I Am Mother (2019) Alien Covenant 2.0

Mi è capitato di vedere un film di Netflix: I am Mother (2019) di Grant Sputore. Parafrasando il nome del regista, il mio “stupore” è stato scoprire quanto la totale follia di Ridley Scott abbia contagiato la fantascienza moderna.

Il giovane Sputore è anche soggettista, oltre che regista e produttore, mentre la sceneggiatura è dell’altrettanto giovane Michael Lloyd Green: giovani mente traviate da un’eccessiva dose di “scottismo”.
I am Mother infatti potrebbe benissimo essere denunciato per plagio dalla Fox: è la versione più economica di quella porcata di Alien: Covenant (2017). No, sono ingiusto, rettifico: è uno splendido film che dimostra come le stupide idee di Alien: Covenant potevano essere meglio veicolate. Se Scott quindi fosse stato anche solo un decimo del regista che tutti credono lui sia, Alien: Covenant sarebbe stato bello come I am Mother, invece di essere una delle peggiori buffonate della storia del cinema.

Siamo in un vago e non meglio specificato futuro. In una base super-tecnologica completamente disabitata, David si aggira solitario e si prende cura di tutti gli embrioni a lui affidati. Solo che non si chiama David, bensì Madre, visto che ha sviluppato e cresciuto l’embrione che poi diventa la giovane Figlia (Clara Rugaard).
David/Mother – come la Mother computer di bordo di Covenant ed Alien – sente su di sé la responsabilità dell’intera razza umana: che gli sia stata data o se la sia presa, ovviamente lo sapremo nel finale.

Chiamatelo Madre o David, non cambia molto…

Daniels si fida di David… scusate, volevo dire Figlia si fida di Madre e diventano entrambi tutto il mondo, finché non arriva un elemento esterno. Aprendo infatti una parentesi nello “scottismo”, il film si gioca la inflazionatissima carta del bunker come ultimo rifugio contro il mondo esterno distrutto da un virus: se non avessimo già visto miliardi di storie identiche, sarebbe anche un’ottima narrazione.
Dall’esterno arriva una Donna (Hilary Swank) che non sembra stare male, e Figlia comincia a farsi domande: non è che Madre m’ha coglionato?

Girato in location davvero simili a Covenant – Scott ha girato in Australia e Nuova Zelanda, Sputore solo in Australia – il mondo esterno di I am Mother (da quel poco che vediamo) è arido e allo stesso tempo in piena fase evolutiva esattamente come quello degli (ex) Ingegneri dove abita David, così come lo sviluppo della storia si basa sugli stessi dilemmi etici: occhio, che non manca neanche la religione tanto amata da Scott, rappresentata dal crocifisso artigianale stretto fra le mani di Donna.
Ma già che stiamo qui a parlare del rapporto tra umani ed androidi… ce lo vogliamo buttare un animaletto fatto di origami? E lo vogliamo far apparire in una scena di difficile interpretazione così che ognuno possa dire la sua? (Ma il cane c’era o se l’è sognato Figlia?)

No, non è una citazione di Blade Runner: Director’s Cut, no, mica…

Tolta questa smaccata cito-paraculata per far orgasmare i fan di Blade Runner – cioè l’intera popolazione umana tranne me – il resto è tutto per Alien: Covenant, compresi risvolti “personali”.
Con una piccola differenza: I am Mother è un ottimo film, scorre via che è un piacere e ti lascia incollato allo schermo anche se stai assistendo ad uno spettacolo che definire “già visto, già letto, già sentito mille volte” è dire poco.
Quindi il problema di Covenant non è la storia ridicola, perché questo film Netflix dimostra che invece ci si poteva tirar fuori un ottimo film, è proprio la follia di Scott di aggiungere miliardi di elementi inutili amalgamati dalla peggior tecnica narrativa mai vista al cinema ad aver rovinato tutto.

Madre e David che “giocano” con gli embrioni umani

Grant Sputore ha preso Alien: Covenant, l’ha sgrullato per farne cadere tutta la spazzatura, e con quel 10% rimasto ci ha costruito un ottimo film, aiutato dallo splendido design di un robot che… oh, ma vogliamo far godere pure i fan di Star Wars? Ma sì, dài: non chiamiamolo robot, chiamiamolo droide, cioè l’errore grammaticale nato dal ’droid di George Lucas e che da allora contraddistingue i personaggi di quell’universo. Non dev’essere stato facile per la lingua di Sputore raggiungere così tanti deretani, ma il ragazzo è in gamba e c’è riuscito con grande stile.

Grant Sputore e la sua barba alla Ridley Scott! (© 2019 George Pimentel)

Per i prossimi deliranti e sconclusionati filmacci di Scott, perché la Fox non chiama dei giovani talenti come Sputore? Perché non mandiamo Ridley a godersi la sua meritata pensione e lasciamo spazio a veri registi, che sappiano cioè fondere effetti speciali e narrazione? Purtroppo non andrà così, ma spero che Sputore sia lì pronto a “rubare” la prossima porcata di Scott per farne un altro ottimo film come questo.

L.

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Ice Quake (2010) Un Natale di ghiaccio

Con il caldo afoso, il sempre attento Cielo inizia uno dei suoi mille cicli filmici – composti da uno o forse due titoli a botta – e stavolta è dedicato all’inverno: sarà per consolarci dall’afa?
Nella sua missione votata al recupero di vecchi filmacci inediti (spesso targati CineTelFilms), stavolta il canale ci regala una grande prima visione (espressione che intendo per “la solita stupidata inguardabile”): Ice Quake.

Trasmesso dalla solita Syfy l’11 dicembre 2010, lo scorso 12 giugno 2019 Cielo ha trasmesso il film con il titolo Un Natale di ghiaccio, come sempre inedito in qualsiasi altra forma di distribuzione italiana.

Anche la fatica di tradurre il titolo…

Stiamo vivendo una nuova Guerra fredda, che per fortuna non usa le armi bensì le fake news: a voi stabilire se sia meglio o peggio. Quindi abbiamo i russi che fanno rivendicazioni territoriali e questo provoca valanghe. Boh, ho smesso di cercare risposte nella Logica dei Filmacci.
Strani terremoti e valanghe cominciano a mietere vittime, e c’è bisogno che entri in azione un militare super addestrato… che rimanga fermo per tutto il tempo a guardare un monitor. L’uomo giusto è il colonnello Bill Hughes (Victor Garber).

Possibile non esistano altri ruoli disponibili? No, eh?

Come ogni altro film catastrofico, tutta la storia verterà su una famiglia e i suoi problemi, le sue paure per il futuro, i suoi progetti, il rapporto di coppia e tutte cose che con il film non c’entrino una mazza. Abbiamo anche la famiglia.

