Dead Calm [1962-2022] 3 – Il romanzo hardboiled


Continua il viaggio sulla tavola piatta dell’oceano, da cui fuoriescono simboli pronti a conquistare la narrativa.


Un autore da un milione di copie

«Gli scrittori hardboiled e i tascabili sembrano fatti gli uni per gli altri», spiega Geoffrey O’Brien nel suo saggio Hardboiled America (1997) dedicato a quella realtà che aveva un perfetto corrispettivo in Italia, ma noi l’abbiamo completamente dimenticato. Le yellowed paper, le pagine giallognole che promettevano storie di grande impatto, con copertine decisamente ammiccanti, esistevano anche in Italia, ma noi preferiamo ricordare solo il pulp americano, e solo dopo che l’ha citato Tarantino, mentre ancora deve arrivare la riscoperta di quello italiano, per ora appannaggio esclusivo di pazzi collezionisti come me.

L’unica differenza fra i romanzacci da edicola degli anni Cinquanta e Sessanta fra le due sponde dell’Oceano Atlantico era che da noi per lo più erano autori sotto falso pseudonimo “americaneggiante” con storie non sempre scritte stando attenti alla qualità del testo. Per il resto i due pulp erano simili, anche nel disprezzo che riscuotevano fra i benpensanti.

Dopo Tarantino tutti considerano “oro” il pulp americano, anche perché ci scrivevano fior fiore di grandi maestri della narrativa – cosa che non avveniva da noi – ma in realtà prima degli anni Settanta tutti i generi erano accomunati da un’unica etichetta: “spazzatura”. Oggi facciamo finta che Lovecraft, Matheson, Dick e altri siano autori di culto, in realtà i critici letterari e recensori coetanei neanche sapevano della loro esistenza, prima della rivalutazione revisionista degli ultimi decenni.

Anni prima di sdoganare l’action moderno, la casa editrice Gold Medal negli anni Cinquanta sfornava libretti tascabili con copertine ammiccanti e titoli sensazionalistici, sotto i quali si aggiravano autori come Cornell Woolrich, David Goodis, Richard Matheson e pure John Faulkner, fratello minore dell’autore “serio” William. Quando decenni dopo questi autori sono diventati famosi, magicamente sono usciti dal ghetto del “tascabile” – cioè della spazzatura – e hanno conosciuto una nuova vita, mentre i loro colleghi che non hanno conosciuto alcuna riabilitazione sono rimasti dimenticati nel ghetto.

Una via di mezzo è capitata a Charles Williams.

Non si può dire che Williams sia diventato famoso come i nomi citati, ma non è neanche rimasto nel ghetto, anche perché sin dal 1960 i suoi libri sono stati notati e utilizzati dal cinema: forse Buccia di banana (1963) con Jean-Paul Belmondo e Jeanne Moreau non sarà molto famoso, ma magari lo sono un po’ di più Finalmente domenica! (1983) di François Truffaut e The Hot Spot (1990) di Dennis Hopper.

Copertina di Barye Phillips

Ecco come il citato O’Brien descrive lo stile di Williams e dei suoi colleghi alla Gold Medal:

«I loro romanzi erano come ballate tradizionali, in cui le stesse figure e gli stessi elementi ricorrevano senza fine, così che episodi di uno potevano finire nei romanzi dell’altro senza che il lettore neanche se ne accorgesse. Faceva tutto parte della stessa vita sognata, in cui una borsa piena di soldi passava di mano in mano e l’eroe sempre vigile sterzava il volante a ripetizione.»

Williams era specializzato nella vita rurale e i suoi personaggi amano pescare, cacciare, fare moto e soprattutto andare in barca: quest’ultima attività appare in ben quattro dei suoi romanzi, dal 1955 al 1963. Iniziata l’attività con Hill Girl (1951), ambientato fra le paludi che saranno luogo d’elezione di molte storie pulp, Williams diventa immediatamente uno degli autori più apprezzati della Gold Medal, anche se la sua produzione sarà meno vasta rispetto a colleghi in seguito più famosi.

Per avere un’idea dell’entità del fenomeno, il “Newsweek” del 20 agosto 1951 racconta che la Gold Medal ha vendite annuali che superano i 200 milioni di copie negli Stati Uniti, cifre astronomiche che fanno impallidire quelle dei “cartonati”, i libri “veri” in edizione di lusso. (Non lo dico io, lo dice il citato giornale.) Addirittura Hill Girl di Williams è fra i tre romanzi della casa che sono andati vicini a vendere da soli un milione di copie. Due anni dopo la rivista “Cavalier” (maggio 1953) dà invece per superato il milione di copie per il libro di Williams. Insomma, sarà “narrativa bassa”, sarà spazzatura, ma vende che è un piacere.

