[Il Zinnefilo] Hellraiser 4 (1996)

Ecco il consueto disclaimer:

Qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, contro persone e animali è sempre biasimevole e condannabile, e guardare foto di donne adulte e consenzienti che volutamente si sono spogliate davanti ad un obiettivo non ha alcun legame con questo principio né lo annulla.

Ribadisco infine il solito avviso:

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post! (invece di guardarle e poi andare in giro a lamentarvi)

Il film di questa settimana è Hellraiser 4. La stirpe maledetta (Hellraiser: Bloodline, 1996).

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[Asylum] Air Collision (2012) Air Cialtr One

In questa Italia eternamente impegnata in vergognose campagne elettorali senza fine, è rimasta un’unica certezza: che il canale Cielo ogni mercoledì ci regala un filmaccio in super anteprima!

Un modo fighetto di indicare la spazzatura

Per il ciclo “Fatal Destination” e “Bizzarro Movies” (nome farlocco che si è inventata la Dynit Minerva) mercoledì scorso, 21 febbraio 2018, ho avuto l’onore e il piacere di registrare una delle mitologiche minchiate di una casa senza vergogna: Air Collision.
Uscito il 27 marzo 2012 in patria americana, non ho trovato traccia di distribuzione italiana in home video: magari è già apparso in TV, nel caso fatemi sapere.

Più che una collisione è una collusione, con la cialtroneria

La casa la conoscente, The Asylum, l’unica e insostituibile. Siamo nel 2012 del noioso Hold Your Breath ma anche dell’ambizioso Rise of the Zombies, così come del divertente 2-Headed Shark Attack.
L’esordiente Liz Adams ha carta bianca sia nella regia che nella sceneggiatura: e sappiamo tutti cosa succede quando l’Asylum ti dà carta bianca… Quello che poi devi pulire non è cioccolata.
Mentre scrive Shark Week, sempre del 2012, Liz Adams fa in tempo a creare un classico titolo “Disastri Aerei di serie Z“.

Oddio, Liz, ma che sceneggiatura hai scritto? Qui non si respira…

Viene lanciato un nuovo satellite che da solo potrà guidare automaticamente tutti gli aerei del mondo, e appena entra in funzione fa cortocircuito e distrugge tutti gli altri satelliti in orbita intorno alla Terra, che cominciano a cadere giù. In due secondi netti abbiamo una catastrofe senza neanche un sottotitolo a spiegarci qualcosa.
Perché il super-satellite è durato meno della batteria di un cellulare? Perché ha fatto cascare tutti gli altri satelliti? Basta, troppi “perché”: è la Asylum e tanto basta.

Mi sa che gli “8 sotto un tetto” te li sei mangiati!

Intanto Bob Abbot (il simpatico Reginald VelJohnson della serie TV “8 sotto un tetto” ma soprattutto aiutante di McLane in Die Hard) è un controllore del traffico aereo che c’ha l’occhio di lince: quando vede che il cielo crolla comincia a subodorare che qualcosa non vada.
Visto che gestisce la zona con più traffico aereo al mondo, pensa bene di fare una richiesta: non è che tutti gli aerei possono un attimo atterrare così capiamo cosa succede? Ma solo un attimo, eh? Una sonora pernacchia è tutto ciò che ottiene.

McLane, dove sei quando c’è bisogno di te?

Dopo cinque minuti di film ci sono già così tanti personaggi che si perde i filo, la Adams apre così tante sotto-trame che alla fine te lo scordi il satellite. Impossibile riassumere tutto, anche perché della distruzione della Terra non sembra fregare niente a nessuno: l’evento più grave del film è che il Presidente degli Stati Uniti e la sua famiglia sono a rischio, sull’Air Force One. Non esiste pericolo più grande nell’universo.
Ma intanto l’Air Force One è andato in tilt – Perché? Perché sì! – e spara a tutto ciò che vede: anche ad un aereo passeggeri.

Fossi in voi allaccerei le cinture…

L’aereo passeggeri è andato in tilt pure lui – Perché? Perché sì! – ma nulla incrina la totale fiducia del pilota nei suoi mezzi: non appiamo più il radar né il GPS? E a me che me ne frega a me, mi oriento col sole! (Potreste pensare che io stia scherzando, purtroppo non è così.)
Mentre le varie storie cialtrone si intersecano cercando di mostrare il peggio che la Asylum possa fare, arriva il momento di puro genio, il capolavoro assoluto che dimostra quanto la casa sia la regina della Z.
L’aereo passeggeri in questione viene attaccato dall’Air Force One, che manda un missile… il quale però non esplode! Perché? Perché sì! Anzi, perché no! E l’equipaggio subito afferra il missilone… e lo butta fuori dalla voragine aperta dello scafo… come se non esistesse risucchio o sbalzi di pressione! CAPOLAVORO!!!

Questo missile qua devi metterlo laaaaaa!

L’unica altra scena che raggiunge alte vette, di stupidità però, è quella in cui la tecnica che col suo portatilino ha la soluzione per tutto non riesce a raggiungere la base militare perché c’è traffico. E per traffico intendo tre macchine parcheggiate nel deserto, a dimostrare i grandi mezzi della Asylum.
Per fortuna passa di lì un ciclista, presenza abituale dei deserti americani, e la tecnica gli prende la bici: durerà solo 10 secondi, poi si romperà la catena dimostrando la totale inutilità di tutta la sequenza. E questo la rende perfatta per la Asylum!

Un’eroina che non si dà mai per spacciata!

A parte la scena del missile, che m’ha fatto cadere dalla sedia a forza di ridere, è davvero un film noioso come la Asylum ci ha abituato ai vecchi tempi, prima di puntare molto di più sulle buffonate che almeno una risata te la strappano.
Qui purtroppo si puntava ancora sulla trama, che è sempre un grave errore per la serie Z. Per fortuna poi la casa ha fatto di tutto per guarire da questa brutta malattia della sceneggiatura…

L.

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Guida TV in chiaro 23-25 febbraio 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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Barb Wire (1996)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

È indubbio che i nostri adorati film d’azione creino sempre grandi aspettative soprattutto in base al loro protagonista: così, se ci gustiamo un lungometraggio in salsa Stallone, sappiamo che prima o poi il nostro smascellerà in stile «Adrianaaaa!»; se assistiamo ad una pellicola con Schwarzenegger metteremo la mano sul fuoco sulla presenza di un sigaro fumato con impagabile machismo; se scegliamo un action con Bruce Willis potremo scommettere su quanti minuti la sua maglietta resterà immacolata da fiumi di emoglobina. Per la medesima logica, se tentassimo l’azzardo di vedere un film “botte & calci” avente come protagonista Pamela Anderson (questo passa il… postribolo), ci creeremmo un enorme campionario di aspettative circa l’esibizione, insistita e smodata, delle… tette. Nient’altro desideriamo: solo tette. Pertanto, in ossequio a cotanto auspicio, avventuriamoci nel futuristico mondo di Barb Wire. Che Dio ce la mandi buona. E, è proprio il caso di dirlo, con zinne abbondanti ancorché rifatte.

Una pistolona… e due Pamelone!

