Guida TV in chiaro 13-15 luglio 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Il ritorno di Kenshiro (1995)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Gli anni ’90, nella loro versione trash che il cinema d’azione ha saputo esaltare come nessun altro, non solo hanno devastato la credibilità di attori, personaggi, temi che già di per sé conservavano qualche scheletro ammuffito nell’armadio, ma si sono anche tenuti stretti lo scalpo di vittime illustri, vere e proprie leggende che non sono riuscite nell’impresa di passare indenni sotto i colpi inferti  dall’immaginifica pattumiera di fine secolo. Basti pensare a Street Fighter, Double Dragon, Mortal Kombat… e chi più ne ha più ne metta. Appunto: ne metto un altro. E si tratta di un mito non da poco visto che parlo di Kenshiro.

Un futuro distopico di un certo stile

È il 1995 quando Tony Randel decide di convertire il cumulo di manga ed anime in un film, Il ritorno di Kenshiro (Fist of the North Star in originale). Non l’avesse mai fatto. E lo dice uno che, forse incredibilmente, non appartiene alla schiera di fan adoranti della serie e che quindi ha visionato il film con sguardo vergine e perciò meno minuzioso nonché esigente. Eppure… eppure. Già il fatto che tra titoli di testa e spiegone si arrivi a dieci minuti, indispone. Eccome se indispone: anche perché, una volta saputo che il mondo è nel caos, bla bla, che la scuola di arti marziali Croce del Sud ha eliminato ogni opposizione con la forza, bla bla, che l’altro movimento (Orsa Maggiore) è stato ridotto alla clandestinità, bla bla, saputo tutto questo, quando giunge il momento dello scontro tra i leader delle scuole citate, ossia Lord Shin (interpretato da Costas Mandylor) e Ryuken (cui presta il volto nientemeno che Malcolm McDowell), ti aspetteresti qualcosa di epico. Macché. Il primo prende una pistola, spara e uccide il secondo. Fine.

Gli inutili Costas Mandylor e Chris Penn

Fine anche delle speranze di vedere una pellicola decente. La gente, in questo futuro distopico, sta messa proprio male ma, considerando che avranno reclutato il cast tra i barboni di qualche rugosa periferia, non si saranno sforzati troppo con trucco e parrucco. Non che stiano messi bene i cattivi, i quali ascoltano le frequenze di radio Croce del Sud (sob), sono smodatamente stereotipati e, con in testa il volto inguastito di Clint Howard e il faccione di Chris Penn, girano le città berciando frasi da far rabbrividire il più infantile degli asili nido: «Morite schifosi», «Morite maiali», «Vinceranno i più forti». Quando finalmente entra in scena Kenshiro la situazione non migliora, tutt’altro! In primis il nostro è interpretato da Gary Daniels: nulla contro di lui che anzi, se gli fosse data la possibilità, marzialeggerebbe dignitosamente, ma certo la scelta conferma un livello di budget pari all’Acquapozzillo Calcio.

La tipica espressione di un lottatore nel futuro distopico

Inoltre, nel primo scontro esibisce subito i cento colpi di Hokuto e un «Io ti ho già ucciso» di rara bruttezza: ho visto più afflato epico in una puntata dei Puffi. Senza dimenticare il fatto che una delle sue frasi d’esordio è la seguente risposta: «Cosa ci fai qui?» «Respiro». Ma forse è una replica veritiera, in fondo chi recita decentemente in questo film? Nessuno, tutti si limitano effettivamente ad ansimare in attesa della fine. Se gli scagnozzi di Shin paiono una ciurma di bimbi disorientati («Facciamo fuori un po’ di gente!» «Eeeeeh! Sìììì!»), il protagonista non sembra molto più lucido: passa tre quarti del lungometraggio a riflettere sul da farsi, con il poro Daniels che cerca di rendere il suo stato di turbato raccoglimento atteggiando gli occhi a perennemente spiritati a mo’ di possessione demoniaca e con i suoi amici di pellicola che cadono come mosche. Ottimo, Kenshiro, un gran bell’apporto, finora.

Nel frattempo però, dal sussidiario del trash, non manca nulla: c’è la storia d’amore poco coinvolgente ricostruita tramite inutili flashback, ci sono gli effetti speciali stile orsetti gommosi, c’è l’amico bimbominchia del nostro eroe (eroe della meditazione, of course). C’è tutta la Z del mondo. Quando ritenevo perduta ogni speranza ammetto di aver avuto un duplice sussulto: per la morte del bimbominchia citato sopra e per la comparsa, tra i cattivi, del wrestler Vader, tosto ucciso da un protagonista alfine deciso a guidare la riscossa. Certo che, allorquando quelli menzionati sono motivi di consolazione, il livello della pellicola non può che attestarsi su livelli rasoterra barra sottoterra.

E ricorda, Kenshiro… ce l’ha così!

D’altronde, mentre voliamo verso il poco memorabile finale, possiamo fin da ora tirare le somme circa un mito decisamente affossato. Caro Kenshiro, pensavi che nessuno sarebbe stato in grado di debellarti. Ed invece, bastonato e trafitto dai titanicamente putrescenti anni ’90… “sei già morto”!

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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[Italian Credits] Star Trek 3 (1984)

Estate 2018, ultima frontiera…

Il 9 luglio 2018 il canale TV8, all’interno del ciclo “Star Trek – La Saga”, ha presentato a sorpresa la pellicola italiana di Star Trek III Alla ricerca di Spock (Star Trek III: The Search for Spock, 1984) di Leonard Nimoy, cioè nella stessa identica edizione che ho in VHS CIC Video.

Presento dunque i titoli di testa presi dalla messa in onda di TV8, mentre quelli di coda provengono dalla citata edizione VHS, visto che in TV sono sempre tagliati.


Titoli di testa


Titoli di coda

L.

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Cold Fusion (2011) Botte da UFI

Chi segue questo blog conosce ed adora la UFO (Unified Film Organization), che oggi si è data un tono chiamandosi UFO International Productions ma rimane quello che è sempre stata: una casa bulgara specializzata nella serie Z più orgogliosamente Z che esista.
Dalla saga di Sniper a quella di Jarhead, dalla saga di Wrong Turn a Lake Placid, dai serpentoni ai coccodrilloni, dagli squaloni ai pipistrelloni, dai dinosauri allo Yeti, dalle Ghost House alle Ghost Ship: non esiste angolo della Z che non sia stato esplorato abbondantemente dalla UFO.
Per tenere fede al suo nome… ci sono anche i film sugli UFO!

