The Bounty Hunter (1989) Il giustiziere

Continuo ad attingere alla mia collezione di DVD della serie “Uomini Contro” della USA Entertainment, roboante nome ammmericano che nasconde una casa di Abano Terme (PD) che nel 2005 ha riversato in digitale alcuni vecchi titoli della AIP (Action International Pictures), casupola che a cavallo degli anni Ottanta e Novanta ha sfornato film maschi senza rischio per tutti i raschi… cioè gusti.
Il Gran Male nel 2009 si è portato via Robert Ginty, appena sessantenne, attore abbastanza noto (almeno di viso) negli anni Ottanta e Novanta.
Quando nel 1989 ha voluto esordire come regista, la AIP era lì ad accoglierlo fra le sue fila.

Il suo ruolo della vita è stato come protagonista di Exterminator (1980), dove fa un poliziotto che si trasforma in giustiziere per le vie di New York – seguendo le imprese del Punisher! – quindi perché non riciclare alcune delle atmosfere di quel successo?
Ginty, aiutato dal sempre pessimo Thomas Baldwin – nessuna parentale coi fratelloni attori, ma stessa qualità del lavoro! – scrive una storia plasmata su se stesso che rispetti gli standard qualitativi della AIP, cioè la cialtroneria più becera. Ecco The Bounty Hunter, spacciato nei paesi latini come Exterminador III, tanto per capire quant’era famoso quel film di Ginty.

Il grafico italiano di questi film non è che si sia impegnato molto

Uscito in patria americana il 27 agosto 1989 (secondo IMDb), arriva in Italia come Il giustiziere in data ignota, visto che le VHS Azzurra Home Video e Number One Video sono rari pezzi da collezione.
Il primo passaggio televisivo noto risale alla prima serata di giovedì 17 novembre 1994 su Odeon TV, il che rende anche questo film uno degli scintillanti Eroi di Odeon.

Conosciamo così Duke Evans (Ginty), cacciatore di taglie dalle maniere spicciole e i modi bruschi.

C’è un nuovo re in città, e i suoi baffi uccidono!

C’è una taglia sul teppistello Jimmy Gibson (Robert Knott)? Evans non starà certo a perdere tempo con pesci piccoli, ad inseguirli e a sudare: una bella smitragliata di M16 e la taglia si intasca da sola!

Non c’è problema che un M16 non possa risolvere

Quando Evans fa a fare a botte in un bar gestito da un nano infame, è ovvio che questa storia è subito sfuggita a qualsiasi controllo.

«Un nano / è una carogna di sicuro / perché ha il cuore troppo / vicino al buco del culo».
Parola di De André

Tutti noi abbiamo il bagagliaio dell’auto pieno di roba accumulata negli anni, a volte utile (e obbligatoria) come il triangolo catarinfrangente altre volte inutile tipo un panno Daino comprato nel 1995 e ormai buono solo per decapitare zombie nella prossima apocalisse. Duke Evans è più pratico, e lui nel bagagliaio ha un M16, un AR15, un MAC10 e qualche altra combinazione alfanumerica che sputa pallottole. «È una nave da guerra» è la curiosa annotazione del poliziotto che perquisisce l’auto: che c’entra la nave?
In realtà è il primo segnale di una traduzione italiana decisamente curiosa, visto che un criminale si lamenta di essere stato «legato come un topo di gomma»: perché, come vengono legati i topi di gomma? Ho visto polli di gomma, papere di gomma e tanti altri animali di gomma: non sapevo producessero anche schifosissimi topi.

Ora ti faccio vedere un giochetto imparato in Vietnam

Quella che inizia è una storia confusa che solo Robert Ginty conosce e capisce. Sulla carta questo film dovrebbe raccontare di un reduce del Vietnam diventato cacciatore di taglie (Duke Evans, appunto), che arriva in città con ben altro scopo che incassare una taglia: è lì per indagare sulla morte di un suo ex commilitone. Ufficialmente si è suicidato, ma basta parlare con gli indiani della cittadina di frontiera per capire che è stato ucciso dalle corrotte forze dell’ordine, guidate dal perfido sceriffo Bennett (Bo Hopkins), capo guappo bieco detto ’o malamente.

«Io song’ ’o fetente» (cit.)

Mentre si innamora della bella pellerossa Marion (Loeta Waterdown), insieme a lei indaga sulla morte del fratello, il citato ex commilitone, finché non riesce a sbaragliare i poliziotti corrotti della città… che poi alla fine sarebbero solo due, uno dei quali è lo sceriffo. E nessuno degli altri poliziotti si è mai accorto di niente! Ammazza che tutori dell’ordine.
Però, ripeto, questa è solamente la trama teorica del film, quella che sicuramente ha nella testa Ginty: al momento di metterla su un foglio e chiamarla “sceneggiatura” succede qualcosa di sbagliato e tutto va in vacca. Il risultato è una roba senza senso e senza interesse che però, almeno… è girata male!

La famosa tortura della doccia a temperatura ambiente. E se non parli… ti insapono pure!

Prima che la malattia lo allontani dal cinema Ginty riuscirà a fare una bella carriera da regista televisivo, girando episodi di serie anche famose (da “Streghe” a “Xena”), ma qui siamo all’inizio e si vede: la semplice nozione che una scena dovrebbe avere la stessa fotografia per tutta la sua durata non è ancora ben chiara, ma si sa che gli standard AIP sono parecchio bassini. Di solito basta che le immagini siano colorate e in movimento per rientrare nei parametri.

Cosa rimane di un “giustiziere” che sembra fondere Rambo (1982) con la sua versione italiana-pellerossa Thunder (1983)? Perché presentarsi in scena con l’auto piena di armi che non userà mai, visto che dovrà poi rubarle ai poliziotti? Perché infine accettare una locandina in cui lui, Ginty, regista e sceneggiatore oltre che protagonista, è totalmente irriconoscibile?
Parlo della locandina originale, perché quella italiana è ancora più titanica nel suo essere totalmente falsa: chissà da che film viene, sarebbe bello vederlo.

L’unica scena di questo Il giustiziere che merita attenzione è quando Evans decide di ricorrere alle maniere forti per far parlare un poliziotto corrotto. Aspetta che questi vada dal barbiere e decide di ripetere quanto appena visto al cinema con Mississippi Burning (1988) di Alan Parker: lo spirito di Gene Hackman entra in lui e Ginty comincia a minacciare il poliziotto di fargli una barba parecchio “approfondita”.
Tolto questo omaggio a un grande film, rimangono solo i baffi di “musetto” Ginty che fa il duro: roba che è meglio dimenticare.

La dimostrazione che le dimensioni non contano…

L.

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La porta sbarrata (1967) Il falso Lovecraft

Sul numero di ottobre 1981 della rivista britannica “Starburst” un ampio servizio con intervista ci racconta la vita e le opere di una nuova promessa “tecnica” del cinema: Jon Sorensen, che purtroppo non ha riscosso la fama che quegli inizi di carriera promettevano.
Le molte foto del servizio ritraggono Sorensen sui vari set del film Alien (1979) a sistemare i modellini di astronavi: addirittura una foto lo mostra alla costruzione della raffineria della Nostromo. Eppure il film di Ridley Scott non dedica alcun credito a Sorensen, come anche L’Impero colpisce ancora (1980), Superman 2 (1980) ed Excalibur (1981), dove il tecnico lavora a vario titolo, per non parlare di Flash Gordon (1980) e Atmosfera Zero (1981). Non è chiaro perché Sorensen lavorasse solo per grandi produzioni che lo estromettevano dai titoli di coda.

In questa lunga intervista del 1981 il tecnico confessa anche ambizioni autoriali: nel suo cassetto riposano, in attesa di essere vendute, tre sceneggiature di film tratti da altrettanti lavori di Lovecraft. Il pescatore di Falcon Point, Il colore venuto dallo spazio e La porta sbarrata. Nessuno di questi lavori uscirà mai da quel cassetto, ma Sorensen ci tiene a specificare:

«In questo Paese c’è stata già una versione de La porta sbarrata, nel 1966: un prodotto infelice. Tutti gli elementi di Lovecraft sono stati rovinati o esclusi, sebbene siano andati a girare sulla costa occidentale e ci siano splendide località: con mulini, spiagge, colline ed altri elementi molto gotici. Da quel punto di vista hanno rispettato l’essenza di Lovecraft, ma per il resto hanno infranto la vecchia regola che ciò che non vedi è molto più spaventoso di ciò che vedi.»

Parte una lunga trattazione di come Lovecraft gestiva l’orrore e Sorensen conclude con un’annotazione molto interessante:

«A meno che tu non faccia un film al di sotto del milione di sterline di budget, in questo Paese [cioè l’Inghilterra] non rientrerai mai dei soldi con il solo mercato locale, perciò devi pensare il tuo film per il mercato internazionale, se vuoi almeno rientrare delle spese.»

Questa intervista ci informa dunque che a poco più di dieci anni di distanza non c’è molta stima in Inghilterra per The Shuttered Room.

Una porta che in effetti non andrebbe mai aperta

Presentato a Londra il 27 giugno 1967 (stando ad IMDb), il film può contare sulla distribuzione Warner Bros e il 9 febbraio 1968 arriva sul tavolo della censura italiana, stando ad ItaliaTaglia. Due giorni dopo ne esce con un bel bollino in fronte, “vietato ai minori di 18 anni”, motivato da «numerose sequenze di angosciosa suspence, da talune sequenze di brutale e teppistica violenza nonché dalle scene di tentata violenza carnale». La Warner Bros non ci sta e fa ricorso, ottenendo solo di allungare i tempi: un’altra commissione di censura il 1° marzo conferma il divieto ai minori di 18 anni.
Esce in sala l’11 maggio 1968 con il titolo La porta sbarrata.

Il 21 settembre 1982 il film viene trasmesso in prima serata da un canale nuovo nuovo, chiamato Italia1.
Non ci sono prove di alcuna distribuzione in home video prima che la Sinister Film (Cecchi Gori) lo riesumasse in DVD nel 2010.

