Super Eruption (2011) Vulcano nel tempo

Nel 2011 siamo in piena febbre da Meteo Apocalypse e il famigerato canale satellitare Syfy ha bisogno di sempre nuovi filmacci fetenti da mandare in onda, così si rivolge ad una indiscutibile professionista in questo campo: la UFO (Unified Film Organization). L’abbiamo incontrata per epici filmacci, da Python (2000) a Shark Hunter (2001), da Warnings (2003) a Boa vs Python (2004) fino a Lake Placid 2 (2007) e Lake Placid 4 (2012). Insomma, una casa che dà concretezza agli incubi.
Insieme alla MarVista Entertainment dà vita a Super Eruption, uscito in patria nel 2011 e – stando a quanto dice IMDb – arrivato in Italia (credo su canale satellitare) il 16 agosto dello stesso anno.

Fresco da filmacci come Meteor Storm (2010), Rafael Jordan è un nome che fa rabbrividire: quando c’è una sceneggiatura delirante, c’è lui dietro la firma.
Alla regia c’è Matt Codd, che in realtà di mestiere fa il disegnatore (concept artist) per grandi film, ma ogni tanto s’è improvvisato regista di filmacci: il suo lavoro migliore è sicuramente Epoch (2001).

Il super problema di Yellowstone

Nel celebre parco di Yellowstone i ranger non devono preoccuparsi solo di Yoghi e Bubu, perché nella zona c’è quello che viene chiamato “supervulcano”, che come il nome lascia intuire ha un potenziale abbastanza distruttivo.
Che succede se il supervulcano supererutta? Che sono superguai per il super ranger Charlie (Richard Burgi).

Richard Burgi riflette su come sia entrato nel casto di questo filmaccio

Pian pianino vediamo i vari sintomi che una supereruzione sta per avvenire, come per esempio i bagnanti che si lessano perché d’un tratto l’acqua diventa bollente, o schizzi d’acqua forte forte che il regista non inquadra perché si vergogna.
Quando però la vulcanologa Kate (Juliet Aubrey) prova a dare l’allarme, secondo copione nessuno le crede: che prove può addurre? Be’, le prove arrivano… ma dal punto più inaspettato!

Sento qualcosa arrivare dal futuro…

Proprio quando sembra un filmucolo identico a qualsiasi altro del genere “Meteo Apocalypse”, d’un tratto arriva la trovata incredibile che manda tutto all’aria: sapete chi sta informando Kate sull’attività del supervulcano e chi la sta consigliando su come risolvere la situazione? Sapete chi sta mettendo in guardia Kate? È… la Kate del futuro!
Con una trovata che spettina e fa cadere dalla sedia, l’attività del supervulcano influisce sul continuum spazio-temporale così che dopo la supereruzione e la fine della vita sulla Terra… Kate riesce a chiamare se stessa nel passato per metterla in guardia!
Basta, chiudete tutto, spegnete PC e TV: il cinema di serie Z ha superato ogni realtà e ha distrutto l’universo!

Dici che l’abbiamo sparata grossa?

Il resto del film non merita attenzione, con i super buoni che devono fermare la supereruzione con effetti speciali che di super non hanno nulla. Una volta ammirata Kate che dallo schermo del PC parla con se stessa attraverso il tempo… non c’è più nulla da dire!

L.

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[Soundtrack] Suicide Squad (2016)

Il mondo dei supereroi ha invaso quello delle colonne sonore, sforzandosi sempre di più di creare musica inutile che valga molto meno del silenzio. Non so cosa è preso a compositori di solito bravi, ma appena vedono una supertutina danno il peggio di sé, ad esclusione di alcune eccezioni.
Non è un’eccezione Steven Price, che con Suicide Squad (2016) ha messo del rumore di scena su CD fregandosene di tutto il resto: facciamo finta che non esista.

Molto più bella invece la colonna sonora “cantata”: di solito non mi interessano queste compilation perché preferisco la musica scritta appositamente per il film, ma stavolta è un’eccezione che devo fare… perché da giorni questi brani mi ronzano in testa.
Scopro che quasi tutti i brani che cito sono stati scritti appositamente per il film e i relativi videoclip dall’estate del 2016 hanno totalizzato centinaia di milioni di visualizzazioni: quindi a quanto pare i miei gusti sono condivisi…

Aprono le danze Skrillex e Rick Ross che se la comandano a bordo della loro Purple Lamborghini, un tocco di classe degno del Joker, ma – a detta del cantante – con un’auto di quel colore la pussy è assicurata…

Si passa ad un hip hop più melodico con Sucker for Pain di una secchiata di cantanti (Lil’ Wayne, Wiz Khalifa, Imagine Dragons e via dicendo), che sembra scritta per Harley Quinn, così desiderosa di dolore nella sua insana passione per il Jokerone.

Ti torturo, prendi la mia mano attraverso le fiamme
Sono schiavo dei tuoi giochi
Voglio incatenarti, voglio legarti, voglio il dolore

O qualcosa del genere. Una splendida melodia da gustarsi pensando ad ogni amore malato che si attira addosso solo dolore.

Che ci posso fare se mi scioglie il cuore Heathens di Twenty One Pilots? Si sente nei titoli di coda del film e ha quella sonorità sottile che mi fa impazzire, quel giro di accordi che non ti fa stare tranquillo.
Non ho capito una mazza del testo – che in pratica ripete ossessivamente le stesse tre righe di testo – ma non mi importa, è la sonorità che conta.

