Vacancy 2 (2008) L’inizio

Evidentemente Vacancy (2007) un minimo di successo deve averlo riscosso, perché la Sony Pictures vuole subito metterne in cantiere un altro. Stavolta però niente Screen Gems, meglio rivolgersi a qualcosa di più piccolo: la Sony dal 2007 ha creato un’altra casa, ancora più piccola, specializzata in sequel, dal nome Stage 6 Films.
Inaugurata da sua maestà Dolph Lungren, che la usa per uno dei suoi film da regista – il divertente Missionary Man (2007) – la casa solo nel 2008 fa strage: da Anaconda 3 a The Art of War II, da Pistol Whipped con Seagal a The Shepherd con Van Damme e Adkins, da Boogeyman 3 a Messengers 2: in mezzo a questa secchiata di film non sfigura affatto Vacancy 2: The First Cut.
Uscito il 24 ottobre 2008 in patria, la Sony Pictures lo porta in DVD italiano a noleggio dal 20 gennaio 2009, in vendita dal febbraio successivo, con il titolo Vacancy 2. L’inizio.

Titolo secco, sparato

Il film parte da un presupposto che in realtà noi non sapevamo: cioè che il primo film si chiudesse con le autorità che portano alla luce l’attività criminale del gestore del Pinewood Motel. Ci viene comunque detto che vengono trovati più di 200 nastri con registrazioni di delitti, il più vecchio dei quali risale al settembre 2004: ecco dunque la storia delle vittime che hanno dato vita a questa “tradizione”.
Alla sceneggiatura torna il Mark L. Smith del primo film, che si assicura qualche bella freccia al proprio arco. Come per esempio far aprire il film con una coppia di sposini che sembrano avere un bersaglio sulla fronte: fanno tutto ciò che nei film horror porta a morte certa, e invece… finiscono solo con la privacy violata!

I vostri amichevoli pervertiti di quartiere

Gordon (David Moscow) e Reece (Brian Klugman) sono i vostri amichevoli pervertiti di quartiere, due piccoli imprenditori che hanno dotato di telecamere nascoste la stanza numero 6 del loro piccolo motel pulcioso: registrano le coppiette che fanno sesso e rivendono le cassette al mercato pirata.
La crisi arriva anche in quel settore e pare che questi filmati voyeuristici non tirino più molto: servirebbe qualcosa di diverso, qualcosa di più emozionante, qualcosa a tinte più forti. Ecco, prendi per esempio quel maniaco che sta sbudellando una donna nella stanza 6, proprio a favore di camera: lui sì che ha capito dove va il mercato!

Quando trovi un nuovo talento, non puoi lasciartelo sfuggire

Catturato il misterioso Smith (Scott Anderson), assassino per nulla pentito, Gordon e Reece gli propongono di entrare in società: lui sbudella, loro riprendono e vendono i nastri. Alla fine fanno fifty fifty. Andiamo, in questi tempi di crisi mi sembra proprio una bella proposta…
Smith accetta, perché si sente che ha l’imprenditoria nel sangue, ed organizzano tutto: i primi stronzi che passeranno di lì saranno i primi a morire. Arriva una coppia… con un amico nero! Andiamo, ma così è troppo facile!

Ti sleghiamo solo se accetti la collaborazione imprenditoriale

«Se doveste aver bisogno di qualcosa… basta urlare!»
Con questa frase da scrivere su maglietta inizia la seconda parte del film, non proprio soddisfacente o almeno non divertente come la prima. Mentre nel precedente film la tensione era palpabile sin dalle prime scene e un bravo regista sapeva farla restare a buoni livelli fino in fondo, qui sin da subito siamo in area cazzona, dove nulla pare prendersi sul serio: tipo chiamare un attore di colore a fare un horror. Andiamo, ma siamo seri?
Eric Bross è un registino televisivo e fa il suo lavoro in modo dignitoso ma tutt’altro che appassionante. D’un tratto sembra voler girare un film “de paura” quando invece tutta la trama è votata più alla commedia nera. Per questo la seconda parte cala un po’ di livello.

La camera 6 vi aspetta: ho già premuto REC…

Nei suoi 86 veloci minuti Vacancy 2 riesce nell’obiettivo, per nulla scontato, di essere un piccolo film divertente, invece che la solita buffonata Z da menare in faccia agli autori. Tutto ammicca, tutto strizza l’occhio, tutto è fatto con umiltà: come a dire “dài, siamo qui a cazzeggiare, divertiamoci e basta”. E lo spettatore ci sta, e si diverte.
Dura il giusto, in modo che nel momento in cui ti chiedi “Ma dove sta andando questo film?” ZAC, è finito e non te ne sei neanche accorto!

Mi ricorda un po’ Bergman e un po’ Fellini…

Chiudo con un omaggio al blog “Doppiaggi Italioti“, riportando la scheda del doppiaggio presente sulla locandina italiana del DVD.

Personaggio Attore Doppiatore
Jessica Agnes Brucker Rossella Acerbo
Gordon David Moscow Roberto Gammino
Caleb Trevor Wright Gianfranco Miranda
Reece Brian Klugman Nanni Baldini

Adattamento dialoghi e direzione del doppiaggio: Manlio de Angelis.

Secondo voi, chi finirà ammazzato? Il black buddy o la final girl?

Al contrario della maggioranza dei film Z che recensisco, questo lo consiglio.

L.

amazon

– Ultimi post simili:

Annunci
Pubblicato in Thriller | Contrassegnato , | 8 commenti

The Stranger (2010) Steve Austin, lo straniero

Per completare il Ciclo Action che CineSony ha dedicato ai film di Steve Austin mancava giusto un titolo, che il canale ha presentato un po’ di sfuggita proprio quel 7 novembre 2017 in cui in prima serata iniziava la rassegna con Hunt to Kill (2010).

Tutto il peggio che l’action di serie Z può offrire

Uscito originariamente il 1° giugno 2010, poco prima de I mercenari, questo film è il secondo che l’ex wrestler interpreta per la canadese Nasser: sto parlando di The Stranger, trasmesso da CineSony con l’aggiunta del ridicolo sottotitolo Lo straniero.
Ricordo che come tutti gli altri film trasmessi da CineSony anche questo è inedito in home video italiano.

Meno male che hanno tradotto il titolo…

Dai miei archivi scopro che ho visto questo film nel maggio 2011, quando su facebook ne parlai con toni entusiasti, ricevendo dalla mia guida spiritual-action Stefano Di Marino (Stephen Gunn) una dritta sul fatto che esiste un sotto-filone dedicato agli “assassini senza memoria”. Ci sono eroi noti come Jason Bourne, nato dai romanzi di Robert Ludlum, e forse meno noti come XIII dai fumetti di Jean Van Hamme.
Grazie a questi consigli in quel periodo ho fatto una super-mangiata di “assassini senza memoria”, scoprendo film, romanzi e fumetti geniali che mi sono pappato con gusto. Quindi rimane la domanda: come ho fatto già allora a non rivalutare pesantemente ‘sta cazzata di film? Giuro che la mia impressione dell’epoca era più che entusiastica: possibile che ancora nel 2011 fossi così tollerante verso i filmacci?

