Death Wish (2017) Anticipazione

Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo!

Questo sono io che, in ginocchio, agito le braccia al cielo e grido sotto la pioggia…

A settembre è uscito in Norvegia Death Wish di Eli Roth, pronto a fare il giro dei paesi europei come test: se non prenderà troppi sputi e magari non verrà dato fuoco ai cinema, allora nel marzo 2018 dovrebbe uscire nelle sale statunitensi.

“Il giustiziere della notte” (Death Wish, 1974)

I miei sensi di Zinefilo mi fanno già avvertire i tanti seguaci di Roth quando cominceranno a dire che non bisogna giudicare prima di vedere, che i remake quando sono fatti bene bla bla bla, e tutte quelle cose stupide che non direbbero se il film l’avesse diretto un tizio qualunque.

“Il giustiziere della notte” (Death Wish, 1974)

Il giustiziere della notte (1974) non ha alcun bisogno di essere “remakato”, semmai la saga aveva bisogno di “sangue fresco” come quando James Wan prese il romanzo “Il giustiziere della notte 2” dello stesso Brian Garfield, che non ha niente a che vedere con il film omonimo con Charles Bronson, e ne ha tratto Death Sentence. Sentenza di morte (Death Sentence, 2007) con Kevin Bacon, sebbene sia pur sempre in “puzza di remake” del primo film.

“Il giustiziere della notte” (Death Wish, 1974)

Chiudo facendo notare che Bruce Willis – che ormai accetta qualsiasi ruolo – ha potuto interpretare ‘sta roba solo perché Charles Bronson è morto: se no se lo ritrovava sotto casa con una pistola puntata!

Ehi, Bruce Willis, vieni un attimo qui che devo dirti una cosa…

L.

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Gazzetta Marziale 36. Project A 2

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

36. Project A 2

(sabato 20 novembre 2010)

Da ieri in edicola una nuova avventura di Jackie Chan grazie alla collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, firmato Corriere dello Sport e Stefano Di Marino. Dopo aver presentato qualche settimana fa Project A, grande successo internazionale di Chan nelle vesti di attore, regista, sceneggiatore e coreografo, ecco che troviamo il sequel di questo film: Project A 2 – Operazione Pirati 2 (‘A’ gai waak juk jaap / Project A 2, 1987).

Dragon (Jackie Chan) ha liberato i mari di Hong Kong dai pirati nel film Project A, e ora è intento a ripulire un sobborgo cittadino da un tipo ben diverso di pirata: i criminali e i corruttori. Intanto il governo Manciù sta stanando tutti i “rivoluzionari”, cioè i patrioti cinesi che stanno organizzando una resistenza contro l’invasore: suo malgrado, Dragon si ritroverà invischiato in questa situazione tesa.

Come già si è detto in articoli precedenti, il 1985 è la data della svolta per Jackie Chan: abbandona il genere marziale in costume per dedicarsi a temi più moderni come i poliziotti metropolitani. Dopo il successo internazionale del film Police Story, l’attore-regista prova comunque altre strade. Gira un film abbastanza atipico come Armour of God (1987), una specie di versione cinese di Indiana Jones non molto riuscita ma dalle scene d’azione indimenticabili; più avanti lo stesso anno esce questo Project A 2: forse che Chan sta cercando in qualche modo di tornare sui propri passi?

Visto però che entrambi questi film mal si addicono allo stile Police Story, troppo legati come sono al passato dell’attore, quando poi nel 1988 il poliziesco moderno Dragons Forever sbanca i botteghini, Chan prende la decisione di dedicarsi maggiormente al nuovo stile, girando Police Story 2 (1988). Ciò non significa che successivamente non faccia altre rimpatriate nei generi fantastici o in costume che tanto gli hanno donato.

Project A 2, a soli quattro anni dal primo film, vanta una qualità tecnica nettamente superiore, grazie alla grande esperienza maturata da Chan nel frattempo. Ma forse proprio per questo perde quella patina di leggerezza e diremmo quasi innocenza che vantava Project A. Forse se non si conoscessero altri film dell’attore-regista si potrebbe considerare questo film ben riuscito, ma visto che così non è si può solo dire che è un buon titolo della sterminata filmografia di Chan, ma niente di più. Non ci sono scene memorabili, né di stunt né di combattimenti: almeno, rispetto alle sequenze a cui il protagonista ha abituato lo spettatore.

Tris di donne protagoniste:
Rosamund Kwan, Maggie Cheung e Carina Lau

Va però sottolineato il grande cast, dall’abituale presenza dell’amico stuntman Mars al fedele David Lam, ma soprattutto ad un eccezionale tris di donne di tutto rispetto: Maggie Cheung, Rosamund Kwan e Carina Lau, tutte e tre fotomodelle oltre che attrici.

L.

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Blade Runner: le pecore elettriche sognano androidi? (guest post)

Il mio attento lettore Denis, che cura la rubrica dei videogiochi, regala questo guest post ad un mondo dell’intrattenimento che si fonde spesso con il cinema.

