Dead Trigger (2017) Dolph l’ammazza-morti

Il 3 novembre 2019 abbiamo festeggiato il compleanno di Dolph Lundgren, e non siamo stati i soli a pensare allo svedesone: la Koch Media il 14 novembre successivo porta nelle nostre videoteche (in DVD e Blu-ray) un suo filmaccio fresco fresco che ancora risultava inedito in Italia.
Diretto da due tizi di passaggio e presentato il 28 giugno 2017 al Moscow Film Festival (questo spiegherebbe la presenza di diversi russi nel cast), solo il 3 maggio 2019 arriva in patria americana Dead Trigger, che millanta di essere ispirato al videogioco omonimo del 2012 della Madfinger Games, ma in realtà non c’entra molto: semplicemente la casa del gioco ci ha messo qualche soldo.

Grilletto morto: sarà un film contro il Movimento 5 Stelle?

La Aldamisa Entertainment per l’occasione si gemella con la Badhouse Studios Mexico per formare l’orrore produttivo definitivo. Quest’ultima casa è infatti ben nota ai lettori del blog, in quanto la sua formula è semplice: girare orripilanti filmetti in Messico che però possono contare sulla vendita all’estero grazie alla presenza di una sbiadita star anglofona del passato. Che può essere l’ex star marziale Gary Daniels in Misfire (2014) e Rumble (2016), può essere Luke Gross in Dead Drop e Legacy (non ancora distribuito) o Michael Jai White in Cops and Robbers (2017), ma anche Dolph, che nello stesso anno ha lavorato per la casa a Larceny (2017).
Tutti i film della Badhouse sono caratterizzati dallo stesso colore marrone e dall’odore che non sa di rose…

Ecco come si dice “noia” in messicano

Terminal City, 2025: quindi parecchio vicino nel futuro. Gli zombie hanno zombificato il mondo e già sapete tutto il resto: il buono del film è che non ci sfrangia gli zebedei a raccontarci quello che già altre migliaia di storie ci hanno già raccontato. Ci sono gli zombie, punto.

Quando gli zombie avanzano… Dolph Lundgren li mette in frigo!

Per affrontarli sono nate delle unità speciali anti-contagio chiamate CSU (Contagion Special Units), composte da modelli muscolosi con abitini aderenti sui muscolacci: guerrieri sì, ma con stile.

Solo se sei figo e muscoloso puoi combattere gli zombie

L’unica idea intrigante della ridicola sceneggiatura di Heinz Treschnitzer è che l’abbondanza di zombie ha moltiplicato la vendita di armi in America, Paese che non aveva certo bisogno di vere minacce per amare i gingilli che fanno bum bum. Così la multinazionale Cyglobe è diventata il primo produttore di armamenti personali: «ogni famiglia possiede almeno dodici armi con il marchio Cyglobe: siamo la multinazionale di riferimento per tutto il globo», ci spiega giustamente soddisfatta la presidentessa Gloria Russo (Tamara Braun, nome illustre delle soap americane).

La regina delle armi in un mondo zombie

Il passo successivo della Cyglobe è trovare una cura per la zombìa, così da controllare tutta la “filiera”: dal contagio alla soppressione. Ma prima… sarebbe il caso di ingaggiare un bravo grafico per il logo della compagnia, che è davvero una poveracciata.

A guardare quel logo si diventa zombie ciechi

È il momento di raccattare attorini all’ufficio di collocamento per spacciarli come protagonisti del film. Si inizia con il miglior giocatore del mondo Chris Norton (Chris Galya), poi si passa alla lottatrice (va be’) Samantha Atkins, interpretata da quella Luciana Carro indimenticabile nel ruolo di Kat, inossidabile avversaria di Kara Thrace nella serie TV “Battlestar Galactica“. Proprio in omaggio alla sua battaglia con il Cylon Raider “Scar” ho preso il relativo modellino.

Quando Luciana Carro spaccava

Dopo la quota rosa c’è la quota asiatica con Daniel Chen (Justin Chon) e la quota nera con Gerald “G-Dog” Jefferson (Romeo Miller): buttiamoci pure una quota slava con Naomi Shika (Natali Yura) e la classe è completa. Tranquilli, non dovete ricordare i nomi: muoiono tutti come coglioni.
Perché sono stati scelti dei giovani palesemente inadatti a fare i soldati? Perché sono bravi ai videogiochi… Oh, non guardatemi così, non l’ho scritta io la sceneggiatura!

La classe del generale Conlan (Joel Gretsch) dovrà istruire questi ragazzi a combattere gli zombie, e per farlo servono i migliori istruttori in circolazione. Il primo è il capitano Rockstock, interpretato da… ve lo ricordate Isaiah Washington? L’attore che si è fottuto una splendida carriera nel 2007 perché in una conversazione privata ha usato la parola “frocio” (faggot): e se bestemmiava che facevano, lo fucilavano sul posto?

Prima lezione, ragazzi: mai usare la parola con la “f”

Ma l’istruttore più gagliardo è ovviamente il capitano Kyle Walker (Dolph nostro, gagliardo e tosto), con degli inguardabili capelli tinti pettinati da uno zombie: vorrei proprio vedere in faccia chi gli ha detto che stava bene con quella roba in testa.

Coraggio, fa’ un’altra battuta sui miei capelli

A completare il collegio docenti arriva il tenente Martinov, e così entra in squadra pure l’ex lottatore russo Oleg Taktarov.

È con questi che vogliamo vincere la guerra zombie?

Le “lezioni” iniziano con un Walker che spara una frase ad effetto, vittima di una traduzione italiana che non mi sembra ispirata.

You’re here for one thing and one thing only… to kill the dead.

«Voi siete arrivati qui per un solo motivo: uccidere i mutanti.»

Perché i morti sono diventati mutanti? Potevano continuare a chiamarli zombie come nel resto del film. Subito dopo il termine undead viene tradotto con «non morto»: che bisogna c’era di inventarsi i “mutanti”?

Coraggio, correggimi ancora le battute

Comunque la prima missione prevede il salvataggio della dottoressa che ha trovato la cura per la zombìa, un processo chiamato Esculapio (Asclepius) come il dio della medicina. Curiosa coincidenza vuole che mentre vedevo l’attrice Autumn Reeser interpretare Tara Conlan, intanto su Paramount la stessa attrice era protagonista della smielata commediola romantica televisiva Un amore inaspettato (2016).

Un’attrice divisa fra zombie e amore televisivo

Durante la missione incontrano pure il soggetto zero (interpretato da Keil Oakley Zepernick, stuntman di tutti i film di serie A più recenti), il primo infettato dal virus Cyglobe che doveva curare il cancro e invece ha sviluppato la zombìa. Per motivi ignoti la squadra gli spara al petto stando sempre attenta a non colpirlo mai in testa: non ci crederete, ma lo zombie rimane in piedi, giusto in tempo per fare un po’ di vittime tra i soldati.
Purtroppo è l’inizio di una lunga ed imbarazzante sequenza di scelte stupide ed azioni totalmente prive di logica, che rendono un film fatto con due spicci una noia mortale.

Combattere gli zombie col capello sempre perfetto

La dose mostruosa di scene sbagliate, dialoghi ridicoli e svolte di sceneggiatura da corte marziale rendono assolutamente indigesta questa porcata, malgrado come sempre Dolph si diverta più di tutti e vada avanti come un bulldozer. Anche se con controfigura.

Ma chi è questo? No, Dolph, la controfigura no!!!

Il nulla al quadrato sarebbe già qualcosa in confronto a questo film, da dimenticare immediatamente.

Shhhh, Dolph, basta, ora basta co’ ’ste cazzate…

Una curiosità. Malgrado non sia accreditata nei titoli del film, IMDb riporta la presenza (in un ruolo non meglio identificato) di Jenny Sandersson, truccatrice personale di Dolph Lundgren sin dal 2013, anno in cui comincia anche a fare piccole apparizioni marginali nei suoi film. Su Google sembra di capire che fra i due ci sia (o ci sia stato) del tenero, e mi chiedo: quanto deve recitare male la Sandersson per non ricevere neanche un ruolo parlato nei film del re della serie Z, peraltro suo amante? Tutti gli attori di questo film recitano peggio degli zombie, possibile non ci sia scappato un ruolino per lei?

