The Crow 0 (1989) Un sorriso triste e malvagio

È tutta colpa di Cassidy, che il 19 febbraio scorso ha ospitato il Quinto Moro sulla Bara Volante a parlare de Il Corvo (1994): questi i nomi dei due angeli oscuri (o corvi?) che mi hanno spinto a studiare qualcosa che ho sempre volutamente ignorato da 25 anni, cioè l’universo narrativo di The Crow.

Dopo tutto questo tempo posso confessarlo, che tanto c’è la prescrizione (finché dura): quando all’epoca ho visto il film di Brandon Lee mi sono annoiato a morte. Ecco, l’ho detto!
Da allora ho rigettato tutte le opere che portavano quel marchio, ma è giunto il momento di capire. Capire perché non è mi è piaciuto il film. Capire da dove nasca il mito del Corvo. Capire insomma… perché Gesù ha pianto…


Anno 1978. James O’Barr ha diciott’anni quando vede la propria ragazza venire investita ed uccisa da un ubriaco al volante. E questo cambia tutta la sua vita.

«Ti amo così tanto che mi fa paura.»
Shelly, fidanzata di Eric

Per rimettere insieme i cocci della sua vita e per trovare sfogo alla rabbia e al dolore che gli spaccano il petto inizia a scrivere e disegnare, mentre intanto si arruola fra i marine: di stanza in Germania, all’incirca nel 1980, scrive le prime quaranta pagine di un fumetto cupo che ci vorranno anni perché qualcuno sia disposto anche solo a prendere in considerazione.
Dal 1981 infatti O’Barr inizia a portare la tragica e violenta storia del suo protagonista Eric – con il corpo di Iggy Pop e la testa di Peter Murphy dei Bauhaus, stando alle dichiarazioni dell’autore – sulla scrivania di tutte le principali case fumettistiche: nessuna è interessata. Alla fine l’unica che rimane colpita dal lavoro è la Caliber Press di Detroit (città natale di O’Barr), che mette The Crow in programma per il 1988.

«Chi ti vedo? Un vampiro alto due metri, sembrava Dracula, camminava lungo il corridoio… Nero dalla testa ai piedi, la pelle bianca come cenere ed i capelli dritti come spighe di grano. La cosa strana era che tutti i gatti del palazzo lo seguivano come fosse un fantasma…»
Un testimone oculare di Eric

Nel gennaio 1989 chi avesse sfogliato le pagine del primo numero della rivista a fumetti “Caliber Presents” – mensile che pubblicizzava testate della casa con brevi storie inedite – a pagina 7 avrebbe trovato un ladro pelato con un Toshiba sotto il braccio, che si scontra con un oscuro figuro dallo strano sorriso.

«Conosco il dolore a livello molecolare, è attaccato ai miei atomi, mi canta usando lettere di paura. Io sono l’uomo che bolle [I am the Boiling Man]»

Così si presenta Eric nella traduzione italiana del 1994 (edizione che vedremo più avanti). Otto pagine a mo’ di “numero zero” per presentare un personaggio misterioso di cui capiamo solo che è pronto ad una feroce vendetta. «Dica loro che sto arrivando, sig. Jones»: la violenza è arrivata in città, e ha una faccia bianca.

«Possa Dio garantirti la pietà che io non ho avuto.»
Eric

La storia è semplice, lineare, addirittura banale: qui è la sua forza. O’Barr ha ambizioni poetico-liriche, non narrative: preferisce infarcire il miscuglio grafico del fumetto – in cui ad ogni pagina si passa dalle chine agli acquarelli con grande facilità, così come da un realismo ossessivo ad esplosioni metafisiche di inchiostro – con parole poetiche o canzoni che dir si voglia: non mostra alcun interesse a cercare una trama più complessa o degli intrecci anche solo meno scontati di come sembrano. E, ripeto, è qui la sua forza.

«Ho alleati in Paradiso e amici all’inferno: salutali per me.»
Eric

Nel primo numero un uomo misterioso, vestito da gothic-rockstar, arriva dal nulla e comincia a massacrare teppisti e feccia umana che infesta una città che non sembra avere altri abitanti; nel secondo numero sapremo che l’uomo si sta vendicando dei criminali che hanno ucciso lui e stuprato la sua ragazza Shelly; nel terzo numero sarà la macelleria totale, l’ultimo atto di un’anima dannata prima di poter tornare dal nulla da cui è venuto. Solo.

«So perché Gesù pianse.»
Eric

Il fumetto è arrivato troppo tardi in Italia perché lo potessi apprezzare (all’epoca in pratica non leggevo quasi più fumetti), perché lo stile di O’Barr mi ricorda da vicino le migliori storie del Punitore degli stessi anni: crudeli bianchi e neri senza un briciolo di speranza, in cui l’intero mondo era fatto di criminali di diversa fattura e Frank Castle era l’Angelo Sterminatore e Misericordioso: non portava giustizia né vendetta… portava la punizione.

Dal Duemila purtroppo Castle viene identificato con quel personaggio completamente reinventato da Garth Ennis, e con quella roba assurda che la Marvel ha pubblicato negli ultimi dieci anni: il mio Punitore era il Corvo, e non lo sapevo. Non mi stupirebbe scoprire che quando la Marvel ha letto il fumetto di O’Barr si è resa conto di aver fatto un errore a non pubblicare quell’autore, ed ha subito provveduto: le storie che leggevo da ragazzo, scritte appunto intorno al 1989, erano troppo simili allo stile del Corvo di O’Barr perché fosse un caso.

Il Punitore Oscuro è arrivato in città

Eric e Frank nel 1989 sono due facce della stessa medaglia, due risposte alla stessa domanda: come reagisci davanti alla crudeltà di questo mondo umano? Scendi dalla Croce e finisci nel fango, a rispondere al dolore una cartuccia alla volta.

«Gesù Cristo entra in un albergo, porge tre chiodi all’albergatore e chiede: “puoi sistemarmi per la notte?”»
Eric

Il successo e il passa-parola sono veloci, così la Tundra Publishing acquista i diritti della serie e la ristampa in tre volumi, i quali amplificano il successo fra i lettori: non passa molto prima che Hollywood veda delle potenzialità in quell’uomo nero dal sorriso triste e malvagio.

«Triste perché sono definitivamente solo; malvagio perché sono morto eppur vivo ancora.»
Eric

Nata l’idea di portare Eric al cinema, O’Barr viene invitato a Los Angeles dove una casa gli espone il progetto: un musical intitolato The Crow con Michael Jackson protagonista. L’autore sbianca più di Eric, ma per fortuna poi il progetto cambia in corsa, e diventa un adattamento fedele del fumetto (come vedremo la prossima settimana). O’Barr tenta di dire la sua nella sceneggiatura ma non è facile, comunque alla fine si dice soddisfatto dell’adattamento filmico.

«Il dolore che ha provato James O’Barr vive attraverso il personaggio a cui ha dato vita. Posso usare ciò che lui ha provato per dare spessore al mio Eric Draven.»
Brandon Lee


Il 25 settembre 1994 il film Il Corvo esce nei cinema italiani e subito dopo, con la data di ottobre, esce in edicola il primo numero del fumetto originale di James O’Barr. A presentarlo è la romana General Press, “figlia” della MagicPress.

Nell’introduzione Francesco Cinquemani e Pasquale Ruggiero (quest’ultimo anche traduttore, insieme a Giovanni Tarquini) si dicono felici di presentare un fumetto così anomalo nel panorama americano.

«O’Barr, quando ha iniziato a realizzare il Corvo era un uomo finito. La ragazza che stava per sposare era morta, investita da un camion, il colpevole non era stato trovato, e lui si era lentamente lasciato morire.

Il Corvo rappresenta il suo riscatto, la catarsi, è uno struggente atto d’amore, nei riguardi di una persona cara che si è persa per sempre.»

La pubblicazione, uscita insieme al numero zero, ha subito un successo insperato, visto l’entusiasmo con cui i due ringraziano i lettori dal secondo numero, nel novembre 1994. «Grazie a tutti per l’accoglienza che ci avete riservato, in quanto, a dire il vero, non ci aspettavamo un simile successo.»

Anche il pubblico italiano si innamora di Eric

Nel dicembre successivo, in occasione del terzo ed ultimo numero, prende la parola l’editore Mario Romano che ringrazia i lettori «dell’entusiasmo dimostrato con migliaia di lettere e telefonate. Tutto questo ha permesso di realizzare una serie di avvenimenti», fra cui una mostra nella Capitale – presso il mio amato Palazzo delle Esposizioni – che dal 17 dicembre 1994 all’8 gennaio 1995 non solo presenta «una mostra di tavole originali de Il Corvo» ma addirittura permette a James O’Barr in persona di incontrare i lettori italiani.

Probabilmente è in questa occasione che l’autore viene intervistato da Massimo F. Lavagnini, il cui testo appare in lingua inglese su “Draculina” n. 23 (luglio 1995): facile sia apparso anche in Italia, ma non sono riuscito a capire dove.

da sinistra: James O’Barr e Massimo F. Lavagnini (foto di Brigida Costa)


Ho letto d’un sol boccone e molto amato questo fumetto, oscuro e disperato a tal punto da far passare in secondo piano il fatto che praticamente non abbia né trama né personaggi: non ne ha bisogno, evoca in noi quel dolore che tutti abbiamo provato, in una forma o in un’altra, a vari livelli di intensità, e gioca con quello. E poi, come detto, Eric mi ricorda il Punitore che leggevo da ragazzo, il giustiziere oscuro che viveva in un mondo desolato e senza speranza, rigorosamente in bianco e nero, e che uccideva chi meritava di morire. E bene o male tutti meritano di morire…

Riuscirà il film, che rivedrò per la prima volta dopo 25 anni, a darmi le stesse emozioni? Lo scopriremo fra una settimana.


