[Comics] Pumpkinhead (2018)

Pensavate fosse finito il ciclo dedicato al più sfortunato dei mostri del cinema? E invece no: vi tocca pure la parentesi fumettistica!

Nel febbraio 2018 la Dynamite Entertainment vuole festeggiare anche lei i trent’anni del mostro più sfigato del cinema contemporaneo, con un omaggio fumettistico che non so quanto abbia funzionato: chissà se anche il Pumpkinhead a fumetti – che trovate in digitale su Amazon – abbia sofferto dello scarso interesse che evoca quello filmico.
I testi sono affidati a Cullen Bunn, fra i più prolifici autori della casa, mentre i disegni sono di Blacky Shepherd e, nelle prime tavole del prologo, a Kyle Strahm.

Bradley Mountain, tempo fa. Una vecchia incita le proprie spaurite nipoti ad uscire nella notte e trovare il loro demone… prima che il demone trovi loro! Che la vecchia sia Guzzanti mascherato?

«G’on and find yer demon, ’cause sure’n if ye don’t… yer demon will sure’n find you»

Per ogni peccato umano esiste un demone, e le ragazze devono palpeggiare tutte le zucche del campo prima di trovare il loro: di questi tempi però è una pratica pericolosa, che poi le zucche ti denunciano per molestie in un attimo e vanno ospiti in tutti i talk show…
La buona Haggis non si accontenta delle zucche della vallata, no: lei vuole andare a palpeggiare la zucca sulla collinetta che scotta, la stessa celebre collinetta in cui Lance Henriksen è spesso ritratto nelle foto del film del 1987. La zucca lì sarà il demone che la ragazza cerca?

Ormai la conosciamo, quella collinetta

Wrightson Mills. La sceriffa Andi Ferris e il suo vice Daryl stanno indagando su un incidente d’auto in cui hanno perso la vita due bambini: sono sicuri che la gente del posto sa benissimo chi sia stato – e lo protegge – ma quei maledetti hillbillies non parlano con la legge. Il fatto stesso di chiamarli così fa capire il distacco dei due tutori dell’ordine dal resto della comunità cittadina. E il loro “informatore” dice loro solo una strana frase: chi uccide i bambini… troverà vendetta.

Qui, cucciolo: è arrivata la pappa!

Black Ridge. Haggis s’è invecchiata, a forza di palpeggiare zucche. Ma deve aver trovato quella buona, perché ora ha la “vendicanza”. Per esempio si presenta a lei Kinkade, il nonno dei due bambini uccisi, e chiede vendetta. E Haggis sa dargliela.

Siamo in una società rurale ferma al Medioevo, con le donne segregate in casa e le famiglie patriarcali numerose, dove le bambine hanno lividi e devono prepararsi ad una vita di sottomissione e umiliazione: curioso che poi gli uomini partano in guerra contro le “teste di stracci”, accusandoli in fondo di quello che loro stessi fanno a casa propria…
Forse abbiamo davvero bisogno di un demone, di «qualcosa di profano in agguato nel buio» (something profane, lurking out there in the dark), per ripulire un po’ questa terra…

Pumpkinhead, ripulisci tu questo schifo

Clayton, il sud(estrem)ista che ha falcidiato i due bambini con l’auto, ha vissuto quattro giorni protetto dagli amici del padre… Finché bussa alla sua porta «la vendetta fatta carne» (vengeance made flesh).

Ma io ti conosco, capoccione!

E ora la vendetta ricade su tutti quelli che stanno proteggendo l’assassino.

Questi lavavetri si fanno sempre più insistenti!

Sfuggiti per un pelo alla furia di Pumpkinhead, i nostri si rivolgono all’unica persona che può aiutarli: una vecchia come Haggis!
La trovata dello sceneggiatore è che la vecchia strega che vediamo nella serie di film non è unica, ma ad ogni ciclo vitale vengono create tante “streghe”, ed ognuna di loro si lega ad un demone. Ogni peccato capitale umano ha un suo demone, e ognuna delle streghe ne diventa… rappresentante terrestre!

Per ogni peccato capitale serve il demone giusto: volete vendetta? Andate dalla vecchia Haggis, che vi evoca Pumpkinhead. Volete evadere le tasse? Venite in Italia, che per quel demone non serve alcuna evocazione…

Scegli il tuo demone…

Intanto Pumpkinhead continua a perseguire la sua inarrestabile missione di vendetta, aprendo pareti con l’acido e sibilando… così da tradire la sua profonda natura “aliena”, visto che nasce subito dopo gli xenomorfi del 1986.

Origini aliene…

Ma stavolta il nostro demone zuccoso non è più solo: le vecchie streghe hanno chiamato i rinforzi…

La notte si fa affollata…

Pigrizia, Invidia, Lussuria… tutti demoni che odiano Pumpkinhead perché lui è sempre evocato e loro no. Va be’, la narrativa popolare è bella anche questo, per il saper fondere l’infondibile. Così abbiamo i sette peccati capitali della cultura cattolica europea fusi con i culti rurali americani filtrati dall’immaginario collettivo: un minestrone che alla fine è divertente. Basta non prenderlo troppo sul serio.

L’Invidia ti colpisce sempre alle spalle

I Kinkade e i Bellworths, le vostre amichevoli famiglie di signori della droga di quartiere, sono campagnoli culturalmente fermi all’età della pietra eppure riescono ad aprire le porte dell’inferno, evocando demoni incazzosi che scaldano le notti campagnole.

Il demone del rumorino dell’auto che poi dal meccanico non lo fa mai…

La lotta fra demoni è divertente, anche se davvero implausibile.

Botte da mostri

Partorita questa invenzione, lo sceneggiatore tira i remi in barca: lui il suo lavoro l’ha fatto. Come dite? Siamo solo a metà storia? E che gli frega a lui? Riempite il resto con mostri sparsi, che il resto della storia si scrive da sola…

Mi sembra comincino a finire le idee…

Se da una parte va lodato il fatto che Bunn abbia saputo fare meglio delle sceneggiature viste al cinema – cioè ha scritto una storia che non sia stupida né la fotocopia del primo film – dall’altra lo spunto è un po’ pochino per arrivare a cinque uscite (taglio curioso, visto che di solito sono quattro o sei).
La sensazione è che tutto sia pensato per arrivare all’apice con i “mostroni contro mostrone”, e ci riesce benissimo… ma poi? Il resto della storia?

Immancabile il big boss finale

Chiusa in fretta e furia, questa saga fa pensare che la Dynamite abbia accarezzato l’idea di rendere Pumpkinhead un personaggio ricorrente, quindi non mi stupirebbe di trovare una nuova saga del mostro nel 2019: il problema è che si tratta di un personaggio totalmente privo di spessore e di storia, come dimostrano quelle inutili nullità dei film.

La Dynamite quindi, secondo me, ha due strade da seguire: continuare con questa mythology cinematografica blandamente ampliata – priva di qualsiasi spessore – oppure fare come Vampirella… e lanciare Pumpkinhead contro tutti gli altri eroi della casa!
Sono abbastanza sicuro che “Pumpkinhead vs Army of Darkness” o “vs Red Sonja” sarebbe un buon modo per valorizzare un personaggio nato morto e tenuto in vita a forza.

L.

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Guida TV in chiaro 14-16 dicembre 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Stan Winston su Fangoria (1)

Visto che quest’anno abbiamo festeggiato i trent’anni di Pumpkinhead, mi piace continuare ad omaggiare il suo regista.

Traduco questo articolo apparso sul numero 56 (agosto 1986) della rivista “Fangoria“: si tratta della prima parte di un profilo dedicato al mago degli effetti speciali Stan Winston.


