Chuck Norris 10. Silent Rage

Brutto passo indietro per il nostro eroe: forse lo slancio in avanti è stato troppo forte…

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

Questa è una storia di profondo mistero, una storia incomprensibile e a cui voi sicuramente non crederete, come non ci credo io. Eppure pare che questo ridicolo filmaccio inguardabile sia stato prodotto dalla blasonata Columbia Pictures con addirittura 5 milioni di bigliettoni come budget. Ripeto: io non ci credo.

Una casa come la Columbia affida ad un registino alle prime armi come Michael Miller un film che non è palesemente in grado di affrontare – infatti poi passerà il resto della sua carriera in TV – ed accetta come sceneggiatore Joseph Fraley, amico di Norris che aveva contribuito al soggetto di Good Guys Wear Black (1978) e che poi giustamente non lavorerà mai più nel cinema.

Assicuratasi di sbagliare il casting in maniera totale, la casa può creare il film suicida perfetto: il grande mistero è come Norris sia sopravvissuto a questo disastro totale e globale.

Uscito in patria il 2 aprile 1982, Silent Rage arriva sul tavolo della censura italiana già il 7 giugno successivo, e ne esce il 1° luglio con un nulla osta ma anche con un divieto ai minori di 18 anni, del tutto ingiustificato visto che parliamo di una stupidata inoffensiva. Eppure la commissione è rimasta colpita dalle «scene di grande violenza e di orrore» (stando ad ItaliaTaglia).
Nel novembre 1989 il divieto scenderà ai 14 anni e scomparirà del tutto dal 1991 (insieme al film!), ma intanto il 24 luglio 1982 arriva nelle sale italiane con il titolo Terrore in città.

La Columbia TriStar lo porta in VHS nell’ottobre 1987 e il primo passaggio televisivo noto è sabato 2 novembre 1991 su Italia1: scopro oggi, dopo 28 anni, di aver visto in diretta la prima trasmissione del film! All’epoca infatti registravo dalla TV qualsiasi cosa assomigliasse anche solo lontanamente alle arti marziali quindi Chuck – sebbene lo detestassi – era sempre tenuto d’occhio.
Ecco quindi un nuovo reperto archeologico dall’Archivio Etrusco:

Un’esclusiva dell’Archivio Segreto Etrusco

L’unica edizione DVD nota è quella uscita espressamente per Hobby&Work nella sua collana da edicola “Chuck Norris: il mito”.

Immotivata vetrata per un titolo immotivato

John Kirby (Brian Libby) si sente un po’ agitato, i figli di una signora che non si sa chi sia – plausibilmente la padrona di casa – sono molto rumorosi, così l’uomo chiama il suo psichiatra per dirgli che sta male e che sta per esplodere. Peccato che a curarlo sia il molto poco efficace dottor Tom Halman (un Ron Silver assolutamente buttato via), che oltre a non fare nulla peggiora la situazione.
Così per colpa dei ragazzini rumorosi Kirby si trasforma in un serial killer assetato di sangue che comincia a massacrare tutti con l’accetta. Giusto perché questa è una sceneggiatura sottile…

«Here’s Johnny!» (cit.)

Nel silenzio più totale – i primi 15 minuti di film sono in pratica muti, per motivi ignoti – arriva lo sceriffo Dan Stevens (Norris) dal nulla: forse passava di là, o forse pure lui ha sentito i ragazzini caciaroni.

Chuck ha avvertito il pericolo grazie ai baffi ricettivi

Con gran fatica riesce ad immobilizzare Kirby, che presenta una forza disumana del tutto immotivata, tanto da liberarsi e per fermarlo tocca sparargli con il fucile da elefanti. La città è in buone mani con lo sceriffo Stevens e il suo vice Charlie (Stephen Furst).

Il braccio demente della legge

Perché l’attore rotondetto reso celebre da Animal House (1978) è stato scelto per fare il vice-sceriffo di questa storia? Addirittura lo vediamo agitare la sua pistoletta giocattolo allo specchio lanciandosi nel «Stai parlando con me?» tipico del citazionismo da Taxi Driver (1976), quindi è la spalla comica di Norris? Lui poi lo tratta come un bambino deficiente, come se l’essere sovrappeso fosse segno di idiozia: purtroppo il comportamento del personaggio fa propendere per l’ipotesi del diversamente abile interpretato da un diversamente attore.

Il giudizio dello psichiatra Ron Silver è: so’ tutti matti!

Se non mettesse già abbastanza paura la spalla comica, la storia d’un tratto si trasforma in fanta-horror. Perché nell’ospedale dove cercano di salvare Kirby hanno una bella pensata: ormai il tizio è carne morta, perché non usarlo come cavia di un esperimento che stanno portando avanti in segreto? Un esperimento per far tornare in vita i morti e renderli soldati universali. Gran bella trovata di sceneggiatura…

Come girare una scena ospedaliera cialtronissima!

Così Kirby, che già era un serial killer dai super-poteri alla Hulk, ora è un assassino spietato alla Wolverine, le cui ferite cioè rimarginano da sole. Inizia a camminare come un Terminator e a vendicarsi di.. no, non lo so cosa faccia, semplicemente insegue gli unici altri attori del cast.

L’uomo che uccide un film morto

Intanto c’è la lunga parentesi in cui Chuck mena i motociclisti che fa ancora più spavento. Probabilmente è un sottile gioco di sceneggiatura per far capire agli spettatori che il biondo americano fuck yeah non ama i figli dei fiori, essendo lui per il sistema costituito e quindi allergico agli “alternativi”, ed è uno sceriffo che appena vede un vagabondo lo pista di botte: in fondo sei mesi dopo questo film uscirà Rambo (1982), quindi certi discorsi stavano nell’aria.
Però, ripeto, come Norris sia sopravvissuto come attore all’ecatombe di un prodotto cialtronesco come questo è un grande mistero.

Tu sei il male, ed io sono la cura… omeopatica

Per fortuna il vicesceriffo Charlie si innamora di un paio di tette tatuate, così almeno ci consoliamo con questa parentesi zinnefila a sorpresa…

Il resto, questo pomeriggio!

Finito di menare i motociclisti fricchettoni, tutto il resto del film è focalizzato su Terminator Kirby che non dice una sola parola ma cammina e ammazza. Va be’, in realtà non ammazza nessuno perché il budget è finito ed è rimasta solo un’attrice disponibile a fare da vittima, la straordinariamente inutile Toni Kalem, ma diciamo che teoricamente è una situazione di pericolo.

Il Terminator zombie…

Fuggendo in auto ed anticipando una scena identica di Terminator 2 (1991), anche se qui Kirby non è ancora di acciaio fuso, il film procede stancamente verso la buffonata finale: lo scontro marziale. Sceriffo vs Terminator… che tristezza…

Sposo in pieno il giudizio del giornalista de “La Stampa” del 27 luglio 1982:

«Un prodotto goffo quanto inutile, appesantito da pleonastiche divagazioni facete, affidate a un allievo poliziotto imbambolato.»

Purtroppo, è tutto vero.

Terminator vs Baffo D’Oro

Al di là della qualità diarroica della pellicola e della totale buffonaggine della sceneggiatura, ciò che brucia è che fino a questo momento Norris ha avuto una costante evoluzione, e in pochi anni ha fatto quello che nessun altro in America ha pensato di fare: l’attore marziale. C’erano atleti prestati al cinema, c’erano attori con vaghissime (e spesso solo millantate) conoscenze marziali, c’erano caratteristi di vari “colori” (dalle comparse asiatiche agli esagerati protagonisti della blackspoitation) e altre varie sfumature, ma un attore protagonista che provenisse dal ring e cercasse di fondere recitazione e combattimento marziale in film “normali” davvero non esisteva in Occidente. E Norris stava facendo un ottimo lavoro: questa robaccia è un inciampo enorme, una caduta di stile davvero imbarazzante.

L’unico (triste) momento quasi marziale del film

Succede qualcosa di molto brutto nel combattimento finale: all’improvviso Chuck perde il kimè. Lui che si professa karateka dovrebbe saperlo meglio di altri: ci sono vari modi per descrivere il kimè, ma fondamentalmente è un’eleganza d’esecuzione che simboleggia la concentrazione perfetta.
Se do un pugno e casco per terra, se do un calcio e casco per terra, non sto facendo del karate né alcun’altra arte marziale: sto dando pugni e calci a casaccio. Non è un kumite, un incontro marziale: è una rissa da bar. Fino a questo 1982 Norris ha fatto di tutto per mantenere un certo kimè, cioè per mantenere anche su schermo l’eleganza che permea ogni arte marziale: qui svacca… e non si rialzerà mai più.

Vedremo quello che succederà nelle prossime settimane, ma posso già anticipare che da questo momento in poi Norris butterà via le tecniche senza un solo briciolo di eleganza: ecco perché nel 1988 ha conquistato il mondo un belga di nome Van Damme, che con giusto una conoscenza marziale di base è riuscito comunque a rendere alla perfezione il kimè, ha dato eleganza al cinema marziale come non ne aveva da anni. Dalle risse da bar a cui eravamo abituati ci ha portati nel kumite, e niente è stato più lo stesso.

L.

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Guida TV in chiaro 15-17 marzo 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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U.S. Seals II (2001) Ricatto a Washington

È soltanto da 17 anni che aspetto questo momento, e finalmente con il Cofanetto Action preso su Amazon – quattro rarissimi filmacci a 7 euro totali! – i miei occhi possono tornare a brillare come quella lontana sera di domenica 6 ottobre 2002, quando Rai2… lo so, pare incredibile, ma giuro che era proprio Rai2 che ha accantonato il bigotto vecchiume che la contraddistingue per trasmettere in prima serata Ricatto a Washington, per la prima ed unica volta nella storia italiana.

Ricordi di un’occasione unica…

Ed io ero lì, ignaro di star assistendo al più raro degli spettacoli di serie Z: non ho trovato prove che quel film sia mai stato ritrasmesso e quindi le schermate che vi regalo di seguito – perché quella sera avevo il videoregistratore pronto! – sono un’altra rarità marziale che trovate solo dall’Etrusco.

Dagli Archivi Segreti Etruschi

Quella sera non lo sapevo, ma stavo ammirando uno dei fratelli di Boyka…

Un titolo semplice per un film mitico

Risale al 21 giugno 2001 l’uscita americana di U.S. Seals II, a volte seguito dal sottotitolo The Ultimate Force, un altro dei geniali prodotti di serie Z della Millennium Films, casa figlia della regina Nu Image Films.
I nostri israelo-americani preferiti volevano girare il seguito di U.S. Seals (2000) ma la mano è scappata, e sapete perché? Perché alla regia hanno messo Isaac Florentine, fra i più grandi appassionati di cinema marziale della storia: ancora non aveva Scott Adkins sotto mano, ma vi assicuro che ha trovato degni sostituti.

Il solito cameo dell’ubiquo bulgaro Velizar Binev

Se il primo film era un tipico “porno-war” della Nu Image/Millennium, l’arrivo alla sceneggiatura di Boaz Davidson cambia tutte le carte in tavola. Perché se Florentine respira marzialità, Boaz non gli è certo secondo. Ed entrambi sono figli della Cannon.
Per darvi un’idea di chi stiamo parlando, perché purtroppo temo che oggi questi siano nomi ben poco noti, nelle Filippine del 1980 il nostro Franco Nero stava svogliatamente girando il più grande film ninja di sempre, che avrebbe da solo scritto le regole di un genere che avrebbe staccato decine di milioni di biglietti in ogni anfratto del mondo. Sapete chi c’era sulla sedia del regista, a girare il film della vita? Boaz Davidson.
Poi però Charles Bronson arriva sul set de Il giustiziere della notte 2, prende il regista Menahem Golan e lo caccia a pedate: vuole solo Michael Winner come regista. Il calcione preso da Golan è così forte che lo fa cadere nelle Filippine, dove a sua volta prende a calci il povero Boaz e lo manda via: L’invincibile ninja ora lo dirige Golan, che non ha altro da fare.

