Celtic Pride (1996) Rapimento per sport

Continua l’omaggio a Cassidy, noto grande fan della pallacanestro a cui dedico questo ciclo di post su film che trattino l’argomento.

Devo ringraziare di cuore Cassidy per avermi fatto conoscere questo film, di cui ignoravo completamente l’esistenza: Celtic Pride, diretto da un tizio che passava di là dal nome Tom DeCerchio.
Uscito in patria il 19 aprile 1996, non ho trovato traccia di qualsiasi distribuzione italiana al di fuori di una VHS presentata dalla Buena Vista nel gennaio 1997, con l’aggiunta del sottotitolo Rapimento per sport: riappare in una rara edizione DVD dal 20 gennaio 2004.

Grafica deliziosamente sportiva!

Il 26 settembre 1995 si tiene l’ultimo evento del palazzetto dello sport Boston Garden: dopo quasi settant’anni di attività ne è stata decretata la demolizione, avvenuta però solamente nel 1998. Ora al suo posto c’è un parcheggio.
In quel 1995 Boston sta per perdere un pezzo del suo cuore tifoso, e questo è lo scenario perfetto per una storia di sport: dal giorno dopo quell’ultimo evento e fino al dicembre successivo viene girato questo film, una divertente commedia che non è altro che un omaggio ai tifosi della città. E rivolgersi ai tifosi paga sempre: con un budget esiguo di circa 200 mila dollari, nel primo weekend il film ne incassa 3 milioni. È la scoperta dell’acqua calda, ma… il tifo vende!

L’espressione rilassata di un tifoso…

Mike O’Hara (Daniel Stern) è un maestro di ginnastica in una scuola elementare, ma questa è solo la sua attività per pagare le bollette: Mike O’Hara in realtà è un tifoso a tempo pieno. Uno di quelli che vive per la sua squadra, tanto che la moglie non fa che chiedergli in continuazione di firmare le carte per il divorzio…

Che tifoso sei, se non hai un ditone?

Jimmy Flaherty (il mitico Dan Aykroyd) è un idraulico con un’attività ben avviata, ma anche qui la sua vera natura è ben altra: è un tifoso “succube”. Non è uno di quelli che strillano, bensì è uno di quelli che vanno allo stadio coi tifosi che strillano, così da fargli da spalla.

Due estremisti del tifo!

Mike e Jimmy assistono ad una partita decisiva in cui i loro amati Boston Celtics potrebbero già vincere il campionato contro gli odiati Utah Jazz. Anche perché il campione di quest’ultimi – Lewis Scott (un Damon Wayans in stato di grazia) – è noto per il suo egoismo per un gioco tutt’altro che di squadra. Lui prende la palla e va a canestro, fregandosene di tutto e tutti.

Non chiamatemi eroe… chiamatemi Damon!

Per un pelo i Jazz vincono e questo vorrà dire che i Celtics dovranno affrontarli di nuovo nell’ultima partita, che non è solo l’ultima di campionato: è l’ultima in assoluto, visto che dopo di questa il palazzetto dello sport verrà abbattuto.

Riprese dal basso per non lasciar capire la reale altezza di Damon…

Due tifosi come Mike e Jimmy sono disposti a tutto pur di aiutare la propria squadra, così quando trovano il campione avversario Lewis Scott a bere in un locale, la soluzione è quasi scontata: fare in modo che non giochi l’ultima partita.

Quale tifoso non lo farebbe?

Quello che ne segue è una divertente commedia leggera su due criminali improvvisati e pasticcioni, ma dietro questo c’è una forte critica contro i campioni che in fondo fanno tutto per soldi: della squadra, della maglia, se ne fregano, perché vincere significa solamente che gli sponsor ti pagano per fare stupide pubblicità.

Questo sì che è essere tifosi!

Il discorso è annoso e credo faccia parte integrante del tifo sin dalla notte dei tempi: i tifosi credono davvero che i campioni vincano perché amano la “maglia”, così ci rimangono male quando l’ovvia verità li colpisce in faccia. Che cioè si fa tutto per soldi. (Vivendo a Roma, dove l’unica religione è il Calcio, sento ogni giorno tifosi candidi parlare di “fede” in uno degli ambienti più corrotti della storia umana, secondo forse solo alla politica.)

Dài, che il basket è facile, vedete?

Celtic Pride è in fondo un film per famiglie così non esagera mai, limitandosi ad ottime gag leggere e a trovate deliziose, lasciando spazio per tanti buoni sentimenti. Non lo dico come critica, saper fare un ottimo piccolo film è impresa molto difficile e quindi va lodata la sceneggiatura di Judd Apatow, che in realtà fa il produttore ma ha un passato nella scrittura: ha co-creato il “The Ben Stiller Show” (1992) che aveva ottime sceneggiature, quindi tanto di cappello.
Damon Wayans rende alla perfezione il vanesio campione di basket, anche se è vistosamente il più basso in campo, e sa gestire molto bene il rapporto con i due comici protagonisti. Davvero un bel terzetto.

Non offenderti, Damon, ma sei il più basso in campo…

Insomma, ottimo piccolo film da riscoprire. Mi chiedo come mai non sia stato rifatto in Italia, in versione calcistica: sono sicuro che i fan avrebbero apprezzato!

L.