Blade Runner:  le pecore elettriche sognano androidi? (guest post)

Nel 1982 uscirono cinque grandi film:  La Cosa,  una metafora della paranoia,  E.T.,  in cui un alieno brutto come la morte voleva tornare a casa, Rambo e il buddy movie definitivo 48 ore di Walter Hill. E infine Blade Runner, un neo noir futurista tratto da un libro di Philip K. Dick, scrittore morto d’infarto poco prima dell’uscita del film. E infine si sciolgono definitivamente gli ABBA.

Per dire che negli anni ’80 non c’erano solo frizzi e lazzi, anche film poco consolanti e soprattutto la paura dell’atomica, per via della Guerra Fredda. Infatti tra i ’70 e ’80 uscirono molti film in cui si parlava di sovrappopolazione e del dopo bomba: insomma eravamo figli dell’atomo.

Tornando a Blade Runner. La trama: un poliziotto nella Los Angeles del 2019 deve ritirare (uccidere) dei replicanti fuggiti da una colonia extramondo (Aliens) fuggiti uccidendo 23 civili. In questa trama basilare si innesta la visione del regista Ridley Scott assieme a un cast tecnico incredibile: l’iconica e indimenticabile colonna sonora di Vangelis, le magie del grande effettista Douglas Trumbull (2001 Odissea nella spazio e Incontri ravvicinati del terzo tipo), come protagonista Harrison Ford, reduce dell’anno prima da I predatori dell’arca perduta, nei panni di Rick Deckard e con Rutger Hauer nei panni del capo dei replicanti Roy Batty. Assieme a questi attori il caratterista Brion James (Leon), visto morire molte volte nei film action anni ’80; la bellissima bionda Daryl Hannah (Pris), Sean Young la bruna Racheal e Joanna Cassidy (Zhora), tutte interpreti di ginoidi. E infine Edward James Olmos nei panni del partner di Rick, Gaff, che esploderà due anni dopo come iconico Tenente Castillo nel serial Miami Vice.

Il film è immerso in una notte perenne e piove sempre. Per le scenografie il merito va a Syd Mead, che con contrasto tra architettura anni ’40 e tecnologia analogica simile a quella di Alien – tra l’altro se sentite bene il mormorio è preso da li! – crea di fatto il setting per altre opere: insomma un gamecharger per la fantascienza.

Se guardate i replicanti sono belli, biondi e alti: insomma ariani, mentre la popolazione è sfigata da malattie come invecchiamento precoce, e sono piccoli giapponesi con casco tipo il nano della Kodak (cipiri Kodak). I replicanti hanno ragione a incazzarsi perché sono sfruttati per i lavori pesanti e le donne per il piacere, e hanno pure la sfiga di vivere poco: quattro anni perché il tuo creatore a scelto così.

Ridley Scott aveva già la mania delle mille versioni: del film esistono cinque versioni differenti che cambiano solo la voce fuori campo, il sogno dell’unicorno e il finale. Ne ho viste due: l’originale del’82 e la final cut del 2007, che è quella originale che preferisco, ma non vi preoccupate anche del successivo di Scott, Legend, esistono almeno tre versioni e nella trama c’è da salvare un unicorno!

I temi filosofici del film; chi sono, se ricordo sono vivo, la macchina che prende coscienza, l’inevitalità della fine. Esplicito nel finale, in cui prima di morire Roy Batty si ficca un chiodo nella mano per sentire dolore cioè vita, l’animazione giapponese la sviluppò meglio così come il concetto di ginoide – che in realtà nella fantascienza c’e sempre stata: almeno mi ricordo di un episodio di Ai confini della realtà in cui un uomo si affezionava alla tipa robotica – nei vari anime come Armitage 3 e Ghost in the Shell si sublima questo concetto e dal film di Scott prendono anche il personaggio del costruttore di giocattoli, anche se i due nani robotici vanno sempre a sbattere contro la parete.

Del film uscirono un videogioco per Commodore 64 nel ’85 e la bellissima avventura grafica della Sierra del ’97 che presentava ben 13 finali diversi e la trama era parallela al film del’82, cui purtroppo per via di traslochi della Sierra è andato perso il master originale e costerebbe troppo rifarlo.

Come videogiochi vi consiglio Remenber Me, ottima action 3D in una Parigi futuristica dove si possono manipolare i ricordi e Binary Domain sparatutto in stile Gears of Wars fatto dell’autore della saga di Yakuza e ambientato in una Tokyo del futuro in cui le ginoidi possono procreare!

P.S. Nel film compaiono anche i futuri lottatori Sting e Ultimate Warrior che poi formeranno proprio un tag team di nome Blade Runners, e il mio nome in realtà doveva essere Demis perché a mia mamma piaceva Demis Rosseau, che guarda caso era in coppia con Vangelis negli Aphrodite’s Child!

Il trucco da panda di Pris lo usano anche le tipe del night del film Vivere e morire a L.A. Ho anche Natural City, film coreano in cui un poliziotto cerca di salvare la sua ginoide giunta alla fine del ciclo vitale di tre anni. Sean Young l’anno prima ha fatto Stripes di Reitman che farà da stampo a Ghostbusters ed esistono pure le patatine della marca Tyrrel le producono i replicanti. E al mio amico Vincenzo un ragazzo un po’ tardo gli ha chiesto se era un androide, non ho visto riflessi rossi negli occhi.

