Collision Course (2013) Terrore ad alta quota

Quando un canale satellitare specializzato in filmucoli come Cielo trasmette una delle piccole grandi porcate di Fred Olen Ray, c’è solo da ammirare in silenzio un altro capolavoro Z!
Il figlio del mitico Christopher Ray ormai dovrebbe essere amico stretto di ogni Zinefilo: è l’indimenticato autore di filmacci come Submerged. Trappola negli abissi (2000), Venom. Pericolo strisciante (2001), Turbulent Skies (2010) e Sniper: Forze speciali (2016), giusto per citare alcune perle fra i più di 150 titoli dagli anni Ottanta ad oggi. Un vero e proprio distributore automatico di porcate per la gioia degli zinefili di tutto il mondo!

Una casa piccola che fa grandi filmacci

Per l’occasione presta i suoi servigi alla MarVista Entertainment, casupola che abbiamo già incontrato per capolavori indimenticati come Meteor Storm (2010) e Super Eruption (2011).
Il risultato è Collision Course, la cui data di messa in onda originale è ignota! L’unica certezza è che Cielo lo manda in onda nel pomeriggio di domenica 19 marzo 2017 con il titolo Terrore ad alta quota, giusto in tempo per farmelo registrare.

Addirittura una titolazione in italiano! Che onore…

Un volo come un altro, da Chicago a Long Beach, ma quando finalmente si parte succede qualcosa di davvero inaspettato: il sole fa un peto!
La NASA infatti rileva un numero maggiore di eruzioni solari con pericolo di emissioni di massa coronale nei pressi della Terra… qualsiasi cosa queste parole a caso significhino. «Si teme che il nostro pianeta possa andare letteralmente in corto circuito», dice un giornalista, e tanto succede: un peto solare e tutti gli apparecchi della terra vanno in tilt per un attimo.

Pure i sottotitoli in italiano: quanto impegno per un filmaccio

Ah, quindi il film mostra la scena terrificante del pianeta al buio? Ovviamente no, segue invece la regola ferra del Meteo Apocalypse: si descrive il generale a chiacchiere e si mostra solo il particolare. Quindi nel momento esatto in cui la Terra rimane al buio… vediamo la mamma della protagonista che inciampa e cade per terra… e basta!

Ammazza che grafica digitale!

Torniamo sull’aereo e scopriamo che per colpa della scossona elettrica il comandante è morto. Ok, è il primo ed unico morto del film… secondo voi di che colore è l’attore? Esatto: l’unico nero del film è ovviamente quello che muore per primo.
Chi prenderà ora il comando? Semplice, lo stewart biondino fighettoso e finto giovane interpretato da David Chokachi, che quel 2013 comincia la sua carriera Z con capolavori come Atlantic Rim e Jet Stream.

Sembra incredibile, ma questi sono i protagonisti del film!

Grande protagonista della storia è però Kate Parks (Tia Carrere, ve la ricordate negli anni Novanta?) autrice di un saggio su un incidente aereo e quindi tecnicamente la più informata a bordo sulle procedure d’emergenza. La donna però è ancora traumatizzata dalla morte del marito pilota e ci metterà un po’ a carburare: in pratica farà qualcosa di concreto solamente nell’ultimo minuto di film…
E nel resto della storia quindi che succede? Il solito inutile bla bla dei filmacci Asylum, ma senza lo stile inconfondibile di quella casa.

Ogni aereo ha a bordo un buzzurro violento…

A parte l’allunga-brodo della figlia e della mamma di Kate che attraversano la città nel blackout per andare all’aereoporto, l’unica altra storia raccontata è quella del buzzurro redneck razzista che accusa un passeggero di essere un terrorista, avendo questi i tratti somatici mediorientali.
Visto che non c’è la minima traccia di tratti mediorientali – il personaggio sembra il più americano del cast! – mi viene da pensare che l’intento della sceneggiatura fosse di mostrare l’assurdità del razzismo, che non tutti gli “arabeggianti” sono terroristi, però poi non se la sono sentita di chiamare un vero attore mediorientale, scegliendo invece il texano Nicholas Guilak perché vagamente gli può assomigliare. E non è razzista questo?

Una torre di controllo davvero rustica…

Fare un film sul sole che lascia al buio la Terra senza mostrare null’altro che tre o quattro attori in una cabina di volo è qualcosa che solo la serie Z può fare: ma soprattutto, qualcosa che solo Fred Olen Ray può concepire. Lunga vita ad una delle colonne portanti dei filmacci di serie Z tanto cari ai pidocchiosi distributori italiani!

E ora un po’ di dati tecnici…

Chiudo con una scheda dedicata al blog “Doppiaggi Italiani“.

Personaggio Attore Doppiatore
Kate Parks Tia Carrere Emanuela Baroni
Jake Ross David Chokachi Stefano Crescentini
Jimmy Dave Mays Sacha Pilara
Paul Wilson Brock Cuchna Manuel Meli
Bill ? Fabrizio Russotto
Kabir Ali Nicholas Guilak Carlo Scipioni
Samantha Janis Valdez Jessica Bologna
Krista Miles Meghan McLeod Alessandra Chiari
Ned Hatch Tim Abell Giorgio Locuratolo

L.

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L’orca assassina (1977) 40 anni sotto il mare

«Signor De Laurentiis, Spielberg con Lo Squalo (1975) ha superato i cento milioni di incasso.»
Dino molla il Crodino e grida: «Orca!»
Così nel 1977 nasce Orca

Probabilmente non è andata così, comunque il film esordisce a New York il 15 luglio 1977, il che vuol dire che compie quarant’anni uno dei film più immediatamente dimenticati del grande Dino.

Protagonista del Natale italiano del 1976 è stata la grande operazione commerciale di King Kong, ma Dino è gargarozzone e per il 1977 vuole fare il bis.
Le danze si aprono il 25 novembre, quando la sempre attenta Editoriale Corno porta in libreria L’orca assassina (1976) di Arthur Herzog (228 pagine, Lire 4.500, traduzione di Hilia Brinis): io che impazzisco per le novelization, perciò vado fuori di melone a pensare a questo libro dimenticato…

«Intelligente, sensibile, vendicativa, l’orca ingaggia una battaglia senza colpo ferire con colui che ritiene responsabile della morte della sua compagna. Già sugli schermi in un film prodotto da Dino De Laurentiis.»