Continuiamo su sonorità classiche remixate e rese irresistibili con Standing in the Rain di Action Bronson e Dan Auerbach, e pure Mark Ronson, perché ‘ste canzoni non ci riesce a cantarle uno solo…
Non mi sembra che il testo sia particolarmente interessante, mentre il coro di Auerbach continua a ripetere

Ti ho visto stare sotto la pioggia,
che stringevi la sua mano,
e niente è stato più come prima

quindi ipotizzo una storia d’amore finita male.

Torniamo in piena zona Harley Quinn con Gangsta di Kehlani: non so perché non abbiano usato questa deliziosa canzone per presentare la schizzata amante del Joker…

Ho bisogno di un gangster
che mi ami meglio di quanto possano fare gli altri
che mi perdoni sempre, che mi segua fino alla morte
è questo che fanno i gangster

Non vi basta?

Mi hai lasciato in sospeso con questo sentimento
mi fai penzolare dal soffitto
tanto che a malapena respiro

Non sembra una canzone perfetta per la prima scena di Harley Quinn, che appare a penzoloni dal soffitto?
Ripeto, un brano delizioso da gustare a pieno.

Invece la canzone di presentazione della schizzata pazzerella è You Don’t Own Me (1963) reinterpretata nel 2016 dalla voce dell’australiana Grace e remixata da G-Eazy.

Io non ti appartengo
Non sono uno dei tuoi tanti giocattoli
Io non ti appartengo
Non dire che non posso andare con altri ragazzi
Io non ti appartengo
Non cercare di cambiarmi in alcun modo

Ma secondo voi è una canzone per presentare Harley Quinn? Sicuramente negli anni Sessanta è stata una canzone importante per l’indipendenza femminile, ma ora sembra più un testo per la Boldrini e qualche altra femminista indipendentista: qui parliamo di una donna folle d’amore! È mai esistita una donna innamorata che non abbia voluto appartenere a chi amava? Canzone sbagliata al momento sbagliato: Harley Quinn è disposta a buttarsi nel vuoto per il suo amato Joker, altro che “appartenergli”…

Parentesi deliziosa per Without Me (2002) di Eminem, che credo sia una scelta sarcastica, visto che il rapper nel ritornello fa la parodia del celebre slogan di Superman:

Questo sembra un lavoro per me
Allora seguitemi tutti
Che c’è bisogno di un po’ di controversia
Perché se no sembra tutto vuoto senza di me

Belle le sonorità di Medieval Warfare della canadese Grimes, ma soprattutto bella la voce sottile ma grintosa di Skylar Grey, che scopro essere l’autrice della bella Gangsta.
Questa canzone in realtà è da ascoltare giusto per la sua voce.

Cominciano poi dei classici, come Bohemian Rhapsody (1975) rifatta nel 2016 da Panic! at the Disco…

… che scompare di fronte al mostro sacro Fortunate Son (1969) dei Creedence Clearwater Revival: perdonatemi, fan dei Queen, ma davanti ai Creedence niente rimane in piedi…

Non ho citato tutti i brani, solo quelli che mi hanno lasciato qualcosa. Nel complesso è davvero una bella compilation, da riascoltare a piacimento, indipendentemente dalla qualità del film, per la cui recensione rimando a La Bara Volante di Cassidy e a Storie da birreria di Moreno Pavanello.

L.

Track listing

1. Purple Lamborghini
Skrillex & Rick Ross
2. Sucker For Pain
Lil Wayne, Wiz Khalifa & Imagine Dragons with Logic and Ty Dolla $ign (feat. X Ambassadors)
3. Heathens
Twenty One Pilots
4. Standing In The Rain
Action Bronson & Dan Auerbach (of The Black Keys) (feat. Mark Ronson)
5. Gangsta
Kehlani
6. Know Better
Kevin Gates
7. You Don’t Own Me
Grace (feat. G-Eazy)
8. Without Me
Eminem
9. Wreak Havoc
Skylar Grey
10. Medieval Warfare
Grimes
11. Bohemian Rhapsody
Panic At the Disco
12. Slippin’ Into Darkness
War
13. Fortunate Son
Creedence Clearwater Revival
14. I Started A Joke
Confidential MX (feat. Becky Hanson)

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Gazzetta Marziale 9. C’era una volta in Cina

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

9. Once Upon a Time in China

(sabato 15 maggio 2010)

Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (Gazzetta dello Sport) arriva alla nona uscita presentando in edicola un film che ha segnato un’epoca, ha confermato il successo del regista e dell’attore principale nonché di un personaggio caro alla tradizione cinese: Wong Fei-Hung.
Già dagli anni Quaranta il medico e maestro cinese è stato personaggio protagonista di numerose pellicole, il cui interprete più famoso è stato Kwan Tak-hing: più di sessanta pellicole dal 1949 all’80! In seguito ha avuto il volto di Jackie Chan, Gordon Liu, Vincent Zhao e molti altri, ma a livello internazionale il suo interprete più celebre è di sicuro Jet Li nel ciclo iniziato con Once Upon a Time in China (Wong Fei Hung, 1991) del genio vietnamita Tsui Hark.

Siamo agli inizi del Novecento e la Cina sta subendo l’ennesima invasione della sua storia: stavolta ad occupare le sue terre e a minacciare la sua cultura ci sono gli occidentali. Wong Fei-hung (Jet Li) ha creato una milizia di combattenti per opporsi alla ferocia delle bande di gweilo, gli stranieri che operano senza pietà sul territorio, aiutati da bande di cinesi traditori. Questi hanno stretto un patto con gli usurpatori e mandano i propri connazionali in America a fare i coolies, in pratica a fare gli schiavi per i bianchi. Fei-hung dovrà quindi affrontare due nemici: gli invasori e i propri connazionali rinnegati.

