La casa delle anime erranti (1989)

Secondo film “casalingo” per lo svogliatissimo Umberto Lenzi. Stavolta però gli standard non erano all’altezza della Filmirage di Joe D’Amato (!) e a produrre ci pensano Reteitalia e Dania Film: entrambe le case nel 1989 sfornano altri due titoli “casalinghi” – La casa del sortilegio, sempre di Lenzi, e La casa nel tempo di Lucio Fulci – quindi si dimostrano interessate all’argomento. (Reteitalia immediatamente dopo passerà a produrre la sterminata opera televisva di Cristina D’Avena!)

Un’accoppiata di case che fa film sulle case…

Il 23 novembre 2002 La casa delle anime erranti ha l’onore di essere proiettato durante la rassegna horror “CineMarciume” di Torino, e questa è la prima notizia certa della sua esistenza…

Film girati in serie, con le stesse fonti nel titolo!

Esattamente come La casa del sortilegio, questo film di Lenzi non esiste prima del citato 2002, apparendo poi in home video quando nel 2004 la milanese Shendene & Moizzi Associati lo presenta nella collana “Collezione Rosso Sangue”, serie di VHS dedicate al cinema «horror e thriller all’italiana»: non esiste prova che il film sia mai apparso in Italia prima di queste date, visto che addirittura l’ANICA (Archivio del Cinema Italiano) ne ignora l’esistenza…
La Medusa Film lo presenta in DVD dal 24 gennaio 2007.

Cioè… non può essere una cosa seria…

Allora, c’è un buddhista che prende ad accettate in testa una statua del Buddha… Aspetta, ma che si raccontano così le barzellette? Mettici un po’ di storia… Come? Non è una barzelletta ma l’inizio di questo film? Peccato, perché vuol dire che non si riderà…
Un gruppo di inutili attorini doppiati si ferma a dormire in un alberghetto durante la loro escursione per fare roba con le pietre: viene snocciolato del mumbo jumbo eco-ambientalista ma faccio finta di non averlo sentito. Qui vengono tutti uccisi. Fine.

Ma vi sembrano attori veri, questi? Andiamo…

Più svogliato che mai, Lenzi butta sullo schermo immagini in libertà senza alcun legame con questo universo: non so a quale universo parallelo si stesse riferendo il regista, e temo non sarà possibile capirlo.

Gli spettatori che escono dalla sala…

I soliti stereotipi del cinema horror vengono di nuovo buttati via senza impegno, e l’alberghetto si scopre essere un ritrovo di pessimi attori che cercano di fare le facce horror: le loro facce normali mettono decisamente più paura.

Un film horror con Licia Colò: paura, eh?

Curiosa la comparsata di Licia Colò, all’epoca appena promossa da co-conduttrice di “Bim Bum Bam” (Italia1) a conduttrice unica de “L’arca di Noè” (Canale5): fare un cameo in un filmaccio horror non so a cosa potesse servirle, ma per fortuna il film all’epoca non l’ha visto nessuno.

«E tu come ti chiami, robottino?»
«Sono cazzetti miei, stronzone» (cit.)

Cosa posso dire di questa spazzatura che non sia il semplice sparare sulla Croce Rossa? Ci sono tanti appassionati del “Lenzi horror” quindi lascio a loro il compito di trattare questo film come se fosse un prodotto umano: a me sembra qualcosa nato nel calderone dell’inferno della mediocrità, quindi cerco di scappargli via il più velocemente possibile.

L.

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[Videogiochi] Super Mario Sunshine (2002)

Uno dei visitatori più assidui dei miei blog, Denis, è un grande “videogiocatore” e vuole condividere con i lettori del Zinefilo alcuni titoli: gli cedo subito la parola, ringraziandolo per la disponibilità.

Titolo: Super Mario Sunshine

Genere: Platform 3D

Anno: 2002

Casa: Nintendo

Piattaforma: Gamecube

Trama: Mario va in vacanza sull’isola di Delfinia assieme ai suoi amici, ma appena arrivato per via di un’ombra simile a lui cominciano i guai.

Little Peach Sunshine

Seguito del monumentale Super Mario 64, torna in azione l’idraulico videoludico più famoso della storia dei videogiochi con alcune novità introdotte e non più riprese come un zaino con pompa dell’acqua che serve per ripulire i livelli pieni di pozzanghere di melma fatte da un’ombra mariesca tramite pennello, il vostro compito e pulire i vari livelli dell’isola Delfinia, come sempre sono presenti le monete per la vita bisogna raccoglierne cinquanta per una vita, 100 per il Sole Custode bisogna raccoglierli tutti per sbloccare i livelli e finire il gioco.

Lo zaino denominato Splac 3000 oltre a sparare acqua viene potenziato, dopo aver recuperato un tot di Soli Custodi: con il potenziamento del getto per saltare più in alto e il turbo getto utilizzabile per la barca e le foglie.

Gli abitanti dell’isola sono i Palmensi che sembrano delle patate in bermuda con le palme in testa. Possono affidarvi varie missioni che permettono di avere altri tipi di monete: quelle blu portandole 10 da un particolare mercante si ottiene un altro Sole Custode, e infine ci sono le monete rosse che si ottengono facendo le missioni bonus senza lo Splac 300, bisogna prenderne otto dopo aver premuto un interruttore a tempo prima che scompaiono: indovinate cosa si ottiene?

