Aspettando Balasso (2022) 3 – Diavolo in bottiglia

Continua il mio viaggio di approfondimento su ombre, doppi e compravendita di anime in attesa di Baldus, il contro-film di Natale di Natalino Balasso, dell’8 dicembre sul “Circolo Balasso“.


Quel diavolo di Stevenson

In quel 1814 in cui racconta l’avventura del suo Peter Schlemihl, abbiamo visto che il tedesco Chamisso ama citare vari elementi del folklore favolistico, e fra la Mandragora (Alraunwurzel), il tallero ladro (Raubtaler) e la tovaglia incantata (Tellertuch) troviamo anche il «diavoletto in bottiglia» (Galgenmännlein), ovviamente «a buon prezzo», perché – ci spiega in nota la traduttrice Laura Bocci (Garzanti 1992), «lo si compra con il denaro, ma si può rivenderlo solo a un prezzo inferiore a quello pagato». È tutta un’invenzione della traduttrice, Chamisso in realtà parla di quell’erba particolare che trovandosi sotto le forche assume poteri particolari (le edizioni inglesi del testo usano infatti gallows mandrake), ma è così forte l’eco stevensoniana nella cultura popolare da attribuire poteri inventati da un autore ad un altro… che però lo precede di settant’anni!

Tra l’8 febbraio e il 1° marzo del 1891 il quarantenne Robert Louis Stevenson pubblica a puntate sul “New York Herald” una storia destinata a fiumi di ristampe e che in Italia arriverà solo una trentina d’anni dopo, nel 1921, con il nome dell’autore reso con “Roberto Luigi Stevenson”. Sto parlando del celebre racconto Il diavolo in bottiglia, che ho letto nella mitica collana “La Biblioteca di Babele” (1979) curata da Franco Maria Ricci con prefazioni (e scelta testi) di Jorge Luis Borges. Questa edizione, “L’isola delle voci”, usa la traduzione di Orsola Nemi ed Henry Furst: Nemi aveva già tradotto il testo nel 1944 per la romana Documento ma la collaborazione con Furst risale al 1951 per Longanesi.

Le immagini che vedete qui sono tratte dalla quinta puntata dello storico sceneggiato RAI “I giochi del diavolo” (1981), dove Tomaso Sherman adatta il racconto e lo dirige, con l’attore Mario Santella nel ruolo non solo del narratore Stevenson ma vari altri personaggi incrociati, in una messa in scena geniale e sorprendente che consiglio di cuore, visto poi che (per ora) è su YouTube.

Mario Santella nel ruolo di Robert Louis Stevenson

Il narratore ci racconta di un marinaio incontrato alle Hawaii di nome Keaue, un nome di fantasia scelto per proteggere la vera identità dell’interessato. Un giorno il marinaio si ritrova ad ammirare una ricchissima dimora e sogna un giorno di possederne una simile, anche se sa essere impossibile. E invee no, gli spiega il proprietario che intercetta il suo sguardo e i suoi desideri: anche il giovane marinaio, se vuole, potrebbe avere già subito una così ricca dimora.

Fatto conoscenza con l’anziano proprietario, dallo sguardo triste, Keaue conosce il segreto del successo e della ricchezza: una bottiglia, che non sembra avere caratteristiche particolari.

«Una bottiglia panciuta, dal lungo collo; il vetro della bottiglia era bianco come il latte, cangiante come l’arcobaleno, dentro la bottiglia qualcosa si muoveva confusamente, simile a un’ombra oppure ad una fiamma.»

L’anziano (Ezio Marano) mostra la bottiglia al giovane (Stefano Sabelli)

L’anziano passa a spiegare al giovane marinaio la storia della bottiglia e il suo enorme valore:

«Napoleone ha avuto questa bottiglia, e per mezzo suo divenne padrone del mondo; ma quando l’ebbe venduta, cadde. Il capitano Cook ha avuto questa bottiglia, e col suo aiuto si aprì il passaggio verso molte isole; egli pure la vendé, e fu ucciso nelle Hawaii. Perché una volta che sia venduta, si perde il potere, e la protezione cessa; e se un uomo non si contenta di quello che ha, gli accade qualche disgrazia.»

