Halloween 8 (2002) La resurrezione

Dopo Hellraiser, Venerdì 13 e Nightmare era quasi obbligatorio pensare ad Halloween. Forza, mettetevi comodi che il viaggio verso Halloween 2018 con il nuovo film di Jason Blum è partito…

Com’è andato H20, il grandissimo ed atteso ritorno di Myers, il sequel che ammazza tutti i precedenti sequel? Bene. Male. Benino. Maluccio. Insomma. Successone. Prendete una rivista o un commentatore, e avrete uno qualunque di questi commenti discordanti. Stando ad IMDb – e ai più onesti cronisti dell’epoca – nel primo weekend di programmazione il film per puzza rientra delle spese, guadagnando qualche decina di milioni in seguito. Se guardiamo l’incasso totale di 55 milioni sembra un successo, ma la regola del cinema è che si parla di successo solo se il primo weekend si fa il botto, quindi no, non è un successo.

Questi però sono discorsi da bar, perché alla Dimension Films va tutto al contrario: meno il film guadagna, più è una manna perché si pagheranno poche tasse. Quindi tirar fuori altri 15 milioni da buttare nel cesso della saga non è affatto un problema, per lo sforzo congiunto degli Weinstein e degli Akkad.

«Credo che stiamo correndo il rischio di stufare i nostri fan».

A parlare è Malek Akkad: che finalmente stia capendo l’abisso in cui è caduto il franchise?

Iniziano i 35 giorni di riprese nella solita Vancouver, tipica location canadese dei film a basso costo che subentra alle città americane utilizzate finora. Il progetto ha ancora il nome di Halloween: Homecoming e puntualmente si presenta sul set Marc Shapiro di “Fangoria”. Che in effetti sente davvero di essere “tornato a casa”.

Ma… è un omonimo o è proprio lui?

Come regista trova Rick Rosenthal, a vent’anni quasi esatti dall’uscita del suo Halloween 2 (1981), e la sempre entusiasta Jamie Lee Curtis. Nel firmare il contratto del precedente film l’attrice ha accettato di fare anche un ruolo cameo di 30 secondi nel seguito, ma a quanto pare l’esperienza le piace così tanto da rimanere quattro giorni sul set, estendendo così la sua comparsata ad un piccolo ruolo minore.

Jamie Lee pensa alla fine della sua carriera…

Malek Akkad racconta a Shapiro che il progetto è iniziato l’estate precedente, quando si sono incontrati con il poco prolifico sceneggiatore Larry Brand, che aveva buttato giù un copione: a quanto pare, Jamie Lee Curtis l’ha subito adorato, ma lei adorava anche l’abominio precedente, non fa molto testo.
La lavorazione parte ma si fa subito complicata, con la sceneggiatura che ad ogni stesura si fa troppo complessa e piena di personaggi: qualcuno se ne deve andare. Si prende Donaldson, nato – già dal nome – per fare l’erede morale del dottor Loomis di Donald Pleasance, e si cancella dal copione. Sale in sella Sean Hood a cercare di gestire una sceneggiatura già scappata di mano, e questo mi fa stare tranquillo: è l’Hood che scriverà quell’immondizia di Cube 2 (2002), Il Corvo 4 (2005) e Conan the Barbarian (2011). Proprio la persona giusta al posto giusto…

Solo il meglio… del peggio!

Intanto dal 2000 i fratelloni Weinstein hanno chiamato a bordo il mago degli effetti speciali Gary J. Tunnicliffe, destinato ad avere parte fondamentale nella saga di Hellraiser ma per ora solo artefice di capolavori dell’ignominia come Dracula’s Legacy (2000), roba per cui in molti paesi c’è la pena capitale. Mentre lavora a Megalodon (2002), Gary ne approfitta per rimpolpare un po’ il reparto splatter di Michael Myers.

«Finora avete avuto una serie di film che non mostrano molto, è come se aveste pagato per non vedere niente. Quando però hai un assassino come Michael Myers, devi andare un po’ oltre il limite.»

Gary e il regista girano scene di ammazzamenti molto particolareggiati e anche quelli previsti come “fuori campo” li riprendono ben in primo piano: sanno che i produttori non vogliono tutto questo sangue, ma sanno anche che se si gira una scena esagerata, anche dopo il taglio censorio rimarrà abbastanza sangue per piacere agli spettatori. (Tranquilli, nel montaggio finale scomparirà tutto.)
Gary è così fomentato che coglie al volo la possibilità di fare un cameo: volete mettere l’emozione di interpretare un poliziotto massacrato da Myers?

Se non sbaglio, quello al centro dovrebbe essere Gary J. Tunnicliffe

Nell’agosto del 2001 il film è finito e partono le proiezioni di prova: stavolta non sono disastrose, come nel caso precedente, ma lo stesso la pellicola va rimontata e molte scene vanno rigirate. Così l’uscita annunciata per ottobre slitta, e si parla di aprile 2002 e poi slitta ancora, man mano che Rosenthal rigira scene e rimonta quelle già girate. Stando alle dichiarazioni degli attori sul set, pare che siano state girate scene “alternative”, dove cioè alcuni personaggi muoiono o si salvano, a seconda delle future scelte finali di sceneggiatura.
Al giornalista Bryan Cairns di “Cinefantastique” (agosto 2002) il regista Rosenthal parla di “Sindrome da Attrazione fatale“, riferendosi al celebre film del 1987 in cui furono girati due finali diversi e poi si scelse in base alle reazioni del pubblico alle proiezioni di prova: si dice che a seconda del Paese in cui è stato proiettato, il finale sia stato cambiato, con i giapponesi che preferirono la mattanza. (O almeno così disse “CIAK” all’epoca.)
L’unica parte “azzeccata subito” pare essere stata la sequenza con protagonista Jamie Lee Curtis, che il pubblico ha apprezzato in tutte le proiezioni di prova.

Jamie Lee guarda il suo futuro volare via all’orizzonte

A Shapiro Rosenthal racconta che durante la fase di rimontaggio del film ci si è resi conto che il rapper Busta Rhymes era davvero bravo come attore – tanto per ricordare che standard straordinariamente bassi ci siano! – e il suo ruolo man mano è cresciuto, rigirando alcune scene e montando in modo diverso quelle già girate.

«So che la Dimension ha una certa reputazione negativa, in certi ambienti, ma ciò che ho trovato è stata grande disponibilità, e mi è stato risposto che se il film poteva venir fuori migliore, allora avevo libertà d’azione.»

Ci crediamo che Rosenthal si sia trovato bene, ma dubito che questo servirà a risollevare la stima per gli Weinstein, che fare migliore l’ottavo film di una pessima saga proprio non era l’idea che li teneva svegli di notte.

Sarà una citazione voluta alla “vera” Annabelle?

Il 12 luglio 2002 il film esce in patria come Halloween Resurrection, con un leggerissimo rimando nel titolo ad Alien Resurrection (1997).
Il 16 aprile 2003 si riunisce la commissione per il visto censura italiana che lo rilascia il 10 giugno successivo, con il divieto ai minori di anni 14 perché:

«al di là ed oltre il contenuto della pellicola, la violenza presente e gli aspetti macabri o di terrore, mai raggiungono vette significative di credulità ed ipotetica veridicità. Soltanto i più piccoli potrebbero confondere la più che fantasiosa ed immaginaria vicenda con la realtà e la verità.»

Esce in sala il 13 giugno 2003 con il titolo Halloween. La resurrezione (fonte: ComingSoon.it): rimane al cinema giusto un mese, e mi sa che è pure grasso che cola.
La disneyana Buena Vista lo porta in VHS e DVD dal 5 settembre 2003, in vendita dal 13 ottobre 2004. La Cult Media lo ristampa nel luglio 2014 in DVD e Blu-ray.

Quando un film è più morto del precedente, si può parlare di resurrezione?

Sono passati tre anni da quando Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) ha tagliato la testa al fratellino Michael Myers: come l’hanno riattaccata? Ma dài, era ovviamente un altro che aveva la maschera di Myers: su, facciamo finta di crederci.
Mentre come al solito l’assassino torna a scomparire e a passare il solito periodo in cui non si sa cosa faccia né dove vada a nascondersi, Laurie è traumatizzata dall’aver ucciso un innocente e finisce in clinica., in attesa che il fratellone torni a ucciderla così da pareggiare i conti, in una scena che solo un fan talebano può trovare vagamente interessante.
Myers uccide la sorella così da preparare il futuro ennesimo cancellamento della Mythology, visto che Laurie sta per tornare questo Halloween 2018: giusto per ricordarci che NON esiste alcuna mythology in alcun franchise.

Ci… rivediamo… nel 2018…

Cambiamo totalmente genere ed entriamo nelle scuderie televisive, dove giovani attori cercano di farsi spazio e di arricchire il proprio curriculum con stupidate a caso in attesa di diventare famosi in altri ambiti.
Così abbiamo l’acerba Bianca Kajlich pronta a diventare splendida stella televisiva (io l’ho conosciuta con la sit-com “Le regole dell’amore”), l’acerba bionda Katee Sackhoff pronta a grandi ruoli televisivi (sono pazzo del suo ruolo da co-protagonista di “Longmire”) e il giovane Sean Patrick Thomas, che alterna inutili ruoli cinematografici a più sostanziosi ruoli televisivi.

Bella, rega, pronte a diventare famose in TV?

Tranquille, che il bel ragazzo nero sfonda sempre

I primi del Duemila sono un evo oscuro in cui un essere mitologico noto come Busta Rhymes usava il Potere del Nulla per far finta di essere attore. Non so se nella musica la sua totale e assoluta nullità si notasse – ricordo quando con la bambolina di plastica Mariah Carey cantava “Baby, se mi dài la tua io ti do il mio” – ma sta di fatto che è l’unico rapper che fa schifo al cinema. Ricordo che dopo una notte passata a vomitare in seguito alla visione di Shaft (2000) mi ero ripromesso che non avrei mai più visto un film con Busta Rhymes in qualsiasi ruolo: per questo ciclo ho dovuto contravvenire al mio proposito.
C’è anche una di nome Tyra Banks che pare sia bella: non lo so, si vede per due nano-secondi e non mi sembra che esistano donne brutte al cinema per cui lei debba sembrare più bella.