Fonti

  • Massimo F. Lavagnini, Jams O’Barr Interview, da “Draculina” n. 23 (luglio 1995)
  • William Wilson Goodson jr., The Crow, da “Imagi Movies”, volume 1, n. 4 (estate 1994)

L.

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[Asylum] Evil Eyes (2004) Baldwin vs Udo Kier

Quando Adam Baldwin e Udo Kier ti guardano da un DVD delle prime bancarelle del 2020, non ti domandi neanche che film sia: spendi un euro e te lo porti via!

Non ce la faccio proprio a considerare Evil Eyes un film, diciamo che è una roba amatoriale con due attori noti nel cast. Secondo IMDb esce nell’agosto 2004 in patria e nell’agosto 2005 in Italia: non ho trovato conferma, per l’edizione italiana. L’unica cosa certa è che la EP Production di Enrico Pinocci lo porta nel raro DVD senza data che ho trovato sulle citate bancarelle.

Stando a FilmTV.it l’unico passaggio televisivo noto risale al 5 gennaio 2013 su RaiMovie.

Addirittura una grafica accattivante, per un film che non è un film

Anche le grandi case di serie Z hanno cominciato da piccole. Ve la ricordate la Asylum? Oggi se ne parla di meno rispetto a qualche anno fa, quando la Minerva Pictures (ora Dynit Minerva) ha invaso le nostre videoteche di suoi titoli, che poi i canali televisivi (anche a pagamento) hanno fatto a botte per replicare. Un’ondata di liquame Z che ora sembra essersi ritirata, lasciando il passo a case come CineTelFilms e MarVista, autentiche regine dei palinsesti attuali.

Nel 2004 The Asylum non era ancora il marchio di grande richiamo che sarebbe stato negli anni successivi, grazie ai filmacci con bestiacce, ma stava prendendo una rincorsa di tutto rispetto verso la Z. Per esempio dando spazio a Mark Atkins, regista e direttore della fotografia che in pratica esordisce con questo film e da allora non si è più fermato nella sua opera di creazione di filmacci. Di suo mi piace ricordare Sand Sharks (2012), Android Cop (2014) e Planet of the Sharks (2016).

Pronto? Come? Sì, sono Baldwin, ma non sono parente…

Quanto doveva passarsela male Adam Baldwin se dopo quel piccolo capolavoro di “Firefly” (2002-2003) ha accettato un film del genere? Va be’, subito dopo ha pure accettato il film-seguito di “Firefly”, Serenity (2005), che nessun essere umano avrebbe dovuto fare, né vedere…
Qui il nostro Adam interpreta Jeff Stenn, uno sceneggiatore di Hollywood che sta vivendo un momento stranissimo della sua carriera: è molto apprezzato, le sue sceneggiature diventano film di successo… ma d’un tratto viene accantonato da tutti e non trova più lavoro. Cos’è successo? Semplice: è l’Effetto Basic Instinct!

Una delle idee geniali del film del 1992 di Paul Verhoeven era che la scrittrice Catherine Woolf (Sharon Stone) veniva indagata perché una morte particolare descritta in uno dei suoi romanzi poi era avvenuta sul serio, nelle esatte modalità descritte. Per la stessa ragione invece il nostro Stenn viene allontanato da Hollywood: le morti di un suo film si sono tutte avverate! Peccato che quella che sembra l’unica forza di questo film venga invece buttata via malamente.

È il momento di rendere reale una sceneggiatura

Naomi L. Selfman sarà l’autrice che ci regalerà Mega Shark vs Crocosaurus (2010) e Mega Python vs Gatoroid (2011), divertimento lineare e cialtrone, ma in questo suo film d’esordio forse ha ambizioni più alte senza però essere in grado di gestirle.

Teoricamente, questa sarebbe la trama: visto che Stenn è stato messo da parte da Hollywood – il motivo non verrà mai detto a chiare parole, ma è perché un vero fatto di sangue è così uguale ad una sua sceneggiatura che i produttori si sono spaventati – si ritrova costretto ad accettare la proposta del luciferino George (il sempre perfetto Udo Kier) di scrivere un film ispirato all’attività di un vero serial killer. Studiando il materiale che gli viene consegnato, Stenn ha robe che non si sa se sono allucinazioni, ricordi, previsioni o altro: comunque si convince di essere il figlio del serial killer di cui dovrebbe scrivere, sentendo anche la spinta a ripeterne le gesta. Ma in anticipo!

Io vedo gli attori falliti!

Tutto quello che ho scritto l’ho solo desunto da vaghi indizi, perché la sceneggiatura di questo film è delirio puro, senza capo né coda, un mucchio di immagini buttate a casaccio con personaggi che dicono e fanno robe al di là di qualsiasi logica: ipotizzo addirittura un guasto del DVD per cui il montaggio delle scene ne risulta sballato.
Non si capisce quali siano i ricordi del passato e le visioni del futuro, ma forse questo è voluto, perché dovremmo provare empatia per il povero Stenn, il cui mondo va in pezzi e a forza di scrivere si rende conto… che sta scrivendo la sua stessa vita! Tanto che si giunge al punto che né noi né lui sa dire se ciò che appare sia il suo film o la sua vita.

SPOILER. In un colpo di scena raffazzonato scopriremo che non è Stenn il “vero” colpevole, bensì l’insospettata moglie: perché però i “poteri” della donna facessero avverare ciò che scriveva il marito non è spiegato… FINE SPOILER.

Voglio fare un film schifoso che parla di un film schifoso, magari con Udo Kier

L’idea è intrigante ma l’esecuzione è drammaticamente pessima, con una regia squinternata che vaga di qua e di là senza mai far capire una mazza allo spettatore.

La nota positiva è che la storia e la regia sono così brutte che i due attori protagonisti svettano su tutto: il contrasto fra la cialtronaggine del film e la loro grande prova recitativa è palese. Udo è storicamente condannato alla Z, ma speriamo che qualcuno riesca a salvare il soldato Adam Baldwin…

L.

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A Twist of Faith (1999) La mente perversa di Ironside

Continuano i festeggiamenti per i 70 anni di Michael Ironside: dopo “filmoni”, ci sta pure un filmettino.

La neonata Prophecy Entertainment, che si specializza subito in piccoli film di genere, affida all’esordiente Chris Angel la sua unica regia “normale”, prima di dedicarsi ai seguiti in video dell’horror Wishmaster.
A chi la facciamo scrivere la sceneggiatura? Ad un altro esordiente, che peraltro è totalmente estraneo al cinema: l’unica mansione nota di Richard Zywotkiewicz prima di questo film… è l’essere stato assistente personale di David Cronenberg all’epoca di Videodrome (1983)! Mica male come curriculum

Uscito in patria canadese il 28 luglio 1999, arriva in Italia in data ignota grazie ad un DVD Vistarama (Quinto Piano) con il titolo Una mente perversa, mentre FilmTV.it dice che il film è andato è andato in onda su 7Gold dal 29 marzo 2015 con il titolo Un brutto ricordo.
Io l’ho beccato di notte su Canale21 il 14 settembre 2019 con il titolo del DVD.

Bisogna avere fede per considerare questo un film

Il detective Smith (il sempre bravo Andrew McCarthy) non ha fede nella fede, ha visto troppi colleghi morire e ha la figlioletta in ospedale in attesa di trapianto: malgrado la bambina continui a dire di vedere angeli che le parlano, Smith non ha fede nella fede. Anche se dai suoi discorsi il problema è un altro: non ha assolutamente idea di cosa sia la religione, quindi non ha strumenti per decidere se avere fede o meno. Questo però temo sia solo carenza del pessimo sceneggiatore.
Comunque la storia inizia con Smith che deve indagare sul caso di un prete crocifisso, con scritto “metaforone” a caratteri cubitali.

Credo di non credere, e di non avere fede nella fede

Mentre Smith si fa spiegare la religione cattolica dal collega Frankovich (Matthew Laurance), che è ebreo, esce fuori che sul luogo del delitto un registratore lasciato lì apposta contiene la voce dell’assassino, che pronuncia una frase mentre crocifigge la sua vittima.
«Si tam potens es tibi licet extinguere me», immaginate lo stupore con cui l’arguto detective Smith scopre che è latino: pensava fosse Klingon? “Se sei tanto potente mi distruggeresti”, cos’avrà voluto dire? Che grande mistero…
Ma la nebbia diventa fitta quando dopo un po’ viene trovata uccisa una prostituta di nome Mary, e quel volpone del detective Smith ha un’illuminazione: aspetta… ma non c’era una prostituta di nome Mary nella Bibbia? Ammazza che profondità di sceneggiatura!

Cioè… ci sono prostitute nella Bibbia? Mi sa che allora la devo leggere…

A guidare Smith nel mistero misterioso di quell’antico ed arcano scrigno di misteri misteriosi che è la Bibbia, di cui lui ignora tutto tranne che c’è una prostituta di nome Mary – argomento evidentemente a lui caro – arriva Monika Stoeks (Suzy Joachim), che definire un buco di sceneggiatura è farle un complimento. Non si sa cosa sia, sta lì solo a coprire le quota rosa e ad aggiungere un inutile personaggio ad una storia che non sa gestire neanche gli unici due presenti.