Tanta gente a scrivere una storia di cui si poteva benissimo fare a meno

Come già il citato Sorensen credeva, The Shuttered Room è un racconto di Lovecraft, il che non è vero. Dopo vent’anni di piena attività della Arkham House, fondata dopo la morte di Lovecraft per presentarne l’opera ai nuovi lettori, August Derleth cominciava a finire il materiale: perché allora non fare come si fa per i cantanti morti? Dopo vent’anni… puf, esce fuori l’opera inedita.
Ravanando fra le carte di Lovecraft, Derleth fuoriesce con valanghe di spunti, idee, annotazioni, abbozzi, liste della spesa e altro materiale che abbonda sulla scrivania di qualsiasi scrittore, e d’un tratto cominciano quelle che – nel presentarle in Italia nel 1977 – Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco chiamano «collaborazioni postume». Cioè sono racconti di Derleth scritti utilizzando – non si sa in quale misura – spunti e idee di Lovecraft, o così dice Derleth. Che ha campato parecchio grazie alla fama postuma del vecchio amico HPL, e ancora oggi si discute se avesse i diritti legali per farlo.

Dunque August Derleth, fondatore, proprietario ed editore della Arkham House, nel 1959 pubblica un’antologia curata da August Derleth con racconti di August Derleth: se se li fosse letti pure da solo, il cerchio sarebbe stato completo.
Ad integrare queste “collaborazioni postume” con Lovecraft, Derleth chiama amici e nomi noti, oltre a riciclare altri racconti di HPL in persona. Il titolo, The Shuttered Room and Other Pieces, la dice lunga sull’importanza data al racconto che apre l’antologia.

Il racconto, come detto, arriva in Italia nel 1977 grazie a Fanucci e alla traduzione di Alfredo Pollini, per cui diventa La porta sbarrata.

Per ricreare «la campagna selvaggia e solitaria che cìnge il villaggio di Dunwich nel Massachusetts centro-settentrionale» del racconto originale si va tutti ad Hardingham, nel Norfolk britannico: vi invito a cercarla su Google, in pratica è pieno di mulini come quello protagonista del film! Quindi il luogo perfetto per ricreare l’«antica casa annessa al mulino sul Miskatonic, la terra della sua infanzia che adesso usciva dalle nebbie del tempo».
Va sottolineato che Derleth sta scrivendo un racconto fingendosi Lovecraft, quindi va in overdose da citazioni toponomastiche.

Ad Arkham abitava Luther Whateley, nonno del protagonista Abner, prima di morire e lasciare al nipote la «grande, vecchia casa con la ruota del mulino, affacciata sull’acqua»: nel film, l’ambientazione è su un’isola e il protagonista diventa Susannah Whately (Carol Lynley): toh, un nome simile alla Susan Witley del precedente film, come se gli sceneggiatori D.B. Ledrov e Nat Tanchuck avessero continuare l’opera di Derleth nello scopiazzare nomi già usati da Lovecraft.

Cara, quest’estate ti porto in un vecchio mulino di Arkham: sei contenta?

Mike Kelton (Gig Young) accompagna sua moglie Susannah a vedere la casa che ha ereditato dalla morte del di lei nonno, approfittando per fare una sorta di “ritorno alle origini” in una terra natale che però la donna ha fatto di tutto per abbandonare e dimenticare. Appena giunti sul posto è chiaro che il passato di Susannah nasconde più di un orrore, e i buzzurri locali sembrano saperne più di quanto il loro silenzio lasci supporre.
I due coniugi infatti incontrano subito il ras del quartiere, il bulletto Ethan interpretato da un giovane Oliver Reed, perfetto nel ruolo dell’infame.

Incontrare Oliver Reed è il primo segnale che bisognerebbe scappare via velocemente

Il cugino Ethan è convinto che la casa del nonno andrà a lui invece l’arrivo inaspettato della parente, unica citata nel testamento, manda all’aria ogni piano e scatena violenze e vendette, tutte solo supposte. Il desiderio del regista David Greene è solo suggerire scene di sesso e atmosfere che riciclino un po’ d’horror alla buona, come a ricordare agli spettatori che esistono film migliori a cui La porta sbarrata si sta rifacendo.
Chi si nasconde nella soffitta del mulino? È ovvio che ci sia qualcuno, ma qui tutta la storia è studiata fingendo sia un colpo di scena.

La tipica ricca proprietà che scatena la violenza degli eredi!

Il problema principale è che il racconto di Derleth, nel suo tentativo di citare più temi lovecraftiani possibile, immagina che i parenti del protagonista si siano accoppiati con creature adepte di Dagon e quindi in soffitta abbiano il solito pesciforme figlio dell’abisso.
Essendo tutto questo improponibile in anni di cui alla gente di Lovecraft non frega una mazza, gli sceneggiatori non sanno che inventarsi e così… non si inventano niente. C’è una tizia in soffitta che ammazza la gente, pur rimanendo lì incatenata. Ma chi è? Perché lo fa? Chi la spinge? Ci sono degli spingitori di tizie che ammazzano la gente nei mulini di Arkham? Boh, mica l’ho capito. Ho visto il film due volte ma arrivato al finale sono così stufo e mortalmente annoiato che in entrambe le visioni non ho capito chi sia quella tizia, né mi sembra gli autori facciano nulla per spiegarlo.
Sarà la sorella di Bart Simpson cresciuta dai genitori nel buio e quindi carica d’odio, come nel celebre cartone? Facile di sì.

A regazzi’, e mo’ te la brucio ’sta bambola!

Usare un falso Lovecraft e scrollarne via ogni pur vago riferimento al vero Lovecraft la dice lunga sull’interesse generato da questo autore ancora nel 1967, e di come sia improponibile agli spettatori. Eppure la londinese Panther proprio in quegli anni Sessanta aveva iniziato a portare nelle librerie britanniche i suoi racconti, ma come sempre lettori e spettatori parlano linguaggi diversi.

La tipica espressione serena e rilassata di Oliver Reed

Intanto in Italia nel 1966 SugarCo ha portato in libreria Le montagne della follia e Mondadori ha presentato I mostri all’angolo della strada, celebre antologia più volte ristampata che vent’anni dopo comprerò nell’edizione Oscar Mondadori, leggendola a bocca aperta e commentando all’incirca «Ma che è ’sta roba?».
In quel 1968 dell’uscita nei nostri cinema de La porta sbarrata siamo ancora lontani dalla “scoperta” di Lovecraft, quindi produttori e spettatori la pensano ancora come la penserò io.

L.

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[Asylum] Il dottore vi ucciderà subito (2019)

Eric Roberts ha fatto scuola, e il suo irresistibile Beck, il dottore dal cuore matto (matto da legare), deve aver fatto il botto di spettatori nelle sue quattro avventure televisive (di cui solo tre uscite in Italia), così la regina della Z, The Asylum, ha voluto farne la propria personale versione.
Il 6 dicembre 2019 va in onda The Doctor Will Kill You Now, noto anche come Doctor Death, che non è altro se non la versione Asylum di Stalked by my Doctor (2015) ma senza la bravura di Roberts.

Rai2 lo trasmette in «Prima visione assoluta» sabato 8 agosto 2020 con il titolo Il dottore vi ucciderà subito.

Scritte bianche su sfondo nevoso: puro genio RAI!

Quando hai come regista uno che si chiama Rob Pallatina, è chiaro che non devi aspettarti molto, soprattutto se viene da un film chiamato Nazi Overlord (2018), che sicuramente sarà meglio dell’Overlord (2018) che voleva parodiare.
A Rob e a due sceneggiatori di passaggio la Asylum non chiede la versione Z di un prodotto che è già Z di suo, semplicemente chiede di rifarlo uguale, ma senza le trovate divertenti: dev’essere una roba scontatissima e noiosa. Mi raccomando, che ci tiene.
Così abbiamo la solita paziente, Sarah (Gina Vitori), che è contenta di essere finita nelle mani di un bravo dottore, Gary Vincent (Anthony Jensen), e non si accorge che questi invece è ossessionato da lei.

Fidatevi di me: sono un dottore…

Se la saga del dottor Beck poteva contare su un attore titanico, capace di reggere sulle proprie spalle (e sul proprio talento) l’intera storia, qui abbiano dei cartonati che non sarebbero in grado di reggere neanche una scena, figuriamoci un intero film.
Così per allungare il brodo facciamo che Sarah si innamora del fisioterapista Jake (Matthew Pohlkamp) così da riempire il film con questa inutile storiellina d’amore, mentre il dottore pazzerello fa le facce buffe.

«Ed io, tra di voi, se non parlo mai…» (cit.)

La noia di un prodotto vuoto che ricalca fedelmente un altro prodotto vuoto – ma che almeno ha un bravo attore protagonista – si fa letale mentre i piani diabolici del dottor Vincent non possono neanche allacciare le scarpe alle trovate da applauso del nostro caro vecchio Beck, anche perché la saga di Stalked by My Doctor ha degli sceneggiatori, di cui qui non c’è alcuna traccia.

«Je so’ pazz’, ah, je so’ pazz’» (cit.)

La trovata più complessa del dottor Vincent è tornare indietro nel tempo e fare una foto compromettente a Jake con un telefonino Alcatel che ci porta tutti indietro di vent’anni!

Ma dove l’hanno trovata ’sta roba, al museo?

Va bene che la Asylum è solo distributrice, quindi non abbiamo le esagerazioni cialtrone che l’hanno resa celebre una decina d’anni fa, ma riuscire a fare un prodotto che sembri minore di un film di serie Z è davvero un’impresa titanica: la noia è l’unico obiettivo che si è imposta la casa, e mi sento di dire che è riuscita perfettamente nell’intento.

L.

