Fireball (2009) Muay Thai Dunk

Continua l’omaggio a Cassidy, noto grande fan della pallacanestro a cui dedico questo ciclo di post su film che trattino l’argomento.

Erano anni che volevo vedermi questo film, ma non si trovavano sottotitoli buoni e il thailandese proprio non lo mastico. Me lo sono dimenticato presto, sono onesto, ma dopo il basket cinese a questo punto ero davvero obbligato a gustarmi quello thailandese con Fireball.
Il film è ovviamente uscito in Francia e Germania – paesi storicamente appassionati di cinema marziale – e altrettanto ovviamente è inedito in Italia.

Titolo figo, film un po’ meno

Scritto e diretto da Thanakorn Pongsuwan, che a quanto pare “bazzica” il mondo dell’action, parla del losco mondo del basket marziale illegale… che detta così in effetti sembra un po’ strano, ma è davvero la trama del film!
Il giovane Tai (Preeti Barameeanat) scopre che Tan – che non ho capito se è il fratello, l’amico o che so io – è in fin di vita perché bazzicava i bassifondi della pallacanestro (!) e ora, per vendicarsi e punire i colpevoli, vuole seguire lo stesso percorso per capire cos’è successo all’amico/fratello/conoscente.

La faccia di un giocatore di basket in cerca di vendetta

Tai – dando il falso nome di Tan – viaggia sempre più in giù nei bassifondi fino a fare un “provino” di basket con il capitano Zing (9 Million Sam: immagino sia uno pseudonimo!), reclutatore di un boss locale.

Il capitano della squadra lo riconosci dal sangue…

Passato il provino, Tan può entrare nella squadra del torneo di basket marziale che sta per iniziare. Le regole del gioco sono le stesse, con una piccola differenza: per vincere basta segnare un canestro. Perché le botte sono così tante e così dure, che non sarà facile arrivare a quell’unico canestro…

Qualcosa mi dice che questo basket è un po’ diverso dal solito

Quello che inizia è un film assolutamente caotico e confusionario. Gli ingredienti sono giusti: ottimi atleti, location da bassifondi molto convincenti, un’ottima fotografia – che rende alla perfezione il torrido calore da paese tropicale – e un montaggio serratissimo. Eppure c’è qualcosa che non va, qualcosa che rende molto faticosa la visione.
Il difetto più evidente è una pessima costruzione delle scene d’azione, che in pratica ricoprono il 90% del film: sono adrenaliniche ma con un montaggio talmente forzato che alla fine… non si capisce una mazza!

Non conosco bene le regole, ma questo mi sembra fallo!

Il basket marziale è una bella idea, la squadra che per allenarsi gioca a ruba-palla per un intero quartiere di case popolari è una scena divertente, gli scontri sui campi di basket più terrificanti di sempre ci sta e sono fatti bene. E allora dov’è il problema? È che è tutto adrenalinico, è tutto pompato a tale velocità che non c’è mai un secondo per capire chi siano i personaggi: è solo un rutilante tornado di calci e pugni che non si capisce più chi li dia e chi li riceva.

Questo sui campi dell’NBA non lo vedrete mai…

Sono un fan delle lunghe scene di combattimento, ma a forza di cavi volanti e multi-tecniche da diecimila pugni l’una… è solo da mal di testa!

Ecco perché i canestri si fanno di corda…

Diciamo che in questi anni che mi sono fatto sfuggire Fireball non mi sono perso niente, il grande cinema thailandese d’azione è davvero ben altro, ma mettiamola così: è un filmetto molto utile per capire quanto siano grandi personaggi come Prachya Pinkaew o il compianto Panna Rittikrai. Geni visivi che hanno saputo fare molto di più con molto meno.

L.

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Ingredienti per fare un action hero

Lascio la parola a Denis, curatore della rubrica dei videogiochi, per un curioso identikit di una figura importante del cinema.
L.

Ingredienti per fare un action hero

86% sono uomini, 74% bianchi, 61% lavora per il governo, 43% e una mina vagante per il capo.

35% ha il petto villoso mentre il 50% no e il 52% rimane in canottiera.

1 su 2 ha un partner e 4 su 5 non arriva vivo a fine film, vengono pianti per 27 secondi di media dall’eroe di turno, il 34% avrebbe tentazioni omosessuali irrisolte verso il partner.

Il 57% bacia qualcuno, 1 su 5 fuma, 1 su 3 beve alcolici, 1 su 4 soffre di qualche problema psicologico, 1 su 4 indossa un travestimento, 7 su 10 tornano in un sequel.

Le armi preferite sono pistola 70&, fucile 41%, fucile a canne mozze 24% e infine coltello o spada 35%.

Infine l’eroe blocca in media il detonatore a 3 secondi dalla fine.

Il 17% in genere ha perso un membro della famiglia, generalmente la moglie.

Il cattivo in genere: un genio criminale 22%, un alieno 17%, l’ex collega 13%, un terrorista 13%, un contrabbandiere 9%, uno psicopatico 9% e la polizia 4%.

L’eroe preferisce per muoversi: macchina sportiva 53%, moto 17%, autobus 11%.

In media uccide 15 criminali e ne ferisce 7.

1 su 4 e ricercato dalla polizia, 1 su 3 viene catturato dai suoi nemici ma tutti riescono a scappare.

Ferite riportate guancia 26%, fronte 13%, occhio 13%, naso 9%, labbro 4%.

L’eroe in genere mira a queste parti del corpo:testa 24%, collo 11%, spalla 6%, torace 30%, gambe 10% e il 3% spara alla spalle del nemico.

Vestiario:occhiali 21%, capello 17%.

2 su 5 non dice parolacce e la favorita e merda 60% e solo 1 su 4 dice cazzo.

Infine il 37% si lamenta «che è troppo vecchio per questa merda».

Denis

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Gazzetta Marziale 28. Contract Killer

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

28. Contract Killer

(sabato 25 settembre 2010)

Dopo averlo omaggiato con la celebre trilogia di Hong Kong e con un film francese, la collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, curato da Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino, porta in edicola un altro grande successo dell’attore cinese Jet Li: Contract Killer (Sat sau ji wong, 1998).

