Aspettando Balasso (2022) 4 – Djinn in the Bottle

Continua il mio viaggio di approfondimento su ombre, doppi e compravendita di anime in attesa di Baldus, il contro-film di Natale di Natalino Balasso, dell’8 dicembre sul “Circolo Balasso“.


Ho sognato un djinn

«Se vuoi stare con me
Tesoro, c’è un prezzo da pagare:
Sono un genio nella bottiglia
E devi strofinarmi tutta la notte.»
~
Christina Aguilera,
Genie in a Bottle” (1999)

Dopo l’esordio di successo della serie TV “Vita da strega” (Bewitched, settembre 1964) dell’emittente ABC, l’anno successivo la NBC decide di sfruttare un tema simile per fare concorrenza: nasce “Strega per amore”, improprio titolo italiano per l’originale I Dream of Jeannie. Protagonista della prima serie è una strega, cioè il personaggio ben noto alla cultura occidentale, mentre già nel titolo la seconda serie fa riferimento a tutt’altra tradizione: Jeannie è un nome che sembra la perfetta resa anglofona di qualcosa di particolarmente inquietante. Quando Thomas Harris nel 1975 deve mettere in bocca ad un suo personaggio di Beirut un’imprecazione, gli fa dire: «Djinniy! Diavolo!» (dal romanzo Black Sunday) Una storpiatura, che si pronuncia come Jeannie, del djinn, che è un’entità molto meno simpatica della protagonista della serie TV.

Prima apparizione della bottiglia, che invece di un diavolo contiene un “genio”

Il 18 settembre 1965 va in onda il primo episodio, The Lady in the Bottle, in cui il capitano Nelson (Larry Hagman) parte per una missione spaziale ma un guasto al motore lo fa atterrare… già, dove atterra? Visto che trova una strana bottiglia con dentro un “genio della lampada”, sarebbe plausibile fosse atterrato in un Paese mediorientale, ma sono gli anni Sessanta e la cultura americana non vuol sentir parlare di mediorientali: facciamo che Nelson cada in una ignota e non specificata spiaggia.

Girato nel gelo glaciale di Zuma Beach (Malibu), con la povera attrice Barbara Eden avvolta di pochi veli e diventata blu di freddo a fine riprese, l’episodio pilota – girato in bianco e nero perché la produzione non credeva molto nel progetto e non voleva sprecar soldi nel colore – è fortemente voluto dal suo autore Sidney Sheldon, che oggi forse è un nome dimenticato ma per decenni è stato di grande rilievo: romanziere, sceneggiatore e altre cose, Sheldon era specializzato nel rendere “rosa” qualsiasi genere, e forse in epoche fortemente maschiliste questo era un valore aggiunto, visto che le sue opere potevano essere apprezzate anche dal pubblico femminile.

Prima apparizione del “genio”, a forma di Barbara Eden

A cosa si è ispirato Sheldon per la sua Jeannie-Genie? Devo rimandare l’argomento ad un’altra puntata, qui basti dire che l’autore ha contribuito a creare nell’immaginario collettivo occidentale l’immagine di un “genio buono”, quando invece il djinn è decisamente altro.

Nella The Ashgate Encyclopedia (2014) di Jeffrey A. Weinstock alla voce “djinn” Perin E. Gurel mi spiega che questi sono esseri creati dalla «fiamma senza fumo» (Corano, 15:27) e che la loro influenza nel folklore culturale si espande dal Medio Oriente all’Africa e a tutta l’Asia. Risalenti alla mitologia araba pre-islamica, la loro definizione di muta-forma è stata codificata dal Corano nel VII secolo d.C.

Secondo questa Encyclopedia, risale al Settecento la prima traduzione inglese e francese del djinn, rispettivamente in genie e genii, malgrado come entità fosse nota già dal Medioevo con altri nomi. A quanto pare il primo francese a tradurre il termine è stato Antoine Galland per Le mille e una notte nel 1704. Comunque, nota l’autore, già prima di questo i viaggiatori europei di ritorno dall’Asia portavano con sé racconti e storie similari. Per esempio l’opera tedesca Reinfried von Braunschweig, risalente addirittura al XIII secolo, già racconta di un “diavolo” che fuoriesce da una bottiglia.