L.

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The Mandalorian: Cara Dune (2019)

Come si fa a resistere alla potenza dell’episodio 1×04 della serie TV “The Mandalorian” – che ho recensito qui – con la grintosa Gina Carano nel cast? Subito dopo averlo visto sono volato a cercare su Amazon… e ho trovato questa meraviglia! Mi sembra un modo perfetto per iniziare i regali di Natale…

La storica “Star Wars – The Black Series” (Hasbro) nella sua collana 2015-2019 presenta – con il numero 101 – la splendida Cara Dune interpretata dalla ex mma fighter, con una dovizia di particolari che fa davvero spavento.

Dotata di pugnale, pistola e mitragliatore, alta 15 centimetri e con punti di articolazione alle giunture – compreso il collo rotabile – l’action figure è davvero un gioiellino. Tanto che altri personaggi della mia collezione sono arrivati a salutarla…

Cara, tra Optikk e il Punisher

Ecco infine alcune splendide immagini presentate dall’inserzione Amazon del personaggio.

L.

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[Comics] Boba Fett – Star Wars Tales 18 (2003)

L’uscita della seconda trilogia di Star Wars da una parte moltiplica l’interesse per questo universo ma dall’altra crea sicuramente dei problemi alla Dark Horse Comics, che si ritrova a dover rincorrere le evoluzioni dei personaggi, non più solo nei romanzi e videogiochi ma anche nelle Sante Parole di Padron George.
Non so se è questo il vero motivo, ma di fatto la casa di Mike Richardson dopo Nemico dell’impero (1999) – la “promozione” a saga del Boba Fett creato da John “Dredd” Wagner, dotato di gagliardiaggine come quella che si vede oggi nella serie TV “The Mandalorian” – tiene in panchina il cacciatore di taglie: in fondo Re George lo sta rimaneggiando profondamente e lo sta plasmando a colpi di bastonate in faccia, per trasformarlo da comparsa filmica a una delle colonne portanti di Star Wars, e la casa a fumetti che da sola ha dato onore al personaggio è costretta ad aspettare. Tutto già visto con Aliens e Predator della stessa Dark Horse, personaggi resi immortali dai fumetti e poi rimaneggiati dai film.

Solo nel dicembre 2003 Boba Fett riappare, con “Star Wars Tales” n. 18: cinque storie brevi dedicate al miglior cacciatore di taglie della galassia lucasiana. Tutte storie inedite in Italia tranne la penultima, infilata alla fine del volume antologico “Star Wars Legends” n. 85, Cacciatori di taglie (Panini Comics, giugno 2017).

Deliziosa l’introduzione dell’editor Dave Land che interagisce con il personaggio… ed è da lui infilato nella carbonite, diventando una scrivania. Fett si è vendicato del trattamento che Land stesso gli ha dedicato scrivendo Star Wars: Infinities – The Empire Strikes Back (2002), dove è il cacciatore di taglie a diventare la scrivania di Lando.

Boba e Dave Land in una vignetta metanarrativa

Si parte con “Number Two in the Galaxy” di Henry Gilroy e Todd Demong. I migliori armaioli dell’Impero si trovano su Ma’ar Shaddam, forse per la qualità dei minerali, e ogni tanto Boba Fett atterra per mettere a punto il proprio arsenale. Com’è facile immaginare, parliamo di parecchie armi.
Qui giunto, il nostro eroe deve spogliarsi completamente perché le sue armi vengano sistemate, e c’è un pazzo di nome Risso Nu che è convinto che siano le armi a rendere Boba Fett così temibile. Il fallimento del suo attacco dimostrerà che sbaglia.

Proprio mentre in questi giorni nella serie TV “The Mandalorian” viene spiegato che il culto dei mandaloriani prevede che non si tolgano mai il casco davanti a nessuno, mi imbatto in una stupefacente vignetta dove Boba si mostra alla donna che lo sta accudendo, quando invece nei fumetti letti finora era sempre stato schivo ad ogni contatto visivo.

Ma i mandaloriani non hanno il divieto di mostrarsi ad altri?

In “Payback” di Andy Diggle ed Henry Flint ci trasferiamo alla corte di Drex, signore del crimine del Sistema Gallapraxis: suo figlio è stato ucciso da un tizio di nome Feleen Bantillian, e ha incaricato Boba Fett di portarglielo per vendicarsi.
Il nostro eroe pensa solo ai soldi, e lancia una frase da perfetto eroe d’azione d’altri tempi:

Revenge is of no interest to me. Payback doesn’t pay.

“La vendetta non paga mai” è il modo più semplice di rendere l’ultima parte in italiano, ma per cercare di mantenere il gioco di parole nella nostra lingua tradurrei:

Non mi interessa la vendetta. Non si vince nulla con la rivincita.

Al di là di quello che pensi Boba della vendetta, ci finisce in mezzo. L’incarico è una trappola: raggiunto il planetoide nel sistema di Vornax, il nostro cacciatore diventa taglia. Avendolo ucciso lui il figlio di Drex, trova il relativo fratello e un esercito di droidi in modalità Terminator ad aspettarlo. Dopo uno scontro molto ben disegnato, Boba saprà far “valere la rivalsa” su padre e figlio…

Dopo il “Death by Dawn” di Evil Dead 2, ecco il “Death by Droid”

È la volta di “Being Boba Fett” di Jason Hall e Stewart McKenny, che addirittura ci apre uno spiraglio nella vita privata del nostro eroe.

«La vita di un cacciatore di taglie non è tutta ballerine Zeltron e schiave Twi’lek. Non alla lunga.»

Assistiamo alla quotidianità mattutina di Boba Fett, che si alza, si fa la doccia e fa colazione senza né armatura né casco. Ma con le ferite lasciategli dal Sarlacc.

La quotidianità di Boba Fett

Il cacciatore di taglie afferma di fare una vita simile a quella dei Jedi, solo che lui odia quella razza ed è contento che siano stati spazzati via: uno di loro gli ha ucciso il padre Jango. Ogni volta che Boba si guarda allo specchio… è il padre che vede.

Probabilmente è il primo ed unico ritratto di Boba Fett

Mentre ci riprendiamo dal colpo al cuore di aver visto Boba in faccia, è il momento di scegliere la taglia quotidiana. Bendu Fry, ricercato dal Sole Nero: sono lenti a pagare ma la taglia specifica “vivo o morto”, che piace a Boba.
Bendu per salvarsi racconta al cacciatore di taglie che sa dove si nasconde un Jedi, che però esce fuori essere solo figlio di un Jedi, ormai orfano: Boba non se la sente di ucciderlo, e preferisce accontentarsi di Bendu Fry.

Quest’ultimo sta raccontando una barzelletta di cui non conosciamo l’inizio, ma già la fine mi sembra deliziosa: «… e quello chiede: hai un wookiee in tasca o sei contento di vedermi?»

Anche in Star Wars ci sono le barzellette

The Way of the Warrior” di Peter Alilunas e Will Conrad (come dicevo, l’unica storia arrivata in Italia) ci porta sul pianeta Kuat un anno prima della battaglia di Geonosis (apparsa nel film Star Wars: Episode II – Attack of the Clones, 2002).
Il giovane Boba fa da esca per un attacco a sorpresa di suo padre Jango, che arriva a sterminare i ribelli: non è un politico o un rivoluzionario o un idealista, è un cacciatore di taglie. Il resto non conta.

In una storia brevissima assistiamo all’educazione guerriera del giovane Boba Fett.

Jango Fett: padre dell’anno

Con “Revenants” di W. Haden Blackman e Dub (con Nico Henrichon) troviamo Han Solo viaggiare da solo alla volta di Raxus Prime, ignorando di avere la Slave I di Boba Fett alle costole. Abbandonata la nave non appena il cacciatore di taglie lo abborda, Han si ritrova su un pianeta di ferraglia e spazzatura, dall’altra parte della galassia rispetto a tutti i suoi amici, impegnati nella Guerra di Yuuzhan Vong (raccontata nella serie di romanzi “The New Jedi Order” dal 1999 al 2003): su Raxus Prime ci sono solo lui… e Boba Fett.

