[Il Zinnefilo] Death Race 4 (2018)

Ecco il consueto disclaimer:

Qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, contro persone e animali è sempre biasimevole e condannabile, e guardare foto di donne adulte e consenzienti che volutamente si sono spogliate davanti ad un obiettivo non ha alcun legame con questo principio né lo annulla.

Ribadisco infine il solito avviso:

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post! (invece di guardarle e poi andare in giro a lamentarvi)

Il film di questa settimana è Death Race 4: Beyond Anarchy (2018).

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Scorched Earth (2018) Provaci ancora, Gina

La Lighthouse Pictures canadese, specializzata espressamente in piccoli film dal piccolo budget che abbiamo incontrato con The Package (2012), chiama l’attore-regista Peter Howitt – noto per aver diretto S.Y.N.A.P.S.E. (2001) e Johnny English (2003) ma che di solito fa TV – per dirigere questo film nel futuro distopico.
Preciso che uso “distopico” con ironia, visto che quando parlano del futuro al cinema tutti usano quella parola, che da tempo ha perso significato. (Ne parlerò più approfonditamente in futuro. In un futuro distopico, ovviamente!)
Se un attore fa il regista, perché allora la sceneggiatura non la scrive un tecnico come Kevin Leeson? Però l’aiuta Bobby Mort, che addirittura ha iniziato scrivendo piccoli film marziali come Circle of Pain e Beatdown, tutti del 2010.
Il risultato è Scorched Earth: ringrazio Cassidy per avermelo segnalato.

La Terra s’è “scorciata”!

Siamo nel futuro postapocalittico, cioè nel luogo più banale e inflazionato che esista. La civiltà come la conosciamo è finita perché bla bla bla e l’aria è irrespirabile perché bla bla bla e tutti vanno in giro con le mascherine, perché è scientificamente provato che se non riesci a respirare ti metti la mascherina e stai una crema. Se poi l’aria è piena di scorie radioattive, che ti frega? Tu c’hai la mascherina…
Malgrado nei primi secondi di film sembra che senza le mascherine nessuno sopravviva, già al terzo minuto nessuno le indossa più. Avete presente le mascherine del futuro postapocalittico? Ecco, ora dimenticatele…

Ma… ’sto futuro postapocalittico mi pare un po’ western…

Siamo nel futuro in cui la civiltà è tornata indietro. Indietro alla vita nelle caverne? Va be’, no, mica così indietro. Diciamo che è tornata indietro quanto basta, tipo che si viaggia ancora in auto perché la benzina è sempre disponibile (Mad Max docet); la corrente elettrica e l’acqua potabile sono libere e sempre disponibili, come in ogni futuro postapocalittico che si rispetti; c’è da mangiare e da bere tutto l’anno, anche i muti possono parlare mentre i sordi già lo fanno.
Insomma, più che un futuro postapocalittico è l’anno che verrà di Lucio Dalla!

Qualsiasi riferimento a Django è puramente voluto!

In mezzo a quest’Età dell’Abbondanza, in questa Arcadia da sogno spacciata per futuro opprimente, si aggira Atticus Gage. Perché l’unica cosa brutta del futuro postapocalittico è che ci sono nomi stupidi.
Gage è una cacciatrice di taglie che fa e dice cose stupide e senza importanza, ma ciò che conta – ed è l’unico ed esclusivo motivo per cui ho visto questo imbarazzante filmaccio – è che la protagonista è interpretata da Gina Carano.

Andiamo, Gina, non guardarmi così che mi distrai…

Il mio amore per Gina non è in discussione ma questo non mi rende cieco: la sua carriera cinematografica è riuscita a fallire così miseramente che è passata da star di Hollywood a Steven Seagal in due o tre titoli. Come può essere passata da un all-star movie come Haywire (2011), dov’era diretta da Steven Soderbergh e recitava con Michael Douglas, a fare la cacciatrice di taglie del futuro in un filmucolo vergognoso?
Va be’, inutile stare a sottolineare quanto i film della Carano facciano schifo – già ne ho parlato in occasione di Into the Blood (2014) – ma fa piacere notare che la nostra ex mma fighter preferita è assolutamente coerente: non muove un solo muscolo neanche qui.

Andiamo, non ti seccare: sai che il cinema non fa per te…

Via la maschera, basta con la stupidata del futuro postapocalittico: Scorched Earth è un western classico, con giusto un paio di automobili abbastanza inutili. C’è il saloon, ci sono i cavalli, c’è la dinamite, c’è la miniera, c’è la cacciatrice di taglie che si finge una criminale per entrare nella rete del super cattivo e via dicendo. È un western in tutto e per tutto ed utilizza anche location squisitamente western: il trucco di far finta che invece che nel passato siamo nel futuro è una pagliacciata che viene dimenticata dallo stesso sceneggiatore in corso d’opera!

Una lottatrice orgogliosamente e splendidamente non anoressica

La noia sonnacchiosa ti acchiappa al collo che non sono passati neanche dieci minuti. Tutto il mio amore per Gina non riesce a tenermi sveglio mentre l’attrice riesce a fare il nulla più totale in video e mentre si insinua nella rete criminale del boss: va be’, “rete criminale”, come al solito c’è solo il boss e il suo tirapiedi.

Ehm, posso provare anch’io a rianimare Gina?

Come ogni western di serie Z tutto avviene nel più banale dei modi e stando attenti a ripetere esattamente quanto già visto in qualsiasi altro western esistente, ma la presenza della Carano dovrebbe cambiare le cose: un western che si chiude con la buona che soffoca il cattivo con un grappling del pitone rovesciato… eh, magari. Tutto finisce in un peto, altro che pitone…

Nessuno spara come una texana!

Girato male e interpretato peggio, Scorched Earth è la prova che non c’è mai fine all’abisso che si apre sotto gli attori che diventano famosi per menare e poi non menano mai: che Gina voglia seguire l’esempio di Scott Adkins e tornare a combattere in video quando sarà troppo vecchia per risultare dignitosa?
Non lo so, ma comunque – mi piange il cuore dirlo – la nostra texana dalle cosce d’acciaio è pronta per un film con Steven Seagal: sfida all’ultima espressione facciale immobile!

L.

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Guida TV in chiaro 16-18 febbraio 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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The King of the Kickboxers (1990)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!

Ne approfitto per ricorda che affittai in videoteca questo film alla sua prima uscita, convinto di vedere qualcosa “alla Van Damme” esattamente come tutti quelli che l’hanno affittato in quel periodo. Purtroppo così non era, ma l’elevata bravura marziale dei protagonisti è rimasta nel cuore, al di là della trama.
L.

Domandone: la Z impressa a caratteri cubitali su vita, morte e miracoli di taluni film è un processo irreversibile? Indi ragion per cui, se una pellicola ha tutte le stimmate della citata lettera scarlatta può, o non può, riscattarsi tramite un giudizio più benevolo di spettatori che vi scorgono qualche aspetto degno delle categorie superiori (serie D, massimo C, voliamo bassi)? Per rispondere alla vexata quaestio ricorriamo allora al rinomato metodo sperimentale raccogliendo dati empirici e ponendo sotto la lente di ingrandimento Il re dei kickboxers, film di marca Z ma di cui vari utenti paiono avere una considerazione sopra la media.

