The Mummy’s Tomb (1942) Arriva Lon Chaney

È arrivato in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Dopo millenni di sonno profondo, ormai tutti stanno a svegliare ‘sta povera mummia! Così dopo il “successo” di The Mummy’s Hand (1940) – che in effetti ha guadagnato di più di quanto sia costato, quindi è tecnicamente un successo maggiore dei film di Ridley Scott dal Duemila in poi! – la Universal apre il rubinetto delle mummie: prendetene e bendatene tutti!

Il titolo è in secondo piano: è Lon il vero richiamo!

La regia è affidato all’onesto mestierante Harold Young – che i lettori di questo blog già conoscono per il monkey movie The Jungle Captive (1945) – mentre il soggetto risulta firmato da Neil P. Varnick, che abbiamo già incontrato per Captive Wild Woman (1943).
Ovviamente quando si parla di “soggetto” e “sceneggiatura” riguardo ad un film di mummie di questo periodo è tutto da intendersi in modo sarcastico, perché anche qui si persiste nel plagiare il racconto La mummia e la Principessa (This Way Out, da “The Thrill Book”, 16 giugno 1919) di Will Cage Carey, apparso in Italia esclusivamente nell’antologia Storie di mummie (Newton Compton 1998).

Nato senza molte pretese, The Mummy’s Tomb esordisce in patria il 23 ottobre 1942. Curiosamente anche questo film risulta inedito in Italia.

Davvero? “Original Story”?

Sono passati trent’anni dagli eventi di The Mummy’s Hand, anche se in realtà per gli spettatori non sono passati che due anni scarsi. E metti che qualcuno va a vedere questo Tomb senza aver visto l’Hand? C’è il rischio che gli sfugga la complicatissima trama (!), così ecco l’ideona: 15 minuti in cui viene riassunto il film precedente. Visto che questo secondo film dura un’ora, impiegare un quarto del tempo a mostrare un altro film è davvero qualcosa di sorprendente.
Scopriamo dunque che il gran sacerdote Andoheb (George Zucco, qui giusto in una comparsata) è sopravvissuto ai colpi di pistola ed ora finalmente… ha scoperto il segreto contro la calvizie! Nel precedente film Andoheb era calvo, mentre ora – trent’anni più vecchio – ha una lunga chioma bianca: ammazza ‘sti egizi, avevano un segreto per tutto!

Il dio Ra conosceva anche il segreto contro la calvizie…

Dopo il riassuntone del precedente film, Andoheb parla al giovane uomo che dovrà prendere in mano l’azienda di famiglia: la gestione della mummia Kharis. Questo uomo è Mehemet Bey: il cognome è un semplice “gancio” con l’Ardath Bey de La mummia (1932), mentre il nome arriva direttamente dal citato racconto di Carey. (Sembra incredibile, ma l’attore che lo impersona si chiama Turhan Bey… Che esista davvero questa setta egizia?)
Visto che la tomba di ‘sta benedetta Ananka – che fa da McGuffin per la terza volta! – è stata portata in Inghilterra, Mehemet Bey ha un compito ben preciso: ricopiando il racconto di Carey dovrà caricarsi il sarcofago di Kharis in spalla e andare a liberare la mummia in patria britannica, così da vendicarsi.
Qualcuno potrebbe chiedersi come mai il sacerdote Andoheb abbia impiegato trent’anni a trovare l’indirizzo degli archeologi britannici del precedente film, ma non stiamo a sottilizzare…

Rapire sosia della principessa Ananka è un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare

Dopo venti minuti di introduzione, il tempo stringe, così d’un lampo siamo nella tranquilla campagna inglese mentre una mummia si aggira con intenti omicidi. Immaginatevi di essere una mummia che è stata immobile per tremila anni, poi d’un tratto vi svegliate e ammazzate un paio di tizi, poi dormite per altri trent’anni e vi risvegliate in Inghilterra, cominciate a salire le grate per entrare nelle case ad ammazzare la gente…
Ma per fortuna Kharis non ha un attimo di esitazione: è una super mummia-agente segreto, con licenza di uccidere. Dove lo metti, lui ammazza.

Mi sa che ‘sta roba puzza…

L’ottimo Tom Tyler del film precedente non veste più i panni della mummia, perché ora c’è un nome che attira le masse: Lon Chaney jr.
Malgrado abbia già un curriculum sterminato, in realtà l’attore è all’inizio della carriera. Il suo lancio infatti è avvenuto l’anno precedente con L’uomo lupo (1941), seguito da Il terrore di Frankenstein (1942): la doppietta “licantropo-Franky” lo lancia immediatamente nell’Olimpo dei Mostri di Hollywood e qui dunque il suo nome in copertina è un richiamo irresistibile.
Tranne che per Chaney stesso, che vi avrebbe resistito tranquillamente. Il biografo Don G. Smith racconta di un Chaney che si sente “fregato”, perché è vincolato alla Universal ma invece di avere una parte degna del successo riscosso si ritrova a zoppicare bendato. Pare che dalle foto di scena si evinca come gli unici momenti distesi sul set siano stati quelli in cui l’attore giocava con il suo cane Moose.

Mi sa che è una falsa magra…

«Anche con una maschera di gomma da applicare, il suo makeup richiedeva molto tempo e scomodità», racconta Elyse Knox, protagonista di questo film, al citato biografo Smith che nel 1981 le chiese come fosse stato lavorare con Lon Chaney jr. «Doveva trasportarmi attraverso le tombe e fu molto contento che io fossi molto meno pesante delle altre donne del cast.»

La storia si scrive da sola. La mummia man mano uccide i Banning, la famiglia di archeologi che hanno dissacrato la tomba di Ananka, e curiosamente la polizia locale non crede che sia un morto di tremila anni l’artefice degli omicidi.
Bla bla bla, manco a farlo apposta la mummia si innamora di Isobel (Elyse Knox), la moglie di un Banning, che guarda caso assomiglia ad Ananka, se la porta via, arrivano i paesani coi forconi e tutto finisce nel solito fuoco. Un classicone.

