Back in Action (1993) Una spietata coppia di vendicatori

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Questione: esiste la Z buona? Quella che, pur assestandosi nelle zone recondite dell’alfabeto, è in grado di soddisfarti senza alcun rischio di sincope e senza che tu debba allacciare i neuroni per scongiurare il rischio di perderli?
Tesi: sì, esiste, seppur in rari esemplari da ricercare col lumicino e da custodire gelosamente per salvarli dall’ignominia riservata alla lettera “scarlatta”.
Antitesi: no, non esiste, perché il concetto stesso di Z esclude qualsivoglia emozione positiva che non sia condizionata da una discesa, fisica ed intellettuale, negli inferi cinematografici.

Sul banco degli imputati, per dirimere l’aggrovigliata faccenda, poniamo Una spietata coppia di vendicatori, rozzo film d’azione anni ’90 che fa decisamente al caso nostro. Diciamo che già il discutibile titolo italico (in originale Back in Action) e una sua variante ancora più ridicola ed acchiappacitrulli (Un Sotto i colpi dell’Aquila II che non ha nulla a che vedere col capostipite), farebbero propendere per l’antitesi. Tuttavia, dedichiamoci alla visione prima di saltare a conclusioni forse affrettate.

La pellicola inizia con una compravendita di droga in un cimitero: all’improvviso compare il faccino del poliziotto sotto copertura Frank Rossi, cioè Roddy Piper; subito dopo giunge Billy Blanks (che, per non sprecare troppa fantasia, interpreta… Billy) e il cast si configura come Z di origine controllata. Ma è un po’ tutto il contesto che si colora della lettera menzionata: il fustacchione d’ebano arriva in loco col taxi (!) e comincia a far sgranocchiare le teste dei nemici come noccioline, si segnalano i primi dialoghi opinabili («Faccio questo da prima che tu imparassi a masturbarti» «Mai imparato») e, quando la situazione precipita con inevitabile sparatoria, le donne presenti principiano a urlare come furetti in calore.

Entrambi i protagonisti hanno i loro bei problemi (un collega ucciso e una sorella che se la fa con uno dei criminali) ma i loro volti affranti sono fastidiosi quanto lo stridio delle unghie sulla lavagna. Per fortuna, e qui la tesi inizia a riprendere quota, il regista ha la brillante intuizione di farli parlare poco, recitare il meno possibile e combattere molto. In quello se la cavano egregiamente e il primo incontro-scontro Piper-Blanks è una piccola chicca per chi è cresciuto a pane, wrestling, action e rock and roll. Il secondo in particolare è impressionante: praticamente mena qualsiasi essere vivente con cui entra in contatto. In compenso le alte sfere che hanno partorito la pellicola non si sforzano troppo per dettagliare la trama: sempre Blanks, timoroso che il boss dei malviventi voglia fare del male alla congiunta, se ne va in giro nottetempo, rigorosamente in taxi, fermando la gente per strada e lasciandosi andare a frasi tipo «Sai dove posso trovare Kasajian? Vuole uccidere mia sorella», «Lo conosci Kasajian? Digli di non uccidere mia sorella». Alla faccia.

Vista la sua gestione dei rapporti interpersonali a parole capisco l’abuso di calci: se un giorno dovesse convolare a nozze, invece di un “Sì, lo voglio”, ecco una bella pedata in bocca alla sposa. Mi pare ovvio. Comunque, anche il wrestler scozzese ha le sue gatte da pelare con familiare giornalista talmente ficcanaso e sensibile che dopo un conflitto a fuoco, facendo la conta dei cadaveri, titola “Polizia 6, criminali 1”. Davvero fine. Intanto la coppia di protagonisti, nel mentre diventati amici, è sempre più fuori controllo con Roddy scatenato tra sparatorie e mosse da ring e Billy che oramai prende a calci persino le porte.

Che sia un lungometraggio dove si bada al sodo è sintetizzato anche dal fatto che, sovente, i personaggi sono smisuratamente sudati, come se se le suonassero, all’insegna del divertimento smargiasso, pure tra un ciak e l’altro: l’ipotesi non mi pare campata in aria. Ed è forse l’ipotesi che, ancor prima dell’ovvio finale rissaiolo, risolve il dilemma iniziale: a questo film si possono attribuire tutti i difetti del mondo ma i medesimi difetti, la coppia Piper-Blanks, li spazza via a suon di botte da orbi. Si divertono e ci si diverte, in fondo cosa volere da una pellicola di siffatta specie? Quindi, dopo attenta riflessione, la mia sentenza è la seguente: la Z buona esiste, alleluia, alleluia.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

– Altri post di Willy l’Orbo:

Annunci
Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , | 10 commenti

[Asylum] 2012: Ice Age (2011)

Che tristezza… Ve li ricordate i tempi in cui saltavate sulla sedia allo scoprire l’arrivo in videoteca o in TV di un nuovo filmaccio Asylum? Quando già pregustavate la parata di buffonate che avrebbero allietato la vostra serata? Bei tempi lontani…
Trasmesso dal famigerato canale Syfy il 28 giugno 2011, in piena mania da profezia Maya, 2012: Ice Age è ignoto a qualsiasi home video italiano e quindi può essere visto (ma anche no) solo in TV.
L’altrettanto famigerato Cielo l’ha trasmesso lo scorso 13 giugno 2018 all’interno del ciclo “L’inverno sta arrivando”, ma è facile che sia stato già trasmesso in precedenza.

Un titolo pigro e noioso, come il film

Nessuno dei consueti geniali cialtroni della Asylum è alla guida di questo film, creato da dei passanti per caso. Vista la mania Maya bisogna raccontare di un disastro climatico e quindi ci si affida graniticamente ad ogni regola nota del “Meteo Apocalypse“.
Si buttano a casaccio dei termini quasi-scentifici, e poi tutti in macchina per il resto del film, seguendo l’assunto che non c’è nulla di più universale del particolare.

Ormai gli attori manco li fanno scendere dall’auto

Finita la serie TV “JAG” l’attore Patrick Labyorteaux è scomparso dai miei radar, invece scopro che ha ancora un’attiva vita televisiva. Purtroppo però alterna serie famose con filmetti minchioni come questo.
Dovrebbe fare l’eroe che guida la famiglia in una situazione di pericolo ma è abbastanza avvertibile una nota satirica in questo, del tipo “l’eroe che non sembra un eroe”, ma tanto non è richiesto molto al suo ruolo: deve solo guidare e sputare supercazzole scientifiche.

Effettoni delle grandi occasioni

Quando scoppia un vulcano in Groenlandia il professor Bill Hart (Patrick Labyorteaux) si ricorda che sua figlia Julia (Katie Wilson) è appena partita per il college a New York, città che sarà colpita da una nuova glaciazione. Mentre tutti si dirigono in Messico – in un contro-esodo che farebbe impallidire Trump! – la famiglia Hart corre alla Aslym-mobile e parte alla volta di New York, nell’occhio del ciclone.
Comincia dunque la rassegna dei tipici problemi che capitano quando il mondo sta per finire: per esempio il serbatoio vuoto…

Tipica scena di panico alla Asylum

Noioso oltre ogni immaginazione, vuoto e cialtronesco, è davvero uno dei peggiori Asylum che mi è capitato di vedere: all’epoca la casa dava il meglio con i mostroni, ed è incredibile notare che è lo stesso 2011 di quel capolavoro di Mega Python vs Gatoroid!

«Maledetti per l’eternità, tutti!» (cit.)

Scene minuscole per raccontare la fine della civiltà mentre la noia ci avvolge in un manto gelato: la vera èra glaciale è bruttezza di prodotti come questo.

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Meteo Apocalypse, The Asylum | Contrassegnato , , | 26 commenti

Midnight Man (1995) Rinnegato

Continua il viaggio negli “anni maschi” di un attore oggi noto esclusivamente per una dimenticabile serie TV.

