Eliminators (1986) C’erano un mandroide e un ninja…

Il furore di Lorenzo colpisce ancora, e il ninja del Zinefilo tira fuori dall’ombra uno dei tesori più preziosi dell’archeologia video: la versione italiana del film Eliminators, uno dei filmacci Z della Empire di Charles Band che all’estero è disponibile in Blu-ray mentre in Italia se non avete la VHS degli anni Ottanta non c’è altro modo di vederlo.
Non so in quale antico tempio maledetto il nostro Lorenzo abbia trovato l’edizione italiana della DB Video, ma non posso che ringraziarlo per avermi dato la possibilità di rivedere nella nostra lingua questo film a trent’anni dalla mia prima visione.

Io Lorenzo me lo immagino così!!!

Per ovvi motivi le schermate che presento di seguito sono tratte dalla spettacolare edizione Blu-ray, non certo dalla VHS che si vede nella nebbia!

Nota per i collezionisti: come al solito l’edizione digitale moderna è tagliata rispetto a quella in videocassetta, che con il suo 4:3 mostra un’inquadratura più ampia di quelle disponibili in DVD e Blu-ray.


Indice:


Testimonianze dirette

Intervistata da “Starlog” (n. 130, maggio 1988) perché aumentano le voci che stia per lasciare l’Enterprise a fine stagione, Denise Crosby si racconta al giornalista Marc Shapiro, decano della rivista, finché quest’ultimo non arriva alla questione più spinosa: Eliminators. L’attrice riassume ogni commento in un’unica espressione: «Oh Dio!»

«Il budget per l’intero film era inferiore ad un solo episodio di “Star Trek”. Era il mio primo ruolo da protagonista in un film quindi è sicuramente qualcosa che non scorderò mai. Nessuno inizia la carriera con un pessimo film per scelta, e davvero non rimpiango di averlo fatto, per via dell’esperienza acquisita come attrice. Ad essere proprio onesti, però, non è che ami il risultato.»

In anni precedenti l’attrice non era così famosa da venire intervistata, perché altrimenti c’è da scommettere che sul set del film avrebbe rilasciato dichiarazioni entusiastiche. Visto che nessuno andava ad intervistare gli “autori” della Empire Pictures – tanto che in anni successivi Charles Band decise di farsi da solo gli speciali sui propri film, da distribuire in VHS – l’unico dietro le quinte riusciamo ad averlo dai tecnici.

Il giornalista Dennis Fischer di “Fangoria” (n. 42, febbraio 1985) va a trovare John Buechler, un truccatore che sta riscuotendo un discreto successo e che ha infilato una serie di sei film a tema fantastico – La spada e la magia (1982), Android (1982), The Prey (1983), Il demone delle galassie infernali (1984), Trancers (1984) e Ghoulies (1984) – e che di lì a poco avrebbe addirittura diretto Troll (1986), Venerdì 13 parte VII (1988) e Ghoulies III (1990).

Buechler (scomparso nel 2019) ha il compito di creare il costume da cyborg del protagonista e i vari “accessori”, cioè le parti meccaniche che il nostro eroe si stacca ed attacca durante il film, oltre che un modellino della testa umana da cui si possa vedere il cervello elettronico. Mostrato il suo lavoro in corso al giornalista, il truccatore passa a difendere Charles Band, il produttore che già all’epoca colleziona critiche e pernacchie dai fan.

«Charles Band è un giovane Roger Corman. Conosco molto bene Roger e credo di conoscere Charles altrettanto bene, ora, visto che nel corso di un anno ho fatto tre film per lui e sono in pre-produzione per altri due. Immagino ne farò altri ancora, ma non posso entrare nei dettagli. Ho fatto più film con Band di quanti ne abbia fatti in tre anni con Corman, e Charlie mette più soldi nelle sue produzioni. Ora che l’ho visto all’opera, posso dire che Charlie è uno che lavora sodo, e migliora sempre di più la qualità dei suoi prodotti.»

Nel giugno 1986 “Fangoria” torna all’attacco e stavolta è Anthony Timpone, altra colonna portante della rivista, ad intervistare Buechler, nome sempre più importante nell’horror.
Il truccatore racconta che non potrebbe lavorare senza una squadra affiatata a supportarlo, visto che capitano magari due film in contemporanea: per esempio Troll che si sta girando a Roma ed Eliminators in Spagna. Scopriamo così che a gestire il trucco sul campo c’è andato Mitch De Vane, fido braccio destro del truccatore.

Ha detto “braccio destro”, quello è il sinistro

L’unica altra testimonianza diretta che ho trovato è quando “Starlog” n. 133 (agosto 1988) intervista l’attore Roy Dotrice che dichiara:

«Abbiamo passato tre mesi in Spagna, la maggior parte passati a prendere il sole sul tetto dell’hotel. Credo che il film avesse buone intenzioni e che il mio personaggio [lo scienziato pazzo] fosse abbastanza buono, ma davvero non mi preoccupo se gli spettatori si sono scordati dell’esistenza di Eliminators».

Nessun altro si è filato questo film all’epoca.


Uscita e distribuzione

“Daily Variety” del 30 luglio 1985 annuncia che le riprese sono iniziate a Madrid, in Spagna, ma la stessa notizia la dà “Fangoria” nel novembre 1985: insomma, le riprese sono iniziate a luglio o a novembre?
Esce in patria americana il 31 gennaio 1986 (stando ad IMDb) e va in onda sabato 21 maggio 1988 sulla mitica Odeon in prima serata: questo è il più fulgido ed iconico degli Eroi di Odeon TV.

Ritaglio del mitico “Radiocorriere TV”

La memoria purtroppo non mi aiuta, non so se ho visto quella prima visione o una replica del 1989 o 1990, comunque dopo Guerriero americano (1985) è il film che più mi fa gridare “Odeon”.

La VHS della DB Films non si sa quando sia uscita, si sa solo che il doppiaggio italiano è stato curato… da Gigi Reder! Il ragionier Filini che gestisce l’edizione italiana di Eliminators rende il film ancora più stra-mitico!

Come ha reagito Fantozzi alla notizia di Filini direttore del doppiaggio


Uomini e Mandroidi

Mettiamoci subito d’accordo: lo sapete quanto sono pignolo (leggi: scocciante) sulle Parole Fantastiche, e visto che riguardo questo film ne esistono da far girare la testa è meglio mettere subito le carte in tavola.

Quando nella citata intervista Dennis Fischer di “Fangoria” deve spiegare cosa sia il protagonista di questo film, si sente forte il rumore di unghie sui vetri: non ha idea di cosa stia dicendo ma qualcosa deve dire. Dunque l’eroe finisce maciullato in un incidente aereo e il suo corpo viene riassemblato con parecchi parti meccaniche: Robocop uscirà solo l’anno dopo, quindi ancora non sembra essere chiaro il concetto di “cyborg” (ORGanismo CIBernetico), cioè una persona umana implementata con parti meccaniche.
Dunque il giornalista parla di «cybornetic», tanto per far capire che sta tirando a indovinare, e propone addirittura che il protagonista sia un «Gobot», cioè – credo di capire – un “cyborg robot”…

1971: Mandroid a fumetti!

Questi problemi lessicali nascono da Buechler, il truccatore che sfoggia nomi a seconda del giornalista che ha davanti. Non pago di Gobot, a “Fangoria” dice che il film si intitola Mandroid, mentre lo stesso anno a “Starburst” dice che il protagonista è un mandroid ma il film si chiama «Eliminators, chiamato anche Sons of Terminator».
In effetti il povero Charles Band aveva avuto l’occhio lungo, aveva battuto James Cameron di ben quattro mesi, quel giugno 1984 in cui ha depositato il diritto d’autore del suo Eliminators, che aveva la seria possibilità di essere “l’altro Terminator” da far uscire in contemporanea. Poi dev’esserci stato qualche casino produttivo e il film viene girato solo un anno dopo quell’ottobre 1984 in cui esce Terminator.

Charles Band ha davvero scelto come titolo alternativo Mandroid per il suo film, come pensa il truccatore Buechler? Per ora abbiamo solo la testimonianza di quest’ultimo. Di sicuro il protagonista è chiamato in quel modo sia nel film che nei titoli di testa.

Mandroid è un orrore di lingua inglese che ogni tanto sbuca nella narrativa almeno dal 1966, quando sulla celebre rivista di fantascienza “IF” è uscito il racconto lungo Mandroid di Robert E. Margroff e altri, ben tre autori che si sono messi insieme per annacquare e rendere noiosa un’idea invece molto intrigante.

Costruiti gli androidi per fare i lavori sporchi, ma commesso l’errore di renderli capaci di procreare, dopo poco l’umanità deve combattere un’enorme guerra e alla fine sulla Terra rimangono solo due uomini e una donna artificiale. (Che ovviamente chiamano “androide” perché nessuno ha pensato ad alternative femminili.) Visto che lei è fertile, il nascituro che eviterà l’estinzione sarà appunto un mezzo uomo e mezzo androide, ecco dunque mandroid.
Uscito in Italia nel 1966 nell’antologia C’è sempre una guerra (“Urania” Mondadori n. 450, 4 dicembre 1966) con lo strano titolo Gli A (credo stia per “Androidi”), il traduttore Antonangelo Pinna non se la sente di riportare in italiano l’orrore e lascia “androide” invece di mandroid. Mi sento di concordare.

Nel 1971 lo S.H.I.E.L.D. della Marvel ha bisogno di un’armatura corazzata per fermare gli Avengers ed ecco Mandroid, cioè uomini corazzati che mantengono quel nome anche quando il fumetto arriva in Italia nel 1975.

Com’è possibile che il primo dizionario di forma moderna sia stato della lingua inglese e nessun inglese lo consulta? Perché così avrebbero scoperto che “and-” di android significa già “uomo”, che senso ha aggiungere una “m” per fare il gioco di parole “man-droid”? È vero che gli editori dei romanzi firmati George Lucas all’epoca hanno già creato casini, trasformando ’droid (con l’apostrofo) in droid (senza apostrofo), errore di stampa che ha generato una parola folle ed errata: che sia un richiamo lucasiano?
Il termine non conosce mai vero successo, e mentre il grafico editoriale del romanzo Blade Runner – cioè il vero romanzo di Philip K. Dick ristampato nel 1982 fingendo avesse qualcosa a che fare con la roba di Ridley Scott – si è impazzito e usa mandroid nel sommario di un’opera che parla di androidi (nel libro) e replicanti (nel film), Charles Band stesso fa uscire Android, con un uomo artificiale che nessuno chiama mandroid: perché allora la nascita di questa mostruosità?

Scritta “Mandroid” messa a casaccio sull’edizione 1982 del romanzo Blade Runner

Una possibile spiegazione ci viene dal primo numero della rivista italiana “Sexy Games” (maggio 1988) dedicata ai videogiochi, non solo a sfondo erotico. Nella recensione del gioco di strategia Quazatron leggiamo: «Viene messo in salvo dal famigerato pirata spaziale Mandroid, mezzo uomo e mezzo droide». Che dunque mandroid sia una delirante (e per fortuna raramente usata) alternativa al termine cyborg?
Comunque il nostro Gigi Reder è una persona serie, e queste frescacce inglesi non gli vanno giù: nel doppiaggio italiano del film mandroid viene reso con “androide”, quindi 92 minuti di applausi ininterrotti per Reder!

L’unico Mandroide che Gigi Reder riconosce!


Mai incontrare i miti

Un uomo-macchina, un mercenario, una scienziata e un ninja: non credo che esista al mondo qualcosa che un quindicenne possa trovare più esplosivamente gagliarda. Come la Z ci ha sempre abituato, l’unica cosa che conta è fare una copertina super-spettacolare e che sappia identificare i punti forti del soggetto: poi il resto non conta niente.

Il film che punta tutto sulla locandina!

Infatti niente è proprio ciò che ricordavo di questo film dalla prima visione dell’epoca, malgrado l’abbia rivisto nel 2012 per il mio saggio sul cinema ninja. Un niente totale che avvolge però il cyborg protagonista, che – mi piace ricordarlo – anticipa Robocop nel mostrare una fusione uomo-macchina protagonista positivo della vicenda.
Era dai tempi del cartone giapponese Cyborg 009 (1968 ma visto negli Ottanta) che non mi fomentavo tanto.

Vale la pena di vedere il film solo per questa scena!

Inutile nasconderlo, Charles Band gira robaccia di serie Z con ottime trovate che nessuno sa gestire. Né ci prova Peter Manoogian, regista della casa che fa lo stretto necessario: non è che da solo può salvare l’insalvabile.
La storia racconta di un cyborg che scappa al controllo dello scienziato pazzo che l’ha creato e poi passa il resto del film a tornare indietro. Ma che senso ha? Lo stesso senso del resto delle trovate del film: nessuno.

In un minuto il nostro Mandroid (Patrick Reynolds, che dalla vergogna poi si è ritirato dal cinema) scappa dallo scienziato cattivo Reeves (Roy Dotrice) e raggiunge la scienziata buona, e bòna, Nora Hunter (l’esordiente Denise Crosby). Perché la raggiunge? Niente, così, per fare un saluto.
Devo andare, dice, e parte. Per dove? Per tornare indietro dallo scienziato da cui è appena scappato, ma stavolta ci metterà ottanta minuti di film per fare la strada di un minuto, affrontando pericoli che evidentemente all’andata non ha incontrato. Perché la scienziata lo segue? Basta con le domande: non esiste alcuna risposta, perché non esiste alcuna sceneggiatura.

Pronto? Enterprise? Vi prego, portatemi via!

La scienziata d’azione Nora si porta appresso una sua invenzione, «Sonda, pattuglia e operazioni tattiche: Spot in breve, un tipo di esploratore elettronico». Il solito robottino carino che piace al pubblico, peraltro mi sembra parecchio debitore di quello di The Black Hole (1979).

Sono gli anni Ottanta, i robottini spaccano!

Quando il robottino svolazzante e lucente si posa sulla spalla del mandroide, è chiaro che qui si stanno citando i classici: cioè il rapporto stretto fra Automan e Cursore risalente al 1983!

Uomo cibernetico con robottino svolazzante luminoso…

… è puro Automan (1983)!