L’espressione dello spettatore medio durante il film

Alla sua uscita i giornali non ci vanno giù delicati. «Il film non spaventa nessuno, se non chi ci ha lavorato» (“New York Sun”, 26 ottobre 1942). «Senza alcuna deviazione dalla formula base, ed ovviamente con un bassissimo budget, il film va preso come una sfida da parte del pubblico che non sia troppo credulone» (“Variety”, 14 ottobre). «Lon Chaney si è preso l’incarico di spaventare il pubblico come fece già suo padre, ma nonostante un’orrenda maschera non è in grado di spaventare nessuno così come Boris Karloff non poteva farlo dieci anni fa» (“New York Daily News”, 25 ottobre).
I recensori hanno avuto gioco facile a sparare su un piccolo film senza alcuna pretesa, come se invece il precedente The Mummy’s Hand fosse chissà che capolavoro: visto che qui mancano gli orripilanti siparietti finto comici del titolo precedente, io direi che è molto meglio!

Vieni dalla tua Mummy…

The Mummy’s Tomb è un minuscolo film d’atmosfera, un’occasione deliziosa di ammirare una mummia che si aggira per la campagna inglese avvolta nella nebbia, con un irresistibile bianco e nero. Cosa volete di più?

Bibliografia

The Mummy Unwrapped (2007) di Thomas M. Feramisco
Lon Chaney jr.: Horror Film Star, 1906-1973 (1996) di Don G. Smith
The Mummy in Fact, Fiction and Film (2001) di Susan D. Cowie e Tom Johnson

L.

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Guida TV in chiaro 16-18 giugno 2017

Visto che da anni per ThrillerMagazineSherlockMagazine ogni venerdì presento il palinsesto televisivo del week-end all’insegna del giallo-thriller-action in chiaro, perché non cominciare a rigirarlo anche qui?

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.
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Thunder in Paradise II (1994)

Locandina presa da VHS Collector

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Quando giunge l’estate lo spettatore-medio che ha vissuto la sua giovinezza nei mitologici anni ’90 non può che correre, col pensiero e soprattutto con lo scroto, alla serie Baywatch, e quindi a Pamela Anderson, alle zinne, etc. Lo spettatore-medio, dicevo. E lo spettatore-anomalo? Tale, oscuro, figuro veleggia verso Thunder in Paradise (1993), turpe scopiazzatura che vedeva tra i protagonisti Hulk Hogan e che diede luogo a ben tre, abominevoli, film TV.
A questo punto mi prenderò cura della pellicola più vergognosa, ossia Thunder in Paradise II (1994); ma sì, facciamoci del male.

La sigla mette subito in chiaro il tenore del lungometraggio facendo sfilare fanciulle con le poppe balzelloni: ho la sensazione che questa sequenza sarà la cosa migliore dell’intera operazione. Subito dopo ecco Carol Alt che interpreta un’ex modella amica dei protagonisti e che si trova in compagnia di una mistica di colore che parla a vanvera di concetti astratti. E subito dopo ecco il nostro Hulk e Chris Lemmon (due mercenari, Hurricane e Bru, che combattono contro ogni sorta di criminali) che stanno compiendo un’operazione di salvataggio in un luogo arabeggiante con tanto di cattivi armati di scimitarre. In meno di 5 minuti siamo passato da un soft-porno a un’opera di filosofia esoterica a un action pacchiano: insomma, scegliete un genere per favore. Possibilmente il primo.

Constatato che siamo di fronte a un film d’azione (accontentiamoci) scopriamo che i nostri fuggono grazie alla loro barca, armata fino ai denti, chiamata Thunder ma esplodono… ah no. Era un sogno della figlia di Hulk: peccato che, per l’inerme spettatore, il sogno sia stato un tangibile incubo visto che ci ha dato un assaggio degli effetti speciali in essere nella pellicola. Che dire? Pur essendo a metà anni ’90 sono convinto che anche il povero Commodore 64 si stia rivoltando nel magazzino dove l’hanno sepolto.

Comunque… gli arabi cattivi esistono davvero e, con giubilo per i vecchi appassionati di wrestling, notiamo, tra le loro fila, volti noti: il baffone stelle & strisce infatti era famoso per circondarsi, in ogni sua impresa, di “amici di ring” e così, in nome del principio “raccomandazione mia fatti capanna”, vi presento il compianto Giant Gonzalez (che interpreta Mortador) ricordato per la sua inverosimile altezza e per una conseguente, imbarazzante, goffaggine e l’ex WWF Tugboat (che interpreta Yussef), un bel barilotto di lardo che si è ritagliato un’inspiegabile parentesi cinematografica tra comparsate e addirittura parti preminenti in film… dementi (e giustamente riposti nell’ignominia). Mah.

Oltretutto il principe di questi ultimi si presenta in spiaggia con l’onnipresente scimitarra (ma è tutto nella norma? Non credo) e in un millisecondo fa innamorare di sé quell’insipiente gallina che risponde al nome di Carol Alt: seguono insopportabili scene che descrivono l’evolversi della suddetta love story con toni talmente patetici da far apparire i programmi di Barbara D’Urso come un qualcosa dotato di notevole spessore etico-culturale. Sì, siamo a questi livelli: e per fortuna non ho colto tutte le sfumature propostemi perché ancora abbagliato dall’invereconda tunica arancione di Tugboat, una roba dal colorito così carnevalesco non la vedevo dai tempi in cui mi trastullavo con Mr. T.

Intanto veniamo a sapere che la figlia di Hulk è praticamente una sensitiva che con i sogni prevede qualsiasi cosa (con un cotanto padre non mi aspettavo nulla di meno) e che Carol è in realtà prigioniera nell’harem del principe: sciocchina, ben ti sta, la prossima volta fidanzati con un manovale all’insegna della salsiccia e del rutto libero. E che diavolo. Purtroppo i nostri due eroi decidono di andare a salvarla e dunque, al di là di una missione subacquea in cui non si degnano di comparire manco i sovrasfruttati squali (evidentemente muniti di un sindacato che ha loro impedito di farsi scritturare nella porcheria in oggetto), l’unico motivo di interesse del film, se tale vogliamo definirlo, è lo scontro tra i protagonisti e la coppia “in ring” Mortador/Yussef.

