Chuck Norris 7. A Force of One

La febbre marziale è cresciuta e Chuck… è il termometro!

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

I critici possono dire quello che vogliono di Good Guys Wear Black, ma a decidere il successo di un attore è solo il pubblico. La massacrante campagna pubblicitaria che Chuck Norris ha fatto, paesino per paesino, promuovendo un film che non ha mai avuto distributori ed è stato venduto direttamente dai produttori alle sale cinematografiche, ha dato i suoi frutti. I piccoli cinema e i drive in l’hanno replicato a manetta e si può dire tranquillamente che Chuck ha avuto il suo lancio.
Alla rivista “Black Belt” (novembre 2004) Norris racconterà che durante la proiezione del film in un drive in lui era al bar quando ha notato una donna incinta. Il marito di quest’ultima era in auto, preso dal film, e la donna d’un tratto ha iniziato il travaglio: Chuck ha aiutato la gestante mentre arrivava l’ambulanza, tanto che la neo-mamma gli ha promesso di dare il nome Chuck a suo figlio. Che questa storia sia vera o meno, non importa: sono i primi vagiti del biondo eroe americano.

Anche se viene per secondo, il nome di Chuck è più in alto…

Il produttore Allan F. Bodoh è contento del risultato del film e chiede subito a Norris un altro prodotto, e il lottatore – che è abbastanza umile da non avere manie di grandezza e coinvolgere sempre gli amici – si affida ad un suo allievo: la sua cintura nera Pat Johnson.
Johnson lo conoscete tutti ma non lo sapete, lo avete visto tutti a vostra insaputa. Vi ricordate lo storico combattimento finale di Karate Kid (1984)? Quando Ralph Macchio assume la posizione della gru del kung fu cinese facendoci credere sia karate giapponese? Vi ricordate chi arbitra l’incontro? Ecco: quello è Pat Johnson.

Pat Johnson (al centro) è l’unico del cast a conoscere davvero il karate

Da semplice stuntman agli albori del cinema marziale – lo trovate ne I 3 dell’Operazione Drago (1973) e in Johnny lo svelto (1974), cioè tra i vagiti della versione americana del cinema marziale – ha fatto carriera e in tempi recenti ha coordinato le scene d’azione di Punisher: Zona di guerra (2008) e scusate se è poco.
All’epoca in cui Chuck vuole diventare attore, Pat vuole diventare sceneggiatore, così quando l’amico lo coinvolge gli dice: «Sei un campione mondiale di karate: scriviamo una storia su un campione mondiale di karate». In fondo, la regola è “scrivi sempre di ciò che conosci”.

L’unico soggetto noto di Pat Johnson

Il risultato è A Force of One, alla cui produzione ritroviamo Michael Leone ma misteriosamente scompare nel nulla Allan Bodoh: chissà che gli è successo…
Il film rappresenta il primo titolo prodotto dalla casa fondata appositamente, quella American Cinema Productions che durerà molto poco, probabilmente perché farà lo stesso errore di tante altre: nascere con un genere e subito rinnegarlo, dandolo per morto.

Un altro ruggito del Leone

Come il precedente, anche questo film arriva in Italia in ritardo, e solo quando Chuck è ormai un volto notissimo e quindi pronto per il ripescaggio di qualsiasi suo film precedente.

La prima apparizione nota risale a sabato 14 febbraio 1987 – perfetto film di San Valentino! – quando viene trasmesso alle 19.45 su Montecarlo con il titolo La polvere degli angeli, nome molto noto in Italia sin dal 1978 per essere quello della “droga americana”.
Replicato circa ogni due anni dal canale, venerdì 31 dicembre 1993 viene “promosso” su Rai2 alle 0,10: in pratica, è il primo film trasmesso dall’emittente nel nuovo anno 1994. Dopo di che, viene gettato negli archivi RAI e perso per sempre come centinaia di altri film della Rete ammiraglia.

Uscito in rarissime edizioni VHS Playtime e Center Video, in data ignota, conosce addirittura tre edizioni DVD:

  1. Cult Media/DNC 2002, dal titolo A Force of One e splendida locandina
  2. Hobby & Work 2010, dal titolo A Force of One. La polvere degli angeli, schifosa locandina posticcia fatta per la collana da edicola “Chuck Norris. Il mito”
  3. Misteriosa edizione del 2012, ancora in vendita su Amazon, dal titolo La polvere degli angeli e copertina posticcia così così.

Nella mia collezione ho solo le prime due edizioni.

Non sfugga l’equazione “giovinastro su skateboard = spacciatore di droga”

Siamo in una non meglio specificata Santa Madre, che immagino sia una città-simbolo californiana, e siamo in piena recrudescenza del traffico di droga, spacciata mediante un ragazzetto biondo con i jeans strappati, chiara manifestazione di “drogheria”. Malgrado gli intensi sforzi della polizia locale – che in realtà sono quattro tizi seduti in una stanza che non assomiglia ad un distretto di polizia neanche con tutta l’immaginazione del mondo – il crimine serpeggia e la droga drogheggia.

I tipici poliziotti degli anni Settanta

Come se non bastasse, il nuovo spacciatore in città utilizza un sicario che uccide con mosse di karate, quella nuova arte letale di cui tutti parlano e contro la quale la polizia non ha difese. L’unica è rivolgersi ad un campione di karate: indovinate chi è l’unico disponibile?

Chuck a luci rosse!

Campione in carica, Matt Logan (Norris) è l’unico che sappia aiutare i detective a gestire questa strana situazione di “droga marziale”, essendo quello che i poliziotti definiscono «uno di quei supereroi di karate, come al cinema»: frase che denota chiaramente l’entrata nell’immaginario collettivo locale delle arti marziali al cinema, per nulla scontato negli Stati Uniti di fine anni Settanta.

«Manco er sangue m’hai fatto usci’: àrzate, a cornuto, àrzate!» (cit.)

Convinto ad aiutare le forze dell’ordine, Matt organizza per la squadra anti-crimine un corso intensivo di karate per auto-difesa, insegnando loro le tecniche per disarmare un criminale… che onestamente credo che qualsiasi poliziotto già conosca o dovrebbe conoscere, prima di diventare effettivo sulle strade.

Dopo l’attacco di una bambina, passeremo a studiare…

… come difenderci dall’attacco di un criminale armato di banana (cit.)

Possibile che questo film abbia lasciato traccia dell’entrata delle tecniche marziali di auto-difesa nelle forze di polizia? Di sicuro nel 1982 i poliziotti della serie TV “T.J. Hooker” le conoscono bene, e addirittura William Shatner usa un tonfa! Non mi sembra che Starsky e Hutch usassero alcuna tecnica simile…

America, Chuck Yeah!

Dopo un intenso corso di mezz’ora, ora i poliziotti ne sanno probabilmente meno di prima, infatti nel resto del film non dimostrano la minima propensione ad utilizzare ciò che hanno appreso. Ma tanto non c’è bisogno: nelle indagini piomba il baffo che uccide!

Vi prego di notare il cambio di espressione con la foto precedente…

Mentre aiuta la detective Mandy Rust (Jennifer O’Neill), che inevitabilmente si innamora di lui, il nostro Logan deve anche pensare a mantenere il suo titolo contro il pericoloso Starks, campionissimo che fa malissimo e che rappresenta l’esordio cinematografico di un altro vero atleta, destinato ad un futuro cinematografico poco prolifico ma di alto livello.

L’esordio di un altro mito marziale

Sto parlando di Bill Wallace, campione di kickboxing e anche lui – come tutti – buon amico del baffo d’oro. Se pensate che Chuck Norris non sia un bravo attore… è perché non vi è capitato di vedere recitare Bill Wallace: al suo confronto, Chuck è De Niro!