Sembrano le Hawaii

L’isola di Delfinia si suddivide in questi mondi: L’aeroporto, Delfinia l’hub dove si accede a gli altri livelli, Colli Ariosi, Porto Giocondo, Lido Raggiante (c’è il Festival dei cocomeri!), Girosolandia,, Sabbie Rosse, Baia dei Noki, Villaggio delle Palme e il mondo finale il Vulcano Corona ognuno caratterizzato in modo diverso con i suoi nemici e boss Pipino Piranha una pianta gigante, Calamarcio, Torcibruco, Bowsermatic, Talpa del cannone, Guillalillo, Categnaccio e infine Bowser.

Torna Yoshi che cambia colore in base ai frutti che mangia e i poteri. Può sputare diversi tipi di piattaforme, se cade in acqua muore e deve mangiare continuamente pena la sua barra energetica scende e sparisce, e dovete trovare un’altro uovo per riutilizzarlo.

Che dire di un gioco ottimamente divertente, curato graficamente e rilassante Shigeru Myamoto ha fatto un’altro gioiellino anche se non a tutti i fan di Mario è piaciuto, tenete conto che il genere platform 3D e quasi estinto li fa ancora solo la Nintendo.

Magnum P.I. Approved

Denis

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Gazzetta Marziale 21. Kiss of the Dragon

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

21. Kiss of the Dragon

(sabato 7 agosto 2010)

Ventunesimo appuntamento in edicola con la collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, ma anche il primo della seconda tranche di film che Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino presentano agli appassionati (e non) del gongfupian, del cinema di arti marziali.

Questa uscita rappresenta una trasferta parigina dell’attore cinese Jet Li, voluto fortemente dal celebre produttore e sceneggiatore Luc Besson come protagonista per un memorabile film d’azione europeo: Kiss of the Dragon (Le baiser mortel du dragon, 2001). Accantonati momentaneamente gli impegni registici, Besson dal 2000 diviene produttore a tempo pieno e dall’occhio lungo nonché sceneggiatore accorto. Nel 2001 ha appena riscosso grande successo presentando il film Yamakasi – I nuovi samurai che subito raddoppia presentando un vero e proprio gongfupian francese: un’operazione azzardata che si rivela invece di grande intuito.

Liu Jian (Jet Li) è un agente cinese che arriva a Parigi per seguire l’operato del boss mafioso Mister Big (Ric Young). Nella capitale francese conoscerà l’ispettore Jean-Pierre Richard (Tchéky Karyo), violento e corrotto ma che crede dalla propria parte della barricata. La situazione invece degenera ben presto: una delle due prostitute che Mister Big si ritrova in stanza in realtà è un’assassina che l’uccide, e di quel delitto Richard accuserà Liu. Comincia così una spy story a forti dosi di azione che si svolge attraverso le strade parigine, dove Liu trova come compagna di sventura Jessica (Bridget Fonda [ma che fine ha fatto?]), l’altra prostituta che però è solo costretta a vivere nel sottobosco criminale parigino perché la propria figlia è tenuta in ostaggio.
Lo scontro finale tra Liu e Richard sarà breve ma intenso… e soprattutto all’insegna del Bacio del Drago…

Malgrado la storia originale sembra sia frutto di un’idea di Jet Li stesso, il film è comunque un prodotto bessoniano in tutto e per tutto. Alla regia troviamo l’esordiente Chris Nahon, che si dedica poco al cinema ma quando lo fa è con grandi risultati: basti pensare che gli unici altri suoi due film diretti sono L’impero dei lupi (2005) e Blood – The Last Vampire (2009).

Jet Li nel dojo in una scena che strizza l’occhio
a Dalla Cina con furore, dove c’era
un 21enne Corey Yuen, a destra

Altro grande protagonista dietro le quinte è il coreografo dei combattimenti: quel Corey Yuen che incarna alla perfezione l’Hong Kong style e che cura le scene d’azione statunitensi di Jet Li sin dalla sua prima performance in Arma letale 4 (1998). Grazie alla sua maestria e alla sua geniale visione cinematografica, Kiss of the Dragon affianca una trama solida a ottime scene d’azione in vari ambienti. Quella più memorabile – che è divenuta un cult quasi all’istante – è quando Jet Li si ritrova per sbaglio in un dojo pieno di karateka nemici: il combattimento che ne segue può essere benissimo accostato, come impatto visivo, alla situazione analoga che nel 1972 rese famoso Bruce Lee in Dalla Cina con furore (film nel cui cast, peraltro, era presente un giovane Corey Yuen… e proprio nel dojo della famosa scena!) Besson, evidentemente soddisfatto del lavoro svolto, l’anno successivo affida a Yuen le scene d’azione di un altro grande successo: Transporter con Jason Statham.

Da sottolineare la fenomenale presenza, nel ruolo di un temibile villain, dell’atleta e attore marziale francese Cyril Raffaelli, con un lungo curriculum di piccoli ruoli e controfigure di attori celebri e che solamente nel 2004 ha potuto mostrare il proprio valore con il film-culto Banlieu 13, sempre sotto l’ala protettrice di Besson. In Kiss of the Dragon compone una coppia di anomali gemelli che a più riprese affronta il protagonista, fino al travolgente combattimento finale, dove un talentuoso professionista in ottima forma come Jet Li e un aitante giovane talento come Raffaelli danno vita ad una scena d’azione da ascrivere negli annali del gongfupian.

Si dice che per alcune tecniche il regista Nahon abbia costretto i due attori ad usare dei cavi… semplicemente perché le eseguivano troppo velocemente per la cinepresa!