Voi penserete che Boaz Davidson se la sia presa per essersi visto scippato il progetto della vita, e fate bene. Boaz sa che la vendetta è un piatto che va gustato freddo, così quando trent’anni dopo – quando ormai tutto è freddo – l’uscita di Ninja Assassin (2009) fa erroneamente pensare ad una rinascita del cinema ninja, ed Isaac Florentine con la Millennium Films tutta lo chiamano per scrivere un film con i guerrieri delle ombre, secondo voi Boaz che fa? Si prende la vendetta della vita.
Scopiazza palesemente L’invincibile ninja che non gli è stato fatto girare nel 1980, e addirittura c’è pure lo stesso attore Shô Kosugi da utilizzare! Il risultato è Ninja (2009) con Scott Adkins nel ruolo che fu di Franco Nero, mutatis mutandis.
Isaac e Boaz insieme grondano marzialità da tutti i pori e sono cresciuti alla scuola di Menahem Golan, nel bene e nel male: quando vedete la loro firma, vi conviene mettervi comodi: perché lo spettacolo sarà di quelli buoni.

Michael Worth fa sciogliere i cuori Zintage

Pacifico del Nord, c’è un uomo che si prepara all’azione: è il tenente Casey Sheppard e ha il volto di Michael Worth. Qui si vede subito quando Zintage avete nel cuore, perché dovreste esultare davanti a questo nome. Era il “kickboxer kid” degli anni Novanta, il suo fisico mingherlino lo rendeva il perfetto “buono” dei film marziali del periodo, che arrivavano in Italia a secchiate e le TV facevano a botte per trasmettere, prima del Grande Silenzio Totale.
Ecco perché mi incazzo con i fan di Steven Seagal, perché prima del Mago Pancione c’erano decine di grandi attori marziali fra cui scegliere, mentre ora c’è solo il Pizzo Che Uccide…

Con quella faccia e quel fisico, poteva fare solo il “buono”

Insieme a Frank Ratliff (Damian Chapa), che già dalla faccia si capisce che è cattivo dentro, Sheppard fa parte di una squadra scelta dell’esercito americano specializzata in missioni segrete che fa cose, vede gente ma più che altro la fa fuori, la gente.
E poi si va tutti in palestra ad Okinawa dal maestro Matsumura (il solito caratterista George Cheung).

Ovviamente qui non c’è nulla che assomigli alle arti giapponesi

L’amicizia fra Sheppard e Ratliff subisce un serio colpo quando quest’ultimo invece di riaccompagnare a casa la giovane, disinibita e ubriaca figlia del maestro Matsumura, ne approfitta per stuprarla e ucciderla. Giusto per far capire che questo non è un film di “sfumature”.
Il maestro si suicida e Sheppard abbandona l’esercito: a dieci minuti di film già è successo un disastro, ed è ancora niente. Perché tre anni dopo Ratliff ormai è un Signore del Male e con la sua squadra ruba un gas e pure un missile nucleare con cui minacciare il mondo. Questo pazzo può essere fermato da un uomo solo: andate a richiamare Sheppard!

Un cattivo con le carte in regola

Fin qui potreste pensare che è il solito filmetto d’azione già visto mille volte, ma tranquilli: l’accoppiata Florentine/Davidson sta per esplodere. Perché il gas che Ratliff ha rubato è così sensibile che basta una sola scintilla per far saltare tutto in aria, sia l’isola dove il Signore del Male si è sistemato sia il missilone nucleare.
E quindi? Semplice: serve una squadra segreta di uomini super-addestrati… nel colpire senza utilizzare le armi da fuoco. In pratica, serve un gruppo di artisti marziali pronti a regalarci scene di combattimento da far battere il cuore. Forte. Sempre.

Il resto del film è tutto così!

Il tempo di mettere in piedi la squadra, formata ovviamente da sette magnifici guerrieri. Oh, andiamoci piano coi numeri che poi gli spettatori si fanno delle aspettative: il primo soldato muore come un coglione dopo due secondi che la missione è iniziata, quindi diciamo che sono sei, Sheppard compreso. Eccoli:

Spara-palle ad aria compressa (Marshall R. Teague), lo potete incontrare in ogni bar

Er Catena (Dan Southworth), un uomo da tenere appeso

L’asta che pure metà basta (Hakim Alston)

Faccio le facce (?), un uomo dai nervi sempre in tiro

Bada che spada (Karen Kim), finta giapponese ma vero portento

Quello che segue è un film in puro stile di Hong Kong anni Novanta – non a caso il coreografo dei combattimenti e regista della seconda unità è Andy Cheng, che si ritaglia il ruolo di super-cattivo così come lo si vedeva fare capolino in molti film d’azione americani del periodo – e in pratica tutte le trovate che ormai i cinesi non facevano più… le fa questo film!

Andy Cheng, della scuola di Jackie Chan

Come se ci trovassimo nel magazzino di Jackie Chan – e non a caso Cheng ancora nel 1999 faceva parte del Jackie Chan Stuntman Team – siamo in una città fatta unicamente di rifiuti, tra frigoriferi ed armadietti di scuola, così che ogni volta che qualcuno cade possa fare più rumore e scena possibile. E qui parliamo di un esercito di stuntman che vola e cade a getto continuo.

Sei contro cento… ma poi quei sei si sono incazzati!

Colpi di qua, colpi di là, cosa accadrà, cosa accadrà? La trama in pratica può dirsi chiusa a venti minuti dall’inizio, perché il resto è pura azione marziale come non se ne vedeva dalla metà degli anni Novanta, e purtroppo non se ne vedrà più ad eccezione dei prodotti di Florentine, il vero grande erede di Cannon ed Hong Kong messi insieme!

Tie’, pure tecniche alla Matrix molto in voga all’epoca!

Movimenti esagerati, espressioni esagerate, inquadrature esagerate, mosse esagerate, tutto è esagerato e quindi lo spettacolo è assicurato in ogni fotogramma.

Il momento “caldo” del film…

Una parola va spesa per la londinese Sophia Crawford, bionda atleta che ha passato gli anni Novanta a fare la cattiva nei film di Hong Kong senza trovare mai il “riscatto occidentale” toccato ai suoi colleghi: al massimo la trovate intervistata nel mitico documentario Le furie del cinema (1994) di Toby Russell.

Sophia Crawford: la bona che fa la cattiva

A parte il suo fisico più che evidente, va sottolineato che non è la solita biondina che finge di saper combattere: è una stuntwoman professionista perfettamente capace di gestire una scena di combattimento, e qui contro la ameri-coreana Karen Kim dà spettacolo di sé.
Una curiosità: all’apice della sua carriera di Hong Kong è stata chiamata dalla produzione americana di Facile preda (1995) e sarebbe stato divertente se avesse fatto la stunt double della sua omonima americana Cindy Crawford, invece sostituisce Jenette Goldstein (la Vasquez di Aliens) nelle scene pericolose.

Non ti mentirò: questa cosa farà male…

Non ne fanno più di film come U.S. Seals II, puri concentrati di azione marziale come solo Isaac Florentine poteva dirigere e Boaz Davidson scrivere: la Millennium Films è la casa dei sogni per chi ha la Z nel cuore e gli anni Novanta negli occhi…

L.

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L’uomo che uccise se stesso (1970) e i suoi fratelli

Quale modo migliore di omaggiare il Doppio… se non con un doppio mese ad esso dedicato?

Tutto questo è colpa di Kuku! Nei miei piani avrei dovuto chiudere il febbraio del doppio con L’uomo che uccise se stesso, un film che non rivedevo da quando ero bambino, poi invece CineCivetta esce con un delizioso pezzo sullo stesso film e decido di soprassedere: ma Kuku nei commenti mi scrive:

«Ti proibisco categoricamente di NON scriverci un post! E se non lo vuoi fare tu, fallo scrivere al tuo doppio!»

Come resistere? Ma non potevo semplicemente recensire il film, dovevo fare qualcosa di più: dovevo sdoppiarmi per seguire le due anime del signor Pelham. L’indagine che segue, dunque, è tutta colpa di Kuku!!!

Un film su un doppio che ha una doppia anima

Classe 1897, il britannico Anthony Armstrong è stato uno scrittore molto attivo agli inizi del Novecento, pubblicando racconti su riviste e firmando testi teatrali, che in seguito verranno più volte trasformati in film. Il suo lancio nel rutilante mondo di celluloide è firmato da Alfred Hitchcock, e scusate se è poco: Armstrong adatta (anche se non da solo) per il grande schermo un romanzo di Josephine Tey, il cui risultato è il film Giovane e innocente (1937).
Al di là di questo suo contributo attivo, hanno più successo suoi testi già scritti trasformati da altri in sceneggiature per il cinema.

Prima apparizione del racconto

Il 30 ottobre 1948 l’autorevole BBC manda in onda un film televisivo dal titolo The Case of Mr. Pelham, in cui Duncan Ross adatta per lo schermo un racconto di Armstrong “da un’idea di Ian C. Messiter”: chi sia quest’ultimo è purtroppo ignoto, né sono riuscito a trovare il motivo della sua citazione, quindi devo abbandonare la sua “pista”.
Ross per la sua sceneggiatura televisiva attinge al racconto omonimo di Armstrong apparso nel novembre 1940 sul numero 84 della rivista statunitense “Esquire”, nata nel 1933.

Il film televisivo della BBC – credo ormai introvabile – deve aver smosso qualcosa, perché il racconto di Armstrong torna in patria e viene ristampato su “Britannia and Eve” nel gennaio 1952 e su “Magpie” nell’aprile 1953, ma il verso successo arriverà solo due anni dopo: il 1955 è l’annus mirabilis di Mr. Pelham…

La BBC di nuovo usa il racconto per un altro film televisivo omonimo – di nuovo perso nella memoria – trasmesso il 17 novembre 1955 e sceneggiato di nuovo da Ross. sempre da un’idea del misterioso Messiter. Ma intanto nel giugno precedente il testo di Armstrong è apparso sull’autorevole “Ellery Queen’s Mystery Magazine” – sia nella versione americana che britannica, e ad agosto esce anche in quella australiana! – e deve aver colpito l’attenzione dei produttori americani: a quasi vent’anni di distanza, Hitchcock ed Armstrong tornano ad unire i propri nomi, visto che il 4 dicembre va in onda l’episodio 1×10 della serie-contenitore “Alfred Hitchcock presenta“, dal titolo ovviamente The Case of Mr. Pelham. Il misterioso Messiter scompare e la sceneggiatura è del solo Francis Cockrell.

Hitchcock torna ad utilizzare Armstrong

Finito quel 1955 così ricco, il caso del signor Pelham riappare solo nell’Ellery Queen’s Anthology n. 60 (1989), grazie alla quale arriva in Italia nell’antologia stagionale mondadoriana “Inverno Giallo 91-92” (ottobre 1991): anni di cacce su bancarella e la pazza idea di schedare questa serie di antologie hanno fatto sì che mi sia ritrovato il racconto in casa senza neanche saperlo!
E se invece all’epoca l’avesse comprato il mio doppio?

