Aspettando Balasso (2022) 6 – Lo studente di Praga

Si avvicina l’8 dicembre ed è il momento di dare una scossa a questo viaggio, tornando in carreggiata. La seconda ispirazione fornita ufficialmente da Balasso è Lo studente di Praga, film uno e trino – ne sono stati girate altre versioni ma le più celebri sono tre – che è diretto erede del Peter Schlemihl di Chamisso, anche se ha qualche idea presa di netto dal William Wilson di Poe, tanto che impropriamente alcuni lo considerano il “film non ufficiale” di quest’ultimo racconto.


Lo studente di Praga (1913)

Essere nati a Düsseldorf mi farebbe un po’ strano, visto il noto mostro, ma Hanns Heinz Ewers aveva ormai sessant’anni all’uscita di quel film quindi non ci avrà dato peso. Sin dagli anni Dieci Ewers alterna il lavoro di sceneggiatore a quello di romanziere, addirittura diversi suoi titoli sono arrivati persino in Italia, sin dagli anni Venti. L’autore è finito nel mirino dell’ottima casa editrice Hypnos, che proprio lo scorso marzo 2022 ha presentato l’antologia Immaculata, e altre storie macabre, che ho conosciuto grazie ad Obsidian Mirror.

Ewers, come anticipato, attinge liberamente al Peter Schlemihl di Chamisso e al William Wilson di Poe fondendo le due storie e creando Der Student von Prag, diretto da Stellan Rye per la Deutsche Bioscop e uscito in Germania il 22 agosto 1913.

Un trafiletto de “La Stampa” del 17 novembre 1913 è la prova che questo film sia stato proiettato in Italia, con il titolo Lo studente di Praga.

Uno dei tanti titoli di un film che temo dimenticato dall’Italia

Ah, la magia del cinema muto, in cui un quarantenne con la pancia può interpretare un giovane studente sognatore!

Siamo a Praga nel maggio del 1820 e Balduin (interpretato dal prussiano Paul Wegener) è il miglior studente e il miglior spadaccino della sua scuola, ma è lo stesso triste e non si sa perché: allo sconosciuto che lo avvicina, Scapinelli (John Gottowt), e si lamenta di non aver soldi, Balduin risponde che anche lui è del tutto al verde.

Quando sei triste, una figura diabolica sa sempre come tentarti

Scapinelli lo invita non si sa dove a fare non si sa cosa, invito che Balduin accetta subito, ma strada facendo vede un cavallo impazzito che fa cadere nel fiume una ragazza: salvatala, Balduin scopre che si trattava di Margit (Grete Berger), figlia del ricco conte di Schwarzenberg (Lothar Körner) e promessa sposa a suo cugino (Fritz Weidemann). Quindi Balduin capisce di essere di troppo, visto che è povero in canna e non può permettersi l’amore nobiliare.

Tornato a casa, Balduin si guarda allo specchio e prende coscienza del fatto che lo specchio è il suo peggior nemico, anzi per meglio dire: il suo nemico è la sua immagine riflessa. Mentre ancora cerchiamo di capire che cacchio c’entri, arriva di nuovo Scapinelli e promette al giovane di risolvergli alla radice il problema della povertà, con una borsa senza fondo che produce monete d’oro a getto continuo, elemento ripreso pari pari dal Peter Schlemihl. Però qui la “tentazione” non è di ricchezze infinite ma solo di centomila monete d’oro. Be’, dài, Balduin è un tipo che si accontenta.

In cambio, Balduin firma per cedere a Scapinelli qualsiasi cosa voglia all’interno della sua stanza. Il giovane se la ride, perché vive in un tugurio privo di qualsiasi cosa di valore, ma il diavolo ne sa una più di se stesso, così Scapinelli sceglie l’immagine allo specchio. Non è l’ombra di Peter Schlemihl ma siamo comunque da quelle parti, con Balduin che perde la propria immagine riflessa.

Deliziosa inquadratura con Balduin e la sua immagine ai due lati

Impaccato di soldi e tirato a lucido, Balduin si presenta di nuovo a casa Schwarzenberg e riceve ben altro trattamento, avendo la possibilità di rubare Margit al cugino promesso sposo. Ma il problema è che Balduin comincia a vedere se stesso in giro: la sua immagine appare qua e là e sembra tormentarlo.

Quando si gioca a carte col proprio doppio… è un solitario?

