The Patriot (1998)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Breve storia triste: io e i miei, come il sottoscritto storditi, amici andammo un bel giorno al cinema a vedere Scontro tra titani. Spaccamenti ovunque, occhiali 3D-“muniti”, entusiasmo alle stelle. Inizia la proiezione e una tenue musica country fa da sfondo alla prolungata sequenza in cui un artigiano pialla amabilmente il legno. Non proprio quello che ci aspettavamo anche se cercammo di dare un senso al tutto scorgendo le traiettorie dei trucioli con i potenti mezzi del 3D.
Poi mi voltai e notai, esterrefatto, che non solo eravamo gli unici con occhiali appositi ma anche che si stava levando nei nostri confronti qualche risolino di scherno. Mannaggia: avevamo sbagliato film.

Lo sciagurato episodio, se preso in senso meno letterale ed umiliante, sta a rappresentare tutte quelle volte in cui una pellicola demolisce, con la delicatezza di un caterpillar, le nostre aspettative: è il caso di The Patriot, film di fine anni ’90 con protagonista addirittura Steven Seagal. Ripeto: fine anni ’90, Seagal e titolo inneggiante al patriottismo. Cosa attendersi se non una quantità di scazzottate da far impallidire un eventuale conflitto nucleare? E invece questa, come preannunciato, è una storia triste; ma procediamo con ordine: “la maledizione del country non richiesto” colpisce di nuovo e sin dall’inizio del lungometraggio con musiche ed atmosfere a tema, bovini su bovini ed uno Steven in versione mandriano-dottore col nome di Wesley McClaren.
Il nostro palesa da subito poteri taumaturgici che gli consentono di guarire animali che altrimenti sarebbero destinati al macello la qual cosa ha lo stesso grado di attrazione sugli amanti dell’action di una puntata di Uomini e Donne. Quindi zero.

Segue scena in cui il protagonista discute con la figlia di frittate, tabasco, compiti di scuola e cavalli morti: dura pochi minuti ma pare un’eternità. Un’eternità! Nel frattempo una milizia locale di sedicenti patrioti simil terroristi si riunisce in un casolare: potrebbe essere la svolta ma il loro capo, tale Floyd (Gailard Sartain), li educa tramite domande sulla storia nazionale, e quindi niente addestramento ca**uto, e poi si arrende alle autorità, e quindi niente carneficina testé pregustata. Che giramento di palline.
Oltretutto, mentre accade ciò, Seagal cura vecchiette che lui chiama, sornione, “ragazze” e si fa pagare con crostate di mirtillo; non c’è dunque da stupirsi se, alla mezzora, l’unico gesto violento durante la visione del film è stato quello del sottoscritto che ha scagliato il telecomando contro lo schermo in un impeto di protesta dall’alto valore civile.

A salvarmi dal torpore di uno Steven insopportabilmente bacchettone anche nella versione paterna («Figliola, niente appuntamenti con gli uomini fino ai 40 anni»… sì, certo, e poi la strada verso il monacato è assicurata) ci pensa un contagio che colpisce (ed uccide) la popolazione e che è stato liberato dalla milizia di Floyd: cioè, quello che si dichiarava il portavoce della sua gente, cambia parrocchia e inizia a decimarla? Vi chiederete anche voi il perché ma vi invito a considerare la logica strampalata del tutto: in una pellicola ricca di bovini anche la trama non può far altro che andare… a vacche. Geniale, diabolicamente geniale. E il fatto che i buzzurri cattivi pensassero di avere l’antidoto, scoprendo poi di non averlo, non rimette l’opera sulla via della comprensibilità.

Oh: c’è un barlume di violenza e sangue quando i seguaci dello stesso Floyd lo fanno evadere e questi va alla ricerca del suddetto antidoto imbattendosi nel protagonista che però, anche in questo caso, almeno inizialmente, sembra reagire all’arrivo dei nemici con frasi fatte, rivolte al capo dei miliziani, stile «Hai l’aspetto di un essere umano ma nulla che ti accomuna a noi». Tuttavia, proprio quando le braccia stanno per afflosciarsi definitivamente lungo la nostra persona, avviene il miracolo: Seagal si ribella, esibisce le sue qualità marziali e scappa. Sono solo attimi fuggenti giunti al tramonto del lungometraggio ma il senso di liberazione è stato impagabile. Che ci attendano i tanto sognati minuti di ammazzamenti indiscriminati e aikido imperante? Macché, si va di male in peggio!

Assassinano un caro amico del nostro che, per alleviare il dolore della figlia, si spende in un’interminabile elaborazione del lutto: mandriano, dottore, padre amorevole, psicologo… e stica**i dove li mettiamo? Tutto eccetto menatore seriale come ci saremmo aspettati e avremmo desiderato. E dopo interminabili minuti passati alla ricerca di un antidoto tra alambicchi, sperimentazioni e frasi sconcertanti («Tutti abbiamo paura di morire ma ti do un ordine: non morire») la sagra del patetico raggiunge l’apice quando la soluzione contro il virus viene trovata in una tisana di fabbricazione indiana.
Gli indiani che salvano il mondo, Seagal che non pesta nessuno… le mie lezioni di catechismo avevano un contenuto di adrenalina nettamente superiore rispetto al film in questione. Che brutta cosa, che tristezza. Ed io mi sento come quel giorno al cinema, quando un uomo piallava con la grinta con cui si salva il mondo mentre degli spettatori, palesemente fuori luogo, cercavano, nei loro occhiali 3D, le risposte a questioni irrisolte ed irrisolvibili.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Nabonga (1944) Il terrore della giungla

Negli anni Quaranta al cinema non si sbagliava mai con il terzetto di temi della jungle-sploitation: Tarzan, gorilla e ragazze nella giungla. Così la piccola ma attivissima casa Sigmund Neufeld Productions fa filotto con un film che abbraccia tutti e tre i filoni.
Malgrado sia registrato al 30 gennaio 1944 il copyright della P.R.C. Pictures per distribuirlo in sala, non sembrano esistere prove che davvero sia stato proiettato in questo periodo Nabonga, che rimane un piccolo film senza padroni: è di pubblico dominio su Archive.org.

In Italia la neonata T.W.F. (Trans World Film) nel luglio del 1946 annuncia di voler importare il film insieme ad un pacchetto di altri titoli, e mantiene la promessa: il film arriva nei cinema italiani il 29 dicembre 1946 con il titolo Nabonga. Il terrore della giungla.
Gira anni per le sale italiane finché domenica 9 giugno 1957 viene trasmesso nel pomeriggio della RAI… quando esisteva ancora un solo canale televisivo! Se già questa non fosse una curiosa particolarità del film, si aggiunga il fatto che dal 27 maggio 1959 la pellicola torna al cinema…

Fotobusta del film

La distribuzione insomma fa bene il suo mestiere e Nabonga gira l’Italia per i successivi venti anni: solamente il 26 maggio 1979 riappare su un piccolo canale televisivo (STP). Gira un po’ per canali locali ma dal 1982 questo film scompare dall’Italia.
Questa è la grande creatività italiana: proiettare centinaia e centinaia di volte un film per quarant’anni e poi farlo sparire completamente…

Splendido titolo d’annata

T.F. Stockwell (Herbert Rawlinson) non è proprio una personcina per bene. Dopo aver rubato alla propria società un mucchio di soldi – in forma di diamanti, tipo Diabolik! – fugge via a bordo di un aereo con la figlioletta. Dove stia andando non si sa ma guarda caso sorvola l’Africa: il maltempo costringe i due passeggeri e il pilota ad un atterraggio di fortuna.

Interno di un aereo a risparmio

Mentre si felicitano di essere ancora vivi, il pilota nota lo scrigno dei diamanti e così T.F. non ha altra scelta che sparargli a freddo nella schiena, perché come dicevo è una personcina proprio per bene.
Dove andare ora? Ma lo sai che c’è, figlia mia? Rimaniamo a vivere in Africa…

L’aitante avventuriero Buster Crabbe

Passano gli anni e in una cittadina locale arriva Ray Gorman, vigoroso avventuriero che ha i tratti del campione olimpico Buster Crabbe, che abbiamo già incontrato per Tarzan l’indomabile (1933).
Questi è il figlio del socio derubato da quella pasta d’uomo di Stockwell, ed è arrivato in Africa seguendo le tracce dell’infame ladro: visto che suo padre si è suicidato dalla vergogna, vuole riabilitare il suo nome dimostrando che il vero ladro era Stockwell.

Il losco figuro e la bieca cantante

Subito la cantante-spia Marie (Fifi D’Orsay, canadese all’epoca specializzata in femme fatale dall’atmosfera francofona) avverte il suo amante, il perfido Carl Hurst (Barton MacLane). Tutti alla fine si metteranno sulla pista di Stockwell per mettere le mani – chi per un motivo, chi per un altro – sul bottino che nasconde in Africa.

Anche nella giungla si gira tutti agghindati

Nel frattempo però quel sant’uomo di Stockwell è morto – sono sempre i migliori che se ne vanno! – ed è rimasta solo sua figlia Doreen, che è cresciuta e ha lo sguardo dolce dell’esordiente Julie London, che conoscerà maggior fama in futuro.
La ragazza ama indossare i gioielli del padre così da fare bella figura con le scimmie e le iene, e passa il tempo camminando col suo outfit da giungla primavera-estate andando a prendere l’acqua al fiume: l’unica attività nota della sua vita.

Lo riconoscete Ray “Crash” Corrigan?

