Terminator Saldapress 1 (ottobre 2019)

Cover di Massimo Carnevale

Era dagli inizi di ottobre che sognavo questo momento: andare in edicola e oltre ad “Aliens” e “Predator” trovare la testata “Terminator”, come fossimo tornati nel 1992!
A fare le veci della compianta PlayPress dei tempi d’oro c’è la saldaPress, che prosegue come un carro armato nel proporre tutti quei fumetti degli universi espansi che di solito gli italiani non hanno idea che esistano. Spero di cuore che l’esperimento funzioni e si allarghi a macchia d’olio.

Stamattina in edicola ho trovato addirittura cinque copie del numero 1 della testata “Terminator”, di cui ho acquistato due copie, come faccio anche per le altre testate. (Che non si sa mai…)

Malgrado Andrea C. Ciccarelli, direttore editoriale saldaPress, ci saluti  dalla prima pagina dandoci una brutta notizia – che cioè a breve la testata ospiterà l’orripilante Terminator: Sector War (2018) del famigerato Brian Wood – si parte con Terminator 2029 (2010) di Zack Whedon, fumetto uscito dopo anni di silenzio della Dark Horse Comics, in cui sembrava che la casa avesse rinunciato al franchise.
Alla traduzione c’è Stefano Formiconi.

La carta patinata è un piacere irrinunciabile, con il suo odore di “appena stampato”: vi giuro, appena mi sono avvicinato all’edicola ho sentito quell’odorino “da fumetteria” provenire dallo stand dedicato ai fumetti! Non confondo mai il contenuto con il contenitore, e sapete che leggo esclusivamente in digitale, ma questo non vuol dire che io sia immune al piacere della carta e al suo sapore di cose belle.

Almeno questo primo numero vi consiglio caldamente di acquistarlo, anche solo per alimentare il ritorno degli universi espansi in edicola: era da quasi trent’anni che mancavano!

Una splendida locandina: rimane solo questo di un franchise filmico morto trent’anni fa

Ah, a proposito: fra qualche giorno esce Terminator: Dark Fate, e addirittura ieri per caso mi è sembrato di intravedere mezzo trailer, anche se non sono sicuro fosse di questo film. Si vede proprio che hanno investito nella campagna pubblicitaria…

L.

P.S.
Vi ricordo che sul mio blog alieno trovate tutte le info sulle uscite saldaPress dedicate agli alieni Fox!

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Spy Game per Delos Digital (2019)

Il 9 novembre 1989 cade il Muro di Berlino. È la data che ufficialmente si considera la fine della Guerra Fredda. La realtà, come sempre, è un po’ più complessa. Tanto che oggi si parla di una recrudescenza della guerra tra i blocchi e l’attività degli agenti segreti, nella realtà come nella finzione, resta intensissima.

Il periodo che va dal 1945 al 1991 (crollo dell’URSS) resta nell’immaginario un’epoca di intrighi, di appuntamenti nell’ombra di doppi e tripli giochi. Il cinema, la letteratura, i fumetti l’hanno celebrato in ogni forma e sempre con successo. Delos Digital lancia, dal 15 ottobre, una nuova collana di eBook che si aggiunge alla vastissima panoramica di romanzi e racconti di ogni genere del suo catalogo.
L’idea è proporre una serie di racconti di media lunghezza (circa 60 mila battute) ambientati durante la Guerra Fredda, lasciando la massima libertà agli autori di sviluppare avventure seriali (con personaggi ricorrenti) nel periodo di tempo ’45-’91 scegliendo ambientazione e tono delle singole storie.

Autore e curatore della collana è Stefano Di Marino, appassionato di narrativa e cinema di spionaggio, già autore di romanzi pubblicati su “Segretissimo” Mondadori (con lo pseudonimo Stephen Gunn) e in libreria. Con lui le migliori firme del genere in Italia, da Andrea Carlo Cappi a Enzo Verrengia, da Giancarlo Narciso ad Andrea Franco e altri ancora. Naturalmente ci saranno anche firme femminili perché, malgrado lo spionaggio sia considerato un genere “da uomini”, nella sua storia annovera alcune delle autrici più interessanti del filone. Elena Vesnaver e Patrizia Calamia, apprezzate autrici di romance e thriller, si cimenteranno con i colleghi offrendo una variegata panoramica del genere.
Lo scopo è proprio raccontare un periodo storico con un’accurata ricostruzione attraverso voci differenti che spaziano dallo spionaggio più avventuroso, stile 007, a quello più psicologico e realistico alla Le Carrè.

Delos non è nuova a collane di spionaggio. “Dream Force”, curata dallo stesso Di Marino e dedicata alla spy story più d’azione, ha raggiunto gli oltre 100 episodi e “Delos Passport”, curata da Fabio Novel, che tratta di geopolitica attuale. In tutti gli store digitali i primi due episodi dai primi di ottobre: Il ponte delle Spie (Di Marino) e Morte a Venezia (Verrengia).

L.

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La Storia di Alien 5. Il Re della Collina


5.
Il Re della Collina

Le malattie infantili sono quelle che creano i grandi narratori. Negli anni Cinquanta due ragazzini seguono un percorso simile, amano la narrativa di genere (film, fumetti, romanzi, radiodrammi) ma uno gira per cinema e, cresciuto, cambia corsi universitari in continuazione, cercando di capire cosa fare da grande. E diventerà Dan O’Bannon.

L’altro è un ragazzino asmatico che passa l’infanzia da solo, a leggere e vedere di tutto e a crescere con il mito del nonno, che da semplice trivellatore è diventato proprietario di un pozzo di petrolio. Un ragazzino che, cresciuto, nelle estati in cui non va a scuola lavora passando la vernice spray in fabbrica e azionando una macchina che taglia tubi di amianto.