All’epoca del divorzio da Kathleen Kinmont il nostro Lorenzo Lamas abbandona la PM Entertainment, a cui deve molto: perché d’un tratto molla per strada Joseph Merhi e Richard Pepin, cioè quelli che l’hanno lanciato nel cinema di cassetta? In fondo non avrebbe mai avuto la possibilità di fare la serie TV “Renegade” se i due autori non avessero contribuito a pompare il “mito marziale” del Lamas capellone. (In TV l’attore era più specializzato in ruoli da mollicone latino.)
A meno che i due non se la facessero con la ex moglie, non trovo motivi validi per passare alla MDP: ok, al primo film (Bad Blood, 1994) c’è la possibilità di lavorare con Tibor Takács che all’epoca è ancora uno bravo, ma già al secondo film ti ritrovi un montatore come John Weidner che si finge regista… Il risultato è Midnight Man, o Bad Blood.

Ma che c’entra l’uomo di mezzanotte? Boh…

Presentato in home video tedesco il 9 maggio 1995 e poi in quello americano il 17 ottobre successivo, è ignoto a qualsiasi tipo di home video italiano e non sono riuscito a trovare passaggi televisivi: eppure il titolo Rinnegato è riportato da IMDb (e quindi da altri siti in giro) che ovviamente manca di qualsiasi prova.
Mi viene in soccorso il mio stesso Archivio Segreto Marziale, in cui trovo immagini del film che ho catturato da un passaggio televisivo su Italia1: non so risalire a detto passaggio, ma le immagini sono state prese nel settembre 2000, in pratica io sono l’unica prova della sua uscita italiana!

Dall’Archivio Etrusco l’unica prova del passaggio su Italia1

Il soggetto del film è partorito dall’esordiente Moshe Diamant, lo stesso criminale che nel 2012 si macchierà dell’abominevole soggetto di Universal Soldier. Il giorno del giudizio. Per fortuna la sceneggiatura è scritta da J.B. Lawrence, che è un lavavetri precettato solo per questo film.
John Kang (Lamas) è un poliziotto la mattina, un insegnante di arti marziali il pomeriggio e focoso amante di notte: ma quando dorme? Semplice, quando recita in questo film.

Tie’, manco Lamas ci crede che fa di nuovo un poliziotto

In città si fa pressante il problema della Yakuza, un problema che consiste nel fatto che la celebre mafia giapponese è formata da attori cinesi! Chissà quanto saranno stati contenti in Giappone, a vedersi interpretare dagli odiati cinesi…
Comunque il boss Mao Mak (il notissimo caratterista James Shigeta) detiene il potere anche se il giovane ed ardimentoso Tango (il grande Steven Vincent Leigh) ha la testa troppo calda. Durante un colpo finito male, la polizia uccide chi non doveva e il boss si incacchia.

Fa giusto una comparsata, ma Leigh è sempre un mito dell’epoca

Dalla patria, la Yakuza manda in città il principe Samarki (il titanico James Lew) con il compito di vendicare il torto subìto.

Il principe della notte, sua maestà marziale James Lew

Questi si mette subito a lavoro per uccidere in modi stupidi e ridicoli i poliziotti coinvolti nella sparatoria. Un po’ una scopiazzata da Trancers. Ninja III (1984), insomma.

Proprio un guerriero del lazo…

Con una corda e un mantello, il principe Samarki comincia ad uccidere i poliziotti, fra cui fa una comparsata Brett Clark, attore caratterista in ruoli d’azione che di lì a poco ritroveremo nel decisamente migliore Shootfighter 2 (1996).

Brett Clark (a sinistra) è sempre pronto all’azione, soprattutto di serie Z

Tra una scazzottata in un bar e l’altra, Lamas riesce ad arrivare al boss e quindi allo scontro finale con il perfido principe, che potrà affrontare grazie agli insegnamenti del maestro cinese Buun Som… interpretato da Mako, che è giapponese! Ma allora ditelo che lo fate apposta! Non è ignoranza etnica, è proprio stronzaggine!

Il giapponese Mako fa il cinese contro i giapponesi interpretati da cinesi

Lo stuntman John Salvitti fa un ottimo lavoro in qualità di coreografo dei combattimenti e le scene marziali sono abbondanti e dignitose, con punte di eccellenza. Lamas si è sciolto e anche di fronte ad un titano come Lew riesce a non risultare impedito, regalandoci qualche scena apprezzabile.

Era il periodo in cui Lamas s’era intrippato con la spada…

Un onesto filmetto con un grande cast di specialisti del genere e ghiotte scene di combattimento, ruspanti e qualche volta rozze: nel suo essere un minuscolo prodotto Z, rimane comunque un film dignitoso.

Pronto? Come? Una marchetta per la Otomix? Già fatta!

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , | 7 commenti

Red Sparrow (2018) Passerotto Rosso non andare via

Orde di brufolosi fan adoranti sono cresciuti sbavando su Hunger Games e sperando che Jennifer Lawrence mostrasse sempre maggiori parti del suo corpo: il momento è arrivato.
A 28 anni l’attrice ha raggiunto l’età tipica in cui nel mondo dello spettacolo ci si comincia a spogliare, per dimostrare alle altre attrici invidiose che si è sempre giovani e attraenti: è un gioco di donne in cui i fan maschi – quando esistono – rimangono a guardare, comportandosi come il proverbiale terzo in una questione. Cioè quello che gode.
La Lawrence voleva mostrarsi un po’ nuda e ha preso la prima occasione che passava di lì: se fosse stato un film su Madre Teresa non sarebbe cambiato nulla, invece è toccato ad un imbarazzante filmetto patinato di finto spionaggio, Red Sparrow, distribuito dalla 20th Century Fox.

Passero Rosso… non avrai il mio scalpo!

Presentato a Londra il 19 febbraio 2018, la Fox lo porta nelle sale italiane dal 1° marzo successivo (fonte: ComingSoon.it), portandolo poi in DVD – e in cinquanta sfumature di Blu-ray – in vendita dal 27 giugno: si chiude in questo 2018 la parabola di uno dei filmoni più inutili dell’anno.
Per una recensione più calibrata rimando a La Bara Volante: io non sarò calibrato…

Jenniferova Lavrentzoski il finto spionaggio russo

Il regista Francis Lawrence non sembra avere alcuna parentela con Jennifer Lawrence, ma questo non gli ha impedito di dirigerla in ben tre film della saga Hunger Games. Ma a Francis voglio un gran bene, perché ho appena scoperto di essere un suo fan storico senza saperlo!
Prima di fare film tecnicamente eccellenti ma dal contenuto altamente discutibile, Francis per anni ha diretto alcuni splendidi videoclip musicali, proprio nel periodo in cui giravano in TV anche in Italia (bei tempi).

Uno dei suoi primi lavori è stato I Don’t Wanna Miss a Thing (1998) degli Aerosmith, e già qui potrei fermarmi: esiste qualcuno che all’epoca non considerasse un maledetto capolavoro quel videoclip? Invece vado avanti, e cito I’m Like a Bird (2000) di Nelly Furtado, la mia adorata Never Be the Same Again (2000) di Melanie C, Jaded (2001) ancora degli Aerosmith, l’evento Whenever, Wherever (2001) di Shakira, Let’s Get It Started (2004) dei Black Eyed Peas, il lewiscarrollesco What You Waiting For? (2004) di Gwen Stefani, giusto per citarne qualcuno.
Sicuramente non sono oggettivo, perché in quel periodo questi videoclip giravano parecchio in TV e hanno scandito molte mie giornate, ma rimane il fatto che Francis Lawrence conosce il mestiere e quando nel 2007 ha deciso di fare filmacci di serie A, iniziando da Io sono leggenda con Will Smith, di sicuro ha saputo creare ottimi prodotti, sebbene completamente vuoti al loro interno.

Francis Lawrence: da splendidi videoclip ai filmacci di serie A

Dominika Egorova (Lawrence) è la prima ballerina del Bolshoi e conta sul fatto che nessun americano ha mai visto in vita sua le ballerine del Bolshoi: mediamente ne servono due fuse insieme per fare una sola guanciotta della Lawrence.
Non mi fraintendete, l’attrice è bellissima e mi piacciono le donne che come nel suo caso abbiano curve invece di spigoli, ma è chiaro che non ha assolutamente il fisico da ballerina classica, né il portamento.