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La morte dall’occhio di cristallo (1965) Brit-Lovecraft

Come abbiamo visto, negli anni Sessanta la AIP (American International Pictures), specialista in piccoli prodotti di genere, è impegnata a distribuire ogni sorta di film, meglio se con qualche attore famoso nel cast. Dopo aver infilato una grande serie di successi ispirati ai lavori di Edgar Allan Poe, con regia di Roger Corman e spesso la sceneggiatura del giovane Richard Matheson, la AIP pensa di fare il colpaccio comprandosi i diritti di Lovecraft (sebbene quei diritti ancora non si sa bene a chi appartengano): mal gliene incolse.
Il primo film tratto da Lovecraft, La città dei mostri (1963) è un monumento nazionale alla totale indifferenza del pubblico verso le tematiche lovecraftiane. Avete presente quelle che oggi TUTTI dicono di amare? Ecco, quelle: al pubblico sono rimbalzate panza-muro muro-panza.

Una che non molla anzi le molla, di tutti i colori!

Nella sua autobiografia Vincent Price ci informa che il film non è stato visto da nessuno, in America, così la AIP dev’essersi detta: abbiamo scelto il Paese sbagliato. Dove lo portiamo ora ’sto Lovecraft che non piace a nessuno? Be’, visto il grande successo della Hammer, l’Inghilterra sembra un Paese più adatto.
Così di nuovo la Alta Vista Productions crea un film per farlo distribuire alla AIP ma stavolta è un prodotto più “britannico”, che negli anni Sessanta è uno stile che tira parecchio. (Addirittura i tedeschi all’epoca fanno film spacciandoli per britannici!) Il risultato è Die, Monster, Die! del regista esordiente Daniel Haller, uno dei “figli di Corman” che però passerà ben presto alla televisione.

Un titolo leggerissimamente ammiccante, e ovviamente falso

Pur essendo britannico fino all’osso, il film esce prima negli USA (27 ottobre 1965) e poi in Gran Bretagna (20 febbraio 1966), stando ad IMDb, mentre per il suo arrivo in Italia bisognerà aspettare il 3 marzo 1971, ottenendo già il giorno dopo il visto censura con però un divieto ai minori di 14 anni, perché «si tratta di un tipico film dell’orrore e come tale può ferire la sensibilità dei minori suddetti», ci racconta ItaliaTaglia.
Appare nelle sale italiane con il totalmente inspiegabile titolo La morte dall’occhio di cristallo almeno dal 6 settembre 1971, rimanendoci fino al 1975. Mercoledì 18 ottobre 1978 arriva già in TV su un piccolo canale locale (G.R.P.), in prima serata. Dopo qualche replica negli anni Ottanta, il film scompare nel nulla, ignoto al mondo delle VHS.
Torna alla vita solo quando nel 2011 la Sinister Film (Cecchi Gori) lo presenta in DVD.

Chissà se quegli sparuti spettatori italiani di questo film hanno riconosciuto che la storia è liberamente ispirata a Il colore venuto dallo spazio (1927), uno dei racconti che nel 1963 “Urania” (Mondadori) ha presentato nel numero 310, provando (senza molto successo) ad importare nel nostro Paese un autore che solo un decennio dopo diventerà famoso.

Ogni collegamento con Lovecraft è puramente vago

Marzo del 1965, il giornalista Michael Parry si aggira per la campagna nei pressi di Oakley Court per raggiungere il luogo delle riprese del film, su cui scriverà per la rivista “Castle of Frankenstein” (n. 7) di quell’anno. Arriva davanti alla grande casa dove stanno girando, un tempo abitazione di un ambasciatore, e nota che si trova a poca distanza dai Bray Studios dove sono stati girati tanti film della Hammer.
«È una pubblicità delle sigarette!» dice divertito Nick Adams, il biondo attore americano protagonista del film, riferendosi alla intensa nebbia con cui i tecnici hanno avvolto la zona davanti alla casa. Il giornalista non incontra Boris Karloff, che ha finito di girare le sue scene e si trova a Dublino già impegnato sul set di un altro film, ma fa in tempo a notare un signore distinto, James Nicholson, che – gli viene detto – ogni giorno in qualità di presidente della AIP fa il giro del set per informarsi sui progressi della lavorazione.

Non è un horror se non c’è una casa avvolta nella nebbia

Durante una pausa Parry si siede con il regista Haller e gli fa qualche domanda, per esempio se sente che Lovecraft sia trattato in modo diverso da Poe nei film. «Sì, un film da Lovecraft è più contemporaneo e c’è maggiore enfasi sull’aspetto scientifico». Davvero una risposta sorprendente, riguardo ad un autore morto trent’anni prima e che non affrontava aspetti scientifici.
Dall’intervista scopriamo che Haller non può più lavorare con l’amico Roger Corman come faceva prima perché quest’ultimo ha firmato con la Columbia: sarà per questo che la AIP ha ripiegato su Haller, promuovendolo da art director a regista?

Ogni Paese ha la sua Arkham

Visto che il lovecraftiano paese di Arkham ricostruito in America non è piaciuto, stavolta lo spostiamo nell’amata campagna britannica. Qui arriva un biondo americano con tanto di impermeabile che lo identifica come tale, infatti il primo del posto che lo vede lo chiama “americano”.

Nick Adams: un americano in Gran Bretagna

Il visitatore scopre ben presto che gli abitanti locali cambiano faccia e atteggiamento quando dice loro che deve raggiungere Villa Witley (chiamata nel racconto originale Landa Maledetta). Nessuno gli offre un passaggio o un mezzo di trasporto quindi deve farsela a piedi.
Appena giunto sul posto, il nostro eroe Steve Reinhart (Nick Adams) scopre che la maleducazione è una costante, ad Arkham, infatti il proprietario lo caccia subito: si tratta del vecchio Nahum Witley (un Boris Karloff ammiccante), che sostituisce il Nahum Gardner originale.

Quella tipica accoglienza della campagna britannica

Qui la sceneggiatura di Jerry Sohl (autore di episodi di serie famose, da “Alfred Hitchcock Presenta” a “Star Trek”) se ne va per affari suoi e con la manina fa “ciao ciao” a Lovecraft.
Steve è arrivato ad Arkham dall’America per incontrare Susan (Suzan Farmer), ragazza conosciuta all’università e di cui è chiaramente innamorato. Malgrado l’opposizione del vecchio Nahum, Steve rimane ospite di casa Witley e ha modo anche di conoscere la mamma di Susan, Letitia (Freda Jackson, ma tanto non si vede mai!), la quale esorta subito il giovane a portarsi via la ragazza e a salvarla dalla maledizione che opprime la casa.
Quello che segue è un’oretta di atmosfera, con Karloff che karlofeggia e scene che sembrano strizzare l’occhio allo stile Hammer senza però arrivarci mai.

Ciao, ti va di hammerare in giro per la casa maledetta?

Sohl si limita a togliere da Lovecraft tutti quegli elementi che probabilmente non sembravano adatti al cinema, senza però sostituirli con altro, quindi abbiamo una trama che forse sarebbe bastata per una delle serie del mistero per cui in effetti lo sceneggiatore scriveva, ma non per un film: anche per un minuscolo prodotto AIP di 75 striminziti minuti.
Steve si limita a passare il tempo girando per casa, giardino e serra alla ricerca di una soluzione delle misteriose attività di Nahum Witley, che rimarranno sempre misteriose e principalmente lasciate alla fantasia dello spettatore.
Arrivano pure i mostroni tentacolari a forma cthulhica, ma niente Grandi Antichi: sono solo creature mutate dal meteorite cascato nel giardino dei Witley, che da anni sta mutando tutto il mutabile.

Come rendere male delle creature a forma di Grandi Antichi

La dimostrazione che Sohl ha in mano dei temi di cui è chiaro non freghi niente a nessuno (non ancora, almeno) arriva quando Steve finisce nella biblioteca di casa Witley.

Non c’è casa maledetta che non conservi libri maledetti

Qui trova un antico volume misterioso: “Il culto degli spiriti” è la resa del doppiaggio italiano di Cult of the Outer Ones.

Il Culto di Quelli Che Non Ci Sono In Questo Film

Abbiamo anche l’incipit. «Maledetta è la terra dove vivono le Forze delle Tenebre, chi vi si introduce sarà distrutto».

Ammazza che caratteri grandi, ma ’sto libro è scritto per ipovedenti?

Che c’entra un libro che puzza di spiritismo con la vicenda di un meteorite che muta piante e animali? Semplicemente Sohl sta buttando sul tavolo carte di vario colore lovecraftiano (Grandi Antihi, Arkham, libri misteriosi) sperando che per puro caso esca fuori una combinazione vincente. Mi spiace, non esce fuori niente, neanche una coppia di due.

Anticipando di decenni una triste pratica del Duemila, il film è pieno di jump scare, la tecnica del “salto sulla sedia” a cui ricorrono i pessimi registi: non sapendo generare paura, cercano almeno di ottenere spavento. Non c’è un solo punto de La morte dall’occhio di cristallo (ma dov’è quest’occhio di cristallo? Che c’entra?) in cui ci sia una qualsiasi atmosfera che funzioni, che sia di paura o altro, semplicemente ci sono cose che succedono a caso, spesso senza motivo, studiate unicamente per creare uno spavento momentaneo, incapaci come sono di creare paura. Per esempio Nick cammina e zac, incappa in uno scheletro: perché lo scheletro è lì? Paura, eh?

Non rimane altro da dire dell’ennesima prova di come Lovecraft non funzionasse minimamente al cinema, semplicemente perché non è ancora famoso e non gode ancora del PAP (Piacere A Prescindere) di molti altri prodotti successivi, nessuno di successo ma nati in anni in cui basta dire “Lovecraft” perché tutti svengano dalla goduria.

L.

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[Italian Credits] L’inferno di cristallo (1974)

L’amico Federico del canale YouTube Passoridotto torna a regalarci oro, riesumando dalle sue segrete la pellicola del film d’animazione L’inferno di cristallo (The Towering Inferno, 1974) di John Guillermin, con le sue ormai perdute scritte in italiano.
Nel dicembre 2019 la Sinister Film l’ha presentato in DVD promettendo un restauro in alta definizione.

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Friday Action Heroes (Spike 2020)

È giunto il momento di presentare la lodevole iniziativa del canale televisivo in chiaro Spike (canale 49), che lo scorso giugno ha festeggiato la fine della serrata epidemica iniziando un ciclo televisivo che ha il sapore dei tempi d’oro, quando Italia1 o Odeon TV regalavano emozioni forti agli appassionati dell’intrattenimento di genere. Il titolo spiega tutto: Friday Action Heroes.

