Villmark Asylum (2015) Benvenuti a Luster

Continua l’omaggio all’ottimo numero di settembre 2022 del fumetto “Dampyr“, con un’avventura notturna in una vera misteriosa struttura abbandonata a caccia di paranormale.


La foresta dell’orrore

Tutto inizia nel 2003, quando in Norvegia esce Villmark: solamente nel 2012 l’italiana Dynit porta il film in DVD con il posticcio titolo Dark Woods. La foresta misteriosa.

Pål Øie deve essersi fomentato con The Blair Witch Project (1999) ma soprattutto con Cabin Fever (2002) del giovane Eli Roth, e deve aver scoperto la ricetta in voga all’epoca: «Dei tizi in un boschetto, film horror perfetto»!

In pratica la versione norvegese di Cabin Fever (2002)

Così l’ardimentoso cineasta ci porta nel Kaupanger (Norvegia centrale), una zona di natura incontaminata ma anche sinistra. Qui il professor Gunnar porta alcuni studenti per una sorta di esperimento sociologico o qualcosa del genere: onestamente non l’ho mica capito lo spunto iniziale. Sappiamo che Gunnar paga dei giovani per fare cose che loro non faranno MAI per tutto il film. Uno infatti è un bravo fotografo e l’altro un cineamatore, ma nessuno dei due farà mai niente di ciò in cui è bravo.

Due ragazzi, due ragazze e Gunnar, chiusi in uno chalet fra i boschi dove trovano un vecchio registratore a nastro con strane voci incise: abbiamo capito che Pål Øie si è rivisto La casa (1981) di Sam Raimi e vuole farcelo sapere: nessuno di questi elementi avrà alcun peso però nella vicenda. Se proprio vogliamo prenderci in giro e dire che esiste una vicenda.

I giovani fanno quello che fanno i giovani nei film horror, cioè i coglioni, bei boschi qualcosa qualcoseggia, non succede niente per il 99,9% del film e l’ultimo minuto c’è il confronto finale col mostro. Ma chi è ’sto mostro? Un tizio che era arrivato lì a cercare l’aereo caduto del nonno soldato poi è impazzito e ammazza la gente che va lì a campeggiare. Boh.

Pål Øie sembra disinteressato a trovare un motivo per le morti nei boschi, lui si diverte di più a fare il misterioso senza dover spiegare niente. Perché per TUTTO il film Gunnar si comporta come un pazzo squilibrato? Non si sa, non viene mai spiegato. C’è un’entità in quei boschi che fa impazzire la gente? Boh, se vi fa piacere pensarlo fatelo pure.

Il film è niente al cubo, ma quando poi esplodono i found footage e i manicomi abbandonati… allora il discorso cambia.


La clinica dell’orrore

Negli anni Duemila davanti a Pål Øie sfilano tutti i grandi classici contemporanei dell’orrore, da Paranormal Activity (2007) a ESP (2011), con cineprese notturne che immortalano fantasmi, manicomi abbandonati, video ritrovati e giovani coglioni che muoiono come tali: al che il cineasta norvegese capisce che aveva in mano ottimi elementi e li ha buttati via.

Il secondo film è pieno di piccoli rimandi al primo

Un aereo della Seconda guerra mondiale caduto in un misterioso lago sperduto nella foresta norvegese, un gruppo di giovani coglioni, cineprese e fantasmi: questo è oro! Cosa manca? Ah sì, un bel manicomio abbandonato, e così Villmark 2 è pronto.

La tenda rossa è un’altra cripto-citazione del primo film

Uscito in patria il 9 ottobre 2015, la consueta Dynit lo porta in DVD dal 2017 con il titolo Villmark Asylum. La clinica dell’orrore.

E se questa clinica non vi fa orrore… siete già morti!

Stavolta la vicenda è ambientata nel vero manicomio abbandonato di Luster (Norvegia): il sito LifeInNorway ci dice che nel 2021 l’edificio abbandonato dagli anni Novanta è stato trasformato in albergo. Io onestamente non ci andrei in vacanza.

Lo stesso sito ci spiega che una volta debellata la tubercolosi e iniziati a smantellare i sanatori in giro per l’Europa, dal 1958 la struttura diventa un istituto psichiatrico, chiuso definitivamente nel 1991. Ovviamente è diventato apprezzata meta per cacciatori di fantasmi. Essendo purtroppo una roba non americana, è ignorata da tutti i manuali di detti cacciatori.

Direi che l’ambientazione è assolutamente perfetta

I cialtroneschi eroi del film hanno il compito di analizzare la struttura di seimila chilometri quadrati in vista della sua imminente demolizione: «Abbiamo tre giorni per ispezionare 312 stanze e quattro chilometri di tubazioni coibentate in amianto, quindi iniziamo a darci da fare». Perché dopo cinquant’anni ora vanno così di corsa? Perché mandare solo cinque persone ad analizzare una struttura grande quanto un quartiere in soli tre giorni? Va be’, toccava creare una limitazione temporale che desse “ansia” alla narrazione.

Cinque coglioni che faranno di tutto per morire male

Potete scommetterci che il manicomio abbandonato è tutto tranne che abbandonato, visto che ci passano la notte dei cacciatori locali, ci passeggiano bambine fantasma, infermiere fantasma e pure il primario sì, primario no: uhhhhh primario fantasma! Io fantasma non sarò e alla pazzia del film dico no.

Per trovare un posto-letto in questo ospedale devi vedertela con la capo-sala fantasma

Sin da subito risulta chiaro come i cinque “ispettori” siano degli incapaci totali, quindi cominciano a fare le stupidate tipiche da film horror occidentale, che speravo di non trovare in un prodotto europeo: tipo sentire musica a tutto volume in una stanza da soli, immersi nel nulla più totale, così da essere presi di sorpresa dalla solita entità misteriosa, o l’esitazione nel chiamare aiuti adducendo motivazioni nebulose. Insomma, meritano tutti di morire male, come regolarmente succede.

Secondo voi poteva mancare la tizia che fa la doccia col mostro in giro?

Pål Øie è molto migliorato dal punto di vista visivo, è più ambizioso e sa costruire scene molto più complesse rispetto al film precedente, ma il problema è che si ostina a partecipare alla non-sceneggiatura dei suoi film, quindi anche stavolta non abbiano niente. Se almeno nel film precedente negli ultimi secondi cercava di spiegarci che cacchio era successo durante tutta la vicenda, senza comunque riuscirci, qui non ci prova nemmeno.

Il solito coglione che “ci mette la faccia”

Da alcune foto inquietanti supponiamo che l’ospedale in passato abbia compiuto esperimenti poco simpatici, ma poi vediamo cavie umane vive, non fantasmi, quindi sono ancora in corso? E chi li porta avanti, il primario fantasma? Ma è vivo o è un fantasma? E chi è la ragazzina? Boh, a Pål Øie non interessa minimamente spiegare alcunché, quindi ci rimangono solo belle scene di un manicomio da brividi: perfetta scenografia di un non-film con una non-trama.

Più che un film è un insieme belle diapositive su un manicomio inquietante

Magari un giorno Pål Øie o qualche suo seguace tornerà per girare The Luster Asylum Project, un qualcosa di un po’ più concreto con questa splendida scenografia manicomiale, ma per ora abbiamo solo belle foto da un film vuoto. Oppure pazzo, scegliete voi.

L.

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The Lawnmower Man (1992) 30 anni di Tagliaerbe

Oggi, trent’anni fa, usciva nelle sale italiane un film tratto da Stephen King che non è tratto da Stephen King, che è stato costretto a rinnegare di essere tratto da Stephen King e poi, alla chetichella, è tornato a spacciarsi per tratto da Stephen King.

Festeggiamo questo anniversario insieme a Cassidy e Sam Simon, e Moreno ci racconta dei videogiochi tratti dal film.


Indice:


Un concepimento ventennale

The Lawnmower Man nasce quasi vent’anni prima di arrivare sugli schermi. Il racconto omonimo, pubblicato sulla rivista “Cavalier” nel maggio del 1975, finisce nell’antologia A volte ritornano (Night Shift, 1978) di un autore ormai ben noto anche agli spettatori: Stephen King.

Carrie (1976) di Brian De Palma aveva reso quel nome molto appetibile per i produttori, infatti Milton Subotsky e Andrew Donally, che hanno appena fondato la piccola casa Sword & Sorcery Productions, annunciano alla rivista “The Hollywood Reporter” (25 maggio 1978) di aver opzionato i diritti di sei racconti di quell’antologia di King, con l’intenzione di produrre una serie di film horror antologici. Uno di questi titoli sicuramente conterrà le tre storie accomunate dal tema “rivolta delle macchine”: The Lawnmowern Man, The Mangler e Trucks.

Stando a Gary Wood di “Cinefantastique” (aprile 1992), il romanziere apprezza il progetto e mi sento di dire che tutti noi avremmo voluto vedere realizzato il lavoro di Subotsky e Donally, che per un po’ procede, ma purtroppo finisce tutto in un nulla di fatto, per motivi che nessuno specifica.

Shining (1980) di Kubrick alza ancora di più il tiro e nei primi Ottanta Stephen King è la gallina dalle uova d’oro per chiunque voglia investire nel cinema: i film realizzati che si ispirano (più o meno) ai suoi lavori sono solo la parte riuscita di tanti progetti che coinvolgono lo scrittore più corteggiato dai produttori. Poteva mancare il più conanico, barbarico e distruttore dei produttori?

Piomba con la sua potenza distruttrice Dino De Laurentiis, che mentre sta girando l’antologico L’occhio del gatto intanto annuncia a “Screen International” (14 luglio 1984) di aver rilevato i diritti di quei racconti opzionati anni prima da Subotsky e Donally, e di aver intenzione di utilizzare la sceneggiatura già scritta da Edward e Valerie Abraham per quella occasione. Anche stavolta l’occasione sfuma.

Di nuovo “The Hollywood Reporter” (28 febbraio 1992) ci racconta che la casa Allied Vision sul finire degli anni Ottanta aveva rilevato i diritti di The Lawnmower Man ma di non sapere come trasformare quella storia breve in un film intero: va ricordato infatti che sin dal 1978 quella sceneggiatura era pensata come episodio di un film antologico. Cosa fa la Allied Vision? Pensa bene di integrare quel testo con un altro racconto di cui possiede i diritti, Cyber God di Brett Leonard e Gimel Everett.

La racconta in modo diverso Gary Wood su “Cinefantastique” (aprile 1992), secondo cui la Allied Vision avrebbe ingaggiato il regista Brett Leonard perché aveva apprezzato Incubo in corsia (The Dead Pit, 1989). Il regista dichiara al giornalista:

«Dissi loro che quel racconto di sette pagine, in cui un tizio è inseguito da un tagliaerbe, era troppo poco per un film, e loro hanno risposto: “Lo stiamo ampliando: tu hai delle idee?”»

Guarda caso sì, il regista ne ha, visto che nel cassetto ha il copione Cyber-God (che quindi non è un racconto bensì una sceneggiatura in sospeso) che ha scritto con Everett, qualcosa – stando al giornalista – a metà fra I due mondi di Charly (1968), ispirato al racconto Fiori per Algernon (1959) di Daniel Keyes, e Colossus: the Forbin Project (1970).

«C’è qualche rassomiglianza con Fiori per Algernon nella prima parte. Rientra in quel sotto-genere della fantascienza in cui un uomo viene trasformato grazie alla tecnologia. Un esempio è La Mosca (1986). L’origine risale al Frankenstein di Mary Shelley.»

In quale punto del romanzo di Shelley un uomo viene trasformato dalla tecnologia?
In attesa di scoprirlo, il giornalista va a parlare con il produttore Robert Pringle, il quale spiega la sua formula speciale perché un film da soli dieci milioni di dollari mostri effetti speciali totalmente innovativi e all’aspetto costosissimi. In pratica è un momento magico, perché l’avanzata della tecnologia rende sempre più economici i materiali per creare effetti computerizzati, i quali però sono sfruttati solo dalla televisione: il cinema è ancora fortemente ancorato agli effetti “fisici”, malgrado Terminator 2 (1991) abbia mostrato al mondo le potenzialità di un altro tipo di effetti speciali.

Non sghignazzate: questa roba nel ’92 faceva strabuzzare gli occhi!

Il produttore Pringle è stato così lungimirante da cogliere al volo un’occasione unica: i tecnici di effetti speciali vogliono tanto sfondare al cinema e lui ha dato loro l’occasione. A “prezzo amico”, ovviamente: volete mostrare al pubblico cosa sapete fare? Ecco l’occasione… ma non aspettatevi chissà che guadagni. Probabilmente se la Angel Studios di San Francisco avesse immaginato gli incassi del film avrebbe chiesto qualcosa di più, ma in realtà le è andata benissimo, perché The Lawnmower Man ha aperto le porte a quel mondo digitale che ancora oggi, trent’anni dopo, tiene banco al cinema.


Lavorazione e distribuzione

Stando al “The Hollywood Reporter” del 4 giugno 1991 la lavorazione del film è iniziata nel maggio del 1991, con un budget di dieci milioni di dollari. Dopo vari passi falsi nel cinema americano, l’attore britannico Pierce Brosnan sta interpretando il suo primo film di successo oltre-atlantico ma in realtà neanche se ne rende conto: mentre sta girando The Lawnmower Man la sua amata moglie Cassie sta morendo di cancro, malgrado i dottori californiani le avessero dato buone speranze di recupero. La donna si spegne il 29 dicembre 1991 in un ospedale di Los Angeles, e non dev’essere stato facile per Brosnan il fatto che per anni il suo unico successo commerciale sia stato il film girato con la morte nel cuore.

14 ottobre 1994

Dopo una serie di proiezioni di prova andate molto bene, stando alla stessa rivista (11 marzo 1992), la New Line Cinema distribuisce il film dal 6 marzo 1992 in 1.276 sale americane: “Daily Variety” (10 marzo 1992) ci dice che nel primo fine-settimana di programmazione – cioè l’unico momento che conta nel decidere il successo o meno di un film – gli incassi si sono aggirati sugli otto milioni di dollari. Due mesi dopo gli incassi già ruotavano sui trenta milioni.

Chance Film / Minerva Video lo portano nelle sale italiane dal 28 settembre 1992 con il titolo Il tagliaerbe.

Nel febbraio 1993 esce in VHS, sempre per Minerva Video, la stessa casa l’ha riportato in DVD e Blu-ray, in tempi recenti, dopo un’edizione del 2002.

Il 15 aprile 1994 sbarca su Tele+1 (a pagamento), mentre Italia1 lo presenta in prima visione il venerdì 14 ottobre successivo.


Stephen King si incazza

Se all’alba del terzo giorno la polizia si incazzò davvero, ne Il secondo tragico Fantozzi (1976), Stephen King non ha aspettato molto di più per “alterarsi”, visto che il film The Lawnmower Man non ha nulla a che vedere con il suo racconto omonimo eppure porta stampigliato il suo nome a caratteri cubitali.

Stando a “The Hollywood Reporter” (1° giugno 1992), “The Wall Street Journal” (7 luglio 1992) e “Los Angeles Times” (20 luglio 1992), nel maggio del 1992 – quindi appena uscito il film in sala – Stephen King fa causa alla Allied Vision (casa produttrice) e New Line Cinema (casa distributrice) perché il proprio nome venga tolto da ogni parte del film, visto che la trama solo in pochissimi punti assomiglia al suo racconto. “Daily Variety” (8 luglio 1992) dopo averci informato che il giudice ha dato ragione a King e ha imposto alle case di togliere il suo nome, specifica che era dal 1922 che uno scrittore non vinceva in tribunale una causa per farsi cancellare il proprio nome da un’opera che non considerava degna. Giusto per ricordare quanto King fosse il Re.

