[Novelization] SPY (1996)


Torna la rubrica dei “romanzi tratti dai film” per parlare di The Long Kiss Goodnight (1996), noto in Italia con il più semplice ma meno incisivo titolo SPY, di cui ho già presentato l’edizione italiana salvata dalla VHS Cecchi Gori.

Il film della famiglia Harlin – cioè diretto da Renny Harlin e interpretato dall’allora moglie Geena Davis – è scritto dal compianto Shane Black, storico sceneggiatore che ha iniziato la carriera venendo ucciso da un Predator e l’ha chiusa… venendo ucciso da The Predator (2018). Vi ricorso il ciclo a lui dedicato de La Bara Volante.

Questo romanzo-novelization non si limita a raccontare il film a parole, come purtroppo fanno i peggiori dei prodotti di questo genere narrativo, bensì trasforma il lavoro di Black in un vero romanzo, dandogli quel largo respiro che nessun film può fornire. Se ricordate i primi cinque minuti del film – quelli da cui si capisce tutto, ci spiega Cassidy – ricorderete che sono convulsi, velocissimi, un sacco di informazioni ci vengono date in un lampo ed è molto difficile, se non impossibile, metabolizzarle prima che inizi la trama. Be’, qui l’autore del romanzo finalmente dà alla vicenda quella sostanziosità e quel ritmo che merita.

Perché dopo tanto tempo recupero questa rubrica? Perché in questi giorni dovrò parlare ancora di Randall Boyll, un romanziere che scriveva storie horror per passione ma novelization per campare. Finora è tra i migliori novellizzatori che io abbia incontrato, quindi gustatevi il vero inizio di questo film di Renny Harlin, quello che il cinema non poteva fornire.

Il romanzo è inedito in Italia, quindi ciò che segue è una mia traduzione esclusiva: prendetela con le dovute cautele.


The Long Kiss Goodnight
(noto in Italia come SPY)


Nota dell’autore

La mitragliatrice MP-5 è prodotta da un’azienda tedesca che ha iniziato l’attività producendo macchine da cucire. Tra le macerie della Seconda guerra mondiale due intraprendenti di nome Heckler e Koch decisero che ciò di cui il Paese in rovina aveva più bisogno, ora che i nazisti erano scomparsi e il Paese giaceva in cenere, era un modo affidabile per vestire i sopravvissuti. È stata una buona idea, hanno fatto affari fantastici. Poi nel 1955, dieci anni dopo la guerra, il signor Heckler e il signor Koch decisero di espandersi. Macchina da cucire, mitragliatrice… era un’evoluzione naturale.
Oggi H&K produce alcune delle armi più letali che il mondo abbia mai conosciuto. Dai campi di sterminio della Cambogia ai campi insanguinati della Bosnia le loro merci si sono ritagliate un posto speciale nel cuore degli assassini di tutto il mondo. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che Heckler e Koch hanno inventato un modo nuovo di mantenere un proiettile durante lo sparo, qualcosa che chiamano blocco del rullo [roller-locking]. La pistola spara il colpo, il rullo rimane bloccato per un microsecondo mentre il proiettile esplode, si apre di scatto e il bossolo di ottone vuoto viene sputato fuori sulla destra, soffiando strisce scure di polvere da sparo, la loro firma personale. Ma ecco il problema: gli H&K possono sparare sott’acqua, possono sparare pieni di fango del campo di battaglia o sabbia del deserto, possono continuare a sparare quando gli M-16 soffocano per il caldo o si rompono per il freddo.
Buone armi, d’accordo? Dalle macchine da cucire alle armi assassine, i tedeschi trionfano di nuovo. Continuiamo a batterli e loro continuano a tornare.
Il che non ha ancora niente a che vedere con tutto ciò che segue.
… a parte che la pistola, una Heckler & Koch MP-5, il top di gamma, l’esclusiva camera con blocco del rullo, la scelta di killer professionisti in tutto il mondo, stasera è nelle mani di… nelle mani di…

Prologo

La ragazza dormiva a singhiozzo da un’ora, ma la madre era lì con lei, lì per impedirle di avere paura, lì per assicurarle che i rumori fuori erano solo il vento e la neve che cercavano di infestare le grondaie della fattoria, che niente fuori poteva farle del male, che la mamma era lì e lei era al sicuro. Era vero. Non c’era niente fuori che potesse ferire la ragazza, niente tranne i grossi fiocchi di neve e i cumuli così felici di ingoiarli quando toccavano il suolo illuminato dalla Luna.
A questo punto la ragazza dormiva. La madre si muoveva nella stanza, con tante cose per la mente, ma soprattutto che sua figlia doveva dormire. In quel momento non poteva esserci altro su cui concentrarsi, la notte era stata troppo lunga. Il respiro della ragazza sembrò rallentare per un po’; sua madre guardò il letto e vide il ciuffo di capelli scuri della ragazza in una macchia di luce riflessa dal mondo esterno attraverso l’unica finestra della stanza, i cui vetri erano stati trasformati in oblò gelidi dal freddo.
Poi gli occhi della ragazza si aprirono di scatto. Lanciò un piccolo grido che si alzò di intensità come il gracchiare di un uccello in trappola, poi si affievolì in borbottii assonnati.
La madre cadde in ginocchio accanto al letto. «Shhh», intonò dolcemente. «La mamma è qui.»
Silenzio. La madre le fece chiudere gli occhi. Per favore, Dio, tienila addormentata. Ma lei gridò di nuovo: «Mamma! Il ponte!»
«Shhh. Adesso va tutto bene». Accarezzò i capelli di sua figlia. «Sono qui con te, e nessuno potrà mai farti del male. Capisci? Al sicuro adesso, al sicuro e al calduccio.»
Le lacrime le brillavano sulle guance, ma il respiro della ragazza divenne presto regolare.
«Se mi siedo con te», chiese la madre, «pensi di riuscire a dormire?»
Lei annuì, i capelli che frusciavano dolcemente contro il cuscino. «Forse se accendi la lucetta notturna.»
«Sicuro». Passò la mano sugli occhi della figlia. «Chiudi bene ora, concentrati sul sonno. Ti voglio bene.»
«Sì, mamma.»
La donna esitò, poi si alzò silenziosamente in piedi. Barcollando solo un po’ – la notte era stata lunga – trovò la strada verso il muro dove una luce notturna di Winnie the Pooh era attaccata ad una presa vicino all’interruttore. La cercò, la trovò e ci cliccò sopra, facendone uscire un tenue fascio di luce.
La bambina ha infranto la sua promessa: ha aperto gli occhi, poi li ha richiusi velocemente. Non era stato tutto un sogno, non era stato un incubo. I vestiti della mamma erano strappati e le braccia e il viso erano macchiati di sangue. C’era persino una spruzzata cremisi sul lato della mitraglietta appesa con una cinghia alla sua spalla, una mitraglietta che portava il timbro Heckler & Koch appena sopra il numero di serie, un H&K MP-5, Hergestelit in Deutschland… «Fatto in Germania».
La neve batteva dolcemente contro il vetro della finestra. Il vento intorno alle grondaie fischiava e gemeva, raccontando storie segrete alla fattoria, invitando la ragazza a quel sonno che avrebbe trovato, nonostante il terrore, in pochi istanti.
E nella penombra sua madre aspettava.
Aspettava in silenzio…
… ripensando a tutto quanto.

1

Per quanto riguarda le sfilate di Natale, quella che si sarebbe tenuta quell’inverno a Honesdale, in Pennsylvania, non avrebbe fatto vincere alcun premio. Babbo Natale era al timone della sua slitta mentre veniva trainata lungo la Main Street da due cavalli dall’aria dispiaciuta, e dietro di lui seguiva una fila di vecchi carri allegorici trainati da auto e trattori agricoli. Quest’anno Babbo Natale era in realtà il maresciallo dei vigili del fuoco della città, lo stupido e scontroso Earl Jones, Earl la Perla, con un costume da Babbo Natale mangiato dalle tarme che era stato cucito, o almeno così si diceva, da Betsy Ross in persona [sarta settecentesca che secondo la leggenda avrebbe creato la bandiera americana. Nota etrusca].
Accanto a Earl sedeva la signora Claus, quest’anno una bellezza dai capelli scuri di nome Samantha Caine. Le canzoni di Natale che risuonavano dagli altoparlanti appesi ai pali della luce sopra la strada le avevano già regalato un terribile mal di testa, ed era stanca di tenere a bada le mani lascive di Earl. Era carina – anche una ragazza di provincia sa come contrastare le modelle che sguazzano sulle copertine di “Cosmopolitan” – ma aveva scoperto che la bellezza era un’arma a doppio taglio. Poteva piegare un uomo alla sua volontà, anche se lo faceva raramente, ma era la vittima costante di sguardi, attacca-bottoni e fischi. E mani morte, come quella destra di Earl, ora che la posava in alto sulla coscia del vestito della signora Claus.
«Giù le zampe!» gli gridò nelle orecchie.
«Zampe?» Earl si piegò e tirò fuori una bottiglia di Seagram, che iniziò a svitare mentre cercava di tenere le redini. «Zampe di Natale, eh?» Le sorrise stupidamente, il vapore del suo respiro che colava tra i suoi orribili denti. «Istinto animale, signora Claus. Secondo i termini del nostro matrimonio, posso mettere le mie zampe di Natale ovunque io voglia».
Samantha guardò la bottiglia. «La metteresti via?» gli ringhiò contro. «Dieci miliardi di bambini stanno guardando, per non parlare delle telecamere della TV locale. Riparti con gli ho-ho-ho, che è quasi finita».
Lui fece una smorfia che indicava delusione, ma ripose la bottiglia. «Mi sto congelando le palle e dovrei ridere?»
Samantha sorrise ai partecipanti alla parata lungo la strada e lanciò una manciata di caramelle a un gruppetto di ragazzini. Un adolescente alto la stava osservando da capo a piedi con l’avidità di un talent scout di “Playboy”. Lei gli lanciò caramelle in faccia. «Pervertito», mormorò.
«Ho ho ho», bofonchiò Earl stancamente. «Ho ho ho. Buon Natale». Schioccò le redini sulla schiena dei cavalli. «Su, Dasher, su, Donner, su, Comet e Blitzen. Su, Cupid, su, Thrasher, su, Carter e Nixon».
«Questo dovrebbe fare notizia», gemette Samantha. Si contorceva sul sedile di legno duro, stufa della musica e dei campanellini che indossavano i cavalli. «Questo stupido costume mi sta facendo impazzire», ringhiò piano. «Peccato che ci siano così tanti bambini in giro».
Earl annuì. «Sì, non è il momento di andarsene in giro in mutande. Ho ho ho
Samantha sorrise. «Il piccolo Billy direbbe: “Mamma, come mai la signora Claus sta controllando il suo impianto idraulico?”»
Lui la guardò. «Impianto idraulico? Parla così il piccolo Billy?»
«Ha solo quattro anni, è un bambino incredibile.»
Earl alzò gli occhi al cielo. Samantha pescò ancora dal cestino sotto il sedile e lanciò caramelle a buon mercato alla folla, sorridendo e salutando, mentre in realtà aveva bisogno di trovare un bagno abbastanza in fretta. La parata doveva concludersi al blocco della polizia in Forster Street, che era a pochi isolati di distanza, grazie a Dio. «Sto diventando troppo vecchia per questo», grugnì a Earl la Perla, e strinse i pugni nella parte bassa della schiena. Più avanti e sulla destra, notò, c’era una telecamera di Canale 12 puntata sulla sua faccia mentre i cavalli trascinavano la slitta. Lei sorrise, lanciò altre caramelle e le mandò un bacio. «Penso che me la farò addosso se non finiremo presto», mormorò stancamente.
«Risparmiami le storie di piscio», disse Earl. «Ho una prostata delle dimensioni di un fottuto melone. Per metà della mia vita ho vissuto con la mano di un dottore su per il culo. Dovrei sposarlo, quello stronzo».
«Potresti parlare un po’ più forte?» chiese Samanta. «C’è un ragazzo in Mongolia che non ha sentito».
Sbuffò vapore dal naso. «Non sarà mica di nuovo quel fottuto Billy, vero?»
Dovette ridere, per non impazzire, o magari entrambe le cose. I cavalli puzzavano come una fabbrica di letame, accanto a lei sedeva un vecchio ubriacone burbero la cui barba logora di Babbo Natale era scesa tanto che i baffi erano finiti sotto il mento, lei doveva pisciare come un’adolescente dopo la sua prima birra, e l’intero mondo ghiacciato stava guardando lei, sia con gli occhi che con le macchine fotografiche. Mai più, giurò a se stessa Samantha Caine. Mai più sarebbe stata indotta a esibirsi in una parata di Natale.
Fino almeno all’anno prossimo, pensò cupamente. La signora Carbolde, moglie del sindaco e pianificatrice delle attività perpetue di Honesdale, non era una donna facile da affrontare. Samantha Caine, a dirla tutta, non era esattamente il tipo assertivo. Non lo era mai stato.
Ma a volte le cose cambiano.

