Intervista ad Eric Roberts (2022)

Con grande emozione nel nuovo numero della rivista “Empire” trovo un’intervista ad uno dei più fulgidi Eroi della Z, che è stato di tutto: eroe marziale, cattivo d’eccezione, fratello di Julia Roberts, dottore pazzo, spalla gigionesca, e potrei andare avanti a lungo. In una parola… anzi due, Eric Roberts.

Il 13 luglio 2022 il giornalista Al Horner di “Empire” va a trovare l’attore in uno dei suoi rari giorni liberi e passano la giornata a chiacchierare: traduco il resoconto apparso sul numero 408 (dicembre 2022) della rivista.


L’uomo più indaffarato
di Hollywood

di Al Horner

foto di Shayan Asgharnia

da “Empire”
n. 408 (dicembre 2022)

Sin dagli anni Settanta Eric Roberts non fa che recitare… recitare… e recitare,
creando una pagina IMDb apparentemente infinita,
in cui i film di Christopher Nolan e Paul T. Anderson
affiancano produzioni a budget zero.
Durante una giornata piena di emozioni a Los Angeles
l’attore ci rivela perché non può fermarsi.

L’uomo più laborioso di Hollywood si sta godendo un giorno libero. Be’, la sua versione di un giorno libero. Il che, quando sei Eric Roberts, l’attore con il maggior numero di crediti cinematografici e televisivi nella storia del cinema americano, significa un allenamento alle prime luci dell’alba, un piatto di albumi a colazione, un paio di sceneggiature da leggere e una piccola emergenza da gestire che ha coinvolto uno dei due adorabili gattini, suoi e di sua moglie Eliza (un pasticcio con le medicine; non preoccupatevi, niente di grave). Tutto questo prima di bussare alla porta della sua casa di San Fernando Valley, per un incontro mattutino con la star di 697 film e programmi TV, numero in continuo aggiornamento.

«Uau, 697! Così tanti, eh? Ho perso il conto a circa 70», ride l’attore che avete visto ne Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan, Doctor Who, Vizio di forma (2014) di Paul Thomas Anderson, A 30 secondi dalla fine (1985) di Andrey Konchalovskiy, Star 80 (1983) di Bob Fosse, Il “papa” di Greenwich Village (1984) di Stuart Rosenberg, I mercenari (2010) di Sylvester Stallone e la serie TV “Righteous Gemstones” (2019) di Danny McBride, giusto per citarne alcuni. «Vuoi sapere perché faccio così tanti film, amico?» Si sporge in avanti, sfoggiando un sorriso luminoso. «Perché posso, amico, tutto qua [Because I can, man. It’s that simple]. Amo farlo e vivo per questo. Voglio recitare ogni singolo giorno della mia vita. Quindi, amico mio, è quello che faccio».

Non sta scherzando. Dalla metà degli anni 2000, Roberts è noto per girare «cento film all’anno», come dice lui (non è un’esagerazione: nel 2017 ne ha girati 74). Stima di trascorrere circa nove mesi all’anno sui set cinematografici e il tempo rimanente a preparare le sue parti successive. A volte gli capita di giare tre scene diverse per tre film diversi su tre set diversi in un solo giorno (non c’è da stupirsi che i suoi giorni liberi siano più rari delle piogge nel deserto del Mojave). La sua pagina IMDb, di conseguenza, è un pozzo senza fondo di progetti diversi, che includono collaborazioni con alcuni dei registi più venerati del passato e del presente di Hollywood – Paul Thomas Anderson, Bob Fosse, Christopher Nolan – e filmetti indipendenti a bassissimo budget. Caso in questione? Entro la fine dell’anno, Roberts apparirà sia in Babylon – il grande film [con Margot Robbie e Brad Pitt] da 110 milioni di dollari scritto e diretto da Damien Chazelle, autore di Whiplash (2014) e La La Land (2016) – sia, dall’altra parte dello spettro cinematografico, in un film intitolato From Dusk Till Bong [di James Balsamo], la cui descrizione IMDb è: «Racconta le vicende di Tony e Spat, che devono fumare molta erba prima che una festa fra vampiri vada storta. I piccioni di Screaming Jay [sic] devono strappare gli occhi ai vampiri [sic] per viaggiare in un’altra dimensione e salvare il suo amore, combattendo il popolo lucertola». Il suo trailer su YouTube ha 782 visualizzazioni.