Un ragazzino che diventerà Walter Hill.

Walter Hill (Photo by Nicolas Auproux – da Slant Magazine)


Lo scrittore che salì sulla Collina…

Alla fine degli anni Sessanta il ventiseienne Walter Hill bazzica i set come assistente e impara tutto ciò che può imparare: da Bullit (1968) a Prendi i soldi e scappa (1969), «in cui per la prima volta lavoravo vicino ad un regista-scrittore. Non ho fatto molto, se non distribuire i fogli di chiamata e compilare le schede presenza». Ci vorrà il giugno 2004 perché Hill spezzi un silenzio pluri-decennale e conceda una di quelle rarissime interviste dove parla di sé e racconta addirittura le proprie origini, aprendosi al giornalista Patrick McGilligan per “Film International” n. 12: le dichiarazioni di Hill che troverete in questo pezzo sono tradotte da me prendendole da questa preziosa fonte.

Proprio in quel 1969 in cui bazzicava il set di Woody Allen – mai accoppiata fu più incredibile! – un giovane produttore in attesa di sfondare, Joe Wizan (famoso qualche anno dopo per Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!), compra un copione da Hill. Perché sebbene faccia ancora altro di mestiere, Hill scrive. Scrive tanto. I suoi copioni girano e Wizan sta cercando un film western: può un grande amante della narrativa di genere come Walter non avere un copione western sotto mano? Ecco pronto Lloyd Williams and His Borther. Purtroppo passeranno anni prima che finalmente qualcuno si interessi a trasformarlo in film: Sam Peckinpah lo vuole girare subito dopo Getaway!, film che Hill stesso ha scritto ma ormai nel 1972 è già un più che affermato scrittore. Per capire come lo sia diventato, dobbiamo tornare un attimo indietro.

Walter Hill sul set di Driver, l’imprendibile (1978)

All’inizio degli anni Settanta Hill riesce a vendere alla Warner Bros un suo copione che poi in seguito diventerà il film La morte arriva con la valigia bianca, sceneggiatura che attira l’attenzione di Peter Bogdanovich che subito chiama Walter e gli chiede di scrivere insieme Getaway!, in pratica lanciandogli la carriera. Intanto però la Warner, che ha pagato 15 mila dollari per il copione di Hill, lo rivende alla United Artists per 200 mila dollari… senza ovviamente dire niente all’autore. Quando Hill lo scopre prova a lamentarsi ma è fiato sprecato.

Per tutta risposta la Warner, che aveva un contratto con lo scrittore per avere da lui una sceneggiatura, minaccia di fargli causa per inadempienza: ancora non ha ricevuto nulla, da lui. E La morte arriva con la valigia bianca, per la quale la casa ha avuto un incasso netto di quasi 200 mila dollari? Quello non conta. E già Hill inizia a capire come funzionino le cose con le grandi major.

Litigando e questionando, alla fine si arriva ad un compromesso: invece di scrivere un copione originale Hill si impegna ad adattare un romanzo per la Warner. La casa gli fa recapitare un enorme scatolone sciabordante di libri: sono tutti romanzi opzionati dalla major, ne scegliesse uno a caso e lo trasformasse in sceneggiatura. Hill lo fa, freddamente, quasi in automatico, consegna il copione e lascia la città. Parte in vacanza per la Gold Rush californiana.

Due settimane dopo telefona al suo agente per sapere che si dice in giro, e la risposta di quest’ultimo è testuale: «Dove cazzo sei stato? Ti stanno cercando tutti!» Malgrado la sceneggiatura sia stata scritta per forza e freddamente, la Warner Bros l’ha subito messa in lavorazione: in Irlanda ci sono il vecchio regista John Houston e la star Paul Newman che stanno aspettando uno sconosciuto trentenne di nome Walter Hill per iniziare le riprese. Il risultato, L’agente speciale Mackintosh (1973) deluderà tutti, ma intanto… fra le colline di Hollwyood ce n’è una in più. Con la “C” maiuscola.

Walter Hill fa vedere a Nick Nolte ed Eddie Murphy chi ce l’ha più grosso. Il sigaro.


… e divenne montagna

«Ciò che seguì a Detective Harper: acqua alla gola (1975) fu la solita merda hollywoodiana», con malcelato astio Hill ricorda quel periodo, nella citata intervista del 2004. «Lorenzo Semple riscrisse il mio copione, poi Tracy Keenan Wynn riscrisse lui, e alla fine credo che anche Eric Roth ci mise le mani. A film finito, ci sono giusto un paio di scene che posso dire di aver scritto io, più o meno: a parte questo, non molto altro.» Amareggiato, lo sceneggiatore vuole fare il gran salto: vuole diventare regista, così magari avrà più controllo sui propri copioni.

Già nel 1973 Larry Gordon della AIP (American International Pictures, casa di film a basso budget per bocche buone) aveva promesso ad Hill di farlo diventare regista se intanto gli avesse scritto una sceneggiatura. Quando poi Gordon passò alla più blasonata Columbia Pictures, Hill era diventato nel frattempo “lo sceneggiatore di Getaway!” quindi entrambi erano parecchio cresciuti, almeno nella considerazione di sé stessi. L’accordo però rimane, e se Hill vuole la sedia da regista prima deve scrivere un copione a due soldi, ma c’è una clausola molto importante: il film in questione non potrà essere fatto senza Hill. Niente scherzi, ripensamenti o tiri mancini da parte della Columbia.