Non badate a me, sono solo un buco di sceneggiatura

Visto che dopo dieci minuti di un film su un assassino ancora non è arrivato in scena Michael Ironside, non credo di svelare alcun mistero se do per scontato subito che sia lui l’assassino.

Quando Michael sorride, qualcuno sta per morire…

Ogni minuto che passa il film perde aderenza con la logica, la credibilità o anche solo la plausibilità. Così conosciamo Alexander Hunt (Ironside) che è il più ricco e potente uomo del Paese, malgrado provenga dal nulla: ha bazzicato riformatori e catapecchie abbandonate, tanto da rendere davvero difficile credere ad una scalata al successo così veloce, visto che da ragazzo in pratica era un senzatetto.
Ma lui è Michael Ironside quindi va tutto bene, e rende credibile anche un personaggio palesemente inverosimile.

Mettete in dubbio il fatto che “io posso perché so’ Ironside”?

Nel fatato mondo della mente dello sceneggiatore quello che segue dovrebbe essere un gioco del gatto con il topo, con il “misterioso” assassino – andiamo, l’abbiamo capito tutti chi è! – che semina trappole al detective Smith, che più si avvicina dalla soluzione del caso più si allontana. Purtroppo nel nostro mondo il risultato è solo una serie di frasi dette a casaccio e scene vuote saltuariamente riempite dalla bravura di McCarthy e Ironside, due bravi attori chiamati a ricoprire personaggi posticci e assenti.

Voglio la testa dello sceneggiatore!

Perché dopo essere passato da senzatetto a uomo più ricco del Paese d’un tratto Hunt comincia ad ammazzare la gente in pose bibliche? Non si sa, la storia si gioca la solita vecchia carta del “cattivo controllato che alla fine dà di matto”, un altro momento vergognoso che però Ironside sa riempire con gusto.

Quando Michael guarda così in camera, funziona tutto!

Se non fosse per due bravissimi attori, questo non sarebbe neanche un film. Intendiamoci, continua a non essere un film, ma almeno è un’occasione per vedere i due regalare oro al nulla che sono costretti a recitare. In fondo gran parte del cinema è fatto di questi prodotti televisivi vuoti, e attori professionisti come i due in questione ne hanno fatti a valanga.
So’ boni tutti a fare le faccette davanti ad un panno verde, che poi il computer farà tutto il resto: è quando devi recitare un personaggio ridicolo in un film ridicolo senza sceneggiatura… che esce fuori il dannato talento!

L.

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[Italian Credits] Arma non convenzionale (1990)

Per continuare a festeggiare i trent’anni di Arma non convenzionale (1990) con Dolph Lundgren, ecco i cartelli italiani della pellicola salvati dai santi collezionisti della Rete, prendendoli probabilmente dalla VHS Penta Video del 1993.



L.

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Agents of SHIELDS: Aida, la ginoide androide (2016)

Aida (Mallory Jansen)
(Photo by Eric McCandless/ABC © 2016)

Continua il mio viaggio nella serie televisiva “Agents of S.H.I.E.L.D.” (Marvel), la cui quarta stagione – replicata recentemente su Rai4 – offre molti spunti che Jed Whedon e la moglie-collega Maurissa Tancharoen hanno studiato apposta per stuzzicare diverse mie passioni.

Dell’All-New Ghost Rider di Gabriel Luna ho già parlato su questo blog, mentre su “Non quel Marlowe” ho raccontato la breve citazione libraria di Stephen King, messa (ne sono sicuro) da Whedon solo per farmi fare una nuova puntata della mia rubrica “Books in Movies“.

È il momento di parlare del “bersaglio grosso”, di una delle mie passioni più cocenti da quell’8 marzo 2015 in cui ho festeggiato la donna… artificiale, pubblicando il mio saggio Gynoid. A forma di donna. In questi anni ulteriori ricerche hanno portato a molto altro materiale, prima o poi aggiornerò il saggio, ma il succo rimane sempre lo stesso, al di là dei media, delle epoche e degli autori: la donna artificiale incarna sempre le paure degli autori maschi che la creano.


Aida,
la ginoide androide

«Non ha mai visto i film degli anni Ottanta?
I robot attaccano sempre!»
“Yo-Yo” Rodriguez,
Agents of S.H.I.E.L.D.

Sin dal primo episodio della quarta stagione (12 ottobre 2016) scopriamo che il personaggio di Holden Radcliffe (il bravo attore britannico John Hannah, che nelle produzioni americane fa sempre ruoli “strani”) ha trasferito un’intelligenza artificiale in un corpo umano, ovviamente quello di una donna giovane, magra e bella: non si può certo andare contro una tradizione secolare che vede donne artificiali affascinanti. Nasce così Aida (pronunciato Èida), magistralmente interpretata dall’australiana Mallory Jansen.

Tipica forma umana di un’intelligenza artificiale (Photo by Eric McCandless/ABC © 2016)

«Ho pensato che sarebbe figo essere ingaggiata come robot», commenta l’attrice nel saggio Season Four Declassified (2017) di Troy Benjamin:

«Tutto è molto fluido, molto preciso. Quando lei guarda qualcuno mette a fuoco intensamente. Quando si muove lo fa in modo efficiente. Non si gratta, non si aggiusta i capelli, non compie cioè quel tipo di movimenti umani. Ho dovuto imparare a rimanere estremamente ferma, ma ci sono anche parecchie scene d’azione: mi sono ritrovata delle sbucciature inaspettate».

Quello che subito mi preme sottolineare è come il personaggio viene chiamato: androide.

Non è questa la sede per dilungarmi, il succo è che le donne artificiali in pratica non esistono prima dell’Ottocento e saranno sempre in nettissima minoranza; nello stesso periodo è diventato di pubblico dominio il termine “androide” (andr-, “uomo”, oid, “a forma di”) per indicare qualsiasi oggetto che assomigliasse ad un uomo: le donne artificiale erano così rare che a nessuno venne in mente di creare un nome per loro. Il neutro robot funzionò bene nei primi del Novecento, quando si spolverò una vecchia parola che significava “servo della gleba” per indicare un “lavoratore artificiale”, e solamente sul finire degli anni Settanta Isaac Asimov propose gynoid, perfetta versione femminile di android: da gyn-, “donna”, oid, “a forma di”. Nessuno sembrò ascoltarlo e solamente al 1984 si fa risalire il primo uso di gynoid in un romanzo.
Nel corso di due secoli sono state tante le proposte per definire quelle poche donne artificiali che hanno arricchito la narrativa occidentale, ma nessuna di queste ha attecchito. La narrativa anglofona ignora qualsiasi processo logico e storico, così quando il capitano Kirk seduce e bacia una donna artificiale, negli anni Sessanta, non si sente sminuito nella propria sessualità a chiamarla androide, cioè “uomo artificiale”.

Quarant’anni di errori e sfondoni lessicali non hanno fatto che convincere gli americani: gli unici modi per chiamare le donne artificiali sono quelli sbagliati. Così se valanghe di autori auto-pubblicati raccontano storie di fembot (termine nato negli anni Settanta de “La donna bionica” e reso celebre vent’anni dopo da Austin Powers), per il cinema una donna artificiale (gynoid) rimarrà sempre un uomo artificiale (android).

Lo scienziato che creò una ginoide chiamandola androide (Photo by Eric McCandless/ABC © 2016)

«Tecnicamente parlando, non è un robot: è un’androide». Semmai qualcuno potesse avere dubbi e pensare ad un errore, negli episodi di “Agents of S.H.I.E.L.D.” Jed Whedon attraverso lo scienziato Radcliffe specifica subito: non stiamo usando a casaccio un termine che palesemente non abbiamo neanche controllato sul dizionario, stiamo coscientemente sparando cazzate puntando sul fatto che farlo in modo deciso convincerà il pubblico che abbiamo ragione.
Se già la sua affermazione («she’s an android») non bastasse da sola, l’assurdità arriva quando Radcliffe si pente d’aver creato un essere artificiale troppo potente e quindi incontrollabile, ed esclama sconvolto: «È colpa mia: non è altro che la hubris che mi ha spinto a crearla». Quindi ha un linguaggio così ricercato da citare un termine greco che sta per “tracotanza”, ma ignora che nella stessa lingua greca la desinenza  andr- si riferisce esclusivamente a tutto cioè che è maschile? Radcliffe è uno che ha la hubris di andare dall’andrologo e pensare sia un dottore per androidi…

Non è cattiva… l’hanno costruita così! (Photo by Jennifer Clasen/ABC © 2017)

Aida sarà vittima del destino di quasi tutte le donne artificiali che l’hanno preceduta: incarnare le paure dei maschi che le hanno create. Perciò per vari motivi acquisisce un’autocoscienza che la spinge a liberarsi del controllo di Radcliffe (forse) e in generale a perseguire il male, diventando in seguito Madame Hydra.
La donna libera è un problema profondo, per l’uomo, l’abbiamo visto nel ciclo sulle Jungle Girl: è assolutamente inconcepibile un film in cui una donna sia libera di scegliere se rimanersene per conto suo nella giungla, deve per forza tornare alla “civiltà” sotto la protezione di un uomo. Lo stesso rapporto è quello che spinge le donne robotiche ad essere indipendenti attraverso il male… così che nessuna eventuale lettrice o spettatrice si metta in testa idee strane!


