Aspettando Balasso (2022) 2 – Ombre e Doppi


Continua il mio viaggio di approfondimento su ombre, doppi e compravendita di anime in attesa di Baldus, il contro-film di Natale di Natalino Balasso, dell’8 dicembre sul “Circolo Balasso“.


L’ombra di Andersen

«Si sa, elfi e folletti, l’ombra non ce l’hanno!»
da “Il monte degli Elfi”

Grazie al lettore Grendizer scopro che anche il celebre Hans Christian Andersen ha trattato il tema dell’ombra, affrontato la settimana scorsa con il caso di Peter Schlemihl, perciò recupero il mammut della Newton Compton Tutte le fiabe (2011), con traduzione di Maria Pezzé Pascolato (1869-1933): l’edizione Newton si rifà alla prima del 1993, ma visto che la Pascolato è stata la prima a tradurre in italiano Andersen, per Hoepli nel 1904, penso risalga a quella data la versione italiana del racconto, dati anche certi virtuosismi lessicali.

La fiaba L’ombra (Skyggen, pubblicata per la prima volta in “Nye Eventyr”, II, I, 1847) è incredibilmente deliziosa e mi chiedo come mai non sia entrata nell’immaginario collettivo come altre fiabe dell’autore danese, anche se in realtà l’hanno fatto solo dopo essere state completamente snaturate dalla Disney. Qui invece non c’è buonismo, non c’è zucchero filato né oggetti parlanti o canzoni, bensì pura taglientissima satira che accomuna l’opera a quella di Chamisso, tanto che mi chiedo se l’autore danese avesse letto il collega tedesco.

Protagonista è uno scienziato che dal nord va a rifocillarsi nei caldi paesi del sud. Per mera curiosità – una deformazione professionale, essendo uno scienziato – manda la propria ombra ad indagare nella stanza accanto, ma quando questa non torna più non se ne fa un cruccio: scopriamo che i danesi non trattano male qualcuno solo perché non ha l’ombra, come fanno invece i tedeschi con il povero Schlemihl.

Passano gli anni e un giorno l’Ombra bussa alla porta dello scienziato. In quel tempo si è fatta più “corposa” (cioè ora è a forma umana), ma soprattutto si è arricchita, così da potersi dotare «di vestiti, di scarpe, di tutta quella vernice da cui si conosce l’uomo», e sebbene stimi lo scienziato ormai non è più il suo padrone. L’uomo infatti se la passa male, nessuno vuole saperne di scienza e i suoi studi e pubblicazioni passano del tutto inosservati, mentre l’Ombra e la sua vanità prosperano.

L’Ombra e lo scienziato nel film Andersen del 2006

Visto che l’Ombra, forte della propria superiorità monetaria, dà del “tu” allo scienziato, quest’ultimo in un moto d’orgoglio chiede che i due si diano del “voi”. Al che l’Ombra risponde: «Non posso lasciarmi dar del tu da voi, ma vi darò molto volentieri io del tu: e così il vostro desiderio sarà almeno in parte soddisfatto». Ma la beffa non finisce qui: l’Ombra deve compiere un viaggio e ha bisogno di un’ombra per non destare sospetti: sarebbe lo scienziato così gentile da farsi assumere come ombra? In fondo sarebbe l’unico compenso che qualcuno gli darebbe.

Citando sempre soldi o simboli di ricchezza, la storia vede l’Ombra prosperare fino a conquistare il cuore di una principessa, mentre il povero scienziato, il cui sapere non interessa a nessuno, si fa sempre più umile finché un ultimo moto di orgoglio gli costerà la testa. (Semmai trarranno un film Disney, questo particolare verrà modificato.)

Lo scienziato in rovina mentre la sua Ombra prospera in ricchezza

Ogni parola dell’Ombra è una critica alla società che basa unicamente sulla ricchezza personale il giudizio morale, e non resisto a vedere nel suo desiderio di farsi dare del voi un antico proverbio arabo: al cane che ha denari si dice “signor cane”. I soldi rendono tutti “signori”, o “dottori”, com’è uso in Italia. («Venghi, dotto’!»)

Andersen è spietato e crudele in ogni parola, e come Chamisso – da cui la fiaba si separa giusto di una trentina d’anni – ritrae l’uomo come pura “apparenza monetaria”: cosa ci sia sotto, per l’opinione pubblica non ha importanza.