Il film fa parte di quel gruppo di titoli di Jet Li girati ad Hong Kong che nel 2002 vennero acquistati dall’americana Columbia Tristar, decisa a sfruttare l’onda della notorietà che l’attore si era creato girando negli Stati Uniti prima Romeo deve morire (2000), poi The One (2001). Con un’operazione discutibile, la Columbia ridoppiò tutti i film, rimaneggiò le colonne sonore e ne fece delle costose ma approssimative edizioni DVD – le foto di scena non sempre corrispondono al film: la prima edizione italiana del 2003 di Contract Killer per esempio ha al suo interno una foto tratta da The Enforcer! – totalmente prive di qualsiasi contenuto speciale e soprattutto senza traccia dell’originale cantonese, sia nelle lingue audio che nei sottotitoli: decisione che si è attirata l’ira di molti fan in giro per il mondo. Per finire, ribattezzò questi titoli creando molta confusione nella filmografia di Li: Contract Killer, quindi, non è altro che il rimaneggiamento del film Hitman. Si dice che l’edizione Columbia del film abbia subìto anche dei tagli, ma la storia comunque non ne soffre affatto.

Due miti della Hong Kong Novanta/Duemila: Simon Yam e Jet Li

I vertici della Yakuza sono scossi dalle fondamenta: un pericoloso killer che si fa chiamare Re degli Assassini ha ucciso un potente signore. Viene messa una taglia di 100 milioni di dollari per chi vendicherà questo crimine, e questo fa sì che frotte di assassini (o aspiranti tali) si diano da fare: il più determinato di tutti è il figlio del boss ucciso (Keiji Sato).

Jet Li che prova a fare il duro…

Fu (Jet Li) è un ex soldato che vuole diventare un killer professionista e approfitta della taglia per mostrare le proprie capacità. Si lascia mettere sotto l’ala protettiva di Lo (Eric Tsang), piccolo imprenditore che gli vuol fare da manager, e nasceranno problemi quando scatterà la scintilla con la figlia Kiki (la modella Gigi Leung). Dovrà vedersela anche con le forze di polizia, Kwan (Simon Yam) in testa a tutti, con i suoi modi bruschi e sbrigativi. Chi arriverà per primo a mettere le mani sul Re degli Assassini?

I momenti comici sono ovviamente tutti per Eric Tsang

Il film vanta la presenza di due grandi attori di Hong Kong come Eric Tsang e Simon Yam, entrambi nei ruoli a loro più congeniali. Il primo ha il physique du rôle dell’attore comico e a parte qualche eccezione – come il suo fenomenale ruolo da cattivo in Infernal Affairs (2002) – la sua parte è sempre quella dell’imbranato o del combina-guai. Dall’altra parte troviamo un Simon Yam quasi incollato al ruolo del poliziotto, ricoperto quasi rigorosamente nella sua carriera – a parte ovviamente eccezioni come in Black Cat (1991), remake cinese di Nikita in cui Yam interpreta il ruolo che fu di Tchéky Karyo.

Al di là dell’ottimo cast, Contract Killer rimane un film decisamente minore nella filmografia di Jet Li, sia per la sceneggiatura troppo interessata alla commedia romantico-umoristica tipica di Hong Kong, sia per la regia a volte troppo sbrigativa – il regista Wei Tung in realtà è un prolifico attore e stuntman che ha diretto solo quattro film, questo compreso. Per non parlare delle scene di combattimento – orfane di coreografo! – a cui Li pare sfuggire in ogni occasione e a cui sembra dedicare ben poco impegno.

Non un film memorabile, se paragonato a ben altre prove dell’attore cinese, ma lo stesso un titolo che non può mancare nella dvdteca di un appassionato di cinema marziale, o di un semplice curioso di questo genere.

L.

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Trick or Treat (1986) Trent’anni a 33 giri

Il 12 agosto di trent’anni fa usciva nelle sale italiane un film horror rock che avrebbe segnato un’intera generazione: un film apparso una sola volta in TV ma bastante per conquistare i metal hearts dei giovani spettatori.

Si unisce ai festeggiamenti anche La Bara Volante.

Il Destino è beffardo ma è anche creatore di miti. Beffardo perché uno dei più stimati professori di Alberta, noto per il suo decennale impegno contro il cancro, si chiama Tony Fields, insignito di molte onorificenze nell’anno in cui un altro Tony Fields moriva di cancro, indotto dall’AIDS.
Creatore di miti perché dopo una secchiata di piccoli ruoli marginali, il talentuoso ballerino Tony Fields sarà ricordato per sempre nei panni dell’atletico cantante rock Sammi Curr. Un cantante morto giovane per vivere per sempre, proprio come Tony è morto a 36 anni per vivere per sempre nel film Trick or Treat.

Knock, knock, knockin’
For a sweet surprise
It’s a trick or treat

Diretto da un attore che si è voluto improvvisare regista, Charles Martin Smith – che comunque fa un lavoro migliore di tanti registi blasonati – il film esce in patria il 24 ottobre 1986 grazie al nostro Dino De Laurentiis, che quell’anno sta facendo faville presentando titoli come Brivido e King Kong 2: come dicevo, arriva nei cinema italiani il 12 agosto 1987 con il titolo Morte a 33 giri. (Curiosamente esce da noi insieme a Predator!)

Dopo una fugace apparizione in VHS De Laurentiis Ricordi Home Video, di data ignota, il film riappare il 14 dicembre 2005 in DVD Eagle Pictures, mentre Cult Media dal 30 luglio 2014 lo presenta addirittura in Blu-ray.

«Hey dudes I like your style / It’s the way it should»

In quel mitico venerdì 7 settembre 1990 il film va in onda su Italia1 all’interno di un ciclo che ha segnato un’intera generazione: ecco il lancio.

Prima visione per la TV nell’ambito della rubrica «Venerdì con zio Tibia»: all’insegna dello humour nero introduce un’altra serata dell’orrore. Vi si narra la storia di un fan di un cantautore rock morto in un incendio. La matrice del suo ultimo disco viene regalata al giovane, il quale si accorge che facendolo girare al contrario si ascolta un messaggio dello scomparso. Ma poi il divo si materializza e compie stragi feroci.

Eravamo in tanti, quella sera, a guardare il film e magari a registrarlo (come ho fatto io). Dopo la notte del 22 novembre 1992 il film è scomparso nel nulla fino al nuovo millennio, eppure è sempre rimasto vivissimo nel cuore di tutti noi.

Quale cantante rock non sogna questa fine?

Nel 1990 ascoltavo Elton John e Stevie Wonder: dire che il metal mi era leggermente estraneo è davvero riduttivo. Però a scuola avevo un compagno di banco davvero incredibile: un rockettaro di quelli spinti, di quelli che girano con le borchie sul giacchetto e le magliette nere piene di disegni inquietanti. Avete presente il protagonista di questo film, interpretato da Marc Price? Ecco, identico, ma un pelino meno figo…

Io ce l’avevo per compagno di banco, uno così!