Un’ultima parola andrebbe spesa per il Bacio del Drago, nome che nell’agopuntura indica una zona molto pericolosa in cui infilare l’ago: senza svelare nulla della trama, va fatto notare come Corey Yuen utilizzerà questa tecnica anche per il suo film DOA – Dead Or Alive, anche se con impatto emotivo decisamente più lieve.

Da segnalare in fine la presenza nel DVD di alcuni ottimi contenuti speciali, come il backstage del film e un piccolo documentario che segue Corey Yuen nella costruzione delle coreografie marziale che si vedono sullo schermo.

L.

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Kill ‘em All (2017) Uccidili tutti di noia

Una volta ero informato sui nuovi film di Van Damme molti mesi prima che uscissero: ora li scopro per puro caso. Però la voglia di vederli non è calata… anche solo per ridere in faccia al povero Jean-Claude, che ce la mette tutta a fare quello che non faceva neanche quando era vivo.
Scopro quindi per puro caso dell’esistenza di Kill ‘em All, che se si trova scritto anche Kill’em All tutto attaccato. (Quell’apostrofo è la contrazione da them a ’em quindi andrebbe staccato da kill, ma tutto il mondo è paese e la grafica tende a svaccare la grammatica.)

La politica di Van Damme: ammazzarli tutti… di noia!

Mi casca per caso l’occhio sul regista, Peter Malota. Aspetta, ma non può essere quel Peter Malota… no, dài, sarà un omonimo: mica vorrai dirmi che la guardia del corpo che dava calci con gli speroni sugli stivali in Double Impact (1991) ora si è messo a fare il regista? Lo adoravo, in quel personaggio, e adoravo i suoi calci alti: il suo scontro con Van Damme apriva il meraviglioso trailer che quell’estate imparai a memoria fotogramma per fotogramma, ma ero un fan malato di 17 anni…
Ora Peter Malota è diventato regista? Ma perché chiunque conosca Van Damme finisce per fare cose di cui non è capace?

Sta’ fermo lì, Peter, che te lo risolvo tutto io, il film!

Una scritta ci informa che nel 1991 la Jugoslavia “esplose” per via di guerre civili che nel successivo decennio hanno provocato 300 mila morti e un milione di profughi. La domanda sorge spontanea: perché ad una disgrazia del genere… vogliamo aggiungere anche Van Damme?
Subito dopo inizia una serie imbarazzante di dissolvenze incrociate che non si capisce una mazza. Essendo la qualità del video spaventosamente scarsa – se l’avessero girato con lo smartphone sarebbe stato meglio – si cerca di usare più filtri e transizioni possibile per buttarla in caciara. Bravo Peter Malota, cerca di nascondere tutto…

Il momento di migliore prova attoriale per J.C.

Fa piacere trovare un’altra star marziale dei tempi d’oro, il mitico ma sfortunato Daniel Bernhardt. Qui interpreta uno dei fratelli Brokowitz… Aspetta, ma davvero il doppiaggio italiano dice Brokowitz invece dell’originale Brokowski? Secondo i nostri traduttori “witz” è più jugoslavo di “wski”? ‘Sto film comincia davvero male…

La faccia di Daniel Bernhardt all’idea di lavorare con J.C.

Vistosi uccidere il fratello nel 1999, oggi Radovan Brokowitz-wski (Daniel Bernhardt) lavora per Klaus (Paul Sampson) ed entrambi sono cattivi cattivi. E la banda di simpatici assassini è arricchita dalla presenza dello spietatissimo Dusan… cioè quella facciuzza da bonaccione di Kristopher Van Varenberg, che perde ogni dignità e da questo film sceglie di chiamarsi Kris Van Damme.
Ormai l’azienda familiare “Van Damme & figli” è ben avviata, malgrado portare quel cognome non dev’essere facile per il giovane Kris: evidentemente ha visto che comunque paga, e allora si scende a patti con tutto. Tanto è una particina di cinque minuti, passa subito…

ahahahah la faccia da duro di Kris Van Damme!

Van Damme è abituato ai combattimenti strani, e dopo aver affrontato se stesso in Double Impact (1991) e una tigre in Welcome to the Jungle (2013), ora affronta suo figlio!

Azienda Familiare Van Damme & Figlio

Tranquilli, a parte un paio di inquadrature innocue il resto del lavoro lo fanno i rispettivi stunt double. Ve l’immaginate se no poi la domenica a pranzo, in casa Van Damme?

Oh, non te fa’ male che se no chi lo dice a tua madre?

L’idea di fondo non è malaccio, e soprattutto economica. Un uomo misterioso arriva ferito in ospedale e l’infermiera Suzanne (Autumn Reeser) lo cura e si ritrova invischiata nella sua vendetta. Philip (Van Damme) infatti è nato in Jugoslavia – dove il nome Philip è notoriamente di ampio uso – e dopo svariati decenni è riuscito a trovare l’uomo che gli ha ucciso il padre, quand’era bambino.

A me nessuno di questi due sembra jugoslavo…

L’ospedale si ritroverà quindi ad essere unica ed economica location della storia di vendetta fra i cattivoni e Philip.

Van Damme vs Bernhardt sui tetti dell’ospedale

Tutto questo viene ricostruito con un gioco di flashback incrociati, dissolvenze a secchiate e colpi di scena che dovrebbero far saltare sulla sedia, compreso un super colpone finale che si rifà ad un noto film. (Non vi dico quale per mantenere un minimo di sorpresa.)
Siamo però nell’etereo universo delle intenzioni: in pratica è un filmaccio di bassissima qualità e pretese nulle, dove personaggi interpretati malissimo entrano in scena, prendono due calci da Van Damme e se ne vanno a ritirare il cestino del pranzo. Nessun attore di questo film riesce a stare in video per più di cinque minuti: per il resto, c’è la faccia smunta di Van Damme!

