Aspettando Balasso (2022) 8 – I djinn colpiscono ancora

Si avvicina l’8 dicembre con il contro-film natalizio di Natalino Balasso e io rimango fermo e saldo per la mia strada maestra… però poi Champion Joe mi tira fuori un racconto su un djinn e che fai, non ti vai ad infilare nell’ennesima viuzza laterale?


Il diavolo nella Coca-Cola

«Nell’universo sopranormale ci sono ben poche cose più malvagie di un jinn a piede libero.»

Lo scorso 8 novembre 2022 Einaudi ha portato sui nostri scaffali Non aprite quella morta, la versione italiana dell’antologia Terror Is Our Business (2018) con cui Joe R. Lansdale racconta le avventure del suo nuovo personaggio, l’investigatrice dell’incubo Dana Roberts, omaggio ai grandi classici dell’orrore. Il libro contiene quattro racconti firmati dal solo Joe e in più tre racconti scritti insieme alla figlia, Kasey Lansdale, che l’ultima volta che ne ho sentito parlare era una cantante country ma evidentemente ha sentito il richiamo dell’editoria.

Quasi a volermi stuzzicare e alimentare questo ciclo, il racconto che apre l’antologia – Il Caso del Faro Infestato (The Case of the Lighthouse Shambler, 2011) – vede la nostra indagatrice dell’occulto affrontare un djinn in uno dei luoghi sacri del racconto del mistero: un faro.

«Quando lo avevano portato fuori dalla nave aveva detto che non era stato lui a uccidere e a mangiare gli altri marinai, ma qualcos’altro che si trovava sulla nave. Un demone che, a sentire lui, viveva in una brocca di ottone – parole sue – ed era ancora lì, e che aveva ricevuto il compito di proteggerlo.»

Compiuta una buona azione per un mercante arabo, Greenberg si vede regalare una brocca di ottone con tanto di “genio protettore”, che interverrà ogni qual volta l’uomo sarà in pericolo. Solo che il djinn in questione è parecchio agitato e scatta per un nonnulla, così da creare parecchi problemi e lasciarsi parecchi morti dietro di lui.

«Quello con cui abbiamo a che fare è un jinn, o qualcosa del genere. Una presenza demoniaca che risiede in un’altra dimensione ed entra in questa attraverso un oggetto in cui è stata confinata. Come una brocca di ottone.»

Lansdale (o magari il traduttore Luca Briasco) usa la grafia senza “d” che io invece preferisco mantenere, come nei post precedenti.

La nostra Dana Roberts conosce gli scritti di un «mago arabo anonimo» e sa che per neutralizzare un djinn basta mostrargli una bottiglia vuota e ordinargli di entrare: lo spirito non può esimersi dall’obbedire e il gioco è fatto.

Il racconto è scarno e abbastanza sempliciotto, temo che l’unico elemento “frizzante” alla Lansdale sia l’utilizzo di una bottiglia di Coca-Cola al posto di antiche lampade o bottiglie più esotiche, ma tanto è bastato l’essere uscito proprio a ridosso di questo mio viaggio per guadagnarsi almeno una menzione.

Visto che Joe ama i classici, è proprio a un autore classico che mi rivolgo subito dopo.


Il genius loci di Smith

«Provai la sensazione di un profondo orrore che sembrava in agguato fra quegli elementi così semplici e che emanava da essi come se non fossero altro che le fattezze distorte di uno spaventoso viso demoniaco.»

Per ricordare la teoria per cui il termine djinn derivi dal latino genius, portato in Oriente dagli invasori Romani e quindi subito diventato di accezione negativa, vado a rispolverare un racconto che sta per compiere 90 anni: Genius Loci di Clark Ashton Smith, che si sappia apparso in originale esclusivamente sulla storica “Weird Tales” nel giugno 1933. Raccolto in volume nel 1944, l’ho letto proprio dall’edizione italiana di quell’antologia: “Genius Loci e altri racconti”, MEB 1978 (traduzione di Teobaldo Del Tanaro): non si conoscono altre edizioni italiane.

Protagonista è uno scrittore che ha acquistato una fattoria abbandonata nei dintorni di un piccolo villaggio di campagna così da poter avere la tranquillità necessaria per il proprio lavoro: che sia un testo autobiografico? Per un certo periodo il protagonista ospita l’amico Francis Amberville, pittore che rimane stregato dalla bellezza del luogo e decide di ritrarlo in alcuni dipinti: mal gliene incoglie.