Controversa è l’etimologia del termine. Alcuni lessicografi affermano derivi dall’arabo id-j-tinan, “essere nascosto”, altri dal latino genius, “spirito”, ed è la versione che mi intriga di più. Avrò tempo di riparlarne, ma qui basti dire che trovo di grande fascino l’idea di un popolo di soldati invasori, i Romani in Medio Oriente, che si porta appresso anche le proprie credenze, come per esempio che ogni luogo abbia una propria entità protettrice da tenere buona, un genius loci, un “genio locale” che potrebbe arrabbiarsi se trattato male. Visto che in Medio Oriente i Romani non sono mai riusciti a conquistare il favore delle popolazioni locali, non stupirebbe l’idea che queste abbiano preso quel genius irascibile e l’abbiano fatto proprio, trasformandolo in djinn.

Visto che oggi gli americani si considerano “i nuovi antichi Romani”, e che in Medio Oriente non riescono a farsi amare (chissà perché?), ecco che la storia si ripete, come racconta un piccolo ma delizioso film.


Red Sands

«Se vuoi stare con me
Posso esaudire i tuoi desideri.
Vieni, tesoro, e liberami
E sarò sempre con te.»
~
Christina Aguilera,
Genie in a Bottle” (1999)

La fresca neo-casa Stage 6 Films, che ci ha regalato tante emozioni action di serie Z, diversifica il suo catalogo con un prodotto incredibile, sin troppo ricercato per i bassi standard della casa: Red Sands di Alex Turner, il cui unico altro lavoro in carriera è stato La casa maledetta (Dead Birds, 2004).

Uscito nelle videoteche americane nel febbraio 2009, Sony Pictures lo porta in DVD dal marzo successivo con l’aggiunta del sottotitolo La forza occulta.

Siamo nell’Afghanistan del 2002, i soldati americani hanno appena iniziato ad esportare la democrazia, in quella utilissima missione da cui vent’anni dopo se ne scapperanno via con migliaia di morti inutili. E poi i cattivi sarebbero i demoni…
Seguiamo le vicende di un manipolo di soldati che devono sorvegliare una strada, che detta così sembra qualcosa che abbia senso: in realtà abbiamo un gruppo di tizi sperduti nel deserto a far la guardia alla sabbia. Lo stesso c’è occasione di far danni, visto che nell’arrivare sul posto incontrano una strana statua scolpita nella roccia: che ci sia dentro un djinn?

«I geni [djinn] sono stati creati da Dio da una fiamma senza fumo, perciò non hanno una forma definita. In pratica odiano gli esseri umani, quindi devono essere imprigionati dentro degli oggetti se no ci ucciderebbero.»

La scena ricorda troppo l’inizio de L’Esorcista (1973) perché sia un caso. Negli anni Settanta sia lo scrittore Blatty che il regista Friedkin hanno reso Pazuzu un “demone”, interessati com’erano solo alla religione occidentale, ma è forte il sospetto che padre Merrin nel deserto iraqeno abbia fissato una statua contenente un djinn, come succede qui in Red Sands.

Non sarà una bottiglia, ma contiene sempre un genio

Il film è una delle prime sceneggiature di Simon Barrett, oggi forse più noto per le sue partecipazioni agli antologici V/H/S o per il rifacimento Blair Witch (2016), ma preferisco ricordarlo alla scrittura del delizioso You’re Next (2011). Tremo al pensiero di cosa stia combinando alla sceneggiatura di Godzilla vs. Kong 2 (2024).

Visto che prima di Red Sands Barrett ha scritto il citato La casa maledetta (2004), mi sembra chiaro che la base di partenza sia troppo simile perché sia un caso: dei soldati con la coscienza sporca si ritrovano bloccati in uno spazio definito e vengono presi d’assalto da fantasmi. Il lavoro di Barrett piacerà così tanto che verrà ripreso dal fumetto The House (2016-2021) di Drew Zucker e dal film Fantasmi di guerra (2020) di Eric Bress. Questi autori almeno un giro di bevute a Barrett dovrebbero offrirglielo.
Detto tra parentesi, Barrett dal canto suo una birretta dovrebbe offrirla alla sua quasi omonima M.J. Basett, autrice di Deathwatch. La trincea del male (2002), con i suoi soldati della Prima guerra mondiale rinchiusi in una trincea aggredita dal Male muta-forma.

