Venerdì 13 [3] (1982) Week-end di terrore

Nuovo appuntamento per raccontare i miei venerdì con Jason.

L’horror è appena nato e già entra in crisi. Ci addentriamo negli anni Ottanta e sugli schermi americani sbarcano film di fantascienza così incredibili che nessun assassino psicopatico potrà mai nulla contro di loro.

Su “Starbust Magazine” n. 58 (giugno 1983) ci viene raccontato che film come E.T. (giugno 1982) e Tron (luglio 1982) al botteghino hanno stracciato i film horror del periodo: Poltergeist (giugno 1982) è quello che ha guadagnato di più (76 milioni in totale, negli USA) ma è uno scherzo in confronto agli incredibili 435 milioni di E.T.: su 50 film horror in produzione, ci viene detto, solamente 25 verranno completati. «I produttori non tagliano più le gole dei ragazzi, bensì i propri progetti in lavorazione».

“Fangoria” 28 (luglio 1983)

I fan dell’horror comunque rimangono fedeli, e quando nel luglio 1983 il numero 28 della rivista “Fangoria” presenta i risultati di un sondaggio fra i propri lettori, per le migliori sceneggiature del 1982 abbiamo:

  1. Creepshow
  2. Poltergeist
  3. The Thing / Road Warrior
  4. Halloween 3 / Cat People
  5. Venerdì 13 parte 3

Il nostro film si aggiudica inoltre il 6° posto nella classifica dei peggiori film di quell’anno: il primo (cioè il peggiore) è Amityville II.

Mezzucci per sfruttare la “nuova” tecnologia

Proprio come suoi illustri successori, da Lo squalo 3 (1983) ad Amityville III (1983), anche questo “terzo film” usa il proprio numero per sfruttare la tecnologia “nuova” che torna regolarmente ogni ventennio a spennare gli spettatori: il 3-D.
Friday the 13th Part III in 3-D esce in patria il 15 agosto 1982 ed arriva nelle sale italiane il 1° settembre 1983 con il semplice titolo Week-end di terrore: non so perché all’epoca venisse taciuto il riferimento alla saga, quasi come se questi fossero film singoli.
Esce nella consueta edizione VHS CIC Video ed è nota anche una ristampa Paramount dell’aprile 1992. Nell’ottobre 2004 la Paramount lo porta in DVD nell’infornata di ristampe della serie.

Si capisce che è in 3-D?

Stavolta la sceneggiatura è assente ingiustificata e qualsiasi riferimento a Venerdì 13 è assente. Abbiamo solo un flashback di dieci minuti che riassume i primi due film e a seguire 80 minuti con dei ragazzi che entrano in video per venire uccisi da un tizio deforme. Senza spiegazioni, senza riferimenti a campi estivi o a madri assassine, senza una parola che sia una che non sia di circostanza.

Addirittura due gocce di sangue. questo sì che è splatter!

Almeno le morti sono spettacolari? No, a parte un paio di scene pseudo-truculente – ma senza una sola goccia di sangue – è un film per educande.

Va be’, questo è un omaggio alla morte di Kevin Bacon nel primo film

L’unica trovata intrigante è che un finale aperto potrebbe far pensare che l’intera vicenda potrebbe essere stata frutto della pazzia omicida della final girl, che ha ucciso tutti senza alcun Jason. Ma ovviamente è solo una trovata per chiudere in fretta e in furia una storia che in realtà non è mai iniziata.

Se fai incazzare Jason… lui poi ti accartoccia!

Alla rivista “Jason Goes to Hell: The Official Movie Magazine” (1993) la final girl di turno, Dana Kimmell, rivela di non essere stata per nulla attirata dal copione, per nulla attratta dalla violenza e dal sesso. «Ne parlai con il produttore Frank Mancuso jr. e molti di questi elementi vennero tolti o smussati»: grazie Dana, per aver tolto gli unici elementi di interesse del film! Giustamente un’attrice che di professione faceva la comparsa televisiva aveva voce in capitolo… «C’è da chiedersi che genere di film credeva di star girando», si chiede dubbioso Jim Harper nel suo Legacy of Blood (2004) riguardo questo strano aneddoto: più facile che siano le solite chiacchiere da attori per sembrare più importanti.

Per motivi ignoti, ci viene mostrato Jason per un secondo…

Era appena sbarcato in America da Londra Richard Brooker quando ha risposto ad un annuncio pubblicitario. Cercavano un attore corpulento per un ruolo in un film horror: i suoi 190 centimetri di dimensione artistica finiscono subito sotto i vestiti di Jason. (Anche se il celebre nome del personaggio in questo terzo film non viene mai citato.)

«Interpretare una macchina per uccidere totalmente demente è l’opportunità perfetta per dimostrare che non serve parlare per recitare», racconta l’attore alla citata rivista. «Il regista accettò che Jason fosse interpretato con larga improvvisazione», quando in realtà in altre riviste viene specificato che ogni singolo aspetto del film è stato studiato e nulla è stato lasciato al caso. «L’unica indicazione che ho avuto da lui è di non pormi domande sulle motivazioni del personaggio: Jason non ha motivazioni.»

Com’è cambiata la vita dell’attore dopo questo ruolo? «Una volta mi presentarono ad una ragazza in un bar come il tizio che aveva interpretato Jason, e lei volle sapere se dormissi con un’accetta nel letto.»

La prima apparizione della maschera da hockey

L’unico pregio di questo film è di essere fortemente metacinematografico: anticipando di quindici anni Scream (1996) di Wes Craven, questo terzo Venerdì 13 gioca apertamente con tutti i dettami dell’horror, genere all’epoca appena nato. Mentre nel precedente film Steve Miner doveva dimostrare di saper dirigere, qui può lasciarsi andare: ai ragazzi che affollano i cinema non frega niente della regia, vogliono solo divertirsi. In realtà vorrebbero sangue e sesso, ma sono finiti gli anni Settanta e quel treno non passa più.

La prima apparizione di Jason “mascherato”

Non solo ogni personaggio si comporta come se sapesse benissimo che il pubblico attende la sua morte, ma entra in ballo il personaggio di Shelly (Larry Zerner), il pagliaccio del gruppo che usa quegli stessi effetti speciali truculenti che hanno reso famosa la serie, ma non solo: è il personaggio che porta in scena la maschera da hockey che diventerà simbolo immortale di Venerdì 13.

Qualcuno sa identificare la rivista che tiene in mano Shelly (Larry Zerner)?

E poi, dopo anni di approfondimenti, articoli e lanci pubblicitari sulla rivista specializzata “Fangoria”… vogliamo fargliela una bella marchetta?

La “vittima” legge un numero non meglio identificato di “Fangoria”

Omaggio a Tom Savini, il vero “padre” di Venerdì 13 (da “Fangoria” n. 1, agosto 1979)

E mettiamoci pure Godzilla! (sempre da “Fangoria” n. 1, agosto 1979)

Quando la tipica ragazza da film horror, che sta per essere ammazzata dal “mostro”, legge una rivista specializzata che recensisce film horror come quello che lei sta vivendo, ecco che la realtà entra in loop.

A masked monster is born

Certo, “Fangoria” si occupa approfonditamente di effettacci e questo film ne è quasi totalmente privo, ma purtroppo la censura è ormai l’unico mostro che usa il machete…

L.

P.S.
E ora, tutti nella Bara Volante… prima che vi ci mandi Jason!


Bibliografia

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Guida TV in chiaro 27 aprile – 1° maggio 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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Whatever It Takes (1998) A tutti i costi

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Era la metà degli anni ’90 quando Laura Pausini cantava i suoi Strani amori, quelli che fanno crescere e sorridere tra le lacrime, quelli che si confondono dentro a quest’anima, quelli che emergono dal labirinto della nostalgia. Lo so, qualcosa si è smosso nel vostro cuore marchiato Z: chiunque, in tale decade, abbia patito una fatale attrazione per i film action con trame che si reggono con lo sputo, effetti speciali e mosse marziali simili a scaracchi e attori cui riversare in faccia catarri sdegnosi, ebbene, chiunque abbia sofferto di tale malia, si ritrova senz’altro coinvolto nel circuito di quegli amori bislacchi celebrati dalla cantautrice nostrana. Non si spiega altrimenti la voglia morbosa del sottoscritto di sorbirsi una pellicola con Don “The Dragon” Wilson protagonista, Fred Williamson antagonista, dal titolo A tutti i costi e targata 1998.
Chi, come me, è vittima del portentoso sortilegio mi segua nella visione.

Sigaro, sigaretta e salutismo…

L’inizio sembra potersi trasformare in un capolavoro da tramandare di generazione in generazione: il dragone, cioè l’agente Neil, dipinge (?), beve e si punta la pistola alla tempia. Mitico: un incipit con subitaneo suicidio di Wilson sarebbe immaginifico. E invece niente: trattasi solo di leopardiana illusione. Comunque la disperazione del protagonista, come svela un non richiesto flashback, è dovuta ad una missione finita male con tanto di morta peraltro minorenne. Tuttavia ciò che salta immediatamente agli occhi è il collega Menardi (interpretato da Andrew Dice Clay), il quale dovrebbe fungere da spalla simpatica e invece è immancabilmente irritante; non solo, risulta incredibilmente antiestetico sotto il profilo strettamente fisico, per il vestiario inopportuno anche per un Grande Fratello VIP e alla luce di un parco battute più arido del Gobi.