Gli alieni assassini di Stan Winston

di Adam Pirani

da “Fangoria” n. 56 (agosto 1986)

È la grande estate di questo professionista del makeup
portando in vita i demoni spaziali di “Invaders from Mars” ed “Aliens”

Trovare attori capaci di interpretare i protagonisti di film come Invaders from Mars [giugno 1986] ed Aliens [luglio 1986] non è facile. Quindi, invece di rivolgersi a qualche agenzia extraterrestre, i produttori hanno trovato una soluzione più efficace ai loro problemi di casting: Stan Winston.

In una carriera di 15 anni, preceduta da tre anni (o, come dice Winston, «6 mila ore») di addestramento ai Disney Studios, il suo makeup e i suoi effetti speciali hanno reso Winston uno degli artisti di punta in questo campo.

Ha costruito il robot di Terminator [1984], concepito il bambino allungato di Starman [1984], ha lavorato a The Wiz [1983], Morti e sepolti [Dead and Buried, 1981] e Heartbeeps [1981]; ha disegnato il cane-cosa di The Thing [1982], la disintegrazione di Mr. Dark [Jonathan Pryce] in Qualcosa di sinistro sta per accadere [Something Wicked This Way Comes, 1983] e una famiglia di Wookiee per lo speciale televisivo di Star Wars [1978]. I suoi primi lavori includono i televisivi The Autobiography of Miss Jane Pittman [1974] e I Gorgoni [Gargoyles, 1972] – entrambi vincitori di un Emmy per il makeupRadici [Roots, 1977] e W.C. Fields and Me [1976].

L’ultima sfida degli effetti speciali presentatasi a Winston è stata la creazione di Invaders from Mars del regista Tobe Hooper, remake del film classico del 1953. Il compito di Winston era di creare nuove versioni dei marziani della storia: il loro leader, l’Intelligenza Suprema, e i droni.

«Io amo il film originale, so che non dimenticherò mai i droni originali: erano così sciocchi», spiega Winston. «L’Intelligenza Suprema originale era la faccia di un uomo inserita in una sfera di vetro, con una grande testa (simbolo di grande cervello) e tentacoli che fuoriuscivano dappertutto, fluttuando liberamente nella sfera. Era un look classico.»

«Tobe aveva delle idee su come dovesse apparire il suo Intelligenza Suprema: la testa doveva essere alla fine di una lunga coda serpentiforme; una serie di tre tentacoli uscivano dalla schiena e dalla testa, e lo avrebbero fatto muovere. Bill Stout stava lavorando ai disegni dei droni e ha fatto alcune cose molto buone.»

«Ciò che ho tentato di far risaltare nella Suprema Intelligenza è… l’aspetto dell’intelligenza», continua Winston. «Quindi ho speso molte energie cercando di trovare la faccia giusta, più che altro gli occhi, che avesse l’aspetto giusto.»

«Poi, perché non sembrasse semplicemente un tizio con una maschera e una grande testa, ho disegnato la creatura in modo che le proporzioni e la disposizione dei suoi occhi – in confronto alla bocca e alla dimensione della testa – non avessero nulla di umano.»

Con l’approvazione di Hooper del design concept, Winston e il suo gruppo ha costruito la creatura. «Gli occhi e le espressioni erano radiocontrollate», spiega Winston, «e la bocca era mossa a mano. C’era un sistema di aria compressa che muoveva i lobi ai lati dell’Intelligenza Suprema, così che sembrassero degli organi, con tanto di vene pulsanti all’interno.»

«Avevamo due forme della testa, una delle quali con un’espressione più intensa, di dolore ed agonia, per la scena in cui viene colpita. Quindi c’erano due elementi facciali differenti, ma una sola creatura. Aveva una spetto molto pulito eppure aveva i suoi bei problemi tecnici.»

La sfida successiva è stata la creazione di un aspetto innovativo per i droni. «Nel copione originale», rivela, «ho letto che i droni, chiamati a quel punto androidi, erano in parte macchine e in parte uomini, alti circa due metri e con scatole craniche di vetro trasparente per i cervelli fluttuanti. Erano un po’ ridicoli e non volevo farli. Sentivo che dovessero essere mostri organici: non volevo fare un’altra macchina, un altro uomo in tuta metallica. Avevo appena fatto una cosa orribile chiamata Frankenstein Factor, che era appunto un tizio in tuta metallica.»

«Ho cercato di essere il più possibile diplomatico con Tobe, e ho detto avrei preferito fare una creatura organica: Tobe è stato completamente d’accordo, era esattamente quello che anche lui voleva. Uno dei bozzetti di Stout aveva ginocchia che andavano in direzioni opposte, il che mi ha dato l’idea di un uomo in una tuta rovesciata, ed ho detto “Questa è una grande idea: mettiamo un tizio in una tuta all’incontrario”. Prima abbiamo discusso l’idea di usare due contorsionisti. Ho detto a Tobe che sarebbe stato splendido utilizzare una coppia di contorsionisti e ritrarli in posizioni strane ed utilizzandole per disegnare i mostri.»

«C’erano però difficoltà tecniche con questa lavorazione, così me ne uscii con quest’altra idea di una persona con un nano sulla schiena, con i due che guardano in direzioni opposte. Il nano avrebbe usato le gambe per muovere la bocca della creatura, e le braccia per le altre appendici. In pratica una creatura che aveva sei appendici ed una completa articolazione.»

Ad Hooper è piaciuta l’idea. «Tornai al mio studio», continua Winston, «e ho preso un’armatura umana e poi ho creato un’armatura più piccola, unendole perché potessero essere indossate da un uomo con un nano sulle spalle. Ho scattato una foto e poi ho iniziato a disegnare un mostro intorno alla foto.»

«Una volta che ad Hooper è piaciuto il risultato, ho cominciato fare il casting: non volevo fare altro lavoro prima di sapere esattamente cosa fare. Ho selezionato culturisti in base a quanto fossero in grado di camminare all’indietro ed usare le braccia per compiere azioni differenti. Ho messo loro il nano sulle spalle per vedere quanto fossero in grado di muoversi, e così li ho fotografati.»

«Da quelle foto, che ritraevano ciò che esattamente c’era all’interno, ho potuto disegnare le bozze finali di come i droni sarebbero apparsi all’esterno, sia di fronte che di profilo. Non stavo disegnando qualcosa che poteva non funzionare, a livello tecnico. Quindi, in pratica, i droni sono concept disegnati e concepiti dall’interno all’esterno, e hanno funzionato perfettamente. Hanno uno splendido design: simpatico, strano, grande e lento. Ha tutta la praticità del classico “tizio in tuta”, perché effettivamente c’è qualcuno dentro che si muove, ma non sembra un “tizio in tuta”.»

Il costume del drone è stato adattato sia per l’uomo che per il nano. «L’apparato finale sembrava una piccola cabina di pilotaggio: apparato d’areazione, un impianto radio, un monitor TV per l’uomo e una camera in miniatura per il nano che così poteva guardare attraverso il naso della ceratura.»

«La bocca del mostro era mossa dalle gambe del nano, mentre le braccia muovevano delle appendici che le uscivano dalla testa; gli occhi, il ringhio e le articolazioni facciali erano radiocontrollate da un operatore esterno. Ne avevamo due, di tutte di questo genere.»

Invaders from Mars, il primo film di Winston con il regista Hooper, è stata un’esperienza molto proficua. «È stato molto piacevole lavorare con Tobe», fa notare Winston. «Mi ha dato completamente campo libero: l’avrò visto sì e no due volte durante i quattro mesi della pre-produzione. Una volta che ha dato l’okay al progetto, è passato giusto un paio di volte a vedere come stavano andando i lavori. Sa cosa gli piace ed è quindi semplice lavorare con lui. Come sempre, il successo finale di Invaders from Mars dipende dal talento e dalla dedizione del mio gruppo, guidato artisticamente da Shane Mahan, John Rosengrant, Tom Woodruff ed Alec Gillis, e guidato nella parte tecnico-meccanica da Richard Landon, David Nelson e Rick Lazzarini

Il progetto di Winston successivo ad Invaders si occupa degli effetti speciali delle creature per il seguito di Alien [1979]. Aliens è scritto e diretto da James Cameron e prodotto da Gale Anne Hurd. Winston ha già lavorato con entrambi nel loro precedente film, Terminator.

