato Leigh Whannell come esca per attirarmi nella sua trappola? Dovevo leggere quel romanzo che legge lei nel film.

Ancora oggi John Fowles credo sia noto esclusivamente per La donna del tenente francese (1969), da cui un un celebre film del 1981 con con Meryl Streep e Jeremy Irons, addirittura sceneggiato da Harold Pinter. Che sembra la fine di quella vecchia barzelletta: «Ma chi è quello?» «Non lo so, ma il papa gli fa da autista». Ecco, John Fowles ha il Premio Nobel Harold Pinter ad adattargli un romanzo per il cinema.

Fowles ha scritto pochissimo nella sua vita, ma non è male esordire quasi quarantenne con la pubblicazione de Il collezionista (1963), la storia di un maniaco che spiega la propria ossessione criminale. Subito la Columbia Pictures si avventa sul libro e nel giro di due anni il film di William Wyler è già presentato al Festival di Cannes. Il corrispondente de “La Stampa”, Leo Pestelli, nel raccontare il film in anteprima agli italiani parla di «una vicenda che sembra suggerita da Hitchcock», ed in effetti è difficile dargli torto, sebbene il film di Wyler manchi completamente dell’umorismo di Hitch.

Malgrado l’entusiasmo di critica e pubblico riscosso a Cannes (o almeno così dice il nostro corrispondente), malgrado entrambi gli attori protagonisti vengano premiati (mentre il povero regista rimane a bocca asciutta!), malgrado le nomination all’Oscar (che non si trasformano però in statuette), Il collezionista rimane un film sotto tono e ben poco noto. Rimane sì per anni a girare per ogni più minuscola sala italiana, ma poi scompare quasi nel nulla. Nel 1987 la RCA Columbia lo presenta in una VHS che diventa subito un fantasma, materiale per collezionismo spinto, e poi solo l’oblio. Se non fosse stato per il mio amato odiato Leigh Whannell non avrei mai conosciuto un film di cui non avevo mai sentito nominare neanche il titolo.

Se non fosse per Leigh, mai avrei avuto notizia di questo film (e romanzo)

Freddie Clegg è un ragazzo come tanti, e come il suo autore John Fowles ha fatto il militare e ha una passione per le farfalle, che colleziona e studia. Oggi temo sia una consuetudine rara, ma un tempo il collezionismo di farfalle era una cosa seria e Freddie è un ragazzo serio: non inizia qualcosa se non è più che deciso a portarla a termine. E come ogni cacciatore prima o poi alza l’asticella, e comincia a dare la caccia alla “preda più pericolosa” – come insegna il Conte Zaroff – così Freddie usa le capacità acquisite per la caccia alle farfalle per cacciare esseri decisamente più impegnativi da gestire: le donne.

Mi sa però che per le donne serviranno barattoli più grandi

Non pensate male, Freddie è un bravo ragazzo, un puro di cuore, infatti si trova male a contatto con l’umanità, volgare e fastidiosa. Quando era “normale” ne subiva di ogni sorta, poi un giorno ha vinto una ingente somma di denaro alla lotteria e così ora Freddie può ritirarsi a vivere nella campagna londinese, solo, con chilometri di solitudine attorno a sé.

La reggia solitaria del collezionista

Così come si innamora di farfalle a cui dà la caccia, un giorno Freddie si innamora di una ragazza, Miranda, verso cui bisogna essere chiari: prova solo amore, puro e incondizionato. Niente brutti pensieri, niente brutte intenzioni, Freddie è un ragazzo per bene, questo dev’essere sottolineato. Il problema però è che Miranda è una ragazza “moderna”, è spigliata, indipendente, con un profondo senso artistico e decisa a vivere una vita piena: non esiste al mondo che possa anche solo notare l’esistenza di un’ombra grigia come Freddie Clegg, impacciato, timido, incapace di una qualsiasi discussione che non preveda le farfalle. Quindi il nostro protagonista non può fare altro… che rapire Miranda e segregarla in cantina. Tanto nella campagna londinese nessuno può sentirti urlare.

Durante il rapimento il regista Wyler si auto-cita con Ben-Hur (1959), nel cinema in alto a destra

Siamo lontani dal ’68 e dalla rivoluzione sessuale, ma Miranda è un’anticipatrice niente male. In nessun momento la ragazza agisce come se fosse vittima di un maniaco o di un rapitore, visto che sin da subito gli equilibri sono chiari: Miranda offende il suo persecutore e Freddie subisce, incassando ogni colpo. Se non fosse per la sua perizia da collezionista nell’escogitare vari sistemi di serrature e chiusure, Freddie non riuscirebbe neanche per un secondo a soggiogare Miranda in alcun modo, fisico o psicologico che sia. La donna gli è superiore in ogni aspetto e lui non può far altro che continuare a crogiolarsi nell’idea che quella convivenza coatta possa far nascere in lei un qualche sentimento: una volta che l’avrà conosciuto meglio sicuramente si innamorerà di lui, pensa Freddie nella sua candida pazzia.