2

Hal Stanton era un uomo alto che si avvicinava ai trentacinque anni senza lamentarsi, un tipo bonario che sembrava sempre un po’ sgualcito, sembrava sempre essere circa una mezza misura dietro il ritmo della band. Ma invece di essere preso per distratto, appare sempre come un ragazzo premuroso, determinato. Intelligente, perfino. Insegnante di francese al liceo, non era odiato dai suoi studenti, anche se ovviamente odiavano il francese. In alcuni giovedì sera poteva essere visto alla Pour Boys Tavern a suonare la chitarra elettrica con la band.
Samantha Caine viveva con Hal da due anni e qualche mese. Anche lei era un’insegnante – in una scuola elementare, il mio caro Watson – lo aveva visto per la prima volta a una riunione dell’APT quando lui aveva tenuto un discorso al microfono con la patta dei pantaloni aperta. Mentre lui parlava – e le facce del pubblico arrossivano – Samantha, seduta in prima fila, si accarezzò l’inguine dei pantaloni su e giù con un dito così a lungo che quasi aveva un orgasmo, ma alla fine lui se ne accorse, capì e si voltò per chiudere il fienile. Dopo l’incontro lui andò a ringraziarla, le offrì un Kool-Aid, dei biscotti, quattro chiacchiere e alla fine le strinse la mano per salutarla. La sera dopo l’aveva chiamata al telefono.
La parata di Natale era appena terminata e i due stavano uscendo dalla drogheria di Honesdale con un sacchetto di carta pieno di cose per le feste appoggiato nell’incavo di ciascun gomito. Nonostante il sole splendente sopra di loro, l’aria era ancora fredda, e le nuvole del loro respiro camminavano con loro mentre parlavano.
«Hal», stava dicendo Samantha, «devo dirti solo questo: di tutte le parate di Natale che abbia mai visto, questo è stato di gran lunga il più recente».
Lui rise e le fece l’occhiolino. Il sedano per i Bloody Mary spuntava dalla sua borsa della spesa, solleticandogli il naso con le foglie rachitiche, e per poco non starnutì. «Sii buona, è stata una manifestazione in una piccola città», disse. «Hai visto il carro del liceo? Ho delle ragazze adolescenti che interpretano i Magi che portano regali a un bambolotto di plastica, di quelli che fanno la pipì.»
«Me lo sono perso, quello», disse Samantha, aggiustandosi le borse.
«Be’, penso se la siano cavata bene.»
«Solo “bene”?» Samantha rise. «Sembra una cosa rivoluzionaria, la prima Natalità in cui Giuseppe fissa i Magi per tutta la notte.»
Hal alzò il naso in un’esagerata dimostrazione di disprezzo. Poi si avvicinò a lei e camminarono per il resto degli isolati ammirando il cielo azzurro e brillante, e la magia del ghiaccio tra gli alberi. Quando il marciapiede girò a destra, scesero perché casa loro era in cima a una collinetta a sinistra. A due piani, moderna, risalente alla metà degli anni Settanta, rivestimenti in vinile bianco, circondata da luci di Natale che si guastavano due volte a notte, erano trascorsi all’incirca sei giorni da quando Hal aveva infilato quei dannati oggetti attraverso le siepi.
«Ci siamo dimenticati Caitlin?» le chiese lui. «Dovevamo trovarla tra la folla?»
Caitlin era la figlia di Samantha. «Probabilmente è già a casa», disse. «O nella casa sull’albero o piantata davanti alla TV». Alzò la voce in un grido. «Caitlin? Vieni ad aiutarci in cucina!»
Nessuna risposta. L’albero su cui avevano costruito una casa due estati prima era più avanti; Hal alzò lo sguardo mentre passavano sotto. «Ho visto qualcosa muoversi, credo», disse. «Probabilmente ha invitato degli amici».
«Può ancora aiutare a sistemare le cose per la festa», disse Samantha, iniziando a gemere sotto il peso dei suoi sacchetti della spesa. L’insegnamento scolastico non prevedeva molta attività fisica, perciò aveva promesso di tornare presto alla sua cyclette, anche se aveva capito immediatamente che non sarebbe mai successo.
«Caitlin», gridò di nuovo. «Se sei lassù faresti meglio a rispondermi!»
In realtà, Caitlin era lì, ma non aveva voglia di rispondere. Alla sfilata si era fatta un paio di nuove amiche, ragazze provenienti dal nuovo quartiere, vicino alla parte ovest della città, il posto che la gente in città chiamava Pre-Fab Alley, qualunque cosa volesse dire. Queste ragazze, Brenda e Katy, non conoscevano nessuno dei segreti della madre di Caitlin, mentre il mondo intero sapeva della madre di Caitlin, o almeno così aveva pensato.
«Amnesia», aveva ripetuto per le sue nuove amiche. Erano rannicchiati in modo abbastanza cospiratorio al centro della casa sull’albero, una scatola pericolosamente pendente fatta di legni di varia provenienza, con alcune assi dipinte di rosso o grigio o blu. «Amnesia totale», aggiunse Caitlin. «Tutta la sua vita passata è andata».
Nelle sue mani c’era un regalo pre-natalizio di sua madre, un grande orsacchiotto di peluche che la mamma aveva chiamato Mr. Perkins. Caitlin lo fece ballare tra le mani mentre Brenda e Katy, estranee quali erano, metabolizzavano quelle informazioni.
«Dici che si è svegliata su una spiaggia a New York?» Era Brenda, la più grande delle due.
«New Jersey», disse Caitlin.
«Non ricordava nemmeno il suo nome?»
«Esattamente.»
Brenda si accigliò. «Allora come fa a sapere che si chiama Samantha?»
Caitlin sarebbe stata felice di rispondere, ma la botola della casa sull’albero si alzò verso l’alto e la testa di sua madre spuntò, incorniciata da capelli scuri e con un sorriso sul volto. Le due ragazze sussultarono, spaventate.
«Salve, ragazze», disse Samantha. «Caitlin, vieni ad aiutare in cucina.»
«Va bene», disse Caitlin, tenendo gli occhi bassi. Le due ragazze si limitavano a fissarla.
«Bene, sbrigati», brontolò Samantha. «Ho già dimenticato dov’è la cucina.»
Studiò i volti. I bambini di otto anni nelle case sugli alberi sono difficili da divertire quando hai trentacinque anni e non sei la benvenuta. O quando ne hai trentaquattro, oppure dieci maledetti milioni di anni, quando il tuo passato è un mistero e il tuo nome Samantha Caine è giusto una supposizione.
«Sto solo scherzando», disse, e scomparve scoraggiata.

3

Stessa notte, stesso luogo, il sole scomparso ormai da tempo. La casa in stile anni Settanta con le sue siepi ordinate per colore e la porta spalancata per ospitare venti, trenta ospiti, quasi tutti insegnanti delle scuole superiori e delle elementari. Anche Earl la Perla, il pompiere ubriacone preferito di tutti, sebbene non sia stato invitato. L’armadio dell’atrio è stracolmo di pesanti cappotti invernali, le piastrelle di ceramica blu viscose di ghiaccio sciolto proveniente dall’esterno. Con questi dettagli specifici Samantha avrebbe ricordato quella sera. Quella casa sarebbe sempre stata, per lei, l’unica sua casa. Negli ultimi otto anni aveva assunto degli investigatori per scoprire il proprio passato, bravi detective costosi ma anche pessimi detective a buon mercato: al momento aveva un pagliaccio di nome Henessey che lavorava al caso, ed era parecchio a buon mercato.
Otto anni sono abbastanza per ricostruire una vita. Il giorno in cui si era svegliata su una spiaggia del New Jersey era incinta di due mesi di Caitlin: padre sconosciuto, ovviamente. Indossava jeans neri. In una tasca posteriore c’era una piccola chiave priva di qualsiasi identificazione. Ora la indossava montata su un braccialetto: la sua unica chiave, per così dire, del proprio passato.
Quella sera Hal stava facendo del suo meglio per essere intrattenere i loro ospiti. Non era un ragazzo molto divertente, ma tre zabaioni lo avevano sciolto parecchio. Al momento, mentre Samantha si precipitava in soggiorno per depositare una ciotola di salatini sul tavolo da gioco, Hal stava sbattendo un cucchiaio contro il suo bicchiere, chiedendo silenzio senza ottenerlo. Samantha alzò gli occhi al cielo. Proprio sul bordo del divano, una piccola mano si stava alzando al gomito di Ronny Huffman, il grassoccio assistente sovrintendente della scuola. La tasca della giacca si era aperta per rivelare un pacchetto di sigarette Salem; la mano sgattaiolò dentro e andò a pescarne una.
Samantha si avvicinò e allontanò la mano con uno schiaffo. «Raymond», disse, «se mai ti becco a fumare di nuovo, non troveranno mai il tuo corpo, chiaro? Adesso vai a giocare con Earl e i bambini».
Lui si alzò in piedi, un ragazzino magro con occhi scuri e sfuggenti che anticipavano un futuro nel crimine organizzato, se mai avesse superato la quinta elementare. «Sì, signora Caine», borbottò e si allontanò. Huffman sedeva lì sbattendo le palpebre stupidamente, carico di tre quarti della vodka e della Coca che preferiva.
«Posso avere la vostra attenzione?» disse Hal alzando la voce. «La vostra attenzione, s’il vous plaît. Potreste azzittirvi tutti?»
A poco a poco le teste cominciarono a girarsi, almeno un numero sufficiente di teste perché Hal si sentisse in dovere di parlare. «Mentre l’anno volge al termine», iniziò, «mi piacerebbe condividere con voi alcune cose su di me. Cose di cui sono particolarmente orgoglioso.»
Samantha si fece coraggio. L’anno precedente lui aveva giurato a tutti di mettere incinta Samantha entro Capodanno o morire provandoci.
«Per prima cosa, sono orgoglioso di dire che non fumo, non bevo e non dico parolacce.»
Pausa ad effetto.
Sorrise da ubriaco. «Oh ’fanculo, sì che fumo e bevo.»
Pausa per gli applausi. Ronny Huffman ruttò come un cannone nel silenzio. Questo portò alcune risate, che Hal accettò come fossero per lui. Si avvicinò a Samantha e le mise un braccio intorno alle spalle, poi sollevò il bicchiere sopra la sua testa. «Possa il meglio del tuo passato», disse al pubblico riluttante, «essere il peggio del tuo futuro».
Alcuni bicchieri si alzarono per unirsi a lui nel brindisi.
«E proprio qui», proseguì mentre Samantha arrossiva, «sono in piedi accanto al mio futuro. Fai un inchino, tesoro».
C’era del vischio attaccato al soffitto, notò lei con allarme. Hal la costrinse a piegarsi all’indietro. Lei cercò di spingerlo via ma inutilmente. «Accidenti, non davanti a tutti», gemette la donna, ma poi la sua bocca finì su quella di lui, che sapeva di zabaione e rum.
Allora finalmente tutti applaudirono.

L.

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[Serie TV] The Staircase (2022) Un’indagine etrusca!

Qualche giorno fa si è finalmente conclusa la serie televisiva thriller “The Staircase – Una morte sospetta“, creata da Antonio Campos: tranquilli, NIENTE SPOILER.

Quando nel 1990 la casa editrice Leonardo ha portato in Italia le 800 pagine del romanzone L’ambasciatore, la recensione su “La Stampa” descrive il suo autore come un ex ufficiale dei marine in Vietnam dal 1966 al 1969: fine. Non ho trovato alcuna altra menzione di Michael Peterson negli archivi del quotidiano, e temo che della sua incredibile vicenda giudiziaria in Italia non sia arrivato gran che.
Così come non è arrivato altro suo libro se non quel tomone assurdo subito scomparso nel nulla: è pur vero che sebbene continuino a ritrarre Peterson come “romanziere” in realtà ha fatto tanto nella vita (anche troppo), ma la scrittura è proprio l’ultimo dei suoi interessi, con i suoi tre soli romanzi pubblicati.

Sei anni dopo aver pubblicato il suo ultimo romanzo, Michael Peterson trova la moglie sanguinante sulle scale interne della propria casa: chiama subito l’ambulanza ma all’arrivo dei paramedici la donna è già morta. Quello che sembra un tragico incidente si trasforma all’istante in altro, perché dai paramedici ai poliziotti nessuno crede a Peterson. La donna è stata chiaramente uccisa, e si sa che quando una moglie muore quasi sicuramente è stato il marito.

