[Novelization] Independence Day (1996)

Questa settimana presento il primo capitolo della novelization di un film che ha fatto la storia del cinema, foss’anche per l’eco mediatica: Independence Day (1996) di Roland Emmerich.
Per la recensione vi rimando a “La Bara Volante“, mentre io vi racconto la molto più divertente versione Z targata Asylum: Independent’s Day (2016).

Il romanzo è firmato da Stephen Molstad: per la scheda completa rimando al mio blog “Gli Archivi di Uruk“.


Il Mare della Tranquillità era una distesa desolata, lugubre e immota, una silenziosa tomba a cielo aperto a forma di cratere, piena di ceneri e pietre. Due serie di impronte erano incise sul suolo grigio e polveroso che circondava la zona d’atterraggio, ognuna ritagliata con la stessa precisione del giorno in cui erano state impresse. All’orizzonte, un frammento brillante della Terra stava sorgendo nel cielo, l’azzurro intenso dei suoi oceani in netto contrasto con la valle priva di colori. Conficcate sulla superficie lunare, stavano le asticelle dei sensori di un sismografo, una scatola quadrata in grado di rilevare la caduta di uno sciame di meteoriti a una distanza di cinquanta miglia, mentre all’estremità del campo una bandiera americana garriva orgogliosamente a una brezza che in realtà non c’era. Tutta la zona era cosparsa di rifiuti: esperimenti scientifici e gli scatoloni di cartone che li avevano contenuti, sacchetti di plastica intatti utilizzati per raccogliere campioni di terreno e una manciata di ninnoli commemorativi. Questo equipaggiamento, sparso negligentemente in un’area della grandezza del diamante di un campo da baseball, era stato trasportato dagli astronauti dell’Apollo 11, i primi due esseri umani a mettere piede sulla luna. Quando se n’erano andati, si erano alleggeriti di tutto ciò che non era ritenuto essenziale per il ritorno sulla Terra. Armstrong e Aldrin avevano compiuto un passo gigantesco per il genere umano, ma si erano lasciati dietro una tonnellata di spazzatura per il genere lunare, se ne fosse esistito uno.
Le loro impronte vecchie di decenni si estendevano per quindici passi verso l’orizzonte in ogni direzione, prima di ritornare al centro del campo. Viste dall’alto, formavano nella sabbia la figura di una margherita enorme e irregolare. Al centro di questo strano fiore c’era la luccicante piattaforma d’atterraggio lunare, una struttura tubolare a quattro zampe rivestita di lamine dorate, che sembrava un castello di tubi in un campo giochi abbandonato in tutta fretta. Perso nell’immensità di un mare di silenzio, il luogo aveva il lugubre aspetto di un sito per picnic che avesse conosciuto un’improvvisa e spaventosa distruzione, come se i frequentatori non avessero avuto il tempo di impacchettare le loro cose, ma solo il tempo sufficiente a girare sui tacchi e correre in salvo. Nulla, nemmeno un solo granellino di sabbia, si era mosso in tutti gli anni trascorsi dalla partenza dei terrestri.
Qualcosa però cominciava a mutare. A poco a poco, un’impercettibile vibrazione avvolse pian piano la zona. Per molte ore non fu più avvertibile della turbolenza causata dal frullo delle ali di una farfalla a una distanza di un migliaio di passi. E aumentava di continuo, inesorabile, fino a diventare un tremito. Gli aghi elettrici all’interno del sismografo tornarono in vita. I sensori del congegno si risvegliarono e cominciarono a inviare freneticamente il loro allarme agli scienziati sulla Terra. Ma i picchi di calore e di freddo tipici della luna avevano messo fuori uso i trasmettitori radio pochi giorni dopo che il sismografo era stato collocato. Come una guardia notturna con la lingua tagliata, il piccolo congegno lottò ora dopo ora per far suonare l’allarme mentre il rombo aumentava d’intensità. Un granello di sabbia scivolò dal bordo di un’impronta, poi un altro e un altro ancora. Mentre il tremolio si tramutava in un rombo profondo, i fili rigidi nella cucitura inferiore della bandiera americana cominciarono a oscillare avanti e indietro. Gli avvallamenti creati dalle impronte crollarono e sparirono sotto la sabbia vibrante.
Poi un’ombra immensa si mosse nel cielo. Passò direttamente in alto, nascondendo il sole e immergendo l’intero cratere in un’oscurità innaturale. Il sisma s’intensificò mentre l’oggetto volante si faceva più vicino. Qualunque cosa fosse, era di gran lunga troppo grande per essere stata inviata dalla Terra.

* * *

Le pianure rocciose del New Mexico potevano apparire inospitali ed estranee quanto quelle della luna. In una notte scura di luna nuova, era uno dei posti più tranquilli del pianeta: centinaia di miglia di deserto rosso sangue e colline d’argilla secca e liscia. All’una di notte del 2 luglio, lepri e lucertole, attirate dal calore della pavimentazione stradale, si erano riunite su una piccola striscia di asfalto in una valle in cui si snodava una strada polverosa, dai piedi delle colline fino alla strada principale. L’unico movimento distinguibile proveniva dall’incredibile abbondanza di insetti: un migliaio di specie che si erano adattate a quel duro ambiente naturale.
Nel punto in cui la strada polverosa cominciava ad arrampicarsi sulle creste di alcune colline, c’era un cartello di legno seminascosto tra le artemisie. Vi si leggeva “SETI. AERONAUTICS AND SPACE ADMINISTRATION”. Chi avesse percorso la strada – con o senza autorizzazione – fino in cima alla salita sarebbe stato ricompensato da una vista spettacolare. Dall’altra parte della cresta c’erano due dozzine di enormi collettori di segnali a forma di scodella, ognuno ben oltre i trenta metri di diametro. Costruite con estrema accuratezza con antenne d’acciaio ricurvo dipinte di bianco, queste gigantesche scodelle dominavano una valle lunga e stretta. Poiché la luna era nuova, l’unica luce che li illuminava era il bagliore rossastro dei fari di segnalazione sulle antenne del collettore sospeso al centro di ogni scodella. I fari erano una precauzione nei confronti di curiosi o di piloti che si fossero persi e che pertanto rischiavano di colpire gli impianti con i loro aerei e di impigliarsi nelle antenne d’acciaio come mosche incappate in una ragnatela.
La SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence, ente per la ricerca di intelligenza extraterrestre) era un progetto scientifico finanziato con fondi governativi e amministrato dalla NASA, e quel campo di giganteschi radiotelescopi era il suo laboratorio più importante. Lontano dall’inquinamento acustico che infestava le città, gli scienziati avevano eretto questo posto d’ascolto grande un miglio quadrato in cerca di indizi che dovevano contribuire a risolvere un enigma vecchio quasi quanto l’immaginazione umana: siamo soli nell’universo?
I telescopi raccoglievano il rumore emesso da miliardi di stelle, quasar e buchi neri, suoni che non erano solo molto deboli, ma vecchi da far vacillare la mente. Viaggiando alla velocità della luce, le emissioni radio dal sole raggiungono la terra dopo un lasso di tempo di otto minuti, mentre quelle provenienti dalla stella più vicina impiegano più di quattro anni. La maggior parte dei rumori cosmici che andavano a sbattere nelle scodelle era vecchia di parecchi milioni di anni, con una potenza di segnale minore di un quadrimilionesimo di watt. Riunita e calcolata con esattezza, tutta l’energia radio mai ricevuta dalla Terra ammontava a meno dell’energia di un singolo fiocco di neve che cada al suolo. E tuttavia, queste gigantesche orecchie d’acciaio rivolte all’insù erano così sensibili e raffinate che potevano riprodurre dettagliate foto a colori di oggetti di gran lunga troppo indistinti e lontani da poter essere percepiti dai telescopi ottici. Ruotavano lentamente nella fioca luce lunare come un campo di fiori robotici che si aprissero all’apparire della luna.
Ficcata tra questi giganti, c’era una casa prefabbricata a un piano, con tre stanze, che era stata trasformata in un osservatorio ad alta tecnologia. Una pioggia di dati zampillava dentro i telescopi, sfrecciando lungo i cavi a fibre ottiche fino alla casa dove venivano vagliati, classificati e analizzati dalla più sofisticata postazione di elaborazione di segnali mai costruita dall’uomo. Tutta questa stregoneria tecnologica veniva messa in atto sotto il controllo di un computer principale che monitorava l’intero sistema, il che significava che tipi come Richard Yamuro avevano molto poco da fare.
Richard era un astronomo che si era fatto una reputazione con un saggio sul fenomeno del redshift (lo spostamento verso il rosso delle righe spettrali) che avveniva nei quasar. Ad appena sei mesi dalla laurea, aveva trovato un posto alla prestigiosa università di Bologna. Quando la SETI lo aveva chiamato due anni più tardi per offrirgli un lavoro, aveva colto al volo l’occasione di cambiare il suo elegante appartamento nel centro storico della città con un piccolo cottage nell’arido entroterra del New Mexico.
La SETI era stata fondata nei primi anni Sessanta da un manipolo di “astronomi folli” che, guarda caso, erano anche alcuni dei massimi ricercatori scientifici a livello mondiale. La loro idea era elementare: la radiofonia è una tecnologia essenziale. È facile mandare ed è ancora più semplice ricevere. Le onde viaggiano alla velocità della luce, penetrando agevolmente corpi come pianeti, galassie e nubi gassose senza significative perdite di potenza. Se una civiltà progredita stesse cercando di comunicare con noi, sostenevano gli scienziati, non sarebbe mai in grado di attraversare le infinite distanze dell’universo. L’unico modo realistico di stabilire una comunicazione con la Terra sarebbe quello di mandare un messaggio radio. Dopo anni di pressioni al Congresso, la SETI aveva ottenuto i fondi per un’esplorazione decennale dei cieli sopra l’emisfero settentrionale. Sotto la direzione della NASA, il piccolo staff aveva creato altre due installazioni, una nelle Hawaii e l’altra a Portorico. Se da qualche parte dell’universo esisteva una vita intelligente, gli studiosi della SETI erano quelli che avevano più probabilità di scoprirla.
A Richard era toccato il turno di osservazione notturno, che nella maggior parte dei lavori è il meno ambito, ma nel gruppetto di scienziati di stanza nel New Mexico era il periodo di lavoro più ricercato. Alle quattro del mattino, il supervisore della sorveglianza notturna avrebbe potuto escludere il sistema di scansione e utilizzare uno dei grandi telescopi per un proprio personale progetto. Il che significava che Richard aveva ancora due ore di tempo da ammazzare prima di avere qualcosa di interessante da fare. Nel frattempo, stava dando una ripassata alla sua abilità di golfista. Appoggiandosi su un ginocchio, immaginò se stesso mentre prendeva la mira per ottenere un birdie, cioè un punto sotto il suo score, con il putter alla diciottesima buca a Pebble Beach.
“L’intero giro delle diciotto buche si riduce a questo ultimo colpo”, sussurrò alla stregua di un telecronista che commenti un torneo. “Yamuro si trova a sette metri dalla buca. Di norma, non sarebbe un problema per un golfista della sua straordinaria abilità, ma dovrà infilarla passando attraverso la sezione di prato più accidentata e insidiosa, il tratto disuguale di green detto il passaggio pedonale.”
“Esattamente, Bob, proprio così”, mormorò, facendo anche la parte del secondo commentatore, “è un colpo pressoché impossibile. A questo punto, non ci sono dubbi che Yamuro si senta tutta la pressione addosso. O la va o la spacca. Ma lo abbiamo già visto superare situazioni come questa centinaia di volte. Se c’è qualcuno che può farcela, quello è lui.”
All’altra estremità della stanza zeppa di costosi marchingegni elettronici, aveva appoggiato sul fianco un bicchierino di carta. Il golfista si risollevò e fece una serie di tiri di prova mentre l’immensa folla immaginaria assisteva in perfetto silenzio. Poi alzò lo sguardo per esaminare la scena. Diede un’occhiata al meccanismo alto e snello detto “Tritatutto” per la sua capacità di tagliare e triturare i rumori casuali dell’universo tramutandoli in bocconcini commestibili per il computer. Al suo posto vide invece i suoi genitori che si mordevano le unghie mentre la tensione si faceva insopportabile. Sua madre, con un’espressione risoluta, annuì con la testa per mostrare al figlio che credeva nella sua capacità di infilare la diciottesima, portando così onore e gloria al nome degli Yamuro. Il golfista guardò dietro di sé e scorse un viso familiare. “Carl”, disse solennemente a una foto autografata del famoso astronomo Cari Sagan appesa a una parete, “avrò bisogno del tuo aiuto, amico.”
Alla fine, Yamuro si avvicinò alla pallina, scostò il bastone, quindi, con un colpo deciso, mandò la pallina verso la buca. Passò irregolarmente sui rigonfi del logoro tappeto dell’ufficio fino a raggiungere il bicchiere di carta e a sfiorare l’orlo per poi rotolare di lato. Aveva sbagliato il tiro! Il golfista si lasciò cadere sul pavimento per il dolore. Aveva deluso se stesso, l’esercito dei tifosi, e, peggio ancora, sua madre. Mentre era ancora in ginocchio, con le mani strette al petto e alla ricerca di parole che potessero esprimere il suo dispiacere, il telefono rosso squillò.
Il cuore del capo della sorveglianza notturna diede un balzo. Il telefono rosso non era collegato con l’esterno. Derivava direttamente dal computer centrale ed era il segno che qualcosa d’insolito era apparso sui monitor. Lasciando il bastone sul pavimento, Yamuro afferrò la cornetta e ascoltò con estrema attenzione il computer dalla voce campionata e digitalizzata che leggeva una serie di coordinate. Luci rosse intermittenti cominciarono a lampeggiare dovunque sul quadro principale di controllo.
“No, in realtà non è successo niente”, mormorò mentre scriveva l’ora, la frequenza e le coordinate della posizione della turbolenza su un blocco di fogli. Quando il telefono rosso squillava, il che avveniva di rado, significava che i computer nella sala accanto, proprio quelli che selezionavano tramite miliardi di canali gli scoppi laceranti e accidentali di rumori spaziali, avevano scoperto qualcosa di straordinario, qualcosa che aveva una struttura non casuale. Con una sensazione di timore e con il cuore che gli batteva sempre più forte, Yamuro si sedette sulla poltrona situata davanti alla console principale e prese le cuffie. Le infilò e rimase ad ascoltare, ma non udì nulla d’insolito: solo i normali sibili e crepitii provenienti dall’universo. A quel punto il protocollo esigeva che avvertisse gli altri scienziati, alcuni dei quali dormivano nei loro cottage sparsi attorno ai radiofari. Ma prima di diventare un membro a tutti gli effetti del Club del Falso Allarme, Yamuro volle controllare con maggior accuratezza. Probabilmente non era nulla più di un nuovo satellite spia o di un aereo disperso che chiedeva aiuto. Batté alcuni numeri sulla tastiera del computer e assunse il controllo manuale del piatto numero uno. Leggendo i dati d’ingresso, il telescopio tornò esattamente nella posizione in cui si trovava quando era iniziata la turbolenza.
Allora lo udì. Spaventato dal suono, fece un balzo all’indietro sulla poltrona, con gli occhi fuori dalle orbite. Al di sopra del solito rumore di fondo scoppiettante e sibilante, udì una progressione tonale che giungeva forte e chiara. Il rumore di risonanza oscillava su e giù lungo una finestra di frequenza conosciuta come banda dell’idrogeno. Sembrava quasi uno strumento musicale, un improbabile incrocio tra un flauto piccolo e una sirena per la nebbia e per certi versi anche un organo di chiesa con un gran bisogno di essere accordato. Non assomigliava a nulla che avesse udito prima, e capì subito che si trattava di un segnale. Lentamente, qualcosa di simile a un sorriso spaventato gli apparve sulle labbra, dopodiché prese l’interfono.
Dieci minuti più tardi, la saletta di controllo sembrava il luogo di riunione di una festa in pigiama ad alta tecnologia. Astronomi assonnati in vestaglia e pantofole si affollavano attorno alla console principale, infilandosi a turno le cuffie e parlando tutti insieme. Quando la scienziata a capo del progetto SETI, Beulah Shore, giunse incespicando nel buio dal suo cottage, l’intero staff si era già convinto di aver ottenuto un contatto con una civiltà aliena. “Questa volta si fa sul serio, Beulah”, le disse Yamuro.
La Shore lo guardò dubbiosa e si lasciò cadere su una poltroncina sotto un cartello su cui c’era scritto CREDO NEGLI OMINI VERDI che aveva appeso lei stessa. “Meglio che non sia uno di quei maledetti lavoretti di spionaggio dei russi”, brontolò mentre infilava le cuffie e ascoltava senza, all’apparenza, mutare espressione. Due cose le stavano passando per la mente: Ci siamo! Lo abbiamo scoperto! Non c’era verso di sbagliarsi: quei lenti alti e bassi di tonalità non erano affatto casuali. Ma, nello stesso tempo, la sua mentalità scientifica e il bisogno di proteggere il progetto la costringevano a essere alquanto scettica. C’era già un brusio di eccitazione tra i collaboratori, e lei aveva ampiamente constatato cosa combinavano gli effetti devastanti della delusione dopo i precedenti falsi allarmi.
“Interessante”, si concesse, impassibile, “ma non saltiamo alle conclusioni, gente. Voglio ottenere una traiettoria della fonte. Doug, telefona ad Arecibo e forniscigli i numeri.”
Arecibo era una lontana valle costiera nella zona orientale di Portorico, sede del più grande radiotelescopio del mondo, mille metri di diametro. In capo a cinque minuti, gli astronomi di quella località avevano posto termine ai loro esperimenti e avevano fatto ruotare l’immenso piatto secondo le coordinate del bersaglio. Su un linea telefonica separata, modem ad alta velocità trasferirono immediatamente i dati forniti. Mentre i risultati del radiotelescopio di Arecibo giungevano lungo la linea, gli scienziati, di norma beneducati, si spintonavano l’uno con l’altro per guardare per primi la stampata che usciva dalla macchina.
“Sono sbagliati”, disse uno di loro, imbarazzato e alquanto spaventato.
Yamuro strappò il foglio e si rivolse a Beulah. “Secondo questi calcoli, la distanza dalla fonte è di 385.000 chilometri”, borbottò perplesso. Poi aggiunse quello che tutti già sapevano: “H che significa che viene dalla luna”.
La Shore si diresse verso l’unica finestra della stanza, scostò le tende di qualche centimetro ed esaminò la falce di luna. “Sembra che potremmo avere dei visitatori.” Dopo un istante di riflessione, mormorò: “Sarebbe stato carino da parte loro se prima avessero chiamato”.