Il fatto che l’emittente alla fin fine si sia limitata a riproporre titoli che già giravano abbondantemente non toglie nulla alla fragranza dell’iniziativa, anche perché apporre un logo ai suddetti film e creare un ghiotto impianto grafico non può che far impazzire un folle collezionista come me!

Sin dalla fine degli anni Ottanta il venerdì di Italia1 era religiosamente dedicato al cinema d’azione, e più era cialtrone e di grana grossa più ci piaceva. Spike torna a regalarci quelle emozioni, con titoli molto meno “ruspanti” ma che in quanto a grana grossa non li frega nessuno!

Non so come e quando il ciclo continuerà, quindi continuerò ad aggiornare la pagina a tempo indefinito.


Friday Action Heroes

Edizione 2020

Speciale Chuck Norris

5 giugno. Rombo di tuono (Missing in Action, 1984) di Joseph Zito, con M. Emmet Walsh

12 giugno. Missing in Action (Missing in Action 2: The Beginning, 1985) di Lance Hool, con Soon-Tek Oh

19 giugno. Rombo di tuono III (Braddock: Missing in Action III, 1988) di Aaron Norris, con Aki Aleong

26 giugno. Il codice del silenzio (Code of Silence, 1985) di Andrew Davis, con  Henry Silva

3 luglio. Il tempio di fuoco (Firewalker, 1986) di J. Lee Thompson, con Louis Gossett jr.

Speciale Jean-Claude Van Damme

10 luglio. The Shepherd. Pattuglia di confine (The Shepherd, 2008) di Isaac Florentine, con Scott Adkins

17 luglio. Uccidili tutti (Kill ’em All, 2017) di Peter Malota, con Daniel Bernhardt

Speciale Charles Bronson

24 luglio. Il giustiziere della notte 2 (Death Wish II, 1982) di Michael Winner, con Vincent Gardenia

31 luglio. Il giustiziere della notte 3 (Death Wish 3, 1985) di Michael Winner, con Ed Lauter

7 agosto. Il giustiziere della notte 4 (Death Wish 4: The Crackdown, 1987) di J. Lee Thompson, con John P. Ryan

Speciale Wesley Snipes (IN ARRIVO)


L.

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Morti viventi 5. Ballando sulle tombe

L’attrice Jewel Shepard ci ha guidati nei primi giorni delle riprese del Ritorno, in quel luglio del 1984, ma giunti alla fine delle sei settimane arriva un altro testimone diretto dell’epoca, ad intervistare attori e tecnici e a darci una testimonianza dal set dei morti viventi.


Dalla Stella Nera di Benson
ai morti viventi di Burbank

15 agosto 1984. Gli americani adorano gli antichi Romani ma non seguono le loro tradizioni, quindi per loro questa data non ha alcuna particolarità, ignorando il Ferragosto dei latini. Si lavora come qualsiasi altro giorno, e il giornalista Kris Gilpin si trova a Burbank (Los Angeles) per andare ad intervistare un regista all’opera. Nella Città degli Angeli d’estate non piove mai, ma Gilpin deve intervistare Dan O’Bannon. Quindi piove.

Mi immagino la scena in bianco e nero, con il giornalista bagnato che bussa alla porta dello studio e, ad un losco usciere, dice: «Sono qui per Dan O’Bannon». Al che un fulmine illumina il cielo scuro e piovoso… e i cavalli nitriscono, terrorizzati.

Scherzi a parte, in questa settimana finale di riprese il giornalista è accolto con simpatia e alcuni tecnici gli mostrano i set dove sono state appena girate delle scene con attori “vivi e non morti”, mentre gli viene raccontato che il giorno prima la troupe è stata a Sylmar, località a trenta chilometri dalla città nota per i cimiteri. Uno dei campi santi è stato immortalato nel film.

Gilpin viene guidato dalla pubblicitaria Judith attraverso il set del magazzino di prodotti medicali che apre il film, e il giornalista assiste in diretta alle riprese di una scena in cui un diversamente vivo aggredisce un punk (non viene specificato ma è chiaro si tratti di Brian Peck) con indosso delle spille, dove si legge “Twilight Zone” ed “Eraserhead”. L’attore Drew Deighan (che interpreta il primo dei paramedici) spiega al giornalista: «dei prodotti chimici rianimano i morti che poi si nutrono di cervelli vivi, senza i quali soffrono come se fossero in overdose da eroina. C’è anche un mezzo cadavere che parla». Il tutto detto sghignazzando.

Brian Peck (al centro in basso) ucciso da un morso zombie

Finita la scena si spostano tutti su un altro set, dove davanti al giornalista curioso l’attore Don Calfa comincia a gettare «sacchi della spazzatura sospetti» in un forno spento – il fuoco ci sarà solo in seguito – dicendo: «Le ossa non sono un problema, la parte più difficile da bruciare è il cuore: è solamente un grande muscolo duro». Poi spinge il piano mobile verso il forno ma questo scivola e cade, fra le risatine generale. «È per questo che si fanno le prove», dice qualcuno.

Dopo le prove arrivano i tecnici a montare le cineprese, e spostandosi Dan O’Bannon si volta e vede Gilpin: l’occhio del regista cade sulla maglietta estiva che il giornalista sta indossando. Una maglietta con il poster di Dark Star (1974). Se era un modo furbetto e lecchino per strappare la simpatia del regista… è perfettamente riuscito. «Dove l’hai trovata?» gli chiede Dan, avvicinandosi sorridente. Gilpin ha preso la maglietta qualche tempo prima ad una convention di fantascienza, dove due casalinghe fan del film le vendevano di produzione propria. Il giornalista si gira per mostrare il retro della maglietta, dov’è ritratta la città di Benson in Arizona: Benson Arizona è il nome del tema musicale di Dark Star, ma è scritto da John Carpenter. Madornale errore. O’Bannon trova subito da ridire: «Non assomiglia per niente a Benson, sembra più la Luna».

All’una di pomeriggio scatta la pausa pranzo di mezz’ora, e Gilpin può appartarsi con O’Bannon per fargli un’intervista da pubblicare su “The Splatter Times” n. 5 (inverno 1984).

In cosa è diverso il Ritorno dagli altri titoli zombie dell’epoca? Nel rispondere, Dan non si trattiene.

«È così diverso che va al di là di qualsiasi descrizione: mi mancano le parole per farlo. Sono una persona istruita e so esprimermi bene, ma devo dire che ci sono certi processi creativi che non è possibile descrivere a parole. Non so quindi dare l’idea di cosa sia diverso, ma posso dirti che ci sono particolari che lo contraddistinguono. Però in termini di tono, di qualità e di stile non ho parole: posso solo mandarlo su schermo e dire: “Ecco, vedete?” Magari qualcuno saprà descriverlo come io non so fare, magari qualche critico potrà trovare le parole. Tutto ciò che io posso dire è che ho cercato di essere “me” con tutte le forze. Sono nato per dirigere film, è qualcosa che ho dentro da 37 anni.»

«[…] Nel mio primo film da regista ho voluto provare che sono in grado di fare un sacco di cose, così non dovrò farlo per il mio secondo film, non dovrò cioè discutere con qualche produttore che mi chiederà “Saprai gestire gli attori? Saprai gestire la cinepresa? Sai spaventare il pubblico? Sai fare dell’umorismo? Sai fare scene serie? Sai creare dell’emozione? Sai gestire l’azione? E gli effetti speciali?”. Non vorrò più sentire domande del genere.»

Malgrado i registi di solito non rivelino il budget che avevano a disposizione, O’Bannon non ha problemi a raccontare al giornalista che il film è costato tre milioni di dollari, ma specifica che la pre-produzione è stata lunga e costosa, quindi da sola si è presa un milione di dollari prima ancora di girare una sola scena.

Quanto ci ha messo a scrivere il film? «Davvero poco, è stata la cosa più veloce che io abbia mai scritto: ero sotto pressione e l’ho scritto in un mese circa.»

Dan O’Bannon sul set

«Il tipo di umorismo che mi piace prevede che persone credibili si ritrovino in situazioni impossibili, per poi vedere come se la cavano a gestire la cosa.» E per le sue “persone” Dan afferma di aver voluto prendersi otto mesi di casting proprio per scegliere una squadra perfetta, un gruppo di giovani attori affiatati che sapessero gestire le varie reazioni generate da una situazione impossibile. «Ho ricevuto molte note dalla Hemdale, che dicevano all’incirca: “Quando succede questa cosa i personaggi rimangono lì imbambolati, senza sembrare inorriditi e senza correre in giro”. Al che rispondevo: “Be’, a volte la gente reagisce in un modo, a volte in un altro”.»

La pausa per il pranzo finisce con dieci minuti di ritardo. Gilpin e O’Bannon tornano alle loro vite e dobbiamo abbandonare questo 1984: è il momento di fare un salto avanti e conoscere altre testimonianze di quei giorni di riprese.


Linnea: diventare regina
ballando su una tomba

Anno 1988, il cinema horror impazza ovunque e oltre a milioni di spettatori frutta milioni di lettori: riviste specialistiche nascono come funghi, con titoli come “Slaughterhouse” (mattatoio). Nel primo numero di questa nuova testata c’è il giornalista Roy Weitzner che si diverte ad immaginarsi in cura da uno psichiatra: da anni è ossessionato da una “regina urlatrice”, anzi la regina delle regine urlatrici. The Queen of Scream Queens.

Uno dei principali motivi di successo del film

Si chiama Linnea Quigley e lo sta dannando, visto che lui l’adora e lei sbuca fuori in tanti piccoli horror. Poi un giorno… la catastrofe… l’abisso… esce il Ritorno.

Psichiatra: «Buon film, eh?»

Roy: «Lasci stare il fottuto film, Linnea era incredibile nel ruolo di Trash, la punk che balla nuda su una tomba. Gesù, dottore, avreste dovuto vederla, era… Niente, è stato l’inizio della fine. Quando il film è uscito in videocassetta l’ho visto e rivisto in continuazione. A volte mi svegliavo nel pieno della notte solo per guardarlo. Per questo ne ho comprate tre copie.»

