War Bus (1986) guest post

Anche in Fase 2 c’è sempre lavoro per un ninja in missione come il nostro Lorenzo, che dall’ombra in cui opera torna per raccontarci un altro dei filmacci d’azione della storica Odeon TV.

Vi ricordate di Ten Zan (1988)? Nell’intervista col regista Ferdinando Baldi (Ted Kaplan) si accennava ad un film intitolato Warbus. Ebbene, avendolo visto solo ai tempi della sua messa in onda su Odeon TV, mi è sembrata l’occasione giusta per andarlo a ripescare.

Tre statue molto più espressive dei tre attori protagonisti

[Il film riceve il visto della censura italiana il 19 novembre 1987 ma non ho trovato tracce di proiezione in sala: la prima notizia di “War Bus” è quando Odeon TV lo trasmette nella prima serata di domenica 15 gennaio 1989, promettendo «eroismo a profusione».
Non esistono tracce di distribuzione home video italiana. Nota etrusca]

Secondo passaggio del 20 marzo 1989: ritaglio del “Radiocorriere TV”

Warbus non mi era piaciuto molto. Ne ricordavo un’unica scena, che pensavo fosse l’ultima ed invece è la prima: una sequenza che mostra una statua dei tre protagonisti, durante i titoli di testa. Penso che Baldi l’abbia vista per caso in un parco e ne sia stato in qualche modo ispirato: comunque sia, di questa scena ricordavo addirittura la musica, un tema tra il malinconico e la marcetta militare.

Il libro Vietnam at the Movies (1994) di Michael Lee Lanning fa un breve ma efficace riassunto del film:

«Tre marine americani aiutano uno scuolabus pieno di missionari a scappare dalle truppe nord vietnamite. Nonostante dialoghi ficcanti come “La tua anima è marcia, come quella di tutti i codardi” e scene toccanti, come un serpente che si riflette nello specchietto di una donna mentre si sta truccando, questo è un film da evitare a tutti i costi.»

I tre marine sono il sergente Dixie (Daniel Stephen, una carriera equamente divisa tra filmacci d’azione e commedie all’italiana come Lui è peggio di me), Gus (Romano Kristoff) e Ben (Urs Althaus, il celebre Aristoteles de L’allenatore nel pallone, oltre che l’indiano Arrapaho: è bizzarro pensare che quest’uomo nello stesso anno abbia recitato prima ne Il nome della rosa e dopo in Warbus).

Quella gran faccia da Romano Kristoff!

Nel gruppo dei passeggeri troviamo il maggiore Kutran (Ernie Zarate), dell’esercito del Vietnam del Sud: l’unico in grado di esercitare un minimo di autorità sui tre soldati, che per tutto il viaggio trattano in malo modo i missionari e ne seducono le donne (tra le quali Gwendolyn Hung, anche lei habitué di filmacci filippini come Slash e Ninja’s Force).
In realtà la presenza dei missionari serve solo ad intervallare le sequenze d’azione con gli inevitabili attriti tra gli occupanti del bus (targato 666…) e alcune bislacche scene di gelosia.

Incredibile: è davvero targato 666!

Vietnam at the Movies prosegue così la sua analisi:

«Gli eserciti di tutto il mondo dovrebbero dismettere i loro carri armati e veicoli corazzati: da questo film si evince che i proiettili non possano perforare gli scuolabus e che nessun occhio sia in grado di vederne uno mentre scorrazza liberamente per la giungla. Una cosa ridicola, come il fatto che i marine accendano grandi fuochi di notte ed attacchino l’esercito nemico viaggiando su un treno attraverso la campagna.
Inoltre, nonostante lo scenario sia, apparentemente, il Vietnam del Sud, i nord vietnamiti hanno un elaborato campo con tanto di edifici, torrette di guardia e recinto elettrificato. C’è addirittura una scritta in inglese che ci assicura che in quel campo si trova un’unità dell’esercito del Vietnam del Nord.»

Si può essere un eroe maschio ma con la bandana finemente ricamata

Il film si alterna tra scoppi e baruffe, ma, come in Ten Zan, la volontà di produrre qualcosa di decoroso purtroppo si infrange contro la mancanza di danari. Intendiamoci, le sparatorie, i morti, le sbruffonate, l’azione, c’è tutto: quello che non mi ha convinto è l’approccio serioso, la mancanza di quel guizzo, quella scena balorda capace di rendere un film mediocre un filmaccio memorabile.

Salvate il soldato Kristoff

Proprio per questo motivo, a dispetto di quanto si legge in giro, preferisco l’apocrifo e fumettoso seguito, Afghanistan: the last war bus (1989). Ma ne parlerò più dettagliatamente alla prossima fermata.

Lorenzo


P.S.
Ringrazio Lorenzo della disponibilità e rimaniamo in attesa di sempre nuove recensioni.

L.

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Trappola diabolica per Indiana Jones (guest post)

Il canale Cine34 sta regalando grandi emozioni a noi appassionati di filmacci dimenticati dalla distribuzione italiana, riesumando titoli che da decenni giacevano sepolti vivi. Fra i tesori che l’emittente ci sta regalando, giovedì 21 maggio 2020 è toccato a Strike Commando 2. Trappola diabolica, le cui palesi scopiazzate hanno infiammato Evit del blog Doppiaggi italioti, tanto creare al volo questo post illustrativo: gli cedo subito la parola.
L.


Non sono affatto un esperto di Bruno Mattei, ho alcuni suoi film nella mia collezione (anche in Blu-ray!) ma ne ho visti pochi per ora, la fama lo precede e l’idea di copie italiane di film famosissimi non mi ha mai attratto più di tanto, per questo gli ho sempre dato una bassa priorità. In più, l’ultima volta che cercai il suo famoso Terminator 2 (1989), finii per sbaglio per vedere Terminators 2 (1987) [già recensito nel Zinefilo. Nota etrusca], ancora più terribile, quindi ne sono rimasto più scioccato del dovuto.

L’apparizione di Trappola diabolica di Vincent Dawn nel palinsesto televisivo di seconda serata era l’occasione giusta per colmare qualche lacuna in attesa del sonno e, visto il titolo (Strike Commando 2) con cui poi è arrivato all’estero e vista la locandina italiana, tipica, favolosa, che straborda azione ad ogni pennellata, la delusione per un noioso clone di Rambo 2 (1985) sapevo già che sarebbe stata garantita.

La sorpresa invece giunge quando il film smette per un attimo di copiare, fotogramma per fotogramma, scene da Rambo 2 per andare a copiare invece I predatori dell’arca perduta (1981), uno dei miei film preferiti, un film che conosco visivamente e musicalmente a memoria, potrei vederlo muto e canticchiarvi l’intera colonna sonora, oppure sentire la colonna sonora e rivedermi il film nella testa.

Quindi copiare o “omaggiare” scene da I predatori la considero un’offesa personale, grave quasi quanto gli omaggi completamente a caso che molti fanno verso Psyco (1960). Ma non si va in galera per questo?

E quando parlo di copiare, non intendo dire che Trappola diabolica faccia una copia generica, o vagamente ispirata a I predatori dell’arca perduta, non si tratta di un semplice omaggiare… Trappola diabolica ne ripropone intere sequenze, inquadratura per inquadratura, gag per gag, e quando differisce un po’ è solo per l’incapacità di replicare Spielberg, oppure perché sarebbe costato troppo farlo.

Nello specifico, le sequenze replicate sono quella della fuga con il camion (che nei Predatori trasportava l’arca, qui… boh) e la scena della locanda in Nepal, inclusa la sfida alcolica (se nei Predatori c’era una qualche grappa da bere per vedere chi sveniva prima, in Trappola diabolica invece la sfida si fa con i boccali di birra per vedere chi rutta prima. Che classe!) seguita dal conflitto armato dove prende fuoco l’intera baracca. In aggiunta, tra le prime scene del film abbiamo il cattivo che si nasconde dietro il giornale come il nazista dei Predatori si nascondeva dietro la rivista “Life”.

Potrei andare nei dettagli di ogni singolo fotogramma, situazione e gag replicata, ma è superfluo, chi conosce I predatori se ne potrà rendere conto anche dalla ristretta selezione di immagini qui allegata. Curioso che con i tanti esperti su Internet, nessuno abbia mai notato queste scene clonate, non sono riportate né su IMDb né su Wikipedia, mentre ci tengono tutti a sottolineare come Claudio Fragasso e Rossella Drudi (coniugi-sceneggiatori) si siano “ispirati” a Rambo 2. Ma va’?

Nota di Evit: consentitemi qui una curiosità etrusca! l’odioso soldato nazista che nei Predatori striscia sopra al camion rubato da Indy e tenta di rimpossessarsene è uno stuntman italiano (vogliamo dire “cascatore”?), Sergio Mioni (1931-1987). Scommetto che non lo sapevate! Una carriera interessante la sua, tra classici del cinema e film per zinefili.