Il pittore comincia a creare quadri sempre più inquietanti, dove il protagonista sembra scorgere un viso diabolico formato dagli elementi naturali: è solo un’impressione o c’è qualcosa di maligno nella zona che Francis ha deciso di ritrarre? Ben presto risulta chiaro essere corretta la seconda ipotesi.

«Sento che il posto stesso…, o la forza che lo anima… mi stanno osservando di continuo. Quel luogo ha l’aspetto di un vampiro assetato, desideroso di bermi in qualche modo, se lo potesse.»

Il protagonista ci racconta del regolare cambiamento del suo amico, come se la sua anima venisse pian piano sostituita da una «intelligenza non umana», man mano che Francis frequenta quello scorcio di natura all’apparenza splendido e rilassante, ma in realtà maligno.

«Come se la verità mi folgorasse, vidi il paesaggio come un minaccioso vampiro e Amberville come la vittima consenziente.»

All’epoca la rivista “Weird Tales” affida all’illustratore (purtroppo non indicato) il compito di creare un’immagine forse un po’ sviante per il racconto, cioè con l’idea che in quella parte di natura incontaminata fosse rimasta l’anima di due morti, un uomo e una donna, quasi a suggerire un amore tragico rimasto ad infestare il luogo. Non è così, Smith mette bene in chiaro il rapporto di casualità: essendo il luogo infestato, la gente tende a morirci.

Illustrazione anonima per il racconto, su “Weird Tales” del giugno 1933

L’entità maligna che abita il luogo – il genius loci, appunto – colpisce le sue vittime con una sorta di contagio mentale, attirandole e poi modificando il loro modo di pensare e di vedere, oltre che di creare, e il protagonista riesce per un pelo a sfuggire al richiamo di quella natura così maligna.

«Il paesaggio continuava a occhieggiare con lo stesso aspetto diabolico e vampiristico che aveva alla luce del sole.»

Può un’entità per noi così eterea come il paesaggio assumere valenza crudele e diabolica? Quanto è arrogante l’umanità: sono passati appena duecento anni da quando Alexander von Humboldt ha “inventato” il paesaggio e crediamo di conoscere questa entità antica come la Terra: forse dovremmo riscoprire e rispettare i geni di ogni luogo.


Il genius loci di Bevilacqua

«La visione orfica del mondo non sembra del tutto dispersa e ci aiuta ancora a percepire un originario ideale di armonia e di equilibrio. Lo stesso che spingeva greci e latini a ricercare negli elementi naturali la presenza della divinità e a deificare i luoghi.»

Come mi fa notare Francesco Bevilacqua nel delizioso saggio Genius loci. Il dio dei luoghi perduti (Rubbettino 2010), l’idea di “ninfa” viene spiegata da Wilhelm Roscher nell’identificazione «con quei filamenti e banchi di nebbia sospesi sulle valli», e non posso non pensare alla «pallida, spettrale aura, né luce né nebbia» che ondeggia sul prato maligno del racconto di Smith. Che si sia sempre saputo come ogni luogo possegga un genio?

«Quel che conta, a questo punto della nostra ricerca, è l’aver compreso che sia le ninfe che le fate sono divinità legate ai luoghi, anzi, divinità dei luoghi, al punto da condividerne la sorte. E che i luoghi sono per ciò stesso intrisi della loro esistenza. Se cioè le ninfe e le fate incarnano i luoghi, attraverso ninfe e fate è possibile, per gli uomini, spiegare la bellezza, il senso dei luoghi stessi.»

Bevilacqua, cercatore di luoghi perduti, mi fa riflettere sull’ovvio che, come tutte le cose ovvie, non è ovvio finché non me lo fanno notare: molto di rado, per non dire mai, la “civilizzazione” umana (cioè la distruzione della natura e quel che peggio del paesaggio) è stata rispettosa al genius loci di ogni zona su cui abbia edificato: non stupisce che i nostri agglomerati urbani sciabordino di negatività. Che sia un modo del genio locale per ricordarci l’oltraggio fattogli?

Come ho già raccontato, nelle nostre case ci rilassiamo su oggetti d’arredamento che chiamiamo “divani” non sapendo la millenaria storia di quel nome, che indica un demone ma anche un insieme di sciocchezze, e ora scopro che la casa stessa è stata costruita senza rispettare il genius loci: ti credo che noi “urbani” siamo tutti esauriti e nevrotici!

