Vacancy (2007) Pernotto con assedio

Lo speciale sul Cinema d’assedio è finito, ma ne approfitto per presentare quei film che non hanno fatto in tempo a finirci dentro. Come per esempio il dittico d’assedio di Nimród Antal.

Un film da urlo!

Nel 2007 la Screen Gems va come un treno: era nata nel 1999 come “figlia minore” della Sony Pictures, dedicata ai filmetti horror per ragazzi con budget limitato, e invece ha conquistato il mercato. Perché la Sony ancora non aveva capito che il mercato lo fanno i ragazzi.
Era il periodo dei vacanzieri che finiscono in mano ai maniaci torturatori, e la Screen Gems aveva già fatto centro con Hostel (2006) e Hostel II (2007): c’era spazio anche per Vacancy, uscito sia in patria che in Italia il 20 luglio 2007.
La Sony Pictures lo porta in DVD e Blu-ray a noleggio dal 6 novembre 2007, in vendita dal 4 dicembre successivo.
Ne approfitto per segnalare subito la recensione di Movies Tavern.

Dove volete andare in vacanza?

Il californiano Nimród Antal ha origini ungheresi ed uno spiccato talento per una regia vibrante e coinvolgente, però è tutto rovinato dalle pessime amicizie. Tipo Robert Rodriguez, che gli ha fottuto la carriera portandolo sul set di Predators (2010): il lavoro è ottimo, la regia è ispirata e il film guadagna pure – grazie ai fan irriducibili – ma dopo per lavorare Antal deve andare in Ungheria, e questo la dice lunga.
Per avere un’idea della follia totale di quel chiacchierone di Rodriguez, che è il vero autore (nel bene e nel male) di Predators, rimando all’audiocommento del film.
Nel 2007 Antal è ancora un giovane regista in ascesa ed ottiene l’occasione della vita: un budget onesto, attori ottimi e una distribuzione capillare: c’è gente che ucciderebbe dei turisti per molto meno!

La tipica espressione di una vacanza iniziata bene

I coniugi Fox sono in vacanza tutto divertimento, per dimenticare la morte del figlioletto. Ehi, non prendetevela con me, non ho mica scritto io ‘sta roba!
Amy è una stronza acida e quindi non può che avere le fattezze di Kate Beckinsale, che si sta sgranchendo il musetto fra Underworld: Evolution (2006) e Underworld. La ribellione dei Lycans (2009).
David è succube e sarcastico, quindi cade a pennello il faccione di Luke Wilson.

Cara, mi sa che questa sarà proprio una vacanza di merda

Come se non avessero mai visto un film horror, i due abbandonano la strada sicura per buttarsi nei boschi inesplorati di un paese ignoto, di notte, che è sempre una buona idea. Non ci crederete, ma non finisce bene.
Grazie alle indicazioni di uno strano benzinaio finiscono nell’inquietante albergo anni ’70 gestito da Mason (un eccellente Frank Whaley), che sembra appena risvegliato da trent’anni di sonno criogenico: se non fosse per i cellulari il film potrebbe essere vintage.

Se davvero prende piede il DVD, qui mi tocca ricomprare tutta l’apparecchiatura!

I Fox – che come dice il nome sono delle gran volpi – non badano a tutti i segnali che gridano “scappate!” e si fermano a dormire nel letamaio più sporco dell’intero Stato, e solo quando nella stanza trovano videocassette con gente massacrata nella stessa stanza… cominciano a subodorare il problema.
Già gli orrendi arredi della stanza avrebbero dovuto farli scappar via…

Ma… esistono ancora le VHS?

Inizia un assedio con i Fox chiusi dentro e alcuni assassini mascherati che vogliono entrare per renderli protagonisti di uno snuff movie, genere che a quanto pare non passa mai di moda.

Un genere che non conosce mai crisi…

Non amo lo sceneggiatore Mark L. Smith, ma devo riconoscergli la capacità di scrivere film che sollevano polveroni. Come per esempio Martyrs (2015), che ancora divide gli spettatori, e Revenant. Redivivo (2015), che è stato usato per dare un inutile Oscar a Di Caprio – il classico contentino perché se no il bimbo piange – ma che in sé è una sceneggiatura ignominiosa.
Qui fa un onesto lavoro e sa tirare fuori tanto da poco, ma tranquilli: dura poco. Già con The Hole (2009) passa al lato vacuo della sceneggiatura, che è solo la carta da giornale in cui si avvolge il pesce morto del cinema.

Ma dove sono finito, in Evil Dead?

La situazione è già vista e i personaggi sono pochi, quindi sembrerebbe facile scadere nell’ovvio e nella noia, invece sapienti piccole pennellate rendono il quadro intrigante e non sembrano esserci momenti morti. O almeno non così morti. La visione scorre e anche dopo due o tre volte il film piace e si lascia guardare: cosa che raramente succede, nel genere horror.

I maniaci omicidi sì che fanno bei film!

È un concetto un po’ anomalo di assedio ma rispecchia tutti i dettami: il pericolo esterno è un modo per combattere quello interno, e i protagonisti dovranno superare le loro differenze per poter affrontare il nemico soverchiante.
Peccato che Rodriguez abbia distrutto Antal, perché da un regista così potevano venir fuori belle cosette.

L’anno prossimo vado in vacanza a Baghdad…

Chiudo con un omaggio al blog “Doppiaggi Italioti“, riportando la scheda del doppiaggio presente addirittura sulla locandina italiana del DVD.

Personaggio Attore Doppiatore
Amy Fox Kate Beckinsale Tiziana Avarista
David Fox Luke Wilson Vittorio de Angelis
Mason Frank Whaley Vladimiro Conti
meccanico Ethan Embry Massimiliano Virgilii

Adattamento dialoghi: Valerio Piccolo.
Direzione del doppiaggio: Manlio de Angelis.

L.

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Knockout (2011) Nato per combattere

Il Ciclo Action di CineSony dedicato a Steve Austin si è concluso, ma oltre ai quattro film in prima serata il nuovo canale ha trasmesso in seconda serata un altro paio di titoli inediti dell’ex wrestler, sempre targati dalla canadese Nasser.
Purtroppo in questi giorni, dopo vent’anni di onorata carriera, IMDb è diventato ufficialmente un sito stronzo. Cioè, più stronzo di quanto era già diventato in questi due decenni. Ora qualsiasi informazione accurata è diventata a pagamento, come se i diecimila banner pubblicitari non bastassero a sovvenzionare il database.
Stavo quasi per festeggiare i vent’anni di frequentazione di quel sito quando ho avuto questa sorpresa, scoprendo che sono appena morte le informazioni on line, visto che in Rete impera la grafica (cioè il nulla vacuo) e non le informazioni. Rimaneva solo IMDb, ed ora non c’è più. Che tutti i soldi che guadagnerete possano andare in Imodium, per arginare la cacarella perpetua che vi auguro.

Li mortacci vostra…

Non so a che punto della collaborazione fra Austin e la Nasser si collochi questo Knockout – visto che il sito ufficiale della Nasser pensa così tanto alla stupida (e brutta) grafica da non mettere manco le date dei propri film! – ma di sicuro arriva in Italia con l’aggiunta del solito ridicolo sottotitolo Nato per combattere: festeggiamo insieme il centesimo uso di questa stupida frase!

Quanta ricca originalità, nel titolo…

Ci sarà un motivo se addirittura CineSony ha trasmesso in seconda serata questo film, martedì 28 novembre 2017: riesce ad essere al di sotto addirittura degli standard di Steve Austin… e ce ne vuole!
Per carità, non è un brutto film, è girato in modo professionale e dice le sue cose come deve dirle: è un onesto piccolo prodottino televisivo da pomeriggio domenicale. Il problema è che si tratta di un plagio poco ispirato di Karate Kid (1984), quindi non si capisce perché lo si dovrebbe vedere al posto dell’originale.
O comunque lo si dovrebbe vedere per la faccia strana di Austin: senza pizzettone sembra un’altra persona!

Oddio, Steve: che hai fatto alla faccia???

Togliete il finto karate e metteteci un po’ di boxe, togliete un ex soldato giapponese e mettete un ex pugile texano, insomma: a parte qualche differenza di facciata, questo film è la fotocopia – fotogramma per fotogramma – del celebre film di John G. Avildsen, che non aveva certo bisogno dell’ennesimo rifacimento.
Il tema di Karate Kid non è certo questo capolavoro di novità, il tema del ragazzo nuovo che arriva in città e fatica ad inserirsi con relativo “maestro di vita” che lo aiuta non è che sia proprio l’invenzione del secolo, e di sicuro ha lanciato un genere molto rifatto, eppure Knockout riesce a volare ancora più basso.

Metti il pugno, togli il pugno (© Phase 4 Films)

Matthew Miller (Daniel Magder) si trasferisce in una nuova città con la madre ed è difficile inserirsi nella nuova scuola. Picchiato dai bulli pugili, comincia a seguire i consigli dell’inserviente Dan Barnes (Steve Austin), ex pugile nonché spirito libero.
Mentre si allena conosce l’amore e alla fine c’è il torneo finale, dove prende botte da tutti, anche dal bibitaro, finché all’ultimo secondo tira qualcosa che potrebbe assomigliare ad un pugno e vince tutto. Così, con un pugno solo…

Occhio con quelle mani, Steve: in America ti rovinano per molto meno

Sicuramente un film per tutta la famiglia, anche se non vedo perché una famiglia dovrebbe vederlo.
Deludente su tutta la linea ma se non altro riesce a far rivalutare gli altri filmacci Nasser con Austin.

L.

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Kukuviza declama Lundgren

Devo assolutamente riportare anche qui l’incredibile lavoro di Kukuviza, del blog CineCivetta: un poema nato dalla visione di ben due film di Dolph Lundgren.