Quel ragazzo che portava in classe i 33 giri dei suoi gruppi preferiti, pieni di crocifissi con serpenti arrotolati, era una persona squisita che senza saperlo mi ha fatto degli enormi regali. Per esempio mi ha fatto conoscere una fumetteria che ho amato e frequentato così a lungo da averla fatta diventare il “quartier generale” del mio Marlowe, fumetteria in cui venni a contatto per la prima volta con i fumetti di Aliens che leggo ancora oggi. Ah, e mi ha fatto conoscere i Litfiba quando ancora erano i Litfiba: Pirata è il loro album che ancora oggi preferisco, e lo conservo ancora in formato 33 giri comprato su consiglio di quel mio amico.
Insomma, è stato un compagno di classe per breve tempo ma ha avuto un impatto enorme nella mia vita: non escludo che non sia mai esistito, ed era semplicemente l’Eddie Weinbauer di questo film che si è concretizzato per spingermi a guardarlo su schermo…

Amare il metal attira sempre i bulli…

Visto che malgrado l’amicizia con un rockettaro metal continuo a non saperne molto di questo mondo, ho pensato che per festeggiare i trent’anni in Italia di Morte a 33 giri fosse il caso di andare a trovare un amico conosciuto quando su facebook girava ancora gente seria, e si poteva parlare civilmente. (Bei tempi andati…)
Sto parlando di Eduardo Vitolo, blogger (“Il mondo di Edu“) ma soprattutto saggista appassionato di musica. Per farvi capire il motivo per cui l’ho contattato, mi basta ricordarvi alcuni suoi libri: Horror rock. La musica delle tenebre (2010), Sub terra. Rock estremo e cultura underground in Italia. 1977-1998 (2012) e Magister dixit. La leggenda di Jacula e Antonius Rex (2015). Capito il motivo?

È il momento di parlare di Horror Rock con Eduardo Vitolo

Già nel 2012 mi feci raccontare da lui l’assolutamente inedito mondo degli pseudobiblia horror rock, quindi è un piacere tornare a trovarlo.

Intanto, ciao Edu, è un piacere tornare ad intervistarti.

Ciao Lucio e bentrovato!

Quale passione è nata prima in te: quella per l’horror o quella per il Rock?

Assolutamente prima quella dell’horror! Ero un grandissimo appassionato dello “Zio Tibia Picture Show” e di “Notte Horror” su Italia1 (ma non disdegnavo anche horror di serie Z che spesso acchiappavo sui canali privati). L’horror mi ha cambiato la vita in tutti i sensi: prima me l’ha rovinata (da ragazzino non riuscivo a chiudere occhio se solo osservavo un trailer di un film in TV come ad esempio Profondo rosso di Dario Argento) e poi me l’ha scombussolata in positivo (sono diventato un assiduo ricercatore di qualsiasi cosa fosse horror, una vera e propria ossessione).

Però devo ammettere che tramite alcuni film horror (Morte a 33 giri, Demoni, Sotto Shock, Nightmare, Maximum Overdrive) ho scoperto che esisteva una scena musicale allora per me completamente sconosciuta e assolutamente eccitante: quella del Rock “duro” e del Metal. Era come se avessi scoperto un nuovo mondo, finora totalmente inesplorato. Tutto combaciava a pennello: la musica citava l’immaginario horror e i film (spesso) avevano colonne sonore (o semplici partiture che consistevano in un riff di chitarra o in uno spezzone tratto da un brano e scattava subito la ricerca, a volte vana, perché non c’era internet) invischiate col Rock. Credo di non essermi mai divertito così tanto a scoprire cose nuove!

“Morte a 33 giri” usciva trent’anni fa: che musica ascoltavi nel 1987?

Sono nato nel 1974, quindi nel 1987 avevo su per giù tredici anni. Non ero ancora invischiato nel Rock, non come anni dopo, quindi, da ragazzino quale ero, i miei ascolti erano molto disordinati e si basavano su un mezzo che amavo alla follia e che poi è diventata parte della mia vita: la radio!

Ascoltavo di tutto e tutto mi piaceva: gli eterni Vasco Rossi e Zucchero, The Bangles (la loro hit  Walk Like The Egyptian mi piace ancora), Los Lobos, Whitney Houston, George Michael, i Genesis con Phil Collins alla voce, Duran Duran, Madonna, la bellissima Kim Wilde, Prince, la prorompente Samantha Fox, Billy Idol, Banarama e i grandissimi Europe. Alcuni ascolti erano già Rock ma per un ragazzino di tredici anni che voleva solo divertirsi era ininfluente. Qualche anno dopo, facendo zapping, in una TV privata beccai un videoclip di un certo Lemmy e i suoi Motorhead che sembrava davvero cattivo e diabolico e da allora la mia vita cambiò completamente per la gioia di mia madre!

Ricordi la prima volta che hai visto il film? Immagino fosse in uno dei passaggi della mitica Notte horror di Italia1…

Sì esatto! Credo sia stato il 1990! Prima ne ignoravo completamente l’esistenza. Già il titolo prometteva bene con quella locandina che mostrava un vinile che stillava sangue! Ero già un lettore accanito di Dylan Dog (che citava un sacco di Rock e di Metal nelle storie scritte da Sclavi) e avevo iniziato da almeno un paio di anni la mia insana collezione di dischi rock & metal e avevo enormi aspettative per il film di Smith e alla fine non andarono deluse.

Mi trovai come in trance ad osservare questo ragazzo che ascoltava Metal, aveva una stanzetta pieni di poster e di vinili ed evocava lo spirito dannato di un musicista (Sammi Curr) morto bruciato vivo! Nel mio immaginario di adolescente qualcosa è scattato e non sono stato più lo stesso. La splendida colonna sonora dei Fastway di Fast Eddie Clark (tra l’altro un ex Motorhead) ha fatto il resto! Morte a 33 giri è stato una rivelazione che ha confermato certe mie passioni ma allo stesso tempo mi ha travolto completamente!

Gene Simmons dei Kiss in un piccolo ruolo

Il film è strettamente legato al panorama rock dell’epoca, con apparizioni di Gene Simmons e Ozzy Osbourne. Pensi fosse un omaggio o semplicemente volevano scandalizzare i benpensanti?

Non tralasciare il fatto che all’epoca dell’uscita del film esisteva una simpatica associazione creata da Tipper Gore (moglie dell’allora Vice Presidente degli Stati Uniti Al Gore) chiamato P.M.R.C., con lo scopo, ahimè terribile, di valutare e censurare sotto il profilo morale ed educativo il contenuto dei prodotti discografici, soprattutto quelli Rock e Metal.