Ho sempre pensato che il seguito di Blade Runner fosse Atto di Forza.

Denis

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[Il Zinnefilo] Ragionier Arturo De Fanti (1980)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Rag. Arturo De Fanti bancario: precario (1980).

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Terminator 2019: anticipazione

“The Hollywood Reporter”, 27 settembre 2017

Riuscirà mai il nostro amato robot dal futuro a trovare finalmente il terzo film che aspetta da decenni? Più Terminator esce al cinema, più il suo mito crolla davanti alla disarmante inconsistenza delle sceneggiature utilizzate: possibile che solo il ritorno di James Cameron possa… ricostruire un robot a pezzi?
A quanto pare sì, ed ecco le anticipazioni che Cameron stesso ha rilasciato recentemente ad una rivista di settore: ho tradotto solo le parti relative a Terminator, che delle infinite chiacchiere sulle decine di seguiti di Avatar non ne voglio proprio sapere niente.


Come ricostruire un robot a pezzi

di Matthew Belloni e Borys Kit

da “The Hollywood Reporter”,
27 settembre 2017

James Cameron e il regista Tim Miller svelano un piano
per reinventare il franchise di Terminator:
una nuova èra di timore per l’intelligenza artificiale.
«Le macchine vinceranno l’umanità? Io dico: Guardate la gente e i loro telefoni:
le macchine hanno già vinto».

Oggettivamente quella di Terminator è la favola più temuta della Hollywood moderna: un franchise a pezzi. Trentatré anni dopo che Arnold Schwarzenegger diventasse una star internazionale interpretando un robot assassino inviato dal futuro ad uccidere il capo dei ribelli postapocalittici, ci sono stati quattro sequel (ed una serie TV), e i tre film senza il coinvolgimento del creatore James Cameron hanno deluso i fan costringendo il marchio a saltare di studio in studio, di reboot in reboot.

Terminator: Genisys, il prodotto del 2015 finanziato dalla Skydance Media di David Ellison (che ha comprato i diritti da sua sorella Megan, la quale li ha acquisiti nel 2011 per venti milioni di dollari), ha apparentemente… be’, “terminato” la prospettiva di film futuri. Ma questa è la Hollywood del 2017, e in realtà nessun franchise è realmente morto.
Ellison, con il distributore Paramout (la Fox ha solo i diritti internazionali), ha persuaso Cameron, che il 25 settembre ha iniziato a girare quattro sequel di Avatar, a traghettare Terminator nell’èra dei droni di Amazon, dei bots di Facebook e del timore per l’intelligenza artificiale.

Definendo il tutto «un ritorno alla forma che i fan stavano aspettando sin dai tempi di Terminator 2», Ellison (34 anni) negli ultimi quattro anni ha lavorato segretamente con Cameron e con Tim Miller, che girerà il sequel in previsione dell’uscita del 26 luglio 2019. Hanno creato una “stanza degli scrittori” con David Goyer, Charles Eglee, Josh Friedman e Justin Rhodes, insieme ad Ellison stesso, da sempre fan di Terminator. (Cameron fa capolino nella stanza almeno una volta a settimana.) Il risultato è l’abbozzo di una trilogia con Schwarzenegger, e con la Linda Hamilton dell’originale che passa il testimone ad una donna protagonista più giovane.

Il team spera di lanciare l’equivalente della nuova trilogia di Star Wars, ma con in più la guida del più acclamato filmmaker di tutti i tempi. Per svelare i loro piani e spiegare perché il marchio Terminator sia ancora importante all’interno delle paure del 21° secolo, Cameron e Miller hanno accettato di chiacchierare con “The Hollywood Reporter” il 19 settembre scorso, negli studi della Paramount.

James Cameron e Tim Miller

THR: Allora, come appare un film di Terminator prodotto da James Cameron nel 2017?

CAMERON: È una continuazione della storia partendo da dove eravamo rimasti con Terminator 2, facendo finta che gli altri film siano solo un brutto sogno. O un futuro alternativo, in un multi-verso. Tim ha insistito più di tutti su questo aspetto. L’unica cosa su cui io ho insistito è invece sul fatto che dobbiamo rinnovare e reinventare tutto per il 21° secolo.

MILLER: I primi film sono più attuali oggi di quanto sono stati fatti: sembrano anticipare il mondo in cui oggi viviamo.

THR: Arnold e Linda Hamilton stanno per tornare. Come hai dato loro questa notizia?

CAMERON: Be’, Arnold si aspettava di tornare, perciò è stato facile. Mi sono avvicinato poi a Linda per capire se potesse essere interessata, e…

MILLER: Jim era fottutamente terrorizzato.

CAMERON: Confermo. Mi ci è voluta una settimana solo per trovare il coraggio. No, non è vero. Linda ed io abbiamo uno splendido rapporto, siamo rimasti amici e lei è la madre della mia figlia maggiore. [I due sono stati sposati dal 1997 al 1999. Nota della rivista.] Perciò l’ho chiamata e le ho detto: «Senti, che resti fra di noi. Abbiamo creato questa cosa, diversi decenni fa, e qui arriva il bello: puoi tornare e mostrare a tutti come si fa». Questo perché credo che non si sia fatto gran che [per Sarah Connor] dopo il 1991.