Tolti i primi minuti, in cui il mandroide si stacca e si riattacca le braccia, spara raggi laser e si trasforma in centauro armato – applausi a scena aperta – per tutto il resto del film il personaggio è una semplice lattina vuota che non serve a niente.
Il mercenario Henry Fontana (Andrew Prine) è una nullità che fa battutine e la scienziata è un personaggio scritto espressamente per mostrare le grazie di Denise Crosby. Lodevole iniziativa, non si discute, ma un po’ pochino per una intera sceneggiatura.

Ogni scena con Denise è meritevole, però se poi ci fosse anche una storia…

Cosa manca? Ah, sì, il ninja. Negli anni Ottanta i ninja spaccano e così tocca chiamare qualcuno, tipo Conan Lee, che nel 1982 si è fatto notare con l’ottimo Ninja in the Dragon’s Den: prelevato da Hong Kong prima di affermarsi, e bruciato in America perché dopo il suo ninja da spiaggia Kuji non può più farsi vedere in giro, diciamo che questo è il canto del cigno della sua carriera.

Conan Lee in una divisa ninja regolamentare e assolutamente plausibile!

Però fa in tempo a regalarci una scena di ninja che combatte uomini primitivi con un nunchaku: cosa si può chiedere di più ad un film?

Abbattere uomini primitivi a nunchakate: fatto!

L’intenzione di buttare nello stesso pentolone più temi da narrativa di genere è palese, e a un certo punto pure uno dei personaggi, Fontana, se ne accorge e grida:

«Cos’è questa storia, un maledetto fumetto a puntate? Ci sono i robot, ci sono gli uomini delle caverne, c’è anche il kung fu. E immagino che ora mi racconterete una bella storia di fantascienza.»

Troppo poco per salvare un film vuoto, occupato unicamente da un panzone e uno smilzo – esercito personale dello scienziato pazzo – che cercano di fermare quattro beoti che passeggiano per la campagna. E uno di loro è un cyborg senza alcun motivo, visto che ai fini della trama la questione non ha la benché minima importanza.
Il perfido Reeves vuole andare indietro nel tempo per diventare imperatore romano, quindi a cosa gli serva un mandroide non è chiaro, ma arrivati a quel punto dubito che ci si ancora qualcuno sveglio per farsi queste domande.

Personaggi vuoti nella nebbia

Giudicare oggi una minchiata Z di Charles Band del 1986 è ingiusto, anche perché io stesso posso testimoniare come nel 1988 o 1990 era roba gagliardissima: però, ad onor del vero, il fatto che dalla visione dell’epoca mi sia rimasta in memoria solo qualche scena significa che anche all’epoca era chiaro come fosse una fregatura.

Sono cresciuto nell’idealizzazione di questo film e non avrei mai dovuto rivederlo – mai incontrare i propri miti – ma la tentazione era forte e comunque ringrazio di cuore Lorenzo per avermi dato la possibilità di risentire il doppiaggio italiano, dall’oblio in cui ormai è finito.


L.

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Gina la ginoide (2014)

Quando Gina ti guarda così, sei già morto!

Era dai tempi di Andrea, la androide che baciò Kirk, che un nome non si sposava così bene con la vita artificiale: anzi, visto che un francese propose davvero il termine andreide come femminile di androide, quel caso lo chiamerei Andrea la Andreide. Che fa il paio con Gina la Ginoide!

Fra meno di una settimana riparte “The Mandalorian” e speriamo tutti che la Cara Dune di Gina Carano abbia sempre più spazio nella vicenda, ma intanto proprio questo mese – per un’incredibile coincidenza – scopro che l’ex lottatrice è apparsa già nella TV americana, interpretando un essere… “a forma di donna”! (Cioè una ginoide.)

Sì, direi proprio che Gina è decisamente “a forma di donna”

L’insuccesso che ha accolto “Almost Human” temo sia dovuto al fatto che sventolavano il nome sbagliato in giro, J.J. Abrams, senza specificare che l’Attila della narrativa lì era un mero produttore. La serie è creata da J.H. Wyman ed è palesemente la versione moderna di Alien Nation (1988) – sia film che serie TV – ma in realtà va ancora più a fondo, perché tutte – ma dico tutte – le storie di “strambi sbirri” (come le chiama Cassidy) nascono dal caposaldo per eccellenza, cioè il romanzo Abissi d’acciaio (1953) di Isaac Asimov: un poliziotto umano “vecchia scuola” che odia la tecnologia e gli androidi finisce ad avere come partner di lavoro proprio un androide.

Vi concedo dalle due alle tre pagine di romanzo per innamorarvi perdutamente dell’umano Elijah Baley e dell’androide R. Daneel Olivaw, due “strambi sbirri” che vi accompagneranno per “Il Ciclo dei Robot” di Asimov, fra i prodotti narrativi di genere migliori mai creati da mano umana. (O robotica!)

Nella serie “Almost Human”, fallimento televisivo con solo una decina di episodi, ho ritrovato quello stile frizzante ma tagliente che serve per raccontare una storia simile. L’umano Kennex (Karl Urban, che non ne azzecca una manco per sbaglio) e l’androide Dorian (un perfetto Michael Ealy) hanno lo spirito giusto per inscenare lo “scontro culturale” tra biologico e artificiale. Peccato sia andata male, visto che la serie ha subito chiuso.

Se gli “strambi sbirri” umano-robotici di Asimov dovranno affrontare anche una minaccia robotica, se gli “strambi sbirri” umano-alieni dovranno affrontare una minaccia aliena, è ovvio che anche in “Almost Human” ci sarà l’episodio con una minaccia che solo l’androide Dorian potrà affrontare. Ed ecco, nell’episodio 1×09 (3 febbraio 2014) entrare in scena la nostra Gina nel ruolo di Danica: la spietata assassina robotica!

Giusto il tempo di cucirmi il collo e sono pronta

Danica è un XRN, un tipo di robot prodotto dalla Lumocorp per cercare di ottenere il miglior risultato possibile: un essere sintetico perfettamente umano nel fisico e nell’anima. Peccato che nella produzione dell’anima ci sia il leggero problema secondario… che gli XRN si trasformano in sterminatori senza freni! Giusto un difettuccio di fabbrica…

La ginoide giusta da regalarsi per Natale

A costruire Danica è stato il dottor Vaughn, un ruolo perfetto per il sempre simpatico John Larroquette, che si ritaglia un personaggio ricorrente e getta le basi per tornare ancora nella serie… peccato non ci sia più una serie. L’episodio ha diversi ganci narrativi che purtroppo rimarranno in sospeso, per colpa del maledetto J.J. Abrams: nome che andava tenuto segreto.

Coraggio, Abrams… fatti recensire

L’unico modo di fermare Danica dalla sua opera di distruzione è piantarle una sirigona di non-so-cosa dritta nel collo. Chi gliela va a piantare?

Una ginoide poco disposta a farsi fermare

Solo l’azione congiunta di Kennex e Dorian, umano e robotico, potranno fermare la minaccia della ginoide dalle cosce che stritolano!

White gynoids can jump

La nostra Gina è in piena “decrescita”, dopo il cocente insuccesso di Knock Out (2011) e aver fatto da tappezzeria in Fast & Furious 6 (2013) qui ha tirato palesemente i remi in barca, anche perché sta per uscire In the Blood (2014) dove sarà chiaro a tutti che la voglia c’è, ma mancano le storie giuste.

Però Ginona nostra, gagliarda e tosta, ce la guardiamo e visto che ignoravo questa sua apparizione è stata una bella sorpresa. Spero che l’imminente ripresa mandaloriana mi regali altre emozioni.

L.

– Ultime ginoidi:

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[Big Fanta Gun] Bone Jack: da Blade a Stargate

Dopo anni passati sugli scaffali più oscuri e vergognosi delle videoteche, con la fine del millennio i film tratti da supereroi Marvel escono dal ghetto: con X-Men (2000) di Bryan Singer la Fox dimostra che è finita l’epoca del Punitore svedese, di Capitan America con le orecchie finte e Nick Fury con la facciona di David Hasselhoff.
La Columbia risponde con Spider-Man (2002) di Sam Raimi e la diga si apre: Daredevil (2003), X-Men 2 (2003), Hulk (2003), The Punisher (2004), Spider-Man 2 (2004), ed è solo un timido inizio.

Al che la New Line Cinema si chiede: e noi chi siamo, i figli della serva? Noi abbiamo battuto tutti sul tempo con Blade (1998), dobbiamo riprenderci il primato. C’è però un problema fondamentale: Blade è un personaggio per un pubblico adulto, un eroe cupo e violento, mentre la nuova èra di Marvel al cinema vuole prodotti fanciulleschi per un pubblico gggiovane, dove a regnare sono battutine da scuola elementare e ammiccamenti brufolosi.
David S. Goyer si alza e grida: «Ve lo scrivo io il Blade per giovani!» Il risultato è Blade: Trinity, che fa così incazzare Wesley Snipes da creare il disastro. L’attore e produttore adorava essere un vampiro nero super-cool che ammazza i vampirelli bianchi, e ora si ritrova il vecchio della discoteca che deve lasciare spazio ai giovani buffoncelli.
Snipes fa la voce grossa, sbatte i pugni sul tavolo, essendo co-produttore minaccia la New Line e poi la denuncia in tribunale per danni chiedendo cinque milioni di dollari… e poi suona il campanello. È la tributaria americana che bussa alla porta. La carriera di Wesley Snipes è appena finita nel cesso, e ci scappano pure tre anni di galera. Chi ha chiamato l’ufficio delle tasse? Non lo so, ma anche da qua mi sembra di scorgere le impronte digitali della New Line…

Mentre Snipes va a morire nella Z più profonda, quella che va male – come ho raccontato in una serie di post che iniziano qui – torniamo a quando Blade è costretto ad unire le forze con i gggiovani Jessica Biel e Ryan Reynolds. Entrambi fanno finta che questo film non esista, ma ci hanno partecipato, sebbene il loro contributo sia assolutamente inutile.
Per convincere Blade ad unirsi al gruppo dei Nightstalkers, Hannibal King (Ryan Reyonolds) lo porta dall’armaiolo Hedges (Patton Oswalt) che inizia a mostrargli i “giocattoli” disponibili.

«Abbiamo un vasto assortimento di sfascia-tutto [ass-kickery] da farvi ammirare. Pistola elettronica [electronic pistol], disponibile in una stuzzicante varietà di calibri».

La pistola spara «proiettili esplodenti», non so perché non “esplosivi”, «con una raffica concentrata di raggi UVA al posto dei proiettili a frammentazione: io li chiamo sun dogs».
Quante belle parole, per una pistola che verrà usata per circa due secondi nella vicenda.

Splendida pistola, peccato che non abbia alcuno spazio nel film

Ma è quando Hannibal si rivolge all’armaiolo dicendo «Hedges: stupiscimi, coraggio» che inizia il bello, visto che in inglese parla di super-sized.

«Questa piccola cerbottana [pea shooter] è una versione modificata dell’OICW [Army’s objective individual combat weapon] in dotazione all’Esercito. Puoi scegliere fra sun dogs, paletti, mini-razzi termici: quello che te lo fa indurire di più, lo fai pompare da questo aggeggio. Certo, non ha il raggio d’azione di una… spada, ma…»

Entra in ballo il fucilone a tre canne che poteva essere l’idea salvatrice di un film inutile, invece così come appare… così scompare.

Più piccolo è l’armaiolo, più grande è il fucilone

Nell’audio commento il regista David S. Goyer racconta:

«Questo è il “Bone Jack“, il “Therapist“, il “Grace“. Sfortunatamente non c’è nella versione finale del film, ma dannazione: lo useremo ancora da qualche parte!»

Interviene Ryan Reynolds ad informarci che «quel coso pesa nove chili».

Tie’, gioca a fare Deadpool

Malgrado il regista abbia testimoniato l’esistenza di ben tre nomi colloquiali con cui l’arma veniva chiamata durante le riprese, per motivi ignoti in Rete è rimasto solo il primo nome, forse perché il più frizzante: Bone Jack.

Con questo potrei affrontare qualunque ruolo, anche Lanterna Verde!

Il sito IMFDB (che, lo ricordo, è il geniale Internet Movie Firearms Database) ci informa che esiste un quarto nome, all’apparenza addirittura molto più “ufficiale” degli altri, visto che il conceptual artist del film TyRuben Ellingson l’ha chiamato “Mudflap Gun“, fucile paraspruzzi, per via della silhouette femminile applicata sul calcio dell’arma, ispirata appunto a quella presente sui paraspruzzi anteriori dei tir americani. Questo particolare però non si vede in quei pochi fotogrammi in cui il fucile rimane in scena.

Bello, eh? Ora però dimentichiamoci del fucile

Sempre da IMFDb sappiamo che l’arma è stata costruita partendo da un Winchester modello 1887 a cui è stato applicato un impianto di plastica a simulare due canne aggiuntive.

È davvero un gran peccato che l’arma non sia stata utilizzata per il film, come in realtà il 90% del materiale costruito appositamente per la produzione. I Nightstalkers infatti non si limitano a cacciare vampiri ma a raccogliere prove di loro antiche manifestazioni, rintracciando così addirittura l’antica armatura di Dracula. Nella versione estesa del film, che trovate già nel DVD Eagle Pictures 2005, vediamo Hannibal portare Blade in un magazzino strapieno di oggetti di scena che rappresentano reperti archeologici di varia natura ed epoca, tutto materiale creato appositamente e lasciato inutilizzato come sfondo, visibile per pochi secondi in una scena mai apparsa al cinema.
Che grande spreco di materiale, devono essersi detti gli autori, l’ultimo giorno di riprese, mentre iniziavano a chiudere bottega e a smantellare i set. «Fermi tutti!» grida qualcuno. «Dobbiamo girare “Stargate Atlantis” possiamo usare il vostro materiale?»

Non so come funzionino gli accordi tra case cinematografiche, ma sta di fatto – e lo confermano fonti autorevoli – che la serie “Stargate Atlantis” della MGM è stata girata sui set del film Blade: Trinity della New Line, iniziando nel momento esatto della fine delle riprese. Visto che la serie poi uscirà molto prima del film al cinema, si è cercato di mascherare un po’ la cosa perché gli spettatori non notassero gli stessi ambienti. Curiosamente, questa precauzione non si è adottata per le armi.