La forza di Bill Wallace sta tutta… nella salopette!

La situazione degenera quando il pericoloso assassino del karate – chissà chi sarà mai, visto che oltre a Chuck c’è solo un altro campione nel cast… – uccide il figlio adottivo di Logan. «Madornale errore», direbbe Jack Slater. E questo picco di emotività se da una parte non smuove neanche un pelo dei baffi del nostro Chuck, dall’altra gli dà l’occasione di sparare la sua prima “frase maschia” in carriera:

«Chi ha fatto questo… si è condannato a morte.»

Parola di Chuck Norris!

Scontro di peli!

Sia la prima parte del combattimento finale tra Chuck e Bill, cioè quello sul ring, sia il match che apre pellicola vengono girati in un’arena sportiva di San Diego, in cui vengono fatte sedere comparse a centinaia. Devono entusiasmarsi all’incontro, ma un gruppo di latino-americani d’un tratto comincia a diventare un po’ troppo molesto, come ci racconta Chuck nella sua autobiografia.

«Mentre io e Bill combattevamo lanciavano roba sul ring, rovinando scena dopo scena. Nessuno voleva dir loro qualcosa perché era chiaro che stessero cercando l’occasione giusta per piantare grane. Naturalmente avremmo potuto chiamare la polizia, ma quello avrebbe potuto peggiorare la situazione invece che risolverla.
Suggerii al regista di interrompere le riprese ed andai a parlare con quei tizi. Mi sedetti in mezzo al loro gruppo e notai subito che alcuni di loro avevano coltelli e pistole. Però molti di quei tizi avevano visto L’urlo di Chen ed avevano adorato la scena del mio combattimento contro Bruce Lee nel Colosseo. Cominciarono a farmi domande e io risposi a tutti, mentre il regista ci guardava e si mordeva le dita.»

La diplomazia di Chuck funziona e finalmente la gang si limita a fare del semplice tifo senza più rovinare le riprese.
Norris non lo specifica, ma il regista a cui fa riferimento è il quasi esordiente Paul Aaron, che non farà molto in carriera quindi non vale la pena soffermarcisi.

Inutile cameo dell’odioso Mel Novak, fresco di Game of Death

Proprio come il precedente film, anche A Force of One nessun distributore vuole toccarlo a mani nude, così si riparte a fare l’auto-promozione e a venderlo direttamente alle sale cinematografiche. Chuck rifà lo stesso giro di prima, tanto ormai conosce tutti i paesini sperduti degli Stati Uniti, e a seconda di dove arriva promuove Good Guys War Black o il nuovo A Force of One.
Parte integrante di questo giro promozionale è costituita dalle dimostrazioni di karate che Chuck organizza nelle scuole locali, eventi molto richiesti e molto apprezzati. A New York capita di fare una di queste dimostrazioni in una scuola esclusivamente frequentata da ragazze, tanto che il nostro Norris si dice: sarà una passeggiata, non ci saranno ragazzoni desiderosi di provare a buttarmi giù.

La dimostrazione va giù liscia, alla fine Chuck fa casuale menzione del fatto che il suo film è nei cinema del quartiere, e poi passa a stringere mani: una ragazza lo afferra per la mano e lo fa volare in aria! Prima che si renda conto di cosa stia succedendo, sente altre ragazze tirarlo per il gi e strapparne pezzi finché interviene la sicurezza della scuola. Mai abbassare la guardia, specialmente con le ragazze!

Una stanza piena, ma neanche un attore vero…

Malgrado nessun distributore sia stato disposto ad investirci, Good Guys Wear Black incassa 18 milioni di dollari e A Force of One 20, così come il compenso personale di Chuck è passato dai 40 mila dollari del primo film ai 125 del secondo. Aveva ragione McQueen: la critica non conta, quel che importa è come risponde il pubblico.

Ormai è ufficiale: è nato il cinema marziale americano

È ormai chiaro che il pubblico stia reagendo molto bene a questo tipo di prodotti, e mentre già scorrono i titoli di coda esce ad iscriversi alla palestra marziale sotto casa.
La richiesta è così alta e in rapida crescita che da pochi anni è tornato in patria americana Stephen K. Hayes ed ha iniziato ad aprire palestre che insegnano lo stile che lui ha appreso in Giappone. No… non è karate.
Norris sta dimostrando che il pubblico vuole arti marziali al cinema, Hayes che le vuole in palestra: non lo sanno ancora, ma sono i due poli dei successivi decenni di marzialità americana. Chuck però batterà Stephen sul suo territorio, perché prima di tutti porterà al cinema ciò che Hayes insegna in palestra: il ninjutsu.

Bill Wallace col passamontagna è un’anticipazione del prossimo film

Riposatevi, questa settimana, perché la prossima… arrivano i ninja!

L.

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Guida TV in chiaro 22-24 febbraio 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Border (2018) L’anteprima di Aubrey Plaza

Aubrey Plaza al massimo della sua solarità

Questa non è una recensione del film svedese Border – Creature di confine (2018) di Ali Abbasi, che arriverà nelle sale italiane il prossimo marzo 2019: questa è l’incredibile storia di una sua proiezione in anteprima in America… quando un’attrice l’ha inconsapevolmente reso uno dei film più attesi della stagione.

Il 15 febbraio 2019 la celebre trasmissione televisiva “Conan” vede ospite Aubrey Plaza, la splendida attrice nota per essere completamente fuori di testa. Il presentatore Conan O’Brien le chiede all’incirca quale sia stata la sua campagna promozionale più divertente del 2018, e a sorpresa la donna risponde Border… malgrado lei non sia coinvolta minimamente nel film.
Ogni anno eserciti di attori sono sottoposti a settimane di lunghe ed estenuanti campagne pubblicitarie dove sottostanno a centinaia di interviste in giro per il mondo, a ripetere stupidaggini e a rispondere a stupide domande sempre identiche, a sottoporsi ai giochi televisivi dei late show e via dicendo, tutto per promuovere un film di cui sono protagonisti: perché Aubrey Plaza ha passato l’intera sua partecipazione ad una trasmissione parlando di un film svedese di cui non fa parte in alcun modo? Perché ne valeva la pena: ecco il racconto.

Dopo aver detto in giro che ha adorato fortemente il film Border, Aubrey Plaza è stata contattata dalla produzione dell’opera svedese con una proposta: se voleva, avrebbero affittato una sala americana per organizzare una proiezione privata. (Ovviamente per una piccola casa svedese avere un lancio del genere sarebbe stata una grandissima occasione.)
Aubrey accetta e nel giorno stabilito si presenta con all’incirca una sessantina di persone, tra amici e conoscenti, ben contenta di mostrare loro un film che a sua detta adoreranno.
C’è però un problema… il film non c’è.

Dopo un po’ di attesa, l’attrice viene presa da parte e i produttori l’avvertono che per motivi vari non è arrivato il film: non c’è nulla da proiettare. Dispiaciuta e imbarazzata, Aubrey non può fare altro che salire sul palco e invece di presentare il film deve informare la platea che non c’è nulla da vedere, possono andarsene a casa. Ma mentre parla i produttori svedesi la interrompono è arrivato il film!
Insomma, un proiezione non proprio organizzata per bene, ma alla fine il film parte. O meglio, rimaniamo in attesa che il film parta. Dieci minuti. Venti minuti. Mezz’ora… ma lo schermo rimane bianco.