Giusto per fare qualche esempio, mentre si dirigono in un luogo irto di fatali pericoli è angustiato dall’acquisto del “Ginseng, quello che lo fa alzare”, nel bel mezzo di una sparatoria se ne esce con un «Sto morendo di fame», per non sedersi accanto ad agenti a lui sgraditi esclama «Soffro di emorroidi»! Chiaro il livello? Beh, il livello è tale che Don ha il ruolo del poliziotto riflessivo essendo quello più dotato di capacità recitative: è vero, fa (molto) più ridere questa cosa che le battute citate sopra. Comunque i due si ritrovano ad indagare su un traffico di steroidi nel mondo del body-building e Wilson pensa bene di frequentare, sotto copertura, la palestra sospetta. A capo dell’illecito commercio c’è un mummificato Fred Williamson (alias Paulie Salano) che viene sempre inquadrato mentre fa il cattiverrimo da seduto o steso sul letto: immagino che il set fosse popolato di infermieri pronti a trasmigrarlo di volta in volta nella casa di riposo.

Va detto che, se l’attempato protagonista si permette di recitare come totem l’ha fatto, il resto del cast è svogliato a dir poco come palesa uno sgherro del boss che, dopo sputo in pieno petto, si asciuga con la salvietta sulla fronte: insomma, dei gran bei professionisti. Per non parlare di una trama in cui la gradualità degli eventi va a farsi benedire in nome del “tutto, subito e male”: Don si guadagna le simpatie dei malintenzionati con modalità patetiche e scontatissime, litiga con un attaccabrighe energumeno solo perché era l’ora di fargli dare qualche calcio da minimo sindacale, imbastisce la telefonata love story con la telefonata brava ragazza che ha un onesto e telefonato lavoro nella palestra dove il meno steroideo è l’attaccapanni. Quante, superficiali, banalità.

Per sopravvivere a questa brutta sagra dei luoghi comuni, perlomeno il regista dissemina la pellicola di fondoschiena palestrati e zinne al vento… come dice il buon Fred quando una tizia gli si denuda innanzi «Gnam gnam gnam». La suddetta onomatopea è probabilmente la linea di dialogo più interessante del film: basti pensare a quando lo stesso Fred racconta un incomprensibile aneddoto su un pony che gli ha schiacciato un piede paragonandosi poco dopo a Bush (!) o al momento in cui i cattivi disquisiscono su una fantomatica Bat-pozione e di Braccio di Ferro o ancora al seguente dialogo: «La pornografia è un prodotto, la prostituzione un servizio» «Da quando in qua sei così intelligente?» «Sarà stato con una puttana erudita»! Che poi il meglio deve venire: l’epica disfida finale tra Wilson e un Williamson finalmente deambulante! Sì, è una scazzottata imbolsita e geriatrica. Eppure mi ha fatto crescere, sorridere e (soprattutto) piangere. Eppure si confonde dentro la mia anima. Eppure affiora dal labirinto della nostalgia. Ah, questi amori. Strani, stranissimi.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Soundman (1998) Voci di morte

Guardate questa locandina, e immaginate di trovare questo DVD in un negozietto dell’usato, immerso in una pila “tutto a 2 euro”: riuscireste a resistere con quei nomi in copertina? Io non ci sono riuscito, e – come ormai avviene sempre – me ne sono pentito.
Anticipo che, mentre sto scrivendo, questo disco giace nel bidone della spazzatura.

La MHE (Mondo Home Entertainment) dopo aver portato in DVD i grandi maestri ha capito che i soldi si fanno con il letame, e nel suo viaggio nel trovare i prodotti peggiori nell’universo ha un grande cruccio: perché solo la Minerva Pictures ha l’onore di distribuire in Italia le porcate dell’Asylum?
Ravanando nei secchioni della spazzatura della distribuzione americana scova un vecchio film, Soundman, opera prima (ed unica) scritta e diretta dall’attore/stuntman Steven Ho. Presentato il 30 agosto 1998 al canadese Montréal Film Festival, il film ha girato poco (e te credo!) ma quel che conta è che è stato distribuitto da un’etichetta che attira come l’oro: The Asylum.
Non è il tipo di film Asylum a cui siamo abituati, ma non è il caso di fare i pignoli: con malcelato orgoglio la MHE il 26 aprile 2004 porta in DVD italiano questa roba inguardabile, ribattezzandola Voci di morte.

Il titolo del vuoto…

Impossibile vedere il film per intero, visto che è un prodotto palesemente inadatto alla vita umana. Comunque per larghe somme Igby (Wayne Pére) è un tecnico del suono frustrato che lavora per una produzione di film western cialtroni diretti da Wes Studi: può sembrare intrigante l’idea che un discendente dei Cherokee diriga filmacci western, ma vi assicuro che dopo due o tre fotogrammi di questo film niente risulta più intrigante.
Come se non bastasse la star western Tommy (Nick Stahl) che fa i capricci e lo fa impazzire, il nostro tecnico del suono cerca di lanciare la sua vicina di casa violinista francese ammollando nastri registrati ad un produttore vistosamente non interessato come Frank Rosenfeld, il cui problema principale è avere la facciona di William Forsythe. E già coi suoi baffi il film potrebbe finire.

Forsythe è la garanzia di Z di ogni film!

I baffi di Forsythe sono così assurdi che persino Danny Trejo si leva i suoi, nei cinque fotogrammi in cui appare.

Inutile cameo di cinque fotogrammi di Danny Trejo

Il tecnico del suono Igby va fuori di melone e prende in ostaggio il produttore, armato di pistolone gigante. Poi succedono cose stupide e noiose ma fondamentalmente il film finisce qui.

Tipico tecnico del suono

La mortale bruttezza che permea ogni singolo fotogramma dev’essere per forza voluta, perché dubito fortemente che anche riprendendo immagini a caso si possa raggiungere lo stesso livello di spazzatura. Soundman è un tipico film da festival, che cioè spera che la propria cialtroneria sia scambiata per “visione artistica”, e che il suo abisso di nulla venga scambiato per “ricerca interiore”.
In attesa di capire meglio il messaggio del film, ho riposto la locandina nel bidone della carta, la custodia in quello della plastica e il disco nell’indifferenziata: ora sì che il film ha trovato il suo posto nel mondo.

L.

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Snake Eater 2 (1990) Il guerriero della strada

Continua il viaggio negli “anni maschi” di un attore oggi noto esclusivamente per una dimenticabile serie TV.

Visto il “successo” (ma davvero?) del primo film, le stesse piccole case canadesi si sbrigano a sfornare il decisamente peggiore Snake Eater II: The Drug Buster, diretto dallo stesso George Erschbamer del precedente.
Presentato in anteprima tedesca nel novembre 1990, il film esce in Canada il 25 gennaio 1991 e negli Stati Uniti l’11 aprile successivo.
Chi ha aggiornato l’IMDb ha reso un pessimo servizio al film, inventandosi un titolo sbagliato e riportando un’uscita italiana difficile da credere: ottobre 1989 (MIFED). In attesa di fonti che attestino questa strana uscita, preferisco ignorare l’informazione di un qualche fan solerte.
Le notizie sicure sono che il film esce in VHS Multivision ed Eagle Pictures in data purtroppo ignota, con il titolo Il guerriero della strada.
L’unico passaggio televisivo noto è quello su Italia1 il 22 maggio 1994 in prima serata: al contrario dell’usanza dell’epoca, Mediaset mantiene il titolo della VHS…

Purtroppo ho trovato solo un’edizione francese del titolo

Torna Jack Kelly detto Soldato (Lorenzo Lamas) ma dimenticatevi il simpatico e parodistico anti-eroe “maschio” del primo film, dimenticatevi l’action hero cialtrone che sbagliava tutto e che con gusto da vero coatto prendeva in giro i film dell’epoca: ora si cambia totalmente registro. Annoiando a morte lo spettatore.
Soldato ora diventa “serio”, e se da una parte questo fa ancora più ridere, dall’altra distrugge il personaggio: è come se facessero un film sulle “vere” e “serie” indagini dell’ispettore Clouseau!

Occhio, amico, che c’è un Mangia-Serpente dietro di te…

Con una trama che definire svogliata è dire poco (ci sono voluti addirittura tre sceneggiatori per scriverla!) seguiamo le avventure di Soldato, che una sera durante una festa scolastica – cosa ci facesse lì non è chiaro – assiste alla morte di due giovani per colpa della droga. Il nostro eroe viene preso dal raptus… be’, no, prima sta delle ore fermo a chiacchierare, poi va a casa a prendere le bombe a mano che tiene nell’armadio – notoriamente il posto più sicuro dove conservarle – e va a fare fuori la crack house del cattivo spacciatore. (Location sospettosamente identica a quella che apre il primo film.)
Al contrario di ogni altra storia di giustizieri, qui Soldato viene processato per gli spacciatori uccisi: credo sia il primo film dove succede! Di solito si butta là un “legittima difesa” e si va avanti, invece qui il venditcatore di turno deve rispondere alla giustizia del suo operato. L’avvocato gli fa ottenere la semi infermità mentale e lo fa chiudere in manicomio. Vista la sceneggiatura, mi sa che lì già ci stavano i tre autori del film.

Quattro matti in libertà più Lamas

Inizia una lunga e noiosa storia di Lamas coi matti, attori caratteristi che fanno e dicono solo cose stupide, mentre la psichiatra dottoressa Pierce (Michele Scarabelli) ne dice altre più stupide ancora. Quello che conta è che nell manicomio c’è un sistema d’areazione degno di Alien (1979), attraverso il quale Soldato inizia a fare dentro e fuori dallo stabile, andando con l’amico Speedboat (Larry B. Scott) a far fuori i gangster della droga per poi tornare nella sua stanza, alibi perfetto.

Allora, sei ancora convinto di aver lavorato per dieci anni a “Falcon Crest”?

La parte divertente di questo delirio è che il film d’un tratto cede alla parodia, e nei lunghi tubi dell’aria condizionata Soldato incontra varie persone, anche un fattorino della pizza!