«Avevano contattato Dick Smith per alcuni effetti di makeup di Terminator e Dick ha raccomandato me per quel tipo di lavoro, essendo una portata di lavoro maggiore rispetto al suo solito», ricorda Winston. «Ne ho fatti di robot nella mia carriera, abbastanza strani: ho sviluppato il robot per la band Styx, Mr. Roboto [1983], che è stato usato anche per la copertina dell’album, e sono stato nominato agli Oscar per Heartbeeps. Ho lavorato anche con marionette, e le due cose vanno spesso insieme.»

«Jim è venuto da me e mi ha mostrato dei disegni che aveva fatto per il Terminator: ne rimasi molto colpito. Inizialmente voleva semplicemente che io creassi una testa e qualche effetto di makeup, eppure io sentivo che potevamo costruire il robot a dimensione reale e muoverlo come una marionetta. Questa cosa interessava anche a lui, quindi creammo il modello a grandezza naturale e la miniatura per le animazioni.»

Soddisfatti del lavoro e dell’entusiasmo di Winston, Cameron e la Hurd lo hanno ingaggiato di nuovo per Aliens. Lavorare contemporaneamente ad Invaders (girato in California) e ad Aliens (girato a Londra) significava avere un team su entrambi i lati dell’Atlantico da supervisionare simultaneamente. Descrivendolo come un «periodo piuttosto impegnativo», Winston aggiunge: «è stata una grande sfida ma tutto ha funzionato bene.»

Winston non è preoccupato delle somiglianze fra gli esseri extraterrestri in questi due film. «Sono totalmente differenti», afferma. «Ho disegnato le creature di Invaders, che poi ovviamente sono state migliorate dal mio gruppo di lavoro, e niente è mai esattamente come lo disegno. Quelli erano miei disegni mentre tecnicamente i disegni di Aliens sono di Jim Cameron, dai quali poi noi siamo partiti. Quindi non c’è niente di simile.»

Dopo la lavorazione di Invaders from Mars ed Aliens, Winston si prende una vacanza e c’è solo un piccolo progetto nella sua agenda: un breve ritorno in TV. «Sto curando un segmento di “Storie incredibili” [Amazing Stories], con Robert Zemeckis alla regia», dice. «Si intitola Il capo della classe [2×08: Go to the Head of the Class, 21 novembre 1986] e mi occupo dell’effetto di Christopher Lloyd senza testa.»

Un progetto di più vasta portata di cui Winston si è occupato – quando i diritti appartenevano ad un altro produttore – è stato Howard e il destino del mondo [Howard the Duck, agosto 1986], che uscirà il prossimo mese per Universal e Lucasfilm. «Non ho nulla a che vedere con quella roba», nota Winston. «Io ho fatto qualche disegno originale per Howard, ma ora degli effetti si stanno occupando quelli della ILM [Industrial Light & Magic].»

Winston non sta cercando un tipo specifico di progetto per il suo prossimo film. «Sono molto aperto, non mi piace incasellarmi, dicendo “Be’, farò solo questo o farò solo quello…”. Se mi arriva qualche ottimo copione, ed è eccitante, con belle cose da fare o belle creature da disegnare, allora voglio essere coinvolto. Se poi è un mio progetto, mi piace ancora di più.»

«Sto sviluppando i miei progetti, per creare miei personaggi e dirigerli. Quindi in definitiva è questo che vorrei fare, dirigere i progetti in cui sono coinvolto. Questo però non diminuisce il piacere di sviluppare creature.»


L.

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Robinson Crusoe on Mars (1964) SOS Naufragio nello spazio

Una navicella sfreccia sullo schermo, anticipando alla perfezione la grafica che due anni dopo sarebbe diventata la firma dell’Enterprise nella sigla di “Star Trek” (1966). Ma non è Kirk, è Kit (Paul Mantee) e sta andando a vivere l’equivalente fantascientifico del Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe: sta andando a naufragare su Marte.

Una minuscola casa gira per la Paramount Pictures un film che sembra piccolo ma non lo è: un milione e mezzo di dollari per il 1964 è una cifra da capogiro, ma poi l’intera pellicola consiste in un tizio che cammina qua e là, parlando da solo. Non mi sembra proprio una pellicola spendacciona.
Presentato in patria americana nel giugno 1964, Robinson Crusoe on Mars arriva nei cinema italiani il 15 gennaio 1965 con il titolo S.O.S. Naufragio nello spazio, destinato a non lasciare gran che segno del proprio passaggio.
Il 18 ottobre 1980 inizia la sua breve vita su piccoli canali televisivi locali, prima di scomparire nel nulla: ignoto all’home video, la Sinister Film lo riesuma e lo porta in DVD dal marzo 2013.

Il titolo spoilera già tutta la trama

La particolarità del film è che può contare sulla sceneggiatura del danese Ib Melchior (1917-2015), autore molto noto agli italiani dell’epoca – viene citato nel lancio pubblicitario sui giornali italiani del 1964 – ma oggi temo noto solo ad un ristretto gruppo di appassionati.

Ib Melchior

Per darvi un’idea di chi sia Ib Melchior, ecco una storia che lui stesso ha raccontato nel 1987 alla rivista “Starlog” (n. 117). È da poco arrivato negli USA, quel 1939, quando va ad assistere alla gara automobilistica di Indianapolis, ritrovandosi seduto accanto alla tribuna con le mogli dei piloti. Avviene un incidente, un pilota muore e Ib, voltandosi, riesce ad intercettare lo sguardo della moglie che vede il marito morire in pista, mentre dietro di lei l’urlo della folla in delirio è assordante. Melchior ricorderà tutto questo quando, nel 1956, scriverà il suo racconto The Racer, un successo ristampato continuamente – arriva anche in Italia! Negli anni Settanta Roger Corman trasforma quel racconto nel culto Death Race

Non vi basta? Devo raccontarvi di quando Sam Arkoff – storico produttore di filmacci a basso costo – si presenta da Melchior con un copione scritto (male) in Italia? “Facci qualcosa”, gli dice, e Melchior scrive una sceneggiatura poi girata da Mario Bava: il film è Terrore nello spazio, uno dei titoli sicuramente scopiazzati da Dan O’Bannon per Alien (1979). Cos’altro vi serve per volere bene ad Ib Melchior?

La forza del film: ultimi ritrovati tecnologici!

Malgrado le locandine italiane del 1965 riportassero la scritta «scientificamente autentico», credo che un’avventura di Dragon Ball sia molto più “scientifica” di questa sceneggiatura, che nel tentativo di sembrare plausibile finisce per essere ridicola fino alla risata grassa.
Non sembra che la “scienza” sia stato il primo pensiero di Melchior, stando alle sue stesse parole:

«Quando scrivo, credo nell’attento lavoro di ricerca e nel rendere ogni idea plausibile. Per SOS Naufragio nello spazio ho selezionato personalmente ogni location, identificandola con precisione nella sceneggiatura, così da concretizzare le immagini che avevo in mente. Sfortunatamente non ho potuto dirigere io il film, essendo all’epoca a lavoro su un’altra produzione.»