Finita la scenetta e iniziata l’intervista, Weitzner non fa certo segreto del fatto che vorrebbe dall’attrice ghiotte e magari frizzanti dichiarazioni riguardo alle riprese del Ritorno, per l’intera durata del quale è rimasta nuda sul set: non trova soddisfazione in questo. Anche perché l’attrice probabilmente da anni si sentiva ripetere le stesse domande, quindi è particolarmente poco loquace. Ecco un esempio di dialogo tra i due:

Roy: «Come sei arrivata ad interpretare Trash nel Ritorno»

Linnea: «Facendo un’audizione.»

Roy: «Cos’hai dovuto fare?»

Linnea: «Be’, prima di tutto ho dovuto leggere la parte per la direttrice del casting, e visto che sono piaciuta poi ho dovuto leggere per il regista e il produttore. Poi ho dovuto danzare e fare tutti i dialoghi.»

Roy: «Come sono state le riprese? Ho sentito che è stato “difficile” per alcuni attori.

Linnea: «Sì, è stato difficile. Faceva molto freddo, di notte, ed era tutto molto scomodo.»

Come si vede non è proprio un’intervistata che abbia piacere a dilungarsi nelle risposte, comunque qualche informazione riusciamo ad ottenerla, per esempio riguardo a piccoli incidenti sul set.

Beverly Randolph, che interpreta la dolce Tina, deve scendere una scala che sta per distruggersi, ma il problema è che l’attrice esita a mettere il piede sul gradino fallato, sapendo che dovrà cadere: per dare più realismo alla scena, i tecnici le hanno indicato il gradino sbagliato così che l’attrice ha potuto recitare con grande realismo, suo malgrado. Si è ferita leggermente ma soprattutto non ha più avuto fiducia nei tecnici di scena. Anni dopo, nel documentario More Brains (2011), la Randolph racconta:

«Avevo paura di cadere in mezzo ai gradini mentre correvo, allora [O’Bannon] mi mandò al trucco, sistemò uno scalino finto e al mio ritorno mi disse di provare. Iniziai a correre per le scale e caddi nello scalino: ero tutta nera e blu dal fianco alla caviglia, mi faceva malissimo: per questo mi vedete per qualche minuto a terra. Dan gridava: “Perché non si alza e corre?” Stavo malissimo. Credo che [Dan] avesse dei modi un po’ bruschi.»

La celebre caduta a propria insaputa

Questa storia della Randolph che non sapeva quale gradino avrebbe ceduto l’attrice la ripete identica da decenni, così come la si può trovare in qualsiasi raccolta di trivia e curiosità sul film, eppure a me non convince. Semplicemente perché una volta visto il film ad alta definizione… la faccia della “cascatrice” non assomiglia minimamente a quella dell’attrice. Visto poi che la Randolph non è mai inquadrata di viso quando vediamo il suo personaggio cadere, mi permetto di ipotizzare l’uso di una controfigura. Magari l’attrice si è ferita durante la prima ripresa, quella venuta male tanto da convincere Dan a ideare il trucco del gradino ignoto, ed è stata subito sostituita da una più convincente cascatrice (o cascatore truccato) professionista. Questa interpretazione è solo una mia ipotesi, però basta vedere la scena per notare che non c’è alcuna rassomiglianza fra “cascatrice” e attrice.

A me la “cascatrice” non sembra proprio Beverly Randolph (a destra)

Tornando ai ricordi di Linnea, durante una scena in cui dovevano litigare, Clu Gulager si è rotto un’unghia e Thom Mathews si è ferito seriamente alla testa. E uno dei figuranti, vestito da zombie, ha dovuto mangiare un cervello di vitello, sentendosi male: il suo “sacrificio” è stato vano, visto che poi la scena non è stata inserita nel montaggio finale.

Infine Linnea racconta di quando è stata sepolta nella terra fangosa, completamente nuda, con sprezzo delle norme di sicurezza: doveva semplicemente trattenere il respiro finché il regista non dava lo Stop. «Volevo decisamente fare tutto in un solo ciak, perché non volevo essere sepolta di nuovo nel fango». Sul set non c’era niente, neanche una doccia, quindi poi i tecnici hanno ripulito l’attrice con le pompe antincendio, lì davanti alla sua “tomba”.

Cosa fa Linnea quando non recita? «Guido la mia Harley Davidson». Tutto qua il suo contributo: forse il ripetere sempre le stesse cose l’ha un po’ stufata.

Per saperne di più sul “cuore” del film, cioè Trash che balla nuda sulla tomba – la scena che ha fatto finire il Ritorno nel Gotha del Cinema – ci torna maggiormente utile il documentario More Brains (2011) con le sue interviste multiple.

«Eravamo tutti davanti alla cinepresa e guardavamo in alto verso Linnea, e intanto lei ballava: è la scena migliore», racconta John Philbin, che interpreta quello che ci provava con Jewel ed era esortato a “strangolare un pollo“. «Quando ho fatto la scena della lapide ricordo che ero agitata», interviene Linnea stessa, stavolta più loquace. «Non sapevo che cosa avrei fatto una volta  salita sulla lapide: mi sono lasciata andare e basta, non ho mai pensato che sarebbe stato chissà che nel film, né niente del genere. Io muovevo il sedere qua e là e ricordo Miguel [A. Núñez jr.] ai miei piedi.» «Tra i miei ricordi più belli ci sono… le tette di Linnea», conferma Núñez, che aggiunge un concetto chiave: «Non sapevo che fosse possibile stare nudi sul set». Infatti… non si può!

Dal documentario More Brains (2011)

Il production design William Stout racconta nel documentario che mentre veniva girata la prima versione del ballo di Linnea, completamente nuda sulla tomba, è arrivato di corsa il produttore Graham Henderson gridando: «Mio Dio, Dan! Non puoi far vedere i peli pubici!» O’Bannon non batte ciglio e fa depilare l’attrice. «Ero imbarazzata da morire», ricorda Linnea. Si riparte a girare la scena con stavolta Trash senza veli e senza peli, ma Henderson torna alla carica: «Mio Dio, così è ancora peggio! Si vede tutto!»

Linnea si prepara ad entrare nella storia del cinema

Henderson prende l’attrice e la manda dal curatore degli effetti speciali, che in quel momento è ancora William Munns, al quale affida un compito davvero particolare: far scomparire i genitali dalla donna. «Avrei dovuto creare una protesi per coprire la parte del corpo che normalmente verrebbe coperta dalla parte inferiore di un bikini». «Non avevo idea di come avrebbero fatto il calco», ricorda Linnea: «mi hanno versato l’alginato negli slip e poi l’hanno tirato via… È stato un po’ strano.» Il risultato è una protesi perfetta del pube dell’attrice, che la rende in pratica una Barbie.

Non state vedendo ciò che credete: c’è una protesi-slip che copre le pudenda!

Si ritorna a girare la scena e Philbin è lì sotto a guardare… cosa? «Quando l’ho vista ho detto: “Non so… Ma… non c’è niente lì! Non guardo nel posto giusto? Non ci vedo più? Sto impazzendo?» «Per chi stava ai miei piedi», racconta Linnea, «tra il buio e i razzi di segnalazione, dev’essere sembrato molto strano. Ricordo chiaramente che lo zolfo dei razzi di segnalazione mi diede alla testa: mi sentivo sballata.»

Malgrado quello di Trash sia un personaggio minore, è così iconico e così ispirato che regala all’attrice un’enorme notorietà e la fa illudere di avere una carriera, che purtroppo durerà ben poco, anche se dopo il 2010 Linnea sembra rinascere a novella vita.

Negli anni successivi al Ritorno non si limita ad apparire qua e là in filmacci horror, ma inizia a produrre filmacci per conto suo e il suo capolavoro resta un corso di ginnastica horror (Linnea Quigley’s Horror Workout): un’attrice deve esercitarsi a gridare e… ad agitare una motosega! Sono in fondo le basi del mestiere.

(continua)


Fonti

  • Kris Gilpin, A behind-the-scenes look at the making of Return of the Living Dead, da “The Splatter Times” n. 5 (inverno 1984)
  • Roy Weitzner, The Queen of the Scream Queens, da “Slaughterhouse” n. 1 (1988)
  • More Brains! A Return of the Living Dead (2011), documentario presente nel cofanetto Midnight Classics Limited Edizion, 3 DVD o 3 Blu-ray.

L.

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Deadly Reactor (1989) Reazione mortale

Continuo ad attingere alla mia collezione di DVD della serie “Uomini Contro” della USA Entertainment, roboante nome ammmericano che nasconde una casa di Abano Terme (PD) che nel 2005 ha riversato in digitale alcuni vecchi titoli della AIP (Action International Pictures), casupola che a cavallo degli anni Ottanta e Novanta ha sfornato film maschi senza rischio per tutti i raschi… cioè gusti.
Scopro così un altro dei nomi “importanti” della casa, David Heavener, che non pago di dirigere vuole anche interpretare i propri film, cominciando a sfornarne a spron battuto: tutti ben al di sotto della soglia della Z. Esordisce nel 1988 con Outlaw Force, che temo sia inedito in Italia, quindi lo conosciamo tramite la sua seconda opera: Deadly Reactor.

L’esordio di David Heavener nella AIP

È nota un’edizione VHS Number One Video, di data ignota, con il titolo Reazione mortale, ormai materiale per archeologi da videoteca.
L’unica altra prova della vita italiana del film – prima del DVD della USA HE del 2005 – risale ad un piccolo canale locale (Cinquestelle) che nella prima serata del venerdì 22 luglio 1994 l’ha trasmesso: tranquilli, il venerdì 18 novembre successivo Odeon TV replica il film, rendendolo dunque uno degli Eroi di Odeon.