Moglie, figlia, figlio e cane: la tipica famiglia americana (da film)

Per finire, serve il professore pazzo ma simpatico che ovviamente ha capito tutto però nessuno gli dà retta, e potete giurarci che alla fine aveva ragione lui. Abbiamo anche quello, nella persona di Bruce Worthington (Rob LaBelle).

Il professore che ha capito tutto: sono i filmacci a creare i terremoti!

Il resto lo sapete già, l’avete visto identico in TUTTI gli altri filmacci inutili del genere “Meteo Apocalypse“, non c’è neanche un fotogramma differente e non vale la pena buttar via altre parole.

Scene particolarmente confuse

Non mi sarei aspettato di meno dallo sceneggiatore David Ray, quello di Super Storm (2011), Le ultime ore della Terra (2011) e Tentacoli sulla città (2012), mentre mi spiace per Paul Ziller, storico regista action anni Novanta che tante emozioni ci ha regalato ma che con il Duemila è caduto parecchio in basso, specializzandosi unicamente in filmacci televisivi. Con o senza mostri. Evidentemente paga.

L.

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Vacation (2015) Il ritorno dei Griswold

Il trentesimo anniversario di National Lampoon’s Vacation (1983) passa via così e magari alla Warner Bros qualcuno si è accorto che la saga ha ancora dei fan: ce li abbiamo una trentina di milioni di dollari da investire in un remake? Andiamo, li fanno tutti i remake, gli anni Duemila sono “rifattoni” per eccellenza: ci sarà pure spazio per un film vacanziero, no?
Si presentano alla Warner il giovane attore John Francis Daley e il produttore Jonathan Goldstein: loro hanno un’idea, da scrivere e dirigere. Non un remake… ma un passaggio di testimone generazionale!

Presentato in patria americana il 29 luglio 2015, la Warner Bros porta Vacation nelle sale italiane dal 12 agosto successivo con il titolo Come ti rovino le vacanze (fonte: ComingSoon.it), assicurandosi così che nessuno capisca il collegamento con il vecchio film. (Semmai qualcuno in Italia ricordi il rarissimo titolo del 1983, distribuito malissimo.)
A dicembre dello stesso 2015 sempre Warner lo porta in DVD e Blu-ray.

Dopo trent’anni, il gusto è sempre lo stesso

Ve lo ricordate Rusty, il figlio di Clark Griswold che ha subìto per anni le sconclusionate vacanze di famiglia? Ora è cresciuto, ha il volto di Ed Helms e per compensazione porta la famiglia sempre allo stesso identico capanno, per le vacanze. La moglie Debbie (Christina Applegate) non dice nulla ma non sembra contenta di queste vacanze copia-e-incolla, così una sera Rusty sfoglia le foto di famiglia… e ha un’idea folle…

Perché non andiamo tutti a Walley World, dove tutto è cominciato? Ci sono tanti modi di rispondere “no”, ma la famiglia non ha il tempo neanche di pensarci.

La versione moderna dell’auto più brutta in circolazione

Giocando sul concetto stesso di remake, inizia la versione aggiornata di Vacation del 1983, ovviamente solo nelle situazioni comiche, non nel sottotesto. Sono lontani i tempi in cui si poteva fare della critica alla società a casa Warner, quindi l’unico umorismo consentito dalla major è quello delle battute sessuali da scuola media e dei luoghi comuni razzisti nei confronti di quei poveri stupidi che – pensate quanto sono beoti – non sono americani. Poveracci loro.
Difficile che un Paese in mano ai petrolieri veda di buon occhio le auto elettriche o qualsiasi altro modello che non usi combustibile fossile che destabilizzi l’equilibrio geo-politico mondiale: quindi giù di stupide battutine sulle auto elettriche europee. Che ovviamente nella simbologia hanno anche una svastica: quale Paese europeo non usa le svastiche nella propria simbologia?

Anche questo sarà un lungo viaggio negli stereotipi razzisti

Tolta la satira ed inserito l’obbligo filo-governativo, non rimane molto da dire. Abbiamo così il fratello minore bullo che però dice le cose (stupide) che pensano gli americani nei film – che se cioè non sei duro, sei una femminuccia: ancora? Anche dopo che i nerd hanno vinto e governano il mondo? – abbiamo i matrimoni in crisi, impossibili da ignorare nell’epoca più ricca di divorzi della storia umana, abbiamo fiumi di battutine sessuali come non ne sentivo dall’asilo nido, e situazioni straordinariamente prevedibili.
Tutto questo non vuol dire che non sia un film simpatico e che si lascia vedere con divertimento, anche per qualche divertente licenza che si prende sull’originale.

Chris Hemsworth ha qualcosa di strano… Ah, una acconciatura ridicola!

Ve lo ricordate lo sgradevole Cugino Eddie di Randy Quaid? Be’, in questa nuova versione della saga abbiamo tutt’altro personaggio. Quando Rusty va a trovare la sua odiosa sorella Audrey (Leslie Mann), scopriamo che è sposata ad un ricco metereologo-bovaro (Chris Hemsworth) che vuole essere proprio sicuro che gli ospiti dormano comodi… andandoli a visitare in mutande.
Immancabile poi la scena con la giovane bionda motorizzata che strizza l’occhio al protagonista alla guida, solo che stavolta – al contrario delle altre apparizioni nella saga – un camion se la porta via!

Saluta, saluta, che duri poco…

Gli sceneggiatori-registi vanno giù lisci e creano un prodotto veloce che non permette mai di soffermarsi a riflettere sulla pochezza delle scene, cercando la situazione comica immediata – spesso con comparsata di attori famosi – per poi subito cambiare scena e registro. Alla fin fine è la scelta migliore, così tutto scorre via con piacere.
E quando ad un certo punto sembra tutto finito, i nuovi Griswold fanno tappa a San Francisco… dove trovano i vecchi Griswold!

Non sembrano passati 32 anni…

Mentre Beverly D’Angelo fa giunto un’apparizione, Chevy Chase ha tempo di fare un paio di sketch e dimostrare come il suo Clark Griswold sia diventato uno psicopatico, da semplice entusiasta che era. Non so se dipenda da iper-recitazione di Chase o da cos’altro, ma il suo personaggio ormai è un Terminator che nessuna Sarah Connor può fermare…

Due generazioni di Griswold a fare danni in giro

Il saggio pazzo consiglia il nuovo Griswold di completare la missione…

Come ha fatto a passare la revisione, brutta com’è?

… Perché i parchi di divertimento sono ancora l’oppio dei popoli com’erano nel 1983: semplicemente ora non li si può più criticare.

