Wolverine l’immortale (2013) Road to Logan 2

wolverine-immortaleSi avvicina la data dell’uscita italiana di Logan, l’ultimo (a quanto si dice) film dove l’attore Hugh Jackman interpreterà Wolverine: è il momento di iniziare a… viaggiare informati!

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X-Men Origini: Wolverine (2009) non è andato bene, ha guadagnato “solo” 30 milioni netti, quindi la 20th Century Fox prima di tutto abbassa il budget di partenza e poi prende una decisione imbattibile… almeno sulla carta.

wolverineSe il primo film in solitaria del personaggio ha una storia delle origini così terribile da aver inorridito tutti i fan, allora sapete che vi dico? Andiamo alle origini, ma sul serio: andiamo a prendere la prima storia di Wolverine nella sua prima testata in solitaria, scritta dal mostro sacro Chris Claremont e disegnata dal mostro sacro Frank Miller. Andiamo a prendere una storia che è talmente “la prima” da chiamarsi semplicemente Wolverine, apparsa sulla testata “Wolverine” nel numero 1 – capito? Uno, mica cacchio! – nel settembre del 1982. (Giunta in Italia nel luglio 1989 in un volumetto PlayPress senza numero, tradotta da Wainer Fini.)
Ora si torna al Giappone, si torna al primo incontro di Logan con La Mano, banda di ninja rossi che Frank Miller ha inventato nel momento esatto in cui nelle Filippine Menahem Golan stava dirigendo Franco Nero contro i ninja rossi. (E Miller inventa il ninja bianco Stone quando nel progetto originale di quel film Cannon, L’invincibile Ninja, era stato ingaggiato Mike Stone nel ruolo di ninja bianco: tanto per darvi l’idea di cosa stiamo parlando…)
Ora si torna al Mito con le lame maiuscole, all’amore problematico per Mariko Yashida, al Giappone mistico, alla spada Masamune. Andiamo, come si può sbagliare?
Il risultato è un fallimento maggiore del precedente, visto che al netto delle spese The Wolverine guadagna “solo” una decina di milioncini. Per una grande major come la Fox questo è un fallimento bruciante.

Un titolo che ammicca al fumetto, ma solo nel testo

Un titolo che ammicca al fumetto, ma solo nel testo

Presentato in anteprima londinese il 16 luglio 2013, il film esce in Italia il 25 luglio successivo come Wolverine: l’immortale.
La Fox Video lo porta in DVD e Blu-ray dal 20 novembre 2013, anche in versione Extended Edition (2 Blu-ray + 1 Blu-ray 3D) e Steelbook (Edizione limitata).

Sarà una citazione di quel tempio giapponese rimasto intatto durante l'esplosione nucleare?

Sarà una citazione di quel tempio giapponese rimasto intatto durante l’esplosione nucleare?

La sceneggiatura è affidata a due nomi molto diversi fra loro. Mark Bomback inizia con il pessimo Godsend (2004) e prosegue con Die Hard 4 (2007), quindi può solo peggiorare: per esempio con Apes Revolution (2014)…

Avere Famke Janssen al fianco: conosco modi peggiori di svegliarsi...

Avere Famke Janssen al fianco: conosco modi peggiori di svegliarsi…

Tutt’altro discorso per Scott Frank, che nel 1991 firma quel maledetto capolavoro assoluto che è L’altro delitto (1991), troppo poco apprezzato mystery di Kenneth Branagh. Adatta Elmore Leonard con Get Shorty (1995) e Philip K. Dick con Minority Report (2002) e in generale rimane sotto i radar con piccoli ottimi film: lo aspettiamo al varco con la sua partecipazione alla scenggiatura di Logan (2007).
Bomback e Frank prendono il fumetto di Claremont e Miller, si slacciano i pantaloni, vi si accucciano sopra, e iniziano a scrivere la sceneggiatura petando…

Ma santo Adamantio, come avete fatto a svaccare tutto?

Ma santo Adamantio, come avete fatto a svaccare tutto?

L’inizio è identico, vignetta per vignetta, così i fan sono contenti e abbassano le difese: poi entra in scena Yukio e tutto crolla con un enorme peto.
Il personaggio a fumetti della kunoichi (donna ninja) Yukio viene sdoganata in video già nel 2011 come presenza quasi fissa della serie animata Wolverine, che vanta tra gli autori Warren Ellis (e scusate se è poco): soon sicuro che il mitico sceneggiatore l’avrà trattata meglio di questo film, in cui è semplicemente una nippo-minkia smorfiosa e inutile.
Nella sana tradizione occidentale di prendere nomi maschili e trasformarli in femminili – chi ha detto Nikita? – qualcuno avrebbe dovuto pensare al premio Nobel Yukio Mishima, ma facciamo finta che Yukio sia un nome femminile: in fondo assomiglia a Yoko, no? Nel film poi viene pronunciato Yuki-ò, così sembra un grande marchettone a Yu-Gi-Oh!.

1982-2013: Yukio, da donna a ragazzina

1982-2013: Yukio, da donna a ragazzina

Sembra incredibile che per interpretare una giapponese sia stata scelta Rila Fukushima, modella giapponese nonché attrice esordiente: una regola aurea americana vuole che ogni etnia sia interpretata rigorosamente da tutt’altra etnia. Tipo i messicani che interpretano i pellirossa, i coreani che interpretano i cinesi e via dicendo.

(Photo by Ben Rothstein© 2012 Twentieth Century Fox Film)

(Photo by Ben Rothstein
© 2012 Twentieth Century Fox Film)

Però la Fukushima – ah, cognome “nucleare” in un film che parte da Hiroshima! – risponde ad un altro stereotipo americano: una vera donna combattente deve pesare 10 chili e non avere la benché minima ombra di muscoli, così che quando atterra cristoni grandi il triplo la scena sia sufficientemente cialtrona. Poi qui l’attrice sfoggia una capigliatura rosso fuoco mentre interpreta una donna costretta a rispettare le antiche traduzioni: è universalmente noto che le donne nella tradizione giapponese abbiano capelli rosso shocking
Per finire, negli anni Ottanta andavano di moda le donne e Yukio è una donna, che fa perdere la testa a Wolverine facendogli smarrire la retta via: qui è la solita ragazzina smorfiosa degli anni Duemila, che sembra la nipotina di Logan ed ha la sensualità di un maschietto: nei pedofili anni Duemila questa è considerata una buona scelta.

Logan va in Giappone perché chiamato da un vecchio nemico-amico: Yashida, interpretato dal caratterista di lunghissima data Haruhiko Yamanouchi, che ha iniziato la carriera in Italia facendo il cadavere nel film Delitto al ristorante cinese (1981)! Yashida da giovane è sopravvissuto in un pozzo insieme a Logan alla bomba nucleare, perché a quanto pare all’arma di distruzione più forte del mondo si può sopravvivere abbastanza facilmente.
Ora Yashida sta morendo e chiede al vecchio amico il potere rigenerante, ottenendo un bel due di picche. Però Viper (interpretata dalla prorompente moscovita Svetlana Khodchenkova) impianta una roba in Logan che gli fa perdere gradualmente il potere rigenerante.

Sui treni di Roma, all'ora di punta, ho fatto anche di peggio...

Sui treni di Roma, all’ora di punta, ho fatto anche di peggio…

Dopo lunghe e totalmente inutili scene d’azione senza il minimo di emozione, e temo anche sbagliate dal punto di vista della fisica di base, Logan affronta un robottone samurai fatto d’adamantio. Perché siamo in Giappone ed è ovvio che si debba affrontare un robottone.

Non puoi andare in Giappone senza incontrare un robot...

Non puoi andare in Giappone senza incontrare un robot…

Bastano due schiaffi per battere il robottone, mentre il bacchettonismo americano prevede che Viper (che è una donna) possa essere affrontata solo da un’altra donna: noblesse oblige!
Il robottone sega gli artigli di adamantio della mano destra di Logan, ma niente paura: nella scena successiva il nostro Wolverine tira fuori gli artigli d’osso che aveva prima di diventare Weapon X. Se qualcuno mi spiega come sia possibile ‘sta cacchiata, mi fa un piacere…

«E adesso spogliati... come sai fare tu» (cit.)

«E adesso spogliati… come sai fare tu» (cit.)

Tutta questa inutile spazzatura non c’entra niente con il fumetto di Claremont e Miller, è robaccia appiccicata con lo sputo che cola lentamente per tutto il film, mentre in scena si agita Hiroyuki Sanada, che dopo L’ultimo samurai (2003) è il giapponese più amato dagli americani: il suo Shingen è un personaggio sì proveniente dal fumetto, ma essendo totalmente svuotato è solo un cartonato che si muove senza motivo da una scena all’altra.
Yukio è inutile e fastidiosa come una sciarpa d’agosto, Mariko (interpretata dall’efebica e trasparente Tao Okamoto) serve a fare la storiellina d’amore per ragazzini e poco altro. Insomma, un’altra volta ci troviamo di fronte al nulla che si agita in video.