Danny Kaye nei panni di Andersen nel variopinto e zuccheroso film del 1952

Decisamente era impossibile che la fiaba “nera” venisse annoverata fra le tante citate dall’insopportabilmente zuccheroso (e canterino) Il favoloso Andersen (1952) di Charles Vidor, con un bambinesco Danny Kaye nel ruolo del danese: l’attore l’ho venerato quand’ero bambino, ma per fortuna l’ho visto in ben altri film che in robe come questa.

Discorso completamente diverso per il film russo Andersen. Una vita senza amore (2006; in DVD Medusa dal 2010) di Eldar Ryazanov: qui addirittura la fiaba de L’ombra è fra quelle che vengono messe in scena per intero durante la lunga (e non sempre ispirata) narrazione della pellicola, che si prefigge di raccontare la vita dello scrittore, da giovane interpretato da Stanislav Ryadinskiy e da anziano da Sergey Migitsko.

Splendide idee visive, ma pessima resa testuale

Per motivi ignoti, però, della fiaba viene totalmente stravolto il finale e cancellata la satira della ricchezza. Al che mi viene da chiedermi quanto valga il resto della sceneggiatura, se si sono messi a reinventarsi le fiabe di Andersen manco fossero la Disney!

«Sapeva che c’era già una storia di un uomo senz’ombra, e che tutti lassù, nei paesi nordici, la conoscevano.»

Questa frase sibillina nella fiaba di Andersen si riferisce per caso al Peter Schlemihl di Chamisso? Secondo il film russo sì, e l’opera viene dichiaratamente citata come fonte da cui Andersen avrebbe tratto L’ombra: visto però poi che il testo che segue è pesantemente rimaneggiato, non so quanto fidarmi della sceneggiatura di questo film.


Il doppio di Poe

Cos’è l’ombra se non una sorta di “doppio” della persona a cui è legata? Già che ci sono, perché non mi rileggo il racconto del doppio per eccellenza? Anche perché casualmente – ma sappiamo che non esiste il caso – risale ad un lontano ottobre la mia prima lettura di William Wilson di Edgar Allan Poe, anche se quel 15 ottobre 1989, dopo cinque giorni di lettura (stando al mio database dell’epoca) l’unico mio commento è stato: «Racconto ben scritto, ma non sempre duratura l’attenzione». Mi pare chiaro che Poe non avesse proprio conquistato il giovane Etrusco quindicenne.

Apparso originariamente nell’antologia “The Gift” (1839) e giunto in Italia nel 1920 per la Facchi, quel 1989 – non sapendo di festeggiarne i 150 anni! – il racconto l’ho letto in un’edizione Rizzoli, quindi con traduzione di Maria Gallone, mentre oggi l’ho recuperato dall’antologia Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore (Newton Compton 2010, ma basata su una prima edizione proprio del 1989) con traduzione di Daniela Palladini e Isabella Donfrancesco.

Il problema di William Wilson è che tutti sanno essere un racconto basato su un protagonista che incontra il proprio doppio, quando invece questo è il colpo di scena finale, rendendo il tutto un’operazione un po’ traballante. Ma visto che storicamente Poe non è mai riuscito a convincermi, sicuramente è un mio problema con l’autore che non mi fa apprezzare il suo stile.

Il protagonista, che sceglie William Wilson come pseudonimo per la sua triste storia, ci racconta la sua vita sin dall’infanzia citando come curiosità il fatto che c’è sempre lì qualcuno identico a lui, nato il suo stesso giorno, battezzato con il suo stesso nome, della sua stessa corporatura e aspetto e via dicendo. E mai sorge nel narratore il sospetto di ciò che il lettore ha già capito, cioè che è il suo doppio. No, quella è la rivelazione finale: scusate lo spoiler

William-narratore è un poco di buono e si impegna spesso in malefatte e truffe, tutte imprese mandate a monte dall’arrivo provvidenziale del William-doppio che manda all’aria i suoi piani, tanto da far pensare che per una volta sia il cattivo a raccontare la storia, e il doppio sia il buono della vicenda.