Dove tutto è cominciato…

Visto il declino verticale della saga con Chevy Chase, questo prodotto risulta decisamente migliore: foss’anche per il semplice fatto che è simpatico e scorre via senza annoiare. Ma certo è che questi film sono diventati così filo-governativi che fanno imbarazzo: sono rimaste loro solo le battutine sessuali e le comiche con le boccacce, perché qualsiasi battuta anche solo sagace può esser vista come attacco al Sistema. Rilassatevi, amici, è un film su una vacanza: il Sistema è così fragile che basta un Griswold a farlo tremare?

L.

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Ghostwriting 9. Scrittori svogliati

Non tutti i writer che si ritirano in una casa isolata a scrivere, una volta incontrato il ghost poi scrivono sul serio un nuovo libro: può capitare di incontrare autori particolarmente svogliati o più semplicemente storie che usano il genere ghostwriting come semplice sfondo per parlare di tutt’altro.

Quanto era a pezzi la carriera di Kevin Costner nel 2009 per accettare di lavorare in uno dei più anonimi e inutili filmetti pseudo-horror della stagione? L’unico motivo per ricordare il dimenticabilissimo The New Daughter è che alla regia c’è lo spagnolo Luiso Berdejo, meglio noto per la saga di [·REC]. Se però alla regia ci fosse stato chiunque altro, non sarebbe cambiato nulla.
Distribuito poco e male in patria americana dal dicembre 2009, in Italia la 01 Distribution lo porta direttamente in DVD nel 2011.

Una casa isolata, perfetta per un nuovo romanzo

John James (Kevin Costner) è uno scrittore in crisi d’ispirazione e con un matrimonio fallito alle spalle: come tutti i protagonisti di questo ciclo, decide di andare ad abitare in una casa isolata dove scrivere il suo nuovo romanzo. In questo caso non si trasferisce da solo, visto si ritrova a vivere con il figlioletto Sam e la problematica figlia adolescente Louisa: interpretata dalla quindicenne spagnola Ivana Baquero, lanciata qualche anno prima nel panorama americano da Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro.
Sembra una situazione diversa da quelle incontrate finora, ma va subito fatto notare che la nuova casa di James ha una brutta fama.

Il racconto originale a cui il film si ispira – The New Daughter di John Connolly, raccolto nell’antologia “Nocturnes” (2004) ed inedito in Italia – ci informa che anni prima la casa protagonista è stata abitata da una disegnatrice per l’infanzia che in seguito è deceduta, lasciando una gran quantità di disegni… davvero poco adatti all’infanzia.

«Le illustrazioni erano orripilanti, dominate da creature metà umane fuse con altri esseri, e i loro occhi erano solo fessure ovali, le narici larghe in modo innaturale e le bocche enormi, come se dovessero annusare e divorare per sopravvivere.»

Non sappiamo di cosa parli l’unico romanzo noto di John James, “Linea di fuoco” (Lines of Fire), ma non sembra essere un testo dell’orrore, quindi il protagonista non sarà pronto a gestire gli strani avvenimenti che inizieranno a verificarsi non appena messo piede in casa. Egli infatti non sa che dal 1982 vige la ferrea regola che le case costruite su antichi cimiteri di popolazioni scomparse sciabordano di fantasmi e demoni millenari, e questa non fa certo eccezione: la figlia “posseduta” inizierà a fare cose noiose e tutto il film è solo un lungo sbadiglio demoniaco.

John James in piena fase creativa

Il film è totalmente disinteressato all’aspetto “letterario” della vicenda, ma la precedente proprietaria della casa i suoi strani disegni ci fanno da aggancio con The Marsh (“Lo stagno”), fatto girare per festival nel 2006 prima di uscire in home video nel 2007, quando la Sony Pictures lo porta in DVD anche in Italia, con il titolo Il segreto di Claire.

«La vecchia civetta sbatté le ali e sbadigliò: è troppo tardi e ci sono troppi animali in giro, finirà per prendersi un bello spavento, pensò. Là dove scorrazzano gli alligatori e il topo di campagna canta per i gufi reali con una voce che somiglia tanto al cigolio di una porta, viveva una bambina dolce come il miele, che gli altri bambini chiamavano Stickyfeet. Occhi a mandorla e riccioli d’oro, lei sapeva che la palude… non era posto per una bambina.»

Questo testo così pieno di animali è l’incipit de “La palude” (The Swamp), il nuovo romanzo di Claire Holloway (interpretata dalla brava Gabrielle Anwar) pensato per l’infanzia e con protagonista il personaggio ricorrente Stickyfeet. L’autrice non si limita a scrivere i testi ma disegna anche le ricche illustrazioni che rendono unici ed apprezzati i suoi libri: ecco il collegamento con i sinistri disegni del film precedente.

«Tutti i più grandi libri per l’infanzia sono inquietanti», afferma la donna, la quale infatti cova un segreto: un terribile sogno ricorrente la sta ossessionando. Scegliendo un posto dove passare una vacanza rilassante, scopre per caso nel paesino di Marshville, nel Westmoreland, una casa nel bosco in tutto e per tutto identica a quella che vede nei suoi sogni deliranti: quale luogo migliore della casa che la ossessiona per andarci a vivere da sola?

Una casa isolata perfetta per scriverci un libro per l’infanzia

Man mano che si ambienta, Claire si rende conto che non solo la casa e il paesaggio locale le ricordano qualcosa, ma anche abitanti di Marshville le creano qualcosa che potrebbe essere definito flashback: è già stata lì in passato? O sta richiamando memorie che non le appartengono?
«Una grande scrittrice che arriva a Westmoreland è una grande notizia, da queste parti», la accoglie il direttore del giornale locale, nonché storico del posto: Noah Pitney (Louis Ferreira). Ha scritto anche un libro – A Clearing by the River. Hundred years of Westmoreland County – uscito però solamente in 200 copie. «Come il mio primo libro» è il commento dell’autrice.

Claire e lo pseudobiblion di Noah Pitney

Claire cerca di scrivere qualcosa, ma l’atmosfera è tesa e l’ispirazione non arriva… e poi fondamentalmente la donna è stufa dei propri libri, coma la Sarah Morton di Swimming Pool. «Mi hai stufato, Stykyfeet!» Inoltre continue e pressanti apparizioni ectoplasmatiche la spingono a chiedere l’aiuto di un vero e proprio acchiappafantasmi di nome Geoffrey Hunt (Forest Whitaker).
Malgrado incontri il più classico dei ghost, questa writer non coglie l’ispirazione e da questa traumatica esperienza non nascerà un libro: il film infatti diventa una banalissima storiellina di fantasmi scontatissima, del tutto disinteressata agli aspetti librari.

