Triple Threat (2019) Tre tigri contro tre tigri

Grazie a Cassidy e alla sua recensione scopro l’esistenza di questo film: sono finiti i tempi in cui seguivo assiduamente le attività degli attori marziali sperando in qualche loro nuovo film che me li facesse amare di nuovo. Troppe delusioni, troppa amarezza: se mi capitano sotto gli occhi bene, se no ciccia. Non ho perso niente.
Né in fondo c’è gran che da perdere con Triple Threat, co-produzione sino-thailandese che ha abbastanza soldi da poter ingaggiare star marziali ancora vive (o sedicenti tali), al contrario di Stallone che per i suoi Mercenari deve accontentarsi di salme in vari stati di conservazione.

C’è una quarta “minaccia”: il film stesso!

Una secchiata di case produttrici asiatiche ci assicura che questo film è 100% asiatico quindi già lo sappiamo: ci saranno occidentali alti che faranno facce cattive, diranno cose esagerate e moriranno da stupidi, mentre i protagonisti minuti e minuscoli saranno buoni di cuore e salveranno la situazione armati di sole, cuore e amore.
Non è certo la trama la forza di Triple Threat, anche se meno scontata del solito, bensì le formazioni messe in campo, davvero un esempio di melting pot e di integrazione razziale da battere le mani: sarebbe bello che anche i Paesi occidentali pensassero a qualcosa del genere.
Passiamo alla questione “Tre tigri contro tre tigri”.

Iniziamo dalle “tre tigri buone”.

Classe 1976, 1 metro e 72 di altezza, dalla Thailandia con furore ecco Panom Worawit, in arte Tony Jaa.

Tony, per favore, fai qualcosa per quei capelli…

A vederlo così sembra lo sfigato del quartiere che quando lo incontri al bar fai finta di non conoscere, ma nel 2003 è stato il fenomenale strumento con cui il maestro Panna Rittikrai ha cambiato il mondo intero, resuscitando il cinema marziale con le sole proprie mani e sdoganando il muay thai acrobatico.
Come ogni star marziale prima e dopo di lui, ad un certo punto ha smesso di fare cinema marziale ed è tornato a farlo solo quando ormai il fisico non glielo consentiva più. Un classico.

Grinta giusta, ma è il resto che non c’è più

Classe 1975, più o meno la stessa altezza, dal cuore della Repubblica Popolare Cinese arriva Tiger Chen.

Ma cos’è, andate tutto dallo stesso barbiere?

Dal peso di due mele o poco più, viene dal Wushu tradizionale ed è sbarcato tardi al cinema: il suolo più noto è quello in Man of Tai Chi (2013) di Keanu Reeves: diciamo che è l’esordiente della comitiva…
A lui toccano le tecniche acrobatiche, ma non aspettatevi chissà che.

Un calcio dalla potenza di due o tre grammi

Classe 1983, 1 metro e 68 di altezza – ma dài, è più basso di Tony Jaa! – da Jakarta arriva l’indonesiano più cazzuto del cinema marziale moderno: Uwais Qorny, nome d’arte Iko Uwais.

Imparate da Iko come si portano i capelli

Grezzo ma promettente in Merantau (2009), classico film di lancio, nel 2011 come Jaa rivoluziona per sempre il cinema marziale con quello che rimane il suo capolavoro inarrivabile: The Raid.
Come ogni geniale esecutore, tutto il resto non arriva al livello di quel film. Forse è in attesa di qualcuno che sappia sfruttarlo meglio.

Passiamo alle “tre tigri cattive”.

Classe 1976, 1 metro e 78 di altezza, nato nel cuore dell’Inghilterra, arriva il tormento e l’estasi del cinema marziale: Scott Adkins, che poteva regnare nell’inferno del cinema di genere ma ha preferito essere servo nel Paradiso del cinema mainstream. Col risultato di fare il servo all’inferno…

Big in Thailand

Dopo una più che dignitosa gavetta decennale, nel 2006 è creta nella mani di J.J. “Loco” Perry e in Undisputed II dona all’universo l’eroe cazzuto di cui aveva bisogno: Adkins non è più riuscito a raggiungere il suo Boyka.

Pronto? No, non lo faccio Boyka 5, piantatela!

Classe 1967, 1 metro e 85 di black dynamite, da Brooklyn, New York, arriva la montagna marziale che tutti vorremmo come amico: Michael Jai White.

Io con gli indonesiani mi ci lavo i denti

Dopo una dignitosa gavetta esplode nel mondo marziale con Universal Soldier. The Return (1999) ed è l’unica star marziale nella storia dell’universo ad essere migliorato col tempo!
Peccato che nel film sia solo una inutile comparsa, che sta seduto e dice cose a caso: grande occasione mancata.

Simbolo della parte di Michael: puro sfondo sfocato

Classe 1979, 1 metro e 85, arriva da Liverpool Michael Bisping che non ho idea di chi cacchio sia…

Oh… ma tu chi sei?

Per finire, le “tre tigri” buttate via, che è un crimine contro l’umanità…

Classe 1984, 1 metro e 62 di potenza esplosiva, da Bangkok arriva la tigre Yanin Vismitananda, meglio nota come JeeJa Yanin.

Bastano quegli occhi a metterti a tappeto

Proveniente sempre dalla scuderia di Panna Rittikrai, nel 2008 ha conquistato il mondo con Chocolate e ha fatto il bis con Raging Phoenix: purtroppo in seguito ha deciso di fare giusto comparsate e poco altro.
In questo film vale meno della tappezzeria: giusto un paio di inquadrature e poi via nel nulla…

Un personaggio nella nebbia: immenso spreco

Classe 1969, dal Belgio come quell’altro famoso belga ma di ben altra pasta, Dominic Horevoets si fa chiamare Dominiquie Vandenberg e dovrebbe essere molto più famoso, già solo per la sua storia personale…

Lo so, nessuno si ricorda più di me…

È scappato dalla Legione Straniera per andare ad interpretare un film sui combattimenti clandestini… Sembra la trama di Lionheart (1990) e invece è la vita vera di Dominiquie, il cui Pit Fighter (2005) è un gioiello del genere, con pure una comparsata di Adkins.

Classe 1974, 1 metro e 88 di pura agilità, dai Paesi Bassi arriva Ron Smoorenburg.

Oh, m’avete chiamato solo per pulire a fine festa?

Sant’Iddio, hai ingaggiato le gambe più veloci d’Europa, hai una star marziale che pur senza clamore ha combattuto contro tutti i più grandi attori di genere, e cosa fai? Lo chiami per sparare in due scene e lo fai fuori subito? Che spreco…

Dài, Tony, combattevamo meglio in The Protector (2005)

Con una storia che alterna vendette personali, tradimenti e complotti internazionali a fare da sfondo vago e un po’ sfocato, assistiamo ad una parata di scene d’azione sapientemente create da Jesse V. Johnson.
Lo stunt coordinator britannico mastica azione dagli anni Novanta e guarda caso uno dei suoi primissimi film è il citato Pit Fighter, tanto perché alla fin fine il cinema marziale è una grande famiglia. Di cinema marziale ne mastica dallo spumeggiante (ma rozzo) The Fifth Commandment (2008) e gli è capitato di dirigere vecchie star d’azione sia in The Butcher (2009) che in The Package (2013).
Con qualche soldo in più è passato a dirigere Adkins nel 2018 sia in Accident Man che in The Debt Collector: spumeggiante il primo, appannato il secondo, nessuno dei due memorabile. Sicuramente questo Triple Threat è stilisticamente migliore.

Tre tigri…

… contro tre tigri

Johnson ha una secchiata di attori d’azione da gestire e teoricamente dovrebbe dare spazio uguale a tutti, ma alla fine non è così. Le tre tigri buone hanno il loro giusto spazio e l’unico cattivo a combattere è Adkins: gli altri sono carta da parati.
Ma questo non sarebbe un problema, se Adkins non continuasse imperterrito a portarsi dietro Tim Man come coreografo…

Ti spacco il parabrezza con la capoccia!

In questo film c’è una “tigre solitaria”, appunto Tim Man. Classe 1979, Thailandese nato in Svezia (!) prima con Bangkok Adrenaline (2009) e poi con Kill ’em All (2012) ci ha fatto credere in un altro grande eroe dalla Thailandia. Invece sul set di Ninja 2 (2013) conosce Adkins e avviene la tragedia: diventa suo coreografo di combattimenti fisso, con il grave difetto di non essere un coreografo.

Oh, nessuno ci ha detto niente: facciamoci una passeggiata

Tim Man non ha una visione spettacolare di una scena di combattimento, ha poco ritmo e tende sempre al “pastrocchio”: fa tirare tante tecniche che alla fine si confondono e al massimo del climax fa tirare un calcetto che risulta fiacco. Ora, o segui lo stile di Hong Kong e tiri mille tecniche, ma fatte bene e con ritmo perfetto, o segui lo stile americano e tiri calci e pugni potenti che bucano i muri, o segui la tradizione thai di Panna Rittikrai e fai volare i lottatori in modo che lo spettatore si innamori.

Eh sì, bei ricordi, ma molto appannati

Tim Man fa tutte e tre gli stili insieme, fatti tutti e tre male. Già hai per le mani delle star marziali molto appannate, per non dire imbolsite, se poi crei combattimenti poco incisivi alla fine cosa rimane?

Scott ci ricorda che ancora gliel’ammolla…

Il problema di Triple Threat è appunto che alla fine non rimane niente. Non ci sono tecniche memorabili, non ci sono momenti chiave, non c’è il classico big fight finale né il going berserk del protagonista, ma solo cinquanta sfumature marziali molto vaghe.

Un doppio calcio volante buttato via a spreco

L’idea è buona ed è divertente trovare così tante culture ad interagire insieme – un thailandese, un cinese ed un indonesiano contro un britannico, un americano e un belga! – ma al di là di questo rimane ben poco: troppi personaggi da gestire, con tre giovani sceneggiatori non molto ispirati e quindi alla fine solo tanta caciara. Divertente e che merita una visione, ma non molto di più.

L.

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Ghostwriting 1. Non quel Dumas

Un artista non crea mai da solo.
In una sua lezione del 2009 su “Arte e fede”, il cardinale Ravasi dice che una buona opera d’arte testimonia «l’Oltre e l’altro». L’Oltre è ovviamente l’elemento divino che, per chi crede, è depositario dell’ispirazione ma esula dal mio discorso: ciò che qui interessa è l’“altro”, colui che trasporta questa ispirazione e la fa avere all’artista.
Questo “altro” dev’essere sì estraneo all’artista ma in una forma che egli sappia comprendere per lasciarsi ispirare, dev’essere straniero ma ospite: cioè le due accezioni del termine latino antico hostis – da quell’indoeuropeo gheis- da cui il proto-germanico gastix che a sua volta ha generato il gotico gasts, l’antico norreno gestr e l’antico alto germanico gast – che vuol dire tanto “ospite” quanto “ostile”, entrambe parole italiane provenienti dallo stesso termine latino.