Per fortuna in questo piattume le fa compagnia Samson, il gorillone che la protegge da quando era piccola e che è interpretato da Ray “Crash” Corrigan, stuntman di lunga data nonché esperto di scimmioni: l’abbiamo già incontrato in panni pelosi per The Ape (1940) ma tornerà più volte nella sua carriera ad interpretare scimmioni.

Non sembra esserci molto da fare nella giungla…

Rimane alquanto fumoso perché Doreen, nata e cresciuta per almeno sei anni della sua vita in una grande metropoli, d’un tratto si comporti come se fosse una “buona selvaggia”, parlando “selvaggese” quando da bambina parlava un perfetto inglese. Perché ora si comporta come se fosse stata allevata dalle scimmie quando è una ragazzina di buona famiglia?
Nessuno se lo chiede perché tutti i personaggi sono lì per i diamanti, e si menano e si sparano per quelli. Finita la menata diamantifera, il fustacchione Ray vuole portarsi via la bella selvaggia: è ovvio che la giungla è brutta e la città è bella, a dimostrazione che Tarzan non ha proprio insegnato nulla…

Forza, baby, ti porto nella giungla d’asfalto

Inutile negare che Nabonga sia un film quasi bambinesco, molto ingenuo e a tratti ridicolo, ma non è da sottovalutare la qualità dell’esecuzione: sono coinvolti tutti grandi professionisti e sebbene di qualità inferiore rimane un prodotto al bacio. Ad avercene di più!

Una jungle girl acerba ma divertente

Tutta la scena è ovviamente per Samson, il gorillone interpretato da Corrigan che gorilleggia di qua e di là, che minaccia sempre tutti ma che non può neanche sfiorare i personaggi umani: la censura è pienamente in attività e ogni scena leggermente violenta si svolge fuori dall’inquadratura, coperta dalle liane. Rimane però uno spettacolo divertente.

L.

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Cannonball Run (1981) La corsa più pazza d’America

La situazione è completamente sfuggita di mano. Negli anni Settanta le wacky races hanno conquistato il pubblico e chiunque abbia una cinepresa e quattro ruote tira fuori un film su una corsa. Un film comico, ovviamente, che altrettanto ovviamente non fa più ridere finiti gli anni in cui è nato.
In mezzo ad un fiume inarrestabile di corse pazze, solamente Roger Corman ha il coraggio di lanciare una taglientissima e sempre attuale critica alla società: il suo Death Race (1975) rimane un capolavoro perché oltre ad un umorismo surreale vanta un sarcasmo che esula dai soli anni in cui è stata girata la pellicola. Tutti gli altri film del periodo hanno un umorismo da scuola materna e finita le mezz’ora di gloria rimangono buffonate inguardabili.
Ma solo uno di questi prodotti sfida la sopportazione umana con la sua abominevole stupidità mefitica: The Cannonball Run.

È solo l’inizio degli anni Ottanta!

Intendiamoci, quando avevo dodici anni ricordo di aver adorato questo film e di aver riso tanto. Però, appunto, avevo dodici anni: temo che se l’avessi visto già a tredici avrei sputato sullo schermo. Perché non è un brutto film: è un film stupido, ma stupido sul serio.
Questa ignobile vaccata esce in patria il 19 giugno 1981 e subito arriva nei cinema italiani il 2 ottobre successivo con il titolo La corsa più pazza d’America. Sconosciuto al mondo dell’home video, il film arriva su Italia1 in prima serata sabato 11 gennaio 1986, giorno in cui credo di averlo visto per la prima volta.
Dall’Angelo Pictures lo porta in DVD dal 30 maggio 2007: spero di cuore sia fuori catalogo…

Beati i giovani, perché non hanno assistito a questo scempio…

Oggi, a più di 35 anni dall’uscita, è il momento di spiegare cosa sia questo film, perché non è stato mai detto finora: è una tamarrata cinese spacciata per kolossal americano!
Già nel 1976 Roger Corman aveva prodotto Cannonball con la Shaw Bros, la prima casa di produzione di Hong Kong che in quegli anni stava cercando di “sfondare” in America e di lanciare Alexander Seng, farlocco nome occidentale del bravissimo e compianto Fu Sheng: l’uomo che comprò la casa di Bruce Lee malgrado tutti ad Hong Kong sapessero che portava male… e morì in un incidente d’auto nel 1983, a dieci anni esatti di distanza fra Bruce e Brandon Lee.
La Shaw cerca di sfondare negli USA (senza riuscirci) perché malgrado la morte del loro attore di punta (un certo Bruce Lee) c’è una casa che negli anni Settanta sta osando l’inosabile: sfidare la regina di Hong Kong nel produrre film. Si chiama Golden Harvest e in pochi anni conquista tutto: non solo Hong Kong.

Manuale di come spalare letame su decenni di onorata carriera

La Golden Harvest è la casa con cui la Warner Bros ha co-prodotto I 3 dell’Operazione Drago (1973), è la casa che ha portato nel mondo i film di Bruce Lee e di Chuck Norris, è la casa che sta azzeccando un film dopo l’altro e guadagna palanche su palanche, così che può fare altre co-produzioni con l’America: oggi tutte dimenticate ma all’epoca di grande eco.
Da Il drago di Hong Kong (1975) con George Lazenby a Poliziotto privato: un mestiere difficile (1977) con Robert Mitchum, la parola d’ordine è: dare soldi agli americani per fare film americani con divi americani. Però gli incassi (e lo stile) sono cinesi…

Da Hong Kong l’ordine è: corse stupide in America!

Mentre la Shaw Bros puntava tutto su un esercito di caratteristi – splendidi e bravissimi artisti marziali ma nessuno in grado di “bucare lo schermo”, né di recitare! – la Golden Harvest può contare su pochi nomi… ma di quelli che fanno esplodere tutto.
In questi anni Sammo Hung sta vincendo tutto e si porta appresso i suoi amici, comparse buone giusto per fare gli stuntman: si chiamano Yuen Biao e Jackie Chan. Tutto cambia quando nel 1978 il film Il serpente all’ombra dell’aquila di Yuen Woo-ping – sì, proprio quel Woo-ping, quello di Matrix e Kill Bill! – fa il botto così forte che lo si sente in tutto il mondo, pure in Italia! In un paio di mesi girano al volo un film-fotocopia – il titanico Drunken Master – e il botto è pure doppio: dopo quasi dieci anni a fare la comparsa e a prendere sganassoni dai protagonisti, Jackie Chan diventa d’un tratto il divo di punta della Golden Harvest.

Il primo calcio americano di Jackie!

Lo stesso anno Sammo Hung comanda Robert Clouse alla regia di Game of Death e quindi è ormai chiaro: la Golden Harvest è la prima casa d’Asia. Nel 1980 va dagli americani e fa cadere su un tavolo 18 milioni di cucuzze: vogliamo una secchiata di attoroni, di quelli per cui ad Hong Kong la gente si strappa i capelli, e fateli correre in quelle minchiate di film che adesso vanno per la maggiore.
A fianco di nomi storici del cinema americano, però, la Golden Harvest vuole i propri nomi di punta del momento: Jackie Chan e Michael Hui, che all’epoca sono semplicemente i più grandi comici della casa. (Purtroppo la stella di Hui durerà poco, ma vi giuro che il film che lo rende famoso, The Private Eyes del 1976, fa piangere dalle risate: inoltre è il mitico esecutore di un combattimento al nunchaku… fatto di salami!)

Michael Hui e Jackie Chan sono pronti a conquistare gli USA (fallendo)

La corsa più pazza d’America è un film in tutto e per tutto cinese – sia per lo stile che per il pubblico a cui è pensato – scritto da Brock Yates probabilmente perché aveva già scritto per Burt Reynolds Una canaglia a tutto gas (1980): il gusto della storia è talmente cinese che credo Yates sia solo un prestanome.
Oltre allo sceneggiatore e al protagonista, da quel film arriva pure Hal Needham, storico stuntman che voleva cambiare mestiere, iniziando a fare il regista occasionale.

Quei beoti sulle loro macchine rombanti

All’apparenza il cast del film potrebbe sembrare stellare, un kolossal come quelli che capitano solo poche volte nella storia del cinema, in realtà… tutte le star che appaiono nel film sono molto appannate, all’epoca, più famose per titoli passati che attuali e sicuramente il loro ingaggio è stato d’occasione.

Mira el pelo!

Vogliamo parlare del vecchio Dean Martin alla sua terz’ultima apparizione pubblica? O di Farrah Fawcett che dopo si dedicherà solamente alla televisione? Vogliamo parlare di quanto sia imbarazzante Dom DeLuise e infatti dopo si dedicherà quasi esclusivamente al doppiaggio?

Come facevo a 12 anni a ridere con Dom DeLuise?

Sono tutti attori degli anni Settanta che in questo 1981 vivono già di rendita: Burt Reynolds in primis! (I suoi film successivi saranno gran bei flop.) Mentre l’unico che se la ride è Roger Moore, in piena epoca 007. Ricordo che pochi occidentali amano James Bond quanto lo amano i cinesi, e infatti il personaggio si presenta con tanto di tema sonoro quasi uguale e al volante di una Aston Martin – che in realtà il Bond di Moore non guiderà mai!

Il mio nome è Moore. Roger Moore.

Purtroppo il minutaggio dedicato a Moore viaggia su manciate di secondi, perché c’è un esercito di caratteristi e comici dell’epoca – tutti rigorosamente NON divertenti – da far apparire in video, mentre intanto Adrienne Barbeau si sgranchisce le tette: una giusta pausa dopo gli horror in cui l’ha diretta suo marito John Carpenter!