* * *

A poca distanza dalla Casa Bianca, appena oltrepassato il Potomac, il Pentagono era il più grande stabile d’uffici del mondo. La gigantesca struttura a cinque lati era la sede della bizantina burocrazia delle forze armate degli Stati Uniti, una piccola città racchiusa in se stessa. Persino a due ore dal sorgere del sole, quando la sua forza lavoro era ridotta a poche migliaia di anime che facevano il secondo turno di notte, era un posto in piena attività. Una flotta di autoarticolati era allineata vicino alle banchine di carico dell’edificio, impegnata nella consegna degli articoli più svariati, dai documenti classificati alle vettovaglie per il ristorante, mentre dozzine di camion della spazzatura portavano via la montagna di rifiuti del giorno precedente.
Attraversando a gran velocità il parcheggio meridionale, una berlina Ford ultimo modello e senza contrassegni si dirigeva verso l’edificio a più di cento all’ora. Un attimo prima di sbattere contro la fiancata dell’edificio, piantò una brusca frenata e s’infilò con una leggera sbandata nel parcheggio riservato più vicino alle porte d’ingresso.
Pochi secondi dopo, il generale William M. Grey, comandante in capo del Comando spaziale degli Stati Uniti e capo dei Comandi congiunti di stato maggiore, salì i gradini ed entrò nell’atrio; i rinforzi d’acciaio delle suole delle sue scarpe battevano un ritmo rabbioso sulle mattonelle del pavimento. Quando il telefono era squillato, quarantacinque minuti prima, stava dormendo come un ghiro. Ciò nonostante, il tarchiato sessantenne, tirato a lucido, arrivò in ufficio in tutto il suo splendore di generale a cinque stelle. Pur procedendo di buon passo, venne raggiunto dal suo capo di stato maggiore, il colonnello Ray Castillo. Il giovane e allampanato ufficiale scientifico seguì il generale preoccupato fino a una fila di ascensori e aprì una serie di porte con l’inserimento del proprio tesserino di riconoscimento. Le porte si aprirono con un sibilo e i due entrarono. Appena le porte si furono richiuse, capirono che potevano parlare liberamente.
“Chi altro ne è a conoscenza?” chiese il generale.
“La SETI nel New Mexico ha telefonato circa un’ora fa. Hanno captato un segnale radio approssimativamente alla una e un quarto di stanotte. La cosa emette un segnale ripetuto che stiamo cercando di interpretare.” Castillo rispose nervosamente, cercando di darsi un tono professionale. Sapeva quanto poco Grey tollerasse la trasandatezza.
“L’hanno detto a qualcun altro? Alla stampa?”
“Per il momento hanno accettato di starsene tranquilli. Temono di perdere credibilità se annunciano qualcosa troppo in fretta, per cui stanno facendo ulteriori verifiche.”
“Be’, che diavolo è questa cosa? Loro lo sanno?”
Il colonnello Castillo scosse la testa e sorrise. “No, signore; loro sono persino più sconcertati di noi.” Grey si voltò di scatto e freddò l’aiutante con una smorfia di disapprovazione. Agli uomini e alle donne che lavoravano per il Comando spaziale degli Stati Uniti, una divisione autonoma dell’aviazione, non era permesso essere sconcertati su alcunché, non mentre Grey era a capo delle operazioni. Il loro compito consisteva nel conoscere tutte le risposte in ogni occasione. Castillo trasalì e si mise a studiare le carte che aveva portato con sé. “Mi scusi, signore.”
Le porte si aprirono nel sottosuolo su un vestibolo bianco e pulitissimo. Il colonnello fece strada lungo il corridoio e oltre una robusta porta. Lui e il generale entrarono in una sala strategica sotterranea simile a una caverna, con una grande mappa computerizzata su uno schermo che dominava la parete più grande. Progettata e costruita nei tardi anni Settanta, la sala era un ampio spazio ovale con la zona principale di lavoro, fornita di sessanta schermi radar con le loro console, più bassa di un metro e mezzo rispetto a un camminamento che la cingeva interamente. Tre dozzine di uomini muniti di tessere di accesso di massima sicurezza si trovavano nel piano inferiore e controllavano tutto quello che si muoveva nel cielo: ogni satellite, ogni missione di ricognizione, ogni volo commerciale e ogni momento di qualsiasi missione spaziale. Inoltre, una rete di satelliti di sorveglianza con funzioni specifiche teneva d’occhio le installazioni missilistiche nucleari in tutto il mondo, perlomeno quelle note. Con i suoi folti tappeti e le pareti ricoperte di vivaci affreschi di voli spaziali, la sala ricordava immancabilmente al generale Grey “una fottuta biblioteca”, come l’aveva definita in più di un’occasione.
“Dia un’occhiata a quegli schermi”, disse Castillo, indicando una fila di normali televisori sintonizzati sui telegiornali di tutto il mondo. A intervalli di pochi secondi, la grana dell’immagine si disintegrava improvvisamente in una macchia confusa, diversa da qualsiasi distorsione d’immagine che avessero mai visto prima. “Le ricezioni satellitari sono state danneggiate. Tutte le ricezioni satellitari, comprese le nostre. Ma siamo riusciti a prendere queste foto.”
Gli fece strada fino a un vicino tavolo di vetro illuminato da sotto e indicò a Grey una grande diapositiva. Presa con una macchina a infrarossi, mostrava un oggetto confuso simile a un globo contro uno sfondo di stelle. La qualità dell’immagine era troppo granulosa e deformata perché il generale potesse farsene un’idea precisa. Parecchi membri dello stato maggiore del Comando spaziale li raggiunsero. Grey, che era l’unico non scienziato del gruppo, non aveva intenzione di cominciare a fare un sacco di domande stupide. Rimase invece a guardare ingrugnito l’immagine confusa per un istante prima di esprimere la propria opinione. “Assomiglia a un grosso stronzo.”
Castillo stava per mettersi a ridere quando si rese conto che il suo capo non stava affatto cercando di essere divertente. Continuò a presentare la situazione mostrando una seconda foto dell’oggetto, in cui appariva altrettanto simile a uno stronzo. “Abbiamo valutato che l’oggetto debba avere un diametro di più di 550 chilometri”, spiegò, “e una massa approssimativamente pari a un quarto di quella della luna.”
“Santa madre di…” A Grey non erano piaciute quelle parole. “Che cosa pensa che sia? Una meteora, forse?”
Gli ufficiali si lanciarono sguardi imbarazzati. Era ovvio che Grey non era stato informato esaurientemente sulla natura dell’oggetto che stavano osservando. “No, signore”, cominciò uno degli ufficiali, “non è una meteora.”
“Come lo sa, lei?”
“Be’, tanto per cominciare, signore, sta rallentando. Non ha fatto che rallentare da quando l’abbiamo vista per la prima volta.”
Il caratteristico aspetto ingrugnito di Grey si tramutò in smarrimento quando le implicazioni di quello che gli era stato detto cominciarono ad apparirgli chiare. Se stava rallentando, poteva solo voler dire che l’oggetto era controllato, pilotato.
Senza un attimo di esitazione, si diresse verso il telefono più vicino e chiamò il segretario alla difesa a casa sua. Quando fu informato dalla moglie che il segretario stava dormendo, Grey abbaiò nella cornetta: “E allora lo svegli! Si tratta di un’emergenza”.

L.

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Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

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Scanners (1981) 35 anni di scansioni

Da 35 anni l’Italia è stata “scannerizzata” da David Cronenberg, e al regista scrutatore “La Bara Volante” sta dedicando uno strepitoso ciclo di recensioni che non dovete perdervi.
Oggi ovviamente Cassidy ci parla di Scanners, in contemporanea con il Zinefilo.