Claremont e Miller, vestiti da ninja, sono venuti a fare giustizia del loro lavoro!

Claremont e Miller, vestiti da ninja, sono venuti a fare giustizia del loro lavoro!

Quelle due o tre scene d’azione sono davvero miserelle: da un filmone Fox si poteva chiedere molto di più. Ovviamente siamo lontani parecchi universi dai ninja di Frank Miller, perché bisogna pensare ai bambini e quindi tutti qui combattono come se fossero in uno show televisivo del pomeriggio.
Lo scontro finale col robo-minkione è davvero imbarazzante: mi vergogno io per la produzione, visto che alla Fox non sembrano saper arrossire…

Wolverine con la spada di fuoco di fuori!

Wolverine con la spada di fuoco di fuori!

Per finire, il momento “Doppiaggio Italioti“.
Prima di sferrare il colpo finale, Logan sfotte il samurai meccanico chiamandolo «Hey! Bub!», un modo che Wolverine ha usato già per indicare «Ehi, amico!». (L’Urban Dictionary conferma che bub è un sinonimo dell’intraducibile dude.)
Per motivi misteriosi il doppiaggio italiano trasforma la frase in… «Ehi, Giappa!» Ma perché “giappa”? Perché siamo in Giappone? Quindi Logan ha pronti “richiami localizzati” a seconda di dove si trova a combattere? Un altro mistero di questo film…

L.

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[Videogiochi] Resident Evil – Code: Veronica X (2003)

codeveronicaxUno dei visitatori più assidui dei miei blog, Denis, è un grande “videogiocatore” e vuole condividere con i lettori del Zinefilo alcuni titoli: gli cedo subito la parola, ringraziandolo per la disponibilità.

Titolo: Resident Evil Code Veronica X

Genere: Survival Horror

Anno: 2003

Versione: Gamecube

Tre mesi dopo il bombordamento atomico avvenuto su Racoon City, a Parigi Claire Redfield si fa catturare dall’Umbrella (ella ella, no niente Rihanna) e viene portata a Rockfort Island dove cominciano i guai.

Comincio a pensare che i Redfield portino sfiga come i Peltzer (Gremlins).

Twins

Il gioco si struttura come i precedenti capitoli, inquadrature un po’ meno fisse per via che gli ambienti stavolta in 3D, munizioni limitate, risoluzioni di enigmi, porte da aprire, bauli dove mettere l’oggetti dell’inventario, come al solito si parte con un misero coltello e pistola per poi espandere l’inventario con fucile, magnum, lanciagranate mitra, balestra e fucile da cecchino e possibilità di usare due armi con mira diversa!

La differenza la fanno la varietà di zombi che adesso oltre a fargli esplodere la testa possono essere divisi in due da un colpo!

Come schifezze genetiche troviamo i cani zombi, falene, vermi, bondersnatch umanoide con braccione, pipistrelli, ragnoni.

Psycho

La trama fa leva sulla pazzia, e i fratelli: Redfield i buoni, e Alfred Ashford capo dell’isola e amante del travestitismo e ritorna il simpatico Albert Wesker, colui che tradì la propria squadra nel primo episodio, potenziato dal virus T con forza sovraumana, occhi rossi.

Nel gioco oltre a Claire usate per pochissimo Steve Burnside un prigioniero dell’isola e Chris ma non si possono scegliere. Come il 2 si comincia con Claire per passare nella seconda parte a Chris e si finisce anche in Antartide!

Final Countdown

Come al solito ci sono i boss come il Tyrant, Alfred e suo padre Nosferatu e infine la sorella Alexa (famiglia disfunzionale) ridotti a mostri dal virus Veronica.

C’è sempre il countdown finale con mostrone finale, qui Alexa mutata che si può uccidere con arma speciale mi sembra cannone a ioni.

Che dire ottimo gioco con un sapore un po’ diverso, uscito prima su Dreamcast e poi con il suffisso X su PS2 dove aggiungeva nove minuti in più di filmati, vanta un’ottima grafica (per forza da 32 bit si passa a 128 bit) un sottogioco che si può giocare in prima persona il battle game. La versione Gamecube è l’unica sottotitolata in italiano.

Curiosità: il giubbino di Claire e quello speciale da aviatore di Chris nel primo gioco hanno scritto sul retro Made in Heaven e Let me live canzoni dei Queen.

Ah, e la scena in cui buttate fuori dal portellone dell’aereo il Tyrant me ne ricorda una con Micheal Berryman ne L’inferno in diretta di Ruggero Deodato.

Nel 4 con il ritorno del game designer Shinji Mikami la formula verrà stravolta.

Paul W Anderson Approved

Denis

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Gazzetta Marziale 4. L’urlo di Chen

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni venerdì corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

4. L’urlo di Chen
terrorizza anche l’Occidente

(sabato 10 aprile 2010)

way1La quarta uscita della collana da edicola “Bruce Lee e il grande cinema della arti marziali”, firmata dalla Gazzetta dello Sport e curata da Stefano Di Marino, è un film molto particolare: si tratta del primo ed unico lungometraggio diretto da Bruce Lee. (In realtà aveva già concepito ed iniziato a girare il suo più grande progetto, Game of Death, quando la morte gli impedì di portarlo a termine: tecnicamente, quindi, quest’ultima non può essere contata come regia.)

Dopo una lunga carriera come attore, iniziata men che decenne e sempre sviluppata in piccoli ruoli di poco spessore, l’enorme successo riscosso dai film marziali interpretati da Lee, come Dalla Cina con furore, gli consentì di poter chiedere di diventare anche regista, mansione che ricoprì in modo forse un po’ grezzo ma comunque dignitoso. Il risultato è L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (Meng long guo jiang / Way of the Dragon, 1972).

Non ci si lasci ingannare dall’orribile titolo italiano (ampliato anni dopo con L’urlo di Chen terrorizza tutti i continenti affibbiato al film Rider of Revenge, 1971): l’unico legame che il film ha con i precedenti è la trama molto stereotipata e gran parte del cast in comune. Lee torna a vestire i panni del campagnolo che sbarca in città (così come ne Il furore della Cina colpisce ancora), trova gli amici inguaiati col boss locale (con il solito cinese rinnegato, interpretato dal mellifluo Wei Ping-Ao) e giù botte fino al big fight, il combattimento finale che, nella sana tradizione di Hong Kong, è lungo fino ai limiti della sopportazione dello spettatore.

Bruce Lee nel vero Colosseo e poi in un teatro di posa di Hong Kong

Bruce Lee nel vero Colosseo
e poi in un teatro di posa di Hong Kong

La particolarità di questo film è che gli esterni sono girati a Roma, per la gioia dei tantissimi fan italiani (e romani!) che applaudirono l’uscita della pellicola nelle sale il 1° gennaio 1975. Piazza Venezia, piazza Navona e tanti altri celebri luoghi turistici di Roma sono immortalati nel film, compreso il Colosseo che campeggia in molte locandine italiane con Lee che gli salta sopra. Novello gladiatore, Lee scelse proprio questa location per rappresentare il combattimento finale del film, ma non ci si lasci ingannare: solo alcune inquadrature esterne vennero effettivamente filmate nel monumento romano, mentre tutta la sequenza marziale è girata in un posticcio teatro di posa di Hong Kong. (E chiunque abbia visitato anche solo una volta il Colosseo può riconoscere a colpo d’occhio che la location non assomiglia neanche lontanamente al celebre anfiteatro!)

Bruce Le (Ho Cung Tao) nelle stesse location di Leenel film Bruce Lee Supercampione

Bruce Le (Ho Cung Tao)
nelle stesse location di Lee
nel film Bruce Lee Supercampione

Gli esterni della Città eterna piacquero non poco agli spettatori asiatici, tanto che nel 1976 per il film Bruce Lee Supercampione, che voleva ripercorrere l’ascesa al successo del grande attore ma che invece presentò un tipico personaggio da B-movie, tornò a Roma e utilizzò le stesse location (e anche alcuni attori) del film di Lee. Nel 1982 il film Bruce Lee vive ancora (Xiong zhong / Bruce Le Fights Back) fa un uso ancora più massiccio di ambientazioni romane: altro che Colosseo, c’è un combattimento niente meno che in piazza San Pietro! [Che ho nascostamente omaggiato nel finale del mio Fratelli di fuoco]

Fra i cattivi del film (che, nella sana tradizione dei gongfupian, sono tutti non-cinesi) troviamo tre artisti marziali di rilievo. Whang In-Sik, maestro coreano di hapkido che Lee volle scritturare anche per il progetto incompiuto Game of Death (e le cui scene sono oggi visibili all’interno del film L’ultimo combattimento di Chen, 1978), in seguito reso celebre da alcuni spettacolari combattimenti contro Jackie Chan; Robert “Bob” Wall, destinato a diventare celebre per il suo ruolo di O’Hara ne I 3 dell’Operazione Drago e che già qui, come nel successivo film, presenta una cicatrice sul volto, forse ricordo di qualche match finito male!