Pubblicità del maggio 1953 di una casa editrice di “romanzacci” che vendono a iosa

Nel 1962 esce il suo tascabile Gold Medal da cui poi il citato film Finalmente domenica!, e l’anno dopo – ottobre 1963 – per la Viking Press Williams riesce ad ottenere addirittura un’edizione cartonata per il suo Dead Calm.

Mi riesce davvero difficile non pensare che in quel 1962 in cui Il coltello nell’acqua di Polanski girava per campus universitari americani e cine-club, in attesa di una vera distribuzione ufficiale l’anno successivo, il nostro Williams non abbia avuto occasione di vederlo, perché è troppo forte la sensazione che il suo romanzo sia la storia di Polanski… come doveva essere raccontata, senza censure.


Donna da morire

Mentre negli Stati Uniti la Gold Medal stracciava ogni record di vendita ottenendo solo totale disinteresse da parte della critica, essendo “narrativa bassa”, in Italia succedeva in pratica la stessa cosa con la casa Longanesi & C., che ripeteva da noi lo stesso esperimento in pratica con gli stessi risultati, anche se ovviamente in piccolo dato il pubblico ridotto. Così in una delle sue storiche collane, “Libri che scottano” (n. 33), nel 1964 fa uscire (plausibilmente in edicola) il romanzo di Williams tradotto da Ugo Carrega con un titolo incredibile: Donna da morire.

Oggi abbiamo altre sensibilità, ma negli anni Cinquanta a vendere maggiormente erano le donne nude (sembra incredibile!), quindi un romanzo che inizi con la protagonista che prende il sole a bordo della sua nave, con tanto di bagno nuda, non poteva proprio sfuggire all’attenzione dei distributori italiani, che all’epoca inondavano le edicole con romanzi d’ogni genere spacciati tutti per “bollenti”, grazie a donnine svestite in copertina che ben poco avevano a che fare con la trama. Per una divertita parodia di quel mondo editoriale consiglio caldamente Totò nella Luna (1958) di Steno: poteva il Principe della risata rimanere immune alle “ragazze copertina” in voga all’epoca?

Una “copertina” che non finirà certo in libreria

Quel 1964 i lettori italiani, credo a predominanza maschile, per 300 lire compravano un libro con una doppia copertina ammiccante che prometteva per protagonista una donna con accenni esotici ed un’avventura pruriginosa:

«Portava sempre e soltanto il suo costume da bagno e una bussola nascosta.»

Ah, e dove mai la nascondeva la bussola? Potete non crederci, giovani d’oggi, ma questa roba vendeva, anche se ovviamente nessun critico si sarebbe mai sporcato gli occhi a recensire pubblicazioni di questo tipo.

Fronte e retro dell’incredibile prima edizione italiana del romanzo Dead Calm

Il romanzo non parla di donne nude né di avventure esotiche, ma ci sono quei piccoli rimandi che bastano per giustificare la sua presenza in una collana da edicola, per amanti dei “libri che scottano”.

Quando nel 1977 la Longanesi recupera il romanzo, riverginandolo in un thriller meno pruriginoso, nella sua più dignitosa collana “Pocket Mistero” lo presenta con il titolo Punto morto: nessuno avrebbe mai potuto collegare i due titoli, se non lo specificasse nell’introduzione il curatore Lorenzo Pellizzari.

L’ultimo avvistamento risale al 2009, ristampato dalla fiorentina Mattioli 1885 con il titolo Calma piatta: tre edizioni italiane, tre titoli diversi.


Il romanzo

«Anche se erano passate appena quattro ore da che si era addormentato dopo aver fissato ogni cosa sul ponte, le prime luci dell’alba svegliarono Ingram. Voltò il capo e guardò la moglie che dormiva nella cuccetta di fronte. Rae, che indossava un leggero pigiama senza maniche e le gambe corte, giaceva a ventre ingiù, il viso voltato verso Ingram, i capelli fulvi sparsi sul cuscino stretto fra le braccia, le gambe, appena spalancate, puntellate, anche nel sonno, contro le sponde della cuccetta per tema di venir spinta giù dal letto dal rollio dell’imbarcazione. Non se ne era mai lamentata, pensò; molta gente diventa nervosa e non sopporta di rimanere a lungo su un panfilo fermo in bonaccia.»
~
Incipit del romanzo

I novelli sposi John e Rae Ingram sono in viaggio di nozze a bordo del loro panfilo di dieci metri Saraceno diretti a Tahiti, ben intenzionati a gustarsi una crociera di tutto riposo nella solitudine dell’Oceano, dove poter stare nudi lontani da occhi indiscreti. John è un esperto marinaio, in passato ha diretto anche un cantiere navale, la vita sull’acqua non ha segreti per lui e sua moglie è una perfetta compagna di crociera. Il viaggio rilassante crolla nel momento esatto in cui avvistano una piccola nave in lontananza… con qualcuno che chiede aiuto.