Il successo del film è talmente immediato che subito si mette in cantiere un seguito… ed un altro, ed un altro ancora. Per tutti gli anni Novanta i sei film del ciclo con le peripezie dell’oppresso popolo cinese tengono banco nei botteghini di Hong Kong e di tutto il mondo, riuscendo addirittura ad arrivare (con molti sforzi) anche in paesi disinteressati al genere come l’Italia.

Lo stile tipico di Tsui Hark, un fiume di azione vorticosa e destabilizzante per lo spettatore, viene molto mitigato dallo svolgimento pacato della storia, dalla recitazione posata e flemmatica di Jet Li e – perché no? – dal proposito di creare un prodotto più digeribile a livello visivo per il pubblico estero. Hark riduce al minimo l’uso vertiginoso della macchina da presa, limitandolo alla scene di combattimento che restano spettacolari come suo solito, affidate per l’occasione alla coreografia di Yuen Woo-ping.
Da sottolineare la presenza di Rosamund Kwan, celebre attrice di Hong Kong che tornerà in tutti i film del ciclo, oltre che in altri di Jet Li come Dr. Wai (1996). Altri nomi di spicco nel cast: da Simon Yam, celebre in seguito per i suoi ruoli polizieschi, a una fugace apparizione di Shih Kien, il perfido Han de I 3 dell’Operazione Drago; da Jackie Cheung, bravo cantante-attore che deve il suo nome ad una stretta rassomiglianza con il più famoso Jackie, a Kent Cheng che, data la sua stazza, si è sempre specializzato in ruoli comici extralarge. Menzione d’onore va a Yuen Biao, decano del cinema di genere ingiustamente sconosciuto in Italia.

Una curiosità. Il combattimento finale viene eseguito in equilibrio su varie scale all’interno di un magazzino. Nel 2001 il coreografo Xin Xin Xiong – amico e collaboratore di Tsui Hark, nonché presente in tutti i film del ciclo di Wong Fei-hung dal secondo in poi – lo riproporrà pressoché identico nel film D’Artagnan (The Musketeer) di Peter Hyams, con protagonisti Justin Chambers (l’Alex di Grey’s Anatomy) e Tim Roth.

Jet Li nel ruolo del celebre maestro Wong Fei-hung

Nel nostro Paese questo primo episodio arriva in modo nebuloso. Ricordiamo che il 1999 è l’anno italiano di Jet Li: l’uscita nei cinema di Arma letale 4, prima prova statunitense dell’attore cinese, fa nascere la richiesta di altri suoi film. La prima a rispondere è la Cecchi Gori che presenta in videocassetta La vendetta della Maschera Nera (Hak hap / Black Mask, 1996); Once Upon a Time in China rientra in un’iniziativa della Dimension che nel maggio 2001 fa arrivare nelle videoteche del nostro Paese sei film di Jet Li in lingua originale sottotitolati in italiano; in questa stessa versione pare veda un passaggio anche nella trasmissione “Fuori Orario” (Rai3). Lo stesso anno la pay-TV trasmette in esclusiva L’ultimo combattimento di Wong (1994), quinto episodio del ciclo con Vincent Zhao nel ruolo principale al posto di Jet Li; il film vedrà l’anno successivo un’edizione DVD della Elleu, ma intanto nel 2001 la Cecchi Gori risponde con la versione in videocassetta di C’era una volta in Cina e in America (1997), sesto ed ultimo episodio del ciclo, stavolta con l’autorevole firma di Sammo Hung.

Si dovrà attendere il finire della prima decade del 2000 per avere in digitale i primi tre episodi del ciclo, usciti grazie alla Dall’Angelo Pictures. E il quarto film? Aspettiamo fiduciosi che qualche distributore italiano abbia la bontà di colmare la lacuna.

L.

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Resident Evil: Degeneration (2008)

In occasione dell’uscita italiana dell’ultimo (ma va’!) capitolo, è il momento che il Zinefilo dica la sua sulla saga più morta vivente del cinema.
Vi rimando a “Gli Archivi di Uruk” per sapere tutto dei romanzi di Resident Evil usciti in Italia.

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Finita la serie di film e colonne sonore, tocca togliersi il dente dei titoli in animazione computerizzata che sono giunti anche in Italia, che il mio fido lettore Giuseppe mi ha ricordato: per fortuna rispetto al fiume di materiale uscito in Giappone sono solo briciole. Il primo ad arrivare da noi è Resident Evil: Degeneration.
Uscito in patria il 18 ottobre 2008, la Sony Pictures lo porta in DVD italiano dal 30 dicembre successivo. La Universal lo porta in DVD italiano dal 3 febbraio 2009, e in Blu-ray dal 2 luglio 2010.

Claire Redfield, che non ho capito che lavoro faccia

Racoon City è stata distrutta ma il Virus T è lontano dall’essere debellato. Un tizio in aereo ne era stato infettato e quindi dopo un po’ un aereo pieno di zombie crolla in aeroporto, iniziando un nuovo contagio.
Lì si trova per caso Claire Redfield, personaggio che nei film ogni tanto è apparso con il volto di Ali Larter, che subito si mette a dare una mano al super-agente mandato sul posto: Leon S. Kennedy.

Leon, bel tenebroso

Sedata l’agitazione zombie all’aeroporto, c’è il pericolo di Curtis Miller che vuole colpire al cuore la spietata multinazionale del Virus T auto-contagiandosi e diventando un mostro per distruggerli.
A fermarlo dovrà pensarci l’amata sorella Angela Miller con l’aiuto di Claire e Leon.