I tre "cattivi" del film:Chuck Norris, Whang In-Sik e Bob Wall

I tre “cattivi” del film:
Chuck Norris, Whang In-Sik e Bob Wall

La palma d’onore spetta, ovviamente, a quel Chuck Norris che oggi è icona del genere ma che all’epoca era un illustre sconosciuto per gli spettatori. È proprio questo film a “battezzarlo”, aprendogli le porte del cinema di Hong Kong (in pessimi film come Massacro a San Francisco, 1974) e in seguito di quello hollywoodiano: alla fine degli anni Settanta sarà proprio Norris a sdoganare il genere marziale negli States e a dare vita ad un filone destinato a durare quasi un ventennio.

Il suo combattimento finale contro Bruce Lee in questo L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente – è innegabile – scrive una delle pagine più celebri del genere: la morte di Lee fece sì che la scena segnasse una sorta di passaggio del testimone dal cinema marziale con gli occhi a mandorla a quello occidentale. Ricordiamo infatti che per moltissimi anni il mercato mondiale accettò solo Lee come star cinese: lo stuolo di bravissimi attori di Hong Kong che stavano nascendo vennero rifiutati a scatola chiusa – e lo sono ancora! -, compreso Jackie Chan, che ha impiegato quasi vent’anni per riuscire ad imporsi sul mercato statunitense: altre grandi star quel mercato non l’hanno ancora mai visto.

Norris invece riuscì a continuare l’opera Lee – con le dovute proporzioni – e a far capire all’Occidente che i film marziali non sono necessariamente di bassa qualità, aprendo così le porte a star statunitensi decisamente migliori di lui, ma che comunque gli devono molto.

L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente è un film inferiore alla somma delle sue parti. Ha tante peculiarità e tanti particolari unici, ma messi insieme creano solo un film per appassionati. Chi voglia avvicinarsi al film con occhi moderni, si ricordi quindi di tenere in considerazione i tanti fattori e si gusti con mente aperta l’opera prima di Bruce Lee, un uomo che fino a qualche anno prima era un attore di contorno in patria e una caricatura cinese negli States: un bel passo in avanti, non c’è che dire.

L.

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Resident Evil (2007) Extinction

extinction-posterIn attesa dell’uscita italiana dell’ultimo (sicuri?) capitolo, è il momento che il Zinefilo dica la sua sulla saga più morta vivente del cinema.
Vi rimando a “Gli Archivi di Uruk” per sapere tutto dei romanzi di Resident Evil usciti in Italia.

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La tedesca Constantin continua a cambiare nome e continua a mungere soldi al mondo dei videogiochi. Anche perché Milla ha trovato in un mercatino delle favolose calze nuove e non vede l’ora di mostrarle in un film.
Se Apocalypse era contraddistinto dal calzone “al polpaccio” – cioè coscia nuda e polpaccio coperto – qui si va sul burlesque molto prima che diventi di gran moda. E poi c’è quella sciarpetta carina, presa in saldo: che fai, non la porti al cinema?
Con queste premesse inizia Resident Evil: Extinction.

Che titolo "spaziale"...

Che titolo “spaziale”…

Presentato a Las Vegas il 20 settembre 2007, il film arriva in Italia il 12 ottobre successivo (fonte: ComingSoon.it). La consueta Universal lo porta in DVD dal 10 marzo 2008 e in Blu-ray dal 2 luglio 2010. Poi lo ristampa in pregiata Edizione Steelbook dal 25 gennaio 2017 insieme all’intera saga.

Che cagata spaziale...

Che cagata spaziale…

Tutti concordano che Paul W.S. Anderson sia un ottimo regista, e infatti… una volta ancora NON dirige lui! Ma stavolta è un assente giustificato, anzi giustificatissimo: è in Canada a girare Death Race (2008) – presto su questi blog – e quindi vai così, Paul, per una volta l’hai fatta giusta!
Paul si limita a fare ciò che non sa fare, cioè lo sceneggiatore. Sulla sedia del regista si siede l’australiano Russell Mulcahy, che voi potreste ricordare per la regia di un certo Highlander (1986) ma purtroppo ha fatto anche Highlander II: il ritorno (1991) e Scorpion King 2 (2008), che non vanno certo a suo merito.
Fra cinema e TV il regista si barcamena con onesto mestiere, e di sicuro in questo caso fa un lavoro migliore del precedente titolo, diretto da un tizio che passava di lì per caso.

Ma sono di nuovo sul set del primo film? Mi sa che ho sbagliato porta...

Ma sono di nuovo sul set del primo film? Mi sa che ho sbagliato porta…

Il virus zomberello zombetta di qua e di là e infetta tutto il mondo. Non solo, si beve pure tutta l’acqua così da rendere la Terra un enorme grande deserto. Insomma, il virus ha portato Mad Max nel mondo.
Ok, Paul, abbiamo capito che scalpitavi per fare una madmaxata gigante, che volevi la sabbia e i motori che fanno brum brum, ma c’era bisogno di sparare la cazzata del virus che secca la terra? A quanto pare sì.

Milla non guarda nemmeno le inutili comparse

Milla non guarda nemmeno le inutili comparse

Vi ricordate Jill Valentine, che ha fatto da inutile tappezzeria nel secondo film? Ecco, scordatevela che si è persa per strada.
Ricordate Carlos Olivera (Oded Fehr), il personaggio che più è inquadrato più è totalmente inutile? Ecco, lui c’è ma è come se non ci fosse: è in pratica il simbolo del Buco di Sceneggiatura, stile marziale in cui Paul Anderson è cintura nera.
Al loro posto entrano in scena diecimila personaggi nuovi talmente scritti male che è impossibile capire chi siano o anche solo dispiacersi per la loro morte.

Per favore, qualcuno mi dice cosa devo fare in questo film?

Per favore, qualcuno mi dice cosa devo fare in questo film?

Da che mondo è mondo appena crolla la civiltà la gente sale in macchina e comincia a macinare centinaia di chilometri. Così, senza meta, giusto per sprecare benzina perché è l’unica soddisfazione rimasta. Che stupidi sono stati gli uomini nei diecimila anni precedenti all’invenzione dell’automobile a spostarsi con la forza animale, che non ha bisogno di carburante: ci sono le macchine che fanno brum brum, perché non usarle? Soprattutto in un mondo dove non ci sono più pezzi di ricambio né meccanici né benzina.
Malgrado la bojata di base, trovo molto intrigante l’idea del convoglio di mezzi che i superstiti usano per spostarsi (non si sa dove), peccato che Paul riesca a rovinare tutto nel più cialtronesco dei modi: l’idea del convoglio dura i 30 secondi della ripresa aerea, poi tutto finisce.

Per andare là dove nessuno sceneggiatore ne azzecca una

Per andare là dove nessuno sceneggiatore ne azzecca una

Mulcahy ferma le riprese ed imbraccia il megafono: «Serve il solito stronzo nero che fa il coglione e muore come un coglione da film horror: ci sono volontari?» Essendo Mike Epps l’unico attore nero, è obbligato a ricoprire il ruolo.
Così nel mondo dove bisogna sempre stare uniti e in movimento per difendersi dai morti viventi, Mike Epps vede bene di entrare in una stanzetta buia per fare non si sa cosa. Non ci crederete ma ci trova uno zombie che lo morde.

È inutile che citate Hitchcock, 'sto film rimane una cagata!

È inutile che citate Hitchcock, ‘sto film rimane una cagata!

Extinction ci mette davvero una manciata di secondi a scadere nella minchiata colossale: Paul non ci ha provato nemmeno a scrivere una trama, ha preso un foglio e ci ha scritto «Seguite con la cinepresa quello che fa mia moglie Milla, se no poi a casa chi la sente?».
Così arriva in scena Milla Jovovich, una brava attrice quando non si lancia in ‘sta roba con giusto uno zinzinino di voglia di tirarsela da morire.
Piomba in scena in mutande ed è un clone, ma forse è l’originale, ma forse è un clone, o forse chissenefrega, che tanto è tutto un delirio. C’ha le telecamere negli occhi così il cattivo dottor Isaacs (Iain Glen) può vedere quello che fa, tipo reality: strano che l’idea non sia stata presa da qualche rete italiana.

eh la Milla l'è bella, che c'ha nell'occhio l'Umbrella...

eh la Milla l’è bella, che c’ha nell’occhio l’Umbrella…

Milla ha trovato un quaderno per terra con su scritto “Scemo chi legge”, poi però girando pagina esce fuori che al Polo Nord non ci sono zombie: e tutti in coro gridano «E grazie al cazzo, è il Polo Nord!»
Visto che è una sconosciuta in mutande, tutti le credono a occhi chiusi e si parte. Però prima non la vuoi fare una tappa a Las Vegas? E dài, mica si vive di solo zombie. E dài, che poi sarà proprio a Las Vegas la prima del film e tocca sparare il marchettone.