Come fa questo “ospite” a veicolare il messaggio all’artista? Ovviamente attraverso l’ispirazione. «Intervento di uno spirito divino che, con azione soprannaturale, determina la volontà dell’uomo ad agire […] con la parola o con gli scritti», ci spiega il Vocabolario Treccani. Quindi ogni ispirazione è guidata da quello che spirito che curiosamente oggi in inglese è reso con gasp, una strana “p” finale che rovina una deliziosa contrapposizione che ancora nel 1872 i dizionari riportavano: “Gast = respiro, spirito” – “Ghost = anima, spirito”. Entrambi i termini derivanti dalla stessa radice indoeuropea gheis– di cui sopra. Tante parole per indicare quel “fantasma” che viene a dirci cosa scrivere…

Il “Newcastle Morning” del 15 marzo 1889 ci informa che un certo Robert Dennis ha fatto causa ad Henniker Heaton, un politico ed un intellettuale del suo tempo, per la somma di 500 sterline. L’accusatore dichiara che dal 1885 ha scritto tutti i discorsi pubblici di Heaton, i testi che egli firmava per il “National Review” e le sue lettere inviate al “Times”. Come definisce se stesso Robert Dennis? Con una semplice parola: “ghost”.
«Mr. Heaton’s “ghost”», scrive il giornale, mettendo tra virgolette un termine che proprio in quel periodo sta acquisendo il significato di “qualcuno che lavora segretamente per qualcun altro”.

Sul finire degli anni Venti del Novecento il “New York Times” usa il termine ghost writer con disinvoltura, anche se virgolettato, e con l’andar dei decenni questa espressione entra sempre più nel linguaggio comune. Quindi prima non c’erano “scrittori fantasma”? Ovviamente c’erano, ma per indicarli si usavano espressioni più… “colorite”.


I bianchi e i neri

Un giorno il generale Manstein decise di scrivere personalmente le proprie memorie: com’è spesso usanza, per far questo si rivolse a qualcuno che sapesse scrivere. Scelse niente meno che il grande filosofo e letterato parigino Voltaire, il quale però fu lento nella scrittura anche perché nel frattempo il Re di Prussia gli aveva commissionato la “correzione” di alcuni versi. Stanco di attendere, Manstein pressò lo scrittore, il quale non poté che rispondere pungente: «Il re mi ha inviato i suoi panni da sbiancare: i vostri dovranno attendere.»

Chi sbianca i panni altrui?

Questo aneddoto è raccolto in un saggio, L’esprit de tout le monde, che assomiglia più ad un rotocalco di gossip che ad una cronaca: pubblicato a Parigi nel 1859 da P.-J. Martin, raccoglie in ordine alfabetico aneddoti saporiti, voci di corridoio e in generale chiacchiere non documentate. Però testimonia il fatto che Voltaire fosse visto come un ghostwriter ante litteram: che lo sia stato davvero – ed è facile che sia così – ha poca importanza.
Nella sua risposta piccata il filosofo parigino usa un termine curioso: blanchir, “sbiancare”, “dipingere di bianco”. Dunque era questo il nome che si usava per chi scriveva segretamente per altri? No, è solo una deliziosa contrapposizione, perché si usava un termine ancora più… “colorito”.

Uno sbiancatore parecchio… “nero”!

Stando al Dictionnaire mytho-hermétique (1758) di Dom Pernety, all’epoca si usava il termine teinturier, “tintore”. «Dicesi, per similitudine» specifica il Petit trésor della lingua francese curato nel 1821 da Giuseppi Filippo Barberi, «di chi corregge e colora le altrui opere. Egli pare che quegli che corregge gli altrui scritti dia loro una certa sua tinta, un certo suo colore particolare, siccome il tintore dà del colore alle stoffe, e alle tele.»
Imbiancare e tinteggiare sono espressioni deliziose e giri di parole divertenti, ma dal Settecento chi scrive segretamente per altri ha un solo nome: nègre. Oggi è una parola che fa scalpore e scalda gli animi, ma va specificato che si parla di mansioni editoriali, non di questioni di razza.

Tipica espressione del nègre scrittore

Il termine è così utilizzato – anche in Italia, nella versione “negro” –  che con il procedere delle questioni razziali si cerca di nasconderlo sotto il tappeto, tanto che nel 1930 ci viene spiegato che al posto di le nègre va ora usato ghost writer, come troviamo scritto nel “The Modern Language Journal” n. 14 di quell’anno, e nel 1933 lo ribadisce il francese Pierre Daviault nel suo Questions de langage. Ma il termine comunque rimane troppo radicato per scomparire, infatti nella rivista newyorkese “Crisis” dell’aprile 1951 (pag. 233) viene spiegato che

«Nello slang francese, “ghost writer” si dice “le nègre”».

Voltaire dunque era un nègre? Al contrario, con la sua frase il filosofo sembra informarci che era bensì un più raffinato blanchisseur. Con questo titolo infatti il pettegolo Martin inizia, alla lettera V, il suo elenco di aneddoti sul celebre scrittore: “Voltaire blanchisseur”.
Il filosofo usò quell’espressione “biancheggiante” forse anche per distinguersi dallo scandalo editoriale che “annerì” il suo tempo.


Quel negro di Dumas

Pochi anni prima del libro di Martin un’altra contrapposizione di colori aveva infiammato Parigi: nel 1845 il giornalista letterario e scrittore Charles Jean-Baptiste Jacquot, noto con lo pseudonimo di Eugène de Mirecourt, dà alle stampe il più esplosivo dei suoi saggi: Fabrique de Romans: Maison Alexandre Dumas et Compagnie. Questo «sinistre libelle» (come da alcuni venne definito all’epoca) infiammò più di un animo, e Dumas in persona trascinò il Mirecourt in tribunale, in un processo che si concluse con la condanna a sei mesi di carcere per il povero giornalista.
Ma cosa diceva mai questo libretto di così offensivo da scatenare le ire del Grande Dumas? Malgrado la pena inflitta all’autore, il testo non diceva altro che la verità.

La nonna paterna di Alexandre Dumas (padre, specifico ora senza ripetere poi) era una schiava nera di Haiti: il letterato rivendicava il “sangue nero” che gli scorreva nelle vene e i tratti somatici da mulatto. Era un nègre… che aveva un nègre!
Su questo gioco si basava l’accusa accorata di Mirecourt: Alexandre Dumas non era quell’autore che tutti stimavano in Francia e nel mondo, bensì un semplice nome apposto sulle opere di altri. Quelli che venivano chiamati “segretari” di Dumas, altro non erano che i suoi nègres, quelli cioè che scrivevano i capolavori che la gente amava e che fruttavano bei soldi.

Alexandre Dumas

Il giornalista fece nomi e cognomi e stilò elenchi di chi avesse scritto in realtà cosa, dimostrando che Dumas non era chi tutti credevano fosse. «I nostri attacchi sono diretti solo all’uomo di lettere, al pirata che ci deruba», chiude con passione Mirecourt il suo saggio, non esitando a chiamare “immorale” Dumas e lanciando un previsione purtroppo sbagliata: «Nessun giudice avrà il coraggio di condannarmi se a gran voce lancio il monito “la letteratura perirà”!» Invece un giudice “coraggioso” lo si trovò, anche perché gli attacchi del giornalista erano più diretti alla vita privata di Dumas che a quella letteraria, al contrario di quanto lui stesso avesse affermato.

Cosa c’è di vero nelle accuse di Mirecourt? Tutto, ovviamente, perché nel mondo letterario a pensar male ci si coglie sempre. Ma con una distinzione imperativa: nessuno dei nègres di Dumas… era Dumas!
«Era un imbroglione, ma geniale» ci viene incontro Arturo Pérez-Reverte con il suo capolavoro Il club Dumas, atto d’amore sconfinato per il feuilleton e la letteratura popolare, «Dove altri si sarebbero limitati al plagio, lui costruì un mondo romanzesco che si regge in piedi ancora oggi… “L’uomo non ruba, conquista” ripeteva spesso… “Fa di ogni provincia che occupa un ampliamento del suo impero: vi impone le sue leggi, la popola di temi e di personaggi, allunga il suo spettro su di essa…” Che altro è la creazione letteraria?»

Auguste Maquet
il nègre di Dumas

Molto probabilmente i “collaboratori” di Dumas non si limitavano alla ricerca storica e alla stesura di prime bozze dei testi – come vuole il giudizio ufficiale – ma scrissero gran parte dei romanzi che portano ancora oggi la firma di Dumas. Senza però quella firma, di quei romanzi non rimarrebbe alcun ricordo: come non ne rimane di quei romanzi che i nègres scrissero prima e dopo la loro collaborazione con il celebre scrittore. Questi “collaboratori” erano semplici scrittori, non avevano quel qualcosa in più per diventare leggende.

Il più celebre dei nègres di Dumas fu Auguste Maquet. Questi insegnava al Lycée Charlemagne, dove aveva studiato insieme a Théophile Gautier e Gérard de Nerval, ma nel 1835 lascia tutto perché vuole diventare scrittore. «Chiederò alla letteratura quello che l’università mi rifiuta: gloria e profitti», ebbe a dire: con questi “ideali” in mente, fu una fortuna diventare “collaboratore” di Alexandre Dumas. La gloria non fu molta – sebbene oggi è ancora noto – ma di sicuro i profitti furono eccellenti: al momento della morte, Maquet era più ricco di Dumas… Può bastare come ricompensa?

Di sicuro il rapporto con un il gigante non fu facile, tanto che i rapporti finirono male: in seguito Maquet fece causa perché gli venisse riconosciuta la paternità di quasi venti romanzi firmati da Dumas, ma non vi riuscì. Come insegna Marecourt, chi attacca Dumas perde.


L’altro Dumas

Il rapporto tra il nègre Dumas e il nègre litteraire Maquet diviene un apprezzato testo teatrale nel 2003: Signé Dumas, di Cyril Gely ed Eric Rouquette. Nel 2010 Safy Nebbou e Gilles Taurand trasformano il testo nella sceneggiatura del film L’autre Dumas, diretto da Safy Nebbou e interpretato da Gérard Depardieu (Dumas) e Benoît Poelvoorde (Maquet).
Il film risulta ancora inedito in Italia.

La storia non ha praticamente nulla di letterario. Girato nella meravigliosa ambientazione dello château de Monte-Cristo – che Dumas si fece costruire nel 1846, per poi perderlo quasi immediatamente per via dei molti debiti – già è noto il fatto che Maquet sia il vero scrittore, sebbene Dumas possegga il “tocco magico”. La trama verte interamente sul fatto che uomini vecchi si rovinano per donne giovani e che ogni rivoluzione nasce dal desiderio di portarsi a letto le rivoluzionarie: tutto già risaputo, per un film alla fin fine noiosetto.
Ci sono però alcune licenze, nel film e nel testo teatrale: Maquet addirittura dice di avere depositato al sicuro le prove che dimostrerebbero come alcuni romanzi firmati da Dumas li abbia scritti lui. Ovviamente non fu così.
Ma questo rientra nel pieno stile dumasiano: la Storia vera filtrata attraverso la menzogna letteraria per dar vita ad altro… a qualcosa di bello.

Ci vorrebbe un nome figo per un moschettiere…

Che ne dici di D’Artagnan?