La grafica è il punto forte della casa…

Trasmesso dalla famigerata Syfy il 23 febbraio 2011, Cold Fusion risulta inedito in Italia ad esclusione di passaggi televisivi che non so ricostruire.
Di sicuro ho visto il film su Cielo domenica 8 luglio 2018.

Finalmente un UFO cade in territorio russo: e mica sempre in America!

Il solerte sceneggiatore Nathan Atkins cerca di tirar fuori una sceneggiatura straordinariamente complicata pur non avendo molto in mano, ma per essere un filmucolo alla fin fine c’è riuscito.
Così in premessa sappiamo che un UFO – non la casa bulgara ma proprio un oggetto volante non identificato, ovviamente di forma circolare – cade nell’URSS dei primi anni Ottanta, e subito i sovietici lo nascondono per cercare di studiarlo. Il piano non va come sperato, perché dopo trent’anni ancora non sanno che farci con ’sto ufo…

Adrian Paul pensa ai soldi che prenderà per questo inutile cameo

Ai giorni nostri una serie di terribili attentati rischia di far scoppiare una nuova guerra mondiale fra Oriente e Occidente, e il bieco organizzatore è il colonnello Petrov (Vladimir Kolev), che vuole la destabilizzazione mondiale per poter giocare col suo UFO e tirarlo di qua e di là. Peccato che non riesca manco a farlo uscire dal garage.
Sul caso però sta indagando il fenomenale militare Unger (Adrian Paul), che risolve tutto odorando la roba per terra: oh, ognuno fa le indagini a modo suo. Stando fermo, lo svogliatissimo Adrian Paul tira via i suoi cinque minuti in scena e passa subito a ricevere l’assegno, riuscendo solo allora a cambiare espressione facciale.

Occhio, che finalmente arrivano le botte!

Dimentichiamoci l’inutile cameo di Adrian Paul e focalizziamoci sulle due vere protagoniste grintose, cioè sull’unico elemento su cui è costruito tutto il film.
La storia infatti non ha nulla di fantascientifico e si focalizza su due agenti segreti che devono risolvere tutto a calci e sberle, salvando il mondo dalla guerra nucleare. Facendolo con ogni arma a propria disposizione!

L’agente segreto Sarah Brown pronta all’azione

Nulla può fermare l’agente Lila Body, interpretata dalla grintosissima Sarah Brown. Attrice, stuntwoman, doppiatrice, è un peccato che lavori poco in video perché davvero è uno spettacolo.
Entra in scena e comincia a menare, smettendo solo sui titoli di coda…

Il mondo è al sicuro, con l’agente Brown

Durante il suo viaggio in Romania – ovvio, no? – trova una fenomenale compagna in azione: l’agente Ekaterina Demidrova, pepata asiatica interpretata dalla californiana Michelle Lee. Anche lei attrice e stuntwoman, purtroppo ben poco visibile, lavorando molto più dietro le quinte o in piccoli ruoli.
Le due donne insieme risultano molto più pericolose dell’UFO russo!

Un briefing casalingo, però pronto a scaldarsi…

La sceneggiatura è arzigogolata ma in pratica è fatta in modo che le due attrici si lancino in situazioni frizzanti. Per esempio un elemento fondamentale dell’indagine prevede che le due si fingano spogliarelliste, per accedere in un locale ucraino e carpire informazioni, quindi via con una lunga scena in cui Michelle Lee dimostra a Sarah Brown tutto il suo… addestramento militare.

Va’ che addestramento militare!

E questo è l’addestramento da agente segreto

Tutta roba inutile, ovviamente, perché appena entrati nel locale si fa subito a botte, ma vuoi mettere dare calci vestiti succintamente?

In guêpière nel locale…

… andiamo a menare!

Mentre fanno inutili comparsate storici volti noti della UFO, come William Hope e il sempre presente Velizar Binev, a quanto pare molto amato in patria bulgara, le due donne fanno fuoco e fiamme e tengono viva l’attenzione.

Io guidavo i Colonial Marines: che ci faccio qui?

Quello che ci facciamo tutti: soldi!

L’UFO non s’è mica capito che fine faccia perché tanto non ha alcuna importanza nella storia: il pericolo viene da una bomba, che pure quella non si sa che fine faccia. Ma in fondo chi se ne frega, l’importante è vedere Sarah e Michelle tirare calci!

Salvare il mondo a calcioni

Come si è facilmente capito, il film è il solito nulla sbarazzino della UFO, ma stavolta con due attrici grintose e capaci il prodotto c’è e il risultato la casa bulgara se lo porta a casa. È un filmetto divertente che addirittura riesci a vedere fino alla fine, cosa per nulla scontata con prodotti similari.

Voglio almeno venti film con queste due!

Torneranno Sarah e Michelle insieme a menar le mani? Speriamo di sì…

L.

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Mask of Death (1996) Sotto massima copertura

Continua il viaggio negli “anni maschi” di un attore oggi noto esclusivamente per una dimenticabile serie TV.

Continua la caduta libera di Lorenzo Lamas al cinema, ed è davvero un mistero: più cresce a livello esponenziale il suo successo televisivo in “Renegade” più diventano minuscole le produzioni cinematografiche in cui l’attore è coinvolto. Sembra ormai un’altra vita rispetto a quando faceva il campione di kickboxing, eppure sono passati solo tre anni!
Diretto dal registino David Mitchell fresco di The Killing Man (1994) con Jeff Wincott – altra star marziale appannatasi a velocità da record – casupole varie portano nell’home video del 1996 questo Mask of Death.

Tutto il budget è andato via con la scritta…

Inedito in home video, il film si affaccia per la prima volta in Italia venerdì 29 marzo 1996 in prima serata sull’immancabile Italia1, la vera dea protettrice di Lamas, con il titolo Sotto massima copertura. Che poi sarà riappiccicato ad Undercurrent (1998) per fare confusione.
Com’è già accaduto in passato, sottolineo che il film è uscito prima in Italia e poi in patria americana, in cui viene trasmesso in TV il 26 maggio 1996 ed esce in home video l’anno successivo.