Le due case fanno appello, adducendo una scusa in effetti più che comprensibile: le città americane sono già tappezzate di poster e locandine e volantini con il nome di King scritto sopra, per non parlare della distribuzione internazionale: cancellare quel nome significa bloccare completamente il flusso distributivo del film con ingenti perdite. L’appello viene accolto e l’ingiunzione viene sospesa finché non si deciderà il da farsi, ci spiega il “Los Angeles Times” del 20 luglio.

Arriviamo all’autunno e “The Hollywood Reporter” del 7 ottobre ci informa che la decisione finale viene incontro alle case: ormai il materiale pubblicitario stampato è andato, ritirarlo sarebbe un danno troppo esagerato, ma almeno dovranno rimuovere dai titoli di testa del film la scritta “Based upon…”, visto che la sceneggiatura non è assolutamente basata sul racconto di King. Sembra un’impresa lo stesso impegnativa, ma tranquilli: ad Hollywood ci si mette sempre d’accordo, con quei foglietti verdi…

Ha telefonato Stephen King: rivuole il suo tagliaerbe

“Variety” del 24 maggio 1993 ci informa che New Line Cinema e Stephen King ora sono amici, perché hanno stretto un accordo da 2,3 milioni di dollari che permette alla casa di continuare ad usare il nome dello scrittore nel film, malgrado un tribunale le avesse ingiunto l’esatto contrario. E se a King era passata la rabbia, fattosi aria con tanti bigliettoni verdi, ora era il tribunale ad incazzarsi! “Daily Variety” del 30 marzo 1994 ci dice che la New Line è stata accusata di oltraggio alla corte, visto che non ha eseguito la sentenza, e un giudice l’ha condannata a cancellare il nome di King dalle locandine delle VHS e dal materiale pubblicitario del film entro trenta giorni oppure pagare una penale di diecimila dollari al giorno.

Locandine italiane, con e senza “King” nel titolo

La frase è sibillina: diecimila dollari al giorno dal 1992 in cui non ha eseguito la condanna? Temo di no, diecimila dollari per ognuno dei trenta giorni in cui non esegue la nuova imposizione, cioè – calcolatrice alla mano – trecentomila dollari, che per una casa come la New Line sono niente: se ha pagato due milioni a King significa che il film sta andando così bene che può permettersi di scialacquare denaro.

Visto che il nome di King è ancora sulle locandine del film, direi che anche questa seconda ingiunzione è stata disattesa.


L’uomo che tagliava l’erba

All’epoca nessuno conosceva Psycho III (1986) e No Control (1991), due ottimi piccoli film horror distribuiti malissimo ma con una particolarità simile: un intenso giovane Jeff Fahey che dimostra come nessuno sappia cosa voglia dire essere un uomo cattivo, un uomo triste, dietro gli occhi blu, come cantavano i Who e i Limp Bizkit.

Al massimo qualcuno forse aveva notato Jeff in Cacciatore bianco, cuore nero (1990), uno dei rari film di serie A in cui è apparso, ma è con Il tagliaerbe che l’attore va incontro al suo destino che, come la citata canzone, è essere odiato ed essere segnato: gli occhi blu di Jeff sono destinati a ruoli negativi nel vasto universo di serie Z. E noi che portiamo la Z incisa nel cuore amiamo tutti Jeff Fahey, e la Z che porta dietro i suoi occhi blu.

«No one knows what it’s like / To be the bad man / To be the sad man / Behind blue eyes»

In questo suo battesimo del fuoco Jeff interpreta Giobbe (Jobe, in originale), e come il personaggio biblico anche il nostro eroe ha una pazienza inesauribile nel sopportare i dolori e le umiliazioni della vita quotidiana, essendo una “mente semplice” nel più crudele degli ambienti possibile: la provincia americana!

Per fortuna c’è quel simpatico scienziato, Lawrence Angelo (Pierce Brosnan), che ha la cantina piena di videogiochi strani, da far provare a Giobbe. Oltre ai giochi però lo scienziato propone al giovane giardiniere qualcos’altro, una sorta di cura sperimentale che implementa le facoltà cognitive.

Adesso facciamo anche dei giochi “educativi”

Giobbe non è che capisca molto, ma accetta di partecipare a questo nuovo “gioco”. Ed è subito chiaro che l’implementazione del dottor Angelo faccia subito effetto. Giorno dopo giorno il sempliciotto di provincia diventa sempre più sicuro di sé.

«Ti raserò… l’aiuola» (cit.)

Grazie alla realtà virtuale del dottor Angelo Giobbe scopre le gioie del cyber-sesso ma anche del cyber-bullismo, molti anni prima che diventino argomenti scottanti.

Il sesso più sicuro è quello cyber

Perché dopo aver provato piaceri digitali, è il momento di vendicarsi dei piccoli torti subiti dai vari personaggi secondari. Diciamo che per un essere che d’un tratto aspiri a diventare un dio… Giobbe si comporta più come un bulletto di periferia.

Io ti raso in due!

Giobbe con i suoi nuovi poteri vuole collegarsi ad una Rete in modo da essere un dio dell’universo digitale, a cui entro il 2001 tutti saranno collegati… e quindi tutti suoi sudditi. Il dottor Angelo userà metodi parecchio analogici per fermarlo.

«Digli che Giobbe sta arrivando, e porto il tagliaerbe con me!» (semi-cit)


Giudizio finale

Rivisto oggi, soprattutto per i più giovani, Il tagliaerbe può sembrare ingenuo e anche un po’ sciocco, ma posso garantire come nel 1992 fosse roba esplosiva, pura dinamite innovativa che affrontava argomenti che noi – cioè gente normale, non addetta ai lavori – non avevamo mai sentito trattare se non per vaghi rimandi: realtà virtuale, cyberspace, fusione di mente e macchina, tutta roba per cui perdere la testa.

La prova che il film “stesse sul pezzo” arriva tre mesi prima dell’uscita italiana, quando nel giugno del 1992 esce in edicola il primo speciale annuale del fumetto fantascientifico “Nathan Never”, dal titolo più che esplicativo Cybermaster, dove Bepi Vigna sfrutta l’idea della parte finale del film, quella del controllo mentale della Rete. (Vado a memoria, il fumetto l’ho letto trent’anni fa ma ricordo di averlo adorato.)

Si vede che gli autori de Il tagliaerbe non sono ancora sicuri sulle proprie gambe, sono argomenti talmente nuovi che non sanno bene come affrontarli, limitandosi quindi alla tipica storia di impianto classico semplicemente impreziosita da effetti speciali che all’epoca ci fecero impazzire tutti. Le riviste di cinema americane hanno trattato pochissimo il film, ma le riviste di videogiochi e di grafica sono andante in tilt: ogni rivista di tecnologia del 1992 ha dedicato pagine a questo film, che ci portava nel futuro più immediato con la realtà virtuale.

E se al dottor angelo dicono in modo sarcastico che ci manca solo di usare la realtà virtuale per il sesso… l’anno dopo arriva Emmanuelle 7 (1993) a raccogliere la sfida e mostrare le grandi possibilità in merito, una volta indossata l’attrezzatura giusta.

Il film che ha dato ad Emmanuelle l’idea per nuove frontiere del sesso

Il tagliaerbe è stato un film epocale, piccolo sia per produzione che per struttura narrativa ma grande nella capacità di intuire le nuove mode, che infatti avrebbero attraversato gli anni Novanta infiammandoli. Chiedetelo a Russell Crowe, cyber-cattivo di Virtuality (1995) diretto da… toh, ancora Brett Leonard! Ma allora il suo era un vizio digitale!

Il perfido Russell Crowe che prosegue il discorso lanciato con Il tagliaerbe

Tanti auguri, Giobbe: insegna agli Angeli digitali a tagliare l’erba.

L.

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Children of Men (2006) I figli degli uomini


Ad inizio settembre la lettrice Lory mi ha stuzzicato su questo film, sia perché tratto da romanzo sia perché celebre per la perizia tecnica. Avrei voluto scrivere una recensione dove raccontavo la sorpresa di aver rivisto un film deludente alla prima visione, invece degno di essere rivalutato… Ma no, non mi è piaciuto esattamente come la prima volta. E con il romanzo è andata peggio.


Indice:


Il romanzo

Quando Lory mi ha fatto scoprire che I figli degli uomini era tratto da un romanzo di P.D. James sono rimasto di stucco: aspetta… ma quella P.D. James? Quella dell’ispettore Dalgliesh?

Nei primi anni del Duemila provai a leggere Un indizio per Cordelia Gray (1982) attirato dall’ambientazione su un’isola “misteriosa”, ma mollai dopo le prime pagine: davvero un’autrice specializzata nel giallo britannico ha scritto un libro di fantascienza sociale come The Children of Men? Per di più all’età di 72 anni!

Mondadori lo porta in Italia nel 1993, poi lo passa a TEA (1995) e lo ripresenta nel 2009: “Oscar Mondadori Fantastica” lo ristampa nell’aprile 2019.

La vicenda si apre venerdì 1° gennaio 2021, e ad averlo saputo avremmo dovuto festeggiare l’anno scorso questo romanzo. Per motivi ignoti la razza umana da decenni ha smesso di essere fertile, ogni donna sulla Terra non è più in grado di rimanere incinta e quindi il futuro prossimo è già scritto: estinzione. Come reagisce l’umanità una volta capito che non c’è scampo a questa condanna a morte universale? Bella domanda: secondo l’autrice si parla di tutto tranne che dell’estinzione.

Si parte ad occuparci delle più minuziose e totalmente inutili faccende che ci possano essere, quando invece l’imminente estinzione di massa forse avrebbe lasciato supporre qualche conseguenza più degna di nota. Forse sono stato sciocco a farmi venire in mente Le intermittenze della morte (2006) di José Saramago, che parte da un assunto (non si muore più!) e inizia a raccontare tutto ciò che questo comporta. La James parte da un assunto (non si nasce più!) e poi passa a parlare d’altro, come se fosse un particolare poco importante.

Vediamo tutto attraverso gli occhi di Theodore Faron, «dottore in filosofia, docente al Merton College dell’Università di Oxford, studioso della storia del periodo vittoriano». Decisamente non il ruolo adatto per l’attore Clive Owen, che infatti nel film non si sa mica chi cacchio sia!

Ci viene detto subito che Theodore è cugino alla lontana di Xan Lyppiatt, attualmente il Re del Mondo (espressione mia, non dell’autrice, ma che rende un po’ l’immagine che viene data al personaggio). In questo 2021 così triste e vicino all’apocalisse, c’è guerra civile per le strade. Sono tutti agitati dalla morte imminente? No, ce l’hanno con gli extracomunitari, che vengono a rubare il lavoro, sputano per terra e puzzano. L’autrice non usa queste motivazioni, tipicamente italiane, ma ho voluto riassumere.

Iniziano milioni e milioni di pagine che ci descrivono tutto, la storia dell’universo dal Big Bang al 2021, spiegandoci per filo e per segno l’infanzia di Theodore e Xan minuto per minuto, e mai una volta che l’autrice si prenda una pausa di riflessione e si chieda “ma al lettore fregherà una mazza di ’sta roba?”, forse perché la risposta è più che ovvia. Intere sezioni dell’Amazzonia sono state distrutte per fornire carta da riempire di parole che ci descrivano i sentimenti di Theodore nei confronti del suo potente cugino, a cui dovrà chiedere il favore di rilasciare un passaporto per una tizia, ma non fatevi ingannare: l’azione che ho descritto brevemente richiederà miliardi di pagine per essere svolta!

James è un’autrice che per dirti “un uomo apre la porta” impiega tre capitoli, perché prima deve raccontarci i sogni di gioventù del carpentiere che ha costruito quella porta. Dimenticandosi poi di dare una struttura logica alla sua narrazione: perché mi dici che il mondo sta finendo e poi TUTTA la trama si svolge nel parlare di guerre razziali? Ma che c’entra?

La mia personalissima idea, o meglio il baluginare di un’idea che mi è sovvenuta nel dormi-veglia della lettura, è che all’autrice non frega niente di fantascienza, distopia (solita parola stupida usata da chi non ha altro da dire) e roba del genere: lei voleva scrivere una moralità, voleva dire che non dobbiamo trattare male i nostri simili solo perché sono diversi, perché la speranza ha bisogno di tutti noi per essere protetta. Se non ci aiutiamo tutti, moriremo tutti. O qualche frase da Bacio Perugina similare.

Disperso nell’oceano di parole del romanzo, mi sono mancate le forze e sono annegato, mollando il libro appena superata la metà. E non sono neanche arrivato al punto in cui trovano la prima donna incinta! Nel film lo dicono subito. (Oppure quando nel romanzo è arrivato il punto… io dormivo!)


Il fenomeno Clive Owen

Un giorno l’Italia è impazzita per Clive Owen, e come da noi capita spesso per un attore belloccio si va a recuperare i film persi per strada, lasciati inediti quando lo stesso attore non se lo filava nessuno. In realtà è stata anche la distribuzione americana a fare lo stesso, una volta accortasi dell’attore britannico.

È dalla fine degli anni Novanta che l’attore sbuca fuori in giro, anche in buoni ruoli, ma è solo dal 2006 che la distribuzione italiana si è accorta di lui: il mio sospetto è perché ha partecipato a Sin City (2005). Buena Vista, che nell’ottobre 2005 aveva portato in DVD quel film, ne approfitta e nel maggio 2006 presenta Owen in Derailed. Attrazione fatale (2005), e ad agosto la Universal lo presenta in Inside Man (2006).

D’un tratto l’attore inizia ad apparire ovunque, a volte protagonista, a volte comprimario, a volte comparsa, perché le nuove uscite si fondono con i recuperi. Per esempio nell’ottobre 2007 Moviemax-MHE recupera l’ottimo Croupier (1998) di Mike Hodges e lo porta in DVD con il farlocco titolo de Il colpo. Analisi di una rapina. Malgrado Owen invecchi molto bene, si vede che ha dieci anni di meno dei film al cinema in quel momento.

Forse conscio dell’Effetto Colin Farrell – attore che agli inizi del nuovo millennio nel giro di due anni è apparso in cento film, bruciando per iper-esposizione – Owen comincia a rallentare dopo che il novello successo lo stava facendo apparire dappertutto, da Shoot ’em up (2007) ad Elizabeth: The Golden Age (2007), quindi all’uscita di Children of Men, dove le locandine sono tutte per lui ma sembrano uguali a quelle false inventate per i suoi recuperi, sono rimasto parecchio dubbioso: è un film nuovo o un ripescaggio-patacca? Dalle copertine sembrava proprio il secondo caso…

Dopo essere stato presentato al Festival del Cinema di Venezia il 3 settembre 2006, la UIP porta il film nelle nostre sale, con il titolo I figli degli uomini, dal 13 novembre successivo, secondo FilmTV.it, o dal 17 secondo ComingSoon.it.

La Universal lo porta in DVD dal maggio 2007 ma io, stuzzicato da Lory, mi sono comprato la splendida Special Edition del settembre 2018, con un intero secondo disco dedicato ai contenuti speciali. Per me TUTTI i film dovrebbero uscire così!

Per chiudere su Clive Owen, per anni è stato detentore del Premio Peggiori Baffi del Cinema, ottenuto per Killer Elite (2011), poi per fortuna è arrivato The Gray Man (2022) e i baffi di Chris Evans hanno distrutto l’universo.


