[Novelization] Halloween Kills (2021)

Continua la domenica pre-Halloween con la mia traduzione del primo capitolo del romanzo Halloween Kills (2021) di Tim Waggoner, che trovate anche in eBook.


Halloween Kills


Questo è per Dennis Etchison che,
firmandosi Jack Martin, ha scritto la novelization
di Halloween II. È un onore
seguire le sue orme insanguinate.

Prologo

Lo Spettro è immobile ai piedi delle scale, guardando le tre donne che lo hanno imprigionato in questa trappola. I loro volti mostrano varie emozioni: rabbia, incredulità, paura… ma soprattutto trionfo. Quest’ultimo è evidente sul viso della donna più anziana, anche se quando lo Spettro la guarda vede un viso diverso, molto più giovane. Il volto di Colei Che Non Morirà. Lo Spettro è incapace di sentire alcunché mentre la guarda negli occhi, eppure qualcosa si agita dentro di lui, un bisogno di… cosa? Completamento? Chiusura del cerchio? Forse. O forse è semplicemente un bisogno di vedere la vita svanire in quegli occhi – quegli occhi testardi – per guardarli diventare freddi e vuoti, come i propri.
Le sbarre di ferro lo separano dalle donne e le fiamme divampano intorno a lui. Sente il calore sulla schiena, sente l’odore del fumo nell’aria, ma nessuna delle due sensazioni lo allarma. Non significano per lui altro che il dolore delle ferite che ha subìto questa notte, durante la sua caccia. Alcune prede cadono facilmente, altre oppongono resistenza, ma alla fine cadono tutte.
A parte lei.
Le donne se ne vanno, ma non prima che lei gli abbia dato un’ultima occhiata, come se volesse incidere questo momento nella sua memoria per poterlo rivivere ancora e ancora. Lo Spettro comprende questo desiderio.
Poi le donne non ci sono più, e lo Spettro se ne sta da solo nel seminterrato, ancora a fissare, attraverso le sbarre della sua prigione, lo spazio vuoto dove erano stati quei volti. Non pensa niente, non sente niente, non è niente.
Le fiamme si fanno più calde, il fumo più denso, e lui aspetta quello che verrà dopo.