Copertina copiata da Snake Eater (1989)

Per cominciare a capire l’entità di questo film merita di essere riportata la trametta (piena di errori) di Italia!:

«Un poliziesco pieno di ambiguità di David Hitcher. Durante una rissa a Hong Kong con sparatoria, Lyle Mason viene ucciso e il poliziotto Daniel McKrenna rimane ferito. Interviene l’FBI che decide di trasformare McKrenna in Mason, grazie ad un’operazione di plastica facciale. Soltanto in questo modo potrà smascherare la banda mafiosa.»

Ebbene sì, il nostro Lorenzone anticipa di ben un anno il Face/Off (1997) di John Woo! Tranquilli, lo scambia-faccia di Travolta-Cage continua ad avere il primato, visto che la sceneggiatura Mike Werb e Michael Colleary l’avevano depositata già nel luglio del 1991: evidentemente in quel covo di pettegoli di Hollywood si era sparsa la voce della lavorazione del film e sono subito nati i piccoli cloni.

Quant’è duro Lorenzo col mento finto!

Così abbiamo Lamas col mento finto che fa il duro duro duro, capo dei Budiny Molly (Salvi regna!), che durante un’operazione FBI andata male fugge lasciandosi dietro morti e feriti.
Trova una simpatica comitiva di villeggianti e la stermina, perché è cattivo, ma fuggendo si va a spalmare contro un albero. Fine della vita criminale di Mason.

È tempo che l’FBI metta in campo i suoi uomini migliori (pensa i peggiori)

L’agente dell’FBI Jeffries (Billy Dee Williams) all’ospedale è disperato: morto Mason, sfuma ogni possibilità di acciuffare la pericolosa banda dei Budiny Molly. Quando gli arriva sotto il naso l’unico sopravvissuto dell’allegra comitiva di villeggianti: è McKenna, e sotto i ridicoli baffi finti e i capelli posticci assomiglia proprio a Mason. E infatti è sempre Lamas.
Memore di Johnny il Bello (1989), l’agente Jeffries sa che un attore mascherato da brutto poi diventa bello, così propone il patto: il poliziotto McKenna deve rinunciare ai suoi ridicoli baffi e subire una plastica facciale per far credere ai cattivi che Mason sia ancora vivo. Così facendo potrà vendicare la moglie uccisa dal perfido capo dei Budiny Molly.

Mio Dio… Mio Dio… Mio Dio…

Quello che segue è addirittura un film non disprezzabile, perché per la prima volta l’impacciato tentativo di Lamas di sembrare un duro è giustificato: sta interpretando un buono che gioca a fare il cattivo, e quindi la sua interpretazione è molto più convincente di quando fa il coattone capelluto.
Inoltre trovo ispirato il personaggio di Cassandra (la canadese Rae Dawn Chong che da una vita non vedevo più in azione), anche lei poliziotta e anche lei sopravvissuta al massacro di Mason, convinta di essere l’unica sopravvissuta perché nessuno sa dello scambio di Mason/McKenna. Per tutto il film darà la caccia al cattivo non sapendo che invece è il suo migliore amico mascherato.

Occhio, Lamas, che io tenevo a bada Schwarzy in Commando (1985)!

Al contrario dei blasonati filmoni di cassetta, qui addirittura McKenna si cala davvero nella parte e addirittura ammazza un poliziotto, roba che Frank Castle già si sarebbe suicidato. Malgrado sia solo lavoro, è innegabile che calarsi nella pelle di un criminale stia cambiando McKenna, e l’idea di combattere il male con il bene sta diventando un concetto troppo lontano: meglio combattere il fuoco con il fuoco, anche a costo di scottarsi.

Immancabili i cattivi da operetta

Pur rimanendo un film di serie Z, a sorpresa non è un prodotto risibile come di solito siamo abituati con Lamas. È pieno di stereotipi, il cattivo Frank (Conrad Dunn) va spesso in iper-recitazione e ci sono tutti i tipici difetti del filmetto da due soldi: ma non è una cialtronata, bensì un semplice film onesto girato in assenza di mezzi, con addirittura una sceneggiatura che assomiglia ad una sceneggiatura!

L’IMFDb (Internet Movie Firearms Database) ci dice che la girl with gun Danielle (Heather Hanson) sta impugnando una pistola Rossi Model 971, .357 Magnum
(Credo sia chiaro che non ho messo la foto per la pistola…)

Dispiace quindi che a Lamas stiano proponendo film sempre più impercettibili all’occhio umano, per la loro piccolezza, perché nel grande mondo della Z avrebbe potuto avere un ruolo ben maggiore.

L.

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Rumble (2016) Lotta all’ultimo sangue

Già ho parlato della Badhouse Studios Mexico, piccola casa specializzata in minuscoli e noiosissimi filmetti messicani “impreziositi” dalla presenza di un’appannata star d’azione nord-americana, la quale assicura una distribuzione internazionale sì da truffare milioni di spettatori: convinti di gustarsi un film action, subiscono la malinconoia più melensa del nulla raccontato male. Questa è la Badhouse…

Ecco come si dice “noia” in messicano

Abbiamo già incontrato alcuni suoi prodotti, come Dead Drop (2013) con Luke Goss e Larceny (2017) con Dolph Lundgren, ma soprattutto Misfire (2014) con Gary Daniels: il nuovo eroe di CineSony!

Il nuovo nome dell’action Z in TV

Il canale digitale che ha ormai raccolto l’eredità dell’Italia1 dei tempi d’oro ama Daniels e sta doppiando in esclusiva i suoi titoli recenti, quindi senza dire niente a nessuno ha dedicato la sera del 28 giugno 2018 ad un doppio spettacolo del lottatore londinese, trasmettendo prima Forced to Fight (2011) e poi questo Rumble, che in realtà ha presentato in anteprima il 25 giugno precedente.
Non si sa nulla della distribuzione di questo film, se non che è entrato anche lui nell’universo-spazzatura di Netflix, novello aspira-tutto che probabilmente neanche guarda i film che trasmette. CineSony trasmette il film con il titolo Lotta all’ultimo sangue.