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I cliche horror

Ed Warren e la “vera” Annabelle
dal saggio The Demonologist (1980) di Gerald Brittle

Lascio la parola a Denis, curatore della rubrica dei videogiochi, per un curioso identikit di una figura importante del cinema.
L.

1 Il/la protagonista fa una ricerca su Google dei tragici eventi successi nel posto in cui si ritrova o cerca una  spiegazione/soluzione per il demone/maledizione in cui e incappato.

2 I posti più sfigati sono gli orfanotrofi con i fantasmi di bambini abusati, le case in cui e successo una qualche tragedia, i manicomi in cui nel basamento c’è una stanza in cui si facevano “cure” poco ortodosse ai pazienti.

3 La final girl ha un ottimo cardio per scappare dal serial killer/maniaco/mostro ma finisce sempre per inciampare…

4 Ci sono questi fenomeni paranormali porte che sbattono, televisori che si accendono con lo schermo a righe, luci intermittenti, bambole che non stanno al loro posto.

5 Ogni tanto esce all’improvviso un gatto che spaventa l’ignaro personaggio lì presente (vero Jones).

6 Per le ragazze non è una buona idea farsi la doccia…

7 Il telefono non prende mai nel momento del bisogno, chissà perché..

8 Compare spesso un ragazzino/a terrificante (J horror).

9 I protagonisti in genere sono studenti del liceo amici fra loro, vanno spesso in vacanza in campeggio o nell’America rurale sono quasi sempre belli, aitanti e le tipe fighe in shorts di jeans e top in genere sono poco simpatici, mentre i residenti del luogo sono brutti, deformi alcune volte cannibali e le loro abitazioni sono sporche e trascurate.

10 Ogni tanto si consulta qualche esperto di paranormale, in genere i Warren.

11 Nei film di zombie il/la protagonista dovrà uccidere il fidanzato/a o amico/a zombificato.

12 La final girl è illibata perché chi tromba muore…

13 Non è buona idea andare in cantina, solaio ecc.

14 Molte volte gli assassini hanno maschere.

15 Le feste preferite sono Halloween e Natale.

16 Il nero muore per primo (spesso, non sempre).

17 Delusioni, allucinazioni, possessioni sono la norma.

18 Compaiono spesso scritte sui muri o specchi e vetri in genere in rosso.

19 Non si sa perché il vostro amico riprende tutto con la videocamera, invece di chiamare la polizia o scappare (found footage).

20 In genere gli eventi si basano su fatti reali (non è vero).

21 I vostri amici di liceo in genere sono la vergine di ferro, la cheerleader troiona, il fattone, il secchione o nerd, il quaterback spacca passere, indovinate chi soppravvive (12), mentre le famiglie in genere sono disfunzionali.

22 Alla fine il male sottoforma di Serial Killer/maniaco/mostro viene sempre sconfitto ma non in maniera definitiva per l’inevitabile seguito (sigh).

Denis

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Gazzetta Marziale 29. Project A

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

29. Project A

(sabato 2 ottobre 2010)

Si torna ai grandi cult del cinema di Hong Kong, in edicola, grazie alla collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, targato Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino: è la volta di uno dei titoli forse più legati al nome di Jackie Chan, un film che ha riscosso talmente tanto successo in giro per il mondo che il nostro Paese non ha potuto ignorarlo, regalandogli una buona distribuzione sia televisiva che in home video. Stiamo parlando di Project A – Operazione pirati (A計劃 / Project A, 1983), grande prova registica ed attoriale per Jackie Chan e gli altri suoi due amici del grande trio che ha tenuto scuola nel cinema di Hong Kong degli anni Ottanta: Yuen Biao e . Quest’ultimo, ben conosciuto anche dal pubblico italiano, risulta a volte anche come co-regista, sebbene il film vada comunque considerata un’opera in tutto e per tutto “jackiana”.

Il film segue i dettami classici del comedy gongfu, un film di arti marziali cioè che vanti forti dosi di comicità e situazioni paradossali. Invece di ambientarlo nella solita campagna cinese o con le classiche scuole rivali di kung fu che si fronteggiano, stavolta la storia è ambientata nella Hong Kong “marittima” di fine Ottocento: scelta che non solo permette di dar vita a situazioni inedite per il cinema dell’epoca, ma che traccia una linea di confine nella cinematografia del trio di attori-autori marziali: non più film stereotipati ma anzi ricerca di nuove storie, di nuovi personaggi e nuove immagini: addirittura di nuove location! (L’anno dopo Sammo Hung porta i suoi due amici fino in Spagna per dirigere Il mistero del conte Lobos).

Due grandi amici, due colonne del cinema di Hong Kong

Jackie Chan è nel pieno di un periodo di transizione. Saturo di film alla Drunken Master (che comunque non rinnegherà mai, visto che a quel filone deve il successo), e ancora non conscio della nuova vena da sfruttare costituita dai film marzial-polizieschi (il suo celebre Police Story, punto di svolta della sua carriera, è ancora di là da venire), sembra voler sperimentare nuove strade per vedere dove portino. Con il suo team personale di stuntman è ormai affiatato e in grado di dar vita a quelle scene rocambolesche che lo renderanno una vera icona nel mondo: malgrado non venga ripetuta se non in un sequel dai toni minori (Project A II, 1987), la trovata dell’avventura fra i pirati del mar cinese risulta vincente. Durante il suo passaggio nei cinema di Hong Kong nel 1983 guadagnò più di 19 milioni di dollari (dollari di Hong Kong, si badi), diventando il secondo più grande successo del suo paese, dopo Aces Go Places di Eric Tsang del 1982.