Ozzy finì sul banco degli imputati per la sua famosa canzone Suicide Solution che secondo il Parental Music Resource Center invitava i ragazzi al suicidio e invece raccontava la dipendenza dall’alcool dell’allora ex cantante dei Black Sabbath e altre storie del genere. Insomma una caccia alle streghe peggio di Salem e parecchi gruppi americani dovettero pubblicare i loro dischi col famoso bollino che invitava i fruitori a fare attenzione perché quel tipo di musica poteva offendere l’incauto ascoltatore con dei “testi espliciti”.

Morte a 33 giri da una parte prende in giro questa Associazione di moralisti e devoti della fede (Ozzy nel film interpreta un prete anti Rock!) ma dall’altra butta benzina sul fuoco raccontando una storia di dannazione e violenza con questo Sammi Curr che è allo stesso tempo performer affascinante e demone crudele. Un guerriero del Metal, proveniente dall’inferno che non si fa scrupolo ad uccidere degli adolescenti con il suo famoso motto «Niente debolezze, duri come il Metallo!».

Credo che sia questa ambivalenza tematica ad aver creato la leggenda. Morte a 33 giri racconta quello che tutti volevano sentire nel 1986, benpensanti e non.

Strizza l’occhio ai devoti del Metal e allo stesso tempo sembra confermare certi timori delle persone “normali”. E si sa quando qualcosa attira così tante persone diverse diventa Culto.

Il cinema anni ‘80 parlava di rock come in seguito non ha più osato fare: pensi che sia solo questione di moda o è cambiato qualcosa di fondo?

Negli anni ’80 andava alla grande l’Hard Rock di Bon Jovi, Motley Crue, Ratt, Poison, Guns N’ Roses etc. Tutti i loro dischi entravano in classifica e vendevano tonnellate di copie. Inevitabile che certo cinema si sia fatto irretire dall’immaginario horror, iconoclasta, violento, proibito e cinico di determinate band. E i risultati sono stati eccellenti in qualsiasi genere non solo nell’horror. Poi è arrivato il Grunge con i suoi “eroi” perdenti che sembravano i nostri vicini di casa e ha ribaltato tutto o quasi. Il Grunge è entrato nel cinema ma con storie che non esaltavano certo “superomismo” come aveva fatto il decennio precedente. Tutta l’esaltazione dionisiaca del vecchio Hard Rock era persa per sempre. Erano tempi duri per tutti, c’era la droga, quella cattiva dell’eroina nelle strade, e tutto il divertimento era finito.

Pian piano, dal nuovo millennio, l’horror si è riappropriato del Rock (e anche del Metal) citandolo a piene mani in tantissimi film e ora sembra quasi la normalità. Anzi se fai un horror senza una colonna sonora di chitarroni adrenalinici e con le musiche dell’ennesimo gruppo rock in auge, sembra quasi che stai fallendo miseramente. Inutile precisare che il fascino del passato è ben più vivo di questa filmografia moderna che tutto cita ma non sembra più coinvolgere come un tempo.

Visto che in questi tempi stanno saccheggiando a piene mani dagli anni Ottanta, se domani facessero un remake di “Morte a 33 giri” secondo te avrebbe ancora senso? Nel caso, converrebbe cambiare genere musicale per parlare ai “giovani d’oggi”?

Secondo me non ha senso! Morte a 33 giri era radicato culturalmente e tematicamente negli anni ’80. Tutto in quel film era ed è anni ’80! Bisognerebbe cambiarlo e adattarlo ai giorni nostri ma perderebbe tutto il suo fascino, risultando solo un remake nudo e crudo senza ambizioni di sorta.

In questi tempi in cui la musica viene macinata e sputata nel giro di pochi giorni tramite il web e i ragazzi non comprano più dischi ma solo magliette “fighe” nell’outlet di turno, questa operazione sembrerebbe solo un modo per creare un “hype”  momentaneo che verrebbe dimenticato nel giro di pochi mesi se non prima.

C’è una scena che ti è rimasta particolarmente impressa del film? O magari più d’una?

Ce ne sono tante: Eddie (tra l’altro si chiama come me! All’epoca fu uno shock! Da allora mi sono fatto chiamare Eddie, e non Eduardo o Edu, per anni!) che riceve in una radio l’unica copia esistente al mondo del cantante Sammi Curr. Da allora ho una passione smodata per i vinili in edizione limitata e soprattutto controversi. E ancora Sammi Curr che all’improvviso sale sul palco e interpreta una canzone per me epocale (Trick or Treat dei Fastway) mentre spara fulmini e saette assassine dalla sua chitarra!

Potrei citarne ancora tanti ma non voglio annoiare i tuoi lettori.

Per finire, che musica ti porti appresso oggi? Nel caso, il te del 1987 apprezzerebbe questa scelta?

Nel 1987 ero un tredicenne che cercava di scoprire le sua reali passioni attraverso la radio e la TV. Non era facile trovare la propria strada e la ricerca a volta era anche impervia e non sempre a lieto fine. Ma il destino ha voluto che diventassi un appassionato di Horror & Rock perché quel genere di cose mi facevano sognare e mi facevano evadere dal grigiore delle provincia del Sud Italia tutto calcio e musica spazzatura. Il me stesso del 1987 e il me stesso del 2017 sono una sola strada che parte da un punto e arriva in un altro punto. In mezzo tante esperienze diverse e tante passioni mai sopite.

Oggi, a quasi 43 anni, mi ritrovo ancora ad emozionarmi per un bel disco o un bel film  (anche se non succede spesso come in passato) e per un attimo mi sento di nuovo quel ragazzino che comprava dischi metal e li nascondeva nello zaino perché la famiglia non permetteva certi ascolti e tirava davanti alla TV fino a notte fonda, mentre tutti dormivano, per poter vedere l’ennesimo film di “Notte Horror” su Italia1.

Se ci pensi bene era qualcosa di proibito e quindi di profondamente eccitante.

Ecco quel senso del proibito, del rompere le regole, del rischiare si è perso col tempo e a volte sento la nostalgia di quei momenti così vividi e totalizzanti.

Ma la vita continua e nel tempo ho maturato la convinzione che il passato non va mai dimenticato, soprattutto quello che ci ha cambiato in positivo, ma allo stesso tempo le nuove esperienze possono darci altri momenti memorabili a qualsiasi età. Basta cercarle e buttarsi!

Citando i Fastway dalla colonna sonora di Morte di 22 giri: Don’t stop the Fight!

Grazie per la disponibilità e per il viaggio nei ricordi.

Grazie per la bellissima chiacchierata!

Morte a 33 giri è stato distribuito ben poco in Italia eppure sono tantissimi gli appassionati che ha raggiunto e conquistato: buon anniversario e ci risentiamo fra trent’anni!