Cioè… ma ancora sparano al petto? ALLA TESTA, cazzo!

Per quanto la trama sia più complessa della media dei film di Paul Anderson, lo stesso non mi ha preso neanche per un secondo. Ma temo sia un mio problema: i film d’animazione “seri” fatti al computer non mi sono mai piaciuti, perché appunto sembrano una lunga cinematic noiosa di un videogioco.
Ho visto il film con un occhio solo e pure così mi sono annoiato: che sia il Virus Resident Evil ad impedirmi di apprezzare qualsiasi cosa legato a questa saga?

Belle pose, ma la noia è la grande amica dello spettatore

Una curiosità. I doppiatori originali dei personaggi di questo film sono gli stessi dei videogiochi: Alyson Court, per esempio, dà la voce a Claire Redfield da vent’anni, in videogiochi e film animati.
La voce di Angela Miller (doppiata da Eleonora De Angelis, fonte AngonioGenna.it) in originale è affidata a Laura Bailey, grande professionista di animazione e videogiochi: c’è la sua voce nei più famosi titoli videoludici ed è la Vedova Nera in molti prodotti Marvel.

L.

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[Il Zinnefilo] Vediamoci chiaro (1985)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è Vediamoci chiaro (1985).

continua a leggere…

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Autostop rosso sangue (1977) 40 anni di violenza stradale

Dopo aver festeggiato i trent’anni in Italia di The Hitcher, dopo aver parlato del suo sequel e del suo remake, è necessario parlare del film che dieci anni prima affrontava un tema molto simile, anche se in maniera totalmente diversa: Autostop rosso sangue del celebre Pasquale Festa Campanile, pellicola che in questi giorni compie 40 anni.
Tutte le fonti vi diranno che è sceneggiato da Aldo Crudo partendo dal romanzo La violenza e il furore di Peter Kane: non credeteci!
Chi segue la rubrica “Italian Pulp” del mio blog “Gli Archivi di Uruk” sa che Aldo Crudo è stato un vulcano di narrativa di genere, che ha scritto sotto decine di pseudonimi diversi: vista la notorietà all’epoca di Henry Kane, ecco spuntare un fantomatico Peter Kane…
Che il film sia stato scritto dall’italianissimo Aldo Crudo lo dimostra l’ANICA (Archivio del Cinema Italiano), che infatti non parla né di Peter Kane né di sedicenti romanzi.

Per vederlo in italiano, tocca andare all’estero…

Il film esce nelle sale italiane il 25 marzo 1977. Inedito in VHS, non esistono tracce di una sua distribuzione in Italia. L’unico modo per vederlo nella nostra lingua… è comprare la pregiata edizione DVD francese, che ha anche l’audio italiano.
Uscito in Blu-ray sia negli USA che in Giappone – come si vede dalle locandine qui sotto – è conosciuto in tutto il mondo… TRANNE che in Italia, dove si ristampano milioni di volte gli stessi titoli e si lasciano inediti tutti gli altri…

Sulla questione di quanto l’etichetta “rosso sangue” piaccia agli italiani ho già abbondantemente parlato in questo post su Grano rosso sangue.

Un primo piano di Franco Nero che mira a lungo prima di uccidere un cervo ci fa capire quanto fosse diversa l’Italia del 1977: oggi i rumorosi animalisti sparerebbero a Franco Nero!
All’epoca si poteva aprire un film così, e infatti Michael Cimino ripete la scena identica nel dicembre successivo, con Il cacciatore: film adorato anche dagli animalisti…

Il cacciatore Nero

Walter Mancini (Nero) è un giornalista fallito ed ubriacone. Aver sposato Eve (Corinne Cléry), la figlia del suo capo, ha solo peggiorato la situazione: ora deve dimostrare quanto vale sia alla moglie che al suocero, e questa pressione è troppo forte per lui.
Durante una vacanza in cui si mostra particolarmente sgradevole i due, tra un litigio e del sesso riparatore, raccolgono a bordo l’autostoppista Adam Konitz: vedere i ricci diabolici di David Hess, crudele protagonista de L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven, film venerato in Italia tanto da farne un plagio, fa capire che la situazione si metterà molto male.

Io un autostoppista così non lo farei salire…

Si scopre subito che Konitz sta scappando con la refurtiva di un colpo, due milioni di dollari che gli assicureranno una bella vita oltre il confine messicano, e quello che inizia è un gioco tra il gatto e il topo che palesemente fuoriesce dai limiti del genere thriller.
Il discorso ambisce ad essere una critica sociale, immancabilmente – per gli anni – è una critica alla borghesia rappresentata dal giornalista e sua moglie, il cui crollo dei valori non fornisce più chiavi interpretative per la violenza totale e immorale dei giovani come Konitz.

Come non fidarsi di una faccia così?

Ad un certo punto arrivano pure i due altri complici del rapinatore, due “checche” le chiamano, perché sono anni in cui l’omosessualità non è un tabù impronunciabile o materia di commedie spernacchianti. Lo stesso i due non ne escono bene, perché il messaggio è sempre che chi si allontana dalla via tracciata dai padri non può che finir male.