Hong Kong, fine XIX secolo. Il mare è infestato dai pirati e la marina è impotente, tanto che il Governo decide di sopprimere il corpo della guardia costiera e integrare tutti gli uomini nelle file della polizia. Thomas (Jackie Chan, il cui personaggio a volte è anche chiamato Dragon) è un marinaio che si ritrova da solo a dover organizzare il suo ex corpo contro i pirati, aiutato da alcuni funzionari di polizia non corrotti, come il capitano Tzu (Yuen Biao). Suo malgrado dovrà chiedere la collaborazione di un vecchio amico ladruncolo, il poco di buono Moby (Sammo Hung, il cui personaggio cambia nome a seconda della lingua del doppiaggio): grazie all’aiuto di tutti entrerà nel covo dei pirati per smantellare l’organizzazione dal suo interno.

Va sottolineato come in questo film per la prima volta si possano vedere nella stessa scena i tre grandi amici – Jackie, Sammo e Biao – sebbene avessero già partecipato insieme in piccolissimi ruoli in almeno due film (The Hand of Death e I 3 dell’Operazione Drago). Dopo Project A il trio ripeterà l’esperienza comune l’anno successivo con il già citato Il mistero del Conte Lobos, mentre lo si ritroverà in forma minore nella trilogia di My Lucky Stars dove protagonista è solo Sammo e gli altri due appaiono in piccoli ruoli.

Altro nome di spicco da segnalare è il capo dei pirati, interpretato dal taiwanese Dick Wei in forma smagliante e alla sua prima prova in una grande produzione: sarà presenza quasi fissa (sempre in forma di villain) nei film anni Ottanta di Jackie e Sammo. Wei rivelerà in un’intervista che durante una celebre scena, in cui Sammo salta in aria e gli colpisce la schiena a piedi uniti, egli rimase ferito ma quella era la consuetudine dei film d’azione dell’epoca: per essere spettacolari spesso dovevano essere girati sul filo della realtà e del rischio. Le scene d’azione di Project A gli valgono la premiazione dell’Hong Kong Film Festival del 1985.

Nel 2002 la Hong Kong Legends rilascia un’ottima edizione DVD, ricca di contenuti extra come interviste, documentari, scene inedite, commenti audio e molto altro: purtroppo non è questa l’edizione giunta in Italia. Dopo un’edizione Legocart del 2000 di scarsa qualità, con la stessa versione del film apparsa anche in televisione, nel 2004 ci pensa la Elleu Multimedia a rimasterizzare il film e a presentarlo in un’ottima edizione digitale (priva però di contenuti speciali), ripresa nel 2008 dalla Dall’Angelo Pictures.

L.

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Dead Rising: Endgame (2016)

Già ho parlato di Dead Rising: Watchtower (2015), filmucolo tratto dal videogioco omonimo, ma scopro che recentemente è arrivato anche in Italia un evitabilissimo sequel: giuro che non l’ho cercato, mi è capitato sotto gli occhi!
Già ho lanciato su Change.org una raccolta firme per scoprire chi mai abbia osato chiedere alla Sony Pictures un secondo titolo della serie, cioè Dead Rising: Endgame, uscito in patria il 20 giugno 2016.

Non si sono impegnati neanche nella grafica del titolo…

Il sogno proibito di tutti i “no vaccini” italiani si avvera: nel primo film scopriamo che lo Zombrex, il vaccino anti zombìa, non solo non ha funzionato ma anzi è servito da veicolo per trasformare tutti i vaccinati in morti viventi. Mentre gli italiani gioiscono perché la “scienza ufficiale” ha fallito, milioni di persone muoiono.
Cosa fa il Governo davanti ad un problema umanitario? Alza un muro bello alto così il problema umanitario diventa il problema di qualcun’altro.
Abbiamo così una vera e propria “città dei morti” dove ambientare il film, delimitata da un grande muro sopra il quale il generale Lyons (di nuovo Dennis Haysbert) può fare la parte di quello che, nel dubbio, è meglio nuclearizzare.

Un’altra inutile apparizione di Dennis Haysbert

Inizia una serie di vicende straordinariamente noiose e impossibili da seguire, perché al secondo fotogramma già ho la bolla al naso mentre dormo profondamente.
L’unico filo conduttore che mi sembra degno di nota è il protagonista – di nuovo Chase (Jesse Metcalfe) – che cerca la co-protagonista del precedente film, Jordan (Keegan Connor Tracy): che fine ha fatto? È “zombata”? La ritroviamo attiva e incacchiata per essere stata abbandonata, protagonista di alcune buone scene d’azione.

Armati, strambi e pronti all’impegno

Il resto del film è, come si può facilmente intuire, il nulla più totale. Peggiorato dalla presenza della insopportabilmente bella Marie Avgeropoulos: essendo il film diretto ad un pubblico di brufolosi adolescenti dalla vita privata plausibilmente solitaria, da anni si è imposta una figura leggendaria e mitologica come costante quasi obbligatoria. La figura della giovane fighetta esperta di computer.

Guardi Marie Avgeropoulos e pensi: che grande esperto di computer…

Dopo lo Yeti e il lupo mannaro, ora c’è questa creatura leggendaria – la hacker giovane e figa – raccontata da molti film ma che in realtà nessuno ha mai visto in natura.