L’eroe maschio che sonnecchia per metà film

Mentre l’edizione italiana del primo film è rarissima e temo che davvero ben pochi abbiano potuto vederla all’epoca, ho avuto la “fortuna” di vedere questa seconda avventura di “Soldato” su DuelTV all’incirca nel 2002, quando cioè forte dell’arrivo di SKY ho avuto accesso al mitico canale che replicava il patrimonio action degli anni Novanta.

Un po’ maschi, un po’ buffoni

L’impressione che ne ho avuto è delle peggiori, un inutile filmucolo datatissimo già per la sua età, e il fatto che rivedendolo oggi, a più 15 anni di distanza, non ricordassi un solo fotogramma la dice lunga su quanto all’epoca mi abbia colpito. L’unica sequenza che ricordavo è il calcio rotante alto che lancia il nostro Lorenzone, nel finale, segno che aveva ben capito da quale parte tirasse il vento: doveva sbrigarsi, se voleva cavalcare l’onda marziale che era appena nata.

L’unico fotogramma marziale del film

Non c’è davvero altro da dire su un film dimenticabile, se non citare la scena in cui i matti portano Soldato ad un pit fight. Guardate l’anno, siamo in pieno ciclone Lionheart e i combattimenti illegali hanno iniziato a diventare di grande interesse, solo che qui vediamo Lorenzo Lamas combattere… su una sedia a rotelle! Con una gamba tirata su, così che scontrandosi in velocità con l’avversario si ricrei una curiosa versione di un torneo medievale. Ripeto, ci si sono messi in tre a scrivere ’sta roba…

Comparsata di Kathleen Kinmont, all’epoca signora Lamas

L.

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La Storia e la Finzione: Cenare all’inferno

Sono commosso dall’entusiasmo che voi lettori avete dimostrato per questa rubrica, quindi mi impegno a presentarla con più frequenza: spero si capisca che i motivi del suo ritardo sono dovuti ad un lavoro di ricerca molto impegnativo, visto poi che non può basarsi su alcun lavoro precedente.

Stavolta invece di un film intero prendo in considerazione una sola frase: una frase… maschia!


Il nemico è soverchiante e la battaglia risulta impari: come può un manipolo di eroi affrontare un esercito così enormemente superiore? Il condottiero prende la parola e infiamma gli animi dei suoi eroi con un grido che illumina la notte:

«Chi vuol cenare all’inferno vada all’assalto.»

No, non è Leonida, non siamo alle Termopili: siamo nella Milano del Cinquecento, nel pieno delle Guerre d’Italia in cui i potenti d’Europa pensano di poter piombare nella penisola italica e conquistare tutto. Non hanno tenuto conto che gli italiani sono di coccio, e – parafrasando lui – conquistarli non è impossibile: è inutile.
A pronunciare quella frase è il condottiero Fernando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara (1490-1525), almeno stando a quanto ci racconta Paolo Giovio nel suo De rebus gestis Ferdinandi Davali (Basilea 1548, all’interno di “Vite di uomini illustri”).

Numero 1 (27 maggio 1998)

Più di quattrocento anni dopo, la Dark Horse Comics presenterà la saga a fumetti in cinque parti 300 (maggio-ottobre 1998), con cui Frank Miller – sia ai testi che ai disegni – fa finta di parlare della battaglia delle Termopili ma in realtà parla dell’unico argomento che interessa alla cultura americana: la cultura americana. Anticipando di una manciata d’anni gli Stati Unti del post-11 settembre – cioè una nazione che avvera una per una le parossistiche e sarcastiche fanta-previsioni del romanziere Joe Haldeman di Guerra eterna (1977) – Miller maschera da epica classica quella che è una semplice chiamata alle armi, finge di parlarci di eroismo quando in realtà ci spiega che chi muore per la patria vissuto è assai, che è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende e che spezzeremo le reni ai Greci… pardon, ai Persiani. Che essendo un popolo colto e raffinato, mentre noi siamo rudi soldati analfabeti (leggi: carne da macello), bisogna denigrarlo agli occhi degli americani, così li rendiamo tutti zozzoni dediti ai piaceri sessuali. Che schifo, i piaceri sessuali…

Curiosamente gli americani considerano il nazismo il male assoluto, però ne utilizzano gli stessi stili narrativi e spesso ne perseguono gli stessi obiettivi. Così in questa “sottilissima” opera che persino Donald Trump troverebbe un tantino esagerata, Miller prende un vero evento storico la cui importanza è stata pompata ad arte dalla stampa – a cui piace presentarla come una battaglia di scontro di civiltà da cui si è decisa l’identità europea – e ne ha approfittato per giustificare la guerra: così come gli Spartani si difendevano a casa loro, gli Americani sono giustificati a difendersi. A casa degli altri.

Capito che non c’è speranza di salvezza da questa battaglia, che sarà cioè una missione suicida in nome di un bene superiore, Leonida sferza i suoi uomini con una potente “frase maschia”:

«Spartani. Fate colazione e gustate il vostro cibo. Perché stanotte ceneremo all’inferno

Il condottiero spartano di Frank Miller sta citando il marchese di Pescara? Ovviamente no: quella che sembra una tipica frase ad effetto da action movie americano è in realtà fra le più potenti “frasi maschie” che la storia antica ci abbia tramandato.


Caccia al libro

Non è questa la sede per dilungarmi sull’argomento, ma va premesso che quando si afferma che la cultura classica persa in Europa ci sia ritornata grazie alla cultura mediorientale si dice qualcosa di giusto ma impreciso. Perché sembra che gli intellettuali bizantini si siano presentati agli europei con le mani piene di opere dimenticate da far riscoprire: di nuovo, è giusto ma impreciso.
Ciò che noi chiamiamo cultura occidentale, ciò che noi chiamiamo modernità, nasce nel giorno del Quattrocento in cui il fiorentino Poggio Bracciolini rimane disoccupato: lavorava per il Vaticano, un bel lavoro sicuro, finché i litigi fra il papa di Roma e l’anti-papa di Avignone hanno portato ad una fortissima crisi. Perché in Italia c’è sempre crisi.

Per saperne di più…

Poggio Bracciolini ama i libri più di ogni altra cosa, e ha sfruttato la sua posizione in Vaticano per ottenerne sempre di più: ora che non ha più quella possibilità, come può fare? Visto che grazie ai suoi agganci ha avuto accesso a cataloghi librari di conventi e monasteri, decide di intraprendere una carriera rischiosa, visto che in pratica inventa il suo lavoro: Poggio Bracciolini diventa ciò per cui non esisteva una definizione, tanto che anche le fonti straniere usano l’espressione italiana per descriverlo. Diventa cacciatore di libri.
Comincia a fiondarsi nelle biblioteche di chiese, conventi e monasteri sparsi per l’Italia e l’Europa alla ricerca di ciò che da secoli non interessa più a nessuno: i classici latini e greci. Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente (V secolo) la cultura europea muore, e Carlo Magno più di trecento anni dopo troverà che addirittura il clero, cioè i dotti per eccellenza, è di un’ignoranza abissale. Dopo altri seicento anni, grazie proprio agli sforzi di Carlo Magno, la cultura cattolica è cresciuta ma quella classica, cioè pagana, è particolarmente scarsa.

Poggio Bracciolini comincia a trovare quelle opere latine e greche che noi diamo per scontate ma che l’Europa aveva dimenticato per secoli: quando vi capita di sentir citare una frase latina, quasi sicuramente lo potete fare solo grazie alla “caccia al libro” che Poggio ha lanciato nei primi decenni del Quattrocento. E la caccia diventa moda e la moda si sparge per tutta Italia: tutti i bibliofili nostrani cominciano ad andare a caccia di ritrovamenti di autori latini e greci, e ogni volta che un qualsiasi dotto greco – da dovunque egli arrivi – sbarca su suolo italiano viene aggredito “librariamente”: per caso ha con sé dei classici? Ce li fa copiare?
Decenni prima che crollasse l’Impero romano d’Oriente ogni ricco intellettuale italiano è disposto a ricoprire d’oro chiunque arrivi da quelle terre con un libro in mano: se poi parla greco – come lo parlano tutti i saggi bizantini – sicuramente ci scappa una cattedra di lingue in una qualche scuola italiana. E un lavoro come traduttore non glielo leva nessuno.
Quando Costantinopoli crolla, nel 1453, Firenze e l’Italia sono pronti: esuli costantinopolitani, avanzate con i libri in alto e sarete tutti accolti a braccia aperte…

Amanuensi e traduttori si danno da fare con un lavoro titanico: ricopiare un libro non è né facile, né veloce, né economico, soprattutto se è scritto in una lingua ormai dimenticata e c’è bisogno di un traduttore e di qualcuno che sappia ricopiare il greco. Certo che ci vorrebbe qualcuno che si inventi un sistema più veloce di “duplicare” libri… tipo la stampa a caratteri mobili che quel tizio di Magonza, un tal Gutenberg, sta sperimentando nel 1449.
L’arrivo di un sistema enormemente più veloce, preciso ed economico di duplicare libri aiuta i bibliofili italiani a rendere pubbliche le grandi scoperte classiche, e nel 1509 il celebre editore veneziano Aldo Manuzio presenta un volume che raccoglie alcuni saggi attribuiti a Plutarco, opera curata nel 1296 a Costantinopoli dallo studioso Planùdes (italianizzato Massimo Planude) che l’aveva chiamata Ethikà (“Opere morali”).

Sebbene già girassero nel Quattrocento manoscritti incompleti, grazie all’aiuto bizantino e alla “moda libraria” lanciata dai fiorentini in questo inizio del Cinquecento l’Europa finalmente conosce ampiamente la “frase maschia” di Leonida.