Scanner è una parola moderna, anzi: è una parola che trasuda modernità. Di quella modernità di una volta, quando il futuro era diverso.
Nell’Ottocento non si parla di “scanner”: in quest’epoca scansion significa in inglese quello che scansione significa in italiano: “scandire un verso”, e non c’è uno “scanditore di versi”. La parola “nasce” negli anni Cinquanta del Novecento con le scoperte medico-scientifiche: così possiamo sentir citare un infrared luminescence scanner, in un articolo di geofisica di A.Y. Sakakura (1957), e un ultrasonic scanner, in un articolo di energia nucleare di W.N. Beck (1958). È nata l’Era degli Scanner.
Nel novembre 1976 a Firenze entra in funzione un centro di medicina nucleare per individuare malattie tumorali, il cui macchinario più affascinante e su cui in pratica ruota tutto il centro si chiama Emiscanner: tutti i mezzi di informazione sono lì ad ammirare uno scanner per il cervello in grado di ricrearne le immagini su un «televisore a colori». Non è un “lettore”: riproduce ciò che vede, perciò è uno scanner. Il futuro è ormai arrivato…
Possibile che all’epoca nessuno avesse ancora trovato la traduzione italiana? Per quanto negli anni Settanta venga sdoganata in Italia la parola scanner, applicata all’ambito medico ma con punte anche in quello fotografico e addirittura spionistico, nel 1979 Editrice Nord porta in libreria A Scanner Darkly (1977) di Philip K. Dick – a quanto pare l’unica opera di narrativa con la parola “scanner” nel titolo! – scegliendo come titolo Scrutare nel buio. Be’… meglio l’originale inglese…

Nata in ambienti scientifici negli anni Cinquanta, dopo vent’anni la parola scanner è di uso comune e alle orecchie dei lettori-spettatori suona come il simbolo di un futuro imminente di alta tecnologia, dove le macchine potranno entrarci dentro ed analizzarci. Proprio come si analizzano minuziosamente dei versi: come si scandiscono dei versi…
L’idea di uno scanner che entra in uno corpo umano è propria degli anni Settanta, e un cantore del corpo manomesso come David Cronenberg non poteva certo rimanere indifferente all'”oscuro scrutare” del decennio: girando sui set del suo freddo Canada fra l’ottobre e il dicembre del 1979, decide di chiudere gli anni Settanta con la sua personale interpretazione di cosa sia uno scanner.

Il film che parla degli scrutatori!

Il film Scanners deve aspettare poi fino al 14 gennaio 1981 per uscire – prima negli USA e due giorni dopo in Canada – e per arrivare nelle sale italiane deve aspettare fino al 25 maggio 1982, distribuito dalla storica IIF (Italian International Film).
Pare che debba aspettare fino al 1987 per conoscere una distribuzione in home video, in VHS Multivision, ma già il 23 dicembre 1984 passa per un piccolo canale televisivo (Euro TV) e il 10 maggio 1985 viene trasmesso in seconda serata da Italia1: nel dicembre 1987 passerà per il mitico canale Odeon TV!
La Eagle Pictures lo porta in DVD dal 21 agosto 2007 e la Legocart lo ristampa il 27 marzo 2016.

Ok, signori: sbrighiamoci che oggi ho uno di quei mal di testa…

Così spiega “La Stampa” del 27 maggio 1982 il “potere” dei protagonisti del film:

«Uno scanner – letteralmente, scrutatore – è un signore dotato di sorprendenti qualità telepatiche, che gli consentono non solo di scrutare il pensiero altrui, ma anche di spiegarlo a suo piacimento e, a metterci tutto l’impegno, di spappolarlo.»

Va’ come m’è aumentato il mal di testa: qualcuno ha un Moment?

Il giornalista sicuramente si è affidato alla traduzione di Sandro Pergameno del romanzo di Dick, ma per fortuna nessun traduttore del film ha osato parlare di “scrutatori”: sono semplicemente schènner, come evidentemente si pronunciava all’epoca. (Poi la parola si è molto italianizzata.)
Per il giovane pubblico dell’epoca era ignoto ogni utilizzo medico-scientifico dello scanner: la parola evocava “scannamenti” e le immagini non contraddicevano questo sentore…

Ops, grazie lo stesso: non c’è più bisogno…

Di sicuro ho visto Scanners durante un passaggio televisivo, e probabilmente è stato quello del 1985 di Italia1: avevo quindi undici anni… e per dirla all’americana, il film fucked the shit out of me: “mi mise alquanto paura”.
Non ho idea del perché in casa vedemmo quel film, forse era il “titolo del momento”, forse se ne parlava in giro, non lo so. So che a pochi minuti dall’inizio del film c’è una testa che esplode… e mia madre che grida!
Ancora mi stupisce che abbiamo continuato la visione, comunque poi diventa tutto tranquillo, e nei film horror il “tranquillo” è la parte peggiore. Quei volti inquietanti e quella maledetta faccia da pazzo di Michael Ironside – che per me sarà sempre il mito di questo film – mi schiacciarono dalla paura. Alla fine… be’, la fine l’ho vista anni dopo.
Quando inizia il duello tra i due protagonisti e le vene ai polsi cominciano ad esplodere, mia madre mi ha portato via: solo mio padre è rimasto a vedere lo scontro finale, per poi raccontarcelo sbrigativamente con poche parole. Ho potuto vederlo solamente intorno al 1990, quando affittai in videoteca Terrore in sala (1984), documentario che presentava spezzoni di celebri film horror.

Il mondo non era ancora pronto per Michael Ironside…

Rivisto oggi il film, secondo me, fa ancora discretamente paura: non vorrei però che sia un mio ricordo che torna a galla.
Di sicuro è preponderante l’aspetto tecnologico, perché il buon vecchio Cronenberg qui non si limita a modificare la carne umana, a parlare della malattia e del suo rapporto con il corpo, ma aggiunge forti dose di tecnologia: di quell’informatica che all’epoca metteva davvero paura.
Siamo lontani dall’epoca dei personal computer, siamo in un periodo in cui i computer si vedono solo al cinema e sono degli enormi scassoni che sembrano poter fare tutto. In fondo è proprio mediante quegli scassoni che gli scienziati stanno “scansionando” il cervello umano…

I computer erano così sfolgoranti che servivano gli occhiali scuri!

Con un ardito twist di sceneggiatura Cronenberg rende i suoi scanner in grado di “dialogare” con i computer, un processo ignoto e che verrà ripreso – con le dovute proporzioni – solo nel 1984 con la nascita della narrativa cyberpunk.
Finora al massimo c’era stato Hal 9000 di Kubrick che leggeva le labbra mentre il capolavoro Generazione Proteus (1973) di Dean R. Koontz parlava di un computer che si accoppiava con una donna… ma parlando a voce. Cronenberg va oltre, e apre la via alla comunicazione mentale tra uomo e macchina: se nella realtà i computer cominciavano ad entrare nel cervello umano, con questo film gli umani cominciano ad entrare nel cervello elettronico.

Con questi computer da 1 k di memoria conquisteremo il mondo!

Visto che alcuni temi del film erano già nell’aria, merita aprire qui una parentesi di approfondimento.
Già nel 1969 Cronenberg parlava di telepatia nel suo cortometraggio Stereo e nel 1972 getta le basi di Scanners con l’episodio Secret Weapons della serie-contenitore “Programme X”. Stando al saggio David Cronenberg: umano, post-umano (Sovera 2011) di Stefano Ricci, quest’ultimo titolo racconta del futuro 1977 in cui una compagnia farmaceutica si è impadronita del potere, e in cui uno psicofarmacologo che si occupa di esperimenti umani fugge per unirsi alla “resistenza”, che si batte contro il potere della scienza che soggioga la civiltà. In pratica è il primo vagito del film del 1981.
Stando al citato Ricci, Cronenberg già da questo 1972 comincia a scrivere la sceneggiatura di quello che sarà Scanners, anticipando così il romanzo The Fury (1976) di John Farris, il quale scriverà personalmente la sceneggiatura per la riduzione cinematografica omonima del 1978 di Brian De Palma, con il Governo che cerca di controllare i telepati. Insomma, negli anni Sessanta e Settanta i telepati sono nell’aria, ma solo Cronenberg dà loro certi poteri.

Una classica faccia da telepate

Di telepati famosi già c’erano gli inquietanti bambini de I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos, 1954) di John Wyndham, diventato al cinema Il villaggio dei dannati (Village of the Damned, 1960), che nel seguito filmico della vicenda – La stirpe dei dannati (Children of the Damned, 1964) – diventano bambini dai poteri psichici che devono difendersi dal Governo.
C’è poi il romanzo Fossa d’isolamento (The Children of Light, 1960) di Henry Lionel Lawrence che è diventato il film Hallucination (The Damned, 1962) dove abbiamo altri bambini telepati studiati dal Governo, stavolta nati da radiazioni.
Certo che ‘sto Governo ci fa sempre delle figure barbine…

Patrick McGoohan: vero scanner-maker!

Con i suoi schermi a cristalli liquidi e le sue letterine verdi su sfondo nero – lo standard dell’epoca, e io da bambino ho avuto il piacere di scrivere su quei computer rudimentali! – Cronenberg si prende gioco del “futuro dell’epoca”, perché la volontà umana può distruggere in un attimo tutti i computer. Perché la volontà umana è crudele e malvagia, mentre la macchina è solo fredda.

Cronenberg è uno in gamba… e io c’ho occhio per ‘ste cose!

E quindi si torna al tema di Brood (1979), della volontà che si concretizza mediante la potenza della sua malvagità. In fondo gli scanner sono esseri mutati geneticamente mediante farmaci, che può sembrare una roba “chimica” ma è null’altro che un’altra forma di volontà crudele: il dottor Ruth (interpretato dal mito Patrick McGoohan) ha in fondo imposto la sua volontà spietata modificando la carne e creando gli scanner. Nessun computer o macchinario futuristico potrà mai nulla contro la cattiveria umana…

Una delle immagini che hanno tormentato la mia infanzia!

Malgrado la tecnologia massiccia nella storia lo renda datato, Scanners è ancora uno splendido film che ti scava dentro e ti dà fastidio a pelle, perché Cronenberg ci ha davvero messo dentro tutto se stesso… e il suo oscuro scrutare!

L.

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Terminator Woman (1993)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
Prima però spendo due parole sul titolo. Ho avuto la fortuna di assistere all’arrivo del film in Italia e al fiorire dei titoli fantasiosi con cui i media nostrani l’hanno presentato: ne ho lasciato traccia, anni fa, su IMDb.
Appena arrivato in VHS Number One Video si intitolava 
Un testimone da proteggere, ma subito la TV lo trasmise prima come Uno scomodo ostacolo e poi come Double Target: a memoria il primo titolo lo inventò Italia1 e il secondo Duel TV (satellitare), ma non potrei giurarci. Infine la compianta Stormovie l’ha portato in DVD con il titolo Terminator Woman, che è solo uno dei vari titoli originali del film.
L.

I titoli dei film, si sa, sono una scienza in-esatta. Soprattutto quando si tratta di film di serie Z. Ce lo conferma, con implacabile e dolosa assenza di qualsivoglia vergogna, Terminator Woman, pellicola datata 1993 e di cui i doppiatori italici hanno pensato bene di smostrare l’etichetta (in lingua originale suona come Double Target) per attirare frotte di allocchi: leggi Terminator e favoleggi su Schwarzy, sulla resistenza umana, su assembramenti di ferraglia assassini. Chiaramente, nulla di tutto ciò compare nel lungometraggio in questione. Poi leggi Woman e ti attendi, lieto e curioso, un action in cui il cosiddetto sesso debole assurga a protagonista assoluto e indefesso. Ovviamente, poco di tutto ciò compare nel lungometraggio in questione.
Che poi, colpa più grave, il suddetto ruolo se lo accaparra Jerry Trimble a proposito della cui persona la presenza di un organo riproduttivo che lo rende masculo è forse (FORSE) l’unica certezza: per il resto nutro forti dubbi sulle sue doti recitative, sul suo discutibile fascino accalappia-femmine, sul suo ciuffo da liceale ripetente oltre che adepto della gioventù hitleriana.

Jerry Trimble

Ma andiamo ad esaminare, nel dettaglio, il film e tacitiamo quella vocina che mi suggerisce “chi te lo fa fare?”: tutto inizia con dei cattivi trafficanti di oro che fanno le facce brutte brutte, che palesano di non avere nulla a che spartire col mestiere di attore anche nel momento in cui dovrebbero semplicemente morire e tra i quali emerge, come leader, Michel Qissi. La notizia si colora di infausti presagi quando scopriamo che il nostro è anche il regista e inizia a volteggiare, su di noi, il sospetto che abbia riservato alla pellicola lo stesso trattamento della colonna che ha reso celebre Tong Po… riducendola dunque in una poltiglia indigeribile.
Il sospetto si irrobustisce quando fanno la comparsa i buoni, il poliziotto Handlin (Trimble) e la collega Julie Parish, interpretata da Karen Sheperd, la versione povera della Rothrock che già di per sé è miserrima.

Karen Sheperd

Comunque i due sono giunti in Africa per scortare un pentito testimone chiave nel processo contro il boss Gatelee (il Qissi di cui sopra) e si macchiano di due esordi difficilmente dimenticabili: il primo si fa approcciare da un cittino di colore che gli propone insistentemente di profittare della prostituzione locale con “ragazze o ragazzi” contribuendo così da subito a dare del continente nero la solita immagine pulita, non stereotipata e politicamente corretta. Ah, somma ironia. La seconda però fa addirittura di peggio: pur dovendo scortare un vecchio decrepito e essendo una campionessa di arti marziali, si fa trascinare a terra dall’anziano esagitato e non riesce a liberarsi dalla sua morsa per un lunghissimo lasso di tempo in cui si limita a strizzargli le zinne in faccia. Trimble chiosa la clownesca scena così «Lei è Julie A.Parish, dove la A sta per affascinante». Ok, iniziamo bene anche con le linee di dialogo.