Ogni soldato si porta appresso almeno un fantasma

Il giovane coglione del gruppo di militari, anche se è davvero difficile distinguerlo dagli altri, spara alla statua perché… boh, così, perché è coglione. Scommettiamo però che è stato il primo a indignarsi quando i talebani fanno lo stesso, con però un motivo (non condivisibile ma comunque un motivo)? Mi piacerebbe pensare che quella di Barrett sia una trovata graffiante, ma temo sia solo la sua versione del “personaggio toccone” che fa partire la trama: distrutta la statua senza motivo, il djinn – il genius loci – è libero e giustamente incazzato. E se fa fuori tutti i militari non mi sento di fargliene una colpa.

Una delle forme assunte dal djinn

Preso servizio nella casetta in mezzo al nulla, i nostri baldi soldati sono pronti al loro servizio, cioè fissare il vuoto tutto il giorno.

È chiaro che la situazione finirà molto male

Non stupisce che quando dal nulla si vedono piombare nella postazione una donna misteriosa, che sta fuggendo non si sa da cosa, nasca subito l’idea di come ammazzare la noia, ma per fortuna non tutti i soldati sono stupratori. Mi sembra ovvio che la donna non sia altro che la forma umana assunta dal djinn.

Certo che Jeannie nella serie TV era decisamente diversa

Com’è facile immaginare, e come in fondo avevamo già visto ne La casa maledetta, i soldati dalla coscienza diversamente pulita iniziano a vedere i fantasmi delle loro vittime, strane apparizioni in giro, roba varia ed essendo armati la situazione si trasforma presto in un massacro.
Sarebbe facile dare la colpa al djinn, ma in realtà il “diavoletto” si è limitato a mostrare ai soldati il male che loro stessi hanno compiuto, crollando davanti al peso della colpa.

Sembra di capire sia questa la vera forma del demone

Ci viene detto che il djinn ha il chiaro obiettivo di uccidere gli umani, ma attenzione: non viene specificato, ma è forte il sospetto che non ce l’abbia con tutti gli esseri umani… solo con quelli che invadono la terra altrui, insultandola e offendendone la cultura. Ecco perché è forte il desiderio di vedere in questa storia la riproposizione di chissà quante storie simili avvenute duemila anni fa, quando i soldati Romani in Medio Oriente avranno fatto arrabbiare più di un genius loci.

«Perché c’è un djinn in me» (semi-cit.)

Presa la forma di uno dei soldati – quel Shane West che avrebbe avuto di lì a poco un momento di notorietà con la serie TV “Nikita” (2010) – il genius loci abbandona il “luogo” ed è pronto a raggiungere la “civiltà”, così avrà tanti umani da ammazzare.

Cosa succede quando un djinn piomba in una città? Ce lo racconta un altro film.


All’ombra dell’ultimo djinn

«Sono un genio nella bottiglia, tesoro,
Devi strofinarmi bene, dolcezza.
Sono un genio nella bottiglia, tesoro,
Vieni, vieni, e fammi uscire.»
~
Christina Aguilera,
Genie in a Bottle” (1999)

«Il J-horror incontra il dramma bellico in una scioccante opera paranormale»: il povero giornalista di “SFX” (n. 279, novembre 2016) non sa più che termini utilizzare per descrivere il film che sta presentando in esclusiva. La rivista è per gggiovani e il film bisogna incartarlo in qualche modo, quindi scriviamo nello strillo che l’autore si è ispirato al Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro, autore che basta citarlo per far togliere le mutande ai fan.

Dimentichiamoci di recensioni e lanci pubblicitari discutibili, quel 22 gennaio 2016 al Sundance Film Festival viene presentato il seguito ideale di Red Dust: se quel film lasciava capire che il djinn liberato nel deserto stava per raggiungere la civiltà, Under the Shadow ci spiega la sua prima opera di possessione. Per ora si limita ad una famigliola nell’Iran ricostruito in Giordania, ma se si trova bene tutto il mondo sarà casa sua.