Un tema musicale reggae allegrotto del tutto fuori luogo ci introduce alla drammatica premessa: «Nessuno aveva mai creduto che potesse accadere un olocausto nucleare, ma invece accadde». Vero, negli anni Ottanta proprio nessuno pensava all’olocausto nucleare, giusto quelle centinaia di persone interessate a sfornare film sull’olocausto nucleare che hanno intasato il decennio con fiumi di titoli.
«Dopo rimasero solo due specie di esseri umani». E qui si ferma il racconto, tanto che dobbiamo immaginarci da soli chi siano questi “esseri umani”. Di sicuro ci sono i cattivi, «abbruttiti e senza principi morali», ma soprattutto così abbrutiti da avere una “t” di troppo! Come ritrarre questi mostri disumani privi di principi morali? Ubriacarsi e ballare intorno al fuoco aiuta sempre, con l’aiuto di una tipa allegra dalle tette di fuori.

Ah, come sarà terribile il futuro post-atomico!

Che brutto l’olocausto atomico, che dopo tutti sono costretti a ballare, bere e spupazzarsi donne nude e disponibili. Questa sarà la vita del dopo-bomba: si beve, si balla e si tromba. Ci sono futuri decisamente peggiori.

Brrr, che orrore vivere in questo futuro del dopo-bomba…

Invece il protagonista è uno dei buoni, uno di quelli che passano il tempo a suonare la chitarra per la sorella e i nipotini. Ecco, questo sì che mette paura!

Ehm… se proprio dovessi scegliermi il futuro post-atomico…

Arrivano i cattivi, ammazzano i bambini, stuprano la sorella e sparano al protagonista: è un colpo speciale, perché gli sparano in pancia ma lui sopravvive e si fascia la testa e il collo. Evidentemente i proiettili poi hanno viaggiato nel corpo.

Perché mi sono fasciato la testa se mi hanno sparato in pancia?

Salvato da un tizio che passava di lì, la cui arte medica si limita a stare seduto e guardare il ferito, il nostro protagonista si salva. Però la sua storia è vaga e raccontata nei ritagli di tempo fra una scorreria e l’altra del boss dei cattivi: Hog (Darwyn Swalve). Aspetta… Boss Hog! Ma siamo in “Hazzard”?

Boss Hog, un cattivo senza morale… e senza molare!!!

Per motivi ignoti l’umanità del futuro si riunirà tutta in gruppi di Amish, la cui unica attività ricreativa sarà danzare intorno a un tavolo in giardino. Non campano però a lungo, visto che dall’altra parte l’unica attività dei cattivi è andare in giro a sparare agli Amish, violentandone le donne. Visto con quanta passione ci si dedicano, mi sa che l’umanità non durerà molto.

Intanto il reggae allegrotto e fuori luogo procede imperterrito, mentre l’Heavener sceneggiatore (oltre che regista e attore) spara a casaccio con una fretta inspiegabile. Sappiamo che il tizio che l’ha salvato, Duke (Stuart Whitman), si costruisce da solo le armi e ora gli insegna a sparare.

Per puro caso e in modo indiretto sappiamo che il protagonista si chiama Cody (il nostro Heavener), era un predicatore ma anche un poliziotto ma anche un marito che però la moglie è morta quando è caduta la bomba: c’era bisogno di snocciolare tutto questo in un nano-secondo? Non potevano dedicare almeno due secondi al passato del protagonista? No, qui si corre perché bisogna mostrare Boss Hog che spara la gente.

Duke (nome appropriato, da contrapporre a Boss Hog) è un uomo pronto ed armato, così vigile che basta il primo beota che passa a farlo fuori. Così il personaggio se ne esce con una pernacchia ma ci regala la “frase maschia” del film: «Un uomo sa quando la morte gli morde il culo».
Dopo aver pregato per la sua anima, Cody decide di portare la Parola del Signore ai cattivi: una parola scritta su ogni cartuccia a formare un sermone di fuoco! (E riparte la musichetta reggae.)

Dio perdona, la serie Z no!

Comincia la storia di vendetta raffazzonata, con Cody che ha imparato a sparare il giorno prima e già ha la mira più infallibile del West post-atomico. E poi colpisce i cattivi a chilometri di distanza: ma che gittata hanno quelle pistole?
Nominato vice-sceriffo un criminale e messosi a protezione della comunità Amish che non lo vuole, può iniziare il western Z più ridicolo del mondo post-atomico.

Ecco, è proprio con quella faccia che il protagonista va in giro

Per fare un western dozzinale manca la puledra bionda che fa girare la testa al protagonista e che ovviamente dovrà essere minacciata dal cattivo: ecco arrivare Shawna (Alyson Davis), così pia che Cody… se la pia!

«Siamo nel dopo-bomba… che si fa?» «Facciamo la rima.»

Lo scontro finale all’insegna del “Mezzogiorno di fuoco” è davvero triste e meschino, i cattivi arrivano in paese uno alla volta quindi scontri e sparatorie sono ben miserevoli.
Il super cattivo Boss Hog poteva essere l’occasione di uno scontro finale più ricco invece esce di scena in un lampo: perché Heavener ha fatto di tutto per costruire un western post-atomico se poi non gli interessava nessuno dei due generi?

David Heavener: spara, spara, ma non ne azzecca una

Va bene che stiamo parlando del secondo film di un totale esordiente, ma è inspiegabile il disinteresse dell’autore per qualsiasi tema che non sia la dabbenaggine e la cialtroneria: lì sì che è cintura nera!
Semplicemente ha a disposizione gli attrezzi della AIP, una secchiata di caratteristi della casa e si inventa sul momento un qualcosa, che chiamare “film” mi sembra azzardato. C’è il poliziotto fra gli Amish che sfrutta l’eco di Witness. Il testimone (1985), c’è l’accenno al cinema post-atomico che ha attraversato tutti gli Ottanta, ci sono le pistole e il sigaro in bocca che fanno tanto western e ci sono le poppe al vento. Alla AIP si sono fatti film con molto meno!

L.

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Split Second (1992) Detective Stone

Un anno fa Rutger Hauer se ne andava oltre i bastioni di Orione, lasciandoci un numero impressionante di ruoli che voi umani non potete neanche immaginare.
Insieme a Cassidy de “La Bara Volante” abbiamo deciso di non far perdere quei ruoli nel tempo, come lacrime nella pioggia, e di usare questo luglio 2020 per raccontare altri grandi ruoli dell’olandese che osò andare oltre le porte di Tannhäuser.

Non so quanto tempo è passato dalla prima volta che mi sono detto “voglio recensire Detective Stone“, forse era addirittura il 2015 in cui ho letto la versione di Malastrana VHS: il tempo è passato, ci sono andato vicino quando il 20 giugno 2019 ho registrato la messa in onda di 7Gold ma alla fine solo ora, grazie a La Bara Volante, sono riuscito a parlare di questo benedetto film, a quasi trent’anni dalla prima volta che l’ho visto.

Dal passaggio su 7Gold del 20 giugno 2019


La nascita del progetto

Il set perde acqua, e più tappano le falle più esce acqua, così che al momento di iniziare a girare va aggiunta altra acqua. Siamo fra il luglio e l’agosto del 1991 nei pressi di Londra, dove è stato ricreato il mondo futuristico in cui si aggira il detective Stone: un mondo particolarmente bagnato. Adam Pirani è lì per scrivere un servizio per la rivista specialistica “Starlog” che apparirà l’anno successivo, quando il film uscirà nelle sale. Vede Rutger Hauer e Kim Cattrall fermi su un lato del set, con i piedi protetti da buste di plastica, in attesa di girare. Kim sta leggendo un giornale locale.
Il regista dà l’azione e Hauer dice: «Michelle!», al che la donna risponde: «No, King Kong!» Fine della scena.

«La prima volta che ho letto il copione pensai fosse uno psicodramma, visto che affronta diversi aspetti di genere. Mi sembrò una buona storia, mi piace Rutger Hauer e così ho detto sì.»

Kim Cattrall apprezza il copione ed apprezza il regista, che a differenza degli altri è uno alla mano che accetta consigli dagli attori. Ormai sappiamo che è una dichiarazione copia-e-incolla che rilasciano tutti gli attori: non esiste che in piena campagna pubblicitaria un attore dica “questo regista è uno stronzo”, no, è sempre piacevole lavorare con lui e accetta consigli, al contrario degli altri. Ma quali altri? Non si sa.
Hauer ci ha letto invece un poliziesco, nel copione.

«È un buddy cop movie ma con molto senso dell’umorismo. Speravo due cose, riguardo al progetto: che ci fosse umorismo, perché ho sempre voluto interpretare un personaggio con attributi da cartone animato, e che ci fossero elementi psicologici. Il mio personaggio ha un istinto da cane o qualcosa del genere: lui non fa elaborazioni mentali, annusa in giro e va ad istinto. Lavora così.»

A rincarare la dose arriva il co-protagonista Neil Duncan, che oggi si fa chiamare Alastair Duncan, che descrive il film come «a futuristic SF/buddy/thriller/cop movie». Insomma, di tutto di più.

Il giornalista va nella sala mensa del set dove trova lo sceneggiatore Gary Scott Thompson a mangiare. Si trova lì per dare alcune limate al copione, e in quella pausa si racconta all’intervistatore.
Thompson è uno studente di recitazione di New York che all’età di 31 anni si ritrova diverse sceneggiature opzionate da Hollywood e in via di sviluppo: il che non vuol dire proprio niente. Infatti passeranno anni prima che film con sue sceneggiature vedano la luce, come L’uomo senza ombra (2000), ma la pazienza gli frutterà parecchio: firmando Fast & Furious (2001) Thompson si è guadagnato spazio nel Museo del Cinema.
A Pirani lo scrittore spiega che il film in lavorazione è parecchio diverso dall’idea originale.

«Tutto è iniziato da un copione che ho scritto cinque anni fa, credo fosse il 1988, intitolato Pentangle. Ha girato per Hollywood e mi ha fruttato altri lavori: era la mia opera migliore, in quel momento.»

Poi nel 1990 lo scrittore è stato contattato dalla piccola casa britannica Challenge Films: volevano fare il film, ma con diverse modifiche alla storia, a cominciare dall’ambientazione nella Londra del 2008, semi-sommersa per colpa del riscaldamento globale.
Niente di quello che si vede in Split Second era presente nel copione originale, tanto da chiederci: perché le case comprano un film per poi cambiarlo totalmente?