Solo e Fett come Kirk e Gorn

La situazione sembra strizzare più di un occhio al mitologico racconto Arena (1944) di Fredric Brown, da cui l’episodio omonimo (1×18) di “Star Trek” serie classica (ricordo la recensione di Sam Simon), ma è un pio desiderio di un vecchio fan. L’arma che Solo sta cercando di costruire, fondendo materiali di scarto trovati in giro, non è altro che un bastone con cui affrontare l’avversario: tutto qua? E serviva una pistola fonditrice per avere come risultato una sbarra di ferro? Dall’altra parte Fett compie tutti gli errori dei cattivi dei film, lui che invece è un drago a fumetti.

«Ci sono forse sei o sette persone nella galassia in grado di battere Boba Fett in un combattimento leale: io non sono uno di loro. Ma non combatto in modo leale.»

Tutto il lavoro di Han è stato mettere una trappola automatica: un bastone che scatta e va a colpire il jet di Boba, che di nuovo è la causa della sua sconfitta.

Non saranno le mitiche Vasquez Rocks di “Star Trek” ma siamo lì.

Boba non è del tutto fuori gioco e a voler essere proprio ottimista potrei dire che comunque rimane lo spirito di Arena, con il protagonista che vaga in cerca di poter organizzare una difesa migliore. (In realtà il racconto di Brown è leggermente diverso, ma dal 1967 a prevalere è la “versione di Kirk”.)

Il discorso cambia completamente una volta trascorsa una settimana, in cui quasi ogni giorno Han fa fuori un Boba Fett che lo aggredisce: possibile che il cacciatore di taglie sia immortale? Sono allucinazioni di Solo? Oppure… c’è un esercito di cacciatori di taglie guidato da Fett?
Quest’ultima è la risposta, il cacciatore ha messo su un esercito privato e dare la caccia ad Han Solo è l’esame finale per stabilire chi meriti di essere un soldato di Boba: quelli rimasti morti sul pianeta… sono bocciati.

La storia si chiude con Boba che esorta Han a tornare dalla sua principessa e dirle che “i mandaloriani sono tornati”.

Un esercito chiamato Boba Fett

A parte l’ultima storia, dove Boba fa un cattivo da operetta, l’opera antologica è deliziosa e molto piacevole da leggere, segno della grande vitalità del personaggio, capace addirittura di conquistare uno come me che non è minimamente interessato all’universo di Star Wars.
L’intervento di più autori può dare spazio a più sfaccettature del personaggio, quindi ben vengano queste operazioni corali.

L.

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La Storia di Alien 9. Il cast (3)


9.
Il cast (3)

Sono rare le puntate davvero divertenti della serie TV “Due uomini e mezzo”, e fra queste c’è il primo episodio della seconda stagione (settembre 2004). Il fratello di Charlie Sheen smania per partecipare ad una riunione di amici a cui non è invitato, riesce ad entrare con la forza e trova dei grandi nomi seduti sul divano di casa. Indica Sean Penn al fratello e chiede: «È lui?» Charlie risponde: «Sì». Poi indica Elvis Costello e chiede: «È lui?» Charlie risponde: «Sì». Infine indica Harry Dean Stanton e chiede: «È lui?» Charlie scuote la testa: «Lo era, ora non più».

I magnifici sette nello spazio (cit.)


Harry Dean Stanton recita coi vestiti

Quando si presenta davanti a Ridley Scott per il provino di Alien, Stanton ha venticinque anni di carriera sulle spalle, anche se in piccoli ruoli e spesso televisivi. Non è una star ma neanche uno sconosciuto, e soprattutto non è un novellino dell’ambiente. Quando il giornalista Richard Meyers lo intervista per lo speciale della Warren Publishing “Alien Magazine” (dicembre 1979) e gli chiede cosa l’abbia attratto dal film, la sua risposta diventerà poi storica:

«Non saprei, in realtà non ne ero attratto per niente. È stato l’entusiasmo di Ridley nel volermi nel film ad essere decisivo. Gli ho detto che non mi piacevano i film di fantascienza e mi ha risposto che non piacevano neanche a lui, ma gli piaceva questo film. Gli chiesi se avesse abbastanza soldi per farlo e in seguito mi confidò che mi ha ingaggiato proprio per quella mia domanda.»

Visto che ancora nel documentario The Beast Within (2003) ripeterà questa risposta, è tutto ciò che sappiamo della sua entrata nel cast. Meyers nel 1979 continua ad incalzarlo per saperne di più, e scopriamo che il copione di Stanton prevede davvero pochissime battute: «Tutto ciò che dovevo dire era “giusto”: era tutta lì la mia parte». Non molto con cui lavorare, ma questo non spaventa un attore che da due decenni è abituato a rimanere sullo sfondo di grandi star.

«Ho fatto un film con Jack Nicholson, Le colline blu (Ride in the Whirlwind, 1966). Io e Jack ci conoscevamo da anni, prima di diventare attori. Lui aveva scritto il copione, recitava da protagonista ed era il produttore. Aveva scritto uno dei ruoli per me – il ladro Blind Dick –  e mi disse che non voleva che io recitassi: mi disse di essere me stesso e lasciar fare il resto al guardaroba. Ed è questo che cerco di fare sempre, da allora.»


Tom Skerritt

Mentre Stanton recita con la sua camicia hawaiiana, anticipando di un anno Tom Selleck nella serie “Magnum P.I.” (1980), un altro caratterista come Tom Skerritt condivide con il resto del cast una sorta di “silenzio stampa” pluri-decennale. Anch’egli attore di lunga data, in ambiti prevalentemente televisivi ma con puntate anche al cinema – insieme a Keith Carradine ha recitato per il nostro Giuseppe Colizzi per Arrivano Joe e Margherito (1974), nel ruolo di Margherito! – per la rivista “SFX” (giugno 2019) ha raccontato un po’ della sua esperienza in Alien ampliando leggermente quelle poche parole spese nel documentario The Beast Within (2003).

«Ricordo che dopo aver ricevuto l’offerta ed aver letto il materiale ho chiesto di sapere di più sulla storia, e mi è stato risposto che il budget era di due milioni di dollari e non c’era ancora il regista. Il copione non era proprio qualcosa di affascinante, per un attore. All’epoca mi ero viziato dall’avere avuto un sacco di bei ruoli, il mio lavoro fino ad allora vedeva registi come Robert Altman ed Hal Ashby: Alien non mi convinceva.»

In questo 2019 non ripete ciò che ha detto nel 2003, che cioè era convinto che con un budget così basso non sarebbe mai uscito fuori un buon film con quella sceneggiatura, comunque conferma di aver rinunciato al ruolo e di averlo ripreso in considerazione solo dopo l’arrivo di Ridley Scott. «Pensai che la questione fosse chiusa – racconta l’attore nel documentario del 2003. – Un mese dopo, uno dei produttori mi chiamò dall’Inghilterra e mi disse che il regista sarebbe stato Ridley e che il budget sarebbe stato sufficiente a realizzare il potenziale del film: questo cambiava tutto. Si trattava di lavorare con Ridley Scott, era una lezione di cinema». Come ripeteranno tutti gli attori, anche Skerritt è un grande fan del lavoro di Ridley, malgrado all’epoca solamente i più attenti erano riusciti ad intravedere I duellanti nelle sale americane, e come sempre è facile che siano tutti giudizi dati a posteriori.

Nell’intervista del 2019 Skerritt ricorda l’incontro con Scott nell’ufficio di quest’ultimo a Londra. «Cominciammo a provare un po’ di dialoghi e poi [Scott] si inseriva a descrivere la scena dal punto di vista visivo: era affascinante, ma praticamente dopo mezz’ora avevamo letto sì e no un paio di righe di copione. Era così preciso nei dettagli». La situazione viene “salvata” dall’arrivo di un assistente che porta via il regista per risolvere dei problemi. Skerrit ne approfitta, si volta verso gli altri e dice: «Immagino che questo faccia di me il capitano della nave».


Jon Finch… anzi, John Hurt

Il ruolo di Kane, la prima vittima dell’alieno, viene affidato a Jon Finch, attore televisivo che con il ruolo da protagonista del celebre Macbeth (1971) di Roman Polanski aveva avuto la possibilità di un lancio nel grande cinema. Qualcosa però va storto, e arrivato sul set di Alien nell’estate del 1978 nasce un vero e proprio mistero: perché l’attore è stato subito sostituito da John Hurt?