Vere ballerine con… scarpette bianche!

Inoltre l’arte della danza ha un’unica regola, nota a tutto il mondo – tranne agli americani – e fissa da secoli: non si sale a danzare sul palco… con delle fottute scarpette rosse che sembrano le ciabatte della sora Lella! Ho capito che l’unica danza che conoscono gli americani è quel dannato Scarpette rosse (1948), ma siamo 2018: forse volevano festeggiare i 70 anni di quel film?

Mio Dio, che brutte scene di finto balletto…

Dàje, Dominika: facci vedere la… tua bravura nel danzare, con indosso le cioce de tu’ nonna.
Il ballerino suo partner, giustamente schifato da quella falsissima ballerina, vede bene di romperle una gamba: quante volte sarà capitato che nella compagnia di danza migliore del mondo un ballerino rompa una gamba alla partner salendogli sopra? (Temo che non sia successo mai…)
Quindi Dominika si ritrova senza lavoro e i Comunisti cattivi vogliono portarle via la casa e sbattere la madre in mezzo agli escrementi (il Ministero degli Affari Intestini è già a lavoro per produrre il materiale dove far vivere la donna) quindi Dominika ha solo un’opzione: diventare spia russa.

Mmmm… da qui riesco a vedere bene le tue capacità di spia russa

– ZZzzzzz…
– Oh!
– Eh…
– Oh!
– Eh, che c’è?
– Su, sveglia, che devi fare la spia.
– (sbadiglio) Non la sto già facendo?

Dopo questa esilarante gag sul gioco di parole “spia russa = spia che dorme”, passiamo a qualcosa di completamente diverso, cioè al durissimo allenamento che devono subire le Red Sparrow, nome tipicamente russo per identificare quel corpo scelto che la nostrana Hessa della Elvipress chiamava Sex Truppen.
Scopriamo che la protagonista è finita in una scuola di sesso, dove si studiano i filmatini porno e l’unica occupazione è come NON fare sesso. Perché questo è un film americano e in America il sesso è Satana, quindi sorge spontanea la domanda: perché scegliere un personaggio che deve fare cose che non può fare? Perché decidere di trattare un argomento che nel cinema americano non si può trattare? Qui inizia lo show.

Ora Frau Blücher vi in segnerà l’arte dell’erotismo

Daje, Dominika: allarga le gambe e usa la… fantasia!
Dopo mesi di duro allenamento nel NON fare sesso, cioè l’unica materia insegnata dalla rude matrona (Charlotte Rampling), la nostra eroina è pronta… ma pronta per cosa? Si rifiuta anche solo di spogliarsi, come potrà tessere le celebri “trappole al miele”? (La cronaca ci ha insegnato che esistono davvero spie donna che usano il sesso per carpire segreti e incastrare uomini potenti, ma devono fare ben altro che quelle quattro faccette imbronciate che sfoggia la Lawrence.)
Non importa, tanto la la nostra bionda passerotta basta che faccia la sua facciuzza immobile ed evidentemente basta: se nei fumetti italiani Hessa poteva fare la prostituta vergine, perché Dominika non può essere la maestra del sesso senza mai fare sesso?

L’apice dell’impegno della maestra del sesso

In una scena la Lawrence si spoglia completamente per inibire l’uomo davanti a lei: è noto che un maschio in cerca di sesso si blocca, se una donna si spoglia. Soprattutto se gli parla in tono duro e deciso…
Ma che senso hanno queste scene imbarazzanti? Ho capito che era il momento giusto della carriera in cui mostrarsi nuda, ma per forza in modo stupido e ridicolo? Per il cinema americano non ci sono vie di mezzo: o la sciarpona di lana mortaccina di Katniss o senza mutande, ogni passaggio intermedio è ignoto…

Dalla sciarpona di pecora alle chiappe al vento

In due ore e venti mica solo la spia russa: russiamo tutti!
La trama spionistica è di una noia mortale oltre che della stessa consistenza di un Jeremy Irons al suo 120° film di quest’anno. Non ho avuto il coraggio di leggere il romanzo di Jason Matthews perché m’ha annoiato a morte dopo solo la prima pagina letta nell’anteprima digitale, ma forse la colpa è dello sceneggiatore Justin Haythe, che in effetti è il maggior sospettato, avendo firmato quella stupidata di Snitch (2013), e ce ne vuole a sbagliare un film con Dwayne Johnson. Ma ha sbagliato pure con The Lone Ranger (2013) e peggio ancora ha firmato quella buffonata mefitica de La cura dal benessere (2016). Sì, Haythe è il primo sospettato…
Il suo Red Sparrow si fonda sul sesso che non può mostrare e sulle torture che non può mostrare: cosa rimane? Una trama spy che Topolino ne faceva di più complesse?

E vai pure col bondage sotto la doccia…

C’è Joel Edgerton che fa Joel Edgerton e strizza i suoi occhiucci da malandrino, che come fai a resistere agli occhiucci strizzati di Joel Edgerton? Dominika solo con lui cede e si lancia in una torbidissima scena di sesso paraplegico di cinque secondi, tenendosi indosso le mutande e facendo tre ah scanditi a marcetta: si vede proprio che è maestra del sesso. (Curiosamente a lui non è richiesta neanche un’erezione, visto che si accorge di aver fatto sesso con lei solo dopo la fine della scena. All’insegna del «Ti è piaciuto, caro?» «Piaciuto cosa?»)

La Lawrence ha un contratto fisso con un’industria di costumi da bagno

La Lawrence è assente ingiustificata, fa la manichina – immobile e monoespressiva – indossando il solito costumino da bagno figaccioso, come in Passengers (2016), e riversando anni ed anni di esperienza attoriale ed energia nell’essere bionda. Oh, provateci voi ad essere biondi: mica è facile, eh?

Con due ore da bionda merita quanto meno un Blondie Award

Dominika non la usa proprio mai la sua… esperienza, fa solo facciuzze, ammicca e promette sesso per far trastullare i ragazzini che la seguono.

Corpo giusto, film sbagliato

Intanto assistiamo a torture terribili, tipo che ti fanno la doccia – detta così sembra niente, ma provateci voi a stare sotto l’acqua! – oppure alla vittima agitano un cagnolino finto e le dicono “Ti faccio moddere, eh?”

Dominika ce la fa solo immaginare, la sua bravura, ma non ce la fa mai vedere, perché essendo questo il solito insopportabile Mito delle Origini ora ci toccherà un altro inutile film mortalmente noioso di Otto il Passerotto Rosso.

Tranquilli, che Otto il Passerotto Rosso tornerà…

Intanto vi anticipo la carriera della Lawrence: fra due anni, allo scoccare dei 30, sarà obbligata a fare quello che tutte le trentenni fanno ad Hollywood. Si infilerà una aderentissima tutona di lattice nero, e farà una roba alla Underworld o Resident Evil.
Ci vediamo fra due anni e vediamo se ho ragione.

Intanto faccio come la spia, e vado a russare…

L.

amazon

– Ultimi post simili:

GUARDA IL FILM A € 11,99

Pubblicato in Thriller | Contrassegnato | 45 commenti

[Italian Credits] Jason X (2001)

Del film Jason X ho già parlato approfonditamente, questo è lo spazio dedicato all’incredibile titolazione completamente italiana: addirittura i titoli di coda tradotti, una vera rarità!


Titoli di testa


Scritte interne


Titoli di coda

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato | Lascia un commento

Misfire (2014) Bersaglio mancato

Posso resistere a tutto, tranne alle tentazioni. Così quando CineSony, canale che con Cielo si divide l’onore di doppiare in italiano il peggio che la Z inedita abbia da offrire, presenta in palinsesto un film con Gary Daniels addirittura protagonista… mi dite come dovrei fare io a resistere?
Lo so già che sarà una mazzata da antologia, ma DEVO vederlo… Anche perché è inedito in home video italiano, quindi lo si può vedere solo su CineSony.