MILLER: Con un personaggio forte com’era lei, pur con tutta la sua femminilità, sono convinto che sarà spettacolare averla: avere una guerriera stagionata com’è diventata lei.

CAMERON: Ci sono attori di 50, 60 e addirittura 70 anni che ancora fanno film d’azione e ammazzano i cattivi da soli, ma non ci sono esempi al femminile, e io penso che dovrebbero esserci.

MILLER: Ecco perché chiameremo Liam Neeson a fare il cattivo, così che lei possa prenderlo a calci nel sedere. (ride)

CAMERON: Lo farà nero.

THR: Liam si è ritirato, dice che ha chiuso con i film d’azione.

MILLER: Davvero? Questo solo perché ha paura che Sarah Connor gli spacchi il culo.

THR: Pensate di introdurre nuove star in questi film futuri, sul modello di Star Wars?

CAMERON: Certamente. L’operazione consiste proprio nel passare il testimone ad una nuova generazione di personaggi. Abbiamo iniziato a cercare una ragazz di 18 anni, o giù di lì, perché sia in pratica il centro focale id queste storie. E poi ci saranno un sacco di altri personaggi dal futuro. Piegheremo il tempo in vari modi complicati. Ma abbiamo il personaggio di Arnold e quello di Linda a fondere tutto. In qualche modo, là – e non saprei ancora dire dove – il testimone verrà passato.

Possibile che gli orripilanti sequel abbiano comunque guadagnato tanto?

L.

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Guida TV in chiaro 6-8 ottobre 2017

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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G2 (1999) Mortal Conquest

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Nella vita, ahinoi, ci sono molte certezze (o presunte tali) di segno negativo. Tra queste rientrano senza dubbio comportamenti, oggetti o altre amenità varie porta sfiga, ad esempio un gatto nero che attraversa la strada, far cadere del sale, rompere uno specchio, un ombrello aperto al chiuso, Daniel Bernhardt. Daniel Bernhardt? Accidempolina, sì. Il perché è presto detto: si tratta di un attore, pur confinato nella serie Z, dalle indiscutibili doti atletiche, marzialmente dignitoso e a livello recitativo decisamente più appetibile di molti, inverecondi colleghi. Eppure… c’è un eppure.
Guardatevi la filmografia in cui si erge al ruolo di protagonista e ditemi se c’è una pellicola decente; no, vero? Quindi i casi sono due: o il buon Daniel ha un’innata propensione masochistica che lo spinge a cercare le peggiori produzioni partorite da mente sub-umana o… è perseguitato da una scalogna immane che poi pervade tutto il set. Come si sarà capito propendo per la seconda ipotesi e, al fine di testarne ulteriormente la veridicità, mi cimento nel disgraziato lungometraggio G2 – Mortal Conquest. [Arrivato in Italia in VHS Sony Pictures il 14 luglio 2000.]

Già il titolo, che occhieggia, ruffiano, alla partecipazione del nostro alla serie TV Mortal Kombat: Conquest (che ovviamente non ci incastra una mazza), fa storcere il naso ma temo che la visione me la deformerà del tutto, la pora nappa. In effetti basta la voce fuori campo che parla di una spada di Alessandro Magno dagli immensi poteri a instillare nello spettatore il sospetto di un trashone d’annata; le immagini cartonesche con cui la mitica arma ci viene presentata su sfondo spaziale… dilatano la perplessità.
Dannatamente confusi ci troviamo proiettati duemila anni fa con un Bernhardt cavaliere e munito del cimelio citato sopra che affronta uno sparuto gruppo di mongoli venendone però trafitto. Ma è un incubo del Daniel, discendente o reincarnazione, come preferite voi, che vive nel mondo contemporaneo (ove interpreta Steven Conlin): peccato, pensavo di essermela cavata con cinque minuti di film. E invece mi tocca soffrire ancora (anche perché in realtà quello scontro remoto, il nostro, l’ha vinto).

Nel frattempo il criminale Parmenion (nientemeno che James Hong), capo proprio dei mongoli del sogno e tornato dal passato per vendicarsi, trova la famosa spada. Capo dei mongoli? Tornato dal passato? Spada magica? Ma che trama è? Hanno promosso un concorso tra pappagalli imbastendo la sceneggiatura in base ai lemmi che casualmente uscivano dal loro becco? Deve essere andata proprio così.
Va detto che anche i primi accenni di recitazione destano una certa angoscia: quando i cattivi si scontrano con una banda rivale rispondono alla pioggia di spari di quest’ultima respingendo ogni singolo proiettile col movimento rapido delle lame; e nel fare ciò ondeggiano il bacino in modo talmente ridicolo da rimembrare la lambada: na nanana-na pum! pam! na-naaa.