«Noi siamo le nullità che vogliono essere qualcuno» (Marilyn Manson docet)

Gli ebeti protagonisti si iscrivono ad un reality – siamo all’alba del genere – concepito da un buffone ridicolo e imbarazzante (Busta Rhymes), che sembra un pessimo comico che imiti un rapper (invece pare sia un rapper vero). Il format prevede che sei mentecatti passino la notte nella vecchia casa di Michael Myers mentre varie telecamere li riprendono, così che gli spettatori possano scegliere chi o cosa vedere. (All’epoca anche “Il Grande Fratello” giocava sull’idea che dal tuo computer potevi collegarti in qualsiasi momento per spiare la gente nella casa, ma non so se sia mai stato vero.)
I sei ragazzi accettano e cominciano a morire senza che nessuno se ne accorga. Oh, mi sa che non la guarda nessuno ’sta trasmissione…

«E io, fra di voi, che non parlo mai…» (Ciao, Aznavour)

Forse Michael vive in quella casa, non è chiarissimo, comunque in questa bettola di due metri quadrati sei ragazzi salgono e scendono mille scale mentre Michael si nasconde ovunque, sebbene non ci sia alcun posto dove nascondersi.
Con un totale di una goccia e mezzo di sangue e in generale una dabbenaggine imbarazzante, la trama prosegue esattamente come un film di questa saga: cioè come una spazzatura esposta al sole da giorni.

Questo non è per niente groovy

All’epoca “Fangoria” pubblica lettere di fan indignati dalla buffonaggine del prodotto ma le alterna a chi invece ha visto la luce: finalmente un Halloween decente. Contenti loro…
Il 15 luglio 2002 Kevin Crust scrive sul “Los Angeles Times” un pezzo dal titolo più che esplicito, “Svelti, qualcuno spenga la luce”, affermando che «non ci sono abbastanza ferite o umorismo per rendere interessante questo film».

Il commento più intrigante è senza firma e viene dalla rivista più inaspettata, “Draculina” n. 42 (settembre 2002):

«Halloween Resurrection porta l’ideologia moderna nell’idiotologia dell’horror [horror idiotology] e all’improvviso crea la nuova realtà. Mentre una volta potevamo gridare alla ragazza di non entrare in una stanza buia, ora con la popolarità dei reality – dove osserviamo in TV ogni movimento di sconosciuti come se ce ne importasse qualcosa – non aspettiamo altro che la ragazza entri nella stanza buia. La ragazza è diventata quella persona che lei stessa ridicolizzava per non avere abbastanza cervello da prendere decisioni sensate: ora però che la sua sensibilità riflette schemi televisivi accettati, la ragazza è diventata il mostro che lei stessa ha creato.»

Visto che all’epoca era moda scagliarsi contro questi reality, dopo aver spiegato per tutto il film che è un onesto show televisivo d’un tratto Busta de Rime cambia idea e nel finale ci regala un pippone moralistico sulla privacy e sui giornalisti sciacalli. Una roba imbarazzante e di cattivo gusto che solo un prodotto Halloween poteva ospitare.

Appena mi metto a sistemare il PC, subito escono fuori mille cavi!

Che fine fa Michael? Ma che ne so, qua è tutto un casino, dal 1978 non esiste un solo fotogramma che meriti di essere visto: ma quando finisce ’sta cazzata di saga? Purtroppo il ciclo continua…

L.

P.S.
E ora, fate un salto anche allo Speciale Halloween del blog “Non c’è paragone“, senza dimenticare lo Speciale Halloween de “La Bara Volante“.


Bibliografia

  • Bryan Cairns, Halloween: Resurrection, da “Cinefantastique” volume 34 numero 5 (agosto 2002)
  • Kevin Crust, Quick, Somebody, Turn the Light Out, da “Los Angeles Times”, 15 luglio 2002, citato da Anne M. Todd nel suo Tyra Banks: Model and Talk Show Host (2009)
  • Halloween Resurrection, da “Draculina” n. 42 (settembre 2002)
  • Marc Shapiro, Trapped in Michael’s Web, da “Fangoria” n. 214 (luglio 2002)
  • Marc Shapiro, Halloween Days, da “Fangoria” n. 215 (agosto 2002)

amazon– Ultimi post simili:

Annunci
Pubblicato in Horror | Contrassegnato , , | 11 commenti

Guida TV in chiaro 19-21 ottobre 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

Continua a leggere

Pubblicato in Senza categoria | 2 commenti

Taxi Brooklyn (2014) Lasciate morire quel taxi

Dopo cinque film francesi e uno pseudo-remake americano era auspicabile che la saga del Taxi di Luc Besson potesse considerarsi un caso chiuso, visto che dopo il capolavoro del secondo episodio è tutta in caduta verticale.
E invece no, c’è ancora da parlarne, perché Besson e la sua squadra di amiconi hanno deciso di giocare ancora la carta americana, ma stavolta pensandoci loro in prima persona.

Una scritta che mente sapendo di mentire

Dimostrando una volta di più che Besson è morto e sepolto anche come sceneggiatore e produttore, ecco la serie TV “Taxi Brooklyn“, la più imbarazzante buffonata francese mai vista su suolo americano.

L’imbarazzo ha un nuovo nome

Portarsi dietro il regista Gérard Krawczyk (autore dei migliori episodi della saga) ed utilizzando sceneggiatori francesi ed americani sembra quasi un’idea giusta, però poi prendi il taxi che dà il nome alla saga e lo butti via, prendi le scene di corsa in auto per la città e le usi nello 0,5% della storia e butti su schermo la più incredibile compilation dei più stantii e fetenti stereotipi e luoghi comuni da poliziesco americano come non se ne vedevano dagli anni Settanta: questo significa essere morti, Luc, cioè parlare solo per frasi fatte smerdandosi da soli.
Dovresti parlare con Ridley Scott, Luc, siete entrambi due vecchie glorie senza speranza che si stanno fottendo con le proprie mani quel poco di buono fatto in carriera.

Non fatevi ingannare dalle foto: il taxi non c’entra una mazza di niente

Se non fosse per una scritta ad inizio puntata, nessuno sarebbe così pazzo da vedere in questa serie da due soldi un qualsiasi seppur vago riferimento al Taxi di Besson.
Abbiamo la super-detective Sullivan (Chyler Leigh, finalmente lontano dal ruolo di Grey minore in “Grey’s Anatomy”) che malgrado abbia 30 anni è già un’investigatrice di lunga data, soprattutto tosta e pronta a menar le mani, così come capace di guida acrobatica per le strade più trafficate di Brooklyn.
Cioè… questa sarebbe la controparte americana del timido, imbranato, scemotto Émilien di Marsiglia? Che ogni volta che indaga finisce in un cassonetto? Ma siamo seri?

Dopo 5 anni a fare la sorella di Meredith Grey ora voglio sgranchirmi

Siccome le hanno ritirato la patente perché guidava troppo bene, Sullivan si fa scarrozzare durante le indagini da Leo Romba, francese appena giunto dalla Francia dopo un burrascoso passato. In realtà quando l’attore Jacky Ido è nato, il suo paese natale – l’africano Burkina Faso – da quasi vent’anni non era più francese, ma facciamo finta che sia un francese ruspante a New York.
È un padre sensibile che capisce la gente e sa guidare un taxi. Proprio come Daniel, che solo alla fine diventa un padre (distratto) e sa guidare il taxi mille volte meglio.

Un super-papone tenerone e cucciolone nel ruolo di Daniel

Nell’episodio pilota più lungo della storia ci viene rivelato ogni più minuscolo particolare dei due inutili personaggi, un fiume di dettagli che ci si aspetterebbe da qualche ragazzino che nella sua cameretta sogni di scrivere una sceneggiatura, mettendoci troppo ardore: da un testo firmato da Besson – che è Luc Besson, non un suo omonimo – la cosa fa parecchio male al cuore.

Inutile ripetere la lunga e dettagliata biografia che ci viene data dei personaggi, dei loro parenti fino alla terza generazione, dei loro sogni, dei loro timori, di ciò che sognano per il futuro e altre buffonate simili: mi basta dire che la protagonista sta cercando gli assassini del padre. Ahhhhhhhh che roba fresca! Avete mai visto un telefilm in cui il protagonista cerchi il padre? Roba nuova nuova! Si vede che da vecchio decrepito Besson crede di essere tornato negli anni Settanta…

Ogni singolo fotogramma dell’episodio pilota è un chiodo sulla bara della carriera di Besson e sulla saga di Taxi: era davvero da tanti anni che non assistevo a dosi così massicce di qualsiasi qualunquismo racchiuso in un involucro di luoghi comuni tenuti insieme da sputi di sceneggiatura. Pensate ad un qualsiasi stereotipo che abbiate incontrato in una serie TV di New York: c’è. Ma fatto peggio.
Ovviamente non ho preso minimamente in considerazione l’idea di vedere gli altri episodi. Per me Taxi finisce qui. Vorrei poter dire che anche Besson finisce qui, ma in realtà è da molti anni che Luc è finito.

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Corse pazze | 9 commenti

Mongolian Death Worm (2010) Terrore dal sottosuolo

Il ciclo “Monster Night” di Cielo ci regala sempre grande emoZioni… con la Z maiuscola!

Il ciclo della Z più “mostruosa” di tutte

Mercoledì 10 ottobre 2018 il canale ripesca un “grande inedito” (ovviamente sono sarcastico), un filmaccio che proprio si sentiva il bisogno di tradurre in italiano.
Ovviamente firmato da una delle regine della Z: CineTelFilms.

Quando vedete questo marchio, preparatevi alla Z di qualità!

I fan erano in astinenza da Tremors da sei anni quando la CineTelFilms li ha accontentati con Mongolian Death Worm, uscito in patria americana l’8 maggio 2010.
Cielo per l’occasione lo ribattezza Terrore dal sottosuolo.

Ammazza, si sono sprecati per il titolo!

Per l’occasione scendono in campo i migliori sceneggiatori della Z. Come Neil Elman, autore di I Spit on Your Grave 2 (2013) e Kevin Leeson, che ci ha regalato il fiacchissimo Scorched Earth (2018).
Alla guida, sia come regista che come sceneggiatore, c’è Steven R. Monroe: per dare un’idea, questo è il suo film migliore…

Tipica trivella della Mongolia del Texas

Siamo nella Mongolia sapientemente ricreata in Texas, e spero che anche qui si capisca che sono sarcastico: ovviamente gli autori non hanno mai visto la Mongolia neanche su Google Immagini, quindi vi lascio immaginare il grado di credibilità della location.
Comunque la solita ditta di spregiudicati trivellatori trivella trivella finché non fa il casino, risvegliando un’antica genia di mostroni vermoni tremors-formi, che lì riposava.

Fermi tutti, c’è “magliettina” Daniel

Per fortuna “magliettina” Daniel (Sean Patrick Flanery o ciò che ne rimane) è il duro intrallazzone del posto che ci spiega l’arcano:

«I vermi della morte della Mongolia, sono i mitici guardiani della tomba di Gengis Khan.»