Mi scuso pubblicamente con lei perché, spinta dal mio articolo elogiativo, ha deciso per la prima volta di vedere un film con Lundgren… finendo per assistere a due immani bojate, trasmesse da TV in cerca di film economici. Sono davvero desolato che il suo primo contatto con questo action hero che ha fatto scuola sia avvenuto con Storm Catcher (1999) – che nei passaggi televisivi è chiamato anche Nell’occhio del ciclone – e Jill Rips. Indagine a luci rosse (Jill Rips, 2000), entrambi diretti da un poco ispirato Anthony Hickox.
Credo che ogni mio lettore potrà testimoniare come questi due devastanti sottoprodotti non rappresentino minimamente la filmografia di Dolph.

Da questo incontro ravvicinato Kukuviza ha saputo trarre il massimo, scrivendo una vera e propria poesia in visione di Dolph Lundgren.
La considero un capolavoro e la riporto qui di seguito: dopo Gassman legge Dante… Kukuviza declama Lundgren!


La mia esperienza
con Dolph Lundgren

Un bel dì, Lucius passeggiava, chiedendosi pensoso:
“Ma Dolph Lundgren sarà davvero poi così famoso?”

“Se chiedessi a un tizio a caso, seduto in un caffè,
Mi scusi, Dolph Lundgren, lo sa mica lei chi è?”

“Si otterrebbe in risposta soltanto un vacuo sguardo?
Oppure un Ma certo! Dolph sì che è un gagliardo!

Lucius indisse allora un grande sondaggione
allo scopo di vedere chi conoscea lo svedesone

Compilò una lunga lista di film col biondo attore
“Sceglietene fino a 5!”, spronò i lettori con ardore

Decisi di partecipare, del resto ai sondaggi non resisto,
Ma mi accorsi che dell’elenco neanche un film avevo visto.

All’improvviso, il palinsesto di Sky mi venne in salvataggio
Proponendomi ben due film con il soggetto del sondaggio.

Anthony Hickox ha firmato entrambe le opere in questione,
La prima delle quali intitolata “Nell’occhio del ciclone“.

Dolph fa il pilota e vorrebbero bombardasse la Casa Bianca
Ma ‘sti cattivi, pensano proprio, con lui, di riuscire a farla franca?

Non c’è grande abbondanza di scene d’azione, a dir la verità,
In compenso, scene aeree di repertorio in discreta quantità.

C’è spazio anche per qualche momento divertente,
Come Dolph alle prese con un panzone assai potente.

È sol col calcio negli zebedei che del panzone si sbarazza,
Per poi rimanere schiacciato dalla sua spropositata stazza.

Rilevo anche qualche dialogo non esente da difetti
“Han tentato di uccidermi”, dice Dolph a denti stretti

“Ma chi è stato?”, chiede l’amico afroamericano
“Dei dannati assassini”, risponde Dolph lapalissiano.

È un film che procede senza infamia e senza gloria,
Scorre come acqua, senza lasciar alcuna memoria.

Jill Rips” è l’altra opera che ho preso in esame
E qui vediamo addirittura Dolph legato come un salame.

Legato e per di più con le chiappe al vento,
Appeso a testa in giù, con poco godimento.

Per indagare sulla misteriosa morte del fratello
Tocca a Dolph indagare in più di un bordello.

Purtuttavia, in questa pellicola, spero non troppo pretenziosa,
c’è un’atmosfera decadente, desolata e anche nevosa

che si adatta discretamente a questa intricata storia
lasciando perlomeno una flebile traccia nella memoria.

I due film sono quello che sono, ma Dolph mi ha stupito,
me lo aspettavo ben più legnoso, rigido e impietrito.

Invece ho notato che di espressioni ne ha una certa gamma
e potrebbe spaziare dall’azione, al comico finanche al dramma.

Dopo essermi sorbita queste due perle della cinematografia,
Vado sul sito di Lucius per poter finalmente dire la mia

Ma! Sto quasi per svenire, spero una poltrona mi assista,
neanche uno dei due filmacci è presente nella sua lista!

Prima di poter alfin votare,
Dovrò dunque ancora pazientare

Ma alla fine vincerò
e una spunta su una casella, infine metterò!


Ringrazio ancora Kukuviza per questo capolavoro e spero di cuore comporrà ancora odi in visione di filmacci: se lo sapesse, Lundgren piangerebbe calde lacrime di soddisfazione!

L.

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[Novelization] Basic Instinct (1992)

In omaggio a questo splendido post de La Bara Volante, riporto i primi due capitoli della novelization di Richard Osborne del film in questione: Basic Instinct (1992), che in questo strambo Paese a forma di scarpa (cit. Cassidy) è uscito in libreria con il titolo Istinti (Ecco la scheda di Uruk). Un minuto di raccoglimento per la stupidità del titolo italiano, uscito mentre al cinema si presentava il titolo Istinto di base (storia vera).

Italian credit del film, dalla VHS Penta Film 1992

Visto che il romanzo ha conosciuto in Italia almeno tre edizioni (Sperling & Kupfer, Edizione Club e Silvio Berlusconi Editore, tutte del 1992), ecco le rispettive copertine.

La traduzione è di Laura Pignatti, a cura di Guado.


Istinti

(Basic Instinct)


Prologo

Dal lucido impianto cd posato sul davanzale proveniva una musica soffusa. San Francisco si svegliava in una mattinata insolitamente limpida: una volta tanto senza la sua famosa nebbia.
Sul grande letto in ottone massiccio giaceva Johnny Boz, un uomo decisamente ricco, dotato di buongusto, nel bene e nel male. Amava l’arte, la musica e il lusso un po’ casual; ben più deleteria la sua passione per le droghe pesanti e le donne sbagliate. Aveva inoltre il vizio di farsi legare.
La donna che aveva a cavalcioni sopra di sé era molto bella. I lunghi capelli biondi sparpagliati sulle spalle nude, i seni perfetti come frutti maturi, appena fuori della portata delle sue labbra fameliche.
Lei portò le labbra rosse sulle sue, un bacio avido e profondo. Lui contraccambiò succhiandole forte la lingua. Protese le mani sopra la testa di lui, estrasse da sotto il cuscino un foulard di seta bianca e gli legò i polsi; quindi li assicurò alla testata del letto. Lui si dimenò come per liberarsi, tenendo gli occhi Chiusi, in preda all’estasi più completa. Scivolò giù lungo il suo corpo e lui la penetrò profondamente. Si contrasse e poi spinse forte, entrando ancora dentro di lei. Avvertiva sull’inguine le anche della donna e tutto il suo peso umido e caldo.
Giacquero immobili, sospesi in un’estasi indotta dalla droga. Con gli occhi chiusi lei si sollevò poi discese su di lui con forza, schiacciandolo con il proprio peso. Teneva la schiena arcuata e aveva i seni sodi ed eretti.
Quando avvertì l’orgasmo che scaturiva dal più profondo delle viscere, l’uomo rovesciò indietro la testa e gli occhi spalancando la bocca come in un grido silenzioso. Si dimenò in un delizioso tormento lottando con il foulard che gli immobilizzava le mani.
E giunse anche il momento della donna. Nella sua mano apparve un guizzo metallico tagliente e mortale. La destra si mosse rapida e crudele e l’arma si conficcò nella candida gola dell’uomo che subito si tinse di rosso. Lui si contrasse trafitto dal dolore di una morte improvvisa e violenta e dalla forza travolgente dell’orgasmo.
Lo colpì di nuovo e poi ancora, al collo e al petto. Le lenzuola ormai erano tutte insanguinate. L’uomo spirò, spingendo l’anima e il corpo dentro di lei.