I produttori chiedono all’attrice di fare qualcosa per intrattenere la platea in attesa che montino il benedetto film, così con la follia che la contraddistingue Aubrey raggiunge due amici, i noti attori comici caratteristi Fred Armisen e Nick Kroll, e sale sul palco… presentandoli come gli autori di Border!
Malgrado sia un volto più che noto, Fred si è prestato ad improvvisarsi al volo Ali Abbasi, parlando con un accento svedese, mentre Kroll gli poneva domande chiedendo anche aiuto al pubblico, e la pantomima è andata avanti per un’ora!

Fred Armisen: il finto regista svedese

Alla fine Aubrey è disperata e chiede ai produttori se finalmente è pronto il film, e ovviamente no, sembra destino che quella sera Border non verrà proiettato, ma in quel cinema hanno una copia di Suspiria (2018): va bene uguale?
Informata la platea, a sorpresa tutti sono contenti di vedere il film di Luca Guadagnino, malgrado abbiano appena passato un’ora a fare domande al finto regista svedese, e finalmente le luci si spengono e parte il Suspiria… ma dopo un po’, senza che molti se ne siano accorti… i produttori riescono a far partire Border. Così che gli ospiti di Aubrey Plaza probabilmente ora confonderanno i due film, avendoli visti fusi.

Questa storia andava raccontata, anche per spiegare come mai Border riscuoterà un enorme successo, ora che i milioni di spettatori di Conan O’Brien sono rimasti incuriositi da questo film svedese, che Aubrey Plaza ha splendidamente presentato malgrado non ne faccia parte.

Per finire, ecco tutto il racconto dell’attrice.

L.

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Coherence (2013) Il capolavoro portato da una cometa

Sul blog Letture pericolose Federica ha lanciato l’iniziativa di dedicare questo febbraio 2019 al tema del “doppio” e dello “strano” (weird), il che mi fornisce l’occasione di vedere e ri-vedere dei titoli che accarezzavo da tempo.

Presentato in anteprima il 19 settembre 2013 allo statunitense Austin Fantastic Fest, finito di girare per festival esce in Rete il 6 agosto 2014: l’unica notizia di distribuzione italiana è quando il 9 dicembre 2015 la Cult Media presenta Coherence in DVD e Blu-ray. (Aggiunge anche uno stupidissimo sottotitolo che non merita di essere ripetuto.)

Lo dico subito per mettere le cose in chiaro: è uno stramaledettissimo capolavoro che dovete immediatamente recuperare, e se non fosse stato per questo ciclo sul doppio probabilmente non mi sarebbe mai capitato sotto gli occhi: un’altra cosa per cui essere grati a Federica di “Letture pericolose”!

Per me, la sorpresa dell’anno!

È la storia di una donna che chiama la polizia, perché l’uomo che dice di essere suo marito non lo è. Non può esserlo. La polizia controlla, ma il marito è proprio lui, ha tutti i documenti in regola, tutti lo conoscono, sono sposati da anni e non si capisce perché ora la donna si agiti tanto nella sua folle denuncia. Alla fine la moglie gioca la sua ultima carta, e fornisce la prova schiacciate: quello non può essere suo marito… perché lei il marito l’ha ucciso la sera prima.
La polizia controlla: non c’è arma del delitto, non c’è cadavere, l’uomo è vivo e vegeto. Caso chiuso: la donna semplicemente è fuori di testa. Ed è ovviamente l’unica “morale” che possiamo trovare in questa storia degli anni Venti del Novecento. (Che potrebbe essere vera o forse inventata per l’occasione del film.)

Oppure c’è un’altra risposta. Sia la moglie che il marito hanno ragione, è solo successo che il passaggio di una cometa ha fatto loro perdere… la coerenza.

In ogni rapporto di coppia c’è bisogno di… coerenza

Bisogna stare attenti al passaggio delle comete, chiedetelo a quel tizio di Pittsburgh che proprio mentre l’oggetto celeste solcava il cielo ha visto i morti uscire dalle tombe e rantolare sulla terra. Quegli uomini e donne non sapevano di essere morti, magari anche loro… avevano perso la propria coerenza.
Il morto non sa di essere morto finché qualcuno non apre la bara, proprio come se fosse il gattino di un aneddoto tanto noto quanto spesso frainteso.

Lo scienziato che ci spiega il destino del gatto nella scatola

È la storia di un gatto infilato in una scatola con del veleno: stando fuori, noi non conosciamo il destino del gatto, se dopo un po’ il felino sia ancora vivo o meno non ci è dato saperlo. Quindi – come piace specificare a chi racconta l’aneddoto – il gattino è allo stesso tempo sia vivo che morto. La “morale” dell’esperimento non è però questa, sta tutta in una frase che è facile non trovare citata nel racconto, molto amato da ogni forma di comunicazione: il gattino vive questa sua condizione finché non si apre la scatola. In quel momento non sapremo quale sia stato il destino del gatto… perché saremmo stati noi a decidere del suo destino.

La storiella è nata per spiegare che al contrario del concetto classico di esperimento, dove cioè l’osservatore è neutro e si limita a fare da semplice spettatore, nel mondo della quantistica è proprio l’osservatore a decidere il destino dell’esperimento. L’osservatore cambia le vite ipotetiche, gli universi paralleli in potenza di ciò che osserva.
È l’osservatore che fa perdere coerenza al gatto…

Erwin Schrödinger ideò nel 1935 questa idea che porta ancora oggi il suo nome, e lo fa in un momento in cui il mondo sta crollando: no, non c’entra niente il nazismo e gli integralismi che stanno infiammando l’Europa. Quello è “solo” politica, è “solo” vita e morte: c’è ben altro che sta per esplodere. Sta per esplodere la realtà.

Se già il principio di indeterminazione di Heisenberg nel 1927 era stata una bella batosta, il colpo finale arriva intorno al 1931, a dimostrare che quegli anni c’è un condensato di idee che stanno distruggendo quanto faticosamente costruito dalla conoscenza umana nei millenni precedenti.
Un pazzo, un visionario con manie di persecuzione, insomma un genio, Kurt Gödel, dimostra che non ci sono solamente cose che non sappiamo: ci sono cose che non possiamo sapere. Significa che ogni apparato logico e razionale della cultura umana non è perfetto, non è uno strumento che ci garantisca la conoscenza. Usando parole non sue, possiamo dire che Gödel ci ha insegnato che non è detto che il vero ci garantirà la verità.

Ma questa è roba da università, da studiosi occhialuti impacciati: che ci importa di tutto questo? A spiegarcelo, ci pensa la narrativa.

Mi sa che lo spiegone dura ancora…

È la storia di moglie e marito che vivono una brutta esperienza con una terza persona, e tutti e tre in seguito racconteranno una storia diversa di quanto è accaduto: chi li ascolta giunge alla più triste delle conclusioni. La verità è impossibile da appurare.
Luigi Pirandello nel 1917, Ryûnosuke Akutagawa nel 1922 e Akira Kurosawa nel 1950 hanno raccontato in tre modi diversi questa stessa storia – il cui nome più famoso è Rashômon – non si sa quanto coscientemente copiandola dal maestro Ambrose Bierce, che l’aveva già raccontata in modo perfetto nel 1907. Prima di ogni scienziato che dimostrasse la fallacità della conoscenza umana.

Romanzieri e scienziati hanno passato la prima metà del Novecento a dimostrare che la verità magari esiste pure, ma i nostri strumenti non sono più in grado di conoscerla. Ci hanno dimostrato che le scienze e le conoscenze in cui avevamo fede non hanno alcuna garanzia di offrirci tutta la verità.
Quindi il messaggio passato è pessimistico? No, perché poi arrivano gli anni Ottanta e queste nozioni vengono aggiustate con la “messa in piega”.