Ultimi giorni felici dei coniugi Peterson

Questo è l’inizio di una incredibile vicenda giudiziaria che non fa che peggiorare volta per volta, e più particolari succulenti e scabrosi vengono alla luce… più gli appassionati di true crime arrivano a frotte. Vengono scritti diversi saggi per ricostruire quell’ultima fatale notte di Kathleen Peterson, e uno di questi – A Perfect Husband (2004) di Aphrodite Jones – diventa la base per il film televisivo The Staircase Murders (2007) con Treat Williams nel ruolo di Peterson.
Ho avuto il privilegio e il piacere di registrare quel film nel suo passaggio sulla compianta CineSony l’8 ottobre 2018, con il titolo Il delitto della scala.

Il bravo Treat Williams nel primo adattamento della vicenda giudiziaria di Michael Peterson

La serie TV del 2022 approfondisce l’argomento molto di più rispetto al citato film televisivo, che comunque copriva tutta la “parte succulenta”. La serie infatti è nettamente divisa in due parti: i primi quattro episodi (che in pratica raccontano la stessa storia del film con Treat Williams) ci mostrano il “perfetto maritino” che viene sbranato da poliziotti, avvocati e giornalisti fino a mettere in piazza ogni più vergognosa ombra del proprio passato; le seconde quattro puntate, il cui ritmo crolla vertiginosamente ed è fortissima la sensazione di “allungamento di brodo”, ci mostrano gli ultimi strascichi della vicenda, che arrivano fino al 2017.

I suoi impegni di scrittore e di padre sono simili: pochi e svogliati

La brava Toni Collette ha l’ingrato compito di interpretare la morta, in una serie rutilante e incrociata di flashback che ce la mostrano in varie fasi della sua vita e che dovrebbero darci un suo ritratto… ma in realtà temo che gli autori si siano persi nel bosco: a parte ritrarcela come “stressata”, non fanno altro. Non mi sembra gran che come approfondimento del personaggio.
L’ubiquo e onnipresente Colin Firth lavora di fino, mostrandosi spesso catatonico ma a guardar bene la sua è tutta una recitazione fatta di piccole contrazioni di muscoli. Mi è piaciuto ma onestamente gli ho preferito Treat Williams, per un semplice motivo: Treat pacioccone è troppo buono, così quando inizia ad uscire fuori il torbido e lui comincia ad essere messo sotto pressione l’attore stupisce e convince. Firth c’ha la faccia da colpevole sin dal primo istante, quindi i vari rovesci della fortuna giudiziaria ci sorprendono poco.

Ecco, Colin Firth sta così per tutte le otto ore della serie…

Essendo tratta da una storia vera e oltremodo studiata in America, questa serie non può fornire verità quindi fa un’ottima scelta nel fornirci varie ricostruzioni di ciò che potrebbe essere successo quella fatale sera, ognuno poi può scegliere quale sia più convincente.

Ma c’è una cosa che non torna, c’è un Mistero Etrusco che per otto puntate ho sperato venisse affrontato e spiegato… e invece tocca a me fare il Perry Mason e sollevare la prova scottante a favore di giuria.


L’ultima sera di Kathleen Peterson

Come ci viene detto nei primi minuti del primo episodio, Michael Peterson ha scoperto la moglie morente sulle scale interne di casa la sera del 9 dicembre 2001, poi qualche giorno dopo l’uomo si ritrova circondato dai familiari e ha l’ingrato compito di raccontare – per quella che sarà solo la prima di tante volte – gli eventi di quella fatale sera:

«Sono andato da Blockbuster e ho preso un film, I perfetti innamorati, una scemenza incredibile ma Kathleen ha riso tutto il tempo.»

Ma nel 2001 c’erano ancora i Blockbuster? Boh, io nel 2000 approfittando della chiusura dell’ultimo Blockbuster del mio quartiere mi sono comprato un paio di DVD a prezzi stracciati (come per esempio il costosissimo Dragon. La storia di Bruce Lee in edizione speciale), invece scopro che in America la collana di videoteche è vissuta ancora a lungo, sebbene fossero lontani i fasti di un tempo.

La ricostruzione immaginaria dei coniugi Peterson davanti a I perfetti innamorati

Comunque non è una trovata per “condire” la sceneggiatura, già il citato saggio A Perfect Husband (2004) dice chiaramente che i due coniugi hanno passato la sera a vedere quel film noleggiato («rental video»), e lo dice per ben tre volte, così come tre volte è ripetuto nella serie TV (nella prima, seconda e ottava puntata: viene detto anche nella quarta ma solo perché viene ripetuta una scena, mostrata attraverso telecamera).

Diane Fanning nel suo saggio Written in Blood (2005) ci informa che Peterson «ha ripetuto questa frase durante la conversazione come se fosse un elemento di vitale importanza».

«Mike e Kathleen cenano, guardano insieme un film, I perfetti innamorati

Così riassume l’avvocato della serie TV, per due volte, quell’ultima sera in cui Kathleen era viva. E da quando nella prima puntata è stata data questa informazione sono rimasto in attesa che qualcuno – o il costoso avvocato, o la sua schiera di aiutanti, o qualche giornalista, o qualcuno degli investigatori dilettanti che ruoteranno per anni intorno al Caso Peterson – mi desse un’altra informazione. Mi dicesse cioè che qualcuno è andato a controllare… e invece niente.

Possibile che nessuno abbia controllato l’alibi di un sospettato d’omicidio? Possibile che nessuno abbia controllato… se il film I perfetti innamorati era uscito a noleggio, quel dicembre 2001?


Il mistero misterioso
del film che non c’era

Essendo “The Staircase” una serie americana, un Paese che è medaglia d’oro di falso storico, non si può nutrire la benché minima fiducia negli sceneggiatori e nei loro “studi” per la ricostruzione degli ultimi mesi del 2001. Per fare un esempio, durante un flashback sentiamo la celebre canzone Whenever, Wherever di Shakira, uscita a fine settembre 2001 e che all’epoca avevamo tutti nelle nostre raccolte. Ce l’avevate anche voi, non fate i vaghi.
L’ottima scelta musicale, combaciante con l’epoca dei fatti, viene poi spazzata via dai coniugi Peterson che ascoltano la splendida Echoes in Rain di Enya, che purtroppo uscirà solo nel 2015.

Stanno suonando la nostra canzone… dal futuro!

Gli americani sono così, adorano le ricostruzioni storiche ma se ne sbattono la panza di compiere qualsiasi ricerca, mentre invece adorano il Maligno: infilarci qualche minuscolo riferimento satanico per dimostrare che Messer lo Diabolo era nei paraggi fa sempre il suo bell’effetto con lo spettatore medio, quello che passa il tempo suonando il banjo in veranda.
Perciò, guarda a volte la coincidenza, l’unico altro film che ci viene detto essere stato noleggiato da Michael Peterson è… Il presagio (The Omen, 1976), che non è citato nei saggi che parlano del caso. Devo credere che qualcuno degli autori si sia andato a spulciare i manuali di home video – come ho fatto io – scoprendo che quel film era disponibile in DVD almeno dall’ottobre 2001 (come riportato dal TLA Film Video & DVD Guide 2002, stampato quel mese), quindi era possibile per Peterson noleggiarlo? Oppure era troppo irresistibile infilare con disinvoltura un “indizio maligno” a caso?

La prova che qui c’è lo zampino… anzi, lo zampone del Diavolo

Stando ad IMDB il film America’s Sweethearts con Julia Roberts e John Cusack è uscito nelle sale americane nel luglio 2001 e stando ad ItaliaTaglia.it ha ricevuto il visto italiano il 30 agosto successivo, con il titolo I perfetti innamorati: qualcosa però dev’essere andato storto perché il film uscirà in Italia mesi dopo, intorno a San Valentino 2002. Capisco la furbata per acchiappare gli spettatori ’nnammurati, ma slittare di sei mesi l’uscita mi pare un po’ esagerato.

Ho trovato quotidiani americani che lo danno in programmazione al cinema ancora a novembre del 2001, e il numero di ottobre della rivista specialistica “Première” ancora parla della grande serata di gala per la prima del film, strapiena di attoroni famosissimi.
Come fa un film che viene dato in sala ancora a fine novembre – recensito da Sunny Lee sulla rivista “Entertainment Weekly” il 20 novembre – ad essere in DVD a noleggio il 9 dicembre successivo?

La prova che almeno al 21 novembre il film era ancora proiettato in sala

I “dizionari dell’home video” del 2002 – come il celebre Movie & Video Guide di Leonard Maltin – non presentano il film, ma non è una prova: essendo dati alle stampe intorno ad ottobre 2001, quando il film è ancora in sala, non hanno fatto in tempo ad inserirlo.
Il DVD del film lo troviamo pubblicizzato sulla rivista “Première” di luglio 2002, ma è la sua edizione per la vendita, uscita in perfetta contemporanea con l’italia, che quel mese lo mette in vendita sia in VHS che in DVD per TriStar/IIF.

Pubblicità di DVD in vendita su “Première” (luglio 2002)
I perfetti innamorati è considerato così male che non è nella foto,
ma solo nelle scritte in piccolo (che qui ho tagliato)

Ma Peterson ha noleggiato la versione da videoteca, che di solito esce qualche mese prima: in Italia infatti è uscita a marzo di quel 2002… dobbiamo credere che invece in America sia uscita già i primi di dicembre 2001? Comunque la VHS americana riporta chiaramente il 2002 come data della confezione.

VHS americana de I perfetti innamorati

Una prova ambivalente arriva dalla rivista “Entertainment Weekly” del 15 febbraio 2002, che nella classifica dei film più noleggiati di quella settimana mostra agli ultimi posti il povero America’s Sweethearts, trattato un po’ maluccio da tutti malgrado a sorpresa stia portando a casa più soldi del previsto.
Quella che potrebbe essere la prova decisiva che il film è apparso in videoteca solo nel 2002 ci raggela quando accanto al titolo appare il numero di settimane in classifica: 12.

Calendario alla mano, togliendo dodici settimane al 15 febbraio 2002 si arriva al 30 novembre 2001, un’incredibile data che in effetti si pone nell’esatta metà fra l’ultima notizia del film al cinema e il noleggio in videoteca di Peterson.

L’ultimo DVD visto da Kathleen Peterson?

Però in quella classifica il film Rat Race di Jerry Zucker viene dato alla prima settimana, segno quindi che è appena uscito in videoteca quel febbraio: eppure il film è uscito in sala anche lui nello stesso luglio 2001 dei perfetti innamorati, perché questi ultimi sarebbero usciti tre mesi prima in videoteca? Che sia perché Rat Race, al contrario de I perfetti innamorati, aveva alle spalle una grande casa che ha voluto sfruttare più a lungo le sale?


Conclusione

Il fatto che un uomo accusato di aver ucciso la moglie racconti più volte, anche insistentemente, di aver passato con lei la serata a vedere una commediola romantica, che a lui non piaceva ma ha acconsentito per far piacere alla consorte, è qualcosa di così perfetto che posso capire l’avvocato di famiglia lo prenda per buono, perché fa comodo alla difesa, e di sicuro gli avvocati dell’accusa avevano sin troppi litri di sangue sulla scena del delitto per perdere tempo a controllare questi particolari. Il mio stupore è invece che i tanti appassionati di cronaca nera che hanno seguito il caso per quasi vent’anni non abbiano pensato all’ovvio: cioè a controllare l’alibi dell’accusato, qualcosa che dovrebbe essere fatto sempre, anche se “suona” plausibile.

A distanza di vent’anni non sono riuscito a dimostrare con sicurezza che quel film non era uscito in videoteca – e che quindi sin dal primo istante Peterson ha mentito nella ricostruzione degli eventi – ma sicuramente in quei primi anni Duemila doveva essere facilissimo da controllare. Anche perché dopo la visione, secondo l’accusa, Michael Peterson avrebbe ucciso barbaramente la moglie, quindi nasce la domanda a cui nessuno ha pensato… Chi ha riconsegnato il DVD in videoteca?

L.

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Doppiatori della settimana 2022-07-02

Ogni giorno vado a “caccia di doppiatori”, bazzicando piattaforme streaming e piccoli canali locali, alla ricerca di informazioni altrimenti irrecuperabili altrove: è il momento di condividere con la Rete alcuni frutti della mia caccia.

Ecco il meglio che ho trovato questa settimana: lo presento in forma testuale così può essere trovato dalle ricerche su Google, ma ho conservate tutte le schermate originali come “pezza d’appoggio”.