Citazioni robotiche

Un fenomeno che è solo vagamente accennato durante le prime puntate della quarta stagione raggiunge l’apice apicale ed apicoso nell’episodio 4×09: una dose letale di citazionismo robotico da nerdgasm (orgasmo nerd!) che trascende da qualsiasi buon gusto. È come se Whedon avesse starnutito anni Ottanta sul copione…
Forse un miglior dosaggio sarebbe stato più gradevole, visto poi che “Agents of S.H.I.E.L.D.” sta parlando ad una generazione che ignora siano mai esistiti gli anni Ottanta, al di fuori del falso storico inventato da serie e film del Duemila.

Mack (Henry Simmons) e “Yo-Yo” (Natalia Cordova-Buckley): citatori ad oltranza
(Photo by Jennifer Clasen/ABC © 2016)

«Quello non è una “lei”: è un maledetto robot!» A parlare con tono sferzante è l’agente Mack (Henry Simmons), personaggio incaricato di umorismo metanarrativo e di vomitare anni Ottanta per tutta la puntata.

«Che diavolo vi prende, teste di legno [chuckleheads]? Da quanto tempo è che non vi guardate un film? I robot attaccano sempre!»

La previsione di Mack («The robots always attack») si rivela ovviamente vera, Aida si ribella e appena scatta la situazione d’emergenza… Mack ha licenza di citare.

«Non stiamo mica parlando di Numero 5, ma di un robot assassino e sanguinario.»

Il riferimento a Numero 5 (Johnny 5) è un richiamo a Corto Circuito (1986), cioè ad un robot simpatico e amichevole, che fa da contraltare alla pericolosità di Aida: «murder-bot on the loose», tanto per creare un’altra parola (come se ne mancassero).

«Se la prendiamo, ci darà qualche assurda spiegazione alla Roy Batty».

E vai con Blade Runner (1982), il cui lirismo del citato replicante viene definito da Mack «crazy-ass explanation».

«Non ci sarà difficile trovare la sua bella amante robotica.»

Stavolta il doppiaggio italiano manca il segno, perché in effetti era davvero un azzardo tradurre la frase con «trovare la sua donna esplosiva». Siamo sicuri che ci siano abbastanza italiani ferrati negli anni Ottanta come sembrano esserlo gli americani? Mack infatti dice «your beautiful “Weird Science” sex-bot», un gioco di parole (fra sex-bot, “robot sessuale”, e sexpot, cioè “donna molto disponibile”) che cita il film La donna esplosiva (Weird Science, 1985) con la celebre modella Kelly LeBrock creata al computer da due brufolosi collegiali.

«Ecco, lo sapete? È proprio così che finisce Il tagliaerbe

Grave passo falso di Mack, non solo perché cita un film degli anni Novanta, ma perché il Jobe de Il tagliaerbe (The Lawnmower Man, 1992) non c’entra niente con la robotica, essendo legato al software della realtà virtuale (all’epoca appena diventato noto al pubblico).
Per fortuna Mack ha una spalla perfetta in “Yo-Yo” Rodriguez (Natalia Cordova-Buckley), per ineguagliabili duetti cinefili:

Yo-Yo: «Bisogna far vedere a Radcliffe tutti i film di Terminator
Mack: «Anche Salvation
Yo-Yo: «Se l’è voluto lui!»

Povero Termnator: Salvation (2009), usato come tortura per scienziati tracotanti: e pensare che è decisamente migliore rispetto agli inguardabili Terminator successivi…

«Vuole farci vivere delle scene alla Brivido, a quanto pare.»

Il nostro Mack torna agli anni Ottanta, mettendo in crisi il doppiaggio italiano. «She did not just go all “Maximum Overdrive” on us» in effetti non saprei come tradurla senza perdere il titolo italiano del film Brivido (Maximum Overdrive, 1986): visto però che si vedono macchine che attaccano i protagonisti, la citazione è comunque chiara.

Come il cinema anni Ottanta ci ha insegnato, quando il buono ferma il cattivo deve sempre dire una frase ad effetto, così Mack non può esimersi dal compito: appena tagliata la testa ad Aida, se ne esce con «Titoli di coda» (Roll Credits). Visto quanti film ha citato, è una frase che ci sta tutta.

«Quando Tarzan non sa più che dire… Cita!» (cit. non “quel” Marlowe)

Non so se davvero i giovani spettatori di questa serie conoscano così bene i film citati, ma è chiaro che la cultura robotica percepita come di grande richiamo sia quella cinematografica, quando invece è quella letteraria ad aver costruito il mito dei robot.

Sicuramente in “Agents of S.H.I.E.L.D.” ci saranno altre tematiche robotiche ed altre citazioni, visto però che è stata una sofferenza seguire già solo le poche puntate del ciclo di Ghost Rider non ho alcuna voglia di proseguire. Nel caso, fatemi sapere.


Fonti

L.

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Total Recall 4. Un canadese su Marte (1)

Come abbiamo visto, per diverso tempo Ronald Shusett è andato a bussare alle porte dei produttori di Hollywood con in mano un copione (ogni volta diverso) basato su un racconto di Philip K. Dick, ma le notizie su cosa sia successo fra il 1979 dell’uscita di Alien al cinema – evento fondamentale, perché dava al produttore l’autorità di parlare con le grandi case – e il 1982 dell’arrivo in scena del Dino nostrano sono molto vaghe.

Stando alle dichiarazioni rilasciate da Ron stesso a Will Murray (“Starlog” n. 159, ottobre 1990), fra il 1979 e il 1980 vengono contattate case come la Avco-Embassy (che quel 1980 presenta The Fog di John Carpenter) e la MGM, ma sono notizie vaghe. Dalla biografia di Philip Dick firmata da Lawrence Sutin sappiamo che nel settembre 1981 – meno di cinque mesi prima della sua morte – lo scrittore ha ricevuto dall’amica attrice Mary Wilson la voce per cui la Walt Disney sembrava interessata a produrre un film dal titolo Total Recall: stando alle dichiarazioni di Shusett, nella citata intervista, «la Disney l’ha tenuto per un anno, ma non ha funzionato: abbiamo avuto divergenze creative [creative disputes]», termine vago utilizzato di solito per indicare quando gli autori rompono così tanto l’anima alla casa produttrice che questa li manda a spasso. Infatti continua Ron:

«Io avevo il diritto di approvazione sulle modifiche al copione e non credevo nella versione che stavano progettando. Ce ne siamo andati prima che il progetto partisse per davvero.»

Ce ne siamo andati chi? Lui e Dan O’Bannon? Non è chiaro. Solo nel 1982 viene data per certa l’entrata in scena della DEG: De Laurentiis Entertaintment Group, il nuovo nome con cui il nostro Dino si sta riciclando nel cinema, e che inizierà la sua (breve) vita con Amityville III (1983). Va infatti specificato che questa casa non è la Dino De Laurentiis Company, che dopo King Kong (1976) ha “conquistato” l’America – con fra l’altro i due film su Conan e quello che ha distrutto Red Sonja – bensì la sua “sorella” che fallirà intorno al 1988. C’è sempre Dino, dietro, ma è importante notare che del progetto Total Recall si interessa la casa minore, o comunque neonata. Racconta Ron di quel periodo:

«Avevamo un ottimo rapporto personale [io e Dino] ma molte volte temevo che sarebbe stato un disastro: Dino aveva idee in cui io non credevo, era sempre pronto ad esagerare e ad andare fuori dai binari.»

Curioso che Shusett si sia accorto solo ora della caratteristica principale del produttore italiano: gli sarebbe bastato leggere quanto scrivevano i giornali di cinema già dal 1976 per rendersi conto che il gusto iperbolico ed esplosivo di Dino non era certo un segreto. Ma il problema era che De Laurentiis ad un certo punto… la spara davvero grossa.

«Una delle cose su cui insisteva maggiormente era cancellare Marte dalla storia: ma l’intero film parlava di un tizio che va su Marte! Ciò che rendeva spettacolare e unica la storia era che va su Marte! Per cinque dei sette anni in cui Dino ha avuto in mano il progetto ha costantemente cercato di togliere di mezzo Marte. Ma non poteva, perché quel particolare era nel mio contratto, perciò ogni volta che ci provava dovevo minacciare di esercitare i miei diritti contrattuali per annullare il film.»

Stando a queste parole di Ron e alle dichiarazioni di Dan O’Bannon del 2007 (citate nel precedente capitolo), in questi primi anni Ottanta la sceneggiatura è un minestrone in continuo cambiamento, mentre stando al solo Ron il terzo atto proprio non convince Dino, ma questo non è un problema. Il produttore italiano ha sotto mano una giovane promessa a cui affidare la regia del progetto e, già che c’è, anche la sceneggiatura: un giovane talento che potrebbe anche diventare famoso. Un certo David Cronenberg.


Un canadese su Marte

(parte prima)

Forse film come Rabid (1977) e Brood (1979) erano noti ai cinefili dell’epoca, ma è innegabile che il successo del vasto pubblico arriva per il regista di Toronto con l’uscita, anzi l’esplosione di Scanners (1981): da quel momento bisogna passare le giornate con le orecchie tappate per non venire a conoscenza di David Cronenberg.