Oh, ma quanto dura ’sta premessa?

È la storia di una donna che sente discutere una tesi di laurea in cui è spiegato che il gatto di Schrödinger non deve per forza “escludere” una delle due opzioni: una delle realtà che l’osservatore sceglie per lui, aprendo la scatola, non esclude le altre. In un’altra realtà, chissà, il gatto magari è scappato dalla scatola mentre l’osservatore era distratto…

La donna sorride, perché sa già tutto: da tempo ha perso la sua coerenza e sta viaggiando nelle sue vite. Anzi, in ogni variante della sua vita, come se attraversasse in continuazione tutti gli universi paralleli che la interessano:

«Non avrebbe prestato più attenzione al momento in cui  sarebbe arrivato il domani, ma a quale domani sarebbe arrivato». (Traduzione di Nicoletta Vallorani)

Il gattino di Schrödinger (Schrödinger’s Kitten) è un racconto di George Alec Effinger apparso sulla celebre rivista di fantascienza “Omni” nel settembre del 1988 e arrivato in Italia nell’antologia “Destinazione Spazio” (Urania Mondadori n. 1142, 16 dicembre 1990). Chissà se è stato letto dal regista e sceneggiatore James Ward Byrkit, visto quanti piccoli elementi in comune ha con il suo capolavoro, Coherence.

Vai, che tocca a noi e finalmente si mangia!

Una cena tra amici, con qualche piccolo segreto, qualche piccolo rancore, qualche decisione da prendere, tutto normale. Però la serata è speciale, sta passando una cometa e si raccontano strane voci e strane storie, di cose strane successe ad ogni suo passaggio. I cellulari smettono di funzionare, come regola ferrea vuole nei film horror, e uno degli amici chiede permesso: deve andare da suo fratello, nella casa accanto, per rassicurarlo che va tutto bene. Perché il fratello sa che durante il passaggio delle comete le cose si fanno strane.
Uscire dalla stanza è una tipica tecnica degli horror, ma tranquilli: questo non è un film horror. È molto più spaventoso.

Una serata allegra che lentamente mozza il fiato

Non posso svelare troppi particolari perché dovete gustarvi appieno le incredibili trovate del film, ma basti dire che al suo ritorno l’amico ha una strana storia. Deve aver sbagliato strada, camminando al buio, perché si è affacciato alla casa vicina… e ha visto gli stessi amici della casa da cui è partito. Sicuramente si è sbagliato.
Uno dei commensali ha l’idea di scrivere un biglietto da lasciare alla porta dei vicini, ma appena finito di scrivere sentono bussare alla porta. Aprono… e alla loro porta c’è appeso un biglietto. Lo stesso biglietto che hanno appena finito di scrivere.

La cometa sta passando… e tutti hanno perso la propria coerenza.

Otto personaggi in cerca di coerenza

Coherence è un film che si basa quasi unicamente sui dialoghi, quindi chissà che attento studio ci sarà stato sulla sceneggiatura… «Sono dialoghi completamente improvvisati, non c’è alcuno storyboard»: così confessa il regista a Sam Davies della rivista “Sight & Sound” (marzo 2015):

«Ma i punti salienti della storia, i suoi misteri e la parabola dei personaggi quelli sì che sono frutto dello studio di un anno intero, fra me e il mio socio Alex Manugian, che nel film interpreta Amir.»

Byrkit ha questa teoria per cui se la storia è ben studiata, non importa cosa diranno gli attori sul set: tutto verrà bene da solo. Non so se funziona di solito: qui funziona alla perfezione.
Inoltre il regista spesso ha lasciato proseguire una scena anche per mezz’ora, lasciando campo totalmente libero agli attori. Il risultato era del tutto inutile, ma magari c’erano alcune reazioni perfette o alcune scene eccellenti: tutto poi passa nelle capaci mani del montatore per creare la magia.

Coherence è un film che si basa quasi unicamente sugli attori, sui loro tempi di reazione, sulle loro interazioni, sul loro affiatamento che risulta perfetto. Quindi chissà quanto il cast ha lavorato insieme prima di arrivare ad ottenere una sincronia in pratica perfetta. «Gli attori si sono incontrati per la prima volta cinque minuti prima di iniziare a girare, e sono dovuti subito entrare nei personaggi», confessa il regista a Cheryl Eddy del “San Francisco Bay Guardian” del 1° luglio 2014.

«Gli attori erano tutti miei amici, ma loro non si conoscevano l’un l’altro. Li ho ingaggiati perché sentivo che sarebbero potuti essere amici o amanti.»

Quello di Byrkit assomiglia ad un esperimento sociologico: mettere un gruppo di estranei in una stanza e porli in una condizione al di là di qualsiasi normalità o logica: come reagiranno? Per noi spettatori, è puro oro…

Proprio come il Von Trier dei tempi d’oro, Byrkit chiede il massimo dai propri attori ma è anche il primo a dare il massimo. Per esempio il budget non consente minimamente l’affitto di una casa dove girare l’intero film, quindi Byrkit mette la propria a disposizione: bei soldi risparmiati. Certo, la moglie incinta di nove mesi che si vede otto attori girare per casa ogni notte non è stata proprio contentissima dell’impegno artistico del marito, quindi non possiamo biasimarla quando ha lanciato un ultimatum al consorte: ti concedo al massimo cinque notti. E in cinque notti Byrkit gira il suo film.
Una settimana dopo l’attrice protagonista – la bravissima svedese Emily Baldoni – torna giusto per girare gli esterni fuori casa, cioè la terribile scena finale. All’una di notte sono ufficialmente finite le riprese del film: alle tre di notte inizia il travaglio della moglie del regista. Il cui figlio nasce quando la coerenza è tornata…

Attori che frugano in casa del regista

Aver trovato in casa un libro di fisica che parli del gattino di Schrödinger potrebbe darci una chiave generale di lettura, che cioè queste otto persone d’un tratto, per colpa del passaggio della cometa-osservatrice, si ritrovino rinchiuse in una scatola: sono vivi o morti? Non è questa la domanda, lo sappiamo: sono vivi e morti. Magari fosse così facile… Il problema è sempre la verità: la più inesistente delle conoscenze. E la verità, per il nostro gattino, potrebbe significare la morte…

Dubitate di chi credete di essere

Un film fluido e denso allo stesso tempo, semplice e complesso, innocente e maligno: tutto e il suo opposto convivono, in questa meravigliosa scatola di Schrödinger che dovete assolutamente vedere.
Un consiglio: mai vedere questo film durante il passaggio di una cometa…

L.

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Eruption: LA (2018) Los Angeles di fuoco

Ma quei bei filmacci fetenti di cui Cielo è sempre prodigo? Che fine hanno fatto? Qui a forza di parlare di filmoni ci si è dimenticati delle radici zinefile del blog, così appena il canale differenziato per eccellenza il 13 febbraio 2019 ha trasmesso finalmente una nuova fetenzia catastrofica, in mezzo a raffiche di repliche, ne approfitto per riassaporare un po’ di vera Z verace.
Figuriamoci poi la mia contentezza quando scopro che alla produzione c’è una nostra vecchia amica: la famigerata MarVista Entertainment, che tante emozioni di serie Z ci ha regalato.

Un logo che promette il peggio del peggio

Stavolta la nostra amata casa non si è sporcata le mani nella produzione, si limita a distribuire un filmucolo, Eruption: LA, di cui non si sa molto se non che è uscito in spagna nel gennaio 2018: di sicuro è stato trasmesso da Cielo con il titolo Los Angeles di fuoco.
La scritta “Prima visione” fa supporre che non esistano apparizioni italiane in TV prima del citato 13 febbraio 2019: non esistono tracce di altra distribuzione in home video.