A tale proposito l’inizio è stra-promettente visto che la nota maggiorata balla sensuale in un locale di lap dance, bagnata da scrosci d’acqua e con i capezzoli che, birichini, fanno capolino dall’attillato vestito; l’educato e forbito punto di vista dello spettatore è inquadrato alla perfezione dal bercio sguaiato di uno degli avventori: «Fammi issare la bandiera in tuo onore». Fin qui tutto bene. Anche la precedente spiegazione per cui siamo nell’avveniristico 2017 (eh già, son passati un po’ di anni dai mitici ’90) dove un gruppo di potere con sembianze neonaziste ha assunto il controllo degli USA a discapito di un nugolo di ribelli democratici cui appartiene Barbara “Barb Wire” Kopetski (la Pamelona stelle & strisce), convince e quasi avvince visto che l’anno testé citato ha visto la presa di potere di Donald Trump. Tuttavia, proprio allorché le allusioni procaci e le previsioni stile mago Otelma sembrano indirizzare il film verso la giusta strada, un primo corto circuito insinua l’ombra del sospetto: quando lo stesso avventore che sembrava incarnare tutti noi chiama la protagonista “baby” e chiede uno spogliarello integrale si becca un tacco a spillo in bocca. Letteralmente. Manco l’avesse definita “bagascia”; e manco non stessimo assistendo ad uno striptease. Sento puzza di bruciato.

Il 2017 trumpiano di Pamelona

Comunque, dopo un lodevole scambio di battute («Come è il pubblico?» «Bagnato») la super carrozzata svela la sua copertura (non nel senso a noi più gradito) liberando una ragazza per ottenere il riscatto. Non proprio moralmente ineccepibile. Ma i cattivi stanno peggio visto che alloggiano in una Casa Bianca orribilmente digitalizzata e diroccata (ripararla no?), sono vestiti come Hitler e compagnia negli anni ’30 (aggiornarsi no?) e si chiamano tra loro “cittadini” (pagare i diritti a Beppe Grillo no? O viceversa?). Però va detto che la città in cui vive la nostra eroina, l’unica libera dai neonazisti, è piena di gente agghindata male, che canta male, che picchia male: pertanto, siamo sicuri che il nazismo sia il male assoluto? Sì, questa pellicola instilla anche dubbi inconcepibili.

Il futuro è troppo stretto per contenere tutte le Pamelone!

Intanto, per almeno mezz’ora, Pamela fa di tutto: spionaggio, spara, marzialeggia (addirittura), fa incontri sadomaso, gestisce un bar. Il problema, grosso, è che sono tante attività accozzate per far vedere che le fa lei ma senza una logica, un contributo ad una trama ancora inesistente. E senza che si vedano tette, dopo quell’abbocco iniziale. In compenso assistiamo ad una collezione di pacchianate una dietro l’altra: cani che addentano scroti, camerieri pelati chiamati Riccio, dialoghi come il seguente «Ti strapperò il cuore dal costato e te lo spingerò giù per la gola» «Non sembra molto igienico».

Temuera Morrison nell’ingrato ruolo dell’ex di Pamelona

Dopo un tempo infinito veniamo a sapere che gli antagonisti sono alla ricerca di una donna-spia che potrebbe ribaltare le sorti del conflitto a loro sfavore; la suddetta gola profonda è protetta, guarda caso, dall’ex della Pamelona interpretato da Temuera Morrison: già sognate, insieme a me, la scontata riappacificazione ed il relativo rendez vous sotto le coperte, nevvero? Nell’attesa però io mi sto innervosendo dato che Barb Wire si infila in una vasca piena di schiuma e poi si abbarbica a tempo record alle labbra dell’ex. Ebbene, in questa sequenza assistiamo ad un vedo/non vedo ove prevale ottusamente il “non vedo”, Morrison confessa candidamente che la spia è sua moglie e la stessa spia, pur beccando il tradimento del consorte, non fa una piega. Quindi, nessuna nudità, trama devastata dall’insipienza, logica a prostitute, recitazioni da ergastolo. Mica male.

Il mio morale si è risollevato solo quando è apparso un tizio a cui i buoni chiedono aiuto e che così si presenta: adagiato nel cassone di una ruspa, grasso, con un inguardabile pigiama variopinto, intento a mangiare una coscia di pollo. Devono aver pensato: «Se proprio vogliamo fare un film ridicolo… non riguardiamoci». E sono stati di parola. La cosa più ridicola però è che anche il finale non ci regala soddisfazioni poppute per cui quell’esordio “bagnato” resta uno specchietto per le allodole. La delusione è stata così grande che mi sono immedesimato nei personaggi più sfigati del film: mi sento come uno a cui abbiano infilato un tacco a spillo in bocca mentre un cane gli addenta lo scroto. Che male.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Stash House (2012) Assedio con Dolph

In tempi di magra, in cui girano pochi soldi, sopravvivono e prosperano le case cinematografiche che riescono a spendere poco con prodotti che sembrino più costosi di quanto non siano. Soprattutto se sfornano horror.
Proprio in questo campo esordisce, con l’intrigante Fertile Ground (2011), la After Dark Films, che diventa subito fra le prolifiche regine dell’horror, prima di scomparire nel nulla a cui appartiene.

Dopo il buio… arrivano i filmacci di questa casa!

Nel 2012 la casa ha un’ideona ona ona: perché non buttarsi anche sull’action, che tanto i divi vengono via un tanto al chilo?
In questo solo anno trovano un’opportunità di risplendere ben quattro film d’azione di bassissimo profilo, presentati però come prodotti di punta pur essendo minuscoli: Dragon Eyes con un Van Damme catatonico che fa il maestro marziale del tristissimo Cung Le; El Gringo, imbarazzante tarantinata con l’inutile Scott Adkins; Philly Kid, ennesimo clone di Lionheart (1990) in salsa mma, e Stash House con lo svedesone che non perdona.
E se dovesse perdonare? No, non perdona…

Gioco di parole fra “casa” (house) e “nascondiglio” (stash house)

In questo 2012 Dolph Lundgren in un’intervista rivela al mondo qualcosa di incredibile: essendo un atleta beve con moderazione, ma quando vuole rilassarsi… beve Fernet Branca! Essendo io un estimatore dei grandi amari italiani, questo particolare me lo rende ancora più simpatico di quanto già non mi sia.
La prossima volta che chiudete un pasto con un Fernet, fatelo alla salute di Dolph…

Sopra tutto… Fernet Lundgren!

Diretto dallo stesso inutile Eduardo Rodriguez di El Gringo e sceneggiato da Gary Spinelli – l’uomo che dopo aver fumato il proprio cognome ha scritto quella buffonata di Barry Seal (2017) con Tom Cruise – Stash House esce l’11 maggio 2002 probabilmente nel solo home video.
La Koch Media lo porta in DVD e Blu-ray italiani dal 21 febbraio 2013, inventandosi il lancio «Dagli autori di Matrix e Arma letale». Boh…

Ciao, siamo i Nash e abbiamo scritto “bersagli” in fronte

All’epoca avevo molte speranze nella carriera di Sean Faris, che dopo essere stato lanciato con Never Back Down (2008) ed essere apparso in King of Fighters (2010) faceva legittimamente pensare ad un bravo attore marziale in cerca del ruolo giusto. Poi però Freerunner (2011) mi aveva fatto capire che l’attore stava miagolando nel buio, e infatti dopo questo Stash House il povero Sean si è perso. L’ultimo suo avvistamento è in un inutile ruolo da tappezzeria in Female Fight Club (2016).
Sembra andare meglio a Briana Evigan, lanciata da Step Up 2 (2008) – e tornata in Step Up All In (2014) – che ha capito come danza ed arti marziali siano simili: mai usarle per la carriera, se poi non si è disposti a continuarle. È rimasta invece nel campo thriller-horror che si mangia di più.