Avrei potuto finire qui il pezzo, con due filmetti horror dimenticabili accomunati da spunti comuni – scrittori in crisi che isolano e incontrano fantasmi (o demoni che siano) – ma poi il mio personale ghost mi viene in soccorso… e mi fa trovare un film che ignoravo di avere.
Non risultava in nessuna delle liste che nel corso di questi ultimi dieci anni ho compilato di film anche solo vagamente legati al ghostwriting, in attesa di future recensioni, non ho alcuna memoria di averlo incontrato o cercato, ma sta di fatto che mi sono ritrovato Notte di nozze (The Wedding Night, 1935) del celebre King Vidor addirittura acquisito da un piccolo canale televisivo!
L’ho registrato io? L’ho cercato io? Ne dubito: è tutta colpa del mio ghost

Uscito in patria americana il 8 marzo 1935, arriva in Italia già dal gennaio 1936. Uscito in VHS Panarecord, la Butterfly lo recupera in DVD dal giugno 2016… molto dopo che il mio ghost mi ha procurato la copia televisiva!

Uno scrittore alcolizzato e l’editore non più disposto a pubblicarlo

Tony Barrett (Gary Cooper) è… c’è davvero bisogno di dirlo? Ormai è chiaro: uno scrittore in crisi. Ha appena fatto un occhio nero ad un amico che si era permesso un commento sulla sua carriera da scrittore: i commenti che fanno più male sono quelli più veri.

«Ho solo detto che il tuo ultimo libro era bello la prima volta che l’hai scritto, ma poi l’hai riscritto altre tre volte e m’è venuto a noia.»

Da queste poche parole capiamo che Barrett è uno scrittore ormai finito, oltre che pieno dei due simboli per eccellenza della classe degli scrittori: l’alcol e i debiti. L’editore Leland Heywood (Douglas Wood), che cinque anni prima ha dato fiducia allo scrittore facendone un grande successo di vendite, ha deciso che è ora di mettere fine al rapporto, visto che la scrittura di Barrett è ormai insalvabile: quest’ultimo romanzo non glielo pubblica, e anzi gli consiglia di farsi una vacanza in campagna, anche per smaltire tutto l’alcol che ha in corpo.
Si torna così nel Connecticut (pronunciato dai doppiatori così come si scrive, con la “u”), dove l’unica attività è legata al tabacco e dove una vecchia casa isolata di famiglia ha un grande pregio: non bisogna pagare l’affitto.

Una casa nel Connecticut dove tornare a scrivere

Qui Tony scopre che il terreno vale qualcosa e accetta di venderlo per una cospicua cifra ai vicini di casa, una famiglia di immigrati polacchi con cui fa amicizia e da cui d’un tratto si sente ispirato. Quando la moglie Dora (Helen Vinson) preme per tornare nella grande città a cui è abituata, Tony la stupisce con il suo proposito: vuole rimanere lì, sperduto nel nulla, isolato dal mondo, per scrivere il suo nuovo romanzo. Un romanzo con protagonista Manya (Anna Sten), la giovane figlia dei vicini che è stata promessa in sposa ad un buzzurro in un matrimonio combinato.
Sembra un rapporto molto aperto quello dei coniugi Barrett, infatti la moglie se ne torna tranquillamente in città lasciando il marito a studiare di nascosto la giovane vicina. Ovviamente la storia si trasforma in una storiellina romantica, ma per tutta la vicenda rimane in sottofondo – come un fantasma – la spinta del protagonista a scrivere tutto ciò che sta vivendo. Tanto che ci rimane il dubbio: è innamorato di Manya… o sta semplicemente interpretando il proprio personaggio?

Carta, matita, bacco e tabacco: gli strumenti di un romanziere anni Trenta

Splendido il confronto finale tra le due donne, dove Manya è convinta di essere amata da Tony ma la di lui moglie la gela: è solo un personaggio, non una “donna vera”. Tutto il dialogo tra la moglie e l’amante si astrae e diventa lo scontro violento fra due personaggi in cerca di protagonismo nel finale del romanzo.
Apparentemente vince la moglie, perché i propositi di divorzio di Tony si arenano quando, lottando con il nuovo marito di Manya, avviene un incidente mortale di cui proprio Manya è vittima: in realtà, come si vede, la sfida per il finale strappalacrime l’ha vinta l’amante…

Se aguzzate la vista, al centro della foto vedrete il fantasma di Manya

L’errore della moglie Dora è stato quello di ambire alla vita “reale” dello scrittore, quando sappiamo tutti che la realtà è solo uno dei tanti attributi della finzione. Il finale è tutto per Manya, ghost che ha raggiunto il suo writer nell’unico luogo dove le due entità possono incontrarsi e fondersi: in una casa isolata…

L.

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Fumetti & Videogiochi: conversazione con Redbavon (5)

Data la mia storica ed atavica incapacità nei videogiochi, sono rimasto indietro su molti titoli ed altri li ho scoperti solo quando ho visto il fumetto annunciato in uscita. Per prepararmi a questi universi, che mi attraggono fortemente ma di cui mi mancano le basi, mi sono rivolto a un esperto video-ludico o, come preferisce definirsi, “una vecchia cariatide dei videogiochi”: RedBavon, del blog Picture of You.

L.

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Giochi e console al cinema 4 (Guest Post)

Continuano gli appuntamenti sabatini in cui lascio la parola a Benez256, del blog I ❤ Old Games!, per parlarci di scene da film che citino (o pubblicizzino) software video-ludico d’annata.
L.


Ciao a tutti!

Eccoci ancora qua (ogni allusione a Vasco Rossi è puramente casuale e assolutamente non voluta) nel consueto spazio settimanale che il buon Lucio mi ha ritagliato per approfondire gli aspetti “informatici” dei film che via via ci propone. Il film di oggi è Venerdì 13. Capitolo finale del 1984.

Basta poco per entrare nella leggenda di Venerdì 13

Nello screenshot di oggi io interpreto quello che fa finta di ignorare the elephant in the room, espressione inglese che indica chi in una particolare situazione ignora deliberatamente qualcosa di non ignorabile: infatti non mi soffermo tanto sul costume da alieno, quanto sul computer che sta davanti a lui in bella mostra. Il pezzo (ormai da museo) che vediamo è un TRS-80 CoCo.

Un po’ di contesto. TRS-80 CoCo è l’acronimo di Tandy Radio Shack 80 Color Computer, conosciuto in gergo con il nickname di CoCo (Color Computer). Radio Shack per chi mastica un po’ di cultura informatica a stelle e strisce è una catena di distribuzione di prodotti elettronici con migliaia di punti vendita in tutti gli USA e autentico punto di riferimento, almeno fino alla fine degli anni ’90 per tutti coloro che cercavano le ultime novità in fatto di computer e affini. A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, negli anni in cui il computer passò dall’essere un oggetto di nicchia ad uso e consumo di pochi esperti e dedicato a persone con portafogli molto capienti a prodotto di massa accessibile (quasi) a tutti anche a coloro (quasi) a digiuno di informatica, il mercato era dominato da tre marchi: Apple, con il suo Apple II, Commodore con il suo PET e Tandy con il suo TRS-80: la celebre Triade del ’77 perché tutti e tre i computer vennero distribuito a partire dal 1977.