Quindi questi sarebbero i nostri talenti italiani osannati come sceneggiatori professionisti? Nella loro exploitation non sono neanche divertenti come poteva esserlo la Cannon, né si sforzano di usare materiale già visto per farci qualcosa di nuovo. I cambiamenti si limitano in piccole sostituzioni di oggetti o ruoli, nella locanda ad esempio, invece di avere degli scagnozzi nazisti con armi da fuoco abbiamo dei ninja filippini con spade, è per questo genere di cose che venivano pagati gli sceneggiatori? Mah.

Chissà se Bruno Mattei ha mai visto Raiders of the Lost Ark: The Adaptation, una replica, scena per scena, di Raiders of the Lost Ark girata nel 1989 da ragazzini di tredici anni con una videocamera amatoriale. Le scene di I predatori sono state replicate molto più efficacemente in quel “film”, fatto da bambini senza un budget, che da Bruno Mattei e dagli altri cosiddetti “artigiani del cinema italiano” che oggi vengono osannati come personaggi di assoluto culto. E chissà se Spielbeg ha mai visto Strike Commando 2, magari se lo guarda così come noi guardiamo Turkish Star Wars, per sentirci migliori di altri popoli che quasi senza budget copiavano pezzi di film famosi sapendo che comunque avrebbero fatto il loro gruzzoletto di soldi sul momento pur rimanendo virtualmente invisibili alle major americane.

È solo un omaggio e nessuno se ne accorgerà mai!

Altra nota curiosa, nel doppiaggio di Trappola diabolica troviamo lo stesso cast sentito ne I predatori dell’arca perduta, con Michele Gammino protagonista in entrambi i casi. Doppiaggio e locandina sono le uniche cose fatte bene. Il doppiaggio infatti è della CDC. I titoli di coda purtroppo non ci rivelano altro tranne che Claudio Fragasso ne è dialoghista. Ah, già, anche i dialoghi ovviamente sono “rubati”, ma questo vi sorprende a questo punto? Diciamo che sono un “omaggio”, che è meglio.

Vi lascio con una selezione di altre scene replicate a risparmio. Certo che un confronto diretto con un film di Spielberg sarebbe impietoso per chiunque, ma ancora peggiore per una cosa girata in questo modo.

“Invertiamo la scena a specchio, così alla Paramount non se ne accorgeranno!”

La sfida della faciolata sarebbe seguita a breve. Lì invece di vedere chi rutta prima… ci siamo capiti.

Non si capisce perché trattenere un rutto possa far svenire ma la gag andava replicata in qualche modo. “Cambia la bevanda, così alla Paramount non se ne accorgeranno!”.

“Vestiamo Toht come Belloq, così alla Paramount non se ne accorgeranno!”.

“Al posto di lei, facciamo che è lui a fumare in faccia al cattivo che poi tossisce infastidito. Così alla Paramount non se ne accorgeranno!”

“Spielberg lavorava in sicurezza, ma gli stuntmen filippini sono sacrificabili quindi dategli fuoco per davvero. Qui superiamo Spielberg!”

“Invece della pistola, usiamo spade e coltelli, così alla Paramount non se ne accorgeranno!”

Ci sono tanti altri momenti replicati più o meno fedelmente ma penso che anche da queste poche abbiate già il quadro completo.

Evit


Ringrazio Evit per la disponibilità e lo aspettiamo con nuove illustrazioni di grandi scopiazzate.

L.

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[Italian Credits] Terminator 2 (1991)

Altro regalo della nostra amica Vasquez, che vince tutto rispolverando la videocassetta dove ha registrato Terminator 2. Il giorno del giudizio (1991) nel suo primo passaggio televisivo in chiaro il 2 maggio 1994 su Canale5. Avrei potuto “battere” questa registrazione se avessi conservato la mia, risalente all’anno prima su Tele+ l, ma il mio Impero delle Cassette è da tempo caduto in disgrazia, a causa dei ribelli del Tempo e dello Spazio.

Di nuovo ringrazio di cuore Vasquez per l’ammazzata di fotografare il suo televisore per il gusto di regalarci una preziosa testimonianza di cosa abbiamo perso per sempre: nei suoi rarissimi passaggi televisivi più recenti, il capolavoro di James Cameron ha perso ogni traccia di scritte italiane, con un titolaccio scritto a mano che grida vendetta a Skynet.

Ecco invece la splendida versione italiana di Terminator 2 che probabilmente è presente anche nelle VHS Penta Video del film: se qualcuno le avesse e sapesse confermare, gliene sarei grato, come sono grato a Vasquez per essere sempre pronta all’impegno… come una Colonial Marine!


Titoli di testa


Titoli di coda


L.


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Predator (2020) E alla fine arriva Dutch!

La prossima settimana i videogiocatori di Predator: Huting Grounds si ritroveranno fra gli aggiornamenti il personaggio giocabile di Dutch: dopo 33 anni finalmente il corpaccione di Arnold Schwarzenegger torna a vestire i panni del soldato speciale visto in Predator (1987).

Per spiegare ai gamer cosa abbia fatto negli ultimi decenni il personaggio, la Titan Books ha sfornato il libro Predator: Stalking Shadows, che più che un romanzo è una sorta di riassuntone di tutto ciò che è successo dopo il primo film e come si è arrivati allo scenario del gioco: in realtà Hunting Grounds è una squallidissima arena multiplayer senza trama, ma tocca accontentarsi.

Gli autori James A. Moore e Mark Morris devono fare i funamboli con questo romanzo, perché devono affrontare un tema vasto – con trent’anni di narrativa sulle spalle – e ridurlo per la minima attenzione dei moderni gamer, giocatori che non hanno il benché minimo interesse a saperne di più rispetto a ciò che vedono sul video. Non è facile mettere insieme fan storici e nuove generazioni totalmente disinteressate, così si è dovuta fare una scelta di “stile”: al posto di una narrazione fluida, gli autori hanno scelto una serie di quadri che assomigliano decisamente alle varie missioni del gioco in questione, con una certa quantità di tempo a separarle così da giustificare ogni volta la loro “novità”.

Stalking Shadows è interessante nel suo tentativo di fondere elementi vecchi e nuovi, di creare una sorta di “storia dei rapporti uomo-Predator dal 1997 ad oggi” che non pesti i piedi a quanto già raccontato altrove. Visto il coinvolgimento di Moore in Predator: Hunters and Hunted sicuramente c’è stata attenzione a non auto-contraddirsi, sebbene la quantità sperticata di incontri con i Predator raccontati in Stalking Shadows non trovi riscontro in alcun’altra opera sull’argomento.


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Total Recall 15. I pixel di Marte

Il 21 settembre 1989 l’autorevole “The Hollywood Reporter” annuncia che la Carolco ha venduto alla nota casa Acclaim Entertainment i diritti per creare il videogioco ufficiale di Total Recall, così che quando uscirà in sala mesi dopo potrà sfruttare anche quel tipo di lancio pubblicitario relativamente nuovo per l’epoca.

Non mi intendo di videogiochi, quindi come sempre mi sono rivolto al mio… Moro personale, direttamente dal blog “Storie da birreria“.


I pixel di Marte

Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!

Il Zinefilo in queste settimane sta tenendo banco con un’impressionante serie di articoli di approfondimento su Atto di forza, che guarda caso è anche uno dei miei film preferiti di sempre. Sono fiero di poter partecipare a questo specialone con un articolo su tutti i videogiochi tratti da questo film! Che non sono tanti, vi avviso in anticipo…

Nel 1990 esce il primo videogioco ispirato al film, si intitola ovviamente Total Recall ed è stato sviluppato da Ocean Software. Esce per ZX Spectrum, Commodore 64, e Amstrad CPC.

Questa la versione per ZX Spectrum,

per Amstrad CPC,

e questa per Commodore 64.

Si tratta di un platform d’azione in 2D con sezioni in cui ci si sposta in auto. A parte le differenze grafiche le versioni per ZX Spectrum e Amstrad CPC sono molto simili, quella per Commodore 64 sembra avere una struttura dei livelli differente, pur rimanendo di base lo stesso gioco. Le recensioni dell’epoca ne parlano come di un gioco carino, ma dimenticabile. In quell’anno ha raggiunto il secondo posto dei giochi più venduti nel Regno Unito.

Ben diverse recensioni ha ricevuto il gioco uscito per NES, sempre nel 1990 ma sviluppato da Interplay: nel 1997 la rivista EGM l’ha messo al quinto posto dei “10 peggiori giochi di tutti i tempi”.

Ecco un video di gameplay:

Come si vede lo stile grafico è ben diverso, anche se viene comunque mantenuto il tipo di gioco: action platformer con sezioni di guida con vista dall’alto.