L’idillio con Margit, che Balduin invita ad una uscita romantica al cimitero (!), viene rovinato dall’immagine, che perseguita ovunque il nostro eroe, rovinandogli ogni rapporto con i Schwarzenberg (elemento preso dal William Wilson), con Margit che rifiuta l’amore di un uomo senza immagine riflessa (elemento preso dal Peter Schlemihl), tanto che Balduin prende in considerazione l’idea di spararsi un colpo in testa. Preferisce invece sparare quel colpo alla sua immagine che lo irride, non pensando che così facendo l’effetto è lo stesso: rifacendosi di nuovo a Poe, il protagonista uccide il suo doppio e quindi se stesso. Per la felicità di Scapinelli, la cui gioia onestamente rimane immotivata.

Quando Margit scopre che Balduin non… “riflette”

Non viene mai specificato che Scapinelli sia un diavolo, un demone o che altro, non è chiaro se la “morale” della vicenda sia che non si deve invidiare i ricchi e quindi rimanere poveri a vita se si ha avuto la sfortuna di nascere tali, insomma non ho colto l’eventuale messaggio del film, semmai ce ne sia uno, ma è chiaro che dalle citate opere riprende il tema venale: torniamo al grande tema del patto col diavolo per vantaggi “bassi”, che attraversa tutto il Medioevo.


Lo studente di Praga (1926)

Il cinema pensa sempre allo stesso modo, quindi è sempre tempo di remake: passano una decina d’anni e la Sokal-Film chiama Henrik Galeen, che aveva sceneggiato quegli scherzetti di Der Golem (1920) e Nosferatu (1922), e gli affidano il compito di ripresentare la storia di Ewers, e stavolta potrà anche dirigerla.
Il 25 ottobre 1926 esce a Berlino il nuovo Der Student von Prag.

Un trafiletto de “La Stampa” del 4 novembre 1928 è la prova che questo film sia stato proiettato in Italia, con il titolo Lo studente di Praga. «È il più diabolico dei film, col più infernale degli interpreti. D’ordine superiore è vietato l’ingresso ai minori di età».

Un altro “giovane” studente in là con gli anni

A parte essere ambientato nel 1826 invece che nel 1820, il film è la fotocopia del precedente, con tanto di attore più che adulto ad interpretare uno studente. Però gli si perdona tutto, perché è il mitologico Conrad Veidt, uno dei titani del cinema muto.

Ci sono però delle ghiotte differenze, e la prima è che Scapinelli (Werner Krauss) qui è motore attivo della vicenda, in quanto ci viene mostrato a tirare gli immaginari fili della trama: è grazie al suo volere che durante una caccia alla volpe si imbizzarrisca il cavallo di Margit (Ágnes Eszterházy). Quindi tutto ciò che capita a Balduin è frutto di un piano diabolico di Scapinelli.

Scapinelli tira le fila del destino contro Balduin

Chiedo 92 minuti di applausi per lo sguardo di Margit, che rimane folgorata ed invaghita da Balduin…

«Your eyes are the eyes of a woman in love» (cit.)

E per lo sguardo altrettanto innamorato del giovane studente sognatore Balduin…

Se un uomo vi guarda con questi occhi… scappate!

Il resto segue abbastanza fedelmente l’originale, con Balduin che si vende l’immagine e scatta l’applauso per la sua “scissione” allo specchio.

Un momento di grandissimo cinema

Stavolta però l’accento è più marcato su quello che potremmo chiamare “inseguimento finale”, anche perché siamo in pieno espressionismo tedesco e le strutture cittadine inquietanti ci stanno benissimo.

Applausi per le ambientazioni esterne

Qui curiosamente Scapinelli non torna, malgrado sia il motore primo dell’intera vicenda sembra disinteressarsi al destino di Balduin, il quale rimane impegnato solo contro il proprio doppio, in un duello finale che come sempre ricalca il William Wilson di Poe.

Alla fine, Balduin rimane sempre solo con se stesso

Conrad Veidt è un maestro del muto e giustamente qui dà fondo al suo repertorio “corporale”, con primi piani intensi non solo del suo volto e dei suoi occhi ipnotici ma anche delle sue celebri mani, visto che parliamo del celebre protagonista de Le mani di Orlac (1924) di Robert Wiene. L’impressione però è che l’indiscutibile bravura di Veidt sia l’unica carta giocata da quest’opera, che si limita a ricopiare la precedente senza dare l’impressione di aver altro da dire, malgrado fra il 1913 e il 1926 ne siano successe in Germania.