Il prodotto di Tandy è forse il meno conosciuto dei tre e quello che, in effetti, riscontrò il successo minore, anche perché ebbe una distribuzione pressoché limitata all’America, soprattutto nella catena Radio Shack (acquisita da Tandy nel 1963). La risposta di Tandy ad Apple e Commodore fu il TRS-80 detto Model 1, un computer dall’aspetto oggettivamente un po’ da “ragioniere” ma dotato di un monitor proprietario che permetteva di “sgravare” la TV del salotto dal compito di visualizzare l’output del computer, per la gioia delle famiglie americane che potevano guardarsi in pace le loro serie preferite.

Dal 3 agosto 1977 al gennaio del 1981 il TRS-80 vendette circa cento mila unità, ma nel frattempo Tandy aveva rilasciato il Model III nel 1980 e il Model 4 nel 1983 (curiosamente il Model II non è un upgrade del Model I ma un computer totalmente differente rilasciato nel 1979).

Veniamo quindi al nostro CoCo. Nel 1980 Tandy rilasciò un computer solo in apparenza parte della famiglia del TRS-80 originale, dal momento che la sua architettura lo rendeva incompatibile con gli altri modelli: la differenza sostanziale fu il cambio del processore che passo da essere lo Zilog Z80, cuore pulsante di tanti computer del tempo come l’Osborne-1, il Kaypro, tutta la serie di micros della Sinclair (ZX80, ZX81 e ZX Spectrum su tutti) e del Commodore 128 (come coprocessore) al Motorola 6809, upgrade del 6800 (creato in contrapposizione al 6502 della MOS Technology) che era presente negli home computer Dragon 32/64, negli Acorn System 2/3/4 e nella console Vectrex (se Lucio mai troverà un film con il Vectrex mi piacerebbe molto parlare di questa autentica stranezza del mondo delle console…). Nonostante il costo più alto di questo processore, Tandy riuscì a contenere i costi e vendere il CoCo a 399$.

Il CoCo fu distribuito in tre differenti modelli cui ci riferisce come CoCo 1 (1980-1983), CoCo 2 (1983-1986) e CoCo 3 (1986-1991). L’anno di uscita del film ci viene in soccorso, dal momento che restringe il campo dei contendenti al CoCo 1 e al CoCo 2. Tuttavia l’unico disponibile nel 1984 con un case grigio era il CoCo1, nella sua primissima variante. In seguito Tandy fece uscire un modello con il case in plastica bianca, molto simile al CoCo 2.

Il CoCo 1 era una “meraviglia” con 4K di RAM e 8K di ROM con una versione di BASIC chiamata Color BASIC, rapidamente reso obsoleto dal suo aggiornamento con 16K di RAM e l’Extended Color BASIC.

Che gli anni Ottanta siano con voi!

Passando al gioco che viene mostrato a schermo si tratta chiaramente di Zaxxon, un titolo di grande successo nei primi anni Ottanta, sviluppato e pubblicato dalla Sega.

Uscito in origine nel 1982 come coin-op, fu rapidamente convertito per tutti i sistemi dell’epoca: tra le versioni disponibili si contano quelle per Apple II, Atari 2600, Atari 5200, Atari 8-bit, Colecovision, Commodore 64, Intellivision, MSX, PC booter, SG-1000, ZX Spectrum, Coleco Adam e, ovviamente, per il nostro TRS CoCo.

Ai tempi Zaxxon era un importante banco di prova per chiunque si apprestasse a convertirlo perché la grafica isometrica a scorrimento obliquo con tanto di variazioni di altitudine della navicella (che andava resa graficamente con la variazione dell’ombra che la navicella proietta sul terreno) rappresentavano un ostacolo non da poco per le macchine “casalinghe”, meno performanti dei cabinati dedicati. Zaxxon ha anche il primato di essere il primo gioco arcade pubblicizzato in TV, con uno spot prodotto dalla Paramount per la cifra di 150 mila dollari.

Zaxxon è in realtà una versione molto migliorata di un classico shoot ’em up a tema spaziale: la nostra navicella avanza evitando gli ostacoli cercando di distruggere i nemici e cercando, ovviamente, di non farsi distruggere. Una delle migliori conversioni del gioco fu quella realizzata da Coleco nel 1983 per la sua ColecoVision, ma anche la “nostra” versione per il CoCo fu acclamata dalla critica con recensioni attorno all’80% nonostante l’assenza dell’“ombra”, sostituita da un altimetro a sinistra dell’area di gioco. Tra le peggiori versioni invece la palma spetta probabilmente a quella per Atari 2600 (probabilmente un ex-aequo con quella per Intellivision) che manca dello scrolling obliquo sostituito da uno più classico verticale.

Spero abbiate gradito il racconto di oggi e invito tutti coloro che hanno una copia di Zaxxon a farci una partita oggi!

Benez256


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Chuck Norris 24. Di cani e foreste

Ci avviciniamo alla fine della carriera del nostro eroe, e conviene procedere spediti.

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

Il 21 aprile 1993 va in onda sulla CBS un doppio episodio televisivo di un prodotto destinato a lunga durata: Walker, Texas Ranger.
Della serie parlerò all’interno di un altro speciale che sto preparando, dedicato alle arti marziali in TV, quindi qui salterò l’argomento dedicandomi a quel poco che rimane della carriera di Chuck Norris al di fuori del suo ranger televisivo.

Voi lo vedete il titolo? Io ci ho messo un po’…

Nei marziali anni Novanta ogni calcio è sacro, quindi case come la MGM fanno a botte per assicurarsi la distribuzione in home video di qualsiasi prodotto si possa spacciare per marziale, compresi i film di Chuck. Infatti – come abbiamo visto in questo speciale – tutti i suoi film che la censura italiana ha penalizzato con un divieto ai minori di 14 anni sono stati “rivisti” e almeno dal 1991 ripuliti da qualsiasi divieto: è facile che lo stesso processo sia avvenuto anche negli altri Paesi, in modo da poter distribuire più facilmente i vari titoli.
Se però Chuck si dedicasse a prodotti già pensati per l’infanzia, quindi privi di divieti, sarebbe meglio. Ecco che il 28 aprile 1995 esce Top Dog, che definire “film” mi sembra azzardato.
La prima apparizione italiana nota del film, con il titolo Il cane e il poliziotto, risale a sabato 11 luglio 1998 su Tele+Nero (a pagamento) per soli tre passaggi, poi il film scompare (giustamente) e riappare nel 2010 quando Hobby&Work lo porta in DVD in edicola nella collana “Chuck Norris. Il mito”.
Ricordo che il nostro Willy l’Orbo ha già detto la sua sul film.