Signora Barbeau, lo sa suo marito John Carpenter che va in giro con le tette di fuori?

Il Cannonball Run è sempre illegale ma ormai è ben noto in ogni ambiente e i partecipanti – i cannonballisti (cannonballers) – non sono più degli sconosciuti come nel film con Carradine ma piloti ben schedati e registrati. Come si possa “registrare” il partecipante ad una gara illegale rimane alquanto fumoso.
Vivendo mille stupide e insopportabili avventurette i piloti devono attraversare l’America coast to coast per vincere il premio, ma la trama a quel punto sarà diventato talmente ridicola che il traguardo si trasformerà in un’occasione di inutile festa e di grande imbarazzo per tutti.

Belle macchine, ma pessimo film

Ripeto, quando ho visto questo film a dodici anni ho riso tanto, e questa rimarrà per sempre una grande vergogna… perché è davvero un prodotto stupido oltre ogni sopportazione.

Attori cinesi in un’auto giapponese…

Per finire, un grande mistero: perché la cinese Golden Harvest infila i suoi due attori cinesi di punta… a guidare un’auto giapponese? Una Subaru GL 4WD, il modello “Leone”: Jackie Chan e Michael Hui qui infatti vengono spacciati per giapponesi, nella confusione occidentale fra le due nazionalità tanto cara a noi occidentali ignoranti.
L’odio atavico fra cinesi e giapponesi scompare davanti ai soldi, così per molti anni Jackie Chan infarcirà i suoi film di auto Mitsubishi – con il logo sempre ben inquadrato in primo piano – ma in effetti la Mitsubishi Motors sbarca negli USA solo nel 1981, quindi all’epoca delle riprese del film a “comandarsela” in Nord America era la Subaru, integrata dal 1968.

L.

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Prom Night (1980) Non entrate in quella casa

Il pubblico del 1980 grazie a Carrie (1976) aveva capito che i balli scolastici (i celebri prom night che per decenni i doppiatori si sono ammattiti per tradurre in italiano) sono occasioni terribili dove può scorrere il sangue, e grazie ad Halloween (1978) aveva capito che a girare intorno a Jamie Lee Curtis si rischia la morte.
Serviva solo un film che unisse le due idee, ed ecco quindi Prom Night.

Purtroppo, questa è l’unica “casa” del film…

Uscito in patria il 18 luglio 1980, comincia a girare piccole sale della provincia italiana dal 5 agosto 1981: esce a livello nazionale solo il 27 maggio 1982 con l’immotivato titolo Non entrate in quella casa.
In questo viaggio nelle Ghost House dunque il film si aggiudica la palma della prima “Casa”, cioè del primo titolo farlocco italiano: solamente nell’agosto successivo uscirà nelle nostre sale La casa di Mary, seguito da tante altre “Case”.
Arrivato in VHS Domovideo non si sa bene quando, e forse passato anche in TV – non sono riuscito a trovare però traccia della cosa – la Pulp Video e CVC lo portano in VHS e DVD dal 9 settembre 2002.

Occhio ragazze, che chi sta vicina a Jamie Lee muore!

Robert Guza jr. è stato un prolifico sceneggiatore e produttore di soap opera americane, tutti titoli famosi molto amati all’epoca, ma ha un oscuro segreto: ha iniziato la sua carriera firmando il soggetto per questo Prom Night!

Non ti distrarre, Jamie Lee, sembra Halloween ma è un altro film…

A sceneggiarlo però arriva William Gray, onesto scrittore dell’epoca che ha all’attivo roba tipo Humongous (1982), un mio culto come Philadelphia Experiment (1984) e un rivalutabile Il giorno della luna nera (1986).
La neonata (e presto defunta) Simcom Limited e la esigua Guardian Trust Company – che chiuderà la sua vita con Videodrome (1983), mica male! – producono il film affidando la regia all’esordiente Paul Lynch, che da allora svolge in modo anonimo la sua attività televisiva.

Noi ggiovani degli anni ’80 vestiamo così!

Questo può benissimo definirsi il prototipo dello stupido film adolescenziale, fatto di nulla circondato da niente: ci sono degli attori giovani che cazzeggiano in video e basta. Ad essere ottimisti si poteva pensare che fosse stato un virus più legato agli anni Duemila, invece già qui ci sono i semi per la minchiata giovanile.
Siamo lontani dalla serietà di Halloween o dall’autorevole cialtronaggine di capolavori come La rivincita dei nerds (1984): qui siamo nella serie Z mascherata da B, e il suo peggior crimine è essere noiosa oltre la morte.

Ragazzi, giuriamo che non abbiamo mai lavorato a questo film!

Un gruppetto di ragazzini gioca in una casa abbandonata – l’unico motivo perché in Italia si sia affibbiato uno stupido titolo “casalingo” al film – e gioca che ti rigioca una bambina vola dalla finestra e muore: a chi non è mai successo?

Quante estati si sono concluse così…

Come ogni altro film con questo identico incipit, i bambini stringono un patto segreto ma purtroppo non è l’inizio di So cosa hai fatto (1997), o della sua parodia Shriek (2000): è solo l’inizio della noia.
Bla bla bla ballo scolastico bla bla bla io so’ figa e tu no bla bla bla bullo contro bravo ragazzo bla bla bla vendetta durante il ballo bla bla bla testa mozzata. Fine del film.

L’unico momento intrigante del film

Per ragioni misteriose il film butta a caso spunti inutili che non hanno alcun significato. Perché per dieci secondi si vede Leslie Nielsen? Ok, era già famoso per il suo nuovo ruolo di comico grazie a L’aereo più pazzo del mondo (1980), ma è davvero un’esca da locandina: passava per il set e l’hanno inquadrato, non avendo alcun altro motivo di esistere.

Momenti di grande regia

Poi d’un tratto abbiamo dei rapidi flashback su un assassino che è stato anni in manicomio, sfigurato a causa di un incendio… ma chi è? Mike Myers che ha sbagliato film? Perché buttare a caso questa informazione inutile e senza conseguenze? E perché in generale buttare a cacchio i personaggi senza dare la minima spiegazione di chi siano?
Troppe domande, la gente è ancora ammirata a guardare il sedere di John Travolta ne La febbre del sabato sera (1977) e questo film è completamente concentrato a mostrare scene di discoteca: tutto il resto è roba inutile.

Infinite, noiosissime sequenze di disco dance

Mentre la Curtis balla per me balla balla, tutta la notte sei bella, e mentre fra i bulli c’è il giovane attore marziale Jeff Wincott, il film scivola via pesante come una foca morta su uno scoglio: ammazza che bojata inutile!
Non mi resta che mandarlo a quel paese citando il giuramento che i ragazzini compiono ad inizio film, che anticipa di 14 anni T’appartengo di Ambra: «E adesso… giura

L.

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Gazzetta Marziale 12. Canton Godfather

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

12. Canton Godfather

(sabato 5 giugno 2010)

Continua il grande cinema marziale di qualità con la collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, firmato Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino. La dodicesima uscita, in edicola da ieri, è uno dei migliori titoli di Jackie Chan nelle doppie vesti di regista e attore: The Canton Godfather (奇蹟 / Ji ji / Mr. Canton and Lady Rose / Miracles, 1989), fra i titoli meno conosciuti in Italia dell’artista di Hong Kong.

Hong Kong anni ’30. Dopo aver salvato un bosso della malavita, Kuo (Jackie Chan) si ritrova ad avere successo nell’ambiente criminale. Inaugura un night club dove fa esibire una cantante sconosciuta, Yang (Anita Mui), di cui si invaghisce. Kuo attribuisce la fortunata piega della sua vita alle rose che acquista dalla anziana Kao (Gua Ah-leh), la quale però ha fatto credere alla propria figlia di essere molto ricca: quando scopre che la figlia sta arrivando in città va nel panico. Kuo decide di aiutare l’anziana donna aiutandola a fingersi una donna ricca per un giorno.

Come si capisce dalla trama e dal titolo alternativo Miracles, il film è un remake cinese dello statunitense Angeli con la pistola (Pocketful of Miracles, 1961) di Frank Capra, che a sua volta era già un remake di Signora per un giorno (Lady for a Day, 1933) dello stesso Capra.

Jackie Chan, alla sua undicesima regia e crucciato di aver addosso l’etichetta di “regista marziale”, vuole dimostrare di saper creare film non solo di genere, ma pellicole complete adatte ad ogni palato. Prende in prestito i canoni della commedia americana degli anni ’30 e li adatta al gusto di Hong Kong, chiamando la popolare cantante-attrice Anita Mui ad interpretare una sequenza da musical memorabile.

Virtuosismi tecnici come il lungo piano-sequenza iniziale (tecnica che pochi registi, come Brian De Palma, hanno l’ardire di utilizzare), riprese che attraversano i tetti della città per entrare in una camera e altre l’uso della steadycam proprio nel periodo in cui il talentuoso Tsui Hark la stava sperimentando, fanno di questo film un fiore all’occhiello di Jackie Chan-regista. «Mi invitano nelle scuole per farmi parlare dei film, – racconta Chan nel documentario-intervista Jackie Chan: My Story (1997) – ma io non ho nulla da dire. […] Perché usi la carrellata?, mi chiedono. Non lo so, non ho una teoria. I miei film sono la mia esperienza.»