Gente di Las Vegas, si vede il marchettone?

Gente di Las Vegas, si vede il marchettone?

Quando poi nel mezzo della strada trovi un container abbandonato, che fai, non lo apri? Andiamo, siamo in un mondo postapocalittico dominato dai morti viventi… che vuoi che ci sarà nel container? Oh, non ci crederete… c’erano i morti viventi!

Vola vola vola vola vola l'ape Milla!

Vola vola vola vola vola l’ape Milla!

L’intero film è diviso in due parti: i coglioni superstiti che fanno le stupidate più stupide che essere umano possa pensare – ma dubito che siano esseri umani – e poi tutta la seconda metà del film c’è la lotta contro il miliardo e mezzo di morti viventi che esce da quel container. Ma come ci sono entrati?
Ad inizio film ci vengono presentati – male, perché qui davvero Paul scrive con lo sfintere – sì e no quattro personaggi: nella seconda metà del film ne muoiono tipo mille e cinque: ma da dove arrivano? Non è che hanno chiamato anche il cast dei due precedenti film a morire qui nel terzo? Si può sapere da dove arrivano le decine di vittime della seconda metà del film, se erano tipo in sei nel convoglio?

Il ritorno di Jean-Milla Van Jovovich!

Il ritorno di Jean-Milla Van Jovovich!

Extinction è un enorme e vacuo Buco di Sceneggiatura come solo Paul sa creare, ed è inutile che strizzi l’occhio a Il giorno degli zombie (1985), coi dottori che sotto terra fanno esperimenti di condizionamento zombie: prima di citare Romero, Paul, sciacquati la bocca e caccia Milla di casa…

Fermi tutti: che qualcuno mi dia spunti per andare avanti a mostrarmi figa!

Fermi tutti: che qualcuno mi dia spunti per andare avanti a mostrarmi figa!

Nel secondo film hanno chiamato una bravissima coreografa dei combattimenti e il risultato è stato deludente. Decidono allora di non chiamare nessuno e far fare a Milla dei voletti stupidi, che stranamente fanno un effetto migliore!

Viuleeeeeeeeeenza!

Viuleeeeeeeeeenza!

Il resto del lavoro lo fanno i suoi due khukuri, celebri coltelli nepalesi molto amati da Hollywood: Van Damme se ne infilava uno in bocca in Cyborg (1989), dimostrando totale inettitudine anche in quel semplice gesto.
Dove ha trovato Alice due coltelli nepalesi, visto che siamo nel deserto messicano? Questo è uno dei grandi misteri di questo inutile filmaccio puzzolente che non scopriremo mai… perché davvero chissenefrega!

Purtroppo non è la fine, ma un nuovo pessimo inizio

Purtroppo non è la fine, ma un nuovo pessimo inizio

Rivisto dopo dieci anni – ammazza, già so’ passati dieci anni? – Extinction risulta esattamente stupido come lo ricordavo dalla prima visione, con qualche bella scena d’azione persa nella cloaca massima di una sceneggiatura ridicola infarcita di personaggi stupidi che passano come dei dementi inutili nella storia di questa saga pessima.
E siamo solo a metà del ciclo…!

L.

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[Il Zinnefilo] Soldi facili (1983)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Soldi facili (Easy Money, 1983).

continua a leggere…

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X-Men: le origini – Wolverine (2009) Road to Logan 1

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Si avvicina la data dell’uscita italiana di Logan, l’ultimo (a quanto si dice) film dove l’attore Hugh Jackman interpreterà Wolverine: è il momento di iniziare a… viaggiare informati!

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Per la serie di film in cui Wolverine collabora con gli X-Men vi rimando direttamente al blog La Bara Volante: mi sarebbe impossibile fare di meglio. Anche perché non ho mai amato gli X-Men, né a fumetti né al cinema, ma visto che Wolverine è l’unico dell’intero cast che – secondo me – non fa la figura del deficiente, merita un post zinefilo!
Di sicuro quando la 20th Century Fox cercava un personaggio da promuovere a protagonista la scelta era davvero scontata: ma chi vuoi mettere davanti alla cinepresa per un intero film, Tempesta dal capello sempre in tiro? O il capoccione della Rogue di Anna “True Blood” Paquin? Ma tornasse a prendere lezioni di piano…
Sin dal primo film è dannatamente ovvio che Wolverine è l’unico abbastanza figo da poter reggere un intero film: per questo il mondo si è stupito nel vederlo fallire. In coda c’era X-Men Origins: Magneto, ma subito il Calamitone si è nascosto attaccandosi ad un frigo e ha aspettato i film successivi.
Io invece un film con Mystique nuda in blu per due ore l’avrei fatto, ma evidentemente il progetto non è andato in porto…

Andiamo, che se fosse stata Mystique nuda ora staremmo parlando di un cult movie!

Andiamo, che se fosse stata Mystique nuda ora staremmo parlando di un cult movie!

Presentato a Sydney (Australia) l’8 aprile 2009, X-Men Origini: Wolverine esce nelle sale italiane il 29 aprile successivo (fonte: ComingSoon.it): la 20th Century Fox lo porta in DVD dal 2 febbraio 2010 e in Blu-ray dal 2 luglio successivo.
Subito però il povero film è vittima… di un atto di bullismo!

Sbrigatevi a girare, che inizia a mancarmi il fiato...

Sbrigatevi a girare, che inizia a mancarmi il fiato…

Nel 2009 dei colleghi d’ufficio mi passano un film e mi consigliano di vederlo: sghignazzano mentre lo fanno, e così mi convinco che è un porno malgrado sulla copertina campeggi il faccione di Hugh Jackman. Chi sono io per rifiutare un porno?
Incuriosito dagli sghignazzi metto play… e accidenti, è proprio il film di Wolverine! E che c’è da sghignazzare? Procedo con la visione di questa copia “non autorizzata” – che sono stato costretto a vedere con l’inganno – e mi accorgo che c’è qualcosa che non va… Perché Wolverine non ha gli artigli? E perché mancano parecchi effetti speciali?
In pratica sono stato uno dei 4 milioni e mezzo di spettatori nel mondo che quell’anno hanno visto la versione non definitiva del film, fuoriuscita non si sa come dalle maglie della protezione Fox. Pare che un critico cinematografico di Fox News si sia divertito a recensire questa, invece del film finito, e che per tutta risposta la Fox lo abbia licenziato. Diciamo che erano un po’ sensibili sull’argomento…

Con la forza del pensiero... rubo le copie pirata!

Con la forza del pensiero… rubo le copie pirata!

Pagando un breve tributo di qualche minuto alla mitica serie Origin di Joe Quesada e Paul Jenkins (novembre 2001-luglio 2002, in Italia: “Marvel Miniserie” nn. 42-44, luglio-settembre 2002), che ho amato moltissimo, la sceneggiatura va poi per conto suo e qui ovviamente cominciano i problemi.
Come testimoniato da più fonti, la sceneggiatura è stata più volte riscritta e modificata in corso d’opera, e questo non è mai un buon segno: anche se si riesce alla fine a tirare fuori un qualcosa di omogeneo, le tante aggiunte e sottrazioni rimangono sottopelle e fanno capire che non è una storia lineare.
Una delle modifiche maggiori pare sia colpa di Ryan Reynolds, che ha insistito per allungare a dismisura il suo personaggio, che originariamente doveva fare giusto una comparsata. Un personaggio particolarmente ciarliero…

Aspetta... ma chi è quello scemo sulla sinistra?

Aspetta… ma chi è quello scemo sulla sinistra?

Scopertisi novelli Highlander, senza neanche un fulmine ad averli colpiti, Jimmie Logan (Hugh Jackman) e suo fratello Victor Creed (Liev Schreiber) felici per il mondo vanno passando di guerra in guerra: non è che sono loro a far scoppiare guerre per avere qualcosa da fare?
Con la splendida musica corale di Harry Gregson-Williams – che da tempo è finita nella mia raccolta personale – i titoli di testa ci mostrano l’eterna guerra dei fratelli ghiottoni, finché arriva il colonnello Stryker (Danny Huston) a fermare il gioco: perché non entrate in un gruppo segreto che fa cose segrete, ma così segrete, che neanche quelli che fanno parte del gruppo segreto sanno cosa faccia il gruppo segreto? Oh, detta così sembra interessante: andiamo!
Peccato che alla prima missione i due fratelli scoprono che fa parte del gruppo un tizio insopportabile che non fa che parlare: un mercenario dalla bocca larga…

Da grande voglio fare il Deadpool!

Da grande voglio fare il Deadpool!