Lui, lei e l’altro

E la coppia? Gli anni Settanta sono un periodo di accese discussioni, in cui la famiglia “tradizionale” cambia per sempre – checché ne dicano i moralisti del Duemila – e gli equilibri tra uomo e donna saltano in aria. Non a caso per tutto il film è la moglie Eve che guida l’auto, gesto che storicamente è affidato al maschio della coppia: sarebbe da fare una ricerca, ma mi azzardo a dire che non esistano altri film italiani in cui la donna guida e l’uomo fa il passeggero.
Eve è la nuova donna italiana, che non può più essere moglie perché l’uomo non è più marito: l’equilibrio di coppia è cambiato e non se ne trova un altro. E ancora oggi, dove le coppie sposate sono meno dei panda, non lo si è evidentemente trovato.
Ad un certo punto Walter dice che ormai sono tutti omosessuali, semplicemente perché ognuno se ne sta col suo sesso: uomini da una parte e donne dall’altra. Non c’è più contatto, non c’è più dialogo.
Eve risponde che è vero, perché ormai il sesso è egoistico. Walter usa il corpo della moglie per masturbarsi, senza alcuna considerazione per lei, mentre il criminale fa l’amore con la sua pistola: chiunque sia la compagna non ha alcuna importanza.

Un chiaro momento di crisi di coppia

Malgrado la presenza di David Hess e il “sangue” nel titolo, il film è morigeratissimo: quel paio di scene che sono state tagliate sono davvero poca roba anche per l’epoca.
Al contrario del film di Craven, dove la sessualità era livida e totalmente priva di erotismo, qui Konitz sa apprezzare la bellezza di Eve, spesso mezza nuda e provocante, e fa l’amore con lei. All’inizio del film abbiamo visto Eve e Walter fare tutto tranne che l’amore, quindi la scena con il criminale è più potente: la donna viene scopata dal marito ma amata dal criminale. E questo separa per sempre la coppia.

La nuova coppia italiana…

Forse una certa lungaggine nel finale si poteva evitare, ma in fondo serve a far capire che questo non è un thriller ma un film “a tema”, che oltre alla coppia pensa anche all’ingordigia: e se vi ritrovaste sul sedile posteriore una valigia con due milioni di dollari… cosa fareste? Quanto prevarrebbe la morale che la civiltà vi ha inculcato?
Quello che segue è il veloce passaggio dalla borghesia a quella criminalità che tanto deplora.

Malgrado le apparenze, questo non è un film violento, sebbene analizzi la violenza del suo tempo. È un film durissimo che parla dell’Italia di quel momento e della disgregazione di ogni valore: come si fa a combattere il male se nel cuore non si ha più una goccia di bene?
A distanza di quarant’anni il suo messaggio è più forte che mai, perché l’incomunicabilità della coppia italiana è identica – semmai peggiorata – e i “valori di una volta” sono solo peti emessi dalle bocche dei politici in campagna elettorale. Forse oggi questo film meriterebbe di essere proiettato molto più che nel ’77…

L.

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Immortal Combat (1994) Nati per uccidere

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Due poliziotti verso l’inferno, Immortal Combat, Nati per uccidere, Vacanza per uccidere… chissà quanto ci metterò a gustarmi queste perle dell’action trash targato anni ’90! Un momento… giubilo massimo e gaudioso! Ci metterò un’ora e mezzo perché… si tratta dello stesso film!
Già già già, nella decade più squinternata della storia del cinema, era diventato sport nazionale cambiare titolo alla stessa pellicola per ragioni risibili e con risultati spesso vomitevoli. Figuriamoci se un lungometraggio con protagonista il nostro adorato Roddy Piper poteva astenersi da tale indegna corrida. E l’opera di Dan Neira lo fa con bel quattro titoli. Quattro! Che sia un segno premonitore del voto da affibbiare a ‘sto film? Scopriamolo. A nostro rischio e pericolo.

Roddy Piper e Sonny Chiba

Dopo un preambolo davvero trascurabile entriamo nel vivo quando l’agente John Keller (interpretato dal wrestler scozzese) si prende una ramanzina dal suo capo a causa di un’irruzione fallimentare effettuata in una festa dove si pippa cocaina come se non ci fosse un domani e garrule donne nude ballano qua e là: Hot Rod e il suo collega J.J. interpretato dal mitico Sonny Chiba (che, per inciso, come si sia fatto coinvolgere in questo film è un mistero che al confronto il segreto di Fatima rabbrividisce) dovrebbero arrestare tutti, sic et simpliciter.
E invece no. Perché questa è una pellicola dove nulla procede come ci si aspetterebbe in un mondo normale. Per cui i due sono inspiegabilmente coinvolti in un kumite privato ribattezzato dall’esterrefatto capo (che incarna al meglio il punto di vista dello spettatore) “kumicosa???”.

Insomma, Sonny resta ferito mentre Piper, dopo qualche pretestuosa scazzottata, vuole vendicarsi dell’onta subita avendo individuato il luogo in cui si trovano i cattivi: di fronte al superiore che lo ammonisce di non fare sciocchezze si dà per malato e parte in missione privata. No, non è una cosa logica, lo so. E lo fa senza la compagnia dell’artista marziale giapponese. Che nel frattempo apre un frigo. Direte voi, e allora? Beh, la figlia gli fa una piazzata adducendo il suo bisogno di riposo e menandogliela fino ad arrivare a discorsi del tipo “io sono quello che sono”. Ma, dio mio, ha solo aperto un frigo. Un frigo! Non ha mica spalancato la credenza con un colpo di katana. Ok, nel magico mondo di questo film funzica così.

Tommy “Tiny” Lister jr.