L.

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[Il Zinnefilo] Under Siege (1992)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Trappola in alto mare (Under Siege, 1992).

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The Mummy (1959) Il ritorno di Ananka

È arrivato in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Fra il 1957 e il 1958 continua l’ignominioso ciclo messicano de La momia azteca: della trilogia ho presentato solo il primo titolo, anche se il terzo arriva nelle sale italiane come Il terrore viene d’oltretomba. È qualcosa di troppo stupido per perderci altro tempo.
Ciò che conta è che gli anni Cinquanta hanno fatto rinascere la mummia ovunque: è il momento che anche i giganti se ne occupino.

L’entusiasmo di Christopher Lee

Nei primi film di questo ciclo vi ho parlato del racconto La mummia e la Principessa (This Way Out, da “The Thrill Book”, 16 giugno 1919) di Will Cage Carey, arrivato in Italia esclusivamente nella rata antologia Storie di mummie (Newton Compton 1998). Questo misterioso racconto è stato rubacchiato a piene mani senza che finora nessuno l’abbia mai fatto notare: se non avessi trovato tracce della pubblicazione originale, mi verebbe il sospetto che il racconto se lo sia inventato Gianni Pilo per l’antologia!
La storia vede un gruppo di archeologi trovare un’antica tomba egizia e uno di questi comincia a tradurre un’iscrizione, la quale fa succedere qualcosa che fa impazzire l’uomo. Anni dopo sono compiuti gli scavi e gli archeologi hanno riportato alla luce il sarcofago della principessa Ananka quando un oscuro figuro, chiamato Mehemet, li esorta a non continuare: rispettino le sacre reliquie dell’Egitto. Gli archeologi come loro solito se ne infischiano e Mehemet è costretto a recitare un Rituale che riporta in vita Kharis, Gran Sacerdote di Karnak mummificato come custode eterno della principessa.

Tutto questo è stato scopiazzato a piene mani per i primi film Universal sulla mummia, ma il racconto continua. Mehemet, con Kharis nascosto in una cassa, inizia un lungo viaggio fino in Inghilterra per raggiungere gli archeologi e vendicare il loro affronto.
Quello che succede fuori dall’Egitto è ricopiato, riga per riga, parola per parola, nella sceneggiatura di Jimmy Sangster per uno dei grandi film di una grande casa: The Mummy della mitica Hammer.

Rimarrà sempre un mistero quel raggio al centro del petto…

Rinata nel secondo dopoguerra, la Hammer produce film a profusione specializzandosi nel dramma e nel crime, ma il “colpo grosso” lo fa quando passa a trattare i miti dell’horror con La maschera di Frankenstein (1957) e Dracula il vampiro (1958).
Cosa accomuna questi due film? Il Technicolor, la regia del cinquantenne Terence Fisher, la sceneggiatura del giovane Jimmy Sangster e l’interpretazione da applauso di due miti resi da ora immortali: Peter Cushing e Christopher Lee.
Fra uno Sherlock Holmes, uno Yeti, un Dracula e un Frankenstein, c’è spazio anche per una mummia…

Peter Cushing
da “The Mummy in Fact,
Fiction and Film” (2002)

In questi anni la britannica Hammer ha stretto un accordo con la statunitense Universal: può usare gli storici mostri per nuove produzioni, ma i film poi saranno distribuiti nei cinema americani dalla Universal. L’accordo è ghiotto e ci guadagnano tutti, tanto che poi negli anni Settanta il mercato televisivo americano passa alla Columbia (CBS) e infine negli anni Ottanta il mercato home video è preso dalla Warner Home Video. Tutti vogliono distribuire i nuovi mostri curati dalla Hammer, visto quanto piacciono al pubblico. Il discorso però è ben diverso appena ci spostiamo in Italia…

Girato dal 25 febbraio al 16 aprile 1959, il film esce in patria britannica il 25 settembre successivo ed arriva nei cinema italiani il 29 gennaio 1960 con il semplice titolo La mummia. Gira per anni ed anni nelle sale italiane, finché dopo una piccola contesa sui diritti arriva in TV il 4 dicembre 1978, in prima serata addirittura sull’ammiraglia Rete Uno (Rai1). Sono indeciso se il passaggio televisivo che ho visto io è stato quello di Italia1 del 29 luglio 1989 o 6 luglio 1990, ultime apparizioni del film di Fisher sul piccolo schermo, ma siamo sicuramente da quelle parti: era il periodo in cui leggevo Dylan Dog e in cui stavo ingurgitando tutto ciò che esistesse sul cinema horror.
Mentre le case americane fanno a botte per distribuirlo in home video, il film in Italia viene dimenticato e non esiste in VHS. Il 17 dicembre 2013 la Sinister Film (Cecchi Gori) e Profondo Rosso lo presentano finalmente in DVD, ristampandolo poi dal 25 agosto 2016.

Tipici colori della Hammer

Egitto, 1895. Mentre John Banning (Peter Cushing) giace sul suo lettino con la gamba rotta, suo padre – l’eminente archeologo Stephen Banning (Felix Aylmer) – entra nella tomba di Ananka finalmente ritrovata dopo tanti anni, ignorando gli avvertimenti del misterioso Mehemet Bey (George Pastell). Inizia a leggere un antico papiro trovato nel sarcofago e, dopo un urlo, l’archeologo viene ritrovato pazzo.

Anche fermo immobile, Peter Cushing rimane un mito

Inghilterra, 1898. Dopo tre anni di follia, d’un tranno Stephen vuole parlare con il figlio John e lo mette in guardia: nella tomba di Ananka ha visto una mummia tornare in vita, e teme che l’essere non si fermerà finché non si sarà vendicato di chi ha profanato la tomba.
Infatti da pochi giorni è arrivato in città Mehemet con una cassa contenente Kharis: il gran sacerdote di Karnak tornato in vita per punire gli infedeli.

No, dài, altri cinque minuti…

Mentre la mummia fa su e giù da vari pizzi, senza che nessuno nel piccolo villaggio la veda, John studia il caso e si lancia in un lungo e noioso pippone in cui viene raccontata per la milionesima volta la storia di Ananka e Kharis, para para come ci è stata già raccontata da tutti i film Universal.

Abbasta con Ananka!

Dopo tre quarti di film passati in chiacchiere, arriva la mummia, volano due sganassoni e fine del film. Ricordavo il prodotto noiosetto e purtroppo devo confermare: la Hammer ci ha abituati a grandi capolavori ma questo non è annoverabile tra di essi.