Fomentato dalla possibilità del gran salto, Hill prende il soggetto che gli passa Larry – una storia tratta da un articolo di giornale, dove si parlava di lotta da strada a San Pedro – si riappropria di parte del proprio copione di Lloyd Williams and His Borther, mai girato, e comincia a scrivere come non ci fosse un domani. 38 giorni di riprese (e di litigi) dopo, nasce L’eroe della strada (1975), dove Walter Hill inventa il genere pitfight (combattimenti clandestini) che conoscerà novella vita nel cinema marziale dal 1990 in poi. «Quando ho proposto alla Columbia il montaggio definitivo de L’eroe della strada avevano solo due piccole annotazioni: io ho detto no, e loro hanno detto “ok”.» È nato il mito del regista burbero, che se hai degli appunti… tienteli per te!

Charles Bronson fa davanti alle cineprese quello che Wlater Hill fa sul set!

Proprio a quel 1975 Hill fa risalire la fondazione – insieme all’amico e collega David Giler e a Gordon Carroll – della Brandywine Productions, casa associata alla 20th Century Fox e che in pratica avrà un solo incarico per tutta la sua vita. La data di fondazione però potrebbe slittare in avanti, perché a detta di Hill la Brandywine aveva iniziato l’attività da soli sei mesi… quando arrivò in ufficio il copione di Alien. Chi l’ha portato?


Al cospetto del Re della Collina

Completati tre mesi di scrittura intensa, con il copione sotto braccio Dan O’Bannon e Ronald Shusett cominciano a bussare alle porte di piccole case di produzione, con risultati ben poco incoraggianti: in fondo stiamo parlando di due emeriti sconosciuti che vogliono scendere in una piscina infestata di squali.

Dan O’Bannon nel documentario The Beast Within (2003)

Nel documentario The Beast Within (2003) Shusett afferma di aver bussato anche alla porta di Roger Corman, probabilmente intendendo la celebre casa di piccoli film New World Pictures (o uno dei vari nomi che ha assunto nella sua storia): in fondo nel 1973 quella casa aveva prodotto Il pianeta selvaggio, una favola animata di fantascienza, e altri piccoli prodotti di tema fantastico. In realtà la New World Pictures in questi anni sta conquistando pubblico grazie al genere WIP (Women In Prison) con attrici prosperose e poco vestite alle prese con carceriere sadiche e lotta nel fango – il giovane Jonathan Demme ha esordito proprio con uno dei primissimi titoli del genere, The Hot Box (1972) – ma anche grazie a prodotti di graffiante satira come Anno 2000: corsa della morte (1975), che più di trent’anni dopo avrebbe dato vita alla rinascita della saga di Death Race. Fra gladiatrici dal seno nudo, procaci mama nere dal grilletto facile, secondine erotomani e porno-infermiere, Corman e la sua casa non sembra davvero il posto adatto dove piazzare Alien.

Chissà se il contatto per arrivare al celebre produttore è stato l’amico Ron Cobb, che proprio in quel periodo insieme al collega Ken Forsee sta proponendo propri disegni a Corman. «Erano troppo elaborati e costosi per Corman, niente di nostro è mai stato usato per un film ma abbiamo fatto esperienza e messo alla prova le nostre abilità», nelle parole di Cobb alla rivista “Starburst” del dicembre 1979. Se Cobb non è mai riuscito a diventare uno degli “uomini di Corman”, a O’Bannon e Shusett pare andare molto meglio, nelle parole di quest’ultimo:

«Trattammo con Bob Remy, che poi diventò capo della Universal, e lui ci disse di sì, “sembra una storia molto promettente”. Adorava il film di Dan [Dark Star], anche se non aveva avuto successo, e sapeva che avevo scritto la trama con Dan e che questo era il mio primo film. Stavamo per trovare un accordo, ma non firmammo alcun contratto, altrimenti Alien sarebbe diventato uno dei loro film a basso costo.»
(dai sottotitoli del citato documentario del 2003)

Intanto in giro si sparge la voce che Dan e Ron stanno battendo tutta Hollywood con una sceneggiatura sotto braccio e un giorno un loro amico, il regista e sceneggiatore indipendente Mark Haggard, chiede se può leggerla anche lui. Iniziata la carriera nel 1971, Haggard sembra già al capolinea, visto che non farà più nulla nel cinema dopo il 1976, sebbene rimanga fenomenale strumento della Provvidenza: folgorato dalla sceneggiatura, telefona ai due amici e promette loro che troverà i soldi per produrre il film. Ron – che racconta tutto questo nel 2003 – è preoccupato perché è ancora in ballo la possibilità di firmare con Corman, così dà una scadenza ad Haggard: ha due settimane di tempo per vedere se riesce a trovare un produttore migliore di Roger Corman. Ed Haggard trova Walter Hill.

Walter Hill sul set di Supernova – da “Cinefantastique”, Vol 31 n. 10 (febbraio 2000)

A raccontare questi eventi decenni dopo si rischia che il ricordo diventi più “tenero”, e per esempio Haggard diventi «a friend of us», un nostro amico – cioè di Dan e Ron – quando invece prima era «a guy», un tizio. Ecco infatti come Dan O’Bannon racconta brevemente la storia al giornalista Ed Sunden II della rivista “Fantastic Films” nel settembre del 1979:

«[Il copione] è stato venduto alla Brandywine Productions da un tizio di nome Mark Haggard. Ronnie Shusett ha fatto un accordo con lui: se avesse trovato qualcuno disposto a finanziare il film, avrebbe ricevuto una certa cifra. Haggard conosceva Walter Hill e l’ha venduto alla sua società, la Brandywine, che aveva con Gordon Carroll e David Giler.»