Viking Press 1973

Come abbiamo visto, quando due anni prima la petroliera Gulf Lion ha recuperato il naufrago Julian Harvey questi all’inizio si è comportato in modo strano: siamo autorizzati a pensare che stesse cercando in fretta delle scuse per giustificare la presenza a bordo di una bambina morta e la scomparsa del resto dell’equipaggio. Mi piace pensare che Williams ricordasse questo particolare quando presenta la sua personale reinterpretazione del capitano Harvey, cioè il naufrago Hughie Warrimer, che appena viene avvistato dalla coppia di sposini non attende che il loro panfilo si avvicini per portarlo in salvo, si sbriga a raggiungerli con un canotto e incita ansiosamente i due salvatori ad allontanarsi velocemente.

La nave su cui viaggiava Hughie sta palesemente affondando. Il mare è in bonaccia (dead calm) quindi il processo è lento ma, agli occhi esperti di John Ingram, pare chiaro che la nave sia spacciata. Perché però questo misterioso Hughie ne è fuggito così velocemente, senza aver recuperato alcun effetto personale, e ha così fretta che la Saraceno si allontani velocemente? Mentre il naufrago si rifocilla, John cede alla curiosità, si avvicina lentamente al relitto e sale a bordo per controllare. E qui Williams si rivolge a tutti quelli che l’anno precedente avevano seguito sui giornali le indagini sulla tragedia della Bluebelle, perché è chiaro che a bordo le vittime di Hughie siano ispirate alla famiglia Duperrault.

Pocket Books 1971

Così come il capitano Harvey aveva il compito di guidare la Bluebelle per la famiglia Duperrault poi è successo qualcosa che plausibilmente l’ha spinto alla violenza, così qui è successo qualcosa che ha spinto Hughie ad abbandonare due dei passeggeri della sua nave al loro destino: il terzo passeggero era già morto giorni prima, in modalità misteriose.

Vista cadere la sua improvvisata rete di bugie, Hughie reagisce d’istinto e prende il comando della Saraceno, partendo a piena potenza e portandosi via Rae Ingram, mentre suo marito si ritrova intrappolato su una nave che sta affondando, in compagnia dei due ex compagni di viaggio di Hughie, Russ e Ruth. Sull’acqua eternamente in bonaccia, inizia l’avventura mozzafiato.

È davvero difficile pensare che il romanziere non avesse visto Il coltello nell’acqua di Polanski prima della sua distribuzione ufficiale, perché i tre protagonisti principali – moglie, marito e giovane ribelle – sembrano ritagliati di netto dalla pellicola polacca. Il marito John è esperto navigatore e lo vediamo intento in diverse attività, sia mariranesche che di sopravvivenza, senza mai perdere la calma né la fredda determinazione; la moglie Rae è perfetta marinara anche lei e si prende a cuore il giovane ribelle, senza mai provare odio nei suoi confronti; il giovane Hughie non è cattivo, vuole solo vivere secondo i propri valori e questo è un problema, visto che i suoi valori cozzano violentemente contro la realtà. Inoltre come il giovane del film polacco è un pessimo marinaio, e visto che sta guidando un panfilo in mezzo all’oceano è un bel problema.

Longanesi 1977

Il romanziere ha le mani libere, non solo non ha un Partito Comunista a cui rendere conto ma l’aura da “narrativa bassa” dei suoi libri gli permette una storia a tinte forti. Certo, ciò che era “forte” per il 1963 oggi risulta decisamente leggerino, e di certo l’autore mantiene un certo stile e buon gusto per tutta la narrazione, ma è chiaro che possa andare dove Polanski non poteva. E mentre quest’ultimo bloccava la sua trama prima delle ovvie conseguenze, Williams può affondare il “coltello nell’acqua” e far esplodere la situazione. Aggiungendo due personaggi parimenti esplosivi, i superstiti Russ e Ruth, e scambiando qualche carta, separando i due coniugi in pratica per l’intera vicenda.

E di nuovo, come nel film di Polanski, Rae è una donna decisamente lontana dalle eroine di cinema e TV: non in una sola riga del testo appare una vittima, non strilla mai, non inciampa né fa altro dei ruoli a cui erano costrette le sue “colleghe” della narrativa per immagini. Non fa la “bella statuina”, non fa la sexy né altro, è un personaggio straordinariamente moderno per apparire in romanzi considerati “per sporcaccioni”: è una donna che vede se stessa e il proprio amato marito in pericolo ed entra subito in modalità sopravvivenza, cominciando ad analizzare le possibilità che ha a disposizione non solo per neutralizzare Hughie, ma anche per ritrovare la giusta rotta. La donna infatti dovrà ritrovare suo marito che se ne sta disperso nell’oceano su una nave che sta affondando, quindi Rae dovrà mettere a frutto ogni nozione marinara per contrastare la fuga a cui Hughie la sta sottoponendo.