Sono solo una ragazza con la sua mazza chiodata

Un paio di scene azzeccate ci sono – come quella dello scontro zombie sulla scala mobile, piena di ottime idee – e qualche effettaccio splatter è ben piazzato, ma paradossalmente siamo sotto al livello del precedente film, che già di suo era una minchiata.

Sebbene digitale, c’è del sano splatter

Almeno lì però c’era la voglia di cazzeggiare con armi strane, con motoseghe e decespugliatori: qui i protagonisti imbracciano strane armi da taglio ma lo fanno in modo “serio”… il che è dannatamente ridicolo!

Silenzio: parla il Principe della Z

Chiude il cerchio l’apparizione per pochi secondi di un principe della Z che è voluto passare a salutare, e già che c’era ha detto due stupidate, così tanto per ridere: Billy Zane, che crede così tanto nella Z da averla nel cognome…

Ecco l’unico modo per impedire a Billy Zane di fare altri filmacci

Che altro devo dire di ‘sto filmaccio? Sicuramente il videogioco sarà divertente, ma qui ci si prende troppo sul serio per risultare credibili. Perciò, si dorme della grossa…

L.

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[Il Zinnefilo] Piraña paura (1981)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Piraña paura (Piranha Part Two: The Spawning, 1981).

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The Curse of the Mummy’s Tomb (1964) Il mistero della mummia

Dopo l’esempio della Universal, anche la Columbia vuole distribuire in Inghilterra e Stati Uniti filmetti horror a bassissimo prezzo prodotti dalle nuove piccole grandi case britanniche, come la celebre Hammer. Non tutti i suoi prodotti riescono bene, così se nel 1964 la Columbia distribuisce l’ottimo Lo sguardo che uccide (The Gorgon, 1964) porta nei cinema anche il deludentissimo The Curse of the Mummy’s Tomb.
È diretto e sceneggiato (sotto pseudonimo) dal londinese Michael Carreras, grande produttore di film fanta-horror: purtroppo ogni tanto ha voluto anche dirigerne qualcuno, non facendoci bella figura…

Bella grafica ma pessimo titolo

Uscito in patria britannica il 18 ottobre 1964, arriva in Italia il 6 settembre 1965 con il titolo Il mistero della mummia.
Non ho trovato tracce di passaggi televisivi prima di quello su Rai3 l’8 febbraio 1997, ma ovviamente non è detto che abbia comunque avuto una vita sui canali locali.
Distribuito in VHS RCA Columbia in data imprecisata, viene ristampato dalla Columbia Tristar nel 1998. Arriva in DVD Sony Pictures dal 18 maggio 2007.

Ecco cosa succede alle mani dei registi di film come questi!

Già nel 1959 l’argomento era talmente chiuso che il celebre La mummia è costretto a rimaneggiare il primo film del 1932: cosa si può aggiungere nei roboanti anni Sessanta?
Torniamo così nell’Egitto del 1900 – quindi prima delle grandi scoperte del secolo – e incontriamo l’affarista Alexander King (Fred Clark) che se ne frega dell’archeologia e del rispetto per gli antenati e le usanze locali: ha trovato la mummia di Ra-Antef (Dickie Owen) e vuole portarla in patria per organizzarci un bello spettacolino a pagamento.
A nulla valgono i consigli di John Bray (Ronald Howard) o della inutile Annette Dubois (Jeanne Roland): King vuole organizzare uno show che lo renderà più ricco di quanto già non sia.

Un’attrazione perfetta per i teatri di Londra

Usando la maledizione egizia come richiamo per gli spettatori, la prima sera dello spettacolo si apre il sarcofago… e dentro non c’è nulla. Chi s’è fregato la mummia? Tirate fuori la mummia, basta con ‘sti scherzi!
Alle ricerche partecipa il misterioso Adam Beauchamp (Terence Morgan) che segue la compagnia archeologica dall’Egitto senza che nessuno gli chieda conto della sua presenza molesta. Tra una mollicata con Annette e uno sguardo ambiguo, Adam è insopportabile protagonista della vicenda… semplicemente perché è il fratello cattivo di Ra, condannato a vivere in eterno!
Lo scontro finale tra questo Highlander egizio e suo fratello mummia sarà all’insegna della risata grassa.

Tre dei peggiori protagonisti della storia del cinema horror

La totale mancanza di ispirazione aleggia in ogni fotogramma, e anche una grande casa come la Hammer non può tenere in vita ciò che non è mai stato vivo. Malgrado le splendide scenografie – storico vanto della casa – e i colori sgargianti, il film è davvero una pernacchia mummificata.
Una mummia grassoccia e inespressiva rende ridicole le scene che teoricamente dovrebbero mettere paura, e una recitazione legnosa se non catatonica dell’intero cast non aiuta di certo.

Per uno che è stato immobile per tremila anni, c’è qualche chilo di troppo…

È davvero difficile resistere fino alla visione di un film che fa male agli occhi, ma soprattutto al cuore: povera Hammer, che nel tentativo di mantenere in vita uno dei suoi mostri non fa che uccidersi lentamente…

L.