Lo studente di Praga (1935)

Sfociamo negli anni Trenta, arriva il sonoro ed è ora di mettere da parte l’espressionismo, così la Cine-Allianz Tonfilmproduktions commissiona un remake che in realtà è un totale stravolgimento: i punti cardine della storia sono sempre quelli, ma tutto è sballato. Curiosamente è la stessa operazione che quel 1935 avviene negli Stati Uniti con Mad Love di Karl Freund, che è la versione cialtronesca MGM de Le mani di Orlac.
A rimaneggiare pesantemente il testo di Ewers stavolta c’è il prussiano (oggi polacco) Hans Kyser, che ha lavorato poco e soprattutto in filmoni storici.

Una parola la vorrei spendere per il regista, Arthur Robison, nato fisicamente negli Stati Uniti ma in realtà di famiglia ebreo-tedesca. Quando il suo Der Student von Prag esce in Germania, il 10 dicembre 1935, il regista è già defunto da due mesi, appena cinquantenne. Sarà un caso, ma il regista ebreo è morto un mese dopo l’istituzioni delle leggi razziali di Norimberga.

Un trafiletto de “La Stampa” del 29 aprile 1937 è la prova che questo film sia stato proiettato in Italia, con il titolo Lo studente di Praga, prima che il 9 agosto 1946 venisse concesso un nuovo visto italiano, a patto che «sia eliminato dalla testata e dalla pubblicità il nome della casa produttrice, del regista e degli interpreti»: volevano spacciarlo per un film non tedesco?

Oh, Balduin, ma che c’hai da ridere?

L’incredibile sorriso sornione di Balduin (Adolf Wohlbrück) sostituisce la caratteristica principale del personaggio: l’essere un giovane studente triste circondato da compagni chiassosi e ridanciani. Qui Balduin è uno ben integrato, felice dell’amore per Lydia (Edna Greyff), una ragazzetta timida e semplice che simboleggia chiaramente l’amore puro… quello che crolla davanti all’amore fatale, simboleggiato dalla cantante lirica Julia (Dorothea Wieck) di cui Balduin si invaghisce perdutamente.
Come può un giovane studente squattrinato ambire anche solo all’attenzione di una ricca donna, concupita da tutti i nobili? A questo problema ci pensa il dottor Carpis (Theodor Loos), che offre al giovane la soluzione che cercava.

Per la prima volta la figura diabolica diventa co-protagonista

Fin qui può sembrare simile alle versioni precedenti, ma è tutto diverso. L’avvento del sonoro ha portato a lunghi inserimenti cantati, senza dimenticare le sequenze di fioretto come si vede nei film hollywoodiani coevi – risale proprio a quel 1935 il celebre Capitan Blood con Errol Flynn – e via di concessioni al gusto dell’epoca che però non c’entrano nulla col tema principale. E poi arriva il tuffo carpiato principale.

Kyser stravolge la storia esattamente come avviene nel citato Mad Love. In quest’ultimo film americano si racconta di un uomo che perde le mani, la moglie lo porta da un dottore “pittoresco”, questo gliele rimette e il resto della storia segue le vicende del protagonista, Orlac, tanto che si chiama Le mani di Orlac. Il film Mad Love spazza via Orlac, che diventa a malapena una comparsa, e ci parla del dottore matto (Peter Lorre, come ti sbagli?) che è così innamorato della signora Orlac… che mette al marito le mani di un pazzo.

Questo dimenticabilissimo film americano esce nel luglio del 1935, e a dicembre questo Der Student von Prag usa lo stesso registro narrativo: a diventare protagonista è il “dottore matto”, che è così innamorato della cantante Julia da dannare l’anima al suo spasimante Balduin. Non mi stupirebbe che l’operazione sia stata compiuta seguendo proprio l’esempio americano.

Ma Carpis è un “dottore pazzo” o il diavolo mascherato?

Non è chiaro quale sia l’obiettivo del dottor Carpis, non è chiaro se sia un diavolo mascherato – non viene mai anche solo accennato l’argomento – non sappiamo cosa faccia a Balduin, semplicemente gli copre lo specchio di casa e gli dice che ora ha la “mano fortunata”, e vincerà sempre a carte. Così facendo potrà diventare ricco velocemente e allora sì che la cantante Julia l’amerà. (Un piccolo riflesso dei temi “venali” delle opere precedente.)