A distanza di qualche anno, di tutto questo film rimane solamente il fatto che ha capito da quale parte soffiava il vento eppure è riuscito a sbagliare lo stesso.
In fase di preparazione infatti pare che Ryan Reynolds si sia imposto con la forza alla Fox: «Voglio fare il Ballerina!» andava gridando, ma quando gli dissero che proprio non c’era un ruolo del genere, ha cambiato opinione e ha cominciato a gridare «Voglio fare il Deadpool!»
Nel 2009 in Italia davvero pochi sanno chi sia Deadpool ma in America è già un mito, e malgrado Ryan sia uno che riesca a sbagliare tutto nella vita, stavolta ci ha azzeccato: basta con ‘sti vecchi supereroi nati nel dopoguerra, è il momento del merc with a mouth, dell’assassino chiacchierone che sta conquistando milioni di lettori (e che ho recensito anche nel mio blog Fumetti Etruschi). Ryan Reynolds stranamente aveva capito tutto, e infatti sette anni dopo fa il botto grosso con il suo divertentissimo Deadpool (2016).
Nel 2009 la Fox invece non ha capito una mazza… e tappa la bocca a Deadpool!

«Faffafulo»... Comedici, Deadpool? Parla più forte...

«Faffanfulo»… Come dici, Deadpool? Parla più forte…

Tutta la inutilmente arzigogolata trama si riduce a Stryker che “colleziona” mutanti per prendere loro i poteri – ma come? Boh, non si sa – e trasferirli al suo progetto di Weapon X, il cui ultimo passaggio era inserire adamantio nel corpo di Logan. Il risultato finale è Deadpool – che qui chiamano semplicemente Wade – che ha in sé tutti i poteri carpiti agli altri mutanti… compresa la calvizie di Xavier!
Qui tutti i fan insorgono e danno fuoco al cinema: perché prendere un personaggio in piena ascesa, amatissimo, e stuprarlo in video? Perché poi prendere il più chiacchierone dell’universo Marvel… e tappargli la bocca?
Unito ad una trama troppo speziata, probabilmente per far spazio alle migliaia di X-Men presentati qui – in attesa di futuri film – il risultato è davvero al di sotto delle aspettative.

Per favore, chiudete la porta? Che poi entra Will.i.am che se la tira da attore...

Per favore, chiudete la porta? Che poi entra Will.i.am che se la tira da attore…

Non è che il film sia andato male, ha sempre incassato 180 milioni di bigliettoni fumanti: il problema è che ne è costati 150. Ok, è finito in attivo, ma troppo poco per gli standard della Fox, visto che i primi due X-Men hanno incassato il doppio di quanto sono costati.
Le scene sono belle ma mi sembra ovvio: mica è una produzione RAI! Tutto è perfetto e tutto è a modo, ma racchiudere così tanti eventi e così tanti twist di sceneggiatura in un film solo sinceramente è stancante.
E poi c’è la questione che più mi fa impazzire: come faccio ad appassionarmi al combattimento finale fra tre personaggi… invincibili? Perché nell’universo Marvel continuano a minacciare di morte gente che non può morire? Mi manda davvero fuori di zucca…

«I'm the most complete fighter in the world» (cit.)

«I’m the most complete fighter in the world» (Boyka)

Infine merita una citazione il fatto che il regista Gavin Hood abbia una dote non riconosciuta, quando si parla di film di supereroi: ha un cuore marziale! Questo è il suo primo “filmone” da regista e poi avrà anche Ender’s Game (2013), ma in realtà Gavin inizia la sua carriera nel cinema nei primi anni Novanta… come attore di film di arti marziali, e addirittura interpreta un campione di lotta in Kickboxer 5 (1995)!
Mi piace pensare che sia stato lui a mettere la Fox sulla buona strada e oltre al coreografo dei combattimenti del film (Jon Valera) ne chiama uno speciale per aggiungere un po’ di pepe nella sequenza finale: chiama un ragazzetto di nome J.J. “Loco” Perry.

I calci al tramonto fanno più male!

I calci al tramonto fanno più male!

Perry è solamente un genio dei combattimenti, che lavora in un numero impressionante di film come stuntman ma solo pochi hanno l’onore di avere sue coreografie: come per esempio Unsiputed II (2006), dove Perry dà vita allo stile marziale del più grande lottatore dell’universo. Come “chi”? Ma lui, ovviamente: Yurj Boyka, quando stava ancora in prigione e non prendeva a calci gli alieni!
Nel 2008 delle riprese di Wolverine, mentre Ryan Reynolds è impegnato a fare filmetti inutili, Perry chiama sul set Boyka in persona, cioè Scott Adkins, lo trucca da Deadpool e gli fa eseguire i suoi cavalli di battaglia già presentati in Undisputed II ma anche in The Shepherd (2008). Sono tecniche velocissime che si vedono per un paio di fotogrammi, ma sono 100% Boyka! Qualche mese dopo Wolverine esce Ninja (2009) dove nello scontro finale Adkins ripete, pressoché identiche e nella stessa sequenza, le tecniche eseguite nei panni di Deadpool… ma mille volte meglio!

Rivisto dopo diversi anni – e visto nella sua versione definitiva! – sicuramente Wolverine è simpatico e non dispiace, però certo è un minestrone e le belle scene d’azione non bastano ad equilibrare i lunghi spiegoni disseminati ovunque.

Nooooooooo che paura!

Nooooooooo che paura!

La parte peggiore è però nel finale, quando appare un mostro che mi ha fatto saltare sulla sedia: non ho più l’età per vedere… Patrick Stewart “ringiovanito” al computer! Ma che è ‘sto mostro? È lui la vera Arma X: spaventare i nemici con faccioni tondi inquietantissimi!

L.

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Street Knight (1993) Il cavaliere della strada

cavalierestradaLascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Devo ammettere che a volte, in preda a preoccupanti raptus autodistruttivi della mia dignità professionale, mi capita di tradurre i nomi degli attori americani in italiano e i risultati sono ovviamente bislacchi. Basti pensare allo “storico” Gavino Pancetta alias Kevin Bacon. Così quando mi sono approcciato a Jeff Speakman non ho potuto fare a meno di dare libero sfogo al mio scetticismo. Come? Si chiama “Gofffredo Uomo Che Parla” uno che dovrebbe affidarsi sempre e solo a nerboruti cazzotti misti a calci?
Però, oh, magari mi sbaglio. Magari sono vittima di pregiudizi. Magari ho votato Donald Trump. Allora guardiamo un suo film e speriamo nella smentita.

© 1993 Cannon Films

© 1993 Cannon Films

La scelta cade su Il cavaliere della strada. Ok, il titolo promette bene. L’inizio un po’ meno nel senso che il nostro Jeff (l’agente Jake Barrett) va a trattare con un folle che tiene in ostaggio una bambina, che si sente il mondo contro e che arriva a dire «Mi vogliono tutti morto, soprattutto questa bambina». Sicuro. E poi ammazza l’innocente fanciulla dinanzi a un costernato “uomo che parla”. Bravo Jeff, ottimo inizio. Ma sarà un peccato veniale, un errore di gioventù. Andiamo avanti.

© 1993 Cannon Films

© 1993 Cannon Films

In città c’è una tregua tra bande giovanili ma c’è chi mira a farla finire per tenere occupate le forze dell’ordine e fare i propri comodi. Si tratta di un gruppo paramilitare composto da ex poliziotti corrotti e capeggiato da tale Franklin (un Christopher Neame che interpretava il cattivo anche nel “norrisiano” ed osceno Hellbound e ciò, nel circuito Zintage, costituisce una mirabile medaglia al merito). Così, in un agguato, vengono trucidati i membri di una delle due gang per far ricadere la responsabilità sull’altra. Tutti messicani in base alla legge per cui i primi a morire in un action made in USA negli anni ’90 devono essere appartenenti a una minoranza etnica. Rigorosamente.
Ah, e l’altra banda indovinate da chi è formata? Neri, of course. Protagonista inetto, razzismo, pazzia a cianfo. Procediamo verso l’abisso o sbaglio?