Un falso richiamo a tematiche del wrestling

David Goran (Gary Daniels nostro, gagliardo e tosto) è un lottatore molto venale. «A me interessano solo i soldi» ammette senza problemi, e adotta tutti i classici trucchetti per guadagnare il massimo da ogni incontro: per esempio si fa colpire un certo numero di volte così da permettere alla sua ragazza di vincere le scommesse sapientemente piazzate.

La tipica faccia di un lottatore britannico in Messico

Il problema però è che ora Goran sta diventando vecchio. Peggio: è già diventato vecchio, anche se solo ora se ne è accorto. La resistenza non è più quella di una volta e il ginocchio fa brutti scherzi: sarebbe ora di ritirarsi… ma i soldi sono soldi. E la sua fidanzata Eva (Sissi Fleitas) è una pupa costosa.

Ma tu mi ami? Ma quanto mi ami? Certo che però costi, ma quanto mi costi?

Goran va ad un festino a base di alcol e droga ma la produzione non ha soldi per organizzare una scena credibile, così vediamo Gary seduto in un locale con una gazosa e dobbiamo credere che ci stia dando giù di brutto con gli stravizi.

Quando recita l’ubriaco, Gary diventa Chuck Norris!

Il lottatore si risveglia in un’arena buia e una voce distorta in un altoparlante lo accusa di aver truccato incontri per tutta la sua carriera: ora è il momento di combattere sul serio. E il lottatore che pensava solo ai soldi ora deve combattere per la vita, sua e della fidanzata.

Questa cosa farà male ad entrambi…

Detta così potrebbe sembrare una trama vera, addirittura una bella trama: va be’, una trama copiata dal piccolo ma ottimo Death Warrior (2009) di Echavarría, ma si sa che il cinema marziale vive di scopiazzi. L’importante è copiare bene.
Tranquilli, comunque, nessun plagio: la trama muore lì come se non fosse mai esistita. La noia mortale che contraddistingue la Badhouse infatti impedisce di sfruttare un buon soggetto, così per metà film assistiamo alle lunghe e incredibilmente accurate indagini del poliziotto col nome ciabattoso, Fonseca, interpretato da un Luis Gatica che immagino sia una star locale, perché ci sbomballa gli zebidei per quindici ore con i suoi farfugliamenti come se fosse De Niro ai tempi di Toro scatenato (1980), quando cioè blaterava senza trama e senza senso.
Da protagonista Daniels si ritrova a comparsa: ora la scena è tutta per il tenente Colombo messicano.

Però le botte sono ghiotte

Il solito R. Ellis Frazier – credo che alla Badhouse ci sia solo lui! – dirige questo film come dirige tutti gli altri suoi, scritti dall’inseparabile Benjamin Budd: mantiene alto il livello della casa e quindi riesce a creare un film immobile che sembri in movimento, dove la noia è potente e devastante.
Si salva Daniels che è ancora in splendida forma smaglianate, considerando i suoi 53 anni portati da Dio. Le scene dei suoi combattimenti forzati sono le uniche che meritino di essere viste di un film che invece va dimenticato all’istante.

Va be’, Gary, ti facciamo pure sparare

Rimane il mistero di accidenti sia il tizio nella locandina, in alto con la barba: sarebbe Daniels? Perché allora ripeterlo anche sotto? E perché quell’immagine obbrobriosa alla Chuck Norris?

L.

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Nunchaku al cinema – Special Inosanto

Si riaffaccia brevemente questo viaggio nel Nunchaku al cinema giusto perché venerdì scorso, 6 luglio 2018, 7Gold ha trasmesso in seconda serata Pelle di sbirro (Sharky’s Machine, 1981) diretto e interpretato da Burt Reynolds: e cosa c’entra coi nunchaku?, voi direte…

Tratto dal romanzo omonimo del 1978 di William Diehl (Mondadori 1982), la storia racconta del duro e puro detective Sharky (Burt Reynolds) che avoca a sé ogni stereotipo del genere per un prodotto tipico dell’epoca: e non esiste una storia di malavita cittadina americana… senza un po’ di kung fu!
Non sono più i tempi de L’investigatore Marlowe (1969) dove a fare il picchiatore asiatico c’era Bruce Lee: ora c’è però un suo allievo, il maestro Dan Inosanto.

Malgrado non abbia alcuna battuta e si veda solo per pochi secondi, Dan è sempre mitico e qui è “fresco” negli occhi degli spettatori perché da un paio d’anni è stato distribuito un film che in realtà aveva interpretato dieci anni prima: un certo Game of Death, in cui sfida a nunchakate il maestro e fraterno amico Bruce Lee.

Il maestro filippino nell’esercizio delle sue funzioni

Quindi in Pelle di sbirro fanno combattere Inosanto col nunchaku come nel film di Hong Kong distribuito nel 1978? Ovviamente no…
I nunchaku appaiono ma rimangono in mano al caratterista Weaver Levy, che non sa che farsene. Li vediamo agitarli in una scena, e in un’altra li usa per strozzare la vittima: diciamo che nessuno qui sa cosa siano i nunchaku, ma vale lo stesso come citazione…

Weaver Levy non sa bene cosa farci coi nunchaku

Inosanto tornerà ancora al cinema ma in realtà dopo decenni il trattamento è lo stesso del suo maestro: per gli asiatici ci sono solo particine stereotipate, di solito di criminali. Per vedere un cameo di Inosanto in azione, come omaggio alla sua sfolgorante carriera marziale, dobbiamo aspettare dieci anni (e un parrucchino!), quando in Giustizia a tutti i costi (1991) Steven Seagal lo chiama ad un duello… alla stecca da biliardo!

L’America non è un paese per filippini…

L.

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Metal Tornado (2011)

La Capital Productions non è certo “famosa” (o meglio, famigerata) come la Asylum o le bulgare UFO e BUFO, né come la MarVista: però non ha davvero nulla da invidiare alle sue colleghe di serie Z. Infatti il terrificante canale via cavo Syfy trasmette tranquillamente i suoi prodotti.
Ci sarà un canale italiano talmente cialtrone da seguire le orme di Syfy? Ovviamente sì, ed è il famigerato Cielo.