Nel cast va ricordata la compianta Anita Mui, artista poliedrica che per le sue doti canore è stata definita “Madonna of Asia”: nel 2003, appena quarantenne, il cancro la sottrae prematuramente ad un mondo artistico che l’ha sempre amata. Dei quasi cinquanta film forse rimangono degni di maggior nota quelli interpretati al fianco di Jackie Chan, come Drunken Master II e Terremoto nel Bronx.
Da citare in ruoli minori alcuni caratteristi fedeli a Chan, come Mars (stuntman che fece anche spesso da spalla nei primi film di Jackie) e Hak On Fung (villain di molte pellicole marziali). Infine da notare la presenza di Richard Ng, celebre e prolifico comico di Hong Kong.

Come si diceva, The Canton Godfather è fra le pellicole meno conosciute di quelle di Jackie Chan distribuite (in ritardo!) in Italia, eppure segna forse il livello più alto toccato dall’artista di Hong Kong dal punto di vista cinematografico. Quale che sia il motivo, Chan non riuscirà più a ripetere un’operazione simile a questa, tornando nei suoi film a prediligere la parte fisica e rocambolesca che l’ha reso famoso.

L.

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[Novelization] Independence Day (1996)

Questa settimana presento il primo capitolo della novelization di un film che ha fatto la storia del cinema, foss’anche per l’eco mediatica: Independence Day (1996) di Roland Emmerich.
Per la recensione vi rimando a “La Bara Volante“, mentre io vi racconto la molto più divertente versione Z targata Asylum: Independent’s Day (2016).

Il romanzo è firmato da Stephen Molstad: per la scheda completa rimando al mio blog “Gli Archivi di Uruk“.


Il Mare della Tranquillità era una distesa desolata, lugubre e immota, una silenziosa tomba a cielo aperto a forma di cratere, piena di ceneri e pietre. Due serie di impronte erano incise sul suolo grigio e polveroso che circondava la zona d’atterraggio, ognuna ritagliata con la stessa precisione del giorno in cui erano state impresse. All’orizzonte, un frammento brillante della Terra stava sorgendo nel cielo, l’azzurro intenso dei suoi oceani in netto contrasto con la valle priva di colori. Conficcate sulla superficie lunare, stavano le asticelle dei sensori di un sismografo, una scatola quadrata in grado di rilevare la caduta di uno sciame di meteoriti a una distanza di cinquanta miglia, mentre all’estremità del campo una bandiera americana garriva orgogliosamente a una brezza che in realtà non c’era. Tutta la zona era cosparsa di rifiuti: esperimenti scientifici e gli scatoloni di cartone che li avevano contenuti, sacchetti di plastica intatti utilizzati per raccogliere campioni di terreno e una manciata di ninnoli commemorativi. Questo equipaggiamento, sparso negligentemente in un’area della grandezza del diamante di un campo da baseball, era stato trasportato dagli astronauti dell’Apollo 11, i primi due esseri umani a mettere piede sulla luna. Quando se n’erano andati, si erano alleggeriti di tutto ciò che non era ritenuto essenziale per il ritorno sulla Terra. Armstrong e Aldrin avevano compiuto un passo gigantesco per il genere umano, ma si erano lasciati dietro una tonnellata di spazzatura per il genere lunare, se ne fosse esistito uno.
Le loro impronte vecchie di decenni si estendevano per quindici passi verso l’orizzonte in ogni direzione, prima di ritornare al centro del campo. Viste dall’alto, formavano nella sabbia la figura di una margherita enorme e irregolare. Al centro di questo strano fiore c’era la luccicante piattaforma d’atterraggio lunare, una struttura tubolare a quattro zampe rivestita di lamine dorate, che sembrava un castello di tubi in un campo giochi abbandonato in tutta fretta. Perso nell’immensità di un mare di silenzio, il luogo aveva il lugubre aspetto di un sito per picnic che avesse conosciuto un’improvvisa e spaventosa distruzione, come se i frequentatori non avessero avuto il tempo di impacchettare le loro cose, ma solo il tempo sufficiente a girare sui tacchi e correre in salvo. Nulla, nemmeno un solo granellino di sabbia, si era mosso in tutti gli anni trascorsi dalla partenza dei terrestri.
Qualcosa però cominciava a mutare. A poco a poco, un’impercettibile vibrazione avvolse pian piano la zona. Per molte ore non fu più avvertibile della turbolenza causata dal frullo delle ali di una farfalla a una distanza di un migliaio di passi. E aumentava di continuo, inesorabile, fino a diventare un tremito. Gli aghi elettrici all’interno del sismografo tornarono in vita. I sensori del congegno si risvegliarono e cominciarono a inviare freneticamente il loro allarme agli scienziati sulla Terra. Ma i picchi di calore e di freddo tipici della luna avevano messo fuori uso i trasmettitori radio pochi giorni dopo che il sismografo era stato collocato. Come una guardia notturna con la lingua tagliata, il piccolo congegno lottò ora dopo ora per far suonare l’allarme mentre il rombo aumentava d’intensità. Un granello di sabbia scivolò dal bordo di un’impronta, poi un altro e un altro ancora. Mentre il tremolio si tramutava in un rombo profondo, i fili rigidi nella cucitura inferiore della bandiera americana cominciarono a oscillare avanti e indietro. Gli avvallamenti creati dalle impronte crollarono e sparirono sotto la sabbia vibrante.
Poi un’ombra immensa si mosse nel cielo. Passò direttamente in alto, nascondendo il sole e immergendo l’intero cratere in un’oscurità innaturale. Il sisma s’intensificò mentre l’oggetto volante si faceva più vicino. Qualunque cosa fosse, era di gran lunga troppo grande per essere stata inviata dalla Terra.