Due grandi di un’epoca ormai dimenticata

Intanto: la enunciata natura trash del prodotto è fuori discussione visto il cast che somma Loren Avedon, Billy Blanks, Keith Cooke, l’anno infausto (1990!), la location da porannoi (Thailandia), la trama “uccisione, vendetta, bla bla bla”. A questo punto non resta che vederlo e capire se certe etichette cinematografiche siano dure a morire più delle macchiette che ne assiepano i fotogrammi.

L’espressione pacata del vincitore

La pellicola inizia con Sean Donahue che vince un match ma si attira le antipatie di un nugolo di scagnozzi guidati da tale Khan (Billy Blanks) il quale, fuori dall’arena, così sproloquia: «Un americano non sarà mai campione». E poi lo uccide con tre calci volanti eseguiti quasi senza toccare terra: il problema dell’antagonista non è solo che fluttua come un’astronave ma che pare dibattersi per la supremazia dell’etnia asiatica quando il suo aspetto denuncia natali non certo orientali. Sarebbe come se un tipo mingherlino, con i baffetti e i capelli scuri  elogiasse una presunta razza ariana comprensiva di uomini slanciati, biondi e con gli occhi azzurri. Ah, no: questo è accaduto ma non credo che il regista avesse contemplato tale finezza.

Il tipico look dell’american kickboxer

In ogni caso, assiste al fattaccio il fratello della vittima, Jake (il nostro Avedon), che, dieci anni dopo, a New York fa il poliziotto, fa l’infiltrato e, in particolare, fa il bono: sbaraglia a suon di arti marziali una banda di trafficanti armati fino ai denti rifiutando l’aiuto di un esercito di SWAT che aspetta il segnale fuori dall’edificio. Altro che Superman. Se poi aggiungiamo che tra i cattivi malmenati figura pure un Jerry Trimble peggio pettinato del solito, l’impresa assume contorni epici. Epici. Comunque le sue sboronate non suscitano simpatie nemmeno nei colleghi e così lo “esiliano” in Thailandia. Preciso. Per un traffico di film sulla kickboxing illegale e mortale dove appare proprio il giustiziere di suo fratello; oh, quante coincidenze per mandare avanti la trama! Accipicchia, quando si dice la fantasia.

È il 1990: certe acconciature sono considerate fighe…

Appena giunto in loco il nostro (super)eroe si dedica al turismo d’accatto con una camicia talmente brutta che se la si guarda troppo a lungo rende sterili. Finita la musichetta da Donnavventura ho riaperto gli occhi per vedere Blanks iper malvagio che uccide gente in modo truculento: al di là delle filippiche pro Asia, lui è decisamente promosso. Nel frattempo il protagonista continua a rendersi gradevole come una pustola: si reca in una scuola di arti marziali Thai, offende tutti in maniera gratuita discettando sulla loro scarsa abilità e imbastisce risse da pub irlandese. Così, giusto per tirare due calci. Cosa non sgradita, per carità, anche se talvolta  la ricerca di un filo logico la si può effettuare. Mica dico sempre, talvolta.

Posizione della Stampella da Armadio

Quando finalmente menano Avedon e la sua strafottenza (era ora), questi decide, in previsione della vendetta con Khan, di prendere lezioni dal rinomato maestro Prang (interpretato da Cooke) che però lo accoglie completamente ubriaco e gli risponde con un rutto. Letteralmente. Gente, io l’ho sempre sostenuto che il buon Keith è un attore sottovalutato. Il rutto suddetto me lo conferma. Sbuffi alcolici a parte (che poi erano frutto di astrusa finzione), il rapporto tra i due decolla. Anzi, tra i tre, visto che il maestro ha una scimmia domestica. Il convento thailandese passa anche queste gag spassose, d’altronde.

In Thailandia ci si allena sempre al tramonto

Le esercitazioni si svolgono con qualche pacchianata ma anche con alcuni momenti simpatici: «Vuoi legarmi? Non sarai mica uno di quelli?» o ancora «Riesci a sentire il battito del tuo cuore?» «Ma cosa vuol dire questa cazzata?». Non sono battute clamorose ma, sovente, chi si accontenta gode. Alfine, con modalità dimenticabili, il protagonista si procura lo scontro finale con un Billy Blanks che poteva/doveva essere sfruttato di più, mannaggia. Anche perché la resa dei conti, per location, interpreti, musiche, parco mosse, è di quelle che nell’immaginario dello spettatore se la ritaglia una nicchia dignitosa.

Una recitazione quasi sussurrata…

Allora, forse, l’arcano è svelato: nonostante i parametri vitali del film si attestino su una persistente Z, c’è da considerare il fattore “botte da orbi” distribuite con continuità e spensieratezza. Ogni calcio, ogni pugno, ogni craniata fa spostare un pochino l’ago della bilancia. E quando quest’ultimo sfiora la serie D o addirittura la C, è lecito esclamare garruli: evviva! Evviva! Evviva!

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Bait (2012) Shark 3D

Chi l’ha detto che il grande cinema d’assedio preveda esclusivamente umani come nemici? Può essere anche un grande squalo gargarozzone che tiene sotto assedio i clienti di un supermercato.
Aspetta… uno squalo in un supermercato? Chi lo conosce già so che sto parlando di un autentico colpo di genio, cioè di Bait, trasmesso il 12 gennaio 2018 da Italia2: è da questa versione italiana che prendo le schermate.

Forse visto in 3D questo titolo farà effetto…

La Medusa Film porta il film nelle sale italiane in anteprima mondiale il 5 settembre 2012, quattro giorni prima che in patria (fonte ComingSoon.it), con il titolo Shark 3D, sfruttando la mania “tridimensionale” dell’epoca.
Non ho trovato tracce di DVD: la Warner Bros sembra aver portato in home video, nel gennaio 2013, solamente il Blu-ray.

Mi sa che il mare è un po’ mosso, oggi…

Lo tsunami nel sud-est asiatico del 2006 ha ricordato al mondo quanto metta paura l’acqua, ma soprattutto le notizie al telegiornale della ricostruzione delle zone allagate hanno stuzzicato gli sceneggiatori. Capita così che il più che prolifico regista cine-televisivo australiano Russell Mulcahy – sì, proprio quello di Highlander (1986) ma anche di Highlander II (1991), quello di Resident Evil: Extinction (2007) e di Il Re Scorpione 2 (2008) – d’un tratto pensi: ehi, il mio lavoro è dirigere, perché non butto giù una sceneggiatura?
Chiama un po’ d’amici connazionali e nel 2011 affida loro l’idea di un film con uno squalo in un supermercato: il film in pratica si scrive da solo. E si dirige pure da solo, perché il regista ufficiale Kimble Rendall è poco più di un passante.
Preso un gruppetto di volenterosi giovani attori e piazzata la star australiana Julian McMahon, il resto viene da sé.

Perché non fanno un reality così?