Yvonne Furneaux
da “The Mummy in Fact,
Fiction and Film” (2002)

Ovviamente tutti gli attori sono bravissimi ma i loro personaggi sono inesistenti. Di Lee vediamo solo gli occhi, Cushing ha il ruolo del narratore e si vede pochissimo mentre Isobel (Yvonne Furneaux) non ha altro ruolo che farsi ammirare nella sua beltà, come prima Ananka non resuscitata ma semplicemente somigliante alla principessa.

I colori sono eccezionali e sono presenti tutti i pregi Hammer, ma il film è davvero una nullità chiacchierona.

In chiusura, voglio specificarlo di nuovo. A meno che Gianni Pilo non abbia fatto uno scherzone, scrivendo di proprio pugno il racconto La mummia e la Principessa nella sua antologia del 1998, questo film di Fisher è un plagio-fotocopia del racconto e mi chiedo come sia possibile che nessuno se ne sia mai accorto.

Altro che papiro, stai leggendo da un racconto moderno!

Al di là di questo, rimane uno dei grandi miti di una casa mitica come la Hammer.

Bibliografia

The Mummy in Fact, Fiction and Film (2002) di Susan D. Crowie e Tom Johnson
Hammer: la fabbrica dei mostri (1999) di Luigi Cozzi
Terence Fisher: Horror, Myth and Religion (2002) di Paul Leggett

L.

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Guida TV in chiaro 11-15 agosto 2017

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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Delta Force Commando (1988)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Cari amanti dell’action di serie Z… vi faccio un regalo: un bel tutorial su come allestire un film trash di quelli brutti brutti brutti. Intanto, ci vuole un biglietto da visita convincente ossia un titolo accattivante che magari mescoli sapientemente e con fare truffaldino “etichette” di pellicole di successo. Che so, tipo… Delta Force Commando. Poi, come garanzia del livello infimo del prodotto, ne affiderei le cure a una rigorosamente scaciata produzione italica. Perfetto, ci siete? Mi state seguendo passo dopo passo?
Come ciliegina, per il ruolo di protagonista o giù di lì, cercherei un attore prestato al cinema da altri ambiti (il football americano ad esempio), attempato ed incapace: Fred Williamson cade a fagiuolo. Un momento, cosa dite? Tutto ciò esiste davvero? Sul serio? Eureka: caro Delta Force Commando… a noi due.

Si comincia con un militare ingrifatissimo che porta una discreta sgnacchera nella base di Puerto Rico per passare una notte bollente. Prima dell’atto sessuale si sommano battute/doppi sensi che desterebbero perplessità anche in un postribolo: «Allaccia le cinture bella», «Io di solito le slaccio», «Hai trovato il buco?», «Sono un esperto di fessure» (mentre cerca di aprire la porta della sua stanza), «Vieni a baciare la bandiera» (allorquando sbottona la patta dei pantaloni). Ma dai. In ogni caso la prostituta fa in realtà parte di un commando di rivoluzionari/terroristi che assaltano la base per trafugare un ordigno nucleare. Quindi niente sesso. Mannaggia.

Due miti dell’epoca: Fred Williamson e Brett Clark

Nel frattempo un ex Delta Force, tale Tony (Brett Clark), sta uscendo dalla sua camera perché la moglie, incinta, gli ha chiesto di procurarle dei frutti di bosco. In piena notte. A Puerto Rico. Il fatto che i rivoluzionari di cui sopra, poco dopo, la uccidano mi pare la giusta sentenza dopo una così strampalata richiesta. Comunque Tony si arrabbia, monta in macchina di un Fred Williamson (nelle vesti del capitano Samuel Beck) giunto lì quasi per caso e i due danno vita ad un inseguimento tra i più mosci di sempre con i terroristi che, mentre mitragliano dal retro di una camionetta, sono talmente impagliati da destare il sospetto che si tratti di cartonati.

Brett Clark al suo meglio!

Constatate le capacità recitative… sarebbe stato meglio. I carton… ehm, i cattivi la fanno franca e il nostro Tony, deciso a vendicare la consorte e venuto a sapere dove si trovano i colpevoli, “sequestra” il vetusto Fred, rinomato pilota di aerei, e vola con lui in Nicaragua. Seguono riprese del suddetto volo che hanno un indubbio vantaggio, ovverosia i due protagonisti non debbono sfoggiare la loro caratura attoriale, ma al contempo contengono esplosioni fatte con gli stessi, miseri, mezzi con cui si facevano le cerbottane, battutacce («Se ci abbassiamo ancora ci serviranno i pattini a rotelle invece delle ali») e noia prolissa. Prolissa: io nel frattempo sono uscito a comprarmi birra e patatine, ho aiutato un’anziana ad attraversare la strada, ho fatto benzina. E quando sono tornato Fred e amico erano sempre a planare sul mare: evidentemente lo spostamento in Nicaragua ce lo volevano mostrare con le tempistiche reali. Molte grazie.

Una coppia d’azione

Poi i due, causa carburante esaurito, si gettano fuori dall’aereo cadendo in location diverse. Williamson ammazza un po’ di nemici, anch’essi con peculiarità assurde (i terroristi sono dotati di machete – ? – e spesso non profferiscono parola perché non c’è stata manco la volontà di doppiarli) ma alfine viene catturato. A questo punto lo torturano con modalità davvero bambinesche: gli fanno addirittura gambetta. Vergogna. E non per il discutibile concetto di supplizio ma perché si “trastullano” con un vecchio Matusalemme che, vista l’età, meriterebbe rispetto. Però, oh, così Fred impari a fare film quando dovresti procurarti, al più, un bastone da passeggio.

Per fortuna (!?) a salvarlo giunge il giovane compagno: seguono sparatorie con scene talmente slegate. Talmente slegate: pare che i protagonisti di pistolettate e mitragliate si trovino in luoghi diversi e in momenti della giornata diversi. Del tipo, i buoni sparano con luce diurna, i cattivi rispondono avvolti nell’ombra notturna. Che spettacolo, nemmeno in Inception (2010) ho visto un uso così sapiente dei paradossi temporali. Ah ah ah.
Di male in peggio: i due, sempre meno credibili, eroi montano su un autobus per sfuggire all’elicottero dei rivoluzionari i quali, nonostante un inseguimento lunghissimo, non riescono mai a prenderli con un benedetto missile. Avete presente la lentezza di un bus? E le sue dimensioni? Vi pare possibile? Semplicemente… non lo è.