Cara, ti ho preso un pensierino: una villa con giardino…

David Nash (Sean Faris) stupisce sua moglie Amy (Briana Evigan) comprando una splendida villetta con giardino, vantando un fantomatico affarone per cui quella nuova casa verrebbe via per un tozzo di pane. I due non fanno in tempo a fare un giro dello stabile che scoprono una parete piena di coca. No, non è la dispensa con la scorta di Coca-Cola, è proprio una parete piena di coca!

Come mai tutto questo zucchero è impacchettato così?

Subito avvertono il buon vicino Ray (Jon Huertas) il quale accoglie la notizia a suon di pistolettate. Rientrati di corsa in casa, dalle telecamere a circuito chiuso vedono arrivare due metri di carne svedese parecchio incazzata. È iniziato l’assedio.

Stanotte qualcuno assaggerà carne svedese…

In realtà si tratta di un tipo di assedio un po’ diverso, nella variante home invasion in cui di solito i “buoni” fanno fronte unico: nell’assedio classico invece il pericolo si annida proprio fra le insanabili differenze fra i “buoni” che li separano e impediscono loro di fare fronte unito.
Lo sceneggiatore spinellone a sorpresa riesce a tirar fuori 100 minuti puliti di storia non banale, o almeno non così banale come si potrebbe pensare visto il livello della produzione. Quello che sembra un cast ridotto all’osso – due buoni contro due cattivi – d’un tratto si trasforma in una mattanza dove scorre molto più sangue di quanto faccia immaginare il soggetto.

Aprimi, Sean, che ti porto fra i Mercenari…

A forza di vedere robaccia che offende gli occhi sono diventato più sensibile ai film che invece tentano onestamente di inventarsi qualcosa che non faccia bestemmiare lo spettatore. Non sto dicendo che Stash House sia un filmone, ma se paragonato con gli altri citati del 2012 della stessa casa, be’ siamo su un livello parecchio più alto. La sceneggiatura non è un cadavere lasciato al sole d’estate, come è facile in questi piccoli prodotti, ma addirittura fra colpi e contro-colpi di scena la storia rimane tesissima fino all’ultimo fotogramma.
Ripeto, siamo sempre nel campo della serie Z, ma addirittura qui si potrebbe promuovere il film a serie B: è un onesto prodotto di intrattenimento che tenta di tenere vivo l’interesse dello spettatore con ogni mezzo, con trovate magari non sempre geniali ma neanche cialtronesche.

Ti ho mai raccontato di quando ho menato Stallone?

Dolph non fa che dimostrare che la sua pellaccia è ancora due metri sopra il livello medio dei suoi coetanei action heroes. Il suo carisma è potente in ogni scena e ogni volta che è inquadrato si mangia l’obiettivo: il povero Sean Faris non ha davvero alcuna speranza.
Un attore che è sempre in grande spolvero e una trama che addirittura non ti fa desiderare di strapparti le orecchie: già solo questa è un’accoppiata rarissima da incontrare nel mondo zinefilo!

L.

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Camino (2015) Fuga nella giungla

Ve la ricordate la neozelandese Zoë Bell, stuntwoman d’eccellenza che a un certo punto sembrava proiettata verso un luminoso futuro nell’action di serie Z? Il futuro è arrivato, la Z è arrivata… ma dell’action non ce n’è più traccia.
Appena la vedo sbucare in un film distribuito in questi giorni dalla Eagle Pictures non resisto: non posso farmi sfuggire un’actionwoman di questa caratura: così ho avuto il grandissimo dispiacere di vedere Camino, che sembra un titolo spagnolo invece è il posto dove vuoi buttare ’sta robaccia per bruciarla.

Il cammino verso la noia

Il film compare magicamente allo statunitense Fantastic Fest il 26 settembre 2015 e da allora vegeta in giro, di nascosto. La Eagle Pictures, dicevo, lo porta in DVD e Blu-ray dal 31 gennaio 2018 con il titolo Fuga nella giungla.
Alla regia c’è lo stesso Josh C. Waller ha regalato a Zoë l’ottimo Raze (2013), che in confronto a questo è un capolavoro senza tempo: cos’è successo a questa coppia artistica che sembrava destinata a grandi cose? Forse il problema è che hanno lavorato per la Bleiberg Entertainment, piccola casa di minuscoli film con splendide locandine: la specialità della casa è dare accoglienza a star grandi e medie e far fare loro porcate immonde molto economiche, che però sembrino grandi quando vedi la locandina.
Da notare come il sito ufficiale della Bleiberg ignori questo film: ha fatto schifo pure a loro!

Un prologo bruttissimo con comparsata (inutile) di Kevin Pollak

Il prologo più lungo, noioso, cialtrone e sgradevole della storia ci spiega che Avery (Zoë Bell) è una fotoreporter premiata di quelle che cambiano la storia: le sue foto di guerra hanno conquistato il mondo e ispirato le nazioni, per questo fa un po’ triste vederla ubriaca a rimorchiare maschi a caso. Serve a capire meglio il personaggio? C’era bisogno della scena in cui rimorchia un uomo qualsiasi per poi accorgersi che era il marito e poi passare la notte a discutere, ammorbandoci a morte? No, non c’era alcun bisogno di questa cialtronata, visto che la cosa non avrà minimamente importanza ai fini della trama.
Va be’, usare l’espressione “trama” vorrebbe dire ammettere che Daniel Noah ha scritto una sceneggiatura, cosa assolutamente non vera.

Ma sono tutti così bellocci i colombiani?

Dopo trenta minuti passati a spiegarci la crisi di coppia di Avery con suo marito, che ha attraversato il mondo per venire a spiegarsi con lei, che intanto viene scaricata da ogni uomo in città, la fotoreporter accompagna dei soldati ad una missione in Colombia.
Aspetta, ma perché li accompagna? E perché mandano il generale Vargas di Bananas (1971) dai missionari? E perché ci sono dei missionari nella giungla colombiana? E perché una fotoreporter dovrebbe andare a fotografarli? Basta domande, il prologo è finito e non c’è tempo per spiegare la trama del film: tutto è stato occupato da Avery che cerca di scoparsi il bancone del bar.

Il bianco e nero fa tanto “fotoreporter impegnata”

Due riprese del giardinetto sotto casa sono la giungla colombiana, che si sa che la Colombia è un paese arretrato rimasto all’età della pietra; ogni singola parola pronunciata dai soldati colombiani è riferita alla cultura pop americana, perché in fondo non esiste altro argomento al mondo; Avery gira con una borsetta di due centimetri ma scatta dieci milioni di foto: evidentemente secerne pellicola fotografica da se stessa.
Aspetta, ma esistono ancora i rullini? Da una frase detta all’inizio forse sembra di capire che potremmo essere nel 1985, ma non è chiaro: in fondo si sono persi trenta minuti ad analizzare la relazione di coppia di Avery, non è che si possono buttar via altri minuti a farci capire che cazzo di film stiamo guardando.

Cioè, davvero una volta si infilava un rotolino qua dentro?