1

La villa di Johnny Boz in Pacific Heights era illuminata a intermittenza dalle luci bianche e rosse delle volanti. Si sentivano i tipici rumori prodotti dalla polizia e i più mattinieri, quelli che portavano a spasso il cane, stavano a guardare incuriositi. I poliziotti avevano l’aria indifferente di chi è abituato ad avere a che fare con gli omicidi.
Un’automobile del tutto anonima, priva di qualsiasi segno particolare, e che quindi non poteva essere che della polizia, si fermò nei pressi del groviglio di auto e poliziotti. Ne scesero due uomini che osservarono la facciata elegante della villa in stile vittoriano.
Il più anziano, Gus Moran, annuì compiaciuto. «Bel posto, per un assassinio.»
«Sì, in questa città la classe degli omicidi sta decisamente migliorando», convenne il suo collega. «Come attrazione per i turisti non c’è male.»
I due non avrebbero potuto essere più diversi l’uno dall’altro. Proprio come l’automobile che guidava, Gus Moran apparteneva inequivocabilmente alla polizia di San Francisco. Ma nel suo sguardo si leggevano vent’anni di delusioni. Era stanco.
Il suo collega, Nick Curran, era più giovane e non portava scritto sulla fronte «piedipiatti». Era troppo ben vestito per tradire la sua professione al primo sguardo. Ma aveva l’aggressività, la durezza, l’aria baldanzosa e la sicurezza di un uomo abituato a vivere con la pistola a portata di mano. Non era demotivato come il collega: per Nick Curran il gioco era sempre aperto e le regole cambiavano di continuo. In genere l’unica regola era che non esistevano regole. La criminalità aumentava, ma Curran non si lasciava abbattere. Non aveva tirato i remi in barca, non ancora.
Si fecero largo tra i poliziotti ed entrarono nell’elegante dimora. Moran annusò l’aria come un cane da caccia e si toccò il naso con l’indice. In quella casa c’era un odore che aveva già sentito, non spesso, ma bastava una volta per ricordarselo per sempre.
«Soldi», esclamò. Ammirò l’ambiente sofisticato: il sobrio e perfetto arredamento art déco, la morbida moquette, i quadri alle pareti. «Bello», commentò. «Chi dicevi che era, questo stronzo?»
«Rock and roll, Gus. Johnny Boz.»
«Mai sentito.»
Nick sorrise. Sarebbe stato molto sorpreso se Gus avesse conosciuto Johnny Boz. Le competenze musicali di Moran non andavano oltre il country texano. «È venuto dopo i tuoi tempi. Metà anni Sessanta. Ricordi? Gli hippy, l’estate dell’amore… Probabilmente all’epoca tu portavi già l’uniforme.»
«Che bei tempi», esclamò Moran.
«Boz cantava allora. Cinque o sei hit. Poi lasciò perdere il rock and roll. Ha un club privato in città, a Fillmore.» Nick lanciò un’occhiata al Picasso appeso in corridoio. «Ma adesso è decisamente diventato un personaggio importante.»
Moran fu il primo a entrare nella camera da letto tutta insanguinata.
«Personaggio importante? Non più», commentò Gus.
Boz giaceva ancora sul letto, un pezzo di carne legato alla testiera d’ottone. Un autentico bagno di sangue poiché il corpo era stato trafitto più volte in un momento in cui il cuore batteva forte per l’orgasmo e la droga. Le raffinate lenzuola erano tutte macchiate di sangue rinsecchito, il materasso imbevuto fino alle molle.
Curran osservò attentamente la scena come per fotografarla, poi distolse lo sguardo scuotendo il capo e si trovò davanti a una schiera di poliziotti.
«Che cos’è, un assembramento di piedipiatti?» bofonchiò. Sul luogo del delitto si erano radunati gli investigatori che avrebbero perlustrato la stanza in cerca di particolari rilevanti, i ragazzi del coroner che avrebbero esaminato il cadavere e due uomini della sezione Omicidi, Harrigan e Andrews. Erano stati sfortunati perché si erano visti appioppare quel caso proprio mentre stavano per smontare e Curran e Moran sarebbero subentrati al loro posto. Alcuni uomini in divisa si guardavano intorno. Era sempre così, per un omicidio.
Sulla scena c’erano altri due sbirri, di quelli che normalmente per un omicidio non si fanno vedere. Curran si ritirò in un angolo dell’elegante camera da letto e lanciò uno sguardo feroce al tenente Phil Walker e al capitano Mark Talcott. Walker, capo della Sezione Omicidi della polizia di San Francisco, aveva tutte le buone ragioni per trovarsi lì, ma Curran era seccato che una rock-star attirasse tanto l’attenzione, mentre l’assassinio di un assistente sociale a Hunters Point non avrebbe interessato nessuno. La presenza di Talcott, assistente del capo della polizia e portaborse del sindaco, stava a indicare che quello era un caso importante. E l’importanza, lo sapeva bene, non aveva a che fare con l’omicidio quanto con la politica.
Gus Moran, che si dava l’aria di saperla lunga, guardò i due pezzi grossi inarcando le sopracciglia e commentò, rivolto al suo collega: «Non farti assassinare, Nick. Non ti lasciano nemmeno un po’ di privacy».
«Parole sante», convenne Curran.
«Conoscete il capitano Talcott, ragazzi?» disse Walker a Gus e Nick.
«Ma certo», rispose Curran, «leggo sempre il suo nome negli articoli di Herb Caen.»
«Molto divertente, Nick», sbottò Talcott.
«Come mai da queste parti, capitano?» Moran sapeva essere educato. In questo anzi era più abile di Curran.
Talcott incrociò le braccia guardandosi intorno come chi è avvezzo al comando. «Sono venuto a dare un’occhiata», ribatté con grande serietà.
Gus Moran fece una smorfia e Nick Curran dovette trattenersi per non scoppiare a ridere. Walker lo fulminò con lo sguardo come per dire: attento ai passi falsi, amico.
Il coroner estrasse dal fegato di Johnny Boz qualcosa che somigliava vagamente a un termometro. Si sfilò producendo un rumore particolarmente schifoso.
«Ora del decesso?» chiese Walker.
Il coroner ci pensò un momento, poi rispose: «Trentatré gradi. Si è già un po’ raffreddato. Diciamo sei ore fa». Guardò l’ora. «Ora del decesso attorno alle quattro del mattino.»
La Scientifica stava preparando uno strumento elettronico. Somigliava a un aspirapolvere con un faro che proiettava un raggio di luce verde. Era l’ultima novità della polizia locale, un apparecchio a scansione laser che avrebbe rilevato qualsiasi traccia umana nella stanza: impronte digitali, macchie di sangue, capelli, pelle.
«Com’è andata dunque?» volle sapere Talcott.
«La cameriera è arrivata un’ora fa e l’ha trovato», rispose Walker. «Non dorme qui, viene a ore.»
«Be’, per lei è stato un bel modo di cominciare la giornata», commentò l’assistente del coroner.
Lo scanner con il raggio laser era pronto per essere messo in funzione. «Qualcuno può tirare le tende, per favore?» chiese uno degli investigatori.
Un agente in divisa tirò le pesanti tende e nella stanza scese l’oscurità. La maligna luce verde si rifrangeva negli specchi del soffitto, facendo apparire spettrali i volti degli astanti.
«Magari è stata la cameriera», propose Gus.
«Ha cinquantaquattro anni e pesa centodieci chili.»
«Il cadavere non presenta contusioni», dichiarò il coroner.
«Non è stata la cameriera», si corresse Gus: «sarebbe troppo facile.»
«Boz ieri sera è uscito dal club verso mezzanotte», spiegò Andrews. «A quell’ora è stato visto per l’ultima volta. Vivo, intendo.»
«Ed era solo?» chiese Curran.
«Con la sua ragazza», rispose Harrigan.
«Che probabilmente non pesa centodieci chili e non ha cinquantaquattro anni», aggiunse Moran.
Nick lanciò un’occhiata al cadavere. «L’arma del delitto?»
«Un rompighiaccio», rispose Harrigan, porgendogli una busta trasparente che conteneva un rompighiaccio insanguinato.
«Molto particolare. Quante ferite?»
«Una dozzina», rispose il coroner. «Tre o quattro superficiali, otto profonde e potenzialmente mortali. Così legato sarà morto dissanguato in un paio di minuti. Ha il collo ridotto come un colabrodo.»
«Dove avete trovato il rompighiaccio?» chiese Nick Curran.
«Posato con cura sul tavolino del salotto.»
Il raggio laser si fermò su alcune chiazze scure sul letto. «Ce ne saranno almeno due litri sulle lenzuola», commentò l’investigatore.
«Molto interessante», commentò Nick.
«L’ha buttato fuori prima di essere ammazzato», sottolineò Gus Moran.
«È venuto e allo stesso tempo se n’è andato», aggiunse Harrigan ridacchiando.
«Basta così», esclamò severamente Talcott. «Signori, non è il caso di scherzare. Il signor Boz aveva fatto moltissimo durante la campagna elettorale del sindaco. Era presidente della Commissione delle Belle Arti…»
Gus corrugò la fronte. «Pensavo che fosse una rock-star…»
«Era un’ex rock-star», precisò Walker.
«A San Francisco il rock and roll è arte, Gus», spiegò Nick.
«Il signor Boz era una rock-star di tutto rispetto ed era dotato di grande senso civico», precisò Talcott con tono serio. Anche il suo club a Fillmore era una cosa seria. Un tempo in quel quartiere si suonava il vero jazz e il rock and roll hard-core. Ora invece è pieno di yuppie con club esclusivi ma rispettabili, ristoranti carissimi e boutique di grido.
Nella stanza tutti pensarono che quel cadavere non aveva affatto l’aspetto di un signore, nulla a che vedere con civismo e rispettabilità.
«E questo che cos’è?» chiese Gus che aveva trovato una montagnola di polvere bianca su uno specchietto appoggiato sul comodino.
«Mah», rispose Curran, «così a prima vista direi che potrebbe essere cocaina molto addomesticata e rispettabile. Ma è solo una mia impressione. Magari sbaglio…»
Talcott non ci cascò. La reazione fu molto controllata, ma il tono di voce era gelido e inequivocabile. «Stammi a sentire, Curran. Questo caso scatenerà un putiferio. Desidero evitare qualsiasi errore.»
Gli errori, nel linguaggio di Talcott, non erano tanto veri e propri sbagli nelle indagini quanto gaffe che avrebbero potuto nuocere al comando distrettuale e al suo capo.
«Hai sentito, Gus?» ripeté Curran, «niente errori.»
«Faremo del nostro meglio», dichiarò Moran. «Più di così non si può.»
«Bene. Chi è la ragazza?»
«Si chiama Catherine Tramell, 2235 Divisadero.»
«Un altro quartiere elegante», commentò Moran. «Ci faremo un bel giretto di Baghdad sulla Baia. Oh, scusate. Dimenticavo. Non la chiamiamo più così.»
«Vieni, Gus», esclamò Curran avviandosi verso la porta.
Quando furono sulla scala e nessuno li poteva sentire, Gus Moran commentò: «Talcott stamattina è arrivato presto. In genere non va a lavorare prima di farsi le sue diciotto buche».
«Già», confermò Curran. «Johnny Boz e il sindaco dovevano essere culo e camicia.»
«Nick!»
Si voltarono e videro il tenente Walker in cima alla scala.
«Che cosa vuoi, Phil?» chiese Curran. «Avremmo dovuto chiedere il permesso di andarcene? Che cosa c’è?»
«Hai un appuntamento alle tre. Vedi di esserci.»
«Scusa se sbaglio, Phil, ma non c’è stato un assassinio? Vuoi che mi occupi del caso o che vada dallo strizzacervelli del distretto?»
«Devi andare all’appuntamento e occuparti del caso. E poi, facci un favore: piantala con questo modo di fare arrogante.»
Curran ridacchiò. «Che ne diresti se ne faccio due su tre?»
«Se ci tieni alla pagnotta, Nick, vieni alle tre. Chiaro?»
«Ma sì, va bene, verrò.»
«Ora sono più tranquillo», dichiarò Phil Walker. «E magari anche tu.»
«Certo che hai talento, Nick», commentò Gus. «Dove vai porti un raggio di sole.»
«Già. Abbiamo una consegna da fare a Divisadero.»

