Arthur & Merlin (2020) Re Arcù!

Il Medioevo di serie Z è sempre ricco di filmacci, prodotti di qualità infima che testimoniano come i produttori europei trovino geniale organizzare un racconto di ambientazione storica, costosissimo per definizione, spendendo però due mele o poco più. Non a caso sono rarissimi i film europei del nuovo millennio a sfondo storico che non siano buffonate di serie Z.

Non sfugge a questa strana consuetudine il britannico Arthur & Merlin: Knights of Camelot (2020) scritto e diretto da Giles Alderson, che trovate nel catalogo Prime Video.

Eh sì, c’ha proprio la faccia da re Arcù…

«Re Arcù, dove hai messo la tua spada?» La risposta sembra scontata, invece il sovrano è diplomatico e afferma di aver perduto Excalibur, così non dobbiamo neanche spender soldi a comprare dal tabaccaio una spada di plastica e fingere che sia le celebre lama.

Siamo nel Medioevo delle leggende inglesi, dove re Arcù ha al suo servizio uno sconfinato esercito… di tre tizi, peraltro svogliati, ma anche tre figuranti con indosso il costume di Carnevale possono battere il re cattivo, che pure lui non sta certo messo meglio: se non fossero figuranti di straordinaria inconsistenza sarebbe da ricordare le loro facce, perché sono convinto che anche i tre tizi al servizio dei cattivi siano interpretati dagli stessi attori.

Il cattivo con la faccia da cattivo e l’acconciatura da cattivo

La Gran Bretagna è davvero convinta di poter sfornare film storici a secchiate – e purtroppo tanti ne arrivano anche in Italia – perché non ha bisogno di nulla: ha paesaggi splendidi, ambientazioni naturali che non mostrano segni di civiltà quindi perfette per sembrare “storiche”, e soprattutto ha antichi castelli ancora in piedi, da poter inquadrare sullo sfondo. Solo da lontano, che per entrarci tocca pagare un biglietto ed è chiaro che i budget non consentano certe “spese pazze”. Tutti questi elementi rendono ancora più ridicoli i già ridicoli filmetti medievali sfornati dal mercato inglese, perché puntano l’accento ancora di più sulla pezzentezza della produzione.

Tie’, cos’altro serve per fare un film medievale???

Qui dunque abbiamo dei re “da esterni”, che re Arcù non ha i soldi per entrare in un castello quindi lo vediamo spesso a passeggiare per boschetti, tipico impegno regale, e gli splendidi e sterminati paesaggi inglesi servono solo a notare ancora di più l’assenza di guerrieri al servizio del re: due o al massimo tre guerrieri in campo aperto ti fanno chiedere se ci sia un numero minimo per definire un assembramento di persone “esercito”.

Sembra un deficiente solitario, invece è un “esercito”

Siccome tutti gli inglesi a scuola studiano Shakespeare, crescono credendo che in tutta la loro storia i connazionali abbiano parlato così, perciò abbiamo questi guitti che si fingono attori muoversi fra giardinetti e scenografie improvvisate a parlottare scespirando, mentre la trama arturiana… pardon, arcuriana procede senza senso né interesse. Qualche scena cerca di far nascere nello spettatore echi di storie lette a scuola o comunque viste in film migliori, tipo appunto la vicenda arturiana, ma è decisamente più facile che venga in mente Re Arcù dei Prophilax…

Cioè… questo sarebbe Mago Merlino?

E Merlino? Ogni tanto arriva, con la faccia da squartatore di Richard Brake, dice due robe senza senso e scompare: in fondo è mago, no? È giustificato a scomparire. Il problema è che però ci lascia gli altri personaggi, ben più meritevoli di scomparsa: se invece di un film avessero girato un video con musica rilassante e paesaggi naturali sarebbe stato molto più bello. E con una sceneggiatura superiore.

Lasciamo dunque re Arcù al suo destino, con o senza Merlino, un destino fatto di serie Z dove nessuno può sentirti estrarre spade dalla roccia.

L.

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Bruno Mattei: intervista su “X-Rated” (2003)

Il mio pessimo vizio di scrivere post all’ultimo secondo ogni tanto dimostra la sua fallacità quando, come in questo caso, esce fuori un impegno improvviso che mi impedisce di finalizzare la bozza della recensione di oggi. Un blogger serio si terrebbe da parte del materiale jolly da usare, ma non io. Per fortuna andando febbrilmente a sfogliare le bozze lasciate in giro per il blog, roba iniziata chissà quando e poi dimenticata, trovo questo lavoro di traduzione di cui non ho alcuna memoria, ma che cade decisamente a fagiuolo.

Ricordo che tempo fa scoprii che esisteva una questione fra gli appassionati, cioè su quanto del film Zombi 3 (1988) fosse stato girato da Bruno Mattei e quanto da Lucio Fulci, questione che onestamente mi interessa ben poco ma che in quel momento mi incuriosì. Andando a cercare se qualche fonte “concreta” avesse affrontato l’argomento, scopro questo numero 34 (2003) della rivista tedesca “X-Rated” dove Mattei viene intervistato proprio sulla questione: quale miglior fonte?

Ecco dunque la mia traduzione dell’intervista condotta da T.J. (forse è Tim Jonas, citato fra i collaboratori, ma non saprei).


Cominciamo subito con la domanda più importante, che sicuramente è stata sulla lingua dei fanatici dell’horror per anni: quali scene di “Zombi 3” hai girato e quali sono di Lucio Fulci?

Ho girato tutto l’inizio, o almeno le scene in cui l’uomo con la valigia rubata scappa dall’elicottero: queste sono tutte le mie riprese. Inoltre, ho girato tutte le scene in cui le guardie di sicurezza con le tute protettive bianche assaltano l’hotel, e qualcosina in pochi altri punti. Ho anche girato di nuovo le scene alla fine, in cui alcuni zombie bruciano. L’attore principale, Deran Sarafian, e anche le ragazze non erano più sul set. Infine ho lavorato con Dell’Aqua e Massimo Vanni, che inizialmente interpretavano due soldati. Si può dire che ho realizzato circa il 40 per cento del film.

Il motivo era che Fulci aveva commesso un errore: dopo il montaggio, la sua versione durava solo 55 minuti. Il materiale che ho filmato e inserito durava 37 minuti (Nota dell’editore: il tempo totale risultante fa 92 minuti ma in realtà sono circa 88 minuti di video effettivi, a causa di una velocità di esecuzione più lenta!). Ovviamente non ricordo tutti i dettagli. La scena con il benzinaio che esplode è sicuramente di Fulci.

Si dice che tu abbia girato e interpretato una scena con lo sceneggiatore Claudio Fragasso nel film.

Sì, è vero, c’è una scena in Zombi 3 in cui recito insieme a Fragasso: è dove bruciano i cadaveri. Potete vedere Fragasso e me vestiti da soldati. Fragasso ha anche scritto la sceneggiatura per le mie scene aggiuntive. Poiché era responsabile del materiale originale, aveva anche quel compito.

Al momento di girare “Zombi 3” la situazione politica nelle Filippine era molto difficile: ci sono state difficoltà durante le riprese?

All’epoca non c’è stato alcun problema. Ricordo che mi hanno chiamato da Roma e mi hanno chiesto cosa stesse succedendo, visto che girava notizia di una rivoluzione in corso: noi non abbiamo notato nulla, tranne che i militari di tanto in tanto ci hanno accompagnato nei luoghi delle riprese che si trovavano in aree critiche. Hanno preso dei bei soldi per questo. In ogni caso, non ho notato una guerra, che si è verificata più a sud, vicino a Mindanao. Nelle zone intorno a Luzon era tutto tranquillo.

Ricordi quando hai ottenuto l’incarico di finire le riprese del film “Zombie 3”? Quando ti ha contattato il produttore?

Non posso dirlo con certezza. Stavo lavorando a un film con Richard Harris chiamato Trappola diabolica, che all’estero si chiamava Strike Commando 2 (1988). Ci stavo lavorando poco prima di Natale [1987]. Così ho deciso di tornare a casa per passare le feste con la mia famiglia: a questo punto il progetto di Fulci era già fermo. Il produttore mi ha chiamato immediatamente e mi ha mostrato il film. Mi ha chiesto aiuto perché il film era troppo corto per essere commercializzato e aveva bisogno di più materiale. Mi sono spremuto le meningi e gli ho suggerito di girare con i restanti personaggi quello che si può vedere anche oggi nel film. Questa è tutta la storia.

Hai anche incontrato Fulci in persona sul set?

Be’, come ho detto, all’epoca ero impegnato con il mio film. Fulci ed io avevamo un ottimo rapporto, era una persona meravigliosa. Purtroppo all’epoca era molto malato. Ricordo che sono entrato in contatto con Fulci quando il film era nella fase finale di produzione. Lui era dell’opinione che il film non potesse essere completato, era un regista molto vecchio stile: se qualcosa non funzionava, ci si fermava. Ha acconsentito, tuttavia, che finissi io il film, ma non voleva assumersi ulteriori responsabilità per questo. Così mi sono seduto con Claudio, ho ricostruito tutto, ho aggiunto nuove scene a sostituzione di vecchio materiale. Fulci non era il tipo di persona in grado di farlo, se qualcosa sembrava non funzionare, lo lasciava o non lo girava affatto.

“Zombi 3” è quindi un film di Fulci, o meglio una coproduzione con te?

È difficile dirlo. Diciamo che l’anima cinematografica è di Fulci, visto che era il suo progetto e non il mio. L’ho preso solo a fine produzione. Fulci era informato di tutto e non se ne parlava molto. È il suo film e in qualche modo porta ancora la sua firma.

Ma non risulti nei crediti del film, vero?

No, non credo, non c’era motivo per farlo, tranne forse perché il film ha ricevuto finanziamenti dal Governo: ecco perché non suonava bene quando mi sono presentato come responsabile della sceneggiatura, della regia e del montaggio.

Quando “Zombi 3” è uscito i critici hanno detto che non era un vero film di Lucio Fulci: cosa ne pensi?