Così Ib racconta alla rivista “FantaScene” n. 1 (inverno 1975), che gli dedica un omaggio: l’impegno che non gli ha fatto girare questo film è The Time Travelers (1964), scritto e diretto da lui stesso. Nel citato pezzo, Robert Skotak e Bob Scott ci raccontano che il copione originale era decisamente più lungo rispetto al film come poi è uscito al cinema, e prevedeva secchiate di mostri giganti, battaglie a profusione e tutto ciò che il budget non era in grado di garantire.
Visto il gusto con cui è girato questo film, dobbiamo essere grati al regista Byron Haskin (a fine carriera) di aver tagliato via tutti quei mostri…

In realtà, com’è andata lo spiegherà Melchior stesso a “Starlog” nell’aprile 1987:

«Robinson Crusoe on Mars era un mio grande progetto che sottoposi al produttore Howard W. Koch, il quale disse: “Al momento sono occupato, ma so che è qualcosa che piacerebbe ad Aubrey Schenck”. Schenck ed Edwin Zabel erano storici soci di Koch, e furono molto entusiasti del progetto: che ci crediate o meno, volevano un film da tre ore e mezzo, ed io scrissi un copione da tre ore e mezzo! Allo stesso tempo fui ingaggiato per The Time Travelers, progetto che iniziai a lavorare proprio mentre Robinson Crusoe on Mars entrava in produzione, quindi non ho avuto nulla a che fare con l’esecuzione di quel film.»

Infatti appena avviato il progetto, la Paramount passa il copione da tre ore e mezzo a John C. Higgins, che nel 1977 così racconta alla rivista “FantaScene” n. 3:

«Alla Paramount ho lavorato su questo copione per circa quattro o cinque settimane. Facevo riunioni con Schenck e Byron Haskin in cui discutevamo sull’intera idea: che tipo di problemi dovrà affrontare quest’uomo? Abbiamo dovuto tagliare parecchio dalla versione originale, in parte per ridurre i costi e in parte perché stavamo cercando di essere più scientificamente accurati possibile.»

Stando a quello che ci dice Melchior, comunque, lui credeva così tanto nella resa visiva del progetto che è andato personalmente nella Death Valley a trovare le location adatte descrivendole minuziosamente nel copione. Lodo la sua passione, ma onestamente mi sembra fatica inutile: sembrano i soliti sfondi cartonati di Hollywood…

«Com’è il paesaggio di Marte?» «Bah, due palle…»

Una missione di ricognizione su Marte finisce male e il comandante Christopher “Kit” Draper (Paul Mantee) è costretto ad un ammartaggio di fortuna. Finire su un pianeta così ostile senza avere alcun tipo di apparecchiatura se non un registratore a nastro sarebbe un problema per tutti, ma non per Kit. Perché tanto su Marte si respira e c’è la stessa gravità terrestre: più che un pianeta rosso è solo una località turistica poco frequentata.

Se non fosse così roccioso, sarebbe un pianeta da venirci in ferie

Kit trasforma una grotta in casa sua, con tanto di nome sulla porta e bandiera americana in cortile, ha poca acqua quindi si fa la barba tutte le mattine, non ha nulla da mangiare quindi si abboffa di non si sa cosa, e intanto parla per ore al suo registratore a nastro, che non si sa che tipo di pile abbia: neanche una batteria nucleare durerebbe così tanto.

Non mi sembra ci sia nastro sufficiente per ore ed ore di chiacchiere!

Tecnologia, portami via!

La plausibilità del personaggio è così sotto lo zero che non lo vede neanche con il binocolo, lo zero, ma poi la storia peggiora.

Paaaaa para-paaaaa!

Perché questo Crusoe sui generis ritrova la scimmietta che gli teneva compagnia durante il viaggio e non poteva mancare Venerdì (Victor Lundin), uno schiavo costretto da non si sa chi a scavare nelle miniere di non si sa cosa e che ogni tanto della astronavi non meglio identificate torturano con il magnetismo… Va be’, un minestrone tipico della narrativa fantascientifica anni Venti trapiantata nel cinema anni Sessanta.

Aridàteme Charlton Heston!

Per chi pensasse che “all’epoca era così la fantascienza”, basta citare che solo due anni dopo uscirà “Star Trek”, che al confronto di questo film è un manuale di scienza universitario: Naufragio su Marte è solo una divertente stupidata da ridergli in faccia, perché altro non si può fare.

Ma perché voi Marziani girate sempre in mutandoni?

Però poi c’è l’altra faccia della medaglia. Proprio pensando di ambientare Robinson Crusoe su Marte Andy Weir nel 2014 ha scritto L’uomo di Marte, ribattezzato poi Sopravvissuto. The Martian in onore del film di Ridley Scott dell’anno successivo (in DVD Fox).
Quindi la storia di Ib Melchior migliora se ci aggiungiamo un po’ di vera scienza? Sì e no. Nel senso che con la scienza non è più una congerie di asinini luoghi comuni sulla vita marziana come neanche Totò nella Luna (1958) riusciva a spararne (almeno lì era una parodia!), però il risultato è noiosetto: la sceneggiatura è interamente riassumibile nel titolo del film. Sopravvissuto. Fine del film.

Mi ricordo una sera a Mogadiscio… (cit.)

Cos’è meglio, allora, una cazzata divertente o un pippone serio? Ognuno decida come meglio crede: nessuna rigorosa narrazione scientifica può però darmi le stesse risate grasse di vedere Kit che passa la serata marziana al calduccio di un focolare, a respirare aria da una busta di plastica mentre dètta le sue impressioni ad un registratore a nastro.
Grazie, Ib Melchior: la tua totale a-scientificità e il tuo discutibile gusto cinematografico mi hanno regalato grandi risate di cuore!

L.

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Superman 40 (1978-2018) The Merchandise

L’11 dicembre 1978, esattamente quarant’anni fa, a New York veniva presentato Superman. The Movie. Non mi va di recensirlo, quindi mi limito a questa “curiosità” dell’epoca.

Ogni grande film ha un grande merchandising: un super film ne ha uno… super!

Ecco una pagina pubblicitaria del numero 20 (marzo 1979) della rivista specialistica “Starlog” che presenta le uscite pubblicitarie del film Superman (1978).

da “Starlog Magazine” n. 20 (marzo 1979)


Vediamo le uscite più nello specifico:

A sinistra:
Superman: l’ultimo figlio di Krypton (Superman: Last Son of Krypton, 1978) romanzo di Elliot S. Maggin che racconta le origini del personaggio, dalla fuga di Krypton all’arrivo a Metropolis. (In Italia: Sonzogno 1979, traduzione di Paolo Sartini.)

Come racconterà l’autore (fonte: Wikipedia), dopo la delusione di vedere resi vani i suoi tentativi di convincere la DC Comics a fare un film di Superman, su suo copione, e dopo aver passato due giorni a spiegare allo sceneggiatore ufficiale Mario Puzo chi diavolo fosse il personaggio, Maggin prende il suo copione e si rivolge alla Warner Books (specializzata in libri legati a film), che subito gli commissiona un romanzo: questo libro dunque non è la novelization del film, bensì il film che Maggin ha proposto ma che non è mai stato preso in considerazione.

Al centro:
The Making of Superman the Movie (dicembre 1978) di David Michael Petrou, Warner Books. Inedito in Italia.

A destra:
The Official Superman Quiz Book (1978) di Bruce Nash, Warner Books. Inedito in Italia.




Mica male come super-lancio pubblicitario!

L.

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Zatôichi (2003) La parodia diventa seria

Dopo averlo preso in giro in TV, Kitano si ritrova a dover fare sul serio Zatôichi, il padre nobile dei Maestri Sciancati!

Nel 1997 il cancro si porta via all’età il 65enne Shintarô Katsu, l’attore che per trent’anni ha dedicato grande parte della propria filmografia a Zatôichi, il massaggiatore cieco.
La mecenate dell’attore decide di omaggiarlo riportando in vita il personaggio, assente dagli schermi dal 1989, e per far questo pensa bene di rivolgersi all’ultima persona in Giappone in grado di riportare in vita Zatôichi. O forse la più indicata, dipende dai punti di vista.
Non sappiamo il nome della “mecenate”, ma così la chiama nelle interviste il pazzo che ha deciso di rivoltare come un pedalino uno dei più grandi miti nipponici: un pazzo di nome Takeshi Kitano.