I protagonisti citati vengono catturati, poi evadono con modalità lesive dell’intelligenza umana (fanno vomitare a una guardia del cibo e buttano giù la porta a calci, lo so, siamo tutti esterrefatti), tornano le poppe balzelloni in un immotivato sogno di Chris, infine arrivano gli scontri: Giant Gonzalez è messo KO con qualche pugno e una presa soporifera, per Tugboat basta molto meno. Tutto qua. Ma d’altronde, cosa potevo aspettarmi da un film TV con un cast composto da wrestler sovente putridi (alla fine compare persino Brutus The Barber Beefcake!)? Nulla. E il nulla è stato: promesse mantenute.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Jungle Princess (1942) Arriva Fearless Nadia

I capelli biondi e gli occhi azzurri denunciavano le sue origini europee. Era nata nel 1908 a Perth, in Australia, da padre scozzese che viaggiava il mondo al seguito dell’esercito. Quando la bambina aveva un anno, la famiglia si spostò in India e qui rimase.
La diva più conosciuta del cinema indiano degli anni Trenta aveva dunque i capelli biondi e la pelle chiara. Era nata Mary Ann Evans ma per generazioni e generazioni sarebbe sempre stata Fearless Nadia.

Gli indiani preferiscono le bionde…

Rimasta orfana di padre in tenera età, per colpa della Prima guerra mondiale, Nadia imparò tutto quello che le brave bambine non imparano, e quando entrò nel mondo del circo sapeva cavalcare e sparare. Non impiegò molto a diventare un nome noto per le sue spericolate esecuzioni d’azione.
Dal circo al cinema il passo è davvero breve, e grazie alla particolarità di un’indiana così palesemente non indiana, di una donna così abile negli stunt più pericolosi, Fearless Nadia divenne The Sultana of Stunts, una diva del cinema riscoperta anche in tempi recenti, grazie a documentari e biografie che le sono state dedicate.
I ruoli femminili d’azione non esistevano quindi i produttori dovevano inventarseli, ma qualche personaggio base in realtà c’era: una donna d’azione come Fearless Nadia non poteva sfuggire al richiamo della giungla!

Se qualcuno capisce la lingua indi, mi faccia sapere!

Non è che sia facilissimo trovare informazioni sicure sul cinema indiano degli anni Quaranta, quindi prendiamo per buona l’informazione che tutte le fonti ripetono: il 16 marzo 1942 esce il film Jungle Princess, scritto e interpretato da Fearless Nadia e diretto da quell’Homi Wadia che vent’anni dopo diventerà suo marito.

Posa plastica della principessa della giungla

Siamo a Bollywood, e sapete benissimo questo cosa voglia dire: ogni due minuti parte una canzone! Non siamo ancora nel periodo in cui tutti ballano, ma è certo che ogni attore e comparsa di questo film si fa la sua bella cantata. Compresi gli allegri marinai che magari invece di cantare potevano gestire meglio la nave, così che il film si apre con un naufragio e la bambina bianca dai boccoli biondi si ritrova in mezzo ai leoni e agli elefanti.
Non ci sono altri motivi per cui una occidentale bionda sia protagonista del film, così si riprende il tema dal celebre Tarzan, ma magari era noto anche in india Lorraine of the Lions (1925).
Anni dopo si organizza la spedizione per andare a salvare la bambina, che nel frattempo è diventata trentenne (potevano aspettare un altro po’!), e canta che ti ricanta si va tutti nella giungla a fare le boccacce, con caratteristi comici (almeno comici per l’epoca) e africani da macchietta.

La donna che sussurrava ai leoni…

Jungle Princess si rifà ai serial americani, quindi non abbiamo un corpus unico bensì l’insieme di “quadri” pensati per brevi proiezioni a puntate, e penso che per contratto Fearless Nadia dovesse apparire in ogni quadro ad accarezzare un leone, per dimostrare quanto fosse coraggiosa. Così abbiamo tipo dieci ore di questa bionda indiana che, con espressione catatonica, accarezza ‘sti leoni narcotizzati, che poveracci hanno il pelo distrutto a forza di essere accarezzato per ore da ‘sta tipa!

L’unica attività di Nadia: accarezzare leoni

A parte lanciarsi da un paio di liane, Nadia senza paura non fa una mazza di niente per tutto il film: alla faccia della Sultana of Stunts! Guarda nel vuoto con espressione vacua, in lunghi primi piani che forse servivano ad affascinare la platea: bastava inquadrare la donna bianca per affascinare il pubblico? Non saprei, ma di fatto più che un film è una raccolta di immagini ferme di Nadia!

Classici biechi intriganti indiani

Intrighi, canzoni e barbe assurde la fanno da padroni nella trama, che non so commentare perché ho trovato solo copie in lingua originale del film, ma non credo di essermi perso chissà che capolavoro.
Era però doveroso testimoniare quanto il tema della Jungle Girl negli anni Quaranta interessasse le cinematografie più disparate.

L.

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Fracchia la belva umana (1981)

Questa sarà una recensione velocissima, perché stiamo parlando del più grande film della storia del cinema italiano. E basta!!!
Scherzi a parte – anche se non scherzo affatto! – più volte mi è capitato di rivedere da adulto le commedie che mi facevano impazzire da ragazzino rimanendo molto deluso: il pensiero era sempre «Ma come facevo a ridere con ‘sta stupidaggine?»
Per fortuna ci sono eccezioni, tipo Fracchia la belva umana, che mi fa ridere da quasi 35 anni…

Erano i tempi di Rocky…

Nelle interviste del 1981 che precedono l’uscita al cinema un serissimo Paolo Villaggio parla di come sia cambiato il suo personaggio nella mutata società contemporanea, dove la criminalità è alle stelle, il boom economico degli anni Sessanta sembra agli sgoccioli e droga e terrorismo infiammano le strade. Tutto vero, ma in realtà il suo personaggio è identico come sarà identico nei decenni a venire: semplicemente se ne è aggiunto un altro, il criminale noto come belva umèna
Il film esce in sala il 20 dicembre 1981 – non lo avrei mai detto un “film di Natale”! – e dopo un solo anno in sala, che per l’epoca è un po’ pochino, se lo comprano subito le neonate reti del Berlusca e Canale5 lo manda in TV in prima serata il 16 maggio 1983 – recplicato l’ottobre successivo da Italia1 – quando probabilmente l’ho visto io, all’età di 9 anni scarsi.
La Cecchi Gori lo porta in un rozzissimo DVD dal 20 novembre 2002: ancora nel 2004 la DeAgostini lo presenta in VHS in una collana dedicata a Paolo Villaggio!

“Ponte Lungo”, la fermata della Metro del quartiere dove sono nato e cresciuto!