Nessuna bugia può rimanere nascosta
(Killer Dream Home, 2020)
inedito in home video

Prima visione di Rai2 del 25 giugno 2022: scheda del doppiaggio recuperata da RaiPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Jules Grant Maiara Walsh Elena Perino
Josh Grant John DeLuca Gabriele Lopez
Morgan Dyer Eve Mauro Domitilla D’Amico
Renee Rivera Mayra Leal Francesca Manicone
Bliss Leary Brooke Butler Valentina Favazza

Doppiaggio a cura della Dea5
Edizione italiana: Paola Tucci.
Dialoghi italiani: Antonio Palumbo.
Direzione del doppiaggio: Alida Milana.


Ben Is Back
(id., 2018)
distribuito da Notorious Pictures

Su Rai1 il 27 giugno 2022: scheda del doppiaggio recuperata da RaiPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Holly Burns Julia Roberts Cristina Boraschi
Ben Burns Lucas Hedges Manuel Meli
Neal Beeby Courtney B. Vance Paolo Marchese
Ivy Burns Kathryn Newton Joy Saltarelli
Lacey Burns-Beeby Mia Fowler Anita Ferraro
Liam Burns-Beeby Jakari Fraser Edoardo Vivio
Spencer “Spider” Webbs David Zaldivar Gabriele Patriarca

Doppiaggio italiano: Tiger Film.
Dialoghi e direzione del doppiaggio: Barbara Castracane.


Brick Mansions
(id., 2014)
distribuito da Eagle Pictures

Su Italia1 il 1° luglio 2022: scheda del doppiaggio recuperata da MediasetPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Damien Collier Paul Walker Riccardo Rossi
Lino David Belle Christian Iansante
Tremaine Alexander RZA Alberto Angrisano
Lola Catalina Denis Connie Bismuto
Rayzah Ayisha Issa Domitilla D’Amico
K2 Goûchy Boy Alessandro Ballico

Doppiaggio: CDR.
Dialoghi italiani e direzione del doppiaggio: Alessandro Rossi.


ATM – Trappola mortale
(ATM, 2012)
distribuito da Eagle Pictures

Su Italia1 il 27 giugno 2022: scheda del doppiaggio recuperata da MediasetPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
David Hargrove Brian Geraghty Stefano Crescentini
Emily Brandt Alice Eve Domitilla D’AMico
Corey Thompson Josh Peck Andrea Mete

Doppiaggio e sonorizzazione: CDC – Sefit Group.
Dialoghi italiani e direzione del doppiaggio: Sandro Acerbo.


The Prestige
(id., 2006)
distribuito da Warner Home Video

Su IRIS il 27 giugno 2022: scheda del doppiaggio recuperata da MediasetPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Alfred Borden Christian Bale Riccardo Rossi
Robert Angier Hugh Jackman Francesco Prando
Cutter Michael Caine Michele Kalamera
Olivia Wenscombe Scarlett Johansson Barbara De Bortoli
Sarah Rebecca Hall Laura Romano
Julia McCullough Piper Perabo Rossella Acerbo
Tesla David Bowie Roberto Chevalier
Alley Andy Serkis Francesco Pannofino

Edizione italiana a cura della SEFIT-CDC.
Dialoghi italiani: Valerio Piccolo.
Direzione del doppiaggio: Sandro Acerbo.


L.

– Ultimi doppiaggi:

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I sogni elettrici di Dick 5 (guest post)

La nostra amica Vasquez, la Colonial Marine del Zinefilo, parte per una nuova missione: all’inseguimento dei sogni elettrici di Philip K. Dick.
L.


I sogni elettrici di Philip K. Dick
(parte quinta ed ultima)

di Vasquez


Episodio 9
Safe and Sound

Il racconto: Foster, sei morto
(Tutti i racconti 1955-1963, Fanucci 2009)

Tutti ci tengono ad essere accettati, a conformarsi a tutti gli altri per poter far parte del gruppo. Specialmente se si è un ragazzino in età scolare. Mike Foster vorrebbe tanto avere un rifugio anti-atomico come tutti, ma suo padre non è registrato alla Difesa Civica, e lui non ha nemmeno il permesso per accedere al rifugio della scuola. In caso di guerra, tutte le vaccinazione che gli hanno fatto non servirebbero a nulla: nessun posto in superficie è sicuro, ed essere immune alle malattie è perfettamente inutile se non si possiede un rifugio.

Può succedere da un momento all’altro

Se avesse un rifugio Mike Foster ci andrebbe a dormire tutte le notti. Ci si sentirebbe perfettamente al sicuro. Ma suo padre dice che costano troppo, e che comunque è tutta una truffa. Hanno fatto in modo che la gente si senta costantemente in pericolo, che aleggi in continuazione un senso di insicurezza, trovando così il sistema di vendita perfetto con lo slogan perfetto: “Compra o muori”. Nuovi modelli di rifugi tutti gli anni, e poi adattatori: griglie metalliche che intercettano le pallottole a trivella (bore-pellets). O scudi contro i fiocchi a micropallini (grain-impregnation flakes). Le armi migliorano continuamente, il progresso non si ferma, e bisogna stare al passo. Comprare rifugi, comprare adattatori, comprare, comprare, comprare. E finalmente un bel giorno anche il papà di Mike Foster fa il suo bell’acquisto di un rifugio ultimo modello – serie 1972 anche se siamo ancora nel 1971 – alla modica cifra di ventimila dollari (col sovrapprezzo di duecento dollari per la consegna a domicilio).

L’episodio 1×09 (tratto da Foster, You’re Dead, 1955)

Perfetta attualizzazione della storia dickiana, con il «DEX» al posto del rifugio. Senza un DEX ormai non si può fare più nulla: serve per scuola, serve per far sapere di essere al sicuro in caso di attentato terroristico, serve per comunicare. E Foster (qui un’adolescente rossa di capelli, interpretata da Annalise Basso) ne vuole assolutamente uno, a costo di rubare i soldi dal conto di sua madre Irene (Maura Tierney), che invece è decisamente contraria: è un dispositivo di monitoraggio continuo da parte di chi vuole far credere che ci sia un attentato tutti i giorni, quella è gente che manipola la realtà come gli fa più comodo. I DEX non servono per protezione come dicono, ma per localizzare le persone, che così barattano la loro libertà e indipendenza per una sicurezza di cui in realtà non c’è alcun bisogno.

Maura Tierney, da infermiera in “E.R. – Medici in prima linea” a Sarah Connor mora è un attimo

Ma se un’adolescente si mette in testa qualcosa, non c’è molto da fare perché cambi idea. E così Foster riesce a procurarsi il suo primo DEX. Anche se non lo sa usare benissimo, e infatti deve ricorrere all’aiuto di un operatore umano. Solo che quando parla con lui sembra che stia parlando da sola. Va be’, ma lei ha l’ultimo modello: soltanto lei può sentire il suo operatore. Solo che… suo padre parlava da solo, sentiva le voci, e non si sa come, lei adesso si ritrova a parlare con le formiche, ma la cosa ha perfettamente senso perché le antenne delle formiche amplificano il segnale del suo DEX, e quello che le sta dicendo Ethan – il suo operatore – è logico e razionale.
Peccato per le sequenze finali di questo episodio, stavo quasi per eleggerlo a mio preferito.

Quando le scie chimiche ti parlano non è un buon segno


Episodio 10
The Father Thing

Il racconto: La cosa-padre
(Tutti i racconti 1954, Fanucci 2008)

Questo racconto può essere riassunto nella frase: “L’invasione degli ultracorpi dal punto di vista di un bambino”. Charles è andato a chiamare suo padre in garage per avvertirlo che la cena è pronta, solo che si è trovato di fronte due papà, e non ha saputo decidersi su quale dei due chiamare, così è scappato in casa. Quando la famiglia si è ritrovata seduta a tavola, Charles è rimasto senza parole, bianco come un lenzuolo, perché quello di fronte a lui è l’altro. Non è suo padre: è una cosa-padre. E suo padre che fine ha fatto? E perché sua madre non si è accorta di nulla?
La cosa più spaventosa di tutte però, è che la cosa-padre sa che lui ha capito, e quindi Charles è costretto a scappare e a cercare aiuto. Ma cosa può fare un bambino contro una cosa come quella? E se un giorno arrivasse anche una cosa-madre?

L’episodio 1×10 (tratto da The Father-Thing, 1954)

The Father-Thing è la prova provata che non c’è bisogno di fare i nostalgici dei finti anni ’80 per mettere dei ragazzini in un contesto soprannaturale. La cosa si può fare anche con la generazione digitale che sta venendo su adesso. E a quanto pare oltre a Stephen King, anche Philip K. Dick aveva qualcosa da raccontare su come i bambini affrontano certe situazioni, che siano di questo o di altri mondi (e sono rimasta piacevolmente sorpresa di questa trasposizione del racconto). Io ho gradito “Stranger Things” (a cui purtroppo non si può fare a meno di pensare guardando questo episodio), e probabilmente vedrò anche le stagioni a seguire, ma si deve ammettere che con la sua mania citazionistica e l’effetto nostalgia acchiappona dopo un po’ ci si sente satolli, rimpinzati, saturi e anche un po’ nauseati. E infatti non rivedrei neanche un episodio di “Stranger Things”. A posto così, grazie. Invece rivedrei questo, anche solo per Greg Kinnear, che stagionandosi un po’ non solo è migliorato, ma ha preso a somigliare a Stephen King, tanto per rimanere in tema.

La cosa-StephenKing tampina la madre di Charlie (Mireille Enos)


È impressionante come in poche pagine Dick riesca a mettere in piedi interi universi e a lasciar intuire quanto siano vasti. Si ha continuamente la percezione che, avendone la possibilità, ci sarebbe da esplorare per una vita intera. A parte gli ovvi progressi che ci sono stati nei dispositivi tecnologici (ma la cosa non pesa più di tanto, perché non è che Dick ne facesse un grande uso nei suoi scritti) rileggendo questi racconti ho apprezzato – di nuovo – la loro scorrevolezza, la loro attualità, e la loro freschezza: molti sembrano stati scritti ieri invece che oltre mezzo secolo fa. Inoltre non si può fare a meno di notare come in tanti cerchino ancora di pescare dai suoi mondi.

Questa serie può sembrare poco originale, perché uscita dopo “Black Mirror” ad esempio, visto che oltretutto alcuni dei temi sono simili. La sensazione che ho avuto io invece è che sia stata “Black Mirror” ad andare a spulciare tra gli scritti dickiani per vedere se c’era qualcosa d’interessante.

«Secondo me qualcosa d’interessante laggiù c’è…»

I racconti dello scrittore californiano sono inarrivabili. Sono condensati di mondi: con pochi tratteggi l’autore riesce a creare un immaginario che difficilmente lascia indifferenti, mantenendo però quello sfaldamento della realtà, quell’ambiguità di situazioni che lo caratterizzano: vero/falso, umano/non umano, realtà/allucinazione, apparenza/sostanza. E mi ha fatto molto piacere constatare che “Electric Dreams” in questo è perfettamente riuscita.

Senza cercare di arruffianarsi il pubblico con citazioni malinconiche, senza dover per forza stupire con grandiosi effetti speciali e colori ultra-vivaci, ma lasciando spazio all’immaginazione, e soprattutto riuscendo a mantenere quella sensazione di indefinito, di realtà offuscata, di straniamento, che Philip K. Dick metteva dappertutto, forse perché lui stesso si sentiva un po’ fuori posto in questa realtà, e quindi è andato ad esplorare altri mondi al posto nostro.

V.


Ringrazio di cuore Vasquez per questa sua “missione” e sono convinto che Phil avrebbe apprezzato.
L.

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Deliverance (1972-2022) 1 – Si parte con le canoe

Il 1972 è l’anno della violenza al cinema, delle ultime case a sinistra, dei giustizieri della notte ma anche dei tranquilli weekend di paura.


«Sarà un’estate di lavoro duro, ma sono pronto e non mollerò: questo film sarà un cazzo di inferno.»
James Dickey, all’inizio dell’estate in cui ha partecipato alle riprese di Deliverance tratto dal suo romanzo omonimo


Prologo.
L’estate che cambiò tutto

Quando Christopher torna a casa, dopo vent’anni in cui aveva deciso di starne lontano, tanto da diventare corrispondente di guerra per assicurarsi di rimanere nei posti più lontani da casa (e per assurdo più sicuri), la situazione è peggiore di quanto pensasse. La vita di suo padre James l’ha conosciuta attraverso i giornali, quelli scandalistici e quelli di cronaca nera. Suo padre era un professore universitario ma anche un famoso poeta, pluripremiato, stimato, poi è successo qualcosa. Due mesi dopo la morte della moglie, la mamma di Christopher, James si sposa con una propria studentessa, una ragazzina più giovane del figlio. Tempo qualche anno e i giornali la descrivono come una tossicodipendente infognata in pessime amicizie, papà James più volte viene ricoverato con ferite che si rifiuterà sempre di ammettere siano state inferte dalla giovane moglie fuori di testa. Lo ammetterà solo con suo figlio Christopher, quando i due riusciranno a ritrovarsi.