2

Chi percorre una delle lunghe strade nord-sud che attraversano la città di San Francisco vede quartieri di tutti i tipi, tutta la gamma dal super ricco al povero e miserabile. Divisadero era l’esempio più tipico. A un’estremità, vicino al porto, si trovavano i senzatetto, gli ubriaconi e i drogati. Più verso Heights, attorno al 2200, vivevano gli abitanti più ricchi della città.
Al 2235 c’era infatti una villa enorme con lo stesso odore di denaro della casa del defunto Johnny Boz.
I due investigatori non si sorpresero vedendosi aprire la porta da una cameriera e non avrebbero trovato strano se lei li avesse fatti entrare dalla porta posteriore, quella riservata ai fornitori e ai domestici. La cameriera era una chicana, probabilmente clandestina, e sapeva riconoscere il volto della legge. Non sembrava particolarmente contenta.
Estrassero i tesserini di riconoscimento. «Sono il detective Curran e questo è il detective Moran. Siamo del comando distrettuale di San Francisco.»
La donna parve improvvisamente spaventata.
«Siamo della polizia», le assicurò Moran, «non della Migra
La cameriera non parve rincuorata.
«Sì», bofonchiò. «Entrate.» Li introdusse nella casa e li lasciò in un salotto. Era una stanza gigantesca, elegante, con enormi finestre ad arco affacciate a est sulla Baia di San Francisco. Curran e Moran erano sorpresi: gli assassini di norma non facevano entrare gli sbirri in case così eleganti.
Sulla parete di destra c’era un quadro che Gus Moran esaminò da vicino quasi fosse un intenditore. «Carino», esclamò, «Boz ha un Picasso e questa Tramell anche. Il Picasso di lui e il Picasso di lei.»
«Non pensavo che tu conoscessi Picasso, Gus, e tanto meno che fossi in grado di identificare i suoi quadri.»
«È stato facile», gli assicurò Moran con un sorrisetto, «basta sapere che cosa cercare. Per esempio la firma. Vedi? Qui nell’angolo c’è scritto “Picasso”. Non è difficile. È un sistema sicuro.»
«Il Picasso di lei è più grande di quello di lui», commentò Nick.
«Pare che le dimensioni non siano importanti», esclamò una voce di donna.
Moran e Curran si girarono. Al piedi della scala c’era una splendida ragazza bionda, con occhi azzurri ben distanziati. Aveva zigomi da fare invidia a una modella. Indossava una maglia nera ricamata d’oro, jeans neri attillati e stivali neri da cowboy. Sembrava il tipo di donna a cui si accompagna una rock-star.
«Ci dispiace disturbarla», esordì Curran, «volevamo farle qualche…»
«Siete della Buoncostume?» chiese freddamente la donna. Se aveva paura della polizia era abilissima a nasconderlo.
«Omicidi», la corresse Nick.
La donna annuì quasi Curran avesse confermato un suo sospetto. «Che cosa volete?»
«Quando è l’ultima volta che ha visto Johnny Boz?» chiese Gus.
«È morto?»
«Perché, che cosa glielo fa pensare?» Gus non le aveva staccato gli occhi di dosso un momento.
«Be’, altrimenti non sareste qui, no?»
Uno a zero per la bionda, pensò Nick Curran. «Eravate insieme questa notte?» chiese.
La ragazza scosse il capo. «Credo che stiate cercando Catherine, non me.»
«Perché, lei non è…»
Nick Curran lo interruppe. «Chi è lei?»
«Mi chiamo Roxy.»
«E abita qui? Abita con Catherine Tramell?»
«Sì, abito qui, sono sua… sua amica.»
«È bello avere amici», commentò Gus.
«Dove possiamo trovare la sua amica, Roxy?»
La ragazza non rispose subito, ma lanciò loro un’occhiata gelida. A Curran e Moran parve che stesse pensando quale poteva essere la mossa migliore per difendere se stessa e l’«amica». Roxy sembrava una di quelle persone che tendono a non fornire alla polizia nemmeno informazioni apparentemente irrilevanti. Per principio non parlava.
«Ce lo vuole dire?» chiese Gus. «O preferisce rendersi la vita difficile?»
Roxy esitò ancora un momento, poi cedette: «Ha una casa a Stinson Beach».
«È un’informazione piuttosto vaga», osservò Nick. «Non può essere un po’ più precisa?»
«Seadrift», esclamò Roxy. «1402 Seadrift.»
«Be’, non è stato difficile…» soggiunse Nick ed entrambi fecero per andarsene.
«State sprecando il vostro tempo», aggiunse lei. «Catherine non l’ha ucciso.»
«Non avevo insinuato che l’avesse ucciso», precisò Nick. «Ma forse sa chi può essere stato. A meno che non sia stata lei, Roxy…»
La ragazza scosse il capo con un sorriso beffardo. «Non pensate che sia ora di andare? Stinson è piuttosto lontana.»
«Giusto», convenne Gus, «ma è una bella giornata per fare una gita.»
~
Gus aveva ragione. Era una bella giornata per quel tragitto che permetteva di vedere luoghi fantastici: il Golden Gate, Sausalito lungo la 101 e poi la 1, la famosa strada che seguiva serpeggiando la costa scoscesa.
Stinson Beach era una cittadina. Un paio di supermercati, qualche bar e qualche negozietto di souvenir per turisti. La popolazione era uno strano miscuglio di ricchi, con le loro case sulla spiaggia come a Malibu; qualche hippy con ricordi già un po’ confusi degli anni Sessanta e una normalissima classe media nata e cresciuta qui, che però non si amalgamava con gli altri gruppi.
A quanto pareva, Catherine Tramell era uno di quei ricchi che usavano Stinson per divertirsi. La casa era un po’ discosta dalla strada e si sporgeva precariamente sul mare offrendo viste spettacolari della spiaggia e dell’Oceano Pacifico.
Davanti alla villa erano posteggiate due Lotus Esprit. Una era nera ed elegante, l’altra bianca ed elegante; si aveva l’impressione che i proprietari volessero passare inosservati pur guidando automobili tra le più insolite.
Gus Moran le guardò e sbottò: «Ma certo».
«Certo che cosa?»
«Dopo il Picasso di lui e il Picasso di lei, ecco la Lotus di lui e la Lotus di lei.»
«Magari sono di lei e di lei.»
«Non importa, ma è bello vedere che qualcuno ha un’automobile più veloce della tua.»
«Più costosa, forse», precisò Nick, «ma non più veloce.»
Non si riferivano alla macchina di ordinanza, ma alla Mustang di proprietà di Nick.
La porta della casa era ampia e imponente. Era costituita da due pannelli in vetro privi di tende. Del resto, gli abitanti della casa potevano godersi la loro privacy grazie alla posizione della villa stessa, a meno che qualcuno, come Nick, non ci andasse a cacciare il naso.
Il primo piano era costituito da un unico ambiente e dalla porta si vedeva fino al terrazzo proteso sulla spiaggia come un giardino pensile. Qui sedeva una donna che guardava il mare dando le spalle a Nick.
«Visto niente?» chiese Moran.
«Facciamo il giro», esclamò Nick avviandosi.
La donna sul terrazzo non parve per nulla sorpresa di vederli, proprio come non Io era stata Roxy, e altrettanto seccata. Lanciò una lunga occhiata penetrante a Nick, poi distolse lo sguardo. Aveva soddisfatto la sua curiosità e sembrava provare maggiore interesse per le onde che si frangevano sulla spiaggia. I suoi occhi azzurri sconcertarono il detective. Erano grandi e la ragazza dava l’impressione di averlo classificato / e valutato in un attimo.
Come Roxy era bionda e bellissima, ma mentre Roxy sembrava una modella, Catherine Tramell era di una bellezza meno dura e più classica. Sembrava una di quelle donne altere che ti guardano dai quadri del Settecento, un viso nobile e aristocratico. Ma dietro questa facciata patrizia c’era una parte di lei più eterea e sensuale, come un fuoco ardente.
«Signora Tramell? Sono il detective…»
«So chi siete», lo interruppe la ragazza con voce pacata. Non sapeva o non voleva sostenere il loro sguardo. Guardava il mare quasi ricavasse il suo equilibrio dallo spumeggiare delle onde. «Com’è morto?»
«È stato assassinato», rispose Gus.
«Chiaramente. Ma come…»
Nick la interruppe: «Trafitto con un rompighiaccio».
La ragazza chiuse gli occhi per un attimo quasi immaginasse la morte violenta di Johnny Boz; quindi sul suo volto si dipinse uno strano sorriso crudele e soddisfatto. Il sorriso o l’espressione sul volto diedero i brividi a Gus. Lanciò un’occhiata al collega e inarcò le sopracciglia come per dire: è pazza.
Nick lo ignorò. «Da quanto tempo eravate insieme?»
«Non eravamo insieme. Scopavamo.»
Ora sembrava una bambinetta che dice parole proibite per sconcertare i genitori. Ma Gus non ci cascò.
«Lei è una professionista?»
Finalmente la ragazza si rivolse verso di lui. Sulle labbra carnose aveva ancora quel suo sorrisetto. «No, sono una dilettante.»
«E da quanto tempo faceva l’amore con lui?»
La ragazza si strinse nelle spalle. «Un anno… un anno e mezzo.»
«L’ha visto ieri sera?» chiese Nick.
«Sì.»
«È uscita dal club con lui?»
«Sì.»
«È andata a casa con lui?»
«No.»
«Ma l’ha visto.»
«L’ho appena detto.»
«Dove? Quando?»
Catherine Tramell sospirò, quasi si annoiasse a rispondere alle domande di Nick. «Abbiamo bevuto qualcosa al club e siamo usciti insieme. Io sono venuta qui. Lui se n’è andato a casa.» Fece spallucce come per far capire loro che non aveva altro da dire.
«È andata con qualcun altro, ieri sera?»
«No, non ne avevo voglia.»
Nick aveva deciso da tempo che non gliene importava niente di Catherine Tramell, di Johnny Boz o dell’interessamento al caso del capo della polizia, ma questo nulla toglieva al fatto che un uomo era stato brutalmente assassinato. Catherine Tramell considerava l’accaduto una semplice mancanza di educazione.
«Mi permetta di farle una domanda, signora Tramell. Le dispiace che sia morto?»
Questa volta Catherine gli rivolse uno sguardo che lo travolse come un’onda. «Sì. Mi piaceva andarci a letto.» Poi tornò a guardare il mare.
«E questo Boz…» riprese Gus Moran.
La ragazza lo interruppe alzando un braccio. «Sentite, non ho proprio più voglia di parlarne.»
Non era facile far perdere la pazienza a Gus, ma l’atteggiamento di Catherine Tramell cominciava a infastidirlo proprio come aveva scocciato il suo collega. «Senti un po’, carina, possiamo parlarne in città, se preferisci.»
Lei non si scompose. «Arrestatemi e vengo in città.» Non era una sfida, ma una semplice affermazione. Nick ebbe l’impressione che Catherine Tramell sarebbe riuscita a cavarsela con quel suo modo strano di fare anche se l’avessero portata al commissariato.
«Signora Tramell…»
«Arrestatemi, altrimenti…»
«Altrimenti?» ripeté Gus indignato. «Non c’è nessun “altrimenti”.»
«Altrimenti», insisté lei, «toglietevi dai piedi.» Voltandosi a guardarli aggiunse «Vi prego».
~
Al commissariato di San Francisco molti ritenevano che Curran e Moran tendessero a reagire in modo esagerato e impulsivo, ma in quel momento nemmeno Gus e Nick riuscirono a trovare un motivo per arrestare Catherine Tramell. Non avevano in mano nulla: non una prova fisica o indiziaria, non un motivo plausibile. La ragazza era talmente misteriosa che i due investigatori decisero di seguire il suo consiglio: si tolsero dai piedi.
Passò un quarto d’ora prima che Gus trovasse la forza di aprire bocca. «Però, carina.»