Un omaggio ai bei tempi andati…

Inutile negare che il cuore si scalda nel vedere J.C. che tira ancora le sue storiche tecniche di gambe, ma è davvero pochino per salvare un filmaccio raffazzonato alla bell’e meglio.
Grande stupore nel trovare i caratteristi Peter Stormare e Maria Conchita Alonso nei ruoli di due agenti che cercano di raccapezzarsi con i racconti di Suzanne: quanto male se la stanno passando per accettare un piccolo ruolo in un film di Van Damme?

L.

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[Il Zinnefilo] Tutto quello che avreste voluto sapere (1972)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere (Everything You Always Wanted to Know About Sex * But Were Afraid to Ask, 1972).

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The Mummy’s Ghost (1944)

È arrivato in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Sono gli anni Quaranta, c’è la guerra e il pubblico al cinema vuole essere intrattenuto. La Universal vede che più sono lerci e raffazzonato i suoi filmetti coi mostri più la gente paga il biglietto: perché cambiare o rischiare con qualche costoso filmone di qualità?
Allunga così qualche spicciolo all’esordiente regista austro-ungarico Reginald Le Borg – che abbiamo già incontrato per Jungle Woman (1944) – e il risultato è The Mummy’s Ghost.
Il film esce in patria il 7 luglio 1944 e stranamente è ancora inedito in Italia.

Le storie di mummie non finiscono mai…

La mania dello “spiegone” non è passata, così dopo The Mummy’s Tomb (1942) anche in questo film il vecchio Andoheb (sempre George Zucco, con ancora più capelli!) deve di nuovo raccontare la storia della mummia Kharis al giovane adepto di turno: dopo Ardath Bey nel 1932 e Mehemet Bey nel 1942, è la volta di Yousef Bey, interpretato dal “giovane” John Carradine. (Che in realtà è nato vecchio!)
Due domande nascono spontanee:

  1. Ma Andoheb non moriva all’inizio di The Mummy’s Tomb?
  2. Ma il culto non era dedicato a Karnack? Perché qui parlano tutti di Arkham?

Ovviamente sono domande senza risposta…

Pensavate che la mummia Kharis fosse bruciata nell’incendio che chiudeva il precedente film, eh? E invece no: è sopravvissuta ed è ancora interpretata dal sempre meno entusiasta Lon Chaney jr. Il caratterista non perdeva occasione per lamentarsi coi giornali della tortura che rappresentava indossare i panni della mummia: «Sudavo e non potevo detergermi. Mi prudeva e non potevo grattarmi».
Non stupisce l’indifferenza che suscitavano queste affermazioni: visto che nel 1944 ogni giorno c’erano notizie dal fronte di guerra, il prurito di Lon Chaney era davvero una semplice nota di cattivo gusto.

Incredibile: John Carradine riesce a sembrare vecchio pure da giovane!

Continua il McGuffin della tomba di Ananka, elemento scatenante della trama sin da La Mummia del 1932, e stavolta la donna che si trasmuta nella principessa egiziana è… be’, finalmente un gran bello spettacolo per gli occhi!
L’attrice scritturata per il ruolo di Amina, donna egizia moderna che pian piano si trasformerà in Ananka, entrò in scena il primo giorno di riprese e, seguendo il copione, dopo aver visto la mummia doveva svenire sbattendo la testa. L’attrice eseguì talmente bene il compito, svenne talmente bene… che svenne sul serio!

Ok, bella caduta… ma forse un po’ troppo realistica!

Portata in ospedale con una commozione cerebrale e una piccola frattura al gomito – Il “Los Angeles Examiner” parla di 16 minuti in cui è rimasta priva di conoscenza – la Universal non aspetta neanche che l’ambulanza abbia fatto scendere la povera donna per ingaggiare subito un’altra attrice.

Dal saggio “Women in Horror Films, 1940s” (1999) di Gregory William Mank

Chi era la sfortunata prima scelta per questo film? Una vecchia conoscenza dei lettori di questo blog: Acquanetta, la finta venezuelana “pompata” dalla Universal che prima di scappare a gambe levate dal cinema diventerà famosa per la sua trilogia della donna-scimmia. Ecco come anni dopo la donna ricorda l’accaduto.

«I tecnici erano in sciopero e lo studio usava dei sostituti. Non si resero conto che avrebbero dovuto usare rocce finte, di carta pressata: usarono vere pietre e le dipinsero di bianco. Be’, io fui molto realistica, dovevo svenire e sbattere la testa cadendo su una roccia. Quindi crollai… e la cosa successiva che ricordo è che mi svegliai al Cedars of Lebanon. Fu un vero shock: potevo rimanere uccisa!»
(Brano presentato in Women in Horror Films, 1940s)

Di più, oserei dire: poteva rimanere offesa!

Lo confesso, per Ramsay Ames lo farei anch’io un sortilegio egizio…

L’attrice che alla fine ha interpretato il ruolo di Amina è la newyorkese Ramsay Ames, che proprio in questo 1944 esordisce al cinema. Qui appare di una bellezza mozzafiato e seppellisce tutte le inutili donnine apparse finora nei film di mummie!
A causa dello spavento per aver visto la mummia, le viene una ciocca di capelli bianca in pieno stile Bride of Frankenstein, e questo la rende ancora più affascinante: per motivi del tutto inspiegabili le ciocche bianche aumentano, di spavento in spavento, finché a fine film ha una chioma interamente bianca. Forse una trovata un po’ rozza…

Quella ciocca bianca può far impazzire anche una mummia!