Christopher torna in quella casa che da vent’anni considerava estranea, indignato dalle notizie che a lungo hanno infangato la reputazione del padre, e proprio negli ultimi mesi di vita del genitore, distrutto molto più dall’amore che dalla malattia, riesce non solo a riappacificarsi ma a ricostruire la vita della propria famiglia. Durante quell’estate del 1996 (papà James morirà nel gennaio 1997) Christopher raccoglie il materiale per un libro di memorie in cui racconta pubblicamente un’altra estate, quella in cui cambiò tutto. L’estate che segnò il punto di svolta della sua vita: prima aveva una famiglia, poi non ce l’ha avuta più.

L’estate in cui è cambiato tutto è quella del 1970, quando nelle librerie americane è uscito un romanzo scritto da suo padre, James Dickey, intitolato Deliverance. Il successo immediato e la notizia, nell’estate successiva, di un film con Burt Reynolds hanno schiacciato la famiglia Dickey senza pietà, spingendo il figlio Christopher a fuggirne lontano. In ogni parte del mondo, seguendo ogni guerra, l’importante è che fosse lontano da casa.

Christopher ci ha messo più di vent’anni per fare pace con papà James, decidendo così di raccontare il suo dramma familiare nel libro Summer of Deliverance (1998) da cui ho preso la storia fin qui narrata.

Vent’anni dopo un infarto si porta via Christopher. Era il 16 luglio 2020. Un’altra estate in cui è cambiato tutto.


1.
Il poeta che stuprò il suo eroe nel bosco

Nel 1966 il celebre poeta italiano Salvatore Quasimodo dà alle stampe il suo ultimo libro, Dare e avere (Mondadori). Immaginate che non fosse l’ultimo, che prima della sua morte (1968) il poeta abbia fatto in tempo a pubblicare una nuova opera… un romanzo… che parla di quattro escursionisti aggrediti, stuprati e che dovranno uccidere per sopravvivere. Cosa avrebbero pensato i recensori e i circoli di poesia? Questo, con le dovute proporzioni, è il problema con James Dickey, un apprezzato ed amato poeta americano che un giorno di punto in bianco pubblicò un romanzo che nessuno si sarebbe aspettato da lui, e che sconvolse tutti.

Per quanti amanti della poesia possono esserci in giro, gli amenti dei thriller mozzafiato pieni di violenza e paura sono molti di più, e le case editrici lo sanno. Per capire lo svalvolamento totale creato da Dickey con il suo Deliverance (Houghton Mifflin 1970), un romanzo di neanche trecento pagine che in un lampo ha conquistato l’America, è illuminante una pubblicazione quasi coetanea.

In quello stesso 1970 infatti la casa editrice Doubleday pubblica Self-Interviews, un libretto in cui due curatori “sbobinano” dei nastri forniti da Dickey, riflessioni personali che l’autore aveva affidato al registratore e che ora vengono messe nero su bianco in un libro che parla di tutto… tranne che dell’ovvio.
Nella terza di copertina, dove cioè continua la presentazione dell’opera, viene ben specificato che questo libro NON parlerà del romanzo Deliverance, ma la casa editrice non è stupida e in copertina sotto “Dickey” fa scrivere ben visibile «Author of DELIVERANCE», in maiuscolo, che lo devono vedere tutti e lo devono comprare prima di capire che è una fregatura.

Questo è James Dickey, un poeta adorato, stampato, ristampato, studiato, recensito, indiscutibilmente apprezzato… che un giorno ha scritto tutt’altro, rivolgendosi ad un pubblico totalmente differente, tanto che ho trovato recensori disperati che cercavano di dare un’interpretazione poetica del suo romanzo di violenza e terrore, con visioni bucoliche solo perché la vicenda è ambientata in mezzo alla natura.

Cos’è cambiato nella poetica di Dickey? Perché un poeta e saggista si siede e scrive di gente stuprata nei boschi, di inseguimenti con arco e frecce, di corse rutilanti per fiumi pericolosi a bordo di canoe, di morte, violenza e paura? La domanda per me andrebbe posta in modo diverso: perché Dickey ha deciso di prendere una storia che aveva già raccontato… e renderla cinematografica? Allora la risposta è ovvia: perché voleva scrivere un film. E il suo piano è perfettamente riuscito.

«Nel fiammeggiante mezzogiorno abbiamo sentito
il battito pulsante delle rapide
e ci siamo entrati come uomini
che sentono come il mondo possa essere purificato.»

Chiedo subito scusa per la mia traduzione: un dilettante come me non dovrebbe avvicinarsi ai versi poetici, ma era per dare un’idea di come Dickey avesse già raccontato di uomini che percorrono un fiume vorticoso a bordo di canoe, nel poema On the Coosawattee, raccolto in “Helmets” (1964), dove molti temi di Deliverance sono presenti, dall’inondazione della valle al rapporto con la natura selvaggia ai richiami di fantasmi in fondo all’acqua.

Semplicemente Dickey per il suo primo romanzo ha voluto “caricare” ogni cosa per colpire così duro il lettore da costringere una casa cinematografica ad interessarsene.


2.
Il romanzo narrato come un film

Christopher Dickey ricorda che suo padre lo portava in canoa quando lui era ancora troppo piccolo, e ricorda quella volta in cui insieme a degli amici tornò ferito da un’escursione, e di come andava a caccia con arco e frecce, e di come già nel 1962 dettava ad un piccolo registratore comprato in Germania gli appunti di quello che nella tarda primavera del 1970 avrebbe scalato le classifiche librarie. James Dickey ha costruito il romanzo Deliverance con scientifica freddezza, sapendo già perfettamente che sarebbe diventato un film. Ma “diventato” è un verbo sbagliato: il suo romanzo è un film.

Prima edizione Mondadori 1972

Il mistero di Deliverance – che subito Mondadori porta nelle nostre librerie con il titolo Dove porta il fiume (traduzione di Bruno Oddera) – è come possa essere stato scritto da un poeta, da chi cioè dovrebbe avere una sensibilità molto sviluppata per le parole e la musicalità dei concetti: il romanzo invece ha la triste caratteristica… che sembra la novelization del film, malgrado sia stato scritto prima.

Con uno stile gelido, quasi anti-narrativo e addirittura meramente cronicistico, Dickey ci racconta di quattro personaggi maschili di cui non sappiamo niente all’inizio e di cui alla fine… sappiamo anche meno.

  • Bobby – gestisce fondi di investimento
  • Drew – direttore del settore vendite di una grossa società di bibite
  • Ed – fotografo
  • Lewis, «un survivalista determinato a dominare la Natura con una mano sola», lo definisce Christopher Dickey

Queste sono tutte le informazioni che l’autore ha disseminato nel romanzo, quasi come se i suoi personaggi fossero spiegati dai loro impieghi. Solamente vaghi e superficiali accenni possono essere trovati tra le pieghe di qualche paragrafo in cui sembri di notare un tentativo di approfondimento dei singoli personaggi, ma l’impressione generale è che questo romanzo sia stato scritto con in testa così forte e potente l’idea di un film che lo stile ne risente pesantemente. Leggere Deliverance è come se qualcuno stesse vedendo il film e te lo raccontasse scena per scena.

Dico questo perché è davvero raro trovare un film che sia la riproduzione totalmente esatta del romanzo, ma in questo caso Dickey ha scritto un libro così ossessivamente cinematografico che dev’essere stato facilissimo portarlo su schermo: se avete visto il film, è come se aveste letto il romanzo, identico in ogni più minuscola sfumatura. Il che è un gran bel difetto, per il libro.

A tirare le somme, l’azione è davvero poca: quattro uomini vanno in canoa, durante una pausa succede un “incidente” e devono compiere alcune azioni sgradevoli per salvarsi la vita. Tutto però è descritto senza passione, senza emozione, con una freddezze che ghiaccia gli occhi del lettore, e soprattutto con uno stile cronicistico che a lungo andare urta i nervi.

Ristampa Garzanti 2001

Dickey conosceva per esperienza diretta tutte le imprese a cui sottopone i propri personaggi, quindi avrebbe potuto fornire al lettore una descrizione molto più dettagliata ad emotiva rispetto a chi scriva di cose che ignora: invece il risultato è così distaccato che questa storia l’avrebbe potuta scrivere anche chi non è mai andato in canoa o chi non ha mai tirato una freccia in vita sua. Descrivere ogni singola maledetta pagaiata come fosse una telecronaca – “Pagaia a destra, pagaia a sinistra, pagaia a destra, pagaia a sinistra”, abbiamo capito, James, sta pagaiando! – ma in realtà descrivere l’intera vicenda come fosse un commentatore sportivo è devastante: non c’è mai un momento di letteratura o anche solo di narrativa, solo la mera esposizione di fatti.

L’unica spiegazione che mi so dare del grande successo di questo gelido romanzetto che sembra scritto da un liceale è l’enorme quantità di tensione e violenza che vi si trova all’interno. Noi siamo stati tutti formati dall’anno violento 1972, quando Wes Craven ci ha mostrato cosa succedeva nell’ultima casa a sinistra, Brian Garfield ci ha presentato il suo giustiziere della notte e via dicendo, e più indietro al massimo siamo stati educati da Rambo, che in quel 1971 ci parla di argomenti molto simili: un rapporto problematico fra civiltà e natura selvaggia, fra cittadini e paesani, una sfida mortale all’arco e frecce e l’omicidio come unica via di salvezza. Ma quando quel 1970 James Dickey ha presentato il suo romanzo non c’era niente di tutto questo: la violenza non era ancora esplosa e diventata di dominio pubblico.

Il genere noir con storie nerissime di crimine, morte e violenza esisteva da parecchio prima, Dickey non ha inventato nulla, ma è innegabile che abbia usato un linguaggio decisamente “moderno” e anticipatore per il 1970, anno in cui a parte il decano Mack Bolan nessun “eroe punitore” è ancora nato e la violenza del giusto è ancora qualcosa di molto difficile da mandare giù, e soprattutto non si descrive nei minimi particolari la violenza che usa, con il rischio che passi dalla parte del cattivo.

L’estate della violenza in cui è cambiato tutto…

Probabilmente l’aver ritratto così tanta violenza nei minimi particolari ha garantito a questo romanzo un successo maggiore di quanto ne avrebbe ottenuto per “meriti letterari”: se penso a una vicenda simile come Il promontorio della paura (Cape Fear, 1957) di John D. MacDonald c’è da mettersi le mani nei capelli: in quest’ultimo romanzo non c’è una sola goccia di sangue ma ti strazia il cuore dalla paura, rabbia, violenza e vendetta, usando esclusivamente gli strumenti di un bravo narratore. Tutto totalmente assente in Dickey, il cui unico pregio è descrivere analiticamente stupro, sangue e violenza in un momento in cui nessuno lo faceva.

Quell’estate del 1970 è stata un’anticipazione dell’estate del 1972 in cui è cambiato tutto, e la violenza è esplosa nella narrativa d’intrattenimento. Forse solo per questo James Dickey merita un posto nella storia.

(continua)

L.

– Ultimi anniversari:

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Bruce Willis in TV (1)

Mi è venuta voglia di fare un ripassino delle apparizioni televisive di Bruce Willis, così da ricordare anche qualche storica serie d’annata.

Stando alla biografia non autorizzata di John Parker (1997), un giorno un cameriere di nome Bruce Willis, aspirante attore, entra negli uffici di una nota agenzia di attori di Los Angeles (la Triad) e parla con l’agente Jenny Delaney per sapere se ci sia qualcosa in giro adatta per lui: la donna lo squadra subito e gli intima di correre ai provini che sta tenendo Glenn Caron, arrivati ormai all’ultimo giorno.
Delaney sa che Caron ha diramato avvisi a tutte le agenzie di cinema perché sta lavorando a una serie TV e gli serve un attore maschio senza rischio, «che non abbia paura di essere sessista». (Altri tempi.)

Bruce si presenta vestito normalmente, cioè come uno spacciatore di quartiere, entra nella stanza del provino e dice «Ciao, sono Bruce Willis. Facciamolo». Poi però si guarda in giro e sente una brutta aria, pessime vibrazioni, così dice «Adios», gira i tacchi e se ne va. Glenn Caron rimane fulminato sulla via di Damasco: «È lui», avrebbe esclamato, «Quello che è appena uscito: è David Addison!»

Da questa scintilla nascerà la fortunata serie “Moonlighting” (1985-1989), ma la strada è ancora lunga e Bruce dovrà ancora servire ai tavoli per un po’.