La “morale” di Leonida

Nel giugno 2017 arriva a compimento un’imponente opera di traduzione e la Bompiani presenta per la prima volta in italiano Tutti i moralia di Plutarco, alla cui traduzione hanno contribuito una quarantina di studiosi coordinati da Emanuele Lelli e Giuliano Pisani.
Nella sezione Parallela minora, 4 (306D) troviamo il passaggio in cui Plutarco ci racconta un estratto dalla battaglia delle Termobili.

4. Quando i Persiani giungevano in Grecia con cinque milioni di soldati, Leonida con trecento uomini fu inviato dagli Spartani alle Termopili. E mentre lì banchettavano era loro addosso la massa dei barbari; e Leonida, avendo visto i barbari disse: «Pranzate così, come se doveste cenare nell’Ade».
(Traduzione di Filippo Carlà-Uhink)

Detta così non sembra fare lo stesso effetto della versione di Frank Miller, e il discorso non sembra migliorare quando il testo è stato tradotto da Marcello Adriani nel 1826:

«O amici, desinate con animo di cenare poc’appresso nell’altro mondo».

Sicuramente è più bella la tarduzione del 1581 a cura di Francesco Alunno:

«Desinate compagni miei, come coloro che avessero a cenare nell’inferno»

Plutarco visse ed operò fra il primo ed il secondo secolo d.C., più di cinquecento anni dopo gli eventi narrati, quindi ovviamente si rifà a storici precedenti. Altri infatti hanno raccontato lo stesso aneddoto, come per esempio Diodoro Siculo, che nel primo secolo d.C. nella sua Bibliotheca historica (libro 11, capitolo 9, sezione 4) riporta in pratica lo stesso testo. A parte una copia incompleta appartenuta a Poggio Bracciolini stesso, solamente nel 1559 il suddetto passo appare in una raccolta completa di tutto ciò che ci è rimasto dell’opera di Diodoro Siculo, edita da Henri Estienne, e così viene tradotto nel 1575:

«Leonida avendo i soldati secondo ’l desiderio suo per se stesi accesi all’impresa, che s’aveva già nell’animo conceputa, impose loro, che quanto più tosto potessero, in tal guida desinare dovessero, come se s’avessero dovuto poi nell’inferno la sera a cenare.»

Il cavalier Giuseppe Compagnoni nel 1820 traduce:

«Leonida compiacendosi di sì bella prontezza de’ soldati, ordina, che pranzino in fretta, come quelli che dovevano poi cenare comodamente presso Dite; e in fretta mangiò egli pure, conforme avea ordinato agli altri.»

All’incirca coevo di Diodoro è Marco Tullio Cicerone, che nelle sue Tusculanae disputationes (45 a.C. circa), Libro I, 101, racconta l’aneddoto in latino:

«Che cosa disse quel condottiero, Leonida? “Procedete con animo forte, o Spartani: oggi forse ceneremo presso gli Inferi”»
(Quid ille dux Leonidas dicit? “Pergite animo forti, Lacedaemonii, hodie apud inferos fortasse cenabimus”).

M. Rupp (Dizionario delle opere filosofiche) ci informa che la prima edizione di quest’opera, con il titolo Tusculanae quaestiones, è apparsa a Roma nel 1469, probabilmente – aggiungo io – grazie alla passione della “caccia al libro” lanciata da Bracciolini. C.D. Yonge nel 1877 a New York traduce in inglese: «Tonight, perhaps, we shall sup in the regions below».

Un momento: perché tutti questi autori e traduttori, spalmati su svariati secoli, hanno usato nomi diversi per descrivere l’Àidu di Leonida?
A questo punto dobbiamo intenderci sulle parole, quindi è il momento di aprire una parentesi “infernale”.


Ade o inferno?

Per la teologia biblica dell’antico Israele tutti gli uomini, una volta morti, indipendentemente dal loro comportamento erano destinati allo sheol, termine ebraico di radice non chiara ma che pare significare “colui che inghiotte”. Santi e peccatori finivano tutti insieme lontani da Dio, perché il Dio di Israele si occupa solo dei vivi.
Dispersi gli ebrei per il mondo, con la nascita di generazioni che non parlavano più l’ebraico si è avvertita l’esigenza di tradurre la Bibbia in greco, e qui nasce il primo problema: come lo spieghiamo lo sheol in greco? Be’, in questa mitologia c’è Zeus che si occupa dei vivi e Ade che si occupa dell’oltretomba, dove si trovano le ombre dei morti: mi sembra davvero scontata la nascita del termine ade.

Passa il tempo e Roma conquista il mondo: ora tocca tradurre dal greco al latino. Con lo stesso procedimento utilizzato in passato si guarda alla mitologia romana e ci si chiede come si chiamino gli dèi che regnano nel mondo dei morti. Si chiamano Inferi, quindi nasce la parola inferi come versione latina del greco ade e dell’ebraico sheol.
«Gesù morì, fu sepolto e discese agli inferi» si legge nel Credo apostolico, così come Cicerone per citare Leonida usa il termine inferos, ma nel 359 d.C. c’è il primo documento ufficiale che parla di inferno, ad indicare un luogo fisico come noi ancora oggi lo immaginiamo utilizzando un immaginario nato nel Medioevo.

Ogni traduttore ha fatto la sua scelta, ma bisogna ricordare che la battaglia delle Termopili a cui la vicenda si riferisce risale al 480 a.C., quindi circa duecento anni prima che avvenisse la traduzione della Bibbia in greco (la celebre Septuaginta), e sheol diventasse ade: se ci mettiamo nei panni di Leonida, dunque, stiamo parlando dell’ade greco, cioè del regno dei morti comandato dal dio Ade. Proprio per lo stesso motivo, però, non possiamo oggi tradurlo con “inferno”, cioè con il termine di discendenza latino-cristiana, perché sono due entità molto differenti.

Frank Miller si prende una media licenza quando usa Hell, termine risalente all’VIII secolo dal paganesimo anglo-sassone: deriva infatti dal proto-germanico halja che significa “colui che nasconde”, e siamo davvero incredibilmente vicini al “colui che inghiotte” dell’ebraico sheol. Dubito fortemente che Miller abbia fatto questo ragionamento: secondo l’inflessibile Legge Americana del Falso Storico una frase ad effetto ha licenza poetica totale, l’importante è che funzioni.
Il problema si presenta invece per le altre lingue: come lo traduci uno spartano che invece di ade dice hell? Semplice: non ci si pone la domanda!

Come si vede da questa panoramica, tre fra le principali lingue europee (italiano, francese e spagnolo) si limitano ad utilizzare l’inferno della cultura latina medievale probabilmente perché è la traduzione corrente dell’hell inglese, cioè infischiandosene del contesto storico del racconto. O ancora più semplicemente perché la “frase maschia” ne esce decisamente meglio. C’è solo un modo per migliorarla… parodiarla!

da 299+1 (2007) di Leo Ortolani
Colori di Lorenzo Ortolani (Panini, novembre 2009)

Quindi non c’è problema per la PlayPress a portare il fumetto in Italia nel 2003 – ristampato poi da altre case, come MagicPress e Mondadori – e ad utilizzare inferno come traduzione. Che si fa però che se questa parola italiana proprio non ne vuol sapere di adattarsi al labiale di Gerard Butler che la pronuncia nel film?

Presentato il 9 dicembre 2006 ad Austin – in quel Texas che si sente invaso dai messicani e a cui non dispiace sparar loro contro sì come novelli spartani – il film 300 di Zack Snyder amplifica e sparge ovunque la propaganda di regime milleriana, rifacendosi fedelmente al testo. L’uscita italiana del 23 marzo 2007 fa sì che la SEFIT-CDC si ritrovi a dover doppiare il film con una bella grana fra le mani: la voce di Roberto Pedicini deve dire “inferno”, traducendo il testo originale, o “ade”, con una scelta più filologica?

«Spartani! Preparate la colazione e mangiate tanto, perché stasera ceneremo nell’Ade

La scelta compiuta è dunque filologica ma soprattutto obbligata, visto il labiale dell’attore. Curiosamente le stesse altre lingue europee citate non hanno avuto problemi a tradurre il film come il fumetto: ecco una esclusiva panoramica multi-linguistica fornitavi dal Zinefilo!


Dopo 300, tutti a cenare

«Da piccolo ho visto un film basato su questa battaglia poco nota, del 480 a.C. Mi impressionò profondamente e gettò le basi per la mia ossessione sull’antica Grecia e la storia delle guerre fra Greci e Persiani. Per anni mi sono detto che avrei dovuto trasformare tutto questo in un fumetto.»

da “The 100 Greatest Graphic Novels of All Time” (2016)

Così parlava Frank Miller in un’intervista del marzo 1998 a Scott Braden – riproposta da Tripwire – riferendosi quasi sicuramente al film L’eroe di Sparta (The 300 Spartans, 1962) della 20th Century Fox: il fatto che la battaglia delle Termopili sia giudicata da Miller “poco nota” forse la dice lunga sul mondo culturale americano in cui l’autore scrive.

«Qualche anno fa mi sono deciso finalmente a parlare a Mike Richardson [editore della Dark Horse Comics] di questo fumetto, che ormai per me era una malattia. Da allora lui ogni tanto mi chiamava e mi chiedeva quando avrei scritto “quella roba spartana”: non vedeva l’ora di leggerla. E io giocavo con quella battaglia, tanto che l’ho usata come prologo in una delle storie del mio Sin City: era come marcare il territorio, non volevo che qualcun altro ne parlasse.

Man mano che la storia prendeva forma si trattava di approfondire i materiali. Così andai in Grecia e passai settimane a compiere ricerche. Ho anche camminato sul campo di battaglia in cui le due armate si scontrarono. Alla fine, tutto era pronto e non avevo più scuse: dovevo assolutamente fare questa cosa.»