Nell’ambito promozionale della versione NES la rivista Nintendo Power indì un concorso a estrazione, il cui primo premio sarebbe stata un’uniforme della polizia marziana e un viaggio a Hollywood dove il vincitore avrebbe potuto incontrare Schwarzenegger. La rivista ha poi ammesso che è stata la loro peggiore promozione, il premio è stato assegnato oltre un anno dopo il concorso e l’“incontro con Schwarzenegger” si è risolto in una breve stretta di mano, e via.

Nel 1991 sono poi uscite le versioni dello stesso gioco per le piattaforme a 16 bit Amiga e Atari ST, sempre sviluppato da Ocean Software. Sono praticamente identiche, quindi metto solo il gameplay della versione Amiga:

Anche qui la struttura dei livelli è differente, e il gameplay sembra più focalizzato sull’uso degli ascensori, ma è sempre lo stesso tipo di gioco.

Ora andiamo a incasinarci un po’ di più la vita, visto che le informazioni per quanto segue sono a dir poco frammentarie.

Ho trovato tracce di questo Total Recall: The Game, un videogioco che si può acquistare sull’app store di Amazon, sviluppato da uno studio francese che si chiama Actiplay, specializzato in giochi per browser o per dispositivi mobili. Su Amazon, però, risulta compatibile non per mobile ma per Windows. Non ho trovato la data di uscita, ma visto che le versioni di Windows citate su Amazon sono XP, Vista e 7, presumo che non sia proprio nuovo nuovo.

Da quello che ho capito dovrebbe essere il primo episodio di una serie di 3. Invito chiunque ne sappia di più a ragguagliarmi.

In rete si trova esclusivamente l’articolo su Amazon e questo trailer, dal quale si direbbe un run ’n gun brutto, in cui Douglas Quaid corre come se stesse sempre cadendo in avanti.

Abbiamo poi il gioco per IOS e Android basato sul terribile remake del 2012. Si tratta di uno sparatutto in soggettiva che, in teoria, dovrebbe seguire la trama del film.

Non ho provato il gioco ma dalle recensioni che si trovano in giro sembra peggio del film, e non era facile.

Nel 2013 salta fuori anche questo Total Recall Online, un browser game ambientato nell’universo di Atto di forza, anch’esso riferito al terribile remake. È sviluppato da uno studio cinese chiamato UCJOY e anche il gioco rimane una esclusiva per la Cina. In rete si trovano solo un paio di trailer dai quali si evince che si tratta di uno sparatutto tridimensionale in terza persona.

Nel 2017 è stato annunciato un gioco da tavolo ispirato ad Atto di forza. Sviluppato dalla Overlord Games, il gioco è dichiaratamente ispirato al primo film del 1990 e non all’inutile remake.

Il gioco si basa sul sistema di Good Cop, Bad Cop, gioco di investigazione, bluff e sparatorie ambientato in un distretto di polizia piagato dalla corruzione.

Total Recall inizia in un sogno indotto dalla Rekall, dove tu sei segretamente o un agente federale della colonia o un ribelle. Lo scopo è individuare ed eliminare il leader della fazione opposta, Kuato o Cohaagen, con l’aiuto degli altri giocatori della tua squadra. Se vieni ucciso durante l’avventura puoi svegliarti e, prendendo i panni di un tecnico della Rekall, manipolare il sogno dall’esterno per assicurare la vittoria alla tua fazione. Peccato, però, che anche questo sia tutto un sogno, probabilmente indotto anch’esso dalla Rekall.

Nonostante alcuni siti specializzati in giochi da tavolo lo diano come uscito nel 2018. la campagna di crowfunding non è andata a buon fine: purtroppo, il gioco non è mai uscito. Sulla pagina di Kickstarter si trova un video di presentazione dal quale si può desumere qualcosa di quello che avrebbe dovuto essere il gioco.

Su youtube si trovano anche diverse “preview” del gioco, basta cercare “Total Recall: The Official Tabletop Game”. Vedi tu se è il caso di incorporarne una nell’articolo. Purtroppo non ho trovato il modo di incorporare direttamente il video di presentazione dalla pagina di Kickstarter.

Esiste poi un altro gioco, che però è più che altro una citazione e che inserisco qui come curiosità.

Il quarto episodio della seconda stagione di Rick and Morty, serie che consiglio vivamente, si intitola Total Rikall e gira intorno a degli alieni in grado di inserire nella mente delle persone dei falsi ricordi. Usano questo potere per intrufolarsi nella famiglia di Rick, facendo credere ai membri della stessa di esserci sempre stati. Ebbene, è uscito anche un gioco da tavolo ispirato proprio a questo episodio, intitolato anch’esso Total Rikall.

Si tratta di un gioco di carte cooperativo il cui scopo è di scoprire quali dei personaggi sono i parassiti che ci hanno impiantato delle false memorie. Il legame con Total Recall è molto tenue, ma rispetto all’altro questo gioco ha un vantaggio innegabile: esiste davvero!

Questo è quanto, per ora. Atto di forza non ha avuto molta fortuna tra i videogame, come per la maggior parte dei film che hanno avuto un tie-in, oserei dire. Meno male che ci rimane un film meraviglioso!

Il Moro


da “GamePro” n. 16 (novembre 1990)

(continua)

L.

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Guida TV in chiaro 22-24 maggio 2020

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.


Indice:


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Jungle Assault (1989) Morte nella giungla

A volte Zio (il Dio della Z!) ci manda segnali che non sempre sappiamo cogliere, per esempio tempo fa ha deciso che io dovessi percorrere la Via della Z molto prima che io me ne rendessi conto.
Intorno al 2005 il sabato lavorativo prevedeva che prima di andare in ufficio passassi prima dal grande Auchan lì vicino, con relativo vaglio e studio del reparto DVD in cerca di offerte o anche solo per scoprire le novità. Un giorno trovo una cesta piena di DVD a un euro e vengo assalito da due sentimenti contrastanti: sono felice, perché potrò fare il pieno di film, ma sono anche raggelato… perché mi chiedo quanto debba fare schifo un film per venderlo a un euro. Altri tempi.

Quel giorno le mie mani si sporcarono frugando fra DVD con film che nessun essere umano dovrebbe vedere, tanto che non comprai nulla: io che ero un drogato di DVD rifiutai di spendere anche solo un euro per quella roba. Per mesi quei filmacci assurdi mi guardavano dalla cesta, in attesa disperata che qualcuno li comprasse, e nessuno li ha comprati. Poi mi trasferirono di sede e il dolore di vederli finì.
Nel corso degli anni un paio di quei film mi sono capitati su bancarella, quasi senza volerlo, finché alle prime bancarelle del 2020 (e mi sa pure le ultime!) ho fatto il pieno di quella collana di filmacci, al settimo cielo per averli trovati e pagandoli poco meno di tre euro l’uno.
Zio ci ha messo quindici anni a farmi diventare zinefilo… facendomi pagare la penale!

La collana in questione si intitola “Uomini contro” e credo intenda “contro il buon gusto”. Sono filmacci d’azione di serie Z distribuiti dalla USA Home Entertainment (di Abano Terme!) e alcuni di questi titoli sono stati trasmessi su Odeon TV ai tempi d’oro. Zio già nel 2005 sapeva che avrei dedicato loro un ciclo!

Il ciclo “Uomini Contro” presenta alcuni film prodotti dalla AIP (Action International Pictures), piccola casa che dalla metà degli anni Ottanta ha iniziato a sfornare film nella moda dell’epoca: protagonisti “maschi” (militari, mercenari o combattenti in generale, un po’ Rambo ma tanto Rimba) impegnati in storie d’azione dove si spara tanto e si parla poco. In alcuni casi si sono raggiunte vette eccelse di Z di qualità – come Striker (1988) con Frank Zagarino, che prima o poi riuscirò a vedere! – ma di solito si parla di roba di grana grossa destinata unicamente agli appassionati del genere.
Con la fine degli Ottanta è arrivata anche un po’ di fantascienza e con i Novanta sono immancabili le arti marziali – come Kickboxers. I guerrieri del deserto (1992), che all’epoca davano in TV e ho detto “Oggi non mi va, lo vedrò un’altra volta”, ed è scomparso per sempre! – e la casa cessa le attività nel 1994: un decennio in cui ha sfornato almeno sessanta film che grondano serie Z da ogni fotogramma.

La casa dei film a cui ridergli in faccia

Dal 2015 David A. Prior ci guarda dal Paradiso della Z e nei suoi ultimi anni aveva ripreso l’attività di filmacci, perché in fondo dopo il 2005 il cinema era pronto a tornare alla Z che fa male, ma la sua attività principale si è svolta in quel decennio con la AIP, per la quale ha diretto una secchiata di film che sarebbe bello trovare, anche se con la sua Z si rischia di andare in overdose.