Ah, la tomba di Gengis Khan, allora sì che tutto torna. Questo buco di sceneggiatura serve solo a spiegare i vermoni… va be’, “spiegare” è un parolone: diciamo che serviva una certa dose di buffonate da far dire agli attori (va be’, “attori”…) per allungare il già scarno minutaggio.
A questo punto allunghiamo il brodo chiamando il noto caratterista di Hong Kong George Cheung a fare il tipico sceriffo mongolo: oh, siamo sicuri che in Mongolia ci siano gli sceriffi?

George Cheung, tipico sceriffo della Mongolia

In questa terra che brulica di americani, poteva mancare la dottoressa bionda col cappello da cowgirl? In fondo siamo nel Texas, ci sta che Alicia (Victoria Pratt) assomigli più alla vaccara locale con cappello di pelle di serpente, che sembra pronta per il cast di coattoni del mitico Mega Python vs Gatoroid (2011).
Un po’ di gente varia – nessuno mongolo, tranquilli – riempie un cast scarno per un film minimalista, che ha speso tutti e dieci i dollari del proprio budget nella creazione di mostroni credibilissimi.

Ha una bocca un po’ alla Predator…

L’appassionante storia di Daniel che accompagna Alicia all’ospedale locale, sfidando i temuti pirati alla ricerca della tomba di Gengis Khan e gli spietati trivellatori folli, fa dormire sin da subito e il resto non ci risveglia mai.
Il livello di dabbenaggine non raggiunge gli alti standard a cui la CineTelFilms ci ha abituati, non scatenando neanche mezza risata, quando invece ricordo che parliamo della casa che ha osato l’inosabile: ha fatto crescere la barba a Stephen Baldwin!

Invece di sparare, guardatevi le spalle!

Sbadigli e noia ci avvolgono in un abbraccio caldo e soporifero, mentre tifiamo per i vermoni che purtroppo non vincono. Peccato.
In effetti è una brutta annata per la casa. A parte l’ottimo Icarus con Dolph Lundgren, siamo nel 2010 di quella bojata di I Spit on Your Grave ma soprattutto di Stonehenge Apocalypse, e ci aspetta Doomsday Prophecy (2011): è proprio un periodaccio, con filmacci che mettono solo tanta tristezza.

Mi è sembrato di vedere un vermone della Mongolia…

Speriamo che Cielo torni a tradurre film Z “buoni”. Intanto il suo ciclo “Monster Night” sembra concluso, ma tranquilli: la serie Z tornerà sempre.

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Bestiacce | Contrassegnato , | 14 commenti

Intervista baskettosa a Cassidy

Nel basket ci vuole cu…? Ci vuole cu…?

Il celebre atleta Kareem Abdul-Jabbar ha appena presentato in Gran Bretagna il suo nuovo romanzo con protagonista il fratello di Sherlock Holmes mentre lo “scottante” Balle mortali (2018) di Roberto Burioni – libro dedicato a come i truffatori e l’opinione pubblica gestiscono le malattie letali – ricostruisce fra l’altro il “caso” di Magic Johnson. Vuoi vedere che l’Universo mi sta dicendo che è ora di tornare a parlare di basket?

Accetto il richiamo e a questo punto mi rivolgo al più appassionato che io conosca, di questo sport: Cassidy, del blog “La Bara Volante“.

Chi segue il tuo blog o il mio ciclo sul cine-basket ormai lo sa bene: Cassidy ha la pallacanestro nel sangue sin da quando aveva le rotelle alla bara volante! Come ti sei appassionato a questo gioco?

In effetti ho iniziato ad amare il giochino con la palla a spicchi relativamente tardi, verso i tredici o quattordici anni. Era la metà degli anni ’90, la mania della NBA stava per sbarcare anche in questo strambo Paese a forma di scarpa grazie alla popolarità di Michael Jordan, ma io tutto questo ancora non lo sapevo, mi sono innamorato del gioco nell’unico posto possibile, al campetto.

Le partitelle a scuola erano poca roba, giocate da dilettanti allo sbaraglio direi, eppure siccome non sapevo giocare, nessuno mi passava mai la palla (storia vera). Per stare in attacco, “battezzato” si dice in gergo, dalla difesa, ho pensato che potevo restare nella metà campo dove nessuno voleva giocare, quella difensiva. Scelta che su un campo “vero” mi avrebbe assicurato la panchina a vita, mentre su quel campetto è servito a farmi guadagnare credibilità, recuperando palloni in difesa, i miei compagni hanno iniziato anche a passarmela in attacco.

Così ho imparato ad amare questo giochino a cui tutti possono giocare, alti, bassi, grassi, bianchi, neri, verdi, da allora non ho mai più smesso di giocare ed amare il gioco, e la parte difensiva è ancora la mia preferita.

Negli anni Ottanta il cartone animato “Gigi la trottola” era un’autorità morale in vari campi, compreso il basket. Tu lo vedevi? E se sì, ti piaceva? C’erano altri cartoni su questo sport che seguivi?

“Gigi la trottola” è una tappa fondamentale per tutti quelli che erano piccoli negli anni ’80, penso che sia ancora così popolare perché il protagonista era azzeccato e divertente, mentre il basket veniva mostrato in modo molto spassoso, stai pur certo che su un campo da basket, prima o poi qualche giocatore vorrebbe poter distrarre la difesa nascondendosi dietro al pallone come faceva Gigi!

Per assurdo gli americani non hanno mai prodotto cartoni animati dedicati al basket, i giapponesi invece hanno sempre spaziato su tutti gli sport (da Rocky Joe a L’Uomo Tigre passando per Mila e Shiro), e negli anni ’90 mi piaceva molto Slam Dunk [da cui il film Shaolin Basket], le divise ispirate ai Chicago Bulls si mescolavano all’etica giapponese per il lavoro e il sacrificio. Hanamichi Sakuragi era l’inetto con grande passione per il gioco, che passa da “zero” a “eroe” migliorando e lavorando duro, molto facile immedesimarsi con lui per chiunque abbia giocato.

Vola, sul campo da basket vola…

Non ho mai seguito il basket ma seguivo Bruce Lee, e l’ultimo “nemico” che affronta in vita è un suo amico ed allievo: Kareem Abdul-Jabbar. Cosa ne pensi di questo grande giocatore e delle sue puntatine nel cinema?

Chiunque ha detto che nessun uomo è un’isola, probabilmente non ha mai conosciuto Kareem Abdul-Jabbar. Al pari di Bruce Lee, uno specimen fisico che gli scienziati dovrebbero studiare, ci sono tante storie su di lui, nato Lewis Alcindor (il suo nome prima della conversione religiosa) in prima elementare era così alto che la maestra, al primo giorno di scuola gli ha detto: «Lewis non stare seduto sul banco, siediti sulla sedia… Lewis ti ho detto di sederti sulla sedia!», «Ma signora maestra sono già seduto sulla sedia!» (Storia vera).

A Kareem basta un film per entrare nella storia del cinema

Il suo gancio cielo è stato il tiro più immarcabile di sempre, almeno fino al tiro cadendo all’indietro di Michael Jordan: quando ho iniziato a giocare in una squadra vera, non sapevo fare quasi nulla, ma tiravo solo in gancio per altro con una certa continuità. Al primo allenamento marcato dal più alto della squadra, ho segnato con un gancio cielo che ha ricevuto i complimenti anche dal difensore (storia vera), lo avevo imparato guardando i vecchi filmati di Jabbar per poi imitarlo (male) al campetto.

Sul campo e nella vita Jabbar è uno notoriamente schivo, in pratica un divo del muto prestato alla pallacanestro, eppure allo stesso tempo uno dei giocatori della NBA con più propensione per il piccolo e il grande schermo, e questo ci dice molto dell’unicità dell’individuo. La sua frase «Prova a vedertela tu ogni sera con quei Cristoni» de L’aereo più pazzo del mondo (1980) è uno dei molti momenti di culto di un capolavoro che è pieno di momenti di culto, anche se il suo ruolo più leggendario resta proprio lo scontro con il suo Maestro Bruce Lee in Game of Death.

Kareem Abdul-Jabbar era uno degli allievi VIP di Bruce Lee (tra gli altri, anche il grande James Coburn), nel tuo gran pezzo su Game of Death hai scritto tutto quello che bisogna sapere su quel film, per Lee ogni piano della torre era uno stile marziale da affrontare e battere, perché la filosofia di Bruce Lee era che le arti marziali non dovevano essere “metodo” ma assenza di metodo. Per questo Jabbar era all’ultimo piano, per Bruce Lee lui rappresentava il marzialista ideale, un fisico allenatissimo ma privo di qualunque preconcetto legato allo stile delle arti marziali, infatti per batterlo nel film, Lee ci insegna che un vero combattente deve capire i punti deboli dell’avversario per batterlo (la luce forte del sole), che poi è anche quello che si fa sul campo da basket quando devi battere il tuo difensore e fare canestro.

Quindi posso dire che Kareem Abdul-Jabbar oltre ad avermi insegnato l’importanza del tiro in gancio, è stato il punto di contatto tra la mia passione per il basket e quella per i film di arti marziali. Grazie signor Jabbar!

Cominciano i Novanta e arriva “Chi non salta bianco è” (1992): hai qualcosa da raccontarci sul film? E quale delle due tipologie di giocatori preferisci?

Cosa posso raccontarti? Che la canzone da doccia di Woody Harrelson è ancora una delle mie preferite da cantare quando mi lavo? (storia vera), oppure che metà dei dialoghi di quel film fanno parte della mia normale parlata nella vita di tutti i giorni? Lo adoro quel film, avevo anche iniziato a scriverne un post “in coppia” che vorrei davvero terminare un giorno.

White men can’t jump ha un enorme pregio, oltre ad essere uno spasso e un gran duo di attori, è il film che spiega al meglio come la pallacanestro possa essere maestra di vita: quello che impari sul campo, serve anche fuori dal campo, nella vita. Ron Shelton ha davvero capito l’essenza del gioco.

La faccia di un nero che “schiaccia”

Per quanto riguarda i due giocatori, bisogna dire che prima o poi capita a tutti di avere un Sidney in squadra, uno che gioca per la platea, magari anche benissimo, ma per fare sempre la giocata spettacolare. Personalmente mi sento più vicino a Billy, non solo perché mi ritrovo nella sua cocciutaggine, ma soprattutto perché è uno che non ha l’aspetto di un giocatore di basket, però sa giocare. Sul campo chiunque andrebbe giudicato solo per quello che sa fare, anzi, non solo lì.

Con un salto in avanti arriviamo al Michael Jordan, di “Space Jam”: che ne pensi del giocatore e dell’attore?