Impegno massimo per la grafica…

Preso un tecnico che bazzicava per i set, Gordon Yang, e reso regista nonché co-sceneggiatore – quante scelte sbagliate in una botta sola – ecco nascere Metal Tornado.
Trasmesso originariamente il 22 luglio 2011, la Dynit (Minerva)/Asylum lo porta in DVD italiano dal 30 novembre 2016: il passaggio televisivo che ho visto io risale al 24 giugno 2018.

Ma sono fatti così i raggi solari?

La Helios World ha sviluppato «un metodo di raccolta senza limiti dell’energia emessa dalle eruzioni solari, la stessa energia che alimenta il fenomeno dell’aurora boreale». Il Progetto Helios quindi risolverà il problema energetico del mondo.
È davvero facile prevedere che invece farà disastri tali da poter inserire il film nel genere “Meteo Apocalypse“.

Povero Lou, che glie tocca fa’ pe’ campa’

Una supercazzola magnetizzata comincia a far schizzare via tutto il ferro del mondo: quindi abbiamo un tornado in cui all’interno vola Tiziano Ferro? Eh, magari…
Il tornado metalloso si arricchisce del ferro trovato in giro, oltre che alla forza vitale di attori televisivi costretti a fare ’sta roba, tipo il bravo Lou Diamond Phillips che siamo abituati a vedere in prodotti decisamente più dignitosi.

Nuoooooooooo…. (mettetevi comodi, sarà lunga)

La scena mitica di un film noioso oltre maniera è quando il tornado passa in campagna e, oltre a risucchiarsi tutto il filo spinato, attira un trattore verso di sé. Davanti al trattore cade il contadino, e in una scena che ricorda il mitico schiacciasassi di Brivido (1986) assistiamo a… cosa? Il contadino schiacciato dal trattore? Eh, magari…
Vediamo il contadino sdraiato che urla e agita le mani mentre il trattore procede… a due millimetri l’ora! L’uomo aveva così tanto tempo per spostarsi che poteva pure schiacciare un pisolino.

E spariamoci il missilone!

Un continuo bla bla bla noiosissimo e un “Meteo Apocalypse” come al solito totalmente identico ad ogni titolo precedente. Alla fine si manda un missilone nel tornado e torna nal pace nel mondo.
La storia però mi fa pensare a Cielo, canale che si è trasformato in tornado che raccoglie spazzatura Z. In pratica è un… Zornado!

L.

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Nightmare 3 (1987) I guerrieri del sogno

Abbiamo seguito la vita e le opere di Jason fino ad arrivare al punto in cui finalmente, dopo anni di tentativi infruttuosi, è arrivato a scontrarsi con il suo collega più giovane. Ma prima… è proprio quest’ultimo “collega” che merita di essere raccontato.

«Passo sempre prima da Wes, ogni volta». A parlare è Sara Risher, produttrice della New Line Cinema insieme a Robert Shaye, e la frase è riferita al fatto che dopo il rifiuto di Wes Craven di girare il seguito di Nightmare è iniziata una curiosa ma comprensibile usanza: ad ogni sequel, si va a bussare alla porta di Wes. Metti che un giorno gli vada di girarlo lui…

Dopo il disastro del secodo film – che comunque, va sempre ricordato, è uno strepitoso successo al botteghino – Shaye e Risher al momento di pensare ad un terzo titolo fanno la loro solita visitina a casa Craven. Il regista sta lavorando a Dovevi essere morta (mio culto personale!) quindi non è disponibile, ma nell’accompagnare educatamente alla porta i produttori si lascia sfuggire una frase improvvida: butta lì un’idea per un soggetto.
I due si girano e i loro occhi cominciano a brillare: gran bella idea, perché già che non ha niente da fare, Wes non scrive una sceneggiatura?

«Ho accettato di fare [il copione di] Nightmare 3 perché mi sentivo costretto a tornare per espandere l’idea originale. Era importante per me, da un punto di vista degli affari, essere in grado di ottenere una percentuale da tutti quei sequel che non avevo intenzione di fare.»

In questa dichiarazione, citata in Screams & Nightmares (1998), c’è una ambivalenza potente: Wes cerca ancora di cavarsela con velleità artistiche – come ampliare il suo discorso iniziale – ma poi cede e parla di pecunia, vil denaro. Ha capito che altri suoi colleghi si stanno ingrassando il conto in banca con opere non loro che pubblicamente disprezzano, mentre lui disprezza Nightmare “a gratis”, e non va bene.
Insieme a Bruce Wagner scrive una storia che sappia rifarsi al primo film, cancellando quella stupidata del secondo, la consegna alla New Line… e la notizia successiva la legge sul giornale: è in uscita un nuovo film di Nightmare di cui Wes Craven è produttore esecutivo. Il regista alza la testa, si guarda allo specchio e si chiede: «Sono produttore esecutivo?»

Mamma, guarda: sono produttore esecutivo!

«In quanto produttore esecutivo, per quel che ne so, avrei dovuto fornire risposte a domande continue, avrei dovuto avere voce in capitolo nella scelta del cast e avrei dovuto curare parti creative del film. La realtà è che la New Line non mi ha mai contattato, una volta ricevuto il copione. Che poi hanno drasticamente modificato in vari modi.»

Sempre esagerato, Wes. Solo perché il regista – il suo amico personale Chuck Russell che però l’aveva colpito al cuore sceneggiando l’odiato Dreamscape (1984) – ha cambiato i nomi di tutti i personaggi, ha riscritto sezioni intere del copione e ha aggiunto molte scene? Sono quisquilie, anche perché la New Line non aveva alcuna intenzione di pagare l’altissima cifra che la sceneggiatura di Russell prevedeva, quindi giù di tagli con l’accetta. Cosa è rimasto alla fine del copione originale di Craven? Mi sa solo il titolo…

«Molte delle ragioni che mi avevano spinto ad accettare di fare il film erano state spazzate via!»

Su, Wes, non ci pensare. Fai come Cunningham o Barker: pensa ai soldi, mentre critichi il film nelle interviste.
Con un copione che Wes giudica modificato al 70% rispetto a ciò che ha consegnato alla New Line, il regista comincia a sospettare che la casa di produzione voglia semplicemente il suo nome nei titoli di testa, fregandosene di tutto ciò che lui pensa. Ammazza, Wes, ma che te sei mangiato, pane e volpe?