Mentre nel febbraio 1983 esce il suo Videodrome, un altro prodotto “personale”, intanto Dino De Laurentiis ha agguantato il giovane talento e gli ha fatto girare un film più generico: riuscirà il regista a brillare anche con una storia meno “intima”? Il 21 ottobre 1983 esce nei cinema canadesi ed americani La zona morta, tratto da un romanzo di Stephen King, e il successo è confermato: all’età di quarant’anni Cronenberg è appena diventato un maestro del cinema. In mano sua Total Recall brillerà più di una stella marziana.

Uscito nell’agosto 1986 quello che non esito a definire probabilmente il più grande capolavoro del regista, La Mosca, subito il giornalista Anthony Timpone si presenta a Cronenberg e lo intervista a lungo, pubblicando un articolo in due parti su “Fangoria” e un altro su “Starlog”, entrambi nel settembre 1986. Inevitabile che si finisca a parlare del progetto che, a quell’epoca, tutti sanno essere ormai deragliato: ecco cosa appare su “Starlog”:

«Il primo terzo del copione di Total Recall era fantastico. Ora quella sceneggiatura è una leggenda, avendo girato per anni. Quel primo terzo era brillante, seguito però da un secondo terzo mediocre e un pessimo finale. Era così quando l’ho trovato, ho cercato di rendere la seconda e la terza parte buone come la prima: pensavo di esserci riuscito ma Dino a quanto pare non era d’accordo. Sono cose che succedono.»

Sappiamo di più da “Fangoria”:

«Ho passato 14 mesi su Total Recall, non solo a riscriverlo ma anche ad andare in Italia, nello splendido studio di Dino a lavorare con un bravissimo production designer [Ron Miller, come vedremo. Nota etrusca]. È davvero triste che poi non si sia fatto nulla, ma alla fine io, Dino e lo sceneggiatore-produttore Ronald Shusett ci siamo fermati. Loro non volevano fare il mio film, ed io non volevo fare il loro. È un peccato che ci siano voluti 14 mesi per scoprire che non stavamo pensando allo stesso film.»

Visto che nell’agosto 1984, intervistato da Kris Gilpin per “The Splatter Times”, O’Bannon dichiara che Cronenberg sta lavorando a Total Recall – e si rifiuta di aiutarlo perché, stando a quanto racconta, Dan è stanco di regalare oro agli ingrati! – quei 14 mesi vanno spalmati fra la metà del 1984 e la fine del 1985: dopo di che il regista è stato chiamato a sostituire Robert Bierman nel progetto The Fly. Bierman ha dovuto interrompere per la tragica morte della figlia, e pare non abbia mai voluto vedere il film diretto poi da Cronenberg, sia per il doloroso ricordo sia perché lui l’aveva pensato in modo diverso. Questo particolare “luttuoso” getta un’ombra anche sul nostro racconto.

Seguendo ancora le dichiarazioni di Ron del 1990, all’abbandono del progetto di Dan O’Bannon – anche se quest’ultimo, l’abbiamo visto, dice di essere stato estromesso – è arrivato Jon Povill, piccolo e molto poco prolifico sceneggiatore il cui nome risulta ancora nei crediti di Total Recall. Diventa però necessario riscrivere completamente la sceneggiatura quando Dino si presenta con l’attore protagonista del film: Richard Dreyfuss. Racconta Ron:

«Abbiamo dovuto creare una versione totalmente nuova del film per Richard Dreyfuss, e l’abbiamo scritta io e David Cronenberg. Abbiamo passato un anno insieme a scrivere e Dreyfuss era contento del risultato, impegnandosi nel progetto. Poi però è morta la madre di Cronenberg e lui ha dovuto mollare tutto. Era in uno stato mentale per cui non se la sentiva di continuare, ed ha abbandonato.»

Che Shusett si sia confuso con l’evento luttuoso di Bierman, che ha perso la figlia? Non sembrano esistere notizie inerenti la pianista Esther Sumberg, madre di Cronenberg, non è chiara la sua data di nascita ed è ignota quella di morte: difficile quindi confermare l’affermazione riportata, ma di sicuro è inaffidabile. Perché il regista canadese racconta una versione dei fatti totalmente diversa (priva di eventi luttuosi) e molto più credibile.

Per i celebri “Cahiers du Cinema”, nell’ottobre 2000 esce una lunga chiacchierata fra Serge Grünberg e Cronenberg, nella quale il canadese ricorda quando si ritrovò in mano la sceneggiatura tratta da Dick.

«All’epoca non ero un fan di Philip K. Dick, lo conoscevo di fama ma avevo smesso di leggere fantascienza quand’ero ragazzino: probabilmente intorno agli anni Cinquanta. Fu allora infatti che iniziai a leggere autori come Burroughs e Nabokov. Perciò mi sono perso l’avvento del regno di Dick come uno dei supremi autori di fantascienza: è stato il copione di Total Recall che Dino mi ha dato ad accendere in me l’interesse per l’autore.

Aveva questo splendido inizio che era puro Philip K. Dick, poi però si perdeva. Ne rimasi intrigato perché sentivo la storia molto vicina, la sentivo buona. E, come ho detto, non avevo preconcetti su Dick.»

Cronenberg dunque passa un anno, fra il 1984 e il 1985, a scrivere e riscrivere la sua personale versione di Total Recall, e lo fa utilizzando un computer Xerox 860 e il relativo programma di scrittura, un word processor. A David Hughes di Tales From Development Hell (2003) racconterà: «Per fortuna avevo un computer, perché buttai giù all’incirca dodici stesure di copione in dodici mesi». Fra parentesi, sul numero di gennaio 1983 di “Playboy” un certo Stephen King si diverte a immaginare i “pericoli” di quella nuova tecnologia utilissima agli scrittori, come anche Cronenberg ha scoperto: esce cioè il racconto “Il word processor degli dei” (The Word Processor), arrivato in Italia nell’antologia “Scheletri” (Sperling 1989). Continua a raccontare il regista:

«Dovevo costantemente litigare con Ron Shusett ed incontrarmi con lui, e poi ad un certo punto mi ritrovai in una stanza piena di gente, con Ron che mi diceva: “Ti rendi conto di cosa hai fatto? Hai scritto la versione di Philip K. Dick della storia”, come se avessi commesso chissà quale terribile errore. Così risposi: “Be’, sì”, e Ron disse: “No, no, noi vogliamo I predatori dell’arca perduta su Marte”. Al che dissi: “Be’, diamine, vorrei aver avuto questa discussione dodici mesi fa: non avremmo sprecato il nostro tempo”.»

Come Ronald Shusett vedeva Total Recall

Come si vede, è una versione del tutto diversa da quella di Shusett, e non solo Ron non scrive con Cronenberg – come invece lui ama affermare – limitandosi a litigarci, ma addirittura non c’è alcuna madre morta: può darsi che il non averla citata sia dovuto al mantenere privata una questione dolorosa, ma in generale questa versione di Cronenberg su come si sia risolto il suo coinvolgimento nel progetto Total Recall risulta molto più credibile, e paradossalmente è confermata da Ron stesso, che intervistato dal citato Hughes nel 2003, a più di dieci anni dalle dichiarazioni di madri morte su “Starlog”, ammette quello che aveva taciuto all’epoca:

«Non volevo qualcosa di serio come Blade Runner, pensavo più al tono di Indiana Jones: magari un po’ meno umoristico, ma di certo più vicino all’approccio di Cronenberg, che è poi quello usato da Spielberg in Minority Report

Come David Cronenberg vedeva Total Recall

Quindi nel 2003 Shusett dichiara che la sceneggiatura che Cronenberg aveva scritto aveva un tono simile a quella dell’appena uscito Minority Report, ma in quei primi anni Ottanta questo non gli andava bene, visto che spingeva in tutt’altra direzione. C’era poi il problema che Richard Dreyfuss non combaciava minimamente con l’eroe delle prime sceneggiature e questo prevedeva una mole tale di cambiamenti che come minimo sarebbe servita un’unità di vedute, invece c’era Cronenberg da una parte, Shusett dall’altra e Dino a peggiorare le cose. Possibile che il produttore italiano si sia poi stupito quando il regista canadese, dopo la citata riunione, si sia presentato da lui per mollare tutto?

«Andai da Dino e gli dissi: “Dino, penso che dobbiamo fermarci perché ovviamente stiamo parlando di due film diversi, e dobbiamo rendercene conto. Io non voglio fare il vostro film e mi sembra chiaro che voi non vogliate fare il mio. Dobbiamo fermarci”. Fu molto razionale ma lo stesso mi disse che mi avrebbe fatto causa. Mi stupì anche solo che gli importasse, ma era come se io e lui avessimo fatto un accordo e… Così alla fine dissi che avrei fatto un altro film per lui. Insomma, era ovvio che volessi lavorare per lui, ma quel progetto chiaramente non era quello giusto.»

Mi piacerebbe completare questa dichiarazione di Cronenberg a Grünberg citando il film che poi i due hanno prodotto insieme, ma non ne ho trovato traccia: probabilmente i due non sono riusciti a mettersi d’accordo prima del fallimento di Dino. Quest’ultimo poi – stando alle dichiarazioni di Cronenberg al citato intervistatore – è tornato da lui a proporgli Total Recall: non sappiamo in che anno, ma è chiaro che Dino si è reso conto che aver dato ragione a Ron e aver perso David è stato un grave errore. Il canadese rifiuta in modo netto: «Per me è morto», dice riferito al progetto del film, e non ha alcuna intenzione di sopportare altri lunghi ed estenuanti litigi con Shusett.