Uno dei nomi di punta della Z che fa male

Prodotto nel 1988 e, secondo IMDb, uscito nelle videoteche americane solo il 19 ottobre 1989, la Image lo porta nelle videoteche italiane (in data purtroppo ignota) con lo stesso titolo originale: Jungle Assault.
Giovedì 29 settembre 1994 Odeon TV – non più quella dei tempi d’oro – lo manda in onda in prima serata con il titolo Morte nella giungla. Gira per un paio d’anni per canali locali finché, con lo stesso titolo, viene riesumato in DVD dalla USA HE (della Quinto Piano).

Un titolo che grida “Odeon”!

Siamo nei soliti giardinetti pubblici in cui sono ambientati tutti i film Z di guerra degli anni Ottanta, ma facciamo finta che sia una giungla. Quale giungla? Boh, non verrà mai detto. Non volendo rientrare nel solito canone del film del Vietnam, Prior lascia capire che gli Stati Uniti abbiano invaso militarmente un qualche Paese dell’America centrale sparando all’impazzata e falcidiando l’esercito locale. Sarà una velata critica politica?
Comunque i soldati americani sono assiepati dietro trincee di sabbia e sassi – che nella giungla di sicuro abbondano: uno dice “giungla” e vengono in mente sabbia e sassi – e sparano miliardi di colpi uccidendo migliaia di nemici. Non è un gusto di Prior, questi film per contratto devono iniziare con una sparatoria di cinque-dieci minuti dove nessuno sa che diavolo stia succedendo.

Il soldato qualunque ha l’elmetto: l’eroe ha la bandana!

Mi piace sottolineare la perizia con cui sono stati scelti i figuranti che devono fare i latinoamericani: i cinesi più alti mai visti su schermo! Vestirli poi di divise bianche è un tocco di classe. Sarà Armani?

Sfilata di latinoamericani primavera-estate 1988

Nel fragor della pugna, chi è che se la regna? Lui, Kelly. Che non fa rima eppure è l’incredibile eroe della storia, colui che combatte senza elmetto perché ha la fascia da Rambo (o Rimba) in testa, e soprattutto ha la faccia di William Zipp.
Nel citato decennio della AIP lo potete trovare spesso in filmacci guerraioli con i suoi occhi spenti e la sua recitazione perfettamente in linea con la qualità del film.

La fascia da Rambo, la faccia da Rimba

Ferito in battaglia per aver salvato un commilitone, ora Kelly vive il classico stress post-traumatico di quando ancora non c’era l’espressione per definirlo, quello che ogni eroe di filmaccio anni Ottanta ha conosciuto: si beve, si fuma, non ci si lava e si lascia casa in disordine. Classici sintomi che trovate in tutti i manuali di psicologia.
Ah, dimenticavo un altro grande sintomo: le risse nei bar.

Finita la battaglia, tutti a fare a botte nei bar

Kelly e il suo amico biondino Becker (Ted Prior, fratello del regista e anche lui eroe dei filmacci API) vivono allo sbando finché vengono raggiunti dal loro vecchio superiore, il generale George Mitchell (William Smith), che per motivi misteriosi è vestito come Indiana Jones.

Sembra Indiana Jones ma è il generale Mitchell

La figlia del generale, Elaine (Jeanie Moore), è stata rapita dai ribelli capeggiati dalla perfida Rosa García (Maria Rosado), come vendetta per l’invasione militare del suo Paese.
Elaine si era recata sul posto per protestare contro l’invasione americana e Rosa l’ha rapita non come ostaggio ma per portarla alla propria causa.

La Rosa piena di spine dell’America centrale

Kelly e Becker accettano subito dietro compenso di birra ghiacciata, e dopo un paio di minuti di allenamento tornano in forma e scattanti: pronti a partire per non si sa dove.

Non sapendo dove andare, si buttano nella Pineta di Ostia

Compiuti dai dieci agli undici passi, finiscono in mano ai ribelli. E questi sono gli uomini migliori del generale Mitchell: forse il suo ritiro dall’esercito non è stato volontario, forse l’hanno cacciato perché aveva inetti al proprio comando.
Comunque la bieca Rosa decide di sottoporre i due alla tortura più violenta di tutte, qualcosa che spezza la volontà di ogni guerriero: il limonaggio spinto! Si avvicina in modo sussultorio e ondulatorio al prigioniero, lo guarda con occhi languidi e con voce suadente gli promette prestazioni sessuali straordinarie, facendosi scivolare ad arte la spallina. Ma Becker è un uomo duro, uno degli anni Ottanta, quindi la respinge sdegnato: per chi l’ha preso? A lui piacciono le donne di classe…

La famosa tortura del limonaggio spinto

Il braccio destro di Rosa, John McClusky (David Marriott), è cattivo e pazzo quindi preferisce i sani metodi di una volta: cioè la vuota minaccia fatta solo di stupide parole. Nei film funziona sempre.

Com’è che lui non limona con il prigioniero?

Il campo degli spietati ribelli assomiglia alla versione “seria” di quelli parodistici di Bananas (1971) di Woody Allen, e stancamente il tempo passa senza che succeda niente, se non che la figlia del generale capisca di non essere di fronte a combattenti per la libertà ma semplici criminali al soldo di poteri forti. Indovinate un po’ quali? Proprio loro, i russi.
Finalmente gli inetti Kelly e Becker riescono a liberarsi ma Becker non fa tre passi che è di nuovo catturato: ammazza che super soldati! Invece a Kelly scatta la viuleeeenza: si infila nella pineta che fa da giungla e comincia a preparare una guerriglia mista fra Rambo e Predator.

La faccia spenta di chi ti scatena una guerra che neanche te la sogni

Elaine, capito che i ribelli non meritano la sua fiducia, libera Becker come se questi potesse dargli una mano. Splendido il dialogo in cui la rapita chiede al liberatore cosa fare e lui risponde: «Non lo so, dimmi tu». Ammazza, solo gli uomini migliori per il generale Mitchell!
La totale inutilità di Becker viene controbilanciata quando, per farlo contento, gli fanno sparare col bazooka in posa plastica da bicipiti gonfiati. Giusto un contentino.

Il fratello del regista che gioca col bazooka

«Negli anni Ottanta l’industria era tutta in video, oggi è tutta in TV»: così racconta il regista Prior negli anni Duemila intervistato da Rick Fusselman per Slasherclub.com, testo poi riportato dalla ruspante rivista semi-amatoriale “Lunchmeat” n. 3 (senza data). Non una sola singola parola viene spesa a ricordare la decina e passa di filmacci di guerra girati dal regista negli anni Ottanta, segno che non fanno curriculum e non sta bene parlarne. Invece degli horror girati nel salotto di casa sua negli anni Duemila è importante parlarne, segno di come cambino i generi legati ai tempi.

Jungle Assault non è certo un film che meriti di essere ricordato, il meglio che si può dire è che sia in linea con la moda dei tempi ma questo non lo differenzia dall’esercito di altri film similari. Né Prior stesso sembra interessato a farlo, visto che sia come regista che come sceneggiatore è stato ben attento ad evitare qualsiasi motivo di interesse nella narrazione.
Semplicemente andava di moda fare dei film “ramboidi” da videoteca e la API era specializzata in questo: visto però che ha chiuso proprio quando le videoteche erano al massimo del successo, forse il produrre null’altro che rumore di fondo era qualcosa che l’ha penalizzata.

Questo film non vale quell’euro a cui ho resistito nel 2005 né tanto meno quei tre che ho pagato all’inizio dell’anno, come penale per aver fatto aspettare tanto Zio, ma rimane un buon modo per gustare il sapore di un’epoca lontana e di uno stile molto meno lontano: quello di scimmiottare i grandi film per alimentare il mercato del momento è purtroppo uno stile ancora in voga.

L.

P.S.
Lorenzo, il ninja del Zinefilo, così ha commentato: «È una delle cose peggiori che abbia mai visto: talmente amatoriale da far sembrare i film della Silver Star Company dei kolossal!»

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Guida all’universo di Alien Nation

In quarantena c’è stato tempo per dar fondo ad ogni scaffale della mia videoteca, e vedere finalmente in ordine materiale accumulato nel corso di anni. Rivisto per puro caso Alien Nation (1988), mi sono detto: perché non ne approfitto per studiare anche l’universo narrativo che questo film ha generato? Scommettiamo che vi racconterò una storia ben poco nota?


Guida all’universo di Alien Nation

Maggio 1988, periodo in cui il cinema fanta-horror la fa da padrone e nasce la rivista “GoreZone” (figlia di “Fangoria”) dedicata agli effettacci sanguinolenti. Quel primo numero ospita un’intervista alla produttrice Gale Anne Hurd, che insieme a suo marito James Cameron da quando hanno lasciato Roger Corman sta imboccando successo dopo successo. L’intervista è registrata nel novembre 1987 e la produttrice ha due progetti in corso: di giorno gira Bad Dreams (che in Italia diventerà Vivere nel terrore) e di notte Outer Heat, che prenderà poi il titolo di Alien Nation.