Non fatemi domande: non ricordo nulla

Lo Straniero (Steve Austin) è un uomo che non ricorda. Cosa non ricorda? Non si sa, non lo ricorda. Ma ricorda di non ricordare? Non si sa, non lo ricorda. Ma ricorda che non ricorda o ogni volta non ricorda di non ricordare? Basta, è inutile farsi domande: lo Straniero è un uomo che non ricorda.
Da una serie di flashback è chiaro che non era un prete di campagna, e il fatto che ogni volta che lo mettono alle strette lui diventa più forte di Hulk e ammazza tutti fa immaginare che il suo mestiere non fosse il giardiniere.

Chissà che mestiere faceva, prima di scordarselo

Di lui si interessa l’espertissima psichiatra Grace (Erica Cerra), che ha tipo 19 anni quindi probabilmente esercita con solo un diploma in tasca. L’aiuta l’agente Reese, che è interpretato da quel maledetto cane di Adam Beach, che riesce a fare ogni maledetto ruolo in modo identico, con quella faccia da…
Va be’, si è capito che più di Beach odio solamente Michael Madsen (che è il Male Assoluto, quindi non c’è niente sopra di lui), ma capisco che avendo lui non so quali foto compromettenti riesce ad apparire in 120 film l’anno più 1.500 episodi di ogni telefilm immaginabile. E i suoi mille ruoli l’anno Beach li interpreta tutti con la stessa identica faccia, non cambia neanche taglio di capelli. E per “faccia” intendo ovviamente il suo cu… va be’, avete capito che ignorerò il suo ruolo per il resto del film.

Prova attoriale di due big del cinema

Più va avanti il film, più mi chiedo in quale stato confusionale fossi nel 2011, per dare addirittura “7” come voto a questo film, che non raggiunge neanche il 2.
Lo Straniero non ricorda ma fa cose, vede gente, va dove non si sa, salva gente, dorme per strada, dorme su una nave, va in moto, picchia gente, tutto fatto come se esistesse dietro una sceneggiatura.
La storia credo che dovesse prevedere la ricostruzione del suo passato attraverso flashback, ma in realtà è tutta una scusa per mostrare attori cani che abbaiano qua e là.

Per dare un’idea del casting di qualità

C’è la mafia russa ma c’è pure il britannico Darren Shahlavi (pace all’anima sua) che fa il messicano in un ridicolo cameo, proprio due mesi dopo aver fatto il pugile in Ip Man 2 (2010) e sei mesi prima di fare addirittura l’antagonista di Seagal in Born to Raise Hell (2010). Un’annata davvero strana, per il povero compianto Darren.

Un inutile cameo del compianto Darren Shahlavi

Austin spara spara, Beach fa la sua faccia da cazzo (tie’, l’ho detto!) e altri attori non meglio identificati fanno e dicono cose non meglio identificate.

Ah, ma allora è proprio un film sulla memoria!

Chiedo scusa a me stesso per aver osato dire che questo film assomiglia addirittura ad un film, e chiedo scusa ai miei “amici di facebook” dell’anno 2011 per aver consigliato loro ‘sta buffonata. A mia discolpa posso dire che ancora non conoscevo le ottime storie nate da questo spunto, scritte da maestri del genere, quindi mi sembrò addirittura sufficiente ‘sto filmucolo.

Posso solo rallegrarmi che il Ciclo Action di CineSony sia concluso, sottolineando che il nuovo canale si è presentato al pubblico portando solamente la spazzatura più maleodorante: davvero un ottimo biglietto da visita!
Va be’, ora ho esagerato: povero CineSony, che colpa ne ha? Dal Duemila il mercato dei film pensati per l’home video produce solamente spazzatura: che altro poteva trasmettere? Magari rispolverare uno qualsiasi delle centinaia di titoli anni ’80-’90… ah no, quelli costano: no, meglio Steve Austin, che viene via con 2 euro…

Una donna… un letto… no, non ricordo proprio cosa dovrei fare

Un’ultima nota. Il regista fa quello che può con il poco che ha, ma mi piace menzionare Rob Lieberman perché una vita fa mi fece strizzare di paura con il suo Bagliori nel buio (1993), dove più che la trama era la regia a farmela fare sotto dalla paura.

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Action | Contrassegnato , | 15 commenti

Disaster Zone (2006) Vulcano a New York

Il canale Cielo continua il suo mercoledì dedicato a filmacci talmente fetenti da lasciare disastrate intere zone cittadine!

Troviamo la nostra vecchia amica MarVista Entertainment, ma solo nel ruolo di distributrice: il film è prodotto dalla Front Street Pictures, casa specializzata in serie TV per la famiglia e filmetti televisivi romance. Cosa c’entri con il “Meteo Apocalypse” rimarrà per sempre un mistero.

Il risultato è Disaster Zone: Volcano in New York, del 25 febbraio 2006, che viene trasmesso lo scorso 6 dicembre 2017 con il titolo simile Disaster Zone. Vulcano a New York.

Comunque era già uscito in DVD One Movie nel 2011 come Allarme Vulcano: il 2009 citato da IMDb non so a cosa si riferisca.

Tutto il budget è andato via con la grafica del titolo…

Non so se le informazioni date ad inizio film siano vere, ma è plausibile di sì. Così scopro che gli acquedotti che portano l’acqua a New York hanno tipo cento anni e, a forza di perdite, pensate la sporcizia che finisce nell’acqua cittadina. Ciò mi consola, perché gli acquedotti italiani sono nello stesso stato di degrado, ma almeno sono stati fatti duemila anni fa.
Visto che è impossibile riparare i vecchi acquedotti, gli americani ne costruiscono uno nuovo: l’hanno iniziato negli anni Settanta e forse nel 2020 lo finiranno. Anche questo mi consola, perché anche noi saremmo così lenti se facessimo le opere pubbliche. Per fortuna non le facciamo, limitandoci a vararle e a rubare poi tutti i soldi stanziati, lasciando solo cattedrali nel deserto.

È un ascensore per il sottosuolo di New York: tutto in discesa!

Seguiamo una squadra che scende nel sottosuolo per piazzare la dinamite, squadra guidata da McLaughlin (Costas Mandylor, l’infame di alcuni episodi della saga Saw) e con ben due novizi al primo giorno. Fra di loro c’è una ragazza, l’unica dell’intera squadra, e subito scatta la noiosa modalità “le donne possono fare lo stesso lavoro degli uomini, anzi possono farlo meglio”. Peccato che questa moralità moderna si infrange contro le ferree regole del cinema: la ragazza si lancia in un atto di eroismo ma inciampa da sola e cade, facendosi male alla caviglia e necessitando soccorso.
Insomma, a cinque minuti dall’inizio è chiaro che la sceneggiatura di questo film è una di quelle che fa male. Molto male.