Midnight Factory lo porta in DVD e Blu-ray dall’ottobre 2017 con il titolo Under the Shadow. Il diavolo nell’ombra.

Shideh (Narges Rashidi) è un’ex dottoressa che finita la rivoluzione vorrebbe tornare ad esercitare, ma scopre che i suoi “errori di gioventù” (cioè simpatie per la sinistra) non vengono perdonati dal Governo in carica. Siamo negli anni Ottanta, nell’Iran post-rivoluzionario e all’inizio di quella Guerra Iran-Iraq (1980-1988) con cui sono cresciuto: durante tutta la mia infanzia i telegiornali parlavano di guerra in Medio Oriente, quindi alla fine nessuno ci faceva più caso. E se qualcuna delle bombe che martoriarono per anni le città iraniane… avesse liberato un djinn, come nel precedente film?

— I djnn non esistono, tesoro, sono solo delle invenzioni che servono a spaventare i bambini.
— Esistono, ma non possiamo vederli. Sono cattivi e vogliono farci del male.

Questo dialogo fra Shideh e sua figlia Dorsa (Avin Manshadi) mette in luce uno “scontro culturale” che penso sia comune a tutte le civiltà: la modernità cittadina contro la superstizione di campagna, per sommi capi. Shideh ha fatto l’università, è una donna moderna e colta, per lei i djinn sono solo del “colore locale”, invece nel suo palazzo di Teheran vivono persone di estrazione più bassa che prendono molto sul serio la tradizione culturale antica, così mettono in guardia madre e figlia dallo stuzzicare i demoni.

Un saluto da Teheran degli “scoppiettanti” anni Ottanta

Shideh è una donna molto occidentalizzata, tanto che segue le videocassette di aerobica di Jane Fonda, una “corruzione occidentale” illegale che deve tenere nascosta, quindi non riesce a reagire come reagiscono gli altri del condominio: quelle bombe che cadono in continuazione sulla città… stanno portando anche qualcos’altro.

«I djinn esistono eccome, è scritto anche nel Corano. Viaggiano per il mondo attraverso i venti, da un posto all’altro finché non trovano qualcuno da possedere.»

Per Shideh queste parole della vicina di casa sono solo superstizioni di gente semplice, ma è chiaro che sua figlia piccola invece ci crede sul serio, e gli strani avvenimenti che si susseguono in casa – mentre il marito è partito per il fronte – fanno nascere qualche sospetto alla donna, che va a consultare un libro preciso. «Se cerchi delle risposte in quelle pagine non troverai un bel niente», le dice un’amica occidentale, anche lei immune alle credenze popolari locali. Ma di che libro si tratta?

Il mio persiano è un po’ arrugginito…

Qualche mese dopo la messa in onda del primo episodio di “Strega per amore”, il romanziere e saggista iraniano Gholam-Hosayn Sa’edi pubblica a Teheran un testo di grande impatto culturale: Ahl-e havā (1966), noto nei paesi anglofoni come People of the Wind.
L’autore è noto in Italia solo dal 1990, come Gholāmhossein Sāedi, e solo nel 1994 risulta una versione italiana del testo citato, a cura dell’Istituto universitario orientale di Napoli, con il titolo Ahl-e havâ. La gente del vento (a cura di Felicetta Ferraro).

Fra le altre cose Sa’edi racconta le credenze della costa sud dell’Iran, quella che affaccia sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman, dove le popolazioni condividono convinzioni riscontrate anche in quel territorio lungo il Mar Rosso che comprende Egitto, Sudan ed Etiopia: l’idea che ci siano dei demoni che si impossessano dei corpi umani, portando la malattia mentale. Demoni di nome jinn (o djinn).
Il plurale del termine è jinna ma mi attengo alla regola della grammatica italiana di non usare il plurale di termini in lingua straniera.

Questo è il libro che legge la protagonista del film, minando sempre di più le proprie certezze da “moderna”.