© 1993 Cannon Films

© 1993 Cannon Films

Nel frattempo un poro sventurato, nomato Carlos, ha assistito all’agguato suddetto, ha fatto perdere le proprie tracce e il nostro, ormai ex poliziotto ed attuale meccanico, dopo varie titubanze accetta su richiesta della sorella del disperso l’incarico di ritrovarlo. Alla notizia che tale Carlos è scomparso da due giorni la prima riflessione dell’agente-operaio è la seguente: ma sarà con una ragazza o con gli amici, no? Bravo Sherlock Holmes, ti chiedono aiuto e tu pensi sia una scappatella? Mah.
Il “mah” si estende a un’altra scena ravvicinata dove un amico di Carlos è catturato dai complottasti per avere informazioni: per convincerlo a parlare piantano un coltello nella coscia di un altro ostaggio e il tipo canta come un uccellino, poi vorrebbero qualche soffiata in più e per persuaderlo sparano in testa all’ostaggio di prima. Il nostro che fa? Sputa ai sequestratori e viene giustamente ucciso. Sfugge solo a me la logica per cui il nostro temeva più una fi*a nella coscia che non un buco in testa? Ripeto: sfugge solo a me? Non credo.

cavalierestrada_eNel frattempo si susseguono scene e constatazioni così scontate da far impallidire i saldi di fine stagione: la love story tra il protagonista e la sorella di Carlos (love story priva di climax e, soprattutto, di qualsivoglia scena bollente); le abilità marziali del protagonista purtroppo palesate ad intermittenza e in scene posticce che nulla aggiungono al filone principale; il fatto che i capibanda sono così saggi che il nero pare Martin Luther King e il messicano parlamenta con Jeff come fosse un suo parente stretto e non un ex sbirro. E quest’ultima cosa è doppiamente deleteria: perché toglie credibilità alle gang (che già non ci sguazzavano nella credibilità) e perché, lasciandole nel disagio e nell’attività criminale, non elimina il razzismo ma lo rende solo più politicamente corretto e quindi sottile. Che poi quando il boss di colore si trova in uno strip club acquistando finalmente uno spessore che ce lo rende simpatico e permettendoci di intravedere qualche zinna alla Serena Grandi… lo freddano. Ma come? Proprio ora? Quando si dice “nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Proseguo la visione un po’ abbacchiato e quando Jeff trova Carlos mi devo sorbire un inseguimento macchina-cavallo in cui ovviamente trionfa il secondo “maneggiato” a dovere dal protagonista. Rabbrividisco al pensiero che il titolo della pellicola possa essere stato partorito da questa insignificante scena equestre. Rabbrividisco ma temo. E mentre si va a grandi falcate verso il solito finale stereotipato dove provate a indovinare chi trionfa, torno a riflettere sul nome del nostro attore.

cavalierestrada_dEffettivamente Jeff combatte poco; tuttavia, al contempo, perennemente accigliato, non è che parli molto: niente battutacce così stile action, niente sboronate (unica, lodevole, eccezione un «hasta la vista baby» con tanti di citazione di Schwarzenegger), niente termini pittoreschi. Niente. E quindi, suggerisco sommessamente, ti saresti dovuto chiamare Jeff Nothingman. Per onestà intellettuale. Perché l’etichetta con cui ci si presenta è importante. Anche se non ho mai pensato di addentare l’inerme Kevin Bacon.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Cat Run (2011) Gatta presciolosa fa filmacci in Montenegro

cat-runLa Universal Pictures è una grande casa specializzata nella distribuzione capillare delle porcate prodotte dalle più infime case in circolazione: ormai se vedete sui DVD il suo logo sappiate che al 90% è spazzatura economica raccolta in giro per il pianeta.
Così la grande Universal non si lascia certo sfuggire l’occasione ghiotta di distribuire un prodottino della Lleju Productions, casupola che ogni tanto tira fuori un film: così, tanto per passare il tempo. Se ogni tanto ci azzecca e tira fuori un gioiellino come Unthinkable (2010), capita anche che tiri fuori un film pencolante e mal riuscito come In the Blood (2014) con l’ex mma fighter Gina Carano.
Capita però anche che getti sullo schermo una busta di spazzatura andata a male dal titolo Cat Run.

Non si sono sforzati molto, con la grafica

Non si sono sforzati molto, con la grafica

Vi è mai capitato di ricordare la locandina di un film ma nessun altro particolare per identificare quel film? Io avrei scommesso mille miliardi che si chiamava Cat Run un ottimo piccolo film degli anni Novanta interpretato da una stuntwoman promossa attrice, con lei in locandina che penzolava da un tir in corsa. Era un film inedito in Italia che ho visto tempo fa in lingua originale, con questa brava action woman che sfuggiva agli inseguitori saltando sui tir e lanciandosi in scene d’azione molto pericolose.
Quando ho visto che sul canale in chiaro Cielo davano questo film del 2011, altrettanto inedito fino a poco tempo fa, ho pensato ad un remake moderno o a qualcosa comunque di simile. Non solo scopro di ricordare male, che non esiste altro Cat Run al mondo sebbene fino a poco tempo fa avrei scommesso la mia vita su questo titolo – come faccio allora a conoscerlo se non esiste? – non solo scopro che questo Cat Run ha la stessa gradevolezza di una carogna in autostrada sotto il sole, ma scopro anche che Cielo è un canale assurdo che spero non dover mai più vedere in vita mia.

Basta con New York: la nuova location è Przno!

Basta con New York: la nuova location è Przno!

Sono nato nel 1974 quindi ho fatto in tempo a vedere l’origine delle televisioni private di Berlusconi, in un periodo totalmente privo di “garanti” e menate varie, in un’epoca dove iniziavi a vedere un film o un telefilm e non era affatto scontato che dopo gli spot pubblicitari si ritornasse a quello che stavi vedendo!
Ho vissuto un’epoca in cui anche sul settimanale a fumetti “Topolino” ci si lamentava della troppa pubblicità – in una storia in cui Paperino per vedere un film giallo impiegava una notte intera! – un’epoca in cui era impossibile vedere qualsiasi cosa in diretta: bisogna registrare su cassetta e rivederlo “mandando avanti” la pubblicità.
Ecco, siamo tornati indietro ma credo che la situazione sia anche peggiore: neanche ai tempi della prima Rete4 c’erano cinque interi minuti di spot televisivi ogni 15 di trasmissione!
Cielo, Nove, TV8 e questi inutili “nuovi” canali – di cui non c’era alcuna necessità – sono delle fogne di spot a loop chiuso. E ogni tanto trasmettono pezzi di bojate per giustificare la loro esistenza.

Il vero sogno americano è fare il cuoco in Montenegro!

Il vero sogno americano è fare il cuoco in Montenegro!

Chiusa la geremiade sul canale Cielo – che, ripeto, spero di non dover mai più vedere perché è davvero peggio del Berlusconi anni ’80 – tocca parlare di questa spazzatura girata da un regista che riesco ad odiare ogni volta di più: John Stockwell.
Non so perché continui a dirigere invece di limitarsi a fare l’attore, e non so perché riesca spesso ad avere grandi nomi nel cast – tutti inutili, tutti sprecati. La mia prima delusione di questo regista risale al 2002: ma santo Hitchcock, hai quella pataccona di Michelle Rodriguez, che tutti nel mondo stanno ammirando in Girlfight (2000) e Resident Evil (2002)… e le fai fare da tappezzeria surfista in Blue Crush (2002)? Ma che l’hai chiamata a fare? È come avere nel cast la lottatrice Gina Carano e farle fare un film dove NON combatte… tipo il citato Into the Blood
La recente fatica del regista che ho avuto modo di subire infastidendomi è Kickboxer: Vengeance (2016), ma tutti i film citati sono Kubrick in confronto all’abominio di Cat Run

Tipici protagonisti di un buddy movie cazzone

Tipici protagonisti di un buddy movie cazzone

L’americano Anthony (Scott Mechlowicz) fa il cuoco nel Montenegro… e già qui avrei dovuto cambiare canale, ma va be’. Lo viene a visitare il black buddy Julian (Alphonso McAuley), che fa il simpatico risultando gradevole come se ti tirassero addosso «uno straccio bagnato di merda» (per citare Il vostro caro Dexter). Qualche lettore di fumetti potrebbe ricordare “Nick Raider” della Bonelli: avete presente la “spalla nera” Marvin? Ecco, siamo a quei livelli di simpatia imbarazzante.
Invece di mettere stop al secondo minuto di film, formattando immediatamente la pen-drive dove l’ho registrato – che se no chi se le vede quelle dieci ore di pubblicità? – il Zinefilo si immola e prosegue. Scemo e Più Scemo si chiedono: e mo’ che famo nel Montenegro? Ideona: apriamo un’agenzia investigativa! Si vede che gli sceneggiatori sono gggiovani, perché era dagli anni Ottanta che a nessuno veniva voglia di fare l’investigatore…

La totalmente inutile Cat che dà il titolo al film

La totalmente inutile Cat che dà il titolo al film

Il primo “caso” è di ritrovare la scomparsa Catalina Rona: capito? Catalina… Cat… Catalina in fuga… Cat Run… Capito il livello del film?
Dalla falsissima locandina qualcuno potrebbe erroneamente pensare che la spagnola Paz Vega abbia del fascino: vi correggo subito, non ne ha. Certo, il suo fisico da maschio dodicenne rachitico potrebbe intrigare qualcuno, ma preferisco di gran lunga la comparsa popputa che delizia le prime sequenze con le sue giunoniche doti recitative lasciate libere di sballonzolare. (Ma ne saprete di più nel Zinnefilo!)
Durante un festino a luci rosse con un senatore americano – è noto che i potenti americani per toccare le donne nude volano fino in Montenegro! – il bieco capo della sicurezza Carver (Karel Roden) spara a tutte le donne nude. Ma come, l’americano c’è volato fin lì solo per quello!
L’unica donnina allegra a salvarsi dalla festa è proprio Cat, che nella sua fuga – capito? Cat Run – si porta via un hard disk contenente il filmato della sorveglianza. Perché ogni donnina che balla nuda per i senatori americani nel Montenegro è in grado di sapere dove siano i filmati della sorveglianza ed è in grado di sganciare un hard disk senza rovinarlo.