Vi do cinque minuti per capire chi dei due è Chuck Norris…

Avete presente quei vecchi telefilm anni Settanta che una volta passavano in TV? Quelli che a forza di essere replicati si rovinavano a tal punto che sembrano monocromatici, e che erano così squallidi da chiedersi in quale epoca mai fossero stati girati. Ecco, questo è Top Dog, un brutto episodio di una brutta serie anni Settanta… però uscito nel 1995!
Il solito Chuck fa il solito poliziotto, che come al solito “lavora da solo”, che come al solito è costretto a lavorare con un partner e come al solito è un cane. Dopo Turner e il «casinaro» (1989), Un poliziotto a 4 zampe (1989) e il furore entusiastico che ha accolto la serie TV tedesca Il commissario Rex (1994), ormai all’epoca poliziotti e cani sono destinati a stare sempre insieme.

Le mutande a pois, è beato chi ce l’ha!

Visto che il Chuck dell’epoca è così richiesto dalla televisione, vorrei dedicargli una canzone:

Le mutande a pois
Ma Chuck Norris non lo sa
Che fa film che fan «puah!»
Poverino lui non sa
Che ha un’espressione da sofà

A parte queste liriche, il film non ispira altro. Chuck trascina immobile la sua faccia barbuta di qua e di là mentre il cane risolve il caso.

Sono indeciso se sia davvero Norris o il suo stuntman

Incredibile però il numero di scene di combattimento: perché Norris non combatteva più negli anni Ottanta, quando era all’apice della carriera cinematografica, mentre combatte ora che è in declino? Lo fanno tutti gli attori marziali, combattere fuori tempo massimo, quindi è una domanda destinata a non avere risposta.

Il 5 novembre 1996 è il turno di Forest Warrior, imbarazzante opera liturgica di fede ecologista che sembra uscire dalla Walt Disney degli anni Sessanta e invece è del 1996.
Esattamente come il film precedente, la prima apparizione italiana è su Tele+Nero (a pagamento), malgrado la RAI affianchi la IIF nella distribuzione. L’ultimo guerriero va in onda sabato 23 maggio 1998; replicato da Rai1 nella notte del 12 dicembre 2005, anche lui riappare in DVD per Hobby&Work nel 2010.

E mica solo Seagal può fare i suoi pipponi ecologisti con Sfida tra i ghiacci (1994), pure Chuck può vestirsi da indiano dei boschi e trasformarsi in Francesco Salvi. Nel 1989 gli spettatori del Festival di Sanremo erano rimasti attoniti a vedere il geniale comico – troppo avanti per la sua età – cantare Esatto! facendo parlare gli animali. Idealmente Chuck si rifà al cantante rendendo gli animali protagonisti: sta al pubblico stabilire quali delle forme che si agitano in video sono animali e quali attori. Occhio che non è facile capirlo.

Questo è successo realmente, e nessuno l’ha impedito

Prendere smielate storielline ecologiste scritte con l’accetta e trasformarle in film è antica tradizione che dura tutt’ora – chi ha detto Avatar (2009)? – così messi insieme un po’ di caratteristi monoespressivi a fare da cattivi e un il solito gruppo di ragazzini a fare da buoni, il film si scrive da solo. E si vede anche da solo, perché non è adatto alla vita umana.
Anche qui, a sorpresa, ci sono un sacco di scene di combattimento, cioè tutte quelle che Chuck non faceva quando avrebbe dovuto.

Fermare una motosega a mani nude: solo Chuck può

La scena mitica, ancora oggi rimbalzante nei vari video-meme, è quella in cui Norris ferma la motosega che sta tagliando un albero… bloccandola a mani nude! Troppo poco, troppo tardi.

Finisco così gli anni Novanta di Chuck, ormai divo (o presunto tale) televisivo riportato agli onori della cronaca grazie ai facts, battute che utilizzano curiosamente uno stile narrativo del tutto estraneo a Norris: sono “frasi maschie” che l’attore non ha mai usato, o davvero poco, ma che vengono usate con lui protagonista. Queste battute che sarebbero state perfette per Schwarzenegger, grande professionista della punchline paradossale, forniscono nuova fama ad un attore ormai dimenticato, soprattutto da una generazione che non ricorda più i suoi film anni Ottanta o non ne è più interessata. Buon per lui.
Vedremo la prossima settimana come Chuck affronterà gli anni Duemila.

L.

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Guida TV in chiaro 14-16 giugno 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Midnight Ride (1990) Senza possibilità di fuga

Vogliamo dedicare un altro giovedì ad un filmaccio d’annata con quella gran faccia da guerriero americano di Michael Dudikoff? Vogliamolo!

VHS 1994

Credo sia la prima volta in cui riesco a ricreare anche per immagini la “vita” di un filmaccio Zintage, cioè di quel tipo di film che l’Italia ha sempre importato e distribuito a secchiate ma poi ha fatto finta di niente, dimenticandosene. Questo è Midnight Ride, un film dimenticato ad eccezione di alcune tracce, di alcuni puntini che sono riuscito a mettere insieme.
Uscito in patria americana il 20 luglio 1990, la vita italiana del film inizia venerdì 22 gennaio 1993, quando Italia1 lo manda in onda in prima serata con il titolo Senza possibilità di fuga, replicato il 29 settembre successivo in seconda serata prima dell’oblio.

Mentre Italia1 mette il film nel cestone con la scritta “Non replicare mai più”, a luglio del 1994 la Warner Home Video annuncia l’uscita della relativa VHS con un titolo alquanto discutibile: Sulla strada, a mezzanotte. Probabilmente il secondo titolo nasce da qualche problema di diritti, non saprei, ma è usanza quasi fissa dell’epoca avere due se non tre titoli diversi per i film, a seconda del medium. (Un titolo per la VHS, uno diverso per la trasmissione su Mediaset, un altro ancora per la trasmissione sugli altri canali.)
Grazie ad Andrea Lanza di Malastrana VHS, ecco il titolo italiano presente nella VHS.

Un’esclusiva regalata da Malastrana VHS

La compianta Stormovie, esperta nel ravanare nel citato cestone di Italia1, si occupa di salvare dall’oblio il film portandolo in DVD. Esiste una locandina con la mitica “S” di Stormovie, probabilmente risalente al 2007 o 2008, quando quel marchio era ancora in vita, ma purtroppo da Amazon sono riuscito a trovare solo una ristampa Quadrifoglio (senza “S”) risalente al 2011.

Titolo presente nell’edizione DVD italiana

Questa storia trova il “lieto fine” il 16 maggio 2019, quando IRIS – probabilmente per errore – va ad attingere al cestone di Italia1 dei film maledetti da non replicare mai più e manda in onda Senza possibilità di fuga, a notte fonda. E, con mia grande emozione, utilizza il titolo dalla grafica farlocca tipico della Italia1 dei tempi d’oro.
È incredibile come per puro caso si sia riusciti a ricostruire la vita italiana di questa inutile fetecchia di film!