Poi Fred e Brett, non si sa come, si impadroniscono dell’elicottero in oggetto e ci becchiamo n’altra sequenza aerea. Uff. Con tanto di sparatorie senza nerbo, cattivi che portano canottiere col colletto così largo da lasciare ben scoperti i capezzoli ed effetti speciali da sagra paesana. Comunque: in due si apprestano a sconfiggere una rivoluzione. E nello scontro finale, a mani nude, col boss nemico, ci sono una foga e un sonoro dei cazzotti che, al confronto, il balletto è la quintessenza della violenza. Che dire? Tutto molto brutto brutto brutto. Insomma, quando la realtà… supera il tutorial. Purtroppo.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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The Marine 5 (2017) Battleground

È il momento di fare un riepilogone.
Dal 2003 i WWE Studios iniziano a mettere in atto un progetto geniale: produrre film con protagonisti star del wrestling stando sempre bene attenti che non facciano niente. Ma proprio niente niente niente. Almeno una sedia pieghevole posso sbatterla su un tavolo? No, ho detto niente!
Può iniziare la Saga del Marine.

The Marine (2006) Presa mortale. I pompatissimi muscoli di John Cena guizzano a destra e a manca schivando le pallottole del perfido Robert Patrick, per liberare l’amata donna presa prigioniera da quest’ultimo: ottima fotografia, ottima azione (fatta tutta di ottimi stuntman) per un film godibile.

The Marine 2 (2009) Presa mortale 2. Basta con la qualità, stavolta il budget è di un paio di dollari. Così abbiamo il confuso Ted DiBiase jr. che si ritrova in un resort thailandese proprio quando arrivano i terroristi del perfido Temuera Morrison, che ovviamente non ne azzeccano una. Mezzo Die Hard, mezzo Commando, tutto buffone, Di Biase tira due calci pe’ puzza.

The Marine 3: Homefront (2013) Presa mortale. Il nemico è tra noi. Lo scettro passa alla maschera umana Mike “The Miz” Mizanin che ha fatto dell’immobilità facciale la sua arma più letale. Tornato dalla guerra nella sua super-villa, torna in azione quando il cattivo buffonesco per eccellenza Neal McDonough rapina una banca e con la banda si rifugia in una vecchia barca, location più che economica. Miz si farà cabina per cabina uccidendo tutti con la propria inespressività.

The Marine 4: Moving Target (2015). Un anno dopo gli eventi del precedente film, The Miz è ancora inespressivo ed ora fa la guardia del corpo della solita sbarbina genietta del computer. La donna viene rapita dal cattivone Josh Blacker e portata nei boschi, perfetta location economica. Passando di albero in albero, The Miz distrugge tutto senza mai muovere un solo muscolo facciale.

Come può andare avanti una saga così cialtronesca, interamente dedicata a NON mostrare MAI qualcosa che possa anche solo vagamente essere scambiata per wrestling? Anzi, senza mai mostrare azione anche solo minimamente decente!
Eppure è così: i WWE Studios sputano un altro filmaccio inutile, stavolta distribuito dalla Sony. Dal 25 aprile 2017 è il turno di The Marine 5: Battleground, che potete vedere in streaming a pagamento italiano con il titolo Marine 5. Scontro letale.

Più che una saga, è un virus…

Jake Carter (The Miz) è ancora alla ricerca di una dimensione nella vita. Dopo dieci anni fra i marines e un breve impiego come guardia del corpo, ora lo ritroviamo… paramedico! O in America sono di bocca buona con i paramedici, o è davvero l’impiego meno plausibile per un ex soldato!
Non dimentichiamoci però l’unica vera professione di Jake Carter: trovarsi sempre in mezzo agli atti criminali così da poter sgominare i cattivi con la sua espressione facciale!

Mike “The Miz” Mizanin al massimo della sua espressività

Due tizi fanno la grande idiozia di rapinare un gruppo di motociclisti, i quali li inseguono e li inondano di piombo. Il paramedico Jake Carter e la sua collega Zoe (Anna Van Hooft) aiutano l’unico tizio rimasto vivo, Cole (Nathan Mitchell), e quindi si ritrovano anche loro nel mirino dei cattivi guidati da due ebeti: Alonzo (il wrestler Taylor Rotunda) e Cash (il wrestler Heath Miller).

Il wrestler Taylor Rotunda che fa il cattivone

Facendo su e giù per uno scantinato durante tutto il film, il nostro Jake avrà modo di affrontare wrestler-babbei a getto continuo, come la Regina del Nulla Trinity Fatu e Joe Hennig, qui presentato come Curtis Axel.

La dote principale di Trinity Fatu non è il wrestling

Percorrendo fedelmente il solco tracciato dai precedenti film, anche questo episodio del Marine usa uno spazio preciso (ed economico) come unica location, con il protagonista che va di qua e di là mentre i cattivi fanno e dicono cose stupide. Teoricamente l’elemento in più della saga sarebbe costituito da combattimenti corpo a corpo, ma ovviamente siamo ad un livello davvero minimo.

Va lodato almeno il tentativo di menarsi…

Qualche incontro c’è, forse addirittura più che in precedenti episodi, ma ovviamente i protagonisti non fanno nulla di troppo pericoloso, lasciando spesso spazio ai propri stunt-double: ma il wrestling non era lo sport dello spettacolo? Qui sembrano due vecchiette che si prendono ad ombrellate…

Una posa marziale davvero curiosa…

Possibile che con tutti i suoi impegni televisivi The Miz trovi ancora tempo di girare questi capolavori del “combattere senza combattere”? Che dite, la facciamo una colletta per impedirgli di tornare in un sesto episodio?

Tranquilli… tornerà!

L.

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Piranha (1978) L’inferno marino di Dante

Anno 1974. Alla New World Pictures di Roger Corman c’è un giovane montatore che sforna trailer niente male, e visto che la casa sa sfruttare i propri talenti passa poco tempo prima che il giovane si ritrovi co-regista. Nel 1978 è tempo che questo ragazzetto dai grandi occhiali voli con le proprie ali, anzi… nuoti con le proprie pinne!
Quel giovane, l’avete capito, era il 32enne Joe Dante, che con 600 mila dollari in mano e una ventina di giorni di riprese, nella primavera del 1978 crea la sua opera prima. Un’opera che immediatamente lo lancia nell’olimpo dei maestri dell’horror: Piranha.

Conoscete il nome, conoscete il rumore che fanno i loro denti…

Uscito in patria il 3 agosto 1978, arriva nelle sale italiane il 31 gennaio 1979 con il titolo Piraña: seguendo la grande tradizione italiana, il titolo cambierà mille volte, perdendo la “ñ” e trovando una “nh” in continuazione.
Uscito in VHS targata Warner Home Video in data imprecisata, Rai3 lo trasmette in seconda serata martedì 17 settembre 1985, all’interno del ciclo “Eccentriche visioni”.
La Video Delta lo porta in DVD dal 21 dicembre 2001 mentre la Pulp Video e Cecchi Gori lo ristampano dal 18 aprile 2012, presentandolo anche in Blu-ray dal 21 febbraio 2013.