Il successo del fumetto è immediato e uno dei suoi risultati forse meno noti è aver fatto riscoprire la “frase maschia”: a parte i citati passaggi di Plutarco, non ho trovato il minimo riferimento al “cenare all’inferno” di Leonida prima del fumetto di Miller.
Eppure nella lingua inglese non mancano citazioni d’annata di questa espressione. «How would you like, Cyrille, to dine in hell?» scrive James Ernest Caldwell in The Castle on the Hill (1899) usando un’espressione nota anche agli spagnoli: Fernando de Rojas usa «comer al infierno» per il suo Comedia de Calisto y Melibea (1499). Che l’espressione esistesse nella lingua inglese, anche se non frequentissima, ce lo dimostra il fatto che dieci anni prima del fumetto di Miller il romanzo La Rosa del Profeta (The Will of the Wanderer, 1988) di Margaret Weis e Tracy Hickman presenta questo dialogo:

«Hai detto che avremmo avuto cibo e riposo…»
«E invero l’avrai, kafir. Questa notte, pranzerai all’Inferno!»

Eppure la frase diventa famosa solo dopo il fumetto di Frank Miller, e lo dimostra il fatto che un mese dopo la conclusione della saga a fumetti la Doubleday presenti in libreria Le porte di fuoco (Gates of Fire, novembre 1998; in Italia, Rizzoli 1999) di Steven Pressfield: è troppo forte l’odore di “sfruttamento del clamore mediatico del fumetto” perché si possa pensare che Pressfield voglia scrivere una storia diversa da quella già scritta ad Miller. Così il 34° capitolo si chiude in modo identico a come si chiude il capitolo del fumetto:

«E ora mangiamo», disse Leonida con un sorriso, «perché stasera ceneremo tutti quanti nell’Ade.»
(Now eat a good breakfast, men, for we’ll all be sharing dinner in hell.)

Pressfield sta citando Plutarco o Frank Miller? Da notare poi come la traduttrice Luciana Bianciardi scelga un termine più filologico rispetto a quanto farà nel 2003 l’edizione italiana del fumetto.

Nei libri di testo americani il condottiero spartano ha cominciato a pronunciare il suo incitamento solo dopo il film del 2006. In Italia nel 2007, al momento di raccontare la battaglia delle Termopili per sfruttare l’eco del film, il saggista e romanziere Valerio Massimo Manfredi pubblica per Newton Compton 300 guerrieri. La battaglia delle Termopili, che contiene una versione molto ampliata del testo di Plutarco/Miller:

«Adesso», concluse, «il tempo delle parole è finito. È il momento di prepararci alla nostra ultima battaglia. Andate subito a consumare il vostro pasto. Mangiate bene, se avete fame, e bevete quanto vino desiderate, per darvi più forza. Stasera ceneremo nell’Ade».

Questo non vuol dire che non si trovino ancora citazioni “slegate”, come quella de Gli invasori dell’impero (Legionary. Viper of the Northr, 2013; in Italia, Newton Compton 2015) di Gordon Doherty:

«Una volta aveva pranzato con l’imperatore Valente in persona e l’eccessivo formalismo gli aveva fatto andare tutto di traverso, ma quel giorno sarebbe stato completamente diverso. Sarebbe stato come cenare nell’Ade.»
(Traduzione di Lucilla Rodinò)

E come quella di Gilberto Delpin, che nel suo romanzo Delitto al simposio (2015), scrive:

«Lisia e Polemarco, nel nome degli dèi poliadi, mettetevi in salvo questa stessa notte, altrimeneti domani potreste cenare nell’Ade, ammesso che laggiù sia possibile farlo.»

Però è molto forte la sensazione che l’incitamento di Leonida, sebbene noto alla cultura occidentale sin dal primo Cinquecento, sia diventato famoso solamente dopo il successo del film di Zack Snyder.


Un gioco di parole perso?

In chiusura propongo una mia interpretazione che non ha alcun valore, quindi prendetela giusto come un’idea intrigante: e se Plutarco avesse creato un gioco di parole che si è subito perso nelle traduzioni?

Togliendo ogni abbellimento, la frase recita «pranzate come coloro che cenano all’inferno» («ούτως αριστάτε ως εν Άιδου δειπνήσοντες», testo greco dall’edizione Nachstädt 1935b), dando per scontato che Leonida stia incitando gli uomini a mangiare. Come ci spiega lo storico militare statunitense Victor Davis Hanson:

«Numerosi resoconti sulle battaglie degli opliti fanno riferimento al pranzo di metà mattina, quando entrambi gli schieramenti consumavano l’ultimo pasto prima della battaglia pomeridiana. Proprio a quest’ultimo pasto tradizionale fa riferimento Leonida nel celebre commiato d’augurio ai Trecento di Sparta prima dello scontro finale alle Termopili; dopo aver comandato ai soldati di nutrirsi bene, aggiunse che quella notte avrebbero cenato nell’Ade.»

Però il verbo utilizzato è aristào, “io pranzo”, mentre aristèuo vuol dire “io primeggio”. E se Leonida stesse incitando i suoi a primeggiare nell’imminente scontro in battaglia, facendo un gioco di parole? (Gioco che, per inciso, sarebbe da attribuire comunque agli storici che hanno tramandato l’episodio secoli dopo.)

Ripeto, è una tesi senza alcun fondamento ma mi diverte l’idea di un gioco di parole intraducibile, per cui un condottiero in pratica dice “primeggiate in battaglia come se doveste cenare all’inferno”: non è proprio il succo dell’intera storia? Non è il simbolo di un’azione votata al suicidio? Solo che per fare un gioco di parole invece di “primeggiate in battaglia” ha usato il verbo simile “pranzate”, così da richiamare il “cenare”. Chissà…


Chiudo infine con la poesia I Greci alle Termopili di Elena Bono:

Avanti la battaglia
i giovanetti cantavano:
– O Leonida
noi manderemo a cena
dal sire che regna nell’Ade
non invitati
i Medi carichi d’oro -.
Ma egli disse guardando le alture:
– Moriamo liberi, questo bisogna.
E non invidiare morendo
colui che ci uccide:
servo frustato
dalla frusta del re -.


Bibliografia

L.

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Nunchaku al cinema 17. Mai dire nunchaku

L’espressione è giusta, il resto no

Cominciano ad esaurirsi le citazioni di nunchaku che mi ero segnato anni fa, e che sto “riciclando” ed ampliando in questo speciale, quindi ecco alcuni degli ultimi titoli.

Esistono motivi per vedere Mai dire ninja (Beverly Hills Ninja, 1997)? Ovviamente no, a meno che non siate un fan malato come me che, per completezza, è disposto a bruciarsi gli occhi con film che nessun umano dovrebbe vedere.
Oltre alla presenza del nunchaku – di cui riporto alcuni veloci fotogrammi – il film va ricordato perché l’attore protagonista Chris Farley è morto di overdose lo stesso anno dell’uscita in sala della pellicola. La sua età? Da manuale: 33 anni… Ecco come nel 2002 lo ricorda il co-protagonista Chris Rock:

«Farley era matto, amico. Mi aveva fatto fare una piccola parte in Beverly Hills Ninja, uno dei peggiori film della storia. Comunque, erano soldi in un periodo in cui ne avevo proprio bisogno. Se non sbaglio siamo anche nati nello stesso giorno. Immagina di avere due tizi che si chiamano Chris, entrambi assunti nello stesso giorno, e che lavorano nello stesso ufficio, d’accordo? Uno è un nero di Bed-Stuy, l’altro un bianco di Madison, Wisconsin. Ora… secondo te, quale dei due morirà di overdose? Tanto per dire che non sempre le cose vanno come ci si aspetta».

Per altre storie sul cinema ninja, il consiglio è sempre lo stesso: il mio saggio Ninja. Un mito cine-letterario.

La beffa è che c’è un’ottima fotografia, del tutto sprecata

Voliamo fino in Francia, dove a marzo del 2000 esce il turbinoso Taxxi 2 (Taxi 2) di Gérard Krawczyk, che per me rimane il migliore in assoluto della tetralogia di film che un giorno dovrò decidermi a recensire.

Mai fidarsi di un ninja francese…

Organizzato un finto attentato con finti ninja, i poliziotti stanno tranquilli: è solo una semplice esercitazione per fare bella figura con gli ospiti stranieri. Invece i ninja sono veri, e i loro nunchaku fanno male!

… soprattutto dei ninja coi nunchaku!

Torniamo in America, e precisamente al 3 aprile 2000, data della prima messa in onda dell’episodio 2×22 della deliziosa serie TV “That ’70s Show“, che all’epoca ho conosciuto grazie a Canal Jimmy ma se non sbaglio è passato anche su Mtv o qualche rete similare.

Wilmer Valderrama e un giovanissimo Ashton Kutcher

Fez (Wilmer Valderrama) è il ragazzo straniero che in questa puntata – come si vede dalla rivista che legge – sogna le arti marziali, e quindi parte il puntuale sogno ad occhi aperti in cui, novello Bruce Lee in una parodia di Enter the Dragon (1973), affronta… in ninja, che non c’entrano una mazza. Per fortuna la scena è salvata dalla presenza, nel ruolo di pseudo-Han con tanto di lame al posto della mano, del mitologico Al Leong.
Fez affronterà tutti i cattivi a suon di nunchaku.

A novembre dello stesso anno ad Hong Kong esce il frizzante heist movie d’azione Skyline Cruisers (神偷次世代 / San tau chi saidoi, 2000) del sempre ottimo Wilson Yip: non ho trovato prove di una sua distribuzione in Italia. Nel caso, fatemi sapere.

Cosa si ottiene unendo due manganelli per la catena?