Dal film Dannazione (Liebe, Tod und Teufel, 1934), uno dei tanti dal racconto

La particolarità della bottiglia, che abbiamo visto essere stata attribuita (falsamente) anche a quella di Chamisso, è che il suo potere funziona solo se viene venduta ad una cifra inferiore a quella spesa per comprarla. Il primo cliente, ci spiega il vecchio, è stato il leggendario Prete Gianni che l’ha pagata «parecchi milioni di dollari», e secolo dopo secolo, di proprietario in proprietario, ormai a forza di rivenderla la bottiglia è particolarmente economica: il nostro Keaue la compra per cinquanta dollari, e il guadagno è immediato. Il giovane infatti continua a desiderare una ricca casa in cui abitare, e appena torna da uno dei suoi viaggi scopre di averla ottenuta: sono infatti morti alcuni suoi parenti che gli hanno lasciato in eredità la loro splendida casa su un’isola hawaiiana.

Come sempre, attenti a ciò che desiderate, perché potreste ottenerlo

All’inizio dunque la bottiglia sembra anticipare la “zampa di scimmia”, cioè è in grado di esaudire desideri che però l’interessato pagherà a caro prezzo, ma questo aspetto scompare immediatamente dalla narrazione, perché una volta ottenuta una bella casa e un pacco di soldi, il nostro Keaue è soddisfatto. Di nuovo, stringere patti diabolici porta a galla la venalità dei desideri umani.

Una bottiglia del genere deve per forza avere una controindicazione, e in effetti in questo caso è bella pesante: chi morirà senza essere riuscito a rivendere la bottiglia, sarà dannato all’inferno, ecco perché il vecchio malato era triste, in quanto temeva di morire di malattia prima di aver ceduto a qualcuno il diavolo in bottiglia.

Prendi la bottiglia, giovane, e va’ all’inferno!

Intanto Keaue grazie ai soldi ha conosciuto l’amore, e solo coi soldi può mantenerlo – questo la triste “morale” della vicenda, in perfetta linea con i personaggi che stiamo incontrando in questo viaggio – e a un certo punto Stevenson si incaglia perché focalizza l’intera vicenda sui piani machiavellici dei due amanti per dar via questa bottiglia, prima di rischiare di dannarsi l’anima. Onestamente ho trovato piacevole solo la prima breve parte, con la costruzione del mito e il convincimento di Keaue: i tre quarti del racconto successivo sono decisamente meno ispirati.

Finora non ho citato il titolo originale del racconto di Stevenson, perché c’è una domanda in sospeso: davvero i diavoli esaudiscono desideri? Sapevo che sono “tentatori”, non “esauditori”. Infatti Stevenson mai parla di diavoli.


I nomi del diavolo

Il titolo originale del racconto di Stevenson è The Bottle Imp. Secondo l’Oxford Dictionary il termine imp deriva dal greco emphùo (ἐμϕύω), “piantare”, ed originariamente indicava semplicemente le piante, appunto. Poi nell’inglese antico è passato a significare la discendenza familiare, in fondo anche noi usiamo termini “erborei” quando parliamo di “rampollo” per un giovane discendente, e infatti nel tardo Medioevo imp indica proprio un “discendente”, di solito di nobile famiglia, ma basta poco che diventi anche “figlio del diavolo” (child of the devil). Con il XVII secolo il termine inizia ad essere usato per indicare un bambino dispettoso, birbantello, mascalzone: noi diremmo “diavoletto”.

L’Oxford si ferma qui, ma l’evoluzione del termine dev’essere continuata, visto che nel luglio 1850 Edgar Allan Poe pubblica il racconto The Imp of the Perverse, per il quale l’Oxford Dictionary of American Quotations (2006) spiega che imp è un «perverso impulso umano ad agire in modi contrari al proprio interesse». L’Oxford Dictionary of Phrase and Fable (2006) definisce l’imp un «diavolo malizioso» (mischievous devil) o un «folletto» (sprite).

L’idea è che imp abbia subìto una classica sineddoche, cioè quella figura retorica con cui si usa “una parte per indicare il tutto”: stando a dizionari ottocenteschi il termine significa semplicemente “germoglio” (offshoot) o “discendenza” (offspring), quindi non ha nulla di negativo di per sé, semplicemente perché è la contrazione di frasi come imp of Satan o imp of the devil, attestate dal Transactions and Proceedings of the American Philological (1895) il quale riporta vari esempi dell’imp nella narrativa ottocentesca, segno che la parola all’epoca gode di ottima salute.

Come tradurre in italiano imp? Bella domanda.

