Ghost in the Shell (2017) Perché c’è un ghost in me

Una sera a cena lo sceneggiatore Ehren Kruger mandò giù impepata di cozze con contorno di peperonata ai quattro formaggi, e la notte giustamente dormì agitato. Sognò il Fantasma del Buon Gusto Passato che lo fissava e lo additava con fare crucciato, posandogli poi sul comodino la cartuccia di un fucile. Il messaggio era chiaro: se scriverai una buona sceneggiatura, userò quella cartuccia per ucciderti.
Poi il fantasma si tuffò nella cartuccia e Kruger si svegliò, tutto sudato. Si voltò e vide che sul comodino c’era ancora una cartuccia: non era stato un sogno! C’era davvero un fantasma nella cartuccia… Un Ghost in the Shell!
Raccontato il sogno alla Paramount, subito gli affidano 110 milioni di cucuzze per sventare la minaccia del fantasma: non sia mai che scrivesse una buona sceneggiatura.

Il fantasma del Buon Gusto Passato

Cos’è che facciamo ai cadaveri prima di esporli durante il loro funerale? Li abbelliamo. Il cinema statunitense è morto, da anni, ma il suo cadavere è il più bello di tutto l’obitorio.
Presentato il 16 marzo 2017 in Giappone, la Paramount porta subito in Italia il 30 marzo successivo (fonte: ComingSoon.it) uno splendido cadaverino ben truccato: Ghost in the Shell, palese disperato tentativo di acchiappare pubblico facile andando a toccare un prodotto molto amato da almeno vent’anni: il risultato però non sopravviverà ai canonici venti giorni…
Il cinema statunitense ruba dai giapponesi da sempre, non è certo un mistero, e che quindi li voglia omaggiare mettendo in campo il meglio del meglio degli effetti speciali non è un’operazione sbagliata in sé: il problema è che da sempre ruba le idee… non lo stile. E questo è un dannato guaio.

Gli USA del 2017 che rifanno il Giappone del 1995

Il regista Rupert Sanders, che in realtà è un passante che si è ritrovato d’un colpo sul set, arriva il primo giorno di lavoro e trova Scarlett Johansson seduta a gambe larghe, a modellare un vaso d’argilla mentre dietro di lei Takeshi Kitano la ghermisce e la bacia, canticchiando «Ohhhhh Myyyyy loooove…»
«No!» grida il regista. «Non è quel Ghost!»
Probabilmente non è andata così, ed è un peccato. Ma che gli attori sul set non abbiano ben chiaro cosa stanno facendo mi sembra evidente. Come per esempio il povero vecchio Kitano che fa la parte dell’unico coglione che parla giapponese in Giappone. Ma che senso ha?
Fatemi capire, siamo nel Giappone del futuro, dove quasi tutti hanno tratti occidentali e tutti parlano inglese… e poi c’è Kitano che parla giapponese. E tutti fanno finta di capirlo, ma tanto il suo personaggio è talmente ridicolo che nessuno gli dà retta. Peccato, perché nella storia originale il suo è un personaggio di primo piano.

Takeshi Kitano: l’unico che parla giapponese in Giappone…

Che Scarlett sia bbòna non esiste uomo al mondo che possa negarlo. Solo che ha un enorme difetto: è entrata nei trent’anni, età devastante per un’attrice. Perché il buon gusto scompare e comincia a fare la zoccola come non ha mai fatto in vita sua.
L’ho già raccontato per Milla, Kate e le altre: appena un’attrice bella compie trent’anni, si infila un’abito stretto a pelle (di solito nero, ma in questo caso bianco) e fa le pose sexy. Perché non lo fa a vent’anni, quando sarebbe ancora più sexy? Non scherziamo, è il cerchio della vita: a vent’anni sei un’attrice, a trent’anni sei una milf, a quaranta sei una cougar. Non le ho scritte io le regole, ma le attrici vi si adeguano sempre.

Solo un’attrice trentenne poteva girare questa scena, per vanità di farsi vedere ancora figa

Così per anni abbiamo dovuto spiare le forme di Scarlett, quasi fossimo tutti tornati a guardare la Fenech dal buco della serratura, poi con un anno di anticipo – con Under the Skin (2013) a 29 anni – la Scarlett si è completamente denudata a favore di camera. Non sembri una critica, ci ha fatto solo che piacere, ma da quel momento l’attrice ha lasciato molto spazio alla milf che è in lei.
Qual è la trama di Ghost in the Shell? Il culo di Scarlett Johansson…

Ragazzi, io più di così non posso spogliarmi!