Ancora 'sta roba delle scritte?

Ancora ‘sta roba delle scritte?

Mentre Cip e Ciop investigatori fanno e dicono cose stupide alla ricerca di Cat, il bieco Carver sguinzaglia alla ricerca della donna una pericolosa killer: Helen Bingham (Janet McTeer). All’apparenza è una signora per bene, ma in realtà è una spietata omicida torturatrice. E qui il film inciampa di brutto.
Ok, Stockwell vuole prendere lo stile di Lock & Stock (1998) di Guy Ritchie – e figli vari – fonderlo con lo stile di Smokin’ Aces (2006) e frullare tutto perché sembri una tarantinata. Il risultato è sgradevole oltre ogni dire.
Quello che è iniziato come un buddy movie e che prosegue seguendo il genere “due amici cazzoni che incontrano personaggi strani, che fanno cose stupide ma poi risolvono il caso battendo i super cattivi” contrasta fortemente con il torture porn in cui si cade con lo sgradevolissimo personaggio del killer Helen, unica protagonista del film.
L’assassina si lascia andare a lunghe sequenze troppo esagerate per rientrare in un film che non sia splatter: i particolari dei denti trapanati e dei testicoli evirati sono fastidiosamente gratuiti e fanno cadere l’asse della bilancia del film. Siamo passati da Lock & Stock a Saw l’enigmista!
Stockwell smerda quanto ha già smerdato facendo dell’assassina la vera protagonista – e facendole uccidere l’universo: superata la ventesima vittima ho smesso di contare – mentre la Cat che dà il titolo in pratica si vede sì e no dieci minuti.

Una delle scene inutilmente splatter

Una delle scene inutilmente splatter

Dire che Cat Run è un film brutto sarebbe come dire che Hitler era un birbantello: questo di Stockwell è un film che andrebbe condannato al Tribunale dell’Aja per crimini cinematografici contro il buon gusto.
Per fortuna le quindici ore di spot televisivi che sono andati in onda ne hanno resa impossibile la visione a chiunque… tranne che ai folli zinefili!

L.

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Zombie Honeymoon (2004) Gli innamorenti

zombie-honeymoonPer lo speciale inter-blog “San Valentino 2017” volevo parlare di un film d’amore, ma di vederne uno “vero” non ne avevo alcuna voglia. Perché allora non rispolverare una chicca degno del Zinefilo?

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Anni fa avevo un amico digitale con cui scambiavo filmacci horror, e grazie a lui ho conosciuto questa deliziosa perla di serie Z: Zombie Honeymoon.
Presentato il 23 ottobre 2004 all’Hamptons International Film Festival, la Gargoyle Video lo porta in DVD italiano dal 19 luglio 2006.

Così, semplice e pulito

Così, semplice e pulito

La prima volta che ho visto questo film ero una persona diversa: ero quasi del tutto ignaro dell’esistenza del cinema Z, ero un’anima candida e pura. Bei tempi…
Però non sono cambiato solo io, è cambiato anche il cinema di serie Z. I filmacci che quel mio amico mi ha fatto conoscere sono sì robaccia girata con mezzi di fortuna e interpretata da attori improvvisati, ma sono perle perché dentro si sente tanta passione. E perché no? Anche amore. Non tutti possono permettersi di avere un grande budget e un bravo cast tecnico-artistico, ma se uno mette amore in quello che fa anche un filmaccio Z può risultare gradevole.

Sento... tanto... amore... in me...

Sento… tanto… amore… in me…

David Gebroe non è nessuno e i suoi pochi tentativi nel mondo del cinema non gli hanno garantito un futuro in questo ambiente, ma ci ha messo amore in questo piccolo film zoppicante e quindi si merita tutto il rispetto e la tenerezza del Zinefilo.
Devo sottolineare le evidentie palese pecche? È un film di serie Z, ci sono tutte e si vedono tutte, ma come ho più volte detto non mi interessa la confezione rovinata… se custodisce roba buona. E secondo me questo film è roba buona.

Due giovani innamorenti!

Due giovani innamorenti!

Danny (Graham Sibley) e Denise (Tracy Coogan) sono innamorati malgrado abbiano in pratica lo stesso nome: uno sforzo per inventare nomi differenti il buon Gebroe poteva pure farlo. I due giovani si sposano e partono per una luna di miele di basse pretese: stiamo parlando di due ragazzi normali, squattrinati ma innamorati, quindi anche andare a sdraiarsi sulla spiaggia della loro cittadina può considerarsi “viaggio di nozze”.
Mentre sono lì però dall’acqua esce un subbaquo zombie che contagia Danny, e la luna di miele si trasforma in un incubo. Nella loro fredda casa Danny e Denise mettono a dura prova il loro amore appena sancito dai voti: hanno giurato di amarsi finché morte non li separi… ma come la mettiamo con la morte vivente?

«Dice che era uno zombie e veniva / veniva dal mare» (quasi cit.)

«Dice che era uno zombie e veniva / veniva dal mare» (quasi cit.)

Siamo ancora lontani dai tempi di Twilight e dalle storie di “amore tra mostri” che tanto piacciono alle donne young adult – ma anche a tanti maschietti – eppure già esisteva un precedente di “amore zombie” a cui sono molto affezionato.
Si intitola “Mangiami” (Eat Me, 1989) ed è l’intenso racconto di Robert McCammon che chiude l’antologia “Il libro dei morti viventi” (Book of the Dead, 1989; Bompiani 1995): leggevo questo libro quando sono cadute le Torri Gemelle, ma questa è un’altra storia…
Nel racconto McCammon racconta l’amore di due zombie, un uomo e una donna, che esprimono la loro passione nell’unico gesto che sanno compiere: mangiare. Visto che si amano l’un l’altro… cominciano a mangiarsi, finché il vento non li porterà via come una canzone dei Noir Désir.
Non mi fraintendete, niente di tutto questo si ritrova in questo film, ma è chiaramente avvertibile la stessa voglia di raccontare una storia d’amore molto più che una di morti viventi.

Me l'immaginavo diversa la prima notte di nozze...

Me l’immaginavo diversa la prima notte di nozze…

Non so se sia voluto, ma è curioso notare che Zombie Honeymoon raccoglie una delle geniali idee di Shaun of the Dead – uscito in Gran Bretagna sei mesi prima – cioè il mostrare all’inizio del film delle comparse che si comportino come zombie pur non essendolo. O forse già lo sono?
Però qui non siamo in una commedia, perché la storia di Danny e Denise è tragica: è la storia di un amore potente reso impossibile dalla morte… anzi, dalla morte vivente.
Quanto resisterà la donna ad amare un marito che si ciba di carne umana e soprattutto diventa sempre più incontrollabile? L’inevitabile conclusione della storia è ritratta con tale delicatezza che riesce a commuovere malgrado sia ovvia sin dall’inizio.

Super citazione volante!

Super citazione volante!

Una curiosità. Ad un certo punto vediamo un cliente in una videoteca lamentarsi con il gestore – che indossa la maglietta di Zombi 2 (1979) di Lucio Fulci – che il film appena affittato fa davvero schifo: il film in questione è The Homeboy (2001), l’unico altro titolo del regista David Gebroe!

Super marchettona volante!

Super marchettona volante!

Mi sento infine di consigliare questo film, che pur essendo di pura qualità Z è onesto, non se la tira da “filmone” ed è fatto con tanta di quella passione che si può soprassedere sui suoi evidenti difetti.

L.

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Split (2016) Uno alla volta, per carità

split«Dottore, ho 24 personalità: cosa posso fare?»
«Be’, per prima cosa facciamo l’appello.»
Questa vecchia battuta dei fumetti di Nilus rappresenta un’analisi psicologica decisamente migliore di quella vista in questo filmucolo…
Tranquilli: NO SPOILER! Anche perché non c’è proprio nulla da rivelare.

Questa locandina vi spoilera tre quarti di film...

Questa locandina vi spoilera
tre quarti di film…

Già per The Darkness (2016) ho avuto modo di parlare della famigerata Blumhouse Productions, che forte della distribuzione Universal Pictures da anni si lancia in horror blasonati che sembrano grandi produzioni ma in realtà sono poveracciate tirate a lucido. Avere la Universal dalla propria parte significa grande copertura mediatica e pubblicità a secchiate, così prodotti come La notte del giudizio. Election Year ed Ouija: l’origine del male, tutti del 2016, sembrano roba di lusso invece sono robbetta da mercatino.
Come ho già detto in altri post, prendete un qualsiasi filmaccio horror degli ultimi anni spacciato per grande produzione – da Insidious a Paranormal Activity – e dietro trovate la Blumhouse che produce e la Universal che distribuisce.
Il 2016 è stato un lungo anno, così fra i mille mila horror prodotti da Jason Blum c’è anche Split, film talmente controverso che scomparirà dai radar ancor prima dei canonici venti giorni di durata media di un film nell’immaginario collettivo degli anni Duemila.
Per una recensione che tende al positivo vi invito alla Bara Volante, per una decisamente negativa vi invito al Moz O’Clock.