Per la regia la Hurd si è trovata bene con Graham Baker perché, sin da quando questi ha letto il copione, ha capito che è principalmente un giallo pieno di denuncia sociale, qualcosa molto più vicino a La calda notte dell’ispettore Tibbs (vecchio poliziotto bianco razzista e giovane nero in gamba) piuttosto che ad Arma letale (vecchio poliziotto d’esperienza e giovane fuori controllo). Per la sceneggiatura invece ci sono problemi: il nome di Rockne S. O’Bannon non viene mai fatto dalla produttrice, che invece ci racconta che agli aggiustamenti della storia ci sta pensando James Cameron: non viene detto, ma è facile che la sua scomparsa dai crediti del film sia opera della WGA (il famigerato sindacato degli sceneggiatori) a cui O’Bannon si sarà rivolto, come ha più volte fatto l’altro O’Bannon (Dan) nella sua carriera. Il fatto che chi si rivolge alla WGA poi smetta di avere una carriera non era ancora noto.

Visto che il James Cameron del 1987 è ancora uno sceneggiatore dannatamente in gamba, mi piace pensare sia sua la stesura finale di Alien Nation.


Alien Nation: il film

Il film esce negli Stati Uniti il 7 ottobre 1988 e racconta la storia di una strana coppia di sbirri. Perso il proprio collega nella più classica delle scene poliziesche della cultura americana – la rapina notturna al negozio di liquori in cui gli agenti non aspettano i rinforzi che fanno tutto da soli, morendo come beoti – il detective Sykes (uno strepitoso James Caan) si offre volontario per fare coppia con il primo detective alieno: Sam Francisco (Mandy “Criminal Mind” Patinkin). E qui sento già la mano di Cameron.

All’epoca Jim non era ancora quel distributore di banalità romantiche che è diventato in seguito, e la scelta di mandare volontario il suo personaggio è una contro-citazione. Nel celebre Abissi d’acciaio (1954) – il romanzo di Isaac Asimov che ha trasformato in fantascienza il canone classico della “strana coppia di sbirri” – il detective umano Baley odia gli androidi esattamente come Sykes odia gli alieni: il pensiero di fare coppia con uno di loro è odioso ad entrambi. Sarebbe stato facile per Cameron ripetere la situazione, come fanno tutti, invece ha preferito dare la propria interpretazione: Sykes si offre volontario, perché così tramite l’alieno potrà accedere a più informazioni negli ambienti alieni di quanto potrebbe da solo, come umano. Una trovata di sceneggiatura che non troverete facilmente in altri film di “strani sbirri”.

Un titolo e due occhi che non fanno stare tranquilli

Dietro l’indagine su una nuova droga in città si nasconde il racconto di una difficile integrazione, con gli alieni chiamati “sgorbi” (slug, che potremmo tradurre con “lumaconi”) e tutte le difficoltà di inserimento che gli umani ben conoscono, visto che lo sport preferito del nostro pianeta è il razzismo e la segregazione. Molto poco viene spiegato della cultura aliena, del mondo d’origine, degli usi e costumi e via dicendo: a parte qualche divertente particolare pittoresco – il latte rancido per loro è come alcol – non viene detto molto. Si sa che questi alieni sono caduti da una nave di schiavi e che veniva usata una droga per tenerli mansueti, ma sono particolari davvero secondari alla narrazione, più focalizzata sul rapporto personale e sulla necessità di integrazione culturale.

Facciamo così: ti chiamerò George

Sappiamo che Sam Francisco, ribattezzato subito George Francisco, ha moglie e figli ma non hanno alcuna importanza nella storia, così come sappiamo che l’acqua marina è come acido per il corpo degli gorbi.

La distribuzione italiana

Tutto inizia il 30 gennaio 1989, quando sui giornali appare una sorta di “avviso di taglia” («Wanted»): un volto mostruoso sovrasta scritte in piccolo secondo cui si ricerca quest’essere per vari crimini. Il logo della rivista “CIAK”, quello della 20th Century Fox e il fatto che l’avviso di taglia sia fra le locandine cinematografiche rende chiaro il gioco. Mi immagino che comunque i quotidiani abbiano ricevuto telefonate di gente che ha davvero visto un tizio simile nel proprio quartiere.
Il 2 febbraio successivo arriva nei cinema italiani Alien Nation, insieme al Clint Eastwood di Scommessa con la morte: chi sarà più letale, l’ispettore Callaghan o gli alieni?

Il periodo non è dei migliori, perché la concorrenza è spietata. Il film di Graham Baker deve vedersela non solo con Callaghan, ma anche con commedie di grande successo come Un pesce di nome Wanda, S.O.S. Fantasmi e Chi ha incastrato Roger Rabbit, con il Tom Cruise di Cocktail, due divi dell’epoca come Tom Berenger e Debra Winger in Betrayed. Tradita, un fantasy prodotto da George Lucas e diretto da Ron Howard come Willow, il fenomeno Mickey Rourke con Homeboy e gli italiani Caruso Pascoski e Fantozzi va in pensione.
Non aiuta che il critico Piero Perona su “La Stampa” (5 febbraio 1989) definisca Alien Nation «film secondario» e lo paragoni a null’altro che Danko in salsa aliena: «La distensione non risparmia neppure i polizieschi».

Il film non lascia il segno, nel novembre del 1990 viene considerato inedito al cinema!

Martedì 26 marzo 1991 Italia1 lo presenta in prima serata ma stavolta il trattamento è diverso: il successo riscosso in patria ha un’eco anche italiana. Perché il mondo creato dal film non si conclude affatto con la pellicola del 1988.

Ritaglio dell’epoca ritrovato nell’Archivio Etrusco: io ero lì davanti allo schermo, quel 26 marzo!


Alien Nation: la serie TV

Il successo del film Fox è immediato e subito Kenneth Johnson ha mandato dalla 20th Century Fox Television di ideare una serie televisiva omonima. Nasce l’amletico dilemma: continuare le vicende della coppia di poliziotti interrazziale, raccogliendo gli spunti lasciati in giro dalla sceneggiatura… o ricominciare tutto d’accapo creando nuovi spunti propri? Johnson sceglie la seconda opzione.

Il 20 settembre 1989 va onda sulla TV americana – e dal 1993 anche su Italia1 – la versione televisiva del film, cioè il nuovo racconto delle vicende appena viste al cinema: il collega muore, riciclando scene dal film, e Sikes (Gary Graham) si ritrova a lavorare con George Francisco (Eric Pierpoint), ripercorrendo esattamente quanto visto al cinema ma stavolta con molti più elementi, con un doppio episodio pilota che lancia più idee del film.

Sikes e Francisco di nuovo insieme, pronti a conquistare il piccolo schermo

Francisco ora ha moglie e due figli, il cui maschietto adolescente crea molti problemi e frequenta brutte compagnie mettendosi in guai seri. Purtroppo Buck (Sean Six) è un personaggio scritto malissimo: nella successiva ventina di episodi andrà di qua e di là come una bandierina. In un episodio è saggio, in un altro è un teppista, in un altro è un integralista religioso, in un altro è rivoluzionario. Insomma, un personaggio allo sbando a cui palesemente gli autori non sanno che fargli fare, tenendolo lì come un jolly in vista di futuri usi.

Manca poco, e la previsione del sesto Rambo si avvererà!

Il razzismo che dovrebbe essere il cuore della serie è un’altra banderuola: in alcuni episodi gli slugs (non tradotti dal doppiaggio, ma pronunciati slègs) sono trattati come feccia, schifati e quasi sputati in faccia, in altri sono fratelli di una vita. Per alcuni episodi nessuno fa riferimento a problemi di integrazione, poi arriva una puntata in cui la gente spara a vista agli alieni: diciamo che il principale difetto della serie è non avere un equilibrio interno.

Sikes e Francisco sono invece perfetti, molto più caratterizzati che nel film, e diventano subito il magnete della vicenda: impossibile non affezionarsi a loro.

Il mio nome è Francisco. George Francisco

Kenneth Johnson si inventa di tutto, scrive da zero l’intera cultura dei Tenctoniani (Tenctonese), così sappiamo che vengono da Tencton e che a cadere sulla Terra è stata sì una nave di schiavi… ma abitata anche da tantissime guardie, veri e propri gerarchi nazisti chiamati Keezantsun, i sorveglianti (Overseers). Nella penultima puntata scopriamo che Rigac l’Esecutore (the Chooser) sta reclutando nuovi sorveglianti qui sulla Terra. Fra le loro torture c’è quella di una sorta di roulette russa con l’acqua salata: bisogna premere un tasto mentre una ruota gira, e se si è sfortunati si riceve un getto d’acqua con l’effetto di acido muriatico.