* * *

Le pianure rocciose del New Mexico potevano apparire inospitali ed estranee quanto quelle della luna. In una notte scura di luna nuova, era uno dei posti più tranquilli del pianeta: centinaia di miglia di deserto rosso sangue e colline d’argilla secca e liscia. All’una di notte del 2 luglio, lepri e lucertole, attirate dal calore della pavimentazione stradale, si erano riunite su una piccola striscia di asfalto in una valle in cui si snodava una strada polverosa, dai piedi delle colline fino alla strada principale. L’unico movimento distinguibile proveniva dall’incredibile abbondanza di insetti: un migliaio di specie che si erano adattate a quel duro ambiente naturale.
Nel punto in cui la strada polverosa cominciava ad arrampicarsi sulle creste di alcune colline, c’era un cartello di legno seminascosto tra le artemisie. Vi si leggeva “SETI. AERONAUTICS AND SPACE ADMINISTRATION”. Chi avesse percorso la strada – con o senza autorizzazione – fino in cima alla salita sarebbe stato ricompensato da una vista spettacolare. Dall’altra parte della cresta c’erano due dozzine di enormi collettori di segnali a forma di scodella, ognuno ben oltre i trenta metri di diametro. Costruite con estrema accuratezza con antenne d’acciaio ricurvo dipinte di bianco, queste gigantesche scodelle dominavano una valle lunga e stretta. Poiché la luna era nuova, l’unica luce che li illuminava era il bagliore rossastro dei fari di segnalazione sulle antenne del collettore sospeso al centro di ogni scodella. I fari erano una precauzione nei confronti di curiosi o di piloti che si fossero persi e che pertanto rischiavano di colpire gli impianti con i loro aerei e di impigliarsi nelle antenne d’acciaio come mosche incappate in una ragnatela.
La SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence, ente per la ricerca di intelligenza extraterrestre) era un progetto scientifico finanziato con fondi governativi e amministrato dalla NASA, e quel campo di giganteschi radiotelescopi era il suo laboratorio più importante. Lontano dall’inquinamento acustico che infestava le città, gli scienziati avevano eretto questo posto d’ascolto grande un miglio quadrato in cerca di indizi che dovevano contribuire a risolvere un enigma vecchio quasi quanto l’immaginazione umana: siamo soli nell’universo?
I telescopi raccoglievano il rumore emesso da miliardi di stelle, quasar e buchi neri, suoni che non erano solo molto deboli, ma vecchi da far vacillare la mente. Viaggiando alla velocità della luce, le emissioni radio dal sole raggiungono la terra dopo un lasso di tempo di otto minuti, mentre quelle provenienti dalla stella più vicina impiegano più di quattro anni. La maggior parte dei rumori cosmici che andavano a sbattere nelle scodelle era vecchia di parecchi milioni di anni, con una potenza di segnale minore di un quadrimilionesimo di watt. Riunita e calcolata con esattezza, tutta l’energia radio mai ricevuta dalla Terra ammontava a meno dell’energia di un singolo fiocco di neve che cada al suolo. E tuttavia, queste gigantesche orecchie d’acciaio rivolte all’insù erano così sensibili e raffinate che potevano riprodurre dettagliate foto a colori di oggetti di gran lunga troppo indistinti e lontani da poter essere percepiti dai telescopi ottici. Ruotavano lentamente nella fioca luce lunare come un campo di fiori robotici che si aprissero all’apparire della luna.
Ficcata tra questi giganti, c’era una casa prefabbricata a un piano, con tre stanze, che era stata trasformata in un osservatorio ad alta tecnologia. Una pioggia di dati zampillava dentro i telescopi, sfrecciando lungo i cavi a fibre ottiche fino alla casa dove venivano vagliati, classificati e analizzati dalla più sofisticata postazione di elaborazione di segnali mai costruita dall’uomo. Tutta questa stregoneria tecnologica veniva messa in atto sotto il controllo di un computer principale che monitorava l’intero sistema, il che significava che tipi come Richard Yamuro avevano molto poco da fare.
Richard era un astronomo che si era fatto una reputazione con un saggio sul fenomeno del redshift (lo spostamento verso il rosso delle righe spettrali) che avveniva nei quasar. Ad appena sei mesi dalla laurea, aveva trovato un posto alla prestigiosa università di Bologna. Quando la SETI lo aveva chiamato due anni più tardi per offrirgli un lavoro, aveva colto al volo l’occasione di cambiare il suo elegante appartamento nel centro storico della città con un piccolo cottage nell’arido entroterra del New Mexico.
La SETI era stata fondata nei primi anni Sessanta da un manipolo di “astronomi folli” che, guarda caso, erano anche alcuni dei massimi ricercatori scientifici a livello mondiale. La loro idea era elementare: la radiofonia è una tecnologia essenziale. È facile mandare ed è ancora più semplice ricevere. Le onde viaggiano alla velocità della luce, penetrando agevolmente corpi come pianeti, galassie e nubi gassose senza significative perdite di potenza. Se una civiltà progredita stesse cercando di comunicare con noi, sostenevano gli scienziati, non sarebbe mai in grado di attraversare le infinite distanze dell’universo. L’unico modo realistico di stabilire una comunicazione con la Terra sarebbe quello di mandare un messaggio radio. Dopo anni di pressioni al Congresso, la SETI aveva ottenuto i fondi per un’esplorazione decennale dei cieli sopra l’emisfero settentrionale. Sotto la direzione della NASA, il piccolo staff aveva creato altre due installazioni, una nelle Hawaii e l’altra a Portorico. Se da qualche parte dell’universo esisteva una vita intelligente, gli studiosi della SETI erano quelli che avevano più probabilità di scoprirla.
A Richard era toccato il turno di osservazione notturno, che nella maggior parte dei lavori è il meno ambito, ma nel gruppetto di scienziati di stanza nel New Mexico era il periodo di lavoro più ricercato. Alle quattro del mattino, il supervisore della sorveglianza notturna avrebbe potuto escludere il sistema di scansione e utilizzare uno dei grandi telescopi per un proprio personale progetto. Il che significava che Richard aveva ancora due ore di tempo da ammazzare prima di avere qualcosa di interessante da fare. Nel frattempo, stava dando una ripassata alla sua abilità di golfista. Appoggiandosi su un ginocchio, immaginò se stesso mentre prendeva la mira per ottenere un birdie, cioè un punto sotto il suo score, con il putter alla diciottesima buca a Pebble Beach.
“L’intero giro delle diciotto buche si riduce a questo ultimo colpo”, sussurrò alla stregua di un telecronista che commenti un torneo. “Yamuro si trova a sette metri dalla buca. Di norma, non sarebbe un problema per un golfista della sua straordinaria abilità, ma dovrà infilarla passando attraverso la sezione di prato più accidentata e insidiosa, il tratto disuguale di green detto il passaggio pedonale.”
“Esattamente, Bob, proprio così”, mormorò, facendo anche la parte del secondo commentatore, “è un colpo pressoché impossibile. A questo punto, non ci sono dubbi che Yamuro si senta tutta la pressione addosso. O la va o la spacca. Ma lo abbiamo già visto superare situazioni come questa centinaia di volte. Se c’è qualcuno che può farcela, quello è lui.”
All’altra estremità della stanza zeppa di costosi marchingegni elettronici, aveva appoggiato sul fianco un bicchierino di carta. Il golfista si risollevò e fece una serie di tiri di prova mentre l’immensa folla immaginaria assisteva in perfetto silenzio. Poi alzò lo sguardo per esaminare la scena. Diede un’occhiata al meccanismo alto e snello detto “Tritatutto” per la sua capacità di tagliare e triturare i rumori casuali dell’universo tramutandoli in bocconcini commestibili per il computer. Al suo posto vide invece i suoi genitori che si mordevano le unghie mentre la tensione si faceva insopportabile. Sua madre, con un’espressione risoluta, annuì con la testa per mostrare al figlio che credeva nella sua capacità di infilare la diciottesima, portando così onore e gloria al nome degli Yamuro. Il golfista guardò dietro di sé e scorse un viso familiare. “Carl”, disse solennemente a una foto autografata del famoso astronomo Cari Sagan appesa a una parete, “avrò bisogno del tuo aiuto, amico.”
Alla fine, Yamuro si avvicinò alla pallina, scostò il bastone, quindi, con un colpo deciso, mandò la pallina verso la buca. Passò irregolarmente sui rigonfi del logoro tappeto dell’ufficio fino a raggiungere il bicchiere di carta e a sfiorare l’orlo per poi rotolare di lato. Aveva sbagliato il tiro! Il golfista si lasciò cadere sul pavimento per il dolore. Aveva deluso se stesso, l’esercito dei tifosi, e, peggio ancora, sua madre. Mentre era ancora in ginocchio, con le mani strette al petto e alla ricerca di parole che potessero esprimere il suo dispiacere, il telefono rosso squillò.
Il cuore del capo della sorveglianza notturna diede un balzo. Il telefono rosso non era collegato con l’esterno. Derivava direttamente dal computer centrale ed era il segno che qualcosa d’insolito era apparso sui monitor. Lasciando il bastone sul pavimento, Yamuro afferrò la cornetta e ascoltò con estrema attenzione il computer dalla voce campionata e digitalizzata che leggeva una serie di coordinate. Luci rosse intermittenti cominciarono a lampeggiare dovunque sul quadro principale di controllo.
“No, in realtà non è successo niente”, mormorò mentre scriveva l’ora, la frequenza e le coordinate della posizione della turbolenza su un blocco di fogli. Quando il telefono rosso squillava, il che avveniva di rado, significava che i computer nella sala accanto, proprio quelli che selezionavano tramite miliardi di canali gli scoppi laceranti e accidentali di rumori spaziali, avevano scoperto qualcosa di straordinario, qualcosa che aveva una struttura non casuale. Con una sensazione di timore e con il cuore che gli batteva sempre più forte, Yamuro si sedette sulla poltrona situata davanti alla console principale e prese le cuffie. Le infilò e rimase ad ascoltare, ma non udì nulla d’insolito: solo i normali sibili e crepitii provenienti dall’universo. A quel punto il protocollo esigeva che avvertisse gli altri scienziati, alcuni dei quali dormivano nei loro cottage sparsi attorno ai radiofari. Ma prima di diventare un membro a tutti gli effetti del Club del Falso Allarme, Yamuro volle controllare con maggior accuratezza. Probabilmente non era nulla più di un nuovo satellite spia o di un aereo disperso che chiedeva aiuto. Batté alcuni numeri sulla tastiera del computer e assunse il controllo manuale del piatto numero uno. Leggendo i dati d’ingresso, il telescopio tornò esattamente nella posizione in cui si trovava quando era iniziata la turbolenza.
Allora lo udì. Spaventato dal suono, fece un balzo all’indietro sulla poltrona, con gli occhi fuori dalle orbite. Al di sopra del solito rumore di fondo scoppiettante e sibilante, udì una progressione tonale che giungeva forte e chiara. Il rumore di risonanza oscillava su e giù lungo una finestra di frequenza conosciuta come banda dell’idrogeno. Sembrava quasi uno strumento musicale, un improbabile incrocio tra un flauto piccolo e una sirena per la nebbia e per certi versi anche un organo di chiesa con un gran bisogno di essere accordato. Non assomigliava a nulla che avesse udito prima, e capì subito che si trattava di un segnale. Lentamente, qualcosa di simile a un sorriso spaventato gli apparve sulle labbra, dopodiché prese l’interfono.
Dieci minuti più tardi, la saletta di controllo sembrava il luogo di riunione di una festa in pigiama ad alta tecnologia. Astronomi assonnati in vestaglia e pantofole si affollavano attorno alla console principale, infilandosi a turno le cuffie e parlando tutti insieme. Quando la scienziata a capo del progetto SETI, Beulah Shore, giunse incespicando nel buio dal suo cottage, l’intero staff si era già convinto di aver ottenuto un contatto con una civiltà aliena. “Questa volta si fa sul serio, Beulah”, le disse Yamuro.
La Shore lo guardò dubbiosa e si lasciò cadere su una poltroncina sotto un cartello su cui c’era scritto CREDO NEGLI OMINI VERDI che aveva appeso lei stessa. “Meglio che non sia uno di quei maledetti lavoretti di spionaggio dei russi”, brontolò mentre infilava le cuffie e ascoltava senza, all’apparenza, mutare espressione. Due cose le stavano passando per la mente: Ci siamo! Lo abbiamo scoperto! Non c’era verso di sbagliarsi: quei lenti alti e bassi di tonalità non erano affatto casuali. Ma, nello stesso tempo, la sua mentalità scientifica e il bisogno di proteggere il progetto la costringevano a essere alquanto scettica. C’era già un brusio di eccitazione tra i collaboratori, e lei aveva ampiamente constatato cosa combinavano gli effetti devastanti della delusione dopo i precedenti falsi allarmi.
“Interessante”, si concesse, impassibile, “ma non saltiamo alle conclusioni, gente. Voglio ottenere una traiettoria della fonte. Doug, telefona ad Arecibo e forniscigli i numeri.”
Arecibo era una lontana valle costiera nella zona orientale di Portorico, sede del più grande radiotelescopio del mondo, mille metri di diametro. In capo a cinque minuti, gli astronomi di quella località avevano posto termine ai loro esperimenti e avevano fatto ruotare l’immenso piatto secondo le coordinate del bersaglio. Su un linea telefonica separata, modem ad alta velocità trasferirono immediatamente i dati forniti. Mentre i risultati del radiotelescopio di Arecibo giungevano lungo la linea, gli scienziati, di norma beneducati, si spintonavano l’uno con l’altro per guardare per primi la stampata che usciva dalla macchina.
“Sono sbagliati”, disse uno di loro, imbarazzato e alquanto spaventato.
Yamuro strappò il foglio e si rivolse a Beulah. “Secondo questi calcoli, la distanza dalla fonte è di 385.000 chilometri”, borbottò perplesso. Poi aggiunse quello che tutti già sapevano: “H che significa che viene dalla luna”.
La Shore si diresse verso l’unica finestra della stanza, scostò le tende di qualche centimetro ed esaminò la falce di luna. “Sembra che potremmo avere dei visitatori.” Dopo un istante di riflessione, mormorò: “Sarebbe stato carino da parte loro se prima avessero chiamato”.