Uno tsunami sovrasta una cittadina australiana e gli avventori di un supermercato d’un tratto si ritrovano con l’acqua alta un paio di metri. Salgono sugli scaffali e rimangono in attesa dei soccorsi, ma il problema è che non solo l’acqua marina è entrata nel locale: uno squalo è stato trascinato dal suo habitat fin lì.
Se gli zombie di Dawn of the Dead (1978) erano comunisti che assediavano gli umani nel tempio del consumismo e i protagonisti fallivano per colpa della proprietà privata – perché non condividevano le risorse, lavorando insieme – qui siamo nel totalitarismo dell’intrattenimento: uno squalo è uno squalo, segue la sua natura quando uccide così come gli umani seguono la loro natura, quando si colpiscono alle schiena l’un l’altro.

Quando un piano è ben pensato, non può fallire…

Malgrado i protagonisti del film interagiscono anche più della media di questo genere, dove infatti di solito ognuno pensa a sé – ad eccezione del protagonista buono – lo stesso il numero delle vittime è alto e le situazioni molto intriganti.
Uno dice, ma che ti vuoi inventare con dei tizi bloccati in un supermercato allagato e uno squalo che gira fra gli scaffali? Se la sceneggiatura è buona, si può fare tanto. E la sceneggiatura è buona.

Surgelati, macelleria… dov’è il Reparto Umani?

Questo comunque non vuol dire che non sia pieno di luoghi comuni e personaggi stereotipati – dal buono superbuono che ha solo idee buone e si comporta sempre e solo bene, al cattivo super cattivo che è sempre cattivo e fa tutto in modo cattivo – ma alla fin fine gli ingredienti insipidi vengono cucinati in modo gustoso e il pasto è saporito.

Mi spiace, cucciolo: hai scritto in fronte “snack per squali”

Non manca la stuzzicante idea del cagnolino. Andiamo, abbiamo avuto tutti pessime esperienze con cani moscerini che abbaiano a livelli da competizione, e avremmo voluto tutti vederli in bocca a qualche squalo. Eppure il cane briciola di questo film regala un paio di momenti divertenti.

«Come get some» (cit.)

Non sarà il filmone dell’anno ma Shark 3D l’ho molto gradito già alla prima visione, all’epoca della sua uscita. Non fa strappare i capelli ma esegue in modo dignitoso e onesto il suo compito, quindi è molto meglio di tantissima paccottiglia squalesca in home video, che se la tira parecchio senza averne i numeri.
E ora, quando andrete in un supermercato, date un’occhiata agli scaffali più solidi: potreste doverli scalare in fretta!

L.

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Death Race 4 (2018) Beyond Anarchy

Il 21 marzo 2017, recensendo Death Race: Inferno (2013), avevo espresso questo desiderio:

«Confidiamo nel futuro Death Race: Anarchy (2018) della specialista in sequel cialtroni Universal 1440 Entertainment.»

La data è arrivata e la casa – aiutata dalla famigerata bulgara UFO – ha mantenuto la promessa. Malgrado la data d’uscita in home video del 30 gennaio 2018 non sembra sia stata mantenuta, malgrado il film sia promesso in DVD e Blu-ray ma appunto, solo promesso, ugualmente gira in rete Death Race 4: Beyond Anarchy.
È un titolo troppo ghiotto per resistere alla visione: prometto che appena uscirà in Italia mi prenderò il Blu-ray, così ci completo la collezione di “corse mortali“.
Ma in questa sgasata non sono da solo: sulla pista c’è pure Cassidy con la sua Bara Al Volante!

Capisco l’anarchia, ma che centra quel “Death Race”?

Siamo nel futuro, ovviamente. Un futuro molto, ma molto, ma molto lontano da quello dei precedenti Death Race, tanto che spesso durante la visione ci si chiede perché abbiano usato quel franchise.
A parte gli inutili ritorni di Goldberg (Danny Trejo) e Lists (Frederick Koehler), in piccoli ruoli che sembrano attaccati in post-produzione per allungare il brodo, non sembra esserci alcun legame con la saga: Death Race: Beyond Anarchy mi sembra semplicemente la versione filmica della serie TV Blood Drive (2017).

Ma che gli fa Danny Trejo alle donne?

Eppure la stessa Universal 1440 e lo stesso Roger Corman (o ciò che ne resta) con Death Race 2050 (2017) avevano provato a traghettare nel Duemila il forte messaggio di critica sociale del film originale con Carradine: va bene, il 1975 è lontano e chi all’epoca voleva combattere il potere ora ne fa parte e non vuole che il potere si combatta; chi combatteva la legge ora ha capito che la legge ha vinto (I fought the law and the law won, The Clash 1977) e chi voleva battere il sistema ha scoperto che il sistema è imbattibile (You can’t fight it, you can’t beat the system, Kenny Lynch per Distretto 13, 1976), ed ora ne fa parte.

Sembra la stessa macchina, ma non lo è

Con il nuovo millennio chi vuole mettere una bomba non è più un eroe popolare, viene schedato come terrorista e quindi non può più essere presentato come combattente per la libertà: ora c’è bisogno di un eroe di altissimi valori morali. E per gli americani esiste solamente un valore morale: rifiutare il sesso. Fare un film dove tutti scopano tranne il protagonista sembra l’unico modo di combattere il potere nel Duemila…

Sembra la stessa maschera, ma non lo è

Arriva così quel gran genio di Paul W.S. Anderson, ottimo regista ma pessimo sceneggiatore, e cosa fa? Lo sceneggiatore. Si presenta con il suo compagno di merende Tony Giglio, che oltre alla saga Death Race ci ha regalato anche la moscia sceneggiatura di U-429 (2004) e la comunque dignitosa regia di SWAT. Sotto assedio (2017).
Per completare il trenino arriva come co-sceneggiatore e regista Don Michael Paul, che di professione fa l’attore ma ogni tanto si diverte a sedersi sulla sedia del regista. È una nostra vecchia conoscenza, visto che l’abbiamo trovato a dirigere Lake Placid 4 (2012), Jarhead 2 (2014), Sniper 5 (2014), Tremors 5 (2015) e Sniper 6 (2016): diciamo che è l’uomo dei numeri…
Questa allegra combriccola di ragazzacci pensa bene di cambiare il gioco in corsa e di prendere un filone per usarlo come lancio per tutt’altro prodotto. Non so se l’abbia fatto perché i dati di vendita dei precedenti titoli sono bassini o per semplice cialtronaggine, ma comunque il cambio di rotta è più che evidente.