All’epoca Neri Parenti era un quasi esordiente, aveva diretto Villaggio in Fantozzi contro tutti (1980) quindi giocava in casa, visto che Fracchia la belva umana ripropone pari pari gli storici sketch di Villaggio, che malgrado quanto andasse dicendo nelle interviste non ha mai cambiato una virgola di quanto inventato negli anni Sessanta. Non a caso chiama il mitico Gianni Agus a ricreare identica la scena del dipendente impacciato e del direttore brusco, che i due avevano inscenato sulla RAI vent’anni prima.

Che qualcuno giri davvero quel film horror!

Non è facile per Neri Parenti gestire la riproposizione dei vecchi sketch di Fracchia, arginare l’irruenza di un Lino Banfi in stato di grazia e gestire i vari comprimari, ma all’epoca è ancora uno sceneggiatore e regista dalla mano sicura e dalla visione cinematografica capace di superare le mode e le età.

Non sarà “La Parolaccia”, ma siamo lì

Presi singolarmente, gli sketch di Villaggio non sono gran che, è tutta roba già vista mille volte perché l’attore l’ha rifatta identica film dopo film, ma la potenza di questo titolo è che mette insieme tante cose dosate alla perfezione, quindi rivederlo non stanca mai.

— Signor guardamacchine, va bene qui?
— Ma va bene er cazzo!

Erano gli anni der Trucido, di una Roma volgare e sboccata, quindi una scena allo storico locale “La Parolaccia” (anche se non con quel nome) era quasi d’obbligo. Visto che Villaggio non poteva attingere al suo solito immutabile repertorio, la novità della situazione ha dato vita a scene da ridere fino alle lacrime.

«Signorina, siamo fatti… l’uno per l’altra!»

La signorina Silvani di Anna Mazzamauro (anche se qui si spaccia per un altro personaggio) è sempre incontenibile e divertente, a simbolo di un certo tipo di donna “ruspante” che vorrebbe apparire più di classe ma che ad ogni occasione si dimostra rozza. Non a caso nel suo ufficio campeggia una marchetta fumettistica quanto mai azzeccata, visto che possiamo vedere una copertina della collana “Zora la Vampira”. (A Roma “zora” si dice di donna volgarotta, dai modi rozzi.)

Il fascino irresistibile della belva umana!

Siamo agli albori del fenomeno Dario Argento, quindi che il personaggio legga fumetti dell’orrore e vada al cinema a vedere film di squartamenti ci sta tutto: diciamo che a parte Villaggio qui tutti i personaggi sono “aggiornati” al mondo contemporaneo.

Vi prego, date il Premio Nobel a questa scena!

E poi c’è lui… l’unico e inimitabile… l’ispettore Callaghan di Roma, l’inflessibile commissario Auricchio!
Non sono mai stato un fan di Lino Banfi, anche perché all’epoca ho visto pochissimo di suo e quello che ho recuperato è simpatico ma non mi fa impazzire. Però per il suo ruolo del commissario Auricchio gli darei l’Oscar!
Grazie ad una serie di gag perfette, ad un ritmo eccezionale e ad una mimica che non gli ho visto in nessun altro film, il personaggio appena entra in scena vince tutto e seppellisce il resto del cast. Nella comicità il ritmo è tutto: puoi avere la migliore battuta del mondo ma se sbagli il ritmo fai solo imbarazzo. Qui Banfi ha un ritmo perfetto all’interno delle gag perfette che gli vengono costruite intorno, grazie anche ad un sapiente lavoro di ridoppiaggio.

La banda della belva: Francesco Salvi, Massimo Boldi e Roberto Della Casa

Per finire, fra i comprimari svetta un giovane Francesco Salvi che gettava le basi per la sua comicità dell’assurdo e per una faccia da schiaffi unica al mondo. La prima volta che ho visto il film non lo conoscevo, ma anni dopo ho iniziato un lungo periodo di venerazione di Salvi e del suo stile: la cultura italiana ha perso molto, con la chiusura del “Mega Salvi Show”!

Un uomo, un mito: troppo avanti per la sua età!

Qui fa solo una comparsata come membro della banda della belva umèna, ma è il perfetto bilanciamento di Villaggio: mentre quest’ultimo ripropone cose vecchie di vent’anni, Salvi si presenta in scena con un orologio disegnato sul polso e parlando alle proprie ascelle. Era avanti vent’anni, quindi i due avevano per lo meno quarant’anni di differenza!

Uno dei rari momenti “innovativi” di Paolo Villaggio sin dagli anni Sessanta!

La trama? Cioè, davvero vorreste che vi parlassi della trama? No, la trama non ve la racconto, perché è impossibile che un italiano non conosca il film. Quindi se non l’avete visto, per amor patrio ora ve lo andate subito a vedere!!!
Ed ora, è il momento di cantare tutti assieme…

L.

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Paper Bullets (1999) La legge tradita

Quando ti arriva per e-mail l’avviso di FilmTV che ti avverte della trasmissione in TV di un filmaccio con James Russo e Jeff Wincott… come si fa a resistere?
Così da 7 Gold – fenomenale scrigno di filmacci – ho registrato un film action anni Novanta: che splendida sensazione… è come un tuffo nei ricordi! Se invece di una pen-drive infilata nel decoder avessi potuto usare una VHS sarebbe stato perfetto!

Il fascino dei titoli approssimativi italiani

La Rojak Films è specializzata in piccoli film scritti e diretti da Serge Rodnunsky: qualcosa mi dice che lui è anche il proprietario, e in pratica se la suona e se la canta.
In un non meglio precisato 1999 esce in home video britannico, e dal 24 ottobre 2000 in quello americano, questo Paper Bullets.
Viene trasmesso in prima serata da Rai2 l’11 luglio 2000 – quindi esce prima in Italia! – con il titolo La legge tradita. Arriva in DVD Quinto Piano in data imprecisata con il titolo Documenti esplosivi, mentre su 7 Gold è stato trasmesso con il titolo Paper Bullets. La legge tradita. (Già ho provveduto ad aggiornare l’IMDb.)

Jeff Wincott e James Russo: due mitiche J anni ’90!

Il detective John Rourke (il mitico James Russo) è un ex alcolista che ha distrutto emotivamente chiunque gli sia stato vicino, come per esempio la moglie che ora sta morendo e prima del suo ultimo respiro vuole fare in modo che Rourke non si avvicini mai più a suo figlio.
Con questi pensieri in testa, durante una riunione con il viscido capo Laurence McCoy (William McNamara) si ritrova in una sparatoria: un criminale cinese entra nella stanza ed apre il fuoco su tutti.