Il film

È il 16 novembre 2027 (sei anni dopo la data del romanzo!) e Diego “Baby” Ricardo è morto: era l’ultimo bambino nato nella nostra specie, l’essere umano più giovane sulla Terra, quindi l’estinzione si è fatta un po’ più vicina.

La notizia lascia totalmente indifferente Theo (Clive Owen), che in realtà si lascia scorrere via parecchie cose. È spaventato dall’attentato terroristico a cui sfugge per un pelo ma poi gli passa subito; se ne va via da lavoro (non si sa quale lavoro) accampando una scusa, e passeggia per le vie di Londra in tumulto dimostrando totale indifferenza. Né otterremo altro dal personaggio per tutto il film.

Theo, professione: indifferente

Incontra Julian (Julianne Moore) che pare di capire essere l’ex moglie. Lei è meno indifferente, sta combattendo per i diritti civili o roba del genere, ma è triste pure lei, come Theo. Sono tutti tristi, in questo film.

La scena più allegra del film!

Per fortuna i milioni di miliardi di pagine del romanzo dedicati al Re del Mondo qui vengono tagliati via con l’accetta, e il personaggio diventa un’apparizione di trenta secondi, anche se certo essere interpretato da Danny Huston fa subito capire che è infame.

Con quella faccia, poteva fare solo il ricco infame

La cosa buona dell’esercito di sceneggiatori di questo film è proprio tagliar via almeno due milioni e mezzo di pagine del romanzo, spazzando via tutto e lasciando un misero e infinitesimale filo narrativo, che però lo stesso riesce a ricreare tutti i difetti della storia. Uno dei più importanti è: perché tutti si comportano come se non stesse per finire la razza umana? Qui Theo lo chiede al ricco infame, e lui risponde: «Preferisco non pensarci». Fine della sceneggiatura: non avremo altro dal film.
Mi sembra chiaro che al regista messicano Alfonso Cuarón non freghi niente della vicenda o dei personaggi, lui vuole andare subito al dunque: l’incredibile perizia tecnica.

L’intero film è girato sommando piani sequenza molto complicati e sorprendenti, la cui esecuzione – stando alle dichiarazioni degli attori nei contenuti speciali – ha richiesto un’enorme fatica, perché sono scene che prevedono l’esatta sincronia di un numero impressionante di dettagli. E la trama? No, la domanda corretta è: quale trama?

È qui che il regista voleva arrivare, il resto è solo fumo negli occhi

L’unico momento in cui il film smette di essere meramente tecnico e si concede un pizzico di lirismo è nella scena finale della barca, in cui – sarà solo una mia idea balzana – ho voluto vederci un richiamo alla stessa scena finale de La vergogna (1968) di Ingmar Bergman. Anche lì si parla di un futuro oscuro di morte, con soprusi e violenza, e i protagonisti chiudevano la loro vicenda in una terribile scena in fuga su una barca, che poteva simboleggiare speranza ma non era poi così sicuro. Tutto perfettamente sovrapponibile a I figli degli uomini.

L’unico momento in cui sembra quasi un film vero

Tolta quella scena, il resto è così tecnico da dimenticare che teoricamente sarebbe un film. Sono passati più di dieci anni dalla prima volta che l’ho visto eppure ho riprovato le stesse identiche sensazioni: totale indifferenza per uno splendido lavoro tecnico però totalmente privo di anima.

Che Theo abbia trovato la prima donna rimasta incinta in vent’anni non ce ne frega molto, perché non cambia nulla nella trama: è un viaggio dell’eroe in un mondo a pezzi, per andare da nessuna parte. Fine della trama.


Piano, col piano sequenza!

L’unico motivo che ha spinto Cuarón a girare questo film, fregandosene di qualsiasi trama o personaggi potesse avere, è stato collezionare una sequenza incredibile di perizie tecniche da capogiro, che io idealizzo con la scena dei cinque in macchina.

All’epoca la scena mi colpì molto, perché a un certo punto mi sono reso conto che la cinepresa era in posti impossibili, e visto che l’assalto di malintenzionati, moto che volano ed esplodono, sembrava tutto finto, mi sono detto che dovesse essere un “piano sequenza digitale”, cioè ritoccato al computer. (In realtà l’avevo sentito in un documentario ma non lo ritrovo più.) Invece uno speciale di pochi minuti che trovate nel DVD (ma anche su YouTube) dimostra come tutta la scena sia un “manufatto”. Il che è un peccato, visto che per metà sembra finta!

Non ci credo che quella pallina sia vera, dài!

Dal minuto 25.09 al minuto 29.06 del DVD abbiamo ben quattro minuti tondi di piano sequenza, cioè un tempo enorme per quantità di eventi: i cinque parlano, si muovono, interagiscono, giocano fra di loro con una pallina – che per me è impossibile sia vera! – poi vengono assaliti da dei motociclisti che sparano addosso all’auto, grida, cambio di marcia, moto che volano, prendono fuoco, arriva la polizia, sparatorie e poi via. Una quantità enorme di eventi che richiedono una sincronia al millisecondo, quindi con prove infinite che hanno provato gli attori. Tutto per una scena di quattro minuti che sembra finta: se la facevano al computer sarebbe venuta identica, ma apprezzo comunque lo sforzo.

L’invenzione di Cuarón

Nello speciale ci viene spiegato che il regista Cuarón e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, detto Chivo, volevano dare un senso di assoluta realtà a tutto il film, e a questa scena in particolare, che con l’uso di schermo verde sarebbe sembrata finta. (Boh, a me sembra finta lo stesso!) Quindi per girarla hanno dovuto inventarsi parecchi artifizi.

Il mistero misterioso della cinepresa nell’abitacolo

Come si vede nelle foto, sull’auto viene costruita una struttura così che tecnici e operatori possano seguire l’intera vicenda da vicino, ma rimane un problema: come fa la cinepresa ad entrare nell’abitacolo? Semplice: è piccola, telecomandata… e non c’è il tetto dell’abitacolo!

Ma allora il tetto l’hanno poi messo al computer?

Con questo sistema gli attori realmente stanno guidando e parlando fra di loro, mentre la cinepresa si muove intorno alle loro teste, mentre i tecnici fuori dall’auto gestiscono questo lungo piano sequenza muovendo la cinepresa con il telecomando.

Apprezzo moltissimo il lavoro tecnico di alto livello, ma purtroppo sembra tutto fatto al computer, quindi temo non ne sia valsa la pena.


Conclusione

Quando a David Fincher sul set di Alien 3 (1992) chiedevano perché si stesse impegnando così tanto dal punto di vista tecnico, visto che il suo unico compito era salvare il salvabile, lui rispondeva che i suoi colleghi registi avrebbero riconosciuto la sua perizia tecnica, al di là del film in sé. E aveva ragione, altri registi si sono complimentati con lui: non lo ha fatto però il pubblico, che non era lì per la perizia tecnica.

Nell’audio-commento del suo Secret Window (2004) il regista David Koepp spiega gli incredibili e assolutamente deliziosi espedienti tecnici con cui ha infarcito la sua opera: tutti assolutamente invisibili, prima che lui li segnalasse, perché i vari problemi della trama (e personalmente anche gli occhi vuoti di Depp) distraggono lo spettatore, che non si rende conto di quanta passione e perizia tecnico-artistica ci sia dietro ad ogni scena, quando quella scena è semplicemente noiosa o scritta male.

Alfonso Cuarón che conosce l’antico detto: la seconda è la migliore…

Questi film citati sono andati male al botteghino, ma mai male quanto I figli degli uomini, che però è stato fatto con lo stesso sistema: un’incredibile e spettacolare perizia tecnica e genialità cinematografica al servizio di una trametta totalmente insoddisfacente, per non dire di peggio. Se persino Brian De Palma, uno dei grandi maestri della perizia tecnica al cinema (e del piano sequenza), ha sempre avuto grossi problemi con i propri film, figuriamoci autori decisamente meno noti, che cioè non possono contare su una base di fan o comunque senza un nome che attiri spettatori in sala.

Alfonso Cuarón ha avuto idee geniali e ha realizzato immagini complicatissime e di grandissima perizia, ma si è dimenticato di scriverci un film intorno, con personaggi che magari dovrebbero interessare un pochino allo spettatore, e non quelle quattro sagome buttate a casaccio di cui non ce ne frega niente. Quando muoiono non c’è il minimo coinvolgimento emotivo, che tanto non si capiva mica che erano vivi.

Ah già, mi pare ci sia pure Michael Caine

Per fare un esempio finale, nei contenuti speciali la scenografa Jennifer Williams racconta che per la scena iniziale in cui Owen è tenuto prigioniero in una stanza tappezzata di giornali… si sono messi a creare quei giornali! Hanno scritto testi, inserito foto in pagine create appositamente per una scena di un paio di minuti: chi è in grado di notare una perizia così faticosa eppure così totalmente inutile? È impossibile leggere gli articoli di quei giornali alla parete, perché perdere tempo a scriverli invece di scrivere una sceneggiatura più corposa?

Sembra assurdo, ma tutti i giornali della parete sono stati fatti a mano, con tanto di testo vero!

Vorrei dare un consiglio a Cuarón: lasci stare il cinema britannico, vada a lavorare per una grande major americana, una che spenda milioni in campagne pubblicitarie per spingere i film, e che magari metta a disposizione nomi talmente famosi che già da soli attirano spettatori. Non c’è bisogno di scrivere una trama, anzi: basta un personaggio famoso che stia lì fermo, e poi l’intero film è null’altro che un freddo e totalmente sterile onanismo tecnico. Come dite? Cuarón ha già seguito il mio consiglio e con la Warner Bros ha fatto il vuoto Gravity (2013) con Sandra Bullock e ha incassato 700 milioni? Ah, bravo ragazzo: così si fa!

Dunque rettifico, il problema de I figli degli uomini non è la trama pencolante, ma il fatto che ci sia anche solo un accenno di trama. Il segreto del successo di un film è togliere anche quella parvenza di trama residua e lasciare lo sterile e vuoto esercizio di perizia tecnica. Certo, funziona solo se avete la Warner Bros a darvi 100 milioni di dollari e attori di fama internazionale, ma queste sono quisquilie.

L.

– Ultimi film tratti da romanzi:

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[Asylum] Framed by My Sister (2022) Trinity

Ciclo sui parenti assassini in TV: tu m’hai provocato… e io me te magno!

Che ne dite di tornare a trovare la famigerata The Asylum, per tirarci su il morale nella bassa qualità dei “parenti uccidenti”?

Il 25 febbraio 2022 la Casa dei Pazzi presenta Framed by My Sister, che TV8 si compra in un lampo e trasmette in prima visione il 14 giugno successivo con il titolo Trinity. Intrecci pericolosi.
Purtroppo quel giorno il maltempo e lo scellerato massacro di frequenze televisive ha reso parecchio instabile il segnale e purtroppo la registrazione è stata martoriata, così ho dovuto aspettare la replica dell’8 luglio per vedere il film: le schermate della pagina sono prese da entrambe le trasmissioni.

Addirittura un vezzo grafico! Certi guizzi TV8 ce li ha solo con la Asylum!

Una scena iniziale ci mostra l’uccisione di una donna durante un furto, e scopriremo che è la madre delle due sorelle protagoniste: Raina ed Alex Winston, entrambe interpretate da Scout Taylor-Compton.
Come si riconoscono due gemelle? Ovvio: dal taglio dei capelli.

La sorella smunta e dai capelli tristi, e quella ricca dal taglio curato

A sinistra abbiamo la problematica Raina, ex alcolista molto poco “ex”, tanto che non si presenta al funerale della madre perché sdraiata ubriaca da qualche parte: da notare i suoi capelli cresposi.
A destra c’è Alex, donna realizzata, padrona del proprio destino, lavoratrice indefessa nel campo della moda (qualsiasi cosa questo voglia dire) e infatti ha il capello perfetto, coi boccoli anche di notte.

L’avete già capito, è nata una nuova sotto-rubrica: “Sorelle a crepa-pelle“, e non crepa solo quella!

In realtà ad essere onesti la vita di Alex non è proprio perfetta, visto che pensare troppo al lavoro significa allungare il guinzaglio al marito farfallone, noto saltatore di cavallina, un gentiluomo d’altri tempi che c’ha provato con tutte, pure con Raina la cognatina.

Non c’è cosa più divina della propria cognatina

Che succede se una notte buia e tempestosa, il maritino lasciato solo in casa e pronto a spupazzarsi l’amante di turno, si vede arrivare Raina tutta vestita sècsi?
E che succede se la cognatina, per nulla frizzantina, lo deruba e poi gli pianta un colpo in testa? Temo che la famiglia si sia improvvisamente allargata…

Se ci provi con tua cognata, la pallottola è già sparata!

Comincia il crudele gioco dei sospetti fra le due sorelle, perché nessuna delle due crede l’altra capace di un omicidio ma le prove sono schiaccianti, tanto che Raina è incriminata e si trova ormai a un passo dalla galera.

Grande perizia tecnica di un’attrice che prega se stessa di tirarla fuori di galera!

Quello a cui le due donne non hanno pensato è fare caso al titolo del film: non è che c’è una terza sorella, come si vede pure in locandina? E che capelli avrà questa terza gemella? Be’, essendo la classica gemella cattiva avrà capelli neri cattivi.

Sono cattiva… ma mi sento così bene! (cit.)

A seguire, un thrillerino non certo intrigante, lo sceneggiatore Stephen Romano è una nuova acquisizione della Z televisiva ma già mi sembra un professionista dell’inconsistenza, però è anche vero che la Asylum sapeva benissimo quale sarebbe stata la forza del film: guerra di gemelle!

E se prima eravamo in due a puntarci la pistola…

Sbrigate le formalità di una trametta base, nella parte finale si va giù duro di effetti speciali e la Asylum dimostra a tutti chi è che comanda!

… adesso siamo in tre a puntarci la pistola

Immaginate tre gemelle identiche che si danno la caccia in una casa: puro divertimento allo stato brado, e il regista Anthony C. Ferrante sembra quasi voler ricordare dei suoi passati con gli squaloni volanti, nella pentalogia di Sharknado.

Tie’, un’attrice che lotta con se stessa: e gli squali volanti… muti!

L’attrice Scout Taylor-Compton (tre nomi, tre ruoli!) merita un Premio Ozcar (cioè l’Oscar della serie Z) perché nell’ultimo terzo del film si ritrova da sola a tener tutto sulle proprie spalle, interpretando tre gemelle che devono mantenersi fedeli ai propri caratteri: applausi a scena aperta.

Possiamo darci un abbraccio, anche se siamo la stessa persona?

Ma sì, con la Asylum si può tutto!

Una storia delirante per un’esecuzione estasiante: riuscirà la Asylum a battere il proprio record di tre gemelle? È arrivata agli squali a sei teste, quindi aspettiamo tutti sei gemelle a crepa-pelle!

L.

– Ultimi parenti uccidenti:

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Freddy’s Nightmares 8-10 (1988)


Continuano gli episodi della sfortunata serie TV del vostro Uomo dei Sogni preferito: ecco ben tre episodi di Freddy’s Nightmares. A Nightmare on Elm Street: The Series.


Episodio 1×08
Mother’s Day

L’episodio va in onda il 27 novembre 1988 e in Italia viene inserito nella VHS antologica della Panarecord La vendetta brucia.

Il regista Michael Lange è di pura scuola televisiva, ed è sempre rimasto nel piccolo schermo.