«È stato un tempo oscuro, aveva senso ambientarci una storia dell’orrore: sono sorpreso che nessuno l’abbia mai fatto prima», così il regista e sceneggiatore Babak Anvari spiega alla citata rivista “SFX” come nel suo film ci sia molto di autobiografico, essendo lui stesso cresciuto in quei tempi di guerra che racconta. E poi spiega il curioso riferimento al J-Horror dello strillo. «È interessante come i giapponesi usino la loro cultura e mitologia per raccontare storie dell’orrore, così mi sono detto: posso fare lo stesso con la mia cultura».

Così dal folklore locale Anvari ripesca il djinn, creando una storia dove volutamente non abbiamo la certezza dell’esistenza di questo demone: siamo sicuri che non sia tutto frutto della mente di una donna sottoposta a un enorme stress e che quindi inizi a fare cose strane, convinta ci sia un demone che minaccia la sua famiglia?

Una delle forme assunte dal djinn arrivato con le bombe iraqene

Con un uso sapiente di effetti speciali tradizionali impreziositi da una percentuale minima ma ghiotta di grafica digitale, Anvari crea un vero e proprio “demone della mente”, un’entità informe e al contempo muta-forma che perseguita la povera protagonista per tutta la vicenda. Le rare apparizioni “chiare” del djinn fanno un discreto effetto, ma il regista racconta che sul set si è riso molto, perché ad interpretare il demone c’era il produttore del film completamente vestito di verde che correva di qua e di là.

Primo protagonista del film è ovviamente lo scontro culturale fra una donna moderna e cittadina e antiche tradizioni “meridionali” (viene infatti specificato che quella del djinn è una superstizione del sud dell’Iran), e l’ostinazione di Shideh a mal tollerare le usanze post-rivoluzionarie già dovrebbe farci capire che il demone è in azione. La scrittrice marocchina Fatima Mernissi così infatti spiega, nel suo La terrazza proibita (1994):

«Quando si è posseduto da un jinn, si perde ogni senso dei hudùd, i limiti, cioè, che separano il bene dal male, quello che è haràm da quello che è halàl

Infatti la protagonista continua a dimenticare che non si trova in una città occidentale e trasgredisce molti dei dettami della sua cultura. Ma poi c’è anche la sottile eppur potente idea che questo sia appunto un “demone della mente”, che il djinn non abbia forma corporea ma si limiti ad impossessarsi delle menti delle sue vittime, facendo vedere loro ciò che temono di più. Un’idea che paradossalmente lo collega all’imp che abbiamo già visto.

Parlando del “Diavolo nella bottiglia” abbiamo visto che il termine inglese imp, tradotto “diavolo” in italiano, deriva dal greco emphùo, che guarda caso vuol dire “seminare”, “piantare”, ma è un verbo relegato al campo agricolo.

Nell’Odissea (22, 347-348) Ulisse incontra un cantore che afferma di aver imparato da solo ogni suo canto: «θεός δέ μοι ἐν φρεσίν οἴμας παντοίας ἐνέφυσεν». Ecco tre traduzioni da epoche diverse.

  • «un Dio mi seminò canti infiniti nell’intelletto» (Ippolito Pindemonte, Verona 1822)
  • «un Dio mi gittava nell’alma d’ogni canzone i germi» (Ettore Romagnoli, Zanichelli 1926)
  • «un dio ha radicato nel mio cuore percorsi molteplici» (Franco Ferrari, UTET 2001)

Il verbo usato da questo cantore, mai più ripetuto nell’opera, è una forma di emphùo: siamo sicuri che sia stato un dio e non un djinn a “impiantare” idee nella mente del cantore? Magari lo stesso “genio” della cultura orientale che è piombato a casa di Shideh insieme alle bombe iraqene, seminando nella sua mente paura e terrore.

Curioso infine che alla protagonista nessuno abbia proposto un esorcismo. Infatti nella sua antologia Amori stregati (2003) il marocchino Tahr Ben Jelloun ci informa che anche nella cultura mediorientale ci sono le case infestate, e che un himam può tranquillamente scacciar via i djinn dall’edificio.