Tirando le somme, cos’ha mai scritto Cronenberg che ha dispiaciuto il cuore avventuroso di Shusett? Il post sarebbe stato troppo lungo: lo vedremo la settimana prossima!

(continua)


Fonti

    • Bill Florence, Total Recall: The Bizzarre Mars of David Cronenberg, da “Cinefantastique”, volume 21, numero 5 (aprile 1991)
    • Kris Gilpin, Return of the Living Dead, da “The Splatter Times” n. 5 (inverno 1984)
    • Serge Grünberg, David Cronenberg, da “Cahiers du Cinema” (ottobre 2000), citato da David Hughes in “Tales From Development Hell” (2003)
    • David Hughes, Tales From Development Hell (2003)
    • Will Murray, Writing “Total Recall”, da “Starlog” n. 159 (ottobre 1990)
    • Lawrence Sutin, Divine Invasions. A Life of Philip K. Dick, Harmony Books, New York, 1989
    • Anthony Timpone, David Cronenberg: Lord of “The Fly” (part two), da “Fangoria” n. 57 (settembre 1986)
    • Anthony Timpone, Cronenberg on “The Fly”, da “Starlog” n. 110 (settembre 1986)

L.

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Guida TV in chiaro 21-23 febbraio 2020

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Dark Angel (1990) Arma non convenzionale

Compie trent’anni un piccolo film con grandi attori, nel senso di “attori fisicamente imponenti”, un prodotto minuscolo che lo stesso ha conquistato subito una base solida di fan. Festeggio l’evento insieme a Cassidy de La Bara Volante, che ha lanciato l’idea.

Minuscole case lo fanno girare per il mondo dal gennaio 1990 finché nel luglio successivo al Los Angeles Comic Book and Science Fiction Convention viene presentato un film dai nomi a raffica: prima era chiamato I Come in Peace, poi Lethal Contact, poi Dark Heat infine Dark Angel.
Solamente nel maggio 1991 viene visionato dalla censura italiana che gli affibbia un divieto ai minori di 14 anni, il quale cadrà dal 1993, quando l’esplosione delle videocassette porterà al crollo di molti di questi divieti.

Locandina del 12 giugno 1991 da “La Stampa”

Comincia a girare per cinema estivi l’8 giugno 1991 per poi avere il lancio vero il 14 giugno successivo, con il titolo Arma non convenzionale.
Rimane un paio di mesi in sala – triste destino delle famigerate “uscite estive” italiane – poi riappare il 14 ottobre 1992 in terza serata sul canale a pagamento Tele+1, replicato un paio di volte fino a dicembre. Dobbiamo aspettare venerdì 7 maggio 1993 perché Italia1 presenti il film in pompa magna, nella prima serata del venerdì – giorno d’elezione per i filmoni d’azione di poche pretese ma belle speranze per i fan – e addirittura prenoti la posizione d’onore nella guida TV del quotidiano “La Stampa”, che titola: «Spacciatore extraterrestre».

Prima televisiva del 7 maggio 1993

Dopo due o tre repliche negli anni Novanta, il film si fa sempre più raro. Il sito FilmTV.it testimonia il passaggio a Rai4 nell’agosto 2009 ma dopo quattro repliche c’è il nulla. Per fortuna il film è impresso a fuoco nella memoria dei fan storici.

Titolazione italiana della VHS

Risale probabilmente al 1991 la VHS Penta Video, ristampata poi nella celebre collana economica “Pepite”, dopo di che il film pare scomparire.
La Pulp Video dal giugno 2014 lo presenta in DVD e Blu-ray.

Titolazione originale del DVD

Il film rappresenta la seconda prova registica di un grande maestro delle scene d’azione, Craig R. Baxley, firma che potete trovare nelle migliori scene d’azione al cinema e in TV. All’epoca l’esperienza di “A-Team” gli ha fatto provare anche la regia, esordendo con Action Jackson (1988) e proseguendo con questo film, dal successo decisamente inferiore ma molto più amato all’epoca da tutt’altro pubblico rispetto a quello che probabilmente si aspettava Baxley: era l’alba del cinema marziale, e in questo film c’erano due dei “grandi” protagonisti del decennio successivo. Nel senso di “attori fisicamente imponenti”.

Sono il cinema marziale anni Novanta, sceso sulla Terra per menarvi tutti!

La sceneggiatura è co-firmata da David Koepp dietro lo pseudonimo Leonard Maas jr., autore esordiente che farà un lavoro decisamente migliore con Cattive compagnie (1988) ma è ovvio che sarà ricordato per Jurassic Park (1993), solo il primo di grandi successi internazionali da cui spunta il suo nome.
Forse il problema è l’altrettanto esordiente Jonathan Tydor, poco prolifico autore di filmacci – l’ultima (speriamo) sua opera è l’abominevole Ice Soldiers (2013) – fatto sta che il punto debole di Arma non convenzionale è una sceneggiatura pessima partendo invece da un soggetto non disprezzabile, anzi: oserei definirlo anticipatore, come vedremo più avanti.

Pronto? Come? Devo tornare biondo che moro nun me se po’ guarda’?

Da non si sa dove, arriva sulla Terra – non si sa come – uno “spacciatore spaziale”, un alieno con fattezze in tutto e per tutto umane, giusto un po’ alto e con gli occhi bianchi, che comincia ad ammazzare la gente in modo particolare: prima inietta eroina nelle vittime, poi trapassa loro il cranio per succhiarne endorfina.

«L’eroina stimola la ghiandola pituitaria a produrre endorfine, e le endorfine sono ormoni che creano un incredibile senso di benessere: uno stato di estasi. In teoria potresti ottenere una droga quasi perfetta, pochi grammi sarebbero sufficienti per migliaia di viaggi.»

Queste fiale di endorfina faranno la ricchezza degli spacciatori spaziali, esseri che a quanto pare sanno dire una sola frase: «Io vengo in pace» (I come in peace).

La tipica faccia di chi viene in pace

Ad inseguire questo spacciatore arriva un poliziotto spaziale, non si sa da dove, che sparando e distruggendo mezza città lo stesso non riesce a fermare l’essere: prima di morire per le ferite subite, idealmente passa il suo testimone ad un poliziotto terrestre – forse perché è alto come gli alieni! – che dovrà far sì che la Terra non diventi un magazzino di droga per gli spacciatori spaziali.

Facciuzze imbronciate, ma un gran pasticcione spaziale

Tolta questa parte fanta-horror della storia, il resto è un classicissimo buddy cop movie, così concentrato a ricopiare mille cose già viste da risultare addirittura fastidioso.

No, non ci sto: se questo fosse un buddy cop movie… uno di noi dovrebbe essere nero!

Il detective dal nome figo Jack Caine (Dolph Lundgren) è uno che non segue le regole e non aspetta i rinforzi, tanto per cambiare. È uno che appena l’immancabile ladruncolo entra nell’immancabile negozio di liquori per svaligiarlo, entra di corsa e atterra il malvivente con due calci: uno a spazzare la guardia avversaria e l’altro a colpire il volto, un classico da palestra!
La scena è perfetta, non solo per il gusto della costruzione e per l’esecuzione dello svedesone, ma perché… be’, lo racconta Dolph in un’intervista del 2013 inserita nel Blu-ray, riportata da ScreamFactory nel suo canale YouTube:

«C’è questa rapina, io entro correndo e tiro questo doppio calcio al ladro. Succede che l’attore non ha visto il segno per terra: doveva avvicinarsi con la pistola puntata ma non si è fermato dove doveva. Intanto però io ero partito con i calci, prendendolo in pieno viso. Il risultato è perfetto: nel film sembra un calcio vero… perché è un calcio vero!»

Preparati a ricevere il Timbro di Dolph!

Caine vede morire il proprio partner per bla bla bla, il capo gli urla in faccia bla bla bla, la ragazza gli rinfaccia di non portarla mai in vacanza bla bla bla, lui è un duro dal cuore d’oro che bla bla bla, e in mezzo a questo chiacchiericcio banale e dimenticabile ecco che arriva una delle tante idee anticipatrici del film. Caine infatti non vive nel solito tugurio tipico del suo personaggio, bensì in un appartamento perfetto con enormi quadri artistici e una collezione di vini, anticipando di un anno il capolavoro Insieme per forza (1991), in cui James Woods in pratica ripete identico il personaggio, ovviamente miliardi di volte meglio. Appartamento perfetto compreso.

Essere un duro, ma con stile

Come sappiamo da questa intervista, quando nel giugno del 1989 è uscito il primo numero del fumetto Predator: Heat (oggi noto come Predator: Concrete Jungle), il suo autore Mark Verheiden è stato contattato da Joel Silver, all’epoca probabilmente il più potente produttore di Hollywood: «Mi piace questo fumetto, vieni a parlarcene perché vorremmo usare lo spunto per il film Predator 2». Le cose andarono in modo un po’ diverso, poi, perché Verheiden non ha ottenuto i crediti sebbene la storia sia in tutto e per tutto la sua, invece sono accreditati i fratelli Thomas (autori del primo Predator) che sono riusciti nel non facile intento di rovinare la sceneggiatura.
Non so quanto trapelassero notizie dai set, ma quel novembre 1990 esce nei cinema americani Predator 2 che sembra semplicemente la reinterpretazione di Dark Angel, di alcuni mesi più “giovane”.