Mi stupisce sempre come un popolo così amante delle armi non presti loro la benché minima attenzione nella narrativa, come dimostrerò in più occasioni all’interno di questa rubrica. Visto quanto peso occupano nella cultura e nell’economia americana, ci si aspetterebbe che film e serie TV stiano molto attenti nell’uso di armi, invece vige l’anarchia più completa.
Mentre dunque bisogna aspettare il 7 dicembre 2004 perché alla prima proiezione in California gli spettatori assistano ad Hannibal King che tiene in mano il Bone Jack, in TV già lo si era visto il 6 agosto precedente, quando va in onda l’episodio 1×05 di “Stargate Atlantis”. I nostri eroi incontrano una comunità contadina che invece nasconde un ben diverso grado di tecnologia, e nel momento chiave tirano fuori il nostro fucile a tre canne.

La prima apparizione del Bone Jack, molto prima di Blade: Trinity

Da quel momento inizia per il Bone Jack una lunga serie di apparizioni, ogni volta in mano a gente diversa.

Sappiamo che ne sono stati prodotti almeno due modelli

E se non bastassero le vicende attuali, lo vediamo addirittura nei flashback, quando il nuovo personaggio che entra nella seconda stagione – Ronon Dex (Jason Momoa) – ricorda di quando combatteva contro gli invasori, imbracciando un Bone Jack nell’episodio 2×03 (29 luglio 2005).

Il secondo futuro supereroe ad imbracciare il fucile

Nel ghiotto episodio 3×04 (28 luglio 2006) Dex viene rapito e costretto a combattere in una vicenda alla Predator. Riuscirà a trovare un’arma con cui affrontare il cacciatore alieno: indovinate quale?

Per un nemico grande, serve un fucile grande

Cattivo ricorrente della serie è Acastus Kolya (il sempre bravo Robert Davi) che guida i Genii (pronunciato Genài) nel continuo tentativo di conquistare Atlantide, e certo avere armi rubacchiate in giro non li aiuta. Infatti i Genii si prendono come arma d’ordinanza il nostro Bne Jack, ma non paghi si fregano pure la pistola a due canne mozze con cui Blade apre Blade: Trinity

Bella questa pistolona, Blade…

… ti spiace se te la freghiamo?

… e già che ci sono, fanno il colpo grosso: dagli archivi della UIP tirano fuori la pistola di Van Damme in Timecop (1994)!

Dalle mani di Van Damme a quelle di Robert Davi

Nell’episodio 3×13 (4 dicembre 2006) queste tre armi si possono vedere tutte in un’unica inquadratura.

Da sinistra: la pistola di Blade, la pistola di Timecop e il fucile di Hannibal King

Perché “Stargate Atlantis” rubacchia armi in giro? Probabilmente per risparmiare sugli oggetti di scena, utilizzando armi già pronte, e anche perché lo fanno tutti. Infatti il 18 luglio 2006 – poco prima che Dex venga rapito dall’alieno cacciatore! – è andato in onda l’episodio pilota della serie “Eureka” della Universal, ambientata in una cittadina fuori dal normale.
La serie sin da subito cerca di caratterizzare la vice-sceriffo Jo Lupo (Erica Cerra) come donna tosta e amante dell’intervento armato, così appena si verifica uno strano incidente in città… lei è già pronta con il Bone Jack in spalla!

Arrivo direttamente da Atlantide: a chi devo sparare?

Riportato poi il fucile a “Stargate Atlantis”, la produzione se lo riprende perché nell’episodio 1×04 (8 agosto 2006) c’è un caso di rapimenti alieni che richiede un fucile importante, e così torna il Bone Jack.

Sbrighiamoci, che Jason Momoa rivuole il fucilone

Da notare che nell’arsenale dell’ufficio dello sceriffo campeggia in alto la pistola che Blade usa nella seconda parte di Blade: Trinity, tanto perché non si butta mai via niente.

Bella questa pistolona, Blade…

… ti spiace se te la freghiamo?

Dopo quasi quindici anni come una delle colonne portanti dell’universo di Stargate, Amanda Tapping va a fare la protagonista di una nuova serie, “Sanctuary“, creata per Syfy da Damian Kindler: guarda caso fra gli sceneggiatori di “Stargate”. Che fai, non lo porti qualcosa di vecchio per scaramanzia? Così nell’episodio 1×04 (17 ottobre 2008), quando la situazione si fa seria, Amanda piomba in scena con un Bone Jack leggermente modificato (con qualche luce): pochi secondi per ricordare l’universo di Stargate.

Potevo portarmi Momoa, ma ho preferito un Bone Jack

Non l’avrei mai riconosciuto, ma IMFDb mi informa che nell’episodio 4×04 (28 ottobre 2015) di “Arrow” un poliziotto ha un Bone Jack a tracolla: perché mai farlo apparire per pochi fotogrammi in mano a un normale poliziotto? Mistero. Comunque è palesemente una versione a calcio corto dell’arma, per l’occasione dipinta di nero.

Perché dargli giusto qualche fotogramma di spazio?

Questo fucile ha attraversato film e serie TV del nuovo millennio con una particolarità unica, che in effetti parlando di un’arma è qualcosa di parecchio strano: non ha mai sparato! I costruttori infatti non hanno creato la versione che spara a salve, quindi rimane un giocattolone che in tutte le apparizioni citate non spara mai. Al massimo, in “Stargate Atlantis” si aggiungono ogni tanto dei raggi laser e in “Sanctuary” lo si vede che ha già sparato.

Prima o poi quest’arma tornerà alla ribalta: siate pronti, perché potrebbe riapparire dove meno ve l’aspettate. Di sicuro in un prodotto girato in Canada, come tutti quelli citati.

L.

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Jackie Chan Story 7. L’ubriaco senza paura

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

Sin dalla nascita del cinema di Hong Kong c’è un eroe popolare cinese che riscuote fortuna ogni volta che appare su schermo, il celebre Wong Fei-hung, personaggio storico ammantato di leggenda e protagonista di un numero spropositato di pellicole. Forse i “giovani d’oggi” non lo ricordano più, ma negli anni Novanta Jet Li ha legato il suo nome proprio al maestro Wong, in una fortunata serie di film giunta (poco e male) anche in Italia. Film serissimi, perché stiamo parlando di una sconfinata autorità morale, paladino di rettitudine e virtù. E se invece da giovane non avesse avuto tutte queste qualità? Se il giovane Wong Fei-hung fosse stato un pigro perdigiorno? Ecco la storia di come divenne… il maestro ubriaco.


Drunken Master

Se Jackie Chan e Yuen Woo-ping per il precedente film, Il serpente all’ombra dell’aquila (marzo 1978), avevano inventato il kung fu del gatto e modificato quello del serpente, stavolta si inventano lo stile degli Otto Dei Ubriachi, basato sul vero kung fu dell’ubriaco che si dice Wong Fei-hung praticasse come arma segreta.

Drunken Master esce il 5 ottobre 1978 ad Hong Kong ma nella sua autobiografia il nostro Jackie lo cita appena, forse perché dà per scontato che tutti lo conoscano, essendo stato un successo che è riuscito addirittura ad oscurare il precedente film, già di suo il più grande incasso nella storia della città. Stando ad HKMDb (l’Hong Kong Movie Database), il Serpente ha incassato all’incirca due milioni di dollari di Hong Kong: l’Ubriaco è arrivato a sei. Quand’anche fossero cifre non affidabili, è comunque chiaro che questo nuovo film è la conferma di un fenomeno in piena esplosione.

La Seasonal Film Corporation si limita a prendere l’intero cast tecnico-artistico del precedente film e a creare una storia identica, semplicemente utilizzando la regola aurea dei seguiti: uguale, ma di più. È la formula che all’incirca nello stesso periodo utilizzavano in Italia i film di Bud Spencer e Terence Hill, che spesso avevano gli stessi comprimari e caratteristi, la stessa struttura, lo stesso ritmo e ogni film si limitava a creare nuove situazioni di “botte comiche”, e funzionavano benissimo esattamente come funzionano questi film di Jackie: tutti identici, tutti successi.

Un’immagine iconica che ha fatto storia

Gli autori del doppiaggio internazionale probabilmente non giudicavano Wong Fei-hung sufficientemente noto al di fuori del mondo cinese, così il nostro eroe viene chiamato Freddie, figlio del maestro Wong: non esiste alcun riferimento al fatto che il protagonista del film diventerà un paladino di giustizia, saggezza, virtù, medicina e arti marziali, e se non fosse per il tipico tema musicale che sempre lo accompagna non avremmo alcun indizio che si tratti di quel Wong. È semplicemente il solito perdigiorno pasticcione che Jackie interpreta in quest’epoca. Ma stavolta c’è qualcosa di più, e per la prima volta.

Quando un uomo con la spada incontra un uomo con due zucchine…

Se il precedente film ha mostrato che si poteva usare una storia seria per condirla con situazioni umoristiche, o comunque leggere, qui si valica il Rubicone: ogni serietà viene abbandonata e per la prima volta nasce lo stile di Jackie. Ogni combattimento del film vìola ogni regola del kung fu movie, perché questo è il primo Jackie movie della storia.

Sei pronto ad entrare nella storia?

Ogni combattimento, grazie alla genialità di Yuen Woo-ping fusa con l’abilità di Jackie, è puro funambolismo con intento umoristico, con boccacce a dimostrare dolore, urletti a fare da parodie di quelli dei film seri, grande agilità e in pratica coreografie da circo: dopo anni di studio in altri film, finalmente Jackie può mostrare lo stile che voleva presentare come il suo personale, visto che va contro ogni altro stile di Hong Kong.
Tutti i film che negli anni a venire creeranno il suo mito sono in pratica variazioni di un tema che qui viene presentato per la prima volta.

Una ghiotta piccola parte per la brava Linda Lin

Una curiosità. Come sempre, gli italiani arrivano prima ma non sanno sfruttare il primato. Perché la campagna di Hong Kong non è molto diversa da quella siciliana, e le atmosfere del Drunken Master le aveva già abbondantemente anticipate Nando Cicero con il più grande film marziale italiano: Ku Fu? Dalla Sicilia con furore (1973). Franco Franchi e Gianni Agus – un allievo pasticcione e un maestro pittoresco – sono dei perfetti antenati del Drunken Master: che Jackie li abbia voluti copiare? (Sto ovviamente scherzando.)

L’insegnamento della Mano di Travertino

Se gli stili del gatto e del “serpente a mano aperta” sono stati un enorme successo, nel precedente film, “il maestro ubriaco” è stata l’apoteosi: nel giro di qualche mese Jackie Chan è la star di Hong Kong, la gente lo ferma per strada per chiedergli autografi e farsi foto con lui, fan imitano il suo stile dell’ubriaco ovunque, i giornalisti lo chiamano per intervistarlo e i giornali di gossip mandano fotografi a seguirlo. Da giovane cascatore che mangiava per strada e dormiva sul pavimento, in un attimo Jackie si ritrova in tasca più soldi di quanti sappia contarne, e comincia a perdersi. Comincia a comprare un Rolex per ogni giorno della settimana e comincia a chiedersi se sia meglio girare in Porsche o in Ferrari: nella sua autobiografia è lodevole l’estrema onestà con cui si rammarica per la persona sgradevole che era diventata nel giro di un attimo, cominciando a vendicarsi delle umiliazioni subite quand’era povero – per esempio facendo il matto in quei ristoranti che tempo prima l’avevano cacciato – ma è chiaro che ritrovarsi da nullità a divo comporta inevitabilmente delle aberrazioni.

Intanto il maestro ubriaco entra in pianta stabile nell’immaginario collettivo, anche occidentale: ho avuto il piacere di giocare con la sua versione videoludica in VirtuaFighter 2

Quanto tempo passato con VirtuaFighter 2
ad imparare il kung fu dell’ubriaco

… e ovviamente in Tekken 3, dove Lu Weilong impersona vari personaggi dei film di Chan.

Il Destino però lo riporta ad una terribile realtà, e Jackie una notte riceve una telefonata fatale: è Willie Chan. Il nostro eroe, ebbro di successo, si è dimenticato che è stato solo “noleggiato” dalla Seasonal Film, e il suo posto è sotto Lo Wei. Il peggior regista di Hong Kong, che non azzecca più un film dal 1972.


Fearless Hyena

Se passare da povero a divo ha fatto perdere la testa a Jackie, passare da divo a schiavo del peggior regista di Hong Kong è qualcosa che semplicemente il nostro eroe non può accettare. Per fortuna può contare sull’amicizia del produttore Willie Chan, l’unico che sembra capace di parlare con Lo Wei per trovare una soluzione accettabile, ma non mancano momenti molto tesi, litigi furiosi e qualche botta da matto, come Jackie che, furioso per un commento sarcastico di Lo Wei, abbandona un set in Corea andandosene nel primo albergo che trova, senza conoscere la lingua locale! Alla fine si arriva ad un compromesso: visto che Jackie ha due enormi successi al botteghino, che provi pure a dirigere un film. Lo Wei glielo concede ovviamente perché è convinto che fallirà e potrà dargli una lezione, a questo “ragazzetto” pieno di sé, ma Jackie prende in mano il progetto Fearless Hyena e sforna il terzo enorme successo della nascita del suo mito.

Questo film dimostra che anche con un crollo di qualità tecnica il successo è garantito, perché il pubblico vuole Jackie in combattimenti circensi ed umoristici, e poco importa se non c’è più l’illuminata coreografia di Yuen Woo-ping né i caratteristi della Seasonal Film, sostituiti dagli attori opachi che lavoravano per Lo Wei.
L’unico volto noto del film è James Tien, che faceva il maestro di Jackie in Spiritual Kung Fu (1978) e ora fa suo nonno che, reputando il giovane bisognoso di una “raddrizzata”, lo manda di nuovo dal maestro pittoresco, che sembra scemo invece è saggio.

C0m’è possibile che una riproposizione identica di qualcosa già visto per due volte possa piacere? Siamo sempre lì: uguale, ma di più. Jackie è ormai un vero e proprio clown del kung fu e in pratica non usa quasi più arti marziali, si limita a scherzoni, scenette comiche, e truffe tanto da sembrare più italiano che cinese: il suo inganno per mangiare gratis al ristorante ricorda da vicino le “mandrakate” di Febbre da cavallo (1976).