1

Haddonfield, Illinois
Notte di Halloween, 2018

Cameron Elam attraversò il parco a piedi nudi. Era la fine di ottobre e l’erba era fredda, ma non avrebbe mai provato a tornare a casa con i tacchi alti. Li aveva indossati solo come parte del suo costume e se li era tolti subito dopo che lui e Allyson erano arrivati al ballo. Non solo quelle maledette cose gli martoriavano i piedi, ma riusciva a malapena a tenersi in equilibrio. E visto quanto aveva bevuto quella sera, pensava di essere già abbastanza instabile così com’era. Quindi portava in mano le scarpe, anche se non avrebbe saputo dire perché non le avesse semplicemente gettate nella spazzatura, prima di lasciare il liceo. Difficilmente le avrebbe usate di nuovo. Forse portarle in mano era un piccolo modo per punirsi per essere stato un tale stronzo quella sera. Non era gran che come penitenza, ma era un inizio.
Lui ed Allyson erano andati al ballo vestiti da versioni sessualmente opposte di Bonnie e Clyde, la famigerata coppia di rapinatori di banche degli anni Trenta. L’abito di Cam consisteva in un berretto marrone chiaro, sciarpa marrone, cardigan giallo a maniche corte – ora macchiato di birra – gonna scozzese marrone, rossetto e quei dannati tacchi. Invece di una parrucca bionda, aveva deciso di indossare i suoi ricci marroni lunghi fino alle spalle, e non si era rasato le gambe, immaginando che ciò avrebbe reso tutto più divertente. I costumi erano sembrati una buona idea in quel momento, ma una volta al ballo, nessuno aveva la più pallida idea di chi rappresentassero lui ed Allyson. Gli anni Trenta erano storia antica per quanto riguardava la sua generazione. Praticamente preistoria.
Stava camminando attraverso un piccolo parco di quartiere – querce, giochi per bambini, un campetto da calcio – piuttosto che sul ciglio della strada. L’ultima cosa che voleva in quel momento era che qualcuno lo vedesse così: non aveva bisogno che i passanti in auto suonassero il clacson e ridessero di lui, urlando attraverso i finestrini aperti. Ehi, piccola! Sembra che tu abbia avuto una notte difficile!
Non riusciva a credere di aver rovinato tutto in quel modo, con Allyson. Le cose tra loro stavano andando bene, ultimamente, tanto che lei lo aveva persino presentato alla sua famiglia. Sua madre e suo padre sembravano abbastanza carini – per essere genitori – ma la nonna della ragazza era un vero e proprio rompicapo. Non poteva però giudicare, anche suo padre era piuttosto incasinato. Era qualcosa che lui ed Allyson avevano in comune: i pessimi frutti che crescevano sull’albero genealogico. Lei non aveva apprezzato che Oscar si fosse unito a loro, quella sera. A volte poteva essere odioso… okay, la maggior parte delle volte, ma lei lo sopportava perché era un amico di Cam. Quello che non aveva sopportato era il bere di Cam. Lui aveva portato con sé una fiaschetta al ballo. È un accessorio del costume, le aveva detto, ecco tutto. Quello che non le aveva detto era che aveva riempito il suo “accessorio” di gin. Non solo ne aveva bevuto abbondantemente ogni volta che ne aveva avuto l’occasione, ma aveva anche bevuto un paio di birre che Oscar aveva intrufolato nel ballo. Sapeva che ad Allyson non piaceva quando beveva e, come se non bastasse, quando lei si era assentata per rispondere a una telefonata, la sua ex fidanzata Kim gli si era avvicinata sulla pista da ballo. I due avevano parlato per un paio di minuti. Ti stai divertendo? Qual è il costume più ridicolo che hai visto finora? E poi, dal nulla, lo aveva baciato. Sì, lui l’aveva ricambiata con un bacio, ma era ubriaco e non si era reso conto di cosa stesse facendo. O forse quella era stata solo la sua scusa. Allyson lo aveva visto baciare Kim, e quando lui aveva cercato di spiegare cosa fosse successo e come non avesse significato niente, non proprio, avevano litigato. Aveva finito per strapparle il telefono di mano e farlo cadere in una ciotola di salsa al formaggio. Lui odiava il telefono di lei – sembrava che fosse sempre al lavoro, interrompendo il loro tempo insieme – ma era stata una cosa stupida e infantile da fare, e se ne era immediatamente pentito. Ma prima che potesse scusarsi, Allyson era scappata via e lui si era vergognato troppo per inseguirla subito.
Quando finalmente si era fatto coraggio – e si era calmato un po’ – era andato a cercarla, ma non era riuscito a trovarla: se n’era andata e lui non poteva biasimarla. Allora aveva cercato Oscar, ma non era riuscito a trovare nemmeno lui. I tre non erano andati al ballo in macchina, e lui non aveva avuto voglia di scroccare un passaggio a qualcuno, non voleva spiegare perché fosse da solo, quindi aveva iniziato a camminare. L’aria notturna era fredda sulle sue braccia e gambe nude, e desiderò aver pensato a portare una giacca con sé al ballo. Rabbrividì e pensò che probabilmente avrebbe finito per prendere un dannato raffreddore. Dio, questa notte potrebbe andare peggio?
Avrebbe voluto chiamare o mandare un messaggio ad Allyson, ma ovviamente lei non aveva il suo telefono. Per quel che ne sapeva, era ancora al liceo, immerso nella salsa al formaggio. Poteva chiamare Oscar, comunque. Forse sapeva dov’era Allyson, e anche se non lo avesse saputo, almeno avrebbe ascoltato la storia lacrimosa di Cam. Oscar poteva essere un idiota a volte, ma era un bravo ragazzo, sotto tutto quel viscidume.
Portava il suo telefono infilato nella gonna. Lo tirò fuori e chiamò il numero di Oscar. Ascoltò mentre squillava dall’altra parte. E squillava. E squillava.