Scaricate la fonte tenctoniana, e scrivete “Guida ad Alien Nation”

Viene inventata una lingua, una religione, abitudini complesse e immotivatamente arzigogolate che però servono a creare episodi onestamente deliziosi: la nascita della bambina Vessna – portata in grembo da Francisco! – regala situazioni umoristiche davvero divertenti.

La sostanza che può uccidere tutti gli slegs

Rispolverato il razzismo, Johnson ha l’idea vincente di chiudere la serie con il botto: Darlene Bryant della Lega per la Difesa dell’Uomo (Human Defense League) organizza un atto terroristico su larga scala. Hanno trovato una sostanza che può uccidere velocemente gli slegs e decidono di spargerla su Los Angeles. Intanto Susan (Michele Scarabelli), la moglie di Francisco, inavvertitamente portando a casa una quantità di sostanza velenosa, proprio in mezzo alla famiglia: Francisco se ne rende conto all’ultimo secondo, ma non fa in tempo a gridare che… fine della stagione!

Quando nel 1990 la Fox fa sapere che non ha alcuna intenzione di girare la seconda stagione di una serie troppo costosa, i fan insorgono. Come ogni serie che viene interrotta, anche qui si generano iniziative di sdegno dei fan che come ogni volta non hanno la minima conseguenza. Se la Fox se ne frega del suo pubblico, la Pocket Books ha l’idea vincente.


Alien Nation: i romanzi

Kenneth Johnson aveva pronto in tasca il copione della prima puntata della nuova stagione, quella in cui spiegava cosa succedeva alla famiglia di Francisco e a Los Angeles, ma nessuno voleva produrre quella storia. La Pocket Books, regina dei romanzi legati a marchi cine-televisivi, va a bussare alla porta di Johnson: perché il materiale che hai già pronto non lo trasformiamo in una serie di romanzi?

Nel marzo 1993 esce il romanzo The Day of Descent di Judith e Garfield Reeves-Stevens, una sorta di prequel del film che ci racconta di come Francisco è arrivato sulla Terra, ma il piatto forte è dell’agosto 1993, quando esce Dark Horizon di K.W. Jeter (l’autore dei seguiti di Blade Runner): cioè il racconto della seconda stagione di Alien Nation che nessuno vedrà mai.

No, un momento, qualcosa si è mosso. La Fox forse si è fatta due calcoli: e se invece di produrre una costosa serie da quasi venti ore… facessimo un film televisivo da 90 minuti? Già nel romanzo in questione viene anticipato: la storia diventerà presto un film.

Questo non fermerà la casa editrice, anzi la spingerà a cavalcare l’onda: l’amore dei fan per i film televisivi si sarebbe sparso (anche se in forma minore) sulla collana di otto libri in cui vari autori raccontavano le stesse cose ma a modo proprio. Mi sembra scontato dire che tutto questo è inedito in Italia.

  1. The Day of Descent (marzo 1993) di Judith e Garfield Reeves-Stevens
  2. Dark Horizon (agosto 1993) di K.W. Jeter
  3. Body and Soul (1994) di Peter David
  4. The Change (1994) di Barry B. Longyear
  5. Slag Like Me (luglio 1994) di Barry B. Longyear
  6. Passing Fancy (1995) di David Spencer
  7. Extreme Prejudice (marzo 1995) di L.A. Graf
  8. Cross of Blood (luglio 1995) di K.W. Jeter

Alien Nation: i film TV

Ritorna in vita il copione di Johnson e il 25 ottobre 1994 i fan della saga assistono al film televisivo Alien Nation: Dark Horizon – che in Italia si proverà a spacciare come seguito del film e uscirà in VHS con il fittizio titolo Alien Nation 2 – che inizia nel momento esatto in cui finiva l’ultimo episodio della serie. Anche se quattro anni sono tanti e le mode dei vestiti sono molto cambiate.

Prima romanzo poi film, ma il copione è sempre lo stesso

Sventati gli intenti criminali e salvata famiglia e Los Angeles, arriva un nuovo nemico: Ahpossno, terribile guardiano tenctoniano che arriva dallo spazio sulla Terra – ovviamente atterrando alle Vasquez Mountains! – con l’intento di riprendersi tutti gli schiavi persi. In fondo durante la serie uno dei personaggi l’aveva preventivato: com’è possibile che un’intera astronave vada perduta… senza che nessuno arrivi ad indagare? Ahpossno vuole non solo riprendersi gli schiavi della sua razza, ma portarsi via pure tutti gli umani: come, non ci si azzarda a dirlo.

Il tempo di caricare 7 miliardi di umani e si parte per Tencton

Questo Ahpossno si finge umile sleg così da ingannare i protagonisti, ma Francisco saprà neutralizzarlo in modo che nessun altro guardiano tenctoniano torni più sulla Terra.

In Alien Nation: Body and Soul (1995) scopriamo che perfidi ricercatori terrestri, guidati dal bieco Roger Benson, già stanno mischiando le razze, creando un ibrido umano-tenctoniano la cui fuga e relativo salvataggio sarà la trama dell’intera vicenda.

In Alien Nation: Millennium (1996) torna la famigerata droga aliena, chiamata il Supernova (al maschile), e viene introdotta una reliquia santa chiamata Il Portale, perché chi vi guardi dentro vede Tencton, l’amato pianeta natale a cui nessuno degli slegs potrà (o vorrà) tornare.

Una delle altre astronave piene di schiavi alla volta di Tencton

In Alien Nation: The Enemy Within (1996) scopriamo che pure gli alieni sono razzisti, a casa loro, avendo la razza degli Eeno che considera “intoccabile”. Dopo anni passati a spiegarci che l’integrazione è giusta, il razzismo è sbagliato e dobbiamo volerci bene tutti, vedere George Francisco che tratta a pesci in faccia una ragazzina perché “diversa”, e si compiace della sua morte, è davvero un calo di stile. L’intento del film sarà quello di portare Francisco e gli altri alieni ad essere meno razzisti. Intanto scopriamo che a contatto con il fluoro una donna eeno ha dato vita ad un mutante, ed ora alcuni cercano di creare la regina madre di una nuova razza che riscatti i torti subiti, ma l’esperimento sfugge di mano.

In Alien Nation: The Udara Legacy (1997) arriva la fine, l’ultimo film, e ci si gioca la carta grossa: esce fuori che la moglie di Francisco, di cui da anni seguiamo le vicende, sulla nave degli schiavi era una terrorista del gruppo Udara. Le sue bombe hanno ucciso decine di persone, e quando scopre che la Udara sta risvegliando agenti dormienti – fra cui sua figlia, che finalmente ha un ruolo oltre che da carta da parati – nasce una trama mozzafiato in cui fino all’ultimo secondo non si saprà l’esito. Visto poi che il figlio di Francisco è entrato in polizia e fa servizio di vigilanza del politico che sua sorella deve uccidere all’insegna del «Vi do il mio sangue e saremo tutti liberi», la cosa si fa scottante.


Schema della distribuzione italiana

  • Alien Nation (1988) – in Italia dal 2 febbraio 1989
  • Alien Nation. La serie (1989) – su Italia1 almeno dal luglio 1993. Non ho trovato prove che Italia1 abbia trasmesso l’intera serie, mentre è più facile che i vari altri canali – compresi Videomusic e TMC – abbiano trasmesso più episodi.
  • 1 Dark Horizon (1994) – Apparso in VHS italiana con il titolo Alien Nation 2 (Fox 1995), poi trasmesso su Tele+ dal 13 settembre 1997 con il titolo originale
  • 2 Body and Soul (1995) – su Tele+ dal 15 settembre 1997
  • 3 Millennium (1996) – inedito, ma probabilmente è stato doppiato nelle repliche del 2003 su AXN
  • 4 The Enemy Within (1996) – su Tele+ dal 25 luglio 1998
  • 5 The Udara Legacy (1997) – su Tele+ dal 13 febbraio 1999

Nota sul doppiaggio

Immaginate di ricevere l’incarico di doppiare una serie televisiva nata da un film: vi verrebbe in mente la balzana idea di andarvi a rivedere il film così da usare le stesse scelte di doppiaggio? Ovviamente no.

Immaginate di ricevere l’incarico di doppiare una serie di film, seguito di una serie tratta da un film… Avete già capito, la risposta è no. E se la domanda fosse “Ma ogni film lo doppiate come cacchio vi pare?” allora la risposta è sì.

Alien Nation arriva in Italia quando il doppiaggio è libero e giocondo, così James Caan può imprecare «per la Madonna!» (God damn it!) e gridare «Siamo la stronza polizia!» (We’re the god damn police!), e si possono usare espressioni come «metamorfizzato» (metamorphasized) invece che un semplice “mutato”. Altri tempi, altra lingua.