L’atmosfera paradossale tocca vette sempre più alte quando vediamo Piper che, in barca, si reca dai suoi nemici giurati: qui, in un’ambientazione e con musichette rimembranti Io sto con gli ippopotami, Bud Spenc… ehm, volevo dire Roddy dà una testata a un tizio spaccandogli il naso solo perché ci stava provando con una sconosciuta (con la quale poi ovviamente il nostro convolerà a letto): la pena può parere eccessiva ma contando che lo sciagurato aveva tecniche di abbordaggio stile «Vuoi della cioccolata?», «Vuoi assaggiare il mio pungiglione?» divento quasi solidale col protagonista. Protagonista che stringe amicizia con sua maestà Tommy “io non so recitare” Lister (l’ex wrestler Zeus [di Senza esclusione di colpi]) il quale si sta recando nel medesimo luogo perché la società malavitosa guidata dalla perfida Quinn (Meg Foster) organizza tornei di arti marziali.

L’intesa tra i due è talmente immediata che li vediamo farsi foto da bimbiminchia e selfie antesignani in un paio di scene davvero agghiaccianti. Dopo che ho recuperato le braccia, cadute nel frammentre al suolo, provo a proseguire la visione. Fatemi un monumento, please. In questo clima da commedia dei miei stivali si insiste con teatrini, ahinoi, stucchevoli: dal concierge dell’albergo che, da buon bicurioso, sbircia ingrifato sotto la camicetta di Roddy, allo sketch in cui lo stesso Roddy e la donna salvata dal provolone, sorpresi dai cattivi, fingono di essere un’amabile coppia appellandosi “orsacchiotti” (argh), da  Zeus che, mentre lotta, dice al protagonista «lo dedico a te» (che amicizia! Che amicizia!) a Zeus medesimo che quando capisce che la Quinn lo vuole trasformare in un killer si mette a frignare dichiarando di non voler uccidere nessuno. Esattamente, frigna. Frigna talmente tanto che quando il più temibile dei criminali (interpretato da Deron McBee) lo elimina non si può che sentirsi sollevati.

Roddy Piper e Sonny Chiba

Ma a far tornare su noi il peso di un incubo immenso ci pensa la prosecuzione della trama: i suddetti criminali, studiando i Maya, hanno trovato il modo per creare guerrieri invincibili ma affinché il tutto abbia effetto li devono braccare come bestie e poi uccidere. Pensateci, scavate nel vostro subconscio: avete mai sentito una cosa così idiota? Per resuscitarli a miglior vita li devono “braccare” sennò… nulla. Visto che non mi capaciterò mai di cosa ho udito… meglio soprassedere.

Insomma, arriva a dar man forte al nostro eroe anche un redivivo Sonny e i due fanno cose meravigliose: il giapponese emerge dall’acqua con salto volante incorporato e potenza stile razzo Katiuscia, il wrestler invece ha un pessimo rapporto proprio con l’acqua non sapendo nuotare e si becca del rammollito. Ah ah ah. Basta così grazie. E considerato il profluvio di denominazioni che questo film si è meritato ne aggiungo una pure io: Sotto i titoli… niente. E se non vi piace… braccatemi pure.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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[Fight in an Elevator] Karen Mok contro tutti

Si possono fare tante cose in ascensore, durante un film, e per averne un succoso assaggio vi consiglio caldamente questo post di Cassidy sul blog The MacGuffin.it.
Questa carrellata mi ha spinto a tirare le fila di un progetto che sto covando da anni, senza mai trovare la scintilla giusta per concretizzarlo: Fight in an Elevator!
Spero sia chiara la citazione di Love in an Elevator (1989) degli Aerosmith… o è già “roba da vecchi”?

Ogni settimana vi presento una scena di combattimento che si svolge nello spazio ristretto di un ascensore: scelgo la formula “a puntate” perché spero di trovare nel frattempo sempre nuove scene da aggiungere allo speciale.

Lo sguardo che uccide…

Ho scelto So Close (夕陽天使, 2002) del mitico Corey Yuen per affrontare subito il discorso delle “quote rosa”. Chi segue il blog già sa che ho un debole per le martial girls, ma qui si vola davvero alto.
Corey Yuen è uno che se ne intende, di attrici marziali: è lui che ha messo in video Miss Malesia Michelle Yeoh insieme alla blonde fury Cynthia Rothrock, quindi quando si parla di belle donne che menano… Corey non si batte!

Tre donne letali nello stesso ascensore

Nel 2002 infila nello stesso ascensore tre delle migliori attrici di Hong Kong: Shu Qi, Zhao Wei e Karen Mok. Come spiegare chi siano queste tre simpatiche ragazze? È come se in un film trovassimo protagoniste Charlize Theron, Margot Robbie e Madonna: possono piacervi o meno, ma state sicuri che non dimenticherete quel film…

Nel film la modella/attrice Shu Qi e l’attrice brillante Zhao Wei (che spero abbiate riconosciuto nei panni mortificati di Shaolin Soccer) interpretano due ladre fenomenali, di alto livello: tipo Occhi di gatto, per intenderci. Sulle loro tracce la superpoliziotta Karen Mok, attrice/cantante molto amata in Asia.
Dimenticavo: tutte e tre le attrici sono atlete fenomenali… almeno in video. Nel combattimento finale la giovane Zhao affronta il maestro Yasuaki Kurata, caratterista storico del cinema di Hong Kong: per una giovane attrice serve grinta a secchiate per non sfigurare di fronte ad un mostro sacro.