Sono gli anni di Risky Business (1983) quindi niente di strano se mamma e papà partono in vacanza lasciando il figlio minorenne da solo nella grande e ricca casa: oggi temo si finisca in galera per molto meno. Comunque sono gli anni Ottanta e il giovane Billy (Byron Thames) è tanto triste che il patrigno sia un infame totale, ma si consola pensando che ora ha non solo casa libera per giorni ma anche la giovane vicina Barbara (Jill Whitlow) molto ben disposta. In realtà la ragazza vuole solo sfruttare il giovane pollo per fare festa a casa sua, ma si sa che i giovani maschietti perdono le poche cellule cerebrali davanti a due occhi di ragazza. (Anche se non sembrano essere gli occhi ad attirare Billy.)

Sembra l’inizio della tipica commediola adolescenziale dell’epoca, ma il problema è che Billy e i suoi genitori si sono appena trasferiti nella casa che fu di una delle vittime di Freddy Krueger… Ah, quindi ora Freddy infesta le case come il demone di Amityville? No, tranquilli, è solo una stupidata buttata lì a casaccio senza altre conseguenze nella vicenda.

Billy sogna nel sogno, a volte sogna di volare su fantastiche città (come Giorgia), ha tripli incubi carpiati dove prima c’è la festa, poi non c’è, poi si sveglia prima e ferma tutti i casini, poi si sveglia dopo e alla fine si becca pure un bel “vaffa” da noi spettatori, vinti dalla noia.

Sembra incredibile, ma la seconda parte è pure peggio, tutta incentrata su Sherry (Elizabeth Savage), spietata conduttrice radiofonica che dà pessimi consigli e tratta male tutti gli ascoltatori: questo sistema ha fatto la fortuna del suo programma ma quando un ascoltatore, fomentato da lei, ammazza il proprio padrone di casa la situazione precipita.

Anche lei sogna nel sogno di sognare sogni sognanti, e dopo dieci ore di nulla finalmente finisce l’episodio.


Episodio 1×09
Rebel Without a Car

L’episodio va in onda l”11 dicembre 1988 e in Italia viene inserito nella VHS antologica della Panarecord Gocce di sangue sull’abito nuziale.

Il regista John Lafia, scomparso suicida nel 2020, era fresco di Blue Iguana (1988) ed è pronto per La bambola assassina 2 (1990) e Il miglior amico dell’uomo (1993): non farà di meglio in carriera.

Un’insegna pronta per la Freddy Mythology

Torniamo al Beefy Boy, il fast food dell’episodio 1×02 dove i sogni vanno a morire. Qui lavora il giovane Alex (Craig Hurley) che ha interesse e passione unicamente nelle auto rombanti. Sì, teoricamente ci sarebbe pure la ragazza Connie (Katie Barberi), ma viene per seconda, con parecchio scarto.

Alex sogna di andarsene da Springwood e vivere libero con le sue macchine. Ah sì, c’è anche Connie, può venire anche lei, se non disturba le macchine. Quando una sera Alex trova un’auto abbandonata nel bosco, è chiaro che il Destino vuole aiutarlo nel suo sogno.

L’unico momento degno di nota dell’episodio

Con James Dean nella testa e tanta lacca nei capelli, Alex si mette a riparare e sistemare il vecchio catorcio per tirarne fuori un «fulmine alla brillantina» (cit.), senza badare alle leggende che ruotano intorno al veicolo: si dice infatti che sia un’auto maledetta, abbandonata nel bosco dalla casa assicuratrice che non voleva più averci niente a che fare. Era appartenuta a un tizio che pure lui aveva tanta lacca in testa e voleva fuggire da Springwood, finendo molto male.

Alex non ascolta né le leggende né i consigli di Connie di pensare al college, invece che alle macchine, e come si può facilmente immaginare mal gliene incoglie.

Il commento di Freddy:

«Se pensate di lasciare Springwood, la vostra meta è il nulla!»

Malgrado il dolore per la perdita del ragazzo, Connie va al college ma scopre che in mezzo alle ricche figlie di papà Springwood è considerata alla stregua di un paesotto di contadini, quindi dovrà subire razzismo e discriminazione sociale ma per fortuna come tutti i ricchi anche questi sono senza un quattrino, quindi i soldi di Connie sono ambiti.

Dopo aver subìto di tutto, arriva il momento in cui qualcosa in Connie si spezza e comincia a maciullare la “sorellanza”: cosa c’entri Freddy in tutto questo non ci è dato di sapere.


Episodio 1×10
The Bride Wore Red

L’episodio va in onda il 18 ottobre 1988 e in Italia viene inserito nella VHS antologica della Panarecord Gocce di sangue sull’abito nuziale.

Il regista George Kaczender, ungherese (scomparso nel 2016), era appena passato al mondo televisivo dopo il cinema: non sembra aver lasciato un segno in nessuno dei due mondi.

Gavin (Eddie Driscoll) e Jessica (Diane Franklin) stanno per convolare a giuste nozze ma è chiaro che nessuno dei due sia pronto per il grande passo.

La prima parte dell’episodio è dedicata a lui, che un attimo dopo il viaggio di nozze già si sente stretto il matrimonio e va a rimorchiare in un bar, dando vita a vari imbarazzanti siparietti, che purtroppo negli anni Ottanta andavano per la maggiore. Lei, già traumatizzata da un padre fedifrago, mal sopporta il tradimento e comincia ad adescare uomini sposati per incastrarli con le rispettive mogli.

Un altro episodio fatto di niente, dove ogni tanto arriva Freddy a dire stupidate che non c’entrano niente con la trama.

L.

P.S.
Vi ricordo la pagina riassuntiva dell’universo narrativo di Freddy Krueger.

– Ultimi “incubi” di Freddy:

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Censor (2021) Canto i film inesistenti

Fatemi capire, dopo i libri falsi, le bevande false e le armi false… ora mi metto a collezionare pure i film falsi? Allora è vero che ho fatto “voto di vastità”, come Bergonzoni.

Il problema è che trovarsi davanti un piccolo gioiello come Censor (2021) di Prano Bailey-Bond, visto su Prime Video, non può lasciare indifferente un pazzo come me.

Il film è ambientato in quella Gran Bretagna dei primi anni Ottanta in cui sono esplose potenti due manie violente: quella da parte del pubblico per il cinema horror in videocassetta e quella da parte del Governo per censurare il cinema horror in videocassetta.

Enid (Niamh Algar) lavora come censrice… ehm… censora… ehm, qual è il femminile di censore? Va be’, lavora nella commissione di censura e ha il non invidiabile compito di guardare filmacci horror a getto continuo per decidere dove e quanto tagliare, sebbene sia chiaro che il primo istinto sarebbe tagliare tutto.

Siamo agli albori di un fenomeno culturale esplosivo in rapida ascesa, quello dell’horror portato fuori dal ghetto dei drive-in e piccoli cinema di serie Z per venir proiettato in vere sale di primo piano, con un successo enorme basato in gran parte sulla nascita dell’home video su nastro; in America è appena nato lo splatter su larga scala, sebbene Mario Bava l’avesse inventato già dieci anni prima, e questo ha aperto la porta a quel nugolo di filmucoli semi-amatoriali che spargono budella in giro. La prima reazione ufficiale non può essere che di violenta repressione: i bambini, perché nessuno pensa mai ai bambini? (cit.)

Sono i tempi delle piccole videoteche di quartiere, quelle con dieci film esposti e cento film pirata sotto il bancone: a cosa serve la censura, se poi dopo i filmacci horror più truculenti girano illegalmente, per di più privi di qualsiasi taglio? Basta qualche parolina giusta con un gestore di videoteca e si può accedere ad ogni orrore.

Com’è facile immaginare, questa trama poteva svolgersi in due modi: legata alla realtà, citando i veri film vietati all’epoca, o innalzandosi dalla cronaca e diventare una vicenda universale… regalandoci “film falsi” a secchiate. Per mia fortuna è quest’ultima la via intrapresa.

Il saggio Video violence and children (1985) di Geoffrey Barlow e Alison Hill presenta una lista stilata nell’estate del 1983 con titoli di film violenti di cui Scotland Yard ha vietato assolutamente la distribuzione, la quale è avvenuta lo stesso ma in maniera illegale: retate e chiusure di videoteche non hanno fermato la curiosità del pubblico per i filmacci più truculenti.

Qualcosa mi dice che Prano Bailey-Bond al momento di mettersi seduto ad inventare i tanti film falsi di Censor avesse quella lista di Scotland Yard al suo fianco, perché per esempio tra i film vietati all’epoca in Gran Bretagna c’era The Driller Killer (1979), l’opera del giovane Abel Ferrara che in Italia è arrivata con un decennio di ritardo: guarda a volte la coincidenza, non solo alcune immagini di questo film – con Ferrara che trapana una sua vittima – appaiono nei titoli di testa, ma uno dei filmacci vietati che finiscono in mano alla protagonista si intitola Driller Thriller.

Ben noto è il bando britannico ai danni di film come Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato e Cannibal Ferox (1981) di Umberto Lenzi, giusto per citare i due “cannibal” più famosi della citata lista di Scotland Yard, quindi non stupisce che Enid in videoteca insista per avere una copia pirata di Cannibal Carnage.

Nella lista c’è anche The Beast in Heat (cioè l’italiano La bestia in calore, 1977) di Luigi Batzella e la protagonista vede in giro locandine del “filmone” del momento: Beast Man.

La lista cita Bloody Moon (1981) di Jesús Franco e in Censor troviamo Blood Summer, ma magari è un caso: dubito invece che sia un caso la presenza fra i veri film vietati di Don’t Go in the House (1979) di Joseph Ellison, mentre un triste giorno Enid si ritrova a dover analizzare il film Don’t Go in the Church.

Questo (inesistente) Non entrate in quella chiesa (così lo rende il doppiaggio italiano, diretto da Maura Marenghi con traduzione di Alessandra Eleonori) è uno dei famigerati filmacci violenti diretti da Frederick North, autore che in Censor è chiamato a simboleggiare tutti quegli registi di grana grossa che hanno sfruttato il fenomeno del momento per produrre in serie opere di dubbio gusto (e moralità).

Il problema è che questo suo nuovo film, che Enid vede in anteprima per stabilirne le parti da tagliare, ha una trama particolare… che assomiglia decisamente ai ricordi di Enid stessa, in un momento tragico della sua adolescenza. Come se North avesse riversato su pellicola gli incubi più inconfessabili di Enid.

La cosa turba comprensibilmente la protagonista, spingendola ad indagare su questo North, autore di bassa macelleria di cui Enid riesce a recuperare Asunder in videocassetta pirata. Guarda a volte la coincidenza, nella lista di Scotland Yard c’era Absurd (1981) di Joe D’Amato, noto in Italia come Rosso sangue.

Altra coincidenza: subito dopo che Sam Raimi ha raccontato di un antico libro misterioso trovato in uno chalet di montagna (1981), North nel suo Asunder fa trovare un misterioso libro scritto in latino, con tanto di citazione:

«Si introibunt hoc sepulcrum, dare tibi ad infernum. Qui este cunum quam reverterto. Quis hog momento insemperternum. Imutata sinsintuar».

Almeno stando ai sottotitoli del film. Scommettiamo che funziona meglio il Necronomicon ex mortis de La casa?

Questo Asunder ha la particolarità di lanciare una nuova attrice, Alice Lee, pronta ad essere sbudellata in tanti altri film di North. E qui la povera Enid comincia ad uscire davvero di testa… perché Alice Lee assomiglia decisamente a sua sorella, scomparsa misteriosamente molti anni prima, in eventi già raccontati da North nel precedente film.

Lascio al vostro piacere gustarvi la discesa all’inferno di Enid alla ricerca della sorella perduta, forse invischiata nel brutto giro dei filmacci horror, e mi limito ad un elenco alfabetico dei titoli inventati da Censor.

  • A pezzi (Asunder) di Frederick North
  • Asfissia (Asphyxiate) di Frederick North
  • Driller Thriller
  • Estate di sangue (Blood Red Summer) di Frederick North
  • Eccesso di morte (Extreme Coda)
    «capolavoro» (masterpiece), detto ovviamente in tono sarcastico,
  • Folle (Il) (Deranged) di Frederick North
  • Giorno in cui iniziò il mondo (Il) (The Day the World Began)
  • Massacro cannibale (Cannibal Carnage)
  • Non entrate in quella chiesa (Don’t go in the Church) di Frederick North
  • Scannatoio dei ratti (Lo) (Rat Brothel)
  • Sterminio in cartoleria (Stationery Massacre)
    «Un uomo viene pugnalato più volte in un occhio con un compasso, gli squarciano lo stomaco con delle forbici, le sue budella escono e poi gli ricuciono lo stomaco. Un capolavoro».
  • Viaggio all’inferno (Cursed to Hell)

In chiusura, ecco anche la lista di veri film vietati dal Governo britannico nell’estate del 1983, stando a quanto riportato dal citato Video violence and children (1985) di Geoffrey Barlow e Alison Hill.

    • Absurd
    • Beast in Heat (The)
    • Blood Feast
    • Blooy Moon
    • Bogey Man
    • Burning (The)
    • Cannibal Apocalypse
    • Cannibal Ferox
    • Cannibal Holocaust
    • Cannibal Man
    • Cannibal Terror
    • Contamination
    • Death Trap
    • Don’t go in the House
    • Don’t go in the Woods Alone
    • Driller Killer
    • Faces of Death
    • House on the Edge of the Park
    • I Spit on Your Grave
    • Last House on the Left (The)
    • Living Dead (The)
    • Mardi Gras Massacre
    • Night of the Demon
    • Nightmares in a Damaged Brain
    • Possession
    • Pranks
    • Snuff
    • SS Experiment Camp
    • Slayer (The)
    • Zombie Creeping Flesh
    • Zombie Flesh-Eaters
    • Zombie Terror

Lascio a voi stabilire se siano più interessanti i film veri o quelli falsi.

L.

P.S.
Vi ricordo le recensioni di Cassidy e di Babol.

– Ultimi film horror:

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Alien 3 (1992-2022) – 8. La versione di Giger

Gigeriade

Cosa ne pensa il creatore grafico dello xenomorfo del terzo film dedicato alla creatura? A raccontarcelo ci pensa il giornalista Les Paul Robley, che va a trovare l’artista svizzero H.R. Giger e pubblica il risultato sulla neonata rivista “Imagi-Movie” (n. 3, primavera 1994), figlia della blasonata “Cinefantastique”.

Stando alle parole del giornalista, il 28 luglio 1990 H.R. Giger è stato contattato per la seconda volta affinché ridisegni la sua creatura in vista di Alien 3: una prima volta era stato contattato da Gordon Carroll – il terzo membro, insieme a Walter Hill e David Giler, della Brandywine, la casa che possiede i diritti di Alien – ai tempi in cui regista era ancora Vincent Ward, ma a quell’epoca l’artista svizzero era impegnato e non se ne è fatto niente.

Questa seconda volta invece è David Fincher in persona a viaggiare fino in Svizzera per andare a trovare Giger, senza avere un copione in mano ma con una proposta che sicuramente piacerà all’artista: ha mano libera per riadattare la creatura. Non sappiamo se qui il giornalista ci metta del suo o stia riportando parole di Fincher, comunque la proposta prevede di sistemare quei «dettagli qualitativamente inferiori» assunti dagli xenomorfi in Aliens (1986). Partendo dal presupposto che non esiste alcun dettaglio “qualitativamente inferiore” in Aliens, tanto più se paragonato al terzo film, credo si riferisca al fatto che Giger non aveva potuto partecipare attivamente alle creature del secondo film, quindi magari ora Fincher lo sta tentando proponendogli di essere più presente.
(Da molti anni i fan litigano sulle variazioni della testa aliena nei primi tre film, appellandosi a fantasiose teorie scientifiche che di scientifico non hanno nulla: semplicemente ognuno ha il proprio xenomorfo preferito.)