La rarissima versione italiana del titolo!

Era forse il 1989 o il 1990 quando ho visto il film per la prima volta, all’età di 15-16 anni insieme a mio padre. In quel periodo avevamo preso il rituale del “sabato horror” e abbiamo preso sonore fregature ma anche grandi sorprese. Piraña è una di queste ultime.
Non ricordo che il film mi abbia spaventato, ma il gusto impeccabile di Joe Dante rende inquietante – oserei dire… inquiedante! – ogni scena, perché la paura è ovunque: quel rumore ossessivo che accompagnava l’arrivo dei mostrini dentuti sapeva farti provare un brivido lungo la schiena…

Un bel sorriso a favore di camera…

Siamo nel 1978 e di Tentacoli (1977) non frega niente a nessuno: quando dici “mostro marino”, è solo ed unicamente a Lo Squalo (1975) che si pensa. Perché dunque ignorarlo?
L’esordiente John Sayles, che per Corman scriverà un folto numero di sceneggiature, per diecimila dollari scrive un soggetto che non finga di ignorare lo squalone di Spielberg, ma anzi faccia di tutto per citarlo e per prenderlo in giro. Non ci credete? Come si chiama allora il videogioco da bar davanti al quale troviamo la protagonista? The Jaws

Guarda a volte la coincidenza…

Dante dimostra subito di non essere il primo che passa da quelle parti. «La sequenza d’apertura di Piranha segna la linea fra le convenzioni del cinema di serie B e l’omaggio cinematografico», sottolinea Jack Ryan nel suo saggio biografico John Sayles: Filmmaker (1998).
La prima scritta che vediamo è “No Trespassing”, come in Quarto potere (1941), e da un omaggio a Welles si passa subito ad uno a Spielberg, perché sebbene i protagonisti siano due in realtà tutta la scena è palesemente un rifacimento di quella che apre Lo Squalo, con la donna uccisa dal mostro di notte, al chiaro di luna.

Qui qualcuno sta puntando in alto…

Dante ci sta dicendo che è consapevole che c’è solo un mostro nel mare, ma che lui è lì per aggiungerne un altro. Anzi, tanti altri!
«I piraña che attaccano ci ricordano Gli uccelli (1963) di Hitchcock, che ha imposto lo standard degli “horror naturali” per tutti gli anni Sessanta e Settanta», specifica il citato Ryan: Wells, Spielberg e Hitchcock… questo si chiama puntare in alto!

Occhio a dove metti i piedi: qui è pieno di citazioni

Per indagare sulla scomparsa dei due ragazzi che muoiono prima dei titoli di testa, arriva l’investigatrice assicurativa Maggie McKeown (Heather Menzies), tanto determinata quanto bionda: è un animale da città che proprio non sembra avere i numeri per indagare fra i campagnoli.
Il primo a cui va a chiedere informazioni è l’ubriacone del paese, Paul Grogan (Bradford Dillman), che l’accompagna in una struttura lì vicino dove scoprono i terribili esperimenti che il Governo sta portando avanti.

Aria buona, acqua verde, esperimenti illegali: un paradiso!

Qui il gusto ancora acerbo di Joe Dante fa inserire alcuni fotogrammi con un mostrino – una specie di pesce con le zampe – che si muove in stop motion e non apparirà più nel film. Mettiamoci pure i mostri che vediamo nelle ampolle, e avremo un ragazzone che si sta divertendo da morire coi mostri al cinema!

Qualcuno qui è appassionato di mostriciattoli…

Paul e Maggie svuotano la vasca, in cerca dei cadaveri, e così facendo immettono i piraña nel lago, pronti a smangiucchiare tutto e tutti.
Li mette in guardia il dottor Robert Hoak (il sempre mitico Kevin McCarthy), che si riserva la parentesi di graffiante denuncia sociale con l’Operazione Lama di rasoio (Operation Razor Teeth).

«Un’operazione per rendere impraticabili fiumi e paludi ai nord-vietnamiti. Lo scopo era sviluppare un tipo di questo pesce che potesse resistere anche in acqua fredda e si riproducesse a ritmo accelerato.»

Se in Tentacoli (1977) era una fabbrica privata a modificare le creature marine, qui è direttamente il Governo americano a studiare mostruosità da utilizzare come armi batteriologiche.
A riprova che i soldati siano cattivoni arrivano degli alti papaveri, palesemente incapaci, ma soprattutto la situazione è gestita dalla gelida dottoressa Mengers (Barbara Steele, abituata ai piccoli ruoli).

Fidatevi di me: sono una dottoressa…

Sono ancora gli anni Settanta, quindi si possono mostrare bambini feriti e uccisi, con addirittura del sangue addosso. Non vi ci abituate, perché poi sarà vietatissimo. (Quando la Columbia comprò un gruppo di film con Jet Li da portare in Italia, curiosamente l’unico che non distribuì da noi è quello dove sparano al piede di un bambino…)

Ah, gli anni ’70 e i suoi bambini sanguinanti…

I piraña sono gargarozzoni, e dopo aver smangiucchiato i bambini cercano prede più grassottelle: seguendo la traccia di Spielberg, dunque, si dirigono alla solita festa paesana che proprio non si può sospendere perché se no i commercianti chi li sente? Lo so, è un soggetto usato da TUTTI i filmacci con bestiacce, ma qui almeno è ripresa in modo volontariamente dissacrante.
Sangue a iosa e ogni inquadratura è da applauso: ‘sto Joe Dante rischia di diventare uno famoso…

Ed ora, il salto del cadavere!

«Piranha non è stato in alcun modo un successo commerciale», ci racconta James Francis jr. nel suo Remaking Horror (2013). «La critica e il pubblico lo considerarono un film stupido, eppure ha influenzato altri mostri del cinema, sia in acqua che su terra.»
Ovvio che se visto così al volo può sembrare semplicemente la versione “pirañesca” de Lo Squalo, dato che ne segue grosso modo alcune parti di storia, ma basta guardarlo con attenzione per capire che è un film totalmente unico: con la scusa di strizzare l’occhio al canone, finisce per riscriverlo completamente.

E adesso… voglio il 2!

I piraña torneranno spesso al cinema ed è solo merito di Dante, che ha dimostrato come fare tanto con poco: la sua lezione non sarà spesso ripresa. Forse non lo sarà mai.
Per questo Piraña è un film unico e irripetibile: dopo averlo visto… passerà un po’ prima che torniate a fare il bagno!

L.

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