L’inferno di questi film è dietro le quinte

Chuck Russell si è andato a chiudere per undici giorni in una baita in montagna, lontano da tutto e tutti, insieme a Frank Darabont: a fare cosa? Loro dicono per riscrivere il copione di Wes Craven, poi non so… Le premesse erano eccellenti, perché quando Russell gli dice che dovranno scrivere un’avventura di Freddy Kruger, Darabont risponde testuali parole: «Freddy chi?»
Su, non vorrai dirmi che non hai mai visto un film di Nightmare… «Night… cosa?»
Questi due geni del male passano undici giorni a mangiare noccioline e a guardare a ripetizione Dreamscape – così, giusto per fare uno sgarro a Craven! – e alla fine se ne escono con qualcosa che assomiglia ad una sceneggiatura, poi stagliuzzata dalla New Line.

L’ammucchiata degli sceneggiatori

Tutti questi sceneggiatori vanno trottelerrando, mano nella mano, alla Writers Guild e iniziano a menarsi. L’ho scritto io Nightmare 3. No, l’ho scritto io. Ce l’ho avuta io l’idea dei guerrieri del sogno, no ce l’ha avuta tua sorella, che me l’ha rivelata a letto, no in realtà io ho avuto l’idea che la vita è un sogno, io invece ho avuto l’idea che i sogni aiutano a vivere meglio…
I giudici della Writers Guild se ne sbattono di tutte le rimostranze: non è che ora ci possiamo mettere a perdere tempo con gli sceneggiatori, razza infame. Così la decisione è salomonica: tutti i nomi coinvolti vengono inseriti nei crediti. Ci finisce pure il cameriere che portava le noccioline nella baita di montagna.

La faccia di chi ha appena guadagnato bei soldi

Mentre gli sceneggiatori e i registi litigano e si tirano i capelli, Robert Englund è scandalizzato: dov’è finita la voglia di raccontare storie? Dov’è finita la voglia di creare sogni e incubi? Dov’è finita l’arte? Ma soprattutto, dov’è la mia paga? Che qui tutti parlano di idee ma poi sono io che devo girare col mastice in bocca.
Englund lamenterà per il terzo film una lavorazione terribile, funestata da fretta e mancanza di soldi, e quando un attore parla male del film vale il discorso dei registi: ha il portafoglio allegro. È lui stesso a raccontare che ha detto ai produttori di aver fatto i primi due film non per soldi – no, l’ha fatto per aiutare i bambini in Africa – ma ora che la serie sta guadagnando paccate di bigliettoni verdi vuole anche lui la sua parte del malloppo. Facciamo un aumento di stipendio? No, facciamo una percentuale degli incassi. La New Line accetta e da allora potete mettere tutto il mastice che volete in bocca ad Englund…

Un po’ lunghetto, come titolo

Con il chilometrico titolo A Nightmare on Elm Street 3: Dream Warriors esordisce in patria americana il 27 febbraio 1987 e vola presto presto in Italia, dove appare in sala – sempre distribuito dagli Artisti Associati – il 16 aprile 1987 con il titolo Nightmare 3. I guerrieri del sogno. Che detta così sembra una fiction romantica, con i suoi guerrieri da sogno che fanno l’amore e non la guerra…
La Eagle Pictures lo porta in VHS e DVD dal 14 luglio 2004, ristampato da Warner nell’ottobre 2011.
Infine la sempre fedele Italia1 lo trasmette in prima serata venerdì 28 ottobre 1988.

Ogni riferimento a Poe è puramente arbitrario

Siamo sul finire degli anni Ottanta, quando cioè è arrivata a livelli da capogiro la mania esoterica nei cuori degli italiani e lo spazio per le truffe è vasto e sconfinato: vogliamo iniziare un’opera con una falsa citazione? Andiamo, Lovecraft, Robert Bloch e amiconi romanzieri ci hanno campato per anni ad inventare falsità che poi i lettori ancora oggi credono vedere. Su, dài, cominciamo con una falsa citazione da Poe? Vogliamo? Vogliamo.

«Sleep.
Those little slices of Death.
How I Loathe them.»
(Edgar Allan Poe)

«Sogna.
Quei piccoli squarci di morte.
Come li odio.»

Il più che critico Scott Aaron Stine nella scheda di questo film per il manuale The Gorehound’s Guide to Splatter Films of the 1980s ha parole molto dure per l’utilizzo di questa citazione:

«È un bene che [Poe] non sia vissuto abbastanza per vedere un film di Freddy, altrimenti avebbe trovato qualcosa di molto più profondo da aborrire.»

La critica è per il film, non sembra che Stine si sia accorto del gioco della falsa attribuzione, anche perché all’epoca non era certo impresa auspicabile mettersi a leggere l’opera omnia di Poe per vedere se quella frase ci fosse: oggi basta consultare un complete works dell’autore per scoprire che non esiste nulla del genere.
Se non vi basta, vi svelo una sottilissima tecnica investigativa che solo pochi al mondo conoscono: scrivete la frase inglese su Google, e scoprirete meravigliosi post come questo in cui viene spiegato quanto Poe sia vivo soprattutto da morto!

La smettete di citarmi?

Io sono un ottimista a pensare che quell’orgia di sceneggiatori che si nasconde dietro questo film abbia voluto fare un omaggio a quella pratica che in un mio speciale ho chiamato “Libri falsi da citare“: in fondo siamo nello stesso identico periodo in cui David Gerrold per i suoi romanzi di fantascienza sugli Chtorr sta citando a piene mani dall’opera di Solomon Short, che ovviamente non esiste. Il gioco degli pseudoepigrapha, della falsa attribuzione, è ancora in corso.
Purtroppo il mio timore è che molto più probabilmente il qualunquismo di fondo abbia spinto a seguire la moda per cui quei versi siano di Poe, come a quanto pare si è convinti in America sin dal 1959…

Ma ’sti bambini sono ogni volta diversi?