Così viene pubblicizzato su “La Stampa” quel 25 novembre, e dal 4 dicembre successivo inizia una copertura pubblicitaria martellante finché il film esordisce nei cinema il 23 dicembre 1977.
Gira per anni ed anni in ogni sala d’Italia, dalle prime visioni ai cinema parrocchiali, finché il 13 gennaio 1982 il neonato canale televisivo Rete Quattro (che all’epoca ancora molti chiamano Telestudio) lo trasmette alle 21.15, facendo iniziare la sua vita in TV.
Sbarcata in VHS Domovideo in data ignota, la compianta Stormvideo lo porta in DVD il 6 aprile 2010 millantando un'”edizione restaurata” (altamente implausibile), poi la CG Entertainment lo ripresenta il 7 giugno 2011 finché la Pulp Video lo ristampa il 3 novembre 2015, dichiarandola una “versione integrale”.

Un nome latino esotico, per gli americani

Nel febbraio del 1977 un’altra produzione riconducibile all’Italia aveva già tentato di sfruttare il successo dei mostri marini: mi riferisco all’imbarazzante Tentacoli (1977) di Ovidio Assonitis, che se da una parte aveva una trama pari a zero – a cui rimediava con un gran cast – dall’altra probabilmente è il primo a sdoganare il tema “scorie industriali creano animali assassini”, che verrà ripreso da Joe Dante con Piranha (1978).
Questo Orca inizia con scene che sembrano rubate di netto dal film di Assonitis, ma poi passa subito a rifarsi direttamente Spielberg.

È abbastanza chiara la marchetta?

Luciano Vincenzoni e Sergio Donati non è che si sforzino tanto, scrivendo il loro soggetto. In fondo le direttive di Dino devono essere state particolarmente ferree: la storia deve vertere sullo scontro “personale” di un uomo contro un mostro marino come ne Lo Squalo ma senza tutte quelle scene che arricchiscono il film di Spielberg. Con tutti i soldi che è costato quello scimmione dell’anno scorso, è il momento di tirare un po’ la cinghia.
Il risultato è il film credo più minimalista di un produttore noto invece per la grandiosità della propria visione cinematografica.

Un’attrice davvero fuori parte…

La seriosa e puntigliosa dottoressa Rachel Bedford (Charlotte Rampling) spiega a noi e alla platea di tutto il mondo che non esistono animali marini così pericolosi, violenti e assetati di sangue come le orche. Lo deve fare perché fino al 1977 e dal 1977 in poi a nessuno frega una mazza di niente di quest’animale, che sballonzola nei grandi parchi acquatici americani e che con quella macchia bianca sul manto nero fa tanta tenerezza.
Inoltre “orca” è il nome latino, mentre per gli americani si chiama “killer whale”: sarà pure assassina, ma sempre balena rimane… e le balene non mettono paura.
Così il film inizia con un’orca che fa fuori un grande squalo bianco, per far capire quanto sia pericoloso l’animale. Per saperne di più su questo e su altri mostri del mare, vi ho già consigliato un saggio strepitoso…

Ma anche un attore che non c’entra niente

Il capitano Nolan (Richard Harris) è un… boh, non s’è capito. Diciamo che fondamentlmente è il solito idiota che dà il via alle trame dei film horror. Fa una cosa stupida come cercare di mettere in trappola un’orca gigante, perché vuole venderla agli zoo marini, e il risultato è che ferisce un’orca maschio e uccide un’orca femmina. Incinta.
L’orca maschio assiste allo spettacolo dello scempio della propria femmina che muore mentre il suo piccolo rantola sul ponte della barca del capitano Nolan: è ben comprensibile la voglia di vendetta che spingerà l’animale per tutto il resto del film.

Sembra un Alien, ma è un cucciolo d’orca

Inizia una storia alla Rambo, con l’orca-rambo che dopo essere stata cacciata dallo sceriffo-capitano ora si trasforma in cacciatrice: come Frankenstein, il duello finale si svolgerà fra i ghiacci polari…

L’occhio della tigre dell’orca!

Se già questa trama non fosse delirante di suo, ci si aggiunga il fatto che Dino non sembra aver speso più di un paio di dollari per il budget, così da avere non solo immagini davvero brutte e una fotografia buttata via, ma soprattutto trucchetti tristi che non ci si aspetterebbe da un produttore che ci ha abituati alla grandiosità.

Bo Derek, che fa un piccolo ruolo… ma è tanto bona!

Per metà film l’orca prende a nasate ogni costruzione umana e distrugge un’intera città – ve l’ho detto che era Rambo! – ma visto che soldi per un’orca finta non ci sono, vediamo immagini girate in un qualche acquario con un’orca ammaestrata che dà nasate in giro, e poi dopo uno stacco vediamo barche e case galleggianti venir giù. Un trucco che neanche il peggiore regista Z metterebbe in atto!

Un’orca giocherellona che dovrebbe mettere paura

Gli attori sono bravi ma tutti sprecati, compresa l’inutile presenza di Will Sampson, l’indiano di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975): serve solo ad inventare che secondo gli indiani le orche bla bla bla, e giù stupidate.
Ogni scena è datata ma soprattutto ogni scena è fatta male. E sì che Michael Anderson è regista di grandi film come Il giro del mondo in 80 giorni (1956) e La fuga di Logan (1976), non proprio il primo che passa. Forse la fotografia svogliata e un budget assente hanno affossato la sua voglia di dirigere, e il blando temino musicale di Ennio Morricone non aiuta di certo.

Pure l’orca ride in faccia a Dino!

Un film da dimenticare e giustamente dimenticato, che dimostra quanto Dino sia grande in tutto: è grande ad azzeccarci come è grande a toppare di brutto, come dimostrerà ampiamente in Yado (1985)…

L.