Quando si dice omaggiare seriamente e con il dovuto rispetto…

Quando Kitano riceve la proposta dalla “mecenate”, subito rifiuta. Zatôichi è roba delle vecchie generazioni, le nuove lo conoscono di nome ma in pratica non hanno neanche mai visto un suo film, e sa bene che all’estero è pure peggio. «Solo gli intenditori conoscono questi film.»
In realtà non è una questione di notorietà, è semplicemente che Kitano un po’ si vergogna a fare “seriamente” ciò che ha preso in giro per anni…

Kitano dirige il suo amico e collega Duncan in uno sberleffo di Zatôichi

Takeshi Kitano è un personaggio molto difficile da definire, si può solo provare ad elencare le sue attività: è un comico televisivo, uno stand-up comedian, un ballerino di tip tap, un musicista, un romanziere, un saggista, uno sceneggiatore, un regista, un produttore, un attore, un pittore… e chissà quanto altro ho dimenticato. Ah, sì: è un suicida.
In un’intervista che purtroppo non so rintracciare Kitano diceva una cosa del tipo: Getting Any? è stato il mio suicidio artistico, prima del mio suicidio fisico. È ovviamente un’esagerazione, una battuta: l’incidente di moto che ha donato a Kitano quello strano viso che l’ha reso celebre non è stato un suicidio, solo un incidente. Getting Any? invece sì, è stato un suicidio artistico.
Ma cos’è Getting Any?

Problemi attoriali…

Avete presente quei comici televisivi italiani che diventano famosi per uno sketch di 3 minuti, spesso scritto da altri, e subito fanno un film di 80 minuti in cui, nel migliore dei casi, mettono insieme vari sketch di 3 minuti che così presentati non fanno ridere? Ecco, questo peccato di tracotanza l’ha compiuto anche Kitano. Con la differenza che il film Getting Any? (1994) non è una paraculata commerciale per sfruttare il nome di un comico televisivo, è un fiume inarrestabile di comicità kitaniana in piena libertà artistica.
Ogni aspetto della cultura giapponese è preso in giro senza pietà, così come i generi cinematografici tradizionali. Avete presente Godzilla? Ecco, Kitano immagina una mosca gigante che attacchi Tokyo, e per sconfiggerla piazzano una bomba. Come attirare la mosca sulla bomba? Cos’è che attira le mosche? Semplice: mettiamo una caccona gigante al centro di Tokyo!
Ripeto: un suicidio artistico. Ma vi giuro che quel film – trasmesso in Italia solo con i sottotitoli da RaiSatCinema nell’aprile 2003, e l’Etrusco era lì a registrarlo su DVD! – vi riempirà gli occhi di stupore, andando al di là del ridicolo fino a diventare irresistibilmente divertente.

Ehm, Ichi, apri gli occhi: quello è un mestolo, non una spada!

In uno degli sketch irriverenti del film, il protagonista Asao (interpretato da Duncan, il compare di Kitano di quando faceva gli spettacoli comici) vuole entrare nel cinema e accetta un ruolo in un film in costume. Indovinate di che film si tratta? Esatto: Zatôichi!
Secondo voi, Kitano si giocherà la carta del vedente che imita un cieco e distrugge il set inciampando dappertutto? Avete indovinato di nuovo: e vi giuro che si ride di gusto.
Dopo aver preso in giro quel vecchiume di Zatôichi al cinema e in TV, Kitano proprio non se la sente di accettare di fare un film “serio” sul personaggio. A meno che…

«A parte le caratteristiche del personaggio, il fatto che sia cieco, che sia un film in costume, che porta un “bastone animato” e che sia un massaggiatore, ho voluto carta bianca per scrivere la sceneggiatura. […] Il mio film ha lo stesso titolo, ma è completamente differente. Non si può definire né il seguito né la parodia di quella serie. In realtà non c’entra quasi nulla, ha solamente lo stesso titolo.»

Questa intervista di Kitano al giornalista Julien Seveon nel 2003 è presente nei contenuti speciali dell’edizione DVD Dolmen doppio disco del film (che ho comprato il 7 maggio 2004 all’esoso prezzo di € 19,50!), e ci spiega perfettamente lo spirito del film: dare carta bianca ad un pazzo come Kitano è pericoloso. O geniale, a seconda dei punti di vista.
Senza aver visto nessuno dei film interpretati da Katsu (o almeno così dice, probabilmente mentendo) Kitano si inventa il suo personale Zatôichi. E per far capire a tutti chi comanda… lo fa biondo!

Dite che sono biondo? E che ne so, io so’ cieco!

Per darvi un’idea della geniale follia del regista, mentre dirige Dolls (2002), in cui non compare come attore, si schiarisce i capelli. Il film esce, interviste, comparsate in TV e tutti in Giappone si abituano al fatto che quello stravagante di Kitano si sia schiarito i capelli. Si sa, gli artisti sono strani. E così quando piazza il suo Zatôichi biondo può sembrare una cosa “normale”. Invece non c’è nulla di normale nella geniale follia di Kitano:

«Il Cristianesimo e le armi da fuoco arrivarono in Giappone nel 1543 sull’isola di Tanegashima. A Nagasaki furono impiantate imprese olandesi: quegli olandesi erano biondi e avevano gli occhi azzurri. Ho immaginato che Zatôichi fosse eurasiatico, per questo maltrattato da tutti, e che fosse cieco per un problema ereditario. Diventa massaggiatore e, siccome è maltrattato da tutti, impara a maneggiare la spada. Non voglio parlarne troppo, ma certi giapponesi hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi per cause ereditarie.»

Probabilmente i giapponesi biondi sono quelli che si sono incacchiati di più, per essere stati “stanati” così da Kitano!

Quando bolle il sangue olandese…

Presentato in anteprima mondiale in Italia il 2 settembre 2003, quando partecipa al Festival del Cinema di Venezia, esce in patria giapponese il 6 settembre successivo: bisogna aspettare il 14 novembre 2003 per l’arrivo nelle sale italiane.
La Dolmen lo porta in DVD Dolmen (Cecchi Gori) dal novembre 2004, anche nella versione 2 DVD Collector’s Edition, ristampato poi in Blu-ray dal febbraio 2013.

Edizione italiana salvata nel DVD Dolmen (Cecchi Gori)

Malgrado all’estero sia stato spesso presentato come un omaggio, Kitano mette bene in chiaro che questo è un film su commissione, lasciando ben capire che se fosse dipeso da lui non l’avrebbe mai fatto. Però è innegabile il successo che gli ha donato e, a posteriori, sappiamo che è l’ultimo film dell’autore che meriti di essere visto. Onestamente quei suoi recenti titoli della serie Outrage li ho trovati inguardabili, soprattutto se paragonati agli altri film di gangster fatti dall’autore.

Scusa… che hai detto dei miei ultimi film?

Kitano dunque sta svolgendo un compito ma anche divertendosi a giocare con il suo stile, perché si sappia che il film è suo ma non è suo. Così prende i temi più classici esistenti – il ronin, il cane sciolto che si offre come guardia del corpo, la rivalità tra bande criminali e una vendetta con radici nel passato – e li tratta a modo suo, infilando sketch ovunque ed alternando sapientemente umorismo e drammaticità.

La scena del gioco d’azzardo era obbligatoria, ma Kitano si è divertito

Così Ichi il massaggiatore cieco (Kitano) arriva nel solito paesino e scopre che la banda guidata da un misterioso capo sta tramando per conquistare il potere locale, soprattutto grazie all’aver assunto una fenomenale guardia del corpo: il samurai decaduto Genosuke, interpretato dal celebre Tadanobu Asano.