Tutti odiano i “bozzi in testa” del secondo film, perché non ve li meritate!

Stando a Robley, Fincher propone a Giger di creare un facehugger acquatico, un nuovo chestburster e una nuova pelle per l’alieno adulto, ma soprattutto una versione di xenomorfo a quattro zampe. L’artista svizzero accetta in nome dell’ottimo rapporto che nel 1979 si era instaurato con Ridley Scott: se l’avesse fatto dietro un contratto chiaro, firmato da un dirigente Fox, sarebbe stato meglio, come vedremo.

Inizia dunque la collaborazione, e per un mese Giger faxa disegni e schizzi ai Pinewood Studios dove Fincher li riceve e risponde con note e commenti. Giger si mostra entusiasta di questa “invenzione moderna”, cioè il fax, perché gli permette di non uscire più di casa: disegna tutta la notte e poi, alle 6 del mattino, faxa tutto a Fincher dall’altra parte dell’oceano.

Chissà come mai questo orripilante “bambi-burster” è stato scartato… (foto da “Imagi-Movies”)

In quelle notti di lavoro frenetico Giger crea uno xenomorfo felino, molto più bestiale del suo parente dei film precedenti, con una pelle quasi mimetica, e che soprattutto emette suoni: l’artista sarà sinceramente dispiaciuto che nel film non si senta la pelle aliena emettere suoni…
Tutto molto bello, tutto molto artistico e ispirato, poi arriva una telefonata di Tom Woodruff e Alec Gillis, gli artisti della ADI (Amalgamated Dynamics, Inc.) che curano l’universo alieno sin dal secondo film, i quali in tono cordiale dicono: «Grazie, Giger, a posto così. Oh, fatti sentire, eh? Faxaci una cartolina». Non sono ovviamente queste le parole usate, ma il succo è lo stesso: anche Giger è rimasto intrappolato nell’ascensore per l’inferno.

«L’Alieno è stato il mio bambino, perciò quando mi è stato chiesto di cambiarlo e trasformarlo in qualcosa di meno umanoide speravo che le mie decisioni in merito sarebbero state le uniche prese in considerazione. Sono stato un ingenuo, nei confronti di Hollywood. Pensavo che avendo vinto un Oscar per il mio alieno, avrei avuto voce in capitolo sul suo aspetto.»

Se non ha avuto voce in capitolo per il secondo film, cosa gli faceva supporre che l’avrebbe avuta per il terzo? Secondo Giger, è stato David Fincher a dargli questa falsa illusione, e ora questo “ragazzetto” osa ignorare il più grande artista svizzero e invece dà ascolto a due maghi degli effetti speciali che da anni conoscono l’alieno meglio di lui!
Dobbiamo infatti ricordare che Woodruff e Gillis sono quelli che fisicamente hanno creato tutte le creature, spesso le hanno “interpretate” e le hanno mosse a favor di camera: Giger si limitava a disegnare e faxare, se poi le sue idee fossero realizzabili nel concreto, e con il budget a disposizione, non gli interessava minimamente.

Mentre GIger faxa dalla Svizzera, Woodruff passa le giornate vestito da alieno

Una volta inviati gli schizzi per fax, la 20th Century Fox considera chiusa la collaborazione con Giger, anche perché tanto si è deciso in favore dei modelli di Woodruff e Gillis. Ma l’artista svizzero, ormai lanciatissimo, continua per conto suo, e insieme al suo fido collaboratore Cornelius de Fries comincia a costruire modellini della creatura da lui concepita, compreso un modello a grandezza naturale (all’incirca due metri di lunghezza) di uno xenomorfo. Gira anche un piccolo filmato a mo’ di documentario, poi propone tutto alla Fox, chiedendo in cambio solo il costo del materiale utilizzato. Non ci crederete, ma la Fox rifiuta l’offerta.

Il modello a grandezza naturale creato da GIger (da “Imagi-Movies”)

Quello che l’esperienza in tanti anni non sembra aver insegnato a Giger è che non si lavora mai “sulla fiducia”, o peggio ancora “per amicizia”: già con un contratto vincolante tocca poi fare causa per essere pagati, quando si parla di Hollywood, figuriamoci senza nulla di scritto!

Giger scopre in seguito che Woodruff e Gillis avevano un regolare contratto con la Fox per occuparsi dell’alieno, firmato già quando c’era Vincent Ward, e quindi hanno considerato gli schizzi di Giger come semplici e apprezzati “suggerimenti” provenienti dal “papà dell’alieno”, nient’altro. Giger era convinto di essere stato “ingaggiato”, invece semplicemente ha fatto una chiacchierata con un regista, il che equivale allo zero assoluto.
Al giornalista Giger parla chiaramente: secondo lui è stato tutto un raggiro messo in atto da Fincher, il quale ha voluto avere due artisti a lavoro sulla creatura così da avere una doppia opportunità al prezzo di una. Mi permetto di dubitare di questa interpretazione.

Gli schizzi alieni che Giger faxava da Zurigo a Londra (da “Imagi-Movies”)

Quando Alien 3 arriva in sala, la Fox organizza a Ginevra una proiezione speciale per Giger e i suoi amici, così da aggiungere la beffa al danno: nei titoli di testa l’artista risulta come ideatore del disegno originale dell’Alien, che sembra una definizione corretta ma nasconde un “sotto-testo”: significa infatti che non è l’autore della creatura del terzo film. Malgrado sia esatto, visto che nessuna delle sue idee è stata presa in considerazione, Giger va su tutte le furie e si considera derubato del proprio lavoro: inviata una lettera alla Fox, ovviamente per fax, la risposta è che ormai tutto il materiale pubblicitario è stato stampato e non si può più correggere.
Da una seconda visione in sala del film, l’artista scopre che il suo nome non è citato nei titoli di coda.

Giger non molla, tramite agenti e avvocati insiste che quello su schermo è un prodotto anche di suoi rimaneggiamenti e alla fine riesce ad ottenere dalla Fox un costoso rimaneggiamento della pellicola, così che nella distribuzione home video nei titoli di testa si legga

«Alien 3 Creature Design by H.R. Giger»

invece della scritta precedente

«Original Alien Design by H.R. Giger»

Da notare come il giornalista affermi, sbagliando, che il nuovo credito vada ad aggiungersi al precedente, invece su tutte le edizioni in home video di Alien 3 (VHS, DVD e Blu-ray, con relative riedizioni e speciali), e quindi anche nelle trasmissioni televisive, esiste un solo credito per Giger, cioè quello che attesta un suo (non propriamente vero) lavoro di disegno sulla creatura del terzo film.

Il tutto inserito fra gli effetti visivi di Edlund e gli effetti alieni di Woodruff e Gillis. Cioè tutta gente che ha lavorato al film, con sudore e sangue, mentre Giger giocava con il fax.

Il credito presente in tutte le edizioni home video del film

Può sembrare il puntiglio di un artista vanesio, una precisazione di lana caprina, invece si tratta di soldi, e anche tanti. Stando a Leslie Barany, agente dell’artista, Giger nel 1979 ha ricevuto una cifra molto alta come diritto d’autore per lo xenomorfo, cifra che curiosamente non si è più ripetuta nei film successivi – ecco quindi il motivo per cui la Fox preferisce non rivolgersi a lui per “ricreare” l’alieno – e ora lui, in nome del suo cliente, sta tentando di estendere quei diritti anche al ricchissimo mondo delle opere licenziatarie dell’universo narrativo espanso. Cosa che, temo, la Fox non permetterà con facilità.

Intanto Giger comincia a farsi sensibile, convinto com’è che il suo rapporto con Alien 3 sia lo stesso avuto vent’anni prima con Alien (1979): scoprire che la Fox non lo porta in giro in pompa magna lo ferisce personalmente. Eppure era successo lo stesso nel 1986 per il secondo film, ma forse stavolta credeva le cose fossero diverse.

Giger racconta al giornalista di “Imagi-Movies” un aneddoto piccolo ma rappresentativo. Quando la rivista “Fangoria” ha chiesto di contattarlo per un’intervista, l’ufficio pubblicitario della Fox ha specificato che l’artista non era coinvolto nella lavorazione del film. Non viene detto, ma ipotizzo che questo volesse dire che il giornalista di “Fangoria” non avrebbe potuto volare fino a Zurigo a spese della Fox. Comunque l’essere considerato “non coinvolto” nel terzo film – cosa che corrisponde a verità – ha ferito personalmente lo svizzero.

Artista che con occhio d’aquila non perde una sola rivista di settore dove stanare le interviste a Woodruff e Gillis, i quali lo citano sempre come maestro ma osano definirlo “creatore dell’alieno”, invece che riconoscergli un lavoro che in realtà non ha fatto, visto che l’alieno del terzo film è opera di Woodruff e Gillis. Addirittura sulla rivista “Cinefex” David Fincher ringrazia personalmente tutti quelli che hanno reso possibile il film… e non cita Giger! Può esistere offesa più grave?

Confronto fra l’alieno di Giger e quello di Woodruff e Gillis usato nel film

Dopo mesi di costose cause legali, Giger riesce ad ottenere dalla Fox i diritti d’autore sul merchandising del film (cioè la paccata di soldi a cui il sensibile artista mirava sin dall’inizio), ma vuole anche essere risarcito dei novemila dollari di spese legali: in quest’ultimo caso la Fox finge di non sentire. E infine ci si mettono pure gli Oscar: l’Academy Award compie il madornale errore di non candidarlo per quei quattro schizzi faxati da Zurigo. Per settimane Giger invia fax a chiunque, in vista della cerimonia di premiazione, ma solo alla fine la Fox risponde, sottolineando come le regole del premio vietino alle case di proporre nomi, quindi – lascia ben poco velatamente trasparire la lettera – la colpa è di Fincher, che all’Academy ha mandato solo i nomi di Woodruff e Gillis. Giusto per mettere benzina sul fuoco.

Effetti speciali alieni proiettati alla Notte degli Oscar 1993

Il 29 marzo 1993 è un triste giorno, perché alla 65ª edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar, nella categoria “Migliori effetti speciali“, l’attrice Andie MacDowell legge i nomi di Edlund, Gillis, Woodruff e Gibbs, cioè quelli che si sono spaccati la schiena per creare gli effetti speciali di Alien 3. Si può essere più ingiusti nei confronti di Giger, che se ne stava a casa sua ad inviare schizzi col fax, credendo che a Hollywood si lavorasse “sulla fiducia”?
Tranquilli, alla fine non c’è stata alcuna ingiustizia, quel 1993 l’Oscar per i migliori effetti speciali va La morte ti fa bella di Robert Zemeckis… dove però ha lavorato anche Woodruff!

Tom Woodruff jr. (l’ultimo a destra) premiato lo stesso, quel 1993

Dopo aver dato ampio spazio alle geremiadi (anzi, gigeriadi) di Giger, la stessa “Imagi-Movies” va a sentire gli “incriminati”, cioè Woodruff e Gillis della ADI: bei tempi quando le riviste non si limitavano a fare gli uffici stampa ma davano voce anche ad opinioni dissonanti.

Al giornalista Tim Prokop Woodruff racconta che:

«L’alieno è così noto che non c’erano molti margini di lavorazione, se non renderlo ancora più alieno rispetto ai due primi film. La maggior parte delle nostre modifiche sono state di tipo stilistico, perché volevamo tornare ai disegni originali di Giger mai davvero portati su schermo.»

Interviene Gillis:

«I dipinti di Giger hanno a che vedere con qualcosa di tanto spaventoso quanto affascinante. Ci sono cose tipo parti di macchinari integrati nella creatura, e penso che quella strana combinazione di umano, macchina e ossa sia una delle cose che rendono l’alieno unico e spaventoso. Abbiamo cercato di suggerire le stesse forme, anche se in maniera più organica.»

I “burattinai” della Boss Film

I due raccontano al giornalista che si trovavano negli studi di Londra a preparare gli effetti per il film quando ricevettero una telefonata di Giger. Woodruff confessa che sebbene fossero grandi estimatori del suo lavoro, avevano sentito voci sul temperamento dell’artista svizzero, e temevano che il loro lavoro per Aliens (1986) non fosse piaciuto. «Non sapevamo se ci stava telefonando per congratularsi o per offenderci: invece si è rivelata una persona simpaticissima».

Stando al racconto di Gillis, Giger ha telefonato per sapere quali fossero le loro idee sulla creatura poi ha iniziato a inviare per fax disegni e schizzi, «idee molto utili al momento di decidere come sviluppare l’alieno: eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda». Woodruff e Gillis prendono la decisione di rimuovere i tubi sulla schiena della creatura, che poi (come abbiamo visto) verranno ri-messi e ri-tolti, perché impedivano un corretto movimento della lunga testa di un alieno diventato quadrupede, da bipede che era sempre stato. Guarda caso, nei bozzetti faxati da Zurigo anche Giger ha tolto i tubi: insomma, nel racconto dei due effettisti è stata una collaborazione scritta in Cielo, al contrario di come la racconta l’artista svizzero.

Tom Woodruff Jr.: il nostro caro alieno dal 1986! (da AvP Galaxy)

Una volta decisa la forma dell’alieno, la ADI crea una tuta aderentissima che poi dovrà indossare il solito Woodruff, l’uomo che dal 1986 ad oggi ha interpretato lo xenomorfo su schermo. Poi viene costruito anche un modellino in scala 1:8 per farlo muovere come un burattino dagli effettisti della Boss Film, in scene da posporre poi su quelle a grandezza naturale.

«Credo che siamo andati molto vicino ai disegni originali di Giger nel creare l’alieno, e grazie alla Boss Film siamo stati in grado di renderlo reale.»

Così Woodruff conclude il suo racconto del “dietro le quinte”: uno stile ben diverso da quello di Giger.

(continua)

L.

– Ultimi anniversari:

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ESP Fenomeni paranormali (2011) Benvenuti al Riverview Hospital


Continua l’omaggio all’ottimo numero di settembre 2022 del fumetto “Dampyr“, con un’avventura notturna in una vera misteriosa struttura abbandonata a caccia di paranormale.


Indice:


Storia di un manicomio infestato

Il romanziere e bibliotecario canadese Joel A. Sutherland inizia il suo saggio sul paranormale Haunted Canada 4 (2014) nel Coquitlam, zona della British Columbia dove sorge il Riverview Hospital, «dimora di spiriti maligni che hanno infestato le troupe cinematografiche per anni». Sì, perché il Riverview Hospital è meta ambitissima per ambientare scene ospedaliere di cinema e TV.

Secondo Sutherland uno fra i peggiori spiriti del posto è dotato di denti affilati come rasoi con cui infligge morsi dolorosi, ed è capace di correre velocissimo. E ci sono anche cani fantasma: che siano quelli avvistati anche al Waverly Hills Sanitarium?