«È un’avventura, amico! Mia moglie mi dice che riceviamo fino a trenta offerte al giorno da tutto il mondo, alcune finanziate, altre no. Ci divertiamo tantissimo. Dire di sì il più possibile mi ha permesso di viaggiare per l’intero pianeta tre volte», afferma l’attore 66enne, consapevole che questo è un capitolo della sua carriera che molti non avrebbero immaginato. Nel 1978, Roberts – fratello di Julia e (poi) padre di Emma – si è imposto come un nuovo talento elettrizzante nel film drammatico di Frank Pierson Il re degli zingari. Gli è valsa una nomination ai Golden Globe, con premi ancora più blasonati in arrivo: una straordinaria interpretazione in Star 80 di Bob Fosse nel 1983 gli è valsa un altro Golden Globe, prima che due anni dopo, nel ruolo dell’evaso Buck McGeehy di A 30 secondi dalla fine, finisse all’improvviso in lizza per l’Oscar come miglior attore non protagonista. C’erano tutti i segnali per una carriera in serie A. O almeno così sembrava.

Oggi, la carriera di Roberts divide i giudizi. Per molti è una leggenda: un attore straordinariamente accattivante e un campione del cinema indipendente, disposto a prestare la sua polvere di stelle e il suo carisma d’acciaio, con tanto di occhi azzurri, a progetti che altrimenti potrebbero solo sognare di avere una star nominata all’Oscar come lui. Per altri, il suo curriculum racconta una storia di potenziale sprecato: Perché l’esplosione che ha guidato il suo arrivo sulle scene si è spenta in piccole parti in cortometraggi, video musicali e pubblicità immobiliari? (Sì, Roberts ha preso parte a uno o due spot in cui ha interpretato il padre di una famiglia perfetta in video che aiutano i milionari a vendere le loro ville.)

«Incontro persone che mi prendono da parte e mi dicono: “Cosa stai facendo?” Non credo che capiscano, ma va bene così», sorride. La vera storia dietro la sua carriera unica, scopre “Empire” in una tiepida giornata in sua compagnia, è più complicata di quanto gli spettatori possano pensare. È una storia di dipendenza, assoluzione, esperienze di pre-morte e un’infanzia trascorsa con (come apprendiamo) genitori non convenzionali – una storia di cui non ha mai parlato in modo completo, fino ad ora. Eric Roberts ha interpretato quasi 700 personaggi nella sua carriera: non molte delle loro storie sono più drammatiche di quella dell’attore stesso.

* * *

«Di chi è questa memoria?!» chiede Roberts, la sua voce diventa più forte, la sua espressione si arrabbia. Improvvisamente si zittisce, come se avesse appena capito qualcosa. Fissando “Empire”, alla fine borbotta: «Oh… quindi sei tu la dama in questione. Avrei dovuto saperlo». Pochi secondi dopo, veniamo interrotti dalle guardie, che sfoderano le armi e lanciano una raffica di proiettili nella nostra direzione, facendoci correre per i corridoi di un archivio di memoria cyber-futuristico in cerca di sicurezza. Per così dire.