E ora magari mi dici che hai un cacciatore spaziale sul sedile posteriore

Un viaggiatore spaziale sbarca sulla Terra per andare a caccia di uomini, utilizzando un’apparecchiatura di tecnologia futuristica che si porta addosso, compreso un aggeggio da polso da cui fuoriescono lame. Fin qui potremmo semplicemente dire che l’alieno di Dark Angel si rifà al primo Predator (1987), ma poi arriva la novità: il compact disc volante!
L’alieno di Dark Angel uccide mediante lancio di un CD affilatissimo che vola nell’aria seguendo tracce magnetiche, alcuni mesi prima che il Predator cittadino sfoggi la stessa identica arma, solo più grande e più elaborata. (Idea che poi nel 1992 viene ripresa in Hellraiser 3). Inoltre l’attenzione del film di Baxley per i “giocattoli” alieni è pari a quella del secondo film di Predator, senza dimenticare la scena della signora che si ritrova ad essere testimone di una creatura aliena, presente in entrambe le versioni.

CD rotanti!

L’alieno che si aggira in un panorama cittadino anticipa Predator 2 ma non ne ha la forza, così come una sceneggiatura debolissima e dalle trovate balzane spezza qualsiasi atmosfera: la sotto-trama cospiratoria è ridicola, gli intrecci narrativi inesistenti e i battibecchi fra Lundgren e l’agente Smith (Brian Benben) vicini al nulla. Più di uno spunto narrativo viene buttato lì a casaccio – come il sospetto del detective Caine che il suo compagno non sia onesto – e in generale c’è davvero poco da salvare di questo film.
Ma siamo nel 1990, la data storica in cui è esplosa la mania marziale e in cui stanno per iniziare anni ricchi di Kung Fu-ture, cioè fantascienza marziale: se Cyborg (1989) ha inventato il genere “marzial-postapocalittico”, Arma non convenzionale presenta un protagonista che tira tecniche marziali contro un alieno: questo sì che è un elemento di forza del film. Oggi non è niente di strano che Iko Uwais meni gli alieni in Beyond Skyline (2017), ma nel 1990 era qualcosa di totalmente inedito.

E noi all’alieno lo menamo!

Solamente pochi appassionati americani avevano potuto vedere il cinese Artigli di Tigre, il ritorno (1987), dove lo spietato russo cattivo era interpretato da un tedesco dalla mole infinita: Matthias Hues nasce con Arma non convenzionale, dove in realtà non fa molto. La sua stazza entra subito, di prepotenza, nel cinema marziale e per i dieci anni successivi lo troviamo in una secchiata di titoli: e quando in un film c’è Hues, di solito è un buon film marziale.

Un attore dalla recitazione sottile, nel 1987…

Gli appassionati di Star Trek magari l’avranno notato come generale Klingon in Rotta verso l’ignoto (1991), il sesto film, ma in generale è un attore molto amato dai fan marziali.

Occhi bianchi sul pianeta Terra

Pochi avevano apprezzato in videoteca Scorpione rosso (1989), quindi con questo film e la rapida tripletta Resa dei conti a Little Tokyo (1991), I nuovi eroi (1992) e Caccia mortale (1993) nasce il mito di Dolph Lundgren. Dal Duemila purtroppo è un attore totalmente ignoto al pubblico italiano, che lo ricorda solo per Ivan Drago, ma in quei primi anni Novanta Dolph è la nuova speranza marziale pronta a regalare grandi emozioni ai fan del genere.

Grezzo, ma pronto a regalarci grandi emozioni marziali

In questo film è ancora grezzo e in cerca di un certo stile, ma è già gagliardo come sarà in ogni altro suo film in carriera, rimanendo l’unico attore d’azione dell’epoca invecchiato con stile e capace ancora di non apparire ridicolo nei film.

Quando un asiatico coi baffi incontra uno svedese di due metri… non è sicuro chi vincerà

Un’ultima parola va spesa per una delle più spettacolari “frasi maschie” della storia del cinema.

— Io vengo in pace.
— E riposa in pace, stronzo.

Dopo 92 minuti di applauso, mi sento di dire che funziona molto meglio il doppiaggio italiano – della C.D.C., stando ad AntonioGenna.net – rispetto all’originale:

— I come in peace.
— And you go in pieces, asshole.

No, non ci siamo: il miglior doppiaggio del mondo ha fatto la magia!

Purtroppo l’uscita del film viene salutata dal totale disinteresse delle riviste di settore, probabilmente perché chi si interessava di fantascienza lo trovava troppo d’azione, e chi si interessava d’azione lo trovava troppo fantascientifico – la fantascienza marziale subirà sempre questo triste destino – al massimo ho trovato il regista Baxley che parla con Maitland McDonagh della neonata rivista “HorrorFan”n . 4 (inverno 1989):

«La chiave di un progetto del genere è renderlo credibile. Devi essere chiaro con i rapporti di causa ed effetto, altrimenti la gente vede il film come spazzatura e non le importa sapere cosa succederà nella vicenda, né si affezione ai personaggi. Devi fare di tutto per collegarti alla realtà così che lo spettatore pensi che quanto vede su schermo possa accadere anche a lui

Quanto è già professionista, Baxley: è alla sua seconda regia per il cinema e già dice stupidate ai giornalisti come i grandi del settore!

Fotobusta dell’uscita italiana del 1991

Rivisto oggi, a circa trent’anni dalla mia prima visione, non mi sento di dire che sia un film ancora valido. Le scene d’azione sono eccezionali, esplosioni e sparatorie hanno la firma di Baxley ma il problema è una sceneggiatura pessima che rovina tutto, con personaggi posticci che non stanno lì a passare il tempo fra un combattimento e l’altro – magari! – bensì vorrebbero sembrare personaggi veri di un film vero, che non sono.
Arma non convenzionale è lo storico preludio di un decennio fatto di attoroni muscolosi lanciati in tanti film marziali che piacevano ai fan come me, e a commistioni fanta-marziali che non hanno mai tirato fuori grandi film ma prodotti di sicuro intrattenimento. E questo non è poco, per un minuscolo film con uno svedesone moro…

L.

amazon– Ultimi film con Dolph Lundgren:

– Ultimi film con Matthias Hues:

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Trancers 3 (1992) Il potere della mente

Charles Band e la sua Full Moon Entertainment non vuole certo raffreddare l’entusiasmo dei suoi fan per la saga Trancers, così continua a sfornare seguiti a testa bassa.
Stavolta però fa un passo indietro e lascia tutto nelle mani di C. Courtney Joyner, sceneggiatore del pessimo Prison (1987) e dell’ottimo Classe 1999 (1990): sarà una buona scelta, visto che dal punto di vista della regia è un esordiente totale?

Quand’è che ci risveglieranno da questa trance?

Trancers III Deth Lives arriva nelle videoteche americane nell’ottobre 1992, mentre nel giugno 1993 la Video Arcadia lo porta in VHS italiana dal titolo Il potere della mente. Ogni riferimento al fatto di essere il terzo titolo di una saga è assente dalla locandina.

La macchina del tempo… con lo sbuccia-mele incorporato!

«Il mio nome è Jack Deth, e sono un cacciatore di trènsers». Il doppiaggio italiano stavolta ha fatto i compiti e sono tornati i Trancers del titolo. E lo spiegone iniziale oltre a riassumere i precedenti film ci racconta qualcosa di nuovo: recuperando l’idea nata nel cortometraggio del 1988, Jack Deth ora ha aperto un’agenzia investigativa a Los Angeles, quindi c’è speranza che questo film abbia addirittura una buona trama. Ovviamente una speranza vana…

Torna l’agenzia investigativa Jack Deth, anche se solo per un attimo

Con una sorta di macchina del tempo ad autotrasporto arriva intanto in città una facciona da mostrone, una sorta di Terminator che cerca Jack Deth e, recuperatolo, lo riporta nella Los Angeles del 2352.
Qui viene portato al cospetto del primo ufficiale Harris (Stephen Macht) che gli spiega la situazione: i Trancers hanno sterminato un milione di soldati e la guerra va male.

Shark, il Terminator del futuro che però lavora per i buoni

Già che c’è gli presenta anche il colonnello Alice Stillwell (Megan Ward), cioè la prima moglie di Deth prima che questi si rinnamorasse nella Los Angeles del passato: per fortuna il personaggio è minore, perché è doppiato da mani in faccia. E pensare che quando il 10 febbraio scorso Rai4 ha trasmesso Summer of ’84 (2018) la Rete è esplosa di indignazione per il doppiaggio non all’altezza: mi sa che non sono abituati ai film doppiati direttamente per l’home video…

Fra tutti e tre, non fanno un solo doppiatore…

Ormai non sembra esserci più speranza di vincere la guerra contro i Trancers, quindi Deth dovrà tornare nella Los Angeles del 2005 e spazzare via il colonnello Daddy Muthuh (quella faccia da cattivo di Andrew Robinson) e il suo esercito di Trancers in continua crescita.
Perché non tornare invece qualche anno prima ed evitare che nasca, questo esercito? Boh, sottigliezze del viaggio nel tempo…

Andrew Robinson nel ruolo del cattivo stupido che vuole conquistare il mondo

Sotto gli occhi del mondo sta nascendo un esercito di mostri ma nessuno se ne accorge, perché tutto è messo a tacere: l’unica giornalista coraggiosa che denuncia Muthuh è la nostra Leena (Helen Hunt).