Non so dove i critici abbiano imparato il loro lavoro (ride). Il fatto è che nessuno di noi ha annunciato pubblicamente le modifiche al film, ma purtroppo nell’industria cinematografica lo facciamo sempre! Comunque, non posso giudicare il film e da allora non l’ho più rivisto. Forse è più il mio film che quello di Fulci, ma è una specie di prodotto ibrido, ognuno ha fatto la propria parte. Per quanto posso dire, tutti i miei film non sono eccezionali [sind alle meine Filme nicht so toll]. Ricordi la scena in laboratorio con lo zombi e il virus? Dopo averla girata non ho più voluto vederla. In qualche modo però tutti hanno iniziato a parlarne, e volendo capire il perché l’ho rivista, anni dopo. È stato due anni fa.

Ora, dopo tanto tempo, diresti che è un buon film, o forse no?

Stiamo parlando del film zombi, giusto?

Sì, di “Zombi 3”.

Non posso dirlo. In fondo qui stiamo parlando di un incidente, dopotutto: stai lavorando a un film e all’improvviso devi finirne un altro nelle Filippine. Molti si stupirono, ma per me non era niente di speciale: ero il dottore e il film era il mio paziente, ecco perché ora non voglio giudicare. Questo è tutto ciò che posso dire sul film.

Violence in a women’s jail” è il tuo primo film carcerario tutto al femminile, dopo i due film sui campi delle SS: come sei arrivato al genere?

Ero sempre alla ricerca di film che potessero fare soldi. Non mi sono specializzato in nessun genere, ho adattato questo film, e soprattutto la storia, appositamente per Laura Gemser.

La tua ispirazione è stata influenzata dall’entrare in un genere che potrebbe avere problemi con la censura?

Sapevo che potevano esserci problemi, ma volevo questo contratto e all’epoca le cose erano molto rilassate. C’era un po’ di sesso, e allora?

Com’era l’atmosfera durante le riprese?

Molto bene. Laura è stata molto professionale, stesso discorso per Gabriele Tinti. Un peccato non sia più tra noi, era un attore straordinario, mi piaceva molto. Era un uomo di cinema e anche di teatro.

Quanto ti è costato produrre questo film?

Ho girato per circa cinque settimane. Penso che il costo sia stato di 70 mila euro.

Cosa ne pensi del film oggi?

Mi piace molto, perché è stato ben distribuito in tutto il mondo. Penso di averlo fatto abbastanza bene.

Il film “Hell of the living Dead” [Virus] è stato quello di maggior successo, vero?

Era un misto di Zombi (1978) e idee mie. In origine c’erano anche due sceneggiature, ma la mia variante non era così seria come quella dei produttori. Dato che il film doveva essere ambientato in Nuova Guinea, spesso ci preparavamo alcune riprese di animali. Fortunatamente, avevamo una buona documentazione su quest’area. Abbiamo girato in Spagna. Ci sono volute circa cinque settimane.

Ho improvvisato molto sul set, per esempio la sequenza in cui l’uomo inizia a ballare con cappello e bastone: ci siamo divertiti molto a farlo. Franco Garofalo era un grande attore, ma aveva molta sfortuna. Era molto espressivo e sapeva suonare bene. Ricordo la scena improvvisata in cui tendeva il braccio agli zombie per mangiare. Adesso sono suo amico, ma non lo vedo quasi più da quando si è trasferito a Napoli. L’attrice protagonista Margie Newton ha smesso di recitare a causa del suo matrimonio.

Ho anche usato la musica di Zombi dei Goblin perché mi piace. Dato che faceva parte della versione di Argento, ed ero amico di Carlo Bixio non c’erano problemi legali. Inoltre ho realizzato il film in modo molto brutale, perché all’epoca era uno stile molto popolare: i critici l’hanno descritto come un “mattatoio”. Ero da poco entrato nel cinema, e non avendo le possibilità per gli effetti speciali all’americana stavo ancora lavorando con budella di maiale a buon mercato. I giapponesi erano particolarmente affezionati a queste cose. L’interesse per il film è stato enorme, è stato distribuito più e più volte. I giovani in particolare ne sono molto interessati. [NdR: in altri Paesi europei questo film è vietato ai minori di 14 o 16 anni, mentre la Germania è l’unico Paese dove neanche gli adulti possono vederlo!] Per inciso, ho inventato lo pseudonimo “Vincent Dawn” appositamente per questo film.

Per finire, raccontaci qualcosa di te e dei tuoi film.

Be’, ho fatto un sacco di film, credo circa cinquanta, e sono tutti miei figli. Faccio film come un disegnatore fa fumetti. I film dovrebbero divertire e corrispondere allo spirito del tempo in cui sono nati. Ho fatto il film Rats (1984), per esempio, perché mi sono ispirato a La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero. Ho arricchito l’intero soggetto con i topi, per i quali abbiamo utilizzato soprattutto cavie colorate. Ricordo una scena difficile in cui un topo si infilò nel sacco a pelo e uscì dalla bocca della donna. Ma come ho detto, non mi piacciono particolarmente i miei film e li rifarei da capo se potessi.


L.

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Nightmare Detective (2006) Indagatore dell’incubo


Qual è il colmo per un indagatore dei sogni? Non capirci… un incùbo!

Siete troppo giovani per ricordare quando in Italia andavano di moda i “colmi”, termine ormai scomparso che serviva a elenchi di freddure da snocciolare a scuola: qual è il colmo per un idraulico? Non capirci un tubo. Comicità d’altri tempi. Si poteva scherzare sugli idraulici senza citare Super Mario.
Il fatto che durante la visione del film di oggi io abbia pensato a tutto questo fa capire quanto sia pregnante la trama.

Un film che vi darà gli incubi da quanto è brutto!

悪夢探偵 (Akumu tantei) è una roba giapponese firmata da Shin’ya Tsukamoto, divenuto celebre per il suo Tetsuo (1989), un tempo sogno bagnato d’ogni cinefilo che voleva far sapere di conoscere il cinema del Sol Levante. C’è stato un periodo in cui se chiedevi “Che ore sono?” ti rispondevano “Tetsuo e un quarto”, poi per fortuna questa insana ossessione si è diradata.

Forte degli ampi mezzi a disposizione dato il suo status di grande cinefilo, Tsukamoto usa tutti i soldi del Monopoli ricevuti dai produttori per improvvisare un filmino fra amici, giusto in tempo per essere presentato in anteprima mondiale alla neonata Festa del Cinema di Roma, il 14 ottobre 2006: per fortuna all’epoca avevo già abbandonato la Capitale, che proprio non aveva bisogno di quest’ulteriore baracconata mangia-soldi.

Il film esce in patria giapponese nel gennaio 2007 e torna in Italia, stavolta in DVD Raro Video / 01 Distribution, nel maggio successivo, con il titolo Nightmare Detective.

Solo nel 2008 i fratelloni Weinstein se lo accaparrano, probabilmente senza averlo visto, e lo spacciano per horror truculento inserendolo nella loro collana estrema(mente non-estrema) “Dimension Extreme“.

Non me la sento di scomodare il J-Horror, quell’esplosione di horror giapponesi che nei primi anni del nuovo millennio hanno infiammato l’Occidente – con The Ring (1998), Pulse (2001), The Call (2003), The Grudge (2004) e via dicendo – perché in realtà qui siamo ben lontani da quelle atmosfere e soprattutto da quella qualità, sia visiva che di narrazione. Propendo per definire Nightmare Detective semplicemente un filmaccio, senza necessariamente avere collegamenti con filoni coetanei.

La faccia che fa lo spettatore già solo a inizio film

Kyoichi Kagenuma (Ryûhei Matsuda) per motivi che non ho capito è in grado di entrare nei sogni della gente, ma non in modo figo come faceva la dottoressa Deane (Jennifer Lopez) in The Cell (2000), che peraltro aveva un costumista giapponese (Eiko Ishioka) e le trovate visive sono geniali; ma non è neanche ruspante come Alex Gardner (Dennis Quaid) che entra nei sogni con indosso giusto una camicia, in quel Dreamscape (1984) che ha fatto tanto male al cuore di Wes Craven, sebbene usi temi totalmente diversi dal coetaneo Nightmare (1984). No, Kyoichi si infila nudo nei sogni e poi indossa un sacco della spazzatura: oh, se non è onestà intellettuale questa…

Scusa, sognatore, lo sai che lì in fondo c’è la parrucca di Sadako?

Già al primo fotogramma il film si gioca i lunghi capelli neri che fanno tanto Sadako in The Ring, qualcosa che la comica Yumi Nagashima ci racconta essere sempre viva nel ricordo degli occidentali, visto che le chiedono di mettersi i capelli sulla faccia quando le scattano foto.

Comunque il nostro travagliato eroe soffre ogn’or nel suo lavoro, rischiando di rimanere incastrato nel sogno se il suo “paziente” schiatta nel sonno: informazione lasciata là a morire come il suddetto paziente, forse l’autore se la tiene in caldo per il seguito. Che non vedrò, perché troppo traumatizzato dalla bruttezza di questo film.

Si vede che l’eroe soffre ogn’or

Credevo che i giapponesi che si suicidavano in massa fosse un stereotipo occidentale, invece a quanto pare è una pratica vera, perciò abbiamo tizi di ogni età e sesso che per passare la serata organizzano un bel suicidio, che tanto non c’è mai niente di divertente da fare a fine giornata.

Le indagini della polizia sugli strani suicidi cittadini portano alla luce il fatto che tutte le vittime hanno composto lo stesso numero telefonico, 0 (zero), e che sono morte nel sonno, in quanto accoltellate nei loro incubi mentre il loro corpo fisico si sbudellava. Servirebbe consultare un indagatore dell’incubo, e ci pensa la nuova arrivata Keiko Kirishima, interpretata dalla cantante e attrice Hitomi che è l’unico motivo per vedere questo film.

L’unica nota positiva in questo filmaccio

Comincia un delirio totale dove il regista e sceneggiatore decide di calarsi pure nei panni del cattivo, passando la seconda metà del film a far addormentare lo spettatore così da riempirlo d’incubi: a un certo punto ho sognato che stavo vedendo un filmaccio assurdo che svaccava di brutto e da metà ogni trama andava perduta, che paura scoprire che incubo e realtà si sono fuse!

Sono il regista, lo sceneggiatore e l’attore, e mi sbudello nel lavello! (Ah, che autore!)

La vita è un incubo o lo è solo ’sto filmaccio senza senso, girato da un pazzo? Di sicuro la marzulliana questione si risolve per via degli istinti suicidi che vengono allo spettatore a fine visione: è chiaro che questo Nightmare Detective sia un filmaccio che nuoce gravemente alla salute.