È solo l’inizio: per verificare l’efficacia dell’arma uno sgherro partecipa ad uno scontro con un buzzurro che emette unicamente grugniti. Dunque i due, per intimorirsi, si scambiano dei “Grrr” e fanno della facce che nemmeno a Zelig. Non sto esagerando. Comunque Parmenion rintraccia la città dove Daniel lavora come fabbro di spade (sigh), si infiltra nella polizia e indaga su combattimenti clandestini con uso di sciabole, fioretti e compagnia cantante. Il filo logico che fa da sfondo all’opera si intuisce anche dal fatto che i tutori dell’ordine si fanno abbindolare in modo disarmante mentre un ragazzino a cui parlano di spade magiche, incredibilmente, ci crede all’istante… ed è l’unico che ha ragione.
In un mondo normale, il fanciullo, andrebbe preso a scappellotti h24. In un mondo normale, appunto.

Intanto avviene uno scontro tra gendarmi e uomini di Parmenion con l’uomo della lambada sempre sugli scudi: stavolta respinge i colpi nemici addirittura roteando dei fazzoletti legati tra loro. È ormai il mio idolo e ogni volta che lo vedo la tensione dovuta al trash invasivo si scioglie in un dolce sorriso. Già temo il momento dell’inevitabile dipartita.
Mentre i suoi scagnozzi fanno il lavoro sporco, Hong si trastulla con i combattimenti clandestini popolati da uomini armati di catene e bastoni, maschere improbabili, gente che si fa chiamare Conan. Eh, vabbè.

 

Proprio qui si incontrano forse casualmente forse no protagonista ed antagonista, il primo cade in una sorta di trance col secondo che gli fa le linguacce (!?), quindi i due si trovano su un tetto a discutere: vi prego di fare un minuto di silenzio per la morte di qualsiasi forma di coerenza nella trama. Come se non bastasse, quando finalmente Daniel combatte, lo fa contro un avversario la cui principale abilità è essere un mangiafuoco (esattamente) e con un uso della spada che penalizza le sue riconosciute abilità marziali. Peraltro non si capisce per quale motivo si cimenti in tali tornei e Parmenion non si sia risolto a farlo fuori… ma, a questo punto, son quisquilie.

È una pellicola talmente incomprensibile che quando il cattivone ha detto «Non te la do», riferendosi evidentemente al cimelio magico, io ho avuto il preoccupante flash di una sorpresa dietro la patta di Hong. Oh. Mio. Dio.
Si prosegue tra love story imbastite a casaccio, comportamenti folli, sparpagliamenti gratuiti di sangue, combattimenti modalità scherma, flashback più ripetitivi di un «Capra! Capra!» di Sgarbi.

Si prosegue, invero, con molta fatica e, dopo l’ovvia uccisione dell’uomo della lambada, con uno spesso velo di tristezza. Però, almeno, alla luce di quanto visto e sopportato abbiamo la conferma dell’ipotesi iniziale: Daniel Bernhardt porta una tale sfiga che un gatto nero che fa cadere il sale rompendo uno specchio mentre tiene nella zampa un ombrello aperto… può accompagnare solo.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Cinema d’assedio 4. Bataan

Compie cento anni il cinema d’assedio, e per l’occasione ripresento – arricchendo l’apparato fotografico – lo speciale a puntate che ho curato su ThrillerMagazine nel 2013: speciale che poi ho raccolto nell’eBook gratuito Dieci contro mille. Il grande cinema d’assedio.
Scegliete voi se seguirlo a puntate qui, ogni mercoledì, o “bruciare le tappe” con l’eBook.


4. Bataan

(da ThrillerMagazine, 3 maggio 2013)

Come abbiamo visto nella puntata precedente, nel 1942 la Columbia Pictures sta girando Sahara, quello che può definirsi un instant war movie – che si riferisce cioè ad un recentissimo evento bellico realmente accaduto – ma che in realtà è il remake-fotocopia del sovietico Sangue e sabbia.

L’idea, come si è visto, nasce dal fatto che la Paramount nell’agosto di quell’anno ha presentato il suo instant war movie – L’isola della paura (Wake Island) – e la Columbia ha subito voluto seguire la nuova onda: non è l’unica major ad aver fiutato l’idea, così come non è l’unica ad ispirarsi a celebri storie di assedio.

Nell’estate del 1942 la Metro-Goldwyn-Mayer (MGM) compra da David O. Selznick il progetto del film Bataan e come sceneggiatura usa un’idea che l’autore radiofonico Robert Hardy Andrews ha proposto indipendentemente. Alla MGM non sfuggono certo i forti richiami del concorrenziale Sahara alla Pattuglia sperduta di John Ford, così vuole girare un film anch’esso collegato a quel film. (La presenza fra le bozze originali della sceneggiatura di Bataan di riferimenti più che espliciti alla pellicola di Ford è testimoniata da Richard Slotkin nel suo Gunfighter Nation, 1992.)