Karen al suo meglio

Seguono cliché consolidati come inseguimento, sparatoria, Jerry e Karen che picchiano i malintenzionati al soldo di Qissi ma anche in questi frangenti non mancano le occasioni per strabuzzare gli occhi come quando le macchine si rincorrono e, arrivate in una radura, si sparpagliano senza senso alcuno se non quello di omaggiare Tetris o ancora come quando si scopre che i nostri beniamini sono senza armi perché pensavano «di fare una vacanza». Già la dichiarazione, resa con aria assolutamente seria, lascia basiti ma poi, riflettendoci, due agenti scortano uno che deve testimoniare contro un temibilissimo boss criminale e si presentano “nudi e scalzi”? Credibile, nevvero? Scuse migliori per fargli usare calci e pugni non ce n’erano?

Michel Qissi

La regia di Qissi, in compenso, continua a sbandare paurosamente dimostrando perlomeno coerenza nella sciattezza. Trimble e socia, dopo aver capito i rischi della missione e verificato l’ambiente ostile, dove vanno a passare la serata? In un nightclub. Che aquile: ad un maiale che si reca volontariamente al mattatoio riconosco molto più buon senso. Come volevasi dimostrare lei, vestita tra l’altro come una passeggiatrice con propensioni circensi, è rapita dai trafficanti e lui è chiamato a risolvere la cosa  trovando il sostegno del ragazzino che a inizio film lo voleva mandare a prostitute. Ottimo, proprio un bel duo, quasi la riedizione di Arma letale.

Jerry in action

Trimble prende in maniera talmente seria questo fatto dell’accoppiata di giustizieri che si porta dietro l’infante anche quando si reca a far visita al boss, il quale ovviamente li caccia e cerca di farli malmenare dai suoi. Invano, perché il nostro eroe salva capra e… ragazzino. A salvare la pora Sheperd ci pensa invece la pora Sheperd: attira una guardia con la puerile scusa di voler fare sesso  (nemmeno Paolo Brosio ci sarebbe cascato) e il gioco è fatto, per poi addentrarsi in una selva dove, giuro, il film diventa la copia sputata di un picchiaduro a scorrimento; insieme a un’altra fuggitiva incontra nemici su nemici che non si sa come siano capitati nel bel mezzo del bosco, uno addirittura ha il colbacco. E vi ricordo che siamo in Africa: in Africa col colbacco. Ecco.

Karen in action

Intanto Jerry  viene tentato da una infida alleata di Qissi ma capisce l’antifona e, integerrimo, rifiuta le avances di quest’ultima dicendo «non mi piace toccare le vipere». Che in una situazione così bollente si possa partorire frasi così filosofiche non ci credo mica. Ma il nostro adorato regista, tra un calcio e l’altro alla mitica colonna, chissà che viaggi mentali s’è fatto. Beato lui.

Argomenti a favore di Karen…

Lo stesso regista, stavolta nelle vesti di attore, imbastisce una scena abbastanza epica quando un collaboratore lo avverte della fuga della poliziotta facendo al contempo le sue scuse: stacco, inquadratura dell’edificio da fuori, finestra in frantumi con il suddetto collaboratore spedito nell’aere, Qissi che si affaccia e, lentamente, sentenzia rivolto al cadavere spiaccicato «Accetto le tue scuse».

Argomenti a favore di Jerry

Tutto molto bello. Sicuramente più bello di ciò che avviene dopo lo scontro finale (perdonatemi ma qui lo spoiler diventa un obbligo morale): Jerry e Karen danno finalmente sfogo alla loro passione amorosa intervallandola però con mosse di karate. Avete capito bene. Il tutto davanti allo sguardo divertito di un tassista di colore con sorriso da tricheco. Appunto, il sorriso lo lascio a lui. Perché io sto ancora riflettendo su quanto sia in-esatta la scienza dei titoli di film. In-esatta ma così  affascinante. Mannaggia.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film, e ricordo che Karen Sheperd è stata l’unica vera Red Sonja in carne e ossa!

La Sheperd è salita sul palco degli Universal Studios vestita da Red Sonja e combattuto con il corpo e con la spada… per ben 3.200 volte!
L.

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[Fight in an Elevator] Vince Vaughn vs Daniel Bernhardt

Daniel Bernhardt vs Vince Vaughn

Prima o poi ogni ascensore giunge al piano, e questa rubrica Fight in an Elevator – in omaggio a questo post di Cassidy sul blog The MacGuffin.it – è salita per tutti i piani previsti.
Dopo la segnalazione di oggi non ho altri “piani” da far salire all’ascensore: se qualcuno ne ha da segnalarmi gliene sarò ovviamente grato.

Tempo limite (Term Life, 2016) di Peter Billingsley è un pessimo film, tanto brutto che non merita di essere recensito nel Zinefilo: il che è tutto dire!
Vince Vaughn si dimostra ancora una volta attore inadatto a qualsiasi ruolo non sia una commedia bambinesca con Ben Stiller (e anche lì ormai è fuori parte) ma ad un certo punto in questo film si ritrova a combattere in ascensore… con Daniel Bernhardt!

Specifico che questa porcheria è un altro pessimo prodotto della WWE Studios, casa specializzata nel chiamare lottatori di wrestling e NON farli combattere in video: il motivo di questa politica aziendale è fumoso e imperscrutabile.
Così dopo varie inutili comparsate di energumeni che immagino ex wrestler, l’unica scena di combattimento del film si svolge in ascensore tra un imbolsito Vince Vaughn e un bravissimo Daniel Bernhardt: nessuno dei due ex wrestler!
La scena è imbarazzante e piange il cuore a vedere un grande atleta come Daniel ridotto a fare ‘sta robaccia, ma pure lui deve mangiare: sono lontani i tempi di Bloodsport II

La peggiore delle scene di fight in an elevator si ferma la rubrica: aspetto fiducioso le vostre segnalazioni.

L.

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Ninja Addiction: intervista al curatore della fanzine

Presento una esclusiva intervista a Fabrizio: creatore, curatore e maestro ninja della fanzine Ninja Addiction, dedicata – come si evince dal titolo – al fenomeno del cinema ninja.
Non so se esiste un sito dedicato all’iniziativa (ne dubito) e le foto che presento in questo post sono tratte dalla forum community di FilmBrutti.com. Dallo stesso link ho trovato una mail a cui penso si possa ordinare una copia della rivista: ninjaaddiction@gmail.com.

Sono malato di ninja dai primi anni Ottanta, quando il tanto amato cartaceo era l’unica realtà esistente: infatti nessuno si cagava i ninja, perché il cartaceo è elitario e settario. Prima dell’arrivo dei digitale – che è brutto e non piace – nessuno ha mai citato il cinema ninja ad esclusione di Stefano Di Marino nel suo splendido saggio Bruce & Brandon Lee (Sperling 1995), dove c’è un trafiletto dedicato al titano Shô Kosugi. Al di là di questo, il cinema ninja non è mai esistito prima dell’avvento del digitale, che ha fatto scoprire un universo infinito completamente ignoto ai più.
Tutto questo per dire che non credo alla scelta di mantenere cartacea una fanzine. Ecco perché ho voluto lasciare digitale il mio saggio Ninja. Un mito cine-letterario, che non sarà certo campione di vendite ma sarà sempre disponibile a chiunque, non occupa spazio in casa ed è facilmente consultabile.

Comunque onore al merito ad un coraggioso che, novella ombra nella notte, ha voluto affrontare l’argomento meno amato dagli italiani, pubblico che dall’arrivo delle maledette Tartarughe ha cancellato completamente l’esistenza di qualcosa noto come “cinema ninja”. (Purtroppo sono stato testimone diretto dell’evento e non è stato piacevole vedere un’arte mortale diventare un intrattenimento per l’infanzia.)

Quando nasce la tua passione per il fenomeno ninja?

Se intendi l’interesse / ossessione per la presenza di questa icona nella cultura popolare (e nel cinema, che della stessa è megafono), è partito tutto dalle produzioni IFD e dai film di Ho / Lai. Non sono un aficionado di roba strana di primo pelo e fino ai primi anni 2000 sono stato parte attiva del manipolo di film buffs italiani più attivi. “Collezionisti”, per intenderci, che spendevano il tempo a girare videoteche per poi scambiare VHS con gente di mezzo mondo, a mezzo di interminabili trattative per posta. Ero fan dell’euro trash e poi mi sono buttato a capofitto nei mondo movies, ma non ho mai avuto particolare interesse per il cinema asiatico o per l’action, che a quei tempi ho completamente snobbato come genere. Ma dei film I.F.D. avevo sempre sentito parlare come di qualcosa aldilà del bene e del male, solo che non avevo tempo/ soldi da spenderci.

Poi per una dozzina di anni ho letteralmente abbandonato questo mondo e ho preso anche a considerare con scarsa gentilezza chi perdeva il suo tempo ad accumulare audiovisivi. Ma siccome se si è tossici di qualcosa lo si è a vita, circa un anno fa, mi sono imbattuto in un paio DVD di film di Ho editi da Vegas Multimedia (Ninja Terminator e Ninja Commandments) e da lì è venuto tutto in sequenza. Google mi ha portato a ninjasallthewaydown, blog di CJ Lines (che mi ha concesso per la zine il suo bel pezzo su Ho) e partendo da quelle pagine ho scoperto l’esistenza di un sottobosco di matti che si dannano per conoscere più a fondo questi film. Siccome sono ossessivo nel mio approccio alle cose, ho iniziato allora a raccogliere di tutto e mi è venuto in mente di mettere su una ‘zine che servisse come diario per questa navigazione nella Ninja Addiction. Una “malattia” parecchio diffusa a livello globale.


In un periodo di Lego e Tartarughe, quando cioè l’argomento è pensato prettamente per l’infanzia, com’è nata l’idea di una rivista dedicata invece ai “veri” ninja?

È nata perché a causa di motivi semplicemente anagrafici, come dico nell’intro, per me la maniera di omaggiare / approfondire qualcosa che mi vede fan sono le fanzine. E so di potere apparire snob dicendo quanto segue, ma penso che seppure i blog rappresentino oggi una fonte inesauribile di conoscenza (hanno fornito ottimi spunti e contenuti anche a questo progetto che nasce e per ora resta su carta), il peso emotivo di uno statement riportato su un pezzo di carta è superiore a quello di una lista di link in corpo dodici posizionati sul lato destro dell’ennesimo template di WordPress. Poco conta che esso sia frutto di semplice passione o risultato di ricerca filologica.

Curi la rivista da solo o dietro c’è un team di appassionati?

Ninja Addiction è una mia idea e un progetto che ho curato da solo raccogliendo i materiali, forniti da collaboratori generosissimi e competenti, scrivendone alcuni e ordinandoli in una maniera che, a mio parere, ha un senso. Mi sono in pratica fatto una rivista dedicata a quello che mi interessa,che ha dentro i contenuti che avrei voluto leggere e si presenta con l’aspetto che più mi aggrada. Ovviamente queste idee sono state trasformate in realtà grazie all’aiuto di un collega che lavora nel settore della grafica e che ha impaginato tutto con abilità, cogliendo a pieno lo spirito della pubblicazione che avevo in mente. Lode eterna ad Emanuele Conti, grafico ninja senza paura.


La rivista è volutamente solo cartacea: come mai questa scelta?

Perché, come ho scritto sopra, mi sembrava la cosa giusta da fare. L’ennesimo blog l’avrebbero letto/clicckato i soliti appassionati e poi quando magari dopo mesi o anni mi sarei stancato di farlo (come mi stanco sempre di tutto) mi sarebbe arrivata una mail dal provider che mi invitava a rinnovare l’accesso pena la disattivazione.
Ninja Addiction invece è di carta e non si può disattivare. Anzi c’è il rischio che passi di mano in mano ahahhaha

C’è qualche film ninja che, al netto dei difetti, ti è rimasto nel cuore?

Il bello di essere praticamente un neofita è rappresentato dal fatto che ogni volta che penso di aver visto qualcosa di veramente assurdo, passa qualche tempo (e qualche visione) e mi trovo a ricredermi. Non per altro questo genere ha tanti seguaci: per quel miracolo che si ripete ogni volta che le idee più balzane, realizzate nelle maniere più “economiche”, stanno in piedi e funzionano cinematograficamente. Il famoso “so bad it’s good”, che sta dietro a molto cinebis. Se devo però assegnare una stellina temporanea (e metto da parte i classiconi di Ho e Lai), in questo numero di Ninja Addiction segnalo l’incredibile Wolfen Ninja. Il perché andate a leggerlo comprando la zine.


Negli anni Duemila si è tentato di tornare a parlare di ninja “veri”, cioè non destinati all’infanzia, ma sembrano tutti tentativi falliti. Pensi che prima o poi potranno tornare i guerrieri delle ombre nel buio della sala?