Non si diventa Trancers se non si vince l’American Gladiators!

L’incontro fra Leena e Deth è di quelli tristi. Sia perché nella vicenda lui è scomparso nel nulla e lei, dopo il dolore, si è dovuta rifare una vita, sia perché nel frattempo l’attrice ha iniziato a lavorare in TV con film seri, con ogni tanto qualche apparizione di buona qualità al cinema. Ma soprattutto il 23 settembre 1992, un mese prima che esca Trancers III, Helen Hunt e il comico Paul Reiser vanno in onda con il primo episodio di una serie di enorme successo, “Innamorati pazzi”.
Helen Hunt è appena diventata una stella e non ha più tempo per le cialtronate di Charles Band: il suo piccolo ruolo in Trancers III è solo il bacio d’addio ad un personaggio che comunque le ha donato molta visibilità.

Addio, Jack: e grazie per i viaggi nel tempo

Lo strappo fra il momento toccante e il ritorno nella mediocrità più cialtronesca fa male, davvero male. Ritrovarsi in un filmaccio di cattivi che vogliono conquistare il mondo e buoni che si muovono come nelle comiche di inizio Novecento è davvero spiazzante.

La conquista del mondo passa per la conquista della bonazza

Il ritmo e lo stile del primo film l’hanno reso immediatamente un classico, stando alle dichiarazioni dell’epoca che ho trovato, ma poi il secondo titolo cambia stile e diventa quasi una parodia. Forse per cercare di riaggiustare il tiro, quello che Charles Band nel suo “Full Moon VideoZone” (serie di speciali per gli iscritti al Fan Club della casa) chiama «il terzo episodio della trilogia di Jack Deth» cambia di nuovo stile, e rifacendosi a tematiche da Terminator mette in campo l’emozione di vedere i propri cari morire e il peso della responsabilità su un suolo uomo.
Tutto questo funziona fino solo all’inizio, però, perché poi la Z si impossessa del film e una valanga di personaggi buffoneschi – recitati male e doppiati peggio – distrugge tutto e si finisce a fare gara di rutti.

Se anche un robot assassino può capire il valore di un filmaccio Z…

Il colonnello “papà mamma” (quello infatti è il suono del nome Daddy Muthuh) è una barzelletta che vanifica ogni briciolo di serietà della storia, quando invece le premesse erano altre: a parte McNulty – l’unico grande assente del film – tutti gli altri personaggi tornano a salutare quella che è nata come una trilogia, e torna persino la corvette rossa!
Visto poi che Jack Deth nasce come una sorta di Bogart del futuro, ci sta tutto il finale con la quasi-citazione da Casablanca, «Questa sarà l’inizio di una grande avventura… o no?» Tutto però cozza con un gusto terrificante, che ammazza ogni atmosfera.

Adoro la Z: lava le memorie dal cinema della vita

Per lasciare un finale aperto, Jack Deth e sua moglie Alice sono pronti a nuove avventure nel tempo, con l’aiuto dell’androide Shark (interpretato dall’enorme R.A. Mihailoff, abituato ai “terzi film” visto che è stato Leatherface in Non aprite quella porta 3): ma sarà così?
Lo scopriremo fra una settimana.

L.

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Neon City (1991) Anno 2053 La grande fuga

Continuano i festeggiamenti per i 70 anni di Michael Ironside, con un film che unisce due rarità: una storia con Michael protagonista assoluto e addirittura una pellicola giunta nei cinema italiani, non direttamente in home video o in TV come la maggior parte dei suoi lavori. Peccato sia un film che non merita tanto onore.

Presentato in home video tedesco nel dicembre 1991 (fonte: IMDb), il film esce direttamente nelle videoteche americane il 26 febbraio 1992: di sicuro è stato presentato subito dopo al nostrano FantaFestival 1992, come conferma il catalogo di quell’anno, ma non ho trovato alcuna conferma sulla data: tocca farci bastare il vago giugno 1992 che qualche solerte fan ha inserito in IMDb.

Scheda del catalogo FantaFestival 1992

Ricevuto il visto della censura italiana nel luglio successivo, il 21 agosto 1992 esce nelle nostre sale con il titolo Anno 2053. La grande fuga, per rimanerci giusto un paio di mesi

Locandina del 28 agosto 1992, da “La Stampa”

All’epoca passo ogni istante di tempo disponibile a registrare trailer dalla TV: se non ho mai visto il trailer di questo film, temo non sia mai stato trasmesso. Non parliamo poi di qualsiasi altro tipo di campagna pubblicitaria italiana: questo film è uscito in pratica insieme a Double Impact (1991) con Van Damme, il che significa che all’epoca ho vagliato ogni rivista o volantino di cinema esistesse a Roma, e se non ricordo nulla di questo film temo che le sue pubblicità siamo state molto rare.
Uscito in VHS Skorpion probabilmente in quello stesso 1992 (essendo questo l’unico anno stampato sulla locandina). Dopo decenni di oblio, la 01 Distribution ed IIF Home Video lo riportano alla luce in DVD nel febbraio del 2007.

Per il DVD viene rispolverata l’edizione italiana!

Se la musica dei Prophilax ci ha insegnato qualcosa è che «ogni buco è bono, pure quello nell’ozono», versi di alta poesia che testimoniano come gli anni Novanta inizino all’insegna della paura che tutta quella lacca spray degli anni Ottanta abbia distrutto l’atmosfera in modo irrimediabile. In fondo quello stesso 1991 il seguito sbagliato di Highlander, anch’esso con Ironside, immaginava il clima terrestre futuro ormai compromesso, e Anno 2053 non vuol essere da meno.
Così abbiamo uno scienziatone che ha allargato il buco nell’ozono e ora nell’America settentrionale vivono tutti seguendo le mode dei film postatomici coetanei.

Nel 2053 Vanity avrà questo aspetto

In questo mondo futuro fatto di straccioni si aggira Vanity, la donna forgiata da Prince che poi si è andata a spegnere al cinema: e si che ha iniziato come amante di un gorillone! Per me rimane la cantante del Settimo Cielo nel capolavoro marzial-musicale L’ultimo drago (1985), di cui un giorno dovrò parlare.
Per ragioni misteriose c’è chi considera Vanity co-protagonista del film: non è così. Ogni tanto la si vede, è vero, forse addirittura dice un paio di parole, anche se non ci ho fatto caso, ma in generale è carta da parati. E non di quella bella.

Stark: il parrucchino con codino che fa malino

La vicenda inizia quando viene catturata da Harry M. Stark, ex ranger che ora «è solo un cacciatore di taglie a lungo raggio che raccoglie solo rifiuti»: non poteva avere che la faccia di Michael Ironside.

Ciao, sono Michael e pure io devo pagare le bollette

Con un ridicolo parrucchino con codino e vestito di stracci come neanche il Van Damme di Double Team (1997) – cioè il peggio del peggio – Stark è un personaggio che deve fondere i due film da cui sceneggiatori poco accorti hanno copiato a piene mani: dev’essere il Gibson di Van Damme in Cyborg (1989) e contemporaneamente il Ringo di John Wayne in Ombre rosse (1939).

Ironside diviso fra il 1939 e il 1989

Perché la triste verità è che Anno 2053 è la cialtronesca reinterpretazione di Ombre rosse di John Ford… girato con il gusto di Cyborg di Albert Pyun. Sulla carta sembra addirittura una roba intrigante, ma il risultato non lo è.

Quando gli sceneggiatori si sforzano di essere originali

Quindi abbiamo Stark che deve portare Reno (Vanity, con il nome da Lorenzo Lamas!) a Neon City per farla giudicare e per arrivarci sale su una specie di corriera corazzata, dove – indovinate un po’? – ci sono passeggeri molto fordiani: il medico ubriacone, l’ex prostituta e via dicendo.
Trattandosi di macchiette scritte con il deretano, non vale la pena perderci altro tempo. Ah, immancabile l’assalto alla diligenza da parte degli indiani, solo che stavolta sono motorizzati.

Tranquilli, non si nota affatto da chi state copiando…

Copiare Ford è cosa buona e giusta (anche perché Ombre rosse copiava a sua volta!), rifarsi ad Albert Pyun è cosa buona e giusta: sbagliare nel farlo è un peccato capitale. Monte Markham di mestiere fa l’attore ma in quel periodo giocava con l’idea di fare il regista: dopo questo film il grande schermo gli è stato precluso, e mi sento di giustificare la scelta.

Cose brutte dal futuro

Il gusto della sceneggiatura è pessimo, i personaggi macchiettistici e insopportabili, lo sviluppo scontatissimo e gli attori improvvisati: gli unici professionisti sono quelli che vengono dal mondo dei caratteristi, come appunto Ironside, e il vetturino interpretato da Lyle Alzado, ex giocatore di football morto del Gran Male proprio mentre usciva questo film.

L’ultima apparizione di Lyle Alzado, temo già malato durante le riprese

Il viaggio della diligenza in territorio nemico è un classicone che bene o male piace sempre, ma onestamente qui ho trovato tutto talmente posticcio e artificioso… che ho rivalutato una volta di più Pyun e la sua genialità nel fare minuscoli filmetti dall’innegabile fascino. Non ho ancora capito quale fosse il suo segreto, ma Anno 2053 è la prova che chiunque faccia un film alla Pyun… fallisce, se non fa Pyun di cognome.

L.

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