Dopo quindici ore passate a chiacchierare del più e del meno, col generale Vargas che spiega come le mutande vadano portate sopra i vestiti, d’un tratto si scopre che questi ha nello zainetto duemila quintali di droga. In fondo siamo in Colombia, no?
Così Avery scopre che il buono che sta accompagnando non è buono, e ovviamente il generale Vargas – che in realtà si chiama Guillermo ma è troppo stupido e preferisco chiamarlo come il film di Woody! – avendo a disposizione milioni di miliardi di chilometri di foresta disabitata cosa fa? Scambia quintali di droga dietro un ramoscello, a due passi dalla missione strapiena di gente. Un genio colombiano.
Ovviamente viene visto e per salvare la situazione dice che la droga l’ha portata Avery e tutti ci credono: va be’, so’ colombiani, no? Agli occhi degli americani stanno un gradino sotto le blatte.

Scena “maschia” totalmente sprecata e fatta malissimo

Quindi ora, dopo mille ore di noia mortale, il film entra nel vivo e Zoë Bell si trasforma in Ramba, correndo nella giungla ed affrontando uno per uno i suoi inseguitori e preparando trappole come Predator. Ehhh, ve piaceresse!
Dopo aver fatto credere tutto questo, la nostra Zoë si limita a rantolare di qua e di là, a trascinarsi non si sa dove mentre i decerebrati che la inseguono non la trovano pur stando tutti a un metro di distanza. E quando la trovano parlano per dieci ore prima di tentare di ucciderla, così da morire di noia tutti quanti.

Sembra Ramba, ma è solo tanto rimba

I 103 minuti di questa immonda porcata sembrano venti ore di noia appiccicosa, con fiumi di parole sputate a caso e mille occasioni sprecate in modo cialtrone. Me l’aspetto dalla Eagle Pictures, che porta sempre il peggio in Italia, ma da Zoë onestamente era lecito aspettarsi qualcosa di meglio. E bastava immensamente poco a fare meglio di così…

L.

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Hellraiser 4 (1996) La stirpe maledetta

I problemi di lavorazione e distribuzione del terzo film scoraggiano Miramax e Dimension Films dal proseguire oltre la saga di Hellraiser. Basta, gli anni Ottanta sono finiti e quindi è finito anche il franchise. Ma però… che dite, un altro film lo facciamo? Ma sì, dài, che problemi potrà mai dare? L’inferno è pieno di pessime idee…

La saga che ti sega!

Si avvicina al decennale la svolta di Clive Barker, da romanziere a cineasta, ed è già ben chiaro che con il cinema non ha più molto da spartire. Sono lontani i tempi in cui nelle interviste affermava che l’editoria gli andava stretta, che il cinema aveva gli strumenti adatti per la sua visione: ora basta sussurrargli “Hellraiser” perché gli sanguinino gli occhi.
Visto che – come lui stesso anticipa almeno dalla metà del 1994 – per la terza volta si limita a fare il produttore esecutivo di un sequel del suo geniale primo film, Barker è intervistato ancora sull’argomento ma lo stile è completamente diverso rispetto alle sue dichiarazioni di qualche anno prima. «È un prodotto che avrebbe dovuto morire tempo fa», dice a Lisa Stone di “Sci-Fi Entertainment” n. 5 (febbraio 1995) in relazione al filone di film che fino a qualche anno prima sembrava il suo biglietto da visita.

“Sci-Fi Entertainment”
n. 5 (febbraio 1995)

«Se qualcuno mi avesse detto “Ehi, Clive, non si faranno più Hellraiser“, io non mi sarei di certo messo a piangere. Ma quando un regista vuole mettersi a fare un film basato sul mio lavoro, non posso dire “Be’, io non voglio averci nulla a che fare”. Al contrario, devo ficcarci il mio dito e cercare di aiutare a fare un prodotto migliore.»

Il ragionamento è chiaro: io ci sputerei in faccia, a Hellraiser, ma metti che si alzano due spicci voglio la mia parte. Si sente ancora il grande sognatore idealista che aveva visioni dell’inferno… Più che produttore esecutivo, Clive Barker assomiglia ad un cenobita messo a guardia del suo inferno personale!

«Ad essere onesto credevo che Hellraiser III fosse l’ultimo capitolo, ma si sa che Hollywood è fondata sul puro profitto, quindi si va avanti anche se non c’è nulla da dire.»

Che brutta e cattiva, Hollywood, che ha costretto Clive Barker a fare il produttore esecutivo di un’opera in cui non crede, e sulla quale sta mettendo il suo nome ancora oggi, a trent’anni dalla nascita. Quanto sono antipatici quelli che ti costringono a incassare soldi che non vuoi…

Si sente che Clive proprio non ci crede, nel progetto

Chi invece non si lamenta è Doug Bradley, l’attore ingaggiato per la quarta volta ad interpretare Pinhead, il “capoccia-di-spilli” ormai simbolo della saga. Sembrano davvero lontani i tempi di Liverpool in cui guidava la Dog Company, sua compagnia di teatro sperimentale a cui (non si sa in quali ruoli) partecipavano anche Barker e Peter Atkins, quest’ultimo sceneggiatore della saga dal secondo film in poi.
Alla citata rivista Doug racconta di essere cresciuto negli anni Settanta con i film horror della Hammer e di aver poi riscoperto ed apprezzato i classici, considerando La moglie di Frankenstein (1935) il suo film preferito. E poi è connazionale di Boris Karloff, e come lui adora il cricket. «Ciò che credo renda speciale Pinhead è che non esiste niente di simile in giro.»

Malgrado gli spilli, però, otto anni cominciano a vedersi sulla pelle…

Questo successo gli ha aperto le porte di un inferno molto particolare: quello delle convention, dove i fan gli fanno domande come se lui fosse davvero un cenobita! Gli chiedono spiegazioni di passaggi di sceneggiatura dei film e gli chiedono notizie dell’inferno, finché Doug comincia a non capire più se stanno parlando con lui… o con Pinhead!

“Fangoria” n. 141 (aprile 1995)

Che il suo personaggio abbia molta più ascendente di lui lo testimonia anche un curioso fatto avvenuto durante le riprese di questo film: entrambi gli attori Valentina Vargas e Bruce Ramsay, indipendentemente, hanno sognato Pinhead! Lo confermerà poi la Vargas a “Fangoria” n. 141 (aprile 1994):

«Ho avuto degli incubi in cui Pinhead veniva ad uccidermi, quindi ero molto spaventata all’inizio del film. Mi dicevo, “Devo fare questa cosa o no?”, perché non volevo addentrarmi in questi luoghi oscuri. Alla fine mi sono detta “Magari dovrei affacciarmi per vedere cosa c’è”. Così ho fatto e mi è stato molto d’aiuto.»

Annunciato per marzo 1995, al massimo aprile, la Dimension Films fa slittare l’uscita di Hellraiser IV: Bloodline al 25 agosto, poi all’autunno successivo e magari ad Halloween. Perché quasi un anno di slittamento? La rivista “Fangoria” n. 142 (maggio 1995) ci informa che ci sono problemi in post-produzione e che stanno rimontando daccapo il film per non dover rigirare scene, che il budget è stato già messo a dura prova.

Titolo semplice, lavorazione complicata

In compenso sembrano promettenti le notizie di un videogioco tratto dalla serie, Virtual Hell, in uscita a gennaio 1996: Moreno del blog “Storie da birreria” ci spiega che le cose sono andate ben diversamente.
Dopo annunci e smentite, alla fine il film esce l’8 marzo 1996 (fonte: IMDb), mentre solamente il 31 luglio 1998 giungerà negli indifferenti cinema italiani, con il titolo Hellraiser. La stirpe maledetta, grazie a Mario e Vittorio Cecchi Gori.
Grasso che cola se rimane un mese in sala, poi nel maggio 1999 riappare in VHS Cecchi Gori: non si conoscono edizioni digitali. Dopo un passaggio su Italia1 del 23 luglio 2003 (che credo d’aver visto) e un altro il 6 marzo 2004 può dirsi conclusa la carriera italiana del film.