La cantina come simbolo della mente oscura del collezionista

Una vicenda che si svolge interamente in un paio di ambienti, con solo due protagonisti che non fanno altro che parlare per tutto il tempo… è quanto di meno cinematografico si possa pensare, così immagino che la Columbia abbia dato mandato agli autori di inventarsi “qualcosa alla Hitchcock”, così sono perfettamente visibili nel film di Wyler degli “inserti apocrifi” che però giustamente alzano il livello di quello che all’epoca si chiamava suspense, emozione del tutto assente nel romanzo di Fowles.

Una delle scene inventate dal film per aggiungere suspense

Il ’68 è lontano, come dicevo, e forse solo i romanzieri potevano anticiparlo. Se quindi un ragazzo normale, che stupisce il lettore per la sua purezza di spirito e totale determinazione a sopprimere ogni sentimento “disdicevole”, al cinema ottiene gli occhi da maniaco del giovanissimo Terence Stamp – il cui sguardo fa immaginare tante brutte cose per la rapita! – lo stesso dicasi per Miranda, che a quanto pare non può mostrarsi così com’è su grande schermo: da donna forte, indipendente, determinata e dalla forte personalità… diventa una vittima piagnucolosa nell’interpretazione di Samantha Eggar, cambiando completamente il rapporto fra i due personaggi.

Non so voi, ma questi occhi non mi ispirano “purezza d’animo”

Il Freddie Clegg dello schermo è determinato, deciso, dal polso fermo, un giovane uomo capace di chissà cosa, se non avesse però un carattere così forte da controllarsi anche nei momenti di maggiore tentazione. Fra le sue mani l’esile, terrorizzata e sottomessa Miranda è una vittima sacrificale in completo potere del mostro. Sicuramente è una situazione molto più plausibile, dal punto di vista della cronaca nera, ma rovina tutto l’incanto del romanzo, che parlava di tutt’altro.

Da donna forte e indomabile a tipica vittima da film horror

Uno dei punti salienti della vicenda è quello artistico. La Miranda del romanzo ha aspirazioni artistiche ma occhio, che ciò che davvero le interessa pare essere un’arte borghese, da “salotto buono”. Non vuole dipingere qualcosa che provochi emozioni in chi la guardi, lei vuole un capolavoro riconosciuto dalla comunità artistica. (Sto usando parole mie, non di Fowles, ma è per riassumere il concetto.)

Freddie invece incarna il “buon selvaggio”, uno che non ci capisce niente d’arte ma è sensibile e quindi sa cogliere la bellezza anche dove l’artista non la vede. Infatti durante la prigionia Miranda colpisce il suo rapitore ritraendolo in quadri orribili, ma i due non si capiscono e l’atto è frainteso: Miranda crede di offenderlo con ritratti rozzi e volgari, Freddie invece – che non capisce l’arte borghese – riesce a cogliere in quei ritratti qualcosa che la donna non sa capire, cioè l’anima di lui messa a nudo, il suo lato nascosto a lui stesso, e questo lo fa soffrire perché si sente messo a nudo in modo vergognoso.

Come rendere su schermo questa totale incomunicabilità fra due classi sociali (e mentali) così incompatibili? Non si può, infatti a un certo punto un Freddie indispettito chiede ad una Miranda piangente di spiegargli il significato di quel libro tanto famoso, di cui parlano tutti, Il giovane Holden (1951) di Salinger: la donna bofonchia qualcosa, lui lo usa per dimostrare che il protagonista di quel romanzo fa cose cattive come le fa lui e poi strappa il libro. Ma cos’è? Ma che senso ha questa scena, totalmente inventata per il film?

E noi a Salinger lo strappàmo!

Il film di Wyler si limita ad aggiungere un paio di posticce scene suspense per fingere che la vicenda sia hitchcockiana, ma è chiaro come non funzioni. Così come non funziona il passare del tempo: quanto rimane Miranda in mano a Freddie? Leggendo il romanzo ci pare che passi una vita, perché noi stessi partecipiamo della sofferenza della situazione e il tempo ci sembra infinito; nel film è tutto così veloce che risulta difficile persino capire lo sconforto della povera rapita.