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White Men Can’t Jump (1992) Chi non salta, Cassidy è

Non ho resistito a storpiare il titolo italiano del film come omaggio a Cassidy, noto grande fan della pallacanestro a cui dedico questo ciclo di post su film che trattino l’argomento.

Divertitevi pure, a sguazzare negli anni Ottanta, a fare remake di tutti gli storici film di questo periodo: dietro l’angolo vi aspettano gli anni Novanta. E allora sì che farà male. Farà molto male.
La 20th Century Fox nel 1992 fa quello che fanno tutti i vecchi: dimostrarsi giovani. Così produce un film scritto e diretto da un cinquantenne Ron Shelton che parli di gggiovani con linguaggio gggiovane, cioè la solita vecchiata triste. Il risultato all’epoca fu imbarazzante, ma rivisto oggi mi ha fatto sorridere… e tanto basta!

Tutto il fascino dei grandi titoli italiani…

Il 27 marzo 1992 esordisce White Men Can’t Jump in patria, e subito l’Italia cerca di distruggere ogni singola frase con giochi linguistici da mettersi le mani in faccia. La berlusconiana Penta Video porta Chi non salta bianco è nelle nostre sale il 2 settembre 1993.
Rimane fino a gennaio successivo al cinema (quindi giusto quattro mesi, circa) poi il 13 dicembre 1994 arriva sul canale a pagamento Tele+1, dove lo vedo per la prima volta rimanendo annoiato e deluso. Dopo aver dimenticato ogni singolo fotogramma, passano gli anni e lo rivedo in questi giorni per la prima volta. E onestamente mi sono divertito.
Gira in VHS Penta Video senza data finché il 17 giugno 2003 la Cecchi Gori lo porta in DVD.

Per favore, ti togli la maglietta del Punisher? Grazie.

Un decennio non finisce mai con la decina, i suoi strascichi durano potenti per qualche anno ancora: il 1992 è la summa di tutti gli anni Ottanta, quindi il look è devastante e fa male agli occhi.
Colori sgargianti ovunque, panta-collant indossati da chiunque – soprattutto da chi non può permetterseli – jeans di tre misure più grandi, cappelli di lana sotto il sole cocente, ogni singolo capo di vestiario sblusato e sciabordante ovunque, e più la gente è bassa più veste larga. Il simbolo di tutto questo? Winona Ryder in Schegge di follia (1988): un metro e sessanta di altezza, un metro e sessanta di larghezza, grazie alle super-spalline di un cappotto grande quanto due persone messe assieme.
Magliette senza maniche, occhiali a specchio, strisce di colore ovunque e scarpe da ginnastica alte fino al ginocchio: gli anni Novanta fanno male. Fanno molto male.

Sono gli anni Novanta, e non potete farci niente!

Ron Shelton è il regista degli sport al cinema, ma detta così sembra una cosa buona: diciamo che è l’autore di film sportivi con grandi attori che però poi, alla fine, sono migliori sulla carta che su pellicola.
Potrei citarvi Tempi migliori (1986) con Robin Williams e Kurt Russell in salsa football, o Bull Durham (1988) con Kevin Costner e Susan Sarandon in salsa baseball, così come il biografico Cobb (1994) con un titanico Tommy Lee Jones o il minuscolo Tin Cup (1996) con Kevin Costner e Rene Russo in chiave golf. Tutti film con attoroni che però non si alzano mai da terra: all’epoca della loro uscita riscossero un minimo di interesse per via del gran cast, ma poi le storie erano talmente fiacche che non è che abbiano lasciato il segno.
Per non parlare della salsa boxe che troviamo ne La grande promessa (1996) con Samuel L. Jackson e Damon Wayans o dell’orripilante Incontriamoci a Las Vegas (1999) con Woody Harrelson e Antonio Banderas. Insomma Ron Shelton è uno che sa scrivere e dirigere minuscoli film, prodotti da minuscole case, che però poi vengono comprati e distribuiti da grandi case e quindi sembra uno molto più famoso che bravo.

È la canotta viola che fa la differenza

In questo film protagonista è la pallacanestro da strada, quella “due contro due”, quella ruspante e grintosa lontana dalle luci della ribalta e dagli sponsor. Eppure i soldi girano, usando la tecnica più vecchia del mondo: un novellino arriva in scena, sembra un coglione, qualcuno lo chiama in gara e lui si trasforma in un drago, andandosene con tutti i soldi. Ogni sport, ogni gioco e ogni film su questi due argomenti ha un “momento novellino”: avevo circa 13 anni quando ho visto la prima scena di questo tipo, con un giovane Forest Whitaker che spennava Paul Newman ne Il colore dei soldi (1986), e da allora il cinema non è andato avanti di un passo.
Pacco, doppio pacco e contropaccotto, il super-bianco che più bianco non si può Billy Hoyle (Woody Harrelson) entra in una specie di società con il super-black Sidney Deane (Wesley Snipes): fregami che ti frego, i due vincono e perdono in continua alternanza nel sottobosco cittadino di una Los Angeles piena di contraddizioni, dove l’estrema ricchezza va a braccetto con l’estrema povertà.

Uno è troppo bianco, l’altro troppo nero. Ma la pelle non c’entra niente…

Non so se Shelton volesse scrivere una dura denuncia sociale, che mostrasse come ottimi atleti rimangono morti di fame quando sono lontani dal circuito “che conta”, o se semplicemente abbia messo insieme alla bell’e meglio una trametta al volo per giustificare le tante ed ottime scene di basket, comunque il resto della trama sta su con lo sputo, anche se è sempre meglio dell’indigesto e inguardabile Incontriamoci a Las Vegas (1999), in cui il regista e sceneggiatore si copia (male) da solo.
Come dicevo, all’epoca rimasi molto deluso ma rivedendolo il film ora l’ho trovato più divertente: non perché sia fatto bene, questo no, ma perché tolte le inutili scene di “trama” e gustate solo le sequenze di basket è davvero un gran divertimento. Wesley fa Wesley e Woody fa Woody («un berretto con sotto un imbecille» viene definito!): in pratica non recitano, fanno semplicemente se stessi e tanto basta.