Questo Haggard nel 1979 non sembrava tanto “amico”, più che altro un intermediario tra due sceneggiatori e dei produttori, per il cui contribuito è stato giustamente retribuito e che in seguito risulta production executive del film Alien. Nasce però una domanda: perché cercare un intermediario se si stava per firmare con Roger Corman, il più celebre produttore di filmetti di successo popolare dell’epoca? Forse la New World Pictures non stava smaniando così tanto per comprare Alien.

Gordon Carroll e David Giles, i soci di Walter Hill nella Brandywine Productions, nel citato documentario del 2003 (in cui è assente Hill, storicamente silenzioso quando si tratta del mondo alieno, e scopriremo presto perché) raccontano che un giorno Walter Hill siede nel suo ufficio al pian terreno quando passa un amico – plausibilmente Mark Haggard, che nel 2004 Hill definisce «fellow I knew», quindi in modo abbastanza amichevole – e gli lascia una sceneggiatura che deve assolutamente leggere. Hill la legge e poi la passa a Carroll, e alla fine della lettura entrambi convengono su due fatti: il primo è che il copione è scritto malissimo, il secondo che c’è almeno una scena che merita assolutamente di essere presa in considerazione. L’uscita del mostro dal petto della sua vittima.

Quando nella citata intervista del 2004 Walter Hill racconta la stessa storia, ci regala involontariamente anche una datazione precisa. Dopo aver ricevuto da Haggard il copione di O’Bannon e Shusett, lo legge e il giudizio ormai lo sappiamo:

«L’ho letto, non mi ha colpito gran che ma aveva questa scena sensazionale, che in seguito abbiamo sempre chiamato “lo spacca petto” [the chest burster]. Probabilmente dovrei dire che La “cosa” da un altro mondo (1951) è uno dei miei film preferiti sin da ragazzino: quel copione me lo ricordava, ma in forma decisamente più cruda.»

Passa il copione all’amico e collega David Giler con una annotazione: “Potrei essere pazzo, ma una versione buona di questo potrebbe funzionare”, e il giorno dopo lo sceneggiatore gli telefona, dicendogli che sì, è pazzo, ma davvero quella scena funziona. La telefonata, per quanto ricorda Hill, avviene mentre lui sta guardando in TV Jimmy Carter fare il suo discorso alla convention dei Democratici, e questo ci regala una data precisa: 15 luglio 1976.

Walter Hill e David Giler: il motivo per cui Prometheus ha il sintetico David e Covenant ha Walter!

In quell’estate Hill va a bussare alla porta di uno dei pochissimi uomini di cui nutre grande stima: Alan Ladd jr., all’epoca presidente della 20th Century Fox. La major aveva già visionato il copione di O’Bannon dimostrandosi assolutamente non interessata a fare filmetti di fantascienza, roba da casupole come quella di Corman, ma ora Hill gli fa capire che c’è del potenziale: una volta riscritto completamente il copione, il film può funzionare. Laddie – così Hill chiama il capo della Fox! – sta già esponendosi molto per difendere il film che sta girando quel tizio, quel George Lucas, una roba piena di spade luminose e creature gommose, ma lui crede in quella novità assoluta: opere di fantasia che invece di finire nei drive in di periferia e nei palinsesti del sabato mattina vengono trattate come film veri. Se la cosa funziona, il cinema cambierà per sempre…

Alan Ladd jr. accetta di acquistare il copione di Alien, a patto che Hill ci metta mano pesantemente. Ora iniziano i problemi. Tanti, dannati problemi.

(Continua)

P.S.
Ora tutti a seguire il ciclo “King of the Hill” del blog La Bara Volante!


Fonti:

  • The Beast Within: The Making of “Alien” (2003), videodocumentario scritto e diretto da Charles de Lauzirika per la 20th Century Fox Home Entertainment e distribuito all’interno del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy”
  • Phil Edwards, Ron Cobb on Alien, da “Starburst” n. 16 (dicembre 1979)
  • Patrick McGilligan, Walter Hill: Last Man Standing, da “Film International” n. 12 (giugno 2004)
  • Ed Sunden II, Alien is here! And screenwriter Dan O’Bannon talks about it, da “Fantastic Films” n. 10 (settembre 1979)

L.

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Guida TV in chiaro 18-20 ottobre 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Shockwave (2017) Countdown per il disastro

Ogni tanto tocca tornare alle origini, ogni tanto devo aprire una parentesi fra i cicli in corso per parlare dei filmacci che hanno fondato la “fama” (o la famigeratezza) di questo sito. Cioè la robaccia Z che Cielo è sempre prodigo a distribuire in esclusiva italiana.

Affidandosi alla sempre terrificante Marvista Entertainment il 9 ottobre 2019 Cielo ha mandato in anteprima sui nostri schermi in prima serata Shockwave. Countdown per il disastro.

Continua la collezione di film inediti in home video e doppiati da Cielo

Alla regia c’è il nostro vecchio amico Nick Lyon, l’uomo che ha raggiunto l’apice della sua poetica con Species 4 (2007) e poi è andato tutto in discesa, da Zombie Apocalypse (2011) a Stormageddon (2015).
Specializzato nell’orripilante genere “Meteo Apocalypse“, nel 2017 per questo film può contare sul miglior sceneggiatore sulla piazza: Blaine Chiappetta. L’uomo che scrive con il proprio cognome!

Provincia di Al Mulkalla, Yemen, o almeno così dice una scritta. Kate (Stacey Oristano) partecipa ad un’operazione segretissima dove gente fa cose e spara a caso, e un incidente aziona la Macchina della Fine del Mondo. Nel caos totale, diciamo tutti in coro: si vede proprio che è un film scritto da Blaine Chiappetta!