Sempre il solito allievo picchiato, sempre il solito maestro pittoresco

Il film esce a febbraio 1979 e guadagna quasi quanto Drunken Master, pur essendone inferiore come qualità: Lo Wei non ha mezzi e si vede, ma intanto dall’anno precedente sta svuotando il suo sgabuzzino e sta vendendo tutti quei film col giovane Jackie che i distributori non volevano toccare neanche con un bastone. Quando c’è da fare soldi, in questo caso coi vecchi film di Jackie, a Lo Wei non lo batte nessuno; quando c’è da spendere e investire in nuovi film, è assente ingiustificato.

Sbrigati, Jackie, che qui tocca girare subito Fearless Hyena 2

La cinematografia di Hong Kong corre a perdifiato, ogni settimana escono nuovi film in sala e i ritmi elefantiaci di Hollywood sono impensabili: si lavora sempre ad un film, ogni minuto di ogni giorno. Così il successo di Fearless Hyena spinge all’inevitabile Fearless Hyena II.

Un giorno, mentre sta girando questo film, Jackie riceve un messaggio: deve andare subito in ufficio da Willie Chan. Si presenta con ancora indosso il vestito di scena, e mentre Willie è al telefono e gli fa segno di sedersi il nostro eroe si appisola, tanta è la stanchezza delle riprese. Si risveglia solo quando Willie gli chiede «Chi è il tuo zio preferito?» Jackie cerca di capire di cosa diavolo stia parlando, ma Willie non gliene dà il tempo. «Ha chiamato la Golden Harvest, ti offrono un milione di dollari di Hong Kong se firmi con loro in esclusiva». Da quel momento, Jackie non dormirà mai più.

(continua)


L.

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Kill Zone Paradox (2017) Storia di una non-saga

La Blue Swan, collana della Eagle Pictures dedicata al cinema “diversamente americano”, ha deciso di svuotarmi il portafogli e da almeno un anno sta tirando fuori roba da farmi girare la testa. L’altro giorno scopro che è uscito in DVD italiano un film dal titolo Kill Zone Paradox, e mi dico: ah, sì, ce l’ho già, sarà una ristampa. Però quel “paradox” che c’entra?
Provo a leggere la trama e mi dice che è il grande ritorno di Wilson Yip (perché, dov’era stato?) dopo la saga di Ip Man. Boh. Poi leggo che Yip «torna alla saga di Kill Zone»: ma perché, è una saga? Comincio a fare un po’ di ricerche con titoli originali e date e alla fine, per quest’ultimo film (di cui è scattato subito l’acquisto) è necessaria un’introduzione.


La non-saga di Kill Zone


1. Saat po long

Prima del 2008 del successo di Ip Man nessuno in Italia sapeva chi fosse Donnie Yen, il più grande attore marziale vivente che per motivi ignoti la distribuzione italiana ha SEMPRE ignorato. A parte sviste come Highlander: Endgame (2000), Blade II (2002) ed Hero (2002) nessuno dei suoi tantissimi film da protagonista è mai stato doppiato in italiano. (E comunque nei tre titoli citati fa giusto un’apparizione.)

Quando nel 2005 è uscito Saat po long, o semplicemente SPL, la nostra distribuzione ha fatto quello che fa sempre dagli anni Ottanta ad oggi: c’è Donnie Yen? Sì. Bene, il film non esce in Italia. Peccato, perché si tratta di uno dei più grandi polizieschi neri marziali di sempre.

La storia del poliziotto Donnie Yen ossessionato a buttar giù il signore del crimine Sammo Hung viene distribuita nel mercato internazionale con il titolo Kill Zone, ha un successo epocale, diventa un film di culto – citato da Donnie stesso al momento di fare Enter the Fat Dragon (2020) – e in quella landa nuclearizzata che chiamano Italia nessuno ne sa niente. A parte pochi appassionati, come per esempio lo scrittore d’azione Stefano Di Marino, che qualche anno dopo mi fece conoscere il film d’importazione.

Come detto, nel 2008 ai confini dell’Impero, nelle wastelands della distribuzione italiana riesce a fare breccia Ip Man di Winson Yip, regista che subito diventa un nome importante ma di cui pochi avevano scoperto il talento già da White Dragon (2004), piccolo wuxiapian divertente che la Sony Pictures ha portato in Italia nel 2006 probabilmente per errore. (Addirittura con un DVD in quattro lingue: nei DVD odierni devi già ringraziare se c’è l’italiano!)

Sammo Hung vs Donnie yen: puro oro marziale!

Quindi ora, tutti fomentati dall’accoppiata Wilson Yip regista / Donnie Yen attore, si va a recuperare Saat po long e si presenta questo capolavoro agli italiani? Ovviamente no.


2. Kill Zone

Qualcosa si smuove, nasce la collana Blue Swan che sembra specializzata in prodotti asiatici e un bel giorno del 2016 esce in DVD italiano Kill Zone. Ai confini della giustizia. L’anno mi fa arricciare il naso: vuoi vedere che l’uscita di Rogue One: A Star Wars Story (2016) con Donnie Yen ha spinto la Eagle Pictures a cercare qualcosa legato all’attore, in un qualsiasi modo? Chissà.

Saat po long 2 (2015) è una furbata da grandi paraculi, perché non c’entra niente con il primo film, non ci sono né Donnie Yen né Sammo Hung, ma soprattutto non c’è Wilson Yip. Il regista è Cheang Soi (Cheang Pou-Soi), davvero lontano – ma lontano assai – dalla qualità di Yip. Rimane solo il bravo Simon Yam nel ruolo del detective Chan Kwok Chung, ma è un po’ poco: a parte nella Nikita di Hong Kong, Simon Yam fa sempre il detective!

Visto che il primo film si capiva troppo, era tutto troppo chiaro a livello di sceneggiatura, stavolta fanno in modo che non si capisca una mazza fino almeno a metà film, buttando a casaccio secchiate di personaggi che già sono tutti cinesi, se poi non me li presenti neppure… Scherzi a parte, il film è sonnacchioso e totalmente confusionario, ma in compenso… le scene d’azione fanno schifo!
L’uso smodato di cavi rende gli atleti dei meri pupazzi in un teatrino di pupi, ogni scena è assolutamente implausibile e i movimenti degli attori falsi come una moneta da tre euro, quindi ogni “emozione marziale” è negata con grande attenzione.

La storia si snoda tra Hong Kong e Bangkok, e qui il miglior doppiaggio del mondo ci regala oro. I cinesi sono sempre doppiati, ma i thailandesi no: quando parlano tra di loro usano l’italiano, quando parlano con un cinese tornano al thailandese, se no poi non ha senso che usino un dizionario per capirsi. Così già della trama non si capisce una mazza, abbiamo pure gente che cambia lingua a seconda della scena.

Due ottimi atleti totalmente sprecati

Insomma, l’unica particolarità di Kill Zone 2 è dimostrare quant’era mille volte superiore il film del 2005.


3. Paradox

Qualcuno fa come Mario Brega e va a telefonare a Wilson Yip: «Ah Wilson, ’sta saga perde colpi, vieni tu, pure in vestaglia». Yip arriva, tanto era in pausa fra Ip Man 3 (2015) e Ip Man 4 (2019), ma non era l’assenza di un regista famoso il problema del secondo episodio: era una trama totalmente confusionaria e scene d’azione da “teatro dei burattini”. E purtroppo questi due difetti rimangono inalterati in Saat po long: Taam long.

Uscito in patria nell’agosto 2017, la consueta Blue Swan (Eagle Pictures) lo porta in DVD e Blu-ray nell’agosto 2020 con il titolo Kill Zone. Paradox.

Non so se sia davvero un aspetto truce ma tipico della Thailandia, ma dall’evitabilissimo Skin Trade (2014) Tony Jaa si è fatto paladino della questione “trafficanti d’organi”, forse proprio per portare all’attenzione anche dell’Occidente un terribile problema. Quello cioè dei trafficanti di schiavi umani da cui estrarre organi da vendere a ricconi bisognosi di trapianto.

Il precedente film raccontava storie incrociate di bisognosi di trapianto e di donatori d’organi non consenzienti, a volte criminali a volte innocenti, in un guazzabuglio narrativo da sbadiglio. In questo nuovo film si cerca di fare lo stesso, come se ormai la noia e una trama astrusa siano le firme di questa saga. Che poi saga non è, visto che questo terzo episodio non ha ormai più alcun vago legame: non c’è manco più Simon Yam!

Abbiamo un padre di Hong Kong che cerca sua figlia scomparsa in Thailandia, e un investigatore locale che l’aiuta, ma tutto è raccontato per tripli flashback incrociati che non si capisce una mazza, e già a dieci minuti dall’inizio passa la voglia di scervellarsi a capire che cacchio stia succedendo. Si sa solo che ci sono i cattivi trafficanti d’organi combattuti dalla forza congiunta di questo padre di Hong Kong e di questo poliziotto thailandese. Perché il papone cinese sia un drago a menare la gente non è spiegato.

Per combattere bisogna stare comodi…

L’unico motivo per vedere questo melenso drammone mariomerolesco è la piccola parte in cui appare Tony Jaa, che non sembra avere alcun legame con il titolo precedente: lì faceva una guardia di un carcere che scopre che l’istituto usa i detenuti come donatori forzati, qui invece è un semplice poliziotto locale che dà una mano, menando i cattivi.

L’unica posa in cui i cinesi riprendono Tony Jaaa

Mi è cascata la bocca per terra a scoprire che è sua maestà Sammo Hung a dirigere le scene d’azione di questo film, dove proprio la parte marziale è la più carente. Ma forse il problema è che ad Hong Kong non va il “realismo” che impera nelle altre cinematografie, e quindi vedere la gente che vola appesa a un cavo è piacevole. In fondo è il Paese che ha inventato il wuxiapian.
Il problema è che non puoi chiamare un atleta come Tony Jaa e appenderlo in aria a fingere di lottare: è davvero un crimine.

«Mi hai preso per un coglione!» (cit.)

Il risultato è un Tony Jaa più “cinese” che mai, con mosse che neanche per scherzo possono assomigliare a tecniche di combattimento, ma solo a quelle di una marionetta che si agita su un palcoscenico. Purtroppo tocca farci bastare questa miseria, visto che Tony da molti anni ha tirato i remi in barca e non si spreca a fare film marziali, giusto comparsate. Però su un combattimento di cinque minuti con una star thailandese potevano anche ritagliare un po’ di libertà e mostrarlo combattere alla thailandese.


Conclusione

Quella di Kill Zone non è dunque una saga: c’è uno splendido film di altissima qualità e due fetecchie che si fingono seguiti. Non stupisce che solo gli ultimi due siano arrivati nella nuclearizzata Italia.

Per un fan marziale sono comunque chicche da conservare, visto che Hong Kong in Thailandia storicamente ci andava solo per girare in esterni senza spendere troppo e fare una collaborazione è davvero un risultato non scontato. Se vi ricordate, ne Il furore della Cina colpisce ancora (1971) i thailandesi erano quelli brutti e sudati che minacciavano Bruce Lee, tanto per ricordare la “stima” che godono ad Hong Kong.

Riusciremo un giorno a vedere di nuovo Tony Jaa in un film alla sua altezza? Chissà.

L.

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La Storia e la Finzione: T-34 vs Panther

Mi è stato davvero difficile anche solo cambiare posizione sulla sedia durante la visione dell’ipnotico T-34, che non esito a definire uno dei migliori film di guerra che abbia mai avuto la fortuna di vedere: onestamente non me ne vengono in mente altri della stessa qualità altissima, ma ho fede che ne esistano. Chi dice di non amare i film di guerra è perché in Italia arrivano solo quelli americani: questo capolavoro scritto e diretto da Aleksey Sidorov dimostra che avremmo bisogno di iniezioni massicce di altre cinematografie, come quella russa.

Unico commento: bah!

Finita la visione del film, schiacciato dalla sua potenza, sono uscito di corsa in pantofole e sono andato a citofonare a Garth Ennis, strillandogli nel microfono: «Perché non le scrivi così quelle minchiate di fumetti sui carristi? Tu basi le tue storie unicamente sull’inflessione dialettale del protagonista: si può concepire un’idea più minuscola di questa? Ho provato sia i tuoi “Battlefields” che “World of Tanks”, sembrano “Topolino va alla guerra”! Ah Garth, molla i carri che nun sei capace”. Poi Garth è sceso e mi ha picchiato: segno che l’ho punto sul vivo!

Per parlare dei due film di oggi, cioè della “finzione”, è necessario partire dalla “storia”, che però nessuno ha mai raccontato: o meglio, è una storia raccontata “per sezioni”, ognuno ne ha raccontato una parte senza dare mai uno sguardo globale. Il Zinefilo va spavaldamente là dove nessun recensore ha mai messo piede, e per parlare di due film russi di carri armati vi racconta la storia inedita della corsa russo-tedesca ai carri armati.


La corsa russo-tedesca ai carri armati

Può esistere un solo minuscolo argomento della Seconda guerra mondiale che non sia stato analizzato? È il tema più trattato al mondo, ha battuto l’Egitto in quanto ad interesse mondiale-globale – anche perché nessuno ha un nonno che è stato prigioniero dei faraoni! – quindi com’è possibile che esista anche una pur minima sfumatura non affrontata dalle migliaia di libri scritti su ogni possibile argomento? Eppure, dopo la “falla polacca” vista la settimana scorsa, una semplice ricerca ha portato alla luce un’altra falla: esistono saggi sui carri armati tedeschi e saggi sui carri armati russi, ma non esiste un’analisi comparata della corsa durata decenni fra le due tecnologie. Eppure è strettamente legata, oltre ad essere stata fondamentale per gli esiti dello scontro fra questi due popoli.