L.

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Nunchaku al cinema 3. Street Fighter

Terza puntata dello speciale sulla mia arma preferita e di come è stata rappresentata al cinema.

Febbraio 1974: il Giappone trema. No, non è uno dei tanti terremoti che funestano quel Paese, ma qualcosa di molto più pericoloso: Sonny Chiba ha sfoderato tutto il suo talento. Arriva al cinema Gekitotsu! Satsujin ken, noto a livello internazionale come The Street Fighter, la risposta nipponica al nobile stile di Bruce Lee: menare per menare!
Il successo di questo film senza confini e senza buon gusto è devastante e già ad aprile esce il suo seguito, Return of the Street Fighter (Satsujin ken 2) sempre di Shigehiro Ozawa. Il cattivo di turno cerca di far fuori il rude protagonista e gli manda addosso fenomenali lottatori esperti nell’uso ognuno di un’arma diversa: non può mancare il nunchaku stick.

Dimostrazione della potenza di un nunchaku

L’esecuzione ad inizio film ci dimostra che il nunchaku giapponese (ottagonale) può sprigionare una potenza d’impatto da far esplodere un mattone: figuriamoci cosa può fare su un corpo umano. Però il maestro di nunchaku non ha fatto bene i suoi conti, perché a Sonny Chiba basta sfilarsi la cintura dai pantaloni… per fargli molto male!

Il fiume è in piena e il pubblico impazzisce per il filone, così ad agosto scatta il terzo film. Ma stavolta Sonny Chiba si porta un valido aiuto: la giovane Etsuko Shihomi, di cui ho già parlato nello speciale Martial Girls.
Sonny la rende protagonista de I 2 che spezzarono il racket (Onna hissatsu ken / Sister Street Fighter, 1974) di Kazuhiko Yamaguchi.

Durante il film la minuta ragazza mena come un fabbro tutti i cattivoni – e nel ’74 una ragazza che pista di botte gli uomini mediante stili marziali è qualcosa “di rottura” – ma nei titoli di testa deve dimostrare di avere le basi: quindi… giù di nunchaku!
A dicembre 1974 esce Sister Streetfighter 2 (Onna hissatsu ken: Kiki ippatsu), e ovviamente essendo il secondo film… i nunchaku diventano due!

Etsuko Shiomi nei titoli di testa dei due film

Gustatevi i film interi! (Tanto i nunchaku si vedono nei primi secondi!)

Alla prossima puntata.

(continua)

L.

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Zio Portillo vs Bayside School (guest post)

Dopo il precedente post sugli scandali hollywoodiani, l’attento lettore Zio Portillo torna a parlare di un argomento “scottante”.
L.

A grande richiesta: lo Zio Portillo vs Bayside School!

Ridete, ridete che non sapete ancora cosa vi aspetta…

Tutti noi ci ricordiamo di quel simpatico e innoquo telefilm degli anni ’90: Bayside School. Tutti ci ricordiamo della simpatica canaglia bionda Zack Morris (Mark-Paul Gosselaar) che fa le bizze e i dispetti al preside Belding (Dennis Haskin) con i compagni di classe che sono la fiera dello stereotipo. C’è l’ispanico belloccio, forte negli sport e amico/rivale del protagonista A.C. Slater (Mario Lopez). C’è “Screech” Powers (Dustin Diamond), il secchione sfigatello che fa le faccette buffe ed è la parte puramente comica della serie. E poi ci sono le ragazze, la quota rosa. Rigorosamente tre come i maschietti e sono la “bella, bella in modo assurdo” (cit.), mora, occhi azzurri, cheerleader, reginetta di bellezza e promessa fidanzata di Zack Morris: Kelly Kapowski interpretata dalla strepitosa Tiffany Amber-Thiessen. Poi c’è la ricciolona “Jessie” Spano (Elizabeth Berkley, che si trasformerà in modo incredibile nella Nomi Malone di Showgirls di Verhoeven) che qui è la secchiona e con maglioni oversize come da tradizione anni ’90  che si fidanzerà con Slater e infine la quota “black” del gruppo: Lisa Turtle (Lark Voorhies): vanesia e amante dello shopping e delle spese pazze che da copione è l’amore impossibile di Screech.

Avventure leggere, amori liceali, litigate innocue e lieto fine ad ogni puntata con di tanto in tanto pure la morale finale così ci si può vantare con gli amichetti che «Bayside School mi impara le cose!». Quattro stagioni (1989-1993) una per ogni anno scolastico, 86 episodi complessivi e due film TV per concludere la storia e poi ognuno per la propria strada. Tutto bene quel che finisce bene, giusto? Ma manco per idea! Cancellate dalla vostra testa quello che ricordate della serie, sedetevi e prendete un bel respiro perché ora si fa sul serio. Intanto il nome. Bayside School è il titolo che noi italiani abbiamo dato alla serie che in realtà si chiama Saved By The Bell, salvati dalla campanella. Suonava tanto male? A me non pare… “Bayside High” (a L.A.) altro non è che il nome della scuola superiore teatro della serie che noi abbiamo subito trasformato nel titolo italiano.

“Salvati dalla Campanella” suona bene come titolo, no?
Perché ci complichiamo sempre le cose?

Ma questo è nulla, solo un leggero antipasto, ora arriva il carica da undici. Infatti a distanza di anni dalla chiusura della serie, e dopo numerosi pettegolezzi che di tanto in tanto affiorano ma mai nessuno li ha veramente confermati, Dustin Diamond, il mite e impacciato “Screech”, decise di mettere tutto nero su bianco facendo uscire la sua auto-biografia che racconta dal di dentro la serie.

Il libro del 2009 intitolato Behind The Bell scoperchiò così il vaso di pandora di nefandezze e sconcerie che nessuno avrebbe potuto mai immaginare. Prima di elencare i peccati, volevo ricordarvi, giusto per farvi sentire vecchi, l’età dei ragazzi del cast quanto sono iniziate le riprese nel 1989: Zack 15 anni, Slater 16 anni, Screech 12, Kelly 15, Jessie 17, Lisa 15. Tutti quindi ampiamente minorenni, tranne Elizabeth Berkley che era la più matura del gruppo. Ma su lei arriviamo dopo, tranquilli che ce n’è per tutti. Per ora torniamo a Screech e al suo libro-scandalo che fu letteralmente uno schiaffo in faccia per i fan o per chi, come noi, era cresciuto con la serie TV che, parole di Diamond era «Una gigantesca orgia a cui tutti era invitati e benvenuti». Ed è proprio lo stesso Diamond il primo a mettere le carte in tavola dichiarando che lui non assomiglia per niente alla sua timida controparte televisiva. Le sue, ehmm,… “doti naturali” gli hanno permesso di avere più di 2.000 ragazze tanto che nel 2006 ha scritto, diretto e interpretato un film porno amatoriale dove mostra cosa sa fare con ben due ragazze contemporaneamente. Il link non me lo chiedete che tanto lo si trova facile facile on line.

