Dead Calm [1962-2022] 2 – Il coltello nell’acqua


Continua il viaggio sulla tavola piatta dell’oceano, da cui fuoriescono simboli pronti a conquistare la narrativa.


Prologo

Il mare è in calma piatta (dead calm), una tavola d’acqua, e da questa fuoriescono due figure, due uomini intenti a trasportare un armadio.

La tavola proietta le sue prime figure

Sbucati dal nulla ed entusiasti della loro condizione, i due uomini cercano di integrarsi nella società, scoprendo che nessuno vuole avere a che fare con due tizi così matti da girare con un armadio: non possono salire sul bus, entrare nei locali e sono scacciati da tutti, fino ad essere picchiati da alcuni teppisti, in particolare dal più basso di tutti: un ragazzino che chiamano Romek e che un giorno sarà famoso come Roman Polanski.

Anche Polanski ha cominciato da piccolo

Con i due uomini che si rifiutano di vivere in una società incapace di accettarli, tornandosene con l’armadio nell’acqua che li aveva generati, il cortometraggio Two Men and a Wardrobe (Dwaj ludzie z szafa, 1958) girato da Polanski come compito scolastico mentre frequenta la Lodz Film School inizia a girare i festival e a riscuotere grande consenso: il nome del giovane cineasta diventa subito una “nuova promessa” del cinema polacco, quindi Romek inizia subito a pensare all’ovvio passo successivo: girare un lungometraggio.


Quando Romek divenne Roman

Skolimowski è un giovane ambizioso che mediante la pubblicazione di due libretti di poesie, pieni di versi arrabbiati, riesce ad ottenere l’ammissione alla Polish Writers Union, il che gli permette di lavorare in campo artistico in Polonia. Collabora con molti personaggi di spicco, compreso il celebre Andrej Wajda, finché decide di sottoporsi all’esame di ammissione per la scuola di cinema, esame tenuto da alcuni professori e un loro assistente. Un giovane assistente che sta per diplomarsi, che tutti chiamano Romek, e che un giorno sarà Roman Polanski.

Skolimowski e Romek diventano subito amici, entrambi giovani rampanti con la ferrea intenzione di diventare artisti di spicco. Stando al saggio Polanski, the filmmaker as voyeur (1983) di Barbara Leaming, da cui ho preso queste informazioni, siamo nel 1959 e Romek ha in tasca un progetto per il suo debutto registico, per il quale chiede aiuto al suo nuovo amico. La storia si svolge nella Terra dei laghi della Masuria, e uno dei personaggi attinge ad un’esperienza particolare di Romek: tempo prima aveva condiviso una ragazza con un marinaio più grande di lui, il quale durante questo ménage a trois non perdeva occasione di umiliarlo come uomo.

I giovani Polanski e Skolimowski si vanno quindi a chiudere in un piccolo appartamento afoso per scrivere la sceneggiatura finale del progetto, raggiunti da un altro amico di Romek, Jakub “Kuba” Goldberg. In seguito Skolimowski dirà di non aver scritto una sola parola di quel copione, visto che il suo compito consisteva unicamente nel versare acqua gelata nelle bevande dei due amici scrittori. La frase (annota la biografa) si spiega con il fatto che nella Polonia comunista degli anni Cinquanta i cubetti di ghiaccio erano un lusso che ben pochi potevano permettersi.
Sull’argomento le dichiarazioni di Skolimowski saranno sempre divertite, come per esempio il fatto che Romek si trovasse bene con Kuba perché era l’unico più basso di lui, e che la sceneggiatura venne scritta in soli tre giorni. In tempi più vicini si sarebbe divertito a rettificare: quali tre giorni… saranno stati almeno quattro!

I due scrittori – Polanski e Goldberg – differiscono sulla durata della vicenda: Kuba vorrebbe spalmare gli eventi su più giorni, mentre Romek vorrebbe limitare tutto in ventiquattr’ore. Poi per i personaggi cominciano ad inscenare una sorta di gioco delle parti, dove ognuno di volta in volta assume le vesti di uno dei tre protagonisti e così si possono limare i dialoghi. La situazione però ben presto, complice l’eccessivo caldo ma anche la grandezza degli ego coinvolti, si fa esplosiva.
Polanski lotta alacremente per assumere il controllo totale del gruppo ma gli altri non sono certo disposti a lasciarglielo, quindi il trio passa alcuni momenti molto intensi e violenti.