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Guida TV in chiaro 18-20 agosto 2017

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

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Undefeatable (1993) Furia invincibile

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Mettete i bambini a letto. Perché il film trattato oggi, ossia Undefeatable – Furia invincibile, potrebbe causare danni irreversibili alle docili ed impressionabili creature per ben tre motivi: innanzitutto, si tratta di un’opera davvero putrescente, così tanto che potrebbe inibire la futura visione dell’action di serie Z. E noi non vogliamo ciò. In secondo luogo, la suddetta opera contiene quella che è stata definita la peggior scena di lotta mai girata: e temo che un pargolo innocente, di fronte all’orripilante spettacolo, potrebbe auto-mutilarsi cavandosi i bulbi oculari. Infine, c’è Cynthia Rothrock e ciò porterebbe inevitabilmente la misoginia degli infanti a livelli stellari. Quindi, se non volete figli depressi, non vedenti e inclini a considerare le donne poco più che amebe… metteteli a letto.

Lo stile è sempre lo stile…

Orsù, procediamo: nelle prime tre scene ci vengono presentati i personaggi principali… ed è già tragicommedia. Stingray (Don Niam) è un uomo che lotta per soldi, che picchia la moglie e che quando combatte ha un moto anomalo e sussultorio (invero, ridicolo) della mascella; si merita l’appellativo di “mandibola più veloce del West” anche se ciò credo possa portare giovamento al massimo in un circo di bassa lega. Poi compare il poliziotto DiMarco (John Miller) che ha una faccia di bronzo da far invidia agli amici di Riace e che, nello sventare una rapina, usa termini come “cacasotto” e “piscialletto” che non risentivo dall’estate del ’94 e che avrà coniato Mauro Repetto quando ballava negli 883.
Alfine, ecco Kristi Jones (la nostra, adorata Cynthia) che fa match clandestini per foraggiare l’università di sua sorella (tutto molto credibile) e che vince un incontro con una sola, unica, spaccata, cosa che credo sia quasi tecnicamente impossibile a meno che il tuo sparring partner non sia un Ewok di Guerre stellari.

Don Niam in un momento molto sobrio

Insomma, siamo messi male. Ma l’antagonista è messo decisamente peggio, accidempolina: Stingray rientra a casa dicendo alla consorte che ha fatto schizzare gli occhi fuori dalle orbite all’avversario. Romantico, vero? Sempre più Romeo decide di violentarla da dietro (perché lei è giustamente recalcitrante) e mentre la zifonella ben bene si alternano inquietanti inquadrature con la bistecca che cuoce. Dobbiamo cogliere qualche analogia o al cameraman è sfuggita la telecamera? Bah. Comunque lei fugge e lui nel cercarla dice «Se stai giocando a nascondino ti faccio uscire il sangue dal naso»: secondo me nemmeno il peggiore degli psicopatici si esprime così ma tant’è, è ciò che passa il convento.

John Miller in uno dei momenti “alti” del film

Sempre lui, furente, oscilla la consueta mascella e si tinge i capelli. Proprio così. Proprio così. Non solo, il novello Einstein rapisce donne simili alla moglie, le tortura, le uccide e cava loro gli occhi. Comunque, in questo film, recitano tutti talmente male che le morti, anche atroci, paiono quasi una benemerenza: addirittura io tifo per il cedimento strutturale del set. Per dire, il cattivo continua a sequestrare donne e a muovere le guance come se avesse un ventilatore incavato nell’ugola, mentre il detective DiMarco si esibisce in una lunghissima e barbosa sessione di allenamento marziale ove il suo volto assume espressioni richiamanti una gang di stupratori incalliti: con quella faccia, secondo me, recita male anche quando dorme.
Stai a vedere che da ’sta roba Cynthia ne esce quasi bene? Ah, no: quando le annunciano che Stingray ha ucciso sua sorella le sue capacità attoriali comunicano qualcosa tipo «Ah, no, la bolletta vi assicuro che l’ho pagata! O era quella del mese scorso?». Ci trasmette una sciagura di tali livelli… mannaggia a lei.

Cynthia Rothrock anche rossa fa sempre la sua figura

Lo spasso prosegue tosto perché la nostra eroina (e non intendo lo stupefacente, che a questo punto sarebbe il male minore per il mio stato psicofisico) indaga sul colpevole e non becca una pista giusta che sia una: picchia innocenti su innocenti. Senza andare incontro ad alcuna ramanzina dell’ormai amico poliziotto: allegria. In coppia diventano pure presuntuosi: fanno fuori tutta la gang di una palestra, la Rothrock nazionale fa i complimenti al compagno e questi, mettendosi a posto la mascella (ma allora è un vizio, una deviazione erotica), risponde «Poco più di un gioco». Eeeeeeeh, ragazzi, che uomo, che maschio, che… fava lessa.

Due grandi attori a confronto

Intanto veniamo a sapere che il cattivo è soprannominato “scorpione feroce” (oscar per il peggior nomignolo di sempre) e che dà i bulbi oculari strappati in pasto ai pesci: come sono lontani i tempi del buon vecchio mangime/plancton. Ora sì che gli amici ittici si trattano bene, slurp. Nel frattempo la mitologica coppia DiMarco-Kristi, pur avviata sulla giusta strada da una psicologa, continua ad arrivare sempre dopo sul luogo del delitto, non salvando dunque alcuna vita: un disastro così non si vedeva dai tempi di Caporetto.

Tris d’assi!