Tipici personaggi di Chiappetta!

Tornata in patria Kate cerca di convincere il Governo americano che è in atto la distruzione della Terra, ed è naturale che nessuno le creda, soprattutto Pierce (Bruce Thomas) che qui ha il compito di impersonare l’intero Governo. Quando però il mondo comincia a crollare, anche il più ottuso burocrate capisce che qualcosa non va.

E ti pare che non ne approfittavano per colpire i francesi?

Il Meteo Apocalypse è come il film di zombie: tutti sappiamo esattamente i passi da fare, ma i protagonisti di ogni maledetto film ci mettono un’ora a capirlo.
Qui poi siamo nel genere che conosce più “copia-e-incolla” nella storia della narrativa: neanche i film porno sono così noiosamente ripetitivi come il Meteo Apocalypse…

La famigliola di Kate ha tanti problemi, la figlia bla bla bla, il padre bla bla bla, il fidanzato della figlia bla bla bla, la nonna in cariola bla bla bla, il vicino del cognato del fratello del fruttarolo bla bla bla e il film va avanti così, mentre invochiamo Chiappetta ad ogni scena.
Come sempre, tutto si svolge in una location deserta con i pochi protagonisti a salvare la Terra.

Mezzo film tutto così: che Chiappetta!

Prendete un qualsiasi film televisivo del genere e sovrapponetelo: non troverete un solo fotogramma diverso. I piccoli problemi personali si alternano alla salvezza della Terra, e qui Chiappetta raggiunge l’apice quando la madre vuole salvare il mondo e la figlia dice qualcosa del tipo «Sì, certo, ogni scusa è buona per non parlare con me!» Purtroppo non è un effetto voluto, che avrebbe fatto guadagnare punti al film, è solo un’altra occasione mancata per fare un altro mestiere invece che lo sceneggiatore.

Signora mia, una volta qui erano tutte bombe atomiche!

Buttare bombe atomiche è la soluzione per tutto, anche stavolta, e una volta ancora la Terra si è salvata: davvero la razza umana merita di continuare a vivere, pur producendo film di Chiappetta?

Chiudo lasciando traccia del doppiaggio:

Personaggio Attore Doppiatore
Drew Evan Sloan Gigi Rosa
Jake Tyler Perez Mosè Singh
Jessie Morgan Lindholm Ester Parrulli
Kate Stacey Oristano Cristiana Rossi
Pierce Bruce Thomas Marco Balzarotti
Rob Rib Hillis Matteo De Mojana

Edizione italiana a cura di LogoSound.
Direzione del doppiaggio: Gigi Rosa.

L.

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Doom (2019) Annihilation

Arriva alla fine (per ora) la lunga e dura strada fuori da Doom.

Siamo giunti all’ultima parte di questo lungo viaggio. O almeno lungo per me, che dall’agosto scorso mi sto leggendo romanzi di Doom, sfogliando riviste di videogiochi e guardando gameplay su YouTube, scoprendo che niente eguaglia le emozioni del videogioco del 1994: all’epoca era unico, oggi è uno dei tanti.
Stesso discorso vale per i film fanta-horror-action sfornati in home video dalle casupole americane e girati nell’est Europa: escono a getto continuo, è difficile ricordarli dopo un minuto dalla visione, non hanno niente di speciale… Ma forse stavolta c’è un’eccezione…

Sorpresa sorpresa: un po’ di sana cazzutaggine in video!

All’incirca a metà settembre, quando ho scoperto l’imminente uscita di un nuovo film di Doom, i nomi del cast che ho letto erano quasi tutti slavi, infatti definivo la produzione “una bulgarata”. Dopo il 1° ottobre 2019, quando cioè il film è arrivato nel circuito dell’home video, curiosamente tutti i nomi slavi sono scomparsi, sostituiti da nomi palesemente anglofoni. Forse i nomi che c’erano prima erano semplice comparse? O magari ora sono tutti pseudonimi? Non si sa, ma curiosamente i titoli di testa del film sono pieni di nomi ammericani, quelli di coda… tutti slavi!

Una casa marziana!

Chi segue questo blog ben conosce la Universal 1440 Entertainment, la sezione della Universal Pictures che si occupa della spazzatura: minuscoli e infinitesimali filmacci quasi sempre legati a marchi già esistenti. Da Il Re Scorpione 3 (2012) la casa ha iniziato ad occuparsi di quei filmacci che la Universal non voleva toccare neanche con un bastone, producendo per lo più sequel a profusione: proprio dal mondo dei seguiti di Death Race proviene Tony Giglio.
Sono lontani i tempi in cui dirigeva film vagamente ambiziosi come U-429. Senza via di fuga (2004), dal 2010 è entrato nella parte oscura della Z, scrivendo (il comunque apprezzabile) Death Race 2 e rimanendo a farsi l’intera saga, prendendosi una pausa giusto per S.W.A.T. Under Siege (2017), altro marchio sforna-seguiti.

La Universal 1440 gli dà carta bianca e tutti i soldi del Monopoli che vuole, per questo Doom: Annaialèscion!

Il film che doveva uscire nel 2005

Come si spiega che fra i produttori risultino Lorenzo di Bonaventura e John Wells, cioè quelli che nel 2005 avevano prodotto il disastro totale del Doom con The Rock? Allora sono recidivi!
A pensar male (che di solito ci si azzecca) si potrebbe dire che i due, abituati ormai a produrre filmoni costosissimi, preferiscono buttar via qualche spicciolo piuttosto che scoprire che il nuovo Doom ha guadagnato senza di loro.
A pensar bene (e a rimanere ottimisti) si potrebbe dire che stavolta la sceneggiatura prometteva dannatamente meglio che in quella robaccia del 2005.