Visto che il deserto è ormai opzionato dalla Columbia, la MGM decide di ambientare la pellicola in un altro territorio bellico di grande attualità. L’espansionismo giapponese è inarrestabile e i giornali di tutto il mondo lo seguono con apprensione, creando un bacino di utenza sensazionale. Pearl Harbour è però già “occupata” (a maggio del ’42 è appena uscito Remember Pearl Harbour della piccola casa Republic Pictures) così come l’Isola di Wake (il citato L’isola della paura targato Paramount) così la MGM decide di seguire l’esercito nipponico fino alle Filippine…

Nel gennaio del 1942 era iniziato l’assedio giapponese all’avamposto americano nella Provincia di Bataan, nella penisola di Luzon, e con lo scontro finale nell’aprile l’esercito statunitense è costretto a ritirarsi sconfitto. Ci sarà tempo per la riconquista e per gloriose pellicole come Gli eroi del Pacifico (Back to Bataan, 1945) con tanto di John Wayne e Anthony Quinn: nel 1942 c’è solo l’epica tragedia di un esercito sconfitto che si ritrova assediato da un nemico superiore e… invisibile!

Diretto da Ty Garnett, Bataan inizia con l’avvenuta sconfitta americana e con la scelta coraggiosa e tragica del sergente Bill Dance (Robert Taylor). Egli vuole riunire un manipolo di volontari per rimanere nelle retrovie e garantire la fuga al grosso dell’esercito: vuole far saltare un ponte locale, importante e principale via di comunicazione, ma vuole anche rimanere ad assicurarsi che i lavori di ripristino del ponte siano più lenti possibile. Insomma, vuole guidare un gruppo di eroi nel tentativo suicida di fermare l’avanzata dell’esercito giapponese.

Non sarà tecnicamente una “pattuglia perduta”, ma protagonista della storia è sempre un gruppo di uomini di diversa estrazione, cultura e religione che rimane bloccato in uno spazio chiuso e circondato da un nemico invisibile. E quanti sono gli uomini che compongono questo manipolo? Curiosamente sono tredici, come nel film di Mikhail Romm a cui Lawson si è ispirato per il suo Sahara. (In cui però diventano dieci per omaggio alla Lost Patrol di MacDonald-Ford.)

Proprio come nel film della Columbia anche in questo titolo l’OWI (Office of War Information) gradisce l’inserimento di un attore di colore nel cast, anche per tenere buona la NAACP (l’associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore). Mentre in Sahara il personaggio di colore fa parte delle truppe cammellate, qui il nero Wesley Eeps (Kenneth Spencer) è un vero e proprio soldato in forza attiva all’Esercito degli Stati Uniti. Oggi può sembrare scontato che in un plotone di soldati americani ci sia un nero, ma negli anni Quaranta è una vera e propria rivoluzione.

«La fantasia integrazionista mostrata in film come Bataan e Sahara – racconta Lauren Rebecca Sklaroff in Black Culture and the New Deal (2009) – non solo rappresenta il liberismo interraziale in tempo di guerra ma diviene anche marchio di fabbrica della cultura post-bellica.»

Robert Taylor contro tutti

La pellicola – arrivata nelle sale italiane nel luglio del 1964 – ricrea alla perfezione l’angoscia del “nemico invisibile”: non ci sono le dune a coprire l’esercito, bensì la fitta e opprimente vegetazione, dove dietro ogni foglia potrebbe esserci (e spesso c’è!) un occhio malevolo o un fucile puntato.

È un film denso e il più esagerato patriottismo viene controbilanciato da un’ottima prova attoriale: la scena in cui il sergente Dance, ormai isterico, affronta orde di giapponesi a suon di mitragliatrice è davvero emblematica. La scena è presente in entrambe le versioni precedenti (tanto Sangue e sabbia che Sahara, mentre ne La pattuglia sperduta c’è solo un fucile e non una mitragliatrice), ma lì il personaggio affrontava con impeccabile aplomb il nemico superiore quasi con sprezzo del pericolo. In Bataan c’è la disperata follia dell’ultimo uomo contro il mondo, che manda giù i nemici con un machismo isterico che può nascere solo dalla consapevolezza di aver perso.

Tredici uomini assediati nella giungla

Un’ultima parola per il numero dei protagonisti. Mentre nelle varie versioni della Pattuglia sperduta si parla sempre di soldati che si ritrovano in una situazione di pericolo, in Bataan per la prima volta ci troviamo di fronte a dei volontari. Tredici volontari per una missione suicida… Che questo film sia stato visto anche dai giapponesi, che vent’anni dopo tireranno fuori la pellicola 13 Assassins? Tredici samurai che si votano ad una missione suicida, ma visto che il tredicesimo ha un ruolo minimo nella vicenda, forse hanno fatto meglio gli americani a tirarne fuori Quella sporca dozzina… Ma questa è un’altra storia.

Il successo della pellicola spinge la RKO ad approfittare della riconquista della Provincia di Bataan e a girare nel maggio del 1945 il citato Gli eroi del Pacifico (Back to Bataan): non si parla però di assedio, c’è solo John Wayne che guida la resistenza filippina a suon di stelle e strisce.

Vistasi sottratta la propria location, la MGM ingaggia lo stesso attore e lo affida nelle sapienti mani di John Ford, compra i diritti del romanzo They Were Expendable – scritto nel ’42 dal cronista di guerra e romanziere William L. White – e nel dicembre 1945 sfida la RKO con il film I sacrificati di Bataan. (Che arriva in Italia nel giugno del 1963, paradossalmente prima del Bataan originario.) Malgrado la locandina con Wayne che corre all’attacco, il film è soporifero e praticamente immobile, senza lasciare filtri alla letale dose di propaganda bellica e moralismo spicciolo.