Chiedetelo a Gatien Courtilz de Sandras, che nel 1704 scrisse le vere memorie di un vero moschettiere, Charles de Batz-Castlemore, conte di Artagnan. La sua vita è molto simile a quella del suo omonimo letterario, ma questo oscuro guascone possiamo ancora ricordarlo dopo trecento anni solo perché finì negli ingranaggi della “fabbrica del romanzo” di Dumas: nessuno ricordava il vero moschettiere che si faceva chiamare d’Artagnan finché Auguste Maquet non si mise a reinventarne la vita, abbellita poi dal tocco di Dumas.
Nel rapporto che passa fra I tre moschettieri e Les mémoires de Mr. d’Artagnan c’è il segreto della… “scrittura fantasma”.

Uno scrittore che può prosperare grazie al suo “fantasma”

Alexandre Dumas è stato il primo e più noto autore ad aver subìto la rivolta del proprio ghostwriter, pur uscendone a testa alta: ad altri è andata decisamente peggio, come vedremo la prossima settimana.

L.

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Auguri di buona Pasqua in musica (2019)

Auguri di buona Pasqua a tutti, ricordandovi sempre le parole immortali di Eric Idle nel finale di Brian di Nazareth (Life of Brian, 1979): non sarà un modo canonico di ricordare la Crocifissione, ma sono sempre buoni consigli di vita!

Ecco la spettacolare versione dal vivo del 2010, con tanto di parole per cantare insieme:

Ed ecco il film originale:

L.

P.S.
Vi ricordo la mia recensione-ricordo di Jesus Christ Superstar.

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[Novelization] A 30 milioni di Km dalla Terra (1957)

Scopro con piacere una novelization che ignoravo (dovrò aggiornare il mio elenco), e non sono il solo visto che in copertina c’è scritto che viene prima il libro e poi il film: un’invenzione tutta italiana, visto che l’originale del 1957 di Henry Slesar riporta chiaramente che è il romanzo tratto dal film omonimo di Nathan Juran.

Prima edizione Ziff-Davis del 1957

Presento i primi due capitoli dell’edizione “Urania” n. 164 (7 novembre 1957) con la traduzione di Beata Della Frattina.


A 30 milioni di Km dalla Terra


I.
Avventura a Gerra

Il mare amava Gerra, il villaggio di pescatori tutto raccolto sulla riva che l’acqua accarezzava amorosamente con le sue lingue di schiuma. Talvolta giungeva perfino a lambire le case. In tutta la Sicilia non c’era nessuno che più dei pescatori di Gerra si vantasse di aver mai raccolto nelle sue reti tonni più grossi; e il motivo, a detta di Verrico, il più robusto pescatore del villaggio, era che: “… noi viviamo così vicino al mare che il pesce viene in casa a chiederci un bicchier di vino”.
Ma queste vanterie, erano riservate alle ore di riposo intorno alle rosse bottiglie di marsala e al suono della fisarmonica. Quando sul Mediterraneo cominciava a far giorno, Verrico e i suoi compagni iniziavano la loro dura fatica quotidiana nelle lunghe barche da pesca, armati di reti e fiocine; e i tonni rispondevano all’attacco lottando con tutto il loro vigore.
Quella era una giornata di sole come tante altre e Verrico tirava la rete grande, dando la voce al suo compagno. Mondello, più anziano e più tozzo di Verrico, si rifiutava di ammettere d’essere meno forte di lui, però sbuffava e faticava a tirar su la rete carica.
Nella barca c’era anche un terzo aiutante, ma non serviva molto.
«Pepe!» Mondello gridò rivolto al ragazzino intento a farsi rigirare una funicella fra le dita, con lo sguardo perduto lontano. «Vuoi proprio che il pesce se ne vada per i fatti suoi? E tira questa rete!»
Pepe aveva l’aria disgustata quanto solo un ragazzino di undici anni riesce ad averla. Si liberò la fronte dal ciuffo scuro, e ribatté: «Che reti! Funi grosse per prendere un pesciolino!». Sospirò. Il tono della sua voce risentiva di troppi anni di monotonia. «Nel Texas, invece, con una piccola corda prendono mucche grosse così!»
«Nel… cosa?» borbottò Mondello. «Cos’è questo Texas?»
«Come, Mondello, non sai cos’è il Texas? È un paese grandissimo, di là del mare, vicino all’America, dove ci sono i cow-boys…»
«Silenzio!»
L’ordine era venuto da Verrico che, mentre ascoltava, divertendosi, il battibecco fra i due compagni, aveva percepito un altro rumore, proveniente dalle profondità del mare.
«Cosa c’è?» domandò Mondello. Ma tacque subito anche lui.
I pescatori trascurarono di badare alla rete, per volgere gli occhi all’orizzonte dove mare e cielo si incontravano.
Era un rumore nuovo. Una specie di rombo che andava avvicinandosi sempre più. Quel boato non era prodotto dal mare, ed era sconosciuto al pacifico cielo di Gerra. Ricordava un poco i terribili giorni dello sbarco, durante la guerra, ma con qualcosa di indefinibilmente diverso. Qualche attimo, e diventò tanto forte da attirare l’attenzione di tutti i pescatori di Gerra, i quali si lasciarono sfuggire di mano le reti per volgere lo sguardo verso il punto da cui proveniva.
«Guardate!» gridò Pepe.
Nel cielo, le nuvolette bianche e fioccose si squarciarono, e ne sbucò un oggetto argenteo, così insolito che strappò un grido d’orrore ai pescatori. Dalla sua coda uscivano fiamme, e il suo muso aguzzo, puntato in direzione delle onde come un dito d’argento, si tuffò verso l’acqua quasi fosse ansioso d’incontrarla. Ma, d’improvviso, il muso si risollevò come ad evitare all’ultimo momento una collisione con la dura superficie del mare; tuttavia la forza che guidava quel movimento non riuscì a padroneggiarlo, e l’oggetto scivolò rimbalzando sull’acqua liscia come un sasso su uno stagno, cercò un’ultima volta di sollevarsi, e finì per sprofondare.
Nella barca di Verrico, i due uomini e il bambino guardarono nel silenzio pieno di tremore, mentre le loro mani si sollevavano inconsciamente ad accennare il segno della croce e le labbra mormoravano una affrettata preghiera perché Dio li guardasse da quel demonio ch’era precipitato dal placido cielo…
Adesso, nel punto in cui era caduto l’oggetto d’argento s’era sollevata un’enorme nube di vapore che impediva la vista. Lo sguardo inorridito dei pescatori continuava a star fisso su quel punto, e ci volle un minuto buono prima ch’essi si rendessero conto del nuovo pericolo che incombeva. Da sotto la nuvola sibilante stava partendo un’onda d’urto che espandendosi si dirigeva verso i fragili battelli dei pescatori.
«Attenti!» urlò Verrico, e il grido echeggiò di barca in barca. Le reti furono abbandonate e tutti gli uomini si precipitarono ai remi.
Verrico si gettò sulla barra mentre una muraglia d’acqua ribollente si ergeva alle loro spalle. Poco lontano, un altro pescatore virò il timone volgendo la prua al mare, ma troppo tardi, l’onda s’abbatté rabbiosa sollevando l’imbarcazione come un fuscello e scaraventando i pescatori nel mare in tumulto. La stessa ondata colpì anche la barca di Verrico, ma con minor violenza, limitandosi a tenerla un attimo in equilibrio sulla sua cresta per poi depositarla incolume. Verrico si voltò e vide che un’altra barca stava già correndo in soccorso dei naufraghi. Passata l’onda, il mare tornò calmo, e i pescatori poterono rivedere la spaventosa cosa venuta dal cielo.
Il vapore sibilante stava lentamente dissipandosi, ed essi scorsero la coda dell’oggetto uscire dritta dal mare.
«È un aeroplano» balbettò Verrico.
«Guarda» indicò Mondello, «ha un buco da una parte. Non riesce a stare a galla».
«Sì. Penso che dovremmo…»
Mondello non lo lasciò finire. Era forte e coraggioso quanto Verrico, nessuno in Sicilia doveva dubitarne. Ma adesso temeva che il suo compagno avesse in mente qualche idea troppo pazzesca e azzardata. Si chinò sui remi, dando la voce a Pepe, e si misero a vogare di lena dirigendo la barca verso riva, lontano dalla scena del disastro. Anche gli altri equipaggi della flottiglia fecero la stessa cosa. Non era vigliaccheria, la loro, ma solo buonsenso.
Ma Verrico, che continuava a guardare l’apparecchio non era soddisfatto.
«Fermiamoci!» ordinò.
L’uomo e il bambino sollevarono i remi.
«Torniamo indietro» disse Verrico, «là dentro ci deve essere qualcuno».
«Ma Verrico» protestò Mondello in tono implorante, senza tentare di nasconder la paura. «Non è un aeroplano come gli altri, quello. Non ne abbiamo visti di simili… non ci può essere nessuno a bordo!»
«Ah, ma senti, senti! Da come parli si direbbe che tu lo conosca bene quel coso» ribatté Verrico con tono sarcastico. «Guarda un po’, il vecchio Mondello! E dimmi, ci sei stato anche dentro, magari, eh? Che cosa siamo» aggiunse, gonfiando il petto, «gente di mare o bambini?»
Mondello non rispose.
«Torniamo indietro» ripeté Verrico.
Ripresero ancora una volta a remare; verso il largo, questa volta. Mondello pigiava forte sui remi, sforzandosi di distogliere lo sguardo atterrito dallo strano apparecchio precipitato in mare.
C’erano vicini, vicinissimi.
«Accosta» lo incoraggiò Pepe. «Accosta, Mondello».
«Taci, bamboccio!» ribatté rabbiosamente il pescatore. «Ci saremo accanto anche troppo presto».
Ormai erano davanti al foro che s’era aperto nella fiancata dell’apparecchio, e il mare intorno era cosparso di rottami del relitto. Perfino Verrico, la cui espressione non era mai mutata nel corso del lento accostamento, non pareva più tanto sicuro sul da farsi. Quando finalmente parlò, disse con voce roca: «Pepe… l’ancora».
Con gli occhi sbarrati, il ragazzino si chinò ad armeggiare attorno alla gomena poi, cautamente, uncinò l’ancora al bordo frastagliato dello squarcio, assicurando in tal modo la barca al relitto. Verrico scavalcò il parapetto afferrandosi saldamente alla parte superiore dell’apertura.
«Tu, Mondello» sussurrò Verrico, «vieni con me. Può darsi che abbia bisogno del tuo aiuto».
«Perché Verrico? Perché proprio io?»
«Non ti vanti di essere l’uomo più coraggioso della Sicilia?»
Mondello aveva un’aria quanto mai infelice, ma dopo un lungo sospiro si rassegnò a seguire Verrico oltre lo squarcio nel tenebroso interno dell’aereo.
*
Dentro, il pavimento era inclinato a causa della posizione in cui si trovava il relitto. Rullava anche, sotto di loro, mandandoli a urtare contro le pareti metalliche. C’era un nero di pece, là dentro, ma il riflesso del sole sul mare permetteva ai due uomini di vedere che si trovavano in un locale stretto, le cui pareti erano tutto un groviglio di tubi, fili, cavi, congegni elettronici misteriosi e terrificanti. Pareva che ogni angolo della stanza fosse stato utilizzato per immagazzinarvi apparecchi scientifici e brandine. Sulla parete di fondo, erano chiaramente visibili alcuni grossi cilindri di metallo infissi al muro con uncini.
Uno degli uncini era vuoto.
Verrico avanzava lentamente, seguito, ancor più lentamente, da Mondello.
Poi…
«Verrico!»
«Che c’è?»
Mondello indicò una mano che penzolava inerte dietro un intrico di apparecchi e congegni fracassati. Verrico si affrettò verso quel punto, e quando oltre alla mano vide anche la faccia e il corpo del morto, si immobilizzò di colpo imprecando a tutto spiano. Poi, sembrandogli che perfino in quell’atmosfera diabolica le bestemmie fossero sconvenienti, si fece il segno della croce e recitò una preghiera, imitato dal compagno.
L’apparecchio ebbe un improvviso sobbalzo.
«Verrico!»
«Tienti forte» bisbigliò il giovane con voce roca.
Lo scafo tornò immobile, o quasi, e il giovane si ritrasse cautamente dal morto per avvicinarsi a un portello circolare al cui centro era inserita una ruota. Girò la ruota e si udì un sibilo d’aria che usciva espandendosi nel locale, poi uno scatto e il portello si aprì.
«Vieni» disse Verrico. «Ce ne devono essere degli altri». Mondello lo seguì riluttante.
Nello scomparto successivo erano stipati parecchi serbatoi pieni di carburante dallo strano odore. A una catena penzolante dal soffitto stava appeso un rottame metallico che dondolava avanti e indietro. I due pescatori badarono a non venirne colpiti, e continuarono le loro ricerche.
Il locale seguente era l’ultimo della serie e il suo equipaggiamento scientifico era tale da superare di gran lunga per quantità e qualità quello del primo compartimento. Quadranti, comandi, congegni, strumenti, fili, tubazioni… Verrico si sentiva girare la testa solo a guardarli.
Ma le idee gli si schiarirono subito non appena vide, nella poltroncina davanti al quadro dei comandi, un uomo ripiegato su se stesso, col braccio squarciato da una ferita che sanguinava ancora.
Verrico si chinò su di lui, e rimase a guardarlo stupefatto, fin quando s’accorse che quei lineamenti orribili non erano veri, ma appartenevano alla maschera a ossigeno che l’uomo portava. La tolse, e posò l’orecchio vicino alla bocca dello sconosciuto.
«Vive ancora» mormorò.
Aiutato da Mondello trascinò il pilota svenuto verso il portello. Stavano già per uscire quando il giovane pescatore s’accorse che, legato ad una delle cuccette, e anch’egli protetto da una maschera, c’era un altro uomo.
«Porta fuori questo, svelto!» ordinò a Mondello, e tornò di corsa verso il secondo naufrago. Gli tolse la maschera, e il volto sottile aveva un’espressione così sofferente, atterrita, che gli strappò un gemito. Poi, sollevato il corpo leggero, uscì dalla cabina seguendo il compagno.
Aiutato da Verrico, Mondello sistemò sulla barca il pilota ferito, poi saltò a bordo a sua volta. Un attimo dopo, proprio mentre Verrico tornato sui suoi passi raggiungeva il secondo ferito, il relitto venne scosso da un nuovo violento sobbalzo che mandò il pescatore e il suo fardello umano a urtare con forza contro le pareti metalliche. Lo scafo squarciato cominciò a imbarcare acqua.
«Salta, Verrico» gridò Pepe spaventato. «L’aeroplano affonda! Salta!»
Ma Verrico non si diede per vinto. Ripreso l’equilibrio, trascinò il corpo privo di conoscenza sino a farlo uscire dallo squarcio, e lo affidò alle mani di Mondello.
«Salta!» urlò ancora Pepe, mentre l’apparecchio ricominciava a fremere come se fosse scosso da continui brividi. A un sussulto più forte l’ancora lasciò la presa, e Verrico capì che non avrebbe avuto scampo se non si fosse mosso subito. Saltò, ma i suoi piedi arrivarono soltanto a sfiorare il bordo del battello che si era spostato, e il giovane cadde in acqua. Riemerse e si mise a nuotare, mentre l’aereo continuava a vibrare con scricchiolii simili a gemiti.
I compagni lo issarono a bordo, proprio nel momento in cui l’apparecchio d’argento emetteva l’ultimo cigolante sospiro e scompariva sotto la superficie del mare.
In salvo, lontano dal vortice, i pescatori abbandonarono i remi e si volsero a guardare.
«Dovevano esserci più di due uomini a bordo» disse Pepe con voce rotta.
«È più che probabile» risposeVerrico. «Ma non abbiamo potuto raggiungerli. Riposino in pace…»
Si fece il segno della croce, mentre, in alto, un gabbiano mandava il suo acuto strido rompendo per un attimo il silenzio e la serenità dell’ampio azzurro mare di Sicilia.