Falce e martello: un po’ poco come “messaggio politico”

Siamo nel futuro, dunque, e le prigioni sono diventate così grandi da occupare intere città circondate da mura. Come dite? 1997: fuga da New York? Va be’, ora non cominciamo, eh?
Le brave persone si proteggono quindi tenendo le orde di criminali irriducibili recintati dentro enormi quartieri degradati chiamati sprawl. Come dite? Sembra lo sfondo dei romanzi cyberpunk di William Gibson? E va be’, ma così non si va avanti…
Mettiamola così: si sono messi in tre per partorire ‘sta cazzatina di soggetto scopiazzone…

Quello al centro è ovviamente Paul W.S. Anderson…

I criminali si sono auto-organizzati, ed essendo auto-muniti hanno auto-organizzato un torneo di auto. Perché? Che vi frega? L’hanno fatto e basta.
Chi vince il torneo regna, e chi regna si becca la fr… fragrante libertà di regnare… Ma in realtà tutti nello sprawl si gustano la fragrante libertà di regnare, ognuno a modo suo.
In questo mondo-baraccone nato da Mad Max: Fury Road (2015) e sviluppato seguendo passo passo la citata serie Blood Drive, c’è solo un re: Frankenstein. No, non quel Frankenstein…

Lo stile delicato e i rimandi sussurrati che permeano il film

Davvero difficile pensare all’eroe tragico, romantico, idealista e giusto della saga e poi affiancarlo a questo che è semplicemente la versione cialtrona (o più cialtrona) dell’Immortan Joe di Fury Road.
Qui Frankenstein domina la città prendendosi tutte le razioni di cibo e distribuendole con misura, in modo da avere potere di vita e di morte su tutti. Ogni volta che la SWAT prova ad entrare in città per farlo fuori, affrontandolo in dieci contro mille, curiosamente quei dieci vengono sopraffatti.
In questo circo ambulante, arriva Connor Gibson. Gibson? Ma allora la citazione dello sprawl non era casuale! Vuoi vedere che è una paraculata così da far gridare ai critici «È un film cyberpunk!» (Tanto ormai non lo ricorda più nessuno cosa voglia dire la parola, quindi può benissimo essere utilizzata anche qui.)

Scontro di attoroni: a voi indovinare chi recita peggio

Sarebbe lecito supporre che un attore come Zach McGowan, dalla filmografia cine-televisiva sterminata, in dieci anni di carriera sia riuscito ad apprendere almeno i fondamentali della professione. Così non è.
Questo tubero comatoso vegeta in video come se fosse ripreso a sua insaputa, ma in fondo il suo ruolo è talmente vacuo che non è richiesta la vita: basta un corpo muscoloso, anche se appartenente a un cadavere. Così Connor dovrebbe essere l’eroe della storia, il cavaliere della valle solitaria che arriva dal nulla, fa fuori i cattivi e cavalca verso il tramonto. In effetti potrebbe essere così, se l’attore fosse vivo.
Purtroppo quell’agglomerato di muscoli si è spento tempo addietro e vediamo solamente un informe cadavere venir mosso in video, probabilmente da corde e funi, senza che una sola parola sensata esca dalla sua bocca.

«Ti sei fatta il capello duble-fàcc?» (cit.)

Chi è Connor Gibson? Un blando colpettino di scena finale potrebbe spiegarlo, ma in realtà è un personaggio nato male inserito in un film nato morto.
Se non altro è il perfetto antagonista di Frankenstein, che è personaggio parimenti piatto e senza spiegazione: a parte due chiacchiere buttate a casaccio, non sapremo mai chi è questa gente perché in fondo serve solo ad allungare il minutaggio.
Tutto il film è dedicato alle rombanti corse mortali, alle… alle… alle… oh, ragazzi, ma dove sono le corse?

A fine film, distrattamente vediamo delle macchine…

80 minuti. Ripeto, 80 minuti di inutili chiacchiere mosce e di scazzottate inutili. Un’ora e venti su un totale di un’ora e cinquanta: questo il tempo dedicato al nulla! Venti minuti netti di corsa finale: sembra di essere tornati ai ritmi dei film di Hong Kong anni Settanta, dove il combattimento finale col cattivo durava una vita.
Ah, ma pero ’sti venti minuti so’ duri duri duri. Insomma…

In video ci vengono presentati in dieci secondi una secchiata di piloti che non fai in tempo neanche a leggere il nome, ma tanto è inutile: muoiono tutti a casaccio talmente in fretta che non capisci neanche più chi è che sta correndo. Venti minuti di corsa in cui partecipano tutti personaggi NON mostrati nella precedente parte del film, quindi ogni volta che vengono inquadrati ci si chiede: ma chi cazz’è questo?

Posso capire che una corsa della morte costi e che sia necessario tenere bassa la sua presenza in video, ma allora perché fare un film che si chiami Death Race? Magari si potevano togliere secchiate di inutili chiacchiere e limitarsi a presentare i personaggi che dovranno correre. Invece per un’ora e venti assistiamo al nulla più totale e poi d’un tratto sbuca gente che corre e muore: ma chi era? Boh, che ti frega, tanto è morto…
Il disinteresse totale è ciò che segue alle rombanti macchine nella corsa finale. Non c’è una trama, non ci sono personaggi, non c’è alcun pathos, non c’è attesa… e la corsa finisce perché è finita la benzina…
Che mesta tristezza…

Birra alla spin…terogeno! (Non ho resistito…)

Con una pernacchia finale si chiude questo inutile film tratto da Blood Drive, che per motivi misteriosi è stato chiamato Death Race. A parte sesso e violenza – entrambi sempre gratuiti quindi totalmente privi di fascino – rimane solo gente sporca che si agita in video in cerca di un motivo per farlo.

Predator vs Frankenstein

E su tutti svetta Frankenstein con la sua maschera da Predator, per il quale non trovo miglior definizione se non quella dell’Ash di Army of Darkness: «re del cazzo e della merda» (Jack and shit).

L.

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Hellraiser 3 (1992) Inferno sulla città

Va be’ che va be’, ma però…
Questo dev’essere stato il complesso ragionamento della New World Pictures di Roger Corman: va bene produrre filmacci, ma a tutto c’è un limite. Già Hellraiser 2 (1988), prodotto solo perché il primo film era un capolavoro, è stata parecchio dura: fare pure il terzo sarebbe davvero un masochismo degno d’un Suppliziante.

“Fangoria” n. 110 (marzo 1992)

Comunque la New World Pictures nel 1988 si divide in altre case e fa di tutto perché nessuno le chieda un terzo Hellraiser. Però le cose vanno male: la New World Entertainment va subito in bancarotta e nel gennaio 1990 viene venduta insieme alla New World Video a Ronald Perelman, ma solo come antipasto: il ricco affarista si compra da Roger Corman per 82,5 milioni la Marvel Entertainment Group, che la New World Pictures aveva comprato nel 1986.
Perelman è un uomo d’affari, non se le sporca le mani con i film della New World. Lui si compra la casa, i diritti dei film li butta per strada: che se li raccolga pure il primo stronzo che passa. E passa la Trans Atlantic Entertainment, fondata proprio nel 1988 da Lawrence L. Kuppin ed Harry Evans Sloan, precedentemente dirigenti della New World Pictures: ma guarda a volte quanto il cinema assomiglia ai giochi sporchi di qualsiasi altro settore…
Morale della favola, la Trans Atlantic non ha soldi ma ha i diritti di alcuni filmacci dell’ex New World. «La compagnia sta attualmente pianificando un gran numero di sequel dei film di successo della New World», annunciava entusiasta Philip Nutman da “Fangoria” (n. 110, marzo 1992). Mi sembra il momento buono per sfornare Hellraiser III: Hell on Earth, distribuito dalla Dimension Films.

Come si capisce dalla grafica, sarà un film d’inferno

Alla rivista “Shivers” (n. 5, febbraio 1993) Clive Barker racconta:

«La prima volta che ho sentito parlare di Hellraiser III era chiaro che la casa produttrice non mi voleva a bordo per ragioni economiche. Il capo Lawrence L. Kuppin voleva la sua firma sul progetto, non la mia, e non mi voleva in giro. Ero ragionevolmente costoso e, francamente, sapevo che voleva qualcuno a buon mercato. Ho avuto la sensazione che la filosofia di fondo fosse “Tenete Barker fuori”.»