In realtà, siamo seduti nel soggiorno di Roberts, ad aiutarlo a esercitarsi con le battute per un thriller di fantascienza intitolato Recollection, di prossima produzione. È il tipo di film che, molto tempo fa, non sarebbe esistito e quasi certamente non avrebbe avuto un cameo di Eric Roberts. È a causa dei cambiamenti tecnologici nell’industria cinematografica, spiega, che i film a basso budget come questo si possono permettere di averlo a bordo. «Intorno al 2003, quando il cinema è diventato digitale, chiunque avesse una macchina fotografica all’improvviso aveva un intero studio a disposizione. Di solito c’erano sempre state barriere contro la gente che realizzava i propri film, ma d’un tratto sono stati i giovani a premere gli interruttori e a raccontare da soli le proprie storie. Quant’è fico?»

In Recollection, Roberts interpreta un personaggio sfuggente di nome Sid, qualcosa di costante nella sua variopinta filmografia: maschi complicati che sono squallidi o sconvolti o disperati. Ne Il cavaliere oscuro ha interpretato il boss della mafia Sal Maroni; ne Il “papa” di Greenwich Village ha interpretato Paulie, un delinquente di strada che è anche «una specie di figlio di mamma». È stato attratto da questi tipi di personaggi stratificati, spesso sgradevoli, quando ha recitato in un cortometraggio di 52 minuti chiamato Paul’s Case, diretto da Lamont Johnson. Raccontava la storia di un adolescente, perso in un mondo di fantasia, che desidera ardentemente sfuggire alle frustrazioni della sua esistenza da classe operaia, quindi ruba per uscirne.

«Quel film mi ha aperto alle gioie di interpretare persone che non sono come noi», dice Roberts, suggerendo che interpretare questo tipo di personaggi soddisfa una sorta di servizio pubblico; che i film sugli “strani” e sugli “inquietanti” generano compassione per le persone che forse attraverseremmo la strada per evitare, se le incontrassimo nella vita reale. «L’arte può aiutarli, può aiutare gli altri a capirli ed entrare in empatia con loro», spiega. «Penso di aver capito che posso fare qualcosa che gli altri non possono fare: interpretare uomini che non vogliono essere gli uomini che sono, ma sono bloccati. Ho cercato di portare quell’energia in ogni personaggio che ho interpretato dopo».

Aiuta avere la propria esperienza nel sentirsi un estraneo, a cui attingere quando ci si prepara per tali parti. Quando era bambino, aveva una terribile balbuzie, dice. «È stato così imbarazzante e mi ha fatto sentire così diverso da tutti gli altri». Divenne così introverso che i suoi genitori sospettarono che fosse autistico, finché Roberts non scoprì un modo per aggirare il problema. «Mi sono reso conto che se avessi memorizzato la roba, avrei potuto parlare, ed è così che ho iniziato a recitare: all’inizio era uno strumento, poi è diventato divertente quando sono diventato bravo a imparare le battute». All’età di sette anni, ha guardato l’epica Cleopatra (1963) di Joseph L. Mankiewicz, capendo in seguito che non c’era nessun’altra professione in cui avrebbe voluto essere.

La sua vita familiare non è stata facile. «I miei genitori erano giovanissimi quando mi hanno avuto: 22 e 20 anni. Erano appassionati e lunatici, che si sono separati e divorziati. I primi quattro anni della mia vita, mi sono praticamente cresciuto da solo. Ho vissuto su una barca e ho imparato a camminare su quella barca, mentre mio padre portava armi a Cuba». Aspetta… ha fatto cosa? I precedenti resoconti dell’educazione di Eric e Julia Roberts descrivono i loro genitori come tipi artistici: un ex attore e drammaturgo che ha tenuto seminari di recitazione ad Atlanta e in Georgia. Non contrabbandieri di armi da fuoco. «Sì», ridacchia Roberts. «Il mio primo ricordo è di una ragazzina cubana e sua madre su un molo a Cuba che vendono conchiglie. Corsi da mio padre e gli dissi: “Ho visto una ragazza bellissima, ho bisogno di soldi per comprare conchiglie”. Le do i soldi e le dico che è la ragazza più bella che abbia mai visto e lei semplicemente… mi guarda. Avevo il cuore spezzato». Non approfondisce ulteriormente.

