Crystal Inferno (2018) Inferno di cristallo

Come si chiama un periodo in cui il cielo è sempre nuvoloso, pioviccica in modo da tenerti sempre la macchina sporca e quando guardi dalla finestra ti sembra di vivere a Londra, mentre invece vivi sul litorale romano? Si chiama “estate 2021”, grazie al surriscaldamento globale (e a chi non ci crede).
Malgrado dunque non ci sia alcun indizio per chiamarla estate, il calendario si ostina a definirla tale e quindi il canale televisivo TV8 si è attivato: è tempo di filmacci fetenti freschi di giornata!

Qui però scatta la grattata di zebedei…

All’interno del contenitore “S.O.S. Estate in allerta” (mai nome fu più ispirato!) ecco che il 24 luglio 2021 TV8 trasmette in prima visione Inferno di cristallo… No, non il celebre film omonimo del 1974, quello era il kolossal The Towering Inferno, questo invece è la fetecchia Crystal Inferno, ma tanto i titolatori italiani se ne fregano assai.

Prodotto da casupole infinitesimali e uscito in un vago 2018 in giro per il mondo, la Eagle Pictures lo porta in DVD dal dicembre 2018, ed avendo un accordo d’acciaio con Prime Video ecco che dopo un po’ di tempo il film appare nel suo catalogo.

Va’ che grafica italiana gagliarda: è meglio del film!

Mi sono accorto del film su Prime Video a metà settimana, mettendolo subito in lista perché… be’, avevo sbagliato cristallo! Pensavo che fosse un film diehardo, cioè ispirato a Trappola di cristallo (Die Hard, 1988), invece è ispirato all’Inferno di cristallo di John Guillermin, con secchiate di grandi attori dell’epoca.
Qui invece c’è solo Claire Forlani, che più di un’attrice è un volto noto. Anzi, per dirla come Balasso, è “nota per essere stata nota”.

La contentezza di Claire Forlani di partecipare a questo film

Siamo in tempi di girl power quindi la sua Brianna Bronson è una donna forte, determinata, indipendente, automunita e militesente, oltre che – pare scontato dirlo – divorziata e in rotta con il marito per l’affidamento dei figli. Roba fresca, mai vista…
Brianna è un ingegnere strutturale e il suo ultimo lavoro è stato… la Torre Alfa di “Nathan Never“! Con tanto di piattaforma sopraelevata per i velivoli.

Mi sa che il direttore qui si chiama Reiser…

Per costruire un grattacielo serve una ditta di professionisti con a capo un onesto responsabile… Ci siete cascati, eh? Molto più credibile la presenza di Lucas Beaumont (Nigel Barber), spietato palazzinaro arraffone e magnasghèi che decide di usare solo i materiali peggiori ed economici per il grattacielo, non certo una pratica infrequente. Solo che i palazzinari furbi non rendono subito evidenti le falle delle loro costruzioni, invece Beaumont è così avido che costruisce il grattacielo col pongo, e un paio di giorni dopo già crolla tutto.
Tranquilli, gli arraffoni si circondano di gente in gamba, per esempio tutti quelli che lavorano nel palazzo appena inizia un enorme incendio si sbrigano a scendere con l’ascensore, che è proprio una pratica sicura: il fatto che tutti sappiano che bisogna prendere le scale in qualsiasi emergenza, è un dettaglio che genera ilarità. Visto che ride bene chi ride l’ultimo, tutti quelli che ridevano muoiono soffocati in ascensore: in fondo hanno riso per ultimi…

Ecco, tutto qua l’“inferno”…

Il vuoto che vuoteggia in questo film è disarmante, pura noia fumosa che uccide molto più del fumo di sigaretta mandato sul set a fingere l’incendio, che viene però sorpassato in velocità dagli effetti speciali, che mettono il fuoco fatto al PC di casa su immagini vere che però sembrano finte. Roba di una tristezza infinita.
Ma nella noia tombale arriva però la scena madre… nel vero senso della parola!

Da che mondo e mondo i personaggi protagonisti fanno figli solo per vederseli finire in pericolo: salvarli è l’unico modo che hanno gli eroi per dimostrarsi eroi. Non fa eccezione la Ramba Brianna interpretata da Forlani, che con i figli intrappolati nella tromba dell’ascensore decide di… andare a commandare!
Novella Schwarzy in Commando (1985), scatta la vestizione in primo piano, con la donna che si strappa le maniche della camicia e mette in risalto le braccia allenate nelle scalate da palestra.

Una mamma deve fare quello che una mamma deve fare

Passando poi allo Stallone di Rambo III (1988), le maniche della camicia se le passa poi attorno alle mani.

Ho una gran voglia di picchiare un tizio in Thailandia

Tie’, Rambo, mangiati il fegato!

Ora che la super-mamma è pronta, può tuffarsi nella rampa dell’ascensore e scendere aggrappata a un cavo… Coooooosa?
L’aspetto meraviglioso di questa assurda scena non è solo la difficoltà di credere che un tessuto di camicia possa resistere per più di due frazioni di secondo all’attrito di un qualsiasi cavo, ma anche il fatto che “Cliffhanger” Brianna scenda a velocità altissima… mantenendo intatta la sua pettinatura!

A vederla così non sembra, ma va tipo a cento chilometri all’ora!

Vedere Claire Forlani che davanti a uno schermo verde finge di tuffarsi nelle profondità di una tromba d’ascensore in fiamme fa ridere così tanto che neanche ci si accorge del proseguire del film, essendo peraltro del tutto insignificante.
In fondo da Philip J. Roth, celebre soggettista di perle marroni come Shark Hunter (2001), New Alcatraz (2001), Progetto Mindstorm (2001) e Roboshark (2015) non mi aspettavo niente di diverso. Sono finiti i tempi in cui aveva buone idee, come in gioiellini del tipo Python (2000) o Epoch (2001).

Inferno di cristallo è come ogni altro film catastrofico da salotto, pura inutilità noiosa, ma almeno la scena di Clarie Forlani super-mamma d’azione vala da sola l’intero film.

L.

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Psycho IV (1990) The Beginning (ma anche no)

In occasione della presentazione italiana del suo Dr. Jekyll e Mr. Hyde (1989), Anthony Perkins nella conferenza stampa risponde alla domanda di Stefano Masi del “Radiocorriere TV” (n. 7, 12-18 febbraio 1989), che gli chiede se vedremo mai uno Psycho IV.

«Se troverò una storia adatta, farò un quarto Psycho. Norma Bates me lo trascino dietro da molti anni e ho dovuto fare una certa fatica per convincermi che la mia carriera non era legata a quel personaggio.»

In quella conferenza Perkins parla di progetti futuri ma tutto è destinato ad una brusca interruzione: nel 1990 la scoperta di essere sieropositivo sarà una terribile doccia gelata, e in due anni l’AIDS si porterà via l’attore, scomparso il 12 settembre 1992 con più di cinquanta film in carriera (senza contare l’attività teatrale): tutto dimenticato, visto che i necrologi parleranno solo di Norman Bates.

Perkins in uno dei tantissimi ruoli dimenticati della sua carriera

Prima del nuovo millennio, in cui la morte del cinema ha fatto cambiare idea a tutti, non c’era attore che non si lamentasse dei propri ruoli ricorrenti, assegni sicuri da incassare ma professionalmente screditanti, senza parlare della frustrazione di avere una carriera spazzata via in quanto ricordati da un solo ruolo. È la storia della vita di Anthony Perkins, che grazie anche a una pessima distribuzione è un attore in pratica ignoto, se non per un unico ruolo in un unico film. Ma, come dicevo, Tony è sceso a patti con questa situazione molto prima di altri.

«Psycho ha limitato la mia carriera, non c’è dubbio, ma in tutta onestà almeno sarò ricordato per un ruolo straordinario: molti attori non possono dire lo stesso.»

Già in tempi non sospetti Perkins faceva queste dichiarazioni, a “Fangoria” n. 52 (marzo 1986), negli stessi anni in cui Englund si lamentava di Freddy, Hamill di Luke e la Weaver di Ripley: tutti attori che non sarebbero mai esistiti senza i loro personaggi ricorrenti e che ancora non avevano capito come fossero la loro unica possibilità di pensione. Perkins era sceso a patti molto prima con la sua situazione: nessuno ricorderà le decine e decine di film interpretati, solo Norman Bates sopravviverà. E Norman Bates sia.

Lo aveva già scritto Robert Bloch nel suo secondo romanzo del 1982: «Norman Bates will never die».

Norman Bates sarà sempre con noi…

Un giorno del 1959 lo sceneggiatore Joseph Stefano parla con Alfred Hitchcock e gli presenta una scena scritta per il film a cui stanno lavorando, un certo Psycho. Lo sceneggiatore ha aggiunto molti retroscena e storia pregressa rispetto al romanzo di Bloch, e il materiale è così buono che Hitch lo ascolta rapito. Poi però alla fine ha chiuso la conversazione in modo lapidario: «È un peccato che non possiamo usare tutta questa roba».
Lo sceneggiatore è stato costretto ad aggredire il proprio copione con un coltellaccio e tagliar via tutto il materiale aggiuntivo, finito in un cassetto… in attesa di rivalsa. Nel 1990, quarant’anni dopo, quel cassetto può essere aperto, e Joseph Stefano presenta il suo Norman Bates, la vita di un assassino seriale come nessuno l’aveva ancora mai raccontata.

Stefano – che raccontato tutto questo a “Fangoria” n. 98 (novembre 1990) – muore nel 2006, senza sapere che la futura serie TV “Bates Motel” stravolgerà parecchio il passato di Norman ma in realtà il cuore rimarrà intatto: ora che ho visto questo quarto film, capisco che la prima stagione di “Bates Motel” è un vero e proprio omaggio a Joseph Stefano, quello che dopo Robert Bloch ha dato di più al personaggio di Norman Bates.

Vita familiare a Casa Bates, anni prima di “Bates Motel”

È un peccato che Perkins non diriga il film, ma al suo posto arriva un giovane che oggi sappiamo essere nostro amico, anche se all’epoca era ancora relativamente poco noto: Mick Garris, che alla regia cinematografica aveva firmato solo Critters 2 (1988). E come sceneggiatore ha firmato La Mosca 2 (1989) a cui voglio un mare di bene, anche se probabilmente quel film è piaciuto solo a me.

Mick Garris in una comparsata nel film L’ululato (1981)

Che Mick Garris non arrivi dal nulla mi sembra chiaro: quanti giovani registi esordienti, che infilano la propria moglie nel cast, riescono ad avere John Landis in un piccolo ruolo marginale?

Cynthia Garris e John Landis in deliziosi piccoli ruoli

Psycho IV: The Beginning viene trasmesso sul canale via cavo Showtime il 10 novembre 1990 in patria americana: chissà se è per sfruttarne l’eco mediatica che Robert Bloch nel febbraio precedente ha pubblicato Psycho House, la terza ed ultima narrazione nel suo Psycho-verse letterario.
Ignoto alle sale italiane, la CIC Video lo porta in VHS nel marzo 1992 e poi l’oblio: non ho trovato tracce di alcun passaggio televisivo, né qualsiasi altro segno di vita nel nostro Paese. Se non fosse per i Santi Pirati, questo sarebbe un altro dei tantissimi film persi in lingua italiana.

Purtroppo è stata la fine non l’inizio

Se i precedenti film non avevano un grande budget, stavolta si batte ogni record: la Universal prende una busta, ci ride dentro e la consegna a Mick Garris. Ecco quanto puoi spendere. Girare un film con due mele o poco più non è facile, ma se hai l’idea giusta porti a casa il risultato.
Per risparmiare si gira tutto in interno e con pochi attori, ma a questo punto serve l’idea giusta per non creare una storia noiosa. Facciamo che l’intera vicenda è raccontata in diretta al “Fran Ambrose Show”, programma radiofonico in cui la conduttrice (la giovane ma già grintosissima CCH Pounder) parla in studio con un tronfio dottorone, Leo Richmond (Warren Frost), di matricidio, con testimonianze in prima persona.

In trasmissione vengono dette alcune cose riguardo ai matricidi che necessitano di una smentita, così arriva una telefonata di un certo Ed. Uno… che ne sa parecchio sulla questione.

Forza, provate a vendere un abbonamento Wind a questo cliente…

L’ascoltatore misterioso rivela di essere stato un paziente proprio dell’ospite di quella sera, il dottor Richmond, di aver superato il suo terribile passato ma vuole raccontare la sua storia, perché tutti capiscano perché ha ucciso sua madre. E perché quella sera… dovrà uccidere un’altra donna.

Non passa molto prima che alla radio capiscano che si tratta di Norman Bates, e bisogna farlo parlare il più possibile per cercare di capire quale donna voglia uccidere e coinvolgere la polizia. Così, mentre affila il suo coltello, Norman si lascia andare ai ricordi d’infanzia, di una madre splendida ma problematica.
Una madre con il volto di Olivia Hussey, che per diverse generazioni di spettatori sarà sempre la Giulietta di Zeffirelli.

Dopo Vera Farmiga e Meg Tilly, un’altra splendida Norma Bates

Dopo cinque stagioni di “Bates Motel” fa strano vedere riassunti in cento minuti eventi così complessi, comunque la storia dei dolori del giovane Norman, magistralmente interpretato da Henry “E.T.” Thomas, che oserei definire perfetto nel ruolo.

Norman… telefono… casa!

Ho una collega di lavoro che considera suo figlio adolescente ancora bambino, mentre cerchiamo di farle capire che a dodici anni un maschio non è un bambino, è appunto un maschio. Non sembra volerlo capire lei come non lo capisce Norma Bates, che tratta suo figlio adolescente come un bambino, non capendo che è un maschio.
Anni di educazione oppressiva e schizofrenica vengono riassunti in poche scene e tutto va come deve andare, senza particolari sorprese: non è certo un thriller, più che altro un Mito delle Origini, dove si spiega nei particolari ciò che già si sapeva ma solo per larghi capi.

Ciao, la vuoi vedere la mia collezione di animali impagliati?

Arriva poi il momento presente, quando Norman annuncia di voler uccidere sua moglie, la cui gravissima colpa è stata quella di rimanere incinta. La famiglia Bates ha nei geni il seme della follia e della violenza omicida, Norman non vuole regalare un altro piccolo psycho all’umanità, perciò l’unica è maciullare la moglie.
Tranquilli, è un film televisivo quindi senza particolari scossoni, ma è triste notare come prima dei titoli di coda si senta un vagito: quel “beginning” del titolo potrebbe far pensare ad ipotetici nuovi seguiti, con “il figlio di Psycho” a continuare l’opera paterna, ma la morte di Perkins o più semplicemente l’assenza totale di risposta del pubblico ha ucciso quel bambino nella culla.

La fine di un’èra

Questo film è piccolo ma gradevole, con una trama ridotta all’osso ma con buone idee per mascherarla, con la giusta dose di attenzione ai fan storici – gli interni della Psycho House sono ricostruiti fedelmente ad Orlando (Florida), nei nuovi studios della Universal – ma anche con la voglia di giocare con il personaggio.
Non sono riuscito a capire se Perkins sapesse già di essere malato durante le riprese, forse sì, ma comunque questo è stato un bel modo di dare l’addio al personaggio che l’ha reso immortale.

da “Fangoria” n. 98 (novembre 1990)

«Psycho IV mi è piaciuto parecchio», confesserà Mick Garris a Bill Warren di “Fangoria” (n. 164) nel luglio 1997:

«Sicuramente è meglio di qualsiasi altro film abbia un “IV” nel titolo. Tony Perkins è stato il primo attore famoso con cui io abbia lavorato, era molto eccentrico e la sfida è stata difficoltosa, ma ho imparato parecchio lavorando con lui. Forse proprio la difficoltà nel gestirlo mi ha reso un lavoratore migliore, mi ha spinto a focalizzarmi su ciò che volevo realizzare. Il film ha molto di Tennessee Williams, ne vado fiero, considerando specialmente che è stato in girato in quattro settimane.»

Lo stesso Warren anni prima (su “Fangoria” n. 112, maggio 1992) aveva affermato che il lavoro svolto da Garris con Psycho IV ha convinto Stephen King che era il regista giusto per Sleepwalkers (1992), e quando lo ripete sul numero 133 (giugno 1994) cita la fonte: Stephen King stesso. «Anche se Brian De Palma fosse disponibile, voglio Mick Garris»: una frase del genere, pronunciata dal Re del Terrore all’apice della sua popolarità è qualcosa che deve aver regalato parecchi centimetri d’altezza al giovane regista.

Lasciamo Garris finire tra le grinfie di Stephen King, in cui ci rimarrà parecchio, e salutiamo Norman Perkins, una fusione tra attore e personaggio per cui alla morte di uno è seguita quella dell’altro. Almeno per alcuni anni.

L.

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[Italian Credits] MIB – Men In Black (1997)

Vasquez che si appresta a digitalizzare una VHS!

Continuo a presentare la meravigliosa opera di Vasquez, che tenendo fede al proprio nome si è stretta la fascia in testa, ha imbracciato il suo smart gun ed è scesa nei piani inferiori della stazione di Hadley’s Hope: là dove teneva preziose videocassette sciabordanti edizioni italiane perdute.

Grazie all’acquisto di un semplice cavetto USB di acquisizione audio-video – che raccomando a chiunque voglia seguire le orme della nostra Colonial Marine – Vasquez ha recuperato le proprie VHS dalle insidie dei facehugger della polvere e le ha riportate in salvo, digitalizzando film la cui edizione italiana è ormai dimenticata ma soprattutto condividendo con tutti questo suo patrimonio.

Il film che ci regala questa settimana è MIB – Men In Black (1997) di
Barry Sonnenfeld, da un passaggio in prima visione su Canale5 del 3 aprile 2000.

Sono ormai anni che sto aspettando repliche televisive di uno qualsiasi di questi tre film, che nelle rarissime volte in cui appaiono in TV lo fanno in versione italiana, ma non essendoci Steven Seagal nel ruolo protagonista nessuna emittente è interessata a replicarli. Per fortuna arriva in soccorso Vasquez con questa incredibile chicca: ci voleva una Colonial Marine per beccare un film tanto citato quanto mai trasmesso.

Appena chiuso questo post scopro che TV8 stasera (domenica 25 luglio) trasmetterà in prima serata Men in Black 2 (2002), per il puro gusto di smentirmi! Visto che è un film rarissimo da vedere in TV, almeno è un’occasione per catturarlo: incrociamo le dita per un’edizione italiana.

Ecco il video con i titoli di testa del film, finché YouTube non lo cancella.


Titoli di testa


L.

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[Comics] Le origini di Snake Eyes (1984-2005)

Cover di Emiliano Santalucia

Il 21 luglio scorso è uscito al cinema Snake Eyes: G.I. Joe – Le origini di Robert Schwentke, targato Paramount, e già Cassidy sta sul pezzo con le recensioni del primo e del secondo dei pessimi G.I. Movies.

Nell’attesa di scoprire se anche questo prequel-sequel-remake-reboot (o quello che cacchio è) sarà totalmente inconsistente come i titoli che l’hanno preceduto, mi è venuta voglia di saperne di più sulle origini di uno dei primissimi (forse proprio il primo) giocattolo ninja occidentale. Ci sarà tempo per le Tartarughe (1984), per personaggi generici (1986), per il ninja dei Masters of the Universe (1987): in quel 1982 in cui il mondo era ancora infiammato per Franco Nero vestito da ninja bianco – il mitico film Cannon che ha fatto davvero esplodere la ninja-mania in Occidente, malgrado non fosse certo la prima opera a toccare l’argomento – nasce Snake Eyes, per il cui pupazzetto la Hasbro non aveva voglia di investire troppo e l’ha creato tutto nero, senza vernice. Mai idea fu più di successo.

La prima vita a fumetti del personaggio è nelle pagine della testata “G.I. Joe: A Real American Hero“, targata Marvel, che nei numeri 26 e 27 (agosto e settembre 1984) compie il passo tipico di ogni narrativa: il Mito delle Origini. Attenzione, non il Racconto delle Origini, ma il Mito. Questa è la distinzione che uso per separare due tecniche narrative profondamente diverse: il Racconto è quando sin dall’inizio assistiamo alla nascita e crescita del personaggio; il Mito è quando un personaggio già cresciuto ed amato d’un tratto si inventa le proprie origini. I migliori eroi hanno da sempre adottato la seconda tecnica.

Che tempi, quando i ninja se la comandavano…

Quel 1984 Shô Kosugi è il maestro assoluto del cinema ninja, mentre ad Hong Kong la sua nemesi – il Signore del Male Godfrey Ho – sforna porcate ninja a raffica, truffando Richard Harrison che veniva pagato per un film e invece appariva in dieci! È nata Elektra, la prima donna ninja occidentale, e Snake Eyes è in pratica un personaggio “caldo”: è il momento di inventarsi delle origini.

In quel 1984 Larry Hama si affida alla narrativa d’azione imperante per creare un Mito delle Origini che tocchi tutti gli elementi forti dell’epoca: Vietnam, sparatorie, ninja, maestri ascetici, giapponeserie varie, ecc. Nel 2005, quando il marchio “G.I. Joe” è in mano alla DDP, Brandon Jerwa ha un compito non facile: riprendere le origini inventate da Hama e adattarle per il nuovo millennio. Jerwa secondo fa un ottimo lavoro, ricopiando identica la trama ma adattandola, approfondendola, invertendo qualche trovata narrativa per dare più spessore, per parlare ad un pubblico diverso, e soprattutto per riempire ben sei numeri con una storia che a malapena ne riempiva due in origine.

A sorpresa Jerwa dimostra che al contrario dell’usanza comune – cioè fregarsene di quanto è stato scritto in precedenza, fregarsene di Canoni e mythology, e inventarsi ogni volta origini diverse – si può rispettare un personaggio pur riuscendo a cucirgli addosso una storia che sembri nuova, e soprattutto appassionante.

Anche se la storia è la stessa, per raccontarla mi affido alla versione del 2005 di Jerwa.

I disegni sono del nostro Emiliano Santalucia.


Le origini di Snake Eyes

È una cena in famiglia dal gusto amaro, quella in cui il giovane militare informa i genitori che è arrivata la “chiamata”: sta per partire per il Vietnam. Il gelo cade sulla casa, e il padre riesce solo a chiedergli se nell’inferno che sta per vivere riuscirà a mantenere salda la sua fede: il problema è che il militare non ha fede, in un mondo che non crede neanche in se stesso. Sarà solo questione di fortuna. Il padre non può che dirgli queste parole:

«Io ti auguro tutta la fortuna possibile, ma se andrai in quella giungla con nient’altro che fortuna… Be’, ricorda che quella è veloce a cambiare direzione. Fai un’ultima puntata, e d’improvviso… Snake Eyes, fine della corsa.»

Abel Ferrara aveva costruito un intero film su un gioco di parole, con il capolavoro Occhi di serpente (1993), dove protagonisti sono dei perdenti con la coscienza sporca: perdenti come chi gioca a dadi e, dopo il peggior lancio possibile, esce il numero 1 su entrambi i dadi, come due occhi di serpente che ti fissano; con la coscienza sporca che va nascosta, e se gli occhi sono lo specchio dell’anima allora chi ha occhi di serpente deve indossare gli occhiali scuri, come fa per tutta la vicenda il regista interpretato da Harvey Keitel.

Snake Eyes è il simbolo di chi ha perso, puntando tutto sulla fortuna. Così il soldato si ritrova forgiato nella giungla del Vietnam come i grandi eroi che l’hanno preceduto nella narrativa d’azione, ma a differenza loro… lui non ha nome. Per tutti è solo Snake Eyes.
Non parla con nessuno, non fa amicizia perché i rapporti umani sono come un tiro di dado: tu ti affezioni… e gli occhi di serpente sono in agguato.

Gli Occhi di Serpente sono sempre in agguato

Questa cinica determinazione sembra vacillare quando un suo commilitone lo salva dalla battaglia, quindi forse i rapporti umani non sono da buttare. Ferito, il nostro eroe viene rimandato a casa… dove scopre che in un incidente è morta tutta la sua famiglia. Ha puntato, e ha perso. Snake Eyes.

Mack Bolan (1969), John Rambo (1972), Frank Castle (1974), tutti tornano dal Vietnam con uno stress post-traumatico e la famiglia distrutta, Snake Eyes (1984) è solo un altro della lista, ma questo non vuol dire che faccia meno male.
Per fortuna il commilitone che l’ha salvato, Tommy Arashikage, lo invita a casa sua in Giappone. Dopo aver toccato il fondo, Snake Eyes decide di aver bisogno di aiuto, e l’unica persona che ormai conosce è Tommy. Decide di accettare l’invito.

Il Giappone “ninjoso” del 1984, disegnato da Frank Springer

e la sua versione del 2005 del nostro Santalucia

Ora il nostro eroe si ritrova nel Clan Ninja Arashikage, dove insieme al suo amico Tommy inizia un nuovo tipo di addestramento. E una nuova vita.

Non va dimenticato che all’epoca in Occidente il tema del “ninja bianco contro ninja nero” teneva banco, sin da quando il romanziere Eric Van Lustbader l’aveva sdoganato con il romanzo di successo Ninja (1980).

Tutti noi degli anni Ottanta abbiamo sognato una vita così!

Inizia un allenamento che ricorda in modo sospetto il film L’invincibile ninja (1981), e non a caso c’è l’immancabile asiatico che non accetta l’occidentale di talento, con tutto ciò che ne consegue. Anche Tommy, che è contento di aver trovato un nuovo fratello, comincia ad essere geloso: sin dalla nascita era stata convinto fosse lui l’erede del Clan Arashikage, che ora invece ripone molta più fiducia in Snake Eyes.

Una nuova speranza per il Clan Arashikage

Gli occidentali non mancano alla scuola, infatti un giorno bussa alla sua porta il biondo Zartan a chiedere di essere ammesso come allievo, mentre segretamente è stato ingaggiato per uccidere Snake Eyes. Il maestro Onihashi legge negli occhi dell’uomo e sa come convincerlo ad iniziare una nuova vita, abbandonando ogni proposito malvagio: solo per lui costruisce una spada nuova: un onore che tocca l’animo di Zartan.

Quanto avrei voluto un regalo del genere, all’epoca…

Costretto comunque a portare a termina la missione, Zartan uccide per sbaglio uno dei maestri, e fuggendo riesce a far incolpare Tommy del gesto.
Un’altra famiglia distrutta, la maledizione di Snake Eyes è inesorabile, così l’uomo fugge via, torna in America e va a vivere isolato tra le montagne, con sul braccio il tatuaggio di un clan che l’ha accolto, l’ha amato, e che per questo è stato distrutto.

È tra le montagne che lo trova il sergente Wilkenson, venuto ad informarlo della nascita di un gruppo di “bravi ragazzi” che lo Zio Sam vuole costituire, Special Counter-Terrorist Group Delta, nome in codice G.I. Joe: per caso gli interessa? Snake Eyes è nato nella guerra, ed è il momento di tornare a casa.

Durante l’addestramento con i suoi nuovi compagni Scarlett è quella che lega maggiormente con lui, così quando durante un incidente d’elicottero la donna rischia di morire Snake Eyes non esita e cerca di scongiurare di perdere di nuovo qualcuno che tiene a lui. Il problema è che l’esplosione dell’elicottero lo colpisce al volto.

Un nuovo colpo degli Occhi di Serpente

Mentre Tommy, orfano del suo clan e rancoroso nei confronti di chi considerava un proprio fratello, diventa un Cobra con il nome di Storm Shadow

Cobra (Kai) for life!

… Snake Eyes nasconde il suo volto deturpato sotto una maschera e accoglie la perdita della voce come un riconquistato silenzio. Ora ha trovato una famiglia che saprà difendersi dai lanci di dadi. Ora il più perdente degli eroi è un G.I. Joe.

Il mito è servito

Questo Mito delle Origini è figlio del suo tempo, di quella narrativa anni Ottanta piena di soldati, mercenari, ninja, reduci del Vietnam, giustizieri, vendicatori e punitori: tutti temi improponibili nei bambineschi anni Duemila, così privi di epica perché ossessivamente attenti a un falso politicamente corretto. Cosa si sarà inventato il giovane Evan Spiliotopoulos per le origini cinematografiche di questo nuovo Snake Eyes? Lo scopriremo presto, ma non mi sento molto fiducioso.

Tutto ciò che Snake Eyes rappresenta è riferito a quegli anni Ottanta che nessuno ha il coraggio di rappresentare, in quelle false operazioni nostalgia di cinema e TV con la rappresentazione magica (quindi falsa) di un decennio non più proponibile: Jerwa ha dimostrato che si possono traghettare negli anni Duemila le origini del personaggio, ma i fumetti parlano una lingua ignota al cinema. Temo che il povero ninja sfregiato non avrà l’occasione che merita, su grande schermo.

L.

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Sharon Stone racconta 12. L’anno del terrore

Mai titolo fu più azzeccato per descrivere quel 1991 vissuto da Sharon Stone, attrice con un ruolo marginale ma importante in un grande successo internazionale come Atto di forza (1990) che lo stesso si ritrova a saltare fra una minuscola produzione all’altra: dopo dieci anni di onesta attività, è ancora in piena gavetta e quel che peggio senza grandi speranze di miglioramento. Per Sharon il 1991 è davvero… L’anno del terrore.

Presentato al Toronto Film Festival nel settembre 1991, Year of the Gun esce in patria americana nel novembre successivo, lo stesso mese in cui riceve il visto italiano: arriva in sala almeno dal 12 dicembre 1992, con la Stone lanciata come bomba sexy in un nuovo thriller mozzafiato.
Nell’agosto del 1993 la Columbia TriStar lo porta in VHS, nel 2004 la MHE lo porta in DVD e nel 2015 lo ristampa la Minerva Pictures.

Lo sceneggiatore televisivo David Ambrose è passato al cinema negli anni Ottanta con robaccia come Amityville III (1983), capisaldi come D.A.R.Y.L. (1985) e piccoli titoli particolari come Dietro la maschera (1985): a fine carriera gli è toccato in sorte di adattare per il grande schermo il romanzo Year of the Gun (1984) di Michael Mewshaw, portato nelle librerie italiane da Sperling & Kupfer nello stesso 1992 del film, con l’ovvio titolo L’anno del terrore.
Il lavoro di Ambrose non è dei migliori, e certo non aiuta avere un regista come John Frankenheimer ai minimi storici: mai avrei detto che un prodotto che sembra una pessima fiction nostrana sia stato girato da un autore così corposo. Diciamo che nessuno fra quelli che hanno lavorato a questo film era ispirato.

Una ricostruzione così accurata da mettere “Guerre Stellari” in cartellone!

Una scritta ci informa che siamo a Roma nel gennaio del 1978, in quell’Italia gettata nel panico da «un gruppo di terroristi che si chiamavano Brigate Rosse [Red Brigade]», che portarono il Paese sull’orlo di una rivoluzione. Appena sbarcato a Roma, David Raybourne (Andrew McCarthy) si sente in dovere di commentare la situazione: «Le Brigate Rosse non sono un esercito di liberazione nazionale, sono solo un gruppo di studenti incazzati presi da un raptus omicida»: ah, che bello quando gli americani vengono a casa nostra a spiegarci i nostri problemi!

Dopo l’attenta disamina del protagonista, gli risponde l’amico italiano, che ha un nome per nulla didascalico: Italo (John Pankow). «Per me hanno ragione a disprezzare il Governo, ha fallito. È così debole che adesso si aggrappa al Partito Comunista, e il Partito è così lusingato dalla cosa che presenta il suo didietro, come una cagna in calore. Che farsa». E il film è iniziato da soli cinque minuti! Quanta altra attenta disamina socio-politica italiana dovremo sorbirci?

Tremate, brigatisti: Sharon vi spara a tutti!

David è il classico americano in Italia, cioè un Illuminato in terra barbara, una landa cimmera come ogni americano crede sia qualsiasi Paese non sia annoverato fra gli Stati Uniti. Così invece di una rutilante capitale ci vengono mostrati scorci di rovine, antiche vestigia di un grande impero ormai perduto, abitato da creature sanguinarie. David è un giornalista che da cinque anni lavora in Italia come giornalista e nel tempo libero ha una torbida storia d’amore con una donna sposata: Leia, la nostra Valeria Golino.
Lui vorrebbe scappare con lei e il figlio, ma siamo in Italia, mica nella civile America: ci viene spiegato che le patriarcali leggi di questa terra barbara impongono che sia il padre a decidere il destino del figlio, fregandosene delle esigenze materne. Ma quando? Non è che come al solito per le notizie sull’Italia sono andati a chiedere agli italiani broccolini, rimasti fermi all’Ottocento? Guardate che compare Turiddu da mo’ che l’hanno ammazzato…

David è così innamorato di Leia, ma così innamorato… che in due secondi si invaghisce della bionda giornalista d’assalto Alison King (Sharon Stone): il tempo di disperarsi per le sorti di Leia, che il marito minaccia di portare in Sicilia per poterla uccidere impunemente (???), che già ha tolto le mutande alla bionda reporter. E meno male che gli americani sono civili ed educati, mica come quelle bestie degli italiani…

Così sarebbe questo il famoso Italian Stallion?

Tra un brano di opera lirica e una strada piena di lambrette, gli asfittici stereotipi maleodoranti sono tutti dispiegati in parata, tanto da nascondere la storia, che se si va a grattare via la spazzatura superficiale è anche una buona storia, peccato che sia infilata sotto un film di scarsa tollerabilità.

Togliendo di mezzo le cialtronate di sceneggiatura, il concetto nudo è che David Raybourne è un giornalista generico che sogna di scrivere un libro “scottante”, un thriller che però abbia dei forti legami con la realtà socio-politica italiana, che conosce perché ormai ci vive dentro. Visto che l’argomento caldo del momento sono le Brigate Rosse, ecco che David vuole scrivere un romanzo di fanta-politica dove questo gruppo mette a segno un colpo che fa tremare l’intero Paese, tanto da spingerlo sull’orlo del baratro. Quale atto potrebbero mai fare le Brigate Rosse che possa provocare questo effetto? Va be’, spariamo alto, inventiamoci qualcosa di impossibile: potrebbero rapire Aldo Moro! Va’ che fantasia…

Aldo Moro interpretato da Aldo Mengolini

Appena trapela la notizia di questa pazza idea di David, l’uomo viene avvicinato dalle Brigate Rosse, che gli pongono una semplice domanda: come fa a sapere del sequestro Moro… qualche giorno prima che questo avvenga? Sparando del tutto a casaccio, David ha descritto nel suo romanzo un atto criminale nel momento stesso in cui sta per essere messo in atto, e com’è facile immaginare i terroristi non sono affatto contenti di questa strana “ispirazione”, convinti invece che qualcuno abbia parlato troppo.

Su questo intrigantissimo spunto, viene costruita una cattedrale di stupidate che rovina tutto, con momenti all’americana da andarsi a nascondere sotto un sasso. Tipo David che fa un momento BAZ, cioè imita il finale del film Base Artica Zebra (1968) con il buono che si lancia contro i comunisti cattivi senza alcun motivo, in un gesto illogico totalmente privo di qualsiasi significato. Un’americanata, dura e pura.

Ah, lo sguardo malandrino di Sharon…

Sharon è Sharon, veste strano come sempre, più simile a una Figlia dei Fiori che a un’attrice hollywoodiana, e fa di tutto per mostrare il suo carattere forte. Sebbene questo film non sia citato nella sua autobiografia, credo che comunque abbiamo lo stesso un aneddoto dalla sua lavorazione:

«Anni fa ho girato un film in Italia. Il regista mi disse di fare una cosa e io gli risposi: “Le donne non fanno più queste cose”. Lui replicò: “E perché?”, e io risposi: “Perché rispettiamo noi stesse”. L’unica cosa che seppe dirmi fu: “Allora la prossima volta trovati una madre che ti ama”.

Da quel giorno ho smesso di lavorare per lui. No, non me ne sono andata, ho finito le riprese del film, ma mi sono assicurata che fosse un fiasco assoluto. Perché? Perché nessuno deve permettersi di umiliarmi, né tantomeno di offendere mia madre.»

Che Sharon nel 1991 avesse addirittura il potere di far fallire un film mi sembra alquanto difficile da credere, visto che partecipa quasi esclusivamente a film falliti già alla nascita, però è anche vero che non è sicuro che il film in questione sia L’anno del terrore, magari in seguito ne ha girati altri in Italia.

La produzione è così di basso livello che ovviamente Sharon riluce in mezzo a un cast decisamente sotto tono, ma la sua recitazione è un po’ troppo di maniera: è la stessa che troviamo negli altri suoi film anni Ottanta, e in fondo il suo ruolo è così inutile e piatto che nessuno avrebbe potuto salvarlo.

Occhiate malandrine ma niente di più

Il 1991 è ancora lungo, e Sharon dovrà apparire in film sempre peggiori. Anche se sicuramente privi (per fortuna) degli insopportabili luoghi comuni americani sull’Italia.

L.

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[Multi-Recensioni] Altri supereroi in streaming (3)

Stavolta per stanare film di altre nazionalità, o comunque “diversi”, ad argomento superomistico sono dovuto andare prettamente su Netflix: mi spiace per gli utenti Prime Video, ma cominciano a scarseggiare gli “altri supereroi”.



Superhero – Il più dotato fra i supereroi
(Superhero Movie, USA 2008)
In DVD Medusa Video 2008 / Cecchi Gori 2019.
Disponibile su Prime Video A PAGAMENTO – Disponibile su Netflix.

Che periodo, quello degli “X movie”, serie di rozze parodie girate al volo che spernacchiavano le mode americane del momento, aggiungendo un “movie” finale nel titolo non sapendo che tanto in Italia la piaga dei titolatori folli avrebbe peggiorato la situazione.

Craig Mazin scrive non solo una parodia della trilogia uomo-ragnosa di Sam Raimi, all’epoca appena conclusa, ma ci mette dentro pure la saga degli X-Men, dei Fantastici Quattro e supereroi in ordine sparso, senza ovviamente dimenticare di prendere in giro i fenomeni culturali del momento, rimandi che non sempre erano comprensibili in Italia, ma tanto i nostri fenomenali direttori del doppiaggio inserivano peti ovunque quindi la situazione era salva.

Così Rick Riker (capito il gioco con Peter Parker?) non fa in tempo a farsi pungere da una libellula modificata geneticamente da Brent “Data” Spiner che già è nato il super-cattivo interpretato da Christopher McDonald. Secchiate di attori arrivano a fare la loro particina, da Leslie Nielsen a Pamela Anderson e un giovane Kevin Hart fa la spalla comica del protagonista.

L’eroe che prendeva tutti per il naso!

Rivisto a più di dieci anni di distanza confermo una visione veloce e mediamente divertente, senza troppo impegno, con battute cattivissime su Stephen Hawking (magistralmente interpretato da Robert Joy) che forse oggi non si potrebbero più fare ma che sono irresistibili, anche se poi fanno sentire in colpa per aver riso.

Sicuramente fra i migliori prodotti di quella secchiata di “movie” troppo spesso girati coi piedi (per non dire altro).



Copperman
(Italia 2019)
In DVD Notorious Pictures 2019.
Disponibile su Prime Video.

Nuovo esperimento italiano con la rielaborazione della narrativa superomistica americana, trattata con stile nostrano: ben quattro sceneggiatori si sono messi insieme per partorire un topolino…

Anselmo (Luca Argentero) è un bambino “speciale” a cui la madre ha raccontato che il padre è assente perché eternamente impegnato nella sua missione di giustizia: il papà di Anselmo è infatti un supereroe, come quelli che riempiono le pagine dei fumetti di cui il bambino va ghiotto.

Cresciuto con il mito di un padre inesistente e con il sogno di una missione di giustizia impossibile, Anselmo resiste alle asprezze della vita grazie al suo desiderio di seguire le orme paterne e diventare un supereroe: la svolta decisiva arriva quando un fabbro amico di famiglia gli costruisce un’armatura di rame. L’ha fatto per proteggere il ragazzo dai suoi continui incidenti, ma ci vuole un attimo perché nasca Copperman, l’uomo di rame.

Con l’aiuto di valorosi compagni d’avventura, incapaci tanto quanto Copperman, la super-giustizia arriverà in paese. Anche se la vita ha in serbo altri scossoni per il povero eroe.

Il giustiziere italiano che non teme la ruggine!

Sicuramente è toccante l’idea di raccontare la triste vita di un “ragazzo speciale” di campagna, senza alcuno sbocco se non quello di fare l’assistente di una casa di cura, trasformandola nel classico racconto delle origini di un supereroe, anche se forse una punta di epica in più avrebbe reso più omogenea la narrazione, che rimane ferma nel solito racconto di vita di campagna, tanto caro alla produzione italiana, e l’aspetto superomistico che addirittura dà il titolo al film è quasi incidentale. Se il protagonista avesse voluto fare il giocoliere, non sarebbe cambiato molto della trama.

Purtroppo è un classico prodotto da festival, che al cinema passa come un razzo diretto verso l’oblio.



L’uomo senza gravità
(Italia 2019)
Inedito in home video
Disponibile su Netflix.

Marco Bonfanti co-sceneggia e dirige un film praticamente identico al precedente Copperman, come struttura, ma decisamente migliore perché molto più attento sia alla parte emotiva che a quella “superomistica”.

Quando Oscar (Elio Germano) è nato, è uscito dal grembo materno volando in alto: Oscar è l’uomo senza gravità, vero X-Man accertato che farebbe la gioia del professor Xavier. Ma l’Italia rurale, quella ritratta in mille film ambientati nella campagna dispersa nel nulla, qualsiasi diversità è mal vista e perciò mamma e nonna decidono di murare vivo in casa il bambino.

A parte un breve periodo di semi-libertà, grazie all’uso di sassi nelle tasche che lo tengono a terra, Oscar passa tutta la sua infanzia da recluso e quando i Carabinieri obbligano la madre ad iscriverlo a scuola… be’, la soluzione è scappare e andare a vivere isolati altrove. Stanco di essere recluso senza colpa, carcerato a vita senza processo, Oscar decide di rivelarsi al mondo, perché fuori dal paesello isolato c’è un universo di gente che ai “diversi” li riempie di soldi, con spettacoli televisivi ed eventi mediatici.

Ma la fama è solo un altro tipo di carcere, con le sbarre d’oro ma sempre di reclusione si tratta, e Oscar dovrà decidere cosa fare della propria vita: troppo umano per i suoi superpoteri, troppo speciale per la semplice umanità.

Qualcuno qui ha bevuto troppa Red Bull, la bevanda che mette le ali!

Il tipico racconto delle origini – anche se al posto del solito supereroe stavolta c’è un X-Man – è ben condito da toccanti aspetti personali ed emotivi, con personaggi che crescono e maturano, o forse si inaridiscono, davanti ai nostri occhi. Paradossalmente è una caduta verso il basso di una persona che invece per propria natura è costantemente spinto verso l’alto, in un eterno contrasto che lo obbliga all’immobilità.

Germano è più che convincente in questo suo strano ruolo e il film è una favola moderna che non fa pesare le proprie moralità e anzi coinvolge ed appassiona. A dimostrazione che si può usare uno spunto “straniero” per creare una narrazione con tempi e temi prettamente nostrani.



Come sono diventato un supereroe
(Comment je suis devenu super-héros, Francia 2020)
inedito in home video
Disponibile su Netflix.

Anche la Francia sgancia il suo supereroe, anzi tanti supereroi, in un’operazione pressoché identica al Bright (2017) di David Ayer, purtroppo raggiungendo lo stesso livello di totale inconsistenza.

Siamo in una Francia futura o forse parallela, comunque i supereroi sono tra noi e la società sta cercando un sistema per integrarli, con poco successo: se già non bastasse la periferia abbandonata a creare persone pericolose, figuriamoci cosa succeda se queste si ritrovano dei superpoteri.

Pio Marmaï (Gary Moreau) è fra i peggiori poliziotti del suo distretto, che dopo anni non riesce ancora a riprendersi dopo un brutto incidente in cui ha perso la donna amata. Nessuno lo sa, ma lui è un supereroe: solo che non usa più i poteri. Lascia che sia il suo amico Monte Carlo (Benoît Poelvoorde), ex supereroe ormai in pensione, a studiare quel mondo e a fargli da “maggiordomo”.

Come purtroppo vuole la regola, arriva il solito Joker della situazione che fa le boccacce e dice cose cattive cattive e l’attenzione verso il film muore. E muore male.

Poliziotto superpiù!

Come per l’americano Bright, anche questo film francese commette l’errore di creare un intero mondo alternativo senza però avere il tempo per spiegarlo, quindi per forza dev’essere superficiale e sbrigativo, lasciando cadere nel vuoto tutte le premesse e finire a raccontare la solita noiosa storiellina di Batman contro Joker, anche se con altri nomi.

Affrontare il tema delle periferie abbandonate aggiungendo quello dei superpoteri è un’ottima idea, il problema è che non è quella la trama del film: è quella dell’eroe ritirato che deve tornare in campo contro il super-cattivo che si alliscia i baffi e grida “Il mondo è mio!”, quindi ogni speranza di originalità e freschezza – che era plausibile aspettarsi da un prodotto francese – rimane infranta.



Thunder Force
(id., USA 2021)
inedito in home video
Disponibile su Netflix.

Come si può criticare un prodotto che combatte i pregiudizi sessuali nel cinema? Si può, visto che il problema di questo film non è il sesso delle protagoniste ma il risultato finale, totalmente inguardabile.

Lydia Berman (Melissa McCarthy) ed Emily Stanton (Octavia Spencer) sono amiche sin dall’infanzia ma poi hanno scelto strade diverse: la prima è diventata un’operaia sboccata dall’umorismo discutibile, la seconda la super-scienziata che ha inventato la «formula segreta della Coca e del biscotto», come Lancillotto 008: la sua ultima invenzione è il “laserone” per donare superpoteri. L’importante è scegliere la persona giusta a cui darli… che non è Lydia, la quale finisce per caso sotto la macchina e fra un peto, una parolaccia e una battuta che non fa ridere diventa una supereroina.

Grazia a Emily e a sua figlia, tutte diversamente magre, forti, indipendenti, istruite, infallibili, militesenti e automunite – ragazze, forse stiamo esagerando col girl power! – creano la Thunder Force che combatte il male a forza di battutine tremendamente imbarazzanti e cattivo gusto a secchiate. E quando dico “crimine”, intendo il solito Joker di turno, che siccome è cattivo allora è interpretato da un maschio, Bobby Cannavale.

Due eroine extra…large!

Il problema del cinema non sono le sgallettate anoressiche che fanno le ochette: il problema sono le sceneggiature che fanno schifo, proprio come questa. La giusta e lodevole voglia di fare un film di supertutine dove sotto le tutine non ci siano fotomodelle non corrisponde poi ad una sceneggiatura che si discosti dal letame che di solito producono gli uomini: non è che se metti un’attrice sovrappeso sei più pregnante, a pesare di più dovrebbe essere la sostanza del film. Che invece qui è spaventosamente inesistente.

Er Monnezza arrossirebbe davanti alla quantità di volgari bestialità che la McCarthy sputazza in giro, il cui maggior difetto è di non far ridere manco per sbaglio.

Un film da evitare accuratamente.



Major Grom: il medico della peste
(Mayor Grom: Chumnoy Doktor, Russia 2021)
inedito in home video
Disponibile su Netflix.

Film russo tratto dal fumetto omonimo (2012-2016) di Artem Gabrelyanov e Eugeniy Fedotov, portato in Italia da Bubble Comics nel 2018: come sempre, anche per questo supereroe russo la corruzione dei potenti è la causa scatenante per ricorrere ai supereroi.

Il poliziotto d’azione Igor Grom (Tikhon Zhiznevskiy) è il classico sbirro all’americana, sebbene sia russo: non segue le regole, fa quello che vuole, come e quando vuole, è sempre in rotta con il suo capo che minaccia di licenziarlo ma poi si trattiene: Igor è il miglior poliziotto della città, quindi tocca perdonargli tutto.

Ora però il caso è scottante e difficile, c’è un assassino seriale che sta colpendo i ricchi e i potenti, quei corrotti crapuloni che prosperano sulle miserie della gente: questo giustiziere dal grilletto facile si fa chiamare il Medico della Peste ed è vestito dichiaratamente “alla Batman”. Per sconfiggere un supereroe ci vuole un supereroe, quindi Igor dovrà fare il salto di livello.

Il Joker russo, però vestito da Batman

La spettacolare qualità tecnica che contraddistingue il cinema russo dell’ultimo decennio comincia a diventare troppo “americana”, cioè la bravura tecnico-visiva comincia a corrispondere sempre meno con la qualità delle sceneggiature. Qui lo stile cambia in continuazione, si passa dalla commedia alla Deadpool al drammone alla Batman, dalle tematiche etiche alla Punisher alle cospirazioni alla Nick Fury. Insomma, un minestrone splendidamente diretto ma di davvero scarso interesse.

Sarà che dai russi mi aspetto tanto, avendomi quel cinema viziato con ottimi prodotti, che questo fumettone salterino proprio non riesco a digerirlo. Magari invece Major Grom a fumetti è interessante, chissà…

L.

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La setta (1991) Il silenzio dei tubi innocenti

Malgrado il tempo impietoso e totalmente impazzito, il calendario dice che siamo in estate e facciamo finta che sia così, se non altro è l’occasione giusta per l’annuale Notte Horror, evento patrocinato da The Obsidian Mirror in omaggio al mitico ciclo di Italia1.

Quest’anno ne approfitto per attingere ai tanti film d’annata che negli ultimi anni Cine34 ci ha regalato a piene mani e in altissima qualità, recuperandoli dagli archivi polverosi dov’erano stati murati vivi dalla distribuzione italiana negli ultimi trent’anni.

Il ciclo di Cine34 dedicato agli spaghetti horror

Il 25 marzo 2020 va in onda su Cine34, all’interno del ciclo “Brivido Rosso”, il film La setta, con cui festeggio questa Notte Horror 2021.

Ottenuto il visto della censura italiana il 1° marzo 1991, con il divieto ai minori di 14 anni per la tematica e per alcune scene scabrose, quello stesso 1° marzo il film inizia ad essere proiettato in sala.
Penta Film e Cecchi Gori lo portano in VHS mentre la sola Cecchi Gori lo presenta in DVD nel 2002. Dal novembre 2019 Cecchi Gori ha presentato un «nuovo master HD» (o almeno così c’è scritto sulla locandina) sia in DVD che in Blu-ray.

Italia1 lo presenta in prima visione martedì 29 giugno 1993, in seconda serata.

Già dal titolo si capisce che ci sarà acqua a casaccio, nella vicenda

Siamo nell’assolata California del 1970, quando in una comunità di Figli dell’Amore Eterno di verdoniana memoria arriva un uomo misterioso, che si presenta ripetendo identiche le parole di Sympathy for the Devil (1968) dei Rolling Stones, come gli viene fatto notare, e spiega la sua scelta con i misteri iniziatici che si nascondono dietro la musica dei Rolling Stones. Già ho capito che questo film farà male. Molto male.

Sesso, droga a Tomas Arana: roba da infarto

Dopo che l’uomo misterioso, chiamato Demon (il noto caratterista Tomas Arana), ha maciullato tutti i Figli dell’Amore Eterno come sacrificio umano al culto venerato dalla setta dei Senza Volto Così Non Si Vede Che Arrossiscono A Dire Stupidate, facciamo un balzo in avanti alla Francoforte del 1991, quando la tecnologia ha fatto passi da gigante… e hanno inventato il FatPhone di Balasso!

FatPhone, e il futuro… è già passato!

I titoli di testa ci dicono che il film è stato scritto da Dario Argento, Giovanni Romoli e Michele Soavi, oltre che diretto da quest’ultimo, ma ovviamente La Ssetta è stato sin da subito presentato come “film di Dario Argento”. Così il Dario nazionale racconta al giornalista Lamberto Antonelli de “La Stampa” (18 febbraio 1991):

«La setta è ambientato alla fine degli anni ’60 quando in America c’era un interesse enorme per ogni forma di fenomeni paranormali, per il satanismo, le sette appunto. Il film, che abbiamo girato in gran parte in California e in Germania, parte da questa idea, da questa domanda: che cosa ne è stato di quella gente? Di quelle credenze? Di quelle angosce?»

In realtà Robert Curti, nel suo Fantasmi d’amore (Lindau 2011), specifica che Argento «riprende e stravolte un copione di Gianni Romoli in origine intitolato Katacumba, pensato per Luca Verdone», il fratello di Carlo che quel 1991 esce in sala con La bocca (1991).
Usando un’espressione elegante come «carburazione lenta», quando io avrei detto “noia micidiale”, Curti commenta:

«Le tentazioni da horror metropolitano sono abbandonate a beneficio di un’ambientazione suburbana se non campagnola, in una Germania (ricreata tra Castel Gandolfo e Palazzola) che recupera in parte le atmosfere alla Grimm di Suspiria; tornano poi le fisse argentiane per l’acqua come elemento misterico e l’idea dei sotterranei della casa della protagonista come un mondo parallelo, visti in Inferno, nonché la curiosità per l’universo animale dei lavori più recenti, tra conigli senzienti e insetti fecondatori introdotti nel naso.»

A quanto mi sembra di capire, dunque, Argento ha preso la storia di Romoli e ci ha riversato tutte le cose che gli piacevano, e visto il risultato oserei dire che non si sia molto preoccupato se poi quegli elementi da lui amati avessero un qualsiasi significato all’interno del film, o se invece risultassero ridicoli in modo devastante.
Così abbiamo uno dei protagonisti che trova un antico librettino manoscritto, grande quanto un’agendina telefonica, con su incisa un’antica mappa dei tubi dell’acqua (sarà il Tubonomicon?), gli stessi tubi che per giorni un coniglio interroga di qua e di là, ma nonostante tutto questo interesse i tubi rimangono silenti: il film doveva chiamarsi… Il Silenzio dei Tubi Innocenti!

In questo antico manoscritto in miniatura non si capisce un tubo!

E venne un vecchio, che sapeva tante cose, che non ne diceva manco una, che si auto-invitò a casa della maestrina, che c’aveva er coniglio senziente, che poi il vecchio scende in cantina, che la cantina c’ha un pozzo gigantesco, col vecchio che butta ’na roba de foco, poi il vecchio muore con uno straccio in faccia, poi venne il coniglio che mio padre comprò.
Credevo non mi piacesse il Dario Argento regista, invece scopro un disprezzo novello e vivace per l’Argento sceneggiatore!

Vecchio che muore fa 80, con lo straccio in faccia 28 e col coniglio sulla panza 19:
giocate, che è un terno sicuro! Poi facciamo a metà…

Recitando arcane formule sataniche («Gentalyn, Tachipirin, Felden») assistiamo ad una trama in libertà, con scene che si susseguono senza alcuna pretesa di consequenzialità: è come se Soavi avesse raccolto dal pavimento della sala di montaggio un po’ di pellicola scartata da altri registi e si fosse divertito a mettere tutto assieme. Tanto che ci frega? Basta scrivere “Dario Argento” in locandina che la gente compra il biglietto e i critici esultano, non serve mica fare un film vero.

Herbert Lom, distrutto dal non aver mai fermato l’ispettore Clouseau

Non riesco proprio ad essere un attento osservatore come il citato Curti, la cui recensione del film è mille volte migliore del film stesso.

«Se La chiesa rileggeva l’iconografia medievale in chiave blasfema, La setta snocciola un rosario di riferimenti religiosi disparati. I richiami all’iconografia cattolica sono declinati in chiave paradossale (l’apparizione del cristologico Damon nel prologo) o surrealista: si vedano la simil-sindone che riproduce le fattezze di Lom e si appiccica malignamente – e magrittianamente – ai volti delle vittime, e il simil-Cristo legato a un albero in una scena onirica che a tratti rimanda alla sequenza dell’adorazione dei piedi in L’Âge d’or

Tutto bello, tutto interessante, ma il problema è che non c’entra una mazza con la trama, se proprio vogliamo ridere a chiamare trama quella de La setta: come al solito il Diavolo è così incapace da aver bisogno di una donna – proprio quella, mica una qualsiasi – per partorire il suo solito figlio, e su questa trama sviluppata in trenta secondi Soavi e Argento costruiscono una cattedrale di nulla per riempire i 125 minuti rimanenti. Ripeto: 125 minuti! Fatti di conigli che rosicchiano tubi, aironi che escono dai pozzi, gente che va, che viene, che muore non si sa perché, e a cui cadono robe dalle mani.
Sicuramente sarà tutta roba simbolica, e sicuramente il problema è mio visto che basta dire Argento a far cadere le mutande di tutti, ma non riesco proprio a capire come facciano questi film ad essere ancora oggi considerati film, invece che puro onanismo simbolico, quando non proprio presa in giro dello spettatore.

Basta, m’arrendo: tiratemi fuori da ’sto film!

A parte la celebre scena della tizia a cui strappano la faccia – il perché del gesto lo sa solo Argento – il film è totalmente privo di quelle scene splatter che hanno reso celebre Dario, perché il simbolismo va bene ma a vendere negli anni Ottanta sono le budella al vento. Se a questa “mancanza” aggiungiamo quella che Curti stesso definisce «una sceneggiatura a tratti davvero goffa», ecco che il risultato lascia molto a desiderare, sebbene Curti di nuovo sia più elegante: «Il risultato è interlocutorio».
Al di là del risultato al botteghino, visto poi la brevissima permanenza in sala e la distribuzione successiva non certo capillare, La setta è troppo argentiana per essere un film di Soavi, ma è troppo diverso dall’Argento delle grandi occasioni per essere un film argentiano. Insomma, un figlio di nessuno che forse nelle sole mani di Soavi, o dello sceneggiatore originale Romoli, magari avrebbe avuto ben altro risultato. Per esempio…
Per esempio in quello stesso 1991 in cui Soavi-Argento ritraevano una giovane donna in abito bianco che veniva calata in un pozzo oscuro, entrando a contatto con forze maligne, a distanza di soli tre mesi (giugno 1991) dall’altra parte del mondo usciva il romanzo capolavoro Ring di Kôji Suzuki, inserendo elementi scientifici invece che religiosi ma capace di creare una storia perfetta, invece che semplici scene buttate a caso.

Bella l’idea del pozzo visto dal basso: meno male che avrà un luminoso futuro altrove

Con La setta abbiamo solo animali che entrano ed escono a casaccio, acqua a casaccio, rimandi cristiani totalmente inutili e fuori contesto, insomma roba che ci si poteva aspettare da un autore esordiente, non da gente con quindici anni di carriera sulle spalle.

Per trent’anni mi ero risparmiato questa visione indigesta, finché mi sono lanciato nel pozzo oscuro del cinema horror italiano, sacrificandomi in nome di quella divinità oscura chiamata “Notte Horror”.

Le tappe della Notte Horror 2021

L.

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Time Lapse (2001) Sulle tracce del passato

Finalmente nella notte di sabato 17 luglio 2021 sono riuscito a registrare uno dei passaggi su 7Gold di questo film, che mi è sfuggito più volte perché l’emittente non sempre ha un segnale costante e la registrazione sulla pen-drive viene rovinata.
Visto però che ho anche il DVD originale del film, trovato per puro caso in un negozietto dell’usato, mi sembra il momento di recensire questo Time Lapse.

Uscito nelle videoteche americane nel novembre 2001, la Eagle Pictures lo porta in VHS e DVD italiani dal maggio 2002, con il titolo Sulle tracce del passato.
L’edizione che ho io è raccolta in un mini-cofanetto DVD con quattro film – pagati un euro in totale! – in compagnia di Ritorno dalla acque maledette (2001) con Lance Henriksen, Vuoto d’aria (2001) con Eric Roberts e Identità ad alto rischio (2001) con Dolph Lundgren. Direi che un’ottima brigata di eroi della Z.

Rai2 lo presenta nella prima serata di domenica 18 gennaio 2004: da allora scompare nella giungla dei canali locali.

Sottotitolo italiano offerto da 7Gold

Sono lontani i tempi di Kickboxer (1989) e Lady Dragon (1992), quando David Worth insegnava agli anni Novanta la tecnica dell “montaggio marziale” (il calcio importante va sempre ripetuto tre volte in rapido montaggio, inquadrato da tre angolazioni diverse), così dopo aver toccato il fondo con Shark Attack 2 (2000) e prima di scavare ancora con Shark Attack 3 (2002) Worth apre questa parentesi thriller tutta da ridere.
Perché è davvero impossibile guardare William McNamara e non sbottare a ridergli in faccia!

Vi sfido a rimanere seri davanti a questa faccia!

Clayton Pirce (McNamara) è un agente che durante una missione comincia a sparare a tutti, solo perché nelle cuffie qualcuno gli ha detto una mossa di scacchi. Va infatti specificato che sebbene sia una buffonata da competizione, questo film è ad altissimo dosaggio scacchistico, come nessun altro film “normale” ha voluto esserlo finiti gli anni Novanta.
Già ho parlato nel CitaScacchi della partita che apre il film, perciò mi limito a citare il fatto che durante tutta la vicenda tornano citazioni scacchistiche, un modo con cui gli autori hanno voluto infarcire la trama con elementi speziati.

Lo scacco non so, ma l’autore del film sicuramente è matto

Dopo la missione finita a pistolettate, Clayton Pirce va dal suo capo a chiedere spiegazioni sull’ordine ricevuto, e il suo capo è niente meno che Roy Scheider, in uno dei suoi tanti ruoli di serie Z.
Qui sappiamo sin da subito che è un infame ma non sappiamo ancora né quantoperché.

Il mistero su quanto sia infame Roy Scheider

Il nostro eroe scopre che il capo non sa nulla di ordini impartiti, e la situazione si fa misteriosa quando anche il suo collega Gaines (una comparsata di cinque secondi di Henry Rollins, attore-cantante molto attivo all’epoca) dà segni di non sapere nulla di quanto si erano detti il giorno prima. Anzi, addirittura non ricorda più chi sia Pirce!
Cosa sta succedendo agli agenti speciali? C’è della scordanza fra di noi…

Henry Rollins non ricorda più perché abbia accettato di partecipare al film

Va fatto notare che l’anno precedente era uscito quel piccolo capolavoro di Memento (2000), quando Christopher Nolan era un autore vero, perciò Sulle tracce del passato possiamo addirittura definirlo una rielaboraZione (in chiave Z) di quel film. Pirce infatti dà sempre più segni di scordanza e inizia a girare con un registratore in cui fissa i punti chiave della sua indagine e della sua vita, così da risentirli man mano che li dimentica.
Seguendo il copione, ha bisogno di una donna decisa al suo fianco per aiutarlo, ed ecco arrivare Kate, interpretata da una gradevolissima Dina Meyer, che l’anno dopo vedremo come romulana Donatra in Star Trek. La nemesi (2002).

Quando serve una tipa tosta, Dina Meyer non si tira indietro

Il perfido Roy Scheider si è impadronito della droga Oblivion, che uno scienziato aveva creato per “curare” lo stress post-traumtico: se dimentichi ciò che hai vissuto, non soffri più, facile no? Con questa droga Roy Scheider vuole far dimenticare ai suoi spettatori tutti i filmacci che ha girato dagli anni Ottanta in poi, decenni di roba inguardabile che merita l’oblio, e infatti nessuno la ricorda, con l’attore che è noto esclusivamente per Lo Squalo (1975). La droga Oblivion funziona!
Pirce invece non vuole la scordanza e la combatte, con la potenza della sua faccia inespressiva.

Le grasse risate che si fanno per tutto il film in faccia a McNamara sono impagabili, e se la trama soffre di scordanza, così per fortuna viene immediatamente dimenticata, i maldestri tentativi del protagonista di recitare rimangono impressi a fuoco nella mente: dove posso trovare una dose di Oblivion?

L.

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Psycho III (1986) da definire

«Norman Bates will never die», così Robert Bloch chiudeva il suo romanzo Psycho II, in cui – sorpresa! – non c’è Norman Bates, ormai morto, bensì il suo dottore: come Norman ha rifiutato la morte della madre, giungendo ad impersonarla, il dottore di Norman ha rifiutato la morte del paziente fino a giungere ad impersonarlo. Omicidi compresi. L’idea serve a Bloch per sottolineare che non c’è bisogno di un Norman Bates “fisico”, come succede al cinema: nei romanzi Bates aleggia in spirito e tutti possono essere lui. Soprattutto a casa sua!

Norman e la sua casa: due entità fisiche ma anche spirituali

Sul finire degli anni Ottanta Bloch e altri autori storici del genere sono passati alla Tor Books, giovane casa nata un decennio prima e subito specializzata in fantascienza prima e horror dopo. La Tor è sin da subito interessata alle opere di Bloch, infatti gli pubblicherà l’autobiografia che sto usando in questo ciclo zinefilo: Once around the Bloch (1995).

L’autore ci racconta come d’un tratto nel 1989 si ritrovò a lavorare a ben tre romanzi in contemporanea. Mentre ultimava Lori (che uscirà nel giugno 1989), insieme ad Andre Norton – grande signora del fantastico – scriveva a quattro mani The Jekyll Legacy, che uscirà nell’agosto 1990, ma dobbiamo ricordarci che all’epoca non esisteva internet e comunque nessuno dei due autori l’avrebbe usato: Bloch scriveva un capitolo, lo infilava in una busta e lo spediva alla Norton in Florida, e poi aspettava dai dieci giorni alle tre settimane di ricevere le eventuali correzioni e il capitolo della collega. Cosa fare in quel “tempo morto” fra un capitolo e l’altro? Infiliamoci la scrittura di un terzo romanzo. Già che sta scrivendo dei delitti di Jack lo Squartatore, a Bloch viene spontaneo il collegamento con il suo Norman Bates.

«La mia totale concentrazione presentò comunque dei problemi, creando strani incroci fra le due storie, così occasionalmente trovavo il dottor Henry Jekyll a firmare il registro del Bates Motel mentre il vecchio Norman si avvicinava minaccioso alla Regina Vittoria sotto la doccia.»

Psycho House esce nel febbraio 1990 ed è un romanzo molto particolare. Lo spunto è che la storica casa di Bates sia stata trasformata in museo delle cere, con riproduzioni fedeli sia di Norman che delle sue vittime, tutti animatroni semoventi con tanto di donna nuda che si fa la doccia, in attesa delle coltellate. Una ricostruzione macabra ma perfettamente calata nella cultura americana, che adora gli assassini seriali e li rende divi.

Illustrazione di Joe DeVito

«Non c’era alcun suono, ma ora lentamente la figura si voltava nell’oscurità, e si ritrovarono di fronte il volto di Norman Bates. “Benvenuti al Bates Motel”, disse. “La vostra stanza è pronta”.»

La cosa divertente è che nel ricordare gli eventi passati i personaggi si confondono fra romanzo di Bloch e film di Hitchcock, infatti chi è convinto che Norman tenesse impagliata la madre (come si vede nel film) viene corretto: la teneva in cantina (come nel romanzo) così che gli estranei non la sentissero parlare. (Anche se ovviamente non parlava!)

La casa dell’orrore sta per aprire i battenti… ma la sera prima viene trovato un cadavere al suo interno. Che lo spirito di Norman Bates non abbia gradito che la sua storica casa sia stata trasformata in Psycho House spenna-turisti?

A forza di non citare mai Robert Bloch durante le campagne pubblicitarie dei vari Psycho al cinema il povero autore ha sicuramente perso consenso in materia, e al suo ultimo libro dedicato a Bates non spende una sola parola nell’autobiografia: il fatto che non ne siano seguiti altri lascia supporre che le vendite non siano andate bene come nei precedenti casi. Ma intanto, prima del romanzo, Bates era già tornato per la terza volta su schermo.


Pyscho 3…
Qu’est-ce que c’est?
(cit.)

Quando Edward Gross va a casa di Anthony Perkins per intervistarlo, in occasione del lancio su “Fangoria” (n. 52, marzo 1986), chiama questo film il terzo di una trilogia: tanto per ricordare che il mito delle false trilogie è sempre duro a morire. L’attore specifica subito che originariamente è stato contattato solo come protagonista, ma poi una volta lette le grandi idee dello sceneggiatore Charles Edward Pogue, la signora Perkins (non viene specificato ma si tratta di Berry Berenson, apparsa ogni tanto al cinema) se ne esce con la sua idea: perché limitarsi a fare l’attore? Perché Tony non diventa anche regista? Così Perkins esordisce dietro la macchina da presa, ruolo che non sembra aver ssddisfatto le aspettative, visto che l’unica altra sua regia è un filmettino del 1988, Una fortuna da morire.

Stando alle dichiarazioni del produttore Hilton Green, che segue la saga di Psycho sin dal 1960, alla Universal sono impazziti all’idea di Perkins che fa tutto da solo: in fondo, dicono, lui è quello che conosce meglio di tutti Norman Bates, quindi saprà bene come farlo muovere e come riprenderlo. Di nuovo con questa pseudo-autorità dell’attore sul personaggio, che diventa del tutto incomprensibile vista l’inesperienza registica di Perkins. Dato che è l’autorità totale su Bates, perché non fargli scrivere anche un nuovo romanzo? E fargli comporre un album dal titolo “canzoni dalla doccia”? E fategli creare un videogioco su Bates. Insomma, la Universl evidentemente non ha voglia di impegnarsi o spendere soldi, quindi lascia che Perkins giochi col suo giocattolo: messi dei soldi del Monopoli sul tavolo, come budget, Tony può fare ciò che vuole, tanto la Psycho House è ancora là. Quando ha finito facesse un fischio.

Dopo un’anteprima al Seattle International Film Festival nel maggio 1986, Psycho III esce in patria il mese successivo: già il 4 luglio riceve il visto della censura italiana, con divieto ai minori di 18 anni, che scenderà a 14 nel 1989 e poi – come sempre – verrà cancellato nei primi Novanta con l’esplosione dell’home video.
Annunciato per il 24 luglio in sala, non ho trovato notizie sicure prima del successivo 5 settembre.

Nel gennaio 1988 la CIC Video lo porta in VHS e Italia1 lo presenta nella prima serata di martedì 26 settembre 1989, destinato a una vita televisiva pressoché inesistente. Da allora infatti è in pratica un film scomparso nel nulla, in Italia.

Mettiamo subito le carte in tavola: è davvero un peccato che solamente a fine carriera (e vita) Anthony Perkins si sia dimostrato un così bravo regista, forse se avesse intrapreso questa carriera decenni prima, invece di avere decine e decine di ruoli che nessuno ricorda (e nessuna emittente trasmette mai) avremmo un bravo regista che ogni tanto ha fatto l’attore.
Dunque prima ancora di iniziare Psycho III anticipo che il punteggio è: regia 10 più, sceneggiatura zero meno meno meno.

Prima visione di Italia1 del 26 settembre 1989

Il pregio di Psycho II (1983) è che lo sceneggiatore Tom Holland se ne è uscito con un’ottima idea, che parla ai fan storici di Hitchcock ma anche ai fan moderni dello slasher, che gioca con ciò che il pubblico si aspetta e lo spiazza con ben due giravolte narrative. L’unico difetto di Holland è che cede al desiderio di inventarsi una mythology di Norman Bates – falsa com’è falso ogni “Mito delle Origini” – che non è all’altezza del resto della sceneggiatura, ma per fortuna è solo un imbarazzante spiegone finale, che rovina poco la visione.
Lo sceneggiatore Charles Edward Pogue per questo terzo film non ha assolutamente idee, ma in compenso tutte confuse, perciò ripete malamente l’operazione del suo predecessore senza essere capace di giocare con lo spettatore, limitandosi a ripresentare il Norman Bates del 1960, cedendo al desiderio pure lui di inventarsi una terza mythology, un ulteriore Mito delle Origini. Giusto per ricordare agli amanti dei Canoni che gli autori sono i primi a pulircisi i piedi, con i canoni. E dico “piedi”…

La terza versione della nascita di Norman Bates

In Rete potete trovare fan in visibilio perché Psycho III si apre con inquadrature dal basso di un campanile decisamente simili a quelle di Hitchcock per La donna che visse due volte (1958), però curiosamente nessuno ha notato che l’inquadratura del davanti del campanile, con il personaggio che vuole buttarsi di sotto, è decisamente simile a quella vista nel successivo Nightmare 3 (1987), dove la farlocca mythology si inventa che Freddy Krueger è figlio di una suora. Perciò abbiamo Psycho III che un anno prima parla già di suore, di salti dal campanile e di mamme. Però ad essere famoso è solo il terzo Nightmare, non il terzo Psycho, decisamente meglio costruito.

Una scena che anticipa idee rese celebri in Nightmare 3

La novizia Maureen Coyle (una intensa Diana Scarwid) ha perso ogni fede e durante un tentativo di suicidio per sbaglio provoca un incidente in cui a morire è una suora che cerca di salvarla. Scacciata, inizia il suo doloroso viaggio senza meta, in cui viene punita nel peggiore dei modi: incontra il giovane Jeff Fahey!
Il quasi esordiente ancora non è un volto noto, come sarà per sempre dopo Il tagliaerba (1992) – e futuro Re della Z – ma è curioso notare come prima di questo film Jeff abbia partecipato a un episodio di “Alfred Hitchcock presenta”: due partecipazione hitchcockiane nello stesso 1986!

Quando pensi ti vada tutto male… arriva Jeff Fahey!

I due girovaghi si incontrano, si scontrano e si separano, ma già sappiamo che entrambi si ritroveranno per caso al Bates Motel, che sebbene sia stato rimesso a nuovo nel secondo film ha l’aspetto davvero malmesso. Così come la Psycho House, che sembra disabitata, e infatti nell’erbaccia si può intravedere abbandonata una copia del libro che Meg Tilly leggeva all’inizio del precedente film.
Per sapere tutto di questa incredibilmente deliziosa cripto-citazione, vi rimando alla mia “indagine” del blog “Non quel Marlowe”.

Una spettacolare contro-citazione con salto carpiato!

Malgrado sembri tutto abbandonato, il Bates Motel è in piena attività e il suo gestore è più attivo che mai, seguendo la sua consueta attività mattutina di uccidere passerotti per poterli impagliare. E se no che Norman Bates sarebbe?

«Così vidi adunar la bella scola / di quel signor […] che sovra gli altri come gufo vola» (semi-cit.)

Gli affari vanno maluccio, come sappiamo – dopo cinque stagioni di “Bates Motel” a raccontarci gli eventi pregressi – la costruzione di una tangenziale ha dirottato tutto il traffico quindi nessuno passa per caso davanti al motel, decidendo di fermarsi, ma Duane Duke (Jeff Fahey) non è nessuno, anche se è una nullità. Fusa la macchina, si ferma al motel ma non avendo soldi si offre come lavorante.
Bates accetta, che un aiuto fa sempre comodo, con tutto quel sangue che ogni volta deve pulire, e qui lo sceneggiatore comincia a perdere colpi. Perché vorrebbe presentare “sospetti” ma in realtà fallisce nell’impresa, perché il “solito sospetto” è solo Bates, che non se la passa più tanto bene con la capoccia.

No no, Bates sta bene ed è sereno…

Se l’idea vincente del secondo film è dare per scontato che tutti pensino a Bates autore degli omicidi, qui è impossibile ripetere l’operazione, perché sappiamo come Norman sia ricaduto nella sua follia quindi non pensiamo ad altri che a lui come colpevole. Il risultato è che Pogue scrive di Norman che sente la voce della madre e il colpo di scena è che uccide travestito da lei… e sarebbe un colpo di scena? Lo faceva già nel 1960!

Che volete, è una traduzione di famiglia…

Per sviare le attenzioni dello spettatore Pogue cerca ogni tanto di lasciar immaginare siano altri gli esecutori degli omicidi, con strani primi piani ed espressioni “colpevoli”, ma è davvero robbetta di grana grossa: tutta la trama verte sui personaggi secondari che indagano su ciò che lo spettatore sa già, quindi abbiamo solo una sceneggiatura che ripete inutilmente quanto già ampiamente noto.

Il tentativo di sviare i sospetti sugli occhi mascalzoni di Jeff

Decisamente più ispirato è il ruolo della novizia, che al contrario delle altre vittime di Bates… be’, lei vuole morire, straziata da un senso di colpa che le rende la vita un peso, magistralmente reso dalla bravissima attrice: già solo per la sua interpretazione di una donna distrutta e disperata vale la pena vedere il film.
Per la prima volta Mamma Bates si trattiene… e salva una sua vittima! Maureen Coyle nasce in modo maldestro, per far avere a Norman allucinazioni di Marion Crane del primo film (notate le stesse iniziali?), una trovata imbarazzante che infatti lo sceneggiatore si perde per strada, ma poi il personaggio trova una sua dimensione e instaura con Norman un rapporto che salva quel poco di storia che rimane del film.

Due vittime, due carnefici, due anime straziate

La sceneggiatura del film è davvero pessima, limitandosi ad inserire inutili scene di sesso che hanno fatto guadagnare alla pellicola un divieto ai minori totalmente gratuito, così da assicurare al film un bell’insuccesso al botteghino, in un periodo dove i minori sono il pubblico principale di qualsiasi film horror.
Tolti gli enormi difetti di una storia abbandonata a se stessa, rimane l’ottima regia di Perkins, che gioca con il mito di Psycho e dev’essersi anche divertito parecchio.

C’è sempre qualcuno, a Casa Bates

Alcuni piccoli giochi sono deliziosi. Per esempio all’inizio vediamo Norman mettere gli uccellini che ha ucciso in una busta di carta, poi più avanti arriva Jeff Fahey e Norman gli offre quella busta di carta… da cui Jeff tira fuori delle caramelle, mentre tutti noi abbiamo tirato il fiato. Lo stesso dicasi dello sceriffo che si passa in bocca dei cubetti di ghiaccio per combattere il caldo e non si accorge che sono sporchi del sangue di una vittima, mentre Bates assiste allibito.
Ogni scena è diretta al bacio e le trovate visive sono rinfrescanti, per non parlare del capolavoro: la scena della “cabina”. Perkins omaggia Hitchcock ricreando identica, fotogramma per fotogramma, la celebre scena della doccia… ma in una cabina telefonica, dimostrando un gusto assolutamente delizioso.

Ripeto, è davvero un gran peccato che Perkins non abbia fatto il regista, invece che l’attore ignoto.

Dalla cabina della doccia a quella telefonica il passo è breve

Inutile approfondire la stupida nuova mythology del personaggio, che non è più figlio della zia ma di sua madre (!), con lo sceneggiatore del terzo film che cancella le invenzioni di quello del secondo, inventandosi però una zia gelosa che rapisce il figlio della sorella del cugino del nonno in carriola. Per fortuna qui lo spazio dedicato all’indigesto spiegone è ridotto al minimo, perché è una barzelletta che non fa ridere.
Ciò che conta è che in un mondo di Michael Myers, Jason e Freddy Kruger… Norman Bates è venuto tagliare la sua fetta di storia del cinema slasher.

Nrman Bates: artigiano dello slasher dal 1960

Norman se ne torna in galera, concludendo la sua parabola così identica a quella dell’autore del libro che vediamo tra gli sterpi di Casa Bates, ma la sua storia non è ancora finita… come vedremo la settimana prossima.

L.

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[Italian Credits] Lolita (1997)

Vasquez che si appresta a digitalizzare una VHS!

Continuo a presentare la meravigliosa opera di Vasquez, che tenendo fede al proprio nome si è stretta la fascia in testa, ha imbracciato il suo smart gun ed è scesa nei piani inferiori della stazione di Hadley’s Hope: là dove teneva preziose videocassette sciabordanti edizioni italiane perdute.

Grazie all’acquisto di un semplice cavetto USB di acquisizione audio-video – che raccomando a chiunque voglia seguire le orme della nostra Colonial Marine – Vasquez ha recuperato le proprie VHS dalle insidie dei facehugger della polvere e le ha riportate in salvo, digitalizzando film la cui edizione italiana è ormai dimenticata ma soprattutto condividendo con tutti questo suo patrimonio.

Il film che ci regala questa settimana è Lolita (1997) di Adrian Lyne, da una VHS Medusa della collana “Panorama – I Grandi Film” (purtroppo senza data).

La professionalità di Vasquez è impeccabile, quindi mi ha mandato questo film subito dopo l’originale di Stanley Kubrick: il problema è che io mi perdo in mille imprese che mi portano a essere in ritardo, e così a presentare solo ora questo remake di Adrian Lyne.

Ho visto il film intorno al 1999, quand’è uscito in home video e l’ha trasmesso Tele+, ma dubito che all’epoca conoscessi l’originale. Irons era specializzato in questi ruoli particolari e lo trovai il meno ispirato dei suoi film in cui fa “lo strano”, giusto per dire quanto non mi colpì quest’opera di Lyne. Adoravo troppo M. Butterfly (1993) di David Cronenberg per trovare soddisfacenti altre relazioni illecite di Irons…

Ecco il video con i titoli di testa del film, finché YouTube non lo cancella.


Titoli di testa


Titoli di coda


L.

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