Ci sarà un motivo se negli Stati Uniti The Ring è stato distribuito dalla Dreamwroks, The Grudge dalla Columbia e questo indagatore dell’incubo dai fratelloni Weinstein, i quali non sono certo scemi, e con la loro ricca Miramax hanno importato Pulse, che poi hanno rifatto nel 2006 con la loro Dimension Films: lo sapevano benissimo che Nightmare Detective è ’na stupidata e quindi l’hanno conservato per la loro collana “estrema”, che è sempre più estrema ma solo nella bruttezza delle proposte.

L.

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All Men Are Brothers (1973) I 7 guerrieri del kung fu

Stando a Wikipedia, dopo Water Margin la Shaw Bros pare abbia continuato a sfruttare lo stesso romanzo cavalleresco, presentando il 20 settembre dello stesso 1972 Delightful Forest, sempre diretto da Chang Cheh, con protagonista il maestro Wu Sung (interpretato dal consueto Ti Lung), cioè uno dei tanti personaggi del testo antico. Essendo inedito in italiano, mi limito a citarlo.

Il precedente 1° giugno 1972 era invece uscito Pursuit, sempre targato Shaw Bros ma diretto da Cheng Kang, dove protagonista è il maestro Lin Chong (Yueh Hua). Con Tiger Killer (28 ottobre 1982) di Li Han-Hsiang direi che possiamo concludere la citazione dei film (inediti in Italia) ispirati a varie parti del romanzone cinese, e dedicarci al seguito diretto del Water Margin (1972) di Chang Cheh.


Il DVD

蕩寇誌 esce nei cinema di Hong Kong il 10 maggio 1975 malgrado fosse pronto già dal 1973, ci dice il consueto HKMDb, e ripropone lo stesso cast tecnico-artistico: anticipando una tecnica a noi nota, hanno in pratica girato due film insieme.

Distribuito a livello internazionale come All Men Are Brothers e Seven Soldiers of Kung Fu, non esistono prove di una qualsiasi distribuzione italiana prima che la mitica AVO Film, nei suoi ultimi anni di gloria, portasse in DVD e doppiasse nel 2007 la sontuosa rimasterizzazione della Celestial Pictures, con il titolo I sette guerrieri del kung fu. Curiosamente presenta prima questo seguito e poi, l’anno successivo, Water Margin.

Le specifiche tecniche sono le solite di queste rimasterizzazioni: video in 2.35:1 widescreen e doppio audio, italiano (2.0 e DTS 5.1) e cinese mandarino (2.0).


I briganti di Magnus

Non sarò certo io a parlarvi di Roberto Raviola in arte Magnus, disegnatore che negli ultimi anni ha generato una passione isterica e fuori controllo, quindi siete tutti più esperti di me, che non l’ho mai seguito.

“Comic Art” (giugno 1987)

Essendo un disegnatore così violentemente amato, venerato e divinizzato, sarà pieno di libri, manuali, siti, archivi che ne studino ogni più recondito aspetto… sì, lallero. Gli italiani amano solo chi non conoscono, e così trovare informazioni particolareggiate sull’opera di Magnus è pura fantasia. Mi tocca perciò usare una fonte altamente insicura come Wikipedia semplicemente perché data al 1973 l’inizio della lavorazione del fumetto I briganti. Il redattore della pagina da dove ha preso questa data? Non si sa, l’unica fonte dichiarata è la “Guida al fumetto italiano” che però non la cita.

È davvero curioso che Magnus abbia iniziato a lavorare ad un’opera ambiziosa tratta da un classico cinese subito dopo che nei cinema di Hong Kong, nel marzo 1972, è uscito Water Margin, cioè un kolossal con le stesse ambizioni. Quel film è rimasto inedito in Italia per decenni, ma magari Magnus si era appassionato alla cultura cinese grazie alla esplosione marziale italiana del 1973, in cui ogni singolo cinema nostrano proiettava almeno un film di menare da Hong Kong, e magari quell’anno ha conosciuto il regista Chang Cheh grazie all’uscita in Italia di un paio di suoi film, come La mano sinistra della violenza (aprile) e I kamikaze del karatè (giugno). Appena saputo che quella cinematografia d’un tratto protagonista dell’opinione pubblica italiana aveva presentato un film tratto da un romanzone epico medievale, disponibile in italiano per Einaudi, la congiunzione astrale è stata completa. Non dico che sia successo questo, semplicemente che potrebbe essere un’ipotesi.

Prima apparizione dei Briganti

Di parere ben diverso è FumettoLogica.it, che mi spiega come il romanzo di gesta cinese sia noto in Italia grazie a La frontiera del drago, sceneggiato sino-giapponese in 26 puntate «trasmesso dalla Rai in quegli anni, poi replicate su Telemontecarlo (TMC)». Chi scrive è stato saggio a rimanere sul vago (“in quegli anni” quando?) e a non rimarcare il collegamento fra sceneggiato e fumetto di Magnus, non citando alcuna consequenzialità fra le due cose: quella serie televisiva, “The Water Margin”, è iniziata sì nel 1973… ma in Giappone! Non è arrivata su Rai1 se non nel settembre 1980 (fonte: archivio del “Radiocorriere TV”), quindi è difficile che sia stato lo sceneggiato giapponese a ispirare il fumetto, la cui prima apparizione risale all’aprile 1979 come allegato al sesto numero della testata “Fan” della Edifumetto di Renzo Barbieri (fonte: GFI).

Daniele Barbieri nella sua introduzione al fumetto per Rizzoli Lizzard 2013 mi spiega in dettaglio il fumetto “Flash Gordon” nella versione di Raymond e in quella di Raboy, e di come queste siano legate a I briganti: non so nulla di fumetto per cui a me va bene tutto, ma magari sarebbe stato bello spendere più di mezza parola sul rapporto di Magnus con Water Margin, a cui si è dichiaratamente ispirato. Mi sa che qui da noi non l’ha letto nessuno quel romanzone cinese, e non sarò certo io a moralizzare: avrei dovuto leggerlo per questo ciclo ma non ho alcuna intenzione di sbattermi così tanto per un’opera noiosissima che ha generato opere noiosissime.

da “Comic Art” (maggio 1987)

Ignoro tutto di Magnus quindi giudico I briganti dall’opera in sé e basta, e confrontandola con il film Water Margin di Cheh è chiaro che è molto più legata al testo cinese di qualsiasi eco flashgordiano ci vogliamo vedere. Il profluvio di personaggi che entrano in scena alla spicciolata senza ricevere altro che una spiegazione sommaria e facendosi conoscere solo per le proprie azioni è uguale ad entrambe le opere, così come il seguire sottotrame sempre più infime e minuscole, lasciando i grandi eventi altrove, a malapena citati.

Albi di Orient Express 33 (maggio 1988)

Sono riuscito a resistere solo per una cinquantina di pagine del fumetto di Magnus, sin dall’infanzia ho seri problemi con questo autore, che secondo me non mette nei disegni lo stesso impegno che nei testi: di suo mi è piaciuto solo l’Oscar Mondadori “Alla corte di re Maxmagnus”, che però aveva i testi del mitico Luciano Secchi (Max Bunker). In questa prima parte de I brianti, “Ombre del palazzo”, conosciamo Lu-Ta, capitano della guarnigione di presidio che per un fattaccio si fa monaco, ma gli piace troppo mangiare, bere e menare la gente così abbandona il monastero e va per il mondo a vivere mille roboanti avventure senza alcun senso.

Poi conosciamo Lin-Chung, “cranio di pantera”, capitano e maestro d’armi della guardia imperiale, poi c’è “Grande Astro di Voluttà”, nipote del maresciallo Kao, poi c’è il tenente Lu, amico di Lin-Chung, e via di secchiate di personaggi che non fanno niente se non entrare in scena, dire cose, far proseguire una trama inesistente, e vivere avventure vuote che non hanno inizio né fine. Ogni tanto si vede qualche anacronismo che lascia intuire di essere in una sorta di “Medioevo futuro”, magari è un mondo post-apocalittico, ma tanto nulla è spiegato quindi a Magnus stesso non fregava niente della cosa.

Da questa secchiata di nomi è chiaro il riferimento a Water Margin: Lin-Chung, “Grande Astro di Voluttà” e il tenente Lu sono nomi presi pari pari dal testo cinese – ignoro se lo siano anche i personaggi – e il monaco Lu somiglia molto a Li Kui. Insomma, Magnus seguiva molto più il romanzo di gesta cinese che “Flash Gordon”, e in effetti anche Water Margin tecnicamente ha la stessa narrazione – secchiate di personaggi impegnati in azioni senza fine – ma solo perché il romanzo è vasto e la trama sterminata, ma comunque c’è: visto che I briganti non fa che gettare in scena sempre nuovi personaggi ed è pure rimasto incompleto, direi che una trama non c’è. Ma per carità, i gusti sono gusti.

Nell’aprile 2019 una parte dell’opera (dall’anteprima direi la parte iniziale) viene presentata nella collana Oscar Mondadori Ink: con questo direi di chiudere l’argomento Magnus. So che è il vostro Dio ma vi prego in ginocchio di astenervi dal manifestare la vostra Imperitura Fede in Magnus: sono l’unico a non apprezzarlo quindi la vostra adorazione genuflessa non è messa a rischio. A meno che non abbiate letto per intero I briganti, visto i film di Chang Cheh e abbiate interessanti confronti da propormi, vi chiedo per favore di astenervi dal parlarmi di Magnus nei commenti.


Il film

La vicenda si apre con Yen Ching detto “Il Prodigio” (il solito David Chiang che ride sempre) il quale tramite una cortigiana riesce ad arrivare al cospetto dell’imperatore Huizong (o Hui Zong), quello che nel precedente film era cattivo ma ora facciamo che è buono, per quel che durerà. Infatti va ricordato che siamo negli ultimi anni della dinastia Song e l’imperatore sta per fare una brutta fine, reso schiavo dagli invasori delle steppe. Intanto però Huizong firma una grazia per i 108 briganti, perché va be’ che sono briganti ma ora gli servono per sconfiggere l’imperatore Fang La (Chu Mu), lui sì cattivo. E questo chi è, adesso? Tranquilli, è un personaggio fittizio inventato dal romanzone cinese, uno che vuole diventare imperatore per colpo di stato ma i cui piani andranno all’aria grazie ai nostri amici briganti.