Ogni fotogramma di So Close è un capolavoro d’azione in puro stile di Hong Kong, e ogni inquadratura porta scritto “Corey Yuen” a caratteri cubitali.
Inevitabile lo scontro fra la poliziotta e le due ladre, scena che inizia proprio in un ascensore e diventa un combattimento al femminile di rara bellezza. La scena però ve la riporto più sotto per ultima, perché prima c’è la scena del fight in an elevator:

Corey per tutto il film usa combattimenti di ampio respiro, con i corpi delle attrici che zompettano ovunque e si stiracchiano per lasciarci beare delle loro curve. Qui invece dimostra che anche nel close combat non è secondo a nessuno, girando intorno alla bravissima Karen Mok una scena perfetta.
Anche qui ogni inquadratura grida “Corey Yuen” forte forte, e basta pensare ad altri film coreografati da lui per ritrovare idee comuni, ma è tutto talmente bello che non si può fare altro che lasciarsi andare alla goduria marziale.

Karen Mok più forte che mai

Vi segnalo questo delizioso video di un gruppo di bravissimi fan che hanno ricreato la scena:

Per finire, ecco la prima scena di ascensore con tutte e tre le protagoniste impegnate in sequenze da antologia:

L.

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The Hitcher (2007) Un passaggio per il remake

La lunga strada della paura è sempre più lunga, quindi c’è spazio anche per un terzo film: dopo il sequel, un remake è la morte sua.
A curarlo sono tre piccole case: la Focus Features – artefice di film mediamente dignitosi, tipo il recente Animali notturni (2016) – la Intrepid Pictures – di livello un po’ più basso, con titoli come Ouija: L’origine del male (2016) – e la Platinum Dunes, che è la casa di Michael Bay quindi è piena di auto che diventano robottoni.
Grazie a Bay si racimolano 10 milioncini di bigliettoni, così da poter andare a girare nel Texas invece che nel Canada di Hitcher 2: il risultato è un remake non del tutto disprezzabile, dal lapidario titolo The Hitcher.

Perché una lepre attraversa la strada? Per fare il titolo al film

Girato nell’estate 2006, il film esce in patria il 19 gennaio 2007 – per festeggiare i vent’anni del primo The Hitcher – e deve attendere fino al 30 maggio 2008 per sbarcare in Italia (fonte: ComingSoon.it).
La Medusa Film lo porta in DVD italiano dal 2 luglio 2010, ma non escludo una plausibile edizione precedente: purtroppo la locandina del DVD che ho trovato non riporta alcuna data. Comunque nell’edizione home video 2010 acquista il sottotitolo Un passaggio per l’inferno.

John Ryder è ancora nella tempesta…

Ad utilizzare la sceneggiatura originale del primo film viene chiamato di nuovo il nostro amico Eric Red, che viene affiancato da Eric Bernt – che ha esordito con Sopravvivere al gioco (1994) per passare da Romeo deve morire (2000) a Highlander 4 (2000): ok, la sceneggiatura non è il suo forte! – e Jake Wade Wall – che nella sua scarna filmografia vanta l’immondo Amusement (2008). Insomma, non una squadra vincente…

John Ryder, versione 2007

Alla regia c’è Dave Meyers, per la prima ed unica volta alla conduzione di un film intero, lui che viene dai cortometraggi, dai documentari e dai videoclip (ha diretto un sacco di grandi star della musica). Di solito questo è un bene, perché spesso questi registi hanno una visione del cinema più ampia e più frizzante: visto che Meyers ha diretto il videoclip di Original Prankster degli Offspring, diciamo che gli voglio bene a prescindere.

Un profilo che mette tanta tranquillità…

Una scritta ci informa che il Dipartimento dei Trasporti statunitense stima che ogni anno 42 mila persone vengono uccise sulle autostrade… e ancora stiamo a parlare di autostop?
Infatti il nostro buon Jim Halsey (Zachary Knighton) e la sua ragazza Grace (la guardabilissima Sophia Bush) non ci pensano minimamente a caricare a bordo il John Ryder di turno, soprattutto visto che ha l’inquietante faccione di Sean Bean. Come dite? Ad interpretare un personaggio che vuole morire hanno chiamato Sean “Muoio Sempre” Bean? Be’, è una scelta perfetta…

In fondo è un tenerone…

Comunque con un’ottima trovata di sceneggiatura i due autisti lasciano l’autostoppista in panne e se ne vanno, però poi caso vuole che si rincontrino alla successiva stazione di servizio, dove il gestore è l’inconsapevole artefice del loro incontro.

E ti pare che non c’era pure Neal McDonough

Appena questo nuovo John Ryder sale a bordo, il film si riallinea subito alla sceneggiatura del 1987 ed inizia a seguirla fedelmente, con l’unica novità che ora gli automobilisti sono due. Aspetta… ma erano due pure in The Hitcher 2: fanno un remake copiando dal sequel?

Questa sì che è un’inquadratura felice…

A quanto pare è così, perché questo film del 2007 ha molti più punti in comune con quello del 2003 che con l’originale, anche perché dal Duemila è assolutamente obbligatorio che qualsiasi thriller-horror di cassetta abbia una final girl, e quindi proprio negli anni in cui si parla tanto dello strapotere maschile… i maschietti si ritrovano a fare i bellocci inutili, cioè i ruoli delle donne negli horror d’annata!

Ehi, non era scritto così sul mio copione!

La storia non ha proprio nulla da dire in più rispetto al primo film né sembra avere intenzione di impegnarsi più di tanto. Anzi, semmai toglie: John Ryder è davvero lontano dalla presenza inquietante e ossessiva dell’originale, è semplicemente il classico maniaco degli horror dei Duemila, quindi impossibilitato a mettere paura.

Andiamo, neanche un po’ di spavento?

Al primo fotogramma di una scena già hai capito dove si è nascosto, sai già cosa farà e quando lo farà: non perché questo film sia uguale all’originale… ma semplicemente perché è banale!