Intervistato poi da “The Bloody Best of Fangoria” (n. 12, luglio 1993), sempre Barker racconta della sua mansione di produttore esecutivo:

«Il lavoro di produttore esecutivo consiste nell’infilare il dito nella torta quando pensi di poter migliorare la ricetta, e tenere il dito fuori quando pensi non sia il caso. […] È quello che ho fatto con Hellraiser III. La Miramax [Dimension Films] venne da me con un film, disse che era un po’ leggerino e mi chiese se potessi migliorarlo. Risposi che c’era un film molto buono, all’interno di quello, ma avevamo bisogno di spendere più soldi. Dissero che avrebbero messo a disposizione mezzo milione di dollari se riuscivamo a girare qualcosa in tre o quattro giorni. Così abbiamo girato tutta la roba bondage del finale, la pianta strana e gli effetti speciali “succhia-pelle”, cose che tutti avrebbero sempre voluto fare. Tu non hai mai desiderato di succhiar via la pelle ad una donna?»

Salutiamo Clive e la sua strana perversa fantasia – spero ironica – e limitiamoci a notare che probabilmente nel suo delirio d’onnipotenza non si è reso conto che nella torta non ci ha infilato un dito, ma ben altra parte anatomica…
Probabilmente sarebbe stato un buon piccolo film, se non fosse stato suppliziato da Clive Barker.

Clive Barker nuoce gravemente al lavoro del tuo dentista

Malgrado non se ne sia accorto nessuno, il 15 e 16 maggio 1992 il film si trova nel cartellone delle anteprime del Fangoria’s Weekend of Horrors di Los Angeles: è stato presentato davvero? Nessuno ne parla, ma dieci giorni dopo il film ha già attraversato l’oceano. Molto più nota infatti è l’anteprima a fine maggio 1992 del Dylan Dog Horror Fest. Come ci racconta “la Repubblica” del 21 maggio,

«il festival milanese si sposta quest’anno in uno spazio che dovrebbe favorire affluenze pari a quelle del mitico Rex di Parigi: un Palatrussardi arredato da tendone degli orrori, con installazioni del maestro nazionale degli effetti speciali, Sergio Stivaletti, stand per la vendita di articoli terrorizzanti, spazi d’incontro tra fans e protagonisti del cinema di paura internazionale.»

Qual è il menu di lunedì 25 maggio?

«Fra le anteprime assolute la parte del leone tocca ai “sequel”, che sono una tradizione del genere (di alcuni circola la voce che siano migliori dell’originale). In programma Grano rosso sangue 2, sèguito della saga orrorifica campestre di Stephen King, Hellraiser 3, sulle nuove turpitudini dei Supplizianti partoriti dalla fantasia di Clive Barker, la celebre casa stregata “protagonista” di Amityville ’92

“Almanacco della Paura” n. 2 (marzo 1993)

Il dylandoghiano “Almanacco della Paura” n. 2 (marzo 1993) è entusiasta. Dalla loro rubrica Maurizio Colombo e Stefano Marzorati scrivono:

«Pensate che addirittura Halloween 4, Hellraiser 3 e Alien 3, facilmente preventivati come fiaschi, si sono rivelati al di sopra di ogni nostra aspettativa, e non ci hanno fatto rimpiangere i soldi del biglietto. Vi sembra cosa da poco?»

Visto che il film uscirà nelle sale italiane solamente il mese dopo, immagino che questo giudizio si sia formato durante il citato Horror Fest.
Comunque per un resoconto dettagliato ci conviene ascoltare il critico Charlie Richard “Chas” Balun sul numero 23 (autunno 1992) della rivista “Gorezone”.

«Un potente ed esplosivo riff dei Metallica scuote il Palutrussardi [ahò, ’sti americani non le azzeccano mai le vocali italiane!] e a un certo punto ci si dimentica che questo è un festival horror e non l’apocalisse. Il cavernoso palazzetto è al massimo della sua capacità, con più di 5 mila fan rauchi vestiti di magliette nere e giacche di pelle, chiamati dalla musica metal a celebrare, l’ultima notte a Milano, il Dylan Dog Horror Fest italiano con l’anteprima mondiale di Hellraiser III: Hell on Earth

“Gorezone” n. 23 (autunno 1992)

Amici e lettori: se conoscete qualcuno che era lì, quella notte, invitatelo sul blog a raccontarci la serata!

«Lawrence Mortorff, produttore di questo sequel, ci informa che la versione che sta per essere proiettata è solo una copia di lavorazione [workprint]: devono ancora essere aggiunti gli effetti speciali visivi e sonori. Alcune delle sequenze devono essere ancora trattate quindi appariranno in bianco e nero. Alla platea non frega un cazzo [doesn’t give a shit]: sono venuti a rockeggiare e niente li fermerà. Anche l’annuncio che il film è arrivato troppo tardi per essere sottotitolato in italiano viene accolto con un coro di suoni gutturali [chorus of throaty cheers].»

Insomma, già il film è una porcata: senza effetti speciali, senza effetti sonori, con parti in bianco e nero e senza sottotitoli… Ma che cazzo hanno visto, quegli italiani al festival? Manco a Sanremo si vede roba così orripilante!
Comunque il critico Balun, che si presenta subito come uno che non stima affatto i primi due Hellraiser, viene rapito della proiezione e ne rimane estasiato, votando il resto della sua vita a fare il cenobita. Mi sa che non stava bene, di suo.

Tutti così, voi critici: prima criticate poi vi piace il nostro dolore

Montato per bene, la Dimension Films distribuisce Hellraiser III: Hell on Earth in patria americana l’11 settembre successivo: oibò, possibile nessuno si sia accorto che l’inferno in Terra è sceso l’11 settembre? Qui ci scappano almeno altri tre libri cospirazionisti…
La consueta Eagle Pictures porta il film nelle sale italiane il 9 aprile 1993 con il titolo Hellraiser III. Inferno sulla Terra. La prima trametta, apparsa lo stesso giorno su “La Stampa”, inventa una definizione che oserei chiamare capolavoro: «il portatore di dolore Pinhead». Applausi a scena aperta!

VHS Multivision

Ma ecco come continua la recensione:

«Dal 1987 del primo Hellraiser, film di debutto del romanziere d’orrore Clive Barker tratto da un suo libro, il Grand-Guignol decadente e i malefici oggetti ideati dallo scrittore seguitano a affascinare, anche quando Barker è ormai altrove.»

Va invece giù duro il recensore del giorno dopo, 10 aprile:

«Banale e stupidotto nella presentazione dei personaggi di contorno e finché cerca di spiegare l’inspiegabile, Hellraiser III funziona quando si abbandona al puro gioco della fantasia nella dimensione onirica e morbosa che Barker predilige. Sono efficaci gli effetti speciali, i trucchi, le visioni di carni squartate, zampilli di sangue, viscere fumanti: è bella l’immagine della coraggiosa eroina, in fuga in una rarefatta New York notturna insidiata dal soprannaturale.»