Nel documentario The Beast Within (2003) Ridley Scott racconta che nel primo giorno di riprese Finch appare “strano” e nell’istante stesso in cui viene dato il primo ciak si sente male, ed esce fuori che è diabetico: non può continuare la lavorazione del film così viene sostituito. Questa dichiarazione del regista – rilasciata in più occasioni, come l’audio-commentario di Alien in “Alien Quadrilogy” (2003) e la rivista “Empire” (novembre 2009) – non è l’unica voce sull’argomento.

Jon Finch nel ruolo di Kane, dal documentario The Beast Within (2003)

Intervistato da Jason Debord nell’aprile 2009, per il sito Originalprop.com, il supervisore agli effetti speciali Brian Johnson racconta di come l’attore si sia sentito male mentre lui gli stava prendendo un calco della testa, tanto che il tecnico ha chiamato l’ambulanza: non avendo dichiarato all’assicurazione di essere diabetico, Finch non poteva continuare le riprese. Intervistato per Shadowlocked (sito ora chiuso ma la dichiarazione è riportata da Alien Explorations), l’art director Roger Christian dà la colpa all’eccessivo fumo presente sul set – problema che lamenteranno tutti gli altri attori – e non si trattava solo dell’incenso che Scott utilizzava per rendere più “fumose” le scene ma anche l’insieme dei sigari fumati dal regista: dopo tre giorni di riprese, Finch molla. Nel suo diario, alla data del 4 luglio 1978, H.R. Giger avrebbe scritto: «John Finch, l’attore principale, è di nuovo malato ed è dovuto andare in ospedale» (pagina 81, stando al citato Alien Explorations), e l’uso di quel “di nuovo” sta a significare che i giorni di riprese sono stati sicuramente più d’uno, con più casi di malori sul set.

Il “mistero” rimane fitto finché nel 2008 la Fox ricontatta Charles de Lauzirika – padre di tutti noi fan, in quanto curatore del cofanetto “Alien Quadrilogy”, autore del citato documentario The Beast Within nonché scrittore di tutti i dossier dei personaggi del primo film, come appaiono nel DVD del 1999 (come da lui stesso rivelato via twitter nel Capodanno del 2018) – e gli chiede di ampliare il lavoro già svolto in vista del cofanetto “Alien Anthology (Limited Edition)” (2010), da non confondersi con la versione ridotta del 2014. de Lauzirika ha conosciuto Finch durante la lavorazione del film Le Crociate (2005) di Ridley Scott, così lo chiama e gli fa raccontare la sua versione dei fatti, inserita come contenuto speciale del cofanetto Blu-ray.

La fonte di quanto appena scritto… è de Lauzirika stesso, persona incredibilmente disponibile e gentile: quando un fan – cioè io! – l’ha contattato via twitter per chiedergli spiegazioni sulla presenza di Finch in “Alien Anthology”, non si è tirato indietro e ha raccontato quanto appena riportato.

Contenuto speciale esclusivo del cofanetto “Alien Anthology (Limited Edition)” (2010)

Nella sezione “Enhancement Pods” del quinto disco è presente il capitolo “Jon Finch sets the record straight” in cui l’attore (scomparso nel 2012) dà la propria versione dei fatti:

«La prima volta che ho quasi lavorato con lui [Ridley Scott] è stato per I duellanti, che era il suo primo film. Mandò il copione al mio agente dell’epoca, che avevo appena mollato e stavo girando un film con Roger Vadim nella Valle della Loira [probabilmente si tratta di Una femmina infedele (1976). Nota etrusca.] Un paio di anni dopo lo incontrati [Scott] per Alien e mi disse “Ero nel tuo stesso hotel”, ed io “Perché non mi hai salutato?”, e lui “Perché non hai mai risposto al copione che ti ho mandato”. Non mi aveva rivolto la parola perché il mio agente non mi aveva rigirato il copione, così ho perso Alien… cioè, scusate, I duellanti.

Poi venne Alien, in cui ho lavorato… credo per tre giorni, oltre a tutta quella merda del petto e del collo, sapete? [Non sappiamo, ma forse si sta riferendo ai lavori preparatori per la scena del chestburster e al calco facciale citato da Brian Johnson. Nota etrusca.] Dopo tre giorni ho avuto un bruttissimo attacco di bronchite, per la prima volta nella mia vita e mai più ripetuto, e sono finito in terapia intensiva. Mi sono dovuto assentare dalle riprese per due settimane, e… be’, sapete, non potevano lavorare così purtroppo ho perso quell’occasione, e l’ha colta John Hurt. Quando quel piccolo bastardo [il chestburster] gli esce dallo stomaco io sapevo, sapevo tutto, ci avevo lavorato per un’eternità, sapete?»

Quindi non era diabete bensì bronchite? Com’è nata allora la “leggenda del diabete”? Malattia, guarda caso, che l’attore avrebbe dovuto dichiarare all’assicurazione e che quindi ad ammetterla avrebbe difficoltà a livello professionale, al contrario di una innocua bronchite di cui non avrebbe colpa. Il mistero rimane…

Jon Finch nel 2003, dal cofanetto “Alien Anthology (Limited Edition)” (2010)

Qualunque sia il vero motivo per l’allontanamento di Finch, ciò che è sicuro è che ora c’è bisogno di un nuovo attore per il ruolo di Kane, e dannatamente in fretta. Scott ricontatta uno degli attori in lista, John Hurt, perché è tornato disponibile. Malgrado quando ripeterà la storia eviti di citare il titolo del film, Hurt ha rifiutato Alien perché è stato ingaggiato per Zulu Dawn (1979), kolossal britannico che cerca di replicare l’enorme successo di Zulu (1964) sfruttando il centenario dei fatti che racconta, cioè la guerra contro gli Zulu del 1879. Per l’occasione tante grandi star dell’epoca vengono chiamate a ricoprire minuscoli ruoli, ma – come si saprà in seguito – al momento di sbarcare in Africa Hurt viene fermato e rispedito in patria come persona non gradita: il suo nome è stato confuso con quello di John Heard, noto attivista di iniziative anti-apartheid. Curioso che l’attore nel ripetere questo aneddoto sia in The Beast Within che nell’audio-commento del film non citi Zulu Dawn ma si limiti ad un vago «film sudafricano»: forse dà per scontato che tutti conoscano l’aneddoto?

John Hurt nel documentario The Beast Within (2003)

John Hurt dunque si vede piombare addosso un Ridley Scott esagitato:

«Ridley Scott venne a trovarmi e parlammo fino a mezzanotte passata: diciamo che era un lunedì, e il martedì mattina mi presentai sul set alle 7,30. Per me non fu un film come gli altri.»

Non saranno molte altre le dichiarazioni dell’attore, scomparso nel 2017, che dopo decenni di silenzio avrà giusto qualche parola di circostanza da dire sul film per cui è famoso in tutto il mondo. Yaphet Kotto e Ian Holm invece ancora oggi mantengono il loro “codice del silenzio”.

Il cast è pronto, i set sono abbondantemente pieni di incenso e i sigari di Ridley Scott sono pronti a pacchi: possono iniziare le riprese.

(Continua)


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”.
  • Jason Debord, Interview With Brian Johnson, Special Effects Artist, dal sito OriginalProp.com (23 aprile 2009)
  • Richard Edwards (ma in realtà senza firma), Loving the Alien, da “SFX” n. 313 (giugno 2019)
  • Richard Meyers, Harry Dean Stanton interviewed, da “Warren Presents: Alien Magazine” (dicembre 1979)

L.

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Guida TV in chiaro 6-8 dicembre 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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The Mandalorian 1×04 (2019) Gina Carano Superstar!

Spero che stiate seguendo la spettacolare serie TV “The Mandalorian“, che al quarto episodio è riuscita a superare se stessa: questo solo episodio – diretto dall’attrice Bryce Dallas Howard, che dimostra di aver imparato molto bene da papà Ron Howard – per me vale più dell’intera saga di Star Wars. Questo la dice lunga su quanto io NON sia fan di Star Wars.