Eh, ma ora sto esagerando. È un film che affronta tematiche molto complesse e delicate, anzi oserei dire religiose. In questi anni di incertezza morale è necessario porsi domande che aspirino all’universale, è necessario interrogarsi sull’entità divina. È necessario farsi la domanda delle domande: esiste la vita… dopo Blade Runner? La risposta è la solita: no, non esiste.
Presa la sceneggiatura originale del primo fumetto di Shirow Masamune e del celebre anime di Mamoru Oshii del 1995, arrotolate ben bene e infilate nel cesso, il film è una parata d’effetti speciali spettacolari che nascondono solamente la triste replica di Blade Runner (1982): città del futuro con enormi donne asiatiche in pubblicità, dove tutto è ovviamente bbuio. Andiamo, dal 1982 in poi avete mai visto al cinema un futuro luminoso? Eh no, il futuro è sempre bbuio, e triste.

La tipica espressione di chi vive nel futuro bbuio

Preso giusto qualche scena azzeccata dall’originale – tipo il maggiore che si getta nel vuoto spogliandosi – tutta la trama è votata alla “bladerunnerizzazione” più becera, e il punto massimo, l’apice della profondità della sceneggiatura arriva con il dilemma morale per eccellenza: cos’è l’identità personale? E se i ricordi che ho sono falsi, io sono ancora io?
Ammazza che domandone, roba forte. Ma aspetta, c’era un film del 1982 che diceva le stesse identiche cose, qualcuno si ricorda il titolo? Forse è un ricordo falso…

Da 35 anni i pubblicitari del futuro usano solo donne asiatiche…

Il bello è che il film è imbarazzante già nei primissimi minuti, ma non per colpa sua. E qui devo lanciare una segnalazione ad Evit del blog “Doppiaggi Italioti“.

«Ti abbiamo creato un corpo nuovo: uno shell sintetico. Ma la tua mente, la tua anima, il tuo ghost… tutto questo c’è ancora.»

Quando sono riuscito a chiudere la bocca, la cui mascella era pesantemente crollata a terra, mi sono chiesto: ce l’avrò anch’io un ghost dentro di me?
Mi metto dei panni di chi ha avuto l’ingrato compito di tradurre la frase che apre il film: non metto il suo nome perché ho paura di sbagliare ad individuarlo, ma rimando alla scheda di AntonioGenna.it.
Giustamente si sarà detto: non pretenderete che io parli di “spirito nel guscio”, eh? Che qui la gente abbandona subito la sala!

Aspettatemi: infilo ‘sto ghost nello shell e vengo al bar anch’io.

Io prima ho giocato con il significato di shell, perché da che videogioco è videogioco quando devi sparare col fucile ti servono le cartucce, chiamate shell appunto. Pensate alla cartuccia di un fucile: è un involucro che raccoglie i pallini. È un guscio.
La parola “guscio” in italiano è fiacca da morire, non la puoi usare in un contesto serio: o stai tenendo una conferenza di biologia e parli dei tanti molluschi da guscio, o se no cerchi un sinonimo. Che non esiste.
Così si è buttato tutto in caciara con l’espressione “shell sintetico”: sembra una roba futuristica, e salviamo così la situazione.
Ma poi arriva il dramma…

Scusa, per curiosità: ma a me il ghost dove l’hai infilato?

Durante tutto il film è un ripetersi di ghost qua e ghost là, il ghost è mio e me lo gestisco io, perché c’è un ghost in me… E il traduttore italiano alza le mani: «Mi arrendo, lasciate ghost perché non so che cacchio metterci!»
Eppure la traduzione è facile, “spirito”, ma in effetti suona oltremodo ridicolo nel testo: purtroppo anche lasciare ghost è altrettanto ridicolo…
Per fortuna ogni tanto arriva Kitano a dire «Pocoto Pocoto» e ci risolleva il morale, dimostrando che in quanto a ridicolo ‘sto film non lo frega nessuno.