* * *

A poca distanza dalla Casa Bianca, appena oltrepassato il Potomac, il Pentagono era il più grande stabile d’uffici del mondo. La gigantesca struttura a cinque lati era la sede della bizantina burocrazia delle forze armate degli Stati Uniti, una piccola città racchiusa in se stessa. Persino a due ore dal sorgere del sole, quando la sua forza lavoro era ridotta a poche migliaia di anime che facevano il secondo turno di notte, era un posto in piena attività. Una flotta di autoarticolati era allineata vicino alle banchine di carico dell’edificio, impegnata nella consegna degli articoli più svariati, dai documenti classificati alle vettovaglie per il ristorante, mentre dozzine di camion della spazzatura portavano via la montagna di rifiuti del giorno precedente.
Attraversando a gran velocità il parcheggio meridionale, una berlina Ford ultimo modello e senza contrassegni si dirigeva verso l’edificio a più di cento all’ora. Un attimo prima di sbattere contro la fiancata dell’edificio, piantò una brusca frenata e s’infilò con una leggera sbandata nel parcheggio riservato più vicino alle porte d’ingresso.
Pochi secondi dopo, il generale William M. Grey, comandante in capo del Comando spaziale degli Stati Uniti e capo dei Comandi congiunti di stato maggiore, salì i gradini ed entrò nell’atrio; i rinforzi d’acciaio delle suole delle sue scarpe battevano un ritmo rabbioso sulle mattonelle del pavimento. Quando il telefono era squillato, quarantacinque minuti prima, stava dormendo come un ghiro. Ciò nonostante, il tarchiato sessantenne, tirato a lucido, arrivò in ufficio in tutto il suo splendore di generale a cinque stelle. Pur procedendo di buon passo, venne raggiunto dal suo capo di stato maggiore, il colonnello Ray Castillo. Il giovane e allampanato ufficiale scientifico seguì il generale preoccupato fino a una fila di ascensori e aprì una serie di porte con l’inserimento del proprio tesserino di riconoscimento. Le porte si aprirono con un sibilo e i due entrarono. Appena le porte si furono richiuse, capirono che potevano parlare liberamente.
“Chi altro ne è a conoscenza?” chiese il generale.
“La SETI nel New Mexico ha telefonato circa un’ora fa. Hanno captato un segnale radio approssimativamente alla una e un quarto di stanotte. La cosa emette un segnale ripetuto che stiamo cercando di interpretare.” Castillo rispose nervosamente, cercando di darsi un tono professionale. Sapeva quanto poco Grey tollerasse la trasandatezza.
“L’hanno detto a qualcun altro? Alla stampa?”
“Per il momento hanno accettato di starsene tranquilli. Temono di perdere credibilità se annunciano qualcosa troppo in fretta, per cui stanno facendo ulteriori verifiche.”
“Be’, che diavolo è questa cosa? Loro lo sanno?”
Il colonnello Castillo scosse la testa e sorrise. “No, signore; loro sono persino più sconcertati di noi.” Grey si voltò di scatto e freddò l’aiutante con una smorfia di disapprovazione. Agli uomini e alle donne che lavoravano per il Comando spaziale degli Stati Uniti, una divisione autonoma dell’aviazione, non era permesso essere sconcertati su alcunché, non mentre Grey era a capo delle operazioni. Il loro compito consisteva nel conoscere tutte le risposte in ogni occasione. Castillo trasalì e si mise a studiare le carte che aveva portato con sé. “Mi scusi, signore.”
Le porte si aprirono nel sottosuolo su un vestibolo bianco e pulitissimo. Il colonnello fece strada lungo il corridoio e oltre una robusta porta. Lui e il generale entrarono in una sala strategica sotterranea simile a una caverna, con una grande mappa computerizzata su uno schermo che dominava la parete più grande. Progettata e costruita nei tardi anni Settanta, la sala era un ampio spazio ovale con la zona principale di lavoro, fornita di sessanta schermi radar con le loro console, più bassa di un metro e mezzo rispetto a un camminamento che la cingeva interamente. Tre dozzine di uomini muniti di tessere di accesso di massima sicurezza si trovavano nel piano inferiore e controllavano tutto quello che si muoveva nel cielo: ogni satellite, ogni missione di ricognizione, ogni volo commerciale e ogni momento di qualsiasi missione spaziale. Inoltre, una rete di satelliti di sorveglianza con funzioni specifiche teneva d’occhio le installazioni missilistiche nucleari in tutto il mondo, perlomeno quelle note. Con i suoi folti tappeti e le pareti ricoperte di vivaci affreschi di voli spaziali, la sala ricordava immancabilmente al generale Grey “una fottuta biblioteca”, come l’aveva definita in più di un’occasione.
“Dia un’occhiata a quegli schermi”, disse Castillo, indicando una fila di normali televisori sintonizzati sui telegiornali di tutto il mondo. A intervalli di pochi secondi, la grana dell’immagine si disintegrava improvvisamente in una macchia confusa, diversa da qualsiasi distorsione d’immagine che avessero mai visto prima. “Le ricezioni satellitari sono state danneggiate. Tutte le ricezioni satellitari, comprese le nostre. Ma siamo riusciti a prendere queste foto.”
Gli fece strada fino a un vicino tavolo di vetro illuminato da sotto e indicò a Grey una grande diapositiva. Presa con una macchina a infrarossi, mostrava un oggetto confuso simile a un globo contro uno sfondo di stelle. La qualità dell’immagine era troppo granulosa e deformata perché il generale potesse farsene un’idea precisa. Parecchi membri dello stato maggiore del Comando spaziale li raggiunsero. Grey, che era l’unico non scienziato del gruppo, non aveva intenzione di cominciare a fare un sacco di domande stupide. Rimase invece a guardare ingrugnito l’immagine confusa per un istante prima di esprimere la propria opinione. “Assomiglia a un grosso stronzo.”
Castillo stava per mettersi a ridere quando si rese conto che il suo capo non stava affatto cercando di essere divertente. Continuò a presentare la situazione mostrando una seconda foto dell’oggetto, in cui appariva altrettanto simile a uno stronzo. “Abbiamo valutato che l’oggetto debba avere un diametro di più di 550 chilometri”, spiegò, “e una massa approssimativamente pari a un quarto di quella della luna.”
“Santa madre di…” A Grey non erano piaciute quelle parole. “Che cosa pensa che sia? Una meteora, forse?”
Gli ufficiali si lanciarono sguardi imbarazzati. Era ovvio che Grey non era stato informato esaurientemente sulla natura dell’oggetto che stavano osservando. “No, signore”, cominciò uno degli ufficiali, “non è una meteora.”
“Come lo sa, lei?”
“Be’, tanto per cominciare, signore, sta rallentando. Non ha fatto che rallentare da quando l’abbiamo vista per la prima volta.”
Il caratteristico aspetto ingrugnito di Grey si tramutò in smarrimento quando le implicazioni di quello che gli era stato detto cominciarono ad apparirgli chiare. Se stava rallentando, poteva solo voler dire che l’oggetto era controllato, pilotato.
Senza un attimo di esitazione, si diresse verso il telefono più vicino e chiamò il segretario alla difesa a casa sua. Quando fu informato dalla moglie che il segretario stava dormendo, Grey abbaiò nella cornetta: “E allora lo svegli! Si tratta di un’emergenza”.

L.

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Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

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Scanners (1981) 35 anni di scansioni

Da 35 anni l’Italia è stata “scannerizzata” da David Cronenberg, e al regista scrutatore “La Bara Volante” sta dedicando uno strepitoso ciclo di recensioni che non dovete perdervi.
Oggi ovviamente Cassidy ci parla di Scanners, in contemporanea con il Zinefilo.