Quello che segue comunque è un minestrone totale e indigesto, al che vi dico la mia opinione: mi sa che ci sono stati problemi seri nella produzione di questo kolossal.

Va bene che sono fratelli, ma non è che devi mettere TUTTI gli uomini in un solo film

Mentre con Water Margin e Delightful Forest – quest’ultimo con protagonista lo spadaccino Wu Sung interpretato da Ti Lung, personaggio che appare in tutti i film della saga ma solo in questo fa qualcosa – Chang Cheh si è dedicato a piccole storie solitarie, la mia sensazione è che però intanto stesse girando grandi scene di combattimenti in campo aperto, con eserciti che si affrontano e altre sequenze di grande impatto, così da dedicare vari film alle battaglie salienti dei 108 briganti. Poi però magari i dati del botteghino non sono andati come sperava la Shaw Bros, che stava mantenendo veri eserciti di attori per film che probabilmente non incassavano molto più di un normalissimo piccolo film Shaw, girato da dieci attori in un teatro di posa al costo di un etto di riso a testa.

Perché organizzare scene così grandiose per solo un paio di minuti di vicenda?

L’uscita rimandata al 1975 mi fa pensare che a un certo punto la Shaw abbia messo un freno alle spese pazze di Chang Cheh, abbia preso le grandi scene di battaglie già girate, le abbia fuse insieme alla bell’e meglio (anzi, alla bell’e peggio), e abbia portato al cinema questo minestrone assurdo con il titolo All Men are Brothers, composto da una rutilante sequenza infinita di grandi scene troppo corte per giustificare il dispendio di mezzi. Ripeto, è solo una mia sensazione – non ho trovato alcun approfondimento sul film, citato ma ignorato da tutti – ma credo che nei piani originali Cheh dovesse girare più film, ognuno con una o due grandi battaglie, ma poi abbia dovuto “comprimere” tutto in un unico titolo.

Ariecco Ti Lung, col solito super-rosario al collo

Una prova potrebbe arrivare dal confronto delle trame di questi film con lo schema del romanzo originale: l’attacco a Zengtou e la morte di Chao Kai, cioè gli eventi del primo Water Margin, sono il 60° capitolo del romanzo, mentre l’amnistia per i 108 briganti che apre questo All Men are Brothers è l’81°! Non dico che Cheh volesse girare film che coprissero i venti capitoli di differenza, ma è lecito sospettare un progetto iniziale di più ampio respiro.
La trama di questo All Men are Brothers, poi, cioè il tentativo dell’imperatore cattivo Fang La di spodestare la dinastia Song, riempie i capitoli dal 90° al 99°. Per carità, sicuramente la Shaw Bros ha dovuto comprimere e rimaneggiare il testo originale – la trama di Delightful Forest per esempio è sicuramente quella dei capitoli 23-32 – ma rimane forte la sensazione che il progetto originale fosse più vasto di due film striminziti pieni di scene maestose ma brevissime.

Bolo Yeung è sempre maestro di stile ed eleganza

Anche in questo caso niente è spiegato, non essendoci tempo, perciò abbiamo solo una pioggia di nomi che sicuramente i cinesi conoscono, facendo parte della loro cultura millenaria, ma per noi occidentali rimane un elenco del telefono della Dinastia Song, con scene di grande ambizione ma tutte ristrette in pochissimo spazio.

E David Chiang ride, ride e ride sempre

Una parvenza di trama generica sarebbe quella per cui sette briganti… pardon, sette magnifici briganti partono dalla montagna-covo per una missione segreta, cioè sventare i piani dell’imperatore cattivo lavorando nell’ombra: un’ombra tale che TUTTI sanno del loro arrivo, li riconoscono al primo secondo e giù botte, in scene di combattimento che arrivano a fine film. Ammazza che trama complessa!

In compenso Chen Kuan-Tai non dire MAI: e fattela ’na risata!

Ogni personaggio si presenta con un’enfasi totalmente ingiustificata dalla vicenda, segno che sono nomi talmente famosi per il pubblico di Hong Kong che non c’è bisogno di aggiungere altro.

Vorrei cercare di fare un esempio italiano ma è impossibile: la nostra cultura popolare è talmente giovane che non regge il confronto: grasso che cola se conosciamo Renzo e Lucia, con Don Abbondio e pochi altri, e parliamo di un testo d’un centinaio d’anni. Quale italiano riconoscerebbe i nomi citati in un film tratto da un romanzo quattrocentesco? Chi ricorda tutti i nomi citati nel Decamerone? Ecco, qualcosa mi dice che invece i cinesi ricordano i nomi dei 108 briganti nati all’epoca del Boccaccio, o almeno i più fighi fra questi, come il “Dragone Tatuato” interpretato dal celebre Chen Kuan-Tai.

Un film sconsigliato agli occidentali, a meno di non essere studiosi del testo cinese d’epoca e si è curiosi di vedere interpretati quei personaggi.

Una curiosità finale. Il personaggio di “Turbine Nero” (Fan Mei-Sheng), panciuto e con la barbetta, è chiaramente doppiato da Pietro Ubaldi, mentre una delle voci secondarie mi sembra di Davide Garbolino. Così ho fatto un tuffo nella mia infanzia, quando negli anni Ottanta vedevo il contenitore “Ciao Ciao” su Rete4, con Ubaldi a doppiare il pupazzo Four e il giovane Garbolino e fargli da spalla comica.

L.

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Venerdì 13: la serie (1987) 11 – Lo spaventapasseri


Continuiamo a parlare della serie TV “Friday the 13th: The Series“, quella senza Jason.


Un episodio tappa-buchi?

Come raccontato, nell’estate del 1990 Zio Tibia su Italia1 ha allietato la seconda serata di dieci venerdì consecutivi con i primi episodi della serie TV “Venerdì 13”, che nel frattempo erano usciti in videoteca in una serie di VHS CIC Video il cui contenuto è abbastanza fumoso.

Con il 14 settembre di quel 1990 si chiude l’antro di zio Vendredi e gli oggetti infestati raccolti da Micki e Ryan scompaiono: arrivano le trasmissioni di calcio, vera divinità italiana, e non c’è spazio per stupidaggini come i racconti horror. Però certo, quando capita un venerdì 13 sul calendario l’emittente potrebbe pure… No, non se ne parla proprio.

Per esempio, venerdì 13 settembre 1991 Italia1 manda in rapida sequenza Cielo di piombo per l’ispettore Callaghan (1976) e Omicidio a luci rosse (1984), proprio mentre Rai3 manda Vestito per uccidere (1980): forse che Brian De Palma sia considerato un autore horror?

Va be’, ma poi venerdì 13 dicembre 1991 invece… Uguale: Gunny (1986). Se non è Brian De Palma è Clint Eastwood, non si scappa.

Finalmente qualcuno in redazione si ricorda che hanno comprato una serie di 26 episodi e ne hanno trasmessi solo dieci: mercoledì 19 febbraio 1992, dopo Belva di guerra (1988) di Kevin Reynolds in prima visione (film che da anni conservo in una vecchia VHS originale rovinatissima e che sarebbe bello veder recensire dall’amico Lorenzo!) e dopo la sit-com italiana “I vicini di casa” con Teocoli e Orlando, finalmente torna “Venerdì 13”.

Dal “Radiocorriere TV” di mercoledì 19 febbraio 1992

Non entusiasmatevi, però, perché è solo un falso allarme: la trasmissione non ha seguito, quel 1992 semplicemente viene buttato lì un episodio, forse a mo’ di tappabuchi. (Il titolo dell’episodio per fortuna è citato su “La Stampa” di quel giorno.)

In attesa di incontrare di nuovo una trasmissione regolare, gustiamoci intanto questo singolo episodio, a sorpresa “in ordine” con il procedere della serie.


Episodio 1×11
Lo spaventapasseri
(Scarecrow)

Andato in onda il 1° febbraio 1988, l’episodio è diretto da William Fruet, regista televisivo che nello stesso periodo è arrivato in Italia con la miniserie “La guerra dei mondi”.

Questo episodio è stato raccolto nella terza VHS dedicata alla serie, Venerdì maledetto 3. Il terrore continua (CIC Video, marzo 1989), insieme a Storie di morti viventi.

E i Figli del Granomuti!

Siamo al secondo episodio in cui è latitante il saggio Marshak, magari l’attore Chris Wiggins era troppo impegnato a doppiare il mago cattivo (No Heart) della serie animata “Gli orsetti del cuore”, grande successo dell’epoca che quel 1988 sforna anche alcuni lungometraggi. Qualsiasi sia il motivo, facciamo che Marshak è in missione altrove ma lo stesso incarica i due collaboratori di fare cose, per esempio girare la campagna alla ricerca dell’oggetto infestato della settimana: uno Spaventapasseri.

Non però il classico spaventapasseri che se ne rimane fra i campi, no, questo è praticamente un Golem della campagna americana, cioè il luogo più orrorifico della narrativa: è un… American Gothic Golem!

Nella campagna americana TUTTO fa orrore

Quando sente il bisogno di ammazzare qualcuno, la perfida locandiera si limita ad appuntare sulla giacca dello spaventapasseri la foto di chi questi deve uccidere e… Aspetta, ma quindi prima fa una foto alle sue vittime? O usa foto vecchie? E se poi quelli cambiano? Se magari nella foto la vittima ha la barba e ora non l’ha più? Come si regola lo Spaventapasseri? Va be’, la smetto, tanto si sa che con questa serie non bisogna farsi domande.

A bordo di un’auto d’epoca – non chiedetemi perché – Micki e Ryan portano la loro inconcludenza fuori città e per fortuna inciampano nei cattivi e li fermano loro malgrado, perché se avessimo aspettato che indagassero con la loro intelligenza starebbero ancora vagando per fratte.

Uguale uguale la mia espressione quando vedo “Venerdì 13”

Va be’, cerco di tornare a più miti consigli nel non strapazzare la serie, peraltro un solerte utente di IMDb definisce questo episodio «Senza dubbio uno dei più efficaci di tutte e tre le stagioni»: ammazza, io stesso non avrei saputo offendere più nel profondo la serie. Se questo è uno degli episodi migliori, figuriamoci gli altri!