Sopravvissuti alla scrittura, i tre presentano il copione completo di Nóz w wodzie al Partito Comunista polacco il quale però lo boccia subito: lo Stato non ha intenzione di sovvenzionare con denaro pubblico un dramma psicologico, per di più pervaso da critica sociale dal forte odore sovversivo.
Ci saranno limature e riscritture complete, ma il Partito si fa aspettare nelle sue decisioni. e Polanski intanto trova un nuovo progetto: il cortometraggio Mammals.

Durante la lavorazione di quest’ultimo il giovane regista viene avvertito che finalmente la sceneggiatura ha ricevuto l’approvazione del Partito: Romek chiude in un cassetto il girato di Mammals e nell’estate del 1961 si va tutti a girare il grande esordio cinematografico.

La scelta dell’attrice ricade su Romek, che si gira tutte le più grandi piscine della città mettendosi a fissare le nuotatrici più belle: siamo sicuri si faccia così un casting? Pare poi che il giovane cineasta si invaghisca dell’attrice scelta, inaugurando una storica abitudine di Roman, cioè riuscire raramente a separare cinema e vita privata.

Il personaggio del giovane dev’essere bello, lo prevede sin dall’inizio l’idea di Skolimowski, e quindi Polanski non ha dubbi: lo farà lui! Per cercare di convincerlo a desistere interviene l’amico produttore Bossak, che con diplomazia gli fa notare di non essere così bello e prestante come prevede il ruolo. Di tutta risposta, Polanski gli si denuda davanti e lo sfida a dirgli che non ha un bel corpo! Non dimentichiamoci che siamo in un paese comunista degli anni Cinquanta, dove cioè basterebbe un pettegolezzo di omosessualità perché i giovani cineasti scompaiano nel nulla! Polanski capitola, ma si prenderà la sua vendetta… doppiando con la sua voce il personaggio del giovane!


Tre simboli in barca

La vicenda si apre subito con un forte contrasto fra “luogo comune” e “innovatività”: il luogo comune è che le donne non sappiano guidare bene, l’innovatività è una donna che se ne frega dei luoghi comuni.

Ringraziamo Rai3 per aver salvato la rarissima versione italiana del film

Dall’ombra dell’abitacolo di un’auto fuoriesce una coppia bene integrata, benpensante e sicuramente apprezzata dal Partito: Andrea (resa italiana di Andrzej, interpretato da Leon Niemczyk) e sua moglie Cristina (Krystyna, Jolanta Umecka). Siamo in un Paese comunista ma Andrea ha un’auto di proprietà e pure una barca, quindi diciamo che è “più uguale” rispetto ai suoi “compagni”. È un noto cronista sportivo, chiaramente ha dei soldi ma soprattutto è un membro attivo e valido della società.

Sua moglie prova a guidare ma è impossibile, con il marito che le strilla continuamente indicazioni, una scena non certo nuova in questo tipo di dinamiche. Cristina non batte ciglio e dà soddisfazione al marito, spostandosi sul sedile del passeggero: lei sa benissimo di saper guidare, non ha bisogno di avere l’approvazione del marito, non ha bisogno di seccarlo o di umiliarlo. Tanto si umilia da solo, visto che appena preso saldamente in mano il volante… a momenti mette sotto un autostoppista.

Quando i ricchi benpensanti incontrano i poveri autostoppisti

Entra in scena il terzo elemento della storia, quello che incrina l’equilibrio, l’elemento di disturbo: un giovane innominato (Zygmunt Malanowicz) che immediatamente si presenta per quello che è. Un tipo di persona che il Partito proprio non gradirebbe.