Purtroppo Bataan non ha più storie di assedio da offrire: per trovarne di buone dobbiamo andare nella vicina Manila… come vedremo la settimana prossima.

L.

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Delta Force 2 (1990) Colombia Connection

La Cannon ormai ha i minuti contati, la mitica opera congiunta dei cugini Menahem Golan e Yoram Globus è giunta al capolinea: con la fine degli anni Ottanta non è più tempo di eroi, ora è solo tempo di raccogliere le ultime briciole.
Per questo la casa non ha problemi a dare il nulla osta al giovane Aaron Norris, fratellino di Chuck che dopo una lunga gavetta come stuntman ora vuole giocare a fare il regista.
Una regia acerba e una sceneggiatura scritta a caso da un passante di nome Lee Reynolds, tanto quello che importa è avere in video una secchiata di caratteristi e la barbona di Chuck Norris: ballando sulle ceneri della Cannon che fu, arriva il devastante Delta Force 2: The Colombian Connection.

Più colore, meno qualità

Presentato (con che coraggio?) al Festival di Cannes nel maggio del 1990, esce in patria americana il 24 agosto successivo. Non ho trovato tracce del suo arrivo in Italia prima del marzo 1992, quando appare in VHS Warner Home Video – con il chilometrico titolo Delta Force 2. Colombia Connection: Il massacro – insieme al suo gemello scemo Delta Force 3 (1991).
Appare su Rai1 la notte del 31 ottobre 2002 e in genere rimane drasticamente meno noto in Italia rispetto al primo episodio, sebbene la locandina con Chuck e il suo mitra sia riportata da chiunque e in ogni luogo.
La Fox Video lo ristampa in VHS e DVD dal 30 agosto 2000 e poi dal 18 febbraio 2002, mentre la Hobby & Works lo portano in edicola nel 2010 nel ciclo “Chuck Norris il Mito”.

Pensa che qua una volta era tutta cocaina!

Vi ricordate Delta Force (1986)? Be’, non c’entra una mazza. Sia come trama che come atmosfera che come personaggi che come tutto.
L’unico collegamento è il maggiore Scott McCoy, che è diventato colonnello e non sa che fare nella vita se non menare la gente.

Io meno perché ci tengo, e se prometto di menare poi mantengo

Quale sarà il pericolo internazionale stavolta? Quale sarà l’emergenza terroristica da affrontare? Nessuna, sono finiti quei tempi e a parlare troppo di terrorismo poi la gente si spaventa. Gli spettatori degli anni Novanta vogliono la droga, che è più rassicurante.
Così conosciamo il super-cattivissimo Ramon Cota, uno spietatisismo trafficante colombiano così colombiano, ma così colombiano… da essere interpretato dal mitico Billy Drago originario del Kansas.

Ciao, bella gioia: mi regali un po’ di barba?

Ramon Cota va in giro ad ammazzare tutti quelli che incontra, uccide chi lavora per lui e i suoi figli e i suoi parenti. Fa accurate ricerche genealogiche per andare a uccidere anche i bisnonni e i trisavoli di chi lavora per lui. Se gli fai uno sgarro, trova tuo zio in Australia e gli ammazza pure il gatto.
È un lavoro sfibrante essere Ramon Cota, e passare ogni istante della propria vita ad uccidere gente: ha reso desertiche vaste zone del Sud America tanto che finalmente diventa un problema internazionale, e partono famiglie da tutto il mondo per andare a ricolonizzare quel continente. L’equipaggio di Alien: Covenant (2017) stava viaggiando alla volta del Sud America per portare la razza umana lì dove Ramon Cota l’aveva estirpata.

Qui dovremmo credere che Chuck fa il paracadutista

McCoy e il suo fraterno amico Bobby (Paul Perri) partono ad acciuffare Ramon di nascosto e lo portano in tribunale, a rispondere dell’accusa di rumori molesti: le grida della gente che uccide tiene svegli i vicini. Ovviamente la giustizia americana è impotente e per vendetta Ramon uccide Bobby, sua moglie, suo figlio, il cane, il gatto, l’elefante e trova pure i due liocorni per ucciderli.
A McCoy non torce un capello, per motivi misteriosi.

Un addestramento dove Chuck mena e gli altri stanno fermi

Quindi ora parte la Delta Force per vendicare la morte di Bobby? Delta Force? E che roba è? Che c’entra con questo film? No, c’è solo il noto caratterista John P. Ryan che fa le boccacce del generale Taylor e va in giro con l’elicottero a sparare alle cose. Fine della Delta Force.
Intanto McCoy parte da solo per arrivare in Colombia a piedi contromano, perché se no che eroe è? In fondo il viaggio viene rappresentato abbastanza veloce: servono solo due giorni per scalare una collina di due metri, poi si fanno mille chilometri in due fotogrammi.