II.
Il progetto

Il generale A.D. McIntosh aveva una certa familiarità con i contrattempi. Noie, beghe, “grane” per dirla con linguaggio soldatesco, avevano costellato sistematicamente la sua carriera come le pietre una strada da asfaltare, e lui aveva imparato ad affrontarle prendendole di petto e spesse volte, per mantenere valido il paragone, con l’assoluta mancanza di delicatezza di uno schiacciasassi.
La carriera di McIntosh aveva avuto inizio all’epoca in cui i velivoli erano giocattoli divertenti, adatti solo agli scherzetti bellici di coloro che avevano concepito il folle sogno di conquistare l’aria. Quando il mondo aveva fatto il processo a Billy Mitchell, lui si era seduto sul sedile dell’accusatore. Poi aveva imparato a fare anche lui quel sogno, ma ormai era troppo tardi. Infatti aveva prestato servizio in aviazione, durante la seconda guerra mondiale, ma era già troppo vecchio per partecipare attivamente alle operazioni. Era stato anche in Corea, tuttavia non aveva mai messo piede su un aviogetto se non per voli di trasporto. Poi fu chiamato a far parte delle Forze Aeree Globali e s’infiammò di nuovo alla sfida che veniva lanciata.
E adesso…
Stava alla finestra, nel Pentagono, con le mani dietro la schiena, la testa un poco reclinata sul collo taurino, il corpo appesantito, e il viso sconvolto da una emozione che egli non voleva mostrare agli altri.
Il dottor Judson Uhl era solito rispettare i silenzi del generale, perciò attese tranquillamente che quel momento passasse.
Era uno scienziato e non faceva parte delle forze armate, ma gli era abbastanza facile capire che anche una divisa da generale può nascondere un’anima turbata.
Il generale A. D. McIntosh erauno degli ultimi uomini-chiave a conoscenza del progetto noto come Progetto XY.
Questo progetto s’era iniziato come il sogno di uno scienziato, era stato concepito nelle grandi cupole bianche degli osservatori astronomici, aveva mosso i primi passi nei laboratori antisettici dell’industria e del governo, tracciato sulla carta da scienziati e tecnici civili. Un sogno di vasta portata, non c’era dubbio.
Il generale ne aveva sentito parlare per la prima volta il giorno in cui si era presentato da lui un messo inviato da Washington, con alcune lettere sigillate a firma del Presidente.
Vedendolo, il generale aveva aggrottato la fronte. Quell’uomo era infatti quanto di più antimilitare si potesse concepire: dinoccolato, calvo, con gli occhi acquosi, le mani nervose e i modi impacciati. Si chiamava Judson Uhl, e aveva il titolo di dottore.
«A dir il vero» aveva detto con un timido sorriso il dottor Uhl, «non so nemmeno io perché sia stato scelto come emissario in questa contingenza. Mi trovo molto più a mio agio in un laboratorio, generale McIntosh».
Il generale aveva dimostrato con indistinto borbottio di essere dello stesso parere.
«Be’, per venire al sodo, dottor Uhl, si potrebbe sapere di che cosa vi occupate?» domandò.
«Razzi» rispose l’altro in tono compiaciuto.
«Capisco. Bene, me ne intendo un poco anch’io di razzi, dottore».
«Non credo che possiate saper nulla su razzi di questo tipo, generale. Parlo infatti di apparecchi capaci di trasportare esseri umani. Razzi costruiti per un equipaggio di quindici o venti uomini, e per venir lanciati nello spazio e condurre a termine un viaggio della durata di parecchi mesi».
McIntosh lo fissava stupefatto.
«Non è la prima volta che sento parlare di queste fantasie, dottore. Forse, fra cinquanta o cento anni… Ma adesso…»
«E invece, generale» ribatté il dottor Uhl, «si tratta proprio di adesso».
«Devo credere che parlate sul serio?»
«Dovete crederlo, perché le cose stanno proprio a questo modo, generale. Se nessuno v’ha mai parlato di razzi forniti di equipaggio e capaci di esplorare lo spazio, vuol dire soltanto che nessuno era in grado di parlarvene, fino a questo momento. La verità è che un simile apparecchio può essere costruito adesso, entro un anno».
«È questo il progetto che è stato proposto?»
«Questo è il progetto che è stato accettato, generale».
McIntosh fremeva, ma si contenne.
«Un viaggio sulla Luna, dottore? O un altro satellite artificiale?»chiese.
«Né l’uno né l’altro. A causa di certi avvenimenti recenti abbiamo dovuto abbandonare la politica della cautela, generale. Oggi, non abbiamo soltanto i mezzi per poter effettuare un viaggio interplanetario, ma ne abbiamo anche il motivo».
«Quale motivo?»
«Forse avrete sentito parlare delle recenti scoperte rivelate dall’Osservatorio di monte Palomar. I particolari sono ancora da vagliare, tuttavia posso dirvi che, all’esame spettroscopico è stata rivelata sul pianeta Venere la presenza di un gruppo di minerali pregiati… minerali di capitale importanza per poter ottenere il pieno rendimento dell’energia atomica».
Il generale si schiarì la voce. «E il mezzo di cui avete parlato? Credete sul serio che sia possibile lanciare un razzo su Venere? Credete che esista già la possibilità di superare lo stadio di un satellite orbitale, o perfino quello di una spedizione esplorativa sulla Luna?»
«Si, generale» rispose calmo il dottor Uhl. «In questi ultimi diciotto mesi ho avuto l’onore di essere a capo della commissione scientifica cui è stato imposto il nome di Progetto XY. Ora la nostra commissione ha già tutte le cianografie della prima astronave, generale. Almeno credo che sia la prima».
Il generale gli lanciò una rapida occhiata. «Russia?» domandò.
«Abbiamo dei dubbi».
«E qual è il posto delle Forze Aeree Globali nel vostro progetto, dottore?»
«Potete immaginarlo da voi, generale. L’USAF si occuperà di tutti i particolari della spedizione: preparativi per il volo, equipaggio, lancio, e così via. È stato il Presidente a caldeggiare la vostra candidatura a esecutore di questa parte del progetto».
*
Il generale si alzò in piedi, e per qualche istante non aprì bocca. Quando parlò, la sua voce solitamente burbera aveva un tono pacato.
«Non so se voi potete immaginare che cosa significa questo per me» disse.
«Spero significhi che siete felice ed eccitato» rispose il dottor Uhl. «Proprio come me» aggiunse, armeggiando con le serrature della borsa. «Ma non abbiamo tempo per discutere della nostra felicità, generale. Dobbiamo metterci al lavoro».
*
Di lavoro ce n’era stato moltissimo, e mai le giornate del generale A. D. McIntosh erano passate così veloci e piene di soddisfazioni. Anche se la costruzione dell’enorme apparecchio era affidata a una folta schiera di scienziati e di tecnici, e il suo consiglio veniva richiesto raramente, c’erano mille altri particolari relativi alla spedizione che richiedevano il suo interessamento.
Una delle cose più snervanti fuche passarono ben sette mesi dalla fine della costruzione, prima che ilProgetto XY-21 fosse messo in atto.
La più chiusa cortina di protezione che mai fosse stata eretta nella storia degli Stati Uniti, era stata tesa attorno al Progetto, ma talune commissioni governative erano a giorno sia della costruzione dell’astronave sia della sua destinazione. Una di queste commissioni constava di un potentissimo comitato di Congressisti creato originariamente per controllare la destinazione degli aiuti all’estero. Per il generale McIntosh rimaneva un mistero come questa commissione estendesse la sua attività al Progetto XY, ma il generale non aveva mai avuto una mentalità da politicante. Comunque, l’effetto di quell’autorità, e dell’antagonismo dei senatori che facevano parte del comitato, divenne un affare serio.
Il generale incontrò il senatore Banyon a un cocktail party una settimana prima dell’apertura ufficiale del Congresso. Il senatore gli rivolse un amabile sorriso e s’appartò con lui.
Banyon era un bell’uomo con capelli argentei e lunghe basette. Se il generale fosse stato più accorto e più esperto sui sistemi seguiti dagli uomini animati da ambizioni politiche, avrebbe subito capito a che genere apparteneva il senatore.
«È una cosa davvero eccitante, generale» aveva detto Banyon con voce melata. «Vi invidio il vostro piccolo progetto».
«Piccolo progetto?» aveva ribattuto seccato McIntosh. «Non mi pare la definizione esatta. Io direi piuttosto che è il progetto più importante di tutta la storia dell’umanità».