Come si fa a non voler bene a Gary Daniels?

I nostalgici del grande cinema marziale americano anni Novanta ricorderanno i biondi boccoli di Gary Daniels in pietre miliari come Quadrato di sangue (1991) e Impatto finale (1992), ma quando il campione di kickboxing passato al cinema ha cominciato a figurare come protagonista… be’, non sono state tutte pesche e crema (come dice Cassidy): a parte Natale di fuoco (1996), a cui sono molto affezionato, non è che Gary abbia brillato come eroe d’azione protagonista.
Figuriamoci quando il cinema è morto e ha cominciato a fare da tappezzeria in filmacci inguardabili, tipo Submerged (2005) con Seagal, Hunt to Kill (2010) con Austin o Game of Death (2011) con Snipes: il ruolo è sempre lo stesso, lo svogliato figurante che rimane sempre sullo sfondo. Eppure è l’unico del cast di Tekken (2010) che abbia vere conoscenze marziali…

Il nome della Z anglo-messicana

Gary Daniels è un mito e vederlo in locandina è sempre un balsamo per il cuore, ma anche lui deve pagare il fruttivendolo sotto casa e quindi cade nella “trappola messicana”.
La Badhouse Studios Mexico infatti ha trovato una formula perfetta: girare infimi e infinitesimali filmucoli locali che però possono contare sulla vendita all’estero grazie alla presenza di una sbiadita star del passato. La casa l’ho conosciuta per la prima volta con Larceny (2017), filmucolo che si regge esclusivamente sulle ampie spalle di Dolph Lundgren.

Pronto? Come? Un filmaccio in Messico? E va be’, dài, che ho il conto del salumiere

La casa adora gli Eroi della Z quindi ecco Dead Drop (2013) con Luke Goss e Cops and Robbers (2017) con Michael Jai White, Rumble (2016) di nuovo con Daniels e Dead Trigger (2017) di nuovo con Lundgren. (Quest’ultimo m’era sfuggito, dovrò recuperarlo.)
Oltre agli attori chiama anche tecnici, così abbiamo Benjamin Budd a sceneggiare questi film e R. Ellis Frazier a dirigerli e co-produrli: c’è da aspettarsi grande Z di pessima fattura da questa Trappola Messicana…

Un altro inedito doppiato da CineSony

La caratteristica principale di Misfire – cioè la noia sbadigliona – è immediatamente palesata. La scena iniziale dura venticinque ore e non succede una mazza di niente. Gary fa il peggiore appostamento della storia perché si mette davanti al criminale che deve spiare e lo guarda fisso fisso con la faccia dura dura. Stranamente il criminale capisce di essere spiato e se la dà a gambe: Daniels riceve l’ordine di NON inseguirlo, quindi lo insegue, e poi lo uccide. Fine, quella scena non avrà ripercussioni e non sapremo mai chi era quel criminale.
Venticinque ore buttate nel cesso e ancora deve apparire il titolo del film!

Gary fa il Big in Juárez

Cole (Daniels) riceve una richiesta d’aiuto dal fratello Johnny (Michael Greco). Curiosamente i due attori sono entrambi britannici, con soli sei anni di differenza ed entrambi dal posssente fisico palestrato: eppure la credibilità della scelta richiede lo stesso grado di sforzo di fantasia che ci voleva, negli anni Ottanta, per credere Bud Spencer davvero fratello di Terence Hill. (È una vita che non rivedo un loro film ma ricordo che spesso interpretavano fratelli.)

Due gocce d’acqua…

Johnny ha fregato la moglie al fratello ma ora gli chiede di scordarsi ’o passato e aiutarlo: la donna in questione è stata rapita dal crimine messicano perché con la sua inchiesta giornalistica si era avvicinata troppo ad un boss locale.
Se per errore credete che questa sia una trama normale, specifico che sono servite 120 ore di film perché si capisse quale cazzo fosse la trama…

Luis Gatica fa il boss più noioso del Messico

Al di là del soggetto del film – un classicone del tipo “eroe torna in azione per aiutare ex moglie e fratello contro il boss del crimine” – la particolarità del film è che si sviluppa unicamente tramite lunghissime e noiosissime scene in cui non succede una stra-mazza di niente, e tu pensi “Ma forse CineSony ha dei problemi di connessione e si è incantato il segnale… sono venti cazzo di minuti che il film è iniziato e nessuno ha detto ancora una fottuta parola! Ma cos’è, Ingmar Bergman in Action?”.

E dàccelo, un calcio!

Lo stile è perfettamente identico a quello riscontrato con Larceny (2017), e temo sarà così anche per gli altri film citati: lunghe scene vuote che incedono sul volto inespressivo degli attori, che oltre ad uno sguardo rapito dal nulla non mostrano altro.

Calcio in panza, calcio de sostanza

Daniels è in splendida forma come è sempre stato, e oltre ai soliti due calcetti da minimo sindacale addirittura si lancia nella sua celebre “alzata da terra”, cioè quella tecnica per cui da sdraiati con un colpo di gambe ci si rialza al volo. (Potete non credermi, ma quando avevo vent’anni ci riuscivo anch’io: un istruttore d’atletica in palestra svelò che era molto più facile di quel che sembra, una volta che si sa cosa fare.)

Lunghe e inconcludenti scene al tramonto: noia totale!

Purtroppo il nostro Gary non fa altro se non far sbadigliare fino a slogare la mascella… che sia questa la sua tecnica marziale segreta?

L.

amazon

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , | 16 commenti

Venerdì 13 [10] (2001) Jason X

Nuovo appuntamento per raccontare i miei venerdì con Jason.

Il registino Rob Hedden, intervistato da Steve Newton per “Gorezone” n. 10 (novembre 1989), così aveva vaticinato:

«Una [delle mie due idee] vedeva Jason imbarcarsi su una nave da crociera piena di adolescenti, e sarebbe stato come Alien, con tutti intrappolati nell’astronave, anche se in realtà era una semplice nave.»

Quindi nel 1989 già era stata piazzata un’idea che avrebbe richiesto dieci anni di tempo per vedere la luce: già prima dell’ottavo titolo della saga era nato Jason X.

Ecco l’atteso film di J-Ax!

Mai erano passati così tanti anni fra un episodio e un altro di Venerdì 13, cos’è successo? La New Line Cinema ha acquistato i diritti di Jason – e, lo ricordo, SOLO Jason, non il marchio Friday the 13th che rimane alla Paramount, così che può ristampare DVD e Blu-ray a go-go – per farlo scontrare con il padrone di casa Freddy Krueger? E se è così… perché non l’ha fatto dopo il 1993?

«Aspettate un attimo, ma Jason non doveva incontrare Freddy Krueger in una battaglia sanguinosa? [blood-spattered battle royal]». A porsi questa domanda è il giornalista Alan Jones che, sulle pagine di “Femmes Fatales” nel luglio 2000 anticipa l’uscita del nuovo film. «Pete Briggs, sceneggiatore di Alien Predator, ha scritto un copione per raccontare questo scontro, per la cui regia è stato contattato il veterano degli effetti speciali Rob Bottin, che poi anche lui ha scritto un copione dove Jason incontra Freddy. Cos’è successo poi?»
Scopriamo così notizie succulente, anche se molto vaghe: non ho trovato traccia di Pete Briggs, e se il giornalista si riferisce ad Alien Predators del 1985 risulta tutt’altro sceneggiatore (Noah Bloch).

Comunque sappiamo che l’idea è stata davvero presa in considerazione negli anni Novanta: com’è finita? Risponde il produttore Sean S. Cunningham: «Era una di quelle idee che sembrano favolose sulla carta ma che poi sono impossibili da realizzare in modo soddisfacente per tutti.» Invece le porcate di Cunningham hanno lasciato tutti soddisfatti? «Okay, queste due icone horror si affrontano, ma per cosa combattono? Perché dovremmo interessarcene? Per vedere chi lascerà più cadaveri dietro di sé? E se sono entrambi cattivi, chi è il buono della storia? Con chi dovrebbe simpatizzare lo spettatore?»