«dormiva sulla soglia di una casa abbandonata che – si racconta – i suoi abitanti avevano lasciato dopo essersi battuti con un djinn sfuggito all’himam accanto.»

Be’ certo, se si scaccia un demone da una casa e quello passa a quella vicina… qui non si finisce più!

L.

– Aspettando Balasso 2022:

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23 risposte a Aspettando Balasso (2022) 4 – Djinn in the Bottle

  1. Cassidy ha detto:

    Mi pare di averlo anche visto “Under the shadow” ma non vorrei stare facendo confusione con un titolo simile, in ogni caso altro gran post, da Jeannie ai Djinn con tocchi di musica pop nel mezzo, notevole 😉 Cheers

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  2. Lory ha detto:

    Altro mega-articolone, è un po’ che ho in mente di riguardare “Under the Shadow”, non male, il djinn infatti è un termine che non mi pareva nuovo.
    Buon sabato e grazie 👋

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Gran post, interessantissima analisi “storico-filologica” del djinn (con, a coronamento, citazione dell’Odissea con tanto di passo in greco, una gioia per me che ho fatto, millenni fa, studi classici) e altrettanto stimolanti considerazioni su due film che ho trovato, nella loro diversità, stuzzicanti e meritevoli di visione! A proposito di djinn cito Wishmaster, perché, essendo, anche per motivi autobiografici, uno dei miei film del cuore, non posso esimermi dal farlo! 🙂

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  4. Vasquez ha detto:

    Ma infatti il primo ricordo che ho di “Strega per amore” è in bianco e nero, se non sbaglio poi furono ricolorate, quelle prime puntate. Jeannie si inserisce nella categoria dei diavoletti dispettosi: dà al maggiore Nelson quello che crede di volere, con conseguenze comiche in questo caso. Mi piaceva da matti da bambina.
    Pure Asimov ha esplorato questo lato dei geni nella lampada, nel ciclo di racconti dedicati al suo demonietto “Azazel”.
    I djinn di Supernatural se non ricordo male sono più del genere “ti illudo e poi mi ti mangio”…
    E hai tirato fuori Sidney Sheldon! Ricordo “Il mulino a vento degli dei” da cui trassero uno sceneggiato, che non ho visto ma il libro mi piacque molto:vaghi ricordi… storia di spionaggio…

    Che dire? Un post eccezionale, paragonabile forse solo a quello sul Zinefilo di ieri. Fai quasi soggezione…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Altre secchiate di stradine e viuzze da esplorare, vedremo se riuscirò a ritrovare prima o poi la via 😀

      Io ho da parte una super-chicca di Sheldon, ReteOro l’anno scorso ha ripescato dai suoi archivi segreti una miniserie su una ladra che deve fare squadra col giovane Tom Berenger per un super-colpo. Prima o poi lo studierò per bene, visto che è una trama scacchistica e verso finale c’è pure una partita a cui la ladra dovrà vincere per forza.
      Negli anni Ottanta Sheldon me lo ricordo spesso un po’ ovunque, ma è davvero tanto che non lo sento citare in alcun ambito, temo che non abbia resistito al passare del tempo.

      Di Jeannie dovrò riparlare, grazie anche alla deliziosa autobiografia di Barbara Eden, che stando a quanto dice è stata lei a scegliere sia il rosa del proprio abitino da genio sia l’interno viola della sua casa-bottiglia 😛

      Da ragazzino negli anni Ottanta mi piaceva “Bewitched” ma adoravo Jeannie, aveva un tono molto più frizzante e divertente, il povero Nelson si ritrovava sempre in mille guai per l’entusiasmo di Jeannie: mi ricordava “Lamù”, anche lì un rapporto problematico con troppo amore che può anche fulminare 😀

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      • Vasquez ha detto:

        Stessa cosa: “Vita da strega” carino, ma Jeannie era più casinara e quindi più divertente. Bell’accostamento quello con Lamù 👏👏👏 me la sento quasi nelle orecchie: “Tesoruuuuccioooo!” 😀
        Povero Ataru. E povero maggiore Nelson! Che strano fu in seguito vedere Larry Hagman diventare il diabolico (tanto per restare in tema) J.R. di “Dallas”. Non mi pare che in tempi recenti ci sia un attore che possa far capire alle nuove generazioni cosa fu quel cambio di carattere…