’Sta mano po’ esse fèro e po’ esse fortunata: oggi è fortunata

Per tutta la vicenda il dottor Carpis ripete in modo sprezzante la frase «sognatore sentimentale» alla volta di Balduin: la “morale” del film è che il romanticismo è finito, sono gli anni Trenta e chi perde tempo a sognare l’amore finisce male? Non saprei, il film è di una noia mortale che non sono riuscito a cogliere alcuna sfumatura, se mai ce ne siano. Dura solo 74 minuti ma ci ho messo una settimana a vederlo, perché dopo cinque minuti ci si annoia così tanto che si vuole scappare via.

Ogni tanto il film si ricorda dei punti chiave originali

Il finale ricalca le versioni precedenti ma a questo punto non ha alcun senso, visto che tutta la trama precedente è impostata in altro modo. A un certo punto il dottor Carpis se ne va, lasciando il mistero assoluto sul suo comportamento.
No, diciamo che non è questa la versione da ricordare quando si parla dello studente di Praga.

Di sicuro i temi del contro-film di Natale balassiano ci sono tutti – patto col diavolo, vendita della propria anima/immagine/ombra, sdoppiamento, il denaro come valore morale – ma questa strana fusione del Peter Schlemihl di Chamisso con il William Wilson di Poe mi sembra sia più una sottrazione che un’addizione: scegliendo solo alcuni singoli elementi dalle due opere ci si perde per strada i relativi “messaggi”, senza preoccuparsi di aggiungerne uno.

Tutti e tre questi film hanno bellezze tecniche diverse, ma come opere narrative non mi hanno convinto, rispetto agli originali letterari a cui si rifanno.

L.

– Aspettando Balasso 2022:

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11 risposte a Aspettando Balasso (2022) 6 – Lo studente di Praga

  1. Cassidy ha detto:

    A mia volta faccio lo studente e prendo appunti, mi manca questo studente, grazie per la dritta 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Applausi! Un film uno e trino e un tocco di storia (del cinema e non), ingredienti che mi hanno conquistato! 🙂

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  3. Grendizer ha detto:

    Due cose : se gli studenti sembrano tutto tranne che giovani, anche le varie Matgiy sono tutto tranne che bellezze per cui vendere l’anima al diavolo.
    E poi c’è sta fissa tedesca di mostrare cattivi con nomi italiani : leggendo mi è venuto subito in mente anche il “der Sandman” di Hoffman, dove lo studente Nathaniel ha un ossessione per il mefistofelico Coppelius che poi crede di riconoscere nell’ italiano Coppola…
    Insomma, i tedeschi vedono gli italiani come ladri e truffatori ?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il problema è l’enorme fama secolare di Cornelius Agrippa, che ha spinto gli autori del fantastico a inventarsi varianti di quel nome, come appunto Coppelius, e i nomi italiani si prestano molto. Un po’ come gli americani che dopo Houdini adorano i maghi il cui nome finisca in “ini” 😀
      Non so se i nomi italiani risultano esotici e quindi ben calzanti con personaggi malvagi, e di certo dopo gli anni Venti anche nei film americani il personaggio italiano è sempre il cattivo, prima che diventi di moda farne un mafioso. Non mi pare che nei secoli abbiamo mai goduto di molta stima all’estero, almeno in narrativa 😛

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      • GRENDIZER ha detto:

        Noi italiani ci consideriamo da sempre un popolo bonaccione e amichevole, ma all’ estero siamo visti solo come mafiosi e assassini.
        Mi ricordo un racconto dello Shelock Holmes di Doyle dove viene citata la “ crudeltà italiana “ e un altro dove , parlando di un uomo ucciso a colpi di postola in pieno giorno senza testimoni , “ neanche fossimo in certi paesi latini dove cose simili sono all’ ordine del giorno “ .

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Purtroppo mi aspetto sempre che i lettori/spettatori reagiscano male a certi accenni davvero insopportabili, come quelli che citi, invece anzi pare che gli italiani siano contenti. Da noi film come “il padrino” sono considerati capolavori, quindi non c’è alcuna speranza.

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  4. Giuseppe ha detto:

    Lo studente di Praga ama la tipa il cui sguardo lo strega, ma a prescinder da quanto lui prega non c’è speranza, lei gli si nega, che senza soldi non combina una sega come il Diavolo sa, ecco perché poi lo frega. In tre versioni, ma è sempre una bega se a quell’offerta il tuo destin lega: or che sei doppio la tua vita si sbrega, tutto sei stato fuorché un maschio stratega (al tuo grande amor lei più non si piega) e da alfa che eri sei arrivato all’omega 😀

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  5. Pingback: Baldus (2022) Contro-film di Natale di Balasso | Il Zinefilo

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