«Volevo diventare una star del cinema», dice Roberts, ricordando il giorno, all’età di 17 anni, quando si trasferì a New York per realizzare il suo sogno. «Volevo essere Steve McQueen, era il tipo più fico del mondo. L’ho visto in Quelli della San Pablo (1966) [di Robert Wise] quando avevo nove anni e avevo pensato: “Uau, questo è quello che voglio essere. Un ragazzo che può vivere quell’esperienza”. Ho pianto quando gli hanno sparato e ho capito che era quello che volevo vivere. Quindi ne ho seguito le orme». Ha fatto un provino ed è stato accettato all’American Academy of Dramatic Arts, ha trovato un appartamento per 40 dollari a settimana e ha trovato lavoro come ragazzo delle consegne. Una «potente del casting» di nome Marion Dougherty lo scoprì presto in un’opera teatrale e in poco tempo Roberts si è ritrovato a condividere un manager con il un’altra stella nascente inaspettata, Christopher Walken. Il lancio nel firmamento però si faceva aspettare. Non ha aspettato invece un momento di oscurità, che in una notte del 1981 lo avrebbe lasciato in un ammasso di metallo contorto a lottare per la propria vita.

* * *

Roberts stava correndo forte la notte in cui lasciò la casa della sua allora fidanzata, l’attrice Sandy Dennis. Tre anni prima, Il re degli zingari si era rivelato a sorpresa un successo. Era quindi arrivata una parte al fianco di Sissy Spacek in Lontano dal passato (1981) di Jack Fisk. Roberts era in ascesa e, come il resto di Hollywood in quel momento, anche strafatto. «All’epoca era una vera e propria società basata sulla cocaina. Tutti, dai produttori esecutivi ai servizi artigianali, tiravano quella droga sui set cinematografici. È stato folle».

da I migliori (1989)

Lungo il viaggio verso casa, distratto da un cane, è finito con l’auto contro un albero. Il risultato è stato di tre giorni in coma, il che ha portato a una degenza di tre mesi in ospedale, mentre cercava di riprendersi da «un trauma cerebrale così grave, che vai a lavarti i denti, metti giù lo spazzolino, ti sciacqui la bocca… e tutto a un tratto non riesci a ricordare dove sia il tuo spazzolino. C’è voluto un lavoro lungo e a piccoli passi per riavere tutto indietro».

da L’ambulanza (1990)

L’incidente ha lasciato danni neurologici che hanno richiesto mesi di fisioterapia. «Mi ha insegnato che stavo portando addosso un peso eccessivo», dice Roberts, scioccato da quanto sia arrivato vicino a perdere tutto. Altre lezioni dall’incidente non sono state tutte apprese immediatamente: il suo uso di droghe è continuato per un altro decennio o due a venire, creando un muro tra lui e sua sorella (anche se ora sono in rapporti migliori, dice) e facendo cadere nel vuoto incontri con registi come Oliver Stone, con il quale avrebbe potuto ottenere ruoli che gli avrebbero svoltato la carriera. Poi nel 1987 c’è stato un altro arresto, per possesso di marijuana e cocaina. «Ero giovane e avevo paura», dice Roberts. «Ero tutto focalizzato sulla paura». Nel dicembre 2011 è apparso nel reality show statunitense “Celebrity Rehab With Dr. Drew”, documentando la sua relazione a volte difficile con la marijuana medica.

da Lo specialista (1994)

Con il passare dei decenni, Roberts ha sostituito i suoi ruoli da protagonista con un menu più variegato di personaggi diversi, mentre occasionalmente si accaparrava piccole parti in grandi film (Il cavaliere oscuro). Si sarebbe calato nelle «anime perdute», come le chiama lui, in ruoli intimi come nel thriller erotico del 1994 Love is a Gun. Amore mortale [di David Hartwell] e il dramma sull’HIV del 1996 Un party per Nick [di Randal Kleiser]. Poi c’erano apparizioni stravaganti in programmi TV come “Suits” e “C.S.I.”. La varietà in qualche modo gli ha donato una nuova vita: si sentiva adattabile, difficile da definire, innamorato del viaggio più che della meta.