Ora vi mostro la tecnica del “Mira dove te lo pongo el dito”

Dopo un lungo viaggio McCoy arriva nella camera da letto di Ramon: oh, bella grande è bella grande, ma magari prima poteva passare da qualche altro ambiente della casa. No, a lui serviva proprio la camera da letto così può fare a botte male con Rick Prieto, maestro marziale amico di Chuck che cura anche le (pessime) coreografie del film.
I due danno vita ad un combattimento tristissimo e brutto in modo imbarazzante: come facevano i loro allievi a non scappare via dalle rispettive scuole marziali? Sembrano due vecchi che si menano col giornale…

E mo’ te lo faccio vede’ pure a te, dove te lo pongo el dito

Mentre personaggi fanno e dicono cose in libertà, mentre decine di comparse cadono per terra durante i lunghi e inutili spari mitraglianti di gente a caso, il film procede stancamente: sono poco più di 100 minuti che sembrano 100 ore. Anche perché il ritmo è totalmente sballato – essendo scritto male e diretto peggio – e non fa che iniziare finire in continuazione.
Intanto Chuck fa le facce con la barba e prova mille “frasi maschie” alla ricerca di qualcosa di buono: non lo trova. L’unico dialogo divertente è quando, la prima volta che è acciuffato, Ramon si ritrova davanti al portello aperto di un aereo e chiede a Chuck di lasciarlo andare… E lui risponde «Ok!» buttandolo fuori. Ecco, quei due o tre fotogrammi sono carini, il resto è da dimenticare.

Vi prego… finiamo ‘sto film, che non ce la faccio più!

Sembra impossibile che siano passati solamente quattro anni dal film precedente: sembrano universi lontani e incompatibili. Chuck sembra già a fine a carriera che recupera un brand di successo per alzare due soldi, ma di sicuro il nostro Norris ha capito da quale parte soffia il vento.
Per tutto il film infatti Chuck combatte non solo in modo brutto e raffazzonato – come farà per tutta la sua carriera – ma ricalcando perfettamente lo stile di Steven Seagal, che aveva già esordito con Nico (1988). Avete presente lo stile di Seagal di buttare per terra tizi la metà di lui in lunghe scene che ammazzano il ritmo del combattimento? Ecco, qui Chuck fa lo stesso. Piuttosto che tirare una tecnica buona e pulita – cosa che gli è sempre stata impossibile – preferisce fare leve fighette totalmente ingiustificate.
Ha capito che il futuro è di chi chiacchiera e non combatte… ma il problema è che Chuck non chiacchiera mai!

Giusto per dimostrare la grande scioltezza di Chucko de Legno

Un film brutto e noioso da morire, che dimostra la fine totale e assoluta della Cannon, ma purtroppo è solo uno dei tanti falsi lanci di Chuck: c’è davvero gente che dopo filmucoli come questo si è fomentata con il mito di Norris…

L.

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Rebound (2005) Un allenatore in palla

Continua l’omaggio a Cassidy, noto grande fan della pallacanestro a cui dedico questo ciclo di post su film che trattino l’argomento.

Prima del successo di Una notte da leoni (2009) Jon Lucas e Scott Moore scrivono commedie leggere e frizzanti, come questo Rebound: proprio come il coetaneo Coach Carter (gennaio 2005) è un film assolutamente prevedibile, scena per scena, ma è talmente simpatico che si lascia ben vedere.

Grafica cool e giovane… va be’…

Uscito in patria il 1° luglio 2005, arriva nelle sale italiane l’11 agosto 2006 (fonte: ComingSoon.it) con il titolo Un allenatore in palla. La Fox Video lo porta in DVD dal gennaio 2007.

Martin Lawrence nel doppio ruolo di coach e predicatore (viola)

Il coach Roy McCormick (Martin Lawrence) è il classico allenatore delle squadre di alto livello che da tempo ha perso il contatto con la realtà: tratta male i propri giocatori, litiga con gli arbitri e in generale rispetta quell’immagine di burbero che credo esista sul serio, sui campi da basket.

Ce la fai a fare la faccia da duro?

Supera il segno e viene cacciato, ritrovandosi talmente in crisi da accettare la proposta di una sgangherata scuola di provincia: allenare una squadra di ragazzini però è l’immagine giusta per fare pace con l’opinione pubblica.

Il meglio del peggio!

Inizia una storia che definire scontata è davvero riduttivo: ogni singolo fotogramma è assolutamente prevedibile e ogni personaggio fa quello che è immaginabile già dalla prima volta che entra in campo.

Tutto scontato, ma alla fine sono personaggi simpatici

Però alla fin fine è un film frizzante, che non si prende sul serio e che vuole solo intrattenere con leggerezza. Secondo me il risultato se lo porta a casa comunque.

La grintosa Tara Correa, uccisa pochi mesi dopo il film…

La nota dolente è che la simpatica Tara Correa, la Big Mac che picchia tutti ma dagli occhi che conquistano, pochi mesi dopo l’uscita del film finisce per caso in una sparatoria fra gang: muore il 21 ottobre 2005, all’età di 16 anni, proprio mentre iniziava la sua carriera di attrice cine-televisiva. Tanto per ricordare che la California è anche questo.

L.

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