Vieni un attimo sul set di Saw, che ti faccio vedere…

Gli esperimenti del dottor Levering (un Michael Ironside che sembra invecchiato dieci anni in un colpo solo) sono votati a sfruttare la potenza del magma compresso nel sottosuolo per generare energia gratuita, che farà vincere le elezioni al nuovo sindaco che l’ha sovvenzionato.

La contentezza di Ironside all’idea di fare ‘sto filmaccio

Peccato che, come al solito, trivellando si scatena un terremoto che precede un’imminente eruzione vulcanica. Tranquilli: McLaughlin, la sua ex moglie Susan (Alexandra Paul) e un paio di tizi – compresa la ragazza inciampona che cerca redenzione – risolveranno tutto con la solita supercazzola scientifica.

La contentezza di Alexandra Paul all’idea di fare ‘sto filmaccio

Nella noia mortale del film va segnalato giusto qualche tentativo di divertirsi, come il magma che fuoriesce da una casa inondando un tizio che innaffia il giardino, ma è tutto al di sotto della sufficienza: è un classicissimo prodottino Meteo Apocalypse – il più abominevole dei generi – che regala solo tanta tristezza e noia.

La contentezza del cast all’idea di fare ‘sto filmaccio

Girare in tunnel anonimi spacciati per sottosuolo di New York è economico e questi filmettini da due soldi vanno via come l’acqua, con i canali televisivi di tutto il mondo che fanno a botte per comprarli e riempire di immondizia i propri palinsesti: ma a questo punto… non è meglio il magma purificatore?

L.

amazon

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Meteo Apocalypse | Contrassegnato , , | 18 commenti

[Novelization] Universal Soldier (1992)

Visto che le novelization le fanno anche a fumetti, e visto che non risultano libri legati al film I nuovi eroi (1992), ne approfitto per parlare della sua versione a fumetti.

Vi lascio immaginare la mia faccia quando, nel settembre 1992, entro per la prima volta in una fumetteria specializzata in prodotti d’importazione e vedo un fumetto ispirato al film Universal Soldier con Van Damme e Dolph Lundgren, uscito in patria nel luglio precedente.
La mia “vandammania” è a livelli epocali e quel giorno in fumetteria compro l’inverosimile, ma questa rimane tra le chicche più chiccose della collezione “vandammofila” che sono riuscito a conservare.

La NOW Comics di Tony Caputo si è già dimostrata ottima casa che sa sfruttare i successi cinematografici, e in questo blog ho presentato con dovizia di particolari il suo ottimo lavoro con la saga The Terminator (1988), con relativi sequel Terminator: The Burning Earth (1990) e Terminator: All My Future Past (1990).
In quel settembre 1992 sfrutta il risalto che la Carolco Pictures – la stessa casa di Terminator 2 (1991) – sta dando alla sua creazione Universal Soldier (in Italia, I nuovi eroi) e presenta un fumetto in tre parti con la novelization scritta da Clint McElroy e disegnata da Lenin Delsol e Tony DeZuniga (il papà di Jonah Hex).

Van Damme e Lundgren secondo Delsol e DeZuniga

Come potete vedere dalle due copertine del numero 1 che riporto qui sopra, la serie di tre numeri è uscita in doppia copia, che ho dovuto comprare per forza visto che sono un collezionista malato: la serie con le foto di scena del film in copertina è censurata, sia nei contenuti visivi (niente sangue) che in quelli lessicali (niente parolacce), mentre la serie con le copertine disegnate (plausibilmente dagli stessi Delsol e DeZuniga, ma non è specificato) è senza censura, con sangue e parolacce.
Per farvi un esempio, la celebre battuta finale di Van Damme, l’unica “frase maschia” gagliarda mai pronunciata da un suo personaggio, la troviamo storpiata nella prima serie…

Versione censurata, con “loser” invece di “asshole”

… e resa completa nella seconda: «Di’ buona notte, stronzo.» «Buonanotte, stronzo!» Pure il doppiaggio italiano tiene la parolaccia!

E poi la versione originale

Un altro esempio è la morte di Dolph Lundgren, addirittura “coperta” nella versione censurata…

Per favore, Van Damme: ti sposti?

… e invece sanguinolenta in quella completa.

Sangue a ettolitri…

Quindi non semplici piccole censure, ma due fumetti spesso disegnati in modo diverso! Capite che un folle collezionista come me impazzisce con queste cose…

La storia è quella del film, molto più sbrigativa semmai, e al contrario di molte novelization che reinterpretano la sceneggiatura questa ricalca addirittura le inquadrature della pellicola!
Però una super-chicca che conservo ancora con piacere, insieme a due pubblicità apparse su altre pubblicazioni: cioè all’epoca ho comprato due fumetti che non mi interessavano… perché nella quarta di copertina c’era la pubblicità di Universal Soldier… Capite che tipo di collezionista sono?
Ecco le pubblicità, direttamente dall’Archivio Etrusco:

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Novelization | Contrassegnato | 5 commenti

Nunchaku al cinema 4. L’altro Bruce Lee

Quarta puntata dello speciale sulla mia arma preferita e di come è stata rappresentata al cinema.

Nei primi anni Settanta il nunchaku è ancora un’arma che appartiene a Bruce Lee: l’ha lanciata lui, al cinema, ed è inconcepibile senza la sua aurea. Come abbiamo visto, in Giappone lo rispolvera Sonny Chiba proprio nella sua opera di anti-Bruce Lee, anche perché il nunchaku giapponese (ottagonale) fa parte integrante del kobudo (l’insieme delle armi d’origine contadina che sono entrate nelle arti marziali tradizionali): perché lasciarlo agli odiati cinesi?

La situazione di Hong Kong l’ho descritta nel mio speciale Game of Death (raccolto anche in eBook): che sia per ragioni scaramantiche o per altro motivo, la Golden Harvest sta tergiversando e sembra intenzionata a lasciar marcire in cantina il girato del progetto interrotto di Bruce Lee. Ci pensano altre case, molto più ruspanti, a portarlo al cinema.

Intorno al 1975 – per i prodotti asiatici ogni datazione precisa è molto difficile – esce un film distribuito a livello internazionale come Goodbye, Bruce Lee: His Last Game of Death, giunto in Italia come Good Bye Bruce Lee!.
Il film è la cialtronesca resa del Game of Death stando alle indiscrezioni che girano riguardo a ciò che Bruce Lee ha lasciato scritto nei suoi appunti. Non può mancare un nunchaku.

Malgrado l’attore Bruce Li – il taiwanese Ho Chung Tao, il migliore dei cloni! – non abbia che vaghe conoscenze marziali, è comunque un atleta ed impara in fretta: dei “falsi Bruce Lee” che infestano il cinema di questo periodo è sicuramente il migliore e più preparato. Addirittura è l’unico che sappia lanciarsi in una sequenza di nunchaku, arma semplice che comunque richiede un minimo di allenamento per far finta di saperla usare.