In effetti, ciò che non ha mai vacillato attraverso tutti gli alti e bassi è stato l’amore di Roberts per la recitazione. Lasciatosi alle spalle la tossicodipendenza, la recitazione ha sostituito quelle sostanze? Il modo insaziabile con cui lavora è un’altra forma di dipendenza molto più sana? «Potrebbe essere», annuisce. La sua risposta alla pandemia che ha devastato il mondo e chiuso Hollywood per gran parte del 2020 suggerisce che potrebbe esserci del vero in questo, ammette. In quel momento, invece di prendere una pausa mentre il pianeta si fermava, «ho recitato durante il Covid con attori che erano in tutto il mondo. Ho fatto anche una serie TV tramite Zoom. Non sono uscito di casa, ma sono comunque riuscito a essere molto impegnato». Ci vuole più di una pandemia globale per rallentare Eric Roberts.

* * *

Qualunque sia l’aspetto psicologico dietro il viaggio che ha intrapreso, Roberts sembra sinceramente felice. In stile zen, per di più. È grato per la vita che è riesce a condurre, recitando in giro per il mondo e poi tornando a casa da sua moglie (che peraltro è la sua manager), dalla loro famiglia e dai loro gatti. Perdonereste una star che si avvicina al suo sesto decennio nel mondo degli affari, con una sorella che ha raggiunto una fama così immensa, di desiderare un maggiore riconoscimento ufficiale. Un riconoscimento simile a quello sperimentato dal suo co-protagonista de Il “papa” di Greenwich Village, Mickey Rourke: nel 2008 il suo ruolo nel The Wrestler di Darren Aronofsky gli è valso un ritorno di interesse da parte dell’ambiente, con offerte per recitare nei film Marvel. «Sai cosa?» dice Roberts, contemplando la prospettiva. «Non ho bisogno di riconoscimento, non ho bisogno di adorazione: è fantastico avere quelle cose, intendiamoci, ma non ne ho bisogno», sorride. Nemmeno da un film di Quentin Tarantino, chiede “Empire”? Il regista ha invitato Roberts a fare un provino per tutti i film che ha realizzato, da Le iene (1992) in poi, ma alla fine non lo ha mai scelto. «Immagino che non abbia ancora visto in me quello che vuole», fa spallucce Roberts, prima di indicare un altro autore con cui gli piacerebbe lavorare. «Steven Soderbergh! Lui ha bisogno di me e io ho bisogno di lui. È un regista ossessionato dai personaggi complicati che io amo interpretare. Non sarebbe splendido?»

Roberts ha 66 anni, ma «solo quest’anno mi sono sentito più vecchio di un trentenne», dice. Ci sono momenti in cui si chiede se ha fatto le scelte giuste. Soprattutto quando essere sul set significa perdere importanti occasioni familiari. In quei giorni, «Io sono il peggiore», sospira, la prima volta in tutto il giorno che il suo umore si è oscurato. «Ma tutti lo capiscono, che sono un attore fino al midollo osseo. La verità è che diventi i tuoi personaggi, se non stai attento. Ci sono andato vicino molte volte, ma non sono mai caduto in quell’abisso. E ora sono un uomo felice». Roberts si ferma e sorride. «È una vita fantastica, amico. Ho il miglior lavoro del mondo». Parla sul serio. Detto questo, “Empire” saluta l’attore più impegnato di Hollywood, un uomo a cui piace interpretare uomini che non sono gli uomini che desiderano essere. Molto tempo fa, Eric Roberts ha capito chi è veramente, e non era chi Hollywood voleva che fosse. Da allora non si è mai guardato indietro, né mai lo farà.


L.