Quando un carro tedesco incontra un carro russo…

Per quanto sembri assurdo, ciò che state per leggere è un argomento poco trattato, e non essendo io uno storico il rischio di errore è alto. Non me ne preoccupo, visto che ho scoperto come non esistano storici concordi sull’esito anche solo di una battaglia! Tutti gli autori che troverete citati qui di seguito dicono il contrario l’uno dell’altro, perché con mio grande stupore esce fuori che i dati di una battaglia sono oggettivi: la loro interpretazione rimane al giudizio dello storico, che lo fornisce senza dire che sta dando un giudizio personale. Scopro che una battaglia può essere vinta per uno storico e persa per un altro: non sto parlando di vittoria “morale”, ma di numeri in soldoni. Così sono impazzito fra libri di storia che dicevano uno il contrario dell’altro.
Quello che segue è una media fra i vari saggi citati: il grande mistero è perché anche i saggi scritti appositamente per raccontare la storia dei carri non raccontino questa storia!

Steven J. Zaloga e James Grandsen, nel loro saggio The T-34 Tank (Osprey 1980), mi spiegano che nel 1936 la guerra civile spagnola è un perfetto laboratorio: russi, tedeschi e italiani mettono a confronto i loro armamenti e studiano il modo di superarsi a vicenda. I veloci carri armati russi BT-5 Bàtuška (“papino”, “paparino”) risultano non essere più adatti contro i Panzer tedeschi, serve un sostanziale miglioramento: gli ingegneri sovietici guidati da Mikhail Koškin cominciano a implementare il Bàtuška per renderlo più resistente alle armi anti-carro nemiche e dotato di armamenti più sostanziosi. Nel 1939 viene prodotto l’elegante prototipo T-32 ma nella campagna in Finlandia (dicembre 1940) fallisce il confronto.

Robin Cross e David Willey, nel loro saggio Carri armati. Storia illustrata dei mezzi corazzati (Giunti 2020), mi spiegano che la sconfitta in Spagna e Finlandia e l’epurazione staliniana del fautore dei carri armati, Tuchacevskij, mise in pratica la parola fine sullo sviluppo di questo armamento. Nel 1939 però il generale Georgij Zhukov sosteneva il contrario e lo dimostrò nei fatti. Sul fronte mongolo c’erano gli invasori giapponesi che dallo stato fantoccio Manciukuò – dov’è ambientato lo splendido Kuro Obi (2007) – tentavano di proseguire la loro conquista dell’Asia: con una passata di BT-5 e BT-7, Zhukov penetrò nelle retrovie giapponesi sbaragliando il nemico. Il carro armato tornò immediatamente allo studio degli ingeneri sovietici.
Aumentato lo spessore della corazza armata, nel 1941 nasce finalmente il T-34. Spiegano i citati Zaloga e Grandsen:

«La sua trasmissione era capricciosa, il cannone L-11 inadeguato ed era costoso come tre carri T-26 messi assieme, eppure gli ufficiali lungimiranti capirono il concetto rivoluzionario del T-34 e che sarebbe stato il protagonista del resto del conflitto mondiale.»

In realtà gli ingegneri avevano delle migliorie da apportare al carro armato ma i tempi della guerra erano tali che non era possibile fermarsi: «Stalin non avrebbe tollerato alcuna interferenza nella produzione. Qualsiasi modifica, per quanto desiderabile, avrebbe dovuto aspettare finché l’invasione tedesca non si fosse arrestata», spiega lo stesso Zaloga ma stavolta con Jim Kinnear, in T-34-85 Medium Tank. 1944-1994 (Osprey 1996).

I T-34 funzionavano così bene che ora erano gli ingegneri tedeschi a ritrovarsi sotto pressione per migliorare i loro Panzer. L’elemento scatenante è stata l’Operazione Barbarossa del giugno 1941, quella fatale invasione dell’Unione Sovietica da parte dei nazisti che sin da subito ha visto in campo l’avanzata dei pesanti, maestosi e potenti Panzer tedeschi… tutti regolarmente battuti e spazzati dagli agili T-34 sovietici.
Stephen A. Hart, nel suo saggio Panther Medium Tank. 1942-45 (Osprey 2003), mi spiega:

«Sebbene il T-34 scarseggiasse al fronte nel 1941, lo stesso surclassava ogni altro carro tedesco in servizio. Con la sua combinazione di eccellente mobilità, affidabilità meccanica, potenza di fuoco e protezione effettiva dell’armatura, il T-34 fu una formidabile minaccia per il successo dell’Operazione Barbarossa.»

Hilary Doyle e Tom Jentz, nel loro saggio Panther Variants. 1942-1945 (Osprey 1997), mi spiegano che nel novembre 1941, subito dopo quello smacco, una speciale Panzerkommission stilò una sorta di rapporto su come avrebbe dovuto essere il nuovo carro armato tedesco, e nel dicembre successivo l’appalto per la realizzazione andò alla Daimler-Benz, ma poi nel maggio 1942 passò alla M.A.N. (Maschinenfabrik Augsburg-Nürnberg) semplicemente perché il loro modello era più veloce da realizzare, prevedendo il riutilizzo della torretta già esistente.

Mentre la Panzerkommission pensava ad un carro armato pesante che diventerà il Panzer Tiger, intanto – mi spiega Stephen A. Hart nel suo saggio Panther Medium Tank. 1942-45 (osprey 2003) – un’altra commissione, la Panther Commission, studiando un T-34 sovietico catturato al fronte nel novembre 1941 stava valutando l’idea di copiare paro paro il carro russo: creare cioè un carro medio tedesco che incorporasse tutte le parti buone del T-34, chiamandolo poi Panzer Panther. Tra alterne vicende, le due commissioni procedono parallelamente fornendo così alle forze naziste ben due carri armati in grado (teoricamente) di sconfiggere i temuti T-34 sovietici.

Il 9 gennaio 1943 il 51° Battaglione Panzer è la prima unità a testare dei Panzer Panther sul campo: lo stesso mese in cui l’Armata Rossa vicino Leningrado cattura per la prima volta un carro tedesco, un Tiger. Tom Jentz e Hilary Doyle, nel loro saggio Tiger I Heavy Tank. 1942-45 (Osprey 1993), mi spiegano che dopo un incontro con Hitler del 26 maggio 1941, Porsche KG ha ricevuto l’appalto per la costruzione del nuovo carro: l’agguato in cui finiscono i Panzer tedeschi a Mtensk il 6 ottobre 1941, surclassati dai T-34 (dieci carri tedeschi distrutti contro solo cinque perdite sovietiche) rende chiaro che i traguardi raggiunti non bastano ancora. Bisogna sbrigarsi a potenziare i Panzer.

Robert Forczyk, nel suo saggio Panther vs T-34, Ukraine 1943 (Osprey 2007), mi spiega che «i carri tedeschi con i loro corti cannoni da 50 e 75 millimetri potevano penetrare la spessa armatura dei T-34 solamente entro un raggio di cento metri, mentre i carri sovietici potevano distruggere i deboli Panzer anche a un chilometro di distanza».

Porsche KG riuscì a completare il suo Panzer Tiger proprio nell’aprile 1942, in occasione cioè del compleanno del Führer – queste cose contano, in una dittatura! – ed appena messo il modello sul campo un esemplare, come detto, venne preso dall’Armata Rossa. Gli ingegneri sovietici iniziarono a studiare le evidenti migliorie apportate dai tedeschi, perché il modello Tiger I aveva un’armatura leggera eppure era praticamente invincibile agli attacchi del T-34, tanto che dopo la sconfitta tedesca di Mtensk la fortuna girò.
A luglio 1943 nella Battaglia di Kursk (nota come Operazione Cittadella) i sovietici misero in campo sempre gli stessi T-34, visto che gli ingegneri stavano ancora lavorando per migliorarli, mentre i nazisti si presentarono con i carri pesanti Tiger e quelli medi Panther: nati espressamente per superare i T-34, stavolta la vittoria fu tedesca. Anche se in realtà l’esito della battaglia di Kursk è tutt’altro che chiaro.

Spiega il citato Forczyk:

«Von Lauchert e Decker affermarono che i Panther hanno distrutto 263 carri nemici nel periodo 5-14 luglio [1943]. Inoltre sostengono in modo assurdo che i Panther abbiano distrutto i T-34 a 1,5-2 chilometri di distanza, e addirittura un T-34 sarebbe stato distrutto a ben tre chilometri di distanza. Queste affermazioni sono sospette e probabilmente sono state create ad arte per nascondere le povere prestazioni [tedesche] durante l’Operazione Cittadella».

Sebbene non sia andata come affermano le fonti naziste, comunque risulta chiaro che il T-34 non è più il carro favoloso di prima: Forczyk ci informa che nel 1943 l’Armata Rossa ha perso ben quattordicimila T-34 in combattimento. Il carro ha bisogno di essere implementato e in fretta.

Nel novembre 1943 a Kubinka, vicino Mosca, finalmente si mette alla prova un nuovo modello di carro sovietico, la cui approvazione ufficiale arriverà il 15 dicembre successivo. Il lavoro è stato veloce e i difetti sono tanti, ma il tempo è poco e Stalin approva l’entrata in scena del T-34-85, messo in produzione effettiva dal febbraio 1944.

Questa guerra tecnologica di “corsa al carro armato”, che va dal 1941 al 1944, è lo sfondo su cui si muovono i due film di questa settimana.


La grande caccia alla Tigre Bianca

Nel 2012 ha girato per festival, vincendo anche premi, un film russo di grande ambizione ma dal risultato altamente discutibile.

Tutto nasce dallo scrittore Ilya Boyashov, noto per il suo stile allegorico e metaforico, che nel 2008 scrive Tankist e il romanzo diventa il film White Tiger (Belyy tigr), scritto e diretto da Karen Shakhnazarov. Sin dal titolo è chiaro che non si tratta di un film di guerra così come Moby Dick di Melville non è un romanzo sulla pesca.

Il “tankista” misterioso

Il film si apre con i resti di una battaglia e le lamiere, piegate e bruciate, di un alto numero di carri armati: all’interno di uno di questi viene trovato ciò che resta di un uomo carbonizzato. Che però è ancora vivo. Qualche giorno dopo l’uomo è perfettamente guarito, davanti agli occhi allibiti dei dottori che non sanno trovare alcuna spiegazione per qualcosa di impossibile: il carrista, il tankist del romanzo, arriva dal nulla, senza alcuna memoria del passato, ed è pronto all’unica impresa che esista nel suo universo. Dare la caccia alla Tigre Bianca.

Una “balena bianca” a forma di carro armato

Né i sovietici né tanto meno i nazisti sanno spiegarselo, ma per le campagne russe si aggira un Panzer Tiger di colore bianco che non risulta agire ai comandi di nessuno, pare non abbia neanche un equipaggio, semplicemente appare dal nulla, colpisce i T-34 sovietici – all’epoca inferiori per prestazioni – e scompare. Il carrista misterioso pare l’unico che possa fermarlo perché lui “parla” coi carri armati, ascolta la loro voce e sa quando la Tigre Bianca apparirà. Fino ad uno scontro finale davvero poco interessante.

Viene resa molto bene la differenza tra tecnologia dei carri armati sulla carta e vita sul campo, dove tocca farsi bastare gli scassoni rimasti in piedi e farli muovere a suon di calci e pugni, ma poi la parte allegorica è preponderante e lunghe scene immotivate rovinano la visione, perché non portano a niente: se la tira da “film d’autore” ma non lo è. Nel momento più parlato si bofonchia di come la guerra sia eterna, ma questo lo spiegava già il Maggiore Dundee di Charlton Heston nel 1965.

L’idea di un carrista ossessionato dalla sua Balena Bianca a forma di Panzer Tiger è splendida, anche perché calata in un momento storico in cui davvero queste “balene” solcavano i mari della campagna russa, ma poi l’esecuzione ha troppo voglia di lisciare il pubblico dei festival e si perde nel nulla. Grande occasione persa.


T-34 vs Panther: scontro finale

Di tutt’altra pasta è T-34 (2018), scritto e diretto da Aleksey Sidorov e portato da Blue Swan (Eagle Pictures) in DVD e Blu-ray italiani dal dicembre 2019.

Una parte iniziale si svolge nel 1941, quando il T-34/76 sovietico ha la meglio sui Panzer ma subito la questione diventa una faccenda privata: tra il sovietico Ivushkin (Alexander Petrov) e il nazista Jäger (Vinzenz Kiefer), entrambi al comando di un carro armato. Il loro scontro iniziale è in puro stile Duello nell’Atlantico (1957), con sfide di strategia e intelligenza più che di scontro fisico. Anche perché non c’è niente di più delicato di un carro armato, che si rompe in un attimo.

Il “tankista” Ivushkin da solo contro il nemico

La situazione però si mette al peggio per gli eroi sovietici, e malgrado abbiano la meglio su gran parte dei nemici vengono fatti prigionieri e passeranno tre anni in un campo di concentramento. Tre anni in cui le corsa russo-tedesca al carro armato andrà avanti a tappe forzate. Arriva il 1944 e ormai Jäger è un gerarca d’alto livello, quindi può organizzare un’esercitazione come non si è mai vista. Perché infatti tenere a marcire dei carristi di livello come i sovietici quando li si può sfruttare per capire le loro tecniche e trovare contromisure?

Basta poltrire nel campo di concentramento, si torna a lavoro!

Recuperato Ivushkin, che ormai è un relitto umano, l’ex avversario Jäger gli propone di tornare sulla cresta dell’onda, gli propone di guidare un carro armato sovietico in un’esercitazione in cui i tedeschi cercheranno di fermarlo. Ma non guiderà mica un vecchio scassone, no: dal fronte è stato catturato un carro nuovo di zecca, appena uscito di fabbrica. Un T-34 calibro 85, una macchina che i Panzer Panther tedeschi se li mangia a colazione. Quando viene guidato fuori dall’hangar sulla musica maestosa del Lago dei cigni di Chajkovskij, è chiaro che stiamo parlando di una gloria nazionale.

Fare le pinne davanti al Panther, e il Panther… muto!

È il momento per Ivushkin di mettere insieme la “vecchia banda”, i suoi fidi carristi che stanno marcendo nel campo, dar loro una spolverata e impegnarli nella missione definitiva: battere i tedeschi al loro gioco e redimersi, spazzando via i Panzer Panther. Com’è facile immaginare, però, l’occasione sarà anche quella di fuggire dal campo e iniziare una nuova guerra di strategia con Jäger, in una delle più appassionanti e meravigliosamente girate battaglie di carri di sempre.