Quando la rapina finisce male, uno dei simpatici ladri buoni non può far altro che darsi da fare con ciò che gli capita per le mani.

Ripeto la domanda…

Aggredito dalle guardie provviste di manganelli al neon rosso (???), Jordan Chan ne unisce due per la catena e affronta le guardie a suon di nunchakate fosforescenti!

Ecco la risposta!

Se volete, ecco la sequenza in questione: cliccate “play” e siete già al punto.

(continua)

L.

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[Il Zinnefilo] Le notti del terrore (1980)

Ecco il consueto disclaimer:

Qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, contro persone e animali è sempre biasimevole e condannabile, e guardare foto di donne adulte e consenzienti che volutamente si sono spogliate davanti ad un obiettivo non ha alcun legame con questo principio né lo annulla.

Ribadisco infine il solito avviso:

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post! (invece di guardarle e poi andare in giro a lamentarvi)

Il film di questa settimana è Le notti del terrore (1980).

continua a leggere…

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A Good Man (2014) Quel buon uomo di Seagal

Questa è stata la prima settimana in cui tutte le sere del canale TV CineSony (55 sul vostro digitale terrestre) sono dedicate al grande cinema action, anche se più che “grande”… è “grosso”: lunedì si inizia infatti col Big in Romania per eccellenza!

Canale nuovo, roba vecchia

Uno che recensisce filmacci non è che può mettersi a fare quello dal palato fine, ma spero sia avvertibile il ridicolo di fare trailer a raffica, di pompare un appuntamento con l’azione in anteprima, con film in prima visione… e poi iniziare tutto questo con A Good Man con protagonista il pizzetto di Steven Seagal. Un film del 2014, poi, che in anni seagaliani corrisponde a quaranta: facendo lui dieci film l’anno, un film di quattro anni corrisponde a quaranta titoli fa nella sua filmografia.
CineSony lo preferisco quando traduce in esclusiva action inediti, come le bojate di Steve Austin: almeno lì c’è un servizio pubblico, anche se di serie Z.

La “grossa” azione in prima TV

Uscito negli Stati Uniti il 19 agosto 2014 grazie a due case specializzate nella Z, Voltage Pictures e Grindstone, due case non da meno come la 01 Distribution e Minerva Pictures fanno a botte per portare ’sta minchiata in DVD italiano dal 7 gennaio 2016.

Ma sì, buttaci degli ideogrammi sullo sfondo che fa sempre figo

Visto che da più di dieci anni ogni settimana i canali Mediaset si azzuffano per presentare un film di Seagal – probabilmente l’attore più trasmesso in Italia nella storia della nostra televisione: tanto i suoi film vengono via con due spicci – ormai il nome di Keoni Waxman dovrebbe esservi molto familiare: è l’uomo che ha votato la propria intera vita a girare film per Seagal. E come compenso… qui è pure sceneggiatore. Che è come andare da uno spazzino e dirgli “Bravo, spazzi bene: ora mangia quello che hai raccolto”.

Oddio, ho lo stesso zaino: ora dovrò buttarlo via…

In fondo lo scendiletto hawaiiano di Seagal non è che deve inventarsi chissà che. Il pizzetto che non perdona fa film in Romania da vent’anni, quindi la storia dev’essere ambientata lì; ci deve essere la mafia russa perché così ricicliamo tutti gli attori del posto; ci deve essere qualche asiatico perché a Seagal ricordano i bei tempi, quando andava in giro a dire di aver aperto una palestra in Giappone; ci deve essere una ragazzetta magra e inutile, che abbia 120 anni in meno di Seagal e che si innamori pazzamente di lui, e anche questo si scrive da solo. Insomma, Keoni non deve far altro che ripetere identico tutto quanto già girato con Seagal dal Duemila ad oggi: per essere sicuro, usa la stessa identica location utilizzata in tutti i film action romeni: da Cuba Gooding jr. a Dolph Lundgren, tutti sono passati per quel set cittadino…

ahahahahahha!!!

Per fortuna il faccione pizzuto di Seagal ci fa fare subito quattro grasse risate, quando vorrebbe farci credere che i suoi agili 400 chili solcavano in modo leggiadro, sì come libellula, i campi di battaglia, in cui la sua squadra – formata da un solo sfigato, che nel curriculum deve scrivere «Ho fatto la comparsa per un film di Seagal»! – spara ai cattivi “teste di stracci” e ovviamente lui rischia la vita per salvare una bambina: oh, ma quante bambine hanno i musulmani? Ogni singolo film che parli di guerra al terrorismo caccia fuori ’sta ragazzina: me le donne non stavano chiuse in casa? E tenete chiuse ’ste ragazzine, che qui stiamo facendo un film!
Buonismo di panza, buonismo di sostanza: e a Seagal con la panza non lo frega nessuno.

Permetti un ballo, scagnozzo?

Ora quei tempi di guerra sono lontani e Alexander (il buon uomo Seagal) vive nello stesso appartamento di tutti i suoi film romeni e conosce la solita tipa romena di cui si innamora – gli ha detto bene, l’attrice Iulia Verdes ha solo 35 anni meno di lui: di solito sono più giovani… – e, come ti sbagli?, ’sta tipa c’ha pure lei la ragazzina al seguito: ma ’ste ragazzine le regalano al supermercato? Non puoi cominciare un film che ti arriva ’na ragazzina fra i piedi.
Comunque questo film è diverso da tutti quelli identici girati da Seagal e i suoi colleghi in Romania: stavolta la ragazzina è la sorella della tipa, non la figlia come d’usanza: i motivi di questa scelta demente rimangono ignoti.

Prima gli mena e poi li taglia

Bla bla bla mafia russa bla bla bla mafia cinese bla bla bla morra cinese bla bla bla insalata russa bla bla bla chi se ne frega: arriva Seagal e fa le sue mossette – sempre le stesse, identiche da trent’anni – e i suoi pericolosi assalitori, che lo attaccano coi pollici e coi gomiti, non hanno scampo.

Che brutta fine per un grande caratterista

Mentre il livello dei combattimenti è il solito dei film di Seagal, cioè una vergogna per la razza umana, dispiace vedere un bravo e storico caratterista come Tzi Ma prestarsi a questa buffonata: il suo scontro finale con la spada è imbarazzante, è come vedere il John Travolta di oggi fare i balletti de La febbre del sabato sera del 1977: non lascia un ricordo dignitoso di sé.

«Ah ah ah ah, stayin’ Seagal, stayin’ Seagal» (semi-cit.)

«Sono un uomo comune che fa cose brutte alle persone».
Va be’, già la frase è quella che è – comunque lodevole in un filmaccio di Seagal – ma certo visto il titolo del film sarebbe stata migliore la scelta “sono un uomo buono che fa cose cattive”, invece la sceneggiatura non è così sottile: «I’m a regular man who does bad things to bad people».
Quindi questo diventa un film del mistero: perché si intitola A Good Man? Va be’, dopo 1.250 inutili film romeni i poveri distributori di Seagal cominciano a finire le idee…

È lui o non è lui?

Un’ultima parola va spesa invece per Victor Webster, attore che per l’intera durata del film ho fissato chiedendomi: ma io questo dove l’ho già visto? Solo consultando la sua filmografia scopro che, irriconoscibile, l’ho recensito per il suo ruolo protagonista de Il Re Scorpione 3 (2012) e Il Re Scorpione 4 (2015). Incredibile quanto un semplice taglio di capelli possa cambiare una fisionomia.

Victor Webster nell’unico fotogramma del film degno d’esser visto

Per fortuna questo è uno dei film di Seagal che lasciano spazio a bravi comprimari, e qui Webster brilla di luce propria: si lancia in combattimenti ottimamente eseguiti e in pratica tiene da solo l’intera seconda metà del film. Visto che per motivi ignoti alla scienza il nome di Seagal “vende”, almeno che sia l’occasione per lanciare nuovi talenti, attori più giovani e soprattutto “vivi”. Purtroppo sappiamo che questo non accade, nessuno diventa famoso facendo porcate romene con Pizzetto D’Acciaio, ma almeno sono belle parentesi per palati Z.

Saluti da Bucharest: patria dell’action americano!

L.

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Venerdì 13 [2] (1981) L’assassino ti siede accanto

Nuovo appuntamento per raccontare i miei venerdì con Jason.

L’enorme successo di Venerdì 13 quasi obbliga la Georgetown Productions a mettere in cantiere un sequel che, uscendo esattamente un anno dopo il primo, sfrutti l’eco mediatica e l’entusiasmo del pubblico. Bisogna quindi girarlo di corsa, e Sean Cunningham non è disponibile: sta curando altri progetti per altri studios. (Probabilmente una scusa per non dover essere ancora coinvolto in un film che non voleva fare sin dall’inizio, malgrado gli debba tutto.)

Poco male, si prende il produttore Steve Miner e lo si promuove regista. In fondo è appena stato sospeso il progetto che stava curando a Roma, cioè la pre-produzione di un film intitolato Marimba. (Visto che non esiste traccia di un film con quel titolo, non è che quel progetto sarà il futuro Mamba di Mario Orfini, uscito nel 1988?)

“Fangoria” n. 12 (aprile 1981)

Il regista prende la cosa con l’entusiasmo giusto e a “Fangoria” n. 12 (1981) rivela:

«Abbiamo cercato di creare il film più terrificante di sempre. So che ogni regista dice la stessa cosa, ma penso davvero che ci siamo riusciti. Mi sono prefisso di superare Venerdì 13 e abbiamo già avuto alcune proiezioni di prova molto promettenti.»