– Ultimi film con Eric Roberts:

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Informazioni su Lucius Etruscus

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17 risposte a Intervista ad Eric Roberts (2022)

  1. Sam Simon ha detto:

    Molto interessante, che persona strana che deve essere. Meno male ha superato tutti i problemi con le droghe che ha avuto, ora mi sembra che la sua sia una dipendenza da sceneggiature! X–D

    Strano che Tarantino non l’abbia mai usato, effettivamente, ha una faccia che starebbe bene in tanti dei suoi film (e non mi sorprende che l’interesse ci sia stato).

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Preferisco quando Eric appare nei filmetti di serie Z, dove si diverte e ci regala oro. Con Q non farebbe che da carta da parati.

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      • Sam Simon ha detto:

        Il tuo odio per Q mi è noto, però credo che se l’avesse preso non avrebbe sfigurato come uno dei reservoir dogs, o a fare un personaggio improbabile in Kill Bill (incluso Bill stesso)!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Nel ’92 era un altro mondo, lui continua a fare provini oggi: al di là del mio giudizio per Q, quello di oggi non è il Q del ’92, e Eric soprattutto non è più un attore ma un caratterista, dubito fortemente che nel caso Q gli darebbe un ruolo di un qulasiasi peso, se non un personaggio pittoresco.
        Siamo d’accordo che i soldi che si guadagnano in un film di Q sono ben altra cosa rispetto ai thrillerini televisivi, quindi gli auguro di fare il colpaccio, ma come spettatore preferisco vederlo regnare all’inferno che servire in Paradiso (tanto per citare il Milton tanto caro a Ridley Scott, un altro che amo 😀 )

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      • Sam Simon ha detto:

        Anche io gli auguro di entrare in qualcosa di grande, tanto in ogni caso continuerebbe a fare pure la Z! È stato detto che ha recitato in The Dark Knight? X–D

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  2. Cassidy ha detto:

    Ma per caso all’intervistatore piace “Il cavaliere oscuro”? Non lo ha citato mai 😉 Grande il Roberts giusto, sua sorella fa un film mediocre e tutti ne parlano, lui ne fa cento e gli chiedono cosa sta facendo, Eric uno di noi! 😉 Grazie per la traduzione. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Temo che il giornalista volesse far capire ai lettori di “Empire”, di sicuro ignari dell’intera filmografia di Eric, che questo è comunque un attore, anche se non appare nei blockbuster, così ha citato mille volte l’unico film che è sicuro i suoi lettori abbiano visto 😛
      Eric fa bene a pensare a fare tanti film e meno alle riviste patinate.

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  3. Vasquez ha detto:

    Non so che film possa mai essere “Dal tramonto al bong” ma cavoli se mette voglia di vederlo 🤣

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Grazie Lucius, che regalo meraviglioso la traduzione di questa intervista! Pensavo di andare a letto e leggere domani lo zinefilo ma quando ho visto di cosa si trattava non ho resistito 🙂
    Traduco il tutto con: amore per il cinema. Poi è vero, ci sono tanti altri aspetti (Z, occasioni perse, droghe…) ma, su tutto, ribadisco, amore per il cinema. Eric uno di noi! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quando ho visto questa intervista sbucare sulle pagine di una rivista modaiola e generalista come “Empire” non credevo ai miei occhi: ci ha messo decenni e centinaia di film, ma il nostro Eric finalmente è finito nel mirino del grande pubblico. Speriamo che il successo non lo cambi ^_^

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  5. Giuseppe ha detto:

    Che dire? Da questa intervista traspare come la sua vita da grande innamorato della recitazione sia già di per sé stessa del tutto degna di un film, il quale potrebbe così diventare il seicentonovantottesimo della lista (magari diretto da Soderbergh)… 😉
    P.S. Fosse per me, gli farei riprendere seduta stante il vecchio ruolo del malefico Maestro visto in “Doctor Who: The Movie” 😎

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