Uno scontro memorabile

La propaganda americana e il nazionalismo nazista non possono nulla contro l’anima slava: T-34 non parla di eroi né di patrioti, parla di esseri umani che cercano di difendere ciò che amano, mantenendo viva quella scintilla che li fa essere ancora umani. I carristi di Ivushkin recitano poesie mentre caricano il cannone, e quando entrano a “saccheggiare” una casa in un paese, ne escono con verdure e un quadro a tema religioso che appendono nel carro, come protezione. Sono persone normalissime che per pura fatalità si ritrovano a bordo del miglior prodotto bellico dell’epoca ad affrontare un gerarca nazista.

Quando si saccheggia una casa, un quadro religioso è la prima cosa da prendere!

I carri armati non sono solo macchine belliche, diventano simbolo stesso dei due popoli: qualcosa che già White Tiger forse voleva fare, con il suo tankist eterno, ma che non gli è riuscita. Il Panther è un carro nato per imitare il T-34, ma nessun nazista potrà mai imitare un russo, e Ivushkin rappresenta l’anima slava impossibile da imbrigliare. Le puoi sparare, la puoi colpire e uccidere: ma mai domare.

Garth Ennis, prendi appunti: è così che si scrive una fottuta storia di carri armati!

Non conosco altre storie che raccontino così tanti dettagli sul funzionamento dei carri armati rimanendo appassionanti storie di persone e di emozioni, di vendetta personale e di epica. Il brutto quindi… è che non potrò mai più trovare un’opera dello stesso livello, perché semplicemente non può esistere.

Lascio quindi minestre fredde come Fury (2014) ai fan dei capelli di Brad Pitt, e l’unico film che potrebbe provare ad avvicinarsi a questo è Sahara (1943) con Humphrey Bogart nel suo carro armato pieno di disperati: una storia di carri, di guerra ma soprattutto di persone. Non a caso era un plagio da un film sovietico!

L.

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Sword of God (2018) Padre Maronno polacco

La saga “kinghiana” di Uwe Boll mi ha fatto venir voglia di un po’ di Medioevo Z, e visto che sono usciti un paio di titoli nuovi ne approfitto per scoprire cosa ci riserva questo genere.
La Blue Swan (Eagle Pictures) nel novembre 2019 porta nelle nostre videoteche il polacco Krew Boga (“Il sangue di Dio”), presentato nel settembre 2018 al Gdynia Polish Film Festival, ribattezzandolo Sword of God. L’ultima crociata, visto che l’inglese è la lingua ufficiale italiana.

Il giovane (perché mio coetaneo!) regista televisivo polacco Bartosz Konopka scrive e dirige questo film con mano sicura e un’idea ben chiara: tecnicamente dovrà essere un gioiellino, con una fotografia spettacolare e ogni inquadratura studiata per ottenere il massimo effetto. Però dovrà rimanere senza sceneggiatura né dialoghi: dovrà essere il nulla più visivamente accattivante possibile. Missione riuscita.

Il vuoto con Dio intorno

Su un’isola naufragano due crociati polacchi. Chi sono? Che isola è? Siamo sicuri siano Crociati? Basta, lo sapete che nella Z profonda nessuno può sentirti fare domande, quindi di risposte non ne avremo.
L’unica cosa che sappiamo è che il predicatore dei due è Donald Pleasance Polacco, che per comodità chiamerò DPP (Krzysztof Pieczynski).

Donald Pleasance Polacco, il predicatore sull’isola misteriosa

L’isola è abitata dai Bianconi (nome che mi sono inventato per ’sti tizi che non si sa chi siano), una popolazione che vive all’età della pietra e si pitta di bianco per motivi che risiedono in qualche trauma infantile dello sceneggiatore. Mentre il predicatore DPP subito si scaglia contro questi pagani e cerca di inculcare loro l’amore di Dio a bastonate, il suo compagno viene immediatamente catturato dallo stile di vita dei Bianconi e ne diventa il Profeta.
Perché l’altro dei due Crociati è Padre Maronno (Karol Bernacki)…

Il polacco a cui appiopparono la santità

… e siccome dopo due o tre frasi senza alcun senso all’inizio del film sceglie di non parlare più, grazie alla sua opera di redenzione dei Bianconi diventa… il redimimo!

Redìmimi! (cit.)

Succedono cose, braccia si muovono, strilli si odono nella notte, DPP dice esclusivamente cose prive di senso, scelte accuratamente per la loro estraneità alla vicenda narrata, persone si muovono, bei paesaggi, fine del film.

Il re dei Bianconi parla polacco, per aumentare le cose senza senso del film

Se volessi fare il figo, il critico con gli occhiali e la pipa (come dice Cassidy), quello per cui se un film è stato presentato a un festival automaticamente è pregno di significato, e chi non lo capisce è scemo, potrei mettere su parecchie impalcature su questo montarozzo di fango.
Potrei parlare di uno scontro di culture tra paganesimo e cristianesimo, o meglio ancora di religione delle origini e religione istituzionalizzata, e di come la seconda tenda sempre a rifiutare il divino in favore della gerarchia di poteri ecclesiali, risultando incomprensibile per chi – come i pagani – con il divino vivono a stretto contatto.
Sullo sfondo di questa guerra di religione in miniatura, combattuta fra i pochi abitanti di un’isola sperduta (un non-luogo, quindi una Utopia di moriana memoria), e sullo sfondo di una natura selvaggia e crudele che sembra negare qualsiasi presenza divina, abbiamo il “diretto interessato” che non prende parte ma assiste muto: il Crociato che si cuce la bocca e rimane muto per tutta la vicenda è palesemente simbolo del silenzio di Dio, che assiste impotente al male compiuto in suo nome.

Potrei andare avanti a lungo, ma sarebbero solo speculazioni a caso: non ci sono prove che Konopka abbia scritto e diretto altro se non una mosceria lenta e paracula per farsi bello nei festival. Belle immagini e personaggi vuoti sullo sfondo funzionano sempre.

Tutto bello, tutto vuoto

C’è più profondità religiosa nel Padre Maronno vero, quello di Maccio Capatonda, che in qualsiasi ipotizzabile intenzione di questo filmetto lento, di cui però vanno gustate le meravigliose scene: se l’autore avesse messo nella sceneggiatura la stessa attenzione dedicata alle immagini, staremmo parlando di un gioiello prezioso. Invece abbiamo solo Padre Maronno il redimimo!

L.

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Barfly (1987-2005) Cent’anni di Charles Bukowski

Il 16 agosto 1920 in Germania nasceva Heinrich Karl Bukowski junior, noto come Charles Bukowski, per gli amici solo Hank. Il nostro TOM (The Obsidian Mirror) è riuscito a festeggiarlo organizzando un’iniziativa tra blogger: molti sono stati i chiamati, ma pochi gli eletti, come diceva Matteo. (No, non quel Matteo. E neanche quell’altro!)

Non sono un amante di Bukowski, tutt’altro: mi considero un suo ignoratore, nel senso che lo ignoro e quando si parla di lui mi metto a fissare le macchie sulle pareti, ma adoro gli anniversari a blog unificati quindi partecipo anch’io. Povero Hank, di tre che partecipano alla commemorazione dei tuoi cent’anni, uno manco ti ha mai letto!

Festeggiamo dunque con “The Obsidian Mirror” (che ha organizzato l’iniziativa) e “La Bara Volante“.


Mosconi da festival

Maggio 1987, Festival di Cannes, Menahem Golan della Cannon gongola in giro con il petto gonfio dall’avere ben due film in concorso. Uno è I diffidenti (Shy People) di Andrej Konchalovskij, l’altro è Barfly con un Mickey Rourke appena esploso per il successo mondiale di 9 settimane e ½ e pronto a godersi quei due o tre anni di cresta dell’onda che l’aspettano. In realtà i film sono tre, c’è anche Street Smart con il povero Christopher Reeve che cerca di togliersi di dosso il mantello di Superman (spoiler: non ci riuscirà!), ma nessuno lo cita.
Il celebre giornalista cinematografico Roger Ebert si avvicina a Golan e – racconterà nel saggio Two Weeks in the Midday Sun: a Cannes notebook (1987) – gli dice: «Ho sentito che ha deciso di fare questo film perché Barbet Schroeder è entrato nel suo ufficio e ha minacciato di tagliarsi un dito, per poi continuare a tagliarsi parti del corpo finché lei non avesse deciso di produrre il film».

Golan deve aver gongolato ancora di più: è questo genere di storie che rende immortali i produttori. Così risponde: «Ha ottime fonti: la storia è vera. Cos’avrei potuto fare? Non posso avere nel mio ufficio qualcuno che si taglia le dita».

Ebert torna alla carica. «Ma se questa storia inizia a girare per Hollywood, si ritroverà tutti in città che le piombano in ufficio con un trapano, minacciando sé stessi se lei non produrrà i loro film».

Possiamo solo immaginare lo sguardo da Charles Bronson assunto da Golan. «Non funzionerebbe: ho accettato di fare Barfly per una sola ragione: volevo farlo».

Ebert ci informa che il film è stato proiettato lunedì 19 maggio, quando ormai il festival era bello che concluso e la maggior parte degli ospiti e giornalisti già aveva i bagagli che li attendevano nella hall dell’albergo. «I baristi avevano il tempo di contare le mance», nota Ebert: se i bar sono vuoti, vuol proprio dire che la festa è finita. Proiettare un film di lunedì, alla fine di un festival, vuol dire aver già deciso a priori che non vincerà, e infatti non stupisce che non abbia vinto. Comunque già è stato tanto averlo in concorso.

Il più deluso di tutti sembra essere proprio Ebert, giornalista che ci racconta di aver passato del tempo sul set del film a Los Angeles e di aver passato ore a parlare con Charles Bukowski: «un poeta, un filosofo, un ubriacone, un giocatore, è celebrato nell’area di Los Angeles come uno degli ultimi beatnik ancora in attività». Ebert ama il film, ma in platea c’è ben poca gente intorno a lui.

Ebert ricorda la notte che è arrivato sul set e ha visto Bukowski seduto al bancone: subito lo scrittore ha iniziato a spiegargli il film.

© 2010 Ulf Andersen

«Si intitola “Mosca da bar” e parla di me, perché è ciò che sono: una mosca da bar. Dài corda ai maniaci e ti lasci malmenare dai baristi, perché sei il pagliaccio del locale: riempi la vita delle persone con la tua presenza, e magari ogni tanto ottieni in cambio qualche bevuta gratis. Sono diventato una mosca da bar perché non mi piaceva ciò che vedevo dalle nove alle cinque, non volevo diventare un lavoratore ordinario, pagare il mutuo, guardare la TV… ne ero terrorizzato. Il bar era un luogo sicuro in cui nascondersi, per stare lontano da quel gioco. [Get out of the mainstream, gioco di parole che non so tradurre! Nota etrusca]
La mia è stata una decisione inconscia, mentre intanto scrivevo e vendevo racconti a pessime riviste [dirty magazines]. Ho smesso di scrivere, dopo un po’, concentrandomi sul bere. Mi sono rifiutato di accettare la morte vivente dell’acquiescenza. [I refused to accept the living death of acquiescence: decidete voi che significato dare al termine, se “remissività”, “condiscendenza”, “accettazione passiva” o quel che volete! Nota etrusca

Ebert si guarda in giro per il bar e nota come la situazione sia irreale se non paradossale: si beve gratis ma nessuno beve, perché i clienti del locale, tutti abitudinari, sono stati ingaggiati come comparse e se si ubriacano rischiano di perdere la paga, oltre a non apparire in video. Intanto in un angolo c’è Mickey Rourke che sta picchiando Frank Stallone, che a quanto pare non ha il talento del fratello Sly.
Intanto Bukowski si accende una sigaretta piccola e puzzolente, che chiama Mangalore Ganesh Beedies. «le puoi trovare in qualsiasi negozio indiano o pakistano, è quello che i veri poveri fumano in India. Mi piacciono perché non contengono roba chimica o nicotina, e si sposano bene con il vino rosso».

Al che racconta com’è nato il progetto.

«Ho risposto a una telefonata, un giorno, ed era Barbet Schroeder che mi chiamava da Parigi. Stavo bevendo e quindi riagganciai. Mai sentito, questo Schroeder, sicuramente era uno scocciatore. Lui però richiamò e mi chiese se volessi scrivere un film per lui. Gli risposi che odiavo i film, ma poi lui parlò di ventimila dollari e gli chiesi quand’è che iniziavamo.»

Esce fuori che Schroeder da sette anni stava cercando di fare il film senza riuscirci, tanto che la Cannon ormai stava per cancellare il progetto, al che scatta la “leggenda della minaccia di menomazioni”: stando a Bukowski, però, il regista si sarebbe presentato nell’ufficio di Golan addirittura con un taglierino elettrico: iniettatosi della novocaina, si sarebbe infilato il taglierino nella carne del mignolo minacciando di tagliarselo via. Un tocco splatter probabilmente aggiunto dallo scrittore. Comunque Golan ha detto no e Schroeder si è tagliato il dito. Ma forse questa è una versione apocrifa della storia…


Produzione e distribuzione

A Cannes c’era anche il corrispondete del quotidiano “l’Unità”, che il 19 maggio 1987 racconta l’incontro con il cast tecnico del film, non certo promettente. Un giornalista francese chiede a Mickey Rourke se anche lui, come il suo personaggio, creda che la sofferenza sia una condizione necessaria alla creatività, al che l’attore risponde: «Le uniche cose che mi fanno soffrire sono le conferenze stampa».
Invece Lietta Tornabuoni de “La Stampa” (18 maggio) non può fare a meno di notare che ci sono diversi flaconi di medicine sul cassettone della stanza d’albergo dell’attore («Super Stress, Super Vit-a-Day, Energy Plus, ecc.»), ma basta girare lo sguardo per trovare una ragazza italiana circondata da quattro uomini ubriachi: pare siano tutti amici che Rourke si è portato appresso.