Quanti anni ’90 in un film solo!

Passato lo shock, Rourke inizia ad indagare sulle gang cinesi della città e del perché abbiano messo in atto quel gesto di violenza. Lo aiuta il suo partner, il detective Dickerson: interpretato dal mitico ex artista marziale Jeff Wincott, che qui appare scritto Jeffrey H. Wincott forse per cercare di riciclarsi come attore “normale”. Purtroppo qui fa giusto una particina.

E vai con la comparsata (non accreditata) di Simon Rhee

Mentre minaccia il boss Yang (il noto caratterista cambogiano François Chau), incontra Leesu (la coreana Nicole Bilderback: ma c’è un cinese in questo film?), sorella dell’assassino, che gli rivela una trama criminale che potrebbe coinvolgere anche la polizia.
Bla bla bla, e a metà film rapiscono il figlio di Rourke: grosso errore…

Già che c’era, fa una inutile comparsata pure Ernie Hudson

La trama poliziesca è ovviamente poca cosa, ma il film è diviso in due parti. Nella prima metà c’è James Russo che russeggia in giro, fa le sue faccette da duro ed ex alcolizzato. (E come fa l’alcolizzato Russo non lo fa nessuno!)

Coraggio… fatti russare!

La seconda metà del film è una lunghissima serie di scene d’azione che, per un prodotto così piccolo, sono fatte molto bene. In pratica la trama non esiste, è solo un filmetto per apprezzare un gruppo di attori e caratteristi in stato di grazia, tutto qua.

Scene d’azione molto ambiziose…

Superato il Duemila, ad avercene di questi film! Spero che 7 Gold torni a regalarmi chicche del genere…

L.

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Gazzetta Marziale 19. Chocolate

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

19. Chocolate

(sabato 24 luglio 2010)

La collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, prodotta dalla Gazzetta dello Sport e curata da Stefano Di Marino, continua a presentare grandi titoli della migliore produzione del cinema marziale: dopo aver presentato il dittico di film Ong-bak, questa settimana è la volta di Chocolate (ช็อคโกแลต, 2008), fra i più grandi successi della new wave marziale thailandese. Diretto dall’ottimo Prachya Pinkaew, che ha firmato grandi titoli interpretati da Tony Jaa, il film vede l’esordio esplosivo e incontenibile di una nuova star marziale: la giovane e talentuosa Yanin Vismitananda (จีจ้า ณิชชารีย์ วิสมิตะนันทน์), meglio nota come JeeJa Yanin.

Zen è una bambina scomoda, in quanto figlia dell’amore impossibile fra un gangster giapponese e una donna thailandese. Nata autistica, la piccola Zen crescerà a forza di M&M’s al cioccolato e film di arti marziali (principalmente Bruce Lee e Tony Jaa, con una deliziosa autocitazione che il regista mette in scena, mostrando in TV scene del proprio film The Protector).

Quando la mamma, malata di cancro, non sarà più in grado di mantenere la famiglia, Zen comincerà a chiedere l’elemosina sfruttando alcune sue potenzialità fisiche. Proprio la sua inaspettata bravura nel combattimento farà venire in mente all’amico un’attività molto più redditizia: andare dai debitori della madre e far sì che paghino quanto le devono così che lei possa comprare le medicine di cui ha bisogno. Lo scontro finale del film avverrà con tutta la famiglia riunita contro il boss locale.

Un film d’esordio sorprendente, Chocolate. La ventiquattrenne JeeJa (che comunque già da bambina aveva partecipato come comparsa in alcuni film) rinuncia ad ogni abbellimento e simbolo di femminilità che di solito il cinema offre: per tutta la pellicola si mostra sporca, arruffata e vestita di stracci sudati. Perché non deve interpretare la classica “principessa guerriero” di molte pellicole asiatiche, bensì un’autistica che ha una sola capacità: combattere in modo incredibile.

La sua preparazione atletica deriva dalla scuola di stuntman di Panna Rittikrai che, lo ricordiamo, è un fenomenale scopritore e allenatore di talenti (come Tony Jaa e Dan Chupong) oltre che regista ed attore (uno dei suoi ultimi ruoli arrivati anche in Italia è quello di cattivo in Dynamite Warrior, 2006).

Con già delle basi di taekwondo, JeeJa impara da Rittikrai ad interpretare scene marziali di gruppo mantenendo stile e precisione nelle mosse, equilibrio e pulizia nell’esecuzione. C’è un uso di cavi e computer grafica (come la scena del colpo volante di ginocchio inferto mentre passa il treno metropolitano), ma rimane molto limitato e per dare prova di essere in grado di eseguire senza alcun aiuto le mosse del film, JeeJa ha partecipato a molti speciali televisivi e dimostrazioni dal vivo in cui con un gruppo di stuntman ha dato viva alle più spettacolari sequenze di Chocolate.

La consacrazione di JeeJa a nuova star marziale arriva l’anno successivo con l’uscita di Raging Phoenix, anche se lo stile personale stavolta è nettamente diverso. Dalla bambina autistica dai capelli arruffati a coprire il viso, la giovane thailandese passa ad un look molto più ricercato, con trucco e acconciature molto decisi: ma il carisma marziale mostrato in video rimane immutato, anche se stavolta è affiancata da valenti partner.

Sia vestita sommessamente che alla moda, JeeJa rimane una fenomenale interprete di spettacolari scene marziali: non possiamo che augurarci che la sua carriera sia lunga e prolifica.
[P.S. del 2017: Purtroppo così non è stato…]

L.

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Anteprime 2017

Siamo a metà giugno, quindi circa a metà anno: eppure il cinema ancora deve dare il meglio di sé!
Ecco alcune anteprime assolutamente imperdibili. (Non perché siano belle, ma perché comunque meritano una visione: foss’anche per sfotterle!)

Dei più di 11 mila film la cui uscita nel mondo è prevista per il 2017, ne ho sfogliati “solo” 5 mila per stilare questo elenco: se poi qualcuno slitta all’anno prossimo non è colpia mia!