Mi viene sempre in mente un vecchissimo episodio di NBA Action degli anni ’90, trasmissione che termina sempre con la “Top Ten” delle dieci migliori azioni della settimana, dopo l’ennesima “Magata” di MJ il commento era: «La migliore interpretazione di Michael Jordan. Quando interpreta il ruolo di se stesso», bisogna dire che era appena uscito Space Jam.

Come ti posso riassumere MJ per me? La cosa più vicina che io abbia mai avuto ad un eroe: abbiamo citato di Bruce Lee prima, ecco Michael Jordan è stato come Lee, un campione assoluto con un talento unico, capace di esportare e sdoganare nel mondo la disciplina in cui eccelleva. Entrambi iconici poi, se Bruce Lee aveva i nunchaku e la tuta gialla e nera, MJ aveva le Air Jordan ai piedi, la gomma da masticare, il polsino tirato su e la lingua di fuori mentre volava sopra gli avversari. Nessuno ha mai controllato il campo come faceva lui, bastava guardarlo per capire il momento esatto in cui lui pensava: «Ok, adesso la vinco io questa partita» e poi lo faceva davvero. Nella mia vecchia cameretta, a casa dei miei, ci sono ancora i poster di “His Airness” alle pareti (storia vera).

Space Jam era il culto di quella figura iconica nota come MJ, Michael è abbastanza impacciato come attore, anche se deve interpretare se stesso, ma appena si infila la canotta e le “Jordan” ai piedi è un animale nel suo elemento. Non hai idea di quante volte ho visto quel film, l’avevo visto al cinema, conservo gelosamente la VHS, pensa che qualche mese fa me lo sono riguardato in inglese su Netflix, così, per provare una novità (storia vera). Penso che presto inizierò a guardarlo anche nelle altre lingue disponibili, tanto lo so a memoria.

Dal football o dal wrestling arrivano fiumi di aspiranti attori, come mai secondo te dal basket arrivano giusto pochi nomi sparuti? Pare sia più facile che i giocatori finiscano sotto il costume del Predator…

Penso che sia un problema di campionato, la NFL di Football inizia a settembre e termina a febbraio con il Super Bowl, mentre la WWE entertainment, come tu ben sai, può permettersi di usare i suoi atleti in filmacci d’azione in cui NON fanno mosse di wrestling. La NBA invece inizia con la summer league a fine agosto, prosegue fino ad ottobre quando il vero campionato inizia, e se una squadra arriva ai playoffs e magari va in finale, potrebbe finire il campionato a fine giugno o primi di luglio, in base a quante gare si giocano in finale.

Questo lascia ben poco tempo agli atleti NBA per dedicarsi ad altro, infatti di solito li vedi in piccoli film girati in estate, robette di solito di poco conto come Thunderstruck (2012) con Kevin Durant, anche se ultimamente ne ho visto uno che mi è piaciuto molto, Uncle Drew, ho il commento in rampa di lancio sul mio blog.

Un peccato che il Predator di Shane Black non stia andando benissimo al botteghino, ci sono tanti giocatori nella NBA, avremmo potuto avere tanti Yautja!

Il mega-speciale dedicato al Maestro

Ho tirato per le lunghe ma dobbiamo parlare dell’uomo che forse, e dico forse, ama il basket un pochino più di te: John Carpenter, l’unico e il solo. Hai il resto della giornata per parlare del tuo rapporto con lui…

Ma questa è ancora più difficile che farmi una domanda su MJ! No sul serio, quanto tempo ho per rispondere? Ok, diciamo che per me ogni occasione è buona per scrivere e parlare di Giovanni Carpentiere, ogni giornata passata a parlare di Carpenter, è un giorno ben speso, quindi grazie per aver dato un senso anche a questa giornata!

Detto questo, se dovessi scegliere western ed horror sono i miei generi preferiti, Carpenter eccelle in entrambi, persino il suo film più piccolo trova il modo di incollarmi allo schermo, inoltre trovo magnifica la sua capacità di restare eternamente pragmatico, di andare dritto al sodo, quando parla e quando dirige, e di non montarsi mai la testa. Non so se il Maestro abbia anche mai giocato a basket (ai videogiochi di sicuro) ma con queste caratteristiche sarebbe un compagno di squadra ideale, diciamo un altro molto vicino ad essere un eroe per il sottoscritto. Sono piuttosto sicuro che se avessi l’onore di bermi una birra (o più) con il Maestro, finiremmo di sicuro a parlare di pallacanestro, anche perché in ogni intervista, lui si smarca dalle solite domande, sentite un milione di volte e attacca a parlare di basket.

Per altro, l’unica concessione del Maestro alla mondanità di Hollywood è la sua passione per i Los Angeles Lakers, uno “contro” come lui dovrebbe tifare per l’altra squadra della città, i Clippers (che hanno storicamente un solo fan VIP, Billy Crystal), però lo capisco, in “Giallo-Viola” sono passati alcuni dei più grandi giocatori di sempre: ecco, mi spiace solo che ora giochi lì anche LeBron James. Si perché quando i Lakers vanno male in campionato, il Maestro si muove dal suo divano, produce dischi va in tour, ma con James in squadra ora sono certo, che si piazzerà sul divano di casa sua!

Chi non salta, Jena è!

Non possiamo dimenticare Spike Lee, anche lui leggerissimamente appassionato del gioco. Qual è il tuo rapporto con il regista di “He Got Game”? E con il film, già che ci siamo.

L’uomo è controverso, diciamolo, è una polemica pronta ad avvenire, di solito avvolta in sgargianti vestiti, e magari sotto un berretto dei suoi New York Knicks. Spike Lee ha una lingua talmente lunga che spesso ci inciampa da solo facendo anche figure di niente. A bordo campo al Madison Square Garden in pratica è il sesto uomo per i Knicks, normalmente accende “Radio Spike Lee” e stende di parole i giocatori avversari (storia vera).

Come regista mi piace molto, certo è retorico, certo spesso non è raffinatissimo, ed è anche capace di sfornare film di rara bruttezza (sui titoli, sorvolo elegantemente…), ma ha un approccio incazzato che apprezzo, e quando è in vena può sfornare capolavori, tra cui proprio He Got Game, di cui prometto di terminare quel post che ho iniziato tempo fa, lasciato in sospeso causa casini vari.

Un film a cui sono molto legato, ho la colonna sonora sempre a portata di ascolto, e delle tante cose che si potrebbero dire su quel filmone, una mi preme in particolare. A quelli che pensano che è meglio avere un attore, a cui insegnare due mossette di una determinata disciplina per farlo sembrare un atleta credibile, io dico andate ad ammirare la prova di recitazione di Ray Allen, il suo Jesus Shuttlesworth è perfetto. Poi se voi mi trovate un attore, con QUEL rilascio della palla da dietro la linea da tre punti, mi telefonate e mi dite come si chiama ok?

Quando sei sul campo immagino che tu debba avere la massima concentrazione sul gioco, ma… su, confessa: hai mai fatto qualche azione o qualche schiacciata immaginando di star ricreando qualche celebre scena di un film?

Se fisico e talento me lo avessero concesso, penso tutti i canestri di Space Jam. Scherzi a parte è difficile che in campo si manifestino le condizioni per ricreare una determinata scena in particolare, ma guardare i grandi giocatori in azione è un ottimo modo per migliorare, solo che di solito si apprendono le cose inutili, posso assicurarti che negli anni ’90 giocavano tutti con la lingua di fuori come MJ, tutti, anche i più scarsi.

Per quanto riguarda i film, una volta ho fatto perdere le staffe ad un giocatore con la fama di essere uno piuttosto “suscettibile” (diciamo così), facendogli il gesto di quando Neo in Matrix (1999) invita Morpheus a sfidarlo, ma più che altro citavo le frasi di Chi non salta bianco è sul campo.

La faccia di un bianco che fa canestro

Film sul basket ce ne sono tanti ma in realtà il gioco appare in un oceano di prodotti cine-televisivi, anche solo come contorno, credo addirittura più dello sport sacro americano (il football). C’è qualche scena che ti è rimasta particolarmente impressa, da film o telefilm o cartoni che hai visto?

Voglio molto bene alla scena di basket di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Trovo bellissimo che McMurphy insegni la pallacanestro agli altri pazienti dell’istituto, per avere qualcosa di bello da fare anche in un posto come quello, il fatto che ad interpretarlo ci sia un mega fanatico di basket come Jack Nicholson (fan sfegatato dei Lakers) aumenta l’immedesimazione nel personaggio.

Inoltre è una scena molto bella perché ci ricorda che a basket possono giocare tutti, non solo quelli alti come Grande Capo, e che riesca ad essere un momento di rivalsa. Dipendesse da me, tutte le dispute sul pianeta, dai CID da compilare al semaforo alle guerre, si risolverebbe pacificamente con un canestro e una palla a spicchi.

Qualcuno volò a canestro

Per finire, c’è qualche film che vorresti consigliare per chi voglia innamorarsi del basket?

Non ho troppi dubbi, Hoosier – Colpo vincente (1986) è un gran bel film, non solo perché illustra molto bene quello che dicevo lassù da qualche parte, ovvero che la pallacanestro può essere grande maestra di vita, ma anche perché porta in scena molto bene le dinamiche sul campo e la vita in una squadra di basket. Inoltre è il film che riesce a rendere al meglio la drammaticità, il senso dello spettacolo e della suspense che fa parte della pallacanestro, un tiro all’ultimo secondo ha tutto quello che serve per fare grande il cinema.

Diciamo che siamo leggermente lontani dall’NBA

Ringrazio Cassidy per la disponibilità a partecipare all’iniziativa e invito tutti sul suo blog.

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Cine-Basket, Interviste | 22 commenti

The Graham Norton Show 2018-10-12

Nuova puntata dello spumeggiante chat show britannico, venerdì 12 ottobre scorso: ve la racconto.

La notiziona della puntata è che sono ospiti i BTS, che per fortuna in Italia non credo siano ancora arrivati ma a quanto pare gli inglesi stanno morendo dalla goduria per questa boyband coreana che fa svenire le ragazzine.
L’argomento con cui iniziare è dunque la Corea, ed esce fuori che l’ospite Rosamund Pike è stata insignita della cittadinanza onoraria di Busan (da Wikipedia scopro che è la città portuale più grande della Corea del Sud), e per l’occasione le è stato donato un gong coreano. Nel quartiere dove vive l’attrice c’è un ristorante coreano che si chiama Busan, e quindi ha pensato bene di portare a far vedere lì il gong, sperando che essendo loro concittadina onoraria ci scappasse un pranzo gratis: pare invece che sia stata accolta dai coreani con grande perplessità.
Simpatico aneddoto, ma non posso vedere Rosamund senza odiarla profondamente: la sua bravura in ruoli da donna mostruosa in Gone Girl (2014) e Return to Sender (2015) mi hanno insegnato a tremare davanti al suo volto.