«Poteva mai per un istante pensare che in colui che mi aveva ammonito a Eton, distrutto il mio onore a Oxford, stroncato le mie ambizioni a Roma, la mia vendetta a Parigi, il mio amore appassionato a Napoli, aveva falsamente chiamato la mia avarizia in Egitto, che nel mio arcinemico e genio malefico, io potessi non riconoscere il William Wilson dei giorni della scuola, l’omonimo, il compagno, il rivale, l’odiato e temuto rivale del collegio del Dottor Bransby?»

E meno male che c’è William-doppio che blocca William-narratore dal suo grand tour europeo di truffe e raggiri!

Ciò che qui conta è un piccolo particolare, citato quasi distrattamente: William-narratore ama gli abiti di lusso e si stupisce di ritrovarli identici nel suo doppio. Che sia una velata critica a chi veste bene e gode di rispetto nella buona società? In fondo in fondo, sembra di leggere tra le righe, non è altro che un truffatore, e i soldi che sbandiera in giro non vengono certo da opere di bene: per fortuna la sua cattiva coscienza, in forma di doppio, arriva regolarmente a castigarlo.

Un Alain Delon cattivissimo nei panni di William Wilson

Al momento di trasformare il racconto di Poe in uno dei tre segmenti che formano il film Tre passi nel delirio (1968; in DVD Cecchi Gori 2021) il celebre Louis Malle decide di reinterpretare la storia, pur mantenendosi fedele al testo. Su Alain Delon il regista e sceneggiatore cuce un Wilson cattivissimo, geneticamente portato alle nefandezze, capo naturale di branchi di teppisti sin da bambino e dedito ad atti di pura cattiveria, non ultimo quello di frustare Brigitte Bardot mora.

Ma quant’è cattivo William Wilson?

Ad un prete il nostro Wilson racconta tutta la propria vita crudele, con sempre l’altro Wilson che arriva a rovinargli i piani criminali: se nel romanzo si fanno accenni vaghi ad orgette e di sicuro al barare a carte, qui Wilson è quello che oggi chiameremmo un serial killer, semplicemente ostacolato dalle varie istituzioni in cui è racchiuso, prima la scuola poi l’esercito. Se avesse le mani libere, le città sarebbero piene di donne morte.

Oggi William Wilson avrebbe una propria serie TV su Netflix

Malle ha la buona idea di non puntare subito sul doppio, anzi da piccoli i due Wilson non si assomigliano nemmeno, ma poi all’apice della nefandezza arriva il doppio e se ne rimane in ombra. È ovvio sia Delon ad interpretare entrambi i ruoli, ma per tutta la vicenda non è palese. L’ho trovata una narrazione efficace della storia, o almeno mi ha intrigato più la versione filmica di Malle che il testo di Poe. Ma, come già detto, non faccio testo perché ho sempre trovato drammaticamente inefficace lo scrittore.

Lo scontro finale fra i due Wilson

Nel 1979 Daniele D’Anza ha mandato dalla RAI di creare una serie di quattro film televisivi accomunati dal titolo “I racconti fantastici“, e insieme al compianto Biagio Proietti si mettono a “cucire insieme” i più famosi racconti di Poe in modo da lasciare richiami l’uno nell’altro. Il 25 marzo 1979 va in onda sulla ReteUno (oggi Rai1) la terza puntata, dall’eloquente titolo Il delirio di William Wilson (in DVD RAI 2013).

Certo che dopo Alain Delon, il povero Nino non fa proprio un figurone…

Stavolta William Wilson ha il volto baffuto di Nino Castelnuovo, irruente promessa dell’automobilismo da corsa con più di una punta di spacconeria: è il re della pista e quando non guida fa festa. Finché un giorno scopre che il suo capo ha assunto un nuovo pilota, anche lui chiamato William Wilson, nato il suo stesso giorno e asso della corsa pure lui. Ma con un carattere decisamente più mite, e soprattutto calmo e posato.

D’Anza e Proietti si divertono a riadattare completamente il testo aggiornandolo al ’79, e scegliendo per il Doppio un attore completamente diverso, Giorgio Biavati, che però al procedere della vicenda comincia a vestire in modo sempre più uguale a William.

«Non me somiglia pe’ niente» (cit.)