Aspetta che me lo appunto: «Pocoto… Pocoto…»

Ogni secondo del film è arricchito da splendidi effetti speciali luccicanti, tutti però completamente inutili e votati all’estetica più superficiale. Nulla viene spiegato come invece avviene nello splendido anime del 1995, che purtroppo ho conosciuto tardi ma che ho amato sin da subito.
Pare che giudicandolo noioso – avendo ritmi asiatici molto diversi dai nostri – quel piccolo gioiello si sia voluto renderlo più frizzante. L’ultimo che si è proposto un obiettivo così stupido è stato quel genio mancato di Steven Soderbergh (mancato, mancato… ma prima o poi lo beccano!) che giudicando noioso il Solaris di Tarkovskij – e già qui meriterebbe il carcere a vita – si è impegnato per farne un remake che è la definizione stessa della noia: due ore di immondo nulla inframmezzato da dialoghi stupidi.
Con Ghost in the Shell si è voluta ripetere l’operazione, rendendo noioso e stupido qualcosa che invece era intrigante e innovativo. Ma al contrario dell’escrementizia opera di Soderbergh in Ghost in the Shell appena la noia sta per dilaniarti le carni… arriva Kitano in scena e dice «Pocoto Pocoto». E ti tiri su di morale, rispondendo: «Ah Kitano: Pocoto un par de coglioni!»

Il Maggiore Mondezza in “Delitto nel futuro”

La fantascienza americana è uno shell senza ghost, un guscio vuoto, un cadavere che sta lì da anni ad essere truccato nel migliore dei modi, ma è palese che sia un cadavere.
Agli italiani va bene così, l’importante è che ci siano tante lucine e che Scarlett mostri il culo, ma forse tutto questo non basta, visto che gli incassi del primo weekend hanno lo stesso spessore della trama di questo film…
Ma non voglio chiudere con una nota amara, sebbene il fim lasci addosso tanta amarezza. Consoliamoci pensando che Zucchero aveva già previsto tutto negli anni Ottanta…

Dài che non siamo dei cyborg
Le tentazioni dello shell
Sono cose piccanti
Belle da prendere al volo
Accendi un ghost in me
Perché c’è un ghost in me, baby

L.

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20 risposte a Ghost in the Shell (2017) Perché c’è un ghost in me

  1. Denis ha detto:

    Shell poteva essere tradotto penso anche come invulcro o no?
    Si gli americani rifanno in pratica i bellissimi film anime ’80 e ’90 non capendo il tessuto filosofico dei giapponesi che avevano capito subito Dick e lo spersonalizzione dovute agli eccessi della tecnologia e poi il film del ’95 durava molto meno e c’e l’ho in dvd come anche il seguito Innocence l’avranno semplificato per i redneck come disse un mio amico”il paese degli hamburger e patatine”

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, con la stupida scusa di “semplificare” in realtà creano prodotti ridicoli e stupidi, totalmente incomprensibili.
      I giapponesi negli anni Novanta avevano davvero fatto propria la “filosofia del futuro” che il cinema americano non ha mai capito. Per i redneck esiste solo Blade Runner perché è talmente di grana grossa che pure il contadino del Kentucky può capirlo, e pensano che qualsiasi film di fantascienza debba essere una roba simile, altrimenti è noioso…

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  2. Evit ha detto:

    Mi dispiace tanto che ti sia toccato vedere questo film. Tu che già mal sopporti Blade Runner… non vedo punizione peggiore.

    Riguardo l’adattamento, noto di aver creato dei veri e propri mostri nei miei lettori! Ahah. Mi dispiace dirlo ma l’ho trovato molto elegante. Considera questo: il titolo deve rimanere in inglese perché l’originale di chiamava così, esigenze di mercato decise dai distributori, il dialoghista ha trovato nei primi dialoghi del film il modo di “spiegare” (o introdurre almeno) i due concetti di “ghost” e “shell”. Cosa che molti altri dialoghisti della domenica non si sarebbero neanche curati di fare e te li avrebbero citati senza alcuna spiegazione iniziale, dando per scontato che il pubblico li capirà comunque. Triste a dirsi ma nel 2017 questo è davvero il modo migliore di adattare un film del genere, davanti allo stesso testo lo avrei fatto anche io perché non c’è modo migliore in questa particolare circostanza. Se fosse stato dato in mano a gente come Cosolo (tristemente noto per i nuovi Guerre Stellari) avremmo avuto parole lasciate in inglese a caso e mai giustificate, invece in Ghost in the Shell se ci fai caso le uniche parole in inglese erano appunto Ghost e Shell, ed entrambe introdotte concettualmente a chi non le avesse mai sentite prima in quel contesto. In un film cyberpunk ti renderai conto che siamo davanti ad un miracolo praticamente.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sapere che questo è il meglio che si possa fare mi mette addosso ancora più amarezza 😀
      Vent’anni fa i giapponesi usavano la parola “ginoide” (ignota agli americani) e il traduttore italiano non aveva problemi a usarla senza spiegazioni, sebbene anche in Italia sia ignota. Semplicemente perché chi vede questo tipo di film si presume abbia un’infarinata di certi concetti. Ma i giapponesi sono strani… Meglio la MacFanta, dove tutto va spiegato perché l’ultimo dei redneck del Kentucky capisca: io sono della generazione della velocità Warp, che nessuno me l’ha spiegata ma sapevo che voleva dire “tanto tanto veloce” 😀
      Non ricordo che l’anime del ’95 mi abbia spiegato così minuziosamente il titolo, fosse perché non partiva dal presupposto che io, spettatore, fossi così distratto da non capirlo da ciò che succedeva, o troppo stupido per arrivarci senza il “Fanta for Dummies” spiegato ad inizio film.
      Comunque questo vuol dire che nel prossimo film sulla Bibbia, lo Spirito Santo in Italia sarà doppiato Santo Ghost? 😀