Che facciamo, ci buttiamo nel teletrasporto della produzione cinematografica?

Giglio sa benissimo come sia totalmente cambiato il cinema dal 2005 ad oggi, come sia morto e trasformato in uno zombie proprio come se ne vedono in Doom, quindi sa regolarsi di conseguenza: non ha senso scrivere una sceneggiatura-bomba, fedele al gioco, e poi cambiarla quaranta volte perché non ci sono soldi per farla. Molto meglio chiedere “Quanti soldi abbiamo? Due dollari? Bene: scriverò una sceneggiatura da due dollari”. E poi farlo sul serio.
Doom: Annihilation è un film palesemente minuscolo perché non ci sono soldi neanche per la locandina – particolarmente brutta – e quindi a sorpresa se la cava molto meglio della maggior parte dei film simili, perché è onesto e cerca l’intrattenimento sfruttando quel pochissimo che ha a disposizione.

La base su Phobos è fatta tutta coi Lego!

Scoperti in Arizona e su Phobos i Cancelli (Gates), cioè i soliti telestrasporti misteriosi, gli scienziati della UAC li studiano per trent’anni prima di provare a farci passare qualcuno… che diventa subito un mostro. La UAC vorrebbe chiudere tutto ma un personaggio preso paro paro dal gioco – il dottor Malcolm Betruger (Dominic Mafham) – si impunta e passa lui stesso attraverso il teletrasporto. Salta la luce e non sappiamo più cosa succeda.
Passiamo così in modalità Aliens, e non è un modo di dire: il primo terzo di questo film è palesemente ricopiato sul film di James Cameron, senza alcun tentativo di mascherarlo.

Dici che si capisce da quale film stiamo citando?

A bordo della Nola arrivano su Phobos gli UAC Marines Special Ops (leggi: “Colonial Marines”) con lo scienziato Bennett Stone (Luke Allen-Gale) al seguito (leggi: “Carter Burke”). La squadra è guidata da un superiore palesemente odiato da tutti, e l’effetto Gorman dà adito alla prima scelta azzeccata di sceneggiatura.

Colonial Marines con tanto di Burke!

Non so se Giglio si sia ispirato al romanzo del 1995 o semplicemente stia continuando a citare Aliens, ma decide che vuole una donna forte protagonista: il tenente Joan Dark, perfettamente interpretato da Amy Manson.
Una curiosità. L’attrice britannica nell’episodio 5×01 (2015) della serie “Once Upon a Time” interpreta l’arciera Merida, proveniente dal film d’animazione Brave. Ribelle (2012) della Disney-Pixar. Diciamo che è abituata a donne toste!

Amy Manson in “Once Upon a Time” (5×01) fa Merida della Disney

Quando inizia la storia, la squadra di soldati neanche rivolge la parola alla donna, che in una precedente missione ha fatto un casino e ha provocato la fuga del peggior terrorista vivente. Quindi abbiamo rispettato l’assunto di tutti i Doom, cioè il protagonista che arriva su Phobos perché ha fatto casini sulla Terra, ma stavolta l’episodio non è celebrativo: il protagonista non ha salvato innocenti disobbedendo ad un ordine ingiusto, ha palesemente toppato e tutti lo odiano.
Amy Manson è perfetta nell’interpretare Joan Dark, una soldatessa che si mostra sempre dura ma porta scritto negli occhi l’umiliazione e la vergogna degli errori commessi.

Rendere il marine donna: finalmente una buona idea!

Giunti su Phobos ed esaurito l’Effetto Hadley’s Hope – cioè la perlustrazione di ambienti deserti e pieni di insidie, con tanto di recupero di Newt nella forma di una giovane dottoressa – il film cambia totalmente registro: l’arrivo degli zombie ci fa cadere tutti nel solito remake di Resident Evil (2002), e la grintosa soldatessa Carley Corbin ricopia le gesta di Michelle Rodriguez in quel primo devastante film.
Tra parentesi, il personaggio è interpretato dall’attrice-modella-cantante danese Nina Bergman, che sicuramente meritava molto più spazio nella vicenda: già solo perché la Bergman ha posato per il poster di Call of Duty 4!

Rapida e inutile citazione del fucile a doppia canna di Doom II

Se quei due stuntman che interpretano un esercito di zombie sono l’aspetto peggiore del film, almeno ci regalano qualche ghiotta scena d’azione. Non so se anche in questo caso il cast abbia studiato tecniche militari per settimane, buttando soldi nel cesso, ma l’azione è ottima e soprattutto verosimile: non serve che sia “vera”, basta che sia divertente.
La nostra Joan Dark brilla su tutti, con scene d’azione degne di un videogioco e al momento di crisi… trova pure una motosega! Cos’altro vogliamo di più?

Tenente Dark, il caso Doom è tuo!

L’arrivo di nuovi personaggi inutili – tipo il cappellano Glover (Louis Mandylor) che è davvero di un’inutilità disarmante – infiacchisce tutto, così come la trovata di fare delle entità infernali in pratica degli Ingegneri alla Ridley Scott, rifacendosi a roba già vista mille volte e parecchio inflazionata: sono scesi sulla Terra settemila anni fa per insegnarci a scrivere e a far di conto, poi se ne sono andati. Ora vogliono ciò che è loro, cioè la Terra.

Oh, che volete da un film direct-to-video?

Visto che parliamo di creature con artigli, che gridano tutto il tempo, mi è difficile pensare a loro come letterati e matematici, ma va be’: Giglio doveva buttarla un po’ in caciara ma per fortuna quella è la parte secondaria della storia. Solo riempitivo in attesa di trovare il Big Fucking Gun.