Se già la serie mi è piaciuta da subito perché si rifà al genere “cacciatori di taglie” – dove il romanziere Mike Resnick potrebbe dettare legge, se non avesse scritto romanzi davvero scarsini – con un protagonista che sembra uscito dalle irresistibili pagine Dark Horse scritte da John Wagner (papà di Judge Dredd), se già “The Mandalorian” non fosse notevole perché è palesemente un western che finge di essere inserito in una saga quasi-fantasy e con un protagonista più vicino a Jonah Hex che a Han Solo, se già tutto questo non contribuisse a farmi adorare la serie… dal quarto episodio arriva il mio amore, Gina Carano, e tutto esplode.

La serie è appena diventata la mia preferita!

Era intorno al 2010 che scoprii Fight Girls (2006), documentario-reality dove la giovane Carano dimostrava la sua bravura nelle mixed martial arts e poi l’ho vista crescere: nel vero senso della parola. Le sue cosce sono registrate come armi letali, e la sua grinta nel combattere la potete ammirare negli incontri sul ring. Purtroppo come attrice non ha avuto buone occasioni per risplendere, ma al fianco del mandaloriano la sua naturale gagliardiaggine può arrivare a livelli epocali.

«Siamo la coppia più tosta del mondo» (quasi-cit.)

Come dicevo, “The Mandalorian” è in tutto e per tutto un western, quindi il quarto episodio ha la trama più classica dei classici, cioè presa da I magnifici sette (1960), a sua volta fotocopia de I sette samurai (1954) del maestro Kurosawa. Tutti l’hanno rielaborata, c’è pure un pazzo che ha scritto una fan fiction con dei coloni umani così disperati da chiamare sette Predator in disgrazia ad aiutarli… ma questa è un’altra storia.
Visto però che non ci sono sette eroi ma solo due – il mandaloriano protagonista e Cara Dune (Gina nostra, gagliarda e tosta) – la storia assume un altro sapore…

Dovrei fare causa alla Disney perché un protagonista rude e tosto e la sua grintosa alleata che aiutano degli innocenti insegnando loro tecniche da guerriglia viene tutto da Chi muore per primo, muore due volte (2015), la mia avventura dove Giona Sei-Colpi ricicla battutacce degli eroi anni Ottanta per aiutare dei poveri monaci assediati dalle forze del male.
Ovviamente sto scherzando: sia io che “The Mandalorian” siamo figli del Maestro di tutti. Sam Raimi e il suo Army of Darkness (1993), che è una spremuta di cinema come non è mai apparsa su schermo. Non a caso come nemici di quest’episodio abbiamo i Klatooinian: sarebbe stato geniale batterli gridando «Klaatu Barada Nikto»!

Gina come Ash: aggiungete un milione di punti in più

Gina entra in scena seduta al bar, come fossimo tornati ai tempi dell’esordio nel deludentissimo Knockout. Resa dei conti (2011), ma in realtà è un classicone: l’eroe dei western – da Tex a Hex – prima o poi si siede sempre al saloon, in attesa che esploda l’azione.

Quando Gina aspetta al bar, le botte stanno per arrivare

All’apice dell’episodio, quando per la prima volta nella mia vita sono appassionato da un prodotto di Star Wars – l’ultima volta forse avevo 12 anni! – Gina decide di farmi morire. Si rivolge al mandaloriano e grida: «Dammi il fucile a impulsi» (Give me the pulse rifle).
Fucile a impulsi? Pulse Rifle? Ma questi sono termini dell’universo di Aliens! Il nerdgasm scatta potente…

Quando una donna imbraccia un pulse rifle, l’universo esplode

Avrò modo nel mio blog alieno di raccontare come Star Wars si rifaccia ad Aliens, visto che il pulse rifle appare in manuali tecnici dal 1994 mentre Cameron l’ha sdoganato nel 1986. (No, non il Cameron di Alita e Terminator 6, parlo del Cameron quando era Cameron!)

Per ora mi limito a consigliare caldamente di ammirare Gina Carano muovere il suo corpaccione in questa serie spettacolare, dove può essere libera di picchiare la gente e fare sguardi carichi di gagliardiaggine. Una perfetta alleata per il mandaloriano.

Ahò, ma nun te suda la capoccia?

Chiudo con un mistero degno di X-Files: come mai dal 4 ottobre 2019 Amazon ha in vendita questo modello Lego che ricrea esattamente quanto visto nel quarto episodio di “The Mandalorian”… che però è andato in onda il 29 novembre successivo???

L’Impero (Disney-Fox-Lucasfilm) sa con due mesi di anticipo cosa piacerà ai bambini

Possibile che l’Impero (Disney-Fox-Lucasfilm) fosse così sicuro del successo dell’episodio da organizzare già una corposa confezione Lego apposita? Diavoli del marketing

L.

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Der Commander (1988) Il triangolo della paura

Ultimo appuntamento con un film che solo in spirito è legato agli Eroi di Odeon: capite che dovevo completare la trilogia.

Terzo ed ultimo film girato dal nostro Antonio Margheriti – sempre dietro il suo pseudonimo Anthony M. Dawson – per il produttore tedesco Erwin C. Dietrich: Der Commander ha sicuramente ha visto una buona distribuzione in Germania (dal 28 aprile 1988) con relativo successo al botteghino, ma… di nuovo l’Italia rimane ai margini.

Un film italiano ben poco distribuito in Italia

Ricevuto il visto della censura italiana il 20 luglio 1988, come per il precedente film non risulta alcuna prova sia mai uscito nelle sale: la prima traccia di distribuzione italiana è la messa in onda su Italia7 (oggi 7Gold) venerdì 17 maggio 1991 in prima serata.
Nel 1989 intanto è arrivato nelle nostre videoteche grazie a Deltavideo, mentre MHE (Mondo Home Entertainment) lo porta in DVD nel gennaio 2008 ma è un’edizione ormai parecchio costosa: consiglio la bella edizione tedesca del 2014 (sia in DVD che in Blu-ray) della serie “Cinema Treasures”, visto che fra le lingue c’è anche l’italiano.

La moda anni Ottanta è puro horror

In una lunga intervista a “Watchdog” n. 28 (1995) scopriamo che Margheriti stava per saltare questa sua terza regia in quanto parecchio impegnato nella mini-serie targata Rai L’isola del tesoro: il titolo italiano è ingannatore, perché si tratta di una rivisitazione fantascientifica del classico di Stevenson, e infatti all’estero è nota come Space Island o Treasure Island in Space.

Sono solo cinque puntate ma le riprese vanno per le lunghe – l’ultimo episodio viene trasmesso il 17 dicembre 1987 – quindi Margheriti racconta nella citata intervista che per poco non ha mandato all’aria l’impegno con Dietrich.
Poi, racconta il regista, ha saputo che un suo collega – Vincent Dawn, cioè Bruno Mattei – si era offerto di sostituirlo con Dietrich, ma la cosa non sembra chiara, o Margheriti non vuole parlarne troppo: rimane il fatto che mantiene il suo impegno.

«Der Commander è uno dei più incredibili film che io abbia mai visto: una merda totale e completa [really complete and utter crap]. Quello sì che è fantascienza, con una sceneggiatura che non ha il minimo senso per un solo minuto. È stato il più economico dei tre e, senza dubbio, anche il peggiore.»

Gli ha lasciato davvero un bel ricordo. E purtroppo concordo con lui.

Al mio segnale… scatenate Margheriti!

Il problema del film è subito chiaro ed è lo stesso dei precedenti due titoli: Margheriti ha tipo venti attori ricorrenti da far lavorare e dà mandato ai soliti Giacomo Furia e Tito Carpi di inventarsi qualcosa che giustifichi venti personaggi in scena: non può lamentarsi se il risultato è un minestrone annacquato. In un minestrone possono capitarti più verdure o più legumi: qui… sono tutti broccoli!

Eh? Chi è? M’hanno chiamato?

La storia parte dal generale Dong (il solito Protacio Dee) che in Cambogia spodesta il precedente generale e con un colpo di stato si prende tutto il traffico di droga locale.