La faccia di un nero che “schiaccia”

Tutt’altro discorso per il doppiaggio: come lo rendi in italiano lo slang dei bassifondi neri di Los Angeles del 1992? Ovvio, con frasi stupide! Mi sento comunque di segnalare la divertente parola inventata dai doppiatori per indicare uno fortunato: “sculapasta”!
Tonino Accolla rende Wesley Snipes insopportabile, con il suo fiume di parole recitato alla Eddie Murphy. È un peccato perdersi la recitazione originale di Snipes, ma è il destino del Paese con il doppiaggio migliore del mondo…

La faccia di un bianco che fa canestro

È scientificamente provato che i bianchi non sanno schiacciare (white men can’t jump): starà a Woody dimostrare di essere un champ (campione) o un chump (minchione, secondo il doppiaggio), come lo chiamano per tutto il film.
Al di là della trama, un simpatico film pieno di ottime scene di basket.

L.

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Gazzetta Marziale 25. C’era una terza volta in Cina

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

25. Once Upon a Time in China 3

(sabato 4 settembre 2010)

Arriva in edicola il terzo episodio di una delle più celebri saghe del cinema marziale asiatico, quella cioè dedicata al medico-eroe popolare Wong Fei-hung e portata sullo schermo dalla coppia regista (Tsui Hark) – attore (Jet Li). “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, serie targata Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino, presenta Once Upon a Time in China 3 (Wong Fei Hung ji saam: Si wong jaang ba, 1993), pellicola che nelle intenzioni chiudeva un’ideale trilogia dedicata al personaggio: in realtà la saga era solo a metà!

Siamo ai primissimi e sanguinosi anni del Novecento cinese, dove protagonista è la massiccia invasione straniera che sta lentamente – ma regolarmente – calpestando i valori e le tradizioni di un antico paese. L’Imperatrice della morente Dinastia Qing decide di mostrare agli stranieri il fascino e la forza delle arti marziali cinesi, così organizza un torneo nazionale fra tutti i migliori combattenti e lion dancers (quelli cioè che eseguono antiche danze all’interno di un’enorme maschera rappresentante la testa di un leone): il vincitore sarà nominato “Re Leone”.

Un’altra epica avventura del maestro Wong Fei-hung (Jet Li)

Intanto a Pechino arriva Wong Fei-hung (Jet Li) in visita al padre, occasione nella quale dovrebbe decidersi a informarlo delle intenzioni di sposare l’amata 13ª zia Siu-kwan (Rosamund Kwan). Questa è da sempre stregata dalle “magie” occidentali, tanto che accetta di buon grado una cinepresa dal diplomatico russo Tomanovskij, scatenando le gelosie (non solo amorose) di Wong.
Fra gli scontri della scuola rivale di Chiu Tin-bak, i complotti dei russi, l’addestramento del fidato allievo Leung Foon, il reclutamento di un vecchio nemico e le diavolerie occidentali come la macchina a vapore, per Wong Fei-hung non ci sarà un attimo di pace.

Wong Fei-hung (Jet Li) e Siu-kwan (Rosamund Kwan)

Malgrado l’alta qualità del prodotto e del cast tecnico-artistico, questo film non può che considerarsi inferiore rispetto ai suoi due sfolgoranti predecessori, ma lo stesso superiore ai tre titoli successivi. La differenza più significativa è che in questo terzo film alle coreografie marziali troviamo l’attore-stuntman Yuen Bun al posto di Yuen Woo-ping: sembra perdersi l’equilibrio fra l’uso massiccio dei cavi nei combattimenti, tipico del wuxiapian, e tecniche con almeno una parvenza di “realtà”, tipico del gongfupian. Wong Fei-hung acquista sempre più le doti di un supereroe, ma d’altronde non è un eroe popolare per caso: rappresenta anche la magia della marzialità, oltre che l’aspetto storico.

L’azione è sempre ad alti livelli

Proprio l’aspetto storico è stata la grande trovata di questa trilogia (per ora) di film: in ogni storia vengono presi gli aspetti più tradizionali della cultura cinese e messi di fronte al progresso galoppante delle invenzioni occidentali. In questo film non colpisce tanto la macchina a vapore quanto la cinepresa e lo stupore che Wong Fei-hung e i suoi allievi proveranno a rivedere le proprie tecniche su grande schermo… in una scena deliziosa che è quasi un’autocitazione del cinema di Hong Kong in generale.

Ritroviamo lo stesso cast dei primi due film. Oltre ad un Jet Li in splendida forma, accompagnato dalla bella Rosamund Kwan e dai caratteristi come Max Mok, troviamo un fenomenale villain che qui diventa valente alleato: Iron Foot (Club Foot nella versione inglese), interpretato da quel Xin Xin Xiong che Tsui Hark vuole in quasi tutti i suoi film da regista (da The Blade a Double Team) e anche in quelli in cui è solo produttore (come La vendetta della Maschera Nera).

Il film è stato distribuito in una copia inglese con il titolo The Invincible Shaolin, con alcuni tagli, ma per fortuna l’edizione italiana è basata su l’originale di Hong Kong (anche se comunque non priva di tagli, come la scena in cui Jet Li prende a calci le zampe di un cavallo: si vede il colpo ma la sequenza della caduta dell’animale è assente): pare poi che esista una versione taiwanese più lunga di circa 15 minuti.

L.