L’autore ci riporta al 1904, quando il Provincial Asylum for the Insane in New Westminster è ormai sovrappopolato, con i suoi più di trecento matti all’attivo, e le condizioni igienico-sanitarie possiamo solamente immaginarcele, oltre alle ripercussioni sociali nella comunità locale. Alla fine viene deciso di costruire un nuovo ospedale in mezzo a mille acri di terreno messi a disposizione dalla provincia, e fra il 1904 e il 1913 nasce l’Hospital for the Mind, in seguito ribattezzato Riverview Hospital. Lanciato come ospedale all’avanguardia nella cura delle malattie mentali, cioè con elettroshock e “psico-chirurgia” (cioè lobotomia), nel 1951 raggiunge la capienza di ben cinquemila pazienti, in condizioni non certo migliori rispetto ai decenni precedenti. (Possibile che in una comunità così piccola ci siano migliaia di matti?)

Come ha posto rimedio la comunità al sovrappopolamento dell’ospedale? Ne decide la chiusura… nel 2012. E nei sessant’anni precedenti? Mistero. Paura, eh?

Vista del Riverview Hospital, dal saggio Reel Vancouver (1996)

L’ospedale, ci informa l’autore, è diventato fra le ambientazioni più filmate della zona, visto che è perfetto per qualsiasi scena ospedaliera di cinema e TV in produzioni girate in Canada. (E un numero impressionante di produzioni americane è girato in Canada, per via dei costi ridotti.) Quello che però l’autore non ci spiega è come mai il manicomio sia stato chiuso nel 2012… eppure è dal 1986 che girano scene al suo interno! C’erano sezioni dell’edificio che tenevano libere da matti per far girare gli attori? E come la capivano la differenza?

Ho avuto il piacere di vedere in prima visione sulla RAI Il ragazzo che sapeva volare (1986), delizioso piccolo film sulla “diversità”: all’epoca non si poteva parlare di alcun tipo di diversità, da quella sessuale a quella ideologica, quindi per far capire che un ragazzo non era come gli altri… si insinuava che sapesse volare! Da Gli occhi del delitto (1992) con Andy Garcia a Un tipo imprevedibile (1996) con Adam Sandler, da Romeo deve morire (2000) con Jet Li a Sanctimony (2000) con Casper Van Dien, da Nella morsa del ragno (2001) con Morgan Freeman ad Halloween – La resurrezione (2002) con Jamie Lee Curtis, ma soprattutto un numero impressionante di episodi di “The X-Files” risulta girato al Riverview Hospital, per non parlare di altre serie come “Supernatural“.
Potrei andare avanti a lungo, IMDb attesta ben 184 titoli che vantano l’ex manicomio come ambientazione, ma il problema… è che non era “ex” quando si è girato lì!

Lavorare in una struttura sapendo che non solo in passato ha ospitato migliaia di poveri pazienti sottoposti a procedure mediche altamente discutibili, ma che magari alcuni di loro sono ancora lì, chiusi in sezioni non accessibili, non dev’essere piacevole: quindi comprendo come nasca l’idea del “manicomio infestato”.

Una delle tante scene di “X-Files” al Riverview, grazie a FanGirlQuest.com

Il citato Sutherland ci racconta che nel 2004 un attore di nome Caz (ma che nome è? Non è riuscito a trovare il nome completo?) annoiato dalla lavorazione del film ha deciso di lanciarsi in esplorazioni notturne del Riverview. L’autore non sa il nome dell’attore ma sa che il film in questione stava venendo girato nel West Lawn Building, una struttura del manicomio che era rimasta chiusa per vent’anni. L’esploratore Caz, girando per tunnel bui di una struttura abbandonata, a un certo punto gli sembra di aver visto un cane… Ecco quindi, ci dice l’autore, la prova schiacciante della presenza di fantasmi nell’ex manicomio. Come si fa a non credergli?
Nasce poi il mistero della “Lady Bug Room”: c’è un’unica stanza della struttura che sia rimasta chiusa… cosa ci sarà al suo interno? Ammazza che mistero!

Sutherland introduce il suo saggio specificando che lui crede ciecamente a tutti i “misteri” di cui tratta, quindi è una fonte altamente inattendibile, e anche come romanziere ho dei seri dubbi: possibile non sia stato in grado di “farcire” meglio il suo racconto? Forse perché sapeva che stava parlando a chi crede già nel paranormale, e quindi “qualcosa tipo un’ombra” è considerata una prova al di là di qualsiasi dubbio.
Insoddisfatto, mi rivolgo al saggio Reel Vancouver: an insider’s guide (1996) di Ken MacIntyre.

Più sensatamente questo autore ci spiega che, nato come ospedale psichiatrico per accogliere pazienti dalla Prima e Seconda guerra mondiale – e quindi è più che plausibile l’alto numero di persone con gravi problemi psicologici – negli anni Ottanta il Riverview è ormai in forte declino e per risparmiare costi chiude due delle proprie sezioni – la Crease Clinic e il West Lawn Building – scoprendo che la fiorente industria cinematografica è ben disposta a pagare per usarle come fenomenali ambientazioni sceniche. Non c’è neanche bisogno di costruire scenografie, essendo veri ambienti ospedalieri. Attenzione però, ci spiega l’autore: è servito anche per scene ambientate in tribunali, uffici e appartamenti di lusso.
Nel caso del citato Gli occhi del delitto (1992), è la scuola per ciechi frequentata da Uma Thurman.

Il West Lawn Building all’inizio del film ESP

Lance Henriksen ed Andy Garcia sulla stessa scalinata, ne Gli occhi del delitto (1992)

Non ho trovato altro sulla “infestazione” del Riverview Hospital, ma mi sembra appartenga in pieno al grande fenomeno delle case infestate, dove i più solerti testimoni non hanno altro da riportare se non robe vaghe, tipo ombre o tipo qualcosa che sembrava un cane. Che fine hanno fatto i cari vecchi fantasmi ectoplasmatici di una volta?


Incontri “gravosi”: il film

Nick Pinkerton sulla rivista “Sight and Sound” (maggio 2012) mi racconta una curiotià sul film Grave Encounters, ideato da due venticinquenni – Colin Minihan e Stuart Ortiz – che decidono di firmarsi The Vicious Brothers. Non sembrano essere davvero fratelli… saranno invece davvero “viziosi”?

Stando al recensore, sul sito web dei due campeggiava la scritta «Nell’ultimo decennio i film horror americani sono diventati regolarmente più innocui e prevedibili: non stupisce che il genere non sia più preso sul serio come un tempo». Un’opinione che sia io che il recensore condividiamo, così come nel ritenere che l’operato dei “fratelli viziosi” non abbia fatto nulla per migliorare questa situazione. Anzi, sottolinea Pinkerton, usare il solito stratagemma del found footage si riallaccia proprio alla piaga che ha reso il genere stagnante.

Il recensore mi ricorda che il genere mockumentary, cioè il “falso documentario”, ha radici che arrivano almeno fino a La città che aveva paura (1976) di Charles B. Pierce, giusto per ricordare la “freschezza” dell’idea dei fratelli viziosi, che Pinkerton non esita a legare alla moda rilanciata da The Blair Witch Project (1999). «Una visione infernale» definisce Pinkerton il film, ma non lo dice come complimento.

Presentato al Tribeca Film Festival il 22 aprile 2011 e distribuito negli Stati Uniti dal settembre successivo, noi italiani li abbiamo fregati tutti e ce lo siamo sorbiti per primi: la Eagle Pictures lo porta nelle nostre sale dal 30 maggio 2011 (secondo FilmTV.it) o dal 1° giugno (secondo ComingSoon.it) e in DVD dal settembre successivo, sempre con il titolo furbetto di ESP – Fenomeni paranormali.

Uno tanti titoli farlocchi della tradizione italiana

La vicenda ci viene presentata con un espediente antico, usato nei libri secoli prima che nascesse il cinema: per de-responsabilizzare il narratore, si introduce tutto fingendo che sia del materiale di cui si è venuti in possesso in maniera casuale. In questo caso un produttore afferma di aver trovato ben 76 ore di girato (ma quanto spazio hanno le videocamere canadesi?) ad opera di una troupe intenta a girare un episodio di uno spettacolo televisivo dedicato al paranormale: il materiale verrà presentato senza tagli né montaggio, il che è palesemente una bugia, visto che ciò che segue non dura 76 ore!

I cacciatori di “incontri gravosi” al completo!

Inizia dunque l’avventura della trasmissione “Grave Encounters”, che com’è d’uso nella lingua inglese forma un gioco di parole con il doppio significato di grave, che vuol dire sia “grave” (o “serio”) ma anche “tomba”. La trasmissione, di cui ci viene specificato essere state girate già cinque puntate, si prefigge di fare “incontri seri” con il paranormale, e per questa sesta puntata l’intera troupe televisiva passerà la notte chiusa in un ospedale psichiatrico abbandonato, che è il Riverview Hospital… ma non lo è!

«Ospedale psichiatrico di Collingwood, uno dei sei edifici dislocati su oltre ottanta acri poco fuori… [rumori che impediscono di capire dove si trovi la struttura. Nota etrusca]. Tra il 1895 e i primi anni Sessanta ha ospitato più di ottanta mila persone tra le più mentalmente malate e disturbate del Maryland. Dopo la sua chiusura, avvenuta nel ’63, sono state segnalate apparizioni di fantasmi, oggetti che si muovevano da soli, e a volte anche le risate deliranti dei pazienti condannati a vagare per questi corridoi.»

Quindi al gioco della doppia o tripla finzione se ne aggiunge un’altra, visto che viene inventato il manicomio di Collingwood.

Il Riverview Hospital che però facciamo finta sia il manicomio di Collingwood

Chi legge fumetti di solito si vergogna di ammetterlo e parla di graphic novel, che sembra roba più seria; chi crede nell’oroscopo di solito afferma (senza che nessuno gliel’abbia chiesto) di non credere nell’oroscopo, e di leggerlo ogni giorno solo per gioco, anzi per vedere quanto sbaglierà nelle previsioni; parimenti chi crede nel paranormale, e parliamo di una fetta più che sostanziosa dell’umanità (diciamo quasi tutta) non ama ammetterlo, e mi spiego così la curiosa eppure costante abitudine della narrativa americana del paranormale di iniziare sempre le storie con lo scettico che poi cambia idea.

Da Ghostbusters (1984) a Red Lights (2012) a Ouija (2014), giusto per citare i primi esempi che mi vengono in mente, la vicenda si apre con protagonisti scettici, anzi diciamo totalmente disillusi, che prendono il paranormale sotto gamba convinti che sia solo uno strumento per raggirare polli, e poi invece l’esperienza li porterà a credere ciecamente nelle forze occulte. Sarebbe bello una volta trovare una storia che inizi con un credente che man mano perde la fede e si convince che il paranormale serve solo a spillar soldi, ma pare non sia possibile.

Un baldanzoso che cambierà idea sul passare la notte in un manicomio abbandonato

Dunque i nostri baldi cineasti in erba se la ridono delle leggende sul manicomio di Collingwood ma quasi subito la loro notte chiusi al suo interno si rivela essere più ricca d’emozioni del previsto: nella situazione in cui si trovano basta un refolo di vento o un’ombra sulla parete per far salire l’adrenalina. Quando poi i fantasmi si incazzano sul serio, allora sì che la situazione precipita.

Almeno sono fantasmi educati, e salutano quando arrivano…

Il problema non è che la porta principale rimarrà chiusa fino all’alba, il problema è che non esiste più la porta principale: il manicomio ha “avvolto” i nostri eroi nelle sue spire di follia tanto da far perdere loro ogni coordinata (temporale, geografica e mentale) e tutto lascia supporre che la troupe di “Grave Encounters” non solo ha fatto il suo incontro più “serio”, ma resterà parecchio nel manicomio abbandonato, diventando parte della sua leggenda.


Conclusione
In difesa di un film indifeso

Non ho trovato una sola rivista di cinema che all’uscita di questo film abbia speso una singola parola al riguardo, al massimo quando è stato distribuito in home video ho trovato qualche commento diplomatico e sensibile del tipo «è ’na cagata!», che poi corrisponde al mio giudizio di quando l’ho visto per la prima volta, eppure temo che siamo stati tutti troppo “gravosi” con Grave Encounters.

Oggi sembra roba vecchia, ma non lo era alla sua uscita

Certo che visto oggi sembra un copia-e-incolla senz’anima, ma non lo era alla sua uscita. Dobbiamo sempre evitare la “tracotanza temporale” e guardare le date: la maggior parte dei prodotti che questo film sembra copiare, in realtà sono venuti dopo! Dal 2012 (cioè l’anno successivo la sua uscita) inizia la serie “Haunted Encounters“, e in generale ci sono secchiate di trasmissioni che usano lo stesso spunto, ma non erano così tante prima del film: ovvio che a tenere banco c’era “Ghost Hunters”, dal 2004 su Sci-Fi Channel (l’odierno Syfy), ma attenzione: questo film si rifà solo ad un aspetto di quella serie.

Ciò che forse non si è colto a dovere di questo film, infatti, è che la sua “novità” (fra mille virgolette) è mettere insieme più elementi, che presi singolarmente sono già noti ma raggruppati formano qualcosa di molto meno scontato.

Con il successo dello spagnolo [REC] (2007) e relativa fotocopia americana Quarantena (2008) anche il più distratto è venuto a conoscenza della tecnica “orrore in diretta”, ma la protagonista è una semplice giornalista generica: con Paranormal Activity (2007) anche nell’ultimo angolo del globo si è scoperto che guardare lunghe scene da telecamere di sorveglianza mette strizza, quando alla fine succede qualcosa, ma protagonista è una famiglia generica; Insidious (2010) ci ha mostrato una sorta di “squadra del paranormale”, un po’ abbozzata e in attesa di ulteriori sviluppi nei film successivi, ma in questo film sono assenti le tecniche dei titoli precedenti. ESP unisce tutti questi elementi noti e li fonde insieme, credo per la prima volta. O almeno non sono riuscito a trovare un film che usi l’orrore in diretta con anche telecamere di videosorveglianza fissa e con protagonisti dei “cacciatori del paranormale” intenti a registrare una puntata di uno spettacolo televisivo.

Cosa c’è di più spaventoso di una carrozzina in un corridoio buio?

Secondo me l’idea dei “fratelli viziosi” non è stata di provare ad inventare qualcosa di nuovo, bensì di fondere idee già famose all’epoca per creare qualcosa che di sicuro non è ancora inflazionato come ci sembra oggi, quando abbiamo visto tutti i successivi lavori che ne ricopiano lo stile. E per fortuna qui in Italia arrivano solo pallidi riflessi dell’oceano di trasmissioni televisive con “cacciatori del paranormale” che hanno nei paesi anglofoni. Quasi tutte però successive al 2011.

È chiaro che questo ESP sia un film che fa di necessità virtù, non ha un soldo e quindi ottimizza le risorse: qualche attore, un’ambientazione già pronta, riprese mosse per corridoi bui, e il film è fatto con due spicci. IMDb parla addirittura di cento mila dollari canadesi di budget, cioè niente. E con questo niente i “fratelli viziosi” hanno incassato quattro milioni di dollari. Chiamali viziosi!

Come spendere poco e guadagnare tantissimo

Il canadese ESP ma anche il suo coetaneo americano L’ultimo esorcismo – il copyright del progetto di entrambi i film risulta depositato nel 2009 – abbandonano ogni velleità di trama, che tanto è sempre la stessa roba, per puntare tutto su elementi stilistici noti sì, ma ricombinati in maggior quantità: il film è una somma di elementi noti, non una semplice riproposizione. Questo può piacere o meno, può spaventare o meno, ma di sicuro ESP non è un banale “clone” come lo si è voluto spacciare.