Future World (data non precisata)

Quando James Franco dirige ed interpreta un film, e chiama come comprimari Milla Jovovich, Lucy Liu, Snoop Dogg e Methond Man, c’è da scommetterci soldi fruscianti che sarà una minchiatona potente.

Nel solito mondo futuro post-apocalittico un giovane cerca una cura per la madre malata.
Non ho bisogno d’altro per cominciare a ridere!


Seve Sisters (data non precisata)

In un mondo futuro in cui le famiglie sono obbligate ad avere un solo figlio, per combattere la sovrappopolazione, un gruppo di sette gemelle deve evitare di essere “messe a dormire” dal Governo, indagando anche sulla scomparsa di una di loro.

Io amo follemente Noomi Rapace quindi vederla replicata per sette personaggi sarà un piacere immenso!


Bright (dicembre)

Ancora fantascienza, ma stavolta firmata da un pezzo di… cioè, da novanta: Max figlio di John Landis. La prova che il talento non è ereditario!

Nel mondo futuro delle creature mistiche vivono al fianco degli umani. Un poliziotto (Will Smith) deve collaborare con un Orco (Noomi Rapace) per trovare un’arma per cui tutti sembrano disposti ad uccidere.

In pratica Max Landis sta ricopiando Io, Robot di Asimov usando lo stesso attore del pessimo film che ne è stato tratto…


Triple Threat e Accident Man (data non precisata)

Due film diretti in contemporanea da Jess V. Johnson – stuntman che ogni tanto fa il regista – con protagonista Scott Adkins.

In Triple Threat c’è la figlia di un riccone che, cercando di sgominare il crimine, finisce con l’avere una taglia sulla testa: un gruppo di mercenari ha il compito di proteggerla.
La promessa è quella di azione a go-go, visto che nel cast ci sono Tony Jaa, Michael Jai White, Iko Uwais, JeeJa Yanin e Tiger Hu Chenli mortacci! Il meglio del meglio del cinema marziale tutto insieme? Mmmm la cosa mi puzza: sicuramente faranno giusto delle comparsate…

In Accident Man un assassino di professione è imprendibile dalla polizia ed è il migliore nel suo mestiere. Quando però gli uccidono l’unica persona importante della sua vita, la vendetta sarà del tutto personale.
Va be’, trama classica con l’aggiunta di Michael Jai White: tutto dipende da come è fatto.


S.W.A.T.: Under Siege (1° agosto)

Continuano le avventure della celebre squadra d’assalto, con la bella Adrianne Palicki come protagonista e Michael Jai White come spalla.


Altar Rock (data non precisata)

Ve lo ricordate Andrzej Bartkowiak, il regista polacco che ha esordito con Romeo deve morire (2000)? Dopo il gemello Ferite mortali (2001) e l’inguardabile Amici x la morte (2003) si è un po’ perso, sprattutto a girare grandi flop come Doom (2005) e Street Fighter. La leggenda (2009).
Dopo aver visto Boston: caccia all’uomo (2016) gli scappa pure a lui di dirigere un film sull’attentato alla maratona del 2013, solo che sceglie come co-protagonista Scott Adkins: grave errore…


Kickboxer: Retaliation (data non precisata)

Non abbastava il blando remake, c’era davvero bisogno di un sequel? E addirittura si parla di un terzo film nel 2018…
Un registino televisivo dirige Jean-Claude Van Damme e Christopher Lambert (noooooooooooooooooooo!!!) come protagonisti di un film che già mi fa vergognare.

Un anno dopo gli eventi di Kickboxer: Vengeance (2016), Kurt Sloan (di nuovo l’anonimo Alain Moussi) viene trascinato con la forza in Thailandia per combattere contro il campione Mongkut (l’Hulk islandese dal nome assurdo: Hafpór Júlíus Björnsson). Per fortuna può contare sul maestro Durand (Van Damme)…


The Night Comes for Us (data non precisata)

Finalmente un altro titolo indonesiano con il grande Iko Uwais protagonista, diretto da quel Timo Tjahjanto che ha curato l’ottimo Headshot (2016).

La solita storia criminale che spero faccia da semplice sfondo a botte da orbi!


Chasing the Dragon (dicembre)

Jing Wong che dirige Donnie Yen ed Andy Lau in un film di Hong Kong: se non è roba grossa questa!

Un esule dalla Cina continentale arriva nella Hong Kong del 1963, gestita da britannici corrotti, iniziando la carriera per diventare signore della droga.


Scorched Earth (data non precisata)

Peter Howitt, regista di Johnny English, porta su schermo un altro film con la mia amata Gina Carano.

Nel solito futuro post-apocalittico, la cacciatrice di taglie Atticus Gage (Gina Carano) dà la caccia ai criminali… Va be’, speriamo che almeno meni qualcuno, se no è uno dei suoi tanti ruoli inutili.


Stoic (data non precisata)

Il mitico Isaac Florentine si ritrova fra le mani Antonio Banderas per un film che si spera almeno dignitoso: la storia di un avvocato che fa voto di silenzio finché non ucciderà gli assassini della moglie.
Che sia l’idea geniale per non far parlare Banderas?


Why We’re Killing Gunther (data non precisata)

Un attorino californiano si ritrova a dover esordire alla regia con Arnold Schwarzenegger, che fa il più grande assassino del mondo che deve difendersi dagli attacchi dei gggiovani assassini che vogliono fargli la pelle.
Diciamo che dormo bene nell’attesa che esca…


The Prey (6 ottobre)

Un gruppo di soldati in Medio Oriente rimane intrappolato in una grotta abitata da una creatura demoniaca.

Va be’, l’unico motivo per aspettare il film è perché nel cast ci sono Danny Trejo ed Adrian Paul, quindi sarà una tamarrata galattica!


Tiger (data non precisata)

Alcuni combattono per la gloria, altri combattono perché… li allena Mickey Rourke!
La vera storia di non si sa chi, visto che il pugile in copertina è senza nome…


The Foreigner (31 settembre)

L’IRA gli ha sterminato la famiglia e lui si vendica. Ammazza che trama fresca fresca! Ma esiste ancora l’IRA?
Da un romanzo di Stephen Leather, una co-produzione anglo-cinese (o si dice sino-britannica?) con Pierce Brosnan e Jackie Chan che fa la faccia da duro…


First Kill (21 luglio) e Acts of Violence (data non precisata)

Probabilimente due delle tante truffe con Bruce Willis, film polizieschi in cui risulta co-protagonista ma qualcosa mi dice che farà solo piccole comparsate.