Un personaggio in frigo in attesa di essere scongelato dai produttori

«Jason poi agisce nel mondo reale come una macchina ad guerra», continua il produttore, «mentre Freddy opera nel mondo dei sogni: come metti insieme questi due mondi? Se Jason fa un sogno, lì avrà sempre i suoi poteri? Se Freddy appare nella realtà di Crystal Lake, può comunque comandare i suoi incubi? C’erano troppe questioni irrisolte, ed ogni volta che creavamo una base di regole l’intera premessa cadeva. Sì, uno scontro fra Freddy e Jason sarebbe grandioso, ma come li riempiamo i successivi 75 minuti di film? Non sono sicuro che risolveremo mai questo problema.»
Quanta saggezza in un produttore specializzato in film che la logica la salutano da lontano, sghignazzando…

Guardate laggiù: è la logica nei film di Venerdì 13!

Sono stati davvero i problemi di trama a bloccare la nascita di una storia che sembrava scontata fin dal 1993 e che tutti aspettavano? E stiamo parlando di spettatori che hanno mandato giù episodi di Venerdì 13 che non hanno nulla di umano: sarebbero stati così insoddisfatti della trama di un Freddy vs Jason? E pensare che negli anni Novanta il cinema era ancora vivo e c’era speranza di tirar fuori qualcosa non dico buono, ma almeno divertente. Come sempre succede, quando si può fare un film non è il momento giusto, e lo si fa solo ed esclusivamente al momento sbagliato.
Il mio sospetto comunque è che la New Line abbia dovuto gestire una “crisi mostri” importante, tanto da spingerla nel 1994 ad un tentativo di iniziare da capo con Nightmare: nuovo incubo che non ha portato a nulla. Al di là di ventilati “problemi di trama”, forse la fine degli anni Ottanta e il suo culto per lo splatter si è portata con sé nella tomba anche lo slasher

E David Cronenberg si chiede: che diavolo ci faccio qui?

«Sono passati sette anni da Jason va all’inferno e il pubblico è pronto per una nuova avventura», spiega Cunningham sempre a “Femme Fatales” (luglio 2000). «Il copione è di Todd Farmer, un giovane scrittore che ha lavorato per me negli ultimi tre anni. La New Line ha adorato il suo soggetto tanto che ci hanno dato un budget tre volte superiore quello per il più costoso film della saga.» IMDb parla infatti di 11 milioni di dollari, che in effetti per un film di Venerdì 13 è parecchiotto, e addirittura nel marzo 2002 “Fangoria” cita ben 13,5 milioncini.
Il produttore ci dice che nel settembre precedente (1999) James Isaac ha iniziato a dirigere le scene sull’astronave e conta di far uscire il film finito per l’Halloween del 2000. Le cose poi non andranno così, visto che all’ultimo momento la data slitta al gennaio 2001, poi al marzo successivo, poi all’aprile, poi il film viene presentato al tedesco München Fantasy Filmfest il 24 luglio 2001 ma alla fine esce in patria americana solo il 26 aprile 2002.

In Italia il film è distribuito maluccio. Ottiene il visto censura solamente il 25 giugno 2004 e la Medusa lo porta in DVD dal 25 gennaio 2005: non si conosce alcun altro tipo di distribuzione.
All’inizio del Duemila ricordo che trovai in rete un trailer ad alta risoluzione scaricabile del film – quello che riporto più sotto da YouTube – e mi innamorai della canzone: ma chi è quel tizio che strilla? Probabilmente era lo stesso 2002 in cui sentii la stessa canzone in The One (2001) con Jet Li: era un periodo d’oro per Bodies dei Drowning Pool.
Quella è stata la prima ed ultima volta che questo film mi è capitato sotto gli occhi, prima di questo ciclo.

«Let the bodies hit the floor / Let the bodies hit the floor / Let the bodies hit the floor…» (cit.)

«Il machete è piacevole da stringere nella mia mano. Il responsabile degli oggetti di scena Chris Pellegrini sorride mentre alzo l’arma sulla mia testa e mi metto in una posa minacciosa. Occhi sbarrati, mimo l’attitudine omicida che il serial killer Jason Voorhees ha presentato in nove film di Venerdì 13
A parlare è l’entusiasta giornalista Sean Plummer, che intorno alla metà del marzo 2000 bazzica il set delle scene finali del film (che continuerà le riprese fino a maggio) per scriverne un pezzo che apparirà su “Rue Morgue” n. 19 solamente nel gennaio 2001. Guarda a bocca aperta arrivare Kane Hodder truccato da über-Jason (non so perché abbia preso piede questa strana espressione): lenti a contatto rosso sangue, quasi due metri di muscoli potenziati dal costume e in generale un tipetto che paura la mette sul serio, soprattutto fuori dai film.

«Funzionerà anche se non fosse mai esistito prima un Venerdì 13, perché ha una storia molto forte. Comunque è un bene che possiamo contare su un marchio di grande richiamo.» Cunningham nello stesso marzo 2000 spara dichiarazioni a raffica come un disco rotto. «Se penso che sarò ricordato come l’uomo che ha inventato Jason? Non sono sicuro che sarò ricordato dai posteri, ma nel caso non mi importa che il mio biglietto da visita sarà Venerdì 13, anche perché spero che il meglio di me sia ancora da venire.»
Tranquillo, Sean: nessuno ti ricorda…

Un buon motivo per NON ricordare Sean S. Cunningham

A marzo del 2002, quando finalmente il film sta per essere distribuito in sala, il giornalista Michael Rowe su “Fangoria” n. 210 racconta di essere stato sul set, una base militare abbandonata nelle vicinanze di Toronto: ma sempre in questi luoghi gelidi vanno a girare i film di Venerdì 13, che teoricamente sono storie estive?
Comunque per descrivere l’operazione Rowe usa una frase che merita un applauso:

«Con una scelta che alcuni puristi dell’horror potrebbero guardare con cinismo, Cunningham, Isaac e Farmer hanno deciso di andare spavaldamente là dove altri sono già stati prima: nello spazio profondo.»
[to boldly go where other men have already gone before – outer space]

Cunningham mantiene il suo ottimismo quel 25 marzo 2002, quando incontra il giornalista Philip Nutman che poi scriverà su “Fangoria” n. 213 (giugno 2002). «Jason X uscirà in sala il 26 aprile», annuncia quando due anni prima si parlava di ben altra data, «e sarà in compagnia di film come Resident Evil e Blade II. Il pubblico adora il trailer e siamo ottimisti perché il film uscirà in 1.600 sale, così avremo la possibilità di incassare bene.»
Il giornalista Nutman ci informa che il ritardo nella distribuzione del film è dovuto a dei cambi al vertice della New Line.

Ricordando la nascita del soggetto di Jason X, Cunningham racconta: «Ho detto alla New Line “Se non mi date il via libera per Freddy vs Jason allora farò Jason X“, e loro hanno risposto: “Hai il via libera per Freddy vs Jason“. Quindi io ho detto “Allora giriamo!”, e loro: “No, non siamo pronti”. Il fatto è che Freddy vs Jason ha il via libera da almeno cinque anni, ma continua ad incagliarsi sul copione.»
Il discorso è un po’ confuso: ha appena “minacciato” di girare questo film se non gli fanno fare l’altro, ha il via libera per l’altro ma gira questo film? Tre mesi prima, su “Fangoria” n. 210, viene raccontato che invece è il regista Isaac a chiedere a Cunningham di fare un altro film di Jason mentre aspettano che si realizzi lo scontro con Freddy, ma il produttore declina e il regista se ne va dal Canada, a lavorare con David Cronenberg al suo eXistenZ.