«All’inizio, quando ho cominciato, credevo che recitare fosse un lavoro serio, ho faticato, studiato, pensato, mi sono accanito sulle teorie di Stanislawski. Adesso m’accorgo che non serve: puoi essere una star senza fare alcuna fatica. Lavorare è uno scherzo: ti diverti, ti pagano, ma non ha vera importanza. È una maledetta porca buffonata, questo mestiere.»

Salutiamo l’attore e passiamo alle decisamente più interessanti parole del regista, riportate da “l’Unità”, che racconta brevemente la travagliata produzione del film:

«Molti produttori l’hanno rifiutato perché lo consideravano troppo triste. Edward Pressman voleva farlo ma non riuscì a procurarsi il denaro, Ray Stark era d’accordo, ma voleva impormi Kris Kristofferson e trasformare così il protagonista, da scrittore in cantante folk. Poi è arrivata la Cannon, e il film è nato dopo otto anni di sforzi. Io e Bukowski l’abbiamo scritto nel ’79. Anche se la sceneggiatura ha conosciuto almeno cinque o sei versioni.»

Come mai dopo tanti anni la Cannon ha accettato un prodotto che tante altre case e produttori hanno rifiutato? Semplice: perché a quell’epoca la casa dei cugini Menahem Golan e Yoram Globus sta spaccando di brutto, coprendo ogni possibile sfumatura di genere cinematografico. Grazie a film ninja, a Chuck Norris e Charles Bronson, la Cannon sta stracciando tutti i record e da piccole produzioni mediorientali ha ormai conquistato Hollywood con ogni tipo di produzione: il 1987 è l’anno in cui spacca tutto.

  • gennaio – Assassination, con Charles Bronson che spara
  • marzo – Street Smart, con Christopher Reeve giornalista di strada
  • aprile – La bella e la bestia, con John Savage che fa John Savage
  • luglio – Superman IV, con Christopher Reeve che torna mantellato
  • agosto – I dominatori dell’universo, con Dolph Lundgren che fa He Man
  • ottobre – Barfly, con Mickey Rourke che beve
  • novembre – Il giustiziere della notte 4, con Charles Bronson che spara

Segnatevi questa spremuta di intrattenimento di genere, perché negli anni successivi la Cannon non sarà più così ricca di proposte.

Dopo l’anteprima di Cannes, Barfly viene presentato al New York Film Festival il 30 settembre 1987 e dall’ottobre successivo esce nei cinema americani. Il 10 marzo 1988 ottiene il visto censura italiana con il divieto ai minori di 14 anni, che (come sempre) scomparirà al momento di distribuirlo in home video.

Arriva nelle sale italiane il 9 aprile 1988 e il 16 Rourke in persona va a lanciare il film da Raffaella Carrà: momenti di grande televisione…

La Warner Home Video lo presenta in VHS nel maggio 1990 all’imbattibile prezzo di 145 mila lire (mortacci!). La MGM dal 2009 lo presenta in DVD.


Mosconi da bar

«Ubriacone, ubriacone
e non do spiegazione»

Parafrasi da “In prigione, in prigione
di Edoardo Bennato

Come specificato da Neeli Cherkovski nel saggio biografico Hank (1991), sin dal 1979 in cui ha firmato il contratto con Schroeder è stato subito chiaro a Bukowski come procedere: doveva concentrarsi sul periodo della sua vita passato a Philadelphia, negli anni Quaranta, e su quello più recente quando bazzicava Alvarado Street a Los Angeles finita la Seconda guerra mondiale, dove ha incontrato la futura moglie Jane. Bastava prendere storie di vita vera e romanzarle, perché la verità sembra sempre finta. Come quell’editore di rivista porno che gli rifiutò la pubblicazione di un racconto, adducendo come scusa che “nessuno fa così tanto sesso in una settimana e mezzo”: e pensare che Bukowski si era limitato a raccontare la sua esperienza! (O almeno così si vanta con Ebert, a cui racconta l’aneddoto.)

A che serve fare tanto sesso se poi non ci crede nessuno?

Dunque la sceneggiatura di Barfly si presenta come racconto romanzato di veri episodi di vita vissuta e vede il “bukowskide” Henry (Mickey Rourke) sfidare continuamente l’arci-nemico Eddie (Frank Stallone) finché aver mangiato qualcosa a pranzo gli dà l’energia giusta per pestarlo a dovere.
Tra una bevuta e un’altra conosce Wanda (Faye Dunaway), ubriacona e perdigiorno quanto lui, e si mettono insieme. Lo possono fare perché grazie ad un detective l’editrice Tully (Alice Krige) riesce a rintracciare l’autore di racconti così meravigliosi che li vuole per la propria rivista pagandoli a peso d’oro, e trovatolo barbone ubriacone si innamora di lui. Perché tutte le donne si innamorano degli ubriaconi, ha ragione Maurizio Milani, bastano «venti calici bianchi che è la dose minima per stare in piedi con decoro». Il resto del film sembra descrivere proprio il titolo di un libro di Milani: Vantarsi, bere liquori e illudere la donna.

«La donna quando non capisce s’innamora» (Maurizio Milani)

Non ho mai letto nulla di Charles Bukowski e più ne sento parlare, più lo sento lodare, più mi allontano dall’eventualità di leggere mai nulla di suo. Perciò non giudico lo scrittore ma lo sceneggiatore, l’autore di un film che parla di niente usando il nulla come cifra stilistica.
Il protagonista non è un tipico ubriacone, ci viene presentato come uno che anzi avrebbe potenzialità e possibilità di fare una vita migliore ma non vuole: perché? Non si sa. Da qualcuna delle frasi bofonchiate a caso pare di capire che ci sia della critica sociale, il cui simbolo è l’arci-nemico Eddie, fusione di tutto ciò che Henry disprezza. Quindi non è una lotta di classe, non è un rivoluzionario che si scaglia contro la borghesia conservatrice: Eddie è un barista di periferia, sarebbe questo il “nemico ideologico” da combattere?

«Evviva gli sposi!» (tanto in questo film vale tutto!)

Sono più che sicuro che nei racconti di vita vissuta di Bukowski ci siano tante cose interessanti, da cui rimarrò sempre a debita distanza – visto che non provo interesse per le storie di vita vissuta – ma nella sceneggiatura di Barfly non ho trovato nulla che giustificasse anche solo l’esistenza di questo film, figuriamoci la qualità.
Le parti di “vita vissuta” mostrano un tizio che passa il suo tempo a bere e a fare a botte, quindi con un contenuto narrativo davvero scarso, e le parti di “contenuto” non le ho trovate. Ad essere proprio tanto tanto tanto ottimista potrei cogliere nella vincita a botte di Henry, grazie all’aver mangiato a pranzo, un richiamo al contrario del racconto Una bella bistecca (A Piece of Steak, 1909) di Jack London, dove un pugile poverissimo perde l’incontro proprio per la mancanza di energia che avrebbe avuto se avesse avuto i soldi per mangiare una bistecca. Henry invece ruba da mangiare e ha quel tanto di energia in più per battere Eddie. Quand’anche fosse voluto, è un parallelo a scadere.
Tutte le storie “finte” che ho letto/visto che riguardavano povertà, alcolismo, barboni e rifiuti umani valgono mille volte Barfly, che è un racconto vuoto di un tizio che vuole vivere in quel modo senza dare spiegazioni che non siano frasi da Baci Perugina.

Siamo sicuri che Mickey stia recitando?

A confermarmi che questa storia si basa sul vuoto arriva Steve Buscemi, che dopo anni ad apparire in film anche famosi d’un tratto s’è fatto alternativo, e con In the Soup (1992) tutti l’abbiamo scambiato per uno che faceva i film famosi per vivere ma cercava altre forme di espressioni, più di nicchia. In realtà poi è uscito fuori che Steve non aveva gran che da dire, anzi diciamo proprio niente, però lo diceva in modo alternativo e quindi per alcuni anni è stato paladino dei cinefili anti-sistema.

Così l’entusiasmo per l’arrivo del suo Mosche da bar (Trees Lounge, 1996) è stato molto alto, grazie anche ad una distribuzione capillare che, almeno in Italia, puntava parecchio sulla comunità cinefila all’epoca molto folta e attiva. Ci credevamo davvero, noi figli di Smoke (1995) che stavamo lì, accucciati sulle sedie del cinema a sforzarci di trovare un minimo di contenuto nelle storie di Paul Auster, quindi il giovane Steve era sangue fresco che eravamo tutti pronti a portare in trionfo.
Una volta visto il film, mi è stato subito chiaro che Buscemi era poco meno di un cartonato: vai a fare il maniaco in Con Air (1997), va’, che è meglio per tutti.

Chiamare “mosche da bar” il suo film significa che anche i distributori italiani avevano notato l’alta “bukowskosità” della storia, scritta da Buscemi stesso: non ci sono riferimenti diretti, ma è impossibile non considerare il film un remake di Barfly a dieci anni di distanza, quasi a farne un aggiornamento delle tematiche. Cioè l’upgrade del nulla.
Tommy (Steve Buscemi) è un inutile pidocchio – magari fosse mosca! – che rovina tutto nella sua vita per semplice stupidità, vivendo come un derelitto insieme agli altri rifiuti umani con cui passa il tempo al bar, a bere, drogarsi e provarci con ogni donna. Fine del film. Grazie, Steve, avevamo proprio bisogno del tuo contributo.

Il giovane Steve Buscemi che bukowskeggia in giro

La poetica dei rifiuti umani rimane al livello della mera esposizione, non c’è alcun tentativo di dare forma narrativa a persone di cui non ci viene spiegato alcuno stupido agire: quasi a dire “ognuno giudichi”. E allora che senso ha vedere il tuo film? Scendo al bar sotto casa e mi guardo la gente che è lì: avrei un’esperienza molto più ricca di questi film.

Passano altri dieci anni e Linda, la moglie di Bukowski, decide che è tanto che non si mostrano ubriaconi perdigiono “bukowskidi” al cinema, e sponsorizza Factotum (2005), che non posso non considerare un remake non ufficiale di Barfly.
La differenza del titolo mi piace immaginarla perché nel film del 1987 il protagonista non viene mai mostrato a lavorare ma solo a fare niente, qui invece viene mostrato quasi esclusivamente a fottersi i lavori per semplice stupidità.

Questo film del 2005 diretto da Bent Hamer afferma di rifarsi al romanzo Factotum (1975), ma poi ripete assolutamente identiche alcune scene del film del 1987, con Marisa Tomei al posto di Faye Dunaway. Non avendo la minima intenzione di leggere qualsiasi cosa scritta da “Hank”, non so se in realtà entrambi i film siano tratti dallo stesso romanzo – malgrado solo il secondo lo riconosca – o se è un miscuglio di storie che si trovano nelle opere dell’autore. Tanto il discorso non cambia: sebbene con strumenti diversi, sempre di nulla si parla.

A parità di scena identica, è una bella lotta scegliere tra le gambe della Tomei e della Dunaway

Matt Dillon è troppo “pulitino” per mostrare uno sgradevole barbone alcolizzato come Rourke invece riusciva alla perfezione, al massimo mostra un ebete incapace di intendere e di volere il cui agire viene spiegato con bofonchiamenti sbiascicati.

Matt è troppo figo per fare il barbone alcolizzato

Di nuovo tocca assistere a un personaggio che ha scelto di vivere come un rifiuto umano, dimenticandosi che di solito i rifiuti umani non hanno scelto di esserlo, solo perché vuole raccontare la miseria umana o imbarazzanti baggianate simili, che magari nel 1975 del romanzo erano idee di gran moda, mentre nel 2005 mettono solo tanta tristezza. Il protagonista poi in realtà non racconta niente delle miserie umane, si limita a scegliere di comportarsi come quelli che non hanno potuto fare questa scelta.
Camus faceva notare che un omicida non è la persona migliore per raccontare il proprio omicidio: a questo servono gli scrittori (possibilmente di talento), a spiegare ai lettori esperienze che non necessariamente hanno fatto in prima persona ma hanno la capacità di raccontare. E spiegare, possibilmente in modo coinvolgente.

Ecco, mi sento abbastanza ubriaco per scrivere la storia di un ubriaco

Siamo ancora fermi alla confusione di causa ed effetto: Jimi Hendrix si drogava quindi era un drago con la chitarra. No, non funziona così: io posso drogarmi come Jimi Hendrix ma non sarò mai capace anche solo di tenerla in mano, la chitarra. Non è l’alcol o la droga che creano la capacità di comunicare emozioni, sono solo lo strumento con cui si uccide l’artista per scontare il proprio talento.

Tre film che parlano di sgradevoli ubriaconi nullafacenti che sbiascicano giudizi sulla vita: non bastavano i social?

Auguri Hank! ^_^

L.

– Ultimi anniversari:

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Happy Birthday, Mr. Van Damme (2020)

Oggi compie sessanta primavere il nostro Jean-Claude Van Damme, che ci ha fatto sognare prima di farci tanto soffrire.

Ne approfitto per fare il punto sulla mia collezione di VHS dei suoi film…

Collezione Etrusca VHS Van Damme all’ottobre 2020

… e di DVD/Blu-ray. Questi ultimi pochi perché odio il Blu-ray e lo prendo giusto se lo trovo in super-offerta su bancarella.

Collezione Etrusca DVD Van Damme all’ottobre 2020

Molto di questo materiale arriva direttamente dall’epoca della sua uscita, essendo io stato un malato collezionista di J.C. e avendo speso cifre assurde: per fortuna all’epoca si trovava molto poco in giro così sono riuscito a non andare fallito!

Lo scorso agosto ho festeggiato i trent’anni dalla mia prima visione di Van Damme su grande schermo, quando in un piccolo cinema di Ostia lo vidi volare.

Quando J.C. volava…

Per festeggiare, ricordo la cartolina autografata che la rivista tedesca “Bravo” regalava, in quel 1991 o 1992, giusto per ricordare l’enorme passione marziale di quel Paese.

Omaggio della rivista tedesca “Bravo”

Auguri, J.C., e altri sessant’anni di filmacci!

L.

– Ultimi film con Van Damme:

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[Big Fanta Gun] Pulse Rifle, dagli Ottanta con furore

Ci sono missioni che richiedono un grande fucile… ma anche un fucile grande! Ecco le storie delle armi più intriganti (e più grandi!) della narrativa fantastica.