Rimaniamo in campo versi, poesie e filastroccame vario: la vogliamo recuperare la cantilena-simbolo della saga? Vogliamo? Vogliamo.

«One… two… Freddy’s coming for you.
Three… four… Better lock your door.
Five… six… Grab your crucifix.
Seven… eight… Gonna stay up late.
Nine… ten… Never sleep again…»

«Uno, due, un due tre… Freddy arriva e cerca te.
Due tre, tre e quattro… chiudi la porta o scappa il gatto.
Quattro cinque, sei e sette… un crocefisso tengo a mani strette.
Sette otto… non andremo a letto.
Nove dieci, dieci… Non dormiremo più…» (Doppiaggio italiano)

Nell’orgia di sceneggiatori che si sono ammucchiati per scrivere il copione dev’essere stata ben chiara l’idea che la filastrocca del primo film, il night-spell di macbethiana memoria, non era stata sfruttata a dovere: ragazzi, abbiamo l’oro per le mani e lo buttiamo via così? Soprattutto vogliamo perdere un momento di grande cinema?
Visto infatti che dal primo film torna Nancy (Heather Langenkamp), quale modo migliore se non entrare in scena all’apice del night-spell? Così la protagonista disperata comincia a snocciolare la filastrocca e alla fine… entra in scena Nancy a pronunciare la frase-lancio dell’intera saga: «Never sleep again».

«Non dormiremo più»: parola di Nancy

Ovviamente nel doppiaggio italiano tutto si perde, visto che assistiamo alla terza traduzione diversa della filastrocca – quindi il pubblico italiano non ha avuto modo di affezionarsi alle parole – e «Non dormiremo più» non è affatto una traduzione efficace.
Quando poi a Nancy viene chiesto il significato della filastrocca, lei risponde «È una vecchia nenia che i bambini cantano quando vogliono… vincere la paura». Sicuramente ci saranno dietro problemi di sincronizzazione labiale, ma “vincere la paura” è una frase che non ha nulla a che vedere con l’originale «to keep the boogieman away». È un film sull’uomo nero dei sogni, quindi la filastrocca serve a “tenere lontano l’uomo nero”.

Ti giuro, Nancy, un giorno non sarò più così magro

Non ricordavo ci fosse la giovane Patricia Arquette nel ruolo da protagonista, ed è una piacevole sorpresa. All’epoca era decisamente più famosa la sorella Rosanna, ma con il senno di poi mi sa che era più brava Patricia. Anche perché Rosanna compirà il peggiore errore che un attore possa compiere: reciterà con Van Damme!!!
Scherzi a parte, Patricia a volte sogna di sognare e si ritrova in fantastiche città, ma non è Un sole dentro al cuore di Giorgia: è un incubo in cui Freddy cerca di papparsela.

Freddy goloso!

Potrei passare per maligno ma, come insegna la vulgata andreottiana, a pensar male ci si azzecca sempre. Guarda caso dopo anni a maledire Dreamscape (1984), la cui trama molto (troppo) simile a Nightmare (1984) ha fatto patire mille dolori psico-fisici a Craven, dopo interviste spese a sputare veleno su un film che l’ha plagiato, in cui la storia è ambientata in una casa di cura dove i pazienti cercano di non dormire perché c’è un terribile uomo nero che li uccide nel sonno… ora un film con Craven nei crediti racconta di una casa di cura dove i pazienti cercano di non dormire perché c’è un terribile uomo nero che li uccide nel sonno…
Sicuramente sbaglio, e sono maligno a scrivere queste parole, però la vulgata klingoniana ci insegna che la vendetta è un piatto che va servito in sogno: e Freddy è un ottimo cameriere. Impossibile dire se davvero Wes Craven abbia voluto rifare Dreamscape per vendetta, se l’estrema pigrizia di Chuck Russell l’abbia spinto a riproporre lo stesso suo identico soggetto di qualche anno prima o se l’idea sia nata durante l’ammucchiata umidiccia degli altri sceneggiatori: lo scopriremo solo nei nostri incubi.

Uno sceneggiatore al massimo della tecnologia

Tutti i giovani pazienti della casa di cura – o almeno gli unici di cui seguiamo le vicende – sono perseguitati da incubi in cui Freddy cerca di ammazzarli, ma non è più l’oscuro uomo nero del primo film: siamo agli albori del one Freddy show destinato a futuro successo. Paradossalmente proprio in un film dove Krueger appare per una breve manciata di minuti.
In una delle rare apparizioni del nostro mostro preferito lo vediamo condurre in modo davvero particolare un talk show televisivo, dove fa quello che noi spettatori in fondo vorremmo: trattare male gli ospiti!

Il talk show che tutti vorremmo vedere

La scena di Freddy versus Zsa Zsa Gabor è particolarmente piaciuta al giornalista Marc Shapiro, che assiste alle riprese insieme al vero conduttore televisivo Dick Cavett e la descrive in apertura del suo pezzo su “Fangoria” n. 62 (marzo 1987), utilizzando annotazioni personali molto gustose:

«“Frankly, Zsa Zsa, I don’t give a fuck what you think!” Freddy Krueger si alza dalla sedia con i suoi occhi di fuoco e si prepara a far scattare la sua mano artigliata contro una terrorizzata Zsa Zsa Gabor. Freddy sta per fare quello che i critici hanno cercato a lungo di fare senza successo. Un sogno diventato realtà? Sì.»

Ammazza quanta cattiveria contro la povera Zsa Zsa! Mi sa che all’epoca era un animale televisivo come uno dei tanti che imperversano sui nostri schermi.

La rivista “Fangoria” ha stretto un accordo con Robert Englund per avere un suo diario giornaliero, così da conoscere la vita di un “mostro” passo dopo passo. Il problema è che il programma serratissimo di riprese notturne, precedute e seguite da ore di trucco, rendono impossibile all’attore mantenere l’impegno, così si limita alla fine a scrivere un articolo – divertendosi a farlo nelle vesti di Freddy Krueger – apparso sul n. 64 (giugno 1987) della rivista.

«Freddy è diventato più forte non solo grazie alle anime delle sue giovani vittime, ma anche grazie al potere del pubblico che gli ha dato la possibilità di dimostrare la sua personalità vincente nella serie Nightmare. Ora è più forte, più divertente e più ricco.»