Splendida edizione italiana da VHS Cecchi Gori 1999

Il film è diviso in tre sezioni, tipo le commedie italiane di una volta. Solo che qui non c’è niente da ridere.
Si parte dal 2127, a bordo della stazione spaziale Minos che è piena di candele accese e fumo proveniente da non si sa dove: mi sa che è un’astronave un po’ lounge e un po’ fricchettona.
Il capitano furbone non ci pensa mica ad aprire con le proprie mani la scatola di Lemarchand, preferisce usare un androide così poi i Supplizianti se la vedranno con lui: va’, va’, vai a far provare dolore a un robot, sai le risate?
Pinhead (Doug Bradley) non la prende bene: ahò, che me stai a cogliona’?

Ideona per aprire senza rischio la scatola di Lemarchand

Arrestato il dottor Merchant (che per motivi ignoti il doppiaggio italiano trasforma in “Mett”!), questi all’interrogatrice Rimmer (che in italiano diventa Rim) attacca il pippone raccontando la storia della sua famiglia dall’Ottocento, quando andavano scavando nel Klondike e passavano le notti a Mogadiscio.
Scopriamo così che un avo del dottore: quel Philippe Lemarchand (che gli anglofoni scrivono Phillip L’Merchant per ragioni a me sconosciute) che ha costruito la scatola omonima, protagonista assoluta della saga. Su ordine del vizioso Duca de L’Isle (Mickey Cottrell), Lemarchand (interpretato da Bruce Ramsay in tutte le sue reincarnazioni temporali) dimostra la sua fama di «The finest toy maker in France» (che il discutibile doppiaggio italiano rende con «il divino creatore di giocattoli») creando la scatola a noi ben nota.

Ho inventato ’na scatola: ma sai le risate?

La moglie, eccitatissima, vuole vedere come funziona e Lemarchand glielo mostra: la scatola si gira, e torna a posto da sola. La delusione è ben visibile negli occhi della donna: diciamo che era lecito aspettarsi qualcosa di più, da cotanto inventore.

Quant’è vizioso il conte vizioso

Philippe corre a portare al vizioso conte la scatola e invece di prendere i soldi e andarsene rimane alla finestra, a spiare di nascosto le turpi pratiche del conte vizioso. Questi uccide la trovatella Angelique (Valentina Vargas), ne apre il corpo e ne asporta tutti gli organi. Poi li rimette al loro posto e richiude tutto. Oh, ognuno si diverte a modo suo.
Dopo aver fatto questo, spara un incantesimo smozzicato, qualcosa tipo «Spectare clavicola soave». Non credo sia un caso la scelta di clavicula, termine caro agli antichi e che significa “piccola chiave”: ammirando la soave piccola chiave ci si chiede cosa apra. Sicuramente una porta che non andrebbe aperta.

Ah però, posso evocarla anch’io Valentina Vargas?

Il conte vizioso apre le porte dell’inferno evocandone un demone costretto al suo servizio, che entra nel corpo della morta Angelique e ne assume le gradevoli fattezze: be’, per avere Valentina vargas ai propri ordini forse un’evocazione diabolica varrebbe la pena…

«So cosa c’è nel tuo cuore, John Merchant»

Arriviamo ai tempi nostri, nella New York del 1996, e incontriamo John Merchant, con la “t”, discendente di Lemarchand con la “d”: mi sembra che fra nomi originali e scelte di doppiaggio italiane siamo nel campo dello “sparare a cazzo”.
L’architetto ha vinto un prestigioso premio perché ha concepito una stanza a forma di scatola, che a pensarci bene ogni stanza è a forma di scatola, visto che ha sei facce (quattro laterali e due verticali), quindi siamo anche nel campo del “grazie al cazzo”.

Ammazza che architetto!

Comunque dopo duecento anni che Angelique non poteva ribellarsi al suo signore, si ribella al suo signore e da schiava diventa principessa dell’inferno. Ma perché? Seguendo quali regole? Non si sa, ma mo’ chiama pure Pinhead a darle una mano, quindi siamo anche nel campo della “trama a cazzo”.

«È tempo di fare un altro gioco»

Nel delirio improvvisato della trama pare di capire che tutti questi discendenti di Lemarchand potrebbero distruggere i cenobiti e quindi Pinhead e i suoi devono fermarli, ogni volta che ne nasce uno. Che mestieraccio: ammazzare subito i figli, no? Pare brutto? Mi sa di sì…
Inutile farsi ulteriori domande, c’è tempo solo di ammirare il “cinobita” – cioè il cenobita cane! – e la sequenza i cui da due cenobiti spremuti insieme nasce il cenobita siamese…

Uno finisce sempre… Le frasi dell’altro

Poca roba, briciole, ma ci scappa pure la frasetta maschia:

«Io non credo all’Inferno»
«Ma lui crede in voi»

E vai, il doppiaggio italiano colpisce ancora, così l’Inferno diventa “lui” – perché “esso” ormai in italiano non si usa più, no? – e you viene tradotto con “voi”. Giustamente ci sono due personaggi che parlano, e uno dà del “voi” all’altro: sarà una rimembranza del “voi” obbligatorio durante il Ventennio? O forse il doppiatore vede persone che noi non vediamo, magari cenobiti?

Noi ci crediamo sì, all’Inferno

L’unico momento da salvare del film è il finale, un’idea stranamente molto azzeccata in una sceneggiatura poltigliosa da dimenticare in fretta: come sarà uscita fuori ’sta bella idea in un mare di mediocrità? Forse per sbaglio.
Comunque non rivelo il bel “colpo di scena”, perché se non avete visto il film non voglio rovinarvi l’unico momento simpatico.

Foto di scena purtroppo invisibile nel film

Peter Atkins non si smentisce e scrive una porcata di storia e una porcata di sceneggiatura, inaccettabile anche per la metà degli anni Novanta, che ne ha sfornate a pacchi di robaccia ma non è certo una scusa per farne altra.
Ci hanno provato ad affibbiare la regia a Kevin Yagher, tecnico del cinema che avrebbe dovuto fare da capro espiatorio, ma questi si è così schifato da scappare nottetempo lasciando come firma lo pseudonimo Alan Smithee, notoriamente usato per indicare che un film è senza padre ma con tanti sconosciuti a stuprarlo.
Cosa rimane di questo quarto film? Solo Valentina Vargas, che purtroppo diventa cenobita all’improvviso e di nascosto, probabilmente in scene dimenticate durante i vari rimontaggi di questo obbrobrio.

Non sarà ora di mettere fine a questo Inferno infinito? No, non siamo neanche a metà: potete non credere all’Inferno, ma lui crede in voi!

L.

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Nunchaku al cinema 12. Il furore femminile

In Occidente già è raro trovare martial girls, figuriamoci donne che usino il nunchaku! Per fare una panoramica sull’uso al femminile di quest’arma dobbiamo per forza andare in Oriente.