Ti rispondo di sì ma dicendoti che non torneranno mai come erano negli anni ’80. E questo perché il cinema non si muove più per generi. Oggi tutto deve essere tutto, con il risultato che spesso è niente. Quindi sì, come è già stato nei ’90 e nel 2000 avrai qualche guizzo, li vedrai riapparire come suggestione o citazione, più o meno colta e più o meno camp, in qualche film e magari qualche ennesimo ostinato ci tirerà fuori un titolo dedicato che farà parlare di un ritorno, che poi non ci sarà. Gli anni d’oro non torneranno mai, altrimenti non sarebbero tali.


Per finire, quali sono i progetti futuri? C’è già un nuovo numero della rivista in cantiere?

Tonnellate di idee e alcune proposte di collaborazione, dopo un mesetto che il primo numero gira. Ho già il secondo numero pronto in mente e, se fosse per me, partirei a lavorare da domani, ma attendo ancora di capire se avrò qualcuno che mi aiuterà con la parte grafica visto che Emanuele al momento è molto impegnato.
Dopotutto è una fanzine, e non c’è nessuna fretta.

L.

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Cannonball (1976) La corsa più pazza di Carradine

La New World Pictures di Roger Corman è lanciatissima, e che stia dominando il mercato del cinema di genere lo dimostra il fatto che comincia a lavorare con la Shaw Bros, la mitica casa cinematografica all’epoca regina di Hong Kong.
Tutti hanno capito che non si sta parlando più di una casa che sforna filmacci da due soldi anche se mitici, come nei primi anni Settanta: è la casa che ha conquistato il pubblico con Anno 2000: la corsa della morte (1975).
Corman prende il regista di quel film, Paul Bartel, e gli fa scrivere e dirigere un prodotto che sembri una cosa simile, ma che sia diversa. Qualcosa che sfondi lo schermo come una palla di cannone! Qualcosa che in questi giorni compie 40 anni in Italia, quindi non perdete la recensione del blog “La Bara Volante” e la locandina italiana d’annata di “IPMP“.

Il punto esclamativo in Italia è andato perduto…

Dopo il successo del divertentissimo La grande corsa (The Great Race, 1965), che adorai da ragazzino, e del cartone animato Wacky Races (1968), forte ispirazione per il citato Death Race, era ormai chiaro che le corse in auto tiravano da morire. Pure l’Italia partecipò al gioco, co-producendo Quei temerari sulle loro pazze, scatenate, scalcinate carriole (Monte Carlo or Bust!, 1969).
Cos’ha da aggiungere la New World Pictures di Corman? Morte a palate e arti marziali. Questo è Cannonball.
Uscito in patria il 6 luglio del 1976, il film arriva nei cinema italiani il 9 aprile 1977. Sbarca in VHS Playtime pare nel 1980 ed appare in TV il 9 luglio 1984 in prima serata su Rete4: dopo un paio di passaggi, il film scompare totalmente nel nulla. Riappare quando la MHE (Mondo Home Entertainment) lo porta in DVD dal 3 marzo 2010.

Qualcosa mi dice che la corsa non finirà bene

Non siamo più in un futuro paradossale, parodistico e paraculo, ma in un tempo decisamente peggiore: gli anni Settanta! Paura, eh?
Siamo in un tempo in cui tutti i neri camminano da supercool, ballando e ondeggiando. Un tempo in cui le donne hanno messe in piega che sfidano la gravità. Un tempo in cui il buon gusto nel vestire si prepara ad affrontare l’olocausto degli anni Ottanta.
Un tempo in cui David Carradine se la comanda, pur non avendo il minimo numero per farlo: è proprio questo il suo mito.

Fazzoletto al collo, pacco in vista e giacchina rosa: solo Carradine poteva girare così!

Un annuncio misterioso offre centomila dollari a chiunque parta in automobile da Los Angeles e si presenti in un certo garage di New York: un viaggio coast-to-coast in cui tutto sarà permesso, una corsa non autorizzata, non controllata ed illegale.
La polizia è informata e cercherà di fermare i partecipanti, ma tranquilli: sono lontani i tempi di Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo (1963), qui la polizia non è rappresentata da quel simpatico vecchietto di Spencer Tracy. Qui i poliziotti ammazzano.
Uno zoo di personaggi variopinti, tutti semi-seri, partono dalla città degli angeli e affrontano mille peripezie per giungere a destinazione: come dite? Vi ricorda un altro film? Magari uno che si chiama Cannonball con l’aggiunta di un Run? Calma, calma… arriverà anche quello su questo blog!

Voi attraversereste uno Stato per un trafiletto su un giornale?

Come dicevo, Carradine se la comanda e nel cast ci infila pure il suo fratellastro minore Robert Carradine (che si farà un nome anni dopo ne La rivincita dei Nerds).
Qui interpreta il campione Coy “Cannonball” Buckman che ovviamente è figo e figheggia ovunque. Sta correndo per aiutare suo fratello Bennie (il mitico caratterista Dick Miller), intrallazzone che si è messo nei guai con il boss Lester Marks (il regista Paul Bartel): se non riceverà centomila dollari, darà ordine ai suoi scagnozzi di dare una lezione a Bennie. E visto che tra i suoi scagnozzi c’è Sylvester Stallone in una comparsata, c’è poco da stare tranquilli.
Ricordo che Sly era stato valido co-protagonista di Death Race, ma il suo Rocky uscirà solamente a novembre del ’76 e qui siamo a luglio: è ancora un semplice caratterista sconosciuto.

Al centro il regista Paul Bartel, a destra… potete non crederci, ma è Sylvester Stallone!

Mentre Buckman corre in pratica per niente, visto che dovrà dare tutti i soldi al fratello, cerca di farlo rinsavire l’amante poliziotta Linda, interpretata da una spettacolare Veronica Hamel: i suoi occhi e il suo viso seppelliscono tutto il resto del film e rimane imbambolato ad ammirarla. La sua carriera sarà prettamente televisiva ed è un peccato: sono convinto che con quegli occhi al cinema avrebbe fatto faville.

Caro, ti prego: butta ‘sta giacca rosa, che nun se po’ guarda’!

Tra una corsa e l’altra, tra un’auto rombante e l’altra, David ne approfitta per ricordare a tutti che ha da poco concluso le tre stagioni della serie Kung Fu, dove ha convinto il mondo di essere un artista marziale, e scriverà pure un saggio in proposito. Così ad un certo punto fa quello che nessun americano ha ancora la stoffa per fare in un film occidentale: prende a calci qualcuno utilizzando uno stile marziale.

Brutta tecnica ripresa male, ma è comunque un mito

La scena è imbarazzante e dimostra quanto David fosse fisicamente impedito ad interpretare un artista marziale – magari lo era in spirito – ma questa sua scena “alla Bruce Lee” (come la definisce un personaggio) è qualcosa di rarissimo nel cinema dell’epoca. Picchiarsi con le arti marziali era roba da cinesi, una perversione asiatica mal vista da tutti, ma Carradine per lo spettatore medio era un American Shaolin e tutto gli era concesso.

Per favore, fate smettere David di combattere?

Dire che il film è datato è essere ottimisti: al confronto Death Race è un capolavoro inarrivabile. Non c’è critica sociale né l’umorismo che invece pervade gli altri film similari, ma di sicuro c’è voglia di sperimentare.
Un film che dimostra i suoi anni ed essere nato sulla scia del precedente capolavoro di Corman non gli giova, ma di sicuro è da vedere per capire l’evoluzione del “cinema rombante” di quegli anni.

L.

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Ghost in the Shell (2017) Perché c’è un ghost in me

Una sera a cena lo sceneggiatore Ehren Kruger mandò giù impepata di cozze con contorno di peperonata ai quattro formaggi, e la notte giustamente dormì agitato. Sognò il Fantasma del Buon Gusto Passato che lo fissava e lo additava con fare crucciato, posandogli poi sul comodino la cartuccia di un fucile. Il messaggio era chiaro: se scriverai una buona sceneggiatura, userò quella cartuccia per ucciderti.
Poi il fantasma si tuffò nella cartuccia e Kruger si svegliò, tutto sudato. Si voltò e vide che sul comodino c’era ancora una cartuccia: non era stato un sogno! C’era davvero un fantasma nella cartuccia… Un Ghost in the Shell!
Raccontato il sogno alla Paramount, subito gli affidano 110 milioni di cucuzze per sventare la minaccia del fantasma: non sia mai che scrivesse una buona sceneggiatura.

Il fantasma del Buon Gusto Passato

Cos’è che facciamo ai cadaveri prima di esporli durante il loro funerale? Li abbelliamo. Il cinema statunitense è morto, da anni, ma il suo cadavere è il più bello di tutto l’obitorio.
Presentato il 16 marzo 2017 in Giappone, la Paramount porta subito in Italia il 30 marzo successivo (fonte: ComingSoon.it) uno splendido cadaverino ben truccato: Ghost in the Shell, palese disperato tentativo di acchiappare pubblico facile andando a toccare un prodotto molto amato da almeno vent’anni: il risultato però non sopravviverà ai canonici venti giorni…
Il cinema statunitense ruba dai giapponesi da sempre, non è certo un mistero, e che quindi li voglia omaggiare mettendo in campo il meglio del meglio degli effetti speciali non è un’operazione sbagliata in sé: il problema è che da sempre ruba le idee… non lo stile. E questo è un dannato guaio.

Gli USA del 2017 che rifanno il Giappone del 1995

Il regista Rupert Sanders, che in realtà è un passante che si è ritrovato d’un colpo sul set, arriva il primo giorno di lavoro e trova Scarlett Johansson seduta a gambe larghe, a modellare un vaso d’argilla mentre dietro di lei Takeshi Kitano la ghermisce e la bacia, canticchiando «Ohhhhh Myyyyy loooove…»
«No!» grida il regista. «Non è quel Ghost!»
Probabilmente non è andata così, ed è un peccato. Ma che gli attori sul set non abbiano ben chiaro cosa stanno facendo mi sembra evidente. Come per esempio il povero vecchio Kitano che fa la parte dell’unico coglione che parla giapponese in Giappone. Ma che senso ha?
Fatemi capire, siamo nel Giappone del futuro, dove quasi tutti hanno tratti occidentali e tutti parlano inglese… e poi c’è Kitano che parla giapponese. E tutti fanno finta di capirlo, ma tanto il suo personaggio è talmente ridicolo che nessuno gli dà retta. Peccato, perché nella storia originale il suo è un personaggio di primo piano.

Takeshi Kitano: l’unico che parla giapponese in Giappone…

Che Scarlett sia bbòna non esiste uomo al mondo che possa negarlo. Solo che ha un enorme difetto: è entrata nei trent’anni, età devastante per un’attrice. Perché il buon gusto scompare e comincia a fare la zoccola come non ha mai fatto in vita sua.
L’ho già raccontato per Milla, Kate e le altre: appena un’attrice bella compie trent’anni, si infila un’abito stretto a pelle (di solito nero, ma in questo caso bianco) e fa le pose sexy. Perché non lo fa a vent’anni, quando sarebbe ancora più sexy? Non scherziamo, è il cerchio della vita: a vent’anni sei un’attrice, a trent’anni sei una milf, a quaranta sei una cougar. Non le ho scritte io le regole, ma le attrici vi si adeguano sempre.

Solo un’attrice trentenne poteva girare questa scena, per vanità di farsi vedere ancora figa

Così per anni abbiamo dovuto spiare le forme di Scarlett, quasi fossimo tutti tornati a guardare la Fenech dal buco della serratura, poi con un anno di anticipo – con Under the Skin (2013) a 29 anni – la Scarlett si è completamente denudata a favore di camera. Non sembri una critica, ci ha fatto solo che piacere, ma da quel momento l’attrice ha lasciato molto spazio alla milf che è in lei.
Qual è la trama di Ghost in the Shell? Il culo di Scarlett Johansson…

Ragazzi, io più di così non posso spogliarmi!

Eh, ma ora sto esagerando. È un film che affronta tematiche molto complesse e delicate, anzi oserei dire religiose. In questi anni di incertezza morale è necessario porsi domande che aspirino all’universale, è necessario interrogarsi sull’entità divina. È necessario farsi la domanda delle domande: esiste la vita… dopo Blade Runner? La risposta è la solita: no, non esiste.
Presa la sceneggiatura originale del primo fumetto di Shirow Masamune e del celebre anime di Mamoru Oshii del 1995, arrotolate ben bene e infilate nel cesso, il film è una parata d’effetti speciali spettacolari che nascondono solamente la triste replica di Blade Runner (1982): città del futuro con enormi donne asiatiche in pubblicità, dove tutto è ovviamente bbuio. Andiamo, dal 1982 in poi avete mai visto al cinema un futuro luminoso? Eh no, il futuro è sempre bbuio, e triste.

La tipica espressione di chi vive nel futuro bbuio

Preso giusto qualche scena azzeccata dall’originale – tipo il maggiore che si getta nel vuoto spogliandosi – tutta la trama è votata alla “bladerunnerizzazione” più becera, e il punto massimo, l’apice della profondità della sceneggiatura arriva con il dilemma morale per eccellenza: cos’è l’identità personale? E se i ricordi che ho sono falsi, io sono ancora io?
Ammazza che domandone, roba forte. Ma aspetta, c’era un film del 1982 che diceva le stesse identiche cose, qualcuno si ricorda il titolo? Forse è un ricordo falso…

Da 35 anni i pubblicitari del futuro usano solo donne asiatiche…

Il bello è che il film è imbarazzante già nei primissimi minuti, ma non per colpa sua. E qui devo lanciare una segnalazione ad Evit del blog “Doppiaggi Italioti“.