Malgrado gli inutili personaggi maschili, questo film racconta di Amina e Kharis la mummia che si inseguono, si incontrano, si scontrano e come regola fissa vuole lui porta in braccio lei.
Kharis è comandato dal pennellone Carradine che fa facce talmente stupide che sono sicuro sia fatto apposta: vista la totale sconclusionatezza del soggetto e la demenzialità della sceneggiatura perché non divertirsi a fare facce buffe? L’apice è quando in pratica Youssef Bey ha vinto e d’un tratto cambia piano, perché dice a se stesso che ora vuole vivere lui in eterno con Ananka, facendo fuori la mummia: il passaggio in cui Carradine parla con se stesso è degno della Pernacchia d’Oro alla carriera!

John Carradine che parla con se stesso: da applauso!

Intervistata sul finire degli anni Novanta, l’attrice Ames racconta di avere tanti bei ricordi delle riprese di questo film, nell’estate del 1943. Ricorda il regista molto disponibile e Carradine come il simpaticone della compagnia, sempre pronto a fare scherzi e battute sul set, tanto da dover spesso interrompere le riprese perché tutti ridono. (Mi sa che i produttori però non erano contenti di questo!)
Quando gli viene chiesto di Lon Chaney, la risposta è gelida. «Ci sono stati alcuni incidenti con Lon Chaney di cui però non vorrei parlare. Nel complesso era un ragazzo simpatico con cui lavorare, ci siamo divertiti molto. […] Lon era simpatico, ma aveva i suoi problemi.»
Quali erano i problemi di Lon Chaney? E quali incidenti l’hanno coinvolto che a distanza di cinquant’anni non si possono rivelare? Visto che siamo nella “Hollywood da bere”, non mancano certo illazioni a cui pensare…

Ramsay Ames (in versione Bride of Frankenstein), Lon Chaney jr. e John Carradine

Curiosamente questo Ghost viene considerato migliore di Tomb, perché usa meno frammenti di film precedenti e la mummia si vede molto di più: mi permetto di dissentire. Questo film è il classico filmaccio fetente Universal col mostro che mostreggia fra le case senza una sceneggiatura minimamente coerente. Per carità, lo era anche il precedente, ma in modo molto meno marcato: qui siamo all’insegna del “spernacchia più forte, che sembra ancora un film normale”, quindi considerarlo “migliore” di qualsiasi altra cosa è davvero un termine di paragone improponibile.

Quando un uomo con la pistola incontra una mummia con una mano sola… è morto!

Il bianco e nero però fa sempre la sua porca figura e rivederlo oggi – dove la pernacchia al cinema è religione – fa comunque piacere.

Bibliografia

The Mummy in Fact, Fiction and Film (2001) di Susan D. Cowie e Tom Johnson
Screen, Sirens, Scream! Interviews with 20 Actresses from Science Fiction, Horror, Film Noir and Mystery Movies, 1930s to 1060s (2000) di Paul Parla e Charles P. Mitchell
The Mummy Unwrapped (2007) di Thomas M. Feramisco
Women in Horror Films, 1940s (2005) di Gregory William Mank

L.

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Guida TV in chiaro 23-25 giugno 2017

Visto che da anni per ThrillerMagazineSherlockMagazine ogni venerdì presento il palinsesto televisivo del week-end all’insegna del giallo-thriller-action in chiaro, perché non cominciare a rigirarlo anche qui?

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.
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Best of the Best II (1993) Kickboxing mortale

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!

Ricordo che ho dedicato uno speciale alla tetralogia di Best of the Best.
L.

I ragazzi di oggi stanno perdendo il gusto per la lettura, un vero peccato. Un libro, come un film, apre mondi altri, ti trasmette sensazioni uniche, ti fa indossare panni inediti. Certo, bisogna trovare qualcosa di appassionante e magari con una lunghezza adeguata al tempo in cui ci si vuole immergere nella dimensione letteraria: così, un giorno, sono andato su IMDb e mi sono “divorato” la filmografia di Eric Roberts: al confronto la Bibbia è un Bignami. E in una tale, sterminata, distesa di film, cult, film TV, serie televisive, ho trovato anche dell’action: del buon action, cioè I migliori, e del pessimo action, cioè l’insulso seguito Kickboxing mortale.
Io chiaramente ho visto e recensito il secondo, ovvio, cristallino.

Phillip Rhee, Simon Rhee ed Eric Roberts al funerale di Chris Penn…
che curiosamente è l’unico del cast morto sul serio! Gli avranno portato sfiga?

Si inizia con immagini di lottato che sembrano promettere bene mentre degli articoli di giornale ci avvertono che tre reduci della prima pellicola, Alexander Grady (Roberts, per l’appunto), Tommy Lee (Phillip Rhee) e Travis Brickely (Chris Penn), hanno aperto una scuola di arti marziali. Questa aura di normalità tuttavia si dissolve quasi immediatamente quando compare tale Bracus (Ralph Möller) che organizza combattimenti clandestini nel cosiddetto Colosseum e che, soprattutto, si arrabbia perché  uno dei suoi scagnozzi ha una pistola: «Cosa vi ho detto? Le pistole non sono virili!».
Pregusto già altre linee di dialogo inenarrabili. Ed in effetti il presentatore dei match esalta la folla con frasi tipo «Hanno le palle d’acciaio!», «Sono malvagi come diavoli», «Ucciderebbero le loro madri!», «Stuprerebbero una suora» («Stuprerebbero una suora!»). Che imbonitore d’eccezione.