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      • Evit ha detto:

        Se all’inizio del film già mi spieghi cos’è la parola inglese che andrai ad usare durante tutti i rimanenti 100 minuti, Evit è già contento. Nel 2017 questo è il massimo che si può desiderare, perché oggi l’unica altra alternativa è che ti parlassero di ghost e di shell senza alcuna premessa, dando per scontato che lo spettatore sappia cosa significhi o alla peggio delegando ad internet la sua spiegazione. A chi già conosce i concetti non darà fastidio perché è letteralmente una piccola frase all’inizio che li espone e basta. A chi vorrebbe vederli tradotti in italiano non resta che una macchina del tempo per portare il copione negli anni ’70.
        Come scelta la trovo elegante perché i due concetti sono presentati con un brevissimo scambio di battute facilmente accessibile a tutti. Di meglio oggi era impossibile.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Nel mio mondo immaginario e fatato mi immagino splendide locandine con la Sarlett “a pezzi” e con su scritto “Il corpo e l’anima”. Lo so, puoi dire che sono un sognatore, ma non sono il solo… (spetta, mi sa che questa l’ha già detta qualcuno 😀 )
        Comunque passiamo da un eccesso all’altro. L’altro giorno in un romanzo ho trovato la frase “era il vero McCoy”: il traduttore non se l’è sentita di andare ad informarsi e ha tradotto letteralmente, con una frase che ovviamente non ha alcun senso in italiano. E’ come se in un romanzo in lingua inglese trovassero “Too much go the she cat that leaves the little paw” 😀

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  3. Evit ha detto:

    Questo articolo è ricco di frasi fenomenali che riproporrò nella vita di tutti i giorni.
    Quella del cadavere più bello dell’obitorio è bellissima.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mutatis mutandis è frutto della mia passata passione per il commediografo Neil Simon. In “Hotel California” uno dei personaggi interpretati da Walter Matthau era un grande vanesio, che non accettava la vecchiaia e si faceva sempre bello. La moglie, per prenderlo in giro, gli diceva che sarebbe stato il più giovanile di tutto il cimitero. 😀
      Purtroppo più spendono soldi e più migliora la tecnologia più il cadavere marcisce: non basta la vanità della Scarlett finto-nuda a masacherare la puzza…

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Ovviamente non l’ho visto, ormai ho sviluppato la pazienza di un asceta e posso attendere il passaggio in TV. O il cestone delle offerte del Trony (scioccante, ci trovai a più riprese i dvd di Hellboy, live e animati)…

    Comunque, tradurre ghost con spirito non mi convincerebbe: è più adatto fantasma – potrei accettare anche spettro, nella mia ignoranza – e mi chiedo se Shirow avesse scelto la parola ghost per “anima” (ego, psiche, mente, kokori, che ne so) per dare un sottinteso funerario al concetto.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so l’originale giapponese, ma per l’inglese la traduzione può essere solo “spirito”, visto che in quella lingua il nostro Spirito Santo è tradotto con “Holy Ghost”. Il concetto è appunto di inserire lo spirito (cioè entità “divina”) in un corpo (entità concreta), un gesto quasi sacrilego ma che invece è rispettoso: nel futuro i corpi non avranno alcun valore ma lo spirito (ghost) sarà sempre sacro. E se invece la creazione di falsi ricordi desse al soggetto solo la parvenza di avere uno spirito?
      Tutta roba vecchia, roba anni Ottanta splendidamente ripresa dai giapponesi quando in Occidente già non fregava niente a nessuno, e qui riproposta in modo puzzoso come semplice intervallo fra una valanga di inutili effetti speciali e l’altra…