Death Wish (22 novembre)

No, non ce l’ho il coraggio di scrivere la trama… non ce la posso fare…

Paul Kersey (Bruce Willis) è un buon padre di famiglia ma quando la famiglia è vittima di una spietata violenza diventa… un giustiziere della notte!

Qualcuno mi dica che è uno scherzo, che Eli Roth non ha appena girato il remake del mitologico film con Charles Bronson, tratto dal romanzo di Brian Garfield…
Comunque nel cast anche Vincent D’Onofrio ed Elisabeth Shue.


Gerald’s Game (data non precisata)

Mike Flanagan, della scuderia Blumhouse, dirige per Neflix una Carla Cugino che si spera intensa in un film tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, che è l’ultimo che ho letto prima di abbandonare il Re!


The Humanity Bureau e Looking Glass (data non precisata)

In entrambi c’è Nicolas Cage… serve altro per cominciare a ridere?


Papillon (data non precisata)

Cioè, Charlie Hunnam, il motociclista di Sons of Anarchy e Re Artù del brand omonimo, ora si mette a fare il galeotto nel ruolo che fu di Steve McQueen? Per fortuna a dirigerlo c’è un esordiente danese, così siamo sicuri che anche la regia non sarà il forte del film…


Salty (data non precisata)

Simon West ci racconta la storia di una rockstar attempata, interpretata da Antonio Banderas, che è rapita durante una vacanza in Thailandia.
Nel cast sbuca Olga Kurylenko, e purtroppo la bella ucraina è sempre simbolo di mattonata…


Hickok (data non precisata)

Una nuova storia tratta dalla leggenda di Wild Bill Hickok, eroe del West qui interpretato da Luke Hemsworth. Nel cast Kris Kristofferson e Bruce Dern, e scusate se è poco.


Suspiria (data non precisata)

Luca Guadagnino rifà il celebre film di Dario Argento con la bionda Chloë Grace Moretz nel ruolo protagonista.
So che il film è molto amato – non da me – e vista la qualità dei remake non so quanto siano contenti i suoi fan…


Viy 2 (data non precisata)

Al russo Oleg Stepchenko non è abbastato l’enorme tonfo di Viy, orripilante minestrone che nei quasi 8 anni di lavorazione ha cambiato mille volte trama, finendo per essere una robaccia inguardabile. (E infatti è uscito in Italia!)

Torna il cartografo britannico Jonathan Green (Jason Flemyng) che stavolta ha l’incarico di mappare la Russia dell’est: vivrà mille altre noiose e pacchiane avventure, che stavolta avranno ancora meno legami con Gogol’ (come spergiurava il primo film).

Nel cast troviamo di nuovo Charles Dance ma anche Arnold Schwarzenegger, Jackie Chan e Rutger Hauer


Jacob’s Ladder (data non precisata)

Qualcuno sentiva davvero il bisogno del remake del geniale Allucinazione perversa (1990)?


Zombies vs Joe Alien (data non precisata)

Ahahahahahhahaha cos’altro volete sapere?

L.

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[Il Zinnefilo] La dottoressa del distretto militare (1976)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è La dottoressa del distretto militare (1976).

continua a leggere…

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The Mummy’s Hand (1940) La mummia alle foglie

È arrivato in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Come abbiamo visto, la mummia-mania imperversa per tutti gli anni Trenta: perché dunque la Universal, “madre” del fenomeno, non torna a sfruttare il fenomeno?
In realtà già avrebbe dovuto farlo da anni, ma l’ondata di sequel “mostruosi” – come per esempio La moglie di Frankenstein (1935) e La figlia di Dracula (1936) – venne fermata quando lo storico Carl Laemmle nel 1936 fu costretto a lasciare le redini della Universal all’irruento Charles R. Rogers, il quale appena seduto sulla poltrona di capo ordinò: «E mo’ bbasta con ‘sti mostri!»
Solamente quando nel 1938 Rogers fu costretto ad andarsene – dopo un periodo burrascoso – e la guida passò a Cliff Work finalmente si poté tornare a produrre film con i mostri a costo contenuto.

Mi sembra ci sia un po’ troppo verde, nel poster…

Immaginatevi la scena: i capi della Universal che camminano in circolo, crucciati e masticando amaro. Possibile che proprio nessuno abbia riconosciuto ne La mummia (1932) il plagio del racconto La mummia e la Principessa (This Way Out, da “The Thrill Book”, 16 giugno 1919) di Will Cage Carey? (Edito in Italia esclusivamente nell’antologia Storie di mummie, Newton Compton 1998.)
Uno di loro avanza l’ipotesi che lo sbaglio è stato ricopiare solo la prima parte del racconto: perché fermarsi lì? Perché non ricopiare anche i nomi esotici di Ananka e Kharis? I produttori annuiscono: è tempo di plagiare anche altre parti del racconto, e danno a Ben Pivar mandato di fare al volo una roba qualsiasi, basta che vengano copiate altre parti del testo di Carey.

George Zucco, mito di serie B

Il produttore chiama come regista Christy Cabanne (che passerà alla storia come uno dei più prolifici registi di sempre), raccatta un po’ di attori all’ufficio di collocamento degli Universal Studios e si assicura l’unico nome di grande richiamo: Peter Lorre!
Eh no, malgrado la rivista “Showmen’s Trade” del 1° giugno 1940 riporti questa notizia, Lorre prenderà la condivisibile decisione di mollare la mummia in favore del nettamente migliore Lo sconosciuto del terzo piano (1940). Però lo stesso nel cast spicca un buon nome: George Zucco, grande caratterista specializzato in piccoli ruoli “animaleschi”, già incontrato in questo blog in alcuni monkey movies dell’epoca.

Nel maggio del 1940 partono le due settimane di riprese utilizzando ogni materiale preesistente. Le sontuose scenografie esterne sono prese da Inferno verde (Green Hell, gennaio 1940) di James Whale, che è ambientato tra le rovine degli Inca che tanto sono simili agli egiziani (è nota la cura americana per i dettagli storici!); un po’ di musica la prendiamo da Il figlio di Frankenstein (Son of Frankenstein, 1939), e scene sfuse da La mummia (1932).