Scanner è una parola moderna, anzi: è una parola che trasuda modernità. Di quella modernità di una volta, quando il futuro era diverso.
Nell’Ottocento non si parla di “scanner”: in quest’epoca scansion significa in inglese quello che scansione significa in italiano: “scandire un verso”, e non c’è uno “scanditore di versi”. La parola “nasce” negli anni Cinquanta del Novecento con le scoperte medico-scientifiche: così possiamo sentir citare un infrared luminescence scanner, in un articolo di geofisica di A.Y. Sakakura (1957), e un ultrasonic scanner, in un articolo di energia nucleare di W.N. Beck (1958). È nata l’Era degli Scanner.
Nel novembre 1976 a Firenze entra in funzione un centro di medicina nucleare per individuare malattie tumorali, il cui macchinario più affascinante e su cui in pratica ruota tutto il centro si chiama Emiscanner: tutti i mezzi di informazione sono lì ad ammirare uno scanner per il cervello in grado di ricrearne le immagini su un «televisore a colori». Non è un “lettore”: riproduce ciò che vede, perciò è uno scanner. Il futuro è ormai arrivato…
Possibile che all’epoca nessuno avesse ancora trovato la traduzione italiana? Per quanto negli anni Settanta venga sdoganata in Italia la parola scanner, applicata all’ambito medico ma con punte anche in quello fotografico e addirittura spionistico, nel 1979 Editrice Nord porta in libreria A Scanner Darkly (1977) di Philip K. Dick – a quanto pare l’unica opera di narrativa con la parola “scanner” nel titolo! – scegliendo come titolo Scrutare nel buio. Be’… meglio l’originale inglese…

Nata in ambienti scientifici negli anni Cinquanta, dopo vent’anni la parola scanner è di uso comune e alle orecchie dei lettori-spettatori suona come il simbolo di un futuro imminente di alta tecnologia, dove le macchine potranno entrarci dentro ed analizzarci. Proprio come si analizzano minuziosamente dei versi: come si scandiscono dei versi…
L’idea di uno scanner che entra in uno corpo umano è propria degli anni Settanta, e un cantore del corpo manomesso come David Cronenberg non poteva certo rimanere indifferente all'”oscuro scrutare” del decennio: girando sui set del suo freddo Canada fra l’ottobre e il dicembre del 1979, decide di chiudere gli anni Settanta con la sua personale interpretazione di cosa sia uno scanner.

Il film che parla degli scrutatori!

Il film Scanners deve aspettare poi fino al 14 gennaio 1981 per uscire – prima negli USA e due giorni dopo in Canada – e per arrivare nelle sale italiane deve aspettare fino al 25 maggio 1982, distribuito dalla storica IIF (Italian International Film).
Pare che debba aspettare fino al 1987 per conoscere una distribuzione in home video, in VHS Multivision, ma già il 23 dicembre 1984 passa per un piccolo canale televisivo (Euro TV) e il 10 maggio 1985 viene trasmesso in seconda serata da Italia1: nel dicembre 1987 passerà per il mitico canale Odeon TV!
La Eagle Pictures lo porta in DVD dal 21 agosto 2007 e la Legocart lo ristampa il 27 marzo 2016.

Ok, signori: sbrighiamoci che oggi ho uno di quei mal di testa…

Così spiega “La Stampa” del 27 maggio 1982 il “potere” dei protagonisti del film:

«Uno scanner – letteralmente, scrutatore – è un signore dotato di sorprendenti qualità telepatiche, che gli consentono non solo di scrutare il pensiero altrui, ma anche di spiegarlo a suo piacimento e, a metterci tutto l’impegno, di spappolarlo.»

Va’ come m’è aumentato il mal di testa: qualcuno ha un Moment?

Il giornalista sicuramente si è affidato alla traduzione di Sandro Pergameno del romanzo di Dick, ma per fortuna nessun traduttore del film ha osato parlare di “scrutatori”: sono semplicemente schènner, come evidentemente si pronunciava all’epoca. (Poi la parola si è molto italianizzata.)
Per il giovane pubblico dell’epoca era ignoto ogni utilizzo medico-scientifico dello scanner: la parola evocava “scannamenti” e le immagini non contraddicevano questo sentore…

Ops, grazie lo stesso: non c’è più bisogno…

Di sicuro ho visto Scanners durante un passaggio televisivo, e probabilmente è stato quello del 1985 di Italia1: avevo quindi undici anni… e per dirla all’americana, il film fucked the shit out of me: “mi mise alquanto paura”.
Non ho idea del perché in casa vedemmo quel film, forse era il “titolo del momento”, forse se ne parlava in giro, non lo so. So che a pochi minuti dall’inizio del film c’è una testa che esplode… e mia madre che grida!
Ancora mi stupisce che abbiamo continuato la visione, comunque poi diventa tutto tranquillo, e nei film horror il “tranquillo” è la parte peggiore. Quei volti inquietanti e quella maledetta faccia da pazzo di Michael Ironside – che per me sarà sempre il mito di questo film – mi schiacciarono dalla paura. Alla fine… be’, la fine l’ho vista anni dopo.
Quando inizia il duello tra i due protagonisti e le vene ai polsi cominciano ad esplodere, mia madre mi ha portato via: solo mio padre è rimasto a vedere lo scontro finale, per poi raccontarcelo sbrigativamente con poche parole. Ho potuto vederlo solamente intorno al 1990, quando affittai in videoteca Terrore in sala (1984), documentario che presentava spezzoni di celebri film horror.

Il mondo non era ancora pronto per Michael Ironside…

Rivisto oggi il film, secondo me, fa ancora discretamente paura: non vorrei però che sia un mio ricordo che torna a galla.
Di sicuro è preponderante l’aspetto tecnologico, perché il buon vecchio Cronenberg qui non si limita a modificare la carne umana, a parlare della malattia e del suo rapporto con il corpo, ma aggiunge forti dose di tecnologia: di quell’informatica che all’epoca metteva davvero paura.
Siamo lontani dall’epoca dei personal computer, siamo in un periodo in cui i computer si vedono solo al cinema e sono degli enormi scassoni che sembrano poter fare tutto. In fondo è proprio mediante quegli scassoni che gli scienziati stanno “scansionando” il cervello umano…

I computer erano così sfolgoranti che servivano gli occhiali scuri!

Con un ardito twist di sceneggiatura Cronenberg rende i suoi scanner in grado di “dialogare” con i computer, un processo ignoto e che verrà ripreso – con le dovute proporzioni – solo nel 1984 con la nascita della narrativa cyberpunk.
Finora al massimo c’era stato Hal 9000 di Kubrick che leggeva le labbra mentre il capolavoro Generazione Proteus (1973) di Dean R. Koontz parlava di un computer che si accoppiava con una donna… ma parlando a voce. Cronenberg va oltre, e apre la via alla comunicazione mentale tra uomo e macchina: se nella realtà i computer cominciavano ad entrare nel cervello umano, con questo film gli umani cominciano ad entrare nel cervello elettronico.

Con questi computer da 1 k di memoria conquisteremo il mondo!

Visto che alcuni temi del film erano già nell’aria, merita aprire qui una parentesi di approfondimento.
Già nel 1969 Cronenberg parlava di telepatia nel suo cortometraggio Stereo e nel 1972 getta le basi di Scanners con l’episodio Secret Weapons della serie-contenitore “Programme X”. Stando al saggio David Cronenberg: umano, post-umano (Sovera 2011) di Stefano Ricci, quest’ultimo titolo racconta del futuro 1977 in cui una compagnia farmaceutica si è impadronita del potere, e in cui uno psicofarmacologo che si occupa di esperimenti umani fugge per unirsi alla “resistenza”, che si batte contro il potere della scienza che soggioga la civiltà. In pratica è il primo vagito del film del 1981.
Stando al citato Ricci, Cronenberg già da questo 1972 comincia a scrivere la sceneggiatura di quello che sarà Scanners, anticipando così il romanzo The Fury (1976) di John Farris, il quale scriverà personalmente la sceneggiatura per la riduzione cinematografica omonima del 1978 di Brian De Palma, con il Governo che cerca di controllare i telepati. Insomma, negli anni Sessanta e Settanta i telepati sono nell’aria, ma solo Cronenberg dà loro certi poteri.

Una classica faccia da telepate

Di telepati famosi già c’erano gli inquietanti bambini de I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos, 1954) di John Wyndham, diventato al cinema Il villaggio dei dannati (Village of the Damned, 1960), che nel seguito filmico della vicenda – La stirpe dei dannati (Children of the Damned, 1964) – diventano bambini dai poteri psichici che devono difendersi dal Governo.
C’è poi il romanzo Fossa d’isolamento (The Children of Light, 1960) di Henry Lionel Lawrence che è diventato il film Hallucination (The Damned, 1962) dove abbiamo altri bambini telepati studiati dal Governo, stavolta nati da radiazioni.
Certo che ‘sto Governo ci fa sempre delle figure barbine…

Patrick McGoohan: vero scanner-maker!

Con i suoi schermi a cristalli liquidi e le sue letterine verdi su sfondo nero – lo standard dell’epoca, e io da bambino ho avuto il piacere di scrivere su quei computer rudimentali! – Cronenberg si prende gioco del “futuro dell’epoca”, perché la volontà umana può distruggere in un attimo tutti i computer. Perché la volontà umana è crudele e malvagia, mentre la macchina è solo fredda.

Cronenberg è uno in gamba… e io c’ho occhio per ‘ste cose!

E quindi si torna al tema di Brood (1979), della volontà che si concretizza mediante la potenza della sua malvagità. In fondo gli scanner sono esseri mutati geneticamente mediante farmaci, che può sembrare una roba “chimica” ma è null’altro che un’altra forma di volontà crudele: il dottor Ruth (interpretato dal mito Patrick McGoohan) ha in fondo imposto la sua volontà spietata modificando la carne e creando gli scanner. Nessun computer o macchinario futuristico potrà mai nulla contro la cattiveria umana…

Una delle immagini che hanno tormentato la mia infanzia!

Malgrado la tecnologia massiccia nella storia lo renda datato, Scanners è ancora uno splendido film che ti scava dentro e ti dà fastidio a pelle, perché Cronenberg ci ha davvero messo dentro tutto se stesso… e il suo oscuro scrutare!

L.