Me lo immaginavo diverso, l’inferno

Rimane qualche mese in sala prima di scomparire: non esistono prove di una sua trasmissione televisiva, anche se è facile che sia avvenuta con qualche strano titolo alternativo.
La consueta Multivision lo presenta in VHS, anche in versione economica, in data imprecisata ma è facile che sia stato nello stesso 1993. Esiste una VHS Hobby&Work della serie “Rassegna di Cinema Horror” purtroppo senza data, mentre risale al 1999 una VHS della Fox Video, a dimostrazione di una vita in home video molto attiva. In tutte queste edizioni il film si chiama semplicemente Hellraiser III.
Al momento di portarlo in DVD, nell’ottobre 2005, la Stormovie non si sa perché si inventa un titolo di sana pianta: Hellraiser III. Inferno sulla città, che qualche solerte fan ha inserito anche in IMDb: da dove esce ora questa “città” se nei cinema era “Terra”? Non se lo chiede di certo la Koch Media nella sua opera di ristampa del ciclo nel 2012, così lo ristampa con quel titolo sia in DVD che in Blu-ray.

Lo sceneggiatore di Liverpool Peter Atkins viene via con poco, non è che abbia molto da fare. Anzi, se serve è disponibile anche come attore: infatti interpreta il barista infame e il cenobita “Barbie”. (Che non c’entra niente la bambola, è un gioco di parole con barbed wire, “filo spinato”.)
Disponibilissimo è anche il londinese Anthony Hickox. Non è ancora il grandissimo autore di film con Dolph Lundgren – Nell’occhio del ciclone (1999) e Jill Rips (2000) – e di film con Steven Seagal – Submerged (2005) – quindi si può permettere di giocare con l’horror. In fondo è reduce da Waxwork (1988) e Waxwork 2 (1992).

La giusta punizione per lo sceneggiatore/attore Peter Atkins

Il ras del quartiere Monroe (Kevin Bernhardt) compra una misteriosa scultura da un misterioso negozio inesistente, gestito da un misterioso barbone… interpretato da Lawrence Kuppin, ex dirigente New World e ora capo della Trans Atlantic.
Monroe porta a casa la scultura e ci infila una mano dentro: oh, uno le mani le infila dove vuole. Però dentro c’è un topo – animale noto per fare la tana all’interno di sculture – che lo morde e il sangue, irrorando la pietra, riporta in vita la testa del nostro cenobita preferito. (Anche se purtroppo questo nome non viene più utilizzato nella saga.)
Monroe è un duro, e dopo aver pianto decide di accettare il patto satanico: se porterà vittime umane alla statua avrà il potere. E Monroe ottiene così il potere… di scoparsi la prima mignottella che trova. Ammazza che potere! Ma come te chiamano, He-Man?
Visto Monroe ha il sesso in testa, quando sarà fregato e divorato diventerà il cenobita Pistone, con due pistoni che gli pompano nelle tempie: neanche Dante avrebbe trovato contrappasso migliore.

L’inutile e fastidiosa protagonista del film

Intanto la giornalista dal capello perfetto Joanne detta Joey (Terry Farrell) cerca lo scoop e assiste a fatti strani, tipo tizi al pronto soccorso pieni di catene che gli esplode la testa. E poi sogna la guerra manco fossimo finiti in Allucinazione perversa (1990), e poi fa un mucchio di robe inutili che affossano il ritmo della storia.
Visto che però possiede la scatola di Lemarchand, sarà purtroppo la protagonista del film. Va be’, non esageriamo: c’è lei in video, ma protagonisti sono solamente i cenobiti.

Ma… chi ha messo quel tubo sulla scatola?

L’unico momento in cui Joey non dà fastidio allo spettatore è quando se ne esce con questa frase:

«Ho oltrepassato la soglia della follia per raggiungerti»

Curioso, due mesi dopo l’uscita americana di questo film esce Bram Stocker’s Dracula e il suo

«Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti»

Che Coppola si sia avvalso della partecipazione occulta dello sceneggiatore Atkins?

Oh, io ’sto gioco proprio non lo capisco

Joey ha detto quella frase rivolta al Captain Elliot Spencer (Doug Bradley), che finalmente ci viene presentato con nome, cognome e grado.
Questi si lancia in discorsi noiosi, raccontando come cercando nei peggiori bar di Caracas abbia trovato la scatola di Lemarchand e abbia iniziato la sua luminosa carriera di cenobita.

«C’è un mostro, là fuori… e quel mostro sono io.»

Così inizia la parte migliore del film. Oddio, migliore… Diciamo la parte meno peggio del film.

Il posto più morbido dove infilare un CD

Dal primo capitolo torna Bob Keen, che la rivista specializzata “Fangoria” (n. 117, ottobre 1992) definisce «British-born FX maestro», e la sua compagnia Image Animation.

«Quando per la prima volta abbiamo creato i cenobiti per Hellraiser ovviamente non avevamo idea che avrebbero avuto così tanto successo, perciò mi sono concentrato sul dare ai cenobiti un aspetto ancora più intrigante. […] Per questo film non c’era alcuna descrizione iniziale di come sarebbero apparsi i cenobiti: mi sono venute delle idee e il regista e lo sceneggiatore sono stati molto disponibili ad ascoltarle, dandomi molto materiale su cui lavorare.»

I cenobiti storici sono morti nel secondo film. (Ma quando uno schiavo dell’inferno muore… dove va? Forse in Paradiso: un amante dei piaceri della carne lì si annoierà di brutto!)
Bob Keen dunque inventa nuovi artigiani del dolore – il citato critico Balun conia un espressione geniale: Pain Gang! – e il primo ad arrivare in scena è quello chiamato “Camerahead Cenobite”. L’attore Ken Carpenter viene truccato come… la versione suppliziante di John Carpenter!

L’attore Carpenter con i baffi di John Carpenter!

L’amica della protagonista, Terri, è interpretata dall’esordiente Paula Marshall che anni dopo diventerà star televisiva. La giovane attrice prima veste… cioè, “sveste” la pelle della vittima suppliziante scarnificata…

A quanto pare, questa è la fantasia preferita di Clive Barker

… poi con la sigaretta nel collo diventa la mitica Troia Fumante. No, scherzo, il nome datole dai fan è “Dreamer Cenobite”, perché il suo personaggio diceva che voleva sognare in grande.

Vieni con me e fumerai in eterno… dal collo!

Ma il mio preferito in assoluto è quello non accreditato nei titoli di coda: il DJ cenobita di Radio Sballo Station, che lancia CD taglia-tutto!

Master Mix e il suo disco caldo dell’estate all’inferno

Non pensiate che tutti questi personaggi abbiano più di dieci secondi di spazio nella storia, sono semplici note di colore che fanno da sfondo all’opera del personaggio di cui finalmente viene citato il nomignolo.

«Altri amici sono venuti a giocare con te, Joey.»
«Gioca con questa, portaspilli!» (Play with this, Pinhead!)

Entra dunque in scena il nome Pinhead, che da semplice nomignolo apocrifo entra prepotentemente nel dizionario di Hellraiser, proprio quando ne escono Supplizianti e cenobiti. (Per non parlare di ierofanti.)
Solo che ormai siamo in pieno Valetudo: non ci sono più regole, non ci sono più premesse, non c’è più correlazione fra causa ed effetto, quindi vale tutto. Non si capisce nulla della trama perché non c’è nulla da capire: sono solo immagini in liberà, come Elliot Spencer che lotta contro Pinhead (cioè il se stesso diabolico del futuro!) per far cadere la scatola di Lemarchand. Gesto dopo il quale scompaiono tutti i demoni: ma perché?