L’attrice migliore nel farsi odiare

L’attrice è lì per lanciare il suo nuovo film, A Private War (previsto in Italia per il 22 novembre prossimo), ispirato all’inchiesta apparsa su “Vanity Fair” Marie Colvin’s Private War, di Marie Brenner.
La drammatica storia di una delle più celebri corrispondenti di guerra viene stemperata da Graham, che chiede all’attrice di quando David Fincher la chiamò per un provino tramite skype.

Rosamund così racconta che era a Glasgow (Scozia) per girare un film – non lo dice ma quasi sicuramente era la deliziosa commedia romantica La nostra vacanza in Scozia (2014) con il “dottore” David Tennant – e sa che David Fincher vuole fare una conferenza in skype con lei, per provinarla come protagonista di Gone Girl. Il problema è che non esiste copertura internet nella zona. (Il film in questione si svolge in campagna.)
L’attrice cammina cammina fino ad entrare in un grande centro ginnico Virgin Active, e si iscrive solamente per usare il Wi-Fi! Si chiude in una stanza, parla con Fincher e gli altri, finché arriva il momento che le viene chiesto di recitare il punto in cui il personaggio racconta i terribili abusi subiti. Rosamund dà il meglio di sé, recita le cose terribili del suo personaggio… finché sente bussare alla porta. La proprietaria si era affacciata per avvertire che la palestra stava chiudendo, ma è rimasta raggelata! L’attrice prova a dirle che può spiegarle quello che sta dicendo, ma la donna si sbriga ad uscire sconvolta.

Curiosamente due anni prima, dall’altra parte del pianeta, Charlize Theron vive una storia molto simile, da raccontare sempre a Graham Norton.

Dialetto di Londra contro quello di Belfast

Co-protagonista in A Private War è Jamie Dornan, reduce dalla trilogia delle 50 sfumature e sempre più chiuso ed impacciato ad ogni sua apparizione nello show: la sua timidezza sta regredendo e in questa puntata si limita a mugugnare qualcosa nel suo dialetto di Belfast che gli altri ospiti americani non capiscono.
L’unico suo annuncio è l’imminente uscita (20 ottobre negli USA) di My Dinner with Hervé, dove interpreta un giornalista che racconta la vita di Hervé Villechaize, il celeberrimo attore nano (si può dire “nano”?) che negli anni Ottanta riempiva le TV di tutto il mondo, soprattutto con la serie “Fantasilandia”.

Whoopi Goldberg riceve un sacco di applausi e presenta il suo spettacolo dal vivo a Londra, ma non ha molto da dire. Più simpatico Harry Connick jr., che oltre a presentare i suoi impegni musicali ci parla dello stalkie, l’evoluzione del selfie. Invece di fare la classica foto con una star, lui preferisce fotografarsi e far entrare nell’obiettivo la star a sua insaputa.

Harry Connick jr. organizza un finto stalkie in diretta

Il suo capolavoro è farsi uno stalkie mentre le star ritratte si fanno un selfie.

Harry Connick jr. fa uno stalkie a Jennifer Lopez che fa un selfie

L’arrivo in scena di un gruppo di ragazzini vanesi che sono addirittura finiti in copertina del “Times” e hanno parlato alle Nazioni Unite – non si sa a che titolo – mi fanno di capire di essere troppo vecchio per le boyband. Poi ricordo che non le ho mai sopportate neanche quand’ero giovane, giungendo alla conclusione di essere nato vecchio…

Speriamo che la prossima volta ci siano più gustosi aneddoti cinematografici.

L.

Pubblicato in Senza categoria | 21 commenti

Zatôichi meets the One-Armed Swordsman (1971) Quando il cieco incontra il monco

Niente nel Novecento è paragonabile… a due maestri sciancati che si scontrano!

Dimenticate Frankenstein meets the Wolf Man (1943) il vero “incontro” del secolo – dove cioè due titanici personaggi si incontrano (meets), più che scontrarsi (versus) – è un doppio appuntamento con il massaggiatore cieco.
Il primo lo vedremo più avanti, quello che mi preme è il secondo: Zatôichi meets the One-Armed Swordsman (獨臂刀大戰盲俠 / 新座頭市・破れ!唐人剣): lo spadaccino cieco giapponese incontra lo spadaccino monco cinese. E allora sì che il mondo non è grande abbastanza per tanta epicità!

Due ambasciatori destinati a fallire, e quindi ancora più epici

In Italia è difficile capire quanto fosse famoso Wang Yu, soprattutto oggi che il cinema marziale è noto solo ad una ristrettissima cerchia di appassionati: se in Occidente all’epoca la vera fama, quella cioè che supera il pregiudizio per cui “i cinesi so’ tutti uguali”, l’hanno avuta solo Lo Lieh all’inizio e poi Bruce Lee per sempre, ad Hong Kong sul finire degli anni Sessanta c’era un solo re. Un re di nome Wang Yu. E i re, si sa, fanno sempre una brutta fine.
Con The Chinese Boxer (1970) in pratica Wang Yu ha compiuto qualcosa di leggermente importante: ha solamente contribuito a creare – se non creato in prima persona – il gongfupian, il cinema di arti marziali a mani nude, che è qualcosa di ignoto prima di quella data. Essere diventato d’un tratto un re per i suoi connazionali è stato deleterio per la capacità di giudizio dell’attore-regista, perché gli ha fatto nascere l’insana idea di scontrarsi con un dio. E ad Hong Kong di dio ce n’era uno solo: si chiamava Shaw Bros.

Difficile dire cosa sia successo con esattezza, ma è facile immaginare che Wang Yu volesse comandare in una società come la Shaw Bros, nota schiavista all’ennesima potenza. Quando la definiamo “casa cinematografica” in realtà stiamo sbagliando: la Shaw faceva dormire i suoi lavoratori in appositi dormitori sul set così non facevano tardi, e ognuno doveva farsi quelle 25 ore al giorno di lavoro senza poter aprire bocca. E non sto parlando di tecnici e comparse: sto parlando di registi e attori noti a livello internazionale.
La Shaw Bros non era una democrazia, era una fabbrica cinese di film-capolavoro di una qualità inimmaginabile in Cina, e questo primato costava la vendita di corpo e anima da parte di ogni suo lavorante: Wang Yu credette di essere abbastanza potente per sfidarla. Scoprì che non lo era.

Una burrascosa rescissione di contratto non sembra un gesto così drammatico, così come uscire sbattendo la porta: quanti attori hanno abbandonato la casa che li ha resi famosi? Ma Hong Kong è un universo a parte. Ad Hong Kong la Shaw Bros comanda, e non intendo a livello contrattuale: intendo che comanda sul serio. E quando allontana Wang Yu e gli dice che non lavorerà più in città, non è un’esagerazione: intende che deve lasciare Hong Kong. E visto che in città la criminalità mafiosa e il cinema non hanno limiti molto netti, diciamo che rimanere in città potrebbe essere pericoloso.

Cacciato a pedate e costretto ad emigrare, Wang Yu ha il sangue freddo e la gran fortuna di saper fare subito la scelta giusta: è un re decaduto che ha perso sfidando un dio, cosa può fare se non… unirsi ad altri che stanno sfidando lo stesso dio? In quegli anni infatti un gruppo di pazzi, nati nelle caserme della Shaw, hanno seguito Raymond Chow nell’impresa incredibile di fondare una casa concorrente. Quei pazzi sono comparse, cascatori, tecnici, istruttori, gente ignota al pubblico ma con un talento che non vuole regalare agli ingranaggi Shaw. Gente che si chiama Sammo Hung e Jackie Chan, Yuen Biao e Corey Yuen. Gente che sta per conquistare il mondo e seppellire per sempre la Shaw.
Non sapremo mai se Wang Yu sapeva che, nel male, stava avendo fortuna, comunque entra nella Golden Harvest e, essendo bandito da Hong Kong, comincia a lavorare a Taiwan. Ma prima… è il momento di sfruttare l’idea del re decaduto costretto ad emigrare… È il momento che il Mito del Caduto conosca nuova epicità.

Da soli contro cento nemici: questa è l’epica

Per gli americani, e quindi per i loro sudditi culturali italiani, gli asiatici sono tutti uguali, non esiste distinzione. Invece ogni metro quadrato di Asia ha le stesse identiche distinzioni dell’Occidente: tutti si odiano ed hanno motivi per farlo.
Poi ci sono quelli che si odiano di più, per fare un esempio cinesi e giapponesi. I cinesi sono tanti e fra di loro si odiano per un sacco di motivi, ma esiste un elemento che li accomuna tutti: l’odio profondo per quei mostri disumani, carnefici e torturatori, dei giapponesi.
I giapponesi sono pochi e fra di loro si sono odiati e massacrati per secoli, ma esiste un sentimento che li accomuna tutti: il profondo disprezzo per quei cani schifosi, non appartenenti alla razza umana, dei cinesi.

Basta con questo scontro di culture!

Parliamo di culture che sono così fuse fra di loro da creare ancora più attrito: per un giapponese il cinese è come il latino per noi italiani, la lingua della cultura antica e quindi chi lo parla merita di essere picchiato. Le famose armi giapponesi sono in realtà tutte di derivazione cinese, i loro stili marziali sono solo “volgarizzazioni” di quelli cinesi, e questo è una cosa che fa incazzare tutti.

Mmm…. sento rumor di cinesi…

Cinesi e giapponesi si odiano e si massacrano da quando esiste la razza umana. Un attore amato dai cinesi che vada a girare un film insieme ad un attore amato dai giapponesi… è qualcosa che l’universo stenta a contenere.

“Zatôichi: distruggi la spada cinese!” (ricordiamo che è un film giapponese)

Mi piacerebbe dire che Shintarô Katsu, ormai da dieci anni e più di venti film impegnato nei panni del massaggiatore cieco (Zatô) Ichi, abbia chiamato il collega cinese a partecipare ad un film che sta co-producendo insieme alla consueta Toho, ma del rapporto fra i due attori forse non sapremo mai nulla, visto che trovare fonti attendibili sul cinema asiatico è molto raro per noi occidentali.

“Shintarô Katsu”: chissà se è stato l’attore ad invitare il collega cinese

Nel film in questione del consueto Kimiyoshi Yasuda l’ideogramma di Wang Yu appare solo alla fine dei titoli di testa: chissà se è un modo per farlo risaltare, togliendolo dalla “massa” del cast, o se è un dispregiativo del cinema nipponico.