Comunque per fermare il Golem rurale basta strappargli la foto dalla giacca, non mi sembra un “oggetto infestato” così pericoloso come Micki e Ryan vogliono vendercelo. E poi cos’hanno fatto, se lo sono caricato a spalla fino a tornare al loro negozio e l’hanno infilato nella loro “cantina” (vault) insieme agli altri oggetti infestati? Scusate, non so resistere alle domande.

Un curiosità finale. Un delle vittime si addormenta davanti alla TV accesa, di cui purtroppo non vediamo lo schermo, ma basta l’audio:

«Io l’ho baciata, mentre giaceva nella sua bara, e le sue labbra erano fredde.»
(I kissed her as she lay there in the coffin, and her lips were cold.)

Vorrei dire che per la prima volta sentiamo doppiate in italiano alcune parole di un classico storicamente inedito, infatti per anni noi zombofili ci siamo crucciati dell’assenza in lingua italiana del celebre White Zombie (1932) con Bela Lugosi, che in tempi recenti venne spacciato per “distribuito” in realtà girava solo con i sottotitoli in italiano, ma ora pare che esistano versioni doppiate in DVD. Indagherò. Comunque mi sembra un film perfetto da citare in questa serie TV.

L.

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Charlot dall’Archivio Etrusco

Qualche giorno fa l’amico Federico sul suo Canale YouTube mi ha colpito direttamente al cuore, rispolverando uno Charlot violinista (The Vagabond, 1916) dal suo meraviglioso archivio in pellicola, in un’edizione tratta dal film antologico Quel povero diavolo (1956).

Rivedere scene così impresse nella mia memoria mi ha riportato a quegli ultimi anni Ottanta, quando in casa entrò il nostro primo videoregistratore (un Panasonic due testine) e il problema del costo elevatissimo delle videocassette vergini impose una decisione drastica: solamente prodotti fondamentali potevano avere il lusso di essere registrati su nastro. Le comiche di Stanlio e Ollio e quelle di Charlot rientravano ovviamente nella descrizione.

Ricorda TVA 40, mitico canale dell’epoca

All’epoca i canali locali non avevano palinsesti dedicati al 100% a chiacchiere e televendite, come con il nuovo millennio, bensì c’era un’usanza strana, poi scomparsa per sempre: trasmettere film oggi introvabili e comiche ancora più rare. Che però all’epoca non erano rare, bastava girare qualche canale per beccare Charlot (scusate, ma nessuno all’epoca lo chiamava Charlie Chaplin!), Stanlio e Ollio e altro, in edizioni quasi tutte oggi perdute al di fuori dei preziosi archivi di collezionisti appassionati, come il citato Federico o Discovering Cinema. All’epoca avevo 12-13 anni e ignoravo di star vedendo ciò che nessun italiano avrebbe mai più rivisto, mi limitavo a registrare le “comiche” (scusate, così chiamavo i cortometraggi dei comici) per vederle e rivederle fino allo sfinimento.

Quando anche per le comiche si giravano scritte in italiano

Con l’esplosione delle VHS economiche anche Charlot sembrava venir recuperato dall’oblio dei canali locali, e mi mangio le mani per non essermi conservato la VHS M&R Productions che comprai intorno al 1990 o 1991 con il cortometraggio The Adventurer (1917), ribattezzato in mille modi diversi. Era la prima volta che vedevo una comica di Charlot, dall’inizio alla fine, abituato com’ero a film antologici che mischiavano più cortometraggi.

Ricordo di Tele Italia

Su questo viale dei ricordi sono andato a recuperare le citate VHS costosissime (marca Scotch) comprate fra il 1986 e il 1987: oggi, 2023, si vedono ancora alla perfezione, alla faccia di chi diceva che il nastro magnetico era un supporto inaffidabile. Certo, sono state conservate con cura e non buttate in cantina o in garage come fanno tutti, sprecando tempo visto che a buttarle nel secchio fanno prima, tanto il risultato è lo stesso.

Il nastro è ancora ottimo: era già la trasmissione ad essere rovinata

Così in questi giorni ho caricato su YouTube le poche cose che sono riuscito a conservare dell’epoca, piccoli reperti archeologici di canali locali che trasmettevano tesori preziosi con i quali sono cresciuto. In pratica, una botta di nostalgia canaglia.

Altre scritte italiane “manufatte”

Ecco i video caricati:

Charlot pittore (The Face on the Barroom Floor, 1914)

TVA 40 proprio in quegli anni si era trasferita nella Capitale e trasmetteva spesso cortometraggi come questo di Chaplin, che ha ricevuto il visto della censura italiana il 19 ottobre 1957: stando a Cinematografo.it il corto è raccolto nel film antologico “Quel povero diavolo” (1956), raccontato da Passoridotto.


Charlot dentista (Laughing Gas, 1914)

Da TVA 40, questo corto è noto anche come “Gas esilarante”, ha ricevuto il visto della censura italiana il 19 ottobre 1957: stando a Cinematografo.it il corto è raccolto nel film antologico “L’allegro mondo di Charlot” (1966). La rubrica “Home video” di Gabriele Rifilato (dal “Radiocorriere TV” del dicembre 1990) mi informa che questo corto è stato distribuito in VHS da Capitol.


Mix di Charlot (1961)

Un “mischione” di comiche che apre il film antologico “Emozioni e risate” (Days of Thrills and Laughter, 1961), trasmesso da Italia1 domenica 4 gennaio 1987. Il mischione fonde insieme i cortometraggi “Viva la libertà” (The Adventurer, 1917) e “La cura” (The Cure, 1917).


Charlot fa una cura (The Cure, 1917)

Su Tele Italia ho registrato in data ignota un film antologico di comiche di Charlot (probabilmente “L’eterno vagabondo”, 1954), purtroppo già iniziato, da cui estraggo questo “Charlot fa una cura”, o “La cura miracolosa”, che ha ricevuto il visto della censura italiana il 30 novembre 1934: stando a Cinematografo.it il corto è raccolto nel film antologico “Le comiche di Charlot” (1963).


Charlot nel parco (In the Park, 1915)

Su Tele Italia ho registrato in data ignota un film antologico di comiche di Charlot (probabilmente “L’eterno vagabondo”, 1954), purtroppo già iniziato, da cui estraggo questo “Charlot nel parco” o “Charlot e il borsaiolo”, che ha ricevuto il visto della censura italiana il 10 aprile 1958, finendo raccolto nel film antologico “Charles Chaplin Show” (1973).


Charlot avventuriero (The Adventurer, 1917)

Su Tele Italia ho registrato in data ignota un film antologico di comiche di Charlot (probabilmente “L’eterno vagabondo”, 1954), purtroppo già iniziato, da cui estraggo questo “Charlot avventuriero”, o “L’evaso”, che ha ricevuto il visto della censura italiana il 28 marzo 1923, e poi il 18 marzo 1952, finendo raccolto in diversi film antologici.


L.

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Bruce Lee, l’uomo più forte del mondo (1979) True Game of Death


Con tutti i film “ispirati” a Bruce Lee che stanno uscendo – e che mi diverto a chiamare “brufale”, essendo titoli-bufala su Bruce – la casupola Dong Yu Enterprise dev’essersi chiesta: e noi chi siamo, i figli della serva? Così tira su al volo un montarozzo raccogliticcio di roba perché sa che là fuori è pieno di distributori senza scrupoli pronti a comprarsela. Tipo gli italiani.

Il consueto HKMDb ci informa che il film taiwanese 決鬥死亡塔 (“Duello Torre della Morte”) è uscito in un vago 1979 e viene distribuito a livello internazionale come The True Game of Death, con grande senso dell’umorismo visto che è la più falsa di tutte le operazioni similari.

Quando c’è “vero” nel titolo, è falso

L’italiana C.R.C. (Cinematografica Romana Cineproduzioni) nel gennaio del 1980 aveva portato nei nostri cinema Bruce Lee il campione (1978), perché non continuare? Così il 23 dicembre dello stesso 1980 riceve il visto della censura italiana Bruce Lee, l’uomo più forte del mondo, che però per trovare effettivamente programmato in sala dobbiamo aspettare il 25 febbraio 1981.

Resta un’annetto in sala e poi scompare per sempre: non esistono tracce di distribuzione in home video o trasmissione televisiva. Un altro film perso nella sua edizione italiana.


Il vero (falso) Gioco della Morte

Gli autori di questo film – non li nomino perché sono tizi sconosciuti dai nomi impronunciabili per noi occidentali – avevano due possibilità, dopo l’uscita de L’ultimo combattimento di Chen (1978), cioè la “versione ufficiale” dell’opera inedita di Bruce Lee, targata Golden Harvest: o si inventavano una storia diversa, anche se simile, come nel caso di Bruce Lee il campione (1978), oppure ricopiavano identico il film della Golden Harvest ma in versione cialtronesca. Scelgono la seconda opzione e va dato merito di essere riusciti in un’impresa titanica: girare un film così brutto e pezzente da far sembrare addirittura dignitosa quella robaccia de L’ultimo combattimento di Chen.

Il clone meno clone in circolazione

Protagonista della vicenda è Xiao Long, cioè il nome cinese di Bruce Lee, interpretato da un Lung Tien-Hsiang che non gli somiglia molto ma in compenso fa delle facce “alla Bruce Lee” da spanciarsi dal ridere. Di nuovo, per noi occidentali essere un coatto, un presuntuoso e un tronfio smargiasso sono tutti difetti, ad Hong Kong invece a quanto pare sono pregi invidiabili, visto che tutti i film pseudo-biografici mostrano un Bruce come teppista di strada. (Chissà, magari hanno ragione loro, visto che sono note sue frequentazioni giovanili poco raccomandabili.)

«Solo me ne vo / col nunchakò» (semi-cit.)

La vicenda si apre con Bruce che sta girando il suo Game of Death, solo che invece di una pagoda facciamo che lo sta girando in una stranissima struttura ferrosa in un giardinetto pubblico, e già qui capiamo i grandi mezzi a disposizione della produzione.

Va bene il budget basso, ma qui si esagera

Se in Bruce Lee Supercampione (1980) Linda Lee, la moglie americana (cioè straniera), viene appena citata di sfuggita, segno che non conta nulla agli occhi dei locali, qui addirittura è la cattiva della vicenda: sarà lei infatti ad avvelenare Bruce! Tranquilli, non è cattiva di natura – malgrado sia bianca – è che l’ha costretta la mafia! Non stupisce che l’abbiano ribattezzata Alice, per evitare problemi con l’agguerrita Linda.