Spettacolare la potenza che scaturisce da questa scena…

Appena scandalizzato il mondo con il suo ruolo in Ichi the Killer (2001) e pronto a diventare niente meno che Gengis Khan per il russo Mongol (2007), Asano ha conosciuto Kitano ai tempi di Tabù – Gohatto (1999) di Nagisa Ôshima. Takeshi gli ha subito proposto il ruolo della guardia del corpo in Zatôichi ma ad una condizione: che studiasse duramente l’arte della spada, in cui era un po’ carente. (Pare sbagliasse il movimento delle anche!)
L’attore si è impegnato e nel film dà grande prova di sé, interpretando un più che convincente ronin in cerca di riscatto, tormentato dalla grave malattia della moglie.

Tadanobu Asano, il cuore duro del film

Poi ci sono Okinu (interpretata dalla splendida Yûko Daike, che Kitano ha già diretto in Hana-bi e Dolls) ed Osei (Daigorô Tachibana), due fratelli che girano di paese in paese, mantenendosi con balli ma soprattutto con la prostituzione e il taccheggio, alla costante ricerca degli uomini che dieci anni prima hanno massacrato la loro intera famiglia.

Lo sguardo di Yûko Daike ti pietrifica!

Incontrano Ichi e probabilmente entrambi stanno perseguendo gli stessi cattivoni.

E la sua “musica” ti stende!

Il tutto è condito con storie e storielle secondarie, con sketch comici o drammatici, con personaggi che vanno e vengono in una sarabanda di colori e suoni che scalda il cuore.
Aiuta il ritmo sincopato di Keiichi Suzuki, che per la prima volta sostituisce lo storico Joe Hisaishi alla colonna sonora di un film di Kitano. Il compositore segue il regista nelle sue divertenti trovate musicali e, grazie a ballerini mascherati da contadini, crea siparietti come quello dei raccoglitori sotto la pioggia.

Scenetta all’italiana: uno lavora e tre ballano…

Proprio la pioggia ha creato una “leggenda metropolitana” sul film. Stando a quanto dice Kitano nella citata intervista, mentre stavano girando la scena in cui affronta i criminali sotto la pioggia, durante una pausa dalle riprese ha detto scherzando: «Questa pioggia è un omaggio a Kurosawa». Probabilmente si riferiva al film-simbolo dell’autore Rashômon (1950) con la sua pioggia opprimente.

Che faticaccia citare Kurosawa!

A chi l’ha detta questa battuta, Kitano? Alla costumista del film, che si chiama Kazuko Kurosawa (ignoro se sia parente). La battuta ci stava tutta ma dopo un po’ la voce si è ingigantita e Kitano ha scoperto che tutti i giornali giapponesi consideravano Zatôichi un omaggio a Kurosawa, e l’avere una storia che sembra tagliata di peso da Yôjimbô (1961) non aiuta di certo.
Le bande rivali, la guardia del corpo, la pistola in mano al vigliacco… andiamo, Takeshi, di’ la verità: o è un omaggio o è una paraculata. Comunque lui nega, e dice che se davvero avesse voluto fare un omaggio a Kurosawa si sarebbe impegnato di più.

Giuro che non sto citando la scena identica di Yôjimbô!

Chiude il cerchio la scena migliore di tutto il film, che considero un capolavoro posto a chiusura della carriera artistica di un genio che in seguito non mi sembra abbia saputo eguagliare se stesso.

L’apice di un geniale regista visionario

Mi riferisco alla festa del paese che chiude la storia, quell’esplosione di colore, musica e danza che solo Kitano poteva concepire.

«Molti giapponesi quando guardano questa scena credono che provenga dall’estero, ma si sbagliano: questa pratica esiste anche in Giappone. Questo spettacolo è interpretato da ballerini professionisti, hanno inserito dei ritmi che non sono giapponesi, ma si sono ispirati alle danze tradizionali.»

Chiudere un racconto storico con un balletto di tip tap come fossimo in un musical di Broadway è una commistione che a ben pochi giapponesi sarebbe venuta in mente, ma non dimentichiamo che Kitano è un ballerino di tip tap e soprattutto un pazzo, quindi era l’unico che poteva concepire una scena del genere.

Nelle versioni home video i colori non sembrano così sgargianti, ma vi assicuro che quel pomeriggio del 17 novembre 2003, al cinema Trianon di Roma, l’esplosione su grande schermo è stata un’emozione memorabile, e sono uscito dalla sala senza toccare i piedi per terra: trasportato dal ritmo e dalla meraviglia.

Non riuscirete a rimanere fermi, davanti al balletto finale

Come film su uno spadaccino cieco non è forse memorabile, le pellicole originali d’annata erano più emozionanti; come film di Kitano è sicuramente il meno personale, visto che è girato su commissione; alla fine però si lascia guardare con piacere, si ride, si sghignazza e ci si lascia innamorare dalla scena finale. Non mi sembra un risultato da poco.

L.

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Nunchaku a fumetti: Killer Instinct (2017)

Cover di Yildiray Cinar

Nel settembre del 2017 la Dynamite affida allo scrittore britannico Ian Edginton il compito di scrivere una saga… boh, techno-fantasy? Non so che genere sia Killer Instinct, diciamo che ho perso interesse a leggerla già alla terza pagina…
(Comunque la trovate in volume su Amazon in digitale.)

Nel futuro la Terra affronterà un certo “evento”, che sarà prima visto dai bifolchi ivi intenti a tracciar solchi, che diranno «Guarda, un evento!» No, purtroppo non va come cantava Elio e le storie tese, magari!
Demoni buffoneschi e mostri bambineschi vogliono conquistare l’universo e a fermarli ci sono due tizi super-muscolosi che sembrano usciti dai film anni Ottanta e una guerriera asiatica di nome Kim: ovviamente è lei ad usare i nunchaku.

Kim, guerriera nunchakosa del futuro

Non ho davvero voglia di leggere le lunghe e deliranti descrizioni di come i demoni vogliono conquistare la Terra e come i nostri eroi vogliono difenderla, mi limito a notare che nel primo numero Kim ci viene presentata come fenomenale guerriera che usa sempre i suoi nunchaku magici, ma proprio sempre sempre sempre… Solo che poi nei successivi cinque numeri non li userà mai più. Forse lo sceneggiatore se li è scordati…

Quando un manipolo di pistoleri incontra una donna con il nunchaku, loro hanno perso

Le (poche) scene di combattimento al nunchaku – con gli ottimi disegni di Cam Adams – sono belle, ma certo mi aspettavo un zinzinino di più, visto che Kim viene ritratta in copertina sempre con l’arma in mano.

Peccato il personaggio non userà mai più il nunchaku

Edginton l’ho incontrato molto spesso, nei miei viaggi nei vari universi narrativi a fumetti. La prima volta è stato in Terminator: The Enemy Within (1991); poi in Predator: Rite of Passage (1992), deliziosa minuscola storia di “cacciatori”; Aliens: Rogue (1993), che non sarà un capolavoro ma è comunque un’ottima lettura; Aliens: Purge (1997), nato per “fregare” Alien Resurrection e che presenta la ginoide Eloise che mi sono divertito ad inserire nella mia fan fiction Aliens vs Boyka (2017); Aliens vs Pedator: Eternal (1998), non da applauso ma comunque una lettura divertente; Predator: Xenogenesis (1999), storia parecchio deludente e confusionaria; e per finire è il dimenticabilissimo autore di Batman vs Aliens 2 (2003), dove torna a giocare con gli xenomorfi mutati geneticamente a forma umana.
Diciamo che fra alti e bassi gli sono comunque debitore di un eccellente personaggio come la ginoide Eloise.

Chiudo con una parata di copertine all’insegna del nunchaku:

Cover di Cam Adams

Cosplayer Cover

Cover di Jonathan Lau

Cover di Yildiray Cinar

Cover di Yildiray Cinar

Cover di Jonathan Lau

Cover di lvaro Sarraseca

Cover di Yildiray Cinar

L.

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[Comics] Terminator [1999-08] The Dark Years

Cover di Jae Lee

Soddisfatta dalla miniserie Death Valley, la Dark Horse Comics di Mike Richardson lascia che Alan Grant continui il discorso iniziato nell’universo di Terminator, e nell’agosto del 1999 parte una nuova miniserie: The Dark Years, con i disegni di Mel Rubi.