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Jungle Goddess (1948) Fuga nella giungla

Una regina della giungla non si nega a nessuno, neanche alla minuscola Lippert Pictures, che il 13 agosto 1948 inizia la sua attività producendo questo minuscolo, dimenticabile e dimenticato Jungle Goddess: nei quasi dieci anni successivi la casa invaderà le sale di filmetti senza pretese, probabilmente titoli perfetti per una coppietta che vada ad appartarsi in un drive-in.
L’IMDb riporta il fantomatico titolo italiano Fuga nella giungla e in effetti si trova in rete una locandina italiana (che vedete a fianco) con questo titolo. L’11 marzo 1957 esce nei cinema italiani un film con questo titolo, è vero, ma protagonista risulta essere Patricia Morison (e un fantomatico Richard Harlem, probabilmente un errore della stampa italiana). Quasi sicuramente si tratta di Queen of the Amazons (1947), interpretato dall’attrice ben nota in italia, visto che in pratica quasi tutti i suoi titoli sono giunti da noi.
La soluzione sembra semplice: il titolo Fuga nella giungla indica un film arrivato in Italia nel 1957 (che altre fonti riportano nel cast la Morison ma potrebbe essere un errore di stampa), ma poi il titolo è stato riciclato quando il 27 novembre 1982 Jungle Goddess è stato trasmesso in TV (per la prima ed unica volta) dal canale R.T.A. Quest’ultimo è l’unica prova di un passaggio del film nel nostro Paese.

Wanda McKay nel ruolo della Jungle Goddess

1939, scoppia la Seconda guerra mondiale e la giovane ricca e viziata Greta Vanderhorn (Wanda McKay) si alza e dice: «Sapete che c’è di nuovo? Io mi vado a buttare in qualche angolo sperduto di mondo.» Probabilmente fornisce altre spiegazioni, ma già non stavo più attento.
Durante il viaggio in aereo casca in Africa – ammazza che novità! – e subito gli indigeni, che sono neri e quindi stupidi, la venerano come una dea. «Portatemi al vostro villaggio», dice la donna, stupendosi che gli aborigeni africani non la capiscano. Curiosamente ripetere la stessa frase a voce più alta non serve – mentre di solito è il sistema universale per far comprendere una lingua straniera – ma basta dire «Casa» mimandola con le mani che subito anche gli stupidi africani capiscono. L’inglese, si sa, è la lingua internazionale…
Un bikini leopardato, un’ancella personale a cui insegnare a fare lo spelling – che nella giungla africana serve sempre – e Greta diventa la dea del villaggio.

La dea ha parlato!

Finita la guerra, il riccone papà Vanderhorn offre una sostanziosa ricompensa per chiunque gli riporti la figlia. Non c’è bisogno di sapere altro per due avventurieri duri e puri, rotti ad ogni situazione, come il baffuto Bob Simpson (Ralph Byrd) e l’aitante Mike Patton (George Reeves, futuro Superman televisivo degli anni Cinquanta).
Partono un po’ di immagini di repertorio dei soliti animali africani, poi i due trovano l’aereo caduto in Africa e in breve arrivano al cospetto della dea.
Chiacchiere inutili in inglese, chiacchiere stupide nella lingua inventata che secondo i produttori è l’africano, e via di stereotipi: impossibile non notare che gli abitanti del villaggio appartengono a tutte le razze del mondo. Per gli americani uno scuro è un africano, non importa da dove provenga…

Due classici duri d’altri tempi

Da anni Greta vive tranquilla nel villaggio, servita e riverita, venerata come una dea… ma stiamo scherzando? Le donne bianche devono stare in casa là in America, a cucinare a piedi nudi, quindi Mike Patton e la sua mascella quadrata la prende e se la porta via. E ammazza tutti gli sporchi africani che osano anche solo far notare l’assurdità della scelta.
In pochi minuti di storia da dea della giungla Greta diventa la solita donnicciola impedita dei film dell’epoca, che inciampa ogni secondo – si sa che al cinema le donne sono incapaci di deambulare – e ha bisogno dell’aitante maschio bianco per qualsiasi cosa. Ma non era una dea, fino a un minuto prima?

Da dea a donnicciola in pochi semplici passi

Mettersi a giudicare un prodotto da due soldi, già dimenticato il giorno dopo essere uscito in sala, è inutile. Però va fatto notare che al di là della qualità di questi film il messaggio resta sempre fermamente lo stesso: una donna bianca non può stare da sola e soprattutto non può fare come le pare. E se mo’ cominciamo a permettere alle donne di pensare con la propria testa… dove andremo a finire?
Come già ho fatto notare per questi film della giungla, se un uomo finisce in Africa può restare, quello è il suo regno; se una donna finisce in Africa deve immediatamente seguire il primo uomo bianco che vuole riportarla a casa. Anche se non capisce la sua lingua, perché l’ha spiegato bene il comico Maurizio Milani: «La donna quando non capisce… si innamora!»

L.

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[Il Zinnefilo] Zucchero, miele e peperoncino (1980)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Zucchero, miele e peperoncino (1980).

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Mummia-mania anni Quaranta-Cinquanta

Mentre ancora imperversa nei cinema e nei drive-in la tetralogia della mummia Universal – Hand (1940), Tomb (1942), Ghost (1944) e Curse (1944) – il tema si allarga a macchia d’olio e ripete quanto già visto negli anni Trenta: i personaggi più famosi dello schermo non possono ignorare la minaccia egizia.

E pensare che da bambino vedevo questo cartone in bianco e nero…

La celebre serie cinematografica di Superman – che ancora negli anni Ottanta si poteva benissimo trovare su qualche canale televisivo regionale – ha fatto conoscere ai giovani degli anni Quaranta molti illustri nemici che di lì a poco sarebbero diventati canone imprescindibile: giusto per fare un esempio, quei robot la cui parola aveva solo vent’anni di vita!
Nella seconda stagione (prodotta dalla Famous Studios) il 19 febbraio 1943 troviamo l’episodio The Mummy Strikes diretto da Izzy Sparber.

Superman vs The Mummy

Usando un soggetto già all’epoca ampiamente abusato, un archeologo esperto di geroglifici viene trovato morto mentre decodificava un’antica iscrizione, che ovviamente indicava il luogo di una antichissima tomba precedendola da una maledizione.
Lois Lane viene accusata dell’omicidio, ma quello è un aspetto totalmente secondario: parte un pippone sulla storia egizia che dura il 90% del filmato. Mentre Clark Kent indaga aziona un meccanismo che fa svegliare due mummione belle incacchiate, ma con due super-ceffoni la pace ritorna.