«American woman / Stay away from me» (cit.)

Ricopiando la cialtronata di Robert Clouse, anche qui abbiamo dei criminali pittoreschi che vogliono sfruttare il successo di Bruce facendolo “iscrivere” alla malavita, ma lui non ne vuol sapere e quindi si mandano sgherri a farsi menare, finché Linda Lee risolverà il problema alla radice.

Mafiosi pittoreschi ossessionati da mappe e cartine

La trama ufficiale depositata per la commissione di censura italiana parla di un amico di Bruce Lee che, dopo la sua morte, inizia ad indagare per vendicarlo, ma nella copia che ho visto su YouTube non c’è niente di tutto questo. Qui semplicemente si ricopia il film di Clouse perciò Bruce si limita a inscenare la propria morte («ci vuole ben più del veleno per uccidermi», rimprovera alla moglie assassina) così poi da poter passare a mazzolare i cattivi.

Oh, avevo giusto bisogno di una tuta gialla

Dopo aver ricreato la scena dei motociclisti con immotivate tutine attillate da requisire, Xiao Long può finalmente arrivare all’eterno luogo del suo gioco mortale: la pagoda da scalare.

Ma quante pagode ci sono ad Hong Kong?

Inquadrata una pagoda a casaccio, magari è una cartolina del posto, si va subito in interni a girare la consueta scalata. Ah, ormai le pagode hanno capito come funziona perciò appena entrate trovate già dei nunchku pronti, tipo souvenir per turisti.

Toh, mi servivano proprio dei nunchaku in tinta con la tutina

Abbandonate le versioni alternative, qui ci si mantiene fedeli al film Golden Harvest, quindi i nemici sono solo tre e si parte da un clone di Dan Inosanto, che ovviamente ne è solo la versione di serie Z.

Giusto una “ispirazione”…

Come secondo cattivo, chi chiamare ad emulare Ji Han-Jae, il celebre maestro di hapkido voluto da Bruce nel suo lavoro inedito? Ovvio, un ciccione baffuto giapponese che faccia sumo strano, chi altri?

Lottatori di un certo livello

Con questo secondo lottatore si ride di gusto, sono convinto che se Bruce Lee avesse visto ’sta roba avrebbe riso pure lui. L’unico peccato è che tutta la sequenza finale è girata al buio, mi sa che la produzione è così pezzente da non aver neanche luci di scena.

Quando scopri che quelli di prima fila non sono i posti migliori

Al terzo e ultimo piano bisognerebbe superare in ridicolaggine il sumo strano, non è facile ma qui gli autori giocano duro e mettono in campo il solito pugile nero… ma con il mantello! Quale pugile non acceca l’avversario con un mantello? E Kareem Abdul-Jabbar muto!

Il meglio del peggio del film

Dubito che la Dong Yu Enterprise, nata morta, si sia scomodata a chiedere alla Golden Harvest il permesso di utilizzare vere sequenze con Bruce Lee estratte dai suoi film, così come il permesso di ricopiare gran parte del loro Game of Death, temo che la legislazione sui diritti d’autore a Hong Kong sia abbastanza “fluida”, almeno all’epoca.

Dispiace che sia perduto in lingua italiana questo “vero falso” Gioco della Morte, perché è di una comicità da spanciarsi: almeno fa passare il tempo, quando invece le “brufale” di solito sono noiose.

L.

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Necropolis (2014) La città degli sceneggiatori morti


Nuovo appuntamento del “venerdì horror” del canale in chiaro Italia2, che lo scorso 20 gennaio 2023 presenta Necropolis. La città dei morti (As Above, So Below, 2014).

Uscito in patria americana nell’agosto 2014, esce velocemente nelle sale italiane già l’8 settembre successivo (fonte: FilmTV.it). È disponibile in DVD Universal dal gennaio 2015.

A sorpresa pure la scritta italiana

Nel recensirlo per “Rue Morgue” n. 149 (ottobre 2014) Sean Plummer, a cui il film è piaciuto, non può fare a meno di citare il fatto che durante la proiezione in sala alcuni spettatori si lanciavano in risatine di scherno. «Il film sul found footage hanno ormai esaurito il credito nei loro confronti, e il fatto che questo in particolare tratti in modo veloce e superficiale temi di sapere antico e misterioso senza alcun criterio rende difficile il difenderlo». Però alla fine il recensore si dice soddisfatto del nuovo lavoro dei fratelli John Erick e Drew Dowdle, balzati all’attenzione del pubblico con Quarantena (2008), che il citato Plummer addirittura definisce migliore dell’originale spagnolo [Rec] (2007) di Jaume Balagueró: onestamente ci andrei piano con certi paragoni, per quanto anch’io abbia apprezzato il rifacimento americano.

Dopo Quarantena 2 (2011) e prima di No Escape (2015) con Owen Wilson – quello sì che mette paura! – i fratelloni Dowdle ci portano nei mitici sotterranei di Parigi, luogo mitologico dove si ambientato storie nere sin dagli ottocenteschi feuilleton, cioè la narrativa d’intrattenimento a puntate. A naso mi sento di dire che negli ultimi duecento anni mai una storia nei sotterranei di Parigi sia stata scritta così male.

Manca la gocciolina al naso e poi è Blair Witch Project

Protagonista e motore degli eventi è Scarlett Marlowe (la brava Perdita Weeks), ragazza che si presenta in modo strano, grazie a un doppiaggio discutibile: «Sono professoressa a University College, London». Quindi non la chiamiamo più Londra bensì London? O magari è una di quelle città americane che si chiama con nomi famosi? L’attrice però è gallese, è più facile che l’università… scusate, che l’University sia quella di Londra. Va be’…

Durante una spedizione non autorizzata in Iran Scarlett si è infilata in una serie di gallerie, per sfuggire a non meglio specificati inseguitori, e qui dopo aver martellato una parete (?) scopre la Chiave rosa (Rose Key), che spiega tutto. Ah, meno male, perché qui non ce se capisce ’na mazza, meno male che c’è la Chiave rosa. Quindi ora ci spiegano cosa sia questo reperto archeologico? No. È come i confetti Falqui: basta la parola…

In fondo al tunnel non scorso tracce di sceneggiatura

Dopo aver visto il padre morto impiccato nelle gallerie iraniane – ma era vero o era un’allucinazione? Boh, lo vado a chiedere alla Chiave rosa – Scarlett a Parigi organizza una spedizione per trovare la pietra di Flamel (Flamel’s Stone), che allora sì che la Chiave rosa sarà spiegata, anche se già quella doveva spiegare e non ha spiegato alcunché. E cos’è la pietra di Flamel? Oh, basta domande!

Visto che Scarlett ha meno di trent’anni ma già conosce venti lingue e ha quindici lauree per gamba, pur rimanendo umile e semplice come la ragazza della catacomba accanto, ci spiega qualcosa che nessuno di noi poveri mortali, che abbiamo fatto solo le scuole pubbliche e a malapena parliamo una lingua, potrebbe mai aver anche solo intuito: è esistito un tempo lontano e misterioso in cui non c’era la scienza come noi la conosciamo, bensì una sua antenata… chiama alchimia! (Spero non siate svenuti per questa sfolgorante rivelazione.)

Ma davvero Scarlett ci sta spiegando cosa sia l’alchimia? Proprio così, i fratelloni Dowdle hanno fatto ricerche inedite e hanno scoperto un argomento mai trattato da essere umano: sapevate che alcuni alchimisti dicevano di poter trasformare il metallo in oro? Lo so, lo so, fa girare la testa questo tema inedito, mai affrontato dalla narrativa degli ultimi secoli, è una scoperta incredibile che spero valga ai Dowdle ciò che meritano: un Premio Nobel dritto sul capocollo.

All’insegna della buffonata per bambini inizia questo scherzo di film, perché mi rifiuto di credere che sia stato girato con fare serio: Scarlett sembra una piccola Alberto Angela che si ferma a descrivere ogni sasso in modo plateale, spiegandoci che i sassi sono duri mentre l’erba è morbida. Senza però avere la simpatia dell’Alberto nazionale.

Si sa che le catacombe di Parigi sono piene di oro alchemico

La demenziale sceneggiatura è solo una scusa per mandare dei personaggi nelle catacombe di Parigi, perché Scarlett per la sua spedizione chiama in aiuto degli speleologi da paura, gente rotta ad ogni esperienza, che conosce le catacombe come le proprie tasche… infatti appena compiuti dieci passi già uno ha un attacco di panico. Ammazza che speleologo! Hanno girato tutta Parigi per trovarlo!

Quando lo speleologo esperto scopre che le grotte sono strette

Il film in pratica è finito, è tutto un agitare la cinepresa qua e là, cercando di creare situazioni claustrofobiche che però vengono distrutte da dialoghi diarroici e una sceneggiatura da denuncia penale. Il risultato temo sia opposto alle previsioni dei Dowdle, perché lo spettatore è contentissimo man mano che quei decerebrati dei professionisti muoiono come i coglioni che sono. Il dispiacere è che non possano tornare in vita per morire ancora cento volte, così si imparano a infilarsi in sceneggiature di questo tipo.

Che ci fa Ghostface nelle catacombe di Parigi?

Necropolis è un titolo giusto, perché è chiaro che tutti gli sceneggiatori attuali siano cittadini di una città di morte cerebrale, dove basta un niente per tirar fuori una semplice scusa per un film horror da “cinepresa mossa” e non si riesce a fare neanche quel niente.

Dispiace scoprire che Italia2 sta scendendo sempre di più nelle catacombe dove Mediaset ha murato vivi i film per ripescare solo il peggio del peggio per il suo “venerdì horror”.

L.

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UFO della mente 7 – Bagliori a Genova

Il Natale del 1978 gli ufologi nostrani ricevono un gran bel regalo: finalmente gli avvistamenti e gli incontri ravvicinati iniziano a parlare italiano.

Mi trovo sempre a disagio a parlare di questioni nostrane, perché anche se lontane nel tempo riscuotono sempre un’animosità del tutto ingiustificata, essendo il nostro purtroppo un popolo di tifosi: non importa l’argomento, ciò per cui noi tifiamo non si tocca o giù botte. Perciò mi ritrovo a sottolineare l’ovvio: ognuno creda ciò che vuole e non sarà certo questa la sede per “risolvere” questioni più grandi delle ambizioni di questo ciclo di post, il cui unico scopo è dare un’occhiata alla narrazione ufologica.