In verità vi dico: prendete e soffritene tutti!

L’unico momento da salvare di questo filmucolo è quando Pinhead entra in chiesa e comincia a recitare frasi cristiane in salsa decisamente dissacrante: in fondo… il corpo e il sangue sono elementi importanti anche per i cenobiti…

L.

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Nunchaku al cinema 11. Rimasugli

Prima di tuffarci nei roboanti anni Novanta, ci sono alcune citazioni di nunchaku che mi sono perso per strada, sebbene mi fossi prefissato di fare un’esposizione cronologica.

Come si vede dalla foto qui sopra, il primo titolo è un grande classico: L’ira del Drago colpisce anche l’Occidente (湮報復 / Yan bao fu / Bruce Le’s Greatest Revenge, 1978). Qui il bravo Bruce Le (al secolo, Liang Chien-lung o diecimila altri nomi diversi) dà ancora una volta vita ad un clone di Bruce, anche se il termine non rende bene: non solo non assomigliava a Lee, ma nessuno ad Hong Kong pensava fosse il Maestro redivivo. Era un modo per omaggiare il personaggio Lee: giusto in Italia qualcuno ha confuso davvero i vari sosia con il Maestro.

In questo divertente film, che rimaneggia tutti i temi cari a Bruce, il protagonista si ritrova per brevissime scene ad usare i nunchaku, arma che chiaramente non ama e che molla subito dopo un semplice volteggio. D’altronde, deve affrontare il granitico Bolo Yeung, quindi nulla può neanche il nunchaku.

Quando per strada trovi un drunken master, nel dubbio è meglio seguirlo

Rimaniamo nel 1978 con Shaolin sfida Ninja (中華丈夫 / Zhong hua zhang fu / Heroes of the East), delizioso capolavoro di Liu Chia-liang con protagonista il fratello adottivo Gordon Liu. Quest’ultimo sposa una giovane giapponese e subito il conflitto con la cultura cinese è devastante. Alla fine, per un malinteso, i parenti della donna si presentano a casa del cinese per salvare l’onore delle arti marziali del Sol Levante, in una rutilante serie di combattimenti all’arma bianca.

Quello a torso nudo stringe un nunchaku in mano

Fra i combattenti giapponesi ce n’è uno che con la destra fa volteggiare i nunchaku e con la sinistra usa i tonfa: ingordo! Gordon Liu dovrà sistemarlo a suon di nunchaku a tre sezioni (arma che semmai in futuro vedrà uno speciale a parte).

Nunchaku a tre sezioni contro due sole

Nel 1985 è la volta dello scintillante capolavoro L’ultimo drago (The Last Dragon) di Michael Schultz, parodia del blackspoitation e fra i film marziali più divertenti di sempre, oltre che autentico cult insuperato.

Uno dei più divertenti film marziali occidentali della storia!!!

Uno degli allievi del protagonista è un giovane sinoamericano di nome Johnny Yu (interpretato dal giovane e sconosciuto Glen Eaton, che prometteva bene ma è scomparso dal mondo del cinema). Nel grande combattimento finale Yu tira fuori anche dei nunchaku in una breve scena.

Una scena breve ma intensa, tormentone della mia adolescenza

Mi sarò perso per strada sicuramente altre citazioni, ma per ora diciamo che abbiamo esaurito anche gli anni Ottanta: ora tocca ai Novanta, con tante sorprese.

(continua)

L.

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Quel maledetto treno blindato (1978) 40 anni di bastards

Il 10 febbraio 1978 usciva nelle sale italiane Quel maledetto treno blindato, firmato da quello che oggi è considerato universalmente un maestro, ma non so se i critici la pensassero alla stessa maniera all’epoca: Enzo G. Castellari.
È stata una scoperta improvvisa e non ho fatto in tempo ad organizzare alcun blogroll: nel caso, se qualche altro blog tratterà il film, aggiungerò qui il link.

Forse una grafica un tantinello ambiziosa

Oggi festeggiamo i primi quarant’anni del film, ma a metà strada c’era già stata un’iniziativa, anche se poi “abortita”. Proprio per festeggiarne il ventennale Quentin Tarantino voleva girarne un remake-omaggio con lo stesso titolo americano, Inglorious Bastards, ma poi ha dovuto metterlo da parte per lavorare a Kill Bill. Però aveva pensato a tre protagonisti niente male: Bruce Willis, Sylvester Stallone ed Arnold Schwarzenegger.
«Ho sempre sognato di avere queste tre superstar assieme a disposizione per un film», afferma Quentin in un’intervista del 2005 citata nel saggio Quentin Tarantino (Gremese 2004, nuova edizione aggiornata 2005) di Alberto Morsiani.

«Avevo in mente Inglorious Bastards già nel 1998 con questo cast, ma alla fine è passato in secondo piano. Ancora adesso penso sia il momento adatto per averli tutti insieme. Fra l’altro, ora ho molto più tempo libero e potrò finalmente focalizzare tutte le mie forze su un progetto così importante e al quale sto pensando ormai da anni. Spero di portarlo a termine in modo da lanciarlo nei cinema nel 2006.»

Come sappiamo, ci riuscirà solo nel 2009, e cambierà Inglorious in IngloUriousBastards in BastErds. E con questo ho esaurito tutta la mia pazienza nel parlare di Quentin: non potevo non citarlo, visto il film, ma non chiedetemi di più…

Enzo G. Castellari e Quentin Tarantino da CulturaAvantpop

Vogliamo parlare di QUEL titolo? Vogliamo? Vogliamo.
Una prima versione direi di identificarla in uno spaghetti western uscito nelle nostre sale il 1° febbraio 1969, Quel caldo maledetto giorno di fuoco di Paolo Bianchini. Qualcuno deve aver notato che “quel” e “maledetto” suonano davvero bene: perché non ci giochiamo un po’?

«L’azione che decise le sorti dell’ultima battaglia e che portò gli alleati alla vittoria finale»: così il 25 luglio 1969 viene presentata l’uscita in Italia della co-produzione italo-spagnola Quel maledetto ponte sull’Elba (No importa morir, 1969) di León Klimovsky: il titolo evidentemente piace e subito travalica il confine di genere.
«Nel sottobosco della grande città, tra falsari, drogati, case di malaffare, bische, lestofanti di basso rango e gangster internazionali, un uomo soltanto aveva il coraggio di giocarsi la vita: Novak!» Così tre mesi dopo, il 29 ottobre 1969, viene lanciato Quel maledetto ispettore Novak (The File of the Golden Goose, 1969) con un durissimo Yul Brynner.

Dopo il warmovie e il poliziesco poteva mancare il western? Il 15 luglio 1970 «arriva il terremoto!»: Quel maledetto giorno d’inverno… Django e Sartana all’ultimo sangue (1970) di Miles Deem (l’italianissimo Demofilo Fidani). L’idea rimane nello stesso genere con l’uscita in sala il 26 novembre 1971 di Quel maledetto giorno della resa dei conti (1971) di Willy R. Regan (il mitico Sergio Garrone). «Tutti lo aspettavano quel giorno!»
Ormai il titolo è puro western, quindi al momento di portare in Italia, il 19 aprile 1973, un film con John Wayne che recupera il malloppo di una rapina al treno, il titolo è scontato: Quel maledetto colpo al Rio Grande Express (The Train Robbers, 1973) di Burt Kennedy.