La mummia che si sveglia col telecomando…

Ho sempre serbato splendidi ricordi di quando da ragazzino vedevo cento volte questi cartoni, che – come dicevo – passavano a manetta sulle TV locali. Questo non lo ricordo, ma ce n’erano alcuni, tipo appunto quello sui robot, che sapevo a memoria per quante volte lo beccavo in TV.
Giudicarli oggi, a più di 70 anni di distanza, è ingiusto: piuttosto vale la pena sottolineare l’elevata qualità del disegno e il calore dell’animazione, qualcosa che si è totalmente perso con il digitale.

I Tre Marmittoni hanno ancora qualcosa di egizio da dire

Passano gli anni e il 4 novembre 1948 la Columbia fa scendere di nuovo in campo i Tre Marmittoni (The Three Stooges), che già avevano affrontato la mummia: stavolta in Mummy’s Dummies di Edward Bernds si va direttamente ai tempi antichi.

Originale iscrizione geroglifica

Nell’antico Egitto i tre comici combinano guai a ripetizione fino a meritarsi la condanna a morte, per sfuggire alla quale si nascondono in modo astuto: due in una cesta… e uno in un sarcofago, coperto di bende.

Due Marmittoni e una Mummia

Non ho mai apprezzato l’umorismo da sganassoni dei tre marmittoni quindi sospendo ogni giudizio, anche perché gli anni Cinquanta premono e curiosamente le mummie spariscono: ora lo spunto principale non è più il contenuto bensì il contenitore. Piuttosto che le mummie, ciò che piace alla cultura pop è il sarcofago.
In The Egyptian Mummy Case (1951) il noto Dick Tracy (nato dai fumetti di Chester Gould e in questa serie TV interpretato da Ralph Byrd) per acciuffare una banda di ladri da museo si nasconde in un sarcofago, così come un sarcofago è protagonista dell’indagine forse meno nota del più celebre investigatore del mondo: Sherlock Holmes.

Anche Lui si è occupato di mummie!

Già abbiamo visto come i misteri egizi abbiano interessato celebri investigatori cine-televisivi nati da romanzi, come Charlie Chan, Mr. Moto e Il Santo: poteva mancare il segugio di Baker Street? Il 7 febbraio 1955 va in onda il 17° episodio della serie TV “Sherlock Holmes”, dal titolo The Case of the Laughing Mummy, di Sheldon Reynolds.

L’essere mummia non esime dal farsi una risata

Durante un viaggio in treno, Sherlock Holmes (Ronald Howard) e l’inseparabile dottor Watson (Howard Marion-Crawford) conoscono un vecchio amico di quest’ultimo, che approfitta subito per chiedere aiuto. Per una questione d’eredità si ritrova in casa un sarcofago con tanto di mummia, procurata dal professor von Gaulkens (Paul Bonifas), e come se non bastasse il lugubre soprammobile… ad una certa ora della sera questa mummia comincia a ridere!

In quelle condizioni… ma che c’hai da ridere?

Intrigato dalla questione, Holmes comincia ad indagare ma ovviamente in venti minuti non può dare il meglio di sé, quindi il “mistero” assume ben presto connotazioni più affini a Scooby-Doo che al personaggio nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle.

Elementare, Watson: il colpevole è il guardiano del faro!

Abbiamo in una stanza Holmes, Watson, un amico di quest’ultimo e un misterioso professore che parla con accento tetesco di Cermania: secondo voi chi è il colpevole del cadavere bendato e spacciato per mummia antica? (Espediente sdoganato nel 1919 dal dimenticato romanzo The Green Mummy di Fergus Hume, che ho riportato alla luce dopo cento anni di silenzio in Italia!)
Diciamo che non è uno degli Holmes migliori…
Un frammento di informazione mi permette di affermare che questa serie TV è stata trasmessa in Italia nel 1980: stabilire se questo episodio in particolare sia andato in onda è però impossibile.

Quindi è questo il destino della mummia? Un puro ornamento con cui arricchire la cultura pop, spesso comica? Tranquilli, è tempo che l’antico Egitto torni a spaventare…

L.

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Guida TV in chiaro 21-23 luglio 2017

Visto che da anni per ThrillerMagazineSherlockMagazine ogni venerdì presento il palinsesto televisivo del week-end all’insegna del giallo-thriller-action in chiaro, perché non cominciare a rigirarlo anche qui?

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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Beretta’s Island (1993) Un poliziotto sull’isola

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Questo è un giorno da ricordare. Segnatevelo sul calendario, tramandatelo ai nipotini, serbatene memoria imperitura: Arnold Schwarzenegger sbarca sulle pagine Zintage. Ebbene sì: qualora le vostre coronarie non siano state stroncate dall’emozione e se non vi siete precipitati a spulciarne la filmografia per trovare una spiegazione all’arcano annuncio… vi svelo l’italico barbatrucco.
Eh sì, in tutto ciò c’è lo zampino di un lungometraggio “tricolore” e di un compatriota, tale Franco Columbu, culturista amico di Arnold, che con la tipica, nostrana, arte di arrangiarsi fece la comparsa in alcuni celebri titoli di Arnold stesso [da Il gigante della strada (1976) a Conan il barbaro (1982), da Terminator (1984) a L’implacabile (1987)] per poi “coinvolgerlo” in un film da lui creato, prodotto, recitato e… visto. Dato che pochi altri intimi ne avranno sopportato la visione.

Franco e Arnold che “pompano”

Questo anomalo capolavoro del trash si intitola Un poliziotto sull’isola [Beretta’s Island, giunto in Italia esclusivamente in un’edizione VHS Sony Pictures l’8 novembre 2000] e l’inizio è un malaugurante/agghiacciante testo scritto inneggiante alla Sardegna, patria dell’attore col cognome “pregno di U”. Quindi l’isola del titolo è giustappunto la Sardegna? E in tutta la Sardegna c’è un unico, sfigatissimo, poliziotto? Cominciamo bene.
Si prosegue peggio: Columbu (che interpreta l’ex agente dell’Interpol Franco Armando) è felice perché, in seguito al pensionamento, potrà andare in moto e fare del buon vino; bella vita, Franco, bella vita. Subito dopo, scena clou: il protagonista è in palestra proprio con Schwarzenegger!