Di sicuro l’entusiasmo gli sarà servito, visto che non c’era altro. Se da un lato la Paramount mette sul tavolo almeno il triplo del budget rispetto al primo film, la velocità di produzione richiesta fa sì che tutto il cast tecnico sia già impegnato altrove e non possa partecipare: il che vuol dire perdersi per strada il giovane Tom Savini, fra i principali veri artefici del successo di Venerdì 13. Pazienza, tocca ripiegare su un amico di Steve Miner, un tizio promettente che potrebbe fare carriera… un certo Stan Winston!

«Quando chiamai Stan per fare Venerdì 13 Parte 2 lui disse che avrebbe voluto ma aveva degli impegni improrogabili. […] Mi disse di chiamare Dick Smith, il quale non poteva e mi consigliò Carl Fullerton.»

Alla fine della fiera i big scompaiono e rimane un ragazzetto. Ha 25 anni Carl Fullerton quando fa l’assistente al makeup del film Stati di allucinazione (1980), una palestra eccezionale che gli permette l’anno dopo di iniziare, con questo Venerdì 13 parte 2, una lunga carriera che dura tutt’ora. Miner racconta che Fullerton si è presentato al colloquio con una testa mozzata che aveva creato per Wolfen (1981) – «era così incredibilmente verosimile e straordinaria!» – il che aiuta sempre per l’assunzione. Però certo… mica male il pensiero del giovane Stan Winston all’opera…

Un inizio di carriera da perdere la testa!

Sempre in “Fangoria” n. 12 (1981) Miner racconta:

«L’effetto più elaborato del film è l’impalamento post-coito di due corpi nello stesso momento. Abbiamo utilizzato degli ingombranti corpi finti che costringevano gli attori ad una posizione molto scomoda. Carl e il suo assistente David, il figlio di Dick Smith, avevano una specie di macchinetta ad aria compressa che sputava sangue: hanno reso la scena davvero truculenta..»

Peccato che nessuno (almeno in Italia) la possa vedere, visto che la censura è stata molto più truculenta…

Una bella idea… già usata però da Mario Bava dieci anni prima…

Continua Miner:

«La mia scena di omicidio preferita è quella in cui Mark (Tom McBride) si becca il machete in testa. Parte della tensione in questi film consiste nel fatto che il pubblico sa che il personaggio dovrà morire, ma la suspence cresce perché non sa quando questo succederà. Quello che mi piace fare è distrarre l’attenzione il più possibile.»

Qualsiasi voce di scopiazzamento da Mario Bava mi sembra infondata…

Adam Rockoff nel suo saggio Going to Pieces (2016) afferma che il film è uscito nei cinema americani il 30 aprile 1981 e che, con un budget di 2,5 milioni di dollari, ha guadagnato in totale 21 milioni. IMDb fornisce tutt’altri dati: è uscito il 1° maggio 1981 e, con un budget di 1,25 milioni, ha guadagnato 6 milioni nel primo weekend e 21,7 in totale. Visto che nessuno dei due cita le fonti a cui si è affidato, non so a chi credere.

Arrivato nelle sale italiane in anteprima il 27 agosto 1981, esce ufficialmente il successivo 3 settembre con il titolo L’assassino ti siede accanto.

«Titolo routinier del tutto ingiustificato per un film che in realtà si chiama Venerdì 13, parte seconda, ed è la continuazione del misteriosissimo fortunato Venerdì 13, parte prima.»

Così scrive “La Stampa” del 14 settembre, per nulla entusiasta dell’arrivo di cotanto film.

Esistono due edizioni in VHS: una CIC Video, datata probabilmente 1992 e con il titolo L’assassino ti siede accanto, e l’altra del 20 ottobre 2004 targata Paramount, con il titolo Venerdì 13 Parte 2. L’assassino ti siede accanto.
Nello stesso ottobre 2004 la Paramount presenta anche l’edizione DVD da 83 minuti, cioè censurata. Con il remake del 2009 la Universal Pictures lo ristampa in DVD e Blu-ray Special Edition, ma sempre con la durata di 83 castissimi minuti.

Da “Sorrisi & Canzoni TV” n. 78 (1984):
grazie a Paolo D’Alessandro

Il primo passaggio televisivo noto risale al 1984 su Italia1, con lo stringatissimo titolo Venerdì 13-II (o almeno così è scritto sul trafiletto di “Sorrisi & Canzoni TV”): ringrazio di cuore il mio lettore Paolo D’Alessandro per avermi sottoposto questa preziosa informazione.

Dopo il logo, inizia l’usanza della “parte” numerata

Estate 1981. Il 39enne Roger Ebert, notissimo critico cinematografico scomparso nel 2013, nella sua città natale (Champaign-Urbana, Illinois) va al Virginia Theater a vedere Friday the 13th, Part 2: descriverà quell’esperienza in una recensione raccolta in I Hated, Hated, Hated This Movie (2013).

«La proiezione serale era piena di ragazzini e collegiali, e quando le luci si spensero venni preso da nostalgia: in quello stesso cinema per un numero infinito di venerdì sera avevo avuto un appuntamento fisso con i film. Quella nostalgia durò solo un paio di minuti.
Il film si apre con una delle eroine del primo film, sola in casa. Ha degli incubi, si sveglia, si spoglia, è spiata dalla cinepresa, sente un rumore in cucina. Va in cucina e attraverso una finestra un gatto piomba in scena. Il pubblico grida forte ed è felice: è divertente essere spaventati. Poi un uomo non identificato infila un rompighiaccio nel cervello della ragazza, e per me il divertimento è finito.
[…] Seduto in questa poltroncina sin da quando ero ragazzo, ricordo le fantasie cinematografiche di quand’ero bambino. Consistevano in adolescenti che si innamoravano, che truccavano le proprie auto, ascoltavano il rock and roll ed erano ribelli senza causa. Sia i ragazzi in questi film che quelli che li guardano sembrano avere un’unica visione del mondo: quella cioè in cui l’unica funzione degli adolescenti è essere fatti a pezzi.»

Quella di Ebert è una voce scontata, sarebbe stato sorprendente se invece il critico avesse colto l’importanza di un fenomeno nuovo – per l’America – che stava infiammando il cinema e riscuotendo un successo che i suoi stessi autori trovavano inspiegabile. Molto più acuto è John Brosnan, che recensisce il film per il numero di agosto 1981 di “Starbust”:

«È una fotocopia del precedente titolo. Il produttore/regista Steve Miner e lo sceneggiatore Ron Kurz hanno semplicemente rifatto Venerdì 13, riproponendo la maggior parte delle sequenze chiave quasi scena per scena. Ed ancora una volta – sorpresa! – funziona. Anche se sapevo cosa sarebbe successo il film mi ha comunque tenuto sul bordo della mia sedia. Be’, no: in realtà sono sprofondato e ho guardato tutto il film attraverso le dita, qualcosa che non facevo sin da quando vedevo gli horror da ragazzino.»

In tempi più recenti lo spiega Jim Harper nel suo Legacy of Blood:

«Stilisticamente, Venerdì 13 parte 2 è un aggiornamento del primo film. La granulosità non c’è più e i movimenti di camera sono più fluidi e naturali, il che probabilmente è merito del talento di Steve Miner e di un budget leggermente più alto. A parte questo, è incredibilmente simile all’originale. Il copione di Ron Kurz riproduce la struttura del primo film così come alcuni personaggi. Gli effetti speciali sono un po’ meno impressionanti ma più abbondanti, e soprattutto le inquadrature si assicurano che ogni goccia di sangue sia chiaramente visibile.»

Raramente un critico entra così in dettaglio, quindi la media di ogni età è il totale disprezzo. Parlando di Vestito per uccidere (1980) di Brian De Palma ha gioco facile Vinny Garvey su “Famous Monsters of Filmland” a contrapporlo a «spazzatura come Venerdì 13 parte seconda, in cui qualcuno viene fatto fuori ogni dieci minuti».

Tipica protagonista di slasher movie

Sul film non c’è molto da dire, se non sottolineare quanto è già stato detto: malgrado una regia più attenta e una tecnica più ricercata, la storia ricalca esattamente il film precedente. Con un gran difetto: stavolta la censura ci è andata giù duro e le scene truculente – cioè l’unico motivo per vedere il film – sono solo un pallido fantasma, di un paio di fotogrammi di durata. Quindi abbiamo 83 minuti di gente sconosciuta che fa cose noiose in video e poi esce di scena in un lampo.

Strizza l’occhio a L’ultima casa a sinistra (1972) o a Non aprite quella porta (1974)?

Giustamente spaventata da un maniaco che dopo il primo film cominciò a perseguitarla, l’attrice Adrienne King non vuole più lavorare nel cinema e fa giusto una comparsata all’inizio del film, quando viene uccisa da un Jason di cinque anni più grande: come abbia fatto da ragazzino gracile a diventare una montagna di muscoli rimarrà per sempre un mistero.

Me lo ricordavo più piccolo, Jason…

Malgrado venga chiamata “protagonista”, Amy Steel appare a fine film solo per diventare la final girl di turno: il suo peso nella storia è pari a zero. Nessuno è protagonista della storia semplicemente perché… non esiste alcuna storia! Esistono solo alcune sfumature di scopiazzamento da Mario Bava (lasciatemi l’icona aperta, come dice Cassidy!)

Ripeto: ogni voce di scopiazzamento da Mario Bava la trovo infondata!

La novità del film è che stavolta Jason non rimane un nome vago o una comparsata, è protagonista della vicenda con tanto di corpaccione, che appartiene ad un giovane laureando in economia che sognava di fare l’attore. Francis Warrington Gillette III aveva fatto il provino per un ruolo “parlante” ma non l’aveva ottenuto, così ha dovuto ripiegare su Jason: capendo in seguito di essere diventato immortale. Nessuno ricorda l’esercito di attorini che sono morti in questa saga, ma gli interpreti di Jason vengono regolarmente presentati in speciali e documentari ogni volta che esce un nuovo Venerdì 13 al cinema.