E poi… e poi ci siamo: inizia l’epico scontro finale a tre, quello che ha fatto accapponare la pelle a qualsivoglia spettatore. Io, forse per la prima volta in vita mia, sono senza parole: gente che lecca i coltelli, magliette strappate senza motivo, l’insulso faccione di DiMarco che si deforma sotto una gragnola di cazzotti, emissioni vocali belluine, bulbi oculari bullizzati (ancora)… insomma, lascerei parlare le immagini. Ma prima, vi scongiuro nuovamente, mettete a letto i bambini. Non rovinate loro l’età dell’innocenza. E… buona visione.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Code of Honor (2016) Punisher Seagal

Il registino Michael Winnick ha un sogno e una perversione: il sogno è quello di fare un film che plagi le origini del Punisher; la perversione è di riempirlo di vecchi attori d’azione falliti.
Minuscole ed evanescenti casupole produttrici realizzano sia il sogno che la perversione, e due grandi case italiane esperte in filmacci sono subito pronte a distribuire il tutto nel nostro Paese, sempre affamato di porcate.
Sto parlando di Code of Honor, uno delle cento minchiate che Steven Seagal sforna ogni anno.

Non si sforzano neanche più con la grafica…

Uscito in patria il 6 maggio 2016, le nostrane Minerva Pictures e 01 Distribution fanno a botte per distribuirlo dal 17 novembre successivo.

Andiamo, va’, che c’è del buon gusto da uccidere

Forgiato dalla guerra del Vietnam, quando torna a casa scopre che la propria famiglia è stata sterminata dalla mafia e visto che la polizia non ha intenzione di fare nulla diventa egli stesso un implacabile giustiziere: no, non sto parlando del Punisher ma di Mack Bolan, il primo vero grande eroe action letterario moderno che, nel 1969, dà il via alla narrativa d’azione.
È inevitabile che gli eroi successivi ne copino le gesta, come per esempio l’anti-eroe a fumetti Frank Castle, il Punisher, che ha reso famoso a livello internazionale questo spunto: non so se lo sceneggiatore e regista Michael Winnick volesse omaggiare Bolan o Castle, comunque usa la stessa identica idea per questo film. Ovviamente in salsa un miliardo di volte più cialtronesca.

Il giustiziere dalla pancia larga…

Così il colonnello Robert Sikes (Steven Seagal con i suoi peli sempre più neri, ogni anno che invecchia) che mentre era in Afghanistan – cioè il nuovo Vietnam – la sua famiglia veniva sterminata per sbaglio dalla malavita. Visto che la polizia non ha fatto nulla, Sikes ha iniziato una guerra personale ai criminali e li sta ammazzando tutti, uno alla volta, fulminandoli con il suo sguardo da balena spiaggiata.

Questo sì che è uno sguardo che uccide!

Diversamente dai citati eroi, qui Punisher Seagal ha un antagonista, l’agente speciale William Porter (un Craig Sheffer invecchiato malamente) che lo insegue per fermarlo, malgrado lo stimi per averci combattuto insieme.
Il terzo “buono” – cioè tutore dell’ordine – è il detective Peterson (Louis Mandylor) che cerca di fermare tutti per far cessare gli omicidi.

Quando entrano in scena Craig Sheffer e Louis Mandylor, capisci che è tutto finito

Non poteva mancare la ciliegina sulla torta, non poteva mancare il super-cattivo: rullo di tamburi, perché abbiamo sua maestà James Russo con tanto di baffoni spioventi alla Fu Manchu. Fa così dannatamente ridere che si rischia davvero la morte…

James Russo e i baffoni che uccidono!

In mezzo ad attori un tempo noti che cercano di raschiare il fondo del barile, a sorpresa la trama risulta leggermente più complessa e strutturata rispetto alle cento fetecchie annue che Seagal sforna a getto continuo, e abbiamo addirittura un doppio colpone di scena carpiato. Non fraintendetemi, siamo sempre a livelli di Z spinta, robaccia che farebbe arrossire di vergogna un serial killer, ma è lodevole l’impegno nel cercare di inventarsi qualcosa di simpatico in questo montarozzo fumante di attori un tempo bravi.
Al netto della cialtronaggine dell’esecuzione, questo film lo stesso lo considero un gradino più in alto rispetto alla media delle spanzate seagaliane: spero che dopo tutti questi decenni di nulla sia il primo vagito di una novella ricerca di qualità da parte del nostro Pizzettone nero…

Helena Mattsson, un buon motivo per vedere il film

Nel ruolo della “mammina” in pericolo c’è la svedesona Helena Mattsson, l’ultima delle storiche “bonazze bionde dallo spazio” in quanto protagonista di Species IV (2007).
È sicuramente un bel vedere ma il suo ruolo è ovviamente del tutto marginale.

Per favore, no: non fatemi vedere ‘ste cose…

Da lodare infine la scelta di ridurre praticamente a zero l’impegno marziale di Seagal, perché dopo mille film imbarazzanti anche lui avrà capito che si sta ricoprendo di ridicolo, a fare da trent’anni le stesse identiche tre stupide mossette. Qui accenna qualcosa nel finale, ma poi si vergogna troppo e si butta da una finestra (storia vera!): che bello sarebbe se facesse così in ognuno dei sue duemila milioni di film…

L.

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Piranha 2 (1981) Piraña paura

Venticinque anni fa usciva in Italia questo film, che segnava l’inizio della carriera di un grande regista ma che soprattutto segnava l’inizio di una grande passione: la mia!