L’altra cosa ovvia, che troppo spesso si dimentica, è che i diritti valgono per tutti: chi crede ha diritto di credere senza esser disturbato, ma lo stesso vale per chi non crede.


Bagliori a Genova

«Genova. – Un’astronave si è posata su un prato a Torriglia, una località turistica sui monti dell’entroterra genovese? Lo sostiene un guardiano notturno, Fortunato Zanfretta, 26 anni, che per lo choc è stato colto da malore»: così esordisce un breve articolo del quotidiano “La Stampa” del 10 dicembre 1978 dal titolo frizzantino, “Carabinieri indagano sull’Ufo”, che tradisce un mal celato divertimento del giornalista che si firma con le iniziali “p. l.”. Zanfretta così entra nel dibattito pubblico italiano.

da “La Stampa” del 10 dicembre 1978

L’articolo ci spiega che i Carabinieri, analizzato il luogo del «presunto atterraggio», in effetti trovano qualcosa di strano: «una traccia sul terreno, a forma di ferro di cavallo, di circa 2 metri di diametro, come se qualcosa si fosse posato sul prato». Alcuni del posto ammettono di aver visto, il giorno prima, alcune luci nel cielo, le stesse viste da Zanfretta – «una persona con la testa sul collo» – il quale durante il suo giro di perlustrazione è rimasto raggelato dall’incontro con «un oggetto grande luminosissimo, dalla forma rotonda e attorno numerose luci più piccole», racconta il diretto interessato.

«Ho sentito qualcosa che mi sfiorava la spalla, mi sono voltato e sono rimasto impietrito dalla paura: davanti a me c’era una cosa brutta, grossa, alta circa tre metri, non saprei neppure descriverla, perché mi sono sentito male e sono quasi svenuto.»

La notizia finisce qui, e il giornalista evita qualsiasi commento: in fondo è una notizia di colore locale, nella rubrica “Dall’interno” a pagina 13,, subito dopo la rubrica con le proiezioni cinematografiche: quella dove nove mesi prima era apparsa l’uscita italiana del film Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, ancora in cartellone fino a qualche giorno prima nei cinema liguri, con il protagonista che di notte vede luci nel cielo: così, giusto per ricordare il periodo di cui stiamo parlando.

Il quotidiano non sembra interessato alla questione, anzi qualche giorno dopo pubblica un lungo articolo in cui invita a non lasciarsi colpire dalla psicosi degli UFO – che evidentemente era bella forte negli italiani dell’epoca – e pubblica varie foto di sedicenti avvistamenti “smontate” dagli esperti. È dunque questa la politica del quotidiano? Non alimentare la UFO-mania? Sì… ma anche no, perché passa un mese e il 12 gennaio 1979 torna il nostro Zanfretta che, forte dell’esperienza dei suoi “colleghi” americani, indovinate un po’? Si è fatto ipnotizzare per superare il “blocco della memoria” alieno. Ah, la grande creatività italiana…

La notizia torna sul quotidiano, stavolta addirittura a pagina 2 con tanto di titolone sensazionalistico (“«Per un’ora nelle mano degli extraterrestri»”), perché nel frattempo il 27 dicembre il povero metronotte di Genova è stato abdotto di nuovo, stavolta in località Scoffera. O è stato incredibilmente sfortunato da finire per puro caso vittima di due abduzioni separate, oppure gli alieni lo hanno volutamente cercato per tutto il genovese.

da “La Stampa” del 12 gennaio 1979

La notizia senza firma ci informa che quel 12 gennaio l’emittente privata genovese TVS manderà in onda un lungo speciale sul “Caso Zanfretta” il quale mostrerà una lunga seduta ipnotica di «53 minuti», ad opera del dottor Mauro Moretti («un’autorità in materia, presidente di una associazione per l’ipnosi»). Il servizio ci anticipa alcuni momenti topici della seduta, quelli in cui per esempio Zanfretta si rivolge ai suoi rapitori pregandoli di togliergli dalla testa il casco che gli hanno infilato.

da “Notiziario UFO” (marzo 1979)

Zanfretta racconta di essere stato risucchiato verso l’alto da «una non meglio specificata luce verde», ritrovandosi all’interno di un «piatto triangolare color dell’acciaio». Ritrovatosi circondato da più di dieci esseri che «parlavano tramite una luce che usciva dalla bocca» e «occhi gialli triangolari, pelle verde e con vene rosse sulla testa e spine sui lati della faccia», Zanfretta diventa vittima di non meglio specificate pratiche aliene, alla fine delle quali viene messo in guardia: “loro” torneranno, «quando meno me lo aspetto: me lo ha detto uno di loro».

Il dottor Moretti ci tranquillizza, è escluso che Zanfretta possa essersi inventato tutto sotto ipnosi, e quando gli viene fatto notare che «la descrizione degli “extraterrestri” è piuttosto letteraria e tradizionale», il medico ricorre a un grande classico, usato da tutti gli ufologi:

«Il medico ha precisato che, da indagini effettuate sempre in stato di ipnosi sullo Zanfretta, non gli è risultato che il metronotte abbia mai avuto dimestichezza né con la letteratura né con la cinematografia ufologica e fantascientifica.»

Certo, nell’anno in cui tutta Italia era tappezzata di cartelloni di un film che parla di astronavi luminose che volano di notte e di alieni rapitori il nostro Zanfretta girava ad occhi chiusi, così da non risultarne influenzato. Però, ad onor del vero, va specificato che la sua descrizione degli esseri alieni è ben diversa da quella che andava di moda fra i suoi “colleghi” americani, cristallizzata e resa immortale dal film di Spielberg.

da “Notiziario UFO” (marzo 1979) con un terzo occhio che scomparirà subito

Poteva una rivista dal titolo “Notiziario UFO” lasciarsi scappare questo boccone appetitoso? Sul numero del marzo 1979 Luciano Boccone del Centro Ufologico Nazionale ci racconta con dovizia di particolari lo “Zanfretta Incident”, notando come nei giorni intorno a quella data ci fossero stati altri avvistamenti, dopo i quali si sono trovate di nuovo strane impronte a terra a forma di ferro di cavallo.

Interessante notare come venga specificato che Boccone ha intervistato approfonditamente Zanfretta il 13 dicembre negli uffici de “La Gazzetta del Lunedì”, anche se dai brani riportati è chiaro che l’uomo, comprensibilmente ancora sconvolto, non abbia molto da dire. Perché allora si è recato lui dal giornale? Dalle sue parole sembra che sia stato inseguito dal giornalista curioso, a cui fornisce brandelli di informazioni per mandarlo via, invece è il metronotte ad essere andato a “casa” del giornalista. Comunque viene fissata per il 23 dicembre la prima seduta di ipnosi regressiva con il dottor Moretti, i risultati della quale «avvalorarono ulteriormente l’impressione iniziale che il testimone fosse sincero». Come sempre, quindi, è tutta una questione di sensazioni: una testimonianza è vera se il testimone ci sembra sincero. E un testimone è sempre sincero, infatti Zanfretta butta giù uno schizzo dell’alieno rapitore e gli disegna tre occhi: a Boccone invece descrive un essere con due occhi. La verità è così: “fluida”…

da “Notiziario UFO” (marzo 1979)

Dopo aver raccontato le sedute e le dichiarazioni di Zanfretta, l’articolo finisce. Un momento… e la seconda abduzione del 27 dicembre? Boccone specifica chiaramente «l’incontro di quella notte»: possibile che a marzo non sia stato ancora informato del secondo rapimento di qualche mese prima?

Anche a maggio la rivista si occupa del “Caso Zanfreta” perché nel frattempo si sono accese intense polemiche su come si sia svolta l’ipnosi regressiva, con vari luminari del settore che litigano fra di loro sulle pagine de “Il Corriere Mercantile”: evidentemente non hanno trovato una testata più consona per la loro disputa. Il 7 febbraio il povero Zanfretta, passato di mano in mano come una cavia da laboratorio, viene sottoposto ad un’altra tecnica, il “siero della verità”: cioè quel penthotal che andava di moda, usato regolarmente (tutt’oggi) da Diabolik nelle sue avventure a fumetti. È una pratica più affidabile dell’ipnosi? I litigi fra esperti lasciano supporre ai non esperti (tipo me) che è una guerra in cui perdono tutti. A proposito, è curioso che questi autorevoli esperti italiani non si siano accorti che stavano facendo al povero Zanfretta gli stessi esami invasivi degli alieni.

Nel raccontare tutto questo, Lidia Parenti su “Notiziario UFO” del maggio 1979 a un certo punto si lascia sfuggire che esiste «un eventuale nuovo incontro», che è un modo ben strano di descrivere qualcosa di decisamente importante: il fatto che un abdotto sia stato raggiunto per ben due volte in un solo mese da esseri alieni non mi sembra un particolare da poco, invece la cosa è trattata come qualcosa di poco chiaro, non proprio sicuro. Qualcosa di “eventuale”. In questo secondo incontro, spiega velocemente la Parenti, gli alieni avrebbero dato a Zanfretta «un oggetto che potrà essere portato come prova della loro esistenza». Quale oggetto? Boh, la notizia finisce qui. Eppure, di nuovo, mi sembra qualcosa di decisamente importante: nel 1961 gli alieni si erano rifiutati di lasciare una prova in mano a Betty Hill, la quale si seccò parecchio, perché quindici anni dopo invece hanno accettato di lasciarla a Zanfretta? Cos’è cambiato nella burocrazia aliena?

L’articolo si chiude citando finalmente la seconda abduzione, dandogli comunque una importanza pari a zero, visto che l’unico argomento di conversazione che interessa gli studiosi dell’epoca riguarda le tecniche ipnotiche. Nel numero di dicembre 1979 di “Notiziario UFO”, al momento di stilare l’elenco dei “casi” del 1978, viene citata esclusivamente la prima abduzione di Zanfretta, malgrado anche la seconda fosse avvenuta lo stesso anno: la sensazione è che persino i più appassionati ufologi non abbiano creduto all’abduzione reiterata.