Quando nel 1923 arriva in Italia il citato racconto di Poe il traduttore anonimo della Sten Editrice lo rende con “Il demone della perversità”, mentre nel 1956 Maria Gallone per Rizzoli opta per un più ricercato “Il capriccio del perverso”: le due varianti si alterneranno nei decenni di ristampe successive. Nel 1921 arriva il racconto di Stevenson ed è subito “Il diavolo in bottiglia”: le uniche eccezioni a questo titolo arrivano nel 1964, con Pasquale Portoghese che lo rende “diavoletto” e nel 1971 con Renata Vincenti che lo rende “spiritello”.

Chissà se i traduttori nostrani sapevano che quell’espressione già esisteva in italiano molto prima di usarla per il racconto dello scozzese.


Dall’Italia con furore

Vent’anni prima che Stevenson pubblicasse il suo Bottle Imp, Arturo Graf – italiano ma in realtà “cittadino d’Europa” – nella sua pubblicazione per Loescher “Poesie e novelle” (1876) presenta una sua personale storia intitolata Il diavolo in bottiglia.

L’eremita fra Pignatta passa molto del suo tempo a riflettere sui mali del mondo, nominati con un elenco di salviniana memoria (ci sono pure i «giudici corrotti»!), e finalmente un giorno arriva a fornire una spiegazione di tutti i mali che infestano la terra: potete non crederci, ma fra Pignatta capisce che è tutta colpa del Diavolo. L’eremita quasi ogni giorno si affaccia dalla sua dimora e vede il Diavolo camminare per raggiungere il paese vicino, perché sebbene sia il Signore degli Inferi lo stesso è un “diavolo operaio” e passa ogni giorno di paese in paese ad operare il male personalmente.

Il nostro eroe decide quindi di imprigionare il Diavolo, iniziando a tendere «certi lacciuoli» e a creare trappole che però non funzionano a dovere: una di queste, scopre fra Pignatta, al posto del diavolo intrappola invece il priore di un convento e la moglie del podestà: «ma che domin fossero andati a fare in quel luogo, a quell’ora, non s’è mai potuto saper con certezza». Hai capito, il priore?

«A che giuoco si giuoca?» si chiede indispettito fra Pignatta, davanti al fallimento di ogni sforzo per imprigionare un diavolo «che se l’avessi un tratto fra mani, ne vorrei far tanta salsiccia». Stanco di fare «la figura d’un lavaceci», teso un agguato dietro un tronco, una sera il nostro eroe salta addosso al Diavolo e lo afferra per il collo, così che questi non possa gridare, e già che c’è comincia «a inzeppargli tante ceffate», e a forza di pugni, ceffoni e «sorgozzoni» (qualsiasi cosa essi siano), fra Pagnotta lega la sua vittima come un salame.

Davanti alle accuse che gli lancia fra Pignatta il povero diavolo «fa l’indiano» (testuali parole), sostenendo giustamente che si limita a fare il proprio lavoro: dove andrebbe a finire il mondo se non ci fosse il Diavolo che si porta via le anime zozze dei poco di buono? Sarebbe un mondo pieno di furfanti, no? Il nostro eroe non sente ragioni e obbliga il diavolo ad entrare in un fiasco, mentre questi disperato si affida a Sant’Antonio: ma quindi anche il Diavolo chiede aiuto ai Santi?

Tutto contento d’aver imbottigliato il Diavolo, fra Pignatta cena con un «tegame di fave riconce» e va a dormire il sonno del giusto, non sapendo che il suo prigioniero aveva detto il vero: non passa molto prima che il nostro eroe si renda conto come senza la paura del Diavolo il mondo se ne vada in rovina, così decide di liberare il suo prigioniero. «Esci pur fuora, diavolo mio dabbene, ch’io ti rendo la libertà, e va pure a far l’usato ufficio per lo mondo». Nei successivi quindici giorni l’intero mondo è attraversato da peste, stragi e «disfacimento di città e di regni»: il Diavolo ha ripreso la sua attività a pieno regime.

Mentre il mondo, pieno di peccatori, si piega sotto il peso delle disgrazie, è nata una bella amicizia fra il Diavolo e fra Pignatta, tanto che i due si incontrano spesso per una cena, con annessa piacevole conversazione in cui il Diavolo racconta i modi con cui ha sterminato la gente.

In attesa di capire quale sia la morale del racconto, ciò che mi ha colpito è la frase che fra Pignatta rivolge al diavolo mentre lo ficca nella damigiana:

«Non si suol dire egli di certi astutacci, che le sanno tutte, che eglino hanno il diavolo nell’ampolla?»