Grazie al fenomenale doppiaggio italiano abbiamo gli “sborbi” del film che diventano slègs nei primi episodi della serie, ma poi gli autori hanno pensato che era un termine troppo spregiativo: in fondo già nel primo film si parlava di newcomers, usiamo quello, no? Però nel film sono “neo-inseriti”, nella serie diventano “nuovi venuti”, poi nel primo film TV tornano “neo-inseriti”, ma nel secondo “esterni” e via dicendo.

E i gerarchi cattivi della serie TV? In originale sono chiamati Overseers, “sorveglianti”, facile facile, poi però nei film diventano prima “capisquadra” poi nel quinto film li si lascia direttamente Overseers. Tanto la serie è finita, perché mettersi a tradurre?

Il doppiaggio migliore del mondo si impegna per creare un prodotto diverso ad ogni episodio, e sì che siamo parlando di un numero molto limitato di anni; possibile che dal 1989 al 1999 fosse impossibile controllare il lavoro precedente e rifarcisi?

L.

P.S.
Del finto-vero-finto remake di Alien Nation, Bright (2017) di David Ayer – che questo maggio 2020 è stato deciso dovrà avere un seguito di pari inutilità – preferisco non parlare, lascio quindi la parola a Cassidy.

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Silent Trigger (1996) Il grilletto silenzioso di Dolph

Per anni ho rincorso questo film, uno dei peggio distribuiti della carriera di Lundgren, e mi sono chiesto come mai un prodotto con così tanta partecipazione italiana sia così mal distribuito proprio in Italia. Ora che l’ho visto… ho capito perché.

Nel settembre 1996 Silent Trigger viene trasmesso dalla TV americana, stando ad IMDb, mentre il 7 agosto 1997 ottiene il visto della censura italiana con il titolo Grilletto silenzioso: non è uno scherzo, il nome ufficiale italiano del film è questo!
Tanto per fare una cosa nuova, visto anche il coinvolgimento italiano, la distribuzione fa schifo e probabilmente solo Diabolik e Lupin sono stati così scaltri da beccare il film in sala, uscito sottovoce nel maggio del 1998 e subito scomparso nel nulla.

Al suo arrivo su Tele+Bianco si sono vergognati e l’hanno chiamato Silent Trigger, ma poi l’hanno mandato nella notte profonda di sabato 15 agosto 1998, per essere proprio sicuri che nessun italiano  lo vedesse. Fino a dicembre del 1999 se lo terrà Tele+, mandandolo sempre in orari scomodi.
Ignoto ad altre reti, FilmTV.it ci informa che solo nel marzo 2010 il film viene riesumato da Rete4.

IIF lo porta in VHS in data ignota, mentre una volta comprato dalla RAI – gli ultimi passaggi televisivi infatti sono su Rai4 – la 01 Distribution lo ha portato in DVD nel gennaio 2008. Su bancarella invece ho trovato un’edizione DVD IIF Edizioni Master senza data.

Non so quanti lettori lo ricordino, oggi, ma il compianto Sergio Altieri è stato a lungo un nome molto importante dell’editoria italiana: sia per la sua lunga direzione della collana da edicola “Segretissimo”, sia per il suo impegno narrativo. La sua Trilogia di Magdeburg rimane uno dei romanzi storici italiani più duri ed è lui che ha portato in Italia il Trono di Spade, traducendosi migliaia e migliaia di pagine dei relativi romanzi, quando ancora del Trono di Spade fregava ad una ristrettissima minoranza di persone.
Dal 1998 con lo pseudonimo Alan D. Altieri inizierà a raccontare le vicende del cecchino Russell Kane: qualche anno prima ha scritto la sceneggiatura per un film con in pratica lo stesso personaggio… diretto da uno di nome Russell.

Uno di quei casi in cui è meglio non tradurre…

Russell Mulcahy è uno di quei registi di videoclip poi promossi registi cinematografici, ma al contrario dei suoi colleghi lui non è riuscito a mantenere la promozione e dopo Highlander (1986) non ha fatto che crollare: Highlander II (1991) è stata una bella spinta verso il baratro.
Qui è palesemente un regista in vendita senza più anima, costretto a girare una roba che oggi è la regola ma nel 1996 è qualcosa di parecchio triste: un filmaccio Z che sembra ancora più piccolo di quanto non sia.

Il triste palazzo dove si svolge l’intero triste film

Un’inquadratura di chiese e colombe svolazzanti, con un eroe a guardarle nella gialla luce del tramonto, ci fanno subito capire che la venerazione per John Woo comincia a stancare: non è che ogni film d’azione deve per forza citarlo!
Comunque incontriamo il cecchino senza nome, interpretato da un Dolph Lundgren che dopo Men of War (1994) ha finito la propria carriera, cominciando la caduta che lo porterà direttamente alla Z senza passare per il via.

Dolph Lundgren si chiede se il suo grilletto sia abbastanza silenzioso

I successivi romanzi del cecchino di Altieri sono ricchi di immagini, ambientazioni, paesaggi, stati d’animo (pure troppi!) e quindi densissimi. Non ci sono i soldi per fare neanche metà delle cose descritte, anzi non ci sono i soldi per fare niente. Indovinate quindi cosa fa il cecchino senza nome? Bravi, avete indovinato: niente.
Dolph interpreta l’unico cecchino nella storia del cecchinaggio che non spara un colpo. Perché lo chiamino cecchino mi è incomprensibile.

Una delle inutili pose da cecchino del film

Mediante un discutibile gioco di ricordi incrociati vediamo due missioni del cecchino senza nome insieme alla sua collega senza nome (Gina Bellman): nella prima Dolph inquadra la donna politica che deve uccidere, ma in un rigurgito di banale banalità non può sparare perché c’è una bambina di mezzo. Possibile non esista film americano che sappia trovare altri impedimenti all’uccisione di obiettivi sensibili?
Comunque nel passato il cecchino senza nome non spara ed è costretto a scappare, mentre ora lo vediamo in un’altra missione dove… avete indovinato, non spara manco stavolta. Così praticamente il 90% di film vediamo Dolph fermo, che guarda il nulla e dice stupidate imbarazzanti, con la tipa che sta ferma, guarda il nulla e dice stupidate imbarazzanti. E nessuno spara. Te credo che il grilletto è silenzioso!

Shhh… non dire niente, rovineresti l’atmosfera del film

Visto che metà del cast sta fermo, guarda il vuoto e dice stupidate imbarazzanti, la produzione pensa bene di far passare il tempo aggiungendo ben due personaggi – non di più che non ci sono i soldi – cioè due guardie di sicurezza, due comparse che hanno il compito di tenere sulle proprie spalle l’intero film, l’intera trama e fare da motore per ogni singola scena. Quando si dice saper calibrare una sceneggiatura.
Fa piacere ritrovare Conrad Dunn, il compagno di cella di Van Damme in Colpi proibiti (1990), così come il giovane Christopher Heyerdahl – il canadese che ha interpretato il mitico svedese nella serie western “Hell on Wheels” – ma chiedere a due caratteristi, neanche di quelli buoni, di reggere il 90% del film mi sembra ingiusto: fanno quel che possono, ma lo spettacolo non è molto dignitoso.

Belli i tempi di quando appariva al fianco di Van Damme

Silent Shooter è un thriller spionistico da camera, cioè una storia dove non succede niente perché non ci sono i soldi ma che a chiacchiere lascia capire complotti internazionali tutti ipotetici e sognati: il risultato è un attore catatonico, una spalla pencolante e due tizi che non si sa chi siano.
Il tutto ambientato in un palazzo in costruzione che riempie di vuoto ogni inquadratura. Anche i ricordi della fuga riescono ad essere immobili: come si fa a fuggire stando fermi? Dolph ci riesce.

Una brava attrice futura ma ancora acerba

Mi immagino alla IIF quando hanno dovuto preparare la versione italiana del film: ma che è ’sta mosceria? Ma è un film d’azione con Dolph Lundgren o un drammone croato sulla vanità della vita? (Tutto fa propendere per la seconda ipotesi) Così si sono detti: perché non ci inventiamo una “frase maschia” in italiano?
Quando finalmente Dolph si sveglia, verso la fine del film, e arriva in soccorso della donna, la comparsa cattiva lo vede e scatta il dialogo:

— Who the fuck are you?
— Who do you want me to be?
— How ’bout dead, asshole?

Dallo scambio di battute vince il cattivo, perché alla sua domanda “chi cazzo sei?” Dolph risponde un fiacchissimo “Chi vuoi che io sia?”, la cui risposta obbligata è: “Che ne dici di morto, stronzo?”.
Il doppiaggio italiano si perplime, in fondo è Dolph che deve vincere il dialogo, è lui l’eroe maschio senza rischio, è lui il Rambo della situazione… ma sì, dài, copiamo da Rambo!