Grafica delle grandi occasioni!

Il film è scritto, diretto, montato, proiettato e visto unicamente da Sean Cain, il “grande autore” di Jurassic City (2015). Probabilmente avrebbe anche interpretato il film, ma ha preferito affidarsi al faccino giovane di Matthew Atkinson, sul quale ha cucito un personaggio che guadagna mille punti ancora prima di aprire bocca.
Josh infatti è un giovane sceneggiatore di film catastrofici – ogni riferimento è puramente voluto! – che si presenta a colloquio dalla Variant Pictures, casupola specializzata in filmacci di serie Z… tipo film sui dinosauri! Fra i poster alla parete leggiamo anche un intrigante Killer Kart, che è un vero film, scritto e diretto nel 2012 da James Feeney.

Vi prego, qualcuno mi procuri una copia del Carrello assassino!

La casa è nei guai, deve riscrivere completamente il film che sta producendo, Earth Crisis, hanno già sette sceneggiatori al loro servizio ma hanno molta fiducia in Josh, autore di un film che sta incassando molto bene: vuole essere l’ottavo? Quando Josh chiede di leggere la sceneggiatura, per sapersi regolare, lo guardano incuriositi: chi se ne frega della sceneggiatura! Riscrivi qualcosa e via.
Il personaggio di Stern (Tom Parker) è una geniale versione filmica di quello che immagino sia il produttore medio di filmacci: in pochi secondi ci fa capire l’intero cinema di genere, votato al concetto filosofico per eccellenza del “chisenefreghismo”.

Indovina quanto è grande il budget per il film?

Come ogni filmaccio catastrofico, anche questo ha la figura dello scienziato che ha capito tutto in anticipo e ha scritto un libro, senza che nessuno gli creda se non quando è troppo tardi. (È un format fisso.) Qui dunque abbiamo il dottor Irwin (Harry Van Gorkum), idolo personale di Josh: proprio a lui e alle sue teorie si è rifatto per scrivere la sceneggiatura di Angeli di lava, il film che l’ha lanciato.
La Variant gli organizza un incontro con Irwin in pratica per ripetere l’operazione: rubacchiare altre idee da usare in film catastrofici sui terremoti. Peccato che il dottore sarà un osso duro.

Il solito scienziato che ha capito tutto ma a cui nessuno crede

La parte divertente purtroppo finisce presto, perché poi si passa alle supercazzole terremotanti da Meteo Apocalypse, alle faglie e a tutte quelle cose che sicuramente interessano gli abitanti della California, che vivono su un eterno terremoto, ma rendono il film poco interessante.
Però ci informa su una teorica cospirazionista molto curiosa: i terremoti di quella parte di mondo sono causati… dai dinosauri presenti sotto la terra!

Effettoni specialoni delle grandi occasioni

Insieme all’attrice Kat Rivers (Lexi Johnson), il nostro Josh dovrà salvare la California da solo, bombardando il centro del terremoto. Perché si sa che se chiodo schiaccia chiodo… esplosione schiaccia esplosione. Questa è scienza? No: QUESTA È SPARTA!

Come fermi un terremoto? Lo bombardi!

L’inizio metanarrativo con il giovane scrittore di stupidate apocalittiche calato in una stupidata apocalittica è delizioso, ma il bonus del film finisce qui: i successivi tre quarti di storia è una normalissima e noiosissima stupidata apocalittica “vera”, quindi priva di qualsiasi interesse, essendo un copia-e-incolla di qualsiasi altro film del genere.
Peccato, dopo vent’anni di buffonate catastrofiche sono andati vicini a farne una divertente…

L.

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Miller 4. Under the Bed (2012)

Il problema si aggrava, perché ho iniziato un ciclo pensando di spernacchiare un autore di serie Z… e invece comincio seriamente ad adorare Steven C. Miller!

La maglietta è un chiaro omaggio al nostro Willy l’Orbo!

19 luglio 2012, quattro mesi dopo la presentazione di The Aggression Scale, il nostro regista presenta un’altra sua opera ad un festival, stavolta il canadese Fantasia International Film Festival.
Dopo aver fatto i soliti di giri festival, esce in Internet (non so cosa voglia dire, ma così specifica IMDB: probabilmente era uno streaming a pagamento) questo Under the Bed, inedito in Italia.

Miller usa sempre caratteri piccoli per i suoi titoli

Malgrado non abbia fatto molto nella sua brevissima carriera, Eric Stolze dimostra di essere un ottimo sceneggiatore: e Miller dà il meglio di sé quando ha una buona sceneggiatura in mano.
Diciamolo subito, Stolze non ha inventato niente e anzi Under the Bed è un film straordinariamente povero: di idee, di dialoghi, di spiegazioni, di razionalità, di tutto. In mano ad altri staremmo parlando di una minchiatina che non vale neanche la pena citare. In mano a Miller, con uno splendido lavoro di Stolze, parliamo di un film che non è certo un capolavoro ma addirittura merita di essere visto!

Sembra incredibile, ma vale la pena attraversare quella porta

Per spiegare la forza di questo prodotto, basta citare il soggetto: il mostro che vive sotto il letto. Sì, proprio quello che di notte vi afferra i piedi. Solo che questo non si limita alle estremità: vuole afferrarvi per trascinarvi nel suo inferno sotto il letto e divorarvi. Non proprio una bella vita per i due giovani protagonisti.
Neal (Jonny Weston) e suo fratello minore Paulie (Gattlin Griffith) da anni vivono ogni notte sapendo che se non stanno attenti, un mostro li divorerà, e questo spiegherebbe perché Neal ha passato del tempo “lontano da casa”: è stato dalla zia, ma tutti pensano sia stato in manicomio. Ma questa potrebbe essere una storia banale: la forza sta nel modo in cui è raccontata.

Non due adolescenti felicissimi…

Miller inizia il film con papà Terry (Peter Holden) che riporta a casa Neal, e durante il viaggio frasi smozzicate e piccoli accenni in pratica ci raccontano tutto il passato fra i due. La mamma è morta in un incendio che tutti credono abbia appiccato Neal, ma noi sappiamo già che non è così.
Arrivano, e Terry presenta la propria nuova moglie al ragazzo: entra in scena Angela, interpretata dagli occhioni di Musetta Vander, quel gran pezzo di sgnaccherona che abbiamo apprezzato in MosquitoMan (2005). Neal ha altro a cui pensare, ma ragazzo: avere una matrigna del genere che ti rimbocca le coperte è il soggetto di tanta cinematografia “alternativa”…

Un brutto posto dove dormire…

Appena Neal torna a casa vediamo una festicciola, si parla, si beve, si ride, ma tutto concorre a far crescere la tensione: Miller ci ha già spiegato che è successo “qualcosa” di brutto in casa, e Neal non fa che guardare con orrore le finestre della sua camera. Tutta la scena dunque assume – perdonate la bestemmia – un’atmosfera hitchcockiana.
Lo so, lo so, citare il buon vecchio Hitch in questi contesti è blasfemo, eppure è esattamente la sua lezione che Miller sembra aver capito: non importa lo scoppio di una bomba, importa che lo spettatore sappia che sta per scoppiare una bomba, mentre i protagonisti fanno altro. A noi non frega niente della festa e già sappiamo che c’è un mostro in casa, ma lo stridore tra l’allegria e l’orrore negli occhi di Neal crea una scena meravigliosa.
Lo ripeto, comincio ad adorare Miller, e questo è un problema…

Comincia a diventare una scritta che mi fa effetto…

Malgrado i suoi 90 minuti sparati, il film risulta pieno di lungaggini, semplicemente perché non c’è alcuna invenzione da mettere in campo: c’è il mostro sotto il letto e nessuno ti crede. Quanto si può andare avanti senza aggiungere altro?
La regia è ottima, Miller è cresciuto e (purtroppo) è in grado di fare il solito tipo di horror “adulto” che va di moda: dove cioè non succede una mazza di niente e il protagonista sale le scale, scende le scale, apre la porta, chiude la porta.
Quindi è questo il problema di Under the Bed? No, il problema sta nei… giocattoli!