«Ah, certo. Dovevo aspettarmelo. Tutti voi fanatici dello spazio dite la stessa cosa, vero? “L’evento più importante nella storia dell’umanità…” Questo giustifica molte cose, vero, generale?» e il senatore sfoderò un sorriso innocente.
«Non capisco cosa vogliate dire».
«Credo che lo comprendiate benissimo, invece. La sola idea di un viaggio spaziale è talmente grande, magnifica, coraggiosa ‒ pare inconcepibile a chiunque, figuriamoci a insignificante congressista ‒ che a criticarla si sembra, diciamo, reazionari».
Il generale sospirò. «Ne parleremo al Congresso, senatore. Sono venuto qui per divertirmi, io».
«Certo, certo. Ma credevo, generale, che se ci fossimo conosciuti un po’ meglio, noi due, le cose sarebbero state facilitate non poco. Non svelo un segreto esponendovi quale sarà il succo della nostra interpellanza, la settimana ventura. In primo luogo, il denaro. Ho sentito che il Progetto ha già superato il costo di centocinquanta milioni di dollari. Direi che si tratta d’un bel mucchietto di denaro dei contribuenti, generale, non potete negarlo».
«Il problema dei finanziamenti non è di mia pertinenza, senatore».
«Oh, lo so bene. Mia sì, però. Quei preziosi minerali di cui parlate che sarebbero su Venere… insomma, io mi chiedo se varranno questi centocinquanta milioni di dollari. E posto anche che ci siano, bisogna trovarli e trasportarli. E come saranno le condizioni atmosferiche su quel pianeta? Nessuno mi ha assicurato che permetteranno un atterraggio. Guardate un po’ che vespaio di problemi ho, generale!»e il generale rise, compiaciuto.
«Ci sono altri compensi» dichiarò il generale. «Intanto resta il valore strategico della spedizione. Poi c’è il valore militare».
«Oh, davvero?»
McIntosh era seccatissimo, ce lo aveva più con se stesso che col senatore. Si dominò, tuttavia, e disse: «Rimandiamo alla discussione della vostra interpellanza, senatore. Devo andarmene, adesso».
«Certo, generale» rispose Banyon posando una mano sulla spalla di McIntosh. «Come volete. Non c’è motivo di accapigliarsi, vero?»
*
La discussione segreta sul Progetto XY-21 fu la prova più sfibrante che il generale McIntosh dovette subire nel corso della sua carriera. La testimonianza resa dagli scienziati e dai tecnici fu chiara e fredda; la sua, che verteva sui benefici militari e tattici che si sarebbero ricavati dal viaggio su Venere, fu esauriente, ma dopo le quattro settimane di dibattito, cominciò ad apparir chiaro che il Progetto XY correva il pericolo di naufragare e che l’astronave non sarebbe mai partita.
Poi, proprio quando l’orizzonte pareva più fosco, giunsero voci di passi compiuti dalla Casa Bianca, e le discussioni ebbero termine.
Il senatore Banyon non parve addolorato della decisione. Era affabile come sempre, anche col generale, il quale a sua volta era abbastanza intelligente da capire che il senatore, politicamente, non aveva perso nulla.
Dopo di che si presentò un nuovo e non meno difficile problema: quello dell’equipaggio.
Furono reclutati circa ottocento fra i migliori uomini delle Forze Aeree nel tentativo di scegliere i diciassette destinati alla spedizione. Dopo tre mesi di prove ed esami continui, il progetto XY si trovò ad avere a disposizione solo sei uomini dotati delle qualità richieste per partecipare all’impresa: robustezza, prontezza di riflessi e resistenza, intelligenza e adattabilità, cultura ed educazione, buon carattere e quell’indefinibile qualità dello spirito necessaria per imprese del genere.
«A bordo dell’astronave ci devono essere uomini che si buttino a capofitto nell’avventura» dichiarò al generale il dottor Sharman, l’ufficiale medico capo della commissione addetta al reclutamento dell’equipaggio. «Devono credere in questo viaggio, con tutto il corpo, la mente e l’anima. Solo così si può esser certi del buon risultato».
«Anche l’anima, dottore?» ribatté il generale, stupito.
«Sì, generale. Gli scienziati che credono intensamente nell’anima sono molti di più di quanto il profano non immagini. È ad essi che si rivelano le meraviglie, e perciò hanno più motivi di credere. Qualcuno le dà altri nomi, ma resta sempre “fede”».
«Ma questo non risolve i nostri problemi» obiettò cupo il generale.«Non vedo come si possano trovare uomini forniti di queste doti, anche se dichiarassimo quello che…»
«No» interruppe Sharman. «Non possiamo correre il rischio di avere a bordo un solo uomo inferiore alle necessità, generale. La sua presenza potrebbe significare la fine per gli altri e per la spedizione. Secondo me bisognerebbe lasciare il campo anche al giudizio umano, negli esami e nelle prove. Proporrei di formare un comitato esecutivo composto da voi, dal dottor Uhl e da me. Credo che noi tre saremo capaci di trovare gli uomini adatti».
«Proveremo» disse il generale, prendendo un fascio di carte sulla scrivania. «Ecco, qui c’è un candidato che potremmo vagliare subito. Esame dell’intelligenza: ottimo. Educazione: ottimo. Rapporto psicologico: ottimo. Rapporto medico: soltanto buono. Si tratta di un uomo importante, che ricopre importanti mansioni. È botanico e zoologo, e medico rinomato. Le sue cognizioni ci potrebbero essere di grande utilità».
«E il rapporto medico?»
«Non ha dato esito favorevole nella prova dei giroscopi. È svenuto, prima che fosse raggiunto il numero richiesto di g. Ma ciò non significa che non sopravviverà alla spedizione. No» aggiunse sorridendo, «io credo, dottor Sharman, che voi sopravviverete benissimo».
Sharman arrossì.
«Grazie, generale. Farò di tutto per sopravvivere…»
*
Nel suo ufficio al Pentagono, il generale McIntosh si allontanò dalla finestra.
Senza guardare i due uomini presenti nella stanza, s’avvicinò all’enorme carta in rilievo che copriva una parete dell’ufficio scarsamente ammobiliato. La fissò con occhi torvi, poi puntò un dito in mezzo al Mediterraneo.
«Da quanto si è saputo, è precipitato da queste parti» disse con voce amara, e aggiunse: «Ventimila leghe sotto i mari».
«Non è detto, generale» azzardò con voce speranzosa il dottor Uhl. «È probabile che il maggiore Calder sia riuscito a riprendere i comandi».
«Grazie per il vostro ottimismo, dottore. Ma le cose come ho detto io».
Con l’indice, tracciò una linea dall’Islanda, giù, attraverso tutta la Francia.
«Abbiamo ricevuto una segnalazione radar a breve distanza dalla Islanda, da quota 300.000. Velocità di discesa…» si volse al suo aiutante, «quant’era, maggiore Stacey?»
«Millecinquantacinque metri al secondo, signore».
«Altra segnalazione da Stillmann a Marsiglia» continuò il generale. «Stessa velocità di discesa». Picchiò ancora l’indice sulla macchia azzurra del Mediterraneo. «Spiacente, dottore, ma i calcoli dicono che è proprio finito in bocca ai pesci».
Il dottor Uhl fissava cupo la carta, poi distolse lo sguardo, e disse calmo: «Quel che più mi brucia è che erano così vicini, così vicini! Ce l’avevano fatta, erano quasi a casa, e…»
Squillò il telefono, e il maggiore si affrettò a rispondere.
«Parla il maggiore Stacey».
Appena la voce metallica all’altro capo del filo cominciò a parlare, il suo viso s’illuminò. «Aspettate, vi passo il generale».
McIntosh gli strappò di mano il ricevitore.
«McIntosh… Sì?… Cosa?… È confermato?… Grazie…»
«Cosa c’è» domandò il dottor Uhl dominando a stento l’eccitazione.
«È affondato al largo della costa siciliana, dottore» rispose il generale. «A pochi chilometri da un villaggio di pescatori che si chiama Gerra. Alcuni pescatori l’hanno visto. Pare che si sia salvato qualcuno». Puntò il dito sulla mappa, e cercò affannato finché si fermò su un puntolino. «Ecco qui!» poi si volse di scatto. «Bene, maggiore, richiedete il cortese aiuto del Governo Italiano, quindi avvisate il Dipartimento di Stato. Dite che la Casa Bianca ci dà mano libera e che preghino l’ambasciata italiana di spianarci la strada».
Il dottor Uhl sorrise. «Sarà meglio avvertirli che abbiamo fretta, pregandoli che non ci mettano bastoni fra le ruote».
«Sissignore» rispose Stacey, ricambiando il sorriso.
«Ancora una cosa» riprese il generale. «Dite che io e il dottor Uhl dobbiamo partire, e subito, per la Sicilia!»

L.

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Chuck Norris 15. Code of Silence

Se il crimine avanza… Chuck Norris lo mette in frigo!