Arnold e Franco che “pompano”

I due danno vita ad una sessione di allenamento davvero patetica oltre che decisamente troppo lunga; per darvi contezza di ciò a cui ho assistito vi riporto alcuni incitamenti scambiati dalla coppia di boyfriend: «Pompa!», «Vai Franco, pensa a tutte le ragazze!»,  «È fantastico allenarsi con te!»,  «Odio il tuo vino perché lo spremi con i piedi e ogni volta che lo bevo sento la puzza!», «Così mi piaci!».
Mai avrei pensato di sorbirmi una combo talmente micidiale di minchiate: son soddisfazioni. E tu Arnold, come hai fatto ad accettare un così opinabile coinvolgimento? Parafrasando, diciamo che un pelo di “amicizia” tira più di un carro di buoi. Ecco.

Franco che fa cose inenarrabili…

Intanto convincono Columbu a tornare in servizio perché hanno scoperto un traffico di droga che parte dalla natia Sardegna. Prima che questi si rechi però sull’isola, dando così parzialissima giustificazione al titolo, assistiamo ad alcune scazzottate-sparatorie e notiamo che i pugni del protagonista sono lentissimi e non vanno mai a segno (in confronto il wrestling è drammatico quanto la Guerra del Vietnam), quando l’agente spara punta dove non c’è alcunché (forse gli hanno detto di mirare la camera sperando in un annullamento del film per autocombustione o simili), infine le membra del suo volto hanno la stessa mobilità recitativa del Gennargentu. Molto bene. Molto.

Arrivato ad Ollolai, suo paese d’origine, Columbu si trasforma in guida turistica e, tramite sequenze noiose “a manetta”, presenta all’avvenente collega al seguito tutte le bellezze del luogo: ahinoi, non è convincente neppure in questa veste e, se il lungometraggio avesse avuto più ampia diffusione, il crollo di turisti in loco sarebbe stato un’inevitabile conseguenza. In ogni caso spero che questa recensione non circoli troppo perché non vorrei avere ripercussioni con la Regione Sardegna per immagine lesa. Ci siamo intesi?

L’azione dovrebbe tornare protagonista quando i narcotrafficanti rapiscono un’amica dell’agente ma lo fa con tempi talmente lenti e sepolti da far rimpiangere la modalità Touring Club. Nel frattempo si susseguono barbose sessioni in palestra, consigli dietetici («Non mangiate la pizza perché fa ingrassare») e tentativi del nostro, infruttuosi, di far colpo sulla collega indossando costumi dai colori sgradevolissimi e pronunciando frasi tipo «Hai dei bei glutei» con tanto di mossa ad alzare il pantaloncino. Franco, ma c’è una cosa in cui sei capace? Comincio a dubitarne.

«Hai dei bei glutei» (cit.)

E mentre la droga fa vittime anche tra i giovani… il film fa vittime tra gli spettatori visto che assistiamo alla peggior sequenza di boxe della storia con nessun colpo portato a segno, lentezza da far invidia ad un gregge di pecore al pascolo, pugili che stramazzano come se li avesse malmenati un fantasma, Columbu che interviene per vendicare l’amico picchiato da un avversario dopato portando il livello del lottato rasoterra…o sotto.

Tuttavia, in questa opera, nessuno sa recitare quindi il protagonista è in ottima compagnia; o, perlomeno, l’unico che aveva la parvenza dell’attore, si è saggiamente dileguato dopo il cameo iniziale, vero Schwarzy? Una svolta, in questo porcaio, potrebbe esserci quando rapiscono (e due!) la collega di Franco, episodio che quest’ultimo commenta così: «E poi vogliono la parità! Lascino fare a noi!». Wow, lunga vita al maschilismo, amico mio, lunga vita. E lunga vita alla Sardegna: tale assunto assurge a livelli incommensurabili quando, durante la festa di San Bartolomeo, Columbu, agghindato con i tipici costumi locali, balla, sfila, partecipa alla Messa, addirittura sale sul palco per cantare, sudando, tra l’altro, come le cascate del Niagara forse perché unica parte del film in cui il nostro si è sentito coinvolto emotivamente. E ciò la dice lunga sul senso dell’operazione.

Che poi, al di là del trascurabilissimo finale, il vero senso della pellicola sta piuttosto in quella straordinaria partecipazione dei primi minuti (e in un ingiustificato topless sui titoli di coda), partecipazione che ci permette di fare la conseguente, roboante, dichiarazione: Schwarzenegger è uno dei nostri, è nato sotto il segno della Z. Tu chiamale, se vuoi, emoZioni.

Arnold e Franco nel 2016

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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47 metri (2017) di dimensione artistica

Tic, tic, tic, tic…
Immaginatevi la scena. Il britannico Johannes Roberts (classe 1976) ha un rampino in mano e, accucciato per terra, sta ticchettando su una bombola d’ossigeno.
Tic, tic, tic, tic…
Lo sta facendo al centro della sala riunioni della Dimension Films (ma ancora esiste?), casa che dal 1992 produce orgogliosamente filmacci da due soldi, specializzandosi in infiniti sequel di titoli vagamente famosi.

Tic, tic, tic, tic…
Qualcuno dei produttori chiede a Roberts se si senta bene, se voglia qualcosa da bere. Lui si toglie la spillatrice che tiene in bocca a mo’ di boccaglio e grida: «Sotto sotto 47 metri d’acqua, come faccio a bere?»
Tic, tic, tic, tic…
Dopo mezz’ora il nervosismo è tangibile ma finalmente Roberts riesce ad acchiappare la bombola col rampino, la afferra e si alza. Guarda i dirigenti della Dimension ed esclama soddisfatto: «Ecco la trama del mio film: mi date 5 milioni di dollari?»
Novanta minuti di applausi: tra le lacrime, i dirigenti accolgono il loro figliol prodigo. È nato un nuovo capolavoro: è nato 47 Meters Down.