L’immancabile final girl

Lo scontro finale è fiacchissimo ma serve a rivalutare quello molto più sfavillante di The Hitcher 2, che in confronto a questo filmetto guadagna mille punti!
Insomma, un film da dimenticare e infatti già dimenticato il giorno stesso della sua uscita. Girato anche benino, ma con davvero zero sceneggiatura a parte i primissimi minuti. Preferisco ricordare il John Ryder biondo con gli occhi da folle di Rutger Hauer e Jake Busey: loro sì inquietantissimi.

L.

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Death Race: Inferno (2013) Fine della corsa

Squadra che rimane a galla non si cambia, così la Universal accetta di distribuire un’altra produzione di piccole case, che con meno soldi ma con gli stessi set sudafricani di Death Race 2 riescono a sfornare il sequel del prequel del remake, facendo filotto.
Prima, però, vi ricordo l’imperdibile recensione de “La Bara Volante“.

Siete pronti per un’altra dose di Frankenstein?

Le piccole case in questione sono la Capital Arts Entertainment – che abbiamo già incontrato per Il Re Scorpione 4 (2015) – e la Moonlighting Films – nota più che altro per Doomsday (2008).
Il film è ovviamente lui, il più appannato ma sempre godibile Death Race: Inferno. Perché l’aggiunta di quell'”Inferno”? Perché il soggetto stavolta l’ha scritto Paul Anderson

La faccia di Luke Goss quando ha saputo che Anderson aveva scritto il soggetto

Alla regia c’è sempre Roel Reiné e alla sceneggiatura c’è sempre Tony Giglio, ma stavolta il maledetto Paul ha voluto infilarci la sua manaccia e scrivere lui il soggetto… e si vede dannatamente!
Il film esce in patria il 20 gennaio 2013 e la consueta Universal lo porta in DVD italiano dal 24 aprile successivo. Dal 6 aprile 2016 è raccolto in un Cofanetto DVD e un delizioso Cofanetto Blu-ray.

Weyland, il vero duro della serie!

Il povero Weyland (Ving Rhames) è costretto a vendere il suo impero al giovane rampante (ed arrogante) Niles York (Dougray Scott), miliardario che vuole divertirsi a gestire il Death Race. Però c’è un problema, e si chiama Frankenstein.

Profilattici Frankenstein: questa li batte tutti!!!

Carl “Luke” Lucas (Luke Goss) l’avevamo lasciato sfigurato in Death Race 2 e costretto a continuare a gareggiare con la maschera di Frankenstein. Ora i chirurghi del carcere – notoriamente i migliori in circolazione! – gli hanno rimesso a posto la faccia e il pilota ha vinto quattro corse: un’altra vittoria e sarà libero. Aspetta, ma pure nel precedente film aveva vinto cinque gare e col piffero che l’avevano liberato… perché ora dovrebbero farlo?
Comunque York non vuole perdere il suo cavallo da competizione e lo manda ad inaugurare una nuova edizione del Death Race: la corsa nel deserto. Tutti nel Kalahari o in qualcosa che gli assomiglia, ma è solo il primo dei mille set in cui si svolge il film.

Danny Trejo, ma te ti c’hanno murato vivo, in galera?

Durante una rissa a Franky cade la maschera così il suo team scopre la sua vera identità e la “bellissima” Katrina (Tanit Phoenix Copley) ci rimane malissimo, mettendo su il muso. Malgrado nel film ogni volta venga presentata come la bomba sexy dell’anno, l’attrice qui è talmente inutile che dà davvero fastidio ogni volta che entra in scena: in Death Race 2 era decisamente più appetibile, qui invece fa la bambina che gioca alla dura e questo è insopportabile.
Comunque con cattivi tutti nuovi inizia la gara nel deserto coi super-macchinoni, e ovviamente da che Death Race è Death Race non può mancare il pilota nero, che qui si chiama… Nero (Eugene Khumbanyiwa)! È lui che ci regala la primizia da applauso:

— Yippee ya-yei, figlio di puttana!

La citazione da Die Hard (1988) va a segno e scalda il cuore, ma è curioso notare che il doppiaggio italiano rende bene l’originale «Yippee ki-yay, motherfucker!», mentre nel film con Bruce Willis ci sono stati interventi “smussanti”: per saperne di più, rimando ovviamente all’approfondimento di “Doppiaggi Italioti“.

La mano di Paul Anderson si sente tutta e strangola questo film, che è davvero il più deludente del ciclo: se Death Race 2 sorprendeva perché malgrado fosse un filmetto metteva in campo tanta roba e divertiva alla grande, questo delude perché punta molto sulla storia… e con Anderson non è mai una buona idea.
La corsa in pratica fa da tappezzeria a un mare di vicende e personaggi che non fanno in tempo a rimanere in video per più di qualche fotogramma, ed è incredibile come ogni singola scelta che funziona su carta… in video è davvero sbagliata! Lotta tra donne, sparatorie coi criminali sudafricani, baraccopoli che saltano in aria, corse nel deserto e addirittura la prima pilota donna del Death Race… un po’ meno, Paul, un po’ meno. Ci sono elementi per un’altra trilogia inzeppati malamente in un solo film, così che nulla abbia lo spazio che merita.
Simpatico il finale ma troppo macchinoso: al confronto Diabolik sembra uno che improvvisa! Ripeto, troppa trama scritta male per un film che non ne aveva assolutamente bisogno: una fine deludente per una saga spettacolare.
Confidiamo nel futuro Death Race: Anarchy (2018) della specialista in sequel cialtroni Universal 1440 Entertainment.

L.

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