Mondadori, ottobre 1991

Il signor Pelham è un classico piccolo borghese di Londra, proprietario di un’azienda di import-export che procede pacatamente senza scossoni. Siamo nel 1940 ma non c’è traccia di guerra, Pelham frequenta gli esclusivi club maschili e gioca a golf, ma nel giro di due settimane d’un tratto ben due suoi amici gli rimproverano di non averli salutati, incontrandoli per strada. Il nostro protagonista non ricorda minimamente di averli incontrati, e così inizia la “vita” del suo Doppione.
Giorno dopo giorno la tranquilla vita del signor Pelham si sgretola man mano che strani avvenimenti si fanno sempre più gravi, fino a fargli accettare il fatto che un suo sosia si stia insinuando sempre più nella sua vita. Gli piomba in casa e ne esce un secondo prima che lui entri, va a lavoro quando lui manca e via dicendo, ma la cosa strana è che non fa danni: semplicemente vivono entrambi la stessa vita. Però… il sosia è più ardito, e negli affari è più aggressivo del mansueto signor Pelham.

Contattato uno psicologo e un sacerdote, senza alcun risultato, il signor Pelham prova a cambiare abitudini (e cravatta) per poter beccare il sosia sul fatto, finché un giorno addirittura si appresta a partire da Londra nella speranza che questo fermi il suo doppione, ma rientrando in casa per fare le valigie… lo trova lì. Identico a lui in ogni più singolo aspetto, tranne gli occhi di un colore diverso. E il Doppione gli rimprovera di stargli rovinando la vita, cercando di spacciarsi per lui.
Che il signor Pelham sia impazzito? Ma è tutta una messinscena a favore del maggiordomo, che si convince come il suo vero padrone sia il sosia: quest’ultimo, rimasto solo con il protagonista, gli dice che ora prenderà il suo posto. E il nostro signor Pelham finirà in manicomio e poi in disgrazia, mentre il Doppione prospererà con il suo modo di affrontare la vita in modo più aggressivo.

Armstrong non ci spiega nulla, si limita a questa trovata finale del “buono” che cade e il Doppione che diventa originale, ma non ci dice se questo sosia sia un semplice truffatore che voglia sfruttare la propria rassomiglianza per sostituirsi a Pelham… o qualcos’altro. Gli eventi descritti nel racconto, infatti, sono assolutamente inspiegabili a meno di un intervento paranormale che però non viene mai specificato.
Né lo accenna anche solo vagamente la versione di Hitch…

Il “bignamino” della storia

Non esistono tracce di trasmissione italiana di questo episodio dell'”Alfred Hitchcock presenta” e temo sia stato doppiato solo in occasione delle recenti rimasterizzazioni dei cofanetti della serie: non a caso nel 1974 per stroncare il film con Roger Moore un critico italiano disse che il regista aveva ambizioni hitchcockiane, e se avesse saputo dell’episodio in questione l’avrebbe sicuramente citato.

Il signor Pelham (Tom Ewell) deve riassumere la sua strana ed angosciosa vicenda in 25 minuti sparati, quindi non c’è alcuno spazio per gli “svirgolii” che il racconto di Armstrong si concede. Vediamo Pelham parlare subito con uno psichiatra e raccontargli alcuni estratti dei suoi problemi – l’amico che gli rimprovera di non averlo salutato, la partita a biliardo che non ricorda di aver giocato, il problema della cravatta doppiona – finché tornato a casa il nostro povero personaggio si ritrova davanti il suo Doppione.

Pelham vs Pelham

Il confronto è molto meno teso del racconto, in quanto il Pelham “cattivo” dice semplicemente al “buono” di essere pazzo e finisce lì: in fondo il nostro eroe ha una cravatta troppo fantasiosa per essere il vero Pelham. Così il Doppione si prende la sua vita, ha successo negli affari e il povero Pelham “vero” finisce in manicomio.
Quindi il doppione è un sosia? Boh, niente, finisce così. Forse invece di Hitchcock ad ospitare la storia doveva essere Rod Serling in “Ai confini della realtà”.

Lasciatemi, sono io il vero Hitch!

Uno dei miei tanti imitatori…

Probabilmente dopo il successo dei film televisivi della BBC e dell’episodio di “Alfred Hitchcock presenta” il testo di Armstrong fa gola a qualche casa editrice: non so da chi parta l’idea, ma sta di fatto che il semplice raccontino di una decina di pagine viene trasformato in un prolisso romanzo da un paio di centinaia di pagine: ben tre case editrici (Methuen, Ryerson Press e Doubleday) pubblicano nel 1957 The Strange Case of Mr. Pelham, nuovo titolo con l’aggiunta dell’aggettivo “strano” forse per strizzare l’occhio allo “strano caso” del dottor Jekyll.
All’elenco delle case va aggiunta anche la storica collana “I Romanzi del Corriere”, quindicinale con cui il quotidiano “Corriere della Sera” portava in edicola la narrativa internazionale: il 1° novembre 1957 esce La tragedia del doppione, unica edizione italiana del romanzo – con traduzione di Silvia Carenzio Bonsignore – che ho preso su eBay ad un paio d’euro. (O forse l’ha comprato il mio Doppione?)

Edizione “Crime Club”
(Doubleday) febbraio 1957

Prendere un racconto breve ed immediato, in pratica basato unicamente sul “colpo di scena finale”, e trasformarlo in un romanzo di larghissimo respiro non è impresa facile, e se da un lato Armstrong fa un ottimo lavoro di stile, creando un libro da cui è difficile staccare gli occhi, dall’altro non fa nulla per i contenuti: si limita a stiracchiare a morte le stesse identiche trovate del racconto. Al massimo aggiunge dei personaggi per allungare il brodo, come la segretaria Lily, suo fratello e il suo fidanzato.

Purtroppo dopo aver letto sia il romanzo che il racconto il giudizio non può che essere spietato: un bravo autore di racconti non necessariamente sa esserlo di romanzi.
La mera addizione di “casi strani” è pesante come un macigno, in pratica per duecento pagine il povero Pelham vive a sua insaputa decine di azioni compiute dal suo sosia, e mai una volta si comporta in un qualche modo vagamente condivisibile: gli sarebbe bastato parlare una sola volta con qualcuno per far crollare il castello di carte del Doppione, invece con il suo silenzio non fa che lavorare per la propria inevitabile distruzione.

L’unico serio cambiamento avviene nel finale, in realtà quasi totalmente identico al racconto. Quasi.

— Avete commesso un bell’errore con quella cravatta, non è vero? — disse con una voce affatto nuova, con un tono metallico, impersonale, che parve penetrare come una lama nel cervello del malcapitato: — Avrei potuto mettermela anch’io; ma non l’ho fatto perché mi forniva un ottimo appiglio.
— Ma perché? — bisbigliò Pelham annientato. — Perché m’avete fatto questo?
L’altro non si curò di rispondergli; ma esclamò con diabolica esultanza:
— Alla fine, sono veramente qui; e che avvenire è il mio! Che cosa non potrò fare?

Unica edizione italiana

Stavolta il Doppione non si limita ad essere un uomo che vive come Pelham ma in modo più ardito: è un vero e proprio demone il cui compito è dannare gli altri.

— Nel nome del…
— Nel nome del diavolo, che cosa state bestemmiando?

Rovinerà le vite di tutti gli altri personaggi del romanzo, quindi in pratica – senza mai dirlo espressamente – l’autore ci vuole dire che il Doppione è un’entità maligna che ha impiegato mesi e una gran faticaccia per prendere il posto di un tizio qualunque, che se fosse sparito nel nulla nessuno se ne sarebbe accorto. Un ben misero diavolo…

— Ma chi… chi siete voi? — gracchiò miseramente.
L’altro lo fissò un attimo divertito, senza più alcuna espressione ostile, e rispose con garbata indulgenza nella solita voce di Pelham:
— Il signor Pelham, ve l’ho detto, J.M. Pelham.
Fu allora che Pelham cominciò ad urlare.

Con il 1957 sembra arrivare davvero la fine per lo strano caso del signor Pelham, e invece più di dieci anni dopo sembra che il suo seme sia ancora fecondo…

È il momento di rinascere

Il 17 febbraio 1973 la censura italiana concede il visto per la proiezione in pubblico senza alcun taglio né divieto per L’uomo che uccise se stesso, che però apparirà nelle sale solamente dal 18 gennaio 1974. Perché questo ritardo in Italia, sia ad arrivare alla censura (tre anni) che poi in sala (un anno)? La risposta è facile: Roger Moore non era ancora Roger Moore.

Prima di diventare un nome notissimo ed amatissimo dal pubblico italiano, Roger Moore era un attore conosciuto esclusivamente per “Le avventure di Simon Templar” che la TV italiana trasmetteva dal 1969: chi non le seguiva all’epoca, in pratica ignorava chi fosse l’attore finché non infiammò il mondo la notizia del 1973 che, fallito Lazenby, il nuovo James Bond sarebbe stato lui.
Il 19 dicembre 1973 arriva nelle sale italiane Agente 007: vivi e lascia morire, con Roger Moore per la prima volta nel ruolo di 007 e tutto cambia: è il momento di andare a ripescare qualsiasi cosa l’attore abbia interpretato, anche il filmino della sua Comunione.
A gennaio 1974 il cinema italiano presenta L’uomo che uccise se stesso e la TV acquista una serie televisiva di cui potreste aver sentito parlare: “Attenti a quei due“. Il film in pratica l’abbiamo visto in due o tre, la serie è diventata di culto nei decenni successivi.

Rimasto circa quattro anni in sala, com’è normale per l’epoca, lo storico canale Montecarlo manda in onda L’uomo che uccise se stesso in prima serata mercoledì 8 ottobre 1980.
Conosce una prolifica vita televisiva, conclusasi all’inizio degli anni Novanta, ed è nei primi anni Ottanta che ho visto il film per la prima ed ultima volta, prima di oggi.

Uscito in una rara VHS Domovideo di datazione ignota, riappare in home video quando la Universal Pictures e StudioCanal lo portano in DVD, dal 2 febbraio 2010.

L’autobiografia di Roger Moore, My Word is My Bond (2008), scritta con Gareth Owen, ci racconta ghiotte notizie sulla nascita di questo film, che affondano le radici nel periodo giovanile in cui Roger Moore “militava” nella CSEU (Combined Services Entertainment Unit, l’unità che si occupava dell’intrattenimento per le tuppe delle forze armate britanniche).
Qui Roger ha conosciuto tante persone con cui in seguito si è ritrovato a lavorare, nel mondo dello spettacolo, come per esempio Bryan Forbes.

Facciamo un salto fino alla fine del 1969, quando la carriera cinematografica di Moore è in pratica inesistente mentre quella televisiva fa girare la testa, tanto che il successo del suo personaggio di Simon Templar, il Santo – tratto dai romanzi di Leslie Charteris – l’ha portato a girarne due versioni filmiche. Le quali però in pratica hanno la qualità di episodi televisivi “stiracchiati”. (In uno di questi film si fa incetta di libri falsi!)

Un nome noto in patria ma non ancora star internazionale

È importante dunque capire che Bryan Forbes non ha avvicinato la grande star internazionale Roger Moore, ma solo un normalissimo attore, da coinvolgere nel proprio progetto. Da poco infatti Forbes è a capo della EMI Studios, casa specializzata in piccoli film che già aveva presentato Il mostro della strada di campagna e All the Way Up. Prodotti così piccoli da sfuggire all’occhio umano, e che se quindi avessero almeno un volto noto nel cast sarebbe meglio. E se il suddetto volto noto si accontentasse del minimo sindacale come compenso sarebbe ancora meglio.