«La mia vita è la copia-carbone della tua», gli confessa «l’Altro» (così è chiamato nei titoli ufficiali del film), mostrandosi subito come “coscienza buona” di Wilson, fornendo addirittura una spiegazione di questo strano fenomeno: «Nella tua disperata corsa senza scopo sei uscito da te stesso e hai dato vita a me». La corsa automobilistica quindi come simbolo di una vita troppo frenetica e rischiosa, che ad un certo punto – in una sorta di incidente d’auto metaforico – ha fatto sdoppiare il protagonista: qualcosa mi dice che D’Anza e Proietti nel 1974 avevano visto al cinema L’uomo che uccise se stesso con Roger Moore, cioè la versione davvero moderna e britannica del William Wilson.

Non sarà pilota di Formula1, ma il signor Pelham sta per sdoppiarsi pure lui

«L’atmosfera realmente da incubo che grava sulla pagina scritta non si ricrea nella sua, così diversa, trasposizione in immagini», così “Europa” del 26 marzo 1979 dimostra come non sembri essere molto piaciuta l’idea di reinterpretare pesantemente il testo di Poe, pur rimanendovi fedele. Adoro le reinterpretazioni in chiave moderna quindi anche stavolta ho apprezzato più il filmato che il racconto – che novità! – anche se purtroppo nel finale D’Anza e Proietti si limitano a ricopiare il film di Malle, con tanto di maschere e duello al fioretto. Avrei preferito una corsa mortale in auto, visto che parliamo di due campioni della pista.

I due William Wilson e fra loro Eleanor Usher (Janet Agren): una spremuta di Poe!

Chiudo ponendomi una domanda. Chissà se Edgar Allan Poe al momento di scegliere il nome del suo protagonista si è ricordato di un piccolo particolare, forse noto solo agli studiosi di Shakespeare. Ann Hathwey, la moglie del Bardo, prima di lui aveva sposato un altro William: un certo William Wilson. Che Shakespeare non fosse altro che il “doppio” del suo primo marito? O magari la sua Ombra?

L.

– Aspettando Balasso 2022:

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18 risposte a Aspettando Balasso (2022) 2 – Ombre e Doppi

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Dopo tanta Z, lo zinefilo degli ultimi giorni vira su temi di altro tipo. Oggi, tra ombre, doppi e grandi autori, non si può che apprezzare la versatilità etrusca! 🙂

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  2. Cassidy ha detto:

    Non conoscevo il racconto Andersen, conosco quello di Poe invece, in ogni caso post bellissimo 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Anch’io non avevo mai sentito raccontare “L’ombra” di Andersen, non è fra le tante sue favole che vengono citate e reinterpretate in giro, e visto quanto sia sarcastica e crudele, capisco che l’unico modo per spacciarla come “fiaba” sia cambiarne il finale, come fa appunto il film del 2006.

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      • Lory ha detto:

        È sempre un viaggio ogni tuo post 👏
        Daniele D’anza aveva anche sceneggiato “Ho incontrato un’ombra”, ma questa è un’altra storia…..

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ah, molto intrigante! Devo controllare se l’opera che citi può rientrare nei parametri di questo viaggio: ero partito tutto “leggero” invece sto trovando roba su roba, questo viaggio sarà molto più vasto di quanto immaginassi 😛

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  3. Giuseppe ha detto:

    Io e il critico di “Europa” abbiamo delle opinioni molto diverse circa il risultato finale della trasposizione/reinterpretazione di Poe su piccolo schermo: a me TUTTA quella miniserie metteva addosso una paura fottuta (“Il delirio di William Wilson” compreso), e continuo a ritenere l’averla vista a quattordici anni un fattore di scarsa importanza a riguardo, dove a contare davvero era la saggia idea da parte di D’Anza e Proietti di adattare e attualizzare il testo scritto al linguaggio televisivo di fine anni ’70, così da ottenere un effetto straniante (in positivo) e inquietante… Un modus operandi non gradito da tutti, no, ma ai tempi di fantastico in televisione ce n’era a vagonate e, di conseguenza, ci si poteva ancora permettere di fare gli schizzinosi.
    Tornando all’Ombra di Andersen, l’impietoso e critico ritratto di una società che subordina il giudizio morale alla ricchezza personale purtroppo è ancora ben lontano dall’essere qualcosa di datato, vedi ad esempio l’attuale “liberismo” dove -in estrema sintesi- se sei ricco è SEMPRE e SOLO merito tuo… se invece sei povero, ovviamente, è SEMPRE e SOLO colpa tua. E, tanto per non farsi mancare niente, vai di patetiche puttanate come la ridicola invenzione della cosiddetta “invidia sociale” da parte dei SEMPRE e COMUNQUE colpevoli, frustrati e falliti meno abbienti… In definitiva, credo si troverebbe assai a proprio agio ancora fra noi contemporanei, quell’Ombra.
    P.S. Guarda un po’ che collegamenti mi hai portato a fare, da Andersen ai liberisti… 😉