Pulse Rifle

Potete non aver mai visto Aliens (1986) – e nel caso dovreste vergognarvi! – ma di sicuro conoscete il pulse rifle: uno dei “fanta-fucili” a più alta penetrazione nell’immaginario collettivo.


Indice:


Introduzione

Il pulse rifle è l’arma-simbolo dell’universo alieno, la più amata dai fan e la più rappresentativa della “fazione” aliena a cui si appartiene: essendo nato con Aliens (1986), il pulse rifle indica subito chi preferisce la “fazione Cameron” a quella “Scott”.

L’arma più cool della galassia

Malgrado questo, misteriosamente il franchise in pratica non utilizza quest’arma, che si può trovare in un numero esiguo di opere dell’universo espanso: mentre i fan la amano e i cosplayer ne costruiscono di ogni sorta – anche fatta di mattoncini Lego! – gli autori ufficiali per decenni l’hanno totalmente ignorata: a parte qualche videogioco del nuovo millennio, solo con l’arrivo della casa editrice Titan Books (2014) l’arma è tornata ad affacciarsi nell’universo dei romanzi alieni, seguita poi dal mondo dei fumetti della Dark Horse.

Con un pulse rifle in mano… è game over, man!

Per avere un’idea di quanto l’arma piaccia molto più agli appassionati che agli autori, va citato Will Dabbs che sul suo sito Small Arms Review organizza un pesce d’aprile per i suoi lettori del 2011: recensisce il pulse rifle come se esistesse – mostrando una foto che lo ritrae con uno splendido esemplare in funzione – inventandosi una lunga e particolareggiata storia dell’arma.


Nascita dell’arma

Stando a quanto racconta John Richardson, supervisore degli effetti speciali per il film Aliens, nel documentario The Risk Always Lives (nel cofanetto “Alien Quadrilogy”), già prima della produzione di Aliens Cameron aveva disegnato dei bozzetti per le armi dei Colonial Marines. Poi sono arrivati Syd Mead e Ron Cobb, grandi geni di visioni future, e hanno disegnato le armi con dovizia di particolari, concretizzando le idee di Jim. A Richardson e la sua squadra è toccato il compito di prendere delle armi a salve già esistenti e trasformarle nelle versioni futuristiche disegnate su carta.

Nel documentario Simon Atherton, dal 1981 mastro armaiolo di grandi film, dal set del film del 1986 ci parla del pulse rifle:

«Abbiamo preso la versione militare del mitra Thompson e sotto abbiamo montato un lanciagranate: è stata la parte più difficile, perché abbiamo accorciato un lancia-granate a 38 cm e l’abbiamo montato sotto la canna. Adesso spara tre granate invece delle cinque originali. […] Le granate che spara sono in realtà cartucce vuote di un fucile calibro 12 con alcuni tagli e un pulsante in alto.»
(il testo italiano è quello dei sottotitoli)

Simon Atherton, “papà biologico” del pulse rifle

Non una singola altra parola “ufficiale” viene spesa per l’arma più famosa dell’universo alieno, addirittura il Colonial Marines Technical Manual (Titan Books 2012) la ignora del tutto. Mi rivolgo quindi al sito IMFDb (Internet Movie Firearms Database), il quale afferma che la creazione fisica del pulse rifle per le riprese è stata eseguita dalla Bapty & Co., casa britannica specializzata nella creazione di armi per il cinema, che – come già introdotto da Atherton nel documentario – ha utilizzato un M1A1 Thompson (il celebre Tommy Gun dei film di gangster) per il corpo dell’arma a cui poi ha applicato il caricatore a pompa di un fucile Remington 870, a simulare il lancia-granate, con aggiunte di parti prese da un Franchi SPAS-12. Il tutto ricoperto da una vernice “Brown Bess”, anche se le luci di produzione poi danno l’idea di riflessi verdi sul rivestimento dell’arma nel film.

Foto di scena del pulse rifle

Per le riprese sono state prodotte alcune copie del pulse rifle capaci di sparare a vuoto e un esemplare (chiamato hero weapon) in grado di sparare cartucce a salve: solo questo esemplare è stato lasciato integro finite le riprese. Riapparso per alcune scene del finale di Alien 3 (1992) – riverniciato con un colore più scuro – ha girato di mano per collezionisti ed oggi è conservato al londinese Royal Armouries Collection.


Descrizione dell’arma

L’unica sua descrizione esistente è quella di Hicks al momento di spiegarla a Ripley, a circa metà del film Aliens (1986):

«I want to introduce you to a personal friend of mine. This is an M-41 A pulse rifle, 10 millimeter, with an over-and-under 30 millimeter pump-action grenade launcher

Che nel doppiaggio italiano diventa:

«Voglio presentarti un mio amico personale. Questo è un M41, fucile a impulsi da 10 mm, con un lancia-granate con movimenti a pompa: granate da 30 mm.»

Ecco come il consueto Alan Dean Foster racconta la scena nel romanzo-novelization  (Traduzione di Roberto C. Sonaglia):

«Ecco, ho il piacere di presentarti un mio amico fraterno.»
Con gesti abili e veloci estrasse il caricatore del fucile a impulso e lo mise da parte. Poi tese l’arma a Ripley.
«Fucile ad impulso M-41A da 10 mm, con sotto un lanciagranate da 30 mm. Il migliore amico del marine. Non si inceppa praticamente mai, è autolubrificante, lavo­ra sott’acqua o nel vuoto, e può forare una lastra d’acciaio. Tutto quello che ti chiede è di tenerlo pulito e non sbatacchiarlo troppo, e lui ti terrà in vita.»
Ripley soppesò il fucile. Era massiccio e poco maneggevole, imbottito di fibra antirinculo per assorbire la spinta provocata dai proiettili ad alto potenziale. Era molto più impressionante del lanciafiamme. Lo sollevò, puntandolo per prova contro la parete opposta.
«Che ne pensi?» le chiese Hicks. «Sei in grado di maneggiarne uno?»
Ripley si voltò verso di lui, dicendo con voce piatta: «Cosa devo fare?»
Lui annuì con aria di approvazione e le porse il caricatore.

Sempre dal film il tenente Gorman ci informa che i pulse rifle sparano «proiettili esplosivi da 10 mm senza bossolo, perforanti per corazze leggere».


La scomparsa e la rinascita

Malgrado dal 1986 l’arma entri immediatamente nel cuore dei fan, in pratica scompare dall’universo alieno limitandosi a fugaci apparizioni. Oltre al citato Alien 3 (1992), in cui si vede per pochi istanti nel finale (in mano ad uno degli uomini della Compagnia), lo stesso anno il pulse rifle si può vedere in una delle splendide illustrazioni di Dave Dorman per il romanzo illustrato Aliens: Tribes.

Tavola di Dave Dorman

Sembra incredibile ma nel momento di maggior successo per l’universo alieno a fumetti nessun disegnatore si dà pena di riprendere l’arma, preferendo inventare fucili diversi in ogni storia: il massimo della beffa è non trovare il pulse rifle nella (inutilmente) lunga saga Aliens: Colonial Marines (1993).

Forse il celebre romanziere Robert Sheckley è un fan alieno, comunque al momento di prendere il fumetto Aliens: Hive (1992) e trasformarlo nell’ottimo romanzo Aliens: Harvest (1995; giunto in Italia come Alien, dentro l’alveare) inserisce ben tre citazioni del pulse rifle, inventando per l’arma una killing mode, una “modalità uccisione” che non si sa a cosa dovrebbe fare da contraltare: una “modalità stordimento” è davvero difficile da immaginare per un’arma con quella potenza di fuoco.
Quando il romanzo arriva in Italia nell’ottobre 1996, il traduttore Riccardo Valla non vuol essere da meno e traduce accuratamente:

«Si sentirono distintamente due scatti: erano le guardie che toglievano la sicura e mettevano i fucili ad impulsi in posizione di “potenza mortale”.»

Uno splendido regalo per festeggiare i dieci anni di assenza del “fucile ad impulsi” da un’opera.

Aliens: Earth War (1990): una delle rarissime apparizioni dell’arma a fumetti

S.D. Perry nel romanzo Aliens: Berserker (1998) mette un pulse rifle tra le mani di MAX, che nel fumetto originale del 1995 non aveva, ma solamente con l’arrivo della Titan Books l’arma torna finalmente ad essere parte integrante dei Colonial Marines, come nella trilogia Rage War (2015-16) di Tim Lebbon.
Dal 2014 l’arma torna in pianta stabile nei romanzi alieni della Titan, e forse questa decisione spinge la Dark Horse a ripescarla, dopo trent’anni passati ad ignorarla.

Zula Hendricks riporta il pulse rifle nell’universo a fumetti

Visto che dal 2016 al 2019 – sperando non conosca seguiti – il pessimo Brian Wood ha distrutto l’universo alieno con Zula Hendricks, una Colonial Marine, i fumetti che la vedono protagonista fanno largo uso del pulse rifle. Aliens: Defiance (2016), Aliens: Resistance (2019) e Aliens: Rescue (2019) mostrano più fucili ad impulsi che tutti i decenni precedenti messi assieme!

Una delle prime ri-apparizioni dell’arma, disegnata da Massimo Carnevale


Il pulse rifle
nell’universo di Star Wars

La prima apparizione del nome “pulse rifle” nell’universo di George Lucas – confermata dalla Wookieepedia – è del marzo 1994, quando viene citato nel manuale di gioco Star Wars – Galaxy Guide 10: Bounty Hunters (West End Games) di Rick D. Stuart, in cui viene attestato come equipaggiamento di un cacciatore di taglie di nome Garim Ayrvn, presente solo in quest’opera.

Equipaggiamento del bravo cacciatore di taglie

«Quest’arma speciale è la favorita dai cacciatori di taglie che lavorano in aree urbane. Le rapide raffiche ad energia consistono nell’incanalamento di micro-ioni di energia, che possono essere diretti su bersagli multipli in un arco frontale di 60 gradi (l’arma spara un “cono” d’energia). In uno scontro ravvicinato o in circostanze dove è disponibile un colpo solo, il fucile a impulsi può subito riequilibrare una situazione in cui il cacciatore è in inferiorità numerica o di armamenti.

Sebbene portatile e capace di considerevole potenza di fuoco, i filamenti super-conduttori che regolano le centinaia di ioni del raggio hanno una vita limitata e richiedono una frequente sostituzione.»

Dalla descrizione di quest’arma risalente al 1994 sembra di avere davanti l’episodio 1×04 (29 novembre 2019) della serie “The Mandalorian“, con il fucile del protagonista che corrisponde alla descrizione: mai però il fucile di un mandaloriano è stato chiamato pulse rifle… finché non lo fa Cara Dune (Gina Carano) nel citato episodio. Visto che l’attrice sa quanto la adoro, la prendo come un regalo personale per me!

Gina Carano con un fucile mandaloriano, che lei chiama pulse rifle

Nel luglio del 1997 ritroviamo citata l’arma nel manuale di gioco Star Wars – Gundark’s Fantastic Technology: Personal Gear (West End Games), con la stessa identica descrizione ma una foto “in solitaria”.

Model: Corondexx VES-700 Pulse Rifle

Identico discorso nel novembre 2008, quando la stessa arma è citata nel manuale del gioco di ruolo Star Wars: Scum and Villainy, definendola “arma esotica”:


Il pulse rifle
dai Simpson a Spielberg

Ignorato dall’universo alieno che l’ha generato, il pulse rifle trova riscatto sbucando nei posti più impensabili, mai però citato espressamente.

La scrittrice Donnamaie E. White, che si firma D.E. White ma non va confusa con la recente Daisy White, che si firma allo stesso modo, sembra aver scritto solo manualistica dagli anni Ottanta in poi, ma ad un certo punto si lancia in un romanzo di heroic fantasy romantica, Jettison (2000), di alcun successo tanto da rimanere un’esperienza singola malgrado prometta d’essere l’inizio di una saga.

Per la copertina viene scelta una foto di un fotomodello dell’epoca, Extreme Troy, di cui era appena uscito un calendario: possibile nessuno alla Fox si sia accorto che il modello capelluto sfoggiava palesemente un pulse rifle?
Probabilmente la foto di copertina è tratta dal citato calendario: chissà dove l’hanno preso il fucile, magari da qualche cosplayer.

Perché mettere un pulse rifle tra i rozzi rapinatori di Springfield capitanati dal solito Serpente? Non si sa, ma è chiaro che l’arma di Cameron è diventata così iconica da non aver più bisogno di motivi per venir citata, come dimostra l’episodio 13×12 (24 febbraio 2002) della serie animata “I Simpson“.

Anche a Springfield il pulse rifle può fare la sua comparsa

Nel 2018 con Ready Player One di Steven Spielberg si arriva alla citazione definitiva: non solo il fucile viene usato dalla co-protagonista per sbaragliare i cattivi in discoteca…

Shooting on the dance floor

… ma le riappare in mano nella scena cruciale alla fine, contro il mostrone finale.

Contro il mostrone finale!

Se addirittura Spielberg dà importanza al pulse rifle, in un film strapieno di citazioni ma solo di sfuggita, vuol dire che il fucile è ormai parte integrante dell’immaginario collettivo.


Altre citazioni

Già almeno dal 1994 il nome pulse rifle comincia ad apparire nel mondo dei videogiochi, in titoli come System Shock. Nel videogioco Warhammer 40000 Fire Warrior (2003) c’è un’arma dal nome Tau Pulse Rifle e il nome generico si può trovare anche in giochi come Half-Life 2: Episode One (2006) e Dead Space (2008).

Il nome si può trovare anche in romanzi di case editrici non licenziatarie del marchio Alien, come The Burning Heart of Night (DAW Books 2002) di Ivan Cat, Phobos (Tor Books 2003) di Ty Drago, The Last World War (Pocket Books 2003) di Dayton Ward, Shadow of the Scorpion (Night Shade Books 2008) di Neal Asher, Death’s Head (Del Rey 2008) di David Gunn e Star Road (Thomas Dunne Books 2014) di Costello e Hautala.

Nessuna di queste armi ha nulla a che vedere con il pulse rifle del film Aliens, ma dimostrano come l’espressione sia entrata in pianta stabile nell’immaginario fantastico.


L.

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