La Sarah Connor di Mel Rubi

La Sarah Connor di Mel Rubi

L’azione si divide fra la New York del Capodanno 1999 in attesa che inizi un nuovo anno ricco di promesse, dove tutti sono erroneamente convinti che inizi un nuovo millennio col Duemila – lo sapete tutti che il millennio inizia dal 2001, vero? – e il solito inflazionato 2030, dove i soliti ribelli sfuggono alla solita Skynet che manda loro addosso i soliti T800.
Durante una fuga rocambolesca da un Terminator, Sarah Connor rimane ferita e John dovrà portarla in ospedale mentre un T800 è intenzionato a farli a fettine; il John del futuro invece trova un nuovo alleato in Norden, che aveva già incontrato nella Death Valley, e nella donna misteriosa da questi salvata dalle macchine: Selina.

Il John del ’99 corre per tutta New York cercando di seminare il Terminator, mentre quello del futuro organizza un colpo fatale in un rifugio dove Skynet sta portando avanti strani esperimenti.

John si crede al sicuro

John si crede al sicuro

Gli “strani avvenimenti” sono in realtà un sistema nuovo di zecca escogitato da Skynet per infiltrarsi tra i ribelli: invece di costruire persone, è decisamente più proficuo “riprogrammare” la mente di alcuni umani condizionandoli a lavorare per le macchine. Questo significa che non basta aspettarsi un traditore che sembri umano, perché ora è umano.
Malgrado questa ottima trovata, quattro numeri sono troppi per una trama praticamente inesistente: John scappa nel presente e organizza un attacco nel futuro. Stop.

Centro Skynet di condizionamento umano

Centro Skynet di condizionamento umano

Curiosamente nelle note finali la Dark Horse stila la lista dei fumetti di Terminator apparsi fino a quel momento di tutte le case, cioè esattamente i post che avete letto finora ogni mercoledì. La novità è che viene specificato che SOLO Death Valley e questo The Dark Years rispettano la continuity della saga mentre gli altri sono tutti apocrifi: non mi sembra affatto che le altre storie siano in contrasto – a parte ovviamente la nascita di Jane Connor! – si incastrano perfettamente tra di loro, anche quelle delle altre case!
Una mossa campanilista che non mi aspettavo, dalla Dark Horse dell’epoca.

L.

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Lance Henriksen ricorda Pumpkinhead

Traduco questo articolo apparso sulla rivista specialsitica “Rue Morgue” numero 81 (agosto 2008). Il 15 luglio 2008 ci ha lasciati – sempre troppo presto – il mago degli effetti speciali Stan Winston, così la rivista ha pensato di omaggiarlo parlando del suo primo ed unico film horror da regista, quel Pumpkinhead che nel 2008 festeggiava i venti anni di età. Ovviamente la rivista neanche ha citato il fatto che meno di un anno prima era uscito il pessimo quarto film della saga.

Oltre ad intervistare i talentuosi allievi di Stan, Alec Gillis e Tom Woodruff, la rivista ha pensato bene di fare una lunga chiacchierata con Lance Henriksen, protagonista di quell’esordio registico di Winston.



L’anima torturata di Ed Harley

di John W. Bowen

da “Rue Morgue” numero 81 (agosto 2008)

Subito dopo la dipartita questa estate di Stan Winston,
la prolifica star cine-televisiva Lance Henriksen
ricorda il film che ancora fra i suoi preferiti
così come l’affetto nei confronti del suo leggendario inventore

Rue Morgue: Ho sentito che c’è stata una specifica scena che all’epoca ti ha venduto il ruolo di Ed Harley.

Lance Henriksen: Be’, sì. Quando ho letto il copione per la prima volta, il titolo mi ha un po’ fatto storcere la bocca. Ho pensato che trattasse di un tizio che se ne andasse in giro con una zucca sulla testa, tipo Sleepy Hollow. Poi arrivato a metà della lettura c’era questa scena dove ho caricato sul furgone mio figlio morente e insieme guidiamo per una strada buia, al che il bambino si siede e dice: «Papà, perché fai questo?» E i peli sul collo mi si sono rizzati.

C’è una combinazione particolarmente efficace in quella scena: uno spavento seguito dal tuo personaggio che piomba in scena e si mette a piangere..

Già. L’intera cosa era creativa, mi è piaciuta. La storia parla della distruzione di una famiglia. La madre è morta e poi [i tizi di città] mi uccidono il figlio, così rimango solo.

C’è una domanda che si fa spesso agli attori: come fai a mostrarti spaventato in modo convincente quando sai che davanti a te c’è solo un tizio con un costume di gomma?

Be’, quando racconti una storia ad un certo punto ci entri dentro. Non è come se accadesse in un attimo: ti stai preparando la strada seguendo ciò che il copione ti chiede di fare, così lentamente ma inevitabilmente riesci a trovare qualcosa di personale. che ti piaccia o meno, tiri fuori una parte di te.

La verità è che non sono mai stato spaventato da Pumpkinhead così tanto quanto sono stato spaventato dal trasformarmi in lui. Sai che intendo? È una cosa differente. È una storia morale, quindi ciò che accade è che questo tizio deve pagare con la vita, perché gente innocente è rimasta ferita.

Una cosa su Stan Winston – ho fatto tre film con lui e tutti erano privi di effetti speciali computerizzati – tutto era reale, o al massimo con modelli e miniature, hai presente? È stata una grande èra, molto eccitante, e tutti avevamo bisogno l’uno dell’altro: era una sorta di cameratismo, ed è stata la cosa più grandiosa. Oggi fai una scena e ci sono tipo trenta tizi in una stanza con monitor che muovono roba in giro: è un tipo del tutto diverso di cameratismo, più simile all’esercito.

In che momento hai intravisto la forma della creatura?

Oh, molto presto. Stan mi invitò a vederla ed era impressionante, anche se proprio non capivo a cosa dovesse assomigliare finché non ho visto il costume indossato da Tom Woodruff. Era davvero impressionante. Ho pensato che se potevamo tirare in ballo il sud, la sua natura rurale, allora avrebbe funzionato. Perché è davvero un film “notturno”, non vedi questa cosa muoversi di giorno. Mi piace girare di notte proprio per questa ragione, perché quando stai facendo un film di fantascienza e giri di notte puoi fare un sacco di cose impossibili durante il giorno.

Sembra che tu abbia un buon rapporto con Matthew Hurley.

Certo, era un ragazzino in gamba. C’è stata una scena che abbiamo improvvisato. Mia nonna, credo che all’epoca fosse ultrasettantenne, usava lavarmi le mani quando avevo all’incirca l’età di Matthew all’epoca. E ricordo la sua pelle sottile come carta, tanto che sentivi le ossa sotto. Era una donna dolcissima, e quando abbiamo girato quella scena ho detto: «Stan, fammi provare una cosa». L’ho fatta ed è rimasta nel film.

Quella scena mi strazia sempre il cuore, perché ho l’esatto ricordo con mia nonna, che all’epoca era ottantenne. È sorprendente scoprire che questa cosa non era nel copione.

Wow, grande! Questo è il bello di fare film quando ti danno la possibilità di personalizzare il ruolo: puoi metterci molto della tua vita, prendere alcuni dei momenti più significativi e questi rimangono impressi nella pellicola. Così come un sacco di altre emozioni, tipo rabbia, tradimento ed altre cose che proviamo ogni giorno, che le esprimiamo o meno. Ho sempre pensato che se dài dieci idee ad un regista e lui ne sceglie una, hai vinto.

Ho sempre pensato che il personaggio di Ed Harley fosse una variante del solito stereotipo del bravo vecchio ragazzo del sud che vediamo nei film.