«Era uno dei migliori copioni che avessi mai letto», ricorda l’entusiasta Moore nella citata autobiografia, parlando della sceneggiatura per The Man Who Haunted Himself firmata da Basil Dearden e Michael Relph: caso vuole, poi, che l’attore avesse lavorato in passato con George Relph, padre dello sceneggiatore ed attore a sua volta, quindi la collaborazione nasce con i migliori auspici.
«Era un ruolo che richiedeva un attore, ed avendo quel titolo scritto nel mio passaporto mi sono sentito in qualche modo qualificato a ricoprirlo.» Un curioso giro di parole per dirci che ha accettato la parte.

Come dicevo, all’epoca Moore era un divo televisivo amato in patria per due ruoli fondamentali: l’impettito giustiziere galante Simon Templar e l’impettito detective galante (e di sangue blu) Brett Sinclair in “Attenti a quei due”, ruoli che sicuramente gli hanno valso i panni di James Bond, dove fa l’impettito agente segreto galante.
Mettiamola così, a Moore non è mai stata richiesta grande poliedriticità attoriale, quindi il suo ruolo ne L’uomo che uccise se stesso gli è rimasto nel cuore.

«Quando ancora oggi mi chiedono di quel film, rispondo sempre che è stata una delle poche volte in cui mi sia stata data la possibilità di recitare. È un’affermazione terribile da parte di qualcuno che ha passato la vita davanti ad una cinepresa, ma in mia difesa ricordo che sono stato in precedenza ingaggiato per ruoli che erano abbastanza impostati: eroe romantico, romantico eroe o semplicemente portatore di lancia, come nel mio primo film. Non mi è stato mai richiesto prima alcun impegno drammatico.»

Moore ci rivela anche il compenso percepito per il film: 20 mila sterline. Stando alla descrizione dell’intera operazione della EMI dovrebbero essere il minimo sindacale per un attore dell’epoca, ma non ho modo di confermarlo.

20 mila sterline per recitare? Ci sto!

Comunque ottiene anche una percentuale sugli incassi, e questo davvero è ben poca cosa: una campagna pubblicitaria sbagliata – che parla di “film economico” e quindi la gente capisce “film da due soldi” – rende questa pellicola un insuccesso al botteghino.
L’operazione messa in piedi da Bryan Forbes, di piccoli film con volti noti, è fallita e il produttore si dimette dalla EMI.

Il vostro amichevole englishman di quartiere

Pelham (Moore) è il tipico imprenditore della City londinese da cartolina, e gira con ombrello e bombetta quando curiosamente nel 1957 Armstrong specificava che nessuno a Londra lo faceva più, se non il mite signor Pelham. Forse che nel 1970 quel vestiario è tornato di moda? Stando a Fumo di Londra (1966) di Alberto Sordi pare di sì…

Pelham è nel consiglio di amministrazione di un’azienda che fa cose non meglio chiarite ma ciò che conta è che siamo in un momento molto delicato: un’azienda vuole fondersi e bisogna capire chi ci guadagnerà in questa operazione.
Finito di lavorare, il nostro eroe può contare sull’amore della moglie Eve (Hildegard Neil) e due bambini, personaggi inventati per il film.

Benvenuti in casa Pelham

La storia si dipana secondo copione. Amici si lamentano di non essere stati salutati, oppure vantano appuntamenti che Pelham non ricorda di aver fissato, c’è di nuovo la partita a biliardo e la cravatta doppiona. Ma tutto questo viene preceduto da qualcosa, di non meglio specificato. Perché la storia inizia con Pelham che ha un incidente automobilistico che potrebbe essergli fatale, causato da una strana perdita del suo proverbiale autocontrollo: sembra quasi che durante la guida il nostro personaggio sia diventato… un altro.

La rara occasione di vedere Roger Moore fare il cattivo

La storia base di Armstrong viene in alcuni punti resa più “cinematografica” ed attuale, per esempio né il racconto del 1940 né il romanzo del 1957 osano dire che il protagonista si conceda un’avventuretta sessuale, mentre qui – nel disinibito 1970 – si può dire chiaramente che il Doppione si è spupazzato la ragazza che Pelham avrebbe sognato avere.
Però si aggiunge anche del materiale, per esempio tutte le infinite lungaggini del lavoro del protagonista vengono riassunte in una trama da spionaggio industriale molto efficace: c’è qualcuno che si sta mettendo d’accordo con la compagnia avversaria, e chissà chi sarà mai…

È come se… mi stessi fottendo da solo…

Il ritmo è eccellente e l’equilibrio della storia è ottimo: peccato che Armstrong non sia stato capace di gestire in modo similare il suo romanzo. Quando arriviamo alla fine non siamo stremati da decine e decine di “casi misteriosi” di cui già sappiamo la soluzione, quindi è tutto fresco e perfettamente dosato, molto più che il deludente episodio hitchcockiano.
Stavolta cos’è il Doppione? Un sosia o un demone? A sorpresa, anticipando Stephen King, il Doppione… è la metà oscura di Pelham!

Proprio come nella storia di King prima e Romero poi, il Doppione nasce da sé stessi, è non solo una personalità ma un vero e proprio corpo che fuoriesce da noi. Al momento dell’incidente automobilistico il mite Pelham è deceduto e ha “generato” il Pelham più spietato, e la situazione è degenerata quando invece il mite si è risvegliato, tornando in vita e lasciando due Pelham al mondo.
Se la spiegazione non è proprio soddisfacente dal punto di vista logico, lo stesso è molto più intrigante di quella data (o meglio, non data) dalle precedenti versioni della storia.

La metà oscura del signor Pelham

Roger Moore ricorda con piacere le riprese del film nella sua autobiografia:

«Le sequenze in cui affronto il mio alter ego furono divertenti. Semplicemente ho girato la scena come un personaggio e poi la settimana successiva l’ho girata come l’altro, ogni volta parlando al vuoto. Poi le scene sono state fuse insieme.»

Una curiosità. Roger Moore già sapeva durante le riprese di questo film che era preso in considerazione per il ruolo di James Bond? Chissà, di sicuro ad un certo punto il suo Pelham se ne esce con questa frase:

«Lo spionaggio non è soltanto quello che fa James Bond.»
(Espionage isn’t all James Bond and Her Majesty’s Secret Service)

Semplice citazionismo di una gloria nazionale? Chissà…
Invece, come già fatto notare da CineCivetta, il maggiordomo britannico di Pelham qui si trasforma in Luigi, sorrentino dall’inglese stentato che serve la famiglia con tanto di moglie Maria a seguito (che in realtà non vediamo mai). Il doppiaggio italiano per motivi misteriosi cambia la nazionalità dell’uomo e lo rende spagnolo, Luis, e questo crea un problema: come tradurre pasta e spaghetti che egli cucina? Ovvio: tutto con paella

Una marchetta ad un disco LP di rara bruttezza

Malgrado i suoi quasi cinquant’anni, L’uomo che uccise se stesso è assolutamente godibile ancora oggi, soprattutto se visto dopo aver letto il prolisso romanzo di Armstrong: è un modo perfetto di rendere con ritmo giusto una vicenda che fino a quel momento era stata raccontata in maniera abbastanza noiosetta.
Grande emozione personale poi nel riscoprire sensazioni provate da bambino, quando alcune scene del film si sono impresse a fuoco nella mia mente anche se poi le ho dimenticate: la corsa in auto finale di Roger Moore ha scatenato ricordi che non sapevo più di avere, di quando da bambino rimasi “segnato” dal Doppio…

Il regista e la strada in cui ha perso la vita

La conclusione di questa storia è amara, e forse spiega perché il signor Pelham non sia più tornato.
Il 23 marzo del 1971, meno di un anno dopo la presentazione britannica del film, il regista Basil Dearden passa sulla stessa strada in cui è stata girata la sequenza dell’incidente automobilistico che coinvolge Pelham, e nello stesso identico punto del “falso” incidente… Dearden ne subisce uno vero. In cui rimane decapitato. «Quel giorno l’industria cinematografica è stata derubata di uno dei suoi più grandi talenti», è l’accorato commento di Roger Moore.

Chissà che da quel fatale incidente non si sia alzato un doppione di Dearden, che poi sia andato a fare il regista al posto suo con maggiore successo? Nel dubbio, non scherzate mai con i Doppioni…

L.

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Agent Red (2000) Captured

Continuo ad attingere dalla serie di mini-cofanetti DVD presi da una delle ormai rarissime bancarelle in cui mi capita di imbattermi, gestita da una signora simpatica che dava via tutto a un euro. Compresi dei pacchetti contenenti quattro film: che dite, 25 centesimi sono troppi per dei filmacci di serie Z?
Quando fra questi fa capolino lo svedesone che fa malone, capisci che sono i 25 centesimi meglio spesi di sempre!

IMDb ci dice che Agent Red comincia a girare in home video tedesco dal settembre 2000 e poi esce in patria americana, sempre in home video, dall’aprile 2001.
Sicuramente è fra i più rari film di Lundgren in Italia. La Eagle Pictures lo porta in VHS dal maggio 2002 con il titolo Captured e non esistono prove sia mai stato trasmesso in TV.
L’unica altra sua edizione nota (datata 2003) è quella che miracolosamente ho trovato su bancarella: cent’anni di salute alla provvidenziale venditrice!

La grande grafica italiana in tutta la sua potenza…

Il capitano Matt Hendricks (il nostro Dolph Lundgren, il solo ed unico) è specializzato in operazioni segrete in cui lui fa quello che gli pare, perché in fondo è Dolph Lundgren e se la comanda.
Per esempio tutti gli uomini della sua squadra si mimetizzano pittandosi la faccia in modo credo parecchio sbagliato, mentre Dolph non ci pensa minimamente…

Ragazzi, vi siete messi in faccia la pittura a casaccio?

Affermativo, facce pittate in modo stupido!

Io so’ Dolph, e non mi pitto!

La missione è semplice: rubare un aereo segreto e cambiare la geografia del posto: che ci vuole? Dolph esegue alla lettera, sorridendo.

A guidare un aereo segreto so’ boni tutti: a farlo con il sorriso c’è solo Dolph

Sbrigata la formalità del super aereo rubato e dei libri di geografia da riscrivere, Dolph può rilassarsi con una missione da epidemia mondiale, roba da ridere per il nostro eroe.
Gli viene infatti affidata la missione di recuperare una pericolosissima arma biologica rubata anni prima dai russi agli americani e poi dimenticata: si chiama Agente Red, e il commento di Dolph è «Sembra il titolo di un brutto film». Tanto per ricordarci che qui nulla è sul serio!

Tipica virologa militare…

Volato a Sebastopoli, sul Mar Nero, il nostro eroe scopre che dei terroristi russi hanno appena rubato l’arma chimica e minacciano il mondo, ma queste sono bazzecole: la parte peggiore è che dovrà lavorare agli ordini della sua ex fidanzata, la dottoressa Linda Christian (Meilani Paul). «Se non mi uccide l’Agente Red… lo farà lei!»

Ma che gli fa Dolph alle donne?

Saliamo tutti a bordo del sommergibile americano New Orleans che deve trasportare la pericolosa arma chimica, ai comandi del capitano Russerl (Steve Eastin) che si presenta subito dicendo che quella è la sua ultima missione, poi se ne andrà in pensione con la moglie in un pezzo di terra che ha comprato in Arizona. Insomma, già sappiamo che è carne morta.

La fine dell’umanità è il momento sbagliato per parlare di matrimonio?