I nunchaku hanno una striscia alla base, come quelli del girato originale di Lee – che non si sa se all’epoca era conosciuto o già era dimenticato, per paura che “portasse male” – ma il colore è uno strano bianco, sebbene Li indossi la tuta gialla che diventerà iconica dal 1978 in poi…

Come già raccontato, Sammo Hung ha l’ingrato compito di mettere insieme il girato di Lee e qualche guazzabuglio di trama, mentre il pessimo Robert Clouse fa quello che fa sempre: dirige come se sapesse farlo.

L’esperienza è così terribile che Sammo ha bisogno di sfogarsi: per un’altra casa va a dirigere il suo più grande capolavoro dell’epoca, Enter the Fat Dragon (1978).

Il film è un compendio parodistico del cinema di Bruce: è un atto d’amore ma al tempo stesso un divertito scimmiottamento di ogni canone di Lee. Non possono mancare i nunchaku, che Sammo sa gestire alla perfezione. Ovviamente accompagnati dalla “faccia alla Bruce Lee”.

Alla prossima puntata.

(continua)

L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Saggi | Contrassegnato | 7 commenti

Zio Portillo contro Il Mio Amico Arnold (guest post)

Torna Zio Portillo a raccontare i retroscena più scottanti del corrotto mondo televisivo.
L.

Dopo il bordello suscitato con “Bayside School“, voglio fare il bis con la madre di tutte le serie TV maledette: Il mio amico Arnold (Diff’rent Strokes in originale).

Questa finisce nell’album di famiglia: cheese!

Chi non conosce il tormentone ultra-celebre «Che cavolo stai dicendo Willis?» (Whatchu talkin ‘bout, Willis?, puro slang newyorkese) che il paffuto Arnold rivolge ogni singolo episodio a suo fratello Willis? Tutti lo abbiamo sentito e ripetuto usandolo ancora oggi che sono passati ben 31 anni dalla chiusura della sit-com. Otto stagioni complessive (1978-1986) per ben 189 episodi dove succede ogni cosa e vengono trattati argomenti frivoli come i primi amori dei ragazzi, la scuola… Ma anche roba decisamente più matura come le differenze razziali, la droga, la morte e perfino la pedofilia. Una serie TV molto moderna per l’epoca visto che vede protagonisti due neri di Harlem (a fine anni ’70!) figli di una governante morta di cancro, che venivano adottati da una ricchissima famiglia di Manhattan.

Arnold (Gary Coleman) e suo fratello Willis (Todd Bridges) erano i figli dell’ex-governante del ricchissimo Signor Drummond (Conrad Bain), un uomo d’affari bianco e vedovo di New York. Così i due ragazzi si trasferiscono nel mega appartamento di Drummond dove vive con la figlia Kimberly (Dana Plato) e la nuova governante (prima la Signora Garrett (Charlotte Rae), poi Adelaide (Nedra Volz) e infine Pearl (Mary Jo Catlett). La serie fu da subito in prima fila contro il razzismo con decine di Guest-Star (Karim Abdul-Jabbar, Muhammed Alì, Janet Jackson, David Hasselhoff, Mr. T, Nancy Reagan…) che facevano la fila per apparire nello show per poter dire la loro e lanciare il proprio messaggio di pace e tolleranza.

È forse il telefilm più famoso e iconico degli anni ’80 anche se nelle ultime stagioni ottiene ascolti ridicoli e viene cancellato in fretta e furia senza una vera conclusione. Ma a parte questo, tutto bene e tutto liscio, vero Zio? Ovvio che no! Questa è stata la prima serie “maledetta” mica per caso!

Che cavolo stai dicendo Zio?

Oltre alla chiusura senza squilli, il cast fu rinnovato più volte nel corso degli anni lasciando partire personaggi e intrudecendone altri che però non fecero presa sul pubblico come gli originali, anzi. Emblematico fu il personaggio di Sam (Danny Cooksey) che avrebbe dovuto fare presa sulle famiglie con il suo faccino pulito e sorridente. In realtà era odiato e tutti lo ritenevano insopportabile tanto che costrinse la NBC a chiudere la serie al termine della 7ª stagione, dopo appena un anno dall’introduzione di Sam. A sorpresa però la ABC comprò i diritti dalla rivale per pochi dollari e provò a rilanciarla ma ormai tutto il cast era stanco e senza grinta. Dopo un solo anno la ABC chiuse baracca e burattini liberando gli attori.

Faccia da schiaffi. Ma forti però!

E fu proprio il cast a rendere la serie “maledetta”. Partiamo da quello che sanno anche i sassi: Gary Coleman non era un bambino. Pur interpretando un marmocchio di 8 anni furbo come una faina e sveglio come una lince, Gary Coleman bambino non era. Era malato. Una forma particolare di nanismo unita ad una disfunzione renale (due trapianti di reni inutili e dialisi giornaliere), lo hanno lasciato adulto in un corpo minuto. All’inizio della serie l’età poteva ancora essere buona (11 anni Coleman, 8 anni il personaggio Arnold), ma col passare delle stagione era improbabile che tutti invecchiavano mentre Arnold rimaneva un ragazzino di un metro e trenta. Pian piano la verità venne a galla ma tutti amavano così tanto la sit-com che il pubblico se ne fregò e continuò a seguire lo show amando e idolatrando Coleman per la simpatia e la forza di volontà.

I problemi per lui vennero al momento della chiusura del telefilm poiché Coleman non trovava da lavorare. Il “suo” personaggio del ragazzino era bruciato dalla versione 2.0 (un nome su tutti: Macaulay Culkin in Mamma, ho perso l’aereo) e lui ci metteva del suo col suo caratteraccio burbero, irascibile e capriccioso che già aveva fatto tribolare i colleghi di set. I fan a distanza di anni confondevano lui col suo personaggio e questo lo mandava in bestia tanto che nel 2008 ha provato ad investire una ragazza che aveva osato chiedere ad “Arnold” un autografo. Nel 2009 finì ancora nei guai per “violenze domestiche” ma l’apice lo toccò sempre nel 2009 quando in un talk show avrebbe dovuto fare mea culpa e pentirsi in diretta televisiva del suo comportamento. Peccato che il pubblico lo innervosì così tanto che finì per litigare con tutti, sfanculare gli spettatori e lasciare lo studio piccatissimo.

La gente mi ama. Guarda che guanciotte!

Vabbè, ma se al lavoro le cose vanno male a casa va meglio, vero? Ma nemmeno per sogno! Mamma e papà vivono letteralmente sulle sue spalle e spendono come pazzi quello che lui porta a casa. Coleman gli fa causa e nel frattempo va in fissa con l’erba e fuma spinelli come un pazzo. Alla faccia della serie contro la droga! Ufficialmente dice in giro che lo fa per combattere i dolori ai reni, in realtà (si scoprirà in seguito) i reni non gli fanno affatto male: era dipendente. Da quello e da… I treni elettrici! La sua casa era un tripudio di rotaie e locomotive che viaggiavano 24 ore su 24 su e giù per dei plastici dettagliatissimi perennemente in funzione anche se lui era lontano. Un bambino che però guadagna come una multinazionale.