Mi è sembrato di vedere uno squalo…

Come al solito, quando si parla di filmacci l’Italia è al primo posto: il film esce in anteprima nel nostro Paese il 25 maggio 2017 (fonte: ComingSoon.it), con il titolo 47 metri, e solo il 16 giugno successivo arriva negli Stati Uniti: beati loro…

Come si può vedere, il film è girato ad Ostia Beach!

E mica solo la Blumhouse sa fare film da 4 milioni di dollari che ne guadagnino dieci volte tanto: pure la Dimension Films ne è capace! No, dài, scherzo: non ne è minimamente capace…
Ispirato dal successo che sta ottenendo Jason Blum coi suoi film piccoli dagli incassi grandi, Johannes Roberts fraintende il segreto della Blumhouse e crede che si tratti solo di risparmiare: in realtà servirebbe una trama, ma questo particolare è sfuggito. Il regista britannico non ha tempo da perdere a scrivere dialoghi e intreccio narrativo: prende Paradise Beach. Dentro l’incubo (The Shallows, 2016) e lo ricopia identico, aggiungendo una protagonista-clone.

Le protagoniste sembrano due, ma in realtà è una e il suo clone

Nel film della Columbia una ragazza bionda va tipo in Messico (ma in realtà Australia) per distrarsi da problemi personali. Manda messaggini così il regista può leccare il deretano ai gggiovani – con l’odiosa tecnica di mostrare i whatsappi in sovrimpressione – poi fa quello che fanno tutti i turisti nei film: una cosa stupida in una terra straniera. Si ritrova in acqua con uno squalo che le gira attorno.
In 47 metri succede la stessa identica cosa, solo c’è pure la sorella della protagonista.

Ragazze, mi sa che avete sbagliato titolo sul ciak…

La Bionda (Claire Holt) e la Castana (Mandy Moore) vanno tipo in Messico (in realtà la Repubblica Dominicana) in una vacanza che serve a dimenticare un amore appena finito: e giù di whatsappi mostrati in video. Si sa che quando vai in un paese straniero, di cui ovviamente non parli una parola della lingua locale, fidarsi del primo stronzo che passa è un’ottima scelta: i film ci insegnano che finisce sempre bene…
Forti di questo assunto, le due ragazze dementi si vanno a buttare in acque piene di squali chiuse in una gabbia: oh, ditemi voi cosa mai può andare storto. Non ci crederete, ma la gabbia si stacca e va giù per 47 metri fino a posarsi sul fondale marino. Strano, di solito i messicani conosciuti per caso e che lavorano su una barca di fortuna sono sempre attenti alla quality and safety.

Davvero una gran bella idea per le vacanze

Ora sarebbe plausibile aspettarsi una situazione da “assedio in spazio chiuso”, alla Cujo o Il gioco di Gerald, per citare Stephen King, insomma qualcosa che se scritto bene ti fa applaudire al capolavoro. Ecco il problema, se scritto bene.
Perché Roberts si è impelagato in una trama che palesemente non sa gestire? Risulta subito evidente che non sa che cacchio far fare alle due protagoniste e che non sa minimamente sfruttare la situazione. Cosa fare? L’unica soluzione è… Tic, tic, tic, tic…

Buttate giù un mazzo di carte, che qui ci si annoia!

Dopo varie scene del tutto dimenticabili, il capitano Taylor (un inutile cameo di Matthew Modine) butta giù una bombola d’ossigeno perché chiaramente quelle che hanno indosso le due ragazze non basteranno a farle respirare a lungo. Come da copione la bombola cade a due passi dalla gabbia ma sempre troppo lontana per arrivarci con le mani, così comincia il centro del film, il suo cuore, la sua scena più lunga…
Tic, tic, tic, tic…
Che non sia facile acchiappare una bombola con un rampino ci credo, ma farci vedere tutta la sequenza mi sembra una scelta quantomeno discutibile. Anche perché è tutta una pagliacciata perché la demente protagonista si sgarri mezza mano con il rampino… da sola… così che il sangue attiri gli squali. Più che squali… qui parlerei di squallore…

Sento l’odore del sangue della solita turista demente

Stando alle foto di scena in questo film ci sono squali, ma a parte un paio di scene di pochi secondi non si vede gran che. Perché gli squali costano, sia a farli coi pupazzoni sia a farli al computer, e poi si sfora il budget. A parte un paio di scene ispirate – non dico quali per non spoilerare – dimenticatevi gli squali.

Squali e nuotatrici: un amore di lunga data…

Di sicuro va segnalato il guizzo finale, la trovata per il colpone di scena che si rifà ad un noto e storico racconto di un autore titanico, che ha fatto scuola in tutta la narrativa anglofona. Appena fatti i complimenti allo sceneggiatore per il colpo di scena, appena fatti i complimenti al regista (che poi è la stessa persona) per come ha creato l’intera sequenza, arriva la doccia fredda: il “vero” finale. Che ovviamente è deludentissimo.
Hai appena azzeccato un colpone di scena… e te lo bruci subito aggiungendo due minuti di film totalmente inutili? È da questi particolari che si giudica un giocatore…

Nel buio, alla ricerca del finale giusto

Anche se Roberts avesse azzeccato il finale, 47 metri rimane un pallido tentativo di sfruttare il “Blum Style”, con piccoli film che sembrino grandi: si è però dimenticato che dopo un mare di porcate inutili, Blum ha finalmente cominciato a curare le sceneggiature, ed è questo che l’ha fatto salire di livello.
Il film è molto ben curato e ben fatto, tecnicamente, ma la totale mancanza di idee e le solite due protagoniste inette che fanno cose stupide o sbagliano in modo ridicolo le cose giuste – per esempio tutte le ferite del film sono autoinflitte!!! – fanno afflosciare la storia già dopo un minuto dall’inizio. Perché è tutto dannatamente scontato, ad eccezione della titanica scena che è il cuore del film…
Tic, tic, tic, tic…
Tic, tic, tic, tic…
Tic, tic, tic, tic…

L.

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