        Restiamo in attesa di altre meraviglie 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Avendo visto più volte Jeannie e mai “Dallas”, perché me Hagman è sempre il simpatico tontolone vittima dei “desideri incasinati”.
        Una cosa simile mi è successa con l’attore che doveva essere lanciato da “Shazam” invece lo stanno ancora cercando dove si è nascosto.
        Per anni ho visto Zachary Levi nei panni di spietato tagliagole da ufficio, un ricco snob di New York che disprezza la protagonista “alla buona” della sit-com “Perfetti ma non troppo”, quindi non sono mai riuscito ad accettarlo nei panni del nerd di “Chuck”, serie che continuo a non voler vedere malgrado chiunque sia svenuto da quanto è meravigliosamente meravigliosa. Però per me Levi sarà sempre un infame da ufficio, non ce lo so vedere in ruoli positivi 😛

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      • Vasquez ha detto:

        Levi si è nascosto nella bottiglia di Jeannie 😛
        Avendo io invece visto la prima stagione di Chuck, non saprei immaginarlo spietato, per me rimarrà sempre un simpatico imbranatone. È strano che io mi sia fermata alla prima stagione di una serie, perché di solito mi affeziono ai personaggi e voglio sempre sapere come va a finire. Qui mi sono accorta che si ripeteva sempre lo stesso schema e dopo un po’ mi ha stufato. Ho seguito la faccenda fino a quando ha sistemato le cose con il padre e la madre (interpretati da Scott Bakula e Linda Hamilton, che a proposito è anche in Resident Alien, dove c’è pure in un piccolo grande ruolo Nathan Fillion! Se li va a cercare col lanternino certi personaggi! …ahehm…scusa le digressioni…) e poi ho mollato. Sì, Chuck carina, ma a me mi ha saturato a quanto pare pure abbastanza presto: vedo che è andata avanti per 5 stagioni!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        All’epoca avevo un amico malato perso di “Chuck” e ogni volta mi diceva di vederla, alla fine ero così infastidito che non la vedevo per sfregio 😀
        Devo assolutamente vedere invece “Resident Alien”, che l’intero cast mi manda in sollucchero, e magari con l’occasione rispolvero i fumetti originali. Magari chissà, ci scappa lo specialone 😛

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      • Vasquez ha detto:

        Non ho mai calcolato quanto tempo ho impiegato a convincerti a vedere X-Files ma è stato abbastanza, e anche abbastanza faticoso, una lunga china che alla fine ha dato bei frutti.
        Supernatural mi è costato meno fatica, ma ha dato frutti altrettanto saporiti.
        E Resident Alien? Che dici? Apriamo le scommesse? 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahah devo stare attento, che altrimenti la prossima serie dovrò scattare e vederla subito 😛

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      • GRENDIZER ha detto:

        L’accostamento con Lamù non è casuale, visto che come forse sai, l’autrice si ispirò proprio a “Strega per amore “: una prova è la citazione che la Takahashi mette nella serie : Lamù chiama Ataru “tesoruccio” ( in originale, usava l’inglese “darling”.)
        Jeannie chiamava il suo padrone nella versione italiana Darrin , darling o qualcosa del genere ed un ovvio rimando.

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  5. Giuseppe ha detto:

    Zachary Levi? Dopo “Chuck” non mi riuscirà MAI PIU’ di vederlo nel ruolo di spietato tagliagole alla “Perfetti ma non troppo” (come, del resto, non ci era riuscita nemmeno la folla adorante che l’aveva tanto atteso ai tempi dell’ormai defunto Telefilm Festival milanese) 😉

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  6. Grendizer ha detto:

    Red Sands ha la trama identica a un fumetto di 30 anni fa pubblicato su Comic Art e disegnato da Giampiero Casertano.
    Mi ricordassi il titolo…

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  7. loscalzo1979 ha detto:

    C’era in un Bonelli disegnato e sceneggiato da Cavazzano, “La Città”, c’è un episodio dove compare il djinn.
    Potresti recuperarlo

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