È il momento di giocare come gli adulti

Ad un certo punto i due fratelli decidono di affrontare il mostro sotto il letto, e visto che «soltanto può la luce ammazzar Mana Cerace», con montaggio serrato anni Ottanta si preparano un “fucile spara-luce”. Ok, figo.

Fucile spara-luce: subito nel carrello di Amazon!

Una volta stanato il mostro che gli facciamo? Ci rivolgiamo a Dio… e per Miller c’è un solo Dio: Evil Dead. E quindi anche qui, di nuovo, sbuca fuori dal nulla una motosega. Il groovy potente è in Miller…

Che il groovy sia con te

In pratica, a metà storia Miller mette i suoi giocattoli sul tavolo, per ricordare a tutti che questo non è l’ennesimo stupido filmetto horror da ragazzini: è una caciarata alla Miller. E invece no, proprio come succede ai due giovani protagonisti sembra che Miller senta una voce paterna che gli imponga di crescere. Sono finiti i tempi in cui si cazzeggiava con la motosega, è tempo di crescere e diventare anonimi.
Col muso lungo, Miller fa sparire i suoi giocattoli. Il fucile spara-luce e la motosega appariranno per tipo 10 fotogrammi, completamente inutili alla vicenda. Under the Bed è un horror adulto… quindi è anonimo e inconcludente.

Arriva un momento nella vita… in cui si ripone la motosega

Molto bella la trovata dello “scendere” nell’inferno sotto il letto legati ad una corda, un’idea surreale e d’effetto, ma questo non è un film di idee, e in pratica la sceneggiatura ad un certo punto si arrende: proprio come ogni altro film horror, a metà tutto svacca e i personaggi sono in libera uscita fino alla fine.
È un dannato peccato, perché se Miller avesse potuto usare i suoi giocattoli ora avremmo il più grande piccolo film horror del 2012…

Un mostro “adulto”, quindi anonimo

Under the Bed temo sia un film di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, cinematograficamente parlando. Lo stile registico di Miller è ormai più che maturo, le scene splatter di inizio carriera sono ormai un lontano ricordo – qui solo vagamente citato – ma il problema è che negli anni Duemila il cinema horror maturo significa “Stupidata per ragazzini”, e invece Miller sapeva giocare come fanno gli adulti.
Si piegherà il nostro eroe al cinema per ragazzini, fatto di “salta-spaventi” e di “sali le scale, scendi le scale”? Spero ardentemente di no, ma lo vedremo nelle prossime settimane di questo viaggio.

Per ora, lancio la petizione: ridate la motosega a Steven C. Miller!

L.

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La fanta-arte di McQuarrie (6) Copertine (2)

Negli anni Ottanta il nostro Ralph McQuarrie può sgranchirsi con tematiche che finalmente si allontanano da Star Wars, grazie alla casa editrice di Lester del Rey che lo ingaggia per un gran numero di copertine.

Per esempio nel novembre 1983 esce in libreria The War for Eternity di Christopher Rowley, che arriverà in Italia come Guerra per l’eternità (Cosmo 2003).

Del Rey / Ballantine, novembre 1983

Mentre nel giugno del 1985 esce Walk the Moons Road di Jim Aikin (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, giugno 1985

Il mese dopo tocca a The Black Ship di Christopher Rowley (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, luglio 1985

Agosto 1985 è il turno di Red Flame Burning di Ward Hawkins (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, agosto 1985

Ad ottobre è il turno sia di Starquake di Robert L. Forward (inedito in Italia)…

Del Rey / Ballantine, ottobre 1985

… che di Sword of Fire di Ward Hawkins (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, ottobre 1985

Chiude quest’annata, a dicembre, With Fate Conspire di Mike Shupp (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, dicembre 1985

A gennaio 1986 si parte con Sinister Barrier di Eric Frank Russell, già arrivato in Italia nel 1953 come numero 7 di “Urania” (Mondadori) con il titolo Schiavi degli invisibili.

Del Rey / Ballantine, gennaio 1986

A luglio è il turno di Blaze of Wrath di Ward Hawkins (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, luglio 1986

Saltiamo a novembre per l’uscita di The Genesis Quest di Donald Moffitt (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, novembre 1986

E a dicembre tocca a Second Genesis di Donald Moffitt (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, dicembre 1986

Arriviamo all’aprile del 1987 per Copernick’s Rebellion di Leo A. Frankowski (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, aprile 1987

Quindi maggio con Torch of Fear di Ward Hawkins (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, maggio 1987

E infine nel luglio abbiamo Golden Sunlands di Christopher Rowley (inedito in Italia).

Del Rey / Ballantine, luglio 1987

Si chiudono così gli anni Ottanta di McQuarrie, anche se ho lasciato volutamente fuori due storiche – ed oserei definire mitiche – copertine per due antologie di Asimov. Quelle meritano un post a parte…

(continua)

L.

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Hellraiser: Hell Priestess (2018)

Siete pronti a farvi dannare anima e corpo?

Perché invece di fare tanto orripilanti e stupidi film di Hellraiser, nessuno ha mai pensato ad una storia con protagonista questa Hell Priestess? Scommettiamo che sarebbe stato un successone?

Scherzi a parte, nel 2018 la Sideshow Collectibles presenta questo gioiellino: 60 centimetri di suppliziante per “soli” 450 dollari!
Ecco gli artefici:

  • Ian MacDonald (Design)
  • Alex Pascenko (Design)
  • Adam Smith
  • Chadwick Andersen
  • Kat Sapene (Paint)
  • Casey Love (Paint)
  • Zac Roane (Design)
  • Katie Fernandez (Costume Fabrication)
  • Nathan Mansfield (Sculpt)
  • Greg Mowry (Costume Fabrication)

Chiudo con una esaustiva panoramica:

L.

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[Comics] Terminator [2010-09] 1984

Cover di Massimo Canivale

«Nessuno torna. Nessuno torna a casa, e nessun altro verrà qui. Siamo solo lui e me
Con questa storica citazione del primo Terminator, il film del 1984 di James Cameron, si apre questa deliziosa minisaga con cui la Dark Horse Comics continua il discorso lasciato in sospeso con The Terminator: 2029.
Eravamo rimasti che Ben segue l’amico Kyle Reese nel passato, e proprio quando Sarah Connor batte il terribile robot si apre Terminator 1984 – che trovate in volume digitale su Amazon – con ancora Zack Whedon ai testi e Andy MacDonald ai disegni.

Andy MacDonald ricrea una scena del mitico primo film

Andy MacDonald ricrea una scena del mitico primo film

Ben assiste impotente alla vittoria amara della donna: Sarah viene portata via in barella mentre Kyle viene considerato morto… ma solo all’apparenza.  La Cyberdine vuole capire come faccia l’uomo a sapere così tante cose sui progetti futuri della azienda, e se lo porta via per interrogarlo.
Ben scopre dove lo nascondono e può organizzare il recupero: gli serve però l’aiuto di Sarah.