— Chi cazzo sei?
— Il tuo peggiore incubo.

La risposta del cattivo si perde nella confusione, rimane solo il plagio di Rambo 2 (1985) che non ha alcun motivo di essere.

Coraggio… fatti citare!

Più avanti Dolph ci prova («Non sarai morta finché non te lo dico io»), ma questo non è un film di frasi maschie: semmai di banali banalità banaleggianti. Tipo quando Dolph ci spiega che il suo dolore profondo è nato il giorno in cui ha capito che il vero nemico… è quello che vedi nello specchio!

Nuoooooooooooooooooooooooooooooo!!!

Ora capisco perché Silent Trigger è stato sepolto vivo dalla distribuzione italiana, malgrado il coinvolgimento di italiani in varie mansioni: è uno spettacolo troppo triste, soprattutto per l’anno in cui è uscito. Di roba simile se ne trova parecchia, dopo il 2005, ma all’epoca un crollo così verticale era qualcosa che lasciava davvero allibiti.

Cecchino cecchinetto, ’sto proiettile dove lo metto?

Chi ha compilato la voce Wikipedia di Altieri ci ha tenuto a specificare che quella del film è una «sceneggiatura originale scritta interamente da Altieri», come a dargliene tutto il merito: io invece punterei sul fatto che non gli hanno fatto fare quello che aveva pensato, sarebbe più dignitoso.
La successiva serie di romanzi sul cecchino Russell Kane è molto amata dai fan di Altieri e sicuramente un libro permette molto più scavo del personaggio che un filmetto di 90 minuti, ma forse essere scrittore non vuol dire essere automaticamente anche sceneggiatore.

Dispiace per un Dolph mai così catatonico ed immobile: almeno nei filmetti di serie Z del Duemila si diverte e si muove molto di più.

L.

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Animal (2014) Il segreto della foresta

Il canale Italia2 ha una programmazione non degna di nota, durante il giorno, ma la sera poi si sveglia e tira fuori filmetti, filmacci e filmoni, di solito di genere fantastico e spesso doppiati in esclusiva. Quando dalla guida TV ho visto una locandina con in primo piano una bestiaccia che prometteva d’avere un «rantolo catarroso» (per citare la trametta di un vecchio film da videoteca), ho deciso di dare una possibilità ad Animal. Il segreto della foresta, trasmesso venerdì scorso, 15 maggio 2020.
Uscito in patria americana nel luglio 2014, l’unica sua distribuzione nota in Italia è quella televisiva: stando a FilmTV.it ha esordito il 13 luglio 2017 su Italia1, finendo poi subito su Italia2.

Non dispiace sia l’unica edizione italiana del film

Il californiano Brett Simmons (classe 1982) nella sua carriera di cineasta sembra deciso a ripercorrere le tematiche horror anni Ottanta, spalleggiato dalla Chiller Films: casa della NBC Universal specializzata appunto in filmucoli thriller-horror con cui riempire i palinsesti televisivi.
Simmons non ha tempo da perdere con robe inutili tipo una sceneggiatura, che fa scrivere a due tizi di passaggio, invece ci tiene che il mostrone sia roba buona: quindi niente computer, si fa tutto di gomma come nei bei vecchi tempi. E per farsi disegnare una creatura a mestiere chiama Gary J. Tunnicliffe, che come regista è un criminale ma come effetti speciali bisogna lasciarlo stare, con tutto quell’Hellraiser nel curriculum.
Visto che il budget consiste in due mele o poco più, si va tutti nei boschi che risparmiamo in location, un ottimo mostro gommoso ce l’abbiamo, un’ottima fotografia ce l’abbiamo (curata da Scott Winig), che ci manca? Ah, gli attori: va be’, fermiamoci al primo Autogrill e raccattiamo qualcuno.

Inutili personaggi in cerca di morte

Un paio di volti noti della TV è il massimo che il film possa offrire, anche perché non esistendo sceneggiatura non è che fosse richiesta chissà che capacità recitativa. Come dicevo, la missione di Simmons nella vita è rifare gli errori degli anni Ottanta ma sbagliando come solo gli anni Dieci del Duemila sanno fare, perché sa che a fare la cosa giusta si sbaglia sempre: a fare quella sbagliata… a volte ci si azzecca.

L’unico personaggio almeno un po’ divertente

Il bravo Amaury Nolasco si lancia in un ruolo da simpatico infame, mentre la divetta degli adolescenti Elizabeth Gillies può togliersi il burqa imposto da Nickelodeon e sgranchirsi i suoi “talenti”.

Elizabeth Gillies che finalmente può mostrare le sue capacità

I soliti giovani mentecatti decerebrati si inoltrano in una foresta e vengono mangiati dal mostro. Fine del film. Si cerca di giustificare la cosa dando la colpa ad un abbattimento di alberi incondizionato che ha sballato parecchie nicchie ecologiche, facendo uscire fuori bestie d’ogni sorta dai loro habitat, ma per fortuna la “favola nera ecologica” dura solo due secondi, annegata in una sceneggiatura annacquata.
La trentennale questione mai risolta dei cellulari negli horror qui sembra cercare una scappatoia, visto che uno dei beoti protagonisti riesce a fare un paio di chiamate ma apparentemente senza risultato, visto che non ci viene detto se le persone chiamate avranno o meno fatto qualcosa per correre in aiuto. Inutile farsi domande, in assenza di qualsiasi pur vago tentativo di sceneggiatura.

Foresta, buio e mostro gommoso: a che serve anche una sceneggiatura???

Simmons ha il mostro di gomma e per lui questo basta. Lo muove di qua, lo muove di là, del tutto disinteressato a spiegarci perché ci sia un mostro nella foresta o perché da tempo scompaia gente senza che nessuno indaghi. C’è una casa nella foresta e può iniziare l’assedio del mostro: che altro serve?
Magari servirebbe un’atmosfera, qualcosa cioè che ci tenga con il fiato sospeso e che ci faccia temere per quei buffoni in video: invece sono così irritantemente stupidi che la loro morte non basta a soddisfare la nostra voglia di vederli soffrire.
I trucchetti sono i soliti: “io corro più del mostro”, “magari è una creatura pacifica”, “tu distrailo che io scappo e torno col fumo” e amenità varie. Non c’è un solo momento credibile o logico nella storia, quindi mai neanche atmosfera.

Per favore, mostro, pensaci tu a liberare il mondo da personaggi così ridicoli

Come si sa, il canone dell’assedio prevede che durante l’attesa i protagonisti tirino fuori ciò che hanno dentro, dimostrando che il vero nemico è fra di loro. Simmons non ha né voglia né tempo per queste cose da “film serio”, quindi si limita a far confessare al gay di essere gay, come se l’aver usato ogni stereotipo gay fino a quel momento non avesse già “bruciato” il colpo di scena.
Con questa grana grossa abbiamo personaggi tra l’assente e lo scontato: diciamo che il mostro di gomma è il personaggio meglio approfondito del film.

Ma una volta non si diceva che il mostro si deve vedere solo alla fine?

Poi all’ultimo Simmons si ricorda altri elementi fondamentali dell’horror classico, come le poppe al vento e la final girl. Va be’, avere a bordo la Gillies – nota per ruoli da stronza e quindi più che credibile nel ruolo di antagonista finale del mostro – risolve il problema della final girl… ma qualsiasi nudismo sulla TV del Duemila farebbe finire i produttori crocefissi per le strade: limitiamoci ad un’inquadratura ammiccante della canottiera.

Il massimo che si può concedere agli anni Ottanta

Non si può chiedere troppo a un filmaccio televisivo, ma almeno il minimo sindacale sarebbe lecito pretenderlo. La voglia di reinterpretare nel 2014 canoni classici dell’horror è lodevole, ma Simmons in realtà non ha nulla da dire: ha solo un mostro di gomma da far muovere sul set. Il nulla avviluppa un’altra creatura concepita da Tunnicliffe: ma fosse lui che ha un’area negativa?

Chiudo lasciando traccia del doppiaggio italiano.

Personaggio Attore Doppiatore
Mandy Elizabeth Gillies Vanina Marini
Sean Paul Iacono Lorenzo De Angelis
Alissa Keke Palmer Virginia Brunetti
Matt Jeremy Sumpter Daniele Giuliani
Douglas Amaury Nolasco Fabrizio Vidale
Jeff Parker Young Daniele Raffaeli
Carl Thorsten Kaye Massimo Rossi
Vicky Joey Lauren Adams Tiziana Avarista

Edizione italiana: Ludovica Bonanome.
Doppiaggio e sonorizzazione: Video Sound Service.
Dialoghi italiani e direzione del doppiaggio: Fabrizio Manfredi.
Assistente al doppiaggio: Deborah Cotza.
Mixage: Roberto Pierdicchi.

L.

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