Graf ci fornisce un breve sguardo su quello che dunque doveva essere un modo dire italiano dell’Ottocento. Ho trovato esempi di ogni sorta della frase, usata in vari modi e viene pure citata come nome di un gioco di carte. A metà Ottocento si parla di imbonitori che in pubblica piazza mostrano meraviglie al pubblico, fra cui un diavolo in bottiglia, e nel 1857 su “Il Gagliaudo” si citano «quei poveracci, i quali indovinano l’avvenire col mezzo del diavolo nella bottiglia, come vediamo ogni sera sulla piazza maggiore».
Sono tutti brandelli sparsi di un modo di dire ormai dimenticato, che probabilmente indicava più concetti e veniva usato in più ambiti diversi, come testimonia Storia della prostituzione (1857) di Paul Lacroix, tradotto da Giovanni La Cecilia

«E verrà il tempo, che l’assemblea del sabbato sarà anche inutile: la strega nella sua soffitta sola col diavolo in bottiglia che l’abbrucia, la imbestia, farà da sé la pazza orgia e consumerà tutte le vergognose impurità della ridda satanica.»


Conclusione
(con spunti per un nuovo percorso)

Sin dal Medioevo maccheronico il diavolo in bottiglia tenta, e danna, eroi e cavalieri come Randolfo di Cembelvento: tutti cedono all’idea di acquisire facilmente ricchezze e potere e tutti vengono regolarmente gabbati e dannati.

Il diavolo in bottiglia medievale disegnato da Luigi Piccatto

Questo è il delizioso spunto con cui Tiziano Sclavi si diverte a raccontare Il diavolo nella bottiglia nello storico terzo “Almanacco della paura” (marzo 1993) di Dylan Dog, con disegni di Luigi Piccatto.
Qui la bottiglia, passando di mano nei secoli, finisce nel posto più giusto per lei: la vetrina del mellifluo e nosferatesco antiquario Safarà conosciuto nel n. 59 (agosto 1991) e sempre pronto a giocare brutti scherzi alla realtà.

Se cercate un modo per dannarci l’anima, da Safarà lo troverete

Sclavi raccoglie lo spunto stevensoniano meno usato nel racconto originale, quello appunto della “zampa di scimmia”: il desiderio viene esaudito ma con un costo negativo sproporzionato, e temo che alla fine sia rimasto solo questo del non certo ispirato racconto del celebre scozzese, quasi interamente dedicato agli sforzi del protagonista di vendere la sua bottiglia per salvarsi l’anima.

E se invece fosse questo il vero significato del racconto stevensoniano che nessuno ha mai colto? La storia in fondo parla di un’ossessione che volta per volta colpisce i vari personaggi, un tarlo, un.. “seme piantato nella mente”, come recita una delle traduzioni greche di emphùo da cui l’inglese imp.

Ma allora in quella bottiglia non c’è un diavolo, c’è un djinn, un Genio della lampada! Questo viaggio si è appena guadagnato un nuovo percorso da esplorare.

L.

– Aspettando Balasso 2022:

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17 risposte a Aspettando Balasso (2022) 3 – Diavolo in bottiglia

  1. Cassidy ha detto:

    George Miller nel suo ultimo film pieno di Djinn che vogliono esaudire desideri, “Three Thousand Years of Longing”, ha fatto iniziare tutto con una bottiglia di vetro panciuta dal collo lungo, molto probabilmente, anzi sicuramente, conosceva il racconto 😉 Bellissimo post, me lo sono divorato e non devo nemmeno desiderare altri, perché tanto arriveranno in attesa di Balasso 😉 Cheers

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  2. Vasquez ha detto:

    La meraviglia fatta post 👏👏👏
    Lucius: il diavolo nel blog 😀
    La ricerca linguistica è gustosissima, e appena ho un attimo mi fiondo su quello sceneggiato sul tubo.
    E poi Cembelvento, Farfarello e Safarà in una delle mie storie preferite di Dylan Dog, tra giochi di ruolo dal vivo che si intrufolano nei sogni, e la minaccia delle miniere di Golconda che aleggia su tutto. Ero lì lì pronta a ricordartela se non tu l’avessi citata, ma ovviamente non ce n’è stato bisogno.
    Posso supporre che una delle prossime tappe toccherà una serie TV che ha il “nomen omen” per eccellenza nella sua protagonista? Con bottiglia e tutto il resto?