Solo alla fine arriva “Wang Yu”

Shamo (Chang Yi) e la moglie Yu-Mei (Wang Ling) sono una famigliola cinese che vive in Giappone facendo gli artisti da strada, il che rispecchia perfettamente gli stereotipi locali: quegli straccioni zingari dei cinesi solo i saltimbanco possono fare! Curiosamente hanno un figlio interpretato da Kagawa Masato, cioè una coppia cinese con figlio giapponese, dall’incredibile nome di Li Xialo-rong. Proprio lo stesso anno in cui dall’altra parte del mare esplode Li Xiao-long, cioè Bruce Lee…

Una famigliola cinese che in Giappone può giusto chiedere l’elemosina

Un giorno, fra le monete che la coppia ha elemosinato ce n’è una cinese e i nostri scorgono sorpresi un loro connazionale: Wang Gang. Ma… lo spadaccino monco non era Fang Gang? Evidentemente il nome è rimasto alla Shaw ed ora Wang Yu interpreta Wang al posto di Fang.

Un tempo ero Fang, ma ora sono solo Wang

«Il Giappone è meraviglioso, il clima è mite e tutti sono cortesi»: da qualche leggerissimo particolare si capisce che la sceneggiatura è nipponica!
Fang – continuo a chiamarlo nel vecchio modo – è sbarcato in quella terra per recarsi al tempio di Fukuryu-ji, da qualche parte vicino Mamada. Gli emigranti fanno amicizia ma durerà ben poco.

Sono in Giappone da mezz’ora… e già mi sta sul culo!

Il giorno dopo, lungo il loro cammino incontrano una processione regale diretta allo shôgun, durante la quale chiunque deve togliersi dalla strada per legge. Al bambino però vola via l’aquilone e, ritrovandosi davanti ad un funzionario, questi tira fuori la spada ed è pronto a massacrarlo: benvenuti in Giappone!
Sventrata la famiglia, alla fine entra in ballo Fang che fa fuori qualche funzionario, mentre gli altri si dedicano a maciullare ogni testimone per poi dare la colpa al cane cinese. Certo che l’integrazione così è un po’ difficile…

Non c’è integrazione se non quella che passa per il sangue

Zatôichi passa per caso in quei paraggi – in fondo si fa a piedi tutto il Giappone, passa per caso ovunque! – e si prende cura del piccolo Xiao-rong. Lui non ci crede alla storia che raccontano in paese, che un criminale cinese abbia massacrato così tante persone, e quando incontra Fang l’alchimia fra i due è subito evidente.
Purtroppo però c’è una forte barriera linguistica, visto che ognuno parla la sua lingua, anche se poi alla fine tra persone intelligenti ci si comprende. Per esempio quando Ichi offre dell’acqua a Fang, questi risponde «Sheshe», cioè “grazie” in cinese che però assomiglia a sha-sha, che in giapponese vuol dire “acqua fresca”. (O almeno così ci spiegano i sottotitoli.) Alla fin fine ci si capisce.

Simpatici, i cinesi, ma se rimangono in Cina è meglio

Comincia il solito drammone tipico dei film di Zatôichi, stile contraddistinto da intrighi vari, da scontri di società fra ricchi soverchiatori e poveri soverchiati, amore, lavoro e soldi. Insomma un tipico drammone in cui la figura di Fang è più da sfondo.

Tutti provano a fregare Ichi, e tutti se ne pentono

Con giri e rigiri di trama arriviamo al combattimento finale in cui Fang è stato ingannato a credere che Ichi l’abbia tradito, così che dal meets si finisce nel versus. Non più due onorevoli alleati, due personaggi titanici che dai due lati opposti del Mar Cinese si sono incontrati per portare un messaggio di fratellanza fra popoli. D’un tratto i problemi linguistici diventano insormontabili e non ci si capisce più.
E quando non ci si capisce, la violenza è l’unica lingua.

Basta fratellanza, è tempo di mattanza!

Questo è un film di Zatôichi, è un film giapponese che fa solo finta di essere una co-produzione cinese. Fang d’un tratto diventa una belva indomabile che l’eroe giapponese, con la morte nel cuore, deve rendere inoffensiva. «Che peccato: se solo avessimo potuto capirci», ripetono entrambi gli eroi, uno nella polvere e uno in piedi. E quello in piedi è Ichi.

L’Asia non è abbastanza grande per due miti così grandi

Quel gennaio 1971 Wang Yu manda a morire il suo Fang in un Paese straniero, solo ed abbandonato da tutti. È il terribile addio al personaggio che l’ha reso immortale, che però ha un difetto insormontabile: è nato in casa Shaw, e quindi non può sopravvivere.
Se però il cinema di Hong Kong ci ha insegnato qualcosa è che l’epica non muore mai: Wang Yu tornerà sui suoi passi… e lo spadaccino monco tornerà in azione.

Dormi con gli occhi aperti, cieco: tornerò…

La star Takeshi Kaneshiro è nato a Taiwan da madre taiwanese e padre giapponese, nato a sua volta ad Okinawa ma da un genitore cinese. E Kaneshiro, malgrado il nome palesemente nipponico, è una star amatissima ad Hong Kong. Nella realtà, dunque, l’integrazione esiste e gli asiatici possono amarsi l’un l’altro. (I maschi cinesi, poi, apprezzano nelle giapponesi un petto più sostanzioso rispetto alle donne locali!) Ma sono felici eccezioni: nella finzione si dà voce a quella maggioranza che si odia a morte.

La tragica “fine” di un’integrazione impossibile

Questo incredibile tentativo di due eroi di opposta fazione di cercare un’impossibile fratellanza non ha creato “eredi”: in quegli anni si moltiplicheranno i film di Hong Kong che mostreranno i giapponesi come mostri crudeli capaci di ogni nefandezza, e se il massacro di Nanchino ci ha insegnato qualcosa… è che quello non è uno stereotipo, è anzi un sottostimare la furia distruttrice dei giapponesi.
Per i giapponesi i cinesi saranno sempre immigrati fastidiosi che vengono a fare danni, malgrado imbarazzanti film revisionisti come La vendetta del dragone (2009) con Jackie Chan faccia falsa propaganda per spiegare come i cinesi emigrassero portando baci e abbracci, invece che malavita e criminalità varia.

Non piangete per me… Tornerò!

Sono due popoli che si odiano e si disprezzano a morte e che nella narrativa hanno trovato solo uno dei vari modi per insultarsi: Fang e Zatôichi hanno provato a fare da ambasciatori ma alla fine si sono dovuti arrendere… ed affrontarsi a morte.
Il giapponese Shintarô Katsu fa felice il suo pubblico uccidendo un cinese, e l’anno dopo Bruce Lee fa felice il suo uccidendo un giapponese. Ognuno ha il cinema che si merita.

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Arti Marziali | Contrassegnato , | 12 commenti

[Comics] Nightmare [2005-11] Paranoid

Cover di Juan José Ryp

La Avatar Press prosegue orgogliosa la sua collana “House of Horror” e soprattutto continua ad affidare all’inguardabile Juan José Ryp copertine e disegni delle storie di Freddy: nel novembre 2005 inizia Paranoid, con i testi di Brian Pulido.

La mania per i particolari…

Mediante i super-iper-mega-ancorapiùsuper-particolareggiati disegni di Ryp si dipana una storia non disprezzabile, anche se siamo sempre a livelli bassini. In tre numeri corposi ci viene raccontata la vita dei giovani di Springwood ed è subito chiaro che ci siano di misteri, che verranno “svelati” alla fine come se fossero chissà che colpo di scena: sapete che c’è un demone dei sogni che si chiama Freddy Krueger? Oddio, ho spoilerato!

Migliorando l’assunto del pessimo film Freddy vs Jason (2003), il fumetto ci racconta degli adulti di Springwood che anni prima si sono messi d’accordo per non citare mai Freddy, per non ricordarlo, per cancellarlo dalla memoria: non pensare a Freddy, non pensare a Freddy, non pensare a Freddy…  Mi sa che non funziona.
Non hanno detto niente ai loro figli, ed anzi hanno ucciso (per errore) chi voleva parlare. L’ideona arriva nel passare la vita a far assumere Hypnocil dai ragazzi, un farmaco studiato per non far sognare. Notti tranquille per tutti, prive di Freddy.
In pratica hanno trovato l’arma per annullare il demone dei sogni: poi il tir che porta le pillole ha un incidente e tutto crolla. Ammazza, basta così poco ad annullare una bella idea?

Il super-particolareggiato Freddy di Ryp

Quanto raccontato è il “colpo di scena finale”, il resto dei tre albi è solo un insieme noiosissimo di sogni dentro sogni dentro sogni dentro sogni dentro sogni dentro sogni con i particolareggiatissimissimi disegni di Ryp. Insomma, un’altra saga da dimenticare.
Però l’idea è carina ed è un peccato che sia stata sprecata così, così come è apprezzabile l’idea di Claire – la giovane protagonista – che trovo un buon modo per affrontare Freddy: non aver paura di lui. Il demone infatti si nutre di paura e la usa per diventare più forte, basta sfidarlo coraggiosamente per indebolirlo.
Tutti spunti buttati via alla rinfusa, comunque…

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Fumetti | Contrassegnato | 8 commenti

[Comics] Terminator [1991-11] Il nemico dentro

Cover di Simon Bisley

Dopo Tempesta (agosto 1990) e Obiettivi secondari (luglio 1991), nel novembre 1991 la Dark Horse Comics affida a Ian Edginton la missione di cercare di salvare il salvabile: dopo il primo sfavillante numero di John Arcudi, il secondo di James Robinson ha affossato la saga. Sebbene sia l’inizio di una luminosa carriera per Edginton alla Dark Horse – Aliens: Rogue (1993), Aliens: Purge (1997), Aliens vs Predator: Eternal (1998), Predator: Xenogenesis (1999), Xena: Warrior Princess (2000), Planet of the Apes: The Human War (2001) e Batman vs Aliens 2 (2003) – il suo apporto è davvero triste.

TerminatorMagicPress2Specifico che Terminator: The Enemy Within non è arrivato in Italia agli inizi dei Novanta, come i primi due episodi citati: come confermato dall’ineffabile Fra Moretta, la sua prima apparizione italiana è quella dell’antologia MagicPress del novembre 2008, con la traduzione di Michele Amadesi.

I disegni di Vince Giarrano non aiutano una storia claudicante che si apre con i problemi crescenti di I825.M, al secolo Dudley: non ce la fa più a dividere la sua mente tra la metà del suo corpo umana e la metà robotica. Non si può essere mezzi Terminator, così decide di chiedere al dottor Astin di operarlo per rimuovere dalla propria testa i chip di Skynet.