Già. (ride) Amo il sud, c’è una sorta di levità che è splendida, quando vivi in quella realtà: tutta la roba razzista no, non è splendida. L’aria è così leggera e profumata e c’è il muschio sugli alberi: è davvero un mondo che ho adorato, quando ci sono stato.

Stando sotto la De Laurentiis Entertainment Group, “Pumpkinhead” è stato proiettato in pochi cinema, e per poco tempo. Avresti immaginato il successo che invece lentamente è cresciuto negli anni con l’home video e la TV via cavo?

No. (ride) Non sono molto bravo nel predire il futuro. Il buio si avvicina era un altro film di De Laurentiis ed è successa la stessa cosa. È stato distribuito male all’incirca nello stesso periodo di Lost Boys, che invece ha avuto una distribuzione migliore.

Ricordo bene “Il buio si avvicina” ucciso in sala dal successo di “Lost Boys”.

Già, perché non c’è stata alcuna campagna pubblicitaria: zero.

Guardando indietro, dopo un paio di decadi, quanto pensi che “Pumpkinhead” abbia influenzato la tua carriera, se l’ha fatto?

Oh, certo che l’ha fatto! Non puoi fare goal se non calci il pallone, e quel film è di certo un “calcio”. [In realtà l’attore fa una metafora sul baseball, che ho preferito cambiare. Nota etrusca] Anni dopo è arrivata gente che voleva sfruttarlo e fare altri seguiti. Ero a Milano ad un festival cinematografico [il Dylan Dog Horror Fest, dove si è fatto una foto con Michele Tetro! Nota etrusca] e questo produttore è venuto da me dicendo: «Ho un copione per Pumpkinhead 2 da farti leggere». Dovevo partire e volare fino in Australia ma mi sono portato il copione nella camera d’albergo e l’ho letto: l’ho odiato. Così ho risposto al tizio: «Hai davvero bisogno di una riscrittura, amico: questo non funzionerà». Lui si è seccato, ma era ciò che sentivo.

Poi anni dopo qualche casa ha voluto fare altri Pumpkinhead e li ho presi in considerazione semplicemente come “film per pagare gli alimenti”. Cioè, c’erano giovani registi e cercavano di mantenere l’atmosfera e tutto il resto, ma quello che non avevano era l’attenzione che Stan ha messo nell’originale, così come non avevano Tom Woodruff e gli altri. È un perfetto esempio della differenza che passa fra qualcuno che crea qualcosa con passione, talento e capacità, e qualcuno che semplicemente fa un prodotto.

Quei film erano particolarmente fastidiosi perché non sembrava essere così difficile fare un seguito decente di “Pumpkinhead” – gli ingredienti erano tutti lì e lo spunto si poteva benissimo ripetere – eppure sono riusciti a fallire.

Già, e principalmente perché chiunque fosse alla produzione non ha prestato la dovuta attenzione.

Hai idea del perché “Pumpkinhead” continui a risuonare così forte tra i fan?

Ho la sensazione che sia perché ci sia una certa sincerità nel film, un’onestà poetica che l’aiuta a sopravvivere.

“Pumpkinhead” è sicuramente un film di mostri ma c’è anche la moralità fiabesca sui pericoli della vendetta.

Oh, sì, assolutamente.

Ci leggi altro, oltre a quello?

Be’, la verità nuda e cruda è che tutti dovremo morire. Quanto vuoi resistere alla morte prima che diventi insostenibile? Un’ora, una settimana, un mese? Molte storie drammatiche affrontano l’argomento. Credo che il problema ora sia che siamo tornati ad un’epoca di violenza “sanificata”, dove nessuno sente più dolore, e credo che in quel piccolo film non ci fosse nulla di “sanificato”. Come in un videogioco, in cui puoi far fuori centinaia di mostri o investire la gente con l’auto, è morte senza dolore, questo intendo per morti “sanificate”.

Credo che una delle cose più importanti è che non si può banalizzare la morte. Be’, si può fare nelle commedie, ma è meglio non farlo nella realtà. E con la nostra politica attuale stiamo vedendo la miseria causata dall’indifferenza e l’avidità, e i film riflettono questo stato di cose. Quando Pumpkinhead è stato fatto non avremmo mai immaginato un suicida che si fa esplodere: una cosa è mettere le bombe, un’altra è mettersele addosso. È un modo diverso, quello di oggi.

Anche se tutti diciamo “Ah, non riguarda me”, la verità è che c’è molto nervosismo. Quand’ero ragazzino si diceva sempre che avrebbero sganciato bombe nucleari su di noi, e vivevi con una paura di base per tutta l’infanzia. La vita non vale niente, e se la vita di tutti non vale niente allora non vale neanche la tua. E noi viviamo in un’èra di questo genere, che ci fornisce una dose extra di infelicità.

Come ricordi Stan Winston?

Oh, amico, era probabilmente la più simpatica e vitale persona con cui potevi lavorare. Il suo entusiasmo era senza limiti ed era anche molto capace. Non vedeva l’ora di girare una scena e di risolvere tutti i vari problemi.

Mi disse che Dino De Laurentiis era in prima fila alla proiezione di prova e per i primi quindici minuti non faceva che guardare l’orologio. E poi disse [a Winston]: «Dove è mostro? Dove è mostro?» [Ho cercato di rendere in italiano l’inglese stentato di Dino, con il suo «Where’s da monster?». Nota etrusca.] De Laurentiis voleva che il mostro apparisse già nei primi quindici minuti! (ride) Se ne andò e non guardò neanche il resto del film. Così Stan risolse il problema e fece iniziare il film con quel flashback, qualcosa che Ed Harley aveva visto quand’era giovane. Funzionava nel film, così tutti erano soddisfatti.

Quindi quella sequenza iniziale non era prevista sin dall’inizio?

No.

“Pumpkinhead” è stato fatto poco dopo che tu e Winston avete lavorato insieme ad “Aliens”. Durante quella produzione avete instaurato una collaborazione lavorativa?

Oh, certo, certo. Abbiamo passato insieme molte ore per quell’ultima scena, dove della roba schizza via dal mio petto e vengo diviso a metà. Ero eccitatissimo.

Stan era un tipo molto impegnato, potevi andare nel suo studio e ammirare l’intero mondo che lui stava creando. La mia storia preferita su Stan è quella di quando era su un aereo per andare a sostituire il tizio che aveva fatto Predator, e disegnò il nuovo Predator su un tovagliolo. Quando arrivò, è quello il modello di creatura che costruirono. [In realtà in tempi recenti si racconta che su quell’aereo c’era anche James Cameron, che concepì e disegnò le mascelle “apribili” del Predator. Nota estrusca.] Sai a cosa mi ha fatto pensare questa storia?…

A cosa?

A Lincoln che sul treno per Gettysburg scriveva l’indirizzo su una busta. Essendo un attore ed avendo avuto una meravigliosa carriera – amo quel che faccio – non vorrei sembrare Pollyanna ma quando entri in un gruppo di persone come Stan, questo ti cambia per sempre. Quando penso al meglio, penso a Stan.

Non ha mai diretto un altro film horror dopo “Pumpkinhead”. Sai se è stata una scelta personale o una scelta politica? O entrambe?

Non so davvero cosa pensasse della faccenda. Non credo che fosse rimasto deluso da Pumpkinhead, non aveva ragione per essere men che orgoglioso di quel film.

Come pensi che andrebbe ricordato?

Come un artista. Come uno scultore del livello di Rodin. Ha creato così tante immagini e le ha tutte tirate fuori dal suo cappello. Per esempio, ho appena comprato a mia figlia un po’ di pupazzetti di galline e tacchini. Li guardavo, sapendo che poi avrei fatto questa intervista, e pensavo che quegli uccelli sono i diretti discendenti dei dinosauri. E mi immagino Stan che se ne sta lì a guardare un piccolo tacchino, dicendo: «Wow, cominciamo da qui!»


L.

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Guida TV in chiaro 7-9 dicembre 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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