Un “sobrio” Ralph Möller

Bracus, intanto, è chiamato “sovrano” e “combattente supremo” mentre i lottatori al suo servizio sono detti “gladiatori”: tutto molto parco, tutto molto credibile. Ah, l’amante dell’antagonista lo appella “mio zingaro”. Da sovrano a zingaro in pochi secondi, altro che Napoleone. Il peggio arriva quando assurge a protagonista il figlio di Roberts, Walter, che come il padre persegue la via delle arti marziali. Maddai, la deriva bambinesca, no. Vi scongiuro.
Tra l’altro il piccinaccio non supera l’esame per la cintura nera non riuscendo a spezzare il mattone e tutto ciò assume le dimensioni di uno psicodramma nazionale. Che sarà mai. Il nostro, già scosso, porta più iella di un gatto nero pesto: Travis decide di partecipare ai combattimenti al Colosseum e suo malgrado porta con sé l’infante (brillantissima e coscienziosa idea), sempre Travis, come il peggiore degli sboroni cogl***azzi, sfida Bracus in persona (mentre il pubblico gli dà “affettuosamente” del ciccione) che lo massacra e lo ammazza. I mattoni non si spezzano, la tua madre non c’è più, i tuoi amici sono trucidati, vai alla grande Walter.

Phillip Rhee in posa plastica…

Proprio Walter avvisa padre e amico di quanto accaduto ma al primo accenno di scontro con Bracus il fratello di Julia Roberts è spazzato via come un fuscello e pure durante un tentativo di assassinio da parte dei sicari del boss, mentre Phillip Rhee mazzola come si deve, lui si distingue unicamente per il felpato salto tra le mensole della cucina. Proprio un adone, non c’è che dire. A proposito di adoni, ad un certo momento spunta un improbabile parente serpente di Phillip che è ubriaco, rutta, vomita, dice parolacce e cerca di picchiare, senza motivo, i protagonisti; in tutto questo delirio si ripetono due cliché del lungometraggio in oggetto: Eric Roberts ne busca (nel primo film lo ricordavo decisamente più aitante, ma evidentemente il tempo è stato tiranno) e il pandemonio si scatena quando compare… Walter!

A me sembra ci sia una leggera differenza di peso…

Questo ragazzo è un porta-rogna formidabile, altro che anticristo. E forse non è un caso se una vecchina gli regala un amuleto, grazie anziana precettrice, speriamo serva. Mica tanto: subito dopo James viene crivellato. Va’ in paradiso e insegna agli angeli a rutt…no, via, stattene in un cantuccio zitto che è meglio. E Tommy è catturato, di bene in meglio. Però magari tra non molto vedremo quella marzialità che nel capostipite titaneggiava e che qui invece latita come un Messina Denaro qualsiasi. In effetti il nostro combatte contro dei “gladiatori” ma… avversari senza né arte né parte, zero pathos, vittorie di irrisoria facilità.

Rhee contro il granitico e mitologico Stefanos Miltsakakis

Pochino per essersi assunti la responsabilità di titolarsi Kickboxing mortale, pochino davvero. E mentre sopraggiunge Roberts, che nelle uniche scene in cui mena si fa abiettamente sostituire da una controfigura, si svolge lo scontro finale tra Bracus e Tommy, scontro sul cui esito do solo un indizio: Walter non è presente nell’arena. E quindi torniamo al consiglio iniziale: leggete, ragazzi, perché se state troppo davanti ad uno schermo a guardare film poi magari incocciate un Kickboxing mortale e vi assicuro che non è un’esperienza piacevole. Parola di lupetto.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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Perils of Nyoka (1942) L’eroina e la sgualdrina

Gli anni Quaranta si aprono con poche certezze ma granitiche: per conquistare gli spettatori, su schermo vanno proiettati gorilloni assassini e donne pepate, il tutto condito con avventura esotica e stereotipi razzisti. È impossibile sbagliare.
Appena William J. O’Sullivan prende le redini della casa produttrice Republic Pictures lancia una serie di filmoni a puntate dove siano presenti questi elementi: uno dei grandi successi dell’epoca è Perils of Nyoka (1942), serial costruito su personaggi già accennati nel film La figlia della jungla (Jungle Girl, 1941), sempre della Republic.
Malgrado quanto venga pubblicizzato, né Jungle GirlPerils of Nyoka hanno nulla a che vedere con i personaggi nati dalla penna di Edgar Rice Burroughs.

Anche nella giungla le spalline sono d’obbligo!

Nella piccola città nordafricana di Wadi Bartha un gruppo di archeologi guidato dal professore Douglas Campbell (Forbes Murray), scopre un antico papiro, così antico ma così antico… che solo due persone al mondo sono in grado di tradurlo: il professor Henry Gordon, che però è scomparso – rapito dai musulmani – e sua figlia Nyoka Gordon (Kay Aldridge).

Il vero motivo per gustarsi questi film…

Ecco dunque che mentre cerca il padre la nostra Nyoka ne approfitta per aiutare gli archeologi, senza però sapere di essersi attirata le ire della perfida Vultura (Lorna Gray, scomparsa il 30 aprile scorso alla veneranda età di 99 anni!), crudele regina del deserto che vuole per sé quel papiro e comincia a scatenare i suoi biechi emissari: per esempio il conte italiano Benito Torrini (Tristram Coffin). Siamo nel ’42, quindi gli italiani sono tutti nazisti, al cinema…

Emil Van Horn. Professione: Gorilla!