Disegno di Vince Giarrano

Disegno di Vince Giarrano

Ricordo che dopo la battaglia di Tempesta, dei ribelli giunti dal futuro per impedire la nascita di Skynet sono rimasti solo la soldatessa Mary e il mezzo Terminator Dudley, che invece di fare qualcosa passano la loro vita a guardare nel vuoto, pensare, cambiarsi d’abito per essere sempre alla moda e chiacchierare come se l’olocausto delle macchine non sia più un problema. La noia si è ormai impossessata della saga ed Edginton non fa nulla per combatterla.

Tra mille bla bla bla e gli insopportabili cambi d’abito di Mary, abbiamo anche un incredibile Terminator punk che si applica addosso delle inutili corna e spunzoni vari che non hanno altra spiegazione se non la follia delirante dello sceneggiatore.

Mentre Astin opera Dudley ma gli ruba il chip, così da diventare un pericolo perché potrà costruire Skynet, arrivano dal futuro altri soldati che però vengono massacrati e quindi sono del tutto inutili alla storia. Tra stragi gratuite e intere pagine immotivate, si sente che la saga è morta e sepolta: per fortuna le future storie di Terminator saranno un po’ più carine di questa roba…

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Fumetti | Contrassegnato | 4 commenti

Halloween 7 (1998) H20 venti anni dopo

Dopo Hellraiser, Venerdì 13 e Nightmare era quasi obbligatorio pensare ad Halloween. Forza, mettetevi comodi che il viaggio verso Halloween 2018 con il nuovo film di Jason Blum è partito…

Mettendo da parte il mio profondo disprezzo per questo franchise, bastano gli oggettivi retroscena che ho raccontato finora per capire che Halloween è una saga i cui deliranti seguiti sono solo sbagli di varia entità, cinquanta sfumature di errori. A riprova che non è un mio pregiudizio sta di fatto che lo pensa anche Moustapha Akkad, il principale artefice della saga e produttore di tutti i titoli.
Come abbiamo visto, dopo il disastroso disastro disastrato del sesto episodio, in cui l’arrivo in scena dei terribili fratelli Weinstein ha distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, Akkad provava a chetare l’ira degli spettatori promettendo che dal settimo episodio sarebbe stato tutto diverso, che lui avrebbe avuto in mano la situazione – come se non fosse stato co-produttore lui stesso di quel disastro – e che si sarebbe tornati a raccontare una storia con qualcosa di nuovo: un senso.
Come sempre, sono solo chiacchiere vuote che si dicono nelle interviste: produttori e politici sono uguali, dicono solo un mare di vuote chiacchiere.

Bravo, Moustapha, le spari grosse: perché non entri in politica?

Mentre Halloween muore male male male, nasce un nuovo franchise che coglie tutti di sorpresa: un certo Scream (1996), dove al contrario di ogni film di Halloween ci sono coltellate e la gente muore emettendo un fluido corporale totalmente ignoto a Michael Myers: c’è chi lo chiama sangue…
L’estremo insulto e cocente beffa è che questo prodotto di alta qualità… è firmato Dimension Films… la stessa casa di Bob Weinstein che ha defecato sulla sceneggiatura di Halloween 6. Allora lo vedete che ho ragione? Che le case volutamente fanno in modo che certi film falliscano al botteghino per non pagare troppe tasse? Se fosse solo ciarlataneria, come potrebbe la Dimension – l’infernale casa di quelle bojate di Hellraiser – azzeccare un prodotto come Scream? La risposta è semplice, ed esce da questo schemetto:

  • gennaio 1996 – Dal tramonto all’alba
  • marzo 1996 – Hellraiser 4: Bloodline
  • agosto 1996 – The Crow 2: City of Angels
  • settembre 1996 – The Shooter. Attentato a Praga con Dolph Lundgren
  • dicembre 1996: Scream

Cinque film di successo in un anno ti fanno pagare un botto di tasse, invece un successo ad inizio anno ed uno alla fine, e al centro un po’ di minchiatine economiche da far girare in home video, che guadagnano grazie ai fan specializzati, è una gestione decisamente più utile.

Il logo dell’orrore

Come ci organizziamo per il 1998? A gennaio puntiamo su Phantoms tratto da Dean Koontz (che produce in persona insieme ai Weinstein), con Peter O’Toole e il giovane promettente Ben Affleck, e a dicembre c’è The Faculty diretto dal tarantiniano Robert Rodriguez, che è amico degli Weinstein e tocca trattarlo bene. Questi due film avranno spot in TV, trailer ovunque e grande lancio. Per il resto dell’anno… giù di minchiatine per tenere basse le aliquote.
Vai perciò coi “numerali”: The Prophecy 2, Children of the Corn 5, Halloween 7… ma sì, butta tutto dentro, che ci frega?

Il budget è sicuramente buono, dato il tipo di film: 15 milioni non sono disprezzabili, ma è come un normale film di Jason. Si tratta dello stesso budget di Scream, è vero, ma anche di The Crow 2: diciamo che non contano tanto i soldi ma come li si usa.

Il giornalista Douglas Eby intervista Jamie Lee Curtis per la rivista “Femme Fatales” (novembre 1998) e non può fare a meno di sottolineare che l’attrice è stata pagata 8 mila dollari per la sua partecipazione ad Halloween (1978) mentre per il successivo film, dove la Curtis non fa nulla limitandosi a guardare nel vuoto, e su cui ci sputa pure («Che film terribile!») di dollari ne ha guadagnati 100 mila. Ma ci sta: il primo film aveva incassato quasi 50 milioni di dollari negli USA, alzare sensibilmente il proprio compenso credo sia stato quasi obbligatorio.
Ma ora? Ora che il franchise ha fallito tutto ciò che poteva fallire e sono rimasti solo i fan duri e puri a spendere la paghetta per comprare il pupazzetto di Michael? Ora come si pone l’attrice che ha sempre detto di non amare l’horror? Non ci dice quanto ha guadagnato…

La Curtis invece ci racconta che i fratelli Weinstein sono venuti da lei con la proposta per il suo ritorno nel franchise, e addirittura il titolo di lavorazione era Halloween 7: The Revenge of Laurie Strode. Non ci sono né John Carpenter né Debra Hill, malgrado sia stato proposto loro di tornare e anzi la Curtis afferma che John era quasi quasi sul punto di accettare. In realtà il Maestro ha per le mani quella bombetta di Vampires (aprile 1998) e Debra Hill dopo Fuga da Los Angeles (1996) ha in pratica tirato i remi in barca: temo che all’epoca abbia iniziato la sua lotta contro la malattia.
Mentre a Marc Shapiro il produttore Akkad dirà che Carpenter ha chiesto troppi soldi per tornare nella saga, Jamie Lee continua nel suo sogno fatato:

«Sono andata da John [Carpenter], Debra [Hill] e Miramax e ho detto: “Facciamo un ventesimo Halloween”. Insomma, hanno appena riproposto Grease ed è lo stesso fottuto film di vent’anni fa. Ho detto: “Facciamo un film vent’anni dopo e chiamiamolo H20, facciamolo completamente nuovo per celebrare il primo, ma allo stesso tempo, che sia qualcosa di nuovo.»

Sì, Jamie Lee, e del cioccolato? E magari la sorpresina dentro? Non è che ti stai eccitando troppo e poi non mi dormi questa notte?

Jamie Lee Curtis di ritorno dall’incontro con John Carpenter

Gli Weinstein organizzano un’operazione nostalgia e chiamano Nancy Stephens, l’attrice che faceva l’infermiera Marion nei primi due film della saga e che nel frattempo ha pure sposato Rick Rosenthal, regista di Halloween 2: dal 1981 il loro matrimonio è ancora in piedi, un record per Hollywood, quindi questo franchise qualcosa di buono almeno l’ha ottenuto.

Com’è che ho le stesse apparizioni di Jamie Lee ma nessuno mi cita mai?

Altro colpo di genio, chiamare Janet Leigh, la mamma di Jamie Lee e vera scream queen: le sue grida nella doccia di Psycho (1960) hanno fatto la storia del cinema, con buona pace della figlia che pare abbia inventato lei gli strilli negli horror…
Le due comunque hanno già altre volte lavorato insieme, come per esempio in The Fog (1980) di Carpenter.

Generazione di fenomeni

La Curtis dice di aver accettato la proposta dei fratelloni Weinstein ad una sola condizione: che chiamassero lo sceneggiatore di Scream, Kevin Williamson.

«Perché, capisci, lui è l’uomo del momento e lo volevo a bordo.»

Sì, sì, Jamie Lee: con i Weinstein devi solo stare tranquilla. Arriva subito, Williamson, eccolo eh? Spostati che se no ti intruppa mentre arriva di corsa ad infognarsi con il settimo episodio di una saga morta, lui che è lo sceneggiatore del momento e per la Columbia ha già firmato So cosa hai fatto (1997). Tranquilla che arriva subito…

Fermi tutti, arriva Miner…

Leggenda vuole che l’attrice fosse nel North Carolina a girare Virus quando ha ricevuto la proposta ed è saltata da un set all’altro, piombando in quello dell’episodio pilota di Dawson’s Creek (una serie TV di cui potreste aver sentito parlare), dove il regista Steve Miner le presenta il creatore della serie, Williamson appunto. I tre cominciano a chiacchierare e a sognare un grande Halloween del ventennale, dove tornino tutti, Carpenter, Hill e pure Donald Pleasance dalla tomba. Ci penserà la Dimension Films a piallare questi bei sogni.

Come dicevo all’inizio, i Weinstein se li sanno fare bene i calcoli, ed ecco un’altra prova della loro organizzazione. Kevin Williamson, che in quel momento vale oro, non lo buttano mica via nel cesso di Halloween: dopo avergli fatto fare il successo del 1997 (Scream 2) lo prenotano per il successo del ’98 (The Faculty), anche se poi le cose sono andate male. Il “successo” del ’99, Killing Mrs. Tingle, è un clamoroso flop e ovviamente danno la colpa a Williamson, che rimarrà in panchina fino al 2005, quando la Dimension gli permetterà di scrivere quel gioiellino sottostimato di Cursed, altro sonoro flop che gli costerà ulteriori sei anni di panchina, prima di Scream 4 (2011). Insomma, non sempre i Weinstein ci azzeccano…

Janet Leigh, Steve Miner, Moustapha Akkad e Jamie Lee Curtis

Jamie Lee intanto non spreca molte parole sul regista Steve Miner, se non per dirci che è un tipo tranquillo. Forse lo sa che è l’anti-Carpenter per eccellenza…
Sono finiti gli anni Ottanta in cui faceva scalpore, con Venerdì 13 parte 2 (1981), Venerdì 13 Parte 3 (1982), l’horror demenziale Chi è sepolto in quella casa? (1985) e il simpaticissimo Soul Man (1986): il decennio per lui si chiude con l’onesto Warlock (1989) e si apre con Amore per sempre (1992), un’orripilante storiellina insopportabile con Mel Gibson che al cinema volevo strappare il telone per la rabbia!
Miner si perde ed è pronto al canto del cigno con l’ottimo Lake Placid (1999) dell’autorevole Fox, dopo di che abbandona il cinema: un Halloween in più o in meno non cambia molto.