“Miami Vice”

Episodio 1×07 (9 novembre 1984), No Exit
ma altri dicono 1×08
in Italia dal 6 luglio 1986 (fonte: Wikipedia)

Sulla serie dove tutti sono belli belli in modo assurdo e vestiti in modo scintillante ha già detto tutto Cassidy, quindi rimando a lui per maggiori approfondimenti. Qui mi interessa sottolineare come il regista dell’episodio sia David “Hutch” Soul.

Crockett (Don Johnson) e Tubbs (Philip Michael Thomas) stanno usando tutte le risorse del dipartimento per riempire di microfoni la casa di un trafficante d’armi, una spregevole belva umana che adora trattare male la moglie e spingerla in piscina. Chi sarà mai questo rifiuto umano ritratto come più sgradevole di un insetto? Ovvio, il nostro Bruno!

La prossima volta che ti lancio in piscina… l’acqua non ci sarà!

Lo spregevole Tony Amato è il primo ruolo ufficiale del 29enne Bruce Willis, dopo alcune comparsate non accreditate. Per l’occasione il nostro eroe ci prova a fare il cattivo cattivissimo ma si vede che ha la faccia da bonaccione, col sorriso mascalzone che preme per uscire.

Dài, Bruce, si vede che vuoi fare il tuo sorrisino malandrino

Tubbs finge di voler acquistare alcuni bazooka per incastrare Tony, mentre Don Johnson è paralizzato in pose maschie coi bicipiti in vista, a soffrire per le sorti di Rita, che non può pensare a lei chiusa in casa con quel mascalzone di Tony, che la pensa giorno e notte… Oh, ma ha conosciuto la donna cinque minuti prima, come fa ad esserne già così ossessionato?
Il problema dell’episodio è che affronta la trama di un film di due ore avendo solo una mezz’oretta per svilupparla, e ora che Don Johnson ha finito di mostrarsi maschio non rimane altro, così tocca correre come pazzi.

Va’ che vestitini scintillanti sfoggia il nostro Bruno

Questo è in assoluto è il primo episodio che vedo completo di questa serie, che ho sempre ignorato – e sì che negli Ottanta in famiglia vedevamo qualsiasi serie passasse in TV! – e non mi sembra di aver perso gran che, ma magari ho beccato l’episodio fiacco.

Una curiosità: Bruce tornerà nell’episodio 3×18 (1987) ma solo “in voce”, visto che a un certo punto si sente la sua hit dell’epoca Respect Yourself.


“Ai confini della realtà”
(The Twilight Zone)

Episodio 1×01 (27 settembre 1985), Shatterday
in Italia dal 3 giugno 1986 (fonte: Wikipedia)

Subito dopo le riprese di “Miami Vice” il nostro Bruce riceve una brutta telefonata dal suo agente: con “Moonlighting” non se ne fa niente, è andata male. La possibilità di tornare a servire ai tavoli del bar Kamikaze di Los Angeles è più che concreta, ma tempo 24 ore e l’agente lo richiama: i produttori hanno ceduto al suo braccio di ferro e hanno accettato quello che avevano sempre rifiutato: Bruce come co-protagonista della serie.
“Moonlighting” inizia il 3 marzo 1985: non ho trovato informazioni in merito ma ipotizzo che questo episodio di “Twilight Zone” sia stato girato prima di quella data, malgrado esca sei mesi dopo.

Il fatto che alla regia c’è il maestro Wes Craven significa che la serie è finita nel mirino di Cassidy, nel suo grandioso Speciale Wes Craven, quindi ha già detto lui: non mi rimane che lodare Bruce per la sua prova attoriale: la seconda ufficiale, dopo quella in “Miami Vice”.

Per essere un attore esordiente è davvero un’ottima prova

Un uomo è in un bar e fa splash, perché d’un tratto la sua vita è totalmente cambiata da una telefonata. Per errore infatti Peter Novins (Bruce nostro) telefona a casa propria, ma invece di un segnale di libero… qualcuno risponde al telefono. Non passa molto prima che Peter capisca che all’altro capo del telefono… c’è un altro Peter Novins.

L’utente selezionato si è appena sdoppiato in due

Inizia una lunga battaglia fra i due Peter da un capo all’altro del telefono, prima per cercare di capire se sia uno scherzo o cosa, poi per capire chi sia il vero Peter e alla fine… be’, chi dei due debba rimanere il vero Peter. Il fallito che passa la sera al bar ed ha una vita personale disastrata… o il perfettino che fa sempre la cosa giusta? Diciamo che non c’è gara.

Scusa, Bruce, mi sa che sei la copia fallata

Sceneggiata dal bravo Alan Brennert partendo dal racconto Shatterday (“Gallery”, settembre 1975) di Harlan Ellison (che all’epoca di questo episodio stava combattendo Terminator perché diceva l’avesse scritto lui, purtroppo vincendo), la vicenda non perde molto tempo a spiegare lo strano fenomeno di sdoppiamento del protagonista e preferisce focalizzarsi sul bilancio della propria vita che entrambi i Peter si ritrovano costretti a fare, una scelta narrativa per me saggia. Stabilire chi sia il “vero” Peter perde infatti subito di importanza, rispetto a stabilire chi sia il “migliore” fra i due.


“Pappa e Ciccia”
(Roseanne)

Episodio 1×22 (18 aprile 1989), Dear Mom and Dad
in Italia dal 1990 (fonte: Wikipedia)

In pochi anni Bruce è passato da cameriere a divo del cinema con una velocità incredibile. Ha già girato diversi film, anche da protagonista, ma soprattutto ha fatto Die Hard (1988), quindi può permettersi di fare… scherzi sul set.

Quel 18 aprile 1989 l’episodio di “Pappa e Ciccia” si chiude con la protagonista Roseanne Barr che va a letto ma a seguirla non c’è suo marito Dan (John Goodman), bensì… Bruce Willis, in una vera e propria irruzione durante le riprese.

L’anno successivo i due, Bruce e Roseanne, daranno le voci ai marmocchi di Senti chi parla 2 (1990), resi in Italia da Paolo Villaggio e Anna Mazzamauro.

Ecco il video dello “scherzone”.

L.

– Ultimi film con Bruce Willis:

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[Death Wish] Vendicatrici di nome Rose (1985-88)

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


Sebbene molto lentamente e non sempre con buoni risultati, negli anni Ottanta le donne con fatica raccolgono la grande lezione degli anni Settanta e iniziano ad essere più attive al cinema: non più damigelle da salvare ma eroine attive. Sia nel bene che nel male.

Dopo che Abel Ferrara nel 1981 aveva dato il La al decennio con la sua “sartina punitrice“, erede spirituale della Jennifer Hills del 1978 e del canone “donna stuprata massacra i propri aggressori uno alla volta”, ampliando il discorso e colpendo tutti i possibili futuri stupratori, il cinema non se l’è sentita di raccogliere quella sfida e al massimo le donne punitrici rimangono apparizioni pruriginose di piccole case, anche straniere come nei due casi che presento oggi.


Rosa, la vendicatrice messicana

Il vispo e vivace cinema messicano ci regala un’eroina pepata con La guerrera vengadora (1988) di Raúl Fernández: non è propriamente una punitrice bensì una semplice vendicatrice, come dice appunto il titolo, ma merita una citazione per alcuni “temi punitori”.

Rosa Gloria Chagoyán credo sia una sorta di Edwige Fenech messicana (anche se si comporta più come Carmen Russo), perché sebbene non si spogli comunque rimane la “bonona” della storia con a ronzargli attorno vari pittoreschi maschietti arzilli. Non mancano siparietti comici che non avrebbero sfigurato nelle sale italiane, invece il film che io sappia rimane a tutt’oggi inedito in Italia.

Una brutta sera la sorella di Rosa viene aggredita insieme al fidanzato: con scene esagerate ed espressioni facciali all’eccesso si consuma la tragedia, con il ragazzo sgozzato e la ragazza stuprata e uccisa. Sconvolta dall’evento, Rosa pensa che ora il suo fidanzato poliziotto e i vari suoi colleghi daranno una caccia spietata al gruppo di teppisti, visto poi che quei criminali sono ben noti nel quartiere, invece scopre quello che scoprono tutti i protagonisti della “narrativa dei punitori”: le istituzioni sono impotenti, o semplicemente incapaci, quando non addirittura corrotte.

Come i suoi colleghi, Rosa decide di prendere in mano la giustizia e va a rispolverare l’attrezzatura di suo padre, che è stato un motociclista acrobatico: come il Punitore indossava una tuta nera con teschio bianco, Rosa indossa una tuta bianca con le alette rossr. Ogni punitore è bello nella tuta sua.

La vestizione della neo-punitrice incede però un po’ troppo sulle curve

Così come la sartina di Ferrara si vestiva in modo provocante per attirare i maschi e punirli, così Rosa va a stuzzicare la banda dei criminali presentandosi in modo provocante e quindi come vittima appetitosa, e una volta portati in trappola può indossare la propria tuta e iniziare la giustizia sommaria a bordo della sua moto.

Tutto questo avviene in realtà solo per larghi capi, il film non è minimamente interessato ai “temi punitori” e la questione è affrontata molto superficialmente: lo dimostra il fatto che al momento di girare La vengadora 2 (1991) la nostra Rosa non faccia praticamente niente, se non strillare come una vittima d’altri tempi. No, questa minuscola produzione messicana non è interessata alle donne punitrici, ma il fatto stesso che abbia comunque affrontato la questione, anche solo di sfuggita, dimostra che il tema è avvertito in modo potente, e i produttori sono convinti che promettere questo tipo di narrativa – anche senza poi mantenere – venda il film già di per sé.


Rose, la vendicatrice coreana

Dall’altra parte del Pacifico qualche anno prima era uscito Poisonous Rose Stripping the Night (Bam-eul beosgineun dogjangmi, 1985) di Kim Si-hyun – informazioni prese dal KMDb – film che temo neanche in patria coreana ricordi più nessuno, se nel 1986 non avesse avuto una capillare distribuzione in ogni più sperduto angolo del mondo grazie al famigerato Godfrey Ho, il dio oscuro del ninja trash di Hong Kong.

Come suo solito, Godfrey Ho si compra il piccolo film coreano, probabilmente a due spicci, ci infila dentro delle scene girate a casaccio con attori occidentali – per esempio il solito baffuto Bruce Baron – aggiunge combattimenti ninja a capocchia, fa doppiare tutto ad attori anglofoni e così rimaneggiato passa il film al suo compagno di merende Joseph Lai della IFD, il quale lo manda in giro per il mondo con il titolo Ninja Champion.

Quello stesso 1986 la Eureka Video porta il film in VHS italiana con il titolo Ninja campione, portato in DVD dalla Vegas nel 2003 insieme ad altri titoli similari.

Il mistero dell’attrice protagonista

Del film originale coreano non rimane gran che, dopo essere passato per il tritacarne di Godfrey Ho, comunque di sicuro la protagonista della vicenda è Rose, versione internazionale dell’originale Jin-suk, interpretata da quella Choi Eun-hee che sarebbe incredibile fosse Choi Eun-hye (con la “y”), attrice sud-coreana rapita da Kim Jong-il nel ’78 e riuscita a scappare dalla Nord Corea solo nel 1986: che sia questo filmaccio di Godfrey Ho ad aver liberato la donna? Troppo brutto pure per il regime nord-coreano! Temo però sia un semplice caso di quasi-omonimia.

Sembra una pagliacciata invece purtroppo è una dura scena di violenza

Il film si apre con Rose e il suo fidanzato che campeggiano sulla spiaggia e la scena non può finire in altro modo se non con dei criminali dalla faccia pittata che li aggrediscono: sono gli anni Ottanta, baby, tempi bui per tutti.
La scena dopo vediamo un ginecologo che sta facendo robe dolorosissime fra le gambe della povera donna, quando si ferma e le dice che non può andare avanti, perché il dolore sarebbe insopportabile. Scusate, ma non esiste l’anestesia in Corea? Pare di no, perché la donna si limita a stringere i denti.

Passa del tempo non meglio specificato e vediamo una donna che porta dei gioielli a un affarista locale indossandoli a mo’ di reggiseno. La cosa colpisce quell’esteta dal gusto sopraffino del trafficante, che subito ingaggia la donna nella propria organizzazione.

Le sigarette coreane le puoi fumare con la bocca ma anche col naso!

Intanto appare a casaccio Richard Harrison, che anni dopo racconterà di come Godfrey Ho e la sua banda lo avevano a tutti gli effetti rapito, visto che ogni tentativo di smettere di fare filmacci ninja era seguito da minacce neanche tanto velate.
In realtà il vero cruccio dell’attore a fine carriera, che non aveva certo le offerte di lavoro accatastate fuori la porta, era che le scene che lui girava per un film poi Ho le riciclava per altri film, infatti qui in Ninja il campione vediamo Richard allo stupido telefono tigrato in una scena presa di netto da Ninja Terminator (1985).