Al di là di tutto, è chiaro che l’assenza di trama si sente e la semplice sequenza di spaventi in ambienti bui con “cose” che “coseggiano” non lo rende certo un film memorabile, finito l’entusiasmo del momento per le varie tecniche horror “di moda” utilizzate, ma lo stesso è un bell’omaggio allo stesso genere usato da Dampyr questo mese: una caccia notturna al paranormale in una vera struttura misteriosa.

L.

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Intervista a Stephen King (1984)

Sin dalla sua uscita del 1979 la rivista “Fangoria” ha avuto un canale aperto con Stephen King, che si è sempre mostrato disponibile alle interviste, anche in periodi in cui invece decideva di stare lontano dalla stampa.

Nell’estate del 1984 la rivista presenta in due puntate una lunga intervista che il romanziere ha rilasciato a David Sherman, e visto che oggi il Re compie gli anni mi sembra l’occasione giusta per rispolverarla, anche per tornare ad un periodo in cui la narrativa horror era decisamente mal vista da critici e recensori, e il “fenomeno King” faceva storcere il naso a molti “custodi della narrativa seria”.

Si uniscono ai festeggiamenti:


Strange Genesis

di David Sherman

da “Fangoria”
nn. 35/37 (aprile/luglio 1984)

A questo punto dovrai essere mortalmente stufo delle interviste: c’è qualche domanda che ti farebbe scappare via urlando, a sentirtela porre un’altra volta?

No, non ancora. Fra dodici anni da oggi forse… chissà… Per ora questo è un inizio promettente. Le interviste che odio sono quelle che iniziano con “Sto per farti domande che nessuno ti ha mai posto prima”, al che seguono tutte le domande che già mi sono state poste prima.

Sappi che ti sarà di nuovo chiesto se sei insoddisfatto del film “The Shining”.

(Sospira) Già… be’, procedi pure.

Be’…

“Da dove prendi le tue idee”, giusto? (ride)

Temo che te l’abbiano fatta fino alla nausea questa domanda. So che hai avuto una sessione di autografi questo pomeriggio: un’intervista come questa è un ambiente ragionevolmente protetto, ma quando firmi autografi sei alla mercé del tuo pubblico adorante. Diventa mai un po’ spaventoso?

Sì. Pensaci… È come Il giorno della locusta (1975). Ricordi? (ride) Quello dove si mangiano il tizio. Il firma-copie più spaventoso a cui ho partecipato è stato il primo a cui ha partecipato davvero un sacco di gente. Era da B. Dalton, a South Portland. Nessuno era preparato, era il periodo natalizio e pensavo sarebbe venuta un po’ di gente, ma non così tanta.

Per quale libro era, la presentazione?

Teoricamente firmavo copie de L’incendiaria (1980), ma in realtà la gente si è presentata con in mano di tutto. Era prima che chiedessi ai gestori delle librerie “Potreste limitare il numero di copie da firmare per persona? E se si presentano con più libri, dite loro che devono rifare la fila”.

Nessuno voleva farlo, perciò quel che è successo è che non c’era alcun controllo della gente in libreria, la folla iniziò a collassare sul mio tavolo. All’inizio c’era una sorta di soggezione, qualcosa nei confronti degli scrittori che di solito cantanti ed attori non hanno, ma poi la cerchia di gente si è fatta sempre più ristretta e io mi sentivo come un personaggio di Edgar Allan Poe, sepolto vivo. Solo che invece di stare sotto terra ero sepolto dalla gente.

Pensai: “Invece di scavare per uscire, dovrai scrivere per farlo”. Dieci minuti dopo, quando udii la prima donna gridare “Mi stai pestando i piedi!” ho iniziato a pensare: “Dovrai scrivere per uscire e non creare il panico”. L’aria era piena di energia negativa, mentre la gente si pressava. Quella è stata davvero l’esperienza peggiore che mi sia capitata.

Che mi dici delle lettere che ricevi? Ci saranno un sacco di spunti per le tue opere, che tu li voglia o meno.

(Ride) Sì, vero.

Quel tipo di riscontro di pubblico ha influenza su di te? E se sì, come?

Ci sono un sacco di critiche, e di quelle costruttive ne ho parlato in Danse Macabre (1981). Raccolgo tutte le lettere e rispondiamo a tutte, personalmente. E quando dico “noi” intendo che la mia segretaria sa cosa fare. Rispondiamo ad ogni lettera, non ci sono pre-stampati o moduli pre-impostati. Poi però [nel 1983] finalmente abbiamo dovuto usare risposte pre-impostate, scritte sempre da me ma che ho odiato.

Abbiamo raccolto tutte le lettere che mi sono state scritte. Non perché vogliamo vendere ai miei lettori dei coltelli Ginsu o roba del genere, ma perché è bello sapere chi vuole comunicarti ciò che pensa. Abbiamo una catasta di lettere che occupa una intera parete, sono migliaia.

Qual è la percentuale di squinternati? Pazzi che vogliono suggerirti i vari modi in cui si possono massacrare corpi umani.

I lunatici sono meno dell’1%, è davvero raro trovarne. La maggior parte delle lettere proviene da persone di classe medio-alta, direi. Più donne che uomini, ma non di molto. Una certa percentuale è scritta a matita da persone che palesemente non hanno l’abitudine di scrivere, o di leggere, e di solito dicono all’incirca la stessa cosa: “Non leggo molto ma amo ciò che fai”. E questi tipi vanno in giro con un mio libro sotto il braccio e dicono (fa la voce da scemo) “So leggere questo libro, capisco le parole che ci sono scritte!”

Dev’essere gratificante sapere che il tuo lavoro raggiunge anche persone che non leggono.

Be’, è piacevole, perché per loro può essere un punto di partenza. Hanno trovato qualcosa che piace loro leggere e questo può dare la spinta a continuare con altri lavori. Il “Time Magazine” ha scritto un pezzo sul mio Stagioni diverse (1982) parlando di “Maestro della prosa post-alfabetizzata”. Questo sono io.

Ricordo di aver letto quel pezzo. Non era proprio un articolo gentile.

No, era molto duro e mi ha depresso per settimane, ma in realtà ciò che mi ha colpito era il tono: non particolarmente arrabbiato bensì triste. Questo tizio stava dicendo, va be’, i barbari sono arrivati e hanno distrutto Roma, e ora stanno pisciando sulle rovine del Senato. E stava parlando di gente non troppo sveglia che legge certi libri, e io ho pensato: “Mio Dio, mi chiedo se questo tizio si renda conto di quanto elitaria suoni questa sua merda”.

Avresti dovuto mandargli una risposta fulminante, del tipo “Era meglio che guardassero Love Boat”?

Già. Be’, la cosa li mette a disagio. Credo che vorrebbero essere più felici, questi che si sono auto-insigniti della qualifica di guardiani della letteratura, che sono molto spesso critici. Non sempre, ma molto spesso pensano che i miei lettori farebbero meglio a guardare la televisione, altrimenti si rovinano.

Tuttavia sei diventato molto più che un autore popolare. Essere Stephen King è come essere tutti i Beatles in una persona sola. In una società che ci si lamenta non leggere abbastanza, è qualcosa di incredibile. Come ti regoli nell’essere un fenomeno culturale?

Be’, non la vedo in questi termini. Perché se lo facessi potrei iniziare a tirare qualche conclusione, potrei – diciamo – ammettere che quanto tu dici sia vero. Non sto dicendo che lo sia, sto dicendo che vedo come sta andando la mia vita personale, di giorno in giorno, settimana in settimana, e la cosa più difficile è che inizi ad essere separato da ciò che ha iniziato tutto, cioè dal tuo lavoro. Scopri, mano a mano, che sei un fenomeno culturale, o comunque una celebrità – non so se sono un fenomeno culturale ma di sicuro sono una celebrità – ma in America è come… gli hot dog. In una scala di valori più ampia non ha alcun senso.

Orson Bean è una celebrità. Charles Nelson Reilly è una celebrità. Per sette anni ho visto quel tizio in “Hollywood Squares”, e un giorno mio figlio mi chiede “Ma cosa fa ora?” E io: “Non ne ho idea”. Non so cosa faccia Charles Nelson Reilly.

Non lo so neanch’io. È un tipo simpatico ma… che lavoro fa?

Sì, è simpatico, ma cosa diceva da ragazzino? Un giorno voglio condurre spettacoli televisivi? Quello che voglio dire è che cerco di guadagnare abbastanza per poter scrivere e separare ciò che scrivo da tutto ciò che riguarda la mia vita personale.

A New York viaggiavo ogni giorno su un treno di pendolari e una notte ho notato che buona metà dei passeggeri – giovani, vecchi, uomini, donne, bianchi, neri – stava leggendo un libro firmato Stephen King. È qualcosa di maledettamente impressionante.

(Con una voce diabolica) La mia gente viaggia nel buio delle gallerie!

Lo ammetto, non so immaginare cosa voglia dire essere Stephen King.

Subentra una sorta di meccanismo di difesa: non dico nel lavoro, ma nella vita privata. Non capisci perché la gente ti parli, scopri che la gente che viene da te in realtà vuole qualcosa. Se cammino per un centro commerciale, inizio a sentire bisbigli del tipo “Quello è Stephen King!”, che è esattamente quello che capita ai paranoici prima che gli inservienti in bianco se li portano via. Con l’eccezione che quelle voci sono vere, a meno che io non stia sognando tutto questo.

Dev’essere particolarmente difficile per te rimaner anonimo fra la gente, visto che sei… uh… un uomo molto riconoscibile.

(Ride) Vero.

Non ti ha aiutato apparire nel film “Creepshow”.

No, decisamente no.

Perciò anche se non hanno visto una tua foto ora sanno come sei fatto.

Anche quelli che non leggono. Ora mi dirai che lo faccio perché lo voglio fare o che sto diventando prigioniero di ciò che faccio.

Non puoi tirarti più indietro, anche se lo volessi.

Penso di no.

Sei preoccupato degli eventuali contraccolpi del successo?

Be’, sì. Prima riuscivo ad ottenere buone recensioni in pubblicazioni di “controcultura” come il “Boston Phoenix”, ora invece il “Village Voice” ha recensito Danse Macabre con indignazione furiosa, pubblicando una mia caricatura in forma di donnola cicciona che macina soldi da una macchina da scrivere.

Quando inizi a scrivere in un genere di “controcultura” come l’horror, la gente bisbiglia il tuo nome. Come David Cronenberg. Con Rabid (1977) e titoli del genere, la gente diceva “Hai visto quella roba?” Quando John Carpenter era agli inizi il mio amico Peter Straub aveva un amico a New York e gli diceva “Devi andare sulla 42ª strada”, e lui non voleva perché aveva paura di essere rapinato, ma Peter gli rispondeva: “C’è questo film grandioso, chiamato Distretto 13, devi vederlo!”. Così funzionava.

Poi, dopo un po’, diventi il David Cronenberg de La zona morta (1983) o il John Carpenter di Christine (1983). O diventi Stephen King. Tutti sanno tutto di te e, di nuovo, scatta il comportamento elitario.

Hanno suggerito che il tuo successo nasce anche dal fatto che i tuoi libri escono nel posto giusto al momento giusto, cioè nell’America fra gli anni Settanta e Ottanta. Senti che può esserci qualcosa di esatto in questo? O pensi invece che i tuoi libri avrebbero avuto lo stesso successo, che so, anche vent’anni fa?

Non saprei, ma tendo a pensare che avrebbero avuto lo stesso successo. Ok, questa suona davvero presuntuosa. Non è automatico, ma di solito se fai un buon lavoro, qualcosa che possa piacere alla gente…

Ti dico cosa mi sarebbe potuto succedere se avessi pubblicato i miei libri, che so, nella metà degli anni Cinquanta. Credo che se fossi stato pubblicato vent’anni fa, se avessi iniziato nella metà dei Sessanta, sarei diventato uno scrittore popolare. Negli anni Cinquanta sarei stato John. D. MacDonald. Sarei stato qualcuno conosciuto da venti milioni di lavoratori, che si sarebbero portati i miei libri in tasca mentre andavano a lavoro per leggerli nella pausa pranzo o nelle pause caffè. Come quei piccoli Gold Medal di una volta: è lì che veniva pubblicato Richard Matheson, è lì che è uscito Tre millimetri al giorno (1956) e Io sono leggenda (1954), romanzi che poi sono diventati film e sono stati tradotti in Dio sa quante lingue, vendendo un mare di copie. Penso che sarei stato quel tipo di scrittore. Non credo che avrei avuto libri in copertina rigida, a meno che non avessi scritto L’Esorcista o roba del genere.

Qualsiasi sia l’edizione, i tuoi libri hanno tutti qualcosa in comune: la disamina della paura. Vista la tua enorme popolarità, avverti per caso una sorta di masochismo in questo Paese? Ci piace così tanto farci del male?

Sì, ci piace tanto. Una delle ragioni per cui ho così tanto successo è perché sono stato cresciuto da una donna costantemente ansiosa. Mi diceva “Mettiti la giacca, Stevie, altrimenti prenderai la polmonite e morirai”. Non potevo andare a nuotare nelle piscine pubbliche per paura della polio e roba del genere. Siamo una nazione di ansiosi. Siamo ansiosi per il cancro, se vai al giornalaio per ogni rivista che mostri donne nude ce c’è una con articoli sul cancro. E le riviste di donne nude hanno articoli sull’herpes e sull’AIDS. Siamo ansiosi riguardo alla nostra salute, riguardo ai nostri soldi, riguardo alla vita dopo la morte, riguardo ai Russi, ai Cinesi e al Sud America. Siamo preoccupati che il Presidente possa morire e di cosa possa succedere se non torna in ufficio. E il motivo di tutta questa ansia è che abbiamo il lusso di potercela permettere: siamo la nazione più ricca e scolarizzata del mondo, abbiamo tutto.

Capisci? È facile preoccuparti di qualcosa quando hai la pancia piena, ma se vivi in uno sfortunato paese del Terzo Mondo tendi a preoccuparti di più se i tuoi figli sopravvivranno o meno.

Non puoi fermarti a contemplare le rose, quando hai una foresta da ripulire.

Esatto. Siamo una nazione di persone civilizzate con tanto tempo a disposizione e abbiamo il lusso di poter starcene seduti a leggere. Sono stato in Inghilterra e ho dato un’occhiata ai telegiornali: hanno canali che mostrano notizie tutto il giorno, lì, qualcuno è sempre a fornire aggiornamenti monotoni con voce monotona. Lì al TG parlano di cosa succede in Inghilterra, dei risultati delle squadre di calcio, si preoccupano dello sciopero dei fornai e via dicendo. L’ottanta per cento delle notizie riguarda ciò che io chiamo “informazione locale”, e l’Inghilterra è un Paese che per dimensione potrebbe sovrapporsi tranquillamente al nostro Midwest.

E avanzerebbe spazio.

L’America è un Paese grande, succedono cose ovunque, c’è gente che inghiotte rane, vede UFO e si spara a vicenda per strada. L’ottanta per cento delle nostre notizie riguarda cose che avvengono a Cracovia o in El Salvador, perché non ci preoccupiamo abbastanza di casa nostra. Perciò credo che i libri che scrivo riempiano quel vuoto o comunque cerchino di farlo: la gente sente che sta leggendo qualcosa che riguarda se stessa, e che io sto rispecchiando qualcosa che loro hanno nei propri cuori.

Ti è mai capitato di affezionarti così tanto ad uno dei tuoi personaggi da cercare di proteggerli dalle brutte cose che accadono? Penso in particolare a Johnny Smith de “La zona morta”.