L’integrato e il ribelle: un odio atavico ed eterno

Il giovane non ha soldi, non ha altro se non i poveri vestiti che indossa e uno zaino con poca roba, gira in autostop – ha anche un libro che spiega come farlo! – e di sicuro non è un membro attivo e valido della società. L’odio con Andrea nasce immediatamente e non farà che aumentare, scena dopo scena.

La famiglia borghese, tradizionale e integrata carica a bordo la “scheggia impazzita”

Ad un certo punto Cristina bisbiglierà al giovane quella che possiamo definire la chiave di quell’odio: Andrea e il giovane hanno lo stesso temperamento, ma l’uomo si è dovuto forgiare sotto i colpi dei rigidi dettami della società, mentre invece quel ragazzo biondo chiaramente si fa beffe di ogni convenzione e dovere sociale. È chiaro che nel momento stesso in cui la donna fa sapere al giovane di vedere in lui il marito, il “triangolo” si è formato e peserà come un macigno sull’intera vicenda.

Andrea e Cristina si stanno recando ai Laghi Masuria per una gita in barca di ventiquattr’ore, ma va subito specificato: siamo parecchio lontani dall’idea di “gita” che possiamo avere noi fiacchi occidentali edonisti. Quella dei due coniugi assomiglia decisamente di più ad una manovra militare, non so se davvero i polacchi negli anni Sessanta avessero queste abitudini per i loro giorni feriali, o se Polanski abbia voluto caricare parecchio questo aspetto per far capire quanto male si trovi il Giovane in mezzo ad una vera e propria caserma sull’acqua.

Non è una gita, piuttosto una manovra militare

Per farsi perdonare l’incidente mancato, Andrea (spinto in realtà dalla moglie) invita il giovane a partecipare alla gita in barca ma mette subito in chiaro come andranno le cose: quando in barca ci sono anche solo due uomini, uno di loro è il capitano. Non lo specifica, ma quindi l’altro è il marinaio, il sottoposto. Uno ordina, l’altro esegue. Questa è la società civile, guidata dal Partito, e la barca Christine in omaggio alla moglie è in realtà lo Stato di Andrea, dove lui è il signore e padrone.

Andrea, il dittatore dello Stato libero di Christine

Non c’è un solo fotogramma nell’intero film in cui Andrea non sia impegnato in un’attività precisa, tecnica, funzionale, che gli riesca alla perfezione e in cui primeggi. È un provetto marinaio, in gioventù è stato temprato dalla scuola nautica e a bordo della Christine non si sta mai con le mani in mano: Andrea lo si vede sempre impegnato in qualcosa, di solito molto lontano dal concetto di “gita in barca”.

Cosa fa il giovane ribelle durante le lunghe e complicate manovre nautiche? Dormicchia, si aggira pigramente, sorride con fare sarcastico. Insomma, tiene sempre alto l’odio in Andrea, rendendo chiaro che la situazione non potrà finire bene.

Prima della fine della gita, qualcuno in questa storia finirà male

Come si diceva, però, i due uomini sono molto simili, entrambi molto orgogliosi, testardi e desiderosi di dimostrare la propria superiorità sull’altro, che sia morale o materiale. Ovviamente lo squattrinato giovane perdigiorno non può certo avere più valenza sociale del rispettato uomo di successo, ma basta mettere in luce la gretta meschinità di quest’ultimo per vincere sul piano morale la sfida.

Per ora il coltello non è ancora nell’acqua

Teoricamente Andrea non dovrebbe abbassarsi a “duellare” col giovane, perché è proprio facendolo che perde la propria superiorità a priori, ma la tentazione è forte e soprattutto il biondo sbruffoncello meriterebbe tanto una sonora lezione. Come quando si mette a giocare con il suo grande coltello a serramanico.

Mentre i due uomini si sfidano ad un gioco pericoloso, passandosi la lama sempre più velocemente tra le dita, sono sicuro che il giovane James Cameron prende appunti: bella l’idea del gioco del coltello, me la devo rivendere…

Quando i giovani maestri lanciano idee…

… i successivi giovani Maestri prendono appunti

A un certo punto cade il vento e tutto si ferma: siamo in bonaccia, in dead calm, e la situazione inizia a crescere di livello. Perché i tre si ritrovano a condividere spazi sempre più stretti, sia sul ponte ma ancor di più giù in cabina, e la tensione erotica (mai manifesta) è sempre più sotto-traccia.