Dittatore sì, ma al passo con la tecnologia

Sembra incredibile, ma il perfido tiranno raccoglie informazioni scottanti sul traffico di droga… in un CD-Rom! Nel 1988!
I CD audio erano appena usciti – l’anno prima era entrato in casa etrusca il primo stereo con lettore CD e il primo album musicale in digitale: Blue’s di Zucchero, in omaggio con il lettore! – ma per i CD-Rom siamo davvero parecchio indietro. Per carità, la Sony li aveva appena fatti uscire ma da qui ad essere noti nella cultura popolare ci vorrà del tempo.
Volete una prova? Tom Cruise nei panni dell’agente Hunt di Mission: Impossible (1996) gira ancora con un simil-floppy disk!

Tie’, e Tom Cruise… muto!

Intanto alla CIA il vecchio Donald Pleasence è talmente intronato che non sa quale film sta girando e dice robe a caso. Dobbiamo mandare un agente ad infiltrarsi nel regno del generale Dong: lì sono tutti asiatici… mandiamoci un occidentale. Chiaro, no?
Prendono Dark Mason l’ubriacone (Manfred Lehmann), gli fanno la plastica non si sa perché e lo mandano a fare non si sa cosa, e questo filo narrativo scompare nel nulla per poi riapparire alla fine: ah, sei l’agente Mason mascherato! E sticazzi?

Anche il Visconte Cobram beve San Pellegrino

Intanto ci trasferiamo in una villa a Napoli dove Mazzarini (Lee Van Cleef) fa cose, vede gente, un po’ scrive, un po’ pensa… Se succede qualcosa svegliatemi, eh?

Il Duca Conte Francesco Maria Barambani e Lee Van Cleef

Mazzarini dà l’incarico al maggiore Colby (un Lewis Collins straordinariamente svogliato che mai come qui fa lo sciopero dell’attore: ha la faccia da morto in ogni fotogramma) di andare a spodestare il generale Dong. Colby è ovviamente un beota e quindi non si ricorda di Arcobaleno selvaggio: possibile che non abbia capito che chi vuole far fuori i signori della droga è perché vuole diventare egli stesso un signore della droga?

Ah Margheriti, tie’: ripigliate i soldi, io me ne vado

Secchiate di nuovi personaggi entrano ed escono senza alcun significato, più che un film sembra un ufficio di collocamento per comparse che non rifiuta un lavoro a nessuno. Personaggi su personaggi su personaggi entrano, dicono due frescacce e scompaiono, mentre la trama action-spy-thriller-drama-crime-noir-war-prisencolinensinainciusol va a ruota libera in tutte le direzioni, senza mai imboccarne nessuna. Il forte di Margheriti sono le scene d’azione e anche qui sono ghiotte… ma parliamo di due di numero che durano tipo dieci secondi. Il resto è chiacchiericcio di almeno venti personaggi in cerca di copione.

Belle pose, se poi magari facessero anche altro…

Lo stesso film fatto con quindici personaggi in meno sarebbe stato un gioiellino action, invece è solo un mercato affollato dove ognuno dice cose a caso, generando rumore di fondo e nient’altro. Aggiungiamoci un protagonista totalmente assente e il fatto che la devastante frammentazione fa sì che non si capisca mai chi siano gli eroi della vicenda, il risultato è un film da mettere in un cassetto e dimenticare per sempre.

L.


L’angolo del Professionista

Ho chiesto a Stefano Di Marino, autore della lunga saga di romanzi del Professionista (su “Segretissimo” Mondadori questo mese arrivano i ninja!), ma anche curatore della recente collana “Spy Game” (Delos Digital), un commento sulla trilogia di Margheriti, che so aver lasciato un segno profondo nella sua passione per l’avventura esotica, avendola lui citata in varie passate occasioni.
Metto qui un brano della sua recensione: il resto lo trovate su ThrillerMagazine.it nella rubrica di Di Marino “Colpo in canna”.

L’azione che nella sua parte puramente action si svolge nel sud-est asiatico, ha anche una fase importante in Germania: Berlino che si vede solo di sfuggita ma, come Napoli, fornisce alla vicenda un respiro più ampio.  Qui c’è una talpa nella sezione narcotici e, come sempre, siamo portati a sospettare di Pleasence. La risoluzione del caso è affidata a Mason, che è un agente che si fa addirittura cambiare i connotati per entrare nel gruppo di mercenari sotto mentite spoglie.

Doppi e tripli giochi, forse non sempre logici ma intriganti che ruotano intorno al documento segreto che rivela il nome della talpa dei trafficanti.  Il plot, pur restando il film un semplice action senza troppe sofisticazioni e affidato principalmente alle sequenze avventurose, è solido e tutt’altro che stupido. Forse non originalissimo ma nell’economia del racconto, ad anni di distanza, si fa apprezzare. Così come il finale… napoletano che un pochino ci ricorda una celebre sequenza di Professione: assassino (1972) di Michael Winner.

Stefano Di Marino


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America 3000 (1986) guest post

Torna Lorenzo, l’angelo custode del ciclo Gli Eroi di Odeon TV, con la recensione di uno dei mitici film trasmessi dall’emittente nei tempi d’oro. (Ricordo l’elenco dei suoi cicli tematici.)
Gli lascio dunque la parola, limitandomi alle didascalie e ad eventuali commenti tra parentesi quadrate.

Estate 1988. Da qualche mese esco con una ragazza. Un pomeriggio decidiamo di noleggiare una videocassetta, e ci rechiamo in una delle videoteche del paese.

Lei vuole vedere un film fantasy, tipo La storia fantastica (1987), che è uscito da poco, è divertente e romantico quanto basta, insomma va benissimo per le ragazze. Le cade l’occhio su un film intitolato L’anello incantato (Wizards of the Lost Kingdom, 1985). Sulla copertina c’è una bellissima illustrazione con un drago e un castello, insomma parrebbe proprio quello che sta cercando. Vedo di sfuggita gli attori e alcuni fotogrammi sul retro della custodia: in una frazione di secondo ho già capito l’errore che sta per fare. Ma io sono nel bel mezzo del trip dei film di Odeon, quindi sto zitto e non vedo l’ora di potermi gustare l’ennesimo (e inaspettato) filmaccio. Inutile dire che, a visione terminata, lei era incazzata nera mentre io gongolavo di soddisfazione.

Cosa c’entra con America 3000 (1986)? In realtà niente, se non fosse per il fatto che, quella stessa sera, per il ciclo “Gli ultimi guerrieri”, America 3000 viene trasmesso per la prima volta in TV. Quindi, gasatissimo per la double feature, come ogni sabato mi metto davanti al televisore.

[Lorenzo si riferisce al 9 luglio 1988, in cui America 3000. Il pianeta delle Amazzoni va in onda su Odeon TV.
Ignoto alle sale, il film arriva direttamente nelle nostre videoteche nel 1986 grazie alla storica Multivision, gemellata con la Cannon: purtroppo scompare velocemente dalla distribuzione italiana. Nota etrusca.]

Quando la Cannon dominava il mondo… anche nel futuro!

America 3000 è una via di mezzo tra il postatomico e il film cazzone d’avventura, una commistione abbastanza singolare. Quando lo vidi la prima volta ne fui entusiasta, e ne conservavo un ottimo ricordo. L’ho rivisto di recente e tutto sommato il giudizio è rimasto positivo, sempre tenendo conto che stiamo parlando di una produzione Cannon.

Mi consola che anche nel futuro rimarrà il piacere della lettura

Siamo nell’anno 3000, il mondo è tornato all’età della pietra dopo un conflitto nucleare avvenuto nel 1992: le donne hanno ridotto gli uomini in schiavitù e se ne servono per lavorare e procreare. Un giorno due amici, Korvis (Chuck Wagner, meglio conosciuto per la serie TV “Automan”) e Gruss (William Wallace) decidono che ne hanno abbastanza e che è ora di scappare. Ci riescono, e assieme ad altri fuggitivi (e ad una specie di assurdo Wookie che si chiama Aargh) iniziano a pianificare una ribellione contro le odiate donne. Il momento cruciale è quando Korvis trova il bunker antiatomico del presidente degli Stati Uniti, completo di un fornitissimo arsenale di armi che imparerà ad usare alla perfezione già al secondo tentativo: adesso i mezzi per rovesciare le gerarchie ci sono tutti.

Pure le lucette? Ma che hanno, le batterie atomiche?