Ora cominciamo a ragionare…

Una curiosità. Tutti i membri della squadra muoiono perché rimangono a corto di munizioni, e qui scatta la domanda: perché i loro fucili sparano solo due colpi e mezzo e poi non hanno altri caricatori? Portarsi qualche pallottola in più, no?
Invece il BFG-9000 può sparare per sempre senza mai bisogno di ricaricare. Diciamo che è un po’ sbilanciato l’aspetto delle armi…

Mi sa che ora comincia davvero il film!

Con in mano il BFG, la Dark diventa la vera eroina di Doom, e l’essere interpretata da un’attrice palesemente non palestrata né “dura” migliora la situazione, la rende più umana e più vulnerabile. La trama degli alieni sumeri che ora hanno bisogno del teletrasporto lascia il tempo che trova, perché il resto del film merita solo per vedere la Dark sterminare mostri.

Coraggio, Sumeri: insegnatemi la matematica!

Oh, quando dico “mostri” forse esagero: a parte un paio di tizi vestiti da zombie e un tizio con un costume gommoso da imp (o supposto tale) non c’è molto altro. Giusto nella scena che si svolge nel “mondo natale” dei mostri (o quello che cacchio è) si vede un uso sconsiderato di computer graphic casalinga per fare mostri improponibili.

Se questo è il mondo dei mostri, capisco perché vogliano la Terra

Ma, come dicevo, Giglio sa che non ci sono soldi per i mostri del videogioco quindi non ci prova nemmeno a metterli in campo: si fa bastare una tuta gommosa e via così. La storia alla fin fine non ne soffre.

Gli imp combattono con le infiammazioni gastriche!

Non stiamo parlando di un filmone, ma per lo standard della Universal 1440 – cioè la cialtronata che ti dà mal di testa – devo sottolineare il buon risultato: almeno la visione è divertente e la protagonista azzeccatissima, e questo è molto di più di quanto offrano in media i film del Duemila!
Non so quanto sia costato, ma è la prova che non sono i soldi a fare un film: probabilmente il budget di Doom: Annihilation corrisponde allo stipendio di The Rock nel 2005, magari anche meno, ma è divertente e tanto basta.

I’m a Big Fucking Girl in a Big Fucking Doom

Ah, visto che si lascia la porta aperta ad eventuali seguiti, non rilassatevi troppo con la fine di questo viaggio: la strada fuori dall’Inferno può continuare!

L.

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Doom (2005) Il film dall’inferno

Continua la lunga e dura strada fuori da Doom, in un viaggio transmediale tutto da godere.

9 giugno 2004, l’IFTN (The Irish Film & Television Network) annuncia entusiasta che l’irlandese Enda McCallion, regista di spot e videoclip (come Deep dei Nine Inch Nails, nel 2001), è stato ingaggiato dalla Universal Pictures per dirigere il film tratto dal fortunato videogioco… due mesi prima che detto videogioco esca nei negozi!
McCallion verrà sostituito, ma il suo nome è ancora alla regia per “Fangoria” n. 235 (agosto 2004) e “Computer Gaming World” n. 243 (ottobre 2004) mentre “Fangoria” 238 (novembre 2004) annuncia il cambio al vertice e l’arrivo di Andrzej Bartkowiak, di cui preferisco ignorare l’esistenza.

La notizia IFTN prosegue raccontandoci che è sin dalla fine del 2002 – cioè, aggiungo io, quando il videogioco Doom 3 è ormai nelle fasi finali di creazione e già è stata fatta una presentazione-demo – che Warner Bros e Columbia Pictures sono entrati in possesso congiunto dei diritti cinematografici del marchio Doom, con però la clausola che se entro sedici mesi non fosse partito alcun progetto quei diritti sarebbero tornati alla casa-madre, la id Software.
Mica pretenderete che Warner Bros e Columbia Pictures in sedici mesi sappiano organizzare un film! Oh, ma scherziamo? Infatti non ci riescono e i diritti tornano in vendita: stavolta se li compra la Universal Pictures, pronta con una sceneggiatura firmata da Dave Callaham e la produzione di Lorenzo Di Bonaventura e John Wells.

Quindi tutto pronto per partire? Manco per niente…


Più sceneggiature
che mostri di Doom

Il produttore John Wells è una firma eccellente della TV, potreste per esempio aver sentito parlare di una sua serie di discreto successo: qualcosa come E.R. Medici in prima linea. Il suo territorio è quello strettamente televisivo, ma ogni tanto ha messo piede al cinema, con risultati che non definirei memorabili.
Malgrado lui stesso ammetterà di non avere alcun tipo di esperienza con film pieni di effetti speciali, per motivi non meglio chiariti un giorno gli viene passata una sceneggiatura firmata da un certo Dave Callaham ed inizia a produrre il relativo film. Wells non sa che quel tizio esordiente in seguito sceneggerà I mercenari (2010) con Stallone e co-firmerà il narcolettico Godzilla (2014); non sa che creerà la geniale serie TV “Jean-Claude Van Johnson” (2016), non sa che prenderà in mano i personaggi di Wonder Woman e Shang-Chi per adattarli al cinema, per non parlare di Spider-Man: Into the Spider-Verse 2. No, nei primissimi anni del Duemila David “Dave” Callaham è un signor nessuno che semplicemente ha venduto un copione ispirato a un celebre videogioco.

A Marcelle Perks di “Fangoria” (novembre 2005) il produttore racconta sghignazzando che in totale il progetto è passato per ben quarantuno revisioni della sceneggiatura.