«Ti abbiamo creato un corpo nuovo: uno shell sintetico. Ma la tua mente, la tua anima, il tuo ghost… tutto questo c’è ancora.»

Quando sono riuscito a chiudere la bocca, la cui mascella era pesantemente crollata a terra, mi sono chiesto: ce l’avrò anch’io un ghost dentro di me?
Mi metto dei panni di chi ha avuto l’ingrato compito di tradurre la frase che apre il film: non metto il suo nome perché ho paura di sbagliare ad individuarlo, ma rimando alla scheda di AntonioGenna.it.
Giustamente si sarà detto: non pretenderete che io parli di “spirito nel guscio”, eh? Che qui la gente abbandona subito la sala!

Aspettatemi: infilo ‘sto ghost nello shell e vengo al bar anch’io.

Io prima ho giocato con il significato di shell, perché da che videogioco è videogioco quando devi sparare col fucile ti servono le cartucce, chiamate shell appunto. Pensate alla cartuccia di un fucile: è un involucro che raccoglie i pallini. È un guscio.
La parola “guscio” in italiano è fiacca da morire, non la puoi usare in un contesto serio: o stai tenendo una conferenza di biologia e parli dei tanti molluschi da guscio, o se no cerchi un sinonimo. Che non esiste.
Così si è buttato tutto in caciara con l’espressione “shell sintetico”: sembra una roba futuristica, e salviamo così la situazione.
Ma poi arriva il dramma…

Scusa, per curiosità: ma a me il ghost dove l’hai infilato?

Durante tutto il film è un ripetersi di ghost qua e ghost là, il ghost è mio e me lo gestisco io, perché c’è un ghost in me… E il traduttore italiano alza le mani: «Mi arrendo, lasciate ghost perché non so che cacchio metterci!»
Eppure la traduzione è facile, “spirito”, ma in effetti suona oltremodo ridicolo nel testo: purtroppo anche lasciare ghost è altrettanto ridicolo…
Per fortuna ogni tanto arriva Kitano a dire «Pocoto Pocoto» e ci risolleva il morale, dimostrando che in quanto a ridicolo ‘sto film non lo frega nessuno.

Aspetta che me lo appunto: «Pocoto… Pocoto…»

Ogni secondo del film è arricchito da splendidi effetti speciali luccicanti, tutti però completamente inutili e votati all’estetica più superficiale. Nulla viene spiegato come invece avviene nello splendido anime del 1995, che purtroppo ho conosciuto tardi ma che ho amato sin da subito.
Pare che giudicandolo noioso – avendo ritmi asiatici molto diversi dai nostri – quel piccolo gioiello si sia voluto renderlo più frizzante. L’ultimo che si è proposto un obiettivo così stupido è stato quel genio mancato di Steven Soderbergh (mancato, mancato… ma prima o poi lo beccano!) che giudicando noioso il Solaris di Tarkovskij – e già qui meriterebbe il carcere a vita – si è impegnato per farne un remake che è la definizione stessa della noia: due ore di immondo nulla inframmezzato da dialoghi stupidi.
Con Ghost in the Shell si è voluta ripetere l’operazione, rendendo noioso e stupido qualcosa che invece era intrigante e innovativo. Ma al contrario dell’escrementizia opera di Soderbergh in Ghost in the Shell appena la noia sta per dilaniarti le carni… arriva Kitano in scena e dice «Pocoto Pocoto». E ti tiri su di morale, rispondendo: «Ah Kitano: Pocoto un par de coglioni!»

Il Maggiore Mondezza in “Delitto nel futuro”

La fantascienza americana è uno shell senza ghost, un guscio vuoto, un cadavere che sta lì da anni ad essere truccato nel migliore dei modi, ma è palese che sia un cadavere.
Agli italiani va bene così, l’importante è che ci siano tante lucine e che Scarlett mostri il culo, ma forse tutto questo non basta, visto che gli incassi del primo weekend hanno lo stesso spessore della trama di questo film…
Ma non voglio chiudere con una nota amara, sebbene il fim lasci addosso tanta amarezza. Consoliamoci pensando che Zucchero aveva già previsto tutto negli anni Ottanta…

Dài che non siamo dei cyborg
Le tentazioni dello shell
Sono cose piccanti
Belle da prendere al volo
Accendi un ghost in me
Perché c’è un ghost in me, baby

L.

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Jesus Christ Superstar (1973)

Esattamente trent’anni fa, nel sabato che precedeva la Pasqua del 1987, registrai su videocassetta da Raiuno il secondo passaggio televisivo italiano di un film che in seguito sarebbe stato replicato da Rete4 regolarmente ogni Pasqua. Un film che all’epoca era rarissimo a meno di non aver avuto la fortuna, quindici anni prima, di averlo visto nelle sale italiane: fortuna che ebbero i miei genitori.
Era stata la prima volta in vita mia che vedevo mio padre elettrizzato, quella sera del 29 marzo 1985 quando per la prima volta Raiuno trasmetteva questo film, all’epoca scomparso da più di dieci anni. Mio padre lavorava fino a tardi ma quella sera si precipitò a casa e la prima cosa che disse appena entrato fu «Sono già arrivati i carri armati?»
Io avevo 11 anni e rimasi a bocca aperta: cioè… è un film cantato su Gesù… ma ci sono i carri armati? Jesus Christ Superstar era pronto a conquistarmi.

Il tradimento di Giuda (Photo by David James)

Sarebbe leggermente riduttivo dire che fece scalpore quella prima messa in scena del 12 ottobre 1971 a Broadway, al Mark Hellinger Theatre: chiunque avesse una penna in mano iniziò a scrivere critiche feroci e lodi sperticate. Favoloso, blasfemo, capolavoro, ignominioso. Sparate un aggettivo, e sicuramente nel corso degli anni è stato usato per indicare il musical scritto da Andrew Lloyd Webber con i testi di Tim Rice.
Subito il canadese Norman Jewison – che aveva azzeccato due bombe come La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967) e Il caso Thomas Crown (1968) ed era pronto a dirigere la gagliardiaggine totale di James Caan in Rollerball (1975) – va a bussare alla Universal Pictures: «Delle piccole case mi hanno dato 9 milioni per dirigere il musical Il violinista sul tetto (1971), che fate, aumentate la posta? C’è un soggetto uno zinzinino controverso che vi assicurerà pubblicità a manetta: dopo l’ebraismo, ora musichiamo il Cristianesimo.»
La Universal ha appena dato 700 mila cucuzze a George Lucas per American Graffiti (1973) e 5 milioni a Clint Eastwood per Lo straniero senza nome (1973)… Ma sì, e cacciamoli ‘sti 13 milioni per il soggetto più chiacchierato del momento. Jewison prende i soldi e dal freddo Canada vola fino alle meravigliose lande desolate intorno ad Israele, piene di rovine romane perfette come location, e in quell’agosto 1972 crea un mito immortale.

Qualsiasi citazione da Leonardo Da Vinci è puramente voluta (Photo by David James)

Presentato a New York City l’anno dopo, il 7 agosto 1973, il film arriva in Italia il 17 dicembre successivo ma non nelle sale cinematografiche: viene proiettato al Teatro dell’Opera come un musical e soprattutto la serata è in nome della beneficienza a favore della Croce Rossa. Una scelta troppo buonista? Tranquilli, che c’è sempre chi ci vede del marcio.
Il 5 gennaio 1974 “La Stampa” così scrive:

«Ieri in difesa della “purezza cristallina” della religione cristiana, le organizzazioni parafasciste hanno mobilitato le loro squadriglie di imbrattamuri notturni per denunciare “l’oltraggio che sta per essere consumato nella capitale del cristianesimo con una pubblica rappresentazione dissacratoria della divinità di Cristo all’inizio dell’Anno santo”. Se la prendono cioè con il film Jesus Christ Superstar, che il 7 gennaio sarà proiettato al Teatro dell’Opera a beneficio della Croce Rossa. […] In Vaticano non viene dato alcun peso a queste manifestazioni che si condannano da sole tanto più che il film in questione era stato valutato benevolmente dal critico dell’Osservatore Romano, invitato alla “prima” londinese.»

Le polemiche vendono ma anche la buona musica, e Jesus Christ Superstar è musica dannatamente… ops, volevo dire “beatamente” buona!

La spettacolare Ouverture (Photo by David James)

Sono cresciuto immerso nella musica di ogni genere possibile e immaginabile, quindi non ricordo quando è arrivato in casa il doppio LP con la colonna sonora del film: una splendida edizione MCA Records stampata in Italia dalla milanese CBS-Sugar e distribuita da Messaggerie Musicali: per i collezionisti, il codice è MAPD 6847. Non sarà una rarità come l’edizione italiana de La febbre del sabato sera (1977), ma rimane un pezzo d’epoca.
Dentro ci sono le stra-meravigliose foto che vi presento in questo post – vi sfido a ritrovarle in giro per Google! – ma soprattutto presenta qualcosa che all’epoca era di una rarità spaventosa. No, rarità non rende bene: qualcosa che era impossibile da trovare. I testi delle canzoni.

Il disco è del 1973 ma probabilmente arrivò in casa nostra nella metà degli anni Ottanta: comunque era un periodo in cui non esistevano i testi delle canzoni pubblicati su riviste, come arriveranno in seguito insieme all’usanza dei CD di inserire un libretto all’interno con le lyrics. Alcuni LP le avevano ma non erano frequentissimi.
Per la prima volta nella mia vita avevo il testo originale di canzoni che amavo. No, che veneravo, ed armandomi di dizionario inglese cominciai a tradurre. Come dite? Non serviva, perché tanto in TV il film era trasmesso con i sottotitoli in italiano? Eh, sì, andate a fidarvi delle traduzioni italiane…

Simon Zealotes (Photo by David James)

Ho avuto la grande fortuna di avere un’ottima insegnante di inglese alle scuole medie, che mi ha regalato delle solide basi: niente roba tipo full immersion o «Let’s have a conversation»: abbassa la testa, e comincia a ripetere «To go, went, gone», manda a memoria quantità enormi di parole e scrivi tutte quelle che non conosci e che ti capitano davanti.
Mentre riempivo quaderni di parole nuove, scoprivo la magia della traduzione: cioè, una parola (dangerous) diventa tre parole («un uomo pericoloso»)? E perché ad un certo punto durante una canzone… d’un tratto i sottotitoli scompaiono per poi riapparire la strofa dopo? A 13 anni scoprii la censura italiana…
Quando la folla lo acclama e lo chiama J.C. – cosa che sfruttai anni dopo, quando mi appassionati ad un altro J.C.: Van Damme! – gli chiede anche se sarà a disposto a fare delle cose per lei.

«Ehi J.C., J.C., won’t you fight for me?»

Fin qui tutto facile: Gesù, lotterai per me? Ma poi Gesù smorza il sorriso, perché la domanda della folla è di quelle brutte.

«Ehi J.C., J.C., won’t you die for me?»

Gesù, morirai per me? E qui misteriosamente i sottotitoli della RAI scompaiono…

«Take me now… before I change my mind» (Photo by David James)

Anni dopo il film recuperai alcune versioni teatrali dell’opera, con l’avvento di YouTube poi ho potuto gustare ottime reinterpretazioni moderne, ma parliamoci chiaro: sono formichine di fronte alla montagna.
Norman Jewison in quell’estate del 1972 ha creato un capolavoro senza tempo che è impossibile da ripetere e impossibile da descrivere in ogni sua parte. Essendo io leggermente pazzo per questo film, ed avendolo visto tipo un miliardo di volte, ho amato ogni scelta di inquadratura, ogni giro di camera, ogni campo lungo, ogni scelta stilistica assolutamente geniale. E pensate che per anni ed anni ho visto il film in 4:3, con mamma RAI che tagliava l’inquadratura tanto che Pilato si sente cantare parecchi secondi prima che entri in scena… semplicemente perché stava troppo a destra per il 4:3!
Il voluto anacronismo è di una genialità spettacolare, e probabilmente è servito da ispirazione a Mel Brooks per La pazza storia del mondo (1981), ma anche qui parliamo di formichine davanti alla montagna.

Il più geniale Re Erode della storia! (Photo by David James)

Non posso mettermi ad elencare tutte le scene perfette del film, perché ogni singolo fotogramma di Jesus Christ Superstar è perfetto. Anche nei punti in cui sembra più ruspante, quasi improvvisato, guardate bene e scoprirete una sapiente regia. Non è facile creare l’improvvisato, per questo tutto è perfetto.
Non posso mettermi a ciatre dei brani, semplicemente perché ogni singola parola del film è perfetta, ma soprattutto… incredibilmente profetica!