La nebbia della New Line in cui si aggira Jason

Isaac comincia a tartassare di telefonate il produttore con idee su idee per un decimo film di Jason, finché alla fine Cunningham cede stremato dall’infinita attesa per un Freddy vs Jason che sembra ormai ancora lontano da venire.
Quel 25 marzo Cunningham dimentica tutto questo e se ne esce con una frase che ben spiega la sua sanità mentale:

«Ciò di cui abbiamo bisogno per rinfrescare il genere è di tornare alle grandi sceneggiature, ma detto questo mi rendo conto che questa opinione è in minoranza.»

E anche stavolta abbiamo un autore di film horror senza trama che critica i film horror senza trama. Ma che le fanno a fare le interviste? Alla fine, gira che ti rigira, girano sempre le stesse stupidate girevoli…

You spin me right round…

… baby, right round… »

… like a record, baby, right round…

… round round

Il regista James Isaac sembra essere stata la prima scelta, stando alle dichiarazioni di Cunningham alla citata “Fangoria”, che si chiedeva come mai non dirigesse lui stesso il film.

«Quando mio figlio [il produttore] Noel, lo scrittore Todd Farmer ed io ci siamo seduti a progettare il film sapevamo di aver bisogno di un regista che sapesse maneggiare gli effetti speciali, e ovviamente non sono io: in fondo, come avrei potuto produrre e dirigere il film? Avevamo già Isaac in mente e lui ha fatto un ottimo lavoro.»

In realtà alla stessa rivista tre mesi prima Isaac rivelava che era stato coinvolto per gli effetti speciali dell’ipotetico Freddy vs Jason, rimanendo quindi nella squadra.
Cunningham ed Isaac hanno già lavorato insieme in quel piccolo gioiello che ho amato da ragazzo e che si chiama Creatura degli abissi (DeepStar Six, 1989) ed ha fatto il suo debutto registico con quell’altro gioiello grezzo de La Casa 7 (The Horror Show, 1989). Oltre a questo Jason X e agli effetti speciali de La casa di Helen (House II, 1987) non c’è altro da citare di Isaac.

Me lo ricordavo più luminoso, Crystal Lake

Anno 2455. Un’astronave-scuola piena di ragazzini vestiti in modo sgargiante e inguardabile, fra una battutina stupida e una frase idiota sono diretti verso il peggior pianeta della galassia: la Terra, distrutta e mefitica. Come ogni studente del futuro il loro compito è recuperare spazzatura alla ricerca di tesori e di gente da far rivivere, ma sfortuna vuole che sulla Terra entrino proprio nel laboratorio di ricerca di Crystal Lake, dove trovano un sorpresone. Anzi, due.

Un pisolino criogenico

Nel 2455 tutti conoscono Jason Voorhees e le sue imprese, ed essendo l’unico assassino della storia ad indossare una maschera da hockey, quando portano sull’astronave un tizio con la maschera da hockey nessuno sospetta niente…
Riportata in vita la donna ibernata insieme a lui, Rowan (Lexa Doig), questa avverte i ragazzi del futuro del pericolo, ma tanto il massacro è già iniziato.

A Jason piace un bel faccino…

Sembra uno stravolgimento dello schema classico, invece è uno schema über-classico: ragazzini decerebrati dicono e fanno cose stupide mentre Jason li ammazza uno per uno. La differenza è che finendo massacrato in un apparecchio “ricostituente”, Jason subisce l’effetto Brundle e si ritrova fuso col metallo: nasce l’über-Jason, protagonista degli ultimi dieci minuti di film. Ovviamente l’essere anticipato da anni su riviste e in trailer fa perdere parecchio l’effetto del “colpo di scena”.

Jason, Jason, über alles…

Altra graditissima novità è Kay-Em 14 (Lisa Ryder), ginoide a cui è affidato il compito di una doppia citazione: deve incarnare tanto Ripley 8 quanto Call di Alien Resurrection (1997), film qui ampiamente citato, sempre male.

Quando una ginoide ti fissa con occhi sbarrati fa paura…

… ma quando sorride è peggio!

Kay-Em è protagonista delle uniche scene da ricordare del film – sebbene girate un po’ alla carlona – riuscendo ad essere la prima vera antagonista di Jason, con poteri quasi alla pari. Perché se Jason si rialza sempre… lo fa pure lei! E se Jason è potenziato… lo è pure lei!

Vi sembro Ripley 8?

Invece sono Selene di Underworld!

Anticipando la Selene di Underworld (2003) il personaggio potenziato si lancia in sparatorie del tutto inutili, visto che neanche il milione di colpi sparato può fermare Jason: però le sparatorie su schermo fanno sempre il loro effetto, anche se spesso sono inutili.

E se non vi basta Underworld 1

… Tie’, pure Underworld 2!

Quando il film arriva finalmente in sala, le attrici Lexa Doig e Lisa Ryder sono entrambe note star della serie televisiva Andromeda, iniziata nel 2000 (quindi posteriore a Jason X).

«Io interpreto la sintetica e Lexa interpreta l’eroina», racconta la Ryder a “Fangoria” n. 210, «mentre in Andromeda è lei [la Doig] la sintetica e io faccio l’eroina. Eppure siamo molto diverse l’una dall’altra, praticamente agli antipodi.»

In realtà l’attrice – che ha studiato recitazione all’Università di Toronto – per descriversi utilizza il termine android, perché curiosamente molti autori di fantascienza (scritta o filmata) non sanno che androide significa “a forma d’uomo” e lo usano anche per le donne. Tranquilli, che sto lavorando ad un dizionario di “parole future” quindi non mi dilungo qui in pipponi lessicali…
Comunque anche Jonathan Potts e Dylan Bierk appaiono poi in “Andromeda”, testimoniando forse la stessa agenzia di attori utilizzata per il casting.

«Credo che questo sia il miglior film di Jason», dichiara a “Fangoria” n. 210 (marzo 2002) Kane Hodder, per la quarta volta nei panni del vostro amichevole massacratore di quartiere.

«Principalmente il motivo è la sceneggiatura. La prima volta che l’ho letta ho capito che era il miglior copione che la saga avesse mai avuto, ed era solo una prima stesura. Inoltre avevamo un sacco di soldi da spendere, quindi le aspettative della produzione erano alte.»

Lo sceneggiatore Todd Farmer a “Fangoria” n. 210 racconta che una delle sue foto scolastiche lo ritrae alla macchina da scrivere, circondato da libri di Stephen King. «Ho sempre giocato con l’idea di diventare romanziere», rivela specificando il suo entusiasmo per essere coinvolto in Jason X. «La cosa bella è che mentre vedevo costruire i set, mi sentivo tipo… “Qualcuno mi dia un martello!”» Quanto entusiasmo sprecato…

L’anno precedente a “Rue Morgue” n. 19 parlava con un altro tono, raccontando che quando la prima bozza del copione era finita in rete «un tizio ha commentato dicendo che ho rubato da ogni tipo di film: sono colpevole.» Comunque i “furti” ufficiali, riconosciuti da Farmer, sono da La Cosa (1982), Terminator (1984) ed Aliens (1986): per carità, rubare dai capolavori del cinema è sempre cosa buona e giusta, ma rubare male è un crimine peggiore. Anche perché non una sola scena fa pensare ad uno di questi tre film: c’è solamente Alien Resurrection girato male e con attorucoli vestiti da stupidi.

Se la vedesse Joss Whedon…

Visto in copia privata, la giornalista Emma Anderson recensisce in anteprima il film nell’agosto 2001 su “Rue Morgue” n. 22, e non usa affatto toni entusiasti: in pratica dice che è una specie di reinterpretazione di Alien, o piuttosto di Alien Resurrection.

«Il primo serio difetto è che ci sono troppi personaggi, e si comportano tutti come se fossero appena sbarcati dal set di “Star Trek: Voyager”. Il secondo […] è che il film non è sufficientemente sopra le righe per funzionare come parodia. Infine, Jason X è spaventoso come un film di Buck Rogers

La giornalista non lascia spazio a repliche, e chiude nel più granitico dei modi: «Jason X faceva schifo ieri, fa schifo oggi e lo farà domani.»
Gli fa eco un lettore di “Fangoria” che, nella posta del n. 214 (2002), storpia il titolo Jason X in Jason SUX (Jason sucks, “Jason fa schifo”). «Sono un fan della serie quindi posso soprassedere sulle assurdità e gli errori di ogni suo film, ma… andiamo!»