Sarah e Kyle finalmente riuniti

Sarah e Kyle finalmente riuniti

La donna è ben felice di scoprire che Kyle, l’amore della sua vita e il padre del bambino che porta in grembo, è vivo e vegeto: con le tante armi che sta raccogliendo aiuta dunque di buon grado Ben.
Ora la famigliola è riunita, ma dal futuro arriva l’ennesimo T800 che dà la caccia a Sarah. Nel nuovo scontro finale Kyle si sacrifica per salvare suo figlio John appena nato, e di lui e Sarah si occuperà Ben preparandoli alla guerra futura.

T800 inarrestabile

T800 inarrestabile

Un momento: ma se Kyle vecchio nel 2029 convince Ben a tornare nel 1984, com’è possibile che muoia in quest’anno?
A parte questo inciampo, la serie non è male, inoltre è severamente attenta a combaciare perfettamente con i Terminator filmici: anche per questo è necessario che Kyle si tolga di mezzo!
Forse la DHC ha capito che serie brevi coi personaggi storici funzionano meglio di pensosi pipponi: farà tesoro di questo insegnamento? Lo scopriremo nelle prossime settimane…

L.

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Chuck Norris 6. Good Guys Wear Black

È il momento per Chuck di portare in scena il suo film, e di brillare… in modo opaco!

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

1977, purtroppo non so essere più preciso. Siamo in un ristorante messicano di Hollywood. Chuck Norris, sua moglie Dianne e l’amico Larry Morales sono a cena con il giovane produttore Allan F. Bodoh e signora. Il nostro Chuck da anni fa capolino nel cinema ed ha in sala un film dove è addirittura protagonista, ma è roba di così basso livello che in pratica è come se non avesse mai lavorato in quell’ambiente. Allan non se la cava meglio.
È un giovane produttore che dal vivo sembra un ragazzetto alle prime armi – tanto che Chuck nella sua biografia gli toglie una “l” e lo chiama Alan! – ha prodotto qualche filmucolo e il suo recente L’ultima corsa (1977) con Henry Fonda è stato appena presentato a Cannes. Malgrado il suo curriculum sia stringato, Allan e Chuck si prendono subito in simpatia.

Un tizio di passaggio, ma che è passato al momento giusto

La serata va bene e alla fine Chuck fa lo sborone: «Lo pago io il conto!» Legge il totale e sbianca: ne deve ancora fare di film prima di poter affrontare un conto del genere.
Trascina in bagno l’amico Larry e insieme si svuotano le tasche: il totale serve giusto giusto per il conto e una piccola mancia. Vogliono impressionare il produttore, e fargli pagare la cena non sembra loro la mossa migliore.
Si va tutti a casa Norris, si ride, si scherza, bicchiere della staffa, guidate con prudenza, oh scrivi, eh? Non facciamo passare mesi prima di un’altra cena. Allan entra in macchina e saluta Chuck. «A proposito, non avevi un copione da darmi?»
Norris sbianca: con tutto quello che gli è costata la cena… si è dimenticato il motivo per cui è stata organizzata!

Ma… e il nome di Chuck? Eppure il film l’ha scritto nel 1974…

Corre in casa e ne esce con il suo copione, scritto a più mani nel 1974, e lo consegna al produttore, che mette in moto e se ne va. Quattro ore dopo, nel cuore della notte, il telefono di casa Norris squilla: è il produttore. «Ho letto il copione e lo amo!» Comprensibilmente, Chuck non riesce più a prendere sonno.
Iniziano i lunghi tentativi di coinvolgere investitori nel progetto, ma Allan scopre che nessuno vuole investire fior di dollaroni su quell’emerito sconosciuto che Norris è ancora per tutti gli americani, all’epoca.
Un giorno Chuck chiede al produttore: «Puoi riunire tutti gli investitori così che possa parlare loro?» Oh, non è che il nostro eroe vuole menare tutti quelli che gli hanno rifiutato soldi?

Visto il cognome, Chuck vi picchia a “librate”!

Probabilmente siamo nei primi mesi del 1978, quando cioè avviene la proiezione di prova di Vittorie perdute (1978) di Ted Post, il film di guerra con Burt Lancaster co-prodotto da Allan Bodoh. In quest’occasione infatti il produttore incontra molti investitori potenziali e li invita tutti nel suo ufficio. Ad un certo punto entra Chuck, che comincia a raccontare la trama del suo film e comincia a puntare sul karate.

«Capisco la vostra esitazione nell’investire in questo film, so che voi non mi conoscete, ma ci sono quattro milioni di praticanti di karate in America che invece mi conoscono. Sono stato il campione del mondo imbattuto per sei anni. Da quando mi sono ritirato l’unico modo che hanno i miei fan di vedermi in azione è sul grande schermo: se anche solo la metà di loro verrà a vedere il film, sono sei milioni di incasso su un investimento di un milione. Farete un mucchio di soldi!»

Chuck sì che sa come motivare la platea. Ed era anche fin troppo ottimista: non sapeva che i praticanti di arti marziali sarebbero cresciuti costantemente di numero e che i semplici fan del cinema marziale sarebbero diventati milioni in tutto il mondo: sta ancora volando basso!
Qualche giorno dopo Allan Bodoh presenta a Chuck il co-produttore Michael Leone, il quale offre al lottatore 40 mila dollari per interpretare il film che ha scritto. Visto che l’avrebbe fatto pure gratis, direi che è una proposta da accettare subito.

Iniziano i preparativi. Visto che Chuck è palesemente alle prime armi come attore, viene chiamato un cast di caratteristi affermati a circondarlo, e già che ci siamo assumono pure Jonathan Harris ad aiutarlo con le battute da pronunciare: in traduzione, ad insegnargli un minimo di recitazione.
Come regista Allan richiama Ted Post, grande onesto professionista che da poco ha diretto Clint Eastwood in Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan (1973). Ma Chuck ancora non sa che il cinema è un gioco di incastro, non un match.

Ci ho messo un’ora ad infilarmi questo cappello: che, devo pure recitare?

Per esempio il co-protagonista James Franciscus è stato chiamato ad altri impegni e quindi non può rimanere per tutta la durata delle riprese, ma al massimo due giorni: questo significa che in quei due giorni andranno girate tutte le scene in cui lui è presente. Cioè un ordine totalmente sballato rispetto al copione che Chuck aveva faticosamente mandato a memoria “in ordine”.
Primo giorno di riprese sul set, Norris scopre con orrore che Franciscus ha riscritto le proprie battute e quindi ora le sue risposte risultano sballate. Arrivati alla pausa per il pranzo, Chuck si ritrova addosso un giornalista, che in seguito scriverà che l’attore protagonista risultava apprensivo e nervoso già al suo primo giorno. Il commento di Chuck sarà: «Aveva dannatamente ragione!»

Primo giorno di riprese: da dimenticare

Venti ore di riprese filate come primo giorno di lavoro stenderebbero chiunque, figuriamoci un attore alle prime armi che si ritrova in un ambiente dove anche i ragazzi del catering sono attori migliori di lui: serve scorza dura per andare avanti e non mollare, e Chuck non molla. Incassa colpi fino alla fine, ma completa il lavoro della vita: nel giugno 1978 esce Good Guys Wear Black, il primo vero film di Chuck Norris.

Già nel 1978 c’erano i Men in Black!

Il film esordisce negli Stati Uniti nel giugno 1978, distribuito dagli stessi produttori dopo che nessun’altro si è dimsotrato disposto a farlo. Chuck stesso si è presentato ad ogni cinema che lo proiettava, di cittadina in cittadina, raccontando di sé, andando nelle scuole e dai giornalisti locali così come nelle TV del posto.