Sul volto di Richard Harrison è stampata la contentezza di apparire in questi film

Togliendo di mezzo i ridicoli inserti ninja infilati da Ho, ciò che rimane della storia del film coreano vede la donna appena entrata nell’organizzazione criminale rivelare i propri scopi: è in realtà Rose venuta a vendicarsi dei propri stupratori.
Avendo questi le facce pittate non li ha potuti vedere in volto, ma con metodi a noi ignoti è riuscita a capire chi erano e ora inizia la sua vendetta. E farà male, infatti il primo lo uccide… con un laccio da scarpe! Ce ne vuole per frustare a morte un uomo con un laccio da scarpe…

I cinesi sono dilettanti: i veri torturatori sono i coreani coi lacci da scarpe!

Come da usanza coreana, si finisce ben presto nel melodramma più mariomerolesco, con personaggi che entrano ed escono senza motivo, frutto di un taglia-e-cuci selvaggio adottato da Godfrey Ho, desideroso di fare spazio ai suoi stupidi inserti ninja, che non c’entrano nulla con la vicenda.
Non sappiamo come faccia Rose ad aver acquisito le conoscenze e le doti fisiche per affrontare criminali e farli fuori uno per uno, probabilmente è la “furia punitrice” che la anima.

Dove ha imparato Rose a combattere nel giro di così poco tempo?

Il film potrebbe rientrare tranquillamente nel genere rape and revenge, trattando appunto della vendetta di una vittima di stupro, ma ho voluto citarlo perché è chiaro come nella seconda metà degli anni Ottanta sia forte il tema delle vittime che non nutrono alcuna fiducia nelle istituzioni e si vendicano, sì, ma non con rabbia o furia: creano piani, seminano trappole, provocano gli aggressori e in pratica ripetono quello che Jennifer Hills faceva nel 1978. Insomma, sono vittime che non cercano giustizia, né vendetta… cercano punizione.

Occhio che non finisce qui il discorso sulle pseudo-ninja punitrici: Godfrey Ho non era uno stupido e sapeva quali prodotti avrebbe venduto meglio in giro per il mondo: con le “punitrici” si andava sul sicuro, come vedremo.

L.

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FernGully (1992) 30 anni del VERO Avatar!

Sul numero di luglio della rivista di cinema britannica “Empire” (n. 403) ho trovato l’annuncio che questo dicembre 2022 dall’Isola del Dottor Cameron, dove Jim vive dominando i suoi omini blu digitali, arriva Avatar: The Way of Water, una vecchiata con cui Cameron conferma di essere come Paul McCartney: in realtà è morto decenni fa ed è stato sostituito da un sosia.
Stavolta invece di svolazzare fra gli alberi i nostri eroi Jake (Sam Worthington) e Neytiri (Zoe Saldana) andranno per mare, così che Cameron possa giocare con i suoi sottomarini.

In attesa di questa roba imbarazzante, che mi fa vergogna associare a quello che negli anni Ottanta era un maestro di cinema, ne approfitto per rispolverare un fortuito ritrovamento in un mercatino: il DVD di un film d’animazione che Cameron conosce bene, molto bene, visto che la rifatto identico per il suo Avatar (2009).
Mi sono sempre chiesto come mai i produttori di questo film animato non si siano mai lamentati di essere stati plagiati così smaccatamente, poi giro il DVD e leggo il marchio Fox: ah, ho capito, è tutta una grande famiglia.


Un bosco magico da salvare

Che fosse arrivato il momento di parlare di questo film me l’ha comunicato l’Universo, che ha strani modi per mandarmi messaggi: per esempio questo giugno 2022 ha fatto uscire per Audible Sogno di un pomeriggio d’estate: Un bosco magico da salvare (2007), un curioso “esperimento” di Mariella Ottino e Silvio Conte in cui trasformano il Sogno di una notte di mezza estate (1596) di Shakespeare in una sorta di favola ecologica… dove mi piace pensare ci siano anche sgommatine di FernGully.

«Riusciranno le fate e i fauni a salvare il loro bosco dalla speculazione edilizia? Lia e Camillo hanno solo sognato, o le storie cui hanno assistito erano reali? Due ragazzi, un architetto e un ingegnere vivono un’avventura unica mentre le forze della magia si scatenano per impedire che il bosco incantato venga distrutto insieme con le creature fantastiche che lo abitano da secoli.»

Ho capito, Universo, è tempo di festeggiare le avventure di Zak e Crysta nella Foresta fatata minacciata dai biechi costruttori, avatarando in giro.


Qualcosa di blu nella foresta

Esordito alla produzione con Mr. Crocodile Dundee (1986), l’australiano Wayne Young punta in alto e mette in piedi un’operazione commerciale da leccarsi i baffi: sua moglie Diana ha nel cassetto una serie di storie su spiritelli della foresta, perché non farci un film spacciandolo per ispirato a materiale narrativo preesistente? Il libro di Diana Young esce insieme al film, con tanto di personaggi animati in copertina, eppure passa l’idea che il libro sia originale e il film derivativo, mentre è esattamente la stessa opera, presentata in contemporanea in due forme diverse, Non a caso il libro porta il copyright della casa australiana FAI Films che ha co-prodotto il film.

Uscito in patria americana nell’aprile 1992, FernGully: The Last Rainforest arriva nei cinema italiani in un’epoca dove passava almeno un annetto fra le due distribuzioni, infatti sbarca nelle nostre sale dal giugno 1993 con il titolo FernGully – Le avventure di Zak e Crysta.

Protagonisti della vicenda sono degli Spiritelli arborei (tree spirits), che non sono blu… ma lo diventano quando volano forte forte.

Qualcosa di blu vola nel mondo-foresta

La più curiosa e pepata degli spiritelli è Crysta (Samantha Mathis doppiata da Giuppy Izzo) che non è Neytiri ma ha gli stessi occhioni grandi.

Ma le creature che vivono nelle foreste hanno tutte gli occhi grandi?

Crysta vola felice sul prato, nel suo bel mondo che pare fatato (come Georgie), ignorando il suo spasimante Pips (Christian Slater, Mauro Gravina), a cui non rimane altro… che suonarsi il piffero.

Vorrebbe suonare la tromba, invece… si attacca al piffero

Un giorno Crysta incontra uno di quegli esseri mitologici che il suo popolo teme, gigantesche creature mostruose che sentono pessima musica riprodotta con scatolette analogiche che portano legate alla cintura: c’è solo da aver paura di quei mostri chiamati “umani”.

Un mostruoso umano e la sua pessima musica

Crysta teme quell’umano ma quando vede che sta per morire schiacciato da un tronco d’albero decide di salvarlo, recitando questo incantesimo:

Originale Doppiaggio Sottotitolo
Bless your eyes
with magic light
I give the gift
of fairy size
Magia,
portalo alla salvezza:
dàgli il dono
della cortezza
Che la luce magica
riempia il tuo cuore.
Ti dono
La statura dei folletti

Crysta si rende immediatamente conto di aver commesso un errore, invece di size (dimensione) doveva dire sight (vista), così il doppiaggio italiano mette in atto il gioco “cortezza / accortezza”, mentre nei pittoreschi sottotitoli “statura / vista”.
Insomma, lo spiritello voleva che il ragazzo vedesse cosa gli stava per capitare e invece lo rende della “dimensione di una fata”.

Tranquillo, che fra vent’anni un canadese ci farà tutti blu

Qualsiasi riferimento al Jake di Avatar (2009) che viene catapultato nel mondo nel mondo-foresta, FernGully o Pandora che sia, e conosce la ragazza contesa da un altro, è tutto puramente casuale, così come un mondo fatto d’alberi, anche se a differenza di quel babbeo di Jack qui il nostro Zak (Jonathan Ward, Luca Ward) ha molto più stile a muoversi… a cavallo di una foglia.

Così si viaggia nel mondo-foresta

Guarda caso il cattivo del film – il demone Hexxus con la voce di Tim Curry (Danilo De Girolamo) – nel “combattimento finale” si presenta a cavallo di un grande meccanismo: non sarà certo il powerloader che Avatar ha rubato ad Aliens (1986), ma è chiaro che siamo sempre nei paraggi.

Il cattivo a dorso del grande macchinario dai mortali bracci

Il resto della trama potrà anche cambiare, ma tanto siamo sempre lì: una favoletta ecologica basata su luoghi comuni e schemi fissi della narrazione cinematografica. La solita Fiera delle Banalità.

La Fox all’epoca ha puntato molto sul film perché voleva cavalcare la solita ondata di ecologia che regolarmente passa per l’opinione pubblica e ogni volta sembra una roba nuova: visto che dagli anni Settanta è progressivamente aumentata la sensibilità per l’ecologia ma da allora inquiniamo dieci vote di più, mi sembra chiaro che siano tutti sforzi inutili.

Lo sapeva benissimo la Fox, che malgrado avesse annunciato il film per il novembre 1991 ha pensato bene di rimandarlo di alcuni mesi, dopo che a settembre 1991 era uscita una sciocchezzuola come La Bella e la Bestia della Disney, che ha mandato a fuoco i botteghini.
Malgrado la campagna ecologica e menate varie, FernGully per puzza è riuscito a rientrare dei costi (24 milioni), mentre il film Disney si faceva il bagno in più di duecento milioni di incasso. Dell’ecologia non frega una mazza a nessuno, quando c’è da mettere mano al portafoglio.

FernGully è un ottimo prodotto dell’epoca, totalmente indistinguibile dalla Disney. Come quella casa fonde animazione classica con quella computerizzata, esperimento in voga in quei primi Novanta, ha nomi noti a doppiare i personaggi e pure Robin Williams a fare il solito matto Robin Williams. Chissà, magari è stato proprio il messaggio ecologista a penalizzarlo.

Mi immagino una sera del 1992, mentre un dirigente Fox al bar si lamentava che FernGully stava incassando pernacchie al botteghino, al che viene consolato da un regista Fox che sta incassando palanche di milioni con il suo Terminator 2. «Stai tranquillo», lo consola Jim. «Dammi una ventina d’anni e lo vendico io questo film: lo chiamo Avatar e vi faccio guadagnare tutto quello avete perso oggi».

Sto ovviamente scherzando: Jim probabilmente crede davvero di averlo scritto lui, Avatar, e la cosa tragica… è che magari è sincero! In fondo alla Fiera delle Banalità c’è posto per tutti.

L.

amazon– Ultimi anniversari:

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Killer Grandma (2018) Per amore di Megan

Ciclo sui parenti assassini in TV: tu m’hai provocato… e io me te magno!

Il brutto dei parenti è che sono tanti, quindi non sapete mai da dove arriverà il colpo mortale: oggi arriva… dalla nonna!

Chi segue i thrillerini televisivi conosce bene il nome di Danny J. Boyle – che ha una sola J. in più rispetto al celebre Danny Boyle! – il quale dopo una carriera nelle serie TV dal 2016 è una macchina da guerra del thrillerino: in sei anni (2016-2022) ha sfornato più di venti titoli, qualcuno romantichello ma principalmente thrillerini. Se bazzicate il canale TV8, sicuramente avrete già visto almeno un film diretto da Boyle.

Molto più raro è invece il suo impegno nella sceneggiatura, quindi siamo fortunati ad avere la sua doppia firma, come regista e sceneggiatore di questo assolutamente imperdibile Killer Grandma, distribuito nei paesi britannici come Killer In-Law, prodotto dalla Reel One Entertainment.

IMDb dice che il film è stato addirittura proiettato in sala nei cinema canadesi dal dicembre 2018, comunque va in onda su Lifetime, il canale americano dedicato ai thrillerini, il 12 maggio 2019.

Il primo passaggio noto del film in Italia è su TV8 mercoledì 22 aprile 2020, con il titolo Per amore di Megan.

La grafica delle grandi occasioni…

La newyorkese Nana Visitor sicuramente sarà stufa dei fan adoranti che la importuneranno ogni giorno, ma è indiscutibile che il suo maggiore Kira in “Star Trek: Deep Space 9” (1993-1999) sia uno dei migliori personaggi dell’universo Trek, sia per sceneggiature che per arco narrativo che per situazioni.

Cosa c’è di meglio al mattino, se non il maggiore Kira e un raktajino?

L’attrice ha lavorato molto ma temo non abbia mai lasciato il segno come ha fatto nel cuore di tutti noi Trekkie: neanche il suo ruolo di mamma Voorhees in Venerdì 13 (2009) mi sembra abbia lasciato tracce: per questo mi fa piacere vederla nell’irresistibile ruolo di nonnina assassina.