L’idea di fondo è sicuramente divertente ma l’esecuzione è terrificante. Tutti si comportano come fosse una parodia ma non è una parodia; tutti recitano come fosse un episodio di una delle tante scialbe serie fantascientifiche da pomeriggio di Rete4 invece dovrebbe essere un film horror; nessuno dei tantissimi personaggi riesce ad essere azzeccato, con l’eccezione della ginoide che da sola non può reggere l’intero film (anche perché ritratta malino). Le continue battutine fastidiose ammazzano ogni tentativo di sceneggiatura, ma in realtà si limitano ad uccidere un cadavere.

Jason andrà a trovare a casa tutti i suoi critici…

Una curiosità. Nel Duemila girava voce che il film fosse stato girato in digitale, quindi pensato esclusivamente per l’home video, invece a “Fangoria” n. 210 il regista Isaac specifica che è una fake news: è stato girato in 35 mm e poi trasferito in alta risoluzione digitale. «Il motivo è che c’erano così tanti effetti speciali da fare che erano impossibili da realizzare in digitale: non avevamo né tempo, né denaro né spazio su computer. Quindi Dennis Berardi della Toybox ha detto che dovevamo trasformare il girato in alta definizione.»

Il morto e la ginoide (© 2001 New Line Cinema)

La montagna ha partorito un topolino, undici milioni per un film che sembra costarne uno – quando invece in ogni intervista il produttore dice che avrebbe dovuto sembrare un film da 50 milioni! – due anni di gestazione e rimandi per un filmetto quasi divertente ma sicuramente minuscolo, girato male e interpretato peggio. Forse è davvero ora che gli anni Ottanta sigillino la propria tomba, con lo splatter e lo slasher stretti al loro petto, se questa è la qualità massima che si può ottenere.

La settimana prossima toccherebbe allo scontro finale per anni cercato e studiato, ma prima… be’, prima c’è un altro discorso da fare…

L.

Foto da “Femme Fatales” vol 9 n. 2 (21 luglio 2000)

P.S.
E ora, tutti nella Bara Volante… prima che vi ci mandi Jason!

Bibliografia

  • Emma Anderson, Jason X. You’ve Waited Long Enough, da “Rue Mogue” n. 22 (luglio-agosto 2001)
  • “Fangoria” n. 214 (luglio 2002)
  • Alan Jones, Jason X, da “Femme Fatales”, volume 9, n. 2 (21 luglio 2000)
  • Philip Nutman, Cunningham’s Close-Up, da “Fangoria” n. 213 (giugno 2002)
  • Sean Plummer, Plan X from Outer Space, da “Rue Morgue” n. 19 (gennaio-febbraio 2001)
  • Michael Rowe, Jason Kills in Space, da “Fangoria” n. 210 (marzo 2002)

amazon

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Horror | Contrassegnato , , | 20 commenti

Guida TV in chiaro 15-17 giugno 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

Continua a leggere

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il ragazzo dal kimono d’oro 4 (1992)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Indicazioni: non “consumate” questa recensione nei momenti immediatamente precedenti o seguenti un pasto. Nel caso di scuola A vi bloccherebbe ogni accenno di appetito, nel caso di scuola B sareste probabilmente costretti a rigettare quanto ingurgitato pochi minuti prima.

Un nome, una garanzia…

Perché, signori e signore, qui si scende in abissi quasi insondabili, qui si affronta qualcosa di veramente urticante, qui si visiona un film talmente brutto e annichilente dal privarvi all’istante di ogni facoltà intellettiva trasformandovi, per osmosi con l’orribile, in uno Sgorbions. Insomma, mi cimento, con sommo disprezzo del pericolo, ne Il ragazzo dal kimono d’oro 4; e se già il capostipite provocava dolori lancinanti, figuriamoci questo epigono.

La grande creatività italiana

Beh, cosa dobbiamo figurarci ce lo suggerisce già l’inizio: il protagonista Larry Jones (interpretato dal carneade Ron Williams) ha appena conquistato il celeberrimo indumento al termine di un incontro nel quale gli effetti sonori dei suoi colpi sono così  assurdi da sembrare, più che pugni e calci, dei veri e propri cacciabombardieri F-35. Inoltre le musiche di sottofondo cambiano tonalità improvvisamente e senza giustificazione se non un addetto avvinazzato o affetto da personalità multiple. Le mie orecchie già sanguinano.

Solo un grande regista sa concepire grandi inquadrature

Lo sconfitto, Joe Carson, nel frattempo, viene deriso con immagini pubbliche che lo raffigurano in sedia a rotelle e battute da avanspettacolo: «Sembra che gli abbiano ricucito le palle e il culo». Comincio a somatizzare con i cattivi. E la mia empatia col lato oscuro prosegue quando compare l’amicone del kimono d’oro: dovrebbe essere la spalla comica, invece non fa una battuta degna di menzione e ha un fisico talmente inguardabile da parere una ziqqurat sovrappeso. Cominciano a grondare emoglobina anche i miei occhi. Ma non è ancora nulla!

Appena uno si chiede “Ma come vestivano nel ’92?”…

Ad un certo punto compare uno studente coreano, Bruce Wang, soprannominato il Drago di Seul (ahahah!), che prima, in un ristorante, rompe una pila di piatti dal nulla poi fa il gentiluomo con la sorella del protagonista; ok, sicuramente c’è qualcosa dietro e sicuramente è uno sciroccato deluxe. Tra l’altro, per circuire la menzionata sorella, dopo che si sono scontrati fortuitamente getta a terra un braccialetto per chiederle se è suo. Ma che scusa è? Ma il regista (tra l’altro il compatriota De Angelis) cosa aveva ingerito di tossico? In compenso, pure lei è un ricettacolo di stupidità: crede a tutte le sue fandonie, comprese novelle di amici bruciatisi vivi, ci amoreggia dopo un millisecondo e se ne frega di avere un ragazzo, il quale ragazzo essendo malato di orecchioni (!) ed avendo ora pure le corna, avrà assunto le sembianze di una creatura mitologica.

… la risposta è: “di merda”.

Quando si scopre che il coreano ha raggirato la “furba” fanciulla per umiliarla e consentire a Joe di realizzare la sua vendetta, le patacche filmiche si infittiscono: assistiamo a risse su risse, patetiche e col consueto effetto F-35, il citto tradito pensa di avere la sua rivalsa nel bimbominchionesco “rally della morte”, infine, si moltiplicano risate e pianti, ambasciatori di immane fastidio perché smodatamente forzati in una pellicola dove NESSUNO sa recitare. Mi pare di aver sentito una piccola esplosione nei pressi della mia scatola cranica, forse qualche neurone ha fatto comprensibilmente harakiri. L’unico lampo di luce in cotante tenebre è il cameo della leggenda porno Ron Jeremy come starter nel rally suddetto: quasi superfluo aggiungere che i suoi film “consueti” sono di qualità infinitamente superiore, anche a livello intellettivo, rispetto a quello in oggetto.