«Dobbiamo incamminarci ora verso la parte attuale della nostra ricerca per tentare di capire come il Genius Loci possa essere concepito in una forma moderna per ridare senso alla dignità dei luoghi se non anche alla loro sacralità.»

Sapremo raggiungere, come si augura l’autore, una «simbiosi letteraria tra uomini e luoghi»? È proprio nella letteratura e soprattutto nella poesia che rimangono tracce di quel rapporto con la natura che si è infranto due secoli fa, quando l’esplosione tecnologica ha spinto l’umanità alla tracotanza, dimenticandosi dei geni che abitavano ogni luogo e che andavano rispettati. Riusciremo mai a «vedere un luogo non come possibile spazio da edificare, ma piuttosto come un’anima da deificare»? Temo proprio di no, qualcosa mi dice che sarà il genius loci, se non la natura intera, a ricordarci chi è comanda su questa Terra.

In chiusura, il mio pensiero vola ad un genius loci “mascherato” che però tanta fortuna ha avuto nel cinema anni Ottanta. Dopo la truffa di Amityville molti sedicenti esperti si sono arricchiti trattando l’argomento, quindi c’è spazio anche per l’investigatore del paranormale Hans Holzer, che dopo un primo libro nel 1979 spacciato per saggistica – trasformato al cinema nel devastante Amityville Possession (1982) di Damiano Damiani – decide di battere il ferro finché è caldo e nel 1981 pubblica il romanzo The Amityville Curse (inedito in Italia: siete dispiaciuti, eh?).

La particolarità di questo ennesimo saggio sulle forze occulte di Amityville, spacciato per romanzo, è che l’autore ha scoperto come la celebre casa infestata… sia stata costruita su un vecchio cimitero indiano, elemento pronto a conquistare la narrativa americana coetanea.

Proprio il 21 aprile di quel 1981 “Daily Variety” annuncia che Steven Spielberg sta per mettersi a lavorare su un film, Poltergeist, in cui la famiglia protagonista – scopriremo alla sua uscita, nel 1982 – ha avuto la sfortuna di trasferirsi in una casa costruita su un cimitero indiano, così come la famiglia del romanzo Pet Sematary (1983) di Stephen King scoprirà che il vecchio cimitero indiano dietro casa possiede strane virtù.

In fondo cos’è il cimitero indiano se non un espediente narrativo che rispecchia il genius loci? Rappresenta proprio quella mancanza di rispetto ambientale tipica della nostra cultura, e proprio perché ci sentiamo in colpa ecco che ci intriga l’idea che l’antica sacralità di un posto reagisca… e faccia milioni con libri e film di grandissimo successo. E i geni locali… muti!

L.

– Aspettando Balasso 2022:

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26 risposte a Aspettando Balasso (2022) 8 – I djinn colpiscono ancora

  1. Cassidy ha detto:

    In effetti il romanzo della coppia di Lansdale non ha molti guizzi, però appena ho visto comparire il djinn dalla sua particolare bottiglie sapevo che lo avrei trovato qui in questa rubrica. Anche secondo me la figlia ha sentito il richiamo dell’editoria, mettiamola così 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Possibile che in America l’editoria se la passi meglio della musica country? Sarà mica che il cognome Lansldale vende già da solo? 😛
      Il primo racconto mi ha lasciato parecchio freddo, e mi sono fermato a metà del secondo: temo che non finirò l’antologia, non mi sembra che Joe abbia anche solo provato a evocare le atmosfere dei classici investigatori dell’incubo, a parte la struttura narrativa portante.

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      • Cassidy ha detto:

        Mi sembra improbabile, considerando che Lansdale pare andare più forte in Italia che in patria. Quindi credo che la figlia non sia abbastanza brava per il Country (dove immagino ci sarà proprio tanta concorrenza) e abbia preferito una strada dove almeno il suo cognome vale, magari non come l’oro ma vale. In generale hai ragione, atmosfera e poco altro. Cheers

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Post ricco di citazioni, riferimenti, spunti librari, sfondo horror…applausi per il genius loci, etrusco, dello zinefilo! 🙂

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  3. Giuseppe ha detto:

    Io credo di essere in possesso dell’unica altra edizione italiana conosciuta di “Genius Loci” (tradotto come “Nella palude”) successiva al volume MEB citato e cioè quella compresa all’interno dell’ormai introvabile (a parte qualche copia ancora disponibile su eBay) antologia “Horroriana – 24 storie di paura”, edita da Mondadori nel 1979: è il racconto che inaugura la sottosezione “Le Cose”, a pagina 101 😉
    Se non ricordo male, poi, pure Martin Mystère aveva avuto a che fare con un Genius Loci antico quanto la Terra stessa… ecco, se ne parla giusto qui:
    https://agarthi.forumfree.it/?t=45090955

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  4. Vasquez ha detto:

    Partire dal diavolo nella coca cola (vera bevanda diabolica) per arrivare a Pet Sematary, cosa volete di più? Un Lucano? 😛
    Bello bello bello, l’ho letto tutto d’un fiato, e ripeto: Balasso non ce la farà mai a stare dietro a tutto questo 😉
    (Perdonami, c’è un passaggio che non mi è molto chiaro:
    “molto di rado, per non dire mai, la “civilizzazione” umana […]  ha arrecato offesa al genius loci di ogni zona su cui abbia edificato: non stupisce che i nostri agglomerati urbani sciabordino di negatività. Che sia un modo del genio locale per ricordarci l’oltraggio fattogli?”.
    In realtà è il contrario, o mi sono persa un passaggio? O forse ho letto troppo in fretta? 😅)

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  5. Celia ha detto:

    Non riesco a trovare un’indicazione su un demone che venga nominato “diwan”. Davvero esiste anche in questa accezione?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti consiglio di cliccare sul link indicato, che ripeto qui, comunque in quel mio vecchio post raccontavo di questa incredibile ricerca trovata su un saggio, per cui Zarathustra tremila anni va ha deciso che non si poteva chiamare gli dèi degli infedeli con la stessa parola dell’unico vero dio, così impose che i falsi dèi, cioè i demoni, venissero chiamati “div”, parola che nei millenni successivi ha invaso l’Occidente, creando fra l’altro il graco “dzeus” (Zeus) e il latino “divus”, da cui Dio e divino.
      Intanto parallelamente la parola prendeva un’altra strada e indicava il “divan”, cioè quell’arredamento su cui si sdraiavano i funzionari le cui riunioni si iniziarono a chiamare divan e i cui resoconti si chiamavano divan, termine portato in Europa da Goethe con il suo “Divano Occidentale”. Lui la considerava una “raccolta di pensieri”, ma i persiani pensavano che quelle riunioni fossero solo sciocchezze, così il termine indicava una raccolta di sciocchezze.
      A seconda di dove arrivi, ci sdraiamo su un insieme di sciocchezze o su un falso dio 😛

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      • Celia ha detto:

        Tanta roba! Mi è venuto il dubbio che l’avessi già letto (ed obliato), invece no, mi manca proprio.
        Dunque questa connotazione è addirittura precedente a quella più nota di riunione istituzionale… accipicchia O.o

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  6. Celia ha detto:

    p.s.: peccato, davvero peccato per l’antologia dei Lansdale.
    Come saprai amo (quasi tutta) la produzione del padre, e non appena ho letto di un nuovo libro con atmosfere horror ho esultato… ma, ahimè, mi avete smontata subito. Non è escluso comunque che proverò a leggerlo ugualmente… intanto mi sto divorando diverse uscite autunnali di cui mi hai parlato tu.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Provaci comunque, perché io purtroppo da anni ho un blocco nei confronti di Champion Joe, dopo averlo amato violentemente per diversi anni. Onestamente mi sembra abbia perso mordente, i suoi vecchi libri ti prendevano subito e non potevi mollarli, qui non riuscivo a tenere gli occhi aperti.
      Non sono arrivato ai racconti scritti insieme alla figlia, ma onestamente non sono neanche curioso 😉

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      • Celia ha detto:

        In effetti ho letto delle critiche ai suoi romanzi più recenti, a me poi viene in mente – ma è in una categoria diversa, diciamo – il suo romanzo batmaniano che m’aveva lasciata perplessa…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E quella era ancora l’epoca in cui scriveva in maniera coinvolgente! Però, ripeto, non sono oggettivo: sono almeno 10 anni che non riesco più a leggerlo: o mi sembra roba già letta, che ripete identica, o mi sembra roba illeggibile 😛

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  7. Lovecraftiano 26 ha detto:

    Ti segnalo che il racconto i Smith si trova in “Horroriana”, bellissima antologia storica che personalmente consiglio. Bel pezzo, mi piace quando appunto vai nettamente sul classico.

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