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

La rivista “Hollywood Reporter” ci informa che le riprese iniziano ad ottobre 1984 a Chicago: in realtà la vicenda originariamente doveva svolgersi in California, ma il regista ha voluto dirottare tutto nella sua città natale. Non è l’unica particolarità del film che è stata cambiata in corso d’opera: gli sceneggiatori Michael Butler e Dennis Shryack hanno scritto la storia per Clint Eastwood… e invece è arrivato Chuck Norris!
Nel saggio Aim for the Heart. The Films of Clint Eastwood (2009) Howard Hughes racconta che alcuni critici all’epoca si sono divertiti a sottolineare il fatto che Chuck stesse seguendo le orme di “Dirty Harry” (in Italia, “ispettore Callaghan”) chiamandolo “Dirty Chuckie”. Non mi sembra un complimento…

Per capire questo film, è necessario ricordare chi siano Butler e Shryack, cioè due sceneggiatori di origine televisiva che sono fermamente votati al fantastico: infatti il loro primo film è La macchina nera (1977). Le macchine assassine non vendono come i pullman assassini, così i due sceneggiatori fanno il botto vero azzeccando (probabilmente per caso) la storia della loro vita, che riescono a vendere a Clint Eastwood: L’uomo nel mirino (The Gauntlet, 1977), la faccia di cuoio di Clint e il titanico poster di Frank Frazetta sbancano il cinema e scrivono la storia del cinema a suon di pallottole.
Tornati subito al fantastico con Squilli di morte (1982), Eastwood capisce al volo che i due so’ matti e bisogna tagliare i ponti: giusto per fare loro un favore e in omaggio al filmone che gli hanno scritto, dai due sceneggiatori compra Il cavaliere pallido, che uscirà nel 1985. Butler e Shryack, gargarozzoni, gli propongono pure questo Code of Silence, ma poi sono dovuti scappare veloci perché Clint aveva già messo mano alla .44 Magnum.

Ispettore Barba d’Oro: il codice del silenzio è tuo!

In anticipo sulle previsioni, il film esce il 3 maggio 1985 in ben 1.800 sale – ci informa “Hollywood Reporter” – una cifra enorme per un film non legato alle grandi major, dovuta probabilmente all’ormai grande richiamo del nome di Chuck. “Box Office” del luglio 1985 ci informa che il primo weekend di programmazione ha alzato 5 milioni e mezzo di dollaroni sonanti, e in seguito farà faville sbancando (misteriosamente) i botteghini.

Cominciamo a fare silenzio…

Il 22 luglio 1985 gli spettatori del Festival di Taormina, nella sezione American Film Week, hanno l’onore di assistere in anteprima a Il codice del silenzio, prima che sette giorni dopo il film finisca sul tavolo della commissione di censura: ne uscirà il 1° agosto con il divieto ai minori di 14 anni, «a causa delle numerose scene di violenza che potrebbero turbare detti minori». Il 13 maggio 1991 questo divieto verrà tolto perché il film verrà pesantemente tagliato e le “scene di violenza” incriminate sforbiciate via: questo vuol dire che le edizioni home video dopo questa data sono censurate? E l’unica edizione DVD italiana è stata “ripristinata” o è quella censurata? Purtroppo non sono in grado di rispondere: nel caso, aggiornerò il post.
Intanto il 22 agosto successivo il film esce nelle sale italiane.

22 agosto 1985: il Silenzio sbarca in Italia!

Canale5 lo presenta venerdì 16 dicembre 1988 in prima serata, mentre la Columbia-TriStar lo presenta in VHS in data ignota, ristampata nella celebre collana economica “Winners”.
MGM e Fox Video lo portano in DVD dal luglio 2008 e in Blu-ray dal febbraio 2014.

Edizione VHS economica “Winners”

Molti all’epoca hanno voluto vedere nel detective Eddie Cusack (Norris) un “imitatore” di Callaghan o comunque una strizzata d’occhio al genere poliziesco per cui Eastwood all’epoca aveva raggiunto una certa fama. Sì, Clint e Chuck biologicamente appartengono alla stessa specie animale, anche se non sembra, ma ogni paragone finisce qui.
Rifacendosi ad ogni pezzente ed asfittico stereotipo del poliziesco anni Settanta, Cusack è un poliziotto che segue le sue regole e bla bla bla, come avevamo già visto per tutti i precedenti ruoli da poliziotto dell’attore.

Cusack è un poliziotto scomodo: e te credo, guarda come si siede!

Nella corrotta Chicago il nostro Cusack ripulisce le strade insieme al suo collega Dorato, che è un ruolo inutile ma giusto per far fare una comparsa al giovane Dennis Farina, che di lì a poco inizierà la sua celebre serie “Crime Story”.

Povero Dennis Farina, che ti hanno fatto?

Il detective Cusack non le manda a dire: le manda a menare! E quando i suoi stessi colleghi si uniscono per proteggere un detective poco pulito che ha ammazzato un ragazzo per sbaglio, lui non ci sta… e va a fare un cubo!

Chuck è il tipo che manda Rubick a fare un cubo!

Lanciato nel 1980, in quei primi anni il cubo di Rubick era una novità tale che lo si poteva trovare nei film: per esempio non poteva mancare in quel marchettone totale che è Poltergeist (1982).

Il gioco da tavola Clue (Cluedo) e il Cubo di Rubik in Poltergeist (1982)

Il film è finito, perché a parte Cusack che corre di qua e corre di là, rimasto solo dopo che i colleghi gli hanno voltato le spalle, non c’è altro. Scene immotivatamente lunghe, personaggi che entrano ed escono senza neanche salutare, un copione scritto su un tovagliolo e con lo stesso spessore. Certo che nel 1985 bastava proprio niente a sbancare i botteghini…

Coraggio, controllore: chiedimi il biglietto…

Chuck fa il duro ma non sta imitando Clint Eastwood: lui fa sempre il duro, è il suo personaggio, ed anzi è incredibile che questa totale nullità di film anticipi addirittura successi ben più noti: com’è che all’uscita di Nico (1988) nessuno ha notato che il film con Steven Seagal era una fotocopia di questo con Norris? Addirittura c’è Henry Silva in entrambi, a ricoprire lo stesso identico ruolo di torturatore.

Henry Silva sta bene con tutto, che sia Norris o che sia Seagal

Mentre però Seagal aveva l’ansia da prestazione, essendo il suo film di lancio, qui Chuck va giù liscio e non fa niente per tutto il film, limitandosi a fissare il vuoto come al suo solito. Finché arriva a tre quarti e deve entrare nel bar dei cattivi: vogliamo anticipare pure Giustizia a tutti i costi (1991)? No, no, qui è meglio: niente stecche da biliardo ma calci buoni!

Finalmente Chuck fa Chuck

La scena è breve ma intensa, e addirittura abbiamo una seconda anticipazione, davvero sorprendente: Chuck tira un calcio volante. Va be’, che c’è di nuovo? È stato lui stesso il primo occidentale a farlo in un film americano, mentre prima erano solo gli attori di Hong Kong a cimentarsi in questa tecnica: dov’è la novità? Che stavolta lo fa al rallentatore…

Chuck spacca!

Dal 1988 in poi il cinema con Van Damme renderà canonico il rallentatore nelle produzioni americane, ma nel 1985 nessun occidentale tirava calci volanti in scene di questo tipo: o meglio… nessun bianco! A marzo di quell’anno infatti era uscito il più grande capolavoro degli anni Ottanta, L’ultimo drago, erede della grande blackspoitation marziale anni Settanta, e lì un grande atleta come Taimak omaggiava tutte le tecniche di Bruce Lee, compresi i calci volanti al rallentatore. Però parliamo di un filmetto di genere, qui con Chuck parliamo di cinema mainstream, e va sottolineato come le arti marziali con riprese “ad effetto” si stiano facendo strada in prodotti pensati per il grande pubblico, non solo per gli appassionati.

Vai così, Chuck, che vai forte!

Non mancano comunque “frasi maschie” a condire una sceneggiatura totalmente asettica:

— Non è una minaccia: è una previsione.

— Se voglio la tua opinione, te la faccio sputare io.

Due belle pallottole da sparare, ma che non salvano un film totalmente vuoto.

La faccia che fa Chuck quando passa fra i critici cinematografici

Forse stavolta la Orion Pictures è riuscita a giocare bene le sue carte e a smuovere le acque giuste, perché il film a sorpresa ottiene buone critiche da quelli che di solito i film d’azione con Norris neanche vogliono sapere che esistano. Con malcelato entusiasmo il nostro Chuck nella sua biografia del 1988 ci racconta di elogi stampati sulle pagine della rivista “New York” e del quotidiano “New York Times”, ma soprattutto di una incredibile lettera inviatagli da Burt Reynolds, il quale gli racconta di aver proiettato il film in una serata fra amici:

«Tutti l’hanno amato. I migliori complimenti che posso farti è che sono estremamente geloso. Ricorda, però, che come attore sei bravo solo come l’ultimo tuo film, quindi stai molto attento con il prossimo titolo che scegli di fare. Amore e rispetto. Burt Reynolds»

Che sia vera o meno, questa lettera entra direttamente nella mitologia norrisiana…
Va ricordato come anche Burt si fosse buttato nel genere “poliziotti tosti” con Pelle di sbirro (1981), con risultati non certo promettenti, consolidando un periodo di insuccessi così cocenti da spingerlo… ad invidiare Chuck Norris!

Sei bravo, Chuck: lo dirò a Burt…

In chiusura, due curiosità.
“Variety” del 4 dicembre 1987 ci informa di un processo del 1985 in cui Vincent Pahl viene accusato di aver sparato alla moglie e al di lei amante. Per giustificare questo doppio tentato omicidio l’avvocato di Pahl ha un’idea brillante, e chiede le attenuanti perché la sera prima del gesto inconsulto il suo cliente… ha visto al cinema Code of Silence! Viene chiamato uno psichiatra al banco dei testimoni ed egli afferma che la violenza vista in quel film ha istigato l’uomo al gesto di violenza il giorno successivo…

Non sono violento: è che so recitare solo così

In un momento non meglio specificato, ma probabilmente nell’estate del 1985, Chuck si trova a New York per promuovere Code of Silence. Nella posta dell’albergo trova un messaggio: Whoopi Goldberg lo invita ad assistere al suo spettacolo teatrale. Avendo un pomeriggio libero, Chuck decide di accettare.
L’attore non conosce bene Whoopi – che è ancora una semplice comica e non un’attrice di cinema – ma scopre con piacere di adorare il suo one woman show, così al termine va a salutare la donna dietro le quinte, anche per ringraziarla dell’invito.

Appena lo vede, Whoopi esplode: «Chuck! My man! My main man!»
Chuck si guarda in giro, credendo sinceramente di essere stato confuso con qualcun altro: è la prima volta che vede dal vivo la donna, cos’è mai questo entusiasmo?
Whoopi sorride e dice queste parole, riportate nella biografia di Norris del 2006:

«Ti ricordi di quando a San Diego hai girato un film chiamato A Force of One? Al Coliseum hai girato una scena con un incontro marziale davanti a centinaia di comparse: be’, io ero una di loro! A quel tempo vivevo con i sussidi statali e cercavo di crescere un figlio.»