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      • Giuseppe ha detto:

        Che poi l’alternativa alla parvenza di spirito data dai falsi ricordi rimarrebbe l’effettiva presenza di una qualche forma di spirito “sintetico” – coincidente con il ghost di Shirow e Oshii e traducibile comunque come spirito- generata da quella che a tutti gli effetti è una nuova e più sofisticata forma di vita: ginoide, cyborg, androide, replicante, le sfumature dello “shell” non mancano… ma mi rendo conto che oggi questa interpretazione rischia di essere già di troppo per quel pubblico annoiato ed insofferente ad ogni minimo tentativo di approfondimento considerato a prescindere come “pippone” e “spiegone” (magari capacissimo di ascrivere in tali categorie anche le riflessioni cyber-esistenziali del maggiore Kusanagi nello stupendo anime del ’95, quando ne ha scoperto l’esistenza), pubblico che immagino correrà spensieratamente in massa a vedere la trasposizione cinematografica di Sanders. Forse qualche anno fa l’avrei fatto anch’io, ma ho visto troppo GITS nel frattempo (sia lungometraggi che serie) per prendere la cosa a cuor leggero: sia chiaro, la scelta di Scarlett nel ruolo della protagonista principale a me sta benissimo, solo dispiace che alla fine questi “geni” della semplificazione la riducano ad essere in pratica l’unica vera e sola ragione per cui vedere il film…
        P.S. Parlando di cyberspazi e cyborg, mi sembra corretto chiosare di nuovo alla Zucchero:
        Al mare di dati era pronto
        si connesse all’una
        e dietro una backdoor di stelle… se la innestò! 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahah Zucchero sta bene su tutto 😛
        Anch’io sto rispolverando le serie animate di GITS ed è davvero impensabile che prodotti di una qualità così alta, di un approfondimento così denso, possano anche solo vagamente finire su uno schermo americano: basta mettere robotti che robottano e il pubblico è contento.
        Ah, e in Italia l’importante è sparare la parola chiave “cyberpunk” a cazzo, che gli spettatori si sciolgono!

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    La riflessione finale con tanto di citazione è la perla di Pasquetta…anche se un po’ amara, ma, d’altra parte, veritiera!
    p.s. auguri a tutti!

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  6. Cassidy ha detto:

    Ho già programmato il pezzo su blogger, ma anche questa volta siamo d’accordo, con la cover di Zucchero mi hai fatto ridere un sacco, ma è sulla battuta sull’odioso Soderbergh che hai vinto tutto, per altro centrando in pieno il concetto. Questo è un altro di quei film che ti fa quasi passare la voglia di vedere tutti i film usciti dopo l’anno 2000. Sulla questione doppiaggio poi, come mai nel film del 1995 pur mantenendo “Ghost” e “Shell” come termini tecnici, il senso funzionava e qui sembra solo una parlata g-g-g-giovane del futuro? Se non rifletti suoi temi legati a quelle parole, ma li elimini dalla storia, restano solo parole inglesi infilata a cacchio. Lo scazzo con cui Beat ha ritirato l’assegno me lo ha reso ancora più mitico 😉 Cheers

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  7. Austin Dove ha detto:

    a me non sembra che il cinema usa sia morto, ma come qualsiasi cosa forse gli mancano i maestri.
    e poi si sa che la scarlett è talentuosa

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se non è morto, è molto bravo a fare il cadavere 😀
      Ogni grande filmone è il remake di roba d’annata studiata solo per acchiappare qualche spettatore: missione che fallisce regolarmente, visti i magrissimi guadagni al netto delle spese. Sono solo occasioni per far lavorare i grafici e i tecnici degli effetti speciali, perché di contenuti non se ne vedono da molto tempo…

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  8. loscalzo1979 ha detto:

    A me è garbato, considerando che c’era Sanders – ripeto: SANDERS!!! – a dirigere il film, la suprema merdata era praticamente all’angolo.

    E La Johansson sarà fregna pure a 50 anni, c’è poo da fare

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