Andrea sorprende il giovane a buttare un’occhiata di troppo a Cristina che si spoglia, eppure non dice niente, limitandosi ad ascoltare un evento sportivo trasmesso per radio, criticando il collega telecronista. Non stupisce che quando gli eventi prenderanno una brutta piega, Cristina non opponga molta resistenza all’ardore del giovane ribelle biondo.

Sottocoperta la tensione non può che aumentare

Qui va sottolineata l’innovatività di Polanski. Se infatti un marito dal carattere forte, deciso, anche brusco, è un luogo comune della “famiglia tradizionale”, oserei anzi dire un perno della società civile, tutt’altro discorso per una moglie come Cristina, che malgrado sia sposata a un capitano nato – che non riesce ad evitare di dare sempre ordini, in qualsiasi situazione – non è mai sottomessa. Andrea può fare il capitano quanto vuole, Cristina non sarà mai il suo marinaio. Esegue gli ordini solo perché navigare richiede ordine, coordinazione e comportamenti precisi, altrimenti diventa pericoloso, ma in nessun punto della vicenda la donna si mostra succube del marito.

Ogni operazione marinara che Andrea compie con grande serietà e prontezza, è seguita da Cristina, mai seconda in alcuna delle attività che ci vengono mostrate. Con il cinema occidentale siamo abituati a mogliettine (o amanti) in costume che mostrano le proprie grazie sul ponte della nave, mentre i loro mariti (o amanti) fanno tutto il resto, ma qui non c’è niente di tutto questo: Cristina è parte attiva dell’equipaggio, sa guidare la nave come sa apparecchiare la tavola, sa ammainare le vele come sa cucinare il frugale pasto che i tre consumano. Non c’è un solo fotogramma in cui la donna stia ferma, è un motore instancabile e decisamente un aspetto inedito, per noi cresciuti con i film americani pieni di belle bamboline immobili, o aspiranti tali.

Sulla barca Christine solo un personaggio tiene la barra dritta per tutta la vicenda, senza mai sbagliare rotta: Cristina.

Un’attrice improvvisata che incarna alla perfezione l’unico personaggio forte della storia

Arrivati all’ultima parte del film, Polanski e Skolimowski dovrebbero affondare il loro “coltello”, dovrebbero far precipitare gli avvenimenti e tirare quei fili che sono lì, visibili e pulsanti. «Cadendo in acqua, il coltello fa increspare le onde, fino ad allora piatte, della narrazione», scrive Alberto Scandola nel “Castoro Cinema” (2002) dedicato a Polanski. È chiaro che il coltello sia il simbolo dell’ultima goccia, caduta la quale si passa alla violenza… ma temo che sia a questo punto che il Partito Comunista sia intervenuto per arginare la vicenda e smorzare ogni tono.

È chiaro che Andrea e il giovane prima o poi esploderanno e si faranno del male, ma il film non si spinge fin lì oppure l’hanno trattenuto dal farlo: al massimo Andrea si convince di aver ucciso il ribelle biondo senza volerlo, e l’accento viene posto sul dilemma morale del membro attivo della società civile: confesserà alla polizia il suo gesto? O rimarrà un borghese che preferisce mettere tutto sotto il tappeto?

Al momento dell’esplosione della violenza, i remi vengono tirati in barca

Si vedono chiaramente i punti in cui le mani della censura (vera o “preventiva” da parte degli autori) hanno trattenuto lo sviluppo naturale della vicenda, in cui il giovane ribelle avrebbe dovuto comportarsi come farà Julian Harvey tre o quattro mesi dopo le riprese di questo film, quando al largo delle Bahamas massacrerà i coniugi borghesi Duperrault, di cui guidava la nave. Il giovane ribelle avrebbe dovuto versare sangue all’arrivo della bonaccia, della dead calm, invece gli autori (o chi per loro) decidono che è proprio quello il momento di far cambiare direzione alla nave, puntando più sul dilemma morale del borghese. I critici non perdoneranno la scelta che forse non è stata di Polanski.