Lo scontro fra le due donne arriverà a farsi anche fisico, all’interno della camera segreta di Vultura, ma è inutile negarlo: l’attrazione principale del film è Satan, il gorillone al servizio della regina del deserto che rappresenta il suo fenomenale braccio armato.
Nel ruolo del gorillone troviamo – non accreditato – Emil Van Horn, specializzato in ruoli di gorilla: fra le sue tante apparizioni pelose, va ricordata l’esordiente House of Mystery (1934) e quella ne L’uomo scimmia (1943) accanto a Bela Lugosi.

«Non ho mai capito nulla della storia che stavo girando», ricorda la 72enne Kay Aldridge nel settembre 1989 alla giornalista de “La Stampa” Alessandra Pieracci che la intervista in occasione del Festival RiminiCinema, dove il film viene proiettato per la prima volta in Italia (anche se in lingua originale). «Mi avevano infilato addosso un paio di pantaloni corti, una sahariana con cartucciera sul petto e cinturone. Io, regina della moda, vestita da esploratore! Eppure ero sexy lo stesso.»
La cosa curiosa è che il citato festival di Rimini era dedicato ai “Rapporti tra l’Europa e gli altri continenti”… e trasmettono un filmetto strapieno di stereotipi razzisti?

In quindici capitoli di circa trenta minuti l’uno la saga attraversa tutti i dettami dell’avventura, ma a questo punto ne approfitto per una riflessione più generale.

Uelà che stacco di cosce, per il 1942: complimenti!

Per quanto le attrici abbiano sempre sfidato la morale popolare, siamo ancora in un secolo dalla cultura maschilista e in un Paese fortemente moralista: non è possibile che una donna sia indipendente, si muova a suo piacimento libera da vincoli morali e soprattutto non renda conto a nessun uomo. A meno che ovviamente non sia una zoccola…
Malgrado possa apparire secondario, è questo il registro con cui vengono ritratti i personaggi femminili di questo periodo: sono donne libere – e magari con le cosce di fuori! – solo le zoccole che poi muoiono; le protagoniste, belle e brave, non possono mai essere indipendenti.

Così ci si sposta nel deserto: sulla biga con un gorilla come contrappeso

Che si parli di storie di gorilla, di jungle girl cresciute da sole in mezzo alle bestie feroci o di avventuriere, è assolutamente escluso che queste donne siano libere di decidere della propria vita: se sono avventuriere allora sono alla ricerca del padre rapito, se invece sono nate nella natura… nel momento esatto in cui vedono un uomo bianco civile devono seguirlo. Non esiste altra alternativa socialmente accettabile.

Se permettete, la biga è mia e me la gestisco io!

Perché ogni avventuriera dello schermo cerca il padre? Perché se ad essere rapito fosse il marito questo sarebbe un gravissimo danno per la di lui mascolinità: quale uomo accetterebbe di essere salvato dalla moglie? Sembrano discorsi maschilisti appartenenti ad un altro secolo, ma basta guardare quello che succede nel film Into the Blood (2014) per capire che è uno stereotipo ancora “fresco”: il maritino Cam Gigandet può fare tutte le faccette da duro che vuole, ma non ci fa una bella figura ed essere salvato dalla moglie Gina Carano, che è muscolosa il doppio di lui. Ogni spettatore maschio pensa: ma come fa Gina a stare con quel pupazzetto? (E infatti nella vita vera sta con Henry “Superman” Cavill, anche se litigano sempre!)

Ogni avventuriera con la pistola ha al suo fianco un uomo d’azione con la sciabola…

Quando il re della giungla incontra una donna, la donna rimane lì con lui. Quando la regina della giungla incontra un uomo, lo segue e abbandona il suo regno. Perché una donna non può mica fare come le pare a lei: ve l’immaginate una donna cresciuta nella giungla… che decide di rimanere da sola nella giungla senza la protezione di un uomo bianco? Ma siamo matti?
Ecco così che questi personaggi femminili di inizio Novecento – che sto man mano presentando in questo blog all’interno di vari cicli – appaiono spaventosamente piatti, semplicemente perché la morale maschilista impedisce qualsiasi esperimento, anche per assurdo. Una donna può sparare e può essere una criminale, e addirittura può mostrare abbondanti fette di coscia: tanto è una zoccola e alla fine muore…
In pratica si ricrea il modello delle etère greche e delle geishe giapponesi: donne istruite, di gran gusto e che parlavano con gli uomini addirittura alla pari, e sebbene la società le considerasse prostitute avevano paradossalmente una vita più ricca delle “bravi moglie”, sepolte vive in casa senza diritto di parola…

Muoia Satan con tutti i gorilloni!

In chiusura, va notato come nello stesso 1942 di questo serial la casa Fawcett Comics inizi a presentare storie a fumetti con protagonista “Nyoka the Jungle Girl”, che ottiene una testata tutta sua nel 1945 e viene ripresa poi negli anni Cinquanta. Ne parlerò più approfonditamente quando ci sarà da scalare la montagna dei Jungle Girls Comics

Bibliografia

Encyclopedia of American Film Serials (2017) di Geoff Mayer
Lei nel salotto della jungla, di Alessandra Pieracci, “La Stampa”, 26 settembre 1989

L.