«Il primo Halloween è uno dei miei film preferiti, ed uno di quelli che mi hanno spinto a diventare regista. Quello che ho cercato di fare con H20 è stato ricreare ciò che ha fatto John Carpenter la prima volta. E ho cercato di tirar via dalla serie la spazzatura che si era accumulata, e riportarla alle atmosfere originali.»

Così si pavoneggia il regista dalle pagine di “Fangoria”” n. 185 (agosto 1999): bravo, Steve, ora però mandaci una cartolina dal nulla dove sei finito, a forza di tirar via spazzatura…

Intanto Jamie ci saluta dalle pagine di “Femme Fatales”:

«La prima volta che l’ho letto [il copione] sono scoppiata in lacrime e ho detto: “Oh, sarà molto triste”. E Steve [Miner] ha risposto: “No, no, lo faremo proprio all’opposto, è come un gioco sessuale: cercheremo di portarlo avanti il più a lungo possibile”.»

Oh, Jamie Lee, sei adulta e vaccinata e sai come va il cinema, ma vorrei farti notare che mi sa che il regista ci sta provando: la storia del “gioco sessuale” non mi pare un discorso professionale!

Ha detto davvero “come un gioco sessuale”???

Quando il consueto Marc Shapiro arriva sul set per “Fangoria” (n. 176, settembre 1998), trova una Curtis eccitatissima.

«Serge, il pittore di scena del primo Halloween, è il pittore scenico anche di questo film. Vedi laggiù quella sacca di foglie? È la stessa sacca di foglie che avevamo nel primo film.»

Sì, Jamie Lee, qualcuno ha conservato per vent’anni le foglie del primo film, sì, stai calma però: hai preso le goccine? Ci crediamo tutti che gli attrezzisti si conservino le foglie perché poi valle a trovare, di foglie nuove, però magari abbassa un po’ l’entusiasmo: stai facendo il settimo filmaccio di una saga orripilante, non mi sembra ci sia nulla da essere così emozionata.
E non lo dico io, che la saga è penosa, lo dice ormai apertamente anche Shapiro, che ha calcato tutti i set dei principali horror dal 1980 in poi!

«Halloween è stata una saga disomogenea. Un grande film seguito da rari buoni momenti spalmati in una serie di sequel fastidiosi. Il quinto e il sesto film sono i punti più bassi e hanno subìto pessime recensioni e pessimi risultati al botteghino e, insieme alla morte di Donald Pleasance, è sembrato a molti il segnale che il franchise era finito. Ma appena si è affacciata all’orizzonte l’occasione del ventesimo anniversario è risultata troppo appetitosa per non riportare in vita la saga.»

Ma la Curtis sta a mille e invita il giornalista nella propria roulotte. Lo fa sedere e gli fa vedere su videocassetta i primi venti minuti del film, probabilmente contravvenendo a parecchie regole contrattuali. Shapiro ringrazia e fa i complimenti, anche perché capisce che altrimenti non uscirebbe vivo (come racconta nel n. 177 della rivista), e l’attrice parte con dichiarazioni in contrasto con tutto quanto detto dagli altri.

«È stata tutta una mia idea, questo ritorno. Sono andata da tutti, da John Carpenter, da Debra Hill, dalla Miramax, e ho detto “Ripartiamo da qui!” Torniamo a vent’anni fa e chiamiamolo H20, facendone un film completamente nuovo che spacchi.»

Ha fatto tutto lei, e magari c’era pure lei sotto la maschera di Michael, e dietro la telecamera. E questa giacca? È sua. E questa penna? È sua. E questa camicia di forza? Ecco, è tua, infilala e vai dove devi andare…
Shapiro è un signore e non sta a sbugiardare l’attrice, ma nello stesso numero della rivista, la pagina dopo la lunga (inutile) intervista alla Curtis c’è il pezzo su Vampires di Carpenter, con il giornalista Craig W. Chrissinger che alla fine chiede al regista come mai abbia accannato H20:

«Hanno contattato Jamie Lee Curtis, Debra Hill e me in pratica per fare un altro film in vista del ventesimo anniversario. Jamie era molto entusiasta dell’idea e voleva farlo, ma il problema era che c’erano troppi pochi soldi in ballo, un gran bel disincentivo. Kevin Williamson di Scream se ne uscì con un soggetto molto buono ma proprio non mi ci vedevo a farlo. Ho iniziato a pensare “Che sto facendo qui? Perché sto tornando indietro?” Magari ho preso la decisione sbagliata, ma non c’erano abbastanza soldi perché valesse la pena lavorare così duramente. Semplicemente non mi sembrava giusto. [It just didn’t feel right] Che dessero a Jamie anche i soldi che avrebbero dato a me e Debra: li merita. Chissà, magari andrà bene, davvero non si può dire.»

I baffi più letali del cinema hanno colpito: è riuscito a far fuori tutti con un discorso solo. Io non me le sporco le mani con ’sta poveracciata, e la mancia andatela a dare a Jamie, che se la “merita”…
Never fuck with John Carpenter…

Scusa, John, non ti metterò più in difficoltà con Halloween

Il film ottiene il visto censura italiana il 27 luglio 1999 con il divieto ai minori di 14 anni ed esce in sala con il titolo Halloween. Vent’anni dopo: IMDb dice che esce il 3 settembre 1999 ma la data più sicura che ho trovato è il 18 ottobre.
La Cecchi Gori lo porta in VHS e DVD dal novembre 2000. La sempre attenta al peggio Eagle Pictures nell’ottobre 2013 lo ristampa in DVD e Blu-ray.

Vent’anni di filmacci uno peggio dell’altro

Il miglior doppiaggio del mondo ha sempre pensato di cambiare studio ad ogni film, ma per puro errore o distrazione Myers si è sempre pronunciato Màiers. Arriva la SEFIT-CDC (fonte: AntonioGenna.it) e dice: «E ’sti gran cazzi: mo’ è Mèiers.» Ma sì, dopo vent’anni cambiare la pronuncia del nome del protagonista serve a rinverdire un po’ il rapporto del pubblico con il franchise. In fondo non dimentichiamo che Jamie Lee Càrtis è la figlia di Tony Cùrtis

Ti sembra carino preparare la zucca davanti a Laurie Strode?

Avete presente la Myers Mythology? Avete presente tutto quello che è successo negli ultimi vent’anni della saga? Be’, buttate tutto via: riazzeriamo l’intera mitologia, con buona pace dei talebani del Canone.
Laurie Strode ha cambiato città e cambiato cognome per scappare dal fratello pazzerello, insegna in una squallidissima scuola privata ed ha avuto un figlio, John (il divo del momento Josh Hartnett).

Non è facile avere sangue Mayers nelle vene

Il ragazzo è un decerebrato esattamente come i suoi compagni di scuola e come ogni altro ragazzo dei film horror. L’ambizione sua e dei suoi inutili amici è rimanere da soli nella scuola a salire le scale e scendere le scale, per andare in cantine buie così da morire uno alla volta.
Alla fine del film mamma Laurie decide che non vuole più scappare e affronta Michael, sebbene sia notoriamente inutile visto che è invincibile. Lo ammazza sei o sette volte poi gli taglia la testa: ma bastano due punti e un cerotto e Myers torna come nuovo.

80 scarsi minuti passati a mostrare il nulla più assoluto, dove l’unico elemento da notare è il “nero nei film horror”, che essendo interpretato da LL Cool J già sappiamo che non morirà – tipo nel succesivo Blu profondo (1999). Anche se in effetti all’epoca era ancora qualcosa di fresco. Tolto questo ruolo, il resto è solo ragazzi stupidi che dicono cose stupide e muoiono stupidamente in due secondi, che non si capisce neanche che ruoli stiano interpretando. Sono solo vestiti male e truccati peggio: ah, gli anni Novanta, in cui ogni ragazza ha dieci chili di fondo tinta in faccia..

Sarebbe questo il grande ritorno del ventennale che eccitava tanto Jamie Lee? Sarebbe questa la grande trama di Williamson che infatti lo sceneggiatore col piffero che ha firmato? Laurie sola nella scuola nel bosco che tira roba a Michael: questo sarebbe il grande scontro che i fan aspettavano da vent’anni? Quattro attori per puzza in una location abbandonata: per questo si sono spesi 15 milioni di dollari? E Janet Leigh, la madre della Curtis? Cinque secondi in scena… tutto qua? E l’hai pure fatta stancare a venire sul set?

Ormai il Metodo Weinstein l’abbiamo capito e non stupisce più, H20 è robaccia studiata a tavolino per fallire e pagare poche tasse incassando per vie parallele, rimane da capire quanto in basso è caduta la carriera di Jamie Lee Curtis per emozionarsi con immondizia come questa, tanto da tornare nell’ottavo film… come vedremo la settimana prossima.
E se quella furbacchiona avesse fatto tutto semplicemente per tornare alle ricchissime convention a firmare autografi e farsi fare foto a peso d’oro? Insomma, dall’inutile porcata di Halloween ci guadagnano tutti… tranne gli spettatori.

L.

P.S.
E ora, fate un salto anche allo Speciale Halloween del blog “Non c’è paragone“, senza dimenticare lo Speciale Halloween de “La Bara Volante“.


Bibliografia

  • Craig W. Chrissinger, Nailing Vampires, da “Fangoria” n. 177 (ottobre 1998)
  • Douglas Eby, Halloween 20: Screamer Jamie Lee Curtis, da “Femme Fatale” volume 7 numero 6 (novembre 1998)
  • Marc Shapiro, Halloween H20: Back in Shape, da “Fangoria” n. 176 (settembre 1998)
  • Marc Shapiro, Halloween Heroine, da “Fangoria” n. 177 (ottobre 1998)
  • Marc Shapiro, Lake Placid: What a Croc, da “Fangoria” n. 185 (agosto 1999)

amazon– Ultimi post simili:

Pubblicato in Horror | Contrassegnato , , , , | 24 commenti