Sebbene si dimostri benevolo nei confronti del giovane cineasta, Boleslaw Michalek nel recensire il film su “Polish Perspectives” (vol. 5, n. 5, maggio 1962) non appare colpito dalla vicenda raccontata. «C’è poca vita nel film» è la critica principale, e in effetti tutti i risvolti di sceneggiatura che la trama lascia supporre rimangono solo abbozzati, poco più che spunti. «Un film interessante ma non un capolavoro» è la conclusione condivisibile di Michalek, che conclude la sua recensione con una previsione decisamente azzeccata: «Ovviamente sentiremo ancora parlare di Roman Polanski». Sì, ne abbiamo sentito ancora parlare.

Ben diversa la reazione del pubblico italiano, quando il film viene proiettato al Festival di Venezia il 6 settembre 1962. Su “La Stampa” (7 settembre) l’inviato Leo Pestelli parla di «applausi» per un film che «con spregiudicatezza insolita alla produzione d’oltrecortina, tratta una vicenda coniugale», dando quindi prova che la pellicola non è stata vista come “thriller” bensì come dramma coniugale, elemento comunque presente nella storia.
Molto più entusiasta “l’Unità”, che lo stesso giorno cita Polanski nel titolo e il suo inviato Aggeo Savioli parla di storia «ricca di stimoli» e poi procede a raccontare per filo e per segno l’intera vicenda, comprensiva di finale.

«Il coltello nell’acqua è, insomma, un buon saggio di psicologia applicata, esposto in disinvolti modi narrativi da un regista che ha già le carte in regola, ravvivato da un dialogo pungente e da un’interpretazione assai calzante, che gli hanno valso lieti consensi.»

Oltre ai «lieti consensi» ottiene anche il premio FIPRESCI di Venezia, l’unico vinto dalla pellicola: nell’aprile del 1964 l’Academy Awards preferisce premiare 8 1/2 (1963). Per un giovane esordiente gareggiare con Fellini è già una vittoria di per sé.

Stando al biografo Christopher Standford, di Polanski (2009), il film in America gira per club artistici e campus universitari, diventando di culto fra gli appassionati prima che la Kanawha ne acquisiti i diritti di proiezione e lo presenti alla prima edizione del New York Film Festival l’11 settembre 1963, con il titolo Knife in the Water. È stata una coincidenza magica, perché se Hollywood dominava l’intrattenimento “leggero” con i Premi Oscar, New York decise di puntare su un fenomeno in grandissima ascesa, almeno all’epoca, cioè il cinema d’autore.
Nel descrivere l’iniziativa, l’autorevole “Time” del 20 settembre 1963 neanche nomina quel premio modaiolo californiano, ma cita quelli che evidentemente sono i modelli da cui prendeva il via l’iniziativa: Cannes e Venezia, due festival storici a cui quello di New York guardava con ammirazione. Infatti quella prima edizione presenta in rassegna film che definire iconici è davvero riduttivo: Rashomon, di Akira Kurosawa, Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, I 400 colpi di François Truffaut, La dolce vita di Federico Fellini, giusto per citare qualche titolo che potrebbe diventare famoso…

In mezzo ai maestri del cinema internazionale… che accidenti ci fa quel tizio polacco con tre personaggi in barca?

«Knife in the Water è un thriller polacco tagliente come un coltello e liscio come l’acqua. Il regista Roman Polanski, trent’anni, mette due uomini lussuriosi e una donna formosa a bordo di una piccola barca, li lancia come un coltello e per i successivi novanta minuti lascia che la tensione cresca, cresca, cresca.»

“TIME” del 20 settembre 1963

Chi ha scritto questa recensione ha chiaramente l’obiettivo di stuzzicare i bassi istinti degli spettatori, fermo restando che è difficile giudicare con gli occhi di oggi il grado di “lussuria” di questa pellicola: a me sembra essere completamente assente, se non in pochissimi e vaghissimi accenni, ma magari per il 1963 questo film è una bomba sexy. Fatto sta che la minore delle opere presentate al primo New York Film Festival si guadagna la copertina del “Time”, anche se è a malapena citata al suo interno.