I suoi guadagni medi erano di 70.000$ netti a settimana (tre milioni e mezzo di dollari annui, una cifra assurda per l’epoca) solo come paga per girare la serie. A questo vanno aggiunti i proventi delle numerose comparsate in giro, le pubblicità, gli eventi… A cui Coleman era chiamato. Una vera e propria fortuna. Però la serie termina, lui vince la causa contro i genitori ma questi lo hanno già ripulito per bene. Gli rimangono “solo” 4 milioni di dollari in banca che per lui sono noccioline che finiscono in tempo zero. Rimane solo e povero visto che i costi delle visite mediche e delle terapie a cui si sottopone continuano e prosciugano il suo conto corrente. Non lavora più e non può permettersi di pagare le spese sanitarie e questa volta i dolori arrivano veramente visto che non può curarsi.

Alla canna del gas si ritrova a fare il venditore di auto (1999) provando a sfruttare la sua faccia come incentivo ma anche questa volta il suo caratteraccio e la poca pazienza non gli fanno cavare un ragno dal buco. Prova il rilancio, anzi l’all-in: si candida come Governatore della California. È l’anno del Signore 2003. Gary Coleman porta a casa 14.000 preferenze, Arnold Schwarzenegger 4 milioni. Un attore che batte un attore, è la chiusura del cerchio perfetta.

Più erba per tutti!

Nel 2010 è a casa con dolori fortissimi ai reni e non si regge in piedi. Cade così dalle scale battendo la testa e arriva all’ospedale già in coma. La moglie non attende un secondo in più e fa staccare le spine alle macchine che lo tenevano in vita per non accumulare ulteriori debiti. Gary Coleman ha lasciato questa valle di lacrime a 42 anni. Ma pure da morto ‘sto povero Cristo ha avuto rogne: la moglie e i genitori si sono contesi per settimane la salma, o meglio si sono contesi dove seppellirlo (Utah o Illinois). E pure un paparazzo ha fatto il suo scattando foto dentro l’ospedale con Coleman intubato e morente. Foto che sono state vendute immediatamente a qualche sciacallo.

Lo diceva sempre mia nonna: troppo gel in testa! Alla fine resterai calvo!

Todd Bridges, aka Willis, interpretava il fratellone di Arnold. La sua famiglia campa di cinema e teatro e lui fin da piccolo ha sempre lavorato partecipando a differenti film e ad alcune serie in piccoli ruoli. Ma è con “Arnold” che gli si spalancano le porte del successo. I genitori con lui sono molto presenti e protettivi tanto che non permettono a Todd distrazioni o vizi. Anzi lo indirizzano nelle scelte tanto che in una puntata di “Love Boat” Todd Bridges viene chiamato come Special-Guest-Star dal cachet astronomico. Ma nel 1982 succede il patatrack: mamma e papà divorziano e per il giovane Todd appena diciasettenne si spalancano le porte dell’inferno.

Prima l’erba (spinelli con Coleman), poi il crack e l’alcol. La serie TV diventa “Arnold-centrica” e il personaggio di Willis da co-protagonista finisce sullo sfondo a fare da contorno (Willis tecnicamente sarebbe al college e gli sceneggiatori ne approfittano per toglierlo di mezzo per numerose puntate). Lui è sempre più dipendente dai suoi fantasmi e a Los Angeles finisce sotto accusa per molestie. Ma siamo solo all’inizio visto che seguiranno estorsione, furto d’auto, guida in stato d’ebrezza, guida senza patente… La serie chiude nel 1986 e Todd sostanzialmente non lavora più perdendosi nei vizi. Il suo anno “fortunato” è il 1988. Rischia di morire per overdose da crack e finisce sotto processo per tentato omicidio di uno spacciatore. La scampa (prosciolto) ma la sua vita non migliora, anzi finisce nuovamente sotto processo per droga e per aver sfondato da ubriaco un videonoleggio con la macchina di un amico. È la goccia che fa traboccare il vaso e dopo un periodo in carcere il giudice lo costringe alla riabilitazione.

Siamo nel 1993 e fino al 1996 Todd è fuori da ogni giro ma la sua vita finalmente svolta in positivo. Abbraccia la religione cattolica, si sposa e diventa padre. Completamente ripulito ricomincia a lavorare qua e là come attore o commentatore. Nulla di grosso, ma almeno è fuori dai guai. Nel 2010 pubblica la sua auto-biografia (Killing Willis) dove si mette a nudo raccontando pure qualche retroscena della serie che lo ha reso famoso (tipo la sua cotta per Kimberly-Dana Plato mentre era fidanzato con Janet Jackson…).

La fidanzatina d’America

Ora, però sedetevi perché questa è forse la storia più triste di tutte. Fa veramente male al cuore: Dana Plato. È bellissima. Bionda, occhi azzurri, faccino pulito, gentile, altruista, educata… Il simbolo dell’America Reaganiana degli anni ’80 è lei visto che incarna lo stereotipo di “fidanzatina d’America”. I ragazzi la vorrebbero come morosa, le ragazze vorrebbero essere come lei e i genitori la vorrebbero come figlia o come nuora. Inizia giovanissima (7 anni) a fare pubblicità, cinema e TV. A 14 anni diventa Kimberly Drummond nella sit-com “Arnold” e anche per lei arrivano successo, fama e ricchezza. Tutto fila lascio finché si fidanza in segreto col rocker Lanny Lambert e rimane incinta.

Leggermente ingrassata e con un “dolce segreto nel pancino” va a parlare con la produzione con un’idea geniale in testa: proporre che il personaggio di Kimberly sia incinta così da portare a termine le gravidanze in parallelo. Quelli della sit-com annuiscono per tenerla buona e poi spostano il personaggio di Kimberly a Parigi per studiare e licenziano la Plato in tronco. Ma come? Il personaggio positivo per eccellenza, la brava ragazza della porta accanto che rimane incinta? Ma siamo pazzi? Non se ne parla proprio! Dana Plato si ritrova quindi senza lavoro ma pure all’apice della fama anche se con il pancione non può lavorare. L’amata madre che finora l’ha sempre protetta muore per leucemia, il fidanzato la molla e lei disperata torna col pargoletto in fasce a bussare alla produzione con un’altra idea in testa: far tornare a casa il personaggio di Kimberly. Ma questa volta usa la parola magica: più audience. La produzione a ‘sto giro fa gli occhi a forma di dollaro e accetta di far tornare Kimberly da Parigi.