Un’esclusiva del Zinefilo!

Il 1977 è lontano, l’italo-egiziano Ovidio G. Assonitis non è più l’autore di Tentacoli, è un produttore passato dalla scuderia di Roger Corman che si è messo poi a seguire la Cannon nel suo inesorabile declino. Con Midnight Ride Assonitis comincia a produrre per Golan e Globus titoli credo pensati unicamente per i fan più stretti – come per esempio American Ninja 4 (1990) e 5 (1993) – prima della fine: poco prima della chiusura la Cannon si è messa a sfornare sexy-thriller (forse nel tentativo di risvegliare un minimo di interesse nel pubblico) e dopo la regia di Out of Control (1992) possiamo dire che Assonitis si sia in pratica ritirato dal cinema.
Nel citato DVD Quadrifoglio è presente una sua brevissima intervista, quattro minuti dove riesce a non dire assolutamente nulla, quindi possiamo benissimo ignorarla.

In mezzo al nulla della citata intervista, il produttore riesce a dire che Bob Bralver – regista e co-sceneggiatore del film – è fra i migliori registi d’azione del momento: mi permetto di dubitarne. Bralver è un regista televisivo che ogni tanto si è affacciato al cinema con prodotti infinitesimali, come appunto questo e American Ninja 5, ma sicuramente la sua professione di stunt coordinator sarà migliore.

Un film sfocato e indistinto per attori sfocati e indistinti

In questo filmettino totalmente dimenticabile abbiamo Lara (Savina Gersak) che per motivi a noi ignoti fa i bagagli e fugge via nella notte dal marito Lawson (Michael Dudikoff), lasciandolo addirittura appiedato e zoppo in mezzo ad una strada. Non sappiamo ancora nulla, ma sappiamo che Lawson è un poliziotto in convalescenza, con una gamba ingessata: cosa mai avrà fatto alla moglie per farla scappare così violentemente? Visto che la donna poi lo chiama per chiedergli se va tutto bene, e Lawson scopriremo essere il buono della storia, forse presentare quella scena immotivata non è stato un buon modo di iniziare il film.

Dudikoff e i suoi capelli da cantante pop anni Ottanta

Mentre Lara fugge nella notte dal suo amato marito, il quale ruba l’auto a chiunque incontri per strada pur di inseguirla – alla faccia del poliziotto! – intanto la donna carica su un autostoppista: signora mia, sono passati solo quattro anni da The Hitcher (1986), tutti sanno ormai che non si fanno salire sconosciuti in auto, soprattutto se hanno gli occhi da pazzo. La donna evidentemente non è a conoscenza del film e dà un passaggio a Justin Mckay, uno dei disperati tentativi di Mark Hamill di dimostrare d’essere l’attore che non è.
A me dispiace che Hamill sia costretto da una vita ad incassare soldi per il suo ruolo di Luke Skywalker soffrendo calde lacrime perché nessuno lo considera come un attore “vero”, capace di altri ruoli. Mi dispiace così tanto che vorrei consolarlo: tranquillo, Mark, non sei un attore vero, sta’ senza pensier

Rilassati, Mark, e goditi i soldi di Luke…

Ricopiando senza vergogna stili ed atmosfere da The Hitcher, il film procede lento e noiosissimo con Lara che smolla ovunque il pazzo Justin e questo risbuca fuori ovunque. Almeno il capolavoro di Robert Harmon era ambientato nel deserto, qui invece siamo nella California notturna: possibile sia una landa desolata e priva di vita dove Justin è ovunque e ammazza centinaia di persone senza che nessuno se ne accorga? Mediante superpoteri sconosciuti, il pazzo è sempre un passo avanti a Lara: se lei prende un taxi, lui è il tassista; se lei prende l’aereo lui è il pilota; se lei fa un brutto film, lui è il co-protagonista.
Dalla locandina sembra ci sia anche Dudikoff, ma non è chiaro cosa faccia.

Michael, se vuoi anticipare Grindhouse devi girarti, però…

Mentre Hamil gigioneggia a fare il matto, con gli occhi sgranati e un’eterna risata ebete stampata in faccia – proprio un attore di fino! – Dudikoff non deve aver ricevuto il copione perché continua a rincorrere zoppicando la moglie, che sta fuggendo non si sa dove né perché, e oltre a rubare auto per tutta la strada non sembra capace di far altro. O se lo fa, ormai ero troppo addormentato per notarlo.
Dopo venti minuti sembra che il film duri da dieci giorni, il grado di fastidiosa insopportabilità della storia e della recitazione influisce parecchio sulla visione, e la fotografia notturna di Roberto D’Ettorre Piazzoli è bella ma soporifera: quell’eterno buio in cui si aggirano personaggi inconsistenti non fa che conciliare il sonno.

Dimmi che sei in ginocchio, Mark, non puoi essere così basso!

Sono contento di aver “schedato” la vita italiana di questo film, ma davvero non vale la pena ricordarlo. Lo stesso spero di cuore che IRIS si sbagli ancora e torni ad attingere al cestone di Italia1 con su scritto “Non replicare mai più”.

L.

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Indictment (1995) L’asilo maledetto

Alla continua ricerca di canali televisivi che trasmettano film diversi dal solito, nella speranza di trovare chicche, ho scoperto che TeleRoma56 (canale 15) è uno scrigno di film televisivi anni Novanta che manda a ripetizione: il primo frutto del mio scorrazzare in questo nuovo terreno di caccia è Indictment: The McMartin Trial.
Apparso su Rai3 in seconda serata il 25 agosto 1999 con l’incredibile titolo L’asilo maledetto, domenica 9 giugno 2019 è stato trasmesso da TeleRoma56 con il più semplice – ma parimenti sbagliato – La maledizione. Probabilmente questi farlocchi titoli italiani vorrebbero attirare i fan dell’orrore ad un film che invece… mette molta più paura di un semplice horror.

Tanti titoli, nessuno azzeccato

Non so quanto clamore abbia avuto in Italia il Caso McMartin, visto che da noi storie del genere si ripetono a ciclo continuo e la gente ci casca sempre, puntuale, ma negli anni Ottanta è stato un bruttissimo fatto di cronaca, di mala-giustizia ma soprattutto di mala società che ha infiammato l’America.
Il regista Mick Jackson – tra due successi come Guardia del corpo (1992) e Vulcano. Los Angeles 1997 (1997) – fa una puntatina in TV giusto per dirigere un taglientissimo e sconvolgente prodotto che racconti la parabola di una terribile vicenda processuale durata sette anni, “riassunta” dagli sceneggiatori Abby e Myra Mann più noti per la serie “Il tenente Kojak”.