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Terminator Woman (1993)

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
Prima però spendo due parole sul titolo. Ho avuto la fortuna di assistere all’arrivo del film in Italia e al fiorire dei titoli fantasiosi con cui i media nostrani l’hanno presentato: ne ho lasciato traccia, anni fa, su IMDb.
Appena arrivato in VHS Number One Video si intitolava 
Un testimone da proteggere, ma subito la TV lo trasmise prima come Uno scomodo ostacolo e poi come Double Target: a memoria il primo titolo lo inventò Italia1 e il secondo Duel TV (satellitare), ma non potrei giurarci. Infine la compianta Stormovie l’ha portato in DVD con il titolo Terminator Woman, che è solo uno dei vari titoli originali del film.
L.

I titoli dei film, si sa, sono una scienza in-esatta. Soprattutto quando si tratta di film di serie Z. Ce lo conferma, con implacabile e dolosa assenza di qualsivoglia vergogna, Terminator Woman, pellicola datata 1993 e di cui i doppiatori italici hanno pensato bene di smostrare l’etichetta (in lingua originale suona come Double Target) per attirare frotte di allocchi: leggi Terminator e favoleggi su Schwarzy, sulla resistenza umana, su assembramenti di ferraglia assassini. Chiaramente, nulla di tutto ciò compare nel lungometraggio in questione. Poi leggi Woman e ti attendi, lieto e curioso, un action in cui il cosiddetto sesso debole assurga a protagonista assoluto e indefesso. Ovviamente, poco di tutto ciò compare nel lungometraggio in questione.
Che poi, colpa più grave, il suddetto ruolo se lo accaparra Jerry Trimble a proposito della cui persona la presenza di un organo riproduttivo che lo rende masculo è forse (FORSE) l’unica certezza: per il resto nutro forti dubbi sulle sue doti recitative, sul suo discutibile fascino accalappia-femmine, sul suo ciuffo da liceale ripetente oltre che adepto della gioventù hitleriana.

Jerry Trimble

Ma andiamo ad esaminare, nel dettaglio, il film e tacitiamo quella vocina che mi suggerisce “chi te lo fa fare?”: tutto inizia con dei cattivi trafficanti di oro che fanno le facce brutte brutte, che palesano di non avere nulla a che spartire col mestiere di attore anche nel momento in cui dovrebbero semplicemente morire e tra i quali emerge, come leader, Michel Qissi. La notizia si colora di infausti presagi quando scopriamo che il nostro è anche il regista e inizia a volteggiare, su di noi, il sospetto che abbia riservato alla pellicola lo stesso trattamento della colonna che ha reso celebre Tong Po… riducendola dunque in una poltiglia indigeribile.
Il sospetto si irrobustisce quando fanno la comparsa i buoni, il poliziotto Handlin (Trimble) e la collega Julie Parish, interpretata da Karen Sheperd, la versione povera della Rothrock che già di per sé è miserrima.

Karen Sheperd

Comunque i due sono giunti in Africa per scortare un pentito testimone chiave nel processo contro il boss Gatelee (il Qissi di cui sopra) e si macchiano di due esordi difficilmente dimenticabili: il primo si fa approcciare da un cittino di colore che gli propone insistentemente di profittare della prostituzione locale con “ragazze o ragazzi” contribuendo così da subito a dare del continente nero la solita immagine pulita, non stereotipata e politicamente corretta. Ah, somma ironia. La seconda però fa addirittura di peggio: pur dovendo scortare un vecchio decrepito e essendo una campionessa di arti marziali, si fa trascinare a terra dall’anziano esagitato e non riesce a liberarsi dalla sua morsa per un lunghissimo lasso di tempo in cui si limita a strizzargli le zinne in faccia. Trimble chiosa la clownesca scena così «Lei è Julie A.Parish, dove la A sta per affascinante». Ok, iniziamo bene anche con le linee di dialogo.

Karen al suo meglio

Seguono cliché consolidati come inseguimento, sparatoria, Jerry e Karen che picchiano i malintenzionati al soldo di Qissi ma anche in questi frangenti non mancano le occasioni per strabuzzare gli occhi come quando le macchine si rincorrono e, arrivate in una radura, si sparpagliano senza senso alcuno se non quello di omaggiare Tetris o ancora come quando si scopre che i nostri beniamini sono senza armi perché pensavano «di fare una vacanza». Già la dichiarazione, resa con aria assolutamente seria, lascia basiti ma poi, riflettendoci, due agenti scortano uno che deve testimoniare contro un temibilissimo boss criminale e si presentano “nudi e scalzi”? Credibile, nevvero? Scuse migliori per fargli usare calci e pugni non ce n’erano?

Michel Qissi

La regia di Qissi, in compenso, continua a sbandare paurosamente dimostrando perlomeno coerenza nella sciattezza. Trimble e socia, dopo aver capito i rischi della missione e verificato l’ambiente ostile, dove vanno a passare la serata? In un nightclub. Che aquile: ad un maiale che si reca volontariamente al mattatoio riconosco molto più buon senso. Come volevasi dimostrare lei, vestita tra l’altro come una passeggiatrice con propensioni circensi, è rapita dai trafficanti e lui è chiamato a risolvere la cosa  trovando il sostegno del ragazzino che a inizio film lo voleva mandare a prostitute. Ottimo, proprio un bel duo, quasi la riedizione di Arma letale.

Jerry in action

Trimble prende in maniera talmente seria questo fatto dell’accoppiata di giustizieri che si porta dietro l’infante anche quando si reca a far visita al boss, il quale ovviamente li caccia e cerca di farli malmenare dai suoi. Invano, perché il nostro eroe salva capra e… ragazzino. A salvare la pora Sheperd ci pensa invece la pora Sheperd: attira una guardia con la puerile scusa di voler fare sesso  (nemmeno Paolo Brosio ci sarebbe cascato) e il gioco è fatto, per poi addentrarsi in una selva dove, giuro, il film diventa la copia sputata di un picchiaduro a scorrimento; insieme a un’altra fuggitiva incontra nemici su nemici che non si sa come siano capitati nel bel mezzo del bosco, uno addirittura ha il colbacco. E vi ricordo che siamo in Africa: in Africa col colbacco. Ecco.

Karen in action

Intanto Jerry  viene tentato da una infida alleata di Qissi ma capisce l’antifona e, integerrimo, rifiuta le avances di quest’ultima dicendo «non mi piace toccare le vipere». Che in una situazione così bollente si possa partorire frasi così filosofiche non ci credo mica. Ma il nostro adorato regista, tra un calcio e l’altro alla mitica colonna, chissà che viaggi mentali s’è fatto. Beato lui.

Argomenti a favore di Karen…

Lo stesso regista, stavolta nelle vesti di attore, imbastisce una scena abbastanza epica quando un collaboratore lo avverte della fuga della poliziotta facendo al contempo le sue scuse: stacco, inquadratura dell’edificio da fuori, finestra in frantumi con il suddetto collaboratore spedito nell’aere, Qissi che si affaccia e, lentamente, sentenzia rivolto al cadavere spiaccicato «Accetto le tue scuse».

Argomenti a favore di Jerry

Tutto molto bello. Sicuramente più bello di ciò che avviene dopo lo scontro finale (perdonatemi ma qui lo spoiler diventa un obbligo morale): Jerry e Karen danno finalmente sfogo alla loro passione amorosa intervallandola però con mosse di karate. Avete capito bene. Il tutto davanti allo sguardo divertito di un tassista di colore con sorriso da tricheco. Appunto, il sorriso lo lascio a lui. Perché io sto ancora riflettendo su quanto sia in-esatta la scienza dei titoli di film. In-esatta ma così  affascinante. Mannaggia.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film, e ricordo che Karen Sheperd è stata l’unica vera Red Sonja in carne e ossa!

La Sheperd è salita sul palco degli Universal Studios vestita da Red Sonja e combattuto con il corpo e con la spada… per ben 3.200 volte!
L.

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[Fight in an Elevator] Vince Vaughn vs Daniel Bernhardt

Daniel Bernhardt vs Vince Vaughn

Prima o poi ogni ascensore giunge al piano, e questa rubrica Fight in an Elevator – in omaggio a questo post di Cassidy sul blog The MacGuffin.it – è salita per tutti i piani previsti.
Dopo la segnalazione di oggi non ho altri “piani” da far salire all’ascensore: se qualcuno ne ha da segnalarmi gliene sarò ovviamente grato.

Tempo limite (Term Life, 2016) di Peter Billingsley è un pessimo film, tanto brutto che non merita di essere recensito nel Zinefilo: il che è tutto dire!
Vince Vaughn si dimostra ancora una volta attore inadatto a qualsiasi ruolo non sia una commedia bambinesca con Ben Stiller (e anche lì ormai è fuori parte) ma ad un certo punto in questo film si ritrova a combattere in ascensore… con Daniel Bernhardt!

Specifico che questa porcheria è un altro pessimo prodotto della WWE Studios, casa specializzata nel chiamare lottatori di wrestling e NON farli combattere in video: il motivo di questa politica aziendale è fumoso e imperscrutabile.
Così dopo varie inutili comparsate di energumeni che immagino ex wrestler, l’unica scena di combattimento del film si svolge in ascensore tra un imbolsito Vince Vaughn e un bravissimo Daniel Bernhardt: nessuno dei due ex wrestler!
La scena è imbarazzante e piange il cuore a vedere un grande atleta come Daniel ridotto a fare ‘sta robaccia, ma pure lui deve mangiare: sono lontani i tempi di Bloodsport II

La peggiore delle scene di fight in an elevator si ferma la rubrica: aspetto fiducioso le vostre segnalazioni.

L.

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