Così Dana Plato torna nel cast ma la sit-com è alla frutta e chiude poco dopo il suo sbandierato rientro. Lei è ancora in bolletta perché le cure della madre sono costate un botto e come da copione arrivano puntuali la droga e l’alcol. Sono palliativi vuoti e così prova a racimolare qualche soldo prima posando nuda per Playboy e poi interpretando un film hard. Le cose non migliorano, i soldi non bastano e la Plato si ritrova a interpretare pellicole di Serie Z soft-core pur di rimanere nel giro e incassare qualche soldo. Gli anni passano, il corpo si sforma sempre più e la ragazza per sbarcare il lunario finisce a lavorare in una lavanderia. La spirale distruttiva ormai è iniziata e non si può più fermare. Dana col figlio a carico non riesce ad arrivare a fine mese così (siamo nel 1991) prova la rapina a mano armata ma gli va male e finisce in galera. Esce e rifinisce dentro per “falsificazione di ricette”, esce e siamo al delirio: film hard di serie Z, parodie porno di “Arnold” dove si intrattiene con nani, vecchi e ogni altra depravazione. Drogata e alcolizzata finisce nel dimenticatoio ignorata persino dai suoi ex colleghi che a qualche reunion non disdegnano di partecipare.

Gli ultimi scampoli di vita pubblica la vedono nel 1998 intervistata da una rivista per adulti dove si definisce “lesbica” e il 7 maggio 1999 quando partecipa allo show di Howard Stern dove mostra i buchi nelle braccia dovuti al consumo di eroina. Come al solito Stern fu dissacrante e le passò sopra come uno schiacciasassi e per lei fu la fine. Mortificata e umiliata tornò a casa nel parcheggio delle roulotte dove era finita ad abitare e la fece finita con un’overdose letale. Dana Plato morì così, sola, a 34 anni l’8 maggio del 1999. Le sue ceneri vengono sparse nell’oceano per “liberarla” almeno da morta. Il figlio Tyler nel frattempo è affidato alla nonna paterna. Inizia la strada come cantante e finisce a fare il rapper ma la madre gli ha lasciato in eredità la droga e l’alcol. Il 6 maggio 2010 anche lui la fa finita sparandosi una fucilata in testa. Aveva 16 anni.

Ridi ridi che almeno tu ti sei salvato!

Dopo la tristezza infinita che mi ha messo la storia di Dana Plato, chiudo con una nota lieta. Conrad Bain, l’attore che interpretava il Signor Drummond, dopo una signora carriera spesa tra TV e cinema, morì serenamente nel suo letto per cause naturali alla veneranda età di 89 anni. Sposato da sempre con la stessa donna, ebbe tre figli. Una vita felice e ricca di successi la sua.

Zio Portillo

P.S.
Ringrazio Zio Portillo per questa irresistibile ed esplosiva segnalazione!
L.

Pubblicato in Senza categoria | 26 commenti

[Il Zinnefilo] L’uomo senza ombra (2000)

Ecco il consueto disclaimer:

Qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica, contro persone e animali è sempre biasimevole e condannabile, e guardare foto di donne adulte e consenzienti che volutamente si sono spogliate davanti ad un obiettivo non ha alcun legame con questo principio né lo annulla.

Ribadisco infine il solito avviso:

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post! (invece di guardarle e poi andare in giro a lamentarvi)

Il film di questa settimana è L’uomo senza ombra (Hollow Man, 2000).

continua a leggere…

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , | 14 commenti

Universal Soldier (1992) I nuovi eroi

Quattro venerdì alla fine dell’anno, serviva uno speciale in quattro parti che facesse fare i fuochi d’artificio al blog. E se invece parlassi di una tetralogia fetente che proprio nel 2017 ha compiuto 25 anni dal suo inizio?

Anno 1963. La cantante canadese Buffy Sainte-Marie, nata in una riserva indiana e nota per le sue canzoni di protesta, presenta un brano che fa scandalizzare l’America in guerra: The Universal Soldier. Negli USA nascono canzoni che criticano quel brano – come The Universal Pacifist – ma il discorso non cambia: la guerra del Vietnam è brutta, malgrado quello che dice la propaganda.
Anno 1989 (circa). Alla Carolco si presentano due cineasti ardimentosi, che si sentono in rapida ascesa e hanno scritto un film che spacca. Un film dal titolo Universal Soldier.

“Soldati dell’universo”… Come dite? Non è così che si traduce? Siete sicuri?

Uno dei due è Christopher Leitch, registino televisivo che abbiamo già incontrato per Voglia di vincere 2 (1987). Il secondo è Richard Rothstein, sceneggiatore e regista ancora più anonimo.
La Carolco ha già un sacco di spese in programma – da Atto di forza (1990) a  Terminator 2 (1991) – e un ulteriore film che richiede un così alto budget non se la sente di affidarlo a due tizi sconosciuti, così li accompagna alla porta.

Bei tempi, quando c’era lei

In realtà non so il motivo per cui Leitch e Rothstein escano di scena – comparendo poi solo come autori del soggetto – ed entra in ballo l’esordiente Dean Devlin, all’epoca ignoto ma dopo Stargate (1994) venerato da molti, grazie al successo di Independence Day (1996). Per essere sicuri, quelli della Carolco gli affiancano pure Andrew Davis (anche se non accreditato), sceneggiatore di lunga data che ha appena scritto e diretto Nico (1988) con Seagal e avrà il suo quarto d’ora di celebrità con Il fuggitivo (1993).
Il problema è che Devlin ha una visione da blockbuster, da filmone, quel prodotto che una volta veniva chiamato in un modo che oggi sembra non essere gradito da molti, ma che io continuo ad usare: Devlin è uno che fa americanate. Affidargli un attore belga e uno svedese, noti per muovere bene il corpo ma essere paralizzati di faccia, non è assolutamente una buona idea.

Ve l’avevo detto che si traduceva “Soldati dell’universo”

Il 10 luglio 1992 esce Universal Soldier, che in pratica è l’esordio in serie A di Roland Emmerich, bravo autore tedesco che però era più a suo agio con piccole produzioni. Malgrado questo film verrà criticato da chiunque, gli aprirà le porte di Hollywood e gli permetterà di dirigere un sacco di blockbuster: dai citati Stargate (1994) e Independence Day (1996) a Godzilla (1998) a The Day After Tomorrow (2004).
Il film arriva nei cinema italiani il 29 gennaio 1993: per i titoli italiani che accompagnarono quell’uscita rimando alla mia rubrica “Italian credits“, qui invece scatta il ricordo personale.

Gennaio 1993. Roma. Quartiere EUR. Una zona assurda: di solito trovate fiumi di gente ma è un enorme quartiere occupato esclusivamente da uffici. Appena gli uffici chiudono, diventa una città fantasma. Con mio padre andiamo di domenica a vedere il film e sembra di essere in uno scenario post-apocalittico.
Sono del quartiere Alberone, vicino al centro: sono cresciuto a due passi dal Maestoso, storico cinema di via Appia del Circuito 5 (Berlusca, insomma), e a tre passi dal Trianon, splendido cinema di un altro circuito. Quasi mai capitava un film che non fosse proiettato da uno dei due… ma quella volta era successo. Non ero mai stato all’Eurcine e non mi è rimasto un buon ricordo.