Presentato al Fantastic Fest il 26 settembre 2016, il film esce in Italia il 26 gennaio 2017 (fonte: ComingSoon.it) e la Universal lo porta in DVD e Blu-ray dal 31 maggio successivo.
L’unico elemento distintivo che separa questo dai vari altri filmacci da due soldi della Blumhouse è l’autorevole regia di M. Because the Night Shalalalà-Man, o come cacchio si chiama l’indiano più famoso del cinema americano. Che poi è cresciuto a Philadelphia, perché non si sceglie un nome d’arte americano e ci semplifica la vita?

I colpevoli: Jason Blum, James McAvoy e M. Night Shyamalan

I colpevoli: Jason Blum, James McAvoy e M. Night Shyamalan

Nel 1990 fui conquistato dal cinema di James Cameron e iniziai a leggere ogni sua intervista che riuscivo a recuperare: in un’epoca pre-internet le riviste con seri articoli di cinema non erano molte ma c’erano ed erano l’unica fonte di informazione.
Con il passare degli anni è risultato chiaro che Cameron ha preso in giro ogni giornalista che ha incontrato, fornendo sempre la stessa risposta alle stesse due domande che gli sono state poste:

  1. Com’è nato il suo film? «Ci ho pensato sin dai tempi del liceo».
  2. Progetti futuri? «Farò un film su un uomo con 24 diverse personalità».

Per tutti gli anni Novanta sono state queste due le risposte fisse di Cameron, qualsiasi fosse il suo film in uscita.
Tutti noi fan firmammo una petizione dal titolo «Jim, ti prego, nun fa’ ‘sta cazzata!» e così sul finire dei Novanta Cameron ha capito che era meglio abbandonare il progetto. E subito ci si avventò Demi Moore. Sì, perché all’epoca Demi Moore era un’attrice e per qualche tempo girò voce che avrebbe interpretato un film su un uomo con 24 personalità diverse. Se avrebbe interpretato lei l’uomo, è rimasto sempre un mistero…

Tutti lo vogliono fare... ma alla fine in video ci sono solo io! (© 2016 Universal Pictures)

Tutti lo vogliono fare… ma alla fine in video ci sono solo io!
(© 2016 Universal Pictures)

L’idea nasce quando Daniel Keyes scrive nel 1981 The Minds of Billy Milligan, in cui racconta la vita del sociopatico che nel ’77 rapì e violentò tre ragazze e che, al processo, dichiarò di avere 24 diverse personalità in sé. In Italia sull’argomento non è mai fregato nulla a nessuno – il libro arriva da noi solamente nel 2009 per Nord, con il curioso titolo Una stanza piena di gente – ma almeno dal ’90 negli USA si pensa ad un film. Che però risulterebbe troppo stupido perché qualcuno lo faccia poi sul serio.
Il motto di Jason Blum è “Nessun soggetto è troppo stupido per la Blumhouse, l’importante è che costi poco e che abbia poche location“, così va alla locale stazione dei treni, sulle cui panchine ormai vive M. All Night Long Shalalalà-Man, e gli propone di scriverla lui ‘sta cazzata, che non vuole certo sporcarsi le mani.
Il risultato è l’unico film al mondo più corto del proprio trailer…

La parte più inutile e secondaria del film (© 2016 Universal Pictures)

La parte più inutile e secondaria del film
(© 2016 Universal Pictures)

Se vi è capitato di vedere il trailer… be’, avete già visto questo film. Non sto scherzando: avete già visto tutti i colpi di scena e tutti i twist di sceneggiatura. Risparmiatevi il biglietto, al massimo rimettete play al trailer per una seconda visione.
Se anche non avete visto il trailer, quando entrate nel cinema o vedendo la pubblicità per strada potreste aver letto sulla locandina che il protagonista ha 24 diverse personalità che convivono in lui… quindi la prima ora e mezza di film potete anche saltarla.
Per questa infinita, monotona, noiosa e totalmente inutile ora e mezza vediamo la dottoressa Karen Fletcher (Betty Buckley) che lentamente arriva a spiegarci qualcosa di incredibile, il sorpresone dei sorpresoni: il suo paziente ha 24 personalità diverse… Ammazza che sorpresa! Ma come ti chiami, Uovo di Pasqua?

Anche meno, James: anche meno... (© 2016 Universal Pictures)

Anche meno, James: anche meno…
(© 2016 Universal Pictures)

Che James McAvoy sia un bravo attore non lo scopriamo certo ora, lo si è capito in Wanted (2008), quando cioè è stato un attore sbagliato nel posto sbagliato… eppure è riuscito ad essere convincente. Gli attori britannici nascono già bravi, è una selezione genetica, e basta guardare un qualsiasi suo prodotto girato in patria per capire che è un bravo attore: qui si lascia andare un filino troppo, ma è facile che si stesse divertendo pensando alla cazzatona che stava interpretando.
Dire che le varie personalità che interpreta sono uno zinzinino manieristiche è fare un complimento: Totò vestito da donna era molto più sottile, ma alla fine nell’economia di un film dalla noia micidiale la recitazione di McAvoy è l’ultimo dei problemi.

Basta una collana a fare una vera donna... (© 2016 Universal Pictures)

Basta una collana a fare una vera donna…
(© 2016 Universal Pictures)

Come si sa sin dal 1977, ‘sto tizio con 24 personalità rapisce tre ragazze, come ci ricorda anche ogni trama esistente di questo film: passare lunghi ed estenuanti minuti, se non decine di minuti, a vedere il protagonista rapire tre ragazze mette un po’ a dura prova lo spettatore. Ok, questo s’è capito, andiamo avanti per favore?
È però niente di fronte al fatto che il protagonista ha 24 personalità, perché il protagonista ha 24 personalità: lo sapevate che il protagonista ha 24 personalità? La psichiatra impiega un’ora e passa a ripeterlo e le tre ragazze a capirlo. Al che lo spettatore ha un moto spontaneo: M. Rhythm of the Night Shalalalà-Man, ma ci stai prendendo per il culo? Quando inizia ‘sto film?
L’arrivo dei titoli di coda è il colpo di scena per cui il regista è famoso: quando pensi che dopo i più inutili 120 minuti della storia del mondo finalmente il film inizi… il film finisce.

Devo correre che ho 30 secondi per fare la final girl (© 2016 Universal Pictures)

Devo correre che ho 30 secondi per fare la final girl
(© 2016 Universal Pictures)

Split è il nulla con 24 buchi intorno, è una sceneggiatura che ripete per due ore quanto già detto nel trailer, e al momento di fare qualcosa… semplicemente si defila e non fa nulla.
Ah, ma una delle ragazze rapite è una tipa asociale, che a scuola evitano tutti… Uhhh ma che ideona nuova nuova, una protagonista che non si sente apprezzata e invece è l’eroina della storia, mmm che roba fresca, si vede dall’occhio che è fresca… Ah, quella è anche una tipa tosta… Uhhhh, ma che idea nuova di pacca: una final girl in un film horror, giuro che non s’è mai visto! Mamma mia che ideona degna di M. Hot Night Shalalalà-Man: poteva far morire un attore nero per primo, così da essere davvero innovativo…
Oltre al fastidio e alla noia pura questo film non offre nulla: sì, c’è una scena durante i titoli di coda che è carina, un inside joke che se pure non lo vedi non succede niente. O meglio: si dovrebbe vedere solo quella scena di 30 secondi e ignorare tutto il film…

Stai sereno, Shyamalan, che prima o poi ti trovo... (© 2016 Universal Pictures)

Stai sereno, Shyamalan, che prima o poi ti trovo…
(© 2016 Universal Pictures)

M. Night Train Shalalalà-Man riesce ogni volta a deludermi in modo diverso, ed è l’unico pregio che gli attribuisco: ogni suo film, grande o piccolo, mi ha infastidito in maniera diversa, e questa è una grande dote che gli va riconosciuta.
Stavolta però è andato oltre: semplicemente non ha diretto un film… ha lasciato che si dirigesse da solo. Perché Split non fa nulla che non si possa vedere già in locandina: è un compitino scialbo dove alla prima scena hai già capito tutto. Dico sul serio: prendete il primo fotogramma e ipotizzate uno svolgimento… be’, ci avete preso, dall’inizio alla fine.
E quindi è del tutto inutile perdere tempo con anche una sola personalità del tizio chiacchierone protagonista: figuratevi le altre 23!

L.

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