«Guarda com’eri, guarda come sei! Me pari tu zio!» (cit.)

La sua vita da celebrità di serie B è ancora attiva visto che partecipa a programmi trash televisivi come il “Grande Fratello VIP” o nel “Wrestling delle Celebrità” condotto da Hulk Hogan. Poi non mancano i filmetti per la TV, le comparsate, le risse, gli eccessi e gli arresti… Da buona stellina decaduta non si fa mancare nulla.

Toltosi il dente, nel libro del 2009 Diamond prosegue a smontate tutti gli altri membri del cast uno a uno. Così, dopo essersi messo a nudo (letteralmente) per primo, lancia merda a tutti gli altri senza lasciare indietro nessuno. Si comincia dalla droga e dall’alcol che erano entrambi di casa dietro le quinte. Ma così di casa che tutto il cast e tutta la troupe fumavano spinelli, crack e bevevano come spugne a qualsiasi ora del giorno. Il ritmo delle riprese poi non aiutava perché, caso abbastanza unico, la serie veniva girata ininterrottamente per 3 settimane in teatri di posa a L.A. con due riprese giornaliere il venerdì (mattutina da soli e pomeridiana con 200 spettatori a gustarsi la registrazione) per poi concedere a tutti una settimana di stacco per far riprendere fiato ai ragazzi e montare il girato. Poi ancora 3 settimane sotto e una di pausa, così per quattro anni. Ritmi forsennati e dispendiosi per dei teenager anche perché il girato spesso non era cronologico e si perdeva molto tempo a rigirare scene che dovevano incastrarsi e raccordarsi alla sceneggiatura. Tutti quindi erano sempre nervosi e stressati perché si perdeva tempo a fare sempre le stesse cose. La scelta della produzione, alquanto bizzarra, viene giustificata dal fatto che i ragazzi, in piena età dello sviluppo, cambiavano aspetto molto velocemente e girando le scene “mischiate” si notavano meno le differenze fisiche. Sulla cattiva condotta del cast viene citato l’episodio che vedeva i ragazzi pronti a girare un episodio contro la droga con tanto di morale finale. Peccato che prima del ciak tutti erano nei camerini a fumarsi spinelli per alleviare la tensione delle riprese. Così, giusto perché l’ipocrisia non abita qua!

Quello che colpisce di più leggendo il libro è che i ragazzi protagonisti erano tutt’altro che affiatati. Anzi! Inizialmente data la giovane età erano timidissimi e non si rivolgevano manco la parola se non per mere esigenze di copione. Ma pian piano l’odio e le gelosie emersero e gli attori non si risparmiavano per nulla. Ogni occasione era buona per accoltellarsi alle spalle o battere quelli che erano diventati i “rivali” in qualcosa. Mario Lopez (Slater) e Mark-Paul Gosselaar (Zack) erano in sfida perenne su ogni cosa. Si dovevano mettere in mostra, flirtare con le colleghe, con le fan presenti alle registrazioni,… Fino ad arrivare al fisico. Lopez è sempre stato un maniaco del fitness e della cultura fisica tanto da costringere Gosselaar, per non essere da meno, ad allenarsi come un pazzo e a buttare su massa muscolare. Emblematico ma anche tragicomico l’episodio della foto di presentazione. Il cast radunato era pronto ad una serie di scatti per promuovere una nuova stagione. Lopez si presentò tirato a lucido mentre Gosselaar non così tanto come avrebbe voluto. Così le attenzioni delle ragazze (Thiessen, Voorhies e Berkley) erano tutte per A.C. Slater. Gosselaar cosa fece? Si mise al centro della stanza a fare flessioni per pompare i muscoli tra l’imbarazzo del fotografo e del cast che attendevano che terminasse l’esercizio… Alla fine per quanti sforzi facesse, Zack Morris era sempre “mingherlino” rispetto a Slater e Gosselaar arrivò ad assumere steroidi anabolizzanti per migliorarsi e avvicinarsi al rivale. Non seppe regolarsi e divenne dipendente dalle sostanze anabolizzanti tanto da finire in una clinica a disintossicarsi.

Bestia che addominali!

Anche Lopez però non era proprio pulito pulito. In preda alla “roid rage” (rabbia da anabolizzanti) arrivò a violentare una fan che minacciò di fargli causa e a mandare tutta la serie in fumo. Fu l’intervento della rete televisiva NBC (che trasmetteva il telefilm) a intermediare e a pagarne il silenzio con un patteggiamento chiudendo tutto sul nascere. Gosselaar in seguito ebbe la sua “rivincita” in qualche modo visto che fu il primo ad andare a letto con la Berkley (Jessie). La quale però non si risparmiò e per non sbagliare diede due colpi anche a Lopez giusto per non fare un torto a nessuno. Elizabeth Berkley… Lei era la più grande del gruppo e, secondo il libro di Diamond, era anche la più determinata di tutti. Sapeva che Bayside School poteva essere il suo trampolino per fare carriera e non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione. Per non sprecare nulla o non lasciare intentata ogni strada andava a letto con chiunque avesse potuto offrirle un lavoro o un copione interessante senza distinzione tra cast, produttori… Addirittura Diamond sostiene che il personaggio di Jessie Spano non era previsto nella serie. La Berkley fece il provino per Kelly come la Thiessen ma la produzione scelse quest’ultima per via della bellezza fuori scala della ragazza. Però la Berkley piacque ai piani alti e “magicamente” venne inserito il personaggio di Jessie. Magia o asso nella manica?

Mutanda sì, mutanda no…

La Voorhies (la colored Lisa Turtle), fu l’ultima a “passare al lato oscuro”. Rimase per anni sulle sue, timidissima, e pure controllata a vista dall’ex fidanzato Martin Lawrence (eh sì, proprio QUEL Martin Lawrence) che la seguiva come un’ombra e non perdeva occasione per prenderla in giro o sminuirla davanti a tutti. Pian piano però anche lei mutò atteggiamento e si fece “spavalda” e intraprendente come il resto del gruppo. Aveva vissuto più di “pancia” le tensioni sul set e soffriva particolarmente che i maschietti del cast rivolgessero le proprie attenzioni sulle altre due ragazze, in particolare era gelosa della Thiessen. Ma anche la Voorhies alla fine si prese la rivincita e fece da “paciere” in un contenzioso tra Zack e Slater visto che… Se li portò a letto entrambi in un unica volta, così per gradire e recuperare il tempo perso.

Time Out Zio, qua non si capisce una mazza!
E poi manca ancora la Thiessen…

Ok, ok, ok, abbiamo tenuto il pezzo forte per ultima: Tiffany-Amber Thiessen, la bellissima Kelly. Lei è stata un angelo. Come può essere malvagia una ragazza con quel faccino da brava ragazza? Scherzo! È stata, forse, la peggiore di tutti. Sul set era arrivata fidanzata con Eddie Garcia, un attorucolo che aveva un ruolo ricorrente nella serie (Johnny Dakota. Chi se lo ricorda?) ma lo tradiva regolarmente sia con Gosselaar che con Lopez, alternandoseli a seconda delle necessità o delle opportunità. Poi Garcia la beccò sul fatto e vinse il premio:  il suo personaggio sparì dal telefilm. Bravo Eddie, bella mossa!

All’inizio della serie, se vi ricordate, le coppie non erano “fisse” visto che il personaggio di Kelly flirtava e usciva sia con Zack che con Slater ma poi si fidanzò in pianta stabile col primo e Slater fece lo stesso con Jessie (Screech e Lisa invece erano “simpatizzanti” ma non coppia fissa). Ma come mai questa trasformazione? Stando al libro di Diamond e alle voci di corridoio, il produttore esecutivo della serie, tale Peter Engel si invaghì di… Gosselaar. Ma anche della Thiessen! Infatti il buon Engel oltre a essere dipendente dalla cocaina era pure bi-sessuale e visti i due ragazzi all’opera in una “cosa a tre” fiutò l’alchimia che avevano e cambiò i copioni per farli stare assieme anche nel telefilm. Poi per magia Engel “vide la luce” come Belushi e si trasformò in un fervente cattolico tanto che alla fine della serie (conclusasi con due film TV) fa sposare Zack e Kelly. Ah, nota bene che Peter Engel e Aaron Spelling nella vita reale sono, oltre che produttori molto influenti, pure amiconi tanto che la Thiessen passò a fare Beverly Hills 90210 prodotto proprio da Spelling.

…e vissero tutti felici e contenti!

Il libro scandalo di Diamond alla fine ebbe un successo clamoroso. Gli altri ragazzi della sit-com presero decisamente le distanze dal contenuto (tipo la Berkley che negò categoricamente ogni risvolto sessuale con i produttori, ma tacque sui suoi rapporti col resto del cast), anche se per alcuni episodi riportati non si è arrivati direttamente ad una smentita. Ad esempio Mark-Paul Gosselaar si è limitato ad un distaccato ma pure ambiguo «Il libro è l’opinione di Diamond su come sono andate le cose» senza però smentire nulla di quanto raccontato. Comunque sia, nel 2014 è stato tratto un film TV trasmesso da Lifetime col titolo Unauthorized Saved By The Bell che ricostruisce la storia della serie mostrando le due facce della medaglia. Da un lato i ragazzi che ridono e che scherzano col pubblico, mostrando disponibilità e serenità. Ma appena ci si trovava soli con la troupe negli studi di posa, ecco che tutti davano il peggio di sé.

Molto divertente e probabilmente rivelatore è stato il 2015. Jimmy Fallon si travestì da studente della Bayside School per uno sketch nel suo “Tonight Show” riunendo quasi tutto il cast. La scenetta vede i ragazzi impegnati ad organizzare il ballo di San Valentino e tra una chiacchiera e l’altra ironizzano su quanto capitato loro in questi anni lontani dalla Bayside High.