È solo la mia opinione, ma credo che il mistero della Bluebelle, che aveva tenuto banco per tutto l’anno precedente, abbia influito nella scelta di chi mettere in copertina, se un qualche maestro di cinema o uno sconosciuto esordiente.
Un’altra mia personale opinione è che molto prima di una distribuzione ufficiale del film in America il romanziere Charles Williams l’anno precedente abbia visto in qualche modo la pellicola, magari in uno di quei “cine-club” che è sicuro la proiettassero, perché in pratica prende tutti gli spunti abbozzati da Polanski e li svolge nel migliore dei modi, con il mistero della Bluebelle in testa: sul mare in bonaccia, sulla tavola d’acqua, Williams crea il romanzo Dead Calm.

(continua)

L.

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14 risposte a Dead Calm [1962-2022] 2 – Il coltello nell’acqua

  1. Cassidy ha detto:

    Altro giro, altro post magistrale, Polanski era un’illuminato fin dagli esordi, pochi più di lui hanno sfoggiato già così tanto talento da subito, quando hai annunciato questa rubrica del venerdì, che arriverà a trattare un titolo che amo molto, speravo passassi da questa barca quindi mille grazie 😉 Cheers

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  2. Lory ha detto:

    Bel post per un film bello e/o forse poco conosciuto. Visto di recente amo i suoi primi film in bianco e nero dove anche il paesaggio diventa protagonista. Il triangolo no…..direi molto evidente il confronto giovinezza contro ricchezza ma sembra che la protagonista sappia condurre bene il suo gioco fingendo di subire quando è chiaro il contrario. Il finale è interessante.

    I retroscena arricchiscono, Polanski che si spoglia…..non avrebbe forse avuto il lato oscuro del protagonista ma probabilmente avrebbe riservato sorprese.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Sono tornati i miei venerdì super impegnativi e mi piazzi un post così lungo e al contempo interessante? E ora come faccio? Ahahah!
    Al di là degli scherzi lo leggerò o dopocena o domattina ma intanto ti ringrazio preventivamente perché già so che mi lascerò trascinare dalle onde della bonaccia! 🙂

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  4. Giuseppe ha detto:

    Un film interessante, e a questo livello ancora tollerabile per il Partito, ma da lì a permettergli di diventare anche un capolavoro (con tanto di critica sociale spinta alle estreme conseguenze, fino allo scontro risolutivo) ce ne correva: per poter mantenere l’immagine della società civile rappresentata dal microcosmo della barca nei limiti del consentito era consigliabile contenere lo strabordante ego del giovane Polanski… e così dev’essere andata, alla fine, anche se non molti critici sembrano aver mai concesso il beneficio del dubbio al regista (pure gli entusiasti, in fin dei conti, lo erano principalmente perché consideravano il film opera sua e di Skolimowski, senza censure di sorta, come se la virata verso il dilemma morale senza spargimento di sangue fosse stata decisa per certo fin dall’inizio).
    Siamo solo alla seconda puntata, ma già si naviga mica da ridere… 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo non avremo mai dati certi, ma due anni di riscritture per far piacere il film al Partito lasciano supporre parecchi rimaneggiamenti, piccoli e grandi. E l’idea di un giovane ribelle che faccia fuori una coppia di membri attivi e produttivi della società immagino non piacesse molto, visto poi che era un progetto finanziato da soldi statali.
      Le citate biografie di Roman riportano alcuni commenti al vetriolo della stampa polacca, del tipo “E’ il peggior spreco di soldi statali” (tipo ciò che dico io all’uscita di ogni film italiano 😀 ) ma come dici bene tu hanno giudicato il film come se fosse ciò che Roman volesse fare, quando è solo ciò che è riuscito a fare per superare le maglie della censura comunista. Di sicuro se avesse potuto contare su fondi privati avrebbe scritto tutt’altra storia, ma per fortuna ci ha pensato Charles Williams a raccogliere gli spunti “monchi” di questo film, come vedremo la settimana prossima 😉

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