Come dicevo priva, il film si muove tra action e comedy, e i momenti più divertenti sono quelli in cui gli abitanti del 3000, poco più che selvaggi (che però sfoggiano elaborate acconciature anni ’80, soprattutto le donne) approcciano la nuova tecnologia, in situazioni comunque già viste e riviste.

Anche le guerriere del 3000 vanno dal parrucchiere

Il tono generale è piuttosto cheesy, con qualche accenno di satira, ma non mancano le battaglie con uccisioni di massa in pieno stile Cannon: un accostamento forse spiazzante, ma che, inutile a dirsi, da ragazzino era la cosa che mi esaltava di più.

Oppa Cannon Style

In definitiva, una visione divertente e poco impegnativa, a patto che, come al solito, si sappia cosa si sta per vedere e ci si regoli di conseguenza. Tipo, se state cercando il nuovo Mad Max siete completamente fuori strada. Consigliato soprattutto ai nostalgici degli anni ’80.

Lorenzo

E i Rolling Stones tirano ancora!


P.S.
Ringrazio Lorenzo della disponibilità e voglia di condividere: lo aspetto per tanti altri nuovi filmacci!

L.

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National Lampoon 3 (1989) Un Natale esplosivo

Il 1° dicembre di trent’anni fa uscita in patria la terza avventura vacanziera della famiglia Griswold, che cercava di ritrovare la rotta dopo il naufragio del secondo episodio. Non è stata una buona idea girare per l’Europa, terra immorale piena di pazzi maniaci, è il momento di festeggiare il Natale in America e in famiglia, con National Lampoon’s Christmas Vacation. L’unico episodio della saga che non prevede alcun viaggio.

Un episodio stabile in una saga nota per i suoi viaggi

Per motivi misteriosi il film non è mai arrivato nelle sale italiane ed è stato distribuito dalla Warner Home Video direttamente in videoteca, nel novembre 1991: io l’ho visto in famiglia nel suo passaggio televisivo sul canale a pagamento Tele+1, il 4 dicembre 1992 in seconda serata. Già apparso in DVD, la Golem Video lo ristampa nel novembre 2015.
Malgrado Chevy Chase abbia amato questo film, in quanto il protagonista a quanto pare fa molte delle cose che l’attore ama fare davvero a Natale con la sua famiglia, non ne ha parlato molto nella sua biografia: per fortuna abbiamo informazioni sulla nascita della pellicola da tutt’altra fonte.

Nel suo libro di memorie – “If you don’t buy this book, we’ll kill this dog!”: life, laughs, love, and death at the National Lampoon (1994) – Matty Simmons, produttore della serie di film Vacation, racconta che nel 1987 John Ptak (che anni dopo diventerà un produttore) gli presenta la proposta di una compagnia franco-candese, la FilmAccord, con alle spalle una delle più grandi banche europee come la Crédit Lyonnais: per motivi ignoti questi francesi adorano la serie dei Griswold e vogliono fare un nuovo film. Loro ci mettono solo i soldi, per tutto il resto decide Simmons: come si fa a rifiutare?

Qualcuno però dovrà distribuirlo, il film, e la scelta di Simmons è logica: si chiede alla Warner Bros, che sin dal primo titolo si è sempre dimostrata interessata alla serie. Ptak però non vuole essere “un pesce piccolo in un grande barile” (parole esatte, stando ai ricordi di Simmons) e così pensa di rivolgersi ad una casa in rapida ascesa come la Lorimar, dove sarebbe il prodotto di punta. Per sei mesi si discute e si contratta, poi la Lorimar fallisce e Simmons si ritrova con niente in mano: se non c’è distributore per il film, la banca francese non caccia un soldo.

La casa fallita viene acquisita dalla Warner Bros e tutto sembra tornare, ma Ptak continua a fare storie e va a bussare alla MGM e d’un tratto tutto sembra sbloccarsi: la banca francese mette i soldi, il regista britannico Piers Ashworth tira fuori una sceneggiatura che piace a tutti ed Emilio Estevez (figlio di Martin Sheen, per i più giovani) è pronto a fare il protagonista. Si parte con il progetto… di National Lampoon’s Family Dies.
Estevez è un giovane malato di mente che uccide la madre per sbaglio. Andandola a trovare tutti i giorni al cimitero, un giorno ha una bella pensata: comincia a rubare le salme in giro – compresa quella di un cane – fino a ricreare in casa propria una classica famigliola americana: la magia porta tutti in vita… «e il resto è puro manicomio», commenta Simmons.
Dopo mesi di pre-produzione, la MGM tira i remi in barca e tutto va all’aria. Chissà che film sarebbe stato…

VHS Warner 1991

Siamo nella metà del 1988 e Simmons da mesi e mesi gira come una trottola senza ottenere assolutamente nulla. Alla fine viene chiamato alla Warner Bros, la “casa madre”, e stavolta non ha più armi per contrattare: si siede, e si limita ad ascoltare quanto hanno già deciso. John Hughes, l’autore primigeno, ha scritto un terzo copione della saga, con le feste di Natale dei Griswold, Chevy Chase l’ha letto e già ha accettato di partecipare. La Warner farà tutto, produzione e distribuzione: Simmons deve solo starsene seduto a prendere gli stessi soldi che prenderebbe se fosse lui a comandare.
Dopo aver passato quasi un anno a sentire proposte vaghe basate su aria fritta, Simmons accetta più veloce della luce.

I rapporti fra Hughes e Simmons si sono rovinati dopo quella mostruosa mostruosità del secondo film, durante la cui lavorazione entrambi avevano problemi personali che si sono ripercossi sul lavoro, quindi durante le riprese la Warner chiede a Simmons di fare un salto sul set a dare una mano… ma di farlo solo quando non c’è Hughes. La magia del Natale non deve aver funzionato, fra i due.
Nel suo libro Simmons fa capire di non aver alcun rancore per l’ex collega, e anzi di non aver sollevato problemi quando questi ha voluto che Christmas Vacation avesse la scritta “A John Hughes Production”, invece della consueta “A Walter Simmons Production”. Però sottolinea che è pura vanità, visto che non cambia nulla a livello contrattuale.

Uscito il 1° dicembre 1989, entro gennaio il film è un enorme successo, e per dare un’idea di quanto venga accolto bene basti dire che nel Natale del 1993 due film si contendono la palma del più visto in prima serata TV: E.T. di Spielberg… e il Natale dei Griswold!
Tutto questo crea un palese dilemma morale in Simmons.

«Christmas Vacation è uscito proprio prima del Giorno del Ringraziamento del 1989 e ha guadagnato dodici milioni di dollari nel primo fine settimana. È stato al primo posto delle classifiche per diverse settimane ed è andato benissimo a gennaio, raggiungendo e finalmente superando la cifra di settanta milioni di dollari nei botteghini americani.
Come ci si aspettava è stato un successo. La mia reazione è stata ambivalente. Volevo che avesse successo perché era “figlio” dei miei film, e più pragmaticamente perché ci sarebbero stati ovviamente più soldi per me. Ciò che invece mi infastidiva del film era che, a differenza di European Vacation, che pur nei suoi difetti era originale, Christmas Vacation era come sarebbe stato Home Alone 2: una riproposizione del primo film, semplicemente ambientato a Natale.»

Non escluderei che il dilemma di Simmons consista invece nell’enorme successo di un film non suo, che ha guadagnato anche più dell’amato primo episodio, che dimostra come Hughes abbia quel “tocco” che lui sembra aver perso: l’anno dopo esce Mamma, ho perso l’aereo e Hughes salirà a livelli che Simmons non può neanche immaginare.

dal saggio Great Christmas Movies (1998) di Frank T. Thompson

Oggi è facile che nelle trasmissioni americane attori come Jamie Foxx e cantanti come Usher mostrino orgogliosi foto in cui sono ritratti come titanici appassionati del Natale con tanto di case addobbate da milioni di lucette – tema diventato naturale anche in film come Conciati per le feste (2006) – ma nel 1989 questa frenesia era molto più inedita, così che il nostro Clark Griswold (Chevy Chase) possa sembrare un po’ pazzerello nel suo avvolgere la propria abitazione di lucette di Natale (importate dall’Italia!) con relativi guai facilmente immaginabili e addirittura costringendo la locale centrale nucleare ad aumentare la potenza erogata: forse dedicare tutto quello spazio alla gag delle lucette è figlio della “novità” del tema, ma decisamente esagerato.
Molto più divertente la citazione di Jason in versione Griswold!