«Rispondi, rispondi…», mormorò. «Dove sei?»
Ci fu un click e poi la voce di Oscar.
«Ehi, amore bello, parla Oscar…»
La segreteria telefonica.
«… Non posso rispondere in questo momento perché… sono proprio dietro di te. BOO!»
Un segnale acustico, poi Cam iniziò a parlare, con le parole che uscivano in una corsa ansiosa.
«Oscar, chiamami quando ricevi questo messaggio. Ho fatto un casino con Allyson. Devo trovarla. Devo aggiustare la cosa. Se siete insieme, se tu sai dov’è, fatemelo sapere, ok amico? Ciao.»
Attaccò.
«Dannazione!»
In preda alla frustrazione, si strappò il berretto dalla testa e lo scagliò via più forte che poteva. Volò in aria e atterrò silenziosamente nell’erba, vicino all’alta rete di recinzione che separava il parco dalla strada. Stava per lanciare anche i tacchi alti, quando vide qualcosa che giaceva dall’altra parte della recinzione, non lontano dal marciapiede. Non c’erano lampioni nelle vicinanze, ma c’era la Luna piena – come ti sbagli? – e Cam poteva vedere che l’oggetto aveva una forma umana. All’inizio pensò che fosse uno spaventapasseri o un manichino, una decorazione di Halloween che qualcuno aveva rubato e lasciato per strada. Ma poi la decorazione si stiracchiò ed emise un debole gemito. Cristo, era una persona!
«Ehi tu, stai bene?» gridò Cam in tono nervoso.
Un altro gemito, più forte del precedente.
Senza pensarci Cam rimise il telefono nella gonna, lasciò cadere i tacchi e corse verso la staccionata. Non c’era un’uscita per la strada, quindi appena raggiunse la recinzione iniziò ad arrampicarsi, più veloce che poteva. Le maglie di metallo erano fredde sulle sue mani e gli facevano male i piedi già doloranti, ma si accorse a malapena del fastidio. La staccionata non era poi così alta – forse due metri o poco più – e quando raggiunse la cima fece oscillare le gambe nude e si lasciò cadere. Atterrò con un sobbalzo su una piccola striscia d’erba che giaceva tra la recinzione e la strada, e perse l’equilibrio. Maledetto gin! Si alzò, si voltò e si affrettò verso l’uomo, raggiungendolo in tre rapidi passi.
La prima cosa che Cam notò fu il sangue sull’asfalto, vicino alla testa dell’uomo, sangue nero come inchiostro al chiaro di Luna. Poi vide la ferita sul lato del collo dell’uomo, e capì da dove era arrivato tutto quel sangue, da dove stava ancora venendo fuori. Sapeva che se non avesse fatto qualcosa, e in fretta, l’uomo sarebbe morto dissanguato in pochi minuti, forse secondi. Si strappò la sciarpa dal collo e si accucciò accanto all’uomo. Quando vide la ferita rimpicciolirsi – carne lacerata e sfilacciata, carne bagnata visibile all’interno – il suo stomaco sussultò. Quasi vomitò, ma strinse i denti e deglutì. Rimani lucido, Cam. Questo ragazzo ha bisogno di te.
«Chiamerò aiuto», disse all’uomo. Alzò la voce e gridò: «Qualcuno ci aiuti! Aiutateci!»
Sollevò la testa dell’uomo, gli avvolse la sciarpa intorno al collo, la strinse forte come osava, provocando un forte gemito da parte sua, quindi la legò. Non poteva usare la sciarpa come laccio emostatico, non poteva rischiare di interrompere il flusso di sangue alla testa dell’uomo, il che significava che quella fasciatura improvvisata era una soluzione temporanea. Quel tizio aveva bisogno di un paramedico, non di un liceale ubriaco. Anche se Cam non si sentiva molto ubriaco in quel momento: si sentiva anzi lucido e ben a fuoco.
La sua voce echeggiò nella notte, ma non ci fu alcuna risposta.
Guardò l’uomo, registrando per la prima volta i suoi lineamenti. Era più vecchio di quanto Cam avesse pensato all’inizio, sulla cinquantina o sulla sessantina, con i capelli corti e grigi e la fronte alta. Indossava una giacca scura con uno stemma dorato sul davanti e lo stemma del dipartimento dello sceriffo di Haddonfield cucito sulla spalla. Cam non impazziva per i poliziotti – che adolescente sarebbe stato, se no? – ed era a disagio, consapevole che portava ancora con sé la sua fiaschetta e che non era vuota. Ma si disse di non pensarci: chi se ne fregava se stasera si era messo nei guai per aver bevuto da minorenne? Era in gioco la vita di un uomo.
«Resisti, amico, resisti. Agente…» Diede una rapida occhiata alla targhetta sull’uniforme dell’uomo. «Hawkins. Resisti, andiamo, ti prego. Mi senti?»
Fino a quel momento gli occhi dell’uomo erano rimasti chiusi, come se fosse sull’orlo dell’incoscienza, ma ora si spalancarono e le sue mani si lanciarono verso Cam. Lui sussultò, pensando che l’uomo lo stesse attaccando in preda al delirio, invece afferrò il maglione di Cam con forza sorprendente e lo attirò più vicino a sé. I suoi occhi erano spalancati e selvaggi, e quando parlava la sua voce era fortemente rauca.
«Deve morire: deve morire.»
Poi tutta la forza abbandonò l’uomo, che lasciò andare il maglione di Cam. Si sdraiò, pallido in viso, ma non chiuse gli occhi e, sebbene il suo respiro fosse affannoso, rimase costante. L’uomo non era ancora pronto per abbandonare la vita. Era un osso duro.
Cam non aveva idea di cosa stesse parlando l’uomo. Chi doveva morire? Ma in quel momento non importava. Afferrò il telefono e chiamò il 911, e mentre spiegava freneticamente all’operatore cosa stesse succedendo, l’agente Frank Hawkins guardò la Luna piena – che in quel momento gli sembrava una maschera bianca inespressiva – e ricordò un’altra notte, un’altra Halloween, di tanto tempo prima…

L.

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Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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