Estate 1990. Ormai sono un fan acclamato del cinema horror, grazie ai fumetti di Dylan Dog, e sto cercando di recuperare tutto il tempo perduto. Dal 1986 ho in casa un videoregistratore e finalmente le videocassette vergini si sono abbassate di prezzo, tanto che anche la mia paghetta da 16enne mi permette di comprarle. Inoltre da poco in casa è arrivato un videolettore, cioè un apparecchio che può solo riprodurre le VHS senza poterci registrare: attaccarlo al videoregistratore significa poter duplicare i film. E quindi… il mondo è mio!

Il mio portafoglio col velcro sciaborda di tessere di videoteche e sto dando fondo ad ogni risorsa per recuperare filmoni horror e conservarmene una copia. In quell’estate duplico Dovevi essere morta (1986) di Wes Craven ma anche un certo Terminator (1984) di cui potreste aver sentito parlare.
Sono già un fan malato di Aliens (1986) quindi sono alla ricerca di qualsiasi cosa porti la firma di James Cameron, e a quell’epoca significa che mi manca un solo film: Piranha Part Two: The Spawning.
(Con mio grande rammarico non riesco a ricordare se la prima volta l’ho registrato dalla TV o da una videocassetta affittata: propendo per la seconda ipotesi.)

E ora… si vola!

Il film vede il ritorno dell’egiziano Ovidio G. Assonitis, che abbiamo conosciuto per Tentacoli (1977): insieme a Cameron e a Charles H. Eglee scrive a sei mani la sceneggiatura firmandosi con lo pseudonimo collettivo H.A. Milton.
La casa produttrice è la minuscola Brouwersgracht Investments – misteriosa casa europea che sembra aver sfornato solo quattro film – ma non ho trovato legami certi di questa con Assonitis: di sicuro però tutte le fonti identificano nell’egiziano – che tutti chiamano italiano – l’unico “padrino” del film.

Un’altra grande produzione Assonitis…

Visto però che la storia della produzione del film è migliore del film stesso, ritengo valga la pena raccontarla per bene, grazie anche alle chicche che regala Not Bad for a Human (2011): la spettacolare biografia di Lance Henriksen.

È un non meglio precisato giorno del marzo 1980 a New York. Lance Henriksen va al cinema con degli amici a vedere il film in cui gli è capitato di recitare insieme al maestro John Huston, con cui ha passato momenti magici. Inizia il delirante Stridulum (1979) di Giulio Paradisi (mascherato da Michael J. Paradise) ed è ben presto chiaro che è pura follia. Ad un certo punto dalle spalle di Lance si alza un tizio che comincia a gridare «Stronzi, voglio indietro i miei soldi!»
Lance ha adorato chiacchierare con Huston durante le riprese e si è divertito un mondo a vedere in sala la gente insultare il filmaccio, ma crede che ormai quella sia una parentesi chiusa: niente di più falso. Il produttore di quel film, Assonitis, capisce che quello di Lance è un volto che spacca e lo vuole assolutamente come protagonista del suo prossimo film: si gira in Giamaica, per caso è interessato? Lance butta il costume in valigia e agli inizi del 1981 – durante il rigido inverno newyorkese – si ritrova seduto ad un baretto su una spiaggia giamaicana insieme a James Cameron, a buttar giù idee per il film Piranha II.

«Bevemmo caffè e ci conoscemmo meglio – ricorda Henriksen nel 2011. – Il budget era così basso che non avevamo un guardaroba. Si avvicinò un cameriere con una divisa che aveva una striscia blu sui pantaloni. Quel tizio era della mia taglia, così comprai da lui per 75 dollari il guardaroba del mio personaggio. Dovevo impersonare un poliziotto così presi una spilla “Salviamo le balene” e me l’appuntai rovesciata, a mo’ di distintivo. Presi un pezzo di legno, lo intagliai e me lo misi nella fondina come se fosse una pistola, perché non avevamo il permesso di portare vere armi. Il giorno dopo iniziammo le riprese.»

Il primo giorno di riprese è un disastro, con Lance che manda un motoscafo contro la banchina: visto che nessuno gli aveva fornito lezioni di guida di quell’apparecchio, nessuno può rimproverarlo. Poi si lancia da un elicottero e si rompe una mano: portato in ospedale e viste le norme igieniche del posto… preferisce finire le riprese con una mano rotta! Che stia parlando di se stesso, quando in Terminator racconta del tizio che va in giro con una mano rotta?

Scusa, sai come si guida ‘sta cosa?

Tutte le riprese sono una sequela di disastri e incidenti, ma qualcosa di buono nasce: l’amicizia fra Cameron ed Henriksen, destinata a durare anni. Il regista apprezza il grande impegno che l’attore mette nel suo lavoro, e l’attore riconosce al regista una grande determinazione nel fare al proprio meglio quello che, è palese, è in fondo un filmucolo.

«Passava il tempo libero nella sua stanza a fare pesci di gomma, perché la produzione non gliene dava abbastanza: non avrebbe mai mollato

da “La Stampa”, 28 agosto 1982

Assonitis, che è uno che sa riconoscere il talento, alla fine delle riprese licenzia James Cameron come regista: questa sì che è un’idea coi fiocchi!
Montato il film secondo il proprio gusto, Assonitis lo porta alla Warner Bros e quelli stanno ancora ridendo. Uscito con un segno di pedata stampato sul sedere, Assonitis con la coda fra le gambe porta le pellicole da Cameron, il quale rimonta tutto e la Columbia distribuisce il film finito: è stata una guerra ogni singolo giorno di produzione, ma alla fine James ha vinto.

IMDb fornisce come prima data di uscita del film un fantomatico dicembre 1981 in Italia: purtroppo nel nostro Paese non esistono tracce del film prima del 14 agosto 1982 con il titolo Piraña Paura. Comunque è un’uscita sempre anticipata rispetto agli USA, in cui il film sembra uscito solamente il 5 novembre successivo.
Uscito in VHS Golden Video in data imprecisata, la compianta Stormovie lo presenta in DVD dal 2001, ripresentando poi dal 16 giugno 2009 un Cofanetto DVD con anche il film di Dante.

Siamo in una generica isola caraibica: le riprese si sono svolte in Giamaica ma questa non viene mai citata per nome. I turisti, i passanti e i locali intrecciano le loro storie mentre “qualcosa” di agita nell’acqua.
Anne Kimbrough (la splendida 36enne Tricia O’Neil, dai capelli scuri e ricci come Ripley qualche anno dopo) ha un rapporto incestuoso e pedofilo con il figlio 16enne Chris (Ricky Paull Goldin). Ok, no, in effetti non è vero però le scene che aprono il film farebbero la gioia di qualsiasi psicologo freudiano: la mamma giovane ed abbronzata che dorme nuda e viene svegliata dal figlioletto sedicenne, pieno d’ormoni, che stringe in mano un pesce. Andiamo…!

E ora ditemi che non è una simil-Ripley!

Anne organizza delle gite subbaque nei fondali marini dell’isola e nota che il mollicone Tyler Sherman (Steve Marachuk) fa un po’ troppe immersioni insieme a lei. Dietro l’apparenza del galletto in vacanza, in cerca di avventure con le donne locali, c’è ben altro: un biologo che sta cercando di capire quanto brutta sia la situazione delle creature che ha contribuito a creare.

«Abbiamo integrato i geni di specie diverse per creare uno strumento di morte perfetto. Del grunion perché potesse vivere nell’aria, del dattilottero – un pesce volante molto comune, qui, in questi mari – in modo che potesse vivere in qualsiasi habitat.»

Qualche velocissima parola è tutto ciò che sappiamo dell’antefatto, perché in fondo qui si continua il discorso del primo film: che senso ha spiegare di più?

Un chestburster in salsa marina!

C’è la solita festa paesana che non si può proprio rimandare e tutto ciò che Lo Squalo (1975) ci ha insegnato e che Assonitis aveva già abbondantemente rubacchiato per Tentacoli (1977).
Solo che stavolta la mattanza finale è molto più divertente perché vediamo uno stormo di piraña – sì, ho detto “stormo”, perché volano! – aggredire i vacanzieri sulla spiaggia. È tutto di notte quindi si distingue poco, ma quando nel 1990 vidi per la prima volta la scena ne fui particolarmente esaltato.
In fondo questa per Cameron è una palestra per Aliens: prendi il primo film… e moltiplica i mostri!

Se non sapessimo che Cameron è stato allievo di Roger Corman, non troveremmo alcun riferimento al primo film di Joe Dante, nato sotto l’ala della New World Pictures. Eppure che questo sia un sequel diretto lo rivela la protagonista, che fa palese riferimento all’esperimento governativo di piraña modificati per invadere i fiumi del Vietnam.
Tutte le fonti ci dicono che Piraña Paura è il primo lavoro di Cameron non appena abbandonata Casa Corman – ecco perché ha dovuto accettare un personaggio come Assonitis alla produzione – e quindi non capisco come abbia potuto usare il soggetto del primo film senza apparentemente alcun tipo di permesso: probabilmente la New World Pictures non aveva depositato il copyright degli elementi utilizzati, e anzi ancor più probabilmente non gliene importava. I piraña non sono mostri di cui si possa vantare il possesso intellettuale…

Ho visto così tante volte questo film che rivederlo oggi è stato come ritrovare un vecchio amico. I difetti sono così tanti che alla fine non ci si fa caso: è un film quasi improvvisato in cui titaneggia supremo Lance Henriksen, e tanto basta. Per decenni il mitico attore ha cercato di contraddistinguere i propri personaggi con gesti unici, come per esempio in questo caso il modo di togliersi gli occhiali da sole: sono più che convinto che nel 1993 con Senza tregua Lance si sia autocitato, nel modo di togliersi gli occhiali!

Acerbo, ma già un mito!

Chi segue Cameron e le sue incredibili interviste sa che a tutto ciò che afferma il buon James bisogna credere al 22% – come l’IVA – ma non resisto a chiudere con una curiosità.
Nel saggio Queering The Terminator (2017) di David Greven viene raccontata di nuovo una storia che gira da anni, secondo cui un giorno Cameron si trovava a Roma per una riunione con il produttore Assonitis, proprio quella riunione alla fine della quale sarebbe stato licenziato. Durante questo soggiorno nella Capitale Cameron ha la febbre a 39 e dorme agitato: una notte ha un incubo… su un robot tagliato a metà che insegue una donna. Non importa se la storia sembra farlocca: ogni vero mito nasce da una storia falsa…

L.

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