Hanno la faccia da colpevoli, quindi sono colpevoli

Manhattan Beach, California, 1983. Una donna schizofrenica ed alcolizzata invia alla polizia una lettera squinternata, in cui denuncia che il figlio è minacciato da un leone ed altre follie similari: ciò che conta e ciò che la polizia prende in considerazione è un punto solo della farneticante lettera, dove accusa Ray Buckey della scuola materna omonima di aver abusato del figlio.
Non esistono prove, non esiste niente… quindi Ray Buckey è colpevole. Grazie ad un comportamento abominevole della procura locale, che crea dal nulla un caso senza alcun fondamento – ed avverte centinaia di genitori che Buckey potrebbe essere un pedofilo, che è come sganciare una bomba atomica – e grazie ad una sedicente psichiatra, una pericolosa mitomane che dice di aver raccolto le testimonianze di almeno trecento bambini sugli abusi subiti, esplode un caso mediatico degno della caccia alle streghe del Medioevo. Solo che nel Medioevo c’era molto più garantismo…

La famiglia McMartin è la premiata curatrice della scuola materna locale, con nonna, madre e figli che si occupano dell’azienda. Tutto viene spazzato via e le vite di tre generazioni di McMartin vengono distrutte da un’accusa infamante totalmente infondata e una macchina del fango in cui giornalisti privi di scrupoli sfamano la voglia di mostruosità di spettatori senza cervello. Non bastano gli abusi, ad un certo punto la folle psichiatra comincia a dire che i ragazzini confessano come nella scuola McMartin siano avvenuti fenomeni di cannibalismo – con i minori costretti a mangiare pezzi di cuore di loro coetanei e a bere sangue umano – e non mancano i riti satanici, sempre presenti nell’opinione pubblica. I bambini sono stati trasportati anche in aereo verso destinazioni ignote per diventare protagonisti di filmini porno.
Possibile che la gente creda a queste buffonate? Purtroppo è possibile, e ancora oggi ci credono, ogni volta che i giornalisti fanno scoppiare il (falso) caso di turno, immancabile nel palinsesto annuale dei TG.

Per accuse di una gravità così mostruosa, ci si aspetterebbero prove schiaccianti: vediamo se indovinate che tipo di prove aveva la procura per distruggere per sempre le vite di cinque indagati. Esatto: zero carbonella. Sette anni di processi, 15 milioni di dollari spesi, cinque vite spezzate da accuse infamanti che si porteranno per sempre cucite addosso… solo perché la polizia ha creduto alle farneticanti affermazioni di una pazza alcolizzata e perché una tizia qualunque, senza alcun credito né autorizzazione, ha creato dal nulla false dichiarazioni messe in bocca a centinaia di bambini.
Gli unici che ci hanno guadagnato sono ovviamente i soliti noti: giornali e giornalisti. Che si guardavano bene dall’informare l’opinione pubblica che non esisteva alcuna prova per le fantomatiche accuse e grufolavano nel dare notizie di cannibalismo e satanismo all’asilo locale.

Qui serve l’aiuto del migliore

Come si può raccontare una vicenda così orribile senza scadere nel moralismo, nella rabbia, nella frustrazione o nel cattivo gusto? Già se fra i produttori hai Oliver Stone, parti col piede giusto. Ma quel che conta è avere un protagonista credibile, che ti tenga in mano l’intero film: per questo c’è un titanico James Woods.
Provo profondo dispiacere per le nuove generazioni, che non conoscono le vette di perfezione raggiunte da Woods quando fa l’avvocato…

Woods interpreta Danny Davis, l’avvocato che accetta l’ingrato compito di difendere i mostri più odiati d’America, attirandosi anni di odio e disprezzo da parte di tutti. Ci metterà poco a diventare l’unico americano convinto che i McMartn siano innocenti, rimanendolo anche dopo un processo da record: per esempio Ray è stato il primo a rimanere più di cinque anni in galera senza possibilità di cauzione… pur non esistendo la benché minima prova a suo carico.
Negli incredibili interrogatori al povero ragazzo veniva chiesto se credesse al “potere delle piramidi”: in casa sua furono trovati dei libri di piramidologia e si pensava che questo avesse un legame con le mostruosità che gli venivano accusate. Secondo voi, un libro sulle piramidi è la prova schiacciante in un caso di pedofilia? Eppure era l’unica prova in mano all’accusa. Possibile che criminali del genere – cioè il procuratore distrettuale e chiunque gli abbia dato una mano – siano ancora a piede libero?

La procura distrettuale sì che mette paura…

Solamente Mercedes Ruehl poteva sostenere l’insostenibile ruolo della procuratrice Lael Rubin, ossessionata dal caso fino a negare l’evidenza. La sceneggiatura cerca di smussare gli angoli, non fa mai capire con precisione se la Rubin fosse conscia della totale follia del caso, del fatto che non esistesse niente di niente su cui basarlo, ma è facile pensare che la donna abbia seguito l’onda: un caso di pedofilia è oro puro per chi abbia ambizioni politiche, e infatti il Governatore della California ci sguazzò con gran piacere.
La Ruehl è assolutamente convincente ed è perfetta controparte di James Woods: i loro scontri in tribunale sono splendidi e sono il momento più atteso del film.

L’innocenza del male

Perfetta anche Lolita Davidovich nel ruolo di Kee McFarlane, la sedicente “assistente all’infanzia” che ha messo in bocca a centinaia di bambini mostruosità disumane, nate dalla sua mente e trasferite ai minori che teoricamente doveva aiutare. La cosa spaventosa è che la donna non lo ha fatto per cattiveria o truffa, era davvero convinta di star aiutando quei bambini, e l’attrice rende perfettamente l’ottusità di quei pazzi che distruggono convinti di fare del bene.

«Te li devi togliere quegli occhiali da pedofilo!»

Un’ultima menzione va a Ray McMartin, il maggiore indiziato, il colpevole a prescindere, l’uomo innocente distrutto dalla voglia del pubblico di storie marce: il suo volto è quello di Henry Thomas, lo storico Elliott di E.T. (1982). La sua espressione è sempre lì a ricordarci come chi sembri colpevole allora lo è per forza, e infatti l’avvocato gli dice di far sparire subito quegli occhiali… perché ha l’aspetto di un pedofilo!

Solo James Woods poteva gestire un film così scottante

Un film che mette tanta rabbia addosso, soprattutto perché la denuncia che veicola non è servita a niente: ogni anno scatta regolare lo “scandalo pedofilia”, e non si contano più le scuole in cui qualche professore viene accusato delle stesse buffonate imputate ai McMartin. E non importa se esistano prove – cosa che di solito i giornali non ci informano – basta il sospetto perché sia tutto vero.
Purtroppo non esistono tanti James Woods quanti sono i casi imbastiti dagli sciacalli…

L.

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