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Fracchia contro Dracula (1985)

La settimana scorsa ho parlato del capolavoro senza tempo Fracchia la belva umana (1981) e mi aspettavo commenti sul film e rievocazioni di battute (come infatti è successo con Cassidy): invece è stato un coro d’ovazioni per Fracchia contro Dracula, che ovviamente è un altro film. In pratica si è parlato solo di quello, con mio sommo dispiacere: chissà che in questo post non si riuscirà finalmente a pensare alla belva umana…

La grafica del titolo è l’unica cosa briosa del film

Purtroppo per motivi che sfuggono alla mia comprensione questo film è milioni di volte più famoso dell’altro, ed è citato sempre e solo nel titolo – visto che non esiste una sola gag che meriti di essere citata! – esattamente come TUTTI citano un film dell’epoca che in realtà forse neanche hanno visto. (Non vi dico il titolo se no pensate solo a quello, che è come una droga, ma tranquilli: ve ne parlo la settimana prossima!)

Questa inutile vaccata esce il 21 dicembre 1985. Distribuito in VHS AVO Film dal 1987, la Medusa Film lo presenta in DVD dal 1° gennaio 2015.

Amerete questo film malgrado sia una nullità: ve lo ordino!

Il film si apre con Fantozzi al cinema che non ha il coraggio di guardare un film horror, sebbene alla sua donna piaccia. Aspetta, ho come un déjà-vu: ma quattro anni prima non c’era la stessa identica scena in Fracchia la belva umana? Almeno lì c’era la Mazzamauro che faceva ridere, qui c’è solo Fantozzi con la solita voce fuori campo.

A parte i colori, sembra un qualsiasi altro film di Fantozzi

Poi ovviamente la storia prende tutt’altra direzione, infatti Fantozzi è un impiegato fallito succube del perfido capo interpretato da Paul Muller… Aspetta, ma questa non è la trama dei precedenti vent’anni di film e sketch RAI di Villaggio?

Alta tecnologia anni Ottanta

Costretto a chiudere almeno un contratto immobiliare, pena il licenziamento, Fantozzi – è inutile chiamarlo Fracchia, visto che fotocopia l’intero repertorio dello storico personaggio di Villaggio – cerca di far firmare il demente ragionier Filini (il sempre bravo caratterista Gigi Reder), che non fa che fotocopiare il Filini fantozziano senza molta ispirazione.

«Che fa, dorme?» «No: leggo»

Visto che Filini ha solo una cifra irrisoria da spendere, l’unica casa che può acquistare è un castello in Transilvania, quindi si parte e si va su un set in Val d’Aosta dove tutti vestono come la propaganda comunista dell’epoca presentava i russi. (Sono cresciuto e smangiucchiato negli anni Ottanta da comunisti mangia-bambini, quindi riconosco l’iconografia che il “compagno” Villaggio sta parodiando.)

Sulla carta un maggiordomo cieco fa ridere, ma questo mi ha solo seccato

Fantozzi e Filini entrano nel castello di Dracula e iniziano gag tristissime che non farebbero ridere neanche un morto, con Fantozzi che fa ahhhh e Filini che risponde «Ma cosa dice?». Alla centesima volta hai solo voglia di sparare in faccia a quei due coglioni.

Povero Giuseppe Cederna, ridotto a fare un Igor muto…

Di gag triste in gag tristissima, di sketch ridicolo in sketch imbarazzante, di battuta che non fa ridere in battuta che fa piangere, il film procede lento e noioso fino allo svenimento, senza mai, mai, mai, mai – scusa, hai detto mai? – MAI una sola battuta: solo Fantozzi che fa Fantozzi e Filini che fa Filini, ripresentando identici gli stessi sketch visti in ogni loro film.
Immancabile il finale che era tutto un sogno ma forse no, citando dichiaratamente Thriller (1983) di Michael Jackson: ho solo tanta vergogna per tutti quelli che hanno lavorato a questo film.

Il britannico Edmund Purdom lavorerà ancora in Italia: morirà nel 2009 a Roma

Molto più interessante il fatto che nel ruolo di Oniria, la sorella di Dracula, ci sia la giovane Ania Pieroni, la storica amante di Craxi al suo ultimo ruolo cinematografico prima di iniziare la sua carriera televisiva grazie alla rete che gli ha donato Bettino.
All’epoca era famosa per i suoi film horror, visto che era stata la Mater Lacrimarum in Inferno (1980) di Dario Argento e la babysitter di Quella villa accanto al cimitero (1981) di Lucio Fulci.

Ci sarà un motivo se Ania Pieroni ha poi rinunciato per sempre al cinema…

Ah, e nell’inutile ruolo di cacciatrice di vampiri c’è la giovane e già fastidiosa Isabella Ferrari, ma per fortuna ci è risparmiata la sua voce perché – com’è usanza dell’epoca – viene doppiata, in questo caso dalla brava Laura Boccanera.

Tipica espressione da cacciatrice di vampiri

La prima volta che ho visto questa cagata era la fine degli anni Ottanta e ho odiato ogni singolo fotogramma, sputando sullo schermo per quanto mi indignava ‘sta robaccia. Rivisto oggi, ho ritrovato tutto l’odio provato da ragazzo: anche solo citare nella stessa frase questo film con la belva umana è una bestemmia che grida vendetta al Cielo.

Mi appello ai tantissimi estimatori di questo film: parafrasando una celebre scenetta di Aldo, Giovanni e Giacomo, mi spiegate quando cazzo si ride in questa commedia?

L.

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