Una discarica come simbolo finale

Quando viene alfine stabilito il match risolutore tra protagonista e dragone coreano, veniamo a sapere che quest’ultimo conosce il “colpo del serpente” mentre il primo vuole imparare una mossa che, se eseguita male, rischia di provocarti la paralisi: i Paciocchini erano meno infantili di questo lungometraggio. Le fasi dell’allenamento sono coinvolgenti quanto un Chievo-Bologna di fine stagione a salvezza acquisita mentre l’antagonista punta un coltello contro la fidanzata di Larry e le dice «Ho deciso: dopo incontro diventerai mia ragazza». Mah. Tra tentativi di sabotaggio, battutone («Togliti quel kimono!» «Ma sotto ho solo le mutande!») e scontro finale su cui sorvolo volentieri, mi sento davvero provato. Il mio fisico è allo stremo, la nausea mi pervade, la mia mente è ottenebrata e temo di aver assunto le sembianze di uno Sgorbions. Stavolta ho davvero esagerato, accidenti a me.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

– Altri post di Willy l’Orbo:

GUARDA IL FILM AD € 3,99

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , | 45 commenti

Black Water (2018) Quando Van Damme incontra Lundgren

Avete presente quando da ragazzi si sognavano filmoni con nel cast tutti i nostri attori preferiti? Fino alla fine degli anni Novanta il cinema era vivo e gli attori si facevano pagare tantissimo, questo – unito al fatto che erano prime donne e non volevano altre star sul set – faceva sì che i grandi nomi fossero quasi sempre soli in cartellone, non disposti com’erano a dividere la fama. E noi sognavamo…
Poi il cinema è morto e ora gli attori dalla B alla Z puoi ingaggiarli anche solo garantendo loro un pasto completo. Così dal Duemila abbiamo visto attoroni “solitari” cominciare a fare ammucchiate indigeste: questo ci ha fatto scoprire che quei sogni di quand’eravamo ragazzi dovevano rimanere tali. Sogni.

«Portami un sogno, Burke» (Patrick Kilpatrick contro Van Damme in Colpi proibiti, 1990)

Perché magari nel 1991 sogni che Van Damme un giorno torni ad affrontare l’Uomo dei Sogni Patrick Kilpatrick, e nel 2018 questo succede… solo che è un incubo…

Mi sa che è passato troppo tempo per il ritorno di Patrick Kilpatrick…

Magari nel 1993 sogni che Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren tornino a scontrarsi… e poi succede… e poi succede ancora… finché non arriva Black Water e capisci che si dovrebbero sognare solo donne nude, perché il resto è pura follia…

Simbolo del film: acqua sporca…

Uscito negli Emirati Arabi il 5 aprile 2018 e negli USA solo in rete il 25 maggio successivo, IIF e 01 Distribution lo portano in DVD e Blu-ray italiani in vendita dal 28 giugno 2018.

Il canadese Pasha Patriki – ma Google dice che è nato in Russia! – è un direttore della fotografia professionista che d’un tratto, per motivi misteriosi, ha deciso di diventare regista. E con chi esordisci? Ovvio: con la coppia di attori noti più vecchi sul mercato.
Come dite? Gianfranco D’Angelo e Alvaro Vitali? Eh, magari! No, purtroppo la qualità è drasticamente più bassa.

Su, Jean-Claude, non hai più l’età per sbandierare il pistolone…

Vi ricordate quando con i Mercenari di Stallone ci siamo tutti esaltati davanti all’idea di tanti eroi in un’unica storia? Poi è arrivato il seguito, e finalmente al terzo film abbiamo capito che l’idea era buona solo nei nostri sogni: lo spettacolo su schermo in realtà ci ricordava le feste in famiglia, quando i nostri vecchi zii davano spettacoli miserevoli di sé. Il fatto che nel film fossero star che vent’anni prima erano famose non aiutava di certo.
In Black Water non ci sono grandi star ma nomi molto noti della serie B anni Novanta, volti amati dai silenziosi eserciti di fan che depredavano le videoteche e avevano il videoregistratore sempre puntato su Italia1, pronti a gustarsi un qualsiasi filmaccio vantasse Van Damme, Dolph Lundgren e Patrick Kilpatrick nel cast. Ritrovare insieme i tre è come il fantasma dei Natali passati, con i tuoi tre vecchi zii che ti raccontano quanto rimorchiavano forte da giovani…

Vecchio a chi?

Gli sceneggiatori Richard Switzer e Tyler W. Konney sono noti giusto per il divertente Altitude (2017) con Lundgren, ma in realtà la sceneggiatura è firmata da un amico della Z: Chad Law.
Sin dai tempi di The Hit List (2011) con Cuba Gooding jr. Law è votato alla Z spinta. Come One in the Chamber (2012) con Cuba e Lundgren, 6 Bullets (2012) con Van Damme e Close Range (2015) e Jarhead 3 (2016) entrambi con Scott Adkins.

Il figlio di Van Damme ci prova a fare il duro, ma insomma…

I tre soggettisti sanno che che Stallone ha appena finito di girare Escape Plan 2 (2018) e addirittura completato la post-produzione di Escape Plan 3: perché non gli scopiazziamo un po’ l’idea di fondo?
Invece di una prigione su una nave, che poi bisogna spender soldi a fare mare e nave al computer, meglio optare per un bel sottomarino, così da rimpolpare il ciclo zinefilo dedicato ai “Film sottocoperta“.

La faccia di un’attrice che ha capito dov’è finita

In questa fenomenale prigione ci sono solo due detenuti in attesa di supplizio: l’agente Wheeler (Van Damme), incastrato e ovviamente innocente, e il tedescone Marco (Lundgren) che si limita ad essere un mito in circa cinque minuti totali di film.
Come già in altre occasioni, Dolph non ha voglia di sporcarsi le mani col suo piccolo amico belga, quindi negli inguardabili filmacci che Van Damme ci regala regolarmente al massimo Dolph ci fa giusto una comparsata, come in questo caso.

«Ed egli a me / come persona accorta/ disse “Se ti riarzi / te meno n’artra vorta“» (semi-cit.)

Comincia una trama spionistica che è tutta fuffa, una scusa qualsiasi per usare un set di un metro e mezzo che rappresenta un angolo di corridoio del sottomarino: la gente ci passa, ci ripassa, ci cammina, ci si accuccia, ci salta, ci spara, ci muore, ci vive, ci mette su famiglia, ci va a fare la spesa, ci invecchia, ci installa un caminetto così ai nipotini può raccontare «Qui una volta era tutto sottomarino».
Nel film non c’è altro.

Ecco l’intero set a disposizione

Come ogni film bulgaro (anche se canadese) il vecchio eroe ha una fidanzata di trent’anni più giovane: qui Van Damme esagera e ne prende addirittura due. Due inutili attricette anonime che non riesco neanche ad identificare, quindi non so dirvi il nome. Ma tanto è roba inutile.
Discrete invece le scene d’azione – per essere spazzatura di serie Z – curate dal professionista Kieran Gallagher, che di solito lavora a film di più alto livello – tipo Apes Revolution (2014) – ma ha già curato Van Damme in Kill ’em All (2017).

Van Damme vs Van Damme

A parte quei cinque minuti in cui appare Dolph, il film è solo la solita noia vandammosa, con un unico momento interessante quando J.C. affronta il perfido Kagan interpretato da suo figlio Kris. Lo stesso che una decina d’anni fa prendeva le distanze, facendosi chiamare Kristopher van Varenberg, e nelle interviste diceva di voler lavorare dietro la macchina da presa. Non so cosa sia successo, ma fatto sta che Van Damme se l’è trascinato con sé a fare piccoli inutili ruolini nei suoi filmacci, con il risultato che Kris Van Damme (come si fa chiamare ora) a 31 anni è già bruciato: ha davanti a sé una lunga carriera di film bulgari come manco Wesley Snipes fa più…

Il giuramento di sangue con cui i due si impegnano a non lavorare più insieme

Una curiosità. Per attirare i cattivi in trappola Dolph finge che Van Damme sia suo prigioniero. Inizia una simpatica scenetta dove Dolph, per amore di fedeltà, picchia l’amico perché i cattivi ci credano. Scherzando, gli dice:

«Di’ ciao, stronzo!»

Chissà se l’originale «Say hello, you asshole!» è un omaggio al mitico «Say goodnight, asshole!» de I nuovi eroi… cancellato dal ridoppiaggio italiano!
Chissà invece se la battuta l’ha improvvisata Dolph sul set per offendere il suo piccolo amico belga e fargli capire che non vuole più fare comparsate nei suoi film…

L.

amazon

– Ultimi post simili:

GUARDA IL FILM A € 3,99

Pubblicato in Sottomarini | Contrassegnato , , , | 13 commenti