Dolph non sa che i terroristi sono già a bordo, ma lo scopre quando questi prendono il comando e liberano l’Agente Red nell’impianto di condizionamento, massacrando in un lampo l’intero equipaggio. Come tutti i loro colleghi terroristi, non hanno tenuto conto di Dolph Lundgren. Madornale errore…
Non sappiamo quanti terroristi ci siano, non ne vediamo mai più di tre, ma piano piano Dolph ne ammazza un centinaio, probabilmente facendoli venire da altri sottomarini: è possibile che abbia fatto un bando di gara per avere più terroristi da uccidere, perché cento sono pochi, per una mattinata di lavoro.

Il sottomarino con la percentuale di terroristi a bordo più alta al mondo

Il tempo passa e i terroristi si sposano e fanno figli, piccoli terroristi che crescono così da poter essere ammazzati da Dolph: non si spiega altrimenti perché per 90 minuti di film vediamo il nostro eroe far fuori centinaia e centinaia di tizi in un sommergibile vuoto. Ma quanta gente entra in un sottomarino? Fra equipaggio e terroristi, c’è più gente qui che nel Palazzo Nakatomi!

Il massimo delle ferite subite da Dolph

Mentre la Marina americana vuole nuclearizzare il sottomarino New Orleans, che è l’unico modo per essere sicuri, Dolph se la gode a sterminare intere popolazioni di terroristi e a sparare frasi maschie come se piovesse:

«Io non interferisco con i tuoi piani: io li distruggo!»

Un intero film ambientato in un paio di location con dei tubi eppure è divertimento allo stato brado, con Dolph che dolpheggia e se la comanda stando sempre attento a non prendersi mai sul serio. In una parola, capolavoro!

Dolph spacca!

Damian Lee è il regista che nessuno vuole far sapere di conoscere. Attivo sin dagli anni Settanta senza che nessuno se ne sia accorto, fra il 1995 e il ’96 ci ha regalato ben quattro filmucoli di fila con il mitico Jeff Wincott (Street Law, The Donor, No Exit e When the Bullet Hits the Bone), e dello stesso attore aveva già sceneggiato Killing Machine (1994): roba talmente minuscola da non essere percepibile da occhio umano. Poi è passato ad un’altra star marziale appannata e ci ha regalato due filmucoli con Don “The Dragon” Wilson (Terminal Rush e Moving Target): perché allora non dedicarsi anche a Dolph?
L’ultimo avvistamento di Lee risale a A Fighting Man (2014), cioè lo smaccato plagio dell’ottimo coreano Crying Fist (2005).

Occhio alla location, perché sarà la stessa di tutto il film

Qui Damian (o chi per lui) ha l’idea di rifare in pratica quello che Seagal faceva con i due Under Siege (1992 e 1995): ripetere la formula di Die Hard (1988) ma con meno stile. Se ancora Seagal aveva la Warner dietro, con un budget serio (addirittura superiore al film con Bruce Willis), qui ci sono un paio di dollari da spendere ma la formula è la stessa identica dei due film citati: cammina avanti e indietro per le stesse location e il film è finito.
Anche perché la trama tanto è quella che è, ciò che conta è avere un protagonista che se la diverte e non si prende sul serio: e in questo Dolph è campione del mondo.

Ma che gli fa Dolph alle donne?

Stiamo ovviamente parlando di un filmetto minuscolo, ignoto in Italia per colpa di una distribuzione assente, e ovviamente non posso consigliarvelo a meno che non siate fan di Dolph. Ma nel panorama dei filmacci action di serie Z è comunque delizioso, perché il protagonista se la diverte e si lancia in situazioni inverosimili col sorriso dell’attore che sta cazzeggiando con lo spettatore.
Già solo per questo il film è impagabile: visto poi che l’ho pagato 25 centesimi, i conti tornano!

L.

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Miller 7. Submerged (2016)

Il nostro eroe torna alla ribalta, con un piccolo prodotto ma suo fino all’ultima goccia.

La maglietta è un chiaro omaggio al nostro Willy l’Orbo!

A questo punto è ufficiale: Steven C. Miller è uno di noi, ha il nostro stesso gusto per il cinema e sa benissimo la differenza tra un filmaccio ghiotto che fa battere il cuore degli appassionati e una roba inutile fatta per pagare le bollette. E come ogni grande uomo di spettacolo, si barcamena fra questi due mondi.
Se Extraction (2015) è il simbolo della vuota nullità del cinema “di base”, con più di venti produttori a tirar fuori pacchi di milioni di dollari per niente, Submerged vive dove il cinema batte. Forte. Sempre.

Si torna nel magico mondo di Miller

La Twisted Pictures è nota in pratica unicamente per l’infinita saga di Saw, ma ogni tanto può allungare 5 milioni di bigliettoni fruscianti a qualcuno con un progetto gagliardo in mente, e in fondo è il taglio perfetto per il budget “Jason Blum Style”: non sappiamo quanto abbia guadagnato questo film, ma sono abbastanza sicuro che non sia andato in perdita come i grandi titoli di Hollywood.
Uscito in patria americana il 12 febbraio 2016, risulta inedito in Italia.

Finalmente torna la scritta che ci piace

Il nostro Miller, l’abbiamo visto, dà il meglio di sé quando ha un bravo sceneggiatore al suo fianco, e se Scott Milam è giusto uno di passaggio – l’unica altra sua attività nota è l’aver co-prodotto Leatherface (2017) – dall’altra ha una bella idea e una sceneggiatura di cui almeno tre quarti è roba buona.
Miller si infila le pinne e prende la cinepresa subbaqua, poi chiama Rosa Salazar che sta esercitandosi a spalancare gli occhi per Alita (2019) e si va tutti in fondo al maaaar

Tie’, tanto per iniziare calmi e rilassati

La storia inizia con un gruppo di personaggi che si risveglia all’interno di una limousine in fondo ad un fiume. E per me già è un film da applauso: non importa come andrà, per me Miller ha già vinto.
L’autista ha una sbarra di metallo conficcata nella gamba e non può aiutare gli altri all’interno, che dopo un comprensibile stato di panico cominciano a fare di peggio: se il cinema di assedio ci ha insegnato qualcosa, è che quando sei costretto in uno spazio chiuso il vero nemico è quello dentro di te.

L’autista è l’unico che potrebbe aiutare, ma è l’unico seriamente ferito

Una limousine blindata e sigillata non se la possono certo permettere tutti, lo può fare giusto papà Hank (Tim Daly), ricco imprenditore locale che rappresenta tutti i ricchi imprenditori: fetenti pezzenti che pagano il proprio stile di vita esagerato affamando i propri lavoratori e distruggendo le vite di tanta gente.
Questo non lo sa Jessie (Talulah Riley), tipica figlia di papà cresciuta nel lusso e che non sa che la bella vita si paga con il sangue dei disgraziati, e forse i suoi amici chiusi con lei nella limousine non sono tutti nati ricchi, quindi ignari delle sofferenze che hanno inflitto agli altri.

Nella crisi, non esistono “amici”

Matt (Jonathan Bennett) ufficialmente era l’autista del ricco Hank, ma il suo passato militare lo portava ad essere anche la guardia del corpo della viziata Jessie e ovviamente – come tutte le guardie del corpo della fiction – suo amante. Non importa se ha visto morire il fratello distrutto dalla vita di miserie e povertà in cui l’intera città è caduta per colpa delle poco accorte speculazioni di Hank, ormai questo non conta più.
In fondo al fiume, con giusto una mezzoretta di ossigeno per vivere, ogni differenza si appiana: c’è solo tempo per sopravvivere… a se stessi.

Una situazione leggermente tesa…

Onestamente il finale non lo considero all’altezza del resto del film, ma per fortuna dura poco e si dimentica in fretta. Ciò che importa è che il corpo di Submerged – da non confondere con il thriller subbaquo omonimo del 2000 e la “panzata” di Seagal del 2005 – sia formato dal 90% di acqua buona, pulita e fresca, con idee non scontate e una situazione claustrofobica bella tosta.

Con questa limousine blindata puoi andarci pure sott’acqua!

Come sempre in queste situazioni – Stephen King docet – scattano i flashback per farci conoscere meglio i personaggi e per farci capire perché si comporteranno come si comporteranno, e che definire i protagonisti “gruppo di amici” è davvero l’eufemismo dell’anno.

Io ora vado a fare Alita, e voi sfigati rimanete sott’acqua!

Un film piccolo ma fatto con il cuore nelle mani che muovono la cinepresa, come Miller ci ha dimostrato di saper fare.

Questa è la reazione media dei personaggi del film

Spero che i suoi impegni con le inutili e vuote nullità di film che Hollywood chiede come tributo di sangue ad ogni regista lascino a Miller il tempo di regalarci altri gioielli come questo, che ce n’è davvero tanto bisogno.

L.

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[Novelization] Alita. Angelo della battaglia (2019)

La Sperling & Kupfer, storicamente attenta al genere novelization, porta in libreria il romanzo tratto dal film omonimo di Robert Rodriguez, con sceneggiatura di James Cameron e Laeta Kalogridis. Lo trovate anche in eBook, ad un prezzo non certo “amico”…
La traduzione è di Elena Cantoni e Antonio David Alberto.

Per i dati tecnici del romanzo, ecco la Scheda di Uruk.


Alita. Angelo della battaglia


1

La città sospesa di Zalem era più bella al tramonto. Così diceva la maggior parte delle persone. O, perlomeno, così pensava che si dicesse la maggior parte delle persone. In realtà Zalem, che fluttuava a mezz’aria come il trucco di un prestigiatore, era incredibile a ogni ora del giorno e della notte. Sembrava quasi un reame mitologico — El Dorado, il regno del Prete Gianni, Camelot o la lontana Thule —, tranne per il fatto che non era perduta. Chiunque nella Città di Ferro poteva vederla. Bastava alzare lo sguardo: un perfetto cerchio di otto chilometri, sempre presente e irraggiungibile.
La popolazione del suolo sapeva solo tre cose della città sospesa: 1) che la Fabbrica della Città di Ferro serviva al sostentamento di Zalem e inviava rifornimenti di cibo e beni lavorati attraverso lunghi tubi che assomigliavano alle zampe sinuose di un ragno; 2) che da quei tubi non si poteva raggiungere Zalem — salivano solo le provviste, mai le persone; e 3) che per nessuna ragione dovevi trovarti sotto il centro esatto di Zalem se non volevi finire schiacciato dalla spazzatura, da rifiuti e rottami in generale che senza alcun preavviso venivano buttati giù dal largo e malridotto buco di scarico che si trovava nella parte inferiore del disco.
Così stavano le cose e nessuno aveva memoria di niente di diverso. Tanto tempo prima c’era stata una Guerra contro un Nemico, che aveva lasciato il mondo in quella triste situazione, con la popolazione del suolo costretta ad arrabattarsi per mettere le mani su qualunque rottame potesse essere riattivato o ricostruito, mentre Zalem rimorchiava ogni tipo di ricchezza Nessuno aveva il tempo o la voglia di chiedersi come si vivesse prima della Guerra: erano tutti troppo impegnati a cercare di tirare avanti per potersi interrogare sul passato.
Il cyber-chirurgo Dyson Ido era una delle poche persone della Città di Ferro ad avere una conoscenza approfondita della storia: la Guerra, la Caduta e il motivo per cui delle dodici città sospese originarie era rimasta solo Zalem. Tuttavia in quel momento, mentre il sole tramontava su un altro lungo giorno trascorso a curare i pazienti della sua clinica, Ido non stava pensando al passato. Stava scavando nella pila di rifiuti di Zalem, in una zona intermedia tra il centro e il bordo della discarica, in cerca di qualcosa di recuperabile.
La continua caduta di nuovi rifiuti e la regolare attività degli spazzini portavano alla luce oggetti sempre nuovi e a volte il materiale che era rimasto sepolto in prossimità del centro poteva riaffiorare. L’area che Ido stava perlustrando spesso nascondeva pezzi che potevano essere riparati o ricostruiti — a volte addirittura bastava una semplice ripulita, gli abitanti di Zalem erano una manica di spreconi — ed era abbastanza lontana dal punto di scarico da permettere al dottore di muoversi senza correre il rischio di restare schiacciato dai nuovi arrivi. Sempre ammesso che nessuno buttasse giù una casa intera… Ma una cosa del genere non si era ancora verificata, o almeno non tutta in una sola volta.
Ido concludeva molte delle sue giornate tra la spazzatura, usando uno scanner portatile per captare l’attività elettronica o biochimica proveniente da frammenti di tecnologia ricaricabile. Un osservatore dall’occhio particolarmente attento avrebbe notato che, per quanto malconcio, il suo cappotto era bello, troppo bello per la Città di Ferro. Indossava poi un cappello vecchio stile, che su qualsiasi altra persona sarebbe sembrato una patetica ostentazione, ma che su di lui invece era perfetto, visto il suo portamento. Il modo in cui camminava faceva pensare a un uomo istruito, importante, che era finito lì in seguito a scelte sbagliate. Ma nessun osservatore avrebbe mai potuto immaginare che un tempo avesse vissuto nel lusso e nel privilegio e che, dopo aver perso tutto, si fosse ridotto a farsi strada tra i rifiuti di un mondo migliore.
A Ido la sua precedente esistenza gli sembrava estranea quanto quella Guerra di cui nessuno serbava più alcuna memoria. Di lui si sapeva solo che era un ottimo cyber-chirurgo e che offriva i propri servizi dietro un’offerta libera. Cosa che i suoi pazienti consideravano un miracolo paragonabile quasi alla stessa città sospesa, ma mille volte più utile. I cyborg che si affidavano alle sue cure gli erano riconoscenti e lui era felice che non gli avessero mai chiesto come avesse acquisito le proprie abilità, da dove venisse o come si fosse fatto quella piccola e pallida cicatrice sulla fronte. Ma in fondo tutti nella Città di Ferro avevano cicatrici, oltre a un passato di cui non volevano parlare.
Ido si fermò per sollevare una mano di metallo corrosa. Non appena se la mise nella borsa a tracolla, notò un occhio di vetro annidato nell’orbita di un teschio di metallo bruciato. Il bulbo era perfetto, senza la minima crepa. Come aveva potuto salvarsi dentro un involucro così malridotto? Il dottore si chinò in avanti per osservarlo più da vicino e capì che non apparteneva a quel cranio, ma che ci era rotolato dentro per caso. Molte cose accadono per caso. Se non fosse arrivato al momento giusto, forse l’occhio e il cranio sarebbero finiti sotto la pila di rifiuti di Zalem e non sarebbero più riaffiorati in superficie. Oppure, a causa di una vibrazione, l’occhio sarebbe potuto fuoriuscire dal teschio e finire schiacciato dagli spazzini senza che nessuno se ne accorgesse.
Ido si alzò e si guardò intorno, incerto se continuare finché c’era ancora luce o provare a dormire qualche ora. La maggior parte degli spazzini era tornata a casa, erano rimasti solo i più disperati e duri, quelli che continuavano a sperare di trovare un vero tesoro. Era possibile, per esempio, che un anello di diamanti fosse caduto dalla mano di un’aristocratica di Zalem per poi finire per sbaglio nell’immondizia. Certo, si trattava di un’eventualità improbabile, ma non impossibile.
Venderlo nella Città di Ferro per almeno metà del suo valore, quello era impossibile.
Ido si concesse una risatina e tornò a riflettere sul da farsi. Zalem aveva scaricato circa un quarto d’ora prima e, malgrado non ci fosse un intervallo preciso, di solito passavano una ventina di minuti tra un arrivo e l’altro. Di solito però non voleva dire sempre. Ido doveva decidere se tentare la sorte. In genere non correva rischi: era l’unico dottore che la maggior parte dei cyborg della Città di Ferro poteva permettersi e prendeva molto sul serio il proprio lavoro. Tuttavia era anche per quel motivo che stava prendendo in considerazione di affrontare il pericolo. Il centro non era stato ancora passato al setaccio, quindi aveva la possibilità di trovare qualcosa di utilizzabile, in particolare meccanismi. Aveva bisogno di altri meccanismi. Aveva sempre bisogno di altri meccanismi.
Non aveva ancora deciso cosa fare quando accaddero due eventi: notò qualcosa semisepolto nel pendio a circa tre metri da lui e sentì lo scanner che teneva in mano pulsare come non mai. Rimase immobile per un momento. Se i suoi occhi non erano tratti in inganno dalla luce del tramonto — e se lo scanner non stava segnalando gli ultimi circuiti morenti sotto i suoi piedi —, forse aveva trovato qualcosa di molto più prezioso di mille anelli di diamanti.
Senza distogliere lo sguardo dalla sagoma, avanzò lentamente, sperando di non ingannarsi. Quando la raggiunse, capì di non essersi sbagliato, era tutto vero e l’aveva trovata per caso Ma, come ogni scienziato semirispettabile, sapeva che il caso favorisce le menti preparate.
Si inginocchiò e cominciò a scavare nella spazzatura, con cura, come un archeologo in cerca di antichi reperti. Dopo qualche minuto, si mise a fissare la sua scoperta. Era il viso di una giovane donna, talmente bello e angelico da sembrare uscito da un sogno. Ma Ido sapeva che quella era la realtà: a confermarlo c’erano escrescenze e spigoli appuntiti che gli graffiavano le gambe, la schiena che gli faceva male.
Quello non era il suo viso, quello che avrebbe tanto desiderato rivedere, ma avrebbe potuto esserlo. Sembrava così serena, con le palpebre chiuse e un sorriso appena accennato sulle labbra, come se stesse sognando qualcosa di meraviglioso. Solo gli strappi nella pelle alla base del collo, sul lato destro della mandibola e sopra l’occhio sinistro, lasciavano intuire il fatto che fosse una creatura sintetica.
Ido si chinò e cominciò a liberarle il collo dai detriti. Il lavoro procedeva a rilento perché le mani gli tremavano e spesso doveva fermarsi per calmarsi. Alla fine scoprì il nucleo cibernetico: la parte superiore del torace, una spalla, la colonna vertebrale metallica e la cassa toracica con il cuore bianco, perfetto, che tremava a ogni lento battito.
Esitante, le appoggiò lo scanner alla tempia e la osservò, ipnotizzato, mentre i grafici confermavano che era ancora viva. «Sei viva», disse Ido, senza accorgersi di aver parlato ad alta voce.
Non poteva lasciarla li un momento di più. La prese, la estrasse dalla spazzatura, sollevandola alla luce del sole morente, e si chiese come fosse stato possibile che qualcuno l’avesse buttata via come una bambola rotta. E avvertì qualcosa che non aveva più sentito dalla nascita di sua figlia, qualcosa che — dopo che lei era morta — pensava che non avrebbe più provato.

2

L’infermiera Gerhad aveva appena sostituito gli strumenti chirurgici attaccati al suo braccio cibernetico con una mano umana. Si stava preparando per tornare a casa quando sentì la porta aprirsi e poi richiudersi. Malgrado Ido avesse passato tutto il giorno a prendersi cura dei suoi pazienti e barattare parti, era voluto andare nella discarica per vedere cosa riusciva a trovare nelle cataste di rifiuti senza fare caso a lei, che gli aveva detto di essere troppo stanca per accompagnarlo. In ogni caso non era brava a rovistare quanto lui, nemmeno quando era riposata. Dipendeva dall’effetto che le faceva: la sola idea di scavare tra i rifiuti di un mondo che non poteva raggiungere (e che probabilmente era migliore del suo) le faceva perdere la voglia di vivere. Anzi, a dirla tutta, le faceva desiderare di morire.
Non che avesse mai conosciuto qualcosa di diverso. La sua famiglia aveva sempre abitato nella Città di Ferro e la maggior parte dei suoi parenti era ancora lì. Uno o due avventurosi avevano deciso di andare via a cercare fortuna, ma da allora non li avevano più sentiti. E Gerhad pensava che quel silenzio non promettesse niente di buono. Non aveva mai preso in considerazione la possibilità di seguire il loro esempio: per quanto ne sapeva, le Terre Desolate non assumevano infermiere e dubitava che ci fossero altri Dyson Ido lì fuori. Sicuramente non ce n’erano nella Città di Ferro, a meno di contare la regina di ghiaccio, cosa che lei di certo non faceva.
Preferiva non pensare alla ex di Ido, e non l’avrebbe fatto nemmeno quella sera se non fosse stato per quello che il dottore aveva trovato. Dal modo in cui era corso su per le scale, Gerhad aveva immaginato che avesse una borsa piena di meccanismi. Servivano sempre più meccanismi. Invece…
Ido aveva trovato un nucleo cibernetico e l’aveva fissato alla cornice stereotassica. Un nucleo cibernetico… A parte una borsa piena di diamanti, quella era davvero l’ultima cosa che Gerhad si aspettava che il dottore sarebbe riuscito a scovare. Se ne avesse trovato uno abbandonato che dimostrava l’esistenza di una persona, avrebbe fatto la stessa cosa. Ma aveva riconosciuto il viso. Sembrava impossibile, invece era accaduto davvero, e di sicuro era stata una sofferenza per il cuore del dottore. In realtà, non era sicura di come fosse andata, visto che tutto era successo tanto tempo prima, ma la vita può essere davvero curiosa.
Dopo aver assicurato il nucleo cibernetico alla cornice, Ido era corso nel seminterrato. Gerhad sapeva cosa stava cercando, ma le si mozzò il fiato quando lo vide portare con sé quello che sembrava il corpo di una ragazzina. E lo era, l’aveva costruito lui stesso. Ma quella ragazzina non l’aveva mai potuto usare e il dottore lo aveva fatto sparire tanti anni prima. Gerhad era sconvolta mentre lo guardava posare con cautela quel corpo sul tavolo operatorio vicino al nucleo cibernetico.
Era bellissimo e si capiva che era la manifestazione di un amore profondo. L’infermiera comprendeva perché Ido lo avesse impacchettato anche se nuovo, ma aveva anche pensato che fosse uno spreco non usare una simile opera d’arte. Per un po’ aveva sperato che un giorno il dottore avrebbe lasciato che qualcun altro beneficiasse della sua creazione. Ma se l’avesse fatto avrebbe significato che Ido stava guarendo, e la guarigione era una cosa che non si sarebbe mai concesso.
Ido si preparava all’operazione, allontanando l’infermiera ogni volta che cercava di fare qualcosa di più della semplice sterilizzazione degli strumenti. Mentre ricalibrava le braccia robotiche si voltò all’improvviso a guardare il nucleo addormentato. Dopo essere stati immersi due ore in una soluzione preoperatoria per nutrienti cerebrali, gli occhi avevano cominciato a muoversi dietro le palpebre chiuse. Mentre il processo di risveglio andava avanti, lei assomigliava sempre di più alla ragazza dell’ologramma, quella che Ido fissava tantissime volte al giorno, ogni giorno.
Il dottore andò verso la cornice e le accarezzò la guancia. «Che cosa stai sognando, piccolo angelo?» chiese. Era da tempo che Gerhad non sentiva tanta tenerezza nella sua voce e rimase ancora più stupita quando si accorse che Ido aveva gli occhi lucidi.
Poi lui si mise a sistemare la postazione da lavoro per la microchirurgia, eseguendo diagnostiche e ricontrollando le braccia robotiche. Non le disse nulla, ma non ce n’era bisogno. Gerhad era un’infermiera specializzata in cyber-chirurgia. Sapeva sempre cosa fare
*
Non furono le ventiquattro ore più lunghe mai passate da Gerhad in sala operatoria, ma di sicuro le più intense. Ido sembrava come posseduto, lavorava alla microchirurgia delle braccia e allo stesso tempo le chiedeva di leggere i dati che comparivano su una decina di schermi diversi, solo perché non aveva abbastanza occhi per fare tutto da solo. Lei non aveva idea di come riuscisse a seguire tutto mentre era impegnato in operazioni tanto complesse. Ma il dottore era semplicemente eccezionale e in molte occasioni Gerhad era rimasta senza parole davanti alla vastità e precisione delle sue capacità.
E quello era proprio uno di quei momenti, pensò mentre guardava quelle braccia chirurgiche che sembravano eseguire una coreografia ideata da Ido. In realtà il dottore non aveva bisogno di controllare l’operato degli strumenti: era stato lui stesso a progettarli e costruirli e non avevano mai malfunzionamenti, a meno che non venissero colpiti con dei martelli, e certe volte nemmeno in quel caso. Ma era più forte di lui: doveva assicurarsi che tutto andasse per il verso giusto. Gli strumenti di microchirurgia portavano a termine procedure che le sue mani, per quanto ferme ed esperte, erano troppo grandi per svolgere; erano delle estensioni del suo corpo e lui doveva assistere alla connessione di ogni vaso sanguigno, ogni fibra muscolare, ogni nervo.
Ido si girò verso l’infermiera e annuì in modo quasi impercettibile. Gerhad prese due sacche dal frigo. Una era piena di sangue umano standard biologico, mentre l’altra — grande almeno il doppio — conteneva cyber-sangue blu iridescente. Ma in quel caso era improprio parlare di sangue. era molto più utile in un corpo cyborg, dato che utilizzava nanomacchine anziché globuli bianchi o rossi. Avendo solo un braccio cibernetico, Gerhad non ne avrebbe avuto bisogno quanto la ragazza per l’operazione di Rimpiazzo Totale.
L’infermiera piazzò le sacche nei trasfusori e ne regolò il flusso. Il dottore doveva solo azionarle, mugugnò un grazie e la congedò con un cenno della testa, ma solo temporaneamente; si aspettava che rimanesse pronta in attesa di nuove indicazioni. Un tempo Gerhad non avrebbe tollerato quel tipo di atteggiamento. Non lo avrebbe sopportato nemmeno allora, se al posto di Ido ci fosse stato qualcun altro.
*
Quando aveva incontrato Dyson Ido, Gerhad era a letto, aveva appena subito un’operazione e piangeva per la carriera che aveva perduto insieme al suo braccio. Aveva capito subito chi aveva davanti: tutti all’ospedale conoscevano il dottor Ido per il suo lavoro con i pazienti cyborg, lei stessa aveva suggerito la sua clinica ad alcuni di loro.
Quando il cyber-chirurgo le aveva detto che non solo avrebbe potuto continuare a lavorare come infermiera, ma che sarebbe addirittura migliorata, aveva pensato che si trattasse di un’allucinazione causata dagli strani antidolorifici che le avevano somministrato. Un’eventualità non così remota: Gerhad faceva parte del personale ospedaliero e sapeva bene che la Fabbrica stava diminuendo la fornitura di medicine. La situazione era talmente disperata che la farmacia aveva iniziato a cercare fonti di produzione alternative. Il risultato? Le persone che erano entrate con ossa rotte erano uscite strafatte, mentre quelle che soffrivano di emicrania passavano le notti ai rave e a baciare chiunque capitasse loro a tiro. Stranamente, non c’era stata alcuna lamentela, ma non avevano neanche trovato una soluzione.
La Fabbrica aveva promesso di sistemare le cose, ma ci stava mettendo un bel po’. La caposala aveva detto loro che potevano solo sperare in tempi migliori e aveva pregato i colleghi di non farsi male.
Alla fine del turno, appena tre ore più tardi, Gerhad era uscita dalla porta principale dell’ospedale proprio mentre un gyro fuori controllo si portava via l’ingresso, tutte le finestre, una decina di piante sospese, qualche segnale di divieto di sosta e il suo braccio sinistro.
La donna era rimasta cosciente, malgrado ci fossero alcuni vuoti nella sua memoria. Stava uscendo sul marciapiede dalla porta dell’ospedale e un attimo dopo era a terra in mezzo a vetri rotti, macerie, grumi, sporcizia e vasi ribaltati. Ricordava di aver capito che il suo braccio non c’era più e, con esso, anche il suo lavoro.
Spesso fare l’infermiera non era come Gerhad se l’era immaginato. C’erano troppe persone che venivano ricucite e che non riuscivano a smettere di fare gli stessi errori, dolori ai piedi che risalivano fino alle anche e più vomito di quanto si potesse mai immaginare Ma c’erano anche giornate positive in cui incontrava qualcuno che rifiutava di arrendersi o che quantomeno non fosse il peggior nemico di se stesso. E c’erano i bambini, quelli che non erano ancora cresciuti troppo in fretta.
La paga non era granché, anzi faceva proprio schifo: avevano bisogno di personale, quindi non licenziavano nessuno e tagliavano sugli stipendi. Sempre con le sincere scuse della Fabbrica, che arrivavano mentre in sottofondo si sentiva il rumore delle spedizioni che partivano per Zalem. Sbarcare il lunario richiedeva molti doppi turni e agli straordinari non era riconosciuta alcuna tariffa maggiorata, ci si poteva definire fortunati se venivano conteggiati con quella standard, perché a volte era addirittura più bassa.
Ma fare l’infermiera non è un lavoro che fai semplicemente per tirare avanti mentre cerchi qualcosa di migliore, era una passione, una vocazione. Le infermiere volevano essere infermiere, era l’unica cosa che Gerhad aveva mai voluto essere. Fare l’infermiera le aveva dato concentrazione e disciplina, che aveva scoperto essere cruciali in un mondo che nel migliore dei casi era caotico e poco interessante e, nel peggiore, corrotto e senza pietà.
E in quel momento, per colpa di un autista che non aveva la patente, era tutto perduto. Il gyro era della Fabbrica e al volante non c’era un pezzo grosso come Vector, ma un poveraccio che era sparito senza lasciare nemmeno un nome. Così stavano le cose: grazie e buonanotte.
Quando si era svegliata, aveva la parte superiore del corpo bloccata in una cornice stereotassica, Ido l’aveva posizionata in modo tale che i nervi della spalla potessero unirsi al meglio a quelli nel braccio cibernetico. Il dottore stava guidando la strumentazione robotica, il suo viso era contratto in un’espressione di intensa concentrazione, come se lei fosse stata la persona più importante del mondo.
Gerhad era entrata e uscita dallo stato di coscienza senza sentire alcun dolore né aveva avuto allucinazioni; più tardi avrebbe scoperto che era Ido stesso a preparare i farmaci, inclusi quelli per l’anestesia. Infine, quando si era svegliata, aveva potuto ammirare l’opera d’arte che era diventata parte integrante del suo corpo.
«Non so se sono al sicuro con un braccio così», aveva detto lei, ammirando le incisioni del metallo Le ricordavano un antico servizio da tè in argento. «Me lo potrebbero rubare non appena metto il naso in strada.»
Il sorriso di Ido era felice. «Questa città non sarà piena di geni, ma praticamente tutti sanno che è meglio lasciar stare i miei lavori.»
Lei aveva annuito, ammirando ancora il braccio. «Ho curato più di un paziente che aveva parti che non poteva sicuramente permettersi. Ora sarò come loro.»
«Oh, non devi pagare nulla», l’aveva rassicurata lui, godendosi l’espressione sul suo viso. «Però, c’è qualcosa che tu puoi fare e gli altri pazienti no.» Era una richiesta strana, ma il tono non era minaccioso. «Cosa?» aveva chiesto lei, più curiosa che diffidente.
«Lavora per me. Ho bisogno di un’infermiera e posso pagare meglio dell’ospedale.»
Lei aveva accettato subito. Poi aveva aspettato il momento in cui lui le avrebbe messo le mani addosso per rompergli il naso o lussargli una spalla, ma non era mai arrivato. All’inizio aveva accettato solamente per denaro: pensava di mettere da parte un bel gruzzoletto e, se il lavoro avesse fatto schifo, tornare all’ospedale. Ma ci aveva messo poco a capire che sarebbe stato stupido rinunciare all’opportunità di assistere un vero e proprio genio della medicina.
Era andata a lavorare per Ido subito dopo l’incidente, ma, a parte quello che aveva fatto per lei, sapeva pochissimo di lui. Non le sembrava di quelle parti, ma bastava parlarci per scoprirlo. Non era solo brillante, era anche istruito, molto più di quanto fosse possibile per gli abitanti del suolo, sempre ammesso che non ci fosse una torre d’avorio in qualche territorio sconosciuto, oltre la portata della Fabbrica.
Tuttavia Gerhad era convinta che Dyson Ido non fosse venuto da qualche terra lontana per arrivare fino al vicolo cieco che era la Città di Ferro. No, era originario di un posto vicino, un posto che chiunque lì poteva vedere, ma che era più lontano della luna e altrettanto irraggiungibile.
Viaggiare dal livello del suolo a Zalem era proibito, una legge che i Centuriani della Fabbrica facevano rispettare con mezzi letali. Non era permesso alcun tipo di volo, per nessuna ragione; far volare un aquilone poteva costare la vita. I Centuriani non erano programmati per distinguere fra macchine e creature viventi; così intere generazioni di abitanti della Città di Ferro erano vissute senza aver mai visto librarsi un uccello se non in foto.
Chissà se i residenti di Zalem avevano le stesse restrizioni o se bastasse la vista a convincerli a rimanere dov’erano. Gerhad sospettava che si trattasse del secondo motivo. Non che questo facesse alcuna differenza: non c’era davvero modo per chi viveva nella città sospesa di arrivare lì.
Be’, forse un modo c’era, ma si trattava di una bella caduta.
Gerhad pensava che in pochi potessero sopravvivere a una simile esperienza. Un paracadute era fuori questione: i Centuriani l’avrebbero ridotto in brandelli facendo a pezzi chi lo usava. Di certo la spazzatura non avrebbe fornito un atterraggio morbido, al momento dell’impatto i detriti di metallo sarebbero stati peggio delle lame di un rasoio.
Solo un genio fuori di testa poteva uscirne vivo, e con lui anche la moglie e la figlia. E se la bambina fosse stata fragile, diciamo, disabile…? Gerhad ci aveva pensato per anni e non riusciva ancora a capacitarsene.
Eppure erano sopravvissuti tutti e tre. La ragazzina era morta qualche anno dopo, in circostanze brutali quanto insensate. Il che, nella Città di Ferro, era una cosa abbastanza comune.
La vera domanda però, era perché Zalem si fosse fatta scappare qualcuno così in gamba. Oppure la verità era che lo avevano fatto fuggire? Anche ammettendo che le persone, lassù, fossero mediamente più intelligenti dei suoi concittadini, Gerhad dubitava che ci fosse qualcuno in grado di far sembrare il dottore uno sciocco. Lui era… Cercava una parola diversa da «intenso», ma non riuscì a trovarla. Perché Ido era proprio così: intenso. Qualsiasi cosa facesse per i suoi pazienti gli importava quasi come la facesse per se stesso, e Gerhad era sicura che fosse sempre stato così. Il dottore sarebbe dovuto impazzire molto tempo prima, ma in qualche modo era riuscito a restare sano. O quantomeno abbastanza sano.
Forse Zalem non lo aveva lasciato andare, pensava Gerhad, forse andarsene era stata una sua idea. Di sicuro non era inciampato e caduto giù per sbaglio.
*
Ido si girò verso di lei, stava per dirle qualcosa, ma vide che si era addormentata sulla sedia, con la testa appoggiata sulla mano cyborg. Pensò di svegliarla, ma poi decise di non farlo. La procedura di incarnazione era quasi completa. Si voltò verso la ragazza sul tavolo, verso il cuore bianco di titanio e ceramica nel petto aperto. Stava pulsando al ritmo normale per una ragazza addormentata e immersa nei suoi sogni.
Era viva.

L.

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[Comics] Terminator [2014-02] Enemy of My Enemy

Cover di Jamal Igle

Dopo il capolavoro sconfinato di The Final Battle la Dark Horse Comics poteva fermarsi e vincere tutto: stava uscendo di scena fra gli applausi, invece ha voluto strafare.
Nel febbraio 2014 inizia una saga in sei puntate scritta da Dan Jolley (tra i vari autori di quella grande occasione mancata che è Aliens: Colonial Marines e autore per la DHC di Prototype e Bloodhound) e disegnata da Jamal Igle: Terminator: Enemy of My Enemy, che trovate in digitale su Amazon a circa 10 euro totali.

Siamo nel 1985 e non si capisce niente. La tosta ex agente CIA Farrow Greene picchia gente a caso mentre arriva un Terminator dal futuro che si scontra con lei: ci spiegheranno qualcosa?
Dopo un paio di numeri scopriamo che la missione del Terminator è di trovare la dottoressa Elise Fong, appena rapita da una misteriosa forza governativa: la Fong è esperta di pelle artificiale, quindi c’è da immaginare che sarà lei a creare la pelle che ricopre i robot di Skynet.
Farrow e il Terminator, dopo vari scontri, decidono di stringere una strana alleanza e di unire le proprie forze per recuperare la Fong: dopo… si vedrà.

Sganassoni robotici a volontà!

Sganassoni robotici a volontà!

Iniziano sganassoni e inseguimenti per sei numeri davvero dimenticabili, usciti in contemporanea con il capolavoro The Final Battle: è come se la Dark Horse mostrasse ogni mese quanto bene e male sappia lavorare, alternando una storia ottima ad una pessima come questa.

Ormai Terminator ha finito il suo ciclo e né mamma Dark Horse né altre case risultano più interessate a raccontarne le avventure a fumetti, né l’uscita del delirante Terminator Genisys (2015) sembra cambiare le cose, visto che non ha dato vita a niente.
Solo la notizia che James Cameron vuole riprendere le redini del franchise dove le aveva lasciate nel 1991 fa smuovere le cose: Terminator: Dark Fate dovrebbe uscire nell’ottobre 2019 e questo ha spinto addirittura i fumetti a tornare in vita. Ovviamente nel peggiore modo possibile, come vedremo più avanti.

Il prossimo 20 marzo si concluderà la nuova orribile saga a fumetti di Terminator, che presenterò qui sabato 23 successivo: la prossima settimana rimarremo comunque nell’universo di Skynet.

L.

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Chuck Norris 9. An Eye for an Eye

È ora di anticipare Jackie Chan con il “poliziesco di menare”.

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

Dopo The Octagon il produttore Michael Leone e la American Cinema Productions mollano per strada il nostro Chuck Norris: gli devono tutto, ma ormai considerano finito il cinema marziale (in realtà appena nato) e preferiscono prendere altre strade. Per esempio Charlie Chan e la maledizione della Regina Drago (1981) con Peter Ustinov…
Dopo qualche film più o meno noto, la casa può dirsi finita già alla metà degli Ottanta.

Invece Norris nella sua autobiografia – che purtroppo smette di parlare di cinema proprio all’inizio degli Ottanta – dice di essere stato subito avvicinato dalla Avco Embassy (oggi Embassy Pictures) che gli ha proposto di interpretare An Eye for an Eye. Per darvi un’idea, nello stesso 1981 questa casa distribuisce nei cinema statunitensi 1997: fuga da New York di Carpenter, L’ululato di Joe Dante, I banditi del tempo di Terry Gilliam e Scanners di Cronenberg: oh, a Chuck poteva andare decisamente peggio.

Sulla sedia del regista siede un onesto piccolo artigiano di Brooklyn, Steve Carver, che non farà molto per far parlare di sé, mentre soggetto e sceneggiatura sono di James Bruner, esordiente che legherà il suo nome a filo doppio con Chuck Norris negli anni a venire.

Uscito in patria americana il 14 agosto 1981, il film finisce sul tavolo della commissione censura italiana il 21 giugno 1982, ottenendo il visto senza alcun divieto né taglio il 2 luglio successivo, con il titolo italiano Triade chiama Canale 6: esce in sala già dal 27 agosto successivo: è il primo film di Chuck Norris ad uscire “in diretta” in Italia, a parte il suo minuscolo ruolo ne L’urlo di Chen. I titoli precedenti sono stati tutti recuperati anni dopo.

Ammazza che grafica “ricercata”…

Distribuito in VHS Domovideo nel febbraio 1988 con il “6” a lettere nel titolo, il 22 dicembre successivo può iniziare la sua ben misera vita televisiva su piccoli canali locali: il primo passaggio su un canale nazionale risale alla prima serata di giovedì 29 settembre 1990 su Italia1. Un paio d’anni dopo il film è già scomparso nel nulla.
La Universal lo presenta a sorpresa in DVD multilingue dal 2005.

Tipico poliziotto sotto copertura

Sean Kane (Chuck Norris) è il classico poliziotto erede della tradizione anni Settanta: segue le sue regole e indaga per conto proprio, con pugno facile e conoscenza delle arti marziali. Perché mentre il cinema marziale ancora stentava a partire ed era già dato per morto nella culla, nel 1973 Warren Murphy aveva iniziato i romanzi del Destroyer, per gli amici Remo Williams, in cui l’eroe bianco ex poliziotto affronta i cattivi con maestro marziale asiatico al seguito: il canone entra così in profondità che sfocia pure nel cinema, come per esempio Nel mirino del giaguaro (Jaguar Lives!, 1979)
In questo piccolo film la star marziale è Joe Lewis, proprio l’atleta che Norris ha battuto sul ring all’inizio del nostro viaggio, ed interpreta una specie di “giustiziere” tipico dell’epoca ma stavolta il suo maestro è pellerossa. (Tanto agli occhi degli americani un indiano e un asiatico so’ la stessa cosa.)
Però il film del rivale Lewis può contare su Christopher Lee… e allora pure Norris vuole Lee! Ma andiamo con calma.

Ormai è un attore consumato… Più consumato, che attore

Visto il proprio collega ucciso a tradimento per colpa dell’infame Montoya (sempre Mel Novak, l’uomo che ha sparato a Bruce Lee che fa capolino in questi film dell’epoca), Sean assiste impotente alla morte anche della fidanzata del collega: perché queste due morti? La risposta arriva in breve tempo: la donna giornalista aveva messo il naso dove non doveva ed ora la Triade l’aveva messa a tacere, lei e il suo fidanzato curiosone.

L’entusiasmo di Mako all’idea di lavorare con Chuck

Visto che la donna era la figlia del maestro di Norris, questi si riavvicina a James Chan, una nuova occasione per il caratterista giapponese Mako di entrare nel cuore degli americani. Era un volto noto televisivo sin dagli anni Sessanta, ha recitato con Bruce Lee ne “Il Calabrone Verde” e con David Carradine in “Kung Fu”, sono pochi i telefilm in cui non ha abbia fatto una comparsata, mentre al cinema è stato più in disparte: dopo però il suo ruolo di ninja in Killer Elite (1975) era destino che diventasse volto noto anche sul grande schermo. Nel 1980 ha provato a dare una mano a Jackie Chan nel suo primo tentativo di sfondare negli States, con l’assurdo Chi tocca il giallo muore (1980).
Avrà tempo di recitare con tutti i grandi dell’action: ora, in questo 1981, è il turno di Chuck Norris.

Biondo eroe americano e piccolo maestro asiatico

Il bianco e biondo Kane si dimette dalla polizia perché vuole avere le mani libere per portare giustizia un pugno alla volta, così insieme al suo maestro marziale arriva al vertice della Triade che sta invadendo le strade di droga e potete scommettere mille milioni che il super cattivo ha la faccia di Christopher Lee!

L’inquadratura è troppo piccola per tre miti di questa grandezza!

Altro grande caratterista del film è il Professor Toru Tanaka al suo debutto cinematografico, pronto ad invadere gli anni Ottanta. Per motivi misteriosi l’hanno fatto zoppo, trovata alquanto ridicola, e come sempre non spiccica parola: lo stesso rimane un mito.

Un attore… di peso!

Come film in sé, Triade chiama Canale 6 è ovviamente uno nientino dimenticabile, ma basta guardare la data per capire che in realtà sta anticipando un mare di atmosfere, stili e temi che saranno potenti negli anni Ottanta: qualsiasi film o telefilm abbiate visto di quel periodo, sappiate che presenta cose già anticipate in questo film.
Dirò di più, solo nel 1985 Jackie Chan esplode in tutta l’Asia con il successo del suo Police Story, connubio di genere “moderno” fuso con stili da gongfupian classico, ma già qui Norris sta usando il poliziesco classico all’americana tipico degli anni Settanta – simboleggiato dal capitano Stevens interpretato da Richard Roundtree, cioè Shaft in persona! – ma virato in chiave asiatico-marziale che è la grande moda del momento. L’effetto è diametralmente opposto, il film di Chan è un successo titanico mentre questo è un filmettino che davvero pochi conoscono (io stesso l’ho visto solo nel 2010 grazie alla collana da edicola “Chuck Norris: il mito”) eppure lo stile è molto simile, con le dovute proporzioni: addirittura ci sono un paio di stunt spettacolari assolutamente non scontati in un poliziesco americano.

Parata di calci per Chuck

I combattimenti sono brevi ma tanti, Chuck prende a calci un mare di cattivi e spesso e volentieri si lancia nel calcio volante che fino ad allora era appannaggio di Bruce Lee e dei cinesi: in futuro magari farò una ricerca approfondita, ma mi azzardo a dire che potrebbe essere addirittura il primo occidentale ad eseguire su grande schermo una tecnica-simbolo del gongfupian di Hong Kong. Si tratta di una tecnica acrobatica, in un certo senso, e di solito le arti marziali degli occidentali sono più “stabili” e meno “svolazzanti”, almeno a quella data.

E Chuck se la vola!

Intervistato nel 2004 da “Black Belt” sulla sua filmografia, Norris non ha da dire altro su questo film se non che si è divertito a girarlo. Ripeto, per quanto sia minuscolo, comunque rimane un film molto rappresentativo di un genere ma anche di uno stile di action che al cinema ancora doveva affermarsi, e che sarà quasi obbligatorio per tutti gli anni Ottanta americani. E Chuck già era lì, in prima linea, come sempre.

Ciaone da Chuck!

Il nostro Norris sta rischiando davvero di fare concorrenza al cinema di Hong Kong: è il momento di un altro confronto con la capitale del cinema marziale…

L.

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Guida TV in chiaro 8-10 marzo 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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