Anche se è palesemente costruito sul capitano Harvey della Bluebelle, Hughie affonda però a piene mani nel giovane ribelle di Polanski, che si va ad incuneare in un matrimonio solido e socialmente valido portando il suo carico di allergia alle regole se non proprio anarchia. Sia la coppia protagonista di Polanski che di Williams reggono al forte scossone, ma curiosamente il film “censurato” si permette una parentesi fedifraga che invece è totalmente assente nel più “libero” romanzaccio hardboiled da edicola. Anche perché siamo pur sempre nell’America degli anni Sessanta, se qualcuno nella coppia è socialmente autorizzato ad avere pensieri friccicosi è solo l’uomo: la moglie qui è un personaggio troppo positivo anche solo per una semplice idea di vivere per altri se non per il marito.

Un romanzo che utilizza in modo così sapiente un vero fatto di cronaca fondendolo con personaggi da film e tirando fuori una splendida storia dove la tensione non lascia mai un attimo di respiro al lettore… be’, non poteva che attirare il cinema americano. Tre anni dopo l’uscita, questo Dead Calm di Williams finisce nelle mani di un cineasta leggermente famoso, che se ne innamora e decide di trasformarlo in film, anche a costo di pagarlo di tasca propria. Come vedremo la settimana prossima.

(continua)

L.

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14 risposte a Dead Calm [1962-2022] 3 – Il romanzo hardboiled

  1. Cassidy ha detto:

    Gran post, a Tarantino va il merito di amare tutte le cose giuste, come il pubblico le abbia capite (e non approfondite) è la vera sofferenza, soprattutto ora che sono tutti fan di Lovecraft. Mi piace un sacco come usi spesso Totò come metro di paragone dell’Italia del tempo, non è un una (doppia) rubrica sul Principe della risata, ma ci somiglia 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Noi italiani amiamo dimenticare tutto ciò che riguarda noi stessi, ma per fortuna ci sono dei film troppo famosi per venir dimenticati e quei film sono splendidi spaccati di un’epoca finita sotto il tappeto, materiale splendido per avere una testimonianza diretta dell’epoca 😉

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Post che già prima di leggerlo annuncia mirabilie…mi chiedo, alla luce dei film visti e delle opere letterarie lette o comunque consultate: la tua giornata dura 24 ore o hai un supplemento di tempo zinefilo? Secondo me hai scoperto un prodigio che non vuoi svelare! In ogni caso: grandissimo! 🙂
    p.s. giusto per mettere altra carne al fuoco, segnalo un interessante Le ultime 24 ore stasera su Rai Movie 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ad onor del vero stavolta mi ero preparato per tempo, il romanzo l’ho letto questa estate (prima del ciclo su Alien 3!) e altre cose me l’ero preparate prima, perché sapevo che mi avrebbero portato via un mare di tempo. Anche se comunque un mare di tempo continuano a portarmi via, anche se avvantaggiato 😀
      “Le ultime 24 ore” ricordo che mi era piaciuto (credo visto all’epoca della sua uscita in DVD italiano) ma ricordo pochissimo. Comunque Hawke merita sempre una visione 😉

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Anche se ti eri preparato per tempo continuo a sostenere che le tue giornate hanno durata maggiorata. Prendendo spunto dal film citato, diciamo che se si ispirasse a te si chiamerebbe “Le ultime 30 ore…come minimo!”, ahahah! 🙂

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      • Giuseppe ha detto:

        Devi aver trovato un modo di accelerare il tempo condensando in un’ora tutto quello che normalmente richiederebbe almeno un mese, un po’ come Mister Jinx con la sua base “Tempo Zero” (negli anni giovanili del BVZM) 😉
        E sì, si può dire che il romanzo di Charles Williams concretizzi -su carta- il film che a Polanski non è stato concesso di fare, tranne quell’unica “libertà” rappresentata dalla parentesi fedifraga…
        P.S. Un grandissimo Totò, capace di parodiare quel mondo editoriale pseudo-pruriginoso e omaggiare allo stesso tempo “L’invasione degli Ultracorpi” 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Proprio in questi giorni ho letto la raccoltona di Mister Jinx e quindi ho già preso appuntamento per Tempo Zero: costa un po’, ma ne vale la pena 😀
        Quel film di Totò è un capolavoro in ogni scena, fra citazioni, rimandi, testimonianze di un’editoria italiana volutamente dimenticata e tutto il resto. Da vedere e rivedere.

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  3. Sam Simon ha detto:

    Molto appassionante questa rubrica, continuo a seguirla con attenzione. Qui c’è già il Dead Calm più famoso, mi sembra di capire! :–)

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