Gesù tra i lebbrosi (Photo by David James)

Malgrado sia stato comprato e studiato solamente nel 2006, era sin dagli anni Settanta che vari loschi individui provavano a vendere quello strano rotolo trovato in Egitto. Un rotolo che, appena iniziato a leggere, venne ribattezzato “Il Vangelo di Giuda”.
Se amate le cospirazioni, sentite questa: pochi anni dopo l’esplosione di Jesus Christ Superstar, in Egitto viene trovato un rotolo… che dice le stesse cose! Che facciamo, pensiamo a qualche bella truffa ai danni dei poveri archeologi?
Protagonista del musical non è Gesù, bensì Giuda, presente in ogni scena anche quando non canta: è l’osservatore che giudica e che anche dopo morto torna in scena per la canzone finale. E qual è la novità di questo Giuda? Che accusa Gesù di averlo reso un mero strumento nel suo piano…

La mia mente è nell’oscurità: Dio… sono stato usato!
E tu, Dio, l’hai saputo per tutto il tempo.
Dio, non saprò mai perché mi hai scelto per il tuo crimine.
Tu mi hai ucciso, UCCISO!

Vengono i brividi a sentire Giuda pronunciare queste parole mentre si impicca sullo schermo, con in sottofondo lo spettacolare riff per chitarra che aveva accompagnato il personaggio proprio all’inizio della storia.
In quello che noi chiamiamo “Il Vangelo di Giuda”, scoperto nel 1978, le parole sono diverse ma il concetto è similare: Giuda è l’unico vero discepolo perché ha capito il “quadro generale” e sa che se non tradirà Gesù la storia non andrà avanti…

«For the sake of the nation, this Jesus must die» (Photo by David James)

Per anni ho cantato le parole del musical e ovviamente i testi di Giuda erano quelli più impegnativi, perché si lanciavano in veri scioglilingua.

Nazareth, Your famous son
Should have stayed a great unknown
Like his father carving wood
He’d have made good
Tables, chairs and oaken chests
Would have suited Jesus best
He’d have caused nobody harm
No one alarm

Provate a cantarlo con la velocità richiesta dalla musica, e scoprirete che non è affatto facile. Ce ne ho messo per riuscire a cantare sopra il cantante!
Ma ovviamente la vera prova è il tradimento di Giuda, quando piomba da Caifa e comincia a sciorinare parole a raffica:

Now if I help you, it matters that you see
These sordid kinda things are coming hard to me.
It’s taken me some time to work out what to do.
I weighed the whole thing out before I came to you.
I have no thought at all about my own reward.
I really didn’t come here of my own accord.
Just don’t say I’m…
damned for all time.

«Non sono venuto qui di mia volontà»: ho ancora i brividi, dopo trent’anni che ho imparato a memoria questi versi…

Le 39 frustate più rock della storia (Photo by David James)

Vogliamo parlare di Ted Neeley e Carl Anderson, Gesù e Giuda? E che gli volete dire? Una curiosità che oggi è facilmente scovabile ma all’epoca era “scottante”: entrambi gli attori hanno fatto una comparsata nella serie televisiva Starsky & Hutch.

«Everytime I look at you I don’t understand
Why you let the things you did get so out of hand
»
(Photo by David James)

Jesus Christ Superstar rimane un capolavoro inarrivabile, che non ha perso un solo grammo di smalto e può essere visto in questa Pasqua 2017 come se fosse la prima volta. E quindi chiediamoci ancora, come fa Giuda dello sfavillante finale: «Volevi morire in quel modo? È stato un errore o sapevi che la tua caduta sarebbe stato un record d’ascolti?»

Jesus Christ
Superstar
Do you think you’re what they say you are?

L.

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P.S.
Vi ricordo l’edizione Blu-ray 2013 del 40° anniversario.

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[Novelization] Suicide Squad (2016)

Trovo divertente il caso di un film che non sembra essere piaciuto a nessuno, e questo ci può stare, ma le motivazioni sono le stesse che invece portano elogi alla Marvel: i film di supereroi sono tutti superficiali con battutine stupide da ragazzini, perché questo sarebbe peggio di un qualsiasi altro prodotto Marvel? Boh, sarà colpa mia, che disprezzando il genere “superomistico” non riesco a notare la sottile differenza fra i vari titoli, che mi sembrano tutti insopportabilmente superficiali.
Per recensioni più particolareggiate rimando a La Bara Volante di Cassidy e a Storie da birreria di Moreno Pavanello. Vi ricordo anche la mia presentazione della colonna sonora del film.

Venendo alla novelization in questione, il romanziere Marv Wolfman fa iniziare il suo Suicide Squad (edito nell’agosto 2016 come sempre da Titan Books) in modo davvero intrigante: raccontando con dovizia di particolari l’episodio della dottoressa June Moone che in una grotta centroamericana viene “aggredita” da uno spirito e diventa Enchantress: i primi tre capitoli del romanzo sono dedicati a questa vicenda, che nel film è sbrigata in pochi secondi.
Spinto da questo livello di approfondimento, mi sono dedicato alla vicenda di Harley Quinn, che ovviamente è il personaggio più degno di nota del film. (Ok, è l’unico personaggio del film!) Dopo però una scena inedita – che non so se abbia inventato l’autore o faccia parte della sceneggiatura pre-tagli di David Ayer – tutto inizia a seguire fedelmente le immagine filmiche, in modo davvero sterile.

Lo stesso mi piace tradurvi in esclusiva la nascita della storia di Harley Quinn e il suo Puddin’, il Joker.
Ricordo che i titoletti dei paragrafi li ho aggiunti io per comodità di lettura.


Indice:


La morte di Harleen Quinzel

Si preannunciava una notte tranquilla.
Non c’erano state rivolte per più di una settimana. Nessun nuovo arrivato era stato trascinato in cortile in attesa dell’inevitabile atto di bullismo. Nessun matto aveva infilzato qualcuno convinto che stesse cospirando contro di lui. Persino il clima, insolitamente mite, stava cooperando. Prometteva d’essere veramente una buona nottata.
Finché delle esplosioni non devastarono il cortile. Le sentinelle sulle torri dell’Arkham Asylum cercarono senza successo la fonte di quelle esplosioni, ma tutto ciò che videro furono i pazienti che, fuori di testa, cominciavano a vagare senza meta per quello che era diventata zona di guerra, pazienti che non avevano ancora capito se le esplosioni fossero reali o un’altra allucinazione della loro mente, prodotta da sovradosaggio di medicinali.
Lo scoprirono nel peggiore dei modi.
Uomini in tenuta miliare con maschere antigas ed armautre protettive si calarono da funi appese ad elicotteri che volavano nell’oscurità. Già durante la discesa questi uomini presero di mira le guardie e le trasformarono all’istante in cadaveri.
I pochi superstiti si misero a cercare un posto dove nascondersi. Entrando nella struttura ospedaliera, si accucciarono dietro letti rovesciati, malgrado questi avessero ancora sopra i pazienti legati.

[…]

La porta d’acciaio era sbarrata dall’interno, ma cinque cariche esplosive di C4 rimossero quell’ostacolo. Jonny Frost emerse da quel caos e senza sforzo agguantò la sua preda.
«Ce l’ho, boss», disse ad una alta figura muscolosa che usciva dall’ombra. «Proprio dove ha detto che era.»
Il Joker uscì dall’oscurità. Era alto e magro, con capelli verdi lucenti e una muscolatura da lottatore di mixed-martial-arts. I denti rivestiti di metallo luccicarono nella luce. Studiò la bella e giovane psichiatra.
«Dottoressa Quinzel», disse, «è un piacere incontrarla. Ha un aspetto… appetitoso, figurativamente parlando, naturalmente. Sono strettamente vegano. Almeno oggi.»
Quinzel si contorse nella stretta di Frost, che l’uomo non aveva intenzione di allentare. «È tempo di un po’ di terapia da elettroshock», disse il Joker, poi aggiunse, «Frost, fammi un favore, vuoi? Metti la nostra bella signora sul tavolo.»
Il mercenario gettò la Quinzel su un tavolo da laboratorio e ce la legò sopra. Joker si tolse la propria maglietta carceraria, la piegò con cura, poi la appoggiò da una parte. La sua pelle straordinariamente bianca era ricoperta da dozzine – forse centinaia – di tatuaggi folli, dalla testa ai piedi. Un sorriso malvagio era ritratto sul suo avambraccio destro mentre una serie di “HA-HA-HA” gli attraversavano il petto sulla sinistra. Dozzine di tatuaggi lo avvolgevano per tutto il corpo, ricoprendo ogni sua superficie.
Vide la Quinzel che lo fissava, confusa. Allora indicò la maglietta. «Il Governo spende un botto di soldi per comprare abbigliamento scadente, non voglio anche macchiarlo con il tuo sangue. Andiamo, sembro un barbaro?»
Gli occhi di Harleen Quinzel erano pieni di paura. «Ti prego, ti prego. Ho fatto ciò che mi hai chiesto. Ti ho aiutato.» Cercò di liberarsi ma era stata legata con corde studiate per immobilizzare folli molto più forti di lei.
Il Joker si immobilizzò. I suoi occhi rotearono verso l’alto come se non potesse credere a quanto stesse sentendo. Scosse la testa quasi a scacciare la confusione, poi si avvicinò alla Quinzel finché i due volti quasi non si sfiorarono.
«Tu mi hai aiutato?» ripeté. «Tu mi hai aiutato? Bruciando via dal mio cervello quei già pochi e sfocati ricordi che avevo?»
«Era quanto era stato prescritto», supplicò lei. «Dicevano che era quanto di meglio esistesse per guarirti.»
«Guarirmi da cosa, ragazza? Dal mio genio? Dalla mia follia? Da mia capacità di imitare il canto degli uccelli? O forse intendi che volevi guarirmi il mal di schiena? Sai che mi è toccato scavare fosse per l’intera squadra di basket che ho rapito: la mia schiena ne ha sofferto.»
Lei lo fissava, ovviamente confusa. Lui si fece ancora più vicino.
«Dottoressa Quinzel, sai che per anni ed anni quelli hanno continuato a giocare contro un’altra squadra, contro solo questa altra squadra, e sai cosa? Hanno perso ogni singola volta. Ogni. Singola. Volta.»
Il Joker sospirò al pensiero.