«Non è che non trovassimo il copione giusto, ma il problema è che alcune delle prime idee prevedevano effetti in CGI che non funzionavano e lavorazioni non disponibili. Così sono state fatte un sacco di modifiche per essere certi di poter realizzare ciò avevamo immaginato.»

Quindi Wells ci spiega che la produzione non aveva idea di come rappresentare la maggior parte dei mostri del videogioco, così sono state prese molte decisioni per rendere gli effetti speciali più gestibili, ma – tiene a specificare il produttore – mantenendo le idee originali di Callaham. La domanda più ovvia il giornalista non gliela fa né viene in mente a Wells, quindi la pongo io: perché cazzo prendere un film irrapresentabile al cinema… e rappresentarlo al cinema? C’erano così tanti videogiochi molto più fattibili da prendere in considerazione, ma no: è stato scelto proprio quello strapieno di mostri che non ci sono soldi (né conoscenze) per portare in video. Perché? Non si sa.
Quello che è sicuro è che servono i migliori perché degli effetti speciali di medio livello sembrino di alto livello: quindi entra in ballo lo Stan Winston Studio.

Splendida doppia pagina da “Fangoria” n. 248 (novembre 2005)

Perks di “Fangoria” intervista John Rosengrant, che ha guidato la squadra che si è occupata delle protesi, e scopriamo che ci sono stati solo tre mesi di tempo prima che si partisse tutti per Praga a girare: quindi non ci sono abbastanza effetti speciali e andiamo tutti di corsa. Il metodo migliore per fare un film, no?
Rosengrant ci racconta che per il “mostrone finale” del film è stato chiamato Brian Steele, specializzato a stare in tute “mostruose” – come nella saga di Underworld e in Hellboy (2004) – solo che certe volte le dimensioni contano: fatto il mostrone grande quanto si vede nel videogioco, il costume risultava troppo ingombrante e la recitazione molto rallentata, così si è optato per un costume più piccolo da rendere “più grande” con le inquadrature.
Sempre da Hellboy arriva Doug Jones, il futuro celebre anfibione scopiazzone de La forma dell’acqua (2017). Interpreta diversi mostri e demoni a scelta: «Sono anche morto tre o quattro volte, in modi sempre diversi», confessa a “Fangoria”.

Le scenografie disegnate da Stephen Scott e costruite a Praga sono fatte in modo che a seconda dell’illuminazione sembrino ambienti diversi, così si va più veloci con le riprese e si risparmiano cambi di scena. Insomma, un film di serie A con budget di serie A che però si comporta da film di serie Z. E come sempre, anche gli incassi sono da film di serie Z…
Previsto per agosto, l’uscita di Doom slitta fino al 21 ottobre 2005 e la UIP lo porta nelle sale italiane dal 17 marzo 2016 (fonte: ComingSoon.it): costato 60 milioni di dollari, nel primo weekend ne incassa 15 e alla fine in tutto il mondo il totale sarà di 55. Non è rientrato neanche delle spese. Disastro totale globale.
Sul set l’attore Karl Urban affermava tutto contento di aver firmato per il sequel: mi spiace, Karl, è già tanto se non fanno sborsare a voi attori i cinque milioni di buco!

Mi spiace, Karl, la tua faccetta da duro di gomma dovrai portarla da un’altra parte

L’indirizzo e-mail di Jon Farhat, il supervisore degli effetti speciali visivi, per qualche motivo è finito in Rete durante le riprese e l’uomo è stato sommerso di lettere dai fan del videogioco, timorosi che nel film si cambiasse qualche aspetto, anche decisamente minore: «Non cambierete il suono delle porte che si aprono, vero?», è il tono delle mail ricevute. (Suono che, peraltro, pare sia lo stesso delle porte di “Star Trek”.)
Che il Signore dei Media conservi ingenui e sognatori i fan, che nel Duemila ancora credono che quel cadavere che altri chiamano cinema sia ancora in grado di veicolare su grande schermo emozioni e sensazioni che appartengono ad altri media. Così mentre i fan pensano al suono delle porte che si aprono, la Universal chiama il consulente militare Tom McAdams perché addestri gli attori a sembrare una vera squadra militare. Settimane passate ad imparare tecniche militari e lavoro di squadra. E a sparare con fuciloni.

Sicuramente l’addestramento sarà stato più divertente delle riprese

Mi rivolgo a voi fan, che pensate al rumore delle porte sperando che il film lo rispetti: esattamente in quale punto del videogioco… c’è una squadra di soldati che agisce con tattiche militari?

Tutto ciò che in Doom 3 NON c’è, lo troverete qui

Usando un’iperbole poetica, la Universal si mangia Doom 3 e caga il film Doom.


Il film sbagliato
anche per gli standard marziani

Un’altra grande produzione Universal!

«Nell’anno 2026 alcuni archeologi scoprirono nel deserto del Nevada un portale che conduceva a un’antica città su Marte: lo chiamarono l’Arca. Venti anni dopo stiamo ancora cercando di capire perché quel portale fu costruito e che cosa ne fu della civiltà che lo costruì.»

Vi dice ancora bene: noi da venticinque anni stiamo ancora assistendo alla stessa identica trama che si ripete identica, medium dopo medium, mentre tutti dicono che non esiste trama!

E se questo non è l’Inferno in Terra…

Visto che la Universal sta camminando sui vetri, ha orde di fan adoranti che deambulano come gli zombie del gioco, bofonchiando «Rispettate… il rumore… delle porte…», dovrà stare attenta: i tanti cambiamenti di storia e la perdita quasi totale dei mostri dovrà essere controbilanciata da una sceneggiatura d’acciaio e attori carismatici, così da convincere lo spettatore che comunque questa roