Volcano High (2001) Il Matrix coreano

Lo so, già tutti se lo sono dimenticato come succede ai grandi film, ma due settimane fa è uscito in Italia l’evitabilissimo nuovo Matrix, così ho pensato di tuffarmi nei ricordi di quando, circa vent’anni fa, scoprii in TV le “vere origini” dei due Matrix sbagliati dell’epoca.

Nel 2001 viene assegnato per la prima volta un Premio Oscar a un film marziale, La Tigre e il Dragone (2000), e due anni dopo Dio in persona, cioè Tarantino, fa uscire il primo Kill Bill (2003): in quel periodo i distributori nostrani hanno creduto che fosse il momento giusto per proporre agli spettatori italiani un po’ di quel cinema marziale che da anni era totalmente scomparso dai cataloghi. Quindi sono andati ad Hong Kong e hanno comprato i loro prodotti migliori… seeeee ci avete creduto? Come sempre sono andati nei bagni dei peggiori bar di Caracas e dagli spacciatori locali hanno comprato la prima roba economica che hanno trovato. E se c’era il “paghi due e ti porti via quattro robe a caso” era pure meglio.
Ma guarda che strano, il pubblico italiano non sembra aver premiato questo rigurgito marziale, genere rimasto appannaggio solo di quelli che ne erano appassionati già prima di Kill Bill.

Visto che il mercato cinese, apprezzato in tutto il mondo tranne che in Italia, ha evidentemente prezzi troppo alti, i nostri baldi distributori vanno a bussare alla Corea del Sud e in quel periodo post-Kill Bill si comprano alcuni drammoni storici impossibili da spacciare come “marziali”, ma in fondo gli attori hanno gli occhi a mandorla e volano: è come La Tigre e il Dragone, no?

Mentre nel 2005 la MHE porta in videoteca Sword on the Moon (2003), il precedente 30 dicembre 2004 il canale televisivo MTV conclude la sua panoramica coreana con Bichunmoo (2000): entrambi prodotti al cui confronto Mario Merola era un comico dello Zelig. Pesantissimi e lentissimi drammoni in costume dove tutti fissano il vuoto e piangono. A un certo punto qualcuno alza un braccio, e tanto basta a considerarli “marziali”.

Il precedente 22 ottobre 2004 MTV ha presentato in prima serata, con me pronto davanti alla TV – con frittatona di cipolle e rutto libero (cit.) – un altro titolo sud-coreano di quella infelice infornata: Volcano High (Hwasango, 2001).

Qualcuno conosce il coreano? Sa confermare il titolo?

Il film di Kim Tae-gyun non risulta tratto da un fumetto, ma è chiaramente quello che gli esperti con la pipa chiamano live action e che io chiamo FFF (Fumettone Fatto a Film). Tutto è esagerato e palesemente parodico, sembra di vedere un cartone animato giapponese anni Ottanta mimato da attori in carne e ossa: le espressioni, i movimenti, i versi, tutto sembra un grande anime d’altri tempi portato al cinema per scherzo.

Lo studente che fermava i gessetti con la forza del pensiero

In un non meglio specificato futuro (magari alternativo o, come piace tanto dire, distopico) il liceo Volcano è in mano agli studenti, divisi per bande, con i professori succubi e tutti alla ricerca di un antico manoscritto che darebbe il potere di non so cosa, che dopo cinque minuti ’sta roba già m’aveva scassato la uàllera coreana.
La vicenda prende il via con l’arrivo del nuovo studente Kim Kyeong-su (Jang Hyuk), dai capelli “abbiondati” e costantemente impegnato a fare facce da manga.

Non chiedetemi perché il professore rida da scemo e perché lo studente sia in lutto

Mentre iniziano giochi di potere interno, rivalità, amori, dissapori, baci, lettere e testamenti, la realtà abbandona la nave e si parte tutti per un roboante wuxiapian in salsa coreana, con la differenza che nel genere tipico di Hong Kong di solito la trama un po’ si riesce a seguirla, qui invece tutti volano, tutti fanno facce da manga e nient’altro. Ah, e anche pose da Matrix.

Va’ che posa, un po’ manga un po’ Matrix

Sto ovviamente scherzando, questo film coreano affonda le radici nello stile narrativo tipico dell’Asia sin dalla nascita del cinema, mentre era Matrix (1999) a rifarsi allo stile asiatico, con la sua gente che si mena volando. Se però il primo film usava riferimenti generici, poi la cosa secondo me è andata in modo ben diverso.

Per il potere di Trinity!

Quel giorno del 2004 in cui mi sono visto su MTV questo Volcano High ricordavo bene l’orripilante e noiosa visione in sala di Matrix Reloaded (2003), e quindi mi è risultato finalmente chiaro perché Keanu Reeves fosse vestito come Don Camillo e Morpheus indossasse una giacca di pelle: era per completare la riproposizione fedele del film coreano.

Senza occhiali scuri non li riconoscete, ma sono Trinity e Morpheus…

Coloro che hanno creato il doppio-Matrix del 2003, il cui cognome è Wachowski (non fatemi infognare coi pronomi!), sicuramente avevano in casa una copia di questo Volcano High, così da prendere appunti e ricreare intere scene quasi fedelmente, sul modello Tarantino delle origini: prendi un ottimo film asiatico (tipo City on Fire di Ringo Lam) e ruba le scene migliori (tipo per Le iene). Quand’anche qualcuno dovesse accorgersene, ma è difficile, puoi dire che è un omaggio ai maestri del genere.
Ovviamente sto scherzando, gli autori americani sono puri e illibati e mai nella storia del loro cinema alcun film asiatico è stato saccheggiato di peso…

’sta mano po’ esse aperta…

… o po’ esse chiusa.

Chi ferma le gocce d’acqua a mezz’aria…

… e chi lo fa con le pallottole

Chi cammina nella pioggia davanti a tutti…

… e chi lo fa con gli occhiali scuri

Chi c’ha la mano tremante….

… e chi la mano moscia

Chi corre nella pioggia davanti a tutti…

… e chi lo fa con gli occhiali scuri

Chi si mena sotto la pioggia…

… e chi lo fa con gli occhiali scuri

A parte divertirsi a trovare scene ricopiate di peso dai due Matrix del 2003 non c’è molto altro da fare durante la visione noiosetta di Volcano High, che sicuramente potrà essere apprezzato maggiormente da cui ama la cultura manga/anime ma che al di fuori di questa cerchia mi sembra una roba troppo strana, con la sua commistione di generi (commedia, drammatico, azione, fantascienza, parodia) senza mai approfondirne uno solo.

Ma… piove pure dentro la scuola?

Capisco lo sfruttare un universo narrativo di grande impatto come quello asiatico, assicurandosi sempre di scegliere titoli non troppo famosi, ma quello che ha un senso nel wuxipian non sembra averne nella narrazione occidentale, anche se ormai con le super-tutine al comando vale tutto. Tutti volano, quindi siamo tutti un’unica grande famiglia di volatili.

Peccato che all’epoca MTV puntò sulla Corea del Sud, nel cercare di sfruttare il (sedicente) interesse marziale del momento: forse qualche prodotto più accattivante e meno “strano” avrebbe riacceso un po’ la miccia del cinema marziale.

Un’ultima curiosità: in America questo film è uscito doppiato da rapper famosi. Perché? Che c’entrano i rapper con studenti coreani che si menano volando nella pioggia? Quindi non è solo il doppiaggio italiano a trattare da schifo i film asiatici.

L.

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Armi della settimana 2022-01-23

Siccome sono un pazzo furioso, non pago delle millemila iniziative in cui sono impegnato mi invento quest’altra rubrica: è troppo forte la voglia di condividere le armi in narrativa che mi hanno colpito.

Le foto sono tutte ad alta risoluzione ma non sono “cliccabili”, quindi se volete zoomare dovete aprirle in un’altra finestra.


Scully Spacca!

Questa settimana è stata avara di armi, avevo già pensato di saltare questa rubrica quando durante il mio viaggio alla scoperta della serie TV “The X-Files” arrivo all’episodio 7×13 (27 febbraio 2000), High-tech, che già tempo addietro l’amica Vasquez mi aveva segnalato.

L’episodio è diretto personalmente dal fondatore Chris Carter, il quale ha chiamato niente meno che William Gibson per la sceneggiatura, la quale – con il titolo originale First Person Shooter – ruota intorno a un “videogioco che uccide”, con tanto di ghiotti fanta-fuciloni.

All’interno del software di un videogioco spara-tutto, dove i giocatori si aggirano sparando a tutto ciò che si muove, si è inserito un bug a forma di fatalona mezza nuda, interpretata da quella Krista Allen che qualche anno prima era stata Emmanuelle in una serie di sexy-filmetti televisivi ma che poi entrata nella storia del cinema per essere la ragazza che Jim Carrey “molesta” in ascensore in Bugiardo bugiardo (1997).
Insomma, atmosfera e trama da ragazzoni brufolosi in preda agli ormoni: poteva l’agente Dana Scully non sottolineare in ogni inquadratura il suo disprezzo?

Mulder è più bambinone e quindi si getta subito nel gioco, rimanendone vittima, e malgrado il suo disprezzo per il testosterone videoludico Scully si lancia al salvataggio… armata di tutto punto!

Vedere la sempre seriosa Gillian Anderson, con l’espressione perennemente schifata e giudicante, trasformarsi in Arnie Scullynegger e sventagliare i nemici a suon di fucilone è un’emozione potente: mi sa che la convention di X-Files di quell’anno sarà stata piena di fan armati di fanta-fucili.

Per finire, il mio cuoricino alieno pieno di sangue acido non può che notare come abbiano dato al fanta-fucile lo stesso identico tipo di sparo dello smart gun di Aliens (1986). Insomma… Scully Spacca!

«Let’s rock!» (cit.)

Chissà se il fanta-fucile è stato disegnato dal prop master Tom Day o da qualche sottoposto. la guida ufficiale alla settima stagione, All Things (2001) di Mar Shapiro, è piena di informazioni, sappiamo pure chi fa le acrobazie al posto della fatalona (la ginnasta Dana Heath) ma non una sola parola viene spesa sui fuciloni, che sono presenti in ogni inquadratura del gioco virtuale. Da una cultura che si basa sulle armi mi sarei aspettato qualcosina in più: chissà che magari da quel 2000 i fanta-fucili dell’episodio sono finiti in qualche X-Files Museum.


L.

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[Italian Credits] La storia infinita (1984)

Torna l’amico Leonardo con altro materiale ghiottissimo, che stavolta posso integrare con mie cacce personali. Si parla del mitico La storia infinita (Die unendliche Geschichte / The NeverEnding Story, 1984) di Wolfgang Petersen, liberamente tratto dall’omonimo romanzo del 1979 di Michael Ende, autore che all’epoca ebbe parecchio da ridire su questa versione cinematografica della sua opera.

Credo di aver scoperto il film all’epoca del suo primo passaggio in TV, su Rai2 il 25 dicembre 1988, ma di sicuro l’ho registrato nel suo passaggio di Rai1 del 15 dicembre 1989, e quella settimana il “Radiocorriere TV” presentava il film in modo stranissimo. Grazie all’archivio della rivista sono riuscito a ritrovare quel ritaglio che per anni è stato nella mia collezione: la pubblicità di un film… in cui l’autore del romanzo lo massacrava!

«Non hanno capito nulla dello spirito del libro. Altro che fantasia! Tutta roba da night-club di terz’ordine!»

Parola di Michael Ende!

Per un caso fortuito ho recentemente ritrovato i titoli di testa di quella trasmissione del 1989, conservati non certo per le scritte quanto per la canzone di Limahl, all’epoca una bomba nel campo delle colonne sonore: non a caso la mitica collana di CD Audio “Film Parade” – raccolte annuali dei migliori temi del cinema, cantati o sonori, che ancora conservo gelosamente – iniziava l’attività proprio con NeverEnding Story.

Peraltro scopro che Rai1 usò le “bande nere” per non distorcere l’immagine, come invece ha fatto l’edizione VHS: problemi d’altri tempi, visto che quando il film è passato sulla compianta Spike il 26 dicembre 2021 l’immagine è orizzontalissima.

Quando Leonardo mi ha gentilmente passato il frutto della sua caccia, cioè i titoli di testa e di coda digitalizzati dalla VHS General Video del film, ho pensato di fondere le due edizioni, essendo in pratica identiche: nel video su YouTube ho usato solo la fonte di Leonardo…

… ma qui sotto presento i titoli di testa da quel passaggio su Rai1 del 1989.


Titoli di testa


Titoli di coda

Metto solo questi due esempi per brevità: i titoli completi in italiano li trovate nel video su YouTube.


L.

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Doppiatori della settimana 2022-01-22

Ogni giorno vado a “caccia di doppiatori”, bazzicando piattaforme streaming e piccoli canali locali, alla ricerca di informazioni altrimenti irrecuperabili altrove: è il momento di condividere con la Rete alcuni frutti della mia caccia.

Ecco il meglio che ho trovato questa settimana: lo presento in forma testuale così può essere trovato dalle ricerche su Google, ma ho conservate tutte le schermate originali come “pezza d’appoggio”.


Kingsman: Secret Service
(id., 2014)
distribuito da Fox Video

Scheda del doppiaggio recuperata dalla piattaforma Disney+.

Personaggio Attore Doppiatore
Harry Hart Colin Firth Luca Biagini
Gary “Eggsy” Unwin Taron Egerton Alessandro Campaiola
Valentine Samuel L. Jackson Luca Ward
Artù Michael Caine Dario Penne
Merlino Mark Strong Francesco Prando
Gazelle Sofia Boutella Ilaria Latini
Roxy Sophie Cookson Valentina Favazza

Edizione italiana a cura della 20th Century Fox Italy.
Doppiaggio italiano: 3Cycle S.r.l.
Dialoghi italiani e direzione del doppiaggio: Marco Guadagno.


99 Homes
(id., 2014)
distribuito da Lucky Red

Su RaiMovie il 15 gennaio 2022: scheda del doppiaggio recuperata da RaiPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Dennis Nash Andrew Garfield Lorenzo De Angelis
Rick Carver Michael Shannon Roberto Pedicini
Lynn Nash Laura Dern Eleonora De Angelis
Connor Nash Noah Lomax Lorenzo D’Agata
Frank Greene Tim Guinee Alessio Cigliano
sceriffo Anderon Randy Austin Roberto Stocchi
Baldwin ? Dante Biagioni

Edizione italiana a cura della CDC Sefit Group.
Adattamento dialoghi: Paolo Modugno.
Direzione del doppiaggio: Ludovica Modugno.


Skyline
(id., 2010)
distribuito da Eagle Pictures

Su Rai4 il 19 gennaio 2022: scheda del doppiaggio recuperata da RaiPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Jarrod Eric Balfour David Chevalier
Elaine Scottie Thompson Chiara Gioncardi
Denise Crystal Reed Perla Liberatori
Terry Donald Faison Nanni Baldini
Candice Brittany Daniel Raffaella Castelli
Ray Neil Hopkins Roberto Gammino
Oliver David Zayas Paolo Marchese

Edizione italiana a cura della CDC Sefit Group.
Dialoghi italiani e direzione del doppiaggio: Sandro Acerbo.


Stardust
(id., 2007)
distribuito da Paramount

Su Italia1 il 19 gennaio 2022: scheda del doppiaggio recuperata da MediasetPlay.

Personaggio Attore Doppiatore
Yvaine Claire Danes Ilaria Stagni
Tristan Thorn Charlie Cox Stefano Crescentini
Lamia Michelle Pfeiffer Emanuela Rossi
capitan Shakespeare Robert De Niro Stefano De Sando

Doppiaggio: CVD.
Dialoghi italiani: Ruggero Busetti.
Direzione del doppiaggio: Massimiliano Manfredi.


Evangelion 1.11 You Are (Not) Alone
(Evangelion Shin Gekijôban: Jo, 2007)
distribuito da Dynit

Scheda del doppiaggio recuperata dalla piattaforma Prime Video.

Personaggio Attore Doppiatore
Shinji Ikari Megumi Ogata Daniele Raffaeli
Rei Ayanami Megumi Hayashibara Valentina Mari
Kawory Nagisa Akira Ishida David Chevalier
Misato Katsuragi Kotono Mitsuishi Stella Musy
Gendô Ikari Fumihiko Tachiki Massimo Corvo
Kohzou Fuyutsuki Motomu Kiyokawa Oliviero Dinelli
Ritsuko Akagi Yuriko Yamaguchi Liliana Sorrentino

Voci aggiuntive: Francesco Bulckaen, Stefano Crescentini, Barbara De Bortoli, Gianni Musy e altri.
Studio: C.D. Cine Dubbing International.
Dialoghi italiani: Ad Libitum.
Direzione del doppiaggio: Fabrizio Mazzotta.


L.

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Addio, Spike e Paramount (2022)

La schermata d’addio di Spike

Lo scorso 17 gennaio 2022 ben due canali televisivi in chiaro dedicati al cinema hanno chiuso i battenti: Paramount Network e Spike, fusi nel nuovo canale TwentySeven (Mediaset), che deve il suo nome al canale 27 su cui trasmette.

Un nuovo canale dove replicare “La casa nella prateria” a tutte le ore del giorno e della notte

In questi anni le due emittenti mi hanno regalato del buon materiale, che mi piace rievocare.


Paramount

Preceduto da una campagna pubblicitaria leggermente pressante e insopportabile, il canale Paramount Network inizia l’attività il 23 febbraio 2016 (fonte: Wikipedia), compiendo subito una scelta curiosa: trasmettere solo ed esclusivamente la serie TV “La casa nella prateria” dieci volte al giorno, per sempre. Diventato subito un canale di straordinaria inutilità, visto che a qualunque ora del giorno e della notte trasmetteva solo “La casa nella prateria”, ora che ha chiuso giustamente i battenti ed è stato soppiantato dal nuovo TwentySeven… vediamo se indovinate quale serie ha già iniziato le repliche quotidiane. Bravi, “La casa nella prateria”.

Sin da subito è stato chiaro che Paramount Network era la totale nullità a forma di TV, ma nel corso di questi anni qualche regalo è riuscito a farcelo, come per esempio filmetti romatichelli con librerie piene d’ammmòre

da Pagine d’amore (2015), su librai che spargono in giro libri e sentimenti zuccherosi

… o filmetti romantichelli pieni di autori falsi e falsi libri

pseudo-autrice e relativi pseudobiblia da Small Town Christmas (2018)

Ci ha ricordato la passione di John Wayne per gli scacchi…

Il Duca alla scacchiera in McLintock (1963)

… ma soprattutto Melissa Joan Hart, l’ex Sabrina la giovane strega, che per far felici i genitori si presenta a Natale con un finto fidanzato, che già sappiamo diventerà vero.

L’ex streghetta alla scacchiera di Un fidanzato per mamma e papà (2007)

Infine mi ha regalato rare edizioni italiane di film che di solito girano solo in versione americana: ecco le edizioni italiane complete che ho beccato su Paramount, con la data della registrazione.

  • Anaconda (Columbia 1997) – 3 febbraio 2017
  • Tristano & Isotta (Fox 2006) – 18 maggio 2017
  • Conan il barbaro (Fox 1982) – 7 agosto 2017
  • Noah (Paramount 2014) – 31 gennaio 2018
  • Kramer contro Kramer (Columbia 1979) – 25 febbraio 2018
  • One Hour Photo (Fox 2002) – 16 ottobre 2018
  • Bravados (Fox 1958) – 3 agosto 2019
  • Innamorarsi a Manhattan (Fox 2005) – 1° dicembre 2019
  • Una promessa è una promessa (Fox 1996) – 4 dicembre 2019
  • Gattaca – La porta dell’universo (Columbia 1997) – 6 settembre 2020
  • Senti chi parla adesso! (TriStar 1993) – 26 dicembre 2021


Spike

Il canale Spike inizia l’attività il 22 ottobre 2017 (fotne: Wikipedia) e in pratica ha votato la sua intera esistenza a Steven Seagal, replicando ogni giorno un qualche suo filmaccio recente, di quelli che nessuno cita mai. I 26 episodi della serie TV di Seagal, “True Justice” sono stati replicati miliardi di volte.

Il 1° marzo 2018 Spike ci ha regalato Shane Black e i suoi “libri falsi” nello spumeggiante Kiss Kiss Bang Bang (2005) con Robert Downey jr. e Val Kilmer investigatori hardboiled.

Splendido omaggio, anche grafico, agli eroi pulp d’un tempo

Il 19 ottobre 2018 ci ha fatto un grandissimo regalo, presentando la spettacolare versione ad alta qualità di uno dei titoli meno noti con Dolph Lundgren: Caccia mortale (1993). Un fuggiasco che corre per il deserto in Lamborghini in cerca di vendetta: oro puro!

Dolph Spakka su Spike!

Il 14 settembre 2019 un manipolo di eroi della Z si unisce per l’inedito Soldiers of Fortune (2012): mettete sulla stessa isola Christian Slater. Colm Meaney, Sean Bean, Ving Rhames e tanti altri: l’apocalisse Z è pronta!

Ma ve lo ricordate Christian Slater?

Vogliamo continuare a parlare d’azione? Spike è stata così geniale da raccogliere i suoi vecchi e inflazionati film d’azione, trasmessi già mille volte, e inventarsi il ciclo “Friday Action Heroes“, che strizza l’occhio al mitico venerdì d’azione di Italia1. Seguite il link per conoscere i vari Eroi della Z che sono stati replicati nel ciclo.

Il venerdì più tosto (e riciclato) di sempre

Da quel giugno 2020 i film del ciclo sono stati replicati tipo un miliardo di volte: non stupisce che poi le emittenti chiudano. Però la grafica era gagliarda

Il ciclo è tornato in vita questo gennaio 2022… solo per due venerdì – Kickboxer (7 gennaio) e Dal tramonto all’alba (14 gennaio): chi mai avrebbe potuto accostare questi due titoli? – poi la chiusura. Per fortuna una qualche vocetta nel 2020 mi ha convinto a registrare tutti i film del ciclo, così ora ho tutte chicche da collezione!

Non dimentichiamo la fantascienza, con il ciclo di Star Trek del 2020.

Per l’occasione qualche bravo grafico si è messo lì a creare schermate pubblicitarie tipo schede enciclopediche: per esempio, se vai su Romulus non puoi non assaggiare la famosissima birra romulana (romulan ale).

Non sono mancati classiconi moderni, nel ciclo “Noi siamo leggenda” (2020): tutta roba riciclata ma che fa sempre bene al cuore.

Non ho beccato neanche un’edizione italiana su questo canale, ma non si può avere tutto.


Se contiamo anche CineSony, salgono a tre i canali di cinema scomparsi negli ultimi anni, e ci sarebbero tante conclusioni da tirare che spero le emittenti stiano analizzando. Tipo che replicare per anni lo stesso identico titolo e mandare in onda Seagal ogni fottuto giorno non sembrano idee che portino da qualche parte.

Ora tocca a TwentySeven dimostrare quanto riuscirà a durare, e per iniziare la sua vita televisiva cosa fa la nuova emittente Mediaset? Spara il suo colpo migliore, e il 19 gennaio 2022 manda in onda in prima serata… Junior (1994) di Ivan Reitman, con Schwarzenegger incinto…

Se c’era un modo di cominciare male col botto, era proprio questo.

L.

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Cinema marziale fascista (1973)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


7 belve venute dalla Cina

Ricevuto il visto della censura italiana il 24 maggio, con il divieto ai minori di 14 anni, il 31 maggio 1973 esce al Nazionale di Torino 7 belve venute dalla Cina (1972), filmucolo taiwanese noto all’estero come Cold Wind Hands.

Come tanti altri suoi “colleghi”, anche questo scompare subito nel nulla nessuno ne sa più niente, introvabile persino in lingua inglese. Ci rimane la delirante trama presentata al Ministero dello Spettacolo italiano ma è davvero poca cosa: conviene focalizzarci su qualcosa successo qualche giorno prima di questa proiezione torinese.


Cinema marziale fascista

L’onda anomala di film di bassa fattura con cinesi che si menano che dal febbraio 1973 ha sovrastato le sale italiane non può più lasciare indifferenti i critici, così se a marzo il Morandini spara a zero sul genere e un suo collega intanto interpella lo psicologo, a maggio è il turno di Maria Rosa Calderoni di scagliarsi contro il “cinema di menare”, dalle bollenti pagine del quotidiano “l’Unità”.

Per sapere chi sia la giornalista vado a leggermi la biografia stampata nel suo saggio La fucilazione dell’alpino Ortis (Mursia 1999):

Maria Rosa Calderoni è nata in provincia di Varese. Giornalista, ha lavorato per quasi trent’anni all’“Unità” di Roma, prima agli Interni, poi come inviato, prevalentemente nel campo del sociale, della cronaca, del costume. Ha pubblicato Il processo del secolo sull’attentato al Papa e Chiamateci compagni, sulla fase di transizione dal PCI al PDS. Attualmente collabora a “Liberazione”, il quotidiano di Rifondazione comunista.

Nell’edizione de “l’Unità” di domenica 27 maggio 1973 a pagina 6 appare un suo pezzo dal titolo “Il mito che giunge da Hong Kong“, «un’orgia di violenza importata con film di serie B».

«L’ultima scena di Cinque dita di violenza — il film che gli era piaciuto tanto ed esaltava il “suo” tipo di eroe, colui che uccide con un pugno — Dario Garnero, 22 anni, operaio, abitante in una frazione vicino a Torino, l’ha vissuta qualche tempo fa da protagonista in una via del paese, massacrando a colpi di karatè un suo amico, Renato Pezzoli, 31 anni, morto dopo due giorni di terribile agonia, con il fegato spappolato dai micidiali colpi della “mano a taglio”.»

Ah, il caro vecchio espediente del fattaccio di cronaca (vero o presunto) per denunciare la violenza nei media: non passa mai di moda. Curioso che lo sfortunato abbia impiegato solo due giorni a morire: il famoso pugno mortale del cuggino di Elio ne richiede almeno tre.

da “l’Unità” del 27 maggio 1973: un condensato di accuse immotivate e gratuite

Quel 1973 erano più di dieci anni che il karate aveva conquistato le palestre italiane, però il giovane carnefice Garnero per il suo atto violento ha dovuto aspettare di vedere un film che non mostra alcuna tecnica di karate: dopo quella visione, senza alcun allenamento Garnero diventa un esperto di questo stile. Spappolare il fegato di qualcuno a colpi di karate è qualcosa di cui non molti sono capaci, e soprattutto è qualcosa composto della stessa materia di cui sono fatte le notizie false.

«Certo, un caso-limite, ma il fatto di cronaca ha tuttavia squarciato una realtà non del tutto tranquillizzante e fatto emergere interrogativi non del tutto scontati. Che cosa c’è dunque dietro l’ultima ventata di moda, quella dei cosiddetti film di Hong Kong e dell’entusiasmo per il karatè, dietro il mito del nuovo “eroe” che uccide e vince con la sola forza delle “mani nude”?»

Avevano ragione Mulder e Scully, là verità è là fuori: cosa ci sarà mai dietro questi titoli? Ma soprattutto, perché “cosiddetti film di Hong Kong”? Sono decisamente film di Hong Kong, o meglio: acquistati tramite canali di Hong Kong, sebbene spesso provenienti da altri Paesi asiatici limitrofi.

«Questi bruttissimi film di Hong Kong non sono nuovi, anzi, sono vecchi di qualche anno; ma, per il loro infantilismo e la totale mancanza di pregi, non hanno trovato per parecchio tempo nessun compratore e sono rimasti invenduti nei cassetti dei produttori. Finché un giorno l’americana “Warner” non ne ha acquistato (a bassissimo prezzo) un esemplare provando a buttarlo sul mercato: è un vero colpo. Il filmaccio “cinese” ottiene uno strepitoso successo di pubblico. Dall’America all’Europa, il gioco è fatto, ovunque il film della violenza “pura” è accolto con entusiasmo, la moda è nata.»

Mi spiace contraddire la giornalista: la seconda parte della sua ricostruzione è verissima, ma la prima decisamente no. Hong Kong già allora ballava fra secondo e terzo posto nella lista delle cinematografie mondiali, i suoi prodotti non giacevano in alcun cassetto, semplicemente l’Italia l’ha sempre ignorata finché l’esperimento della Warner non ha fatto scoprire ai nostri distributori che c’erano praterie sconfinate in cui pascolare.

«’Sta mano po’ esse fèro…» (cit.)

Magari i nostri distributori avessero attinto ai film più datati, perché c’erano ottimi prodotti che sarebbero piaciuti anche alla critica più spietata: invece dopo il successo dell’esperimento Warner hanno iniziato a portare nei nostri cinema i prodotti freschi di stampa, ma solo quelli meno costosi e più pezzenti. La giornalista avrebbe dovuto criticare i pessimi distributori nostrani, non il cinema di Hong Kong, che faceva esattamente quello che ha sempre fatto ogni cinematografia: prodotti di ogni qualità per tutti i gusti.

«Nel giro di sei-sette mesi, dopo Cinque dita di violenza sono piovuti sugli schermi…»

Qui la Calderoni inizia ad elencare i film usciti nelle nostre sale fino a quel momento, e curiosamente cita Sette belve venute dalla Cina: com’è possibile? Solamente il giorno dopo sarebbe apparso in cartellone al Nazionale di Torino: come fa la giornalista di Roma a conoscerlo già? Forse girava del materiale pubblicitario.

«Non c’è scampo, tra l’estate e l’autunno – ci hanno assicurato alla Medusa Cinematografica, distributrice di alcuni di questi titoli – sono assicurati dai 20 ai 30 film analoghi, “e sempre più orrendi, sempre più orripilanti“. Del resto, perché no? Nessuno osa accampare scrupoli, di fronte al fatto, assai convincente, che, ad esempio, Cinque dita di violenza ha incassato in pochissimo tempo due miliardi tondi; e il successo è tale che i famosi produttori di Hong Kong – che hanno notevolmente alzato i prezzi – vendono le pellicole a scatola chiusa.»

Dunque la Calderoni ha parlato con la Medusa, la quale avrebbe definito i propri prodotti “orrendi” e “orripilanti”? Ha messo un virgolettato, quindi dobbiamo credere che la casa italiana sapeva della pessima qualità dei propri prodotti (distribuendoli ugualmente), mentre invece ignorava che se avesse investito più soldi avrebbe potuto avere ottimi prodotti di Hong Kong, né orrendi né tanto meno orripilanti. Se comprate un’auto spendendo cento euro, poi non date la colpa all’auto se fa schifo.

Un altro che ha la violenza nelle dita

Un’altra domanda: come fa la Calderoni a conoscere gli incassi di un film distribuito dalla Warner? È stata la casa a rendere pubblica l’informazione? E “due miliardi tondi” di cosa? Dollari americani? Dollari di Hong Kong? Lire? La cifra nel caso cambierebbe parecchio.

«Ma, in questi macelli di ossa stritolate e di corpi straziati che costituiscono l’intelaiatura di simili film, si impone il superuomo dagli occhi a mandorla, giovane e implacabile, che con l’urlo di belva e la mano spietata, uccide tutti e vince.»

Curioso, tutti i film western prevedono un eroe che uccide tutti e vince, tutti i film di spionaggio prevedono l’eroe che uccide tutti e vince, tutti i film di gangster prevedono l’eroe che uccide tutti e vince, tutti i film polizieschi prevedono l’eroe che uccide tutti e vince, invece se lo fa anche il genere marziale peste lo colga. Addirittura un film che non usa armi è più violento di quelli che mostrano sventagliate di mitra e pistolettate varie?

«Molto più del pistolero del West o di James Bond, questo si presenta come un “modello” imitabile, accessibile: ed eccolo rivivere nelle palestre di karatè dove il sogno del muscolo d’acciaio sembra a portata di tutti. Già “programmaticamente” il karatè – e i vari aikidò, kaidonii, maikatè – è lo sport dove “vince il concorrente che riesce a colpire più vicino possibile ai punti vitali”, e cioè un vero e proprio “sport di morte”.»

Infatti è noto che nei tornei internazionali di karate ogni incontro finisce con la morte di uno dei due contendenti, e le gare procedono per eliminazione diretta e fisica dei concorrenti…

Tipico incontro agonistico di karate in un palazzetto dello sport

Ripeto, erano dieci anni che il karate riempiva le palestre italiane di tutta Italia e forgiava un’intera cultura popolare, apparendo in fumetti, romanzi e persino al cinema: possibile la giornalista se ne sia accorta solo ora? Non c’era davvero bisogno di pessimi filmacci cinesi con tizi che agitavano le manine per spingere gli italiani ad allenarsi in palestra.

A proposito… makosè il maikatè?

«Pochissimo praticato a livello agonistico, [il karatè] ha invece notevole diffusione nelle palestre private (tanto più oggi dopo l’esplosione dei film di Hong Kong), le quali a loro volta (come si vede, la realtà batte sempre la finzione) sono in gran parte controllate – almeno in talune città – dalla organizzazione sportiva legata al MSI (ed è noto, d’altra parte, che il karatè è l’arte marziale prediletta dei picchiatori fascisti).»

Il discorso non fa una piega… Mi piacerebbe avere le informazioni in possesso della giornalista, per cui addirittura un partito politico controlla quasi tutte le palestre di karatè d’Italia – ma cos’è, la SPECTRE? – ma non posso arrivare a certi livelli di informazioni scottanti.

La famosa scritta che recita “Boja chi molla!”

Per esempio non sapevo che i “picchiatori fascisti” facessero riferimento ad un’arte marziale ignota quando è nata la loro ideologia: non ho compiuto studi in proposito, ma credo che i picchiatori nei primi anni del Novecento (quando non esisteva il karate) se la cavassero benissimo a picchiare senza alcuna nozione di stili asiatici.

«”Abbiamo una lega judo, ma niente karatè. Non l’abbiamo e non vogliamo averla – dicono all’UISP – Riteniamo infatti che il karatè si presti ben poco a un uso sportivo: esso rappresenta in sostanza una falsa attività fisica, o una attività fisica deviata, finalizzata a uno scopo – Il mito della prestanza fisica, il culto della virilità, la mistica della forza e del combattimento – che di sportivo ha ben poco”.»

Ma dove l’ha trovato ’sto tizio, la Calderoni? Guarda caso l’intervistato dice le stesse cose che pensa lei, guarda tu a volte la coincidenza. E per di più non ha nome, sono tutte dichiarazioni ufficiali anonime, complimenti al giornalismo di qualità!

Questa foto del 1967 dimostra che non esisteva alcun karate “ufficiale”, no, per niente…

Questi portavoce della UISP (chiunque essi siano) sono davvero distratti, non hanno notato che dagli anni Sessanta esiste a Roma la FIK (Federazione Italiana Karate) e a Milano la AIK (Associazione Italiana Karate), così come è sfuggito loro che da parecchi anni esistono tornei mondiali di karate, alcuni vinti da un certo Chuck Norris, apparso poi al cinema in uno dei tanti film di spie piene di karate e tecniche letali: tipo quelle che Diabolik esegue dal 1964, con il suo celebre colpo del taglio della mano.
Quante cose sfuggono agli anonimi portavoce della UISP, dispiace che la Calderoni non abbia ricevuto informazioni più complete.

«Karatè e film di Hong Kong in definitiva, quale molla fanno scattare? quale ragione sta alla radice del loro successo? Abbiamo chiesto il parere a Ignazio Majore, psicanalista, autore, fra l’altro, di Morte, vita e malattia e Principi di psicanalisi clinica

Immancabile torna il “parere dell’esperto”, che dubito sia stato interpellato all’arrivo in Italia dei primi film western americani, «che loro possono sparare agli indiani», come cantava Vasco.

«”In gran parte è una moda, identica a quella degli altri filoni cinematografici – gangsterismo, mafia, western, eccetera – solo che qui si affacciano caratteristiche particolari, nuove. Si tratta infatti di un prodotto esotico, quindi accettabile e fruibile in modo assai più de-responsabilizzato; presenta inoltre una filosofia orientaleggiante, un sottoprodotto scadente di culture sconosciute e di moduli addirittura religiosi, che possono creare una specie di ‘mistica’; in più, non c’è da sottovalutare l’aspetto ‘sportivo’, la suggestione che portano nei giovani di riuscire a valorizzare le proprie prestazioni”.»

Va sempre ricordato che questi film avevano un doppiaggio italiano che a volte si inventava dialoghi e trame, quindi temo che non esistesse alcun pericolo di veicolare “filosofie orientaleggianti”, così come è davvero difficile trovare “moduli religiosi”. Comunque il giudizio dello psicanalista è troppo moderato, troppo ragionato: qui serve colpire al bersaglio grosso, quindi la giornalista prende in mano le redini del giudizio psicanalitico:

«L’aspetto più preoccupante, secondo il prof. Majore, è tuttavia “il rigurgito di destra” che queste manifestazioni rivelano. “E per destra – aggiunge – intendo l’atteggiamento di chi prescinde dal ragionamento, dalla verifica delle proprie idee attraverso l’esame di quello che veramente serve all’uomo, per puntare sull’affermazione della violenza, sulla supremazia del più forte sul più debole. Siamo cioè di fronte a individui che sembrano rinunciare alla mente per i muscoli”.»

Perché “ritagliare” queste frasi di denuncia alla destra? Temo che il discorso del professore fosse molto più lungo e complesso ma alla fin fine ciò che interessava al pezzo fosse accusare di fascismo il cinema di Hong Kong, così impegnato nell’esaltare la violenza. Insomma, la solita spazzatura giornalistica, che a naso non attribuirei a Majore, semplicemente perché temo la psicanalisi non c’entri una stra-mazza con i generi cinematografici, e peggio ancora con le politiche dei pessimi distributori italiani.

La celebre scritta “Me ne flego” (con accento cinese)

La Calderoni non ha colpe, fa solo quello che fanno tutti i giornalisti italiani: quando nasce una nuova moda che non piace loro (o non piace a quelli per cui lavorano), ci devono sputare sopra suggerendo che istighi alla violenza. Dieci anni prima l’aveva fatto anche Enzo Biagi, suggerendo che i “fumetti neri” spingevano i lettori a diventare criminali. E lo faceva in un pezzo apparso su “la Stampa” al fianco di un trafiletto con un brutto fatto di cronaca: una madre prostituiva i suoi due figli bambini. I veri criminali non hanno certo bisogno che Diabolik o Satanik insegni loro cosa fare.

Il gioco sporco si ripete con questa ridicola denuncia, secondo cui i cinesi – che ancora portavano incisi a fuoco nella memoria gli orrori perpetrati su di loro dai giapponesi, loro sì alleati di nazisti e fascisti – produrrebbero film di destra che spingono gli spettatori italiani ad iscriversi nelle palestre gestite dal Movimento Sociale Italiano. Mentre la Calderoni scrive queste robe, basta alzare lo sguardo all’inizio della stessa pagina 6 de “l’Unità” per trovare un trafiletto in cui si racconta del “Cimitero della mafia”, un sistema di grotte di Corleone (Palermo) in cui sono state ritrovate le ossa di non si sa quante vittime della mafia: ma no, queste sono bazzecole, i film di Hong Kong sono mille volte più pericolosi.

L.

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Hollow Point (1996) L’anti “Cobra Kai” 4

Malgrado sin dalla seconda stagione io sappia che la serie “Cobra Kai” è una roba inguardabile, fra le peggiori mai scritte nella storia della TV, lo stesso finisco per divorarmi ogni stagione che esce, anche solo per poterne parlare male. Quest’anno, informato della sua uscita su Netflix grazie a Cassidy, l’orrore di una sceneggiatura delirante – in cui OGNI singolo personaggio è prima buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, poi buono, poi cattivo, e questo in OGNI singolo episodio! – l’unica consolazione è veder tornare un mito mancato del cinema marziale: Thomas Ian Griffith.

Dopo aver esordito come ricco cattivo in Karate Kid 3 (1989), l’attore men che trentenne – che veniva dalla soap opera “Destini” – si ritrova ad interpretare Rock Hudson in una biografia televisiva ma soprattutto ha l’occasione di sgranchirsi le gambe come protagonista marziale di Solo contro tutti (Excessive Force, 1993), con addirittura sua maestà Lance Henriksen nel cast.

Il film – di cui già ha parlato Willy l’Orbo – non dev’essere andato bene perché Griffith è scomparso dai radar marziali, dopo averci fatto sperare nella nascita di un nuovo eroe, e per un nuovo ruolo degno di nota bisogna aspettare i suoi canini in Vampires (1998) di John Carpenter.

Nella quarta stagione di “Cobra Kai” torna a interpretare il ruolo che l’ha lanciato al cinema, dimostrando peraltro di essere ancora in splendida forma: quante belle scene marziali ci siamo persi in questi trent’anni in cui l’attore non ha interpretato titoli di genere.

Finita la diarroica quarta stagione, dove si perde la saliva a forza di spernacchiare la ridicolaggine di ogni singola scena, avevo voglia di rispolverare qualcosa dell’attore, purtroppo ben poco distribuito in Italia. Visto che quel mitico primo film con cui l’ho conosciuto l’aveva già “coperto” Willy, ne ho stanato un altro di poco posteriore, prodotto dalla NU Image Films e diretto niente meno che da Sidney J. Furie. Scusate se è poco!

da “La Stampa” del 20 agosto 1996

A sorpresa scopro che questo film ha avuto addirittura l’onore di essere proiettato in sala, da quel 20 agosto 1996 in cui è apparso all’Eliseo Blu di Torino, con il titolo Impatto devastante. Hollow Point, distribuito da Eagle Pictures.
La stessa Eagle, insieme a BMG Video, lo porta nelle nostre videoteche – probabilmente lo stesso anno – con il titolo al contrario, Hollow Point. Impatto devastante.

Il 5 febbraio 1998 inizia la sua vita su Tele+1 (a pagamento) con il titolo Impatto devastante (strano non ricordi di averlo visto, all’epoca) e Rai2 lo trasmette nella prima serata di sabato 19 settembre 1998 con lo stesso titolo italiano.

Rarissimo titolo italiano

«Cara, ti ricordi quando ti ho detto che mio padre, signore della mafia russa, era morto? Be’, non era precisamente vero»: con un dialogo simile a questo si apre la vicenda, dove possiamo ammirare le grazie di Tia Carrere degli anni d’oro.

Mai visto Tia Carrere così sorridente

La grintosa attrice hawaiiana interpreta Diane, una sposina che sta per convolare a nozze con Ivan, figlio del più grande boss mafioso russo della città. Oh, l’amore è cieco, questo è vero, ma un’agente infiltrata dell’FBI ci vede benissimo.
Diane in mesi di duro lavoro è riuscita – non vogliamo sapere come – a conquistare il cuoricino mafioso di Ivan fino a deciderlo a farle la dichiarazione: ti pare che papà mafioso, il quale ha finto la propria morte per fregare la legge, non si mostrerà in chiesa durante la funzione?

Quante spose nascondono pistola e distintivo nella giarrettiera?

Sfilata la pistola dalla giarrettiera, Diane ha abbastanza sangue freddo da arrestare il boss mafioso in chiesa, ma certo che l’essere circondata da sgherri armati non aiuterà la situazione.
Il mafiosone scappa grazie all’aiuto di un tizio di passaggio, che però gli tira un brutto scherzo: è l’agente Max Parrish della DEA (Thomas Ian Griffith) e ha fatto tutto quel casino per arrestarlo lui, fregandolo alla collega dell’FBI.

La DEA è fatta così: si tirano scherzoni ai colleghi dell’FBI

Delusa e scornata dall’aver perso il mafiosone, dopo i mesi passati ad allisciarsi il figlio, Diane scopre che la mafia russa stranamente non dimentica, e ha ingaggiato un assassino per farla fuori: un killer spietato… con la faccia di Donald Sutherland!
Rimorchiata una donna agitandole davanti agli occhi dei dollaroni, Garrett (Sutherland) la uccide solo per poi scoprire che non era lei Diane: va be’, ha ucciso la persona sbagliata, che vuoi che sia? Imprevisti del mestiere…

La tecnica di rimorchio di Donald è discutibile… ma efficace!

Sapete chi invece se la prende parecchio per l’errore? Il super capo delle mafie unite, il super-capoccione che comanda tutti i potenti del posto, e lui ha la faccia di John Lithgow.
È lui che mette una taglia sull’assassino, perché nessuno può sbagliare sotto il suo comando. In realtà è un errore, perché ora che ha contro la mala l’assassino può decidere di diventare super-testimone per la polizia.

Un irresistibile ruolo da cattivissimo per Lithgow

In mezzo a questa situazione ingarbugliata, si aggirano Diane e Max, due nemici-amici, di forze dell’ordine concorrenti, entrambi intenzionati a incastrare i cattivi ma principalmente a rimanere vivi, visto che sembrano fare a gara per mettersi l’un l’altro in situazioni pericolose.

E fàttela ’na risata, Tia: gli anni Novanta volano via in fretta!

Lo dico subito, la sceneggiatura non è quella delle grandi occasioni, avere tanti personaggi e una trama intricata avrebbe avuto bisogno di qualcuno che sapesse poi scrivere bene i dialoghi e le situazioni, il che purtroppo non è stato.
Griffith e Carrere sono deliziosi, all’apice della loro gagliarderia ma sono lasciati soli a gestire interamente la vicenda e non sono scritti così bene da riuscirci. Però lo stesso fanno i mattacchioni e si tirano tiri mancini, e alla fin fine li si guarda con divertimento.

Che simpatici i colleghi, quasi quasi li meno!

Nei momenti migliori il film assomiglia (in peggio) al coevo Bounty Hunters (1996) con Michael Dudikoff, decisamente migliore. Perché in quest’ultimo l’avere due cacciatori di taglie rivali costretti a lavorare insieme, ma sempre pronti a fregarsi per incassare la taglia, ha senso: due tutori dell’ordine che siano così in competizione, fino a rischiarci la pelle, è decisamente più dura da accettare.
In tutto questo Sutherland ci sguazza in brodo di giuggiole: dubito che sul suo copione ci fosse anche solo la metà delle infinite chiacchiere che spara ogni volta che è inquadrato. Credo che le facce disarmate dei due attori protagonisti non siano una finzione: probabilmente erano stufi di stare sul set con un mattatore naturale come Sutherland.

Ti ho mai raccontato quando cantavo Side by Side con Elliot Gould?

Questo film sicuramente lo possiamo annoverare in quel genere che Cassidy chiama giustamente “Strambi sbirri“, cioè poliziotti così diversi che a metterli insieme si ottengono tante scintille, ma certo avere attori di quella levatura e non avere una sceneggiatura adeguata è un difetto abbastanza forte in questo caso.

Purtroppo Griffith dà giusto un paio di calci, ormai aveva già abbandonato la carriera marziale, ma lo stesso ci tiene a far vedere che è in splendida forma, come sarà ancora nel 2021 di “Cobra Kai”: anche perché in quella serie è l’unico che abbia vere conoscenze marziali!

L.

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Quale Frankenstein Junior preferite?

Lo confesso, il titolo è un colossale acchiappa-click, ma neanche tanto: la domanda che pongo è vera e parlerò davvero di Frankenstein Junior, ma è chiaro che ho usato il titolo del celebre film per attirare molti più lettori che se avessi chiamato il pezzo “Quale formato home video preferite?”.

Grazie al mio recente ritrovamento di una videocassetta con il film di Mel Brooks più amato nella storia della Repubblica italiana, e grazie al sapiente lavoro di video-archeologia dell’amica Vasquez, posso confrontare ben tre formati diversi dello stesso film, con “tagli” diversi: visto che sono fuori dai social – e anche lì l’occasione di avere una conversazione costruttiva non l’ho mai avuta – parlo da qui di quel mondo misterioso e segreto che è il formato assunto dai film nel momento di vederli sulla TV di casa.

Per tutta la mia infanzia ed adolescenza ho avuto un televisore a tubo catodico Blaupunkt indistruttibile: io e mia madre non vedevamo l’ora si rompesse per costringere mio padre a cacciare i soldi per una TV più moderna, ma niente, quell’apparecchio tedesco era nato per sfidare i secoli. Comunque la differenza tra la TV, i film italiani e i film americani era chiarissima: questi ultimi avevano le “bande nere” in alto e in basso.
Quando nel 1991 ricevetti per Natale un piccolo mixer audio-video che consentiva, tra l’altro, l’inserimento di fasce nere su un video, lo usai per rendere “cinematografici” i miei filmini casalinghi: ai miei occhi, quindi, quelle bande nere rappresentavano la summa di un prodotto da cinema.

“Bande nere” messe in post-produzione
sul mio film horror amatoriale Il decapitato senza pace (1989)

Una cosa però erano i film americani trasmessi in TV e un’altra erano quelli distribuiti in videocassetta. Per la mia promozione in terza media i miei genitori mi regalarono la videocassetta de I 3 dell’Operazione Drago (1973), film con Bruce Lee all’epoca ignoto perché la Warner Bros da sempre vieta la messa in onda di qualsiasi suo film non abbia Clint Eastwood o Mel Gibson nel cast. (Sto ovviamente scherzando, anche se solo fino a un certo punto.)

Dalla VHS Warner 1985, cimelio di Casa Etrusca

Ricordo ancora l’orrore di vedere in TV quel video massacrato, e purtroppo all’epoca in videoteca poteva capitare di trovare film con i titoli di testa “compressi” per entrare in uno schermo quadrato…

Negli anni Ottanta era facile trovare titoli di testa “zippati” in VHS

Ah… erano così i veri titoli di testa??? (dal DVD Warner 1999)

… mentre il formato dell’immagine era tagliato con l’accetta.

Giusto per avere un’idea di quanto fosse tagliata la VHS

I film in VHS non erano tutti così orribilmente deturpati, anche se comunque “tagliati” in vari modi, con “bande nere” più o meno marcate. Non ricordo come trasmettesse il canale a pagamento Tele+1, a cui ci siamo abbonati all’incirca alla sua nascita (1991), ma credo che il formato fosse molto simile a quello che si poteva trovare in giro.
La prima volta che ho scoperto che esisteva un problema – cioè che i film erano girati con inquadrature molto più ampie di quelle poi riversate in VHS o trasmesse in TV – è stato quando al Columbia-TriStar ha messo in vendita un’edizione speciale del film Quel che resta del giorno (1993), dove usava un nome curioso che divenne subito di gran moda: widescreen.

Dal retro della locandina della VHS, un esempio di inquadratura larga

Era il 1995 quando spesi una cifra molto importante – 31 mila lire, quando i film nuovi costavano 20 o al massimo 25 mila lire – per l’acquisto del citato film di James Ivory, sia perché l’avevo adorato in sala, sia perché mi era piaciuto da morire il romanzo originale di Kazuo Ishiguro (della cui esperienza ho già raccontato), sia perché volevo provare l’emozione di vedere per la prima volta un film nel suo formato da grande schermo, non in quello tagliato per la TV di casa.

A mia memoria, la mia prima VHS “panoramica”

Con il 1999 e l’avvento del DVD in Italia quella mia “emozione” particolare è diventata la regola, e le bande nere la consuetudine. Finalmente si potevano vedere le inquadrature complete e i personaggi che in videocassetta o in TV erano stati tagliati via. Un esempio illuminante arriva da Alien 3 (1992):

Nella VHS del 1992 sembra che Bishop II sia da solo…

… e invece nel DVD del 1999 appare il genio di Fiorina!

Da ragazzino ricordo che era normale vedere attori parlare al vuoto, semplicemente perché l’interlocutore era finito tagliato dall’inquadratura: non era un problema, ma ora che finalmente si poteva vedere tutta l’inquadratura non volevo più tornare indietro.

Quindi i DVD sono sempre meglio delle VHS? Quindi la splendida edizione DVD del Frankenstein Junior (1974) che ho comprato nel Duemila è meglio della sua versione in videocassetta uscita in edicola nel 1995 con il quotidiano “l’Unità”? Ecco, qui dipende dai gusti, e ci viene in aiuto un cacciatore spaziale.

La prima volta che ho scoperto l’esistenza di DVD “che fregano” è stato con l’edizione digitale del 2001 di Predator (1987). Per anni mi sono crucciato che né l’edizione VHS né quella trasmessa in TV riuscivano a rendere bene quell’alba rossa esplosiva che apre la vicenda, così tutto contento vado a mettere il DVD nel lettore… e l’alba è blu! Oh, si sono fregati l’alba! Diciamo che la correzione dei colori ha tolto un po’ di patina “romantica” al film.

Un’alba calda in sud America…

… che però in digitale diventa freddissima!

Quel che più conta… è che l’inquadratura è pesantemente tagliata rispetto alla VHS.

Come mi insegnano gli esperti, i film sono girati ad inquadratura ampia che poi verrà tagliata da mascherine particolari, ma a volte può succedere che il film venga riversato su nastro senza mascherina, proprio per adattarlo meglio alla dimensione “quadrata” degli schermi di casa. Quindi può capitare, come in Predator, che alcuni trucchi pensati per lo schermo da cinema si rovinino per lo schermo da casa, come il celebre “vero braccio finto” di Carl Weathers.

In VHS 1990 Carl Weathers ha due braccia…

… che diventa uno solo nel DVD 2001

Però di questi difettucci ce ne sono davvero pochi, parliamo di quisquilie: onestamente io preferisco vedere più film possibile, anche a costo di intravedere qualche “inestetismo”. E qui arriva la domanda: voi preferite più film ma grezzo o meno film ma più curato?
Ed eccoci al Frankenstein Junior: visto che non avevo mentito?

Rarissimo titolo italiano del film (Italia1, 2 gennaio 1995) recuperato grazie a Vasquez

Grazie a Passoridotto scopro questo “inestetismo” nel finale: dalla foto non si vede bene, ma in alto c’è un microfono che si muove a seconda dell’attore che parla.

In alto, sulla sinistra, c’è un microfono mobile

L’inquadratura viene “corretta” in DVD e non si vede alcun microfono.

Taglio netto, e il microfono non c’è più

Io personalmente preferisco vedere più film possibile, anche a costo di imbattermi in un microfono, ma c’è la via di mezzo televisiva, che taglia decisamente meno rispetto al DVD.

Niente microfono e inquadratura più larga: e brava Italia1!

Una scuola di pensiero si chiede: quale di queste versioni è quella pensata dal regista? Quale potrà essere l’inquadratura precisa pensata dall’autore? Visto che è davvero difficile che un regista si metta a disquisire sulle proprie inquadrature – che magari le ha impostate il suo aiutante mentre lui dormiva! – e visto che l’opera appartiene al pubblico e non all’autore, è chiaro che ognuno dovrà pensare al proprio gusto e decidere quale formato scegliere. Oppure – come faccio io con i film di Alien e Predator – prendere tutti i formati esistenti e conservarli tutti.

Collezione etrusca di Predator: mi manca il 4k…

Per esperienza personale, vista la pessima tecnologia usata per i formati moderni – con scene tagliate reinserite ma che fanno “saltare” la scena, con mezzi sottotitoli smozzicati che si mangiano l’audio italiano, con montaggi alternativi fasulli che sono in realtà software che saltano di scena in scena mangiandosi pezzi di film e se torni indietro va tutto in pappa – per i film del passato preferisco di gran lunga la videocassetta, perché lì c’è il film vero, come l’abbiamo visto all’epoca, nella versione italiana che magari abbiamo visto da bambini e a cui siamo legati.
Per i film moderni il problema non si pone, visto che già nascono con “bande nere” e visto che abbiamo tutti TV più o meno orizzontali.

Quindi la morale è: vedetevi Frankenstein Junior da VHS!

VHS 1995

TV 1995

DVD 2000

L.

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Run Hide Fight (2020) Sotto assedio diehardo

Nell’edizione pandemica di settembre 2020 del Festival di Venezia è stato presentato un film particolare che in seguito ha viaggiato principalmente per interne.
Stando a FilmTV.it questo film ha cominciato a girare per piattaforme italiane nel giugno 2021, ma io l’ho scoperto solo lo scorso 12 gennaio 2022 su Rai4.

Parlo di Run Hide Fight, che in Italia ha guadagnato uno dei grandi sottotitoli per cui la nostra distribuzione è famosa nel mondo: Sotto assedio. Finché dura, lo trovate su RaiPlay.

La grande creatività italiana ha aggiunto un sottotitolo indispensabile

Il loro era un piano meticoloso, le loro attrezzature del massimo livello, erano ben preparati, intelligenti e spietati. Ma non avevano tenuto conto… della ragazza in lutto!
Ebbene sì, sotto la patina di “strage studentesca” – genere tristemente noto in America, dove temo siano poche le scuole che non abbiano un passato di violenza – batte un cuore diehardo, e festeggio il primo titolo similare dell’anno con un banner fresco di stampa. L’espressione “Muori duro” l’ho presa di netto dalla Bara Volante: lì trovate i “veri” film di Die Hard, qui nel Zinefilo tutti quelli che ci si rifanno smaccatamente.

In una tipica scuola texana, in uno Stato dove ci sono più sparatorie che sagre di paese, un giorno un furgone sfonda la porta e ne scendono dei ragazzi che iniziano ad ammazzare compagni di scuola. Come vuole la regola, il capo è quello più strano degli altri.

Scusate, vado bene per il grattacielo Nakatomi?

Al contrario dei predecessori, questi “cattivi diehardi” non hanno un piano così complesso e meticolosamente studiato, sembrano più una banda di svalvolati che raccoglie quintali di esplosivo – che in Texas te lo vendono al bar – e si presenta a scuola per poi improvvisare sul momento. In nessuna parte della vicenda si ha la sensazione che esista un piano, diciamo che la sceneggiatura poteva essere studiata meglio.
All’inizio sembra che il capo dei cattivi stia seminando morte e distruzione perché vuole l’anarchia e il caos, cavalli di battaglia degli sceneggiatori pigri, poi però pare una rivalsa perché il preside cattivo non gli ha dedicato tempo: è noto che i teppisti a scuola sognano che i presidi si siedano loro accanto e li guidino nella vita. Altri vaghi accenni a non si sa cosa si alternano finché diventa chiaro che nessuno ha pensato a dare una motivazione ai cattivi del film: sono cattivi e basta.

Tutta la sceneggiatura dei “cattivi” è scritta su una manica

Mentre i cattivi improvvisano il loro “piano meticoloso”, prendendo in ostaggio la scuola, entra in scena l’eroina dieharda, che era andata un attimo in bagno e quindi è sfuggita alla “presa” dei cattivi.

A vederla non sembra, ma è l’eroina della vicenda, anche se farà ben poco

Per Zoe Hull (Isabel May) c’è un po’ più di sforzo di scrittura. Ha da poco perso la madre – una comparsata di Radha Mitchell – e solo a un certo punto ci rendiamo conto che sta parlando con il suo fantasma, segno che l’elaborazione del lutto è ancora in corso.

«D’improvviso sei un’esperta? Sei morta solo una volta.»

Parlare con il fantasma della madre e rimproverarle un’inesperienza nell’atto di morire è il momento più alto del film.

Va bene, sono morta, ma sei tu che stai parlando a un fantasma

Per aiutare la figlia con l’elaborazione del lutto papà Hull (Thomas Jane) la porta a caccia: vedere la morte di un cervo sicuramente aiuterà Zoe a gestire la morte della madre, lo insegnano alla prima lezione di psicologia.
Ovviamente è tutto funzionale allo sviluppo: sin dall’inizio sappiamo che l’eroina dieharda è una tosta e che suo padre ci sa fare col fucile da cecchini.

Mica tutti ce l’hanno il padre cecchino, a forma di Thomas Jane

Quindi i “terroristi”, o aspiranti tali, si aspettano una scolaresca piena di ragazzini frignanti e invece si ritrovano a dover gestire una studentessa grintosa che proprio quella mattina ha spiaccicato il cranio di un cervo a sassate: è un buon giorno per morire duro!