Zio Portillo

P.S.
Ringrazio Zio Portillo per questa irresistibile ed esplosiva segnalazione!
L.

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[Il Zinnefilo] American Pie (1999)

Ecco il consueto disclaimer:

Qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, contro persone e animali è sempre biasimevole e condannabile, e guardare foto di donne adulte e consenzienti che volutamente si sono spogliate davanti ad un obiettivo non ha alcun legame con questo principio né lo annulla.

Ribadisco infine il solito avviso:

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post! (invece di guardarle e poi andare in giro a lamentarvi)

Il film di questa settimana è American Pie (1999).

continua a leggere…

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The War – Il pianeta delle scimmie (2017)

Spero di cuore che questo sia l’ultimo film peloso del lungo Ciclo del Pianeta delle Scimmie, perché sotto la perfetta computer graphic comincia a farsi troppo forte l’eco del nulla.
La Chernin Entertainment dunque sforna il suo terzo film scimmiesco, War for the Planet of the Apes: vi invito subito a leggere le più entusiastiche recensioni di chi mi ha preceduto, come La Bara Volante, Il Cumbrugliume, L’Ultimo Spettacolo e CineFatti.

Ecco, scrivetelo piccolo: vi vergognate, eh?

La 20th Century Fox presenta il film a New York il 10 luglio 2017, pronto ad uscire solo tre giorni dopo anche nei cinema italiani con il solito stupido titolo sballato The War – Il pianeta delle scimmie. Una stanza piena di scimmie alla macchina da scrivere non avrebbe mai potuto produrre titolazione più disgraziata di questa saga.
Il 22 novembre la Fox Video lo presenta in DVD, Blu-ray e addirittura in Blu-ray 3D e in cofanetto 4K Ultra HD. A quando il Monkey-ray?

Full Monkey Jacket

Quando gli umani fanno oh, che meraviglia: c’è chi le dà, c’è chi le piglia. E di sicuro le pigliano le scimmie, che curiosamente anche loro fanno oh. Ma non erano scimmie parlanti? Tanto non parlano neanche gli umani.
Perché siamo nel solito futuro postapocalittico tipico della cultura pop, un futuro dove l’umanità è morta e quindi c’è acqua corrente, elettricità gratis, le pile non si scaricano mai e le case sono fatte di marzapane. Un mondo dove gli umani sopravvissuti sono rimasti in pochini ma in compenso le fabbriche di proiettili mantengono il loro ritmo indiavolato, visto che si buttano via colpi come se niente fosse.
Che fanno gli ultimi uomini al mondo? Si danno al sesso libero e celebrano l’Età dell’Aquario, quando la luna entra nella settima casa? No, diventano tutti soldati e marciano. E muoiono. E fanno oh. E ogni tanto fanno ah.

Tutti i soldati fanno ah

Le scimmie sono state guidate da Cesare ad attraversare l’ideale Rubicone: ora non si torna più indietro, ora il mondo è loro. E cosa fanno le scimmie che parlano? Tornano alla vita bucolica che un tempo era dei loro antenati umani? Avendo appena compiuto una rivoluzione proletaria contro i padroni oppressori si danno al socialismo reale? In fondo stanno facendo finta che tutte le razze di scimmie non contino, che uno scimpanzé può essere amico di un gorilla – quando nella realtà si ammazzerebbero in un secondo – quindi hanno abbattuto ogni divisione di razza. Quindi si lanciano in riti orgiastici inneggiando all’Età dell’Aquario, quando Giove è allineato a Marte e la pace guida i pianeti? No, diventano tutti soldati e marciano. E muoiono. E fanno oh. Ogni tanto si ricordano che sono scimmie, e fanno pure uh.
È il futuro postapocalittimo pop, dolcezza: dove la stupidità abbatte tutte le frontiere.

Siamo tutti fratelli, tranne la scimmia bianca: si sa che lei non sa saltare!

Il mondo è vuoto, sono rimasti quattro umani al bar che potrebbero andare dove vogliono, tanto c’è corrente elettrica ovunque, acqua potabile, generi di conforto autogenerantesi, la botte piena e la moglie ubriaca. Ma gli umani non hanno mai brillato per le loro buone idee, così i pochi umani rimasti vogliono stare… dove? Proprio dove stanno le scimmie. Ma proprio là, eh? Non due metri più indietro, no: vogliono stare dove stanno le scimmie.
Scimmie che ora parlano inglese e si sa, con l’inglese vai dove vuoi. E parlano coi gesti che si sa, esprimendoti a gesti vai dove vuoi. Che poi parlano pure scimmiesco – che una doppia lingua serve sempre – e si sa, nel pianeta delle scimmie con lo scimmiesco vai dove vuoi. Ma loro non vogliono andare da nessuna parte, pur avendo l’intero pianeta a disposizione. No, loro vogliono stare là dove stanno gli umani. Non un paio di metri indietro, no: esattamente dove sono gli umani.
Sono dieci metri quadrati di ghiaccio in una squallida location canadese, potrebbero stare in un paese caldo a crogiolarsi al sole – visto poi che le scimmie di solito le si trova nei paesi caldi – ma no, loro vogliono stare esattamente lì.
E allora ammazzàteve cor gas…

Tempi duri per il buon gusto

Gli umani marciano e fanno ah. Le scimmie marciano e fanno uh. Gli spettatori applaudono e fanno eh. Io sono allibito e faccio oh! ma che siete tutti scemi? Possibile che una roba del genere possa davvero aver generato tutte quelle critiche positive?
Mentre mi pongo questa domanda un plotone umano è partito alla carica, e le citazioni si sprecano. Se Full Metal Jacket (1987) ci ha insegnato qualcosa è che i soldati si mettono le scritte sui caschi. Ma chi le legge? Non si fanno domande, coi film di Kubrick. E comunque già lo facevano i Colonial Marines di James Cameron in Aliens (1986), dove uno degli elicotteri del futuro portava la scritta «We endanger species» (“facciamo estinguere le specie”), e uno dei soldati di questo War ha scritto sull’elmetto «Endangered species».
War sta citando Aliens? No, perché ‘sto filmucolo non si deve neanche azzardare a nominarlo, quel capolavoro di Cameron: tirasse le sue insulse cacchette da qualche altra parte…

E sciacquatevi la bocca prima di citare Aliens!

Il plotone è composto dai tipici umani del mondo postapocalittico: armati fino ai denti e con un equipaggiamento tecnologico di prima scelta. Si addentrano nella foresta e non hanno bisogno di dire niente: lasciano la parola ai loro mitra stracarichi di proiettili e alle loro mitragliatrici.
Il fuoco inonda l’aria, fiumi di piombo si riversano sulle scimmie che fanno uh – ma non avevano imparato a parlare? – la superiorità tecnologica è schiacciante, è come sparare ad un passerotto con un cannone, è come menare uno che caga, il massacro procede ed è impossibile che una scimmia possa reagire a dei mitragliatori. Finché…
Arriva lui. Cesare. Che è uguale a qualsiasi altra scimmia, anzi è pure più basso della media, ma tutti lo venerano perché ha la saggezza. (È scientificamente provato che un virus può generare saggezza.) Cesare sa come rispondere agli umani… coi bastoni!

Nuoooooooooooooooooooooooooooooo!!!

L’urlo dei soldati è agghiacciante: «Nooooooooooooooooooooooooooo hanno i bastoni!» Ma ormai nulla può salvarli: quando un uomo con la mitragliatrice incontra una scimmia con un bastone, l’uomo con la mitragliatrice ha perso.
Il massacro è immediato, soldati superaddestrati muoiono come tonni esattamente come ogni altro soldato superaddestrato in un qualsiasi film americano: ma che li addestrano a fare? Prendete dei passanti a caso, tanto è lo stesso. Forse i passanti sono pure militarmente più preparati.
Cesare non ha iniziato questa ridicola saga, ma di sicuro vuole fare di tutto per renderla più ridicola.

Ho bisogno di un altro film della saga come di un buco in testa…

Dopo esattamente 30 secondi è finita la prima di solo due scene di guerra di un film che si chiama The War: in pratica se avete visto il trailer avete visto tutto ciò che di guerra il film offre. Dovevano chiamarlo The Peace, avrebbe avuto più senso.
Perché il film è tutta una sottile critica alla società contemporanea, che detta così sembra qualcosa di interessante se non fosse che TUTTI i film di fantascienza sono una critica alla società contemporanea, e MAI è stato messo in questione il fatto che una storia di fantascienza non fosse una critica alla società contemporanea: l’importante è che sia una storia scritta bene. E War è scritto da mille scimmie chiuse in una stanza, senza aria. Cioè scritto in fretta e male.

Ecco gli sceneggiatori del film a pieno regime

A sorpresa, senza che nessuno se l’aspettasse, gli geniali sceneggiatori Mark Bomback e Matt Reeves – autori di tutti i film più sbagliati degli ultimi quindici anni, da Die Hard 4 (2007) a Wolverine l’immortale (2013) – fanno qualcosa di davvero nuovo: gli umani che rendono schiave le scimmie. Ammazza, ma vi chiamano per i paesi a inventare ‘ste cose? Vi prego, date l’Oscar a questi due sceneggiatori: ma prendete bene la mira, prima.

Ignorate ‘sta ragazzina, è solo un buco di sceneggiatura

È soltanto dal 1972 che le scimmie sono schiave degli uomini, ma tanto lo spettatore medio non ha memoria quindi rifacciamo uguale sempre lo stesso film. Diciamo pure che gli umani sono così cattivi da negare ai loro schiavi cibo ed acqua: è noto che uno schiavo che sta morendo di fame lavora di più.