    Mi veniva in mente che il diavolo è tentatore (e a proposito di tentazioni, di Oscar Wilde e del suo aforisma più famoso: pensi che anche “Il ritratto di Dorian Gray” si possa inserire nel discorso del doppio?), ma è anche esauditore: bisogna cedergli l’anima certo, ma in cambio ti dà quello che più desideri in questa vita terrena.
    Per intanto noi comunque oggi ci facciamo bastare questo pezzo 😛

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Grazie per aver allungato di più il viaggio! 😀
      Ero indeciso su Dorian Gray, perché tecnicamente non c’è un vero e proprio patto diabolico, ma è chiaro che il nostro Oscar giochi sia con quel canone che sul Doppio, oltre a citare un misterioso “libro giallo” capace di traviare il lettore, proprio negli anni in cui faceva furore il “Re in Giallo”… capisci su che lunga deviazione mi stai trascinando??? Mi sa che questo viaggio finirà con il contro-film di Pasqua 2023 😀

      All’epoca non ero già più un lettore così attento di DyD, Safarà l’ho scoperto solo in tempi recenti, totalmente immemore di averlo già incontrato all’epoca!
      Quando per questo viaggio mi sono riletto la mitica storia del terzo Almanacco a momenti cadevo dalla sedia: ma che ci fa quel personaggio “recente” in una storia che ricordo benissimo d’aver letto ai tempi del liceo???

      Per fortuna che i vari film tratti da Stevenson nei primi del Novecento non sono riuscito a trovarli, se no questo post sarebbe stato ancora più lungo. E i djinn mi aspettano al varco: la settimana entrante sarà tosta, sarebbe bello risolverla… limitandomi a un cenno del capo 😛

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      • Vasquez ha detto:

        Ma figurati, quando vuoi! Sono un asso ad allargare le ricerche, è proprio ‘n’attimo guarda: sei lì lì che credi di aver concluso, stai per chiudere, e magari avevi trovato pure una bella frase a effetto per una chiosa finale come dio comanda, poi… ti ricordi di quel particolare che ti eri ripromessa di controllare (ma temporaneamente accantonato perché non c’avevi voglia) e la frittata è fatta…

        Dal Re in giallo (che tu ci creda o no, ce l’ho in caldo da leggere già da un po’…) al Re dell’horror il passo è breve, e dai patti col diavolo in bottiglia, ai diavoli che aprono negozi di “Cose preziose” in quel del Maine si va più veloci che col teletrasporto 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahhhhhhhhhhh proprio all’ultimo m’hai fregato, piazzandomi l’ulteriore allungatura di viaggio facendo finta di niente! Diavola tentatrice, con o senza bottiglia 😀

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      • Vasquez ha detto:

        “Look at my king all dressed in red…”

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Molto interessante! Tanto che il mio primo impulso è di scapicollarmi su youtube! 🙂
    Non prima di segnalare una curiosità: imp è anche il nome di alcuni nemici storici in Doom, dei diavoletti di colore marroncino che lanciano palle di fuoco! 🙂

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  4. Giuseppe ha detto:

    Gli indimenticati “I giochi del diavolo” (la Rai che è stata e purtroppo non tornerà mai più ad essere), Robert Louis Stevenson, Arturo “l’ho scritto prima io” Graf, Farfarello, il diavolo che nel finale passa giustamente dalla sua bottiglia alla lampada di Aladino, avendo ormai più le caratteristiche di un djinn che non del classico satanasso: ma quante diaboliche meraviglie sei riuscito a infilare in un solo post, eh? E se, dopo Vasquez, un’allungatura di viaggio te la proponessi pure io con qualcosa del tipo “La bottega che vendeva la morte” di Kevin Connor? In fin dei conti, anche in quella misteriosa botteguccia devi stare MOLTO attento al modo in cui cerchi di fare affari con un proprietario come Peter Cushing (che, nonostante il suo differente modus operandi, forse non è poi così lontano dal Max Von Sydow di “Cose Preziose”)… 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Questo è un vero e proprio fuoco di fila! 😀
      Ricordo bene quel mitico film, consigliato all’epoca da Michele Tetro di cui ero amico di facebook.
      Cushing è sicuramente meno maligno di Sydow ma in effetti i due personaggi sono accomunati, e anzi ci sento pure un pizzico di Safarà dylandoghiano.
      Ho capito, a loro dovrò dedicare un post a parte: con tutte queste derivazioni da tempo ho perso di vista la strada principale 😀

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