La bella Cynthia Khan e il “nunchaku inglese”

Prendiamo per esempio la bellissima Cynthia Khan (Yang Li-tsing) che usa due chiavi inglesi a mo’ di nunchaku nello splendido In the Line of Duty 4 (皇家師姐IV直擊證人, 1989), che vantava un Donnie Yen in ascesa come coprotagonista. Un classico poliziesco moderno di Hong Kong con tanti combattimenti, umorismo e stunt acrobatici.
Il secondo episodio della serie, meglio conosciuto come semplicemente Yes, Madam, segna l’enorme successo asiatico di Michelle Yeoh e Cynthia Rothrock: una volta scelta la giovane ballerina Yang Li-tsing come protagonista della serie, per il nome d’arte si è pensato di fondere i nomi delle due celebri attrici: Cynthia Khan! (All’epoca Michelle Yeoh aveva provato a rilanciarsi come Michelle Khan.)

Moon Lee mi sa che ha la Luna storta! (Capito? Moon… Luna…)

Sempre nel 1989 la altrettanto bella Moon Lee fa sognare i fan del nunchaku in una scena epica del film Iron Angels 3 (天使行動III魔女末日) di Stanley Tong. Una poliziotta in un’operazione sotto copertura che dovrà vedersela con eserciti di cattivoni.
Originaria di Hong Kong, Moon Lee viene spesso abbinata al genere Girls With Guns ma era impareggiabile in quello semplicemente marziale. Dopo essere stata un’icona dei film d’azione, negli anni Novanta ha fondato una propria scuola di danza e, riscosso molto successo, vi si è dedicata abbandonando il cinema.

Non me ne vogliano queste due eroine, ma c’è solo una lady nel cinema marziale orientale…
Già ho dedicato a Yukari Ôshima un post-biografico, qui mi limito a ricordare le sue prestazioni con il nunchaku.

La Gatta col nunchaku che scotta!

Bioman (Chodenshi Baioman, 1984) appartiene a quel genere di minchiate tipo Power Rangers che all’epoca fioccavano come pustole sull’appestato cinema per l’infanzia. Tantissime serie arrivarono anche in Italia, ma è difficile stabilire se anche questa l’ha fatto. Fra i ridicoli cattivoni di gomma vestiti c’era Farrah’s Cat, la “gatta” (cioè la cattiva) della super-cattiva Farrah: ed era una giovanissima Yukari Oshima con tanto di tutina.
Nella sua primissima apparizione sfoggia tanto di nunchaku, sebbene il loro uso è abbastanza approssimativo.

Farrah-Cat in versione miniatura

In seguito questo piccolo ruolo è diventato così famoso da ricevere anche una propria miniatura!

Per ritrovarla con simi-nunchaku, dobbiamo aspettare The Outlaw Brothers (最佳賊拍檔, 1990) dove usa una striscia di stoffa a mo’ di nunchaku, in una scena che merita di essere gustata per intero:

(continua)

L.

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[Italian Credits] Insidious (2010)

Si è concluso il mio ciclo su Insidious, e quale modo migliore per sigillarne il feretro che presentare gli spettacolari cartelli italiani che la Filmauro presenta nel DVD del primo film? Magari facessero tutte così…

L.

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Zio Portillo contro LOST (guest post)

Torna Zio Portillo a raccontarci una serie-evento del mondo televisivo.
Per altri approfondimenti, ecco il blogroll:

L.

Amore e odio in parti uguali. Così definirei il mio rapporto con Lost. L’ho scoperta tardi, o meglio l’ho guardata per intero tardi visto che il periodo della sua prima messa in onda italiana (2005-2010) è coinciso con un periodo particolare della mia vita dove il seguire una serie televisiva era l’ultimo dei miei pensieri. Proprio non volevo saperne di seguirne una. Un amico che invece è sempre stato fissato col piccolo schermo mi passò la prima stagione e da lì la mia vita cambiò. Feci in tempo a recuperare le prime tre stagioni facendo letteralmente le due di notte perché non riuscivo a staccarmi dal divano e dalla TV. E la mia sveglia di norma suona alle 5 del mattino…

Ormai in pari, per vedere “live” la quarta stagione come il resto del mondo attesi un paio di mesi buoni. Due mesi da mal di testa visto come avevamo lasciato i nostri. Non vi ricordate come termina la terza stagione? Ve lo dico io: episodio 3×22 “Attraverso lo specchio” (inserisco qua il link: per non spoilerare nulla a nessuno). Per me lo zenit assoluto di Lost nonché uno degli episodi migliori di qualsiasi serie TV mai girata. Ma il quarto anno qualcosa non era più come prima. Sentivo che mancava qualcosa ma tra me e me, tra una congettura e un’ipotesi sulla Dharma, pensai che la colpa fosse di quel maledetto sciopero degli sceneggiatori (2008). C’era ovviamente ancora qualcosa da salvare ma rispetto alle prime tre fenomenali annate la differenza era lampante. Poi, l’anno seguente, arrivò la quinta stagione e nuovamente nulla fu come prima. L’amore incondizionato che nutrivo per Lost divenne vero e proprio odio. Della serie che volevo prendere a schiaffi la TV al termine di alcune puntate. Ma ormai ero troppo invischiato e speravo che con una magia tutti i tasselli del puzzle andassero al loro posto. Anche se ci sarebbe voluto un vero e proprio miracolo al posto di una semplice magia visto che la trama del telefilm era diventata un accozzaglia di situazioni talmente slegate tra loro che giusto un miracolo avrebbe potuto sbrogliare la matassa in cui si era incartato tutto. Si arriva così al 2010 che mette la parola fine alla serie. E finalmente aggiungo io. Una fine amara, per nulla soddisfacente ma in linea, anzi, in cerchio perfetto (e chi ha visto può solo confermare…) con quello che era diventato Lost capace di toccare vette altissime come le prime tre stagioni e abissi profondissimi (la quinta stagione) nel giro in un Amen.

Ora siamo nel 2018 e sono passati ben otto anni dalla chiusura di Lost. Ho avuto modo di riguardare ancora il telefilm (che nel frattempo ho comprato in DVD per puro masochismo!) con la mia compagna che non lo aveva mai visto per intero e ancora una volta mi sono ritrovato a fare le ore piccole in compagnia dei naufraghi del volo 815 della Oceanic per poi, man mano che andavano avanti le puntate, arrancare sempre più fino ad uno stacco di un paio di mesi per poi chiudere la serie in una maratona serrata a naso turato. Come se dovessimo bere una medicina cattiva ma fossimo costretti ad inghiottirla. Lapidario il commento della mia compagna a fine visione dell’ultimo episodio: «Che merda!». Ecco, questo in estrema sintesi è anche il mio giudizio su quella che è stata, per distacco, la miglior serie mai prodotta (per me anche meglio di Sua Maestà Breaking Bad) ma che poi, un po’ per paura di chiudere quando sarebbe stato giusto farlo e un po’ per il troppo ego degli autori, si è auto-distrutta lentamente dilapidando tutto e facendo imbufalire milioni di spettatori.

Al di là dell’odio che ora provo per questa serie, non è neanche facile scrivere su Lost. Non credo ci sia altro programma TV che è stato «… sviscerato, discusso e analizzato di già!» (cit. Elio). Ogni singolo episodio, ogni scena, ogni personaggio, persino il più insignificante, apparso nelle sei stagioni è stato dettagliatamente smontato pezzo pezzo per essere minuziosamente scannerizzato e messo sotto ad una lente per studiarlo. Tutto ciò che appare in Lost è frutto di teorie e congetture che provano in ogni modo a spiegare ciò che avviene in quella maledettissima isola del pacifico (che in realtà è Oahu alle Hawaii).