Inizia il film con una splendida ripresa aerea virata in rosso, un elicottero vola su una città. Boh, che strano. La cosa puzza, finché l’entrata in scena di Vasco Rossi svela l’arcano: senza dire niente, e senza motivo, su grande schermo proiettano il videoclip integrale de Gli spari sopra di Vasco. Ma perché? Non conosco altri casi di videoclip trasmessi al cinema.
Il film me lo gusto ma è innegabile. Non è un film di Van Damme. Cioè, no, non è esatto: è esattamente un film di Van Damme pur non essendolo. Cioè prende solo il peggio che il belga può dare. È un film dove J.C. ammicca e sorride, dove fa siparietti comici e si mostra nudo, dove fa battutine e recita. Cioè tutte cose di cui non è mai stato capace. Io e tutti gli altri fan volevamo un film dove combattesse… e qui non combatte.

Scusate, ma un elmetto della mia misura non c’era?

Vietnam, 1969. Luc Deveraux (Jean-Claude Van Damme) scopre che il suo sergente Andrew Scott (Dolph Lundgren) è uscito parecchio di capoccia e colleziona orecchie vietnamite. Nulla di strano, forse è una citazione dei giapponesi che collezionavano orecchie coreane: il sud-est asiatico non è un posto per stomaci deboli. Né per le orecchie.
Qui il doppiaggio italiano commette il suo più grave errore, perché Dolph parla a J.C. e per assicurarsi che abbia capito alza in aria la sua collana di orecchie e dice «Can you hear me?», riesci a sentirmi? Il miglior doppiaggio del mondo non coglie questo gioco e dice «Hai capito?», ma avrò modo più avanti di parlare ancora della resa italiana.

«Mi stai prestando orecchio?»

Per la cronaca, il doppiaggio riesce a non mangiarsi il secondo gioco di parole con le orecchie, visto che quando a metà film riappare la collana, la frase «I’m all ears» viene ben resa con «Sono tutto orecchi».

«Sono tutto orecchi» (risate, prego)

Passano circa 25 anni e i due soldati che abbiamo visto ammazzarsi a vicenda li ritroviamo, della stessa età, utilizzati in un’operazione militare delicatissima: far fuori tre tizi che hanno preso in ostaggio una diga. Una situazione che solo dei super-soldati, anzi dei soldati universali sanno gestire.
Gli uomini chiamati con le sigle dei Giornali Radio della RAI – GR44, GR13 ecc. – fanno cose che nessun umano saprebbe fare: si calano con una corda e sparano ai cattivi. Ammazza che soldati universali!

«Come ti chiami soldato?» «Figlio di Chuck Norris!»

Inutile girarci attorno, la sceneggiatura svacca di brutto già nei primi minuti. Perché con uno stile pomposo – sebbene efficace – ci viene presentata una scena che è ridicola, e il resto è pure peggio. Il Governo ha fatto una puntura a dei soldati e questi sono tornati in vita apparente e sono diventati immortali. Ok, Devlin, magari due righe di storia migliori le potevi anche scrivere.

«Come ti chiami soldato?» «Ralph, il tedeschissimo che fa malissimo»

D’un tratto GR44 si ricorda d’essere stato Luc Deveraux, e guarda caso GR13 ricorda d’essere stato Andrew Scott, e ora vogliono di nuovo ammazzarsi. Perché gli altri non hanno di questi ricordi? Eppure abbiamo pezzi da 90 come Ralph Möller, Ton “Tiny” Lister jr., Simon Rhee ed Eric Norris, figlio di papà Chuck: perché lasciar loro solamente qualche sparuta inquadratura di pochi fotogrammi di durata? Perché tutta la scena è per J.C. che fa il simpatico…

«Come ti chiami soldato?» «Muscoletti di Bruxelles!»

Il viaggio di Luc alla ricerca delle sue origini è spazzatura noiosissima, e il combattimento finale fa imbarazzo: tutto è all’insegna del “non combattere perché questo è un filmone di fantascienza e non una minchiata marziale, però fai giusto due calcetti stupidi che così becchiamo i fan marziali”. La delusione profonda che quel giorno provai in sala, l’ho ripetuta ad ogni visione.

«Come ti chiami soldato?» «Io non chiamo: io spiezzo in due!»

La giornalista Veronica Roberts (Ally Walker) è un personaggio inutile: per il 90% del film tenta di telefonare, e dopo la centesima volta che cerca un telefono uno si chiede se sia una gag voluta. Tipo le comiche in cui Charlot cercava di mangiare…

«Io voglio solo mangiare» (purtroppo cit.)

Ogni singola scena di questo film è tecnicamente ineccepibile ma profondamente sbagliata: ogni scelta di sceneggiatura è la peggiore che si poteva fare in quel momento. Ma in tutto questo solo una stella risplende: Dolph Lundgren. Lo svedesone ha già capito che nella vita sarà costretto a dare il massimo in film minimi, e qui è già perfettamente a suo agio: le unice scene gagliarde del film sono quelle dov’è presente Dolph.
E qui però torna il problema del doppiaggio.

«Di’ buonanotte, doppiatore!»

Sebbene sia un film da dimenticare, Universal Soldier è l’unico titolo in tanti anni di carriera in cui Van Damme riesce a pronunciare una splendida “fase maschia”. (È vero, qualche anno dopo in Hard Target dirà «La stagione della caccia è chiusa», ma oggettivamente è una minchiata.)
Dolph lo sta menando come un tamburo e si appresta a dargli il colpo finale, indicandolo e dicendogli: «Say goodnight, asshole». Il doppiaggio italiano esegue alla perfezione: «Di’ buonanotte, stronzo.»
Dolph tira il pugno ma Van Damme para, perché s’è iniettato il liquido magico che lo rende potente. Guarda Dolph e risponde: «Goodnight, asshole». Il doppiaggio è pronto: «Buonanotte, stronzo.» Perfetto! C’è ritmo, c’è umorismo, c’è paradosso ed è il momento esatto del going berserk: frase perfetta. Poi però…

Niente, non ce la fa a fare una faccia buona neanche con la migliore “frase maschia” della carriera

Nel 2009 i diritti del film passano dalla Penta Video alla Eagle Pictures, la quale decide di ridoppiare il film. La differenza è quasi inavvertibile, in pratica i nuovi doppiatori ricalcano il vecchio doppiaggio, ma… alla fine si fottono la frase maschia!
Dimentico del “di’”, Dolph dice «Buonanotte, stronzo», e Van Damme risponde… «No, buona notte a te.» NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO…

Nuoooooooooooooooooooooooooooooo!!!