Quando Clark Griswold si veste da Jason, è iniziato il Natale!

Sono contento dell’enorme successo riscosso in patria all’epoca, ma sin dalla mia prima visione del film ho avuto una cocente delusione: almeno un paio di risate me le aspettavo, ma davvero non c’è nulla. Ogni singola scenetta è ampiamente anticipata, e dove non c’è noia c’è fastidio: perché chi indicava che il re è nudo s’è stufato… e si è spogliato pure lui.

Solo un vero uomo sa bere dalla tazza dei Looney Tunes

Come sempre, Griswold è un lavoratore indefesso che partecipa al sogno americano: fa la sua parte e vuole la sua ricompensa. In questo caso, sogna di costruirsi una piscina – non si sa dove, visto che il prato della sua casa sarà forse di due metri quadrati – ed è indispettito perché la sua società quest’anno sta tirando in lungo con la gratifica di fine anno. Ha già versato un più che cospicuo anticipo e se la gratifica non arriva andrà fallito.
Sarebbe questa la nota amara che si cerca di contrapporre al divertimento leggero delle feste? Siccome il protagonista è stato così irresponsabile da dare per scontato qualcosa che non lo è, e soprattutto per volersi impegnare in spese che palesemente non è in grado di sostenere, allora dovremmo parteggiare per lui?
Mettiamoci il tipico sogno anni Ottanta dei mariti insoddisfatti – cioè una donnina allegra e disinibita – e il cattivo gusto riempie l’intera pellicola.

Vedi? Gli anni Ottanta arrivavano fin qui

Con questa gratifica ce la menano per l’intero film, e addirittura Hughes si inventa un capo ufficio che si dispiace di non averla erogata, un finale zuccheroso da cartone animato che anticipa la deriva smielata e bambinesca dello scrittore. Dov’è finita la voglia graffiante del “National Lampoon” di dare scossoni alla società americana? Non si sa, c’è solo un beota pieno di soldi che comunque spende più di quanto guadagna: la critica è diventata sistema. I beoti devono spendere ed indebitarsi, altrimenti poi alzano la testa.

Quando basi la tua vita su un assegno, che poi non è come speravi

Tutti i personaggi di contorno sono macchiette e tutti si ritroveranno identici l’anno dopo in Mamma, ho perso l’aereo (1990): l’unica concessione alla serie Vacation è il cugino Eddie, di nuovo interpretato dal viscido Randy Quaid.

Ehi, Chevy, te lo ricordi quando ero satira, prima di diventare commedia da due soldi?

La tagliente e anche un po’ scorretta critica all’americano rozzo e volgare, che non segue le regole del sogno (e del sistema) viene spazzata via e abbiamo semplicemente il parente sgradevole che ti piomba a casa durante le feste, a mangiare e bere a sbafo, mentre i figli fanno le puzzette. Quanta tristezza.
Purtroppo in questo film il cugino Eddie è addirittura co-protagonista, anticipando futuri sviluppi della saga che non so se avrò il coraggio di affrontare: già sul set infatti Simmons è stato così rapito dal personaggio da andare a chiedere a Quaid «Ti va di fare un film della serie Vacation tutto da solo?» Ci vorranno anni, ma quel film si farà, a dimostrazione che le cattive idee fanno sempre figli.

Divertiti, Chevy, che fra un po’ salgo io al comando

A parte un paio di scene in esterni – pare che la sequenza in cui Clark ed Eddie fanno la spesa sia stata girata dal vivo in un vero supermercato – tutto il film è fatto in un quartiere residenziale ricostruito negli studi Warner, sottolineando ancora di più come questo non sia un film vacanziero. Ma in fondo non è neanche un film National Lampoon, visto che è totalmente privo di satira, di sagacia ma anche solo di umorismo. C’è solo Chevy Chase che fa le comiche che non fanno ridere.
Come sempre va fuori di capoccia, fa casini – come per esempio abbattere l’albero degli stupidi vicini “salutisti”, personaggi inutili ma è divertente trovare Julia Louis-Dreyfus un anno prima di iniziare la fortunata serie “Seinfeld” – poi però torna in sé e la magia della famiglia mette a posto le cose da sole. Senza che lo sceneggiatore si senta in dovere di fare nulla…

Durante le feste di Natale, tutti noi vogliamo avere una motosega!

Un Natale esplosivo segna il momento in cui il “film per famiglie” degli anni Ottanta, che poteva permettersi di parlare di società a chi ne faceva parte, è diventato “filmetto per bambini”, che parla solo ai ragazzini e i genitori sono contenti perché così stanno davanti allo schermo e non rompono le balle, soprattutto durante le feste. Hughes è stato firma eccellente di entrambi i generi, ma sia da adulto che da ragazzino preferivo il primo filone: negli anni Ottanta ai bambini piacevano i prodotti “per grandi”, quindi il Chevy Chase di Vacation (1983) rimane imbattibile. Semplicemente perché mentre tutti vedevano solo un pasticcione che scivolava su una buccia di banana, non si rendevano conto che quella buccia di banana era una società in rapido logoramento.

Uno sceneggiatore che ha imparato a rilassarsi e amare il sistema, invece di stuzzicarlo

Con Wall Street (1987) Oliver Stone ha mostrato al mondo cosa stava succedendo, che non esisteva più l’economia ma solo la finanza – come spiega il professor Onado – e che niente sarebbe stato più come prima. Hughes aveva già detto tutto nel 1983, ma non è stato capace di mantenere la sua chiaroveggenza o non ha voluto, così cambia stile e decide di regalare buoni sentimenti posticci a famiglie che stanno per essere spazzate via dalla new economy. I Griswold sembrano personaggi molto più vecchi dell’età del film, e avere un marchio pseudo-giovane come “National Lampoon” è solo di cattivo gusto.

Ormai una famiglia da cartone animato

Come detto, Chevy Chase ha adorato questo film: per il saggio Great Christmas Movies (1998) di Frank T. Thompson scriverà un lungo ed appassionato articolo sulla pellicola (senza dire gran che, quindi non vale la pena citarne brani) e i pacchi di milioni incassati sono la prova che il film ha ragione e le mie critiche non hanno valore, ma volevo regalare un’interpretazione alternativa di un film assolutamente dimenticabile e straordinariamente triste da vedere.

L.

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Terminator Saldapress 2 (novembre 2019)

Cover di Massimo Carnevale

Dopo un sostanzioso ritardo, che mi ha fatto temere per un immediato fallimento dell’iniziativa, trovo finalmente in edicola il secondo numero della testata a fumetti “Terminator” della saldaPress, con la splendida illustrazione di copertina del nostrano Massimo Carnevale.
Segno che la micidiale bruttezza di Terminator 6. Noo fate (2019) non sembra aver fatto rimpiangere alla casa emiliana di aver ricreato nel 2019 le meravigliose edicole del 1992 (come racconto qui).

Continua la saga Terminator: 2029 (2010) e relativa “sorella” Terminator: 1984 (2010) con Zack Whedon ai testi e Andy MacDonald ai disegni, una trama che all’epoca cercava di far dimenticare Terminator: Salvation (2009) mettendo in campo idee decisamente più intriganti: si sa che la famiglia Whedon ha buone trovate, anche se non sempre riesce ad eseguirle con successo.

Andy MacDonald ricrea una scena del mitico primo film

Andy MacDonald ricrea una scena del mitico primo film

Quella infinitesimale nicchia di lettori di fumetti non supereroistici in Italia temo sia formata da forse dieci persone sulla Penisola (spero vivamente di sbagliare), ed è probabile che siano tutti nostalgici dei veri Terminator, cioè i primi due film: potrà piacere loro questa punta dell’iceberg di vent’anni di fumetti della Dark Horse?
Spero che chi legge questi fumetti passi a commentare per farmelo sapere.

Come sempre, ho comprato due copie di questo albo (una da lettura, una da collezione): la mia parte per mantenere l’iniziativa l’ho fatta!

L.

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