Quanto è emozionata Nina di poter fare la nonnina assassina

Qui interpreta nonna Yvonne (con la voce di Mirta Pepe), una donna con qualche problemino per cui ha passato tredici anni in manicomio: una bazzecola. Per dimostrare di essere guarita, ulteriori due anni li ha passati rimanendo volontariamente nell’istituto ma come supporto emotivo per altre pazienti, in modo che sia chiaro a tutti che non solo è guarita da ogni problema ma è disposta a vivere una vita positiva e propositiva.
Ora che tutti hanno creduto a queste baggianate e Yvonne viene rimessa in libertà, è il momento di iniziare a fare le cose seriamente: nonna è arrivata in città… con del tempo da ammazzare!

Tanta gente da ammazzare e così poco tempo…

Finalmente nonna Yvonne può riabbracciare suo figlio Tom, che nel frattempo si è fatto una famiglia ed è andato avanti con la sua vita. I due hanno della ruggine nel loro passato, visto che Yvonne incolpa il figlio di aver provocato l’incidente in cui è morta la sorellina Megan, mentre Tom fa notare che era solo un bambino e che la colpa è della madre distratta, che non si curava dei figli.
Insomma, una situazione familiare non certo rosea, ma dopo tanti anni Tom sarebbe anche disposto a credere che la mamma non sia più la pazzerella di un tempo, tanto che il padre stufo se ne andò di casa. (Anche se forse “andarsene” non è il verbo esatto: diciamo che “è stato ammazzato da Yvonne” è più corretto.)

Caro, ti ricordi della tua mamma pazza omicida? Eccomi!

Yvonne piomba a casa Farraday come un uragano e con la dolcezza tipica di una nonna e un sorriso a 64 denti si assicura di affondare gli artigli sempre più a fondo nella sua famiglia.
Guarda a volte la coincidenza, l’amorevole babysitter della piccola Haley non dà più sue notizie: che problema c’è? Ecco nonna Yvonne pronta a occuparsi della nipotina… dopo che si è già occupata della babysitter.

Entrare in scena ammazzando una babysitter… senza prezzo!

Yvonne in fondo è una madre a cui è morta la figlia, evento tragico da cui non si è mai ripresa, quindi non stupisce che si affezioni subito alla piccola Haley, anche se però non vede in lei una nipotina… bensì quella defunta Megan che cercava da tanti anni.

Vedi? Col filo li strozzi, con l’uncinetto li accoltelli

Tutto procede come deve procedere, la storia è tipica del genere e come sempre la protagonista pazza si conquista la fiducia della famiglia riuscendo a nascondere omicidi, inganni e piani diabolici.
A rendere tutto più speciale è una Nana Visitor cattivissima e assetata di sangue, ma sempre con il sorriso sul volto.

Sei simpatica, divertente…

… per questo ti ammazzerò per ultima (cit.)

Come ogni altro thrillerino con pazza omicida protagonista, anche questo è tutta una sequenza di piani machiavellici per incastrare la famigliola felice, ingannarla e cercare di ottenere qualcosa da loro, e tutti quelli che iniziano a sentire puzza di bruciato fanno una brutta fine. In questi filmetti l’unica variabile è l’attrice che interpreta la cattiva, e Nana si diverte un mondo a farlo.
La mia ipotesi è che essendo nota per un ruolo di paladina buona, ricoperto per sette lunghi anni, l’attrice adori calarsi in panni completamente diversi.

E ora, bambine, facciamo il gioco del coltello!

Tutto va come deve andare e finisce come finiscono tutti i thrillerini di questo tipo: come sempre, spero di cuore che qualche autore coraggioso un giorno vada a recuperare nei manicomi criminali tutti gli irresistibili pazzi omicidi lì raccolti alla fine di questi thrillerini. Un The Expendables con tutti i matti di TV8 sarebbe il capolavoro del millennio!

Dopo questo delizioso e irresistibile film pieno di “incidenti” (leggi: omicidi, a volte riusciti a volte solo tentati), andate ad abbracciare vostra nonna, se l’avete… ma prima controllate che non abbia un coltellaccio in mano.

L.

– Ultimi parenti uccidenti:

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Anteprime Italia1 1992!

È da dicembre del 2021 che avevo da parte questa chicca, in attesa di presentarla nel suo trentennale, e alla fine arrivo all’ultimo secondo. Questa sì che è organizzazione!

In una vecchia VHS d’annata – grazie a nonno Enzo! – trovo, digitalizzo e carico su YouTube questo mega-spot andato in onda su Italia1 sabato 6 giugno 1992 (subito dopo Thor e Hulk gli invincibili) per presentare le tante imminenti prime visioni del canale.

All’insegna di “Un’estate pazzesca“, Italia1 presenta infatti tante Prime TV in arrivo, raccolte in cicli tematici.

Tutte le tramette sono prese da FilmTV.it

1) Ecco le commedie giovanilistiche (o supposte tali) del ciclo “American Summer“:

Su e giù per i Caraibi (Hot Pursuit, 1987) con John Cusack
Uno studente perde all’ultimo momento l’occasione di partire per una vacanza con la fidanzata e passa il resto del tempo a cercare di raggiungerla.

Sacco a pelo a tre piazze (The Sure Thing, 1985) con John Cusack
Walter detto Gib (Cusak) è uno studente universitario con la fama di gran corteggiatore. Alison (Zuniga) è invece una ragazza romantica con la “testa a posto”. Walter deve recarsi in California dove lo aspetta una stupenda ragazza “molto disponibile”. Alison invece ci deve andare per raggiungere il fidanzato. I due decidono di fare il viaggio insieme, ma strada facendo si innamorano.

Dance Party (The In Crowd, 1988) con Donovan Leitch jr.
Un programma televisivo di ballo, gestito da Perry Parker, è al centro delle speranze di tutti i ragazzi della Filadelfia degli anni Sessanta.

California Skate (Gleaming the Cube, 1989) con Christian Slater
Brian pensa solo allo skate-board; suo fratello Vihn, figlio adottivo di origine vietnamita, è invece tutto studio e lavoro. Quando Vihn viene ucciso è Brian a scoprire i colpevoli.

Una folle estate (One Crazy Summer, 1986) con John Cusack e Demi Moore
Hoops McCann (John Cusack) è un disegnatore che, per la sua scuola d’arte, sta cercando di mettere insieme una storia d’amore a fumetti. L’unico particolare è che lui è ancora troppo giovane per conoscere l’amore. Poi durante una vacanza sull’isola di Nantucket, nel New England, sulla costa atlantica degli USA, Hoops si trova a incrociare una certa Cassandra (Demi Moore).

Balle spaziali 2 – La vendetta (Martians Go Home, 1989) con Randy Quaid

Campus Man – Un ragazzo adorabile (Campus Man, 1987) con John Dye
Un classico studente di un altrettanto classico college americano tenta di mettere a frutto la propria carica di intraprendenza sfruttando le doti dei propri compagni. L’invenzione è semplice quanto geniale: pubblicare un calendario di “Mister Muscolo” con le foto dei propri compagni di stanza.

California Casanova (id., 1991) con Jerry Orbach
Per riprendersi dalla delusione d’essere stato lasciato dalla ragazza, Peter cerca di diventare un casanova sotto la guida dell’esperto conte Rominoffski. Ma finisce che s’innamora della sua compagna d’appartamento.

2) Ecco gli horror di varia natura del ciclo “Fantasy“:

Una notte in Transilvania (Transylvania 6-5000, 1985) con Jeff Goldblum e Geena Davis
Due giornalisti si recano in Transilvania per indagare sull’apparente ricomparsa di Frankenstein quando si imbattono in tutta una serie di strane creature, a cominciare dal sensibile Wolfman e dalla sensuale vampira Odette.

Link (id., 1986) con Elisabeth Shue e Terence Stamp
In una villa vivono un antropologo, Steven, la sua assistente Jane e tre scimmie, su cui il dottore sta conducendo delle ricerche. Due di loro cominciano a dare segni di squilibrio, e il professore li tiene chiusi in laboratorio. Una notte la ragazza scopre che Steven è scomparso.

L’ululato (The Howling, 1981) di Joe Dante
Karen fa la giornalista in una rete televisiva. Un brutto giorno è traumatizzata da una visione spaventosa che le fa perdere la memoria e l’equilibrio mentale. Il marito la fa ricoverare in una clinica specializzata, ma qui le cose vanno ancora peggio perché fuori, nella notte, echeggiano lugubri ululati e dentro le mura dell’ospedale accadono cose misteriose.

L’ululato 2 (Howling II: Stirba – Werewolf Bitch, 1985) con Christopher Lee e Sybil Danning
Un tranquillo paesino della provincia americana è protagonista di una strana maledizione: molti abitanti, e tra essi tutti i notabili, sono lupi mannari. In passato (con riferimento al primo film della serie) qualcosa si era scoperto, ma poi tutto è stato nuovamente messo a tacere. Casualmente una ragazza viene a conoscenza del segreto e la comunità di licantropi si ingegna per mettere a tacere lo scomodo testimone.

La mosca 2 (The Fly II, 1989) con Eric Stoltz e Daphne Zuniga
Veronica, incinta del dottor Brundle (da lei ucciso poiché mostruosamente trasformato), dà alla luce un bambino che a 5 anni è già un giovanotto insonne e molto intelligente. Il miliardario Bartok, con fini loschi, lo mette all’opera in un laboratorio per completare l’opera di papà.

Ammazzavampiri (Fright Night, 1985) con Chris Sarandon
Charley è con la sua ragazza, Amy. A un certo punto nota qualche cosa nell’appartamento del suo nuovo vicino, Jerry: questi, con le sembianze di un vampiro, sta assalendo una ragazza. Sconvolto, Charley mette al corrente della cosa sia sua madre che Amy, ma non è creduto.

Ammazzavampiri 2 (Fright Night Part 2, 1988) di Tommy Lee Wallace

3) Ecco le trasmissioni televisive che riprendono l’attività:

    • Scherzi a parte
    • Mai dire TV
    • Magico David
    • Drive In Story
    • American Gladiators
    • Festivalbar ’92

4) Torna l’indimenticata “Notte Horror“, con nuove prime visioni:

Cimitero vivente (Pet Sematary, 1989) di Mary Lambert
In una cittadina del Maine è arrivato il nuovo medico, Louis Creed. Con lui si trasferiscono anche la moglie, Rachel, e i due figli, Ellie e Gage. Vicino alla loro casa c’è un antico cimitero indiano che ha la caratteristica di trasformare in zombi i cadaveri che vi vengono sepolti.

Non aprite quel cancello (The Gate, 1987) di Tibor Takács
Glen e Al sono due amici, uniti dalla solitudine familiare e dalla passione per scienze occulte e rock. Riconnettendo elementi disparati, indovinano che i demoni sono al lavoro per impadronirsi della casa di Glen.

Essi vivono (They Live, 1988) di John Carpenter
John Nada, approdato a Los Angeles in cerca di lavoro, assiste a una sanguinosa irruzione della polizia in una cappella. Quando le acque si sono calmate, entra e rinviene un paio di occhiali scuri attraverso i quali la realtà gli appare completamente diversa: il mondo è tutto in bianco e nero, e molte persone “normali” sono alieni che hanno occupato i posti di potere e tengono soggiogata la popolazione tramite messaggi subliminali trasmessi dalla televisione…

Illusione infernale (Waxwork, 1988) di Anthony Hickox
Nel suo laboratorio di statue di cera un artigiano del museo trova il modo di revocare dalle tenebre i più celebri mostri della storia. Non si accorge che così facendo scatena una apocalittica battaglia tra le forze del male. Per salvare il genere umano dovrà cercare qualche valido alleato tra gli stessi demoni

Il signore del male (Prince of Darkness, 1987) di John Carpenter
In una chiesa di Los Angeles, un prete scopre una strana teca contenente un liquido verdastro. Secondo un antico libro, la sostanza rimanderebbe ai poteri del Maligno. Insieme con una equipe di scienziati, il prete inizia a studiare la teca, ma, durante una terribile notte, tutti quanti vengono investiti dallo spruzzo del liquido e conseguentemente contagiati dal Male, che li porterà a contatto con un incubo, in cui l’Anticristo minaccia l’umanità.

Venerdì 13 – Il sangue scorre di nuovo (Friday the 13th Part VII: The New Blood, 1988) di John Carl Buechler

5) Poteva mancare la grande fantascienza televisiva? Ecco le serie in arrivo:

La guerra dei mondi (War of the Worlds, 1988) di Greg Strangis

Star Trek – L’ultima generazione (Star Trek: The Next Generation, 1987) di Gene Roddenberry

L.

dal “Radiocorriere TV” del 6 luglio 1992

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