Ripreso dallo svenimento per la mostruosità compiuta dal nuovo doppiaggio, scopro altre due perle. Quando J.C. aziona la trebbiatrice che maciulla Dolph dice: «You’re discharged, Sarge», ma il doppiaggio italiano (di entrambe le versioni) decide altrimenti: «Sei congedato. In eterno.» Scusate, mi è caduta una lacrima sulla tastiera…
Poi la donna chiede a J.C. dove sia finito il sergente, e J.C. risponde «Around», intorno, perché l’ha appena trebbiato. Il miglior doppiaggio del mondo dice: «Non ci pensare.» Ecco, non pensiamo al doppiaggio italiano e continuiamo a gustarci il film in lingua originale…

E ora, la morale di Dolph

Chiudo con la filosofia di Dolph Lundgren, che così arringa gli allibiti clienti del supermercato dove ha portato a raffreddare i suoi morti commilitoni. Qui addirittura il doppiaggio, probabilmente senza saperlo, migliora il testo.

I’m fighting this thing, man.
It’s like kick ass or kiss ass.
And I’m busting heads.
It’s the only way
to win this fucking war.
Io combatto questa guerra
e i culi vanno presi a calci o vanno baciati.
E io li prendo a calci.
È il solo modo di vincerla
questa cazzo di guerra.

Hai cinque secondi per toglierti quel cazzo di cappello…

L.

amazon

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Arti Marziali, Fantascienza | Contrassegnato , , , , , , | 18 commenti

Guida TV in chiaro 8-10 dicembre 2017

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

Continua a leggere

Pubblicato in Senza categoria | 9 commenti

Terminal Rush (1996) Combattimento finale

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
Giusto il tempo di ricordare che il film è uscito in rarissime edizioni VHS Minerva Video e Number One Video, e personalmente l’ho visto in un passaggio su DuelTV fra ’99 e Duemila, ai tempi d’oro in cui Mediaset trasmetteva ancora il suo repertorio di filmacci d’azione anni Novanta.
L.

Perversione: allontanamento, deviazione dalle norme generalmente riconosciute, in particolare in ambito morale e sociale. Chi, come il sottoscritto, adora il cinema di azione rigorosamente vintage e, altresì, trash, questa definizione se la sente pulsare nelle vene. Diciamolo. Non solo: ne vorrebbe sempre di più. Di pellicole morbosamente perverse, intendo. E così la fantasia vola verso un film che abbia come protagonisti Hulk Hogan e Ultimate Warrior con dialoghi livello grugnito. O anche un Dennis Rodman vs Mr. T che causerebbe attacchi epilettici agli stilisti di mezzo mondo. O, perché no, una tragicomica disfida tra Don “The Dragon” Wilson e Roddy Piper. Come dite? Quest’ultima perversione ha un riscontro nella realtà? Ebbene sì. Vi presento Combattimento finale; e lo presento pure al sottoscritto visto che, a mio rischio e pericolo, me lo guardo.

Inizio barboso con voli di aeroplani, esplosioni causate da aeroplani e generali che parlano di sofisticati aeroplani. Mah. Il disagio aumenta quando vediamo campeggiare un’immagine di Bill Clinton con espressione garrula post trattamento Lewinsky. Comunque, in questo film anche le rotoballe sono rinsecchite e lo interpreto come un funesto presagio. L’entrata in scena di Don Wilson, a proposito di funesti presagi, è a dir poco patetica: in un bar, dei gaglioffi, chiaramente senza motivo, se la “spassano” con una cameriera tirandole addosso le freccette, prendendola a calci e spalmandole il viso sul cibo caduto per terra. Per rendere provvidenziale l’arrivo del nostro, nelle vesti del vice sceriffo Harper, era sufficiente anche meno. Molto meno.
Oltretutto, quando mena i malintenzionati, lo fa con movenze talmente anchilosate da far pensare che il giorno prima fosse ingessato in un letto d’ospedale. E poco dopo, allorché la moglie gli comunica che aspetta un figlio, fa la stessa espressione di chi si è ricordato di aver lasciato l’auto in divieto di sosta; picchia male, recita peggio… più che un dragone mi pare un ramarro.

Intanto, mentre il protagonista appesta il lungometraggio, dei terroristi prendono possesso di una diga e chiedono un riscatto: uno dei loro leader, tale Bartel, ha un ridicolo trucco nero stile mascherina sugli occhi. Oddio, è Roddy Piper: qui si va oltre la più rosea delle perversioni. Superato lo shock, constatiamo che lo scozzese cattivo ha, tra gli ostaggi, il padre del vice sceriffo e questi, conoscendo un tunnel d’ingresso nell’edificio, parte per una missione eroica solo soletto: mi verrebbe da chiedermi perché non ci vada con i rinforzi ma, diamine, trattasi di un film di Don Wilson, perché dovrei attenermi al sensato principio di causa-effetto o a tutto ciò che riguarda la logica? Uno dei malfattori dice pure «È probabile che facciano una mossa stupida, ora»: al dragone saranno fischiate le orecchie.

Un minuto di raccoglimento per Roddy Piper…

Segue una lunga fase in cui il protagonista si intrufola nel covo nemico, badare bene, cogliendo di sorpresa le guardie, una per volta e con poco più di una mossa. Va capito, il regista: fulgidi atleti come Wilson sono da centellinare con parsimonia affinché l’umanità ne possa godere più a lungo possibile. Ma per piacere. Contemporaneamente il genitore del suddetto, in seguito ad una normale richiesta, viene picchiato selvaggiamente: così, giusto per ribadire che i cattivi sono “cattiverrimi” e che, nel cinema perverso, non sono le colpe dei padri a ricadere sui figli bensì viceversa. Purtroppo.

Cento ore di raccoglimento per Roddy Piper

Per fortuna Piper ci regala qualche sporadica soddisfazione come quando prende a “bazookate” i sopraggiunti buoni e, fieramente, dichiara «È meglio del sesso». Sussistono pochi dubbi su chi, in tale pellicola, si meriti il mio tifo spassionato. In attesa di schierarmi tra gli ultras del wrestler col kilt, il mio stupefatto poffarbacco va ad un amico del Don che lo tradisce e che si giustifica con le seguenti parole «Sono dislessico, non sono scemo». Io qualche dubbio lo serbo.
E lo serbo pure sul fatto che gli aerei citati all’inizio c’entrino qualcosa col resto del film (se non tirandoli “per i capelli” in un finale davvero superfluo). Anche la resa dei conti tra i nostri due eroi è ovviamente deludente rassomigliando più a una zuffa tra due metalmeccanici alticci. Volevo le perversioni? Eccomi servito.

Mi sento come uno che ha sfogato la sua voglia di mangiare al giapponese abbuffandosi vergognosamente e che, preso dalla nausea, decide di non tornarci per un bel po’. Dunque: basta giapponese. E basta perversioni troppo spinte. Sennò, qui, ci rimetto di salute.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

– Altri post di Willy l’Orbo:

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Action | Contrassegnato , , , , | 25 commenti