Esistono siti su siti, blog, forum, una Wikipedia solo per Lost (la Lostpedia), che da anni discutono sugli episodi, sulle trame, sui personaggi, buttando giù teorie, chiavi di lettura o analisi per dare un senso alla storia sperando di riuscire a dare un senso al rompicapo che è stato creato dagli autori buttando elementi e misteri a pioggia. Alcune delle più bizzarre? Eccole: una sostiene (con tanto di prove, filmati presi pari pari dalla serie) che lo schianto non sia mai avvenuto ma che in realtà i passeggeri del volo sono stati drogati, addormentati a Sydney e fatti risvegliare sull’isola così da poter “testare l’isola” su cavie umane. Un’altra invece sostiene che il signor Widmore stia utilizzando i “poteri dell’isola” e la scienza dalla Dharma per fare un nuovo tipo di marketing. In pratica la sua compagnia vuole inserire direttamente nel cervello delle persone il desiderio di qualcosa (in questo caso la “voglia di isola”) come un profumo, un nuovo cellulare… Per ora le cavie sono i passeggeri della Ocanic ma se l’esperimento ha successo perché non usare quanto appreso per vendere qualsiasi cosa a chiunque? Dove l’abbiamo già sentita questa? Ah, sì! In Futurama con Fry che si compra le mutande Lightspeed perché gli sono apparse in sogno! L’ultima teoria strampalata, ma alla luce perfettamente dimostrabile, è che Lost non è altro che una partita di Backgammon con pedine umane. I “BIANCHI” (i passeggeri della Oceanic) contro i “NERI” (gli Altri). Le pedine si muovono, si raggruppano, vengono mangiate (spariscono dalla serie), ma poi possono rientrare col tiro giusto dei dadi… Un parallelo molto interessante sopratutto per chi gioca a Backgammon (non io che conosco a malapena le regole base…).

Anche se Lost lo conoscono tutti, per quanto possibile, cercherò di non spoilerare nulla di grosso lasciando i colpi di scena (alcuni belli tosti) intatti. Hai visto mai che qualcuno che non l’ha ancora fatto volesse cimentarsi nella visione dei 114 episodi complessivi (Quaranta minuti circa ad episodio)? Hai visto mai…

La serie è stata ideata, scritta, portata in alto e poi scaraventata nel cesso da J.J. Abrams (se ti trovo per strada ti arriva una testata. Uomo avvisato…), Damon Lindelof (a te ti prendo a calci in culo) e Jeffrey Lieber (non so qual’è il tuo ruolo ma fai parte della cricca e due pizze in faccia non te le leva nessuno).

Già mi immagino le riunioni di pre-produzione tra questi tre nel lontano 2004:

«Voglio assolutamente qualcuno che parli francese. Mi piace il francese come lingua, è musicale. E poi voglio mettere un veliero inglese dll’800 però arenato sull’isola. Che ne dite? E poi metterei una serie di numeri tanto per far andare pazzi gli spettatori. Vanno di moda i numeri nei misteri, no? L’anno scorso Dan Brown con quel suo romanzo su Da Vinci ci ha fatto i milioni. Mettiamo dei numeri anche noi! Aspettate, aspettate! Ho l’idea definitiva: una ruota dentata nel ventre dell’isola! Forte no?»

«Perdonami J.J. ma a cosa serve ’sta ruota dentata?»

«Cazzo ne so Jeffrey! Intanto noi la mettiamo, poi ci verrà in mente come usarla! Aspetta, questa mi è venuta così! Un orso polare in un isola del pacifico. Eh? Che ne dite ragazzi? Forte no? C’è del caffè Jeffrey? Zuccherato per me. Aspetta! Lo zucchero? Che ne dite se mettiamo che c’è della droga in bustina, tipo lo zucchero? Anzi, mettiamola dai! Damon, stai prendendo appunti? Che poi tocca a te far filare liscia la storia…»

«Sì, sì tranquillo J.J. Si può fare. Li colleghiamo così, così e così! Ecco, così è perfetto!»

«Damon, perdonami ma non stai prendendo appunti! Stai unendo i puntini su “La Settimana Enigmistica”! Sei partito dal 12 e poi sei passato dal 47 al 70 e poi ti sei fermato al 94! Hai saltato dei numeri! Così sono capaci tutti. Devi unirli tutti dall’1 al 108.»

«Bello il 108! Mi piace come numero, senti come suona bene: cento-otto. Segna Damon: 108.»

«Senti Jeffrey, fatti gli affari tuoi. Anche se salto dei numeri va bene lo stesso, si capisce cosa è apparso. Non lo vedi che è un cigno? Guarda J.J., è apparso un cigno. Bello no?»

«Un cigno? Hai ragione Damon, è bello il cigno. Mettiamo anche quello nella storia! Segna il cigno Damon. Jeffrey, correggimi il caffè con un po’ alcol che qua bisogna far andare il cervello… Cos’abbiamo di alcolico?»

«J.J. non so cosa ci sia… Mi pare del whisky… Scozzese mi sa… C’è su il disegno di uno in kilt…»

«Grande Jeffrey! La Scozia è bella, vero Damon? Devo pure averci dei parenti là… Magari facciamo qualche esterna in Scozia così abbiamo la scusa per andare a salutare mia zia. Ci fa l’haggis. Allora abbiamo detto 108, un cigno, uno scozzese. Dai, facciamo che un personaggio viene dalla Scozia. Che forti che siamo in team! Lavoriamo bene. Adesso mi accendo una sigaretta che dopo il caffè mi ci vuole altrimenti non faccio la cacca…»

DRIIIIIIIIIINNNNNN! DRIIIIIIIIIINNNNNN! DRIIIIIIIIIINNNNNN! DRIIIIIIIIIINNNNNN!

«Urca! Che cazzo è sto rumore Jeffrey? Per poco faccio un infarto dalla paura…»

«Non è niente J.J. è la tua sigaretta. Se la accendi sotto il rilevatore di fumo scatta l’allarme…»

«Geniale Jeffrey! Geniale! Damon segna che Jeffrey si è meritato di apparire tra gli sceneggiatori: allarme che suona, fumo che appare, gente che prende paura. Grandioso! Eccezionale!»

«Sì, J.J. adesso segno… Guarda questo intanto. Ho fatto il gioco di annerire i puntini de “La Settimana Enigmistica” ma non ho annerito quelli con i puntini. Ho fatto un po’ e un po’. È apparsa una fiamma. Possiamo usarla nella sceneggiatura? Che ne dici?»

«Bravissimo Damon! Mi piace la fiamma, ma usciamo dagli schemi, vuoi? Teniamo separate la fiamma dal fumo. Mischiamo le carte. La fiamma la usiamo col cigno e il fumo lo teniamo da un’altra parte, magari lo uniamo alla “paura” visto che col fumo ho fatto un mezzo infarto. Dopo ci pensiamo per bene come unirli. Sai cosa manca? Qualcosa di esotico… Abbiamo un personaggio scozzese vero? Gli scozzesi sono pallidi… Mhmm… Ci sono! Manca un nero! Un africano! Anzi, un prete africano! Che ne dite? È abbastanza spiazzante mettere un prete africano nel Pacifico? Jeffrey che dici?»

«Sì J.J., sei un genio. Basta che metti il mio nome tra gli sceneggiatori e puoi mettere quello che vuoi. Persino una statua egizia in un isola del Pacifico!»