Englund è onesto e molto più coinvolto di prima: «stronger, funnier and richer» sono tre qualità molto più sue che di Freddy.
Malgrado si lamenti in continuazione delle migliaia e migliaia di ore di trucco, come farà pure il Doug Bradley di Hellraiser, esattamente come Pinhead anche Freddy gioca sporco: in questo film per puzza vediamo Freddy per cinque minuti totali, con tutti i soldi che ha preso e il successo mediatico in ogni angolo del mondo forse le sue geremiadi sono un pochino esagerate.

Le anime dei giovani spettatori di Nightmare

Patricia Arquette e un gruppetto di personaggi straordinariamente anonimi, privi di qualsiasi spazio nella storia e quindi cartonati di cui non vale la pena neanche citare i nomi, teoricamente dovrebbero formare una gioiosa macchina da guerra – più che prode, prodiana – contro Freddy: visto che nei sogni tutti possono avere super poteri – toh, proprio come in Dreamscape… – questi giovani dream warriors possono scegliere armi meravigliose con cui affrontare l’uomo nero.
E cosa scelgono? Patricia sa fare le capriole: uau! Se in città passa il Circo Togni hai lavoro assicurato, ma contro Freddy mi sa che è un po’ pochino…

Se sono questi gli avversari, sto tranquillissimo

Uno dei personaggi nei sogni ha il potere del mago fallito degli spettacoli di provincia, e infatti muore come uno stronzo. Un altro ha il potere di dirti quando l’acqua bolle, un altro ha il potere di usare lo spazzolone del cesso senza mani, un altro sa uscire la gente, ma poi si accorge che potrebbe servire a qualcosa e lo cambia, scegliendo il potere di saperti dire che ore sono, se glielo chiedi.

Se permettete, Dreamscape era molto più figo!

Possibile che quattro valenti sceneggiatori non abbiano avuto un’idea migliore? Ecco che torna il tema della vendetta: sono più che convinto che questo film sia il modo di Craven di prendere in giro Dreamscape, dove invece i sognatori agiscono in modi molto più decenti. Qui invece il personaggio più azzeccato (in modo sarcastico) è la tizia che nei sogni diventa punk e contro Freddy tira fuori i più piccoli coltellini che si siano mai visti al mondo. Degli esperti hanno girato tutti i Paesi alla ricerca della più piccola lama esistente, da usare contro il più grande mostro armato di lame della narrativa.

Nooo, dei mini-coltellini di due millimetri nooooo!

Ognuno dei personaggi fa a gara a chi muore più da stronzo, cioè come ha vissuto, finché alla fine la coscienza dei quattro sceneggiatori ammucchioni non comincia a pesare: ragazzi, non possiamo limitarci a un gruppo di minchioni che giustamente muore male. Almeno una trama la vogliamo scrivere? Non dico una intera, magari una sgommatina…
Così esce fuori che in quella clinica la madre di Freddy Krueger è stata stuprata da eserciti di matti – così da sottintendere velatamente che Freddy sia il risultato della fusione di spermatozoi folli, e gli amanzi della crazy science sono contenti – e che i coglioni che stanno morendo sono i figli degli assassini di Freddy. Cioè sono bambini nati e cresciuti nello stesso quartiere ma a loro insaputa, visto che prima della vicenda del film non sembrano conoscersi. E il bello è che per ’sta roba sono andati anche a lamentarsi con la Writers Guild! Invece di andare a nascondersi…

La mamma di Freddy si sta rigirando nella tomba

Non discuto la potenza delle immagini, ma non mischio l’ottima esecuzione e l’eccezionale potenza visiva con una trama assente ingiustificata e personaggi da denuncia per danni. Inoltre siamo sempre in un campo scivoloso, il campo dell’autorefernzialità.
Nel 1987 non vedevo film horror, o almeno non così tanti, ma in pratica già all’epoca ho visto ogni singola immagine decente di questo film. Tutte le immagini azzeccate di questo Nightmare 3 sono state distribuite a livello capillare in TV, le ho viste per anni ovunque, e alla fine ovviamente mi sono molto familiari: questo non vuol dire che sia un buon prodotto, vuol dire solo che i distributori italiani hanno fatto il loro lavoro, al contrario del solito. Mi rivolgo perciò ai tantissimi estimatori di questo film: sicuri che questa sensazione non provenga da una fortissima familiarità con un film molto ben distribuito?

Roba da mandare a raffica in TV

Così come l’essere l’autrice più ristampata in Italia da quarant’anni non fa di Agatha Christie automaticamente una scrittrice migliore dei milioni di altri autori che l’editoria italiana non ristampa più da decenni. Questo per dire che l’essere così fortemente riconoscibile e il poter contare su un forte “effetto nostalgia”, non fa di Nightmare 3 un film buono a prescindere. Basta confrontarlo con il primo della serie – che non ha minimamente potuto contare sulla stessa distribuzione – per vedere palesemente che stiamo parlando di prodotti abissalmente lontani.

Una scena mitica, ma solo perché citata per decenni

L’infermiera tette-al-vento ovviamente ci piace – a breve nel Zinnefilo! – un paio di morti sono carine e ci sono parecchie scene molto belle, ma sebbene non siamo ai livelli cialtroneschi del secondo film, lo stesso questo terzo episodio non mi sembra assolutamente riuscito. O meglio, poteva essere fatto così infinitamente meglio con così infinitamente poco che mi dà più rabbia che piacere. Bastava copiare meglio Dreamscape per fare un ottimo film…
Spero che Freddy non se la prenda e non mi venga a cercare, stanotte.

Le ossa di Freddy sanno come trattare i criticoni…

L.


Bibliografia

  • Robert Englund, I, Freddy, da “Fangoria” n. 64 (giugno 1987)
  • John Nicol, A Nightmare on Blob Street, da “Delirium” n. 4 (settembre-ottobre 2014)
  • Brian J. Robb, Screams & Nightmares. The Films of Wes Craven (1998)
  • Marc Shapiro, Welcome to Freddy Hell!, da “Fangoria” n. 62 (marzo 1987)
  • Scott Aaron Stine, The Gorehound’s Guide to Splatter Films of the 1980s (2003)

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