Ho come la sensazione di aver già visto ‘sta roba tipo un milione e mezzo di volte…

Non c’è bisogno di dire che il film ha tipo tre metafore per ogni scimmia mostrata, quindi niente è per caso. Da Cesare crocifisso al cattivo che fa il segno della croce col rasoio, fino al motivo per cui le scimmie sono tenute in schiavitù: devono costruire un muro. Trump, dove sei? Esci fuori con il parrucchino in alto!

Ragazzi, non stiamo esagerando con le metafore?

Scopriamo che per arginare l’arrivo di altre scimmie gli umani hanno una di quelle pensate che ti fa parteggiare per l’estinzione: alziamo un muro di sassi e legno. Funziona sempre, no? Prendete un qualunque libro di storia e pensate a tutte le grandi civiltà che hanno arginato l’avanzata dei barbari con un muretto di sassi. L’impero romano e quello cinese sono ancora lì, no? Che stupidi i russi, a non aver mai alzato muri…

Farsi la barba in testa in barba ai soldati: fatto!

Un grande film si misura con la grandezza del suo supercattivo, e qui per l’occasione hanno chiamato un Woody Harrelson particolarmente svogliato: come dargli torto? Andiamo, è uno dei sudisti più noti del cinema chiamato a trattare male scimmie nere… Andiamo, ma devo proprio scrivere “razzismo” in linguaggio scimmiesco?
Woody non ha voglia di fare questo film e per fortuna è in scena tipo cinque minuti: giusto il tempo di sparare le solite quattro cazzate pseudo-scientifiche che tanto piacciono ad Hollywood (e al suo pubblico): visto che si parla di estinzione, buttiamo lì due supercazzole scappellate e il pubblico applaude facendo eh. E fa pure oh.

Te tu se’ estinto tu o mi m’estinguo mi?

War è ovviamente una scusa per mostrare l’altissimo livello raggiunto dagli effetti speciali, ed evidentemente piace perché tutti parlano bene di quanto siano fatte bene le scimmie: ammazza quanto sono fatte bene le scimmie, parono vere! Tipo come hai presente un film di scimmie? Ecco, è un film di scimmie dove le scimmie parono scimmie. Hai presente le scimmie? Eh, uguale!
Ogni volta che leggo commenti entusiastici su come siano fatte bene le scimmie ripenso a quelli che vanno al circo e si stupiscono di come mai i trapezisti non caschino. Cazzo, è il loro mestiere!

Scusa, tu al centro: ma perché sei l’unica scimmia col cappello?

Al di là di recensioni entusiastiche, il film però non ottiene altro: come sempre, nessuno di quelli che lodano il film paga poi il biglietto, quindi War è l’ennesimo roboante flop della Fox, che già deve pagare le folli spese del vecchio pazzo Scott e dei suoi alienini di cacca espansa, poi deve sborsare 150 milioni per delle scimmie finte e intanto riversare oro su Kingsman: Il cerchio d’oro.
Sono tutti film che a mesi dall’uscita ancora non hanno coperto le spese: in questo sfortunatissimo 2017 pare aver fatto un bel successo immediato solo il recente Assassinio sull’Orient Express. Questa manciata di dollari che entrano in cassa serve a coprire le spese assurde di scimmie ed alieni.

Scusa, tu al centro: ma perché sei l’unica scimmia col giacchetto?

L’evidenza dei fatti è che fare film con grandi effetti speciali conviene, perché la trama non c’è bisogno di scriverla, si prende un’unica location e magari un attore noto che non sta troppo in video. Ai giornalisti si dice che il film è costato 150 milioni di dollari ma in realtà bastano 150 dollari per comprare i cheeseburger ai nerd seduti ai PC, a disegnare scimmie.
In conclusione, tutto ciò dimostra che l’umanità si è già estinta e le scimmie hanno vinto: il fatto che non abbiano molti peli è solo un problema di alopecia…

No woman, no cry

Se Dio Cesare vuole, questa saga è finita: andate in pace a cantare il nuovo inno del Pianeta delle Scimmie. Andate là… a cantare il sacro aummammà!

L.

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Guida TV in chiaro 1-3 dicembre 2017

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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Omega Doom (1996)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Dialogo immaginario in qualche luogo immaginario degli immaginari anni ’90:

«Salve, ma lei è proprio Rutger Hauer? Mi presento: sono Albert Pyun»
«Piacere, ma non sono interessato»
«???»
«Non mi guardi con quell’aria interrogativa per impietosirmi, non funziona»
«Ma veramente io sarei un re…»
«Sì, lo so, è un relitto umano e si vede, basso, brutto, bitorzoluto… ma non è che posso fare l’elemosina a chiunque»
«Guardi, io sarei un regista e volevo proporle un ruolo nel mio prossimo film!»
«Ah! Sì! Senz’altro! Scusi! Mi scritturi! Di cosa parla?»
«Si intitola Omega Doom e la trama devo ancora scriverla… tutta»
«Ma la scriviamo a casaccio! L’importante è fare qualcosa! Evviva!».

Sarà andata davvero così? Secondo me non è da escludersi: Omega Doom [Cecchi Gori] è realmente un film scarso, Hauer, a metà anni ’90, dopo dei fasti anche action come Giochi di morte (1989) e Furia cieca (1989), era realmente alle barbe e Albert Pyun è realmente discutibile dal punto di vista estetico. Tutto torna. Ciò che torna meno è un groviglio di aspetti della pellicola suddetta ma ne analizzeremo le cause con calma, inspiegabilmente attratti dal mix azione/fantascienza in salsa Pyun.

La tipica espressione di un androide senza più memoria

Il film inizia con una voce fuori campo, le seguenti parole «C’erano una volta gli uomini, i robot e la grande guerra mondiale» e una serie di versi tratti da un poema: segno nefasto. Perché temo si tratti di un prodotto trash che si prende maledettamente sul serio: pessima combinazione.
Ci viene anche spiegato che i robot spadroneggiano, gli umani bramano la rivincita e gli automi cercano arsenali di armi per la resa dei conti. Ok, grazie, ora possiamo partire con ‘sta benedetta pellicola che mi sta già venendo a noia? Insomma, ecco finalmente Rutger Hauer che interpreta Omega Doom (per l’appunto), un soldato robot che ha perso la memoria a causa di un proiettile; prime considerazioni: il nostro è invecchiato maluccio regredendo a livelli estetici “alla Pyun”, lo hanno conciato come un militare dell’Armata Rossa e lo hanno doppiato in modo tale da farlo sembrare un eunuco. Chissà cosa pensa, di questa deriva robotica, il Roy Batty di Blade Runner (1982)… forse certi segreti è meglio se restano tali.

Albert Pyun ha perso la testa, scrivendo questo film

Le stranezze non finiscono qui: il primo incontro del protagonista è con individui che giocano a pallone con una testa-droide-senziente, lui li guarda intuendo che non ce n’è uno rifinito, loro, senza motivo, se ne vanno. La testa di cui sopra si innesta su un corpo e diventa amica del nostro: legame, tuttavia, foriero di poche soddisfazioni perché questi si muove in modo esageratamente ridicolo quasi fosse tarantolato dalla Macarena e poi si lancia in una barbosa spiegazione (ancora!) circa la lotta tra banda dei ROM e quella degli androidi. Dunque: i rom non sono i cosiddetti zingari bensì robot, gli umani di cui si parlava all’inizio non si sa che fine hanno fatto e c’è una tizia che, vedendo affollamento, seppur bellicoso, in quel luogo, ha deciso di aprirci un bar. Che è un po’ come se durante la Seconda guerra mondiale avessi inaugurato un locale a Stalingrado profittando dell’assedio. Io ci vedo davvero poca logica.

Jahi J.J. Zuri nel ruolo dell’androide Marko (nome più semplice)

Intanto un cattivone cerca di spiaccicare come una frittella la chiorba, conoscente di Rutger, in una sequenza invero grottesca. Quando sopraggiunge Omega Doom la situazione peggiora visto che tu pregusti un epico scontro tra poderosi automi ed invece ti devi sorbire cinque minuti buoni di “poderosa” seduta psicanalitica per poi vedere il buono prevalere in un lampo, con una sola mossa; capisco che il diversamente decrepito Hauer reggeva già l’anima coi denti ma si potevano trovare soluzioni migliori per imbastire un’azione perlomeno degna di tale nome. Qualcuno ha detto “controfigure”?

Anna Katarina, tipica ginoide barista

Seguono minuti interminabili in cui il nostro elabora un complesso/soporifero doppio gioco infarcito di «bla bla bla» e scontri risolti da quest’ultimo alla velocità della luce in ossequio ai suoi acciacchi. E mentre la testa e la barista (che coppia, pare una barzelletta di bassa lega) cercano una soluzione per aiutare il loro amico Rutger, proprio il protagonista continua ad atteggiarsi vanamente nella speranza di recuperare una dimensione attoriale che non gli appartiene più. Un po’ triste.

Gli androidi sono tristi, quando recitano per Albert Pyun

Nel momento in cui gli automi si stufano delle uggiose chiacchiere di quest’ultimo e decidono di suonargliele, lo fanno con la stessa agilità e la medesima fluidità di movimento dei pupi siciliani. Almeno però si immedesimano nella stessa volontà dello spettatore, ossia chetarlo. Macché, Omega Doom si rialza. Tuttavia… mena fendenti: alleluia.
Attenzione, lo fa in zone d’ombra che lo rendono indistinguibile e che permettono di celare le sue magagne fisiche: ma allora, non potevate usare prima questi espedienti invece di farlo sproloquiare per tutto il film? Mannaggia a voi. E alla fine, preso da un profondo sconforto, non mi resta che stroncare il lungometraggio di Hauer citandolo direttamente: «Ho visto cose che voi umani…».

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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