«Cos’hai detto? Una statua egizia? Ma sei un fottuto genio Jeffrey! Vieni qua fatti abbracciare! Damon, questo è un grande! Abbbiamo fatto bingo ad assumerlo come ragazzo dei caffè!»

«Sì, J.J., sei un genio! Poi ci penso io a buttare giù la sceneggiatura, stai sereno… Intanto ho questo libro da colorare. Vediamo cosa succede se coloro le robe bianche in nero e le nere in bianco…»

«Cazzo, ma come ho fatto a non pensarci io? Bravo Damon! Sta cosa del bianco e del nero opposti la usiamo al cento per cento!»

Lost è più o meno questo. Una serie di idee provenienti a gettto continuo dalla mente di Abrams (geniale? bacata? “A.B. Normal”? Mettete voi che aggettivo volete che calzano tutti a pennello). Lieber ha detto la sua nella stesura del soggetto iniziale e nel modo di scrivere gli episodi (focalizzandoli di volta in volta su di un personaggio con i flashback esplicativi) mentre Liendelof si è ritrovato tra le mani la “patata bollente”: la sceneggiatura. Ora il buon Damon è odiato per i buchi e le cazzate che scrive ma voglio vedere voi a tirar fuori qualcosa di sensato con uno che continua ad aggiungere pezzi alla storia senza mai uno stacco. Credo sia una cosa frustrante e Liendelof ha fatto del proprio meglio riuscendo però (come sempre…) solo in parte. Bastava dare un freno a J.J. o tagliare qualche idea. Non è che si possa per forza usare tutto quanto. Nella peggiore delle ipotesi si poteva drogare il caffè di Abrams con del Valium per farlo stare buono qualche ora e provare a portare a termine un paio di episodi in modo lineare. E invece…

Vabbè, ma cagate di Abrams a parte, di cosa parla in concreto il telefilm? La trama base parla di un gruppo di naufraghi sopravvissuti allo schianto del proprio aereo (un Boeing 777 della Oceanic Airlines 815 in viaggio da Sydney a Los Angeles) che si ritrovano isolati dal resto del mondo in una sperduta isola del pacifico dimenticata da Dio. Ovviamente l’isola ha le sue insidie che non sono solo quelle naturali, così come i naufraghi hanno tutti qualche scheletro nell’armadio e man mano le carte verranno scoperte sia per quanto riguarda l’isola, sia per quanto riguarda i novelli Robinson Crusoe.

Il primo episodio ebbe un costo record di ben 12 milioni di dollari (record assoluto all-time e tutt’ora imbattuto per le serie TV), avrebbe dovuto avere Michael Keaton (al posto di Matthew Fox) nel ruolo di Jack Shepard e fu diretto da J.J. Abrams in persona. Data la lunghezza di quasi due ore, fu deciso di dividerlo in due parti che ottennero un ottimo successo sia di pubblico che di critica tanto da far portare a casa immediatamente un Emmy ad Abrams. Inizia così la saga di Lost e dei suoi sopravvissuti allo schianto. I personaggi principali inizialmente sono ben 14 e sono tutti attori sconosciuti al grande pubblico che con questa serie diventano star planetarie anche se la sola Evangeline Lilly (Kate) farà una discreta carriera.

La base non è niente  di nuovo o di rivoluzionario. Però è la costruzione degli episodi quella che riesce per 40 minuti ad incollarti allo schermo. Ogni episodio è incentrato su di un naufrago così si può familiarizzare con questi disgraziati. Di solito si comincia con un problema al “campo base” o con un emergenza e il protagonista è incaricato di risolvere. Col passare dei minuti si alternano il presente sull’isola e dei perfetti flashback che fanno scoprire il passato di tale personaggio e perché è finito a Sidney e poi sopra quel maledetto aereo. L’episodio avanza e si sale in un crescendo di tensione (splendidamente sottolineato dalle musiche di Michael Giacchino) fino a chiudere con un cliffhanger che ti fa venire immediatamente la voglia di proseguire con la visione. Una droga!

Poche pause e ritmo altissimo per un buon 90% degli episodi. Ora, io prendo per il culo il “trio delle meraviglie” alla sceneggiatura ma inizialmente le idee che inserivano in ogni episodio erano una migliore dell’altra. Abbastanza plausibili e facilmente spiegabili (con un pizzico di buona volontà) senza arrampicarsi troppo sugli specchi. Il problema è che si sono lasciati prendere la mano e l’inserimento di idee, misteri e personaggi è continuato senza sosta per sei lunghissime stagioni. Uno non può bersi tutto quello che appare sullo schermo, c’è un limite a tutto. Sopratutto se quello che vede è una palese contraddizione, oppure ha un buco di sceneggiatura grosso così o che personaggi rientrino dalla finestra dopo essere stati buttati fuori dalla porta…  Ma la cosa peggiore, per me, è che ancora nella quinta stagione al posto di “tirare i remi in barca” e iniziare a raccogliere o a chiudere sotto-trame o misteri, si continuino ad inserire personaggi o enigmi. Ma porca miserie, vuoi tirare la volata alla stagione finale? O aspetti proprio gli ultimi episodi dell’ultimo anno per iniziare a vedere la luce in fondo al tunnel?

Qualcuno alla fine però deve essersi svegliato e deve aver detto ai ragazzi al comando che l’hanno fatta fuori dal vaso e finalmente si comincia a pensare ad un finale. Decisamente fuori tempo massimo visto che siamo già nel 2010. Però le macerie da rimettere in piedi sono un po’ troppe e fare le nozze coi fichi secchi è dura per chiunque così si decide di fare qualcosa di concreto: sbattersene! Si tira dritto come un bulldozer provando a girare episodi che abbiano un senso e seguano un filo logico e/o plausibile con quanto mostrato finora. Il finale è banalotto e completamente anticlimax. Ma sopratutto non conclusivo visto che moltissimi misteri e sotto-trame sono lasciate bellamente in sospeso. Ma in fondo chissenefrega! Basta portare a casa il risultato e pensare a nuovi progetti che tanto con quanto incassato da Lost ci paghiamo i mutui e le bollette fino ai nostri bis-nipoti. E poi se si analizzano i numeri hanno ragione loro visto che dopo due anni di emorragia costante di spettatori, il sesto anno si registra finalmente un segno “+”.

L’episodio finale chiude perfettamente un cerchio iniziato nel 2004 e fa registrare un nuovo record di ascolti per il telefilm anche se i fasti delle prime stagioni restano un miraggio. Però è stata messa la parola fine e non si può tornare indietro. Ma i fan come l’hanno presa? Bene direi. Lindelof ha dovuto solo chiudere le sue pagine social data la mole di insulti e le minacce di morte ricevute… Roba che “i calci in culo” che gli ho promesso io sono carezze in confronto. Ma a parte questo tutto bene visto che ad otto anni di distanza le teorie e le ipotesi sull’isola e su Lost in generale sono ancora in piedi. Anzi, ne vengono sempre aggiunte di nuove perché le congetture sulla Dharma sono ancora là. Le avventure di Locke, Sawyer, Shepard e Hurley hanno appassionato milioni di spettatori in tutto il mondo, creando un mito difficilmente abbattibile nonostante i tre cervelloni al timone ci abbiano messo tutto l’impegno possibile a far affondare la nave. Ma se guardiamo al lato peggiore di tutti, un tale J.J.Abrams viene a tutt’oggi dipinto come genio assoluto e gli vengono dati da gestire due franchise da nulla: Star Trek e Star Wars. Game Set and Match per J.J.. Che te possino…

Zio Portillo

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