Se pensate che una 24enne Whoopi Goldberg che fa la comparsa in un film di Chuck Norris sia una cosa incredibile, quello che succede dopo questa conversazione batte tutto… Ma ve lo racconterò la settimana prossima.

L.

P.S.
La foto qui sotto ricorda l’esplosione dei cabinati e dei videogiochi nei primi anni Ottanta: c’è qualche esperto videoludico che sappia dirmi qualcosa dei giochi inquadrati?

E facciamola una marchettona videoludica…

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Guida TV in chiaro 19-22 aprile 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Operation Delta Force 5 (2000) U.S.A. Commando

Forse la Nu Image/Millennium Films sta tirando un po’ troppo la corda, o forse l’ispirazione sta finendo: fatto sta che l’appuntamento annuale con la saga “Operation Delta Force” si fa ogni volta più scarso e noioso, malgrado la “banda” dietro questi film sia sempre la stessa.
Il “padre fondatore” Avi Lerner alla produzione, Danny Lerner al soggetto – stavolta con sceneggiatura di Bernard Stone, che per fortuna non ha mai più lavorato nel cinema – e abbiamo il gradito ritorno di Yossi Wein alla regia. Malgrado questo dream team, Operation Delta Force 5: Random Fire è davvero inguardabile.

Un titolo particolarmente pigro

Uscito in patria in un non meglio specificato 2000, non ho trovato tracce di una alcuna distribuzione italiana: per fortuna mi viene in soccorso una nuova conoscenza, Alessio il collezionista, dal cuore Zintage sempre acceso, il quale mi informa che questo film è uscito in VHS CVC con l’incredibile titolo italiano di U.S.A. Commando.

Edizione CVC

Nello stesso anno la Millennium Films azzeccava U.S. Seals, rimettendo in campo volti noti – tutti attori già apparsi nella saga “Operation Delta Force” – con una trama semplice e buone scene d’azione. Qui, invece fa esattamente il contrario: un cast di anonimi totali per una trama farraginosa e quasi totalmente priva di scene d’azione.
Lo stato di abbandono in cui versa la saga fa pensare che ormai non goda più di grande interesse da parte della casa: il figliol prodigo Isaac Florentine ha appena diretto Dolph Lundgren ne Il ponte del dragone (1999) e si appresta a fare faville marziali con U.S. Seals II (2001), mentre ad ottobre di quel 2000 un nome storico come Joseph Zito dice la sua con Delta Force One: The Lost Patrol, con Gary Daniels insieme al figlio di Chuck Norris e il nipote di Robert Mitchum. Roba tosta! Ormai la saga di “Operation Delta Force” è morta, deve solo rendersene conto.

La faccia di chi è morto e non lo sa

In mancanza di una sceneggiatura, il film va per affari suoi senza che nessuno se ne preoccupi. Così lunghe, noiose e sbadigliose scene si alternano con l’ambasciatore americano che è vittima del più noioso attentato del Sud Africa – sì, siamo tornati in Sud Africa – mentre un gruppo di soldati spara a non si sa chi e finisce in un’imboscata organizzata da non si sa chi: oh, se magari ci spiegate qualcosa non ci dispiace, però non vorremmo disturbare.
Mentre gente a caso muore, una regia ben poco ispirata crea loro intorno del pathos del tutto ingiustificato: perché dovrei trovare toccante una scena in cui muore un tizio che non so chi sia né perché stia sparando? Per quel che ne so potrebbe essere lui il cattivo. Alla fine, essendo americani, tutti si sacrificano per gli altri, all’insegna del “muoio io”, “no muoio io”, “non ci provare, eh? Muoio io”, “oh, se provi a morire ti uccido, perché devo morire io”, “il primo che muore lo ammazzo: solo io devo morire!” e buffonate varie.
Alla prima pallottola che vola, ci si buttano sopra in cinque così da morire tutti. L’unico che si salva ovviamente è mal visto, quando torna a casa.

Oh, ragazzi: o si muore tutti o nessuno, eh?

Quella che inizia è una storia che proprio non ho capito. Ho visto il film prima in inglese, nella copia originale presa su Amazon Usato, poi in italiano attraverso un fortunato ritrovamento in Rete: oh, si capiva di più quella inglese!
Personaggi che non si sa chi siano dicono cose stupide e senza senso, facendo facce buffe anche perché è chiaro che non si tratta di attori ma di casi umani fatti recitare per compassione.

Se non è Actor Studio questo…

L’unica cosa che si è capita è che un cattivo cattivissimo sta prendendo soldati americani, fa loro il lavaggio del cervello e li manda a farsi esplodere in attentati dinamitardi. I nostri buoni devono andare a fermarlo. Non chiedetemi di più, perché al di là della mia comprensione… non c’è davvero altro in questo misero filmucolo.

Soldati, siete pronti alla noia totale?

Come si è visto, la Millennium Films sta facendo faville in questo 2000, quindi stona ancora di più questo ignobile Random Fire: se la saga di “Operation Delta Force” ormai non volevano più farla, perché non fermarsi al quarto e basta? Perché un umiliante ed inutile quinto episodio?

Si vede il marsupio?

Con questa domanda chiudiamo il ciclo di Delta Force, ma non temete: l’azione di serie Z non finirà mai!

L.

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Fletch (1989) Cronista d’assalto

Compie trent’anni, ma ne dimostra il doppio, la seconda avventura del giornalista comico meno comico del cinema.

L’uscita nei cinema di Fletch (1985), il cui progetto è nato nel 1974 per lanciare su schermo il personaggio nato dalla penna di Gregory McDonald, ha un curioso effetto: spinge il citato romanziere a smettere di scrivere di quel personaggio! Dopo nove avventure su carta, con la speranza di diventare una serie di film, la reinterpretazione di Chevy Chase del giornalista I.M. “Fletch” Fletcher sembra aver distrutto ogni linfa vitale in McDonald: la deriva “comica che non fa ridere” del protagonista non c’entra nulla con i romanzi, ed ora Fletch è a tutti gli effetti un personaggio della Universal Pictures che, parola di Chevy, «era convinta che il film funzionasse perché c’ero io con vari costumi: così nel seguito mi hanno messo addosso vari ridicoli costumi».

Nella sua biografia I’m Chevy Chase… and you’re not (2007), scritta da Rena Fruchter, ci viene raccontato che appena iniziano le riprese del secondo film un grande sciopero degli sceneggiatori funesta la produzione, tanto che il regista Michael Ritchie – lo stesso del primo – si mette lui sulla sedia dello sceneggiatore: mi sento di dire che l’infelice decisione si vede tutta, nel film completato, che vede proprio nell’assenza di una sceneggiatura uno dei tanti difetti. E non lo dico solo io.

«Il sequel è stato fatto perché il primo film era andato bene, ma non sono contento del risultato: credo che faccia schifo.»

Parola di Chevy Chase! In realtà le cose non sembrano stare proprio così.

Il 30 maggio 1985 la rivista “Hollywood Reporter” ci informa che Chevy Chase è già stato opzionato per un totale di tre film con protagonista Fletch: solamente il giorno dopo questa notizia il primo Fletch uscirà nei cinema americani, quindi la storia del “seguito fatto perché il primo è andato bene” non regge. Era già prevista una serie di film con il personaggio, interrotta perché il secondo titolo è così orribile che è assurdo pensare ad un terzo.

La rivista ci informa anche che la sceneggiatura per il secondo film è pronta e porta il titolo di Fletch and the Man Who, così scopriamo essere tratta dalla sesta avventura letteraria del personaggio, nel romanzo omonimo di McDonald del 1983. Inedito in Italia, perché l’altro effetto collaterale dell’uscita del primo film è bloccare per sempre la traduzione italiana dei romanzi di Fletch…

L’uscita del sequel è prevista per l’estate del 1986 e il “New York Times” del 5 luglio 1985 specifica che lo sceneggiatore è Andrew Bergman: entrambe le notizie evaporano via. Non è chiaro se il coinvolgimento di Bergman ci sia stato davvero ma poi il suo nome sia stato cancellato dai crediti per chissà quale motivo, forse il citato sciopero degli sceneggiatori.
Passa il tempo e “Variety” il 27 maggio 1987 racconta che la Cornelius Productions, la casa indipendente appena fondata da Chevy Chase, sta trattando con Leon Capetanos – di una certa notorietà per aver firmato La corsa più pazza del mondo (1976) e Su e giù per Beverly Hills (1986) – per scrivere la sceneggiatura di questo fantomatico seguito, riutilizzando un precedente copione di Walter Bernstein: né il nome della Cornelius né quello di Bernstein risulteranno poi dai crediti del film.

Intanto Chase si esercita a fare il buffone

La trama da “scandalo in politica”, con un aspirante governatore che si è lasciato dietro di sé qualche donna morta di troppo, viene abbandonata e il “Daily Variety” del 1° dicembre 1988 ci informa che ora si parla di un film su un televangelista corrotto dal titolo Fletch: Saved. Però ci viene anche detto che la Universal ha già abbastanza casini con l’uscita de L’ultima tentazione di Cristo (ottobre 1988) e quindi dal titolo dovrà sparire qualsiasi riferimento religioso.
Nell’estate del 1988, con due anni di ritardo su quanto preventivato, finalmente si inizia a girare in Lousiana, ma i casini non finiscono qui. “Daily Variety” il successivo 4 aprile 1989 racconta che Chase avrebbe così tanto odiato mascherarsi da donna da essere impegnato in un lungo braccio di ferro con la Universal per rimuovere la scena in questione: dice di essere troppo alto per sembrare una donna. Non se ne era accorto, girandola? Non poteva rifiutarsi al momento delle riprese? La Universal comunque non lo sta a sentire.

Io ho una dignità, sai? Non mi vesto da buffone…

Fletch Lives esce in patria americana il 17 marzo 1989 e l’anno dopo, 27 aprile 1990, è sul tavolo della commissione di censura italiana. Riceve il visto il 19 maggio successivo ed esce nelle nostre sale il 16 giugno 1990 con il titolo Fletch. Cronista d’assalto, pronto a rimanere giusto qualche mese in sala per poi apparire, nel marzo 1991, in VHS CIC Video.

Titolo beffardo, visto che il personaggio è “morto” subito dopo

L’unica edizione digitale nota è il DVD Universal del 2005 che ho trovato su bancarella a prezzo amico.

«Il più delle volte mi chiamo Irwin Fletcher, ma scrivo sotto lo pseudonimo di Jane Doe: ecco che razza di tipo sono.»

Questo incipit ci dice anche che razza di tipi siano i doppiatori. Secondo voi, il miglior doppiaggio del mondo poteva andarsi a risentire il primo film prima di tradurre il suo seguito diretto? Seeee, lallero. Tanto a chi frega?
Così l’Orazio Fletcher del primo film diventa Irwin come l’originale, e se Jane Doe nel 1985 magari si pensava che il pubblico italiano non l’avrebbe capito ed era diventato Camilla… invece nel 1990 sono tutti esperti di lingua.