E sì che Laura Gregory, produttrice nonché capo della Challenge Films – specializzata in video pubblicitari e che con Split Second esordisce nel cinema – afferma che il copione di Pentangle l’ha trovato una splendida lettura: allora perché cambiarlo totalmente? Fatto sta che la Gregory e il regista londinese Tony Maylam (che ha fatto ben poco nella sua carriera cinematografica) si sono messi a lavoro sulla sceneggiatura.

«Gary [Thompson] ha scritto Pentangle come una storia di poliziotti soprannaturali degli Stati Uniti: era buono, ma ce ne sono già tanti di film di poliziotti americani, così abbiamo pensato di ambientare la storia a Londra e di trasformare i due in un poliziotto duro, quasi un mercenario, affiancato da una giovane recluta. Gary ha adorato l’idea e ci ha dato i diritti.»

La produttrice non nasconde il fatto che il film è diventato realtà solo quando Rutger Hauer ha accettato di parteciparvi: secondo lei l’attore avrebbe letto il copione in aereo, mentre era in volo sull’Alaska ed avrebbe accettato al volo. Capito? Al volo… Va be’, in Alaska hanno riso di più.
Comunque l’attore non ha molto tempo da dedicare al film, in quegli anni sta lavorando a capo chino con due o tre film l’anno e ha già degli impegni: però ha l’estate libera, se la Challenge Films ce la fa ad organizzare tutto fra giugno e l’inizio di agosto si può fare. Laura Gregory ci riesce: venti giorni di pre-produzione e otto settimane di riprese in un set studiato per “cambiare forma”, così da girare in pratica l’intera pellicola in un unico studio. Si è fatto pure in tempo a riscrivere al volo qualcosa, grazie a Thompson presente alle riprese, e per esempio si è aggiunto il personaggio del Rat Catcher (Michael J. Pollard).


La distribuzione in Italia

Presentato al Brussels International Fantastic Film Festival nel marzo del 1992 e giunto nelle sale americane nel maggio successivo (secondo IMDb), Split Second finisce sul tavolo della censura italiana il 5 agosto di quell’anno e otto giorni dopo si ritrova un bel “vietato ai minori di 14 anni” stampigliato in fronte (secondo ItaliaTaglia). I distributori fanno appello ma i censori non demordono, per via della scene «raccapriccianti». Come abbiamo visto succedere spesso, nei titoli dell’epoca, quando poi si tratta di distribuire il film nel ricco mondo dell’home video ogni divieto… puf… scompare.

Esce nelle nostre sale il 21 agosto 1992 con il titolo Detective Stone («Ha occhi da assassino, modi da criminale e armi da killer, ma è un poliziotto»).
Rimane giusto un annetto al cinema, poi nel settembre 1993 esce in VHS ViviVideo e infine Italia1 lo presenta in prima visione venerdì 21 ottobre 1994. Merita di essere citata la trametta del “Radiocorriere TV” (n. 42 del 1994):

«E indagando indagando trovò il killer. Non diventarono amici nemmeno per una sera e si spararono.»

CVC e MHE lo portano in DVD dal 2005, e questa edizione – con la splendida pellicola italiana del film, scura e buia – l’ho trovata fortunosamente sulle bancarelle: che belli i tempi in cui c’erano le bancarelle…


La storia

Grazie al giornalista Mark Kermode e al suo servizio su “Fangoria” nel marzo 1992, sappiamo che l’originale Pentangle di Thompson era ambientato nella Los Angeles contemporanea, dove un detective è ossessionato dalla caccia ad un serial killer che colpisce ogni cinque anni, e i cui luoghi del delitto formano un simbolo mistico. All’uscita in sala di Pentagram (The First Power, 1990) con Lou Diamond Phillips lo sceneggiatore è stato costretto a cambiare trama, visto che era appena stata “bruciata” da quel film di Robert Resnikoff. (Peraltro un ottimo film, se la memoria mi assiste.)

«È stato orribile, ha davvero distrutto il mio copione. Ero in Inghilterra e si parlava molto del riscaldamento globale, e qualcuno citò il fatto che il Tamigi stesse ingrossandosi sempre più: cominciai a fare ricerche e il film ritornò alla vita. È curioso, perché negli Stati Uniti non abbiamo idea di cosa il riscaldamento globale stia facendo agli altri Paesi, ed abbiamo un Presidente per cui sono necessari ulteriori studi: vuole “studiare” il problema finché l’acqua non inonderà la sua camera da letto alla Casa Bianca!»

No, non sta parlando di Trump, vista la data si tratta di George Bush padre, tanto per ricordare che sono decenni che gli elettori americani fanno finta di non sapere nulla del riscaldamento globale, malgrado secchiate di opere lo raccontino in ogni forma.

Il film dunque cambia e il serial killer psicopatico diventa un mostrone di due metri, la cui creazione è affidata a Stephen Norrington, che si è fatto le ossa nel gruppo degli effetti speciali di Piramide di paura (1985) e Aliens (1986), è stato fra i curatore degli effetti della creatura di Alien 3 (1992) e come regista ha firmato Blade (1998) e La leggenda degli uomini straordinari (2003). Un ragazzo in gamba.

Norrington ha disegnato il costume della creatura perché si adattasse al fisico dell’alto acrobata e ballerino Stewart Harvey-Wilson, rendendolo uno «Schwarzenegger alto e nero».

Va detto subito: l’ispirazione buona si è esaurita nella creazione dell’ottimo costume del mostro, che non appare mai nel film: cambiare al volo soggetto e sceneggiatura ha lasciato cicatrici profonde nel complesso del film.
Così dopo 40 giorni e 40 notti di pioggia, che è proprio una strizzata d’occhio biblica appena accennata (della serie “la tocco piano”), la Londra del 2008 è ormai in larga parte sommersa d’acqua, per colpa di “qualcuno” che ha ignorato il riscaldamento globale: “qualcuno” a cui ora fischieranno le orecchie.

Il film che parla forte ai presidenti americani negazionisti

L’acqua alta e gli attacchi di branchi di ratti sono niente: il vero problema… è il detective Stone, che si aggira armato e pericoloso.

Il vero pericolo della Londra del 2008

Il film in pratica è già finito, perché la cazzutissima entrata in scena di Stone corrisponde esattamente con l’esaurirsi della sceneggiatura. In fondo gli autori hanno un solo set buio per raccontare un futuro buio in cui si sta tutti al buio: un ottimo sistema per risolvere il problema di non avere soldi per altri ambienti, né tempo per gestirli, ma basterebbe una buona storia per ovviare al problema. E qui non c’è una buona storia.
I vari cambi volanti di copione hanno reso senza la risposta una domanda semplice: chi è il cattivo della storia? Boh. Tutto quello che avviene è uno sparare a casaccio senza dare alcuna risposta: inventatevi voi un motivo per il mostro del film, perché non ne troverete all’interno della sceneggiatura.

Due strambi sbirri in un mondo strambo

Tanto perché gli autori non volevano fare il solito film poliziesco americano di “strambi sbirri”, hanno rifatto identico il solito film poliziesco americano di “strambi sbirri”, con forzature molto spesso di cattivo gusto: Hauer è troppo Hauer, il buffone che gli hanno affidato è troppo buffone. Però a loro va il merito di aver sdoganato “X-Files” con un anno d’anticipo, visto che i dialoghi fra i due sembrano usciti di netto dai copioni di Mulder e Scully.
Stone è quello che crede nel mostro paranormale, il suo collega è serio e studioso e non crede, quindi – come vuole il canone fisso della narrativa anglofona – è il primo a ricredersi e a diventare più credente del credente, mettendo insieme calendari cinesi, DNA dei ratti, psicologia dell’antani sociopatico e secchiate di supercazzole scientifiche da raggelare il sangue. Cosa però sia il mostro, non lo sa nessuno: soprattutto gli autori del film.

Non sappiamo cosa sia il mostro, ma sappiamo che lo ammazzeremo

Una sottotrama totalmente inutile ci racconta che Stone ha visto massacrare il proprio collega a cui voleva un mare di bene, ma proprio tanto, ed è proprio quello stretto legame che lo portava a spupazzarsi la di lui moglie: quando vuoi bene ad un amico, vuoi bene anche a sua moglie. Qui interpretata da Kim Cattrall, che arriva di corsa dal set dell’appena completato Star Trek VI Rotta verso l’ignoto, e infatti ha ancora l’acconciatura vulcaniana.

Correndo da “Star Trek VI”, Kim non ha avuto il tempo di cambiare pettinatura

A cosa serve il personaggio della donna? Ovvio, a essere minacciata dal mostro: si vede che questa sceneggiatura è proprio studiata bene. Il mostro penetra per tre volte nella casa di Stone e aggredisce per quattro volte la sua donna, eppure a Stone non viene mai in mente che dovrebbe rimanere in casa, per dare la caccia al mostro. Lui invece per tutto il film esce, guida per non si sa dove, riceve una chiamata che il mostro è a casa sua e torna indietro. E questo non per una volta, non per due volte, siòri e siòri, ma per ben tre volte. Quando uno scrive una sceneggiatura coi fiocchi, si sente nella bocca e anche nel naso.

Il portachiavi è il personaggio meglio scritto del film!

Che c’entra Londra allagata con un mostro che divora cuori per acquisirne DNA come gli aborigeni? E perché un mostro dovrebbe seguire le credenze degli aborigeni, il calendario cinese, il pentacolo e le tagliatelle di nonna Pina? E perché niente delle stupidate che vengono snocciolate in questo film trova una qualsiasi spiegazione? E perché all’inizio il mostro porta un soprabito e spara con il fucile? Come fa a premere un grilletto con artigli lunghi trenta centimetri? L’avete capito: niente è spiegato, perché niente è spiegabile.
Ci sono solo due strambi sbirri che si aggirano sempre per lo stesso vicolo e sparano miliardi di proiettili ad un mostro invincibile ai proiettili.