La nascita di Harley Quinn

La dottoressa Harleen Quinzel, uno dei più brillanti psichiatri di Arkham, non c’era più.
Elettroshock. Che modo meraviglioso di distruggere un’anima, pensò il Joker dopo aver visto gli occhi della Quinzel roteare all’indietro e la bocca riempirsi di schiuma. Rise senza controllo davanti allo spettacolo di ogni pelo del braccio e del collo della donna si rizzarono.
Il Joker guardò Harleen Quinzel scomparire mentre ogni cellula del suo corpo era inondata di elettricità, un processo che teoricamente avrebbe dovuto guarire da alcune affezioni psichiche invalidanti, come l’autismo, la catatonia e la schizofrenia.
Per chi soffriva di quelle patologie una dose appropriata di trattamento da elettroshock era accompagnata da rilassanti muscolari, e la sessione non durava mai più di dieci minuti. Il Joker ne aveva subite centinaia di quei trattamenti.
Che succede se invece queste sessioni durano per ore? si era domandato. Magari anche per giorni? E se invece dei rilassanti muscolari venisse somministrato… niente? Poteva solo immaginare il gioioso dolore risultante da un corpo che si contorce su un tavolo, spezzandosi braccia e gambe.
Durante i propri trattamenti aveva indossato una mascherina sulla propria bocca, con un tubo che gli finiva in gola, per essere sicuri che il suo cervello avrebbe continuato a ricevere l’ossigeno necessario. Però si chiedeva se davvero il cervello avesse bisogno di ossigeno. Che sarebbe successo se avesse volutamente dimenticato quella dannata mascherina, e lasciato che l’ossigeno viaggiasse libero? Così, giusto per dire.
Si impegnò per trovare risposta alla sua domanda, e presto la ottenne.
Harleen Quinzel cessò di esistere, ma diede vita ad una più vasta follia rispetto a quella che il Joker avesse preventivato. O che l’autorevole dottoressa Quinzel avrebbe mai potuto immaginare.
Harley Quinn era viva, più viva che mai, ed era più che pronta a ringraziare il suo Puddin’. Con capelli biondo sbiadito in parte tinti di rosa, era di una bellezza malata. Inoltre era insaziabile tanto quanto era folle.
Harley Quinn era il tipo di psicotica che il Joker aveva sempre voluto come animale da compagnia. Di sicuro lui amava uccidere. Erano poche le cose che amava di più, ma per Harley uccidere era solo il primo atto, e non vedeva l’ora di passare al secondo e al terzo atto, prima della calata del sipario.
Eeeee in scena!
Così quando il Joker si lasciò cadere nella sua poltrona da VIP, ed Harley si unì alle ballerine del club, lui non fu molto sorpreso nel notare che i suoi amici criminali fissavano la donna. La domanda era “Chi è che non guarda?”, la vera domanda era “Chi ne avrebbe avuto il coraggio?”
Tutti gli uomini guardavano, ovviamente. Anche molte donne, ma solo per uno o due secondi. I loro occhi giravano per la sala per poi posarsi sulla donna per un momento. Poi, se erano furbi, li spostavano subito. Giusto un’occhiatina.
Non ne faceva loro una colpa.
Ma c’era un nuovo criminale in città che si faceva chiamare Monster T. Lui fissava e fissava.
«Eccola là», diceva il Joker ad alta voce per essere sentito. «La celebre Harley Quinn. Ti piace, amico?»
Monster T iniziò a dire sì, poi capì l’errore.
«No, no: è la tua donna, Joker.» Eppure non ce la faceva a non gettare un’altra occhiata, prima di distogliere lo sguardo. «Cioè, io e te facciamo un sacco di affari: non voglio mandare tutto in malora.» Poi si fece silenzioso e fissò il pavimento, sperando senza dubbio che il Joker fosse rimasto soddisfatto.
ll Joker si alzò e fissò T.
«Stai dicendo che non ti piace?» disse. «Magari stai dicendo che la odi?» Il Joker si sporse in avanti mentre T cercava di farsi indietro, ma c’era il muro dietro di lui. «Cos’hai contro di lei, T?»
Monster T agitò le mani in segno di protesta. «Andiamo, Joker» balbettò il criminale. «Che devo dire, fratello? Non esiste una risposta giusta.»
Il Joker si girò verso Harley, che stava ancora danzando e le fischiò. La donna abbandonò subito la scena per unirsi a loro.
«Mister J?» disse ghgnando.
Monster T sapeva cosa sarebbe successo: lei l’avrebbe fatto a pezzi. O peggio.
Il Joker diede una pacca sulla spalla di T e sorrise. ll criminale si ritrasse.
«Harley, è stato bello fino ad ora, ma sei il mio regalo a questo gentiluomo: adesso gli appartieni.»
Monster T lo fissò. A che diavolo di gioco stava giocando quel clown? Harley strisciò fino al criminale e annuì d’approvazione. «Questo ragazzo? Fico.» Avvicinò il suo volto al suo. «Lo sai che sei bello», disse. «Allora, mi vuoi? Sono tutta tua, amore.»
Lei mise le sue mani sulle cosce dell’uomo. T non riusciva a smettere di sudare mentre volgeva lo sguardo da Harley al Joker. Sapeva di essere incastrato fra due psicopatici, ma non sapeva se gli avrebbero lasciato una via di fuga.
«Joker», disse T, supplicando lo psicopatico numero uno. «Non voglio guai.»
Il Joker si stiracchiò e sbadigliò. «Allora accetta il mio regalo. Sono stufo di lei», disse estraendo la sua calibro 45 dalla fondina e agitandola in giro. «O meglio ancora, sparale. Acconciale i capelli con una pallottola. In ogni caso, mi fai un favore. Ti prego.»
Harley accarezzò il volto di Monster T e gli diede una serie di bacetti. Era piacevole, pensò lui, ma poi si scosse e tornò alla realtà. La pistola era lì, in bella mostra fra le mani del Joker che gliela offriva.
«In mezzo ai miei occhi, amore», disse la donna, indicandosi con il dito proprio sopra il naso. «Nella vecchia cara glabella. [La zona al centro fra l’attaccatura delle ciglia e l’inizio del naso. N.d.T.]»
Monster T doveva prendere quella pistola. Se non l’avesse fatto, quel pazzo dalla pelle bianca di sicuro gli avrebbe sparato, anche con Quinn seduta sulle sue ginocchia, con l’intero club a guardarli. Così accettò.
«Di’ grazie», disse il Joker.
«Grazie», replicò Monster T. Doveva essere uno scherzo, ma si erano già spinti troppo in là. Harley si scostò da lui rimase ferma, guardandolo intensamente. T pregò che il Joker sbottasse in una delle sue risate.
È solo uno scherzo, si ripeteva. Solo un enorme, divertente scherzo.
Ma il Joker non stava neanche sorridendo.
Che cosa gli volevano fare? Se avesse detto al Joker che Harley era stupenda, lui l’avrebbe ucciso perché ci aveva provato con la sua ragazza. Se gli avesse detto che non era bella, l’avrebbe ucciso per aver messo in dubbio il suo gusto nello scegliersi le donne.
T era un bagno di sudore. La tensione cresceva. C’erano dozzine di occhi puntati su di lui.
«Allora», disse il Joker, «la sai la risposta, ora?»
La sapeva, ed annuì silenziosamente.
Il Joker rise e gli fece segno di continuare. «È il tuo momento di salvarti.»
Monster T guardò la pistola viola fra le sue mani e si puntò la canna sotto il proprio mento. Non credeva in Dio, ma snocciolò una veloce preghiera, poi premette il grilletto e si fece saltare parte della testa.
«Ragazzo in gamba», disse il Joker, e poi rise. «Ha un bel cervello.»
Harley strillò deliziata mentre si toglieva pezzi di Monster T dalla faccia. Si avvicinò al Joker per un un bacio ma lui si fece indietro.
«Non toccarmi», grugnì. «È colpa tua. Sapevi che quel tizio mi faceva fare un sacco di soldi. Andiamocene.»
«Puddin’, non è colpa mia se sono così bella che gli altri uomini mi desiderano e mi guardano gelosi. Cioè, dovresti sentirti orgoglioso per il tuo gusto con le ragazze… E io sono la tua ragazza. Giusto, dolcezza?»
Il Joker la prese per un braccio, ed Harley strillò mentre veniva trascinata per il club.
«Sì, lo sei, ma continui a farmi pressione, e uno di questi giorni oltrepasserai il limite, Harley.»
«E che succederà?» chiese lei.
Il Joker rise. «Non lo so. Tracceremo un altro limite, e poi un altro, e probabilmente li oltrepasseremo tuttti.»

Due amanti e un pipistrello

Il Joker tirò fuori la mano sinistra dal finestrino dell’auto e lasciò che alcuni fiocchi di neve scendessero a rinfrescargli le dita. Li fissò, ricordando le vacanze di quand’era bambino, poi si leccò via la neve.
«Sa di merda. Proprio come ricordavo. Certe cose non migliorano col tempo.»
«Andiamo, Mr. J», protestò Harley. «Guidi come un vecchio: schiaccia quel pedale! [Pedal to the metal
Il Joker grugnì e spinse la sua auto italiana ad alta prestazione alla massima velocità consentita dai suoi 1.244 cavalli vapore, con motore ad otto cilindri.
«E se poi moriamo?» disse, scoppiando poi a ridere. Nel giro di secondin si trasformarono in una striscia viola che sfrecciava per le strade di Gotham City come se nulla avesse osato mettersi davanti a loro.
Harley mise fuori le sue braccia e rise, per poi rendesi conto che il Joker non rideva più.
«Ce l’hai ancora con me, Mister J?»
Il Joker le fece un ghigno e schiacciò ancora di più il pedale.
«Certo. Per tutti i sottoposti che ho dovuto uccidere per colpa tua. Erano in gamba, lo sai. Uomini leali, che sono caduti come tessere del domino.»
«Be’, magari dovresti smettere di ucciderli, no? Odio lavorare per te: la tua copertura sanitaria fa schifo.»
Il Joker si resse per prendere una curva streetta. Davanti a lui c’era una piccola strada locale. Tanto peggio. Mentre sfrecciava fra la gente, i passanti gridavano. Distrusse transenne e travolse bancarelle. Tanto peggio per loro.
«Scusa?» disse all’improvviso il Joker, continuando la conversazione come se nulla fosse accaduto. «Dài la colpa a me? Sei tu che li provochi con il tuo bisogno costante di mettermi alla prova: sei tu che manovri tutta la situazione.»
Harley mise dentro le braccia e se le strinse al petto, per sfoggiare con l’uomo il suo miglior broncio da competizione.
«Be’, io sono giovane. Piacente. Viva. E sono sicura come l’inferno che non rimarrò a casa la sera.»
Il Joker grugnì di nuovo. «Mi fai venire il mal di denti. Non ce la faccio più, ora pianto questa macchina contro un muro.»
Diede ancora gas e l’auto sfrecciò via. La vita è tutta qua, pensò. Alzò gli occhi e vide un’ombra nera nello specchietto retrovisore. Un’ombra che si avvicinava.
La dannata Batmobile.
«Dimentica la guida tranquilla», disse. «Allacciati le cinture». Harley rise e si tolse la cintura di sicurezza.
«Spero tu sia assicurato.»
Il Joker le lanciò un’occhiataccia e pigiò ancora di più sul pedale.
«Non è il momento, cara.» Prese un’altra curva ed Harleya momenti gli cadeva in braccio, sempre ridendo.
«Fallo ancora», disse.
Insaziabile.
L’auto sfrecciava. Qualcosa sbatté sul tettuccio. Era impossibile, a quella velocità, eppure qualcuno era sull’auto. Degli squarci si aprirono sul tettuccio.
«Puddin’?»
Batman li guardava dall’alto.
«Lo vedo, non sono cieco. Tieniti se no volerai via dal finestrino.»
Lei si tenne al sedile mentre il Joker prendeva un’altra curva in velocità. In qualche modo Batman riuscì a tenersi.
«Ora tocca a me», disse Harley ridendo. Afferrando la calibro 45 di Joker a puntò verso l’alto e sparò.
BAM-BAM-BAM-BAM-BAM! Cinque colpi contro il tettuccio, uno dei quali rimbalzò e andò ad infrangere il parabrezza.
«Ora ci facciamo un bagno, Harley», disse il Joker. «Tu sai nuotare, no?»
«No, l’acqua non mi piace neanche berla.»
«Be’, questo allora lo odierai.» Il Joker rise mentre prendeva una curva e si lanciava verso il Gotham River.
Non c’era alcuna possibilità che Batman riuscisse a rimanere sull’auto. Si girò di scatto e lanciò un cavo per assicurarsi una via di fuga. Mentre l’auto sportiva viola saltava dal molo e andava ad infrangersi nell’acqua, Batman si mise in salvo.
Harley non ce la fece a reggersi. Venne lanciata attraverso il parabrezza rimanendovi incastrata.
L’auto affondò in fretta, mentre i fari accesi continuavano ad indicarne la posizione. Batman si tuffò mettendosi in bocca un piccolo respiratore. Seguì l’auto mentre sprofondava negli abissi del fiume. Riuscì a raggiungere ed afferrare Harley per i capelli, rendendosi conto che il Joker era scomparso.
ome diavolo era potuto succedere?
Batman trascinò Harley fuori dall’auto. Gli occhi della donna si aprirono di scatto e lei afferrò i due coltelli che nascondeva nel proprio vestito, cercando di piantarli nel corpo dell’uomo che stava cercando di salvarla. I due lottarono finché lui la colpì facendole perdere conoscenza. Smise di resistergli e così poté salvarla.
Tenendola saldamente, nuotò fino a riva. Qui la stese a terra e applicò una compressione sul suo petto. Nessun risultato. C’era solo un’altra cosa da tentare: era sgradevole ma era l’ultima speranza. Batman mise la sua bocca su quella della donna. La donna che aveva appena tentato di ucciderlo.
Alternò la respirazione artificiale con al compressione del petto.
All’improvviso lei lo avvinghiò fra le sue braccia e la respirazione divenne un lungo bacio. Lui lottò fino a strapparsi da lei.
Lei tossì e lo guardò.
«Perché mi hai salvata, Bat?», chiese lei.
Batman la fissò. «Joker mi ha portato via qualcosa di importante.» Grugnì. «Ora è il mio turno.»
Harley non replicò, limitandosi a rabbrividire.

Harley in gabbia

Harley Quinn si svegliò in una gabbia a Belle Reve, ben riposata dopo il suo lungo viaggio pieno di risate con il suo sexy Mister J.
Pendeva a testa in giù dal soffitto: l’unico modo in cui poteva dormire. Lentamente, languidamente, si sciolse verso il pavimento
La sua gabbia era in un blocco interamente dedicato a lei. Non poteva certo muoversi liberamente, limitata com’era nella sua gabbia, ma almeno non era disturbata dai matti che erano rinchiusi in quella prigione.
Harley preferiva la quiete.
Così poteva ascoltare le voci nella sua testa.
Sentinelle armate erano fisse davanti alla sua gabbia, protette fino ai denti, in attesa che la donna compisse una mossa sbagliata. Qualsiasi mossa sbagliata. L’ultima volta aveva fatto fuori quattro uomini prima che la fermassero con una dose tripla di sedativo. Queste guardie non avrebbero commesso lo stesso errore.
Erano armati come delle super guardie potevano essere. Ma erano anche spaventati dalla donna. Poteva sembrare una ragazzetta simpatica ma era in grado di uccidere un uomo del doppio della sua stazza, prima che questi avesse avuto possibilità di impugnare un’arma.
Il loro comandante, il capitano Griggs, era un burino tirannico e ne andava fiero. Aveva deciso di far visita alla criminale ed ora era davanti a lei a fissarla.
«Conosci le regole, dolcezza. Sta’ lontano dalle sbarre: devi dormire in terra.»
Harley si avvicinò alle sbarre e le afferrò, fissando Griggs.
«Io dormo dove mi pare», disse. «Quando mi pare. Con chi mi pare.»
Griggs rise. «Questa è casa mia, signorinella. Infrangi le mie regole e ne paghi le consequenze.» Si toccò il microfono legato alla sua divisa. «Colpitela.»
Prima che Harley potesse reagire una potente scarica elettrica la colpì. Emise un grido di sorpresa e di dolore, candendo al suolo.
Con un grugnito animale si rialzò. Vide il volto di Griggs e il grugnito si trasformò in grido di rabbia. E senza pensarci si scagliò contro le sbarre di nuovo.
Dopo un’altra scossa, crollò a terra priva di sensi.
Griggs fissò Harley che giaceva nella sua gabbia, poi si voltò verso Alan Dixon, il suo secondo in comando.
«È tanto carina quanto pazza.»
Le guardie conoscevano il procedimento. Tirarono fuori i loro taser, si prepararono ed entrarono nella gabbia.

L.

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