Portato a segno uno scoop sulle attività criminali di una banda di ristoratori greci – tra cui spicca Richard Belzer, collega dei tempi del “Saturday Night Live” e che una volta ha addirittura fatto in trasmissione una parodia di Chase – Fletcher decide che è il momento di cambiare aria: appena scoperto di aver ereditato una villa in Louisiana, manda a quel paese il suo scorbutico capo (Richard Libertini) e parte per il profondo sud, sognando un musical di pessimo gusto.

Quante idee sbagliate riuscite a vedere in questa scena?

Scopre però che la sua villa è un rudere, custodito da una spalla comica tristissima interpretata dal comico meno comico di sempre: il Cleavon Little di Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974). Dispiace che nel 1992 il Gran Male se lo sia portato via senza essere riuscito a togliersi di dosso la fama di attore comico, del tutto ingiustificata.

L’entusiasmo di un attore malato in un film già triste di suo

Perché mai c’è qualcuno che vuole comprare a caro prezzo una tenuta che non vale nulla? Fletch comincia ad indagare a suo modo: mascherandosi e facendo il buffone, assicurandosi di non far ridere neanche per sbaglio.

Oh, se scappa un sorriso ditelo, che peggioriamo la scena

Indaga anche su un predicatore apparentemente senza scrupoli, che ha la faccia e la grinta di R. Lee Ermey: volto perfetto per salvarci l’anima.

Fate vedere la vostra faccia da guerra al Signore!

Poteva mancare il tipico gentiluomo del sud come Hal Holbrook? Non ci facciamo proprio mancare niente… Anzi, ora che ci penso serve un cattivo esagerato: va bene Randall “Tex” Cobb truccato e necrofilo?

Come rendere più letale una macchina di morte? Truccategli gli occhi…

Più che un film sembra una puntata del “Saturday Night Live”, dove si alternano scenette che non hanno alcun legame le une con le altre e servono solo a fare da sfondo all’ospite famoso. Per esempio viene messa in scena una riunione pasticciata del Ku Klux Klan gestita da un irresistibile Geoffrey Lewis: non ha alcun peso nella trama… se esistesse una trama.

Se tutti i Ku Klux Klan avessero Geoffrey Lewis a guidarli sarebbe un mondo migliore

Tra uno sketch e l’altro Chase dice e fa cose inutili, senza neanche provare a far ridere. È chiaro che è ostaggio della produzione e sta facendo un film in cui non crede minimamente. Però lui è pagato per farlo: a noi chi ci paga?

Ah, i prodotti tipici del grande sud…

All’epoca (febbraio 1992, come abbiamo visto) il canale a pagamento Tele+1 aveva comprato il film e lo spingeva come pochi, presentandone trailer a manetta che addirittura lo facevano sembrare un film vero: la delusione fu cocente, ma in famiglia eravamo in pratica obbligati a vedere tutti i film del palinsesto. Se io e mia madre ci fossimo lamentati o avessimo iniziato a saltare troppi titoli, mio padre ne avrebbe approfittato per tagliare quella spesa familiare onerosa. Non è stato piacevole essere “costretti” a vedere Chevy Chase…

Rivisto oggi, a quasi trent’anni dalla prima ed unica volta, mi chiedo come sia stato possibile che la Universal Pictures abbia davvero voluto puntare su questa roba. Il personaggio avrebbe avuto un minimo di senso se fosse stato interpretato da un qualsiasi attore con un minimo di spessore e se fosse stato trattato in modo “serio”, anche frizzante ma sempre a base noir come i romanzi originali: affidarlo ad un comico televisivo e farlo scrivere a chi non sa creare nulla di comico è stato il modo migliore di “uccidere” Fletch al cinema, dopo che era già morto nei romanzi.

Mi piace pensare che il contratto che prevedeva tre film con il personaggio sia misteriosamente scomparso, senza che nessuno ne abbia più chiesto notizie…

L.

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Videogiochi con Chuck Norris (guest post)

Quando Moreno Pavanello di Storie da birreria mi ha chiesto se fossi interessato ad un guest post sui videogiochi con protagonista Chuck Norris, secondo voi… cosa ho risposto?
Ringrazio di cuore il Moro per il suo intervento.


Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!

Torna la fantameravigliosa rubrica “tutti i videogiochi di…”, anche questa volta in edizione speciale abbinata al ciclo di articoli su vita, morte e calci volanti di Chuck Norris del Zinefilo!
Ebbene sì, la barba più forte del mondo è uno dei pochi personaggi del cinema ad avere videogiochi dedicati non ai personaggi dei suoi film, ma a lui stesso! Ma lui è Chuck Norris, accidenti!

Nel 1983 esce il primo videogioco dedicato a Chuck. Il gioco in questione è Chuck Norris Superkicks, più tardi noto come Kung Fu Superkicks quando venne a scadere la licenza per il nome del nostro. Uscì per Commodore 64, VIC-20, Atari 2600 e Colecovision. Qui dobbiamo raggiungere un antico monastero per liberare un tizio che viene tenuto in ostaggio.
Bisogna raggiungere il monastero nel limite di tempo, avanzando su un percorso. Se si cammina sull’erba si rallenta, se si cammina nel sentiero si viene attaccati. Alcuni sentieri sono dei vicoli ciechi. Di seguito un video di gameplay:

Nel 1989 compare Missing in action, per Atari 7800, dedicato al film omonimo con protagonista il nostro barbuto preferito, ma lo sviluppo si blocca a poco dalla fine. Si trattava di un picchiaduro a scorrimento laterale, che per le capacità dell’Atari 7800 sarebbe stato probabilmente un gioiellino, ma che è stato cassato alla fine per problemi di tipo commerciale, poco chiari.
Questo sembra essere l’unico video che ne parla:

Per un bel po’ più nulla, nessuno dei film del nostro sembra meritare un tie-in videoludico. Nel 2005 però cominciano a girare i “facts” su Chuck Norris, battute su quanto sia potente e invincibile il nostro barbuto.
Dovete sapere che io adoro i facts su Chuck Norris. Mi fanno ridere come un cretino ogni volta.
Lui ha dichiarato che la sua preferita è “Avrebbero voluto scolpire il volto di Chuck Norris nel monte Rushmore, ma il granito non era abbastanza duro per la sua barba”.
La mia è “Chuck Norris può dividere per zero”. Non chiedetemi perché, mi fa talmente ridere che ogni tanto ci ripenso quando sono giù di morale per tirarmi su. È un po’ come farsi il solletico da soli.
Questo è il sito più o meno ufficiale dei Chuck Norris Facts in italiano, fatevi due risate.
Da quel momento la fama di Chuck Norris come eroe invincibile dalle capacità smisurate porta alla nascita di ulteriori parodie, molte delle quali legate ai videogiochi.

Nel 2008 esce Chuck Norris: Bring on the Pain! per telefoni cellulari (iPhone, Blackberry e telefoni che supportano Java). Si tratta di un picchiaduro a scorrimento adeguatamente esagerato e idiota al punto giusto.

Chuck Norris in Videogame, giochino scemo che permette a Chuck Norris di sfondare una manciata di vecchi videogiochi, giocabile online qui. Dura tipo due minuti. Non so la data di uscita, credo tra il 2009 e il 2010.

Credo nel 2011, un’agenzia di moda pubblica un giochino in flash dedicato a Chuck Norris, creato tagliando e incollando carta e cartone. Lo trovate qui, e qui un video:

Credo più o meno nel 2012 il filmmaker DaneBoe pubblica una serie di video su YouTube dove ci mostra come si comporterebbe Chuck Norris in un qualsiasi videogioco. Non sono veri videogiochi, ma sono simpatici:



Sempre nel 2012, in quest’altro video di Kintaro Joe, Chuck Norris sfida tutta la marmaglia di Street Fighter II:

Questo video è stato pubblicato nel 2014, ma non so quando sia stato creato il personaggio. Modificando lo sprite di Jonathan Joestar da un beat’em up dedicato a Le bizzarre avventure di Jojo, è stato creato il personaggio di Chuck Norris da utilizzare nel motore per giochi di botte uno contro uno chiamato .M.U.G.E.N.. È un po’ sbilanciato. Ma solo un po’, eh.

Nel 2015 esce Chuck vs Zombies per Android, picchiaduro a scorrimento, una schifezza ingiocabile:

Nel 2017 esce Nonstop Chuck Norris per Android e IOS, scaricabile gratuitamente. È un gioco di botte piuttosto stupido nel quale Chuck va avanti da solo, noi dobbiamo solo premere i tasti per fare le mosse speciali.

Una curiosità che ho scoperto giocando a quest’ultimo videogame: tra i bonus che si possono raccogliere c’è una bottiglietta d’acqua targata “C-Force”, che dona a Chuck un potenziamento momentaneo. Beh, la C-Force esiste davvero: vi invito a fare un giro sul sito internet dedicato, che come vedrete è costruito tutto intorno ai “facts”, con slogan come “una forza della natura”, “puro, potente, perfetto”, e soprattutto “Chuck Norris ha saputo che avevate sete, allora ha dato un pugno al suolo facendo piangere la Terra”. L’acqua infatti sgorga nel terreno del suo ranch in Navasota, Texas.
Nel gioco ogni tanto vi viene proposto di guardare dei video pubblicitari in cambio di potenziamenti; tra i video proposti vi potrebbe capitare questo:

E così si conclude, almeno per ora, l’avventura del mitico baffone americano nel mondo dei videogiochi. Esiste tutta una serie di videogiochi con protagonisti personaggi reali, ma quasi tutti dedicati a personaggi sportivi o storici, alcuni a dei cantanti (avevo il picchiaduro dei Wu-Tang per Playstation) e qualche altro personaggio sporadico (me ne viene in mente uno per Isaac Asimov). Per quanto riguarda gli attori, gli unici che mi risultano (ma non pretendo di conoscerli tutti) sono Jackie Chan e Bruce Lee (comunque tutti star delle arti marziali). Loro però ne hanno qualcuno in più, e non va bene! Vai Chuck, insisti, sei a un passo dal primato!

Ciao a tutti, e grazie a Lucius per lo spazio!

Il Moro


P.S.
Ringrazio ancora il Moro per il suo guest post e certo a questo punto, dopo averci accennato ai giochi con protagonisti Bruce Lee e Jackie Chan… potrebbe pure tornare a raccontarceli!

L.

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Addio, Bibi (2019)

Bibi Andersson (1935-2019) in Persona (1966) di Ingmar Bergman

Oggi ho scoperto che da ieri non ci sei più, Bibi Andersoon, e quindi rimpiango tutti i tuoi film che ancora non ho visto. Ma sono a colori, e il tuo volto è nato per risplendere nel bianco e nero.

Venticinque anni fa ti ho conosciuto in un momento molto difficile della mia vita, e i tuoi ruoli nei film di Bergman mi sono stati più vicini di qualsiasi altra persona. Hai martoriato la tua anima sullo schermo a mio beneficio, ti sei dissanguata per darmi forza: quando Liv Ullmann ti “vampirizzava” in Persona (1966) lo faceva al posto mio.

Bibi e Liv, per sempre immortali

I tuoi ruoli in bianco e nero li porto tutti incisi nel cuore, e i tuoi occhi dolci che sapevano essere crudeli li sentirò sempre addosso: mi guardavi, attraverso lo schermo, e sapevo di non essere solo.

L.

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