Stesso set, due film: Green Hell (a sinistra) e The Mummy’s Hand (a destra)

Gli attori vanno a ruota libera in lunghe ed economicissime scenette in interni, quindi è un film praticamente fatto a costo zero. Dato che guadagnerà più di quanto è costato, va sottolineato che l’operazione può dirsi riuscita: non come certe fetecchie di registoni famosi che non rientrano neanche di metà delle spese…
The Mummy’s Hand esordisce al Rialto Theatre di New York il 20 settembre 1940, e curiosamente rimane inedito in Italia: con tutta la spazzatura che è stata portata al cinema o in videoteca, non mi sembra proprio che questo film abbia meritato tale trattamento.

Un titolo davvero da mostro Universal!

Ciò che più colpisce è la passione americana per il falso sequel. Visto che parliamo di storielle scopiazzate su cui nessuno punta, perché d’un tratto inventarsi salti mortali per cambiare l’originale così da adattarlo al sequel?
Fatto sta che il film inizia ripresentando apparentemente identico il flashback di tremila anni fa mostrato da Boris Karloff… con un altro attore al posto di Karloff. Va be’, è naturale, sono solo poche scene che mostrano come l’antico sacerdote non si desse pace della morte della principessa Ananka (che però nel precedente film era Ankh-es-en-amon) e rubasse le foglie di Tan per riportarla in vita… Aspetta un attimo, ma ora che sono ‘ste foglie di Tan?

Ma… qui nell’altro film c’era il Libro di Thoth: che so’ ‘ste foglie?

Lo sapevate? Con nove foglie di Tan si torna in vita dalla morte, con tre foglie di Tan resti in vita sospesa mentre con due… be’, con due foglie almeno una te la mangi!
Per mostivi oscuri la Universal fa sparire il libro di Thoth del precedente film – che era la versione filmica del Rituale della Vita del racconto di Carey – e al suo posto rigira la scena con l’egiziano che usa le foglie per far risorgere l’amata. Che vergogna…
Un vecchio sacerdote dei tempi nostri ci spiega che quell’egizio, malgrado sia stato mummificato, è rimasto in vita sospesa per proteggere la tomba della principessa Ananka da eventuali usurpatori. E quell’egizio si chiama Kharis, così da essere sicuri di ricopiare parola per parola il racconto citato di Carey… foglie a parte!

Un antico detto di Karnak recita: «Viva la foglia: che Ra la benedoglia!»

Si vede subito quando gli americani plagiano, perché appena smettono di farlo la qualità crolla miseramente. Le parti di questo film non fotocopiate da La mummia e la Principessa farebbero imbarazzo a una mummia millenaria.
Così abbiamo per stupidi protagonisti due ridicoli archeologi in forte odore di Gianni e Pinotto: Steve Banning (Dick Foran, alto e serioso) e Babe Jenson (Wallace Ford, tarchiato e buffone). Dovrebbero essere la parte brillante della storia, con battute e sketch così divertenti da aver voglia di seppellire loro al posto della mummia…

I due buffoni che purtroppo sono protagonisti del film

Altri inutili personaggi si muovono in un film di una noia mostruosa, quando non fa arrossire dalla stupidità. Si salva solo il grande Zucco nel ruolo di Andoheb, eminente archeologo in realtà grande sacerdote: è lui che – come il Mehemet del racconto – deve assicurarsi che la tomba di Ananka non venga mai toccata, e se qualcuno si avvicina troppo… allora usa le foglie per svegliare Kharis!

Il gran sacerdote Andoheb e la mummia Kharis, presa per mano

Il personaggio va a correggere Ardath Bey del primo film, che era una mummia che dopo tre millenni viene svegliata, si sbenda da sola e si fa una carriera. L’idea farlocca era nata perché Ardath Bey in realtà era la zoppicante fusione di due personaggi del racconto di Carey: un custode e una mummia di nome Kharis, come appunto si vede in questo film, molto più fedele al testo che sta plagiando.

Qui mi mancano delle foglie di Tan: chi se l’è pappate?

Inoltre la particolarità di The Mummy’s Hand è che per la prima volta… vediamo la mummia! Nel film con Boris Karloff la tanto citata mummia si vede per due o tre secondi e nei film degli anni Trenta mai è inquadrata, semmai suggerita. Qui invece nasce il mito della mummia, perché il caratterista Tom Tyler – con addosso il trucco del sempre mitico Jack Pierce – presenta il personaggio come rimarrà per i decenni a venire: zoppicante e con le braccia rattrappite. (Triste presagio del destino che toccherà al povero Tom, attore che morirà un decennio dopo torturato dall’artrite.)
Pensate a tutte le volte che avete visto una mummia camminare… ecco, quell’immagine è nata con questo film.

Tom Tyler: la prima vera grande mummia del cinema

«Vista la velocità con cui abbiamo girato il film, praticamente non ho mai incontrato Tom Tyler senza il suo trucco addosso», racconta l’attrice Marta Solvani, che interpreta l’inutile personaggio di Peggy. «Si presentava al trucco alle quattro di mattina, credo, per farsi bendare e tutto il resto, e una volta truccato non poteva più parlare… così ci esprimevamo a gesti.»
«Ero molto spaventata da lui», racconta ancora l’attrice, in un ricordo presentato da Women in Horror Films, 1940s. «Mi comunicava una strana vibrazione. Puoi ripassare a casa le tue battute, ma non le tue grida, così ricordo che non sapevo cosa fare quando arrivò il momento di urlare. Girammo questa scena che era tipo mezzanotte, in un set pieno di pietre, dove tutto ero scuro… e io avevo davvero paura di Tom! Quando si avvicinò a me e io mi voltai a guardarlo, ricordo che gridare non fu affatto un problema.»

Kharis ed Ananka, insieme da millenni

Una curiosità. L’inutile personaggio di Peggy in una scena ridicola prende e spara con la sua pistola contro una porta, e spara e spara finché i buchi non formino un cuore.
La curiosità consiste nel fatto che la donna sta usando una pistola da sei colpi, sentiamo dieci spari e vediamo sulla porta dodici buchi: questa sì che è magia egizia!

Pistola da sei colpi, dieci spari, dodici fori di proiettile

Bibliografia

The Mummy in Fact, Fiction and Film (2001) di Susan D. Cowie e Tom Johnson
The Monster Movies of Universal (2017) di James L. Neibaur
Women in Horror Films, 1940s (2005) di Gregory William Mank

L.

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