Dopo l’uscita di Quel maledetto treno blindato il gioco dei titoli finisce: da quel momento “maledetto” è solo il film di Castellari. Giusto il mese dopo esce il western Quel pomeriggio maledetto (1977) di Marlon Sirko (Mario Siciliano) con Lee Van Cleef, ma è giusto una piccola e fugace eccezione.

Le edizioni in home video del film di Castellari sono rarissime e tutte con valutazioni da capogiro nel mondo dell’usato. Ho trovato foto di edizioni VHS Stor Video ed AVO Film, e a quanto pare è stato ristampato da Nocturno Cinema: tutte edizioni di data ignota.
La Medusa Video lo porta in DVD dal settembre 2008, e dal febbraio 2010 anche in Blu-ray.

Francia occupata, 1944. Mentre si stanno occupando degli ultimi nazisti, gli americani hanno anche problemi con i propri uomini, tipetti poco raccomandabili allergici alla disciplina come per esempio Fred Canfield, interpretato dal supercool Fred Williamson. Molto amato in Italia, l’attore con Crazy Joe (1974) di Carlo Lizzani inizia una lunga collaborazione con il cinema nostrano, e in questo 1978 ci regala una “frase maschia” da antologia.
Indispettito dalle affermazioni razziste di un soldato, Fred risponde:

«Io sto qui perché ho strangolato uno che parlava come te: se adesso faccio il bis… non mi fucilano due volte.»

Insomma, siamo davvero in zona Quella sporca dozzina.

Fred “The Hammer” ti ha visto: ti conviene scappare

Questi (con)dannati iniziano il loro viaggio verso la forca, durante il quale però un attacco nazista permette loro la fuga. Cercando la libertà in un paese oppresso, il gruppo di eroi viene scambiato per dei professionisti che devono portare a termine una missione tanto importante quanto pericolosa: fermare un treno blindato che porta l’arma nazista definitiva.
Bla bla bla e il bravo, bello e biondo Tony (Peter Hooten) ci regala la morale che dà il titolo alla versione americana del film:

«Per quel coso anche un branco di bastardi è riuscito a conquistarsi un pizzico di gloria.»

E così, Bastardi senza gloria si appresta a diventare un titolo “glorioso”. Esiste anche una versione “aliena”, una fan fiction dal titolo Predator senza gloria, ma questa è un’altra storia…

Quando qui s’è sposato Tom Cruise, però, queste bandiere mica c’erano!

Intervistato da Roberto Curti per il saggio Tonino Valerii: The Films (2016), l’attore Peter Hooten racconta che:

«Nel bel mezzo delle riprese il Governo italiano emanò una legge contro l’uso di armi da fuoco su schermo: cosa fare? Dopo un fallito tentativo di sostituire una pistola con una pompa a gas, eravamo tutti perplessi finché l’attrice Debra Berger, compagna del principe Dado Ruspoli, invitò alcuni di noi a pranzo nel suo castello in campagna. Enzo Castellari notò un’armatura medievale con varie armi appese alle pareti dell’edificio ed ebbe l’idea di usare come location il castello di Bracciano, scalando le sue mura ed utilizzando le sue armi medievali. Sfida vinta.»

Ricordo che notizia su fantomatiche leggi contro le armi da fuoco sui set nostrani appaiono regolarmente da svariati decenni, scomparendo poi nel nulla appena finito il girotondo mediatico.
Qui però siamo proprio nel momento in cui per la prima volta le chiacchiere seguono i fatti. Da quel che ho capito leggendo in giro, una volta normata la disciplina per il controllo delle armi con la legge n. 110 del 18 aprile 1975, con la circolare n. 50.106/10 C.N/D-76 del 21 aprile 1977 il Ministero dell’Interno divulgava il parere del Consiglio di Stato per cui neanche le armi “vere” caricate a salve potessero essere utilizzate a fini scenici. Malgrado le proteste, il 16 febbraio 1978 si specificava chiaramente che «anche quelle che rientrano nella comune accezione di armi a salve» erano vietate per il cinema. Il risultato fu che si andava a girare in Spagna, dove queste restrizioni non c’erano: in fondo noi italiani siamo famosi per la creatività… e per dare soldi agli altri.

Il castello di Bracciano trasformato in base nazista

Assolutamente deliziosa la parte in cui il famoso castello di Bracciano – location per sposalizi di divi internazionali – viene trasformato in roccaforte nazista, con i personaggi che si uccidono senza sparare un colpo per non contravvenire alla legge. Non manca una scena in cui un nazista cade dalla torre nell’esatto, identico, spiccicato modo che verrà parodiato dal geniale Top Secret! (1984) di Abrahams/Zucker.

C’è un nero con l’alabarda che saluta un finto nazista a Bracciano… Finite voi la barzelletta!

Per il resto… be’, troverete in giro gente che fa ore di fila, che paga di tasca propria per avere l’occasione di gridare al mondo che Enzo Castellari è il più grande regista italiano e che Quel maledetto treno blindato è il miglior film italiano: non si accorgerà nessuno se non mi unisco al coro.
Si tratta di un film tipico dell’epoca, quando cioè la grande professionalità italiana sapeva tirarti su tanto con poco, sapeva sfornare onesti prodotti di intrattenimento che non erano pensati per soddisfare la critica altezzosa bensì il pubblico pagante: era cinema di genere fatto al volo con l’unico scopo di un divertimento senza impegno. E così è stato giudicato da quello sparuto gruppo di persone che conosceva il genere anche prima di Tarantino – io non sono fra questi ma ho avuto il piacere di conoscerne.

Poi il rilancio a posteriori ha trasformato onesti piccoli film in capolavori del cinema, che non sono; ha trasformato l’intrattenimento in arte, che non ne aveva proprio l’intenzione; ha trasformato una tipica fan fiction italiana, studiata per sfruttare il successo dei grandi film americani, in uno stile magistrale. Liberissimi di farlo, ma se guardo questo film e lo giudico solo per il film… boh, io non ci trovo proprio nulla del capolavoro. È un onesto piccolo film, con prese in giro dei teteschi e macchiette regionali nostrane, che gli italiani hanno dimenticato per trent’anni prima che Tarantino lo rispolverasse. Di più non saprei proprio cosa dire.
Ah, be’, tanti auguri per i primi 40 anni!

L.

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[Il Zinnefilo] Il giustiziere della notte 2 (1982)

Ecco il consueto disclaimer:

Qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, contro persone e animali è sempre biasimevole e condannabile, e guardare foto di donne adulte e consenzienti che volutamente si sono spogliate davanti ad un obiettivo non ha alcun legame con questo principio né lo annulla.

Ribadisco infine il solito avviso:

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post! (invece di guardarle e poi andare in giro a lamentarvi)

Il film di questa settimana è Il giustiziere della notte 2 (Death Wish II, 1982).

continua a leggere…

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