Ti ho portato nel miglior ristorante della zona: casa mia!

I due attori britannici sono bravissimi ma sono costretti in due ruoli invertiti: Stamp deve ritrarre in modo duro un personaggio nato fiacco e incapace, mentre la Eggar deve farsi piagnucolosa nel ritrarre invece una donna nata forte e determinata. Questo sfalsamento non è chiaro nel vedere il film, ma alla fine della visione mi era rimasta la sensazione di qualcosa che non andasse, di potenzialità inespresse, e ho capito tutto leggendo il romanzo, dove in pratica succedono quasi le stesse cose ma con una valenza totalmente diversa.

«Feed my Frankenstein / Meet my libido / “He’s a psycho”» (cit.)

Sull’imbarazzante finale inventato per il film vorrei soprassedere, essendo un crollo di stile che comunque è in linea con l’operazione: il cinema non è matematica, cambiando l’ordine dei fattori anche il risultato cambia, eccome!


Conclusione

Ho fatto bene a vedere prima il film e poi leggere il romanzo originale, e consiglio a tutti di seguire questo ordine, perché il film di Wyler pur con i suoi difetti comunque è una buona visione, ma è solamente con il romanzo di Fowles che si capiscono i personaggi e le dinamiche. Al contrario, con il film visto dopo il romanzo, sarebbe sembrato solo un pessimo riassuntino che mancava il segno e quel che peggio sbagliava i personaggi.

Di tutte queste esperienze, con mesi di lavoro e passione, non posso che ringraziare il maledetto Leigh Whannell, che lo odio perché lo amo e lo amo perché lo odio, quindi vi invito tutti ad agguantare il vostro trasmettitore e a gridare: «Khaaaaaaaaaan!»

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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15 risposte a Il Collezionista (1965) Tutta colpa di Leigh Whannell

  1. Cassidy ha detto:

    Leigh Whannell made me do it! (quasi-cit.)
    Bellissima analisi, bellissimo percorso, il MACC romba a piena potenza qui! Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Leigh è su twitter, quasi quasi gli scrivo che è tutta colpa sua!!!! 😀

      Piace a 1 persona

      • Giuseppe ha detto:

        “LEEEEIIIGGHH!” 😜
        Capolavoro di post, eccezionale occhio per gli indizi e solidissimi raffronto e analisi della fonte letteraria e dell’adattamento cinematografico (già essere riuscito a reperirlo e rivederlo costituisce un’impresa di suo) 👍👏👏👏
        In onore a tutto questo, riporto anche in questa sede l’upgrade del MACC già proposto sulla Bara Volante: il MACCECA, Motore ad Alta Coincidenza Cinematografica E Cinefila Assortita 😉

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahaha il nome si allunga sempre più 😀
        Grazie e ovviamente rigiro i complimenti a Leigh, che è tutta colpa sua!!! 😛

        "Mi piace"

  2. Lory ha detto:

    Un post che è una matrioska.
    Non conosco il film, hai ribadito nuovamente quanto leggere il libro dopo sia meglio e in effetti può essere la migliore soluzione, fermo restando in casi particolari che se un film poi non ti intriga non arriverai poi a leggere il libro che potrebbe invece essere di gran lunga migliore. Sono casi particolari ma capisco il senso di quanto dici.
    Questo tuo post mi rimanda ad un altro come una pallina da ping pong perché ho trovato un post a un film visto da poco, ci troviamo di là e scusami se su questo non ho niente da dire.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Post trascinante come solo te sai fare, praticamente mi hai preso per mano (così come Leigh ha preso te 🙂 ) e mi hai condotto, tra thrillerino (che mi hai consigliato e che mi ero perso nella selva di “essi stessi” ma che ora recupererò), citazioni a profusione, romanzo, film (peccato per l’inversione caratteriale dei protagonisti!), in un viaggio da applausi a scena aperta! Grande! 🙂

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  4. Pingback: [Books in Movies] Il collezionista (1965) | nonquelmarlowe

  5. Celia ha detto:

    E’ proprio ora di rivedere il film, mi sa: io ne ho un ricordo alquanto positivo, infatti l’ho inserito nei miei scaffali bibliotecari. Sono curiosa di scoprire che impressione mi farà adesso.
    E quanto al libro… cavoli, che notiziona! Ovviamente, me lo segno.

    Piace a 1 persona

  6. Celia ha detto:

    p.s.: sarà un caso, ma l’immagine della cantina fa pensare ad un occhio che ci osserva.

    Piace a 1 persona

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