«Dopo qualche settimana di questo lavoro, facendo dieci o dodici interviste al giorno, ho imparato a raccontare la trama del film in ogni forma, dai trenta secondi ai tre minuti, a seconda del tempo che avevo a disposizione.»

In Italia la sua prima apparizione risale al luglio 1987, quando viene annunciata la sua uscita in VHS Vestron Video (Domovideo) con il titolo Commando Black Tigers, e con una trametta che denota la grande indifferenza giornalistica italiana verso il cinema d’azione:

«Un film d’azione ambientato nel mondo delle corse automobilistiche e sulle incantevoli piste di sci di Squaw Valley». (“La Stampa”, 28 luglio 1987)

Lode al giornalista, che è riuscito a sballare la trama pur citando vere scene del film. Comunque l’uscita in video nasce esclusivamente dal successo dell’attore e dalla relativa caccia all’opera prima da spacciare come novità. Dopo questa VHS il film scompare nel nulla, mai apparso in TV (o se l’ha fatto, non ha lasciato tracce), ed appare in DVD solo nel 2010, all’interno della collana da edicola “Chuck Norris: il mito” (Hobby&Works), che ovviamente ho acquistato per intero con dispendio di soldi non indifferente.

E faccelo un sorriso, Chuck!

Anno 1973, il Governo degli Stati Uniti sta trattando con il Vietnam per la pace, ma ogni discorso è funestato dal più grave dei problemi: i soldati americani ancora prigionieri nei famigerati campi vietnamiti. Il senatore Morgan (James Franciscus) accetta la vergognosa proposta vietnamita dal nome in codice “Scordàmmuc’o passato”: se gli americani smetteranno di chiedere indietro i prigionieri, dandoli per morti, sarà possibile fare la pace con il Vietnam.
Morgan ha due giorni di tempo prima della firma, e così decide di tentare l’impossibile: mandare una missione segreta in Vietnam a liberare quanti più prigionieri possibile prima dell’accordo di pace. E per farlo gli servono gli uomini migliori: quelli di un commando d’élite chiamato Tigri Nere.
So cosa state pensando: ma questo è Missing in Action (1984)! Quasi, ma è chiaro perché nel 1987 l’Italia abbia acquistato questo film, che ne è il primo “vagito”.

Non guardate i baffi… guardate l’uovo in mano!

John T. Booker (Chuck Norris) e i suoi uomini superaddestrati vanno in un boschetto e facciamo finta che sia il Vietnam, danno due calci ai vietnamiti ma qualcosa va storto: è come se il Governo americano li avesse abbandonati. Impiegheranno settimane a tornare in patria, mollando la squadra e disperdendosi.
Passano cinque anni e siamo a Riverside, California, eccoci ad una pista di corse automobilistiche, probabilmente la scena che ha visto il recensore de “La Stampa”. Tanto per “volare basso” il nostro Chuck si è ritagliato il ruolo di professore di storia contemporanea che gira in porsche e nel tempo libero corre nei circuiti di Formula1: da un momento all’altro ce lo aspettiamo entrare in una cabina ed uscirne con una “S” sul petto.

La tipica giornata del professore di storia

Finita questa inutile parentesi totalmente inverosimile, entra in scena Margaret (Anne Archer), giornalista che durante una festa a Washington ha raccolto le involontarie confessioni di un uomo della CIA che aveva alzato troppo il gomito. Sa della missione segreta e vuole i particolari, e mentre la storia d’amore procede secondo i dettami dell’epoca – cioè in modo lento e noioso – scopriamo che uno ad uno i membri delle Tigri Nere stanno morendo ammazzati: qualcuno non vuole che parlino della missione segreta. E se no che segreto è?

Giusto il minimo sindacale, per uno che si presenta come campione del mondo di karate

Quella che inizia è una classicissima spy story in versione “dilettanti allo sbaraglio”: Chuck evidentemente ama il genere, con il protagonista che gira il mondo, bacia la sua donna e sconfigge i cattivi, tanto da scriverne però in pratica una parodia. Non manca l’elemento asiatico, qui rappresentato dal mitico Soon-Tek Oh, caratterista dell’epoca che qui appare in alcune scene: non esageriamo con la presenza cinese, è pur sempre un film americano!
Ricordo che l’attore coreano (che ovviamente in America ha ricoperto ogni etnia asiatica possibile!) è l’unico altro allievo noto del maestro ninja Lee Van Cleef: parlo ovviamente della mitologia serie TV “Master Ninja”, tormentone degli anni Ottanta di Italia1.

Soon-Tek Oh, volto che all’epoca trovavate ovunque

Chuck strafà con l’esultanza tipica dell’esordiente, sebbene il suo nome non risulti nei crediti della sceneggiatura. I casi sono due: o il copione che si è fatto scrivere nel 1974 faceva talmente schifo che l’hanno riscritto daccapo, soggetto compreso, o hanno preferito non far risultare il suo nome per ragioni di decenza.
Fatto sta che la trama grezza non sarebbe un problema, se l’esecuzione non fosse di quelle tipiche della serie Z dell’epoca. Il confronto finale con Franciscus poi è da mani in faccia: mezz’ora di chiacchiere a spiegare un mistero di cui non frega niente a nessuno, anche perché già lo si è capito nei primi cinque minuti di film.

Però a James Bond non gli mettevate questi cappelli!

Potreste dire che è ingiusto giudicare oggi una rozza opera prima di quarant’anni fa, quindi vi riporto un giudizio molto più autorevole. Una volta finito il film, infatti, Chuck invita l’amicone Steve McQueen a vederlo. Dopo cena, gli chiede cosa ne pensi, ed ecco l’onesto consiglio di Steve, almeno stando alle parole dell’autobiografia di Chuck:

«Non è male, ma lasciati dare un consiglio. Hai fatto raccontare cose che si erano già viste sullo schermo. I film sono visivi, non ripetere a parole qualcosa che il pubblico ha già visto.
La prossima volta lascia che gli altri attori riempiano la vicenda. Quando c’è qualcosa di importante da dire, sarai tu a dirla e – credimi – il pubblico se ne ricorderà. Ma se tu parli tanto per parlare, alla fine dimenticheranno quello che hai detto. […] Leggi con attenzione i tuoi copioni, e se non ti piacciono le tue battute va’ dal regista, e convincilo a lasciarti dire il meno possibile: rendi memorabili le tue battute.»

«Make your lines memorable»: possiamo dire che lo stile di Norris è tutta colpa di Steve McQueen: da allora, Chuck parlerà molto poco…
Davanti alle critiche che ovviamente hanno massacrato Chuck, McQueen tira fuori di nuovo parole illuminanti:

«Guarda, se i tuoi film incassano, continuerai a lavorare; se riceverai le migliori critiche del mondo, ma i tuoi film fanno fiasco al botteghino, sarai disoccupato. L’unica cosa di cui ti devi preoccupare è il pubblico: se i tuoi film piacciono, avrai una lunga carriera.»

Come non essere d’accordo? Difficilmente troverete una critica entusiastica di un qualsiasi film di Chuck Norris, ma state sicuri che i prodotti hanno venduto, eccome. E vendono ancora, visto che alcuni titoli scelti passano regolarmente in TV.

Chuck… spacca!

Commando Black Tigers è una spy story con un paio di tecniche marziali, com’è tipico degli anni Sessanta. Ora però ci vorrebbe una storia molto più marziale… e sta per arrivare.

Chuck e il fratello Aaron addirittura risultano come “coreografi”

L.

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