Sì, a volte vorresti evitare loro qualche dolore. Sono stato davvero rattristato dalla morte del ragazzino in Cujo (1981), il romanzo. Gli editori non volevano che morisse e mi è stato chiesto se potessi cambiare il suo destino in una nuova stesura: ho risposto di no, che sarebbe stata una bugia affermare che era sopravvissuto.

Poi sono arrivati i produttori del film e hanno detto: “Che ne dici se il ragazzino sopravvive?” E io ho detto va bene, perché i film non sono libri, e non mi importa di cosa raccontano. Pensai anzi che sarebbe stato divertente vedere cosa sarebbe successo se lui fosse sopravvissuto, anche se sapevo che non era vero: il ragazzino è davvero morto.

Chiunque legga il libro e poi veda il film, o veda il film e poi legga il libro, lo sa: il ragazzino muore. A volte uno ha voglia di risparmiare queste sofferenze, ma in definitiva è la trama a comandare, non i personaggi. A volte sopravvivono delle persone che non ti aspetti. C’è una ragazzina in Pet Sematary (1983) che sopravvive: nessun altro lo fa, non c’è alcun lirismo o ragione in questo. Sarebbe stato più giustificato nella storia se fosse morta anche lei, ma non è così che va la vita.

“La zona morta” non è così spiacevole ma comunque è terribilmente triste. C’è una sensazione di catastrofe imminente sin dall’inizio. Penso che il film la renda bene.

Johnny Smith è un personaggio genuinamente tragico. La fine del romanzo è particolarmente commovente: ce n’è abbastanza per far scoppiare a piangere.

Bene, ottimo. Non ho paura di far crollare una vicenda verso una conclusione spiacevole. In parte perché penso che sia così anche la vita, e in parte perché sono rimasto impressionato dai naturalisti americani e britannici quando andavo a scuola. Gente come Thomas Hardy, Theodore Dreiser e Frank Norris. Anche gente come Raymond Chandler per me è naturalista. Tutti dicono lo stesso: le cose non andranno meglio, e se vuoi vedere come andranno pensa a cosa succederà a te. Prima o poi perderai il controllo dei tuoi reni, e sarà triste.

Ma, dall’altra parte, quello che succede sempre con me – con un libro – è che ti focalizzi sulla struttura e sul gioco del “cosa succederebbe se?” e piano piano i personaggi prendono forma. Di solito come risultato di una decisione secondaria della trama.

Nel caso de La zona morta era semplice: cosa succede se un uomo qualunque ha la capacità di vedere il futuro? La cosa secondaria è l’immagine di questo tizio che, preso un compito scolastico da un ragazzo, gli dice “Devi tornare subito a casa, che sta bruciando”. Questa scena non appare nel romanzo ma è insita nel suo essere un insegnante. C’erano altre possibilità intorno a questa idea base, e quando ho ritenuto che questa sorta di ragnatela fosse pronta sono partito, senza sentire l’esigenza di trovare un qualche elemento che potesse permettere al tizio di sfuggire a questa ragnatela. Ho fatto andare tutto per vedere cosa succedesse, e ciò che succedeva era che alla fine sarebbe morto, lasciando sola Sarah. Lei sarebbe stata triste, ma tutti noi viviamo con la tristezza, e di solito questo non ci uccide. Lei avrebbe pianto al funerale e poi sarebbe tornata da marito e figlio e avrebbe continuato la sua vita. Che non sarebbe stata la sua vita ideale, ma tant’è.

È stata proprio la scena finale del romanzo, con Sarah sulla tomba di Johnny, che ho trovato così emotiva: è stata tolta dal film, immagino perché non si sposasse con le esigenze registiche di David Cronenberg.

Credo sia stata più l’esigenza di Dino De Laurentiis di avere un film da 98 minuti. Nel montaggio provvisorio che io ho visto c’era molta più roba, ma sembrava tutta inutile. Non c’era la scena del cimitero, e preferisco così. Però mi dà fastidio l’ossessione di Hollywood che tutto debba reggere tutto il resto, come un castello di carte: fra tutti i bambini del New Hampshire… Stillson è andato a prendere proprio il figlio di Sarah?

Magari qualcuno ha pensato che inserire una inquadratura finale della tomba ricordasse troppo “Carrie”.

Potrebbe essere un’idea, non ci avevo pensato. Immagino che ne abbiano discusso.

Probabilmente temevano che se Johnny non fosse uscito dalla tomba come uno zombie il pubblico sarebbe rimasto deluso.

Già, ci scommetterei che è andata così.

Christopher Walken andava bene per il ruolo come qualsiasi altro attore hollywoodiano: hai avuto voce in merito nel casting?

Ho approvato la scelta, per quanto possa ricordare. Dino mi ha chiamato e abbiamo discusso sull’attore che ci avrei visto, e la mia scelta era Bill Murray. Dino pensava fosse un’ottima idea ma alla fine non è andata. Murray era già impegnato, oppure era in vacanza, qualcosa del genere. Comunque non era disponibile. Così abbiamo valutato altri tizi e Dino mi ha fatto dei nomi, ma per me nessuno andava bene. Poi un giorno Dino mi telefona e mi dice: “Stephen, che ne pensi di Christopher Walken?” E io ho risposto. “Sarebbe grandioso”.

Walken tanto per cominciare ha uno sguardo da posseduto.

L’ho incontrato un paio di volte, e sembrava sempre un po’ triste o disinteressato: quasi fosse disconnesso da tutto.

Probabilmente perché è cresciuto nel Queens come me.

Probabile. Ma la mia sensazione era che potesse essere una grande scelta oppure una pessima decisione. Perché sembrava davvero gelido, e se invece ci doveva dispiacere per la perdita di Johnny c’era bisogno di un po’ di calore. Credo che Walken sia grandioso quando sorride, un po’ strano ma funziona. Non ha mai sorriso ne Il cacciatore (1978).

Non c’era molto da sorridere, in quel film.

Già.

Mi spiace che Cronenberg e gli altri non abbiano trovato un modo per includere dove Johnny stringe la mano a Jimmy Carter: quella scena esemplifica uno degli aspetti della tua scrittura che mi piacciono di più. Johnny capisce il coinvolgimento dell’uomo dei servizi segreti, che fino a quel momento è un personaggio insignificante, nel contesto della storia. Come sei in grado di farlo? Si tratta di semplice intuizione o è una tecnica professionale?

Be’, non ho mai pensato che quella scena avrebbe funzionato. Ci ho lavorato e l’ho riscritta un paio di volte. Alla fine ho rinunciato, e ho messo una scena in cui parla con qualcuno in un centro commerciale. Non ricordo quale candidato era, credo fosse Sargent Shriver, che correva quell’anno. Però poi sono stato persuaso – da mia moglie, per la precisione – a inserire di nuovo la scena di Carter, anche se non ne ero proprio convinto fino in fondo. Ma la scena dell’uomo dei servizi segreti… ha funzionato! Anche Carter. Forse perché i politici non sembrano reali, anche quando lo sono.

Con lo stesso sistema sei in grado di mettere il lettore nella testa di un cane, e sembra tutto naturale. Kojak, il cane de “L’ombra dello scorpione” (1978), era un personaggio tridimensionale come quelli umani. Come fai a rendere credibili le percezioni di un cane? Ti viene naturale?

Ah, sì. Tutto viene naturale,, anche le cose brutte. Quello che faccio, e quello che ha sempre funzionato con me, è pensare: è così che ragionerebbe un cane? Devi pensare a quello che sai sui cani, sul loro senso dell’olfatto e via dicendo, poi scrivi qualcosa del tipo “Lui sapeva che il ragazzo sarebbe tornato presto”. Poi vai avanti, e quando hai riempito la pagina la togli dalla macchina da scrivere e la guardi, e capisci se è buona o meno. Lo stesso vale per la scelta delle parole: non so dirti cosa c’è nella mia testa, ma guardo ciò che ho scritto e capisco se ho usato parole sbagliate.

Ho appena finito di leggere “Unico indizio: la Luna piena” (1983).

Ah!

Mi è piaciuto da matti.

Anche a me è piaciuto. Avrei voluto fosse più corposo come libro, perché mi sembra un po’ piccolo per il prezzo.

Sono impazzito per le tue citazioni incrociate. Personaggi, posti ed eventi di un libro che sbucano fuori in un altro. Lo fai per tuo divertimento personale o per vedere se i tuoi lettori sono attenti?

Sono loro che escono fuori, a volte. Se vai a visitare – e io l’ho fatto diverse volte – Castle Rock, Maine, città che sento di conoscere un po’… Mi piace la città. Non ho mappe né elenchi di nomi, ma mi piace la città. Carbine Street, tutte le strade…

E se tu ci torni… Frank Dodd è lì, la gente a volte lo menziona. A Castle Rock parlano parecchio di quel cane, quel Cujo, e di ciò che è capitato ai Camber, perché è l’avvenimento più grande degli ultimi anni.

C’è parecchia gente che ora inizia a dire… Sei pronto per sentirlo?

Vai!

Dicono che c’è qualcosa di sbagliato in città. Perché è una piccola città e negli ultimi dieci anni sono successe troppe cose, e qualcuno – soprattutto i giovani – comincia a farsi domande. E se non fosse una città reale? E se qualcuno l’avesse inventata?

Quel qualcuno sono io: stanno parlando di me!

Be’, tu sai come occuparti di loro.

(Sghignazzando) Già!

Quanto dista Castle Rock da Jerusalem’s Lot?

Mmm… circa 65 miglia.

Mi chiedo se qualcuno abbia mai coperto quella distanza, e nel caso cosa abbia visto.

(Ride) Mi sembra un ottimo modo per chiudere l’intervista.

Stephen King, sei un gentiluomo ed un erudito.

Oh, è stato un piacere.


L.

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Missionary Man (2007) Don’t mess with Dolph Lundgren


Non vorrei che il deludente risultato di Castle Falls (2022) mettesse in discussione le qualità registiche di Dolph Lundgren, il nostro svedese preferito che invece da lungo tempo ha dimostrato che sa divertirsi davanti e dietro una cinepresa: inoltre è chiaramente un estimatore dei nostri Ciprì e Maresco, visto che palesemente cerca di ricrearne lo stile, come in questo film che rispolvero.

Oggi è un nome ben noto a chi bazzica i filmacci, ma all’epoca la Stage 6 Films (“figlia” di serie Z della Sony Pictures) apriva i battenti puntando proprio sul Dolph: ci sarà tempo nel 2008 per altri eroi appannati come Seagal e Van Damme, Val Kilmer e Robert Englund, Stephen Dorff e Casper Van Dien, Wesley Snipes e Cuba Gooding jr., per seguiti come Boogeyman 3 o Vacancy 2, prima di quell’esplosivo 2008 in cui la casa si è imposta come il meglio del peggio in circolazione, il 2007 è tutto per il nostro svedesone che fa malone.

La Stage 6 Films apre dunque l’attività distribuendo Missionary Man. “Mamma” Sony Pictures lo porta in DVD italiano nel 2008 con lo stesso titolo.

La grafica dei titoli di testa non è delle migliori

Un biondo di due metri entra in un bar e, mentre sfoglia la sua Bibbia, ordina una tequila, senza lime e senza sale: così, a pelo! E la Bibbia… muta!

Così gli svedesi ingollano tequila

Chi è questo “straniero senza nome” che arriva dal nulla sul suo cavallo di ferro e porta giustizia in un paesino in mano ai cattivi? È esattamente quanto appena descritto.

Lo straniero entra in città in groppa al suo cavallo

Non è facile trovare informazioni su Dolph, perché dal 1985 tutti gli chiedono solo di Rocky IV, ignorando le decine di altri suoi film, ma la mia idea è che una volta esordito come regista con The Defender (2004) il nostro Dolph ne abbia voluto sempre di più, volendo però anche “sperimentare”. Solo così mi spiego l’abissale differenza fra titoli come The Mechanik (2005) o Command Performance (2009), prodotti di tutto rispetto girati per la blasonata Millennium Films, e robe alla Ciprì e Maresco come questo Missionary Man.

Varando la sua casa “figlia”, la Sony non vuole spendere i soldi che invece spende la Millennium, e secondo me Dolph l’ha convinta facile facile: dammi due milioni di dollari, un budget che più basso non si può, e ti giro un film con quattro gatti in una cittadina.

Dolph ha mantenuto l’impegno e dall’anno dopo la Stage 6 Films ha alzato di parecchio i budget per i film: anche se, ingrata, non l’ha mica richiamato Dolphone nostro! Che però si è consolato con il budget da cinque milioni che la CineTelFilms gli ha dato per il delizioso Icarus (2010).

Avendo dunque in mano nient’altro che i soldi del Monopoli, Dolph deve fare di necessità virtù, e invece dei film d’azione “normali” a cui è abituato mi si fa “d’autore”, con immagini quasi del tutto prive di colori, una fotografia semi-amatoriale ma con inquadrature ardite.
Di nuovo, è solo un mio pensiero, ma magari Dolph ha voluto provare una via diversa di raccontare un canone che più canone non si può.

State tranquilli, Dolph la trova sempre una scusa per stare a torso nudo

La storia infatti è la solita, un western classico con lo straniero che arriva in paese per riparare dei torti, colpire il solito boss che vuole comprarsi la terra dei bravi contadini, scazzottate, sparatorie e cavalcata finale verso il tramonto. Dolph rifà tutto identico, ambientandolo a Waxahachie (Texas) con tanto di veri nativi americani nel ruolo delle brave vittime e con tanto di cavalcate, anche se a dorso di motociclette.
Qualcuno impugna anche una Colt, ma al momento opportuno il nostro eroe ricorre a fucili molto poco western.

Questo lo chiamerei un Missionary Standoff

La morte di un ex commilitone spinge l’eroe ad arrivare in paese, portando con sé un fucile Remington 870 a manico segato (mi spiega l’IMFDb): è l’arma con cui i cattivi gli hanno sparato, credendo di lasciarlo morto. Il “missionario” quindi porta con sé la Bibbia ma anche la vendetta.

— Allora, che hai intenzione di fare, eroe?
— Ti chiederò di implorare il perdono del Signore, ma non prima di aver spiaccicato questo ginocchio su quel brutto naso.

Secondo voi, Dolph che si scrive da solo un film può evitare di mostrarsi gagliardo e fico?

È impossibile per Dolph non mostrarsi gagliardo e fico

Divertendosi un mondo a gigioneggiare a favor di camera, nel ruolo dell’eroe invincibile arrivato a raddrizzare torti, Dolph dimostra che si può fare un filmaccio ma con velleità artistiche e tanto divertimento. E “frasi maschie”, ovviamente.

«Forse ne uscirà qualcosa di buono, dopo quello che farò qui.»

Sempre se rimarrà qualcuno vivo in città.

Io ti spiaro in due!!!

Di sicuro è un film anomalo, per via del suo stile visivo decisamente diverso da un prodotto d’azione dell’epoca (ma in realtà di tutte le epoche!), ma forse è proprio per questo che Missionary Man si distingue nella filmografia dello svedesone nostro, che magari con Castle Falls e i relativi problemi produttivi voleva tornare ad ottimizzare un basso budget con un prodotto più “d’autore”, secondo me fallendo il bersaglio.

Non posso che chiudere con Missionary Man (1986) degli Eurythmics, in cui una Annie Lennox mozzafiato ci mette in guardia: You can fool with your brother / But don’t mess with a missionary man.

«Black eyed looks from those Bible books
He’s a man with a mission, got a serious mind.
»

L.

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