Un film che è un Manifesto delle Armi Inutili

Perché mettere in scena valanghe di pistole e fucili che non servono a niente? Tanto Hauer ucciderà il mostro con uno schiaffo, in un finale deludente come pochi.


Commento finale

«Ottusamente banale e inutilmente violento». Non ci va giù leggero “Hollywood Reporter” del 30 aprile 1992, ma poi arriva “Daily Variety” del 1° maggio successivo e cala la mannaia: «estremamente stupido».

Sebbene siano assolutamente condivisibili questi commenti, lo stesso non si riesce a voler male a questo film, malgrado sia una somma infinita di pessime scelte.
È innegabile il sentore di una “favola oscura”, una danza chiusa in ambienti bui e claustrofobici dove va in scena una moralità classica: il bene comune (rappresentato dal poliziotto studioso e civile) che deve cercare un equilibrio tra il bene assoluto (Stone) e il male assoluto (il mostrone). È Ismaele che osserva Achab dare la caccia alla Balena Bianca: quanto folle dev’essere il bene perché smetta di essere accettato dalla società civile? E se usa gli stessi strumenti del male, come capiamo cosa è il bene?

Ti chiamerò Ismaele, e questo è il mio arpione

Non escludo che il mio voler comunque bene ad un film sbagliato sia dovuto all’Effetto Nostalgia, ma è anche vero che questa pellicola non nasce nel vuoto (o nel buio), bensì in un momento ben preciso della narrativa cinematografica: cioè in anni in cui queste storie oscure riuscivano a raggiungere il cuore degli spettatori, più che il loro cervello. Detective Stone (1992) è un madornale errore come Alien 3 (1992), però entrambi parlano la lingua di successi come Seven (1995) o I soliti sospetti (1995): l’obiettivo danza sul corpo degli attori, la fotografia rende ogni fotogramma potente ed evocativo, mentre la storia parlata è molto meno importante di quella mostrata.

Sono film che raccontano un’umanità senza più valori e che si agita sull’abisso, storie in cui il bene civile non può che lasciare il posto ad un bene estremo, che combatte il male in modi tali che diventa difficile capire la differenza tra i due. La struttura “bene civile + bene estremo + male estremo” è la stessa di Seven ma non ha la forza di una sceneggiatura scritta bene, così come la tecnica registica ha le stesse idee ambiziose di Alien 3 ma è molto lontano dal riuscire ad eseguirle.
Se dunque il cuore c’è – e in Detective Stone c’è abbondanza di cuori, soprattutto estratti dai relativi corpi – il resto è assente ingiustificato: un soggetto senza capo né coda che si sposa con una sceneggiatura il cui unico pregio è mostrarci un Hauer cazzuto e sbruffone. Il tutto diretto da uno che guarda nella direzione giusta senza però sapere come arrivarci. Se vi basta, è il film che fa per voi.


Le armi del film

Malgrado sembrino tutte futuristiche, le armi mostrate nel film sono “normali”, a parte il pistolone di Stone.

Stone e il suo piSTOloNE

Stando ad IMFDb, la produzione ha modificato un Crossman 3357 Revolver, una pistola calibro .50 per il paintball costruita perché somigli ad una classica Colt Python. Il lavoro direi che è davvero gradevole e soprattutto futuristico.

Volete vedere come fa BOOM?

Oltre al pistolone fuori ordinanza, il detective Stone è ufficialmente dotato di un MP-15, un Glock 50 e un mitragliatore d’assalto A-3 (A-3 assault shotgun). «Meno male che non hai un lanciagranate G-8», è il commento del suo superiore sconsolato (con quel “G-8” inventato di sana pianta dal doppiaggio italiano), che non è per niente sicuro a far andare per le strade un’arma vivente come Stone. Comunque tutte queste armi sono bazzecole contro il mostrone, e anche il serio e riflessivo Durkin arriva ad una conclusione chiara: «Ci vogliono armi più potenti!»

No, non basta: ancora più grosse!

Purtroppo questo film rientra nel pessimo canone “Se sparargli non funziona, sparagli di più”, quindi le bigger guns che i due protagonisti si procurano sono letali solo nella loro totale inutilità: come si calcola il calibro di una pallottola che non fa alcun danno?

Bella scena, bella presenza, ma è l’arma più inutile della storia del cinema

Comunque si prendono un «A-3, semiautomatico di grande potenza [A-3, high-powered semiautomatic], un lancia-granate, un Malcolm 9mm con proiettili esplosivi [High-capacity 90mm, automatic], un SA80», e si finisce con un’arma da guerra, automatica a ripetizione (assault shotgun, fully automatic), «spara 650 caricatori al minuto»: ottimo… daccene due!


Fonti

  • Mark Kermode, Death in a Split Second, da “Fangoria” n. 110 (marzo 1992)
  • Adam Pirani, In a Split Second, da “Starlog Magazine” n. 178 (maggio 1992)

L.

P.S.
E ora, tutti a leggere la recensione di Cassidy.

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China Salesman (2017) Contratto mortale

Quando Willy l’Orbo ti consiglia un film, è una cosa seria. Perché Willy l’Orbo… c’ha occhio! (non ho resistito…)
Scherzi a parte, il nostro Willy mi ha informato dell’uscita in lingua italiana (Koch Media, maggio 2019) dell’ennesima roba di Seagal, che per l’occasione si scontra con Tyson: e Alien vs Predator muto!

I cinesi di quest’epoca sono gli unici al mondo ad avere i soldi – quelli veri, non le chiacchiere digitali – eppure servono almeno dieci case per sovvenzionare questo filmucolo: ma quanti soldi hanno chiesto i due noti protagonisti?
Così la prima metà di China Salesman se ne passa ad elencare i marchi e i loghi delle infinite case e produttori che hanno messo soldi in questo roba, che però sembra girata da un tubista nella propria cantina.

Quello che inizia è il solito prodotto cinese moderno: un’opera di becera propaganda politica che si prefigge di superare qualsiasi altra propaganda politica mai esistita prima. E nessuno può fargliene una colpa: siamo cresciuti con la propaganda politica americana che si andava a sostituire alla propaganda politica fascista: anche se parliamo di dilettanti, in confronto ai cinesi.
In Occidente sono considerati grandi fighi Mel Gibson, per cui uccidere gli infedeli è giusto, e Frank Miller, per cui morire per la patria è giusto: come faccio a criticare i cinesi, che qui addirittura parlano di pace e sperano in un futuro di amicizia e collaborazione?
Sono alle strette, e posso sollevare un’unica obiezione: una delle più note opere di propaganda nazista, Olympia (1938), può vantare una qualità artistica a cui nessuna propaganda non-nazista è mai riuscita ad arrivare. Diciamo che le propagande successive sono così impegnate nello spingere gli spettatori a morire che si scordano di curare anche la qualità dell’opera in sé. Se proprio devo subire, preferirei Hero (2002): bieca propaganda politica, ma un grande capolavoro di film.

Il vuoto con la propaganda intorno

Chiusa la parentesi politica, non rimane altro. China salesman è il classico prodotto cinese, dove tutti i gwailo (diavoli bianchi) ce l’hanno con loro e li trattano a pesci in faccia, ma loro a capo chino lavorano duro e alla fine vincono. I neri invece sono più simpatici, perché in fondo i cinesi si sentono i neri del mondo e la storia purtroppo dà ragione loro: come sono stati trattati dagli occidentali dall’Ottocento in poi in fondo giustifica ogni acredine nei nostri confronti.

No, proprio nessuna propaganda, tranquilli: giusto una sgommatina…

La vicenda si svolge in Africa, continente molto ambito dai cinesi e si parla di telefonia mobile, anche qui “roba cinese” per eccellenza. Il protagonista vive una tipica storia cinese con una trama che servirebbero venti film occidentali per raccontare, con una media di 3.500 cambi di direzione della storia, dai cinque ai diecimila colpi di scena, una rosa di tematiche che vanno dalla denuncia della mutilazione genitale femminile al problema del proibizionismo, una trama impossibile da seguire perché è come se avessero condensato millemila pagine di Guerra e Pace in un volantino, e alla fine si entra in coma da iper-trama.
Alla seconda ora di scorrimento dei titoli di coda più lunghi della storia – ma quant’è costato ’sto film, dieci miliardi? – ci si risveglia e ci si pone una fatale domanda: ma Seagal e Tyson?

Non ce la faccio, non ce la posso fare…

Da sempre gli asiatici adorano i lottatori occidentali grossi e che fanno facce buffe. Steven Seagal quando ancora era vivo ha partecipato ad un’operazione simile con Clementine (2004), insopportabile drammone mariomerolesco coreano dove appare per qualche minuto. Qui è la stessa cosa: replicando la vuota nullità che impone a tutte le centinaia di suoi film, appare qua e là a fare niente.
Molto più attivo Mike Tyson, che interpreta un discendente delle tribù di Mbuto (o così mi sembra di capire) che vuole riportare all’antico splendore il suo popolo guerriero… o qualche stupidata simile, non ha proprio importanza.
All’inizio del film i due si menano dando triste spettacolo di sé: sembrano due vecchi che litigano al parco, con tanto di manine agitate in aria.

Tyson, l’ultimo degli Mmmmmmmmmbuti!

Mentre Tyson ha ancora tracce di vita in corpo, e lo scontro con i buttafuori è intrigante – ammazza che pagnotte che tira! – quando poi deve affrontare il più morto dei viventi tutto crolla. Basta un sopracciglio di Tyson per vaporizzare Seagal, o quella forma pizzettosa che assomiglia a lui, quindi è impossibile credere sul serio che basti agitare le solite manine in aria per fermare i pugni di Tyson.
La scena è triste e non sono riuscito a catturare un solo fotogramma: il montaggio serrato e l’uso di almeno dieci stuntman per far finta che Seagal sia vivo rendono impossibile ritrarre la sequenza.

Non c’è altro da dire se non che ci sono nuovi motivi per stare lontani dai film di Seagal, in quanto hanno raggiunto nuove vette di inguardabilità grazie al gusto cinese: per fortuna i suoi più grandi fan sono fermi agli anni Novanta.

L.

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