Guarda mamma, sto entrando nella storia del cinema!

Diventato in seguito modello di moda, nel 1981 Warrington Gillette – così scelse di chiamarsi come attore – sapeva che la parte non richiedeva gran che, in quanto attorialità, «ma trovai affascinante l’idea di andare in giro ad ammazzare la gente in onore della testa di mia madre»: moralmente discutibile, ma come motivazione attoriale non è niente male.

Sì, caro, bravo: il cinema ha sempre bisogno di assassini psicopatici

Subito l’attore si ritrova immerso nel make up di Carl Fullerton. «Mi incollarono pezzi di gomma alla faccia per distorcerla, mi infilarono protesi dentarie in bocca per tenerla forzatamente aperta e mi chiusero un occhio», racconterà l’attore a “Jason Goes to Hell Official Movie Magazine” (1993). «Avevo problemi a mangiare e bere e, con un occhio sempre chiuso, persi la percezione di profondità».

Carl Fullerton a lavoro sulla faccia di Jason (da “Fangoria” n. 12, aprile 1981)

Le cose peggiorarono quando dovette uscire fuori da una finestra ed attaccare l’eroina Amy Steel. «Quando il regista diede l’azione, presi la rincorsa e mi buttai fuori dalla finestra a tutta velocità e poi tornai indietro. Non ero a mio agio con quel processo e stavo male per tutto quel trucco: ero così goffo che temevo di ammazzare sul serio quella ragazza!»

da “Fangoria” n. 28 (luglio 1983)

Ecco come Steve Miner, al citato numero di “Fangoria”, racconta del suo Jason.

«Nel mio film, Jason sembra molto differente ma solo perché è più grande di cinque anni: non perché sia un morto vivente, come dicono alcuni. Credo che Jason sia sopravvissuto all’annegamento, è così che mi sono posto alla trama, ma questo non vuol dire che Alice abbia incontrato il vero Jason. In Parte 2 Jason non parla come la signora Vorhees lo imitava nel film precedente, in realtà anzi non parla affatto.»

Quando alla fine Gillette vede il risultato di tanta fatica, rimane sinceramente deluso. «Credevo di avere una grande parte, invece eccomi lì, sullo schermo, che senza dire una parola non faccio altro che ammazzare un gruppo di ragazzi». Curiosissima affermazione: quando ha firmato il contratto ha fatto caso al titolo del film? Non stava girando una tragedia shakespeariana…

Quando hai mal di testa, una buona bevuta è quel che ci vuole

Alla stessa rivista si confida Amy Steel, un’altra modella che all’epoca aveva velleità attoriali, rimanendo in seguito relegata a piccoli ruoli televisivi.

«Lavorare per due mesi di notte mi ha dato i brividi. Ero costantemente ricoperta di fango e mi gettavano acqua addosso, e dovevi guardare i tuoi colleghi venire uccisi, con sangue che schizzava dai loro copi… Be’, okay, non era reale, ma ad un certo punto è diventata un’esperienza parecchio tesa».

Per il resto l’attrice non ha trovato particolari difficoltà nel suo ruolo. «Essere spaventata è un’emozione relativamente facile da fingere: non era così difficile immaginare che qualcuno mi inseguisse con un coltello». Diverso invece quando qualcosa va storto nella scena in cui Jason deve attraversare la finestra dello chalet. «Di solito giravamo tre scene, e la parte peggiore era stare seduta sul letto a sentire gli strani suoni prodotti dalla cinepresa, e tutto ad un tratto un mostro sarebbe piombato dalla finestra. Era richiesto un particolare coinvolgimento emotivo, e alla terza ripreso ero sinceramente un po’ provata».

Adam Rockoff nel suo saggio Going to Pieces (2016) riporta alcune critiche di plagio, nate dalla scena in cui Jason uccide una coppia intenta a copulare: a quanto pare qualcuno ha voluto vedere in questa scena un rimando troppo palese al film Reazione a catena (1971) di Mario Bava. «Sebbene ci siano delle strette somiglianze fra i due film, soprattutto nelle sequenze d’omicidio», spiega Rockoff, «quand’anche Miner conoscesse il film di Bava si potrebbe parlare più che altro di un omaggio. In fondo la saga di Venerdì 13 non ha bisogno dell’aiuto di nessuno per i modi creativi di ammazzare la gente.»

Non ho saputo resistere e sono volato a guardarmi il film in questione, un misconosciuto thrilling che ha avuto nel nostro Paese una distribuzione praticamente inesistente: il 12 agosto 1971 ha ricevuto il visto censura un film dal titolo Ecologia del delitto che forse per qualche giorno è apparso in qualche cinema, senza lasciare traccia, trasmesso poi il 22 marzo 1980 con il titolo Reazione a catena. Uscito in VHS General Video in data ignota e con il titolo Reazione a catena (Ecologia del delitto), la Raro Video lo ripesca in DVD nel 2005 e Minerva Pictures lo ristampa nel 2014.
Non credo che nel 1980 fosse un film noto a molti italiani, chissà quanto lo era agli americani…

Il Jason di Mario Bava!

La trama del film è molto diversa da Venerdì 13, Parte 2, semplicemente perché… c’è una trama! C’è la madre schizzata, c’è il figlio assassino, ci sono i giovani che arrivano in una villa sul lago vengono trucidati uno alla volta in sistemi variopinti e pieni di sangue e carne, c’è la tipa che fa il bagno di notte… Insomma, scopro che Mario Bava aveva inventato lo slasher movie nel 1971!
A parte le scene che ho mostrato più in alto, è facilissimo che Miner non abbia “scopiazzato” altro: ogni slasher dal 1980 in poi è totalmente identico a Reazione a catena di Mario Bava, quindi non ha senso parlare di plagio…

Quiz: secondo voi è Venerdì 13, Parte 2 o Reazione a catena?

Una curiosità. Steve Miner racconta che l’attore Walt Gorney, che torna ad interpretare Crazy Ralph – il vecchio fuori di testa che nel primo film tentava di mettere in guardia i protagonisti – durante le pause sul set non faceva che parlare con se stesso. Il regista si è più volte chiesto se fosse una tecnica attoriale per rimanere in parte fra una ripresa e l’altra… o se l’attore fosse davvero fuori di testa come appare nel film!

Nell’estate del 1980 il cinema horror scopriva i videogiochi…

Chiudo con un’altra curiosità. Come si vede dalla foto qui in alto, il film nasconde un product placement – più volgarmente, una “marchetta” – di un qualcosa nato da così poco che stupisce trovarlo già in un film di genere.

In attesa che qualcuno ci maciulli, facciamoci un videogioco

Visto che in questi giorni Redbavon sta compiendo un viaggio nella storia dei videogiochi nei film, gli ho chiesto se sapesse aiutarmi ad identificare quegli scatolotti che gli attori usano a favore di camera.
Ecco il responso:

Piuttosto facile visto che mi hai dato due elementi essenziali: anno e foto da cui si evince che si tratta di un videogioco portatile, anzi due. L’anno poi mi ha fatto fare centro al primo colpo. Di videogiochi a quell’epoca non ve n’erano molti. Di portatili vi erano dei videogiochi con lo schermo a LED (ne ho un paio e prima o poi ci faccio uno dei miei consueti sproloqui). Ma di console portatili ce n’era solo una: Milton Bradley Microvision, lanciata nel novembre 1979. La prima console portatile in assoluto nel senso che aveva dei giochi intercambiabili. Non esattamente delle cartucce ma si sostituiva la mascherina. Qui trovi un articolo con molte foto e questo video spiega come funzionava l’aggeggio.

I due giochi presenti nel film sono: nel primo fotogramma la console che appare chiaramente dai colori è Microvision Star Trek Phaser Strike (pare sia oggi un pezzo rarissimo). Quello con la manopola è invece Block Buster, che era il primo fornito quando acquistavi la console. Una versione di Break Out, il gioco della pallina e del muro. La manopola per la precisione è un “paddle”.

Ringrazio Redbavon per la consulenza videoludica.
Ed ora, in allegato al Zinefilo, il poster uscito su “Fangoria” n. 28 (luglio 1983).

Poster di “Fangoria” n. 28 (luglio 1983)

L.

P.S.
E ora, tutti nella Bara Volante… prima che vi ci mandi Jason!


Bibliografia

  • John Brosnan, Friday the 13th Part 2 Review, da “Starbust Magazine” n. 36 (agosto 1981)
  • James Burns, Friday the 13th Part II, da “Fangoria” n. 12 (aprile 1981)
  • Roger Ebert, I Hated, Hated, Hated This Movie, Andrews McMeel Publishing (febbraio 2013)
  • David Everitt, The Terrifying Makeup of Carl Fullerton, da “Fangoria” n. 28 (luglio 1983)
  • Friday the 13th: Part 2, da “Famous Monsters of Filmland” n. 174 (giugno 1981)
  • Vinny Garvey, 1980: Fantasy Film Sweepstakes, da “Famous Monsters of Filmland” n. 183 (maggio 1982)
  • Jim Harper, Legacy of Blood. A Comprehensive Guide to Slasher Movies (Critical Vision 2004)
  • The Other Jasons, da “Jason Goes to Hell: The Official Movie Magazine” (1993)
  • Adam Rockoff, Going to Pieces. The Rise and Fall of the Slasher Film, 1978-1986 (McFarland 2016)
  • Marc Shapiro, Camp Crystal Lake Memories, da “The Bloody Best of Fangoria” n. 9 (1990)
  • The Surviving Starlets of Friday the 13th, da “Jason Goes to Hell: The Official Movie Magazine” (1993)

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