Per esempio la rivista “Ufologia”, ben più artigianale ma non meno appassionata, nel numero di gennaio 1979 si limita a citare il Caso Zanfretta, come farà poi a marzo, parlando sempre di un’unica abduzione, poi finalmente a settembre specifica che i rapimenti sono stati due, però raccontando in pratica le stesse dinamiche del primo: si sono confusi in redazione o Zanfretta ha rivissuto identiche le stesse esperienze per due volte di fila?

Nel citato numero di settembre 1979 di “Ufologia” c’è un elenco ragionato di avvistamenti ufologici in Italia nel 1978: ben otto pagine fitte di avvistamenti… riferiti solo al periodo 17-31 dicembre! Insomma, nell’anno dell’uscita italiana del film di Spielberg il nostro Paese è un oceano in tempesta di incontri ravvicinati d’ogni tipo, ogni zona del Belpaese è visitata da alieni: il Caso Zanfretta è una goccia nel mare, non stupisce che non goda di chissà che enfasi fra i contemporanei.

Cosa distingue il metronotte Zanfretta da Genova dal metronotte Costantino Di Napoli, da Trieste? E ancora, cosa lo distingue da Francesco Ursomando di Aversa (CE), dal ragionier Giuseppe Adamo da Agrigento o da Alfredo Pizzi da Bari? Fra questi e le decine e decine di persone che nello stesso mese hanno visto oggetti volanti luminosi in tutta Italia, solo Zanfretta ha una narrazione efficace, che è andato a ripetere più e più volte in tante trasmissioni sulla TV anche nazionale. E ancora oggi lo si può trovare in TV o su YouTube, con gli “aggiornamenti” della sua vicenda. Nel 2007 la trasmissione “Il Bivio” introduce l’ospite con una ricostruzione fortemente debitrice del film Bagliori nel buio (1993), il cui protagonista aveva raccontato in prima persona la propria esperienza abduttoria lo stesso 1978 di Zanfretta: come dicevo, appropriarsi della propria narrazione è sempre una mossa vincente.

Ricostruzione televisiva chiaramente ispirata a Travis Walton

Già nel febbraio del 1980 la storia del nostro eroico metronotte si è arricchita, e la stessa rivista “Notiziario UFO” che nel dicembre 1979 neanche citava il secondo rapimento, nel febbraio 1980… addirittura ne ventila un quarto! Secondo questa versione riveduta e corretta della narrazione, un misterioso «professore americano vicino al Pentagono» è arrivato a studiare Zanfretta, durante sedute segrete da cui è trapelato un solo particolare: quando l’uomo è stato rapito una terza volta (ma quando?) gli alieni gli hanno detto «Torneremo a prelevarti col grande freddo». Tralasciando l’indicazione climatica drammaticamente generica – visto che poi non è tanto il freddo ma l’umidità – è curioso ricordare come quella frasse fosse già stata “rivelata” nel gennaio del 1979. Era sempre la stessa notizia o gli alieni si erano dimenticati di aver già detto la frase?

La citata rivista riporta un trafiletto del quotidiano “Il Giornale” del 4 dicembre 1979, dovuto al fato che il giorno prima Zanfretta è scomparso di nuovo e ormai, dopo ben tre abduzioni, i colleghi erano già abituati: ecco, se lo sono caricato un’altra volta. Ormai la “caccia a Zanfretta” è uno sport di moda fra gli alieni. Il nostro eroe vien ritrovato di lì a poco in un burrone a Marzano, con «la maglia a brandelli». Un collega chiede all’appuntato Giuseppe Rotella dove abbiano portato il povero Fortunato, che non sembra tenere fede al proprio nome, ma Rotella risponde: «Sa, dicono che ci sia il segreto militare, o qualcosa del genere». Quello che nel 1979 era semplice, è già diventata la trama di una spy story.

Oggi su YouTube potete trovare tutte le ricostruzioni che volete del “Caso Zanfretta”, con l’interessato che dopo decenni ha arricchito la narrazione così da non passare mai di moda. Le decine e decine di persone che nello stesso mese hanno avuto esperienze aliene sono dimenticate, lo Zanfretta Incident è invece sempre vivo.

L’oggetto alieno misterioso presentato da Fabio Fazio

Il video che mi sento di consigliare, in chiusura, è quello in cui Fortunato partecipa alla trasmissione RAI di Fabio Fazio, in cui il conduttore finalmente mostra (anche se solo in disegno) l’oggetto misterioso donato dagli alieni al metronotte, che conserva gelosamente nascosto:

— Un cubo, con dentro una sfera con dentro una piramide… Questi sono i simboli di Rai1, Rai2 e Rai3!

Che i dirigenti RAI… non siamo di questo mondo?


Con questo “caso italiano” si conclude per ora il nostro viaggio nella narrazione ufologica: se dovessi trovare altro materiale, magari ispirato da qualche alieno, tornerò a riprendere la rubrica. Nel frattempo, controllate il cielo: gli UFO della mente sono sempre in agguato.

L.

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Teeth (2007) Denti


Mitchell Lichtenstein di mestiere fa l’attore, ma ogni tanto si è divertito a scrivere e dirigere qualche piccolo (e inutile) film, come questo Teeth.

Presentato al Sundance Film Festival il 19 gennaio 2007, posso solo immaginarmi la faccia dei fratelloni Weinstein quando scoprono che c’è un minuscolo film interamente basato su una vagina: in un lampo quel maggio 2008 il titolo finisce nella collana di DVD “Dimension Extreme“.

Riceve il visto della censura italiana il 6 agosto 2008, con un divieto ai minori di 14 anni per via dell’argomento «volgare, osceno e crudele».
Esce nelle sale italiane il 18 agosto 2008 (fonte: FilmTV.it) con il titolo Denti e la Fox Video lo presenta in un DVD, nel gennaio 2009, con una locandina che definire “fuorviante” è un eufemismo: sembra un film porno, più che un horror “extreme”. Anche se poi, in realtà, non è neanche quello.

Tie’, pure il titolo in italiano!

Come detto, Lichtenstein fa un altro mestiere ma lo stesso non gli si può dir nulla dal punto di vista registico e tecnico, essendo Denti un ottimo piccolo prodotto ben curato, sia nella fotografia che nel lavoro attoriale. Il problema è nella sceneggiatura: è la terza volta che lo rivedo, nel giro di quasi vent’anni, ed è sempre la stessa storia. Di che cacchio parla ’sto film?

Dawn (una bravissima Jess Weixler) per un non meglio spiegato guizzo genetico è nata con una vagina dentata: fine della sceneggiatura. Oh, Lichtenstein, se non ti andava di fare questo film nessuno ti obbligava, eh?

Dawn è una ragazza… mordace

Dimentichiamoci qualsiasi approfondimento sul perché e sul per come, se sia mai davvero esistita in natura una possibilità genetica come quella citata e tutto il resto: nulla viene detto, quindi l’autore non ha ritenuto il caso di informare gli spettatori.

Dimentichiamoci qualsiasi approfondimento sul personaggio, che fine abbia fatto il padre biologico di Dawn, che fine abbia fatto il padre adottivo di Dawn, di cosa sia malata la madre di Dawn e altre cose che vengono buttate a casaccio: nulla viene detto, quindi l’autore non ha ritenuto il caso di informare gli spettatori.

Dimentichiamoci qualsiasi approfondimento sul fratello di Dawn, sul perché ci venga mostrato per metà film intento a fare il coglione, suggerendoci che la sua intera (e inutile) vita da teppista si debba al fatto che vuole portarsi a letto la sorellastra: nulla viene detto, quindi l’autore non ha ritenuto il caso di informare gli spettatori.

Dimentichiamoci TUTTO di questo inutile film: nulla viene detto, quindi l’autore non ha ritenuto il caso di informare gli spettatori.

C’è qualcosa che il pigro autore di questa roba vuole farci sapere, sforzandosi magari un pochino? Sì, che Dawn c’ha la vagina dentata: grazie del tema pregno, Lichtenstein, ma questo si capiva già dalla locandina, da una sceneggiatura mi aspetterei un pizzico di più.

Piccoli problemi di c…uore

Dawn è una fervente sostenitrice e attivista del movimento per l’astensione sessuale prima del matrimonio, o come si chiama (indovinate un po’? L’autore non si premura di dirci neanche il nome del movimento a cui la protagonista appartiene!), e il motivo è chiaro: sapendo che c’è qualcosa di strano “là sotto” la ragazza non si azzarda a tentare qualsiasi esperienza sessuale.
Per caso lo pseudo-autore del film sta facendo una satira su questo reale fenomeno giovanile? Mostrandoci Dawn eternamente arrapata, mentre i maschi sono tutti stupratori, vuole sottilmente suggerire che chiunque aderisca all’astensionismo in realtà ha pulsioni decisamente opposte? Temo di no, in nessun punto della vicenda Lichtenstein dà prova di sapere ciò che sta facendo: a lui interessa solo che si sappia di una ragazza con la vagina dentata: qualsiasi altro risvolto di sceneggiatura gli è totalmente alieno.

Ma cos’è Dawn, uno squalo tigre?

Dunque Dawn ha… credo si sia capito cos’abbia, soprattutto al centesimo accenno nel film, e quindi cosa fa? Va a letto con vari ragazzi e mozza loro il pene: ammazza che sceneggiatura pregna…
Dawn cade dalle nuvole quando si ammucchia col primo ragazzo e questo a sorpresa vuole fare l’amore, chi l’avrebbe mai potuto immaginare? Ed è la scena meno folle, perché poi arriva un ginecologo stupratore, o forse no, o forse sì, o forse boh, tanto Lichtenstein è assente ingiustificato. Poi arriva il fratellastro stupratore, poi l’amante infame, poi il vecchio stupratore, poi il gatto stupratore, il topo stupratore e l’elefante stupratore: solo non si vede una sceneggiatura.

Avete capito di cosa parla il film?

Questo inutile film è solo il vuoto che circonda il niente di ciò che voleva raccontare Mitchell Lichtenstein, uno che ha avuto un’idea («Facciamo che una c’ha la vagina dentata!») e ha creduto bastasse per riempire un film. Capisco che i fratelloni Weinstein siano accorsi tutti entusiasti, ma da spettatore mi considero profondamente insoddisfatto di un film tecnicamente eccellente ma totalmente inconcludente e vuoto.

L.

– Ultimi film Dimension Extreme:

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