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  4. wwayne ha detto:

    Ricordo bene Giorgio Biavati, perché tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000 era uno degli uomini più amati d’Italia. Questo grazie al ruolo che l’ha (tardivamente) consegnato all’immortalità, quello di Giovanni Bonelli in Vivere: il personaggio in questione era un ristoratore bonario e affettuoso, una sorta di Sora Lella al maschile e in versione nordica, ed era così adorabile che in quegli anni solo il mitico Nonno Libero di Un medico in famiglia godeva della stessa popolarità.
    Quelli erano anni in cui la tv italiana sfornava prodotti di altissima qualità, e quindi se la Rai aveva Un medico in famiglia Mediaset aveva Vivere: oggi invece il cinema italiano continua a battere qualche colpo, ma le fiction italiane sono praticamente morte (probabilmente perché costano troppo).
    Riguardo al commento di Giuseppe, il discorso “Se sei povero è colpa tua, e quindi cazzi tuoi” (pronunciato spesso da chi vorrebbe l’abolizione del reddito di cittadinanza) può avere un senso se abiti a Milano o a Roma centro: in realtà come quelle di opportunità lavorative ce ne sono a bizzeffe, e quindi effettivamente se vivi lì e sei povero un po’ te lo meriti. Il discorso cambia se invece abiti in posti come Castrovillari o Cetraro: lì il lavoro non c’è neanche per chi è disposto a sgobbare a più non posso, quindi se abiti lì e sei povero non è certo colpa tua. E non è corretto dire “Allora vai da un’altra parte”: prima di tutto perché non tutti possono lasciare la famiglia, in secondo luogo perché anche per emigrare ci vuole un capitale di partenza, non puoi certo pensare di spostarti da Castrovillari a Roma senza un soldo in tasca.

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  5. Elfo Scuro ha detto:

    Adoro il concetto “io sono l’altro” sia in letteratura che nel cinema. Rimbaud diceva: – È falso dire: io penso: si dovrebbe dire io sono pensato. Scusi il gioco di parole, io è un altro. –

    Esempio che mi piace citare sempre è La Metà Oscura di King, parlando di tempi recenti ovviamente.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Grazie per la splendida citazione e per il contagio di idee: voglio approfondire l’idea dell’Altro in Rimbaud ma soprattutto mi sono ricordato dell’antologia poetica di Borges dal titolo “L’altro, lo stesso”, titolo che mi sembra decisamente pertinente ^_^

      De “La metà oscura” di King per fortuna ho già trattato i film, qualche anno fa, per il suo anniversario, così ho meno “compiti” da fare, ma sicuramente è un ottimo esempio delle cose buone che un autore può tirar fuori quando inizia a giocare con l’Altro 😉

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  6. GRENDIZER ha detto:

    Andersen è amatissimo in Giappone , tanto che gli hanno dedicato una serie animata negli anni 60 che adattava molti suo racconti.
    Questa serie è arrivata anche da noi col titolo “Le fiabe di Andersen”

    Essendo nipponica, non ci sono le edulcorazioni tipiche dell’ Occidente su i passaggi “tristi” delle fiabe dello scrittore.
    Dovrei guardarmi l’episodio dell’ Ombra, ambientato in un sobborgo italiano (!!) per vedere cosa hanno combinato.

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  9. Sam Simon ha detto:

    La stroncatura di Poe non me la aspettavo, ma il tema del doppio è certamente affascinante. Star Trek, che come sai adoro, lo ha affrontato tantissime volte sin dalla serie classica, ma più che per obiettivi di satira per far notare come abbiamo bisogno di più anime (inclinazioni, diciamo) per essere delle persone complete.

    L’intero mirror universe è stato invece successivamente usato più per far divertire gli attori e far fare loro qualcosa di diverso che per mandare messaggi profondi.

    In ogni caso, tutte le opere che hai menzionato mi sembrano decisamente interessanti, e si, le fiabe non erano certo racconti per bambini come pare credere la maggioranza delle persone…

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