«Yippee ya-yeh, pezzo di merda» (cit.)

Il regista e sceneggiatore Kyle Rankin ha dato un’ottima prova di sé con il delizioso Zombies in Love (2015), dimostrando di conoscere il cinema di genere e di saperci giocare alla perfezione. Dopo aver giocato con l’horror – con Infestation (2009) e The Witch Files (2018) – era il momento di giocare con l’action, cioè prendere il decano Die Hard (1988) e giocarci un po’, per tirar fuori un prodottino diehardo in salsa scolastica, in fondo ripercorrendo le orme di Detention (2003) con Dolph Lundgren.
Purtroppo stavolta Rankin non è all’altezza del compito scelto, malgrado il coinvolgimento anche di nomi noti – oltre ai già citati c’è pure Treat Williams, che si intravede per due secondi e mezzo – non riuscendo ad arrivare neanche ad una sufficienza base.

L’entrata in scena dei cattivi è l’unico momento riuscito del film

La regia è “normale”, senza grandi guizzi, mentre la sceneggiatura è decisamente raffazzonata come il piano dei “cattivi”. Il tutto peggiorato dalla vaga critica al mondo social, che magari non è neanche una critica ma essendo tutto così buttato a casaccio non è chiaro.
Il cattivo fa subito in modo che lo riprendano in diretta così da parlare a reti unificate… ma poi non dice niente. Che senso ha allora andare in diretta? Se non ha alcun messaggio da mandare, perché tutta questa scena?

Una critica ai social, ma forse no, o forse sì, o forse boh

La vicenda è sin da subito abbandonata a se stessa, e malgrado l’eroina dieharda zoppichi come McClane nel primo film non fa nulla di particolarmente eroico: tutto si risolve da solo, senza l’intervento di alcuno sceneggiatore.

Se Rankin si fosse sforzato un po’ di più poteva uscir fuori un filmetto molto gagliardo – anzi, diehardo! – invece è una visione sì intrigante (perché si confrontano le varie scene con l’originale di John McTiernan) ma davvero deludente, visto che ogni momento topico è bruciato e ogni idea buona persa per strada.

Ottima l’idea, pessima l’esecuzione: Rankin è rimandato a settembre, e in una scuola texana questo può costarti la vita.

L.

– Ultimi eroi diehardi:

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Wu xia (2011) Dragon

Come posso resistere quando Rai4 presenta in prima visione, giovedì 13 gennaio 2022, un film con Donnie Yen e Takeshi Kaneshiro? Peraltro un film distribuito dalla Eagle Pictures ma che non trovo in home video: spero in future ristampe.

Presentato il 12 maggio 2011 al Festival di Cannes (dice IMDb, confermato dal sito ufficiale), Wu xia esce in patria cinese il 4 luglio successivo: non è riportata alcuna data su HKMDb, ma secondo IMDb è uscito ad Hong Kong il 28 luglio 2011. Temo che l’estrema “cinesità” del film sia poco simpatica ai curatori del sito.
Rai4 lo presenta con il titolo internazionale di Dragon, terribilmente generico.

Un titolo originalissimo, mai usato prima…

Il film è diretto da quel Peter Chan che poco prima ha firmato quel capolavoro di The Warlords (2007) e il decisamente sopravvalutato Bodyguards and Assassins (2009): diciamo che l’ambientazione storica è il suo forte, e questo film ne è la conferma.
Una scritta infatti ci informa che siamo nel 1917, in un piccolo villaggio nello Yunan, al confine sudoccidentale della Cina. Una realtà contadina, una vita semplice dove Liu Jin-Xi (Donnie Yen) fa il cartaio.

Il vostro amichevole cartaio di campagna

Essere cartaio significa “creare” la carta, quindi vediamo Liu Jinxi intento nei vari passaggi che porteranno alla creazione di un “foglio”, dall’estrazione di certe piante alla loro trasformazione in “polpa”, quindi il protagonista è un mite artigiano di una società rurale, povera ma onesta? Sì e no: diciamo che lo è… finché qualcuno non lo fa incazzare!

Mai stuzzicare il cartaio che dorme

Un giorno arrivano a bottega due criminali che ci vengono spacciati come i più pericolosi della regione, il che è strano visto che sembrano due teppistelli che cercano malamente di rapinare una bottega sperduta nella campagna: non sembrano proprio i geni del crimine come invece verranno dipinti.
Liu Jinxi non vuole guai e si nasconde, all’apparenza temendo di essere vittima dei due balordi, poi però si ritrova coinvolto e nel cercare di schivare i colpi dei due malintenzionati… i due finiscono per rimanerci secchi, per pura casualità. Anzi di più, per propria colpa, visto che in pratica si uccidono per sbadataggine. Non stupisce che l’ispettore Xu Baijiu (Takeshi Kaneshiro) senta puzza di bruciato.

Un nuovo caso per il Poirot della campagna cinese

Scatta una parte deliziosamente “rashomonide”, con lo stesso incidente raccontato in modi diversi, ma al contrario rispetto al classico di Kurosawa: lì il sopravvissuto si faceva bello millantando grandi doti nel combattimento, quando invece era stata una semplice zuffa dove aveva vinto per puro caso; qui il sopravvissuto afferma di essere sopravvissuto per caso ma ci sono prove che potrebbero identificarlo come molto più “tosto” di quanto sembri.

La letale tecnica marziale nota come facehugger

Con una regia ispirata e trovate visive da applauso, questa prima parte del film è così scintillante che stupisce sia stata subito abbandonata, in favore di un tema più classico: il fenomenale guerriero che ha appeso i calci al chiodo e si ritira a vita modesta, in seno ad una famiglia amorevole. Un classicone del western, mi viene in mente il mitico La pistola sepolta (1956) con Glenn Ford, ma certo non nuovo anche al cinema cinese, visto che potrei citare La sfida degli invincibili campioni (1969), che inizia con il fenomenale spadaccino monco che si è ritirato a vivere in campagna con la donna amata.
Guarda caso, anche il protagonista di Dragon è uno spadaccino che si è ritirato a vivere in campagna con la donna amata, finché il passato non torna a bussare alla porta, per colpa dell’ispettore impiccione. Non ho citato a caso lo spadaccino monco, perché Liu Jinxi esce fuori essere il figlio del perfido Jiaozhu… interpretato niente meno che da Jimmy Wang Yu.

Sai, una volta con una mano ti avrei spezzato, e con un piede ti avrei rotto

Tutto lo sforzo di sembrare un film “diverso” dal solito crolla a metà vicenda, quando per non sembrare proprio un film d’altri tempi “riverniciato” si è giocata la carta citazionistica, richiamando il mitico spadaccino monco, ma non solo: per motivi non chiari l’eroe della vicenda, nel tentativo di mandar via il padre cattivo e la sua banda spietata, si taglia via un braccio.
Divertente la citazione dei film che Wang Yu ha reso famosi nel mondo, ma il tutto non fa che sembrare un insieme di furbate per non far notare la pochezza del film.

Tagliarsi un braccio di fronte allo spadaccino monco…

… e lo spadaccino monco muto!

Parliamo sempre di un film con Donnie Yen, mostro sacro del genere e fra i migliori attori marziali in attività, sebbene non certo più un giovincello, quindi la sezione “combattimenti” è sicuramente gustosa, sebbene un po’ sguarnita e con un uso un po’ eccessivo di effetti speciali.
Per l’occasione viene chiamata anche un grande furia come Kara Wai (o Kara Hui Ying-Hung), per dar vita a un’ottima scena marziale, purtroppo priva di qualsiasi significato quindi deludente a livello narrativo.

C’è la furia, la grinta e lo sguardo che uccide: manca solo una sceneggiatura…

Il film è pieno di piccoli particolari molto belli e ben curati, ma il problema è che sono infilati in una trama raffazzonata che non fa che “riverniciare” vecchi temi impolverati: lo spettacolo c’è e lo si apprezza, ma dalle premesse era lecito aspettarsi molto di più.

Tutto bello, ma da un film di Peter Chan con Donnie Yen mi aspettavo molto di più

Non può mancare il momento in cui Donnie, attuale eroe della Cina Popolare, ci regala la sua “pirla” di saggezza:

«Non esiste il libero arbitrio: quando un uomo pecca, il suo fardello è di tutti. Siamo tutti suoi complici.»

Se non esiste il libero arbitrio, come può uno peccare? Se lo fa non è sua responsabilità, visto che non ha scelto liberamente. Boh, finezze filosofiche cinesi…
Comunque il discorso è chiaro: denunciate i “peccatori” al Partito se no siete loro complici. Sembra l’arretrata Russia comunista, invece è la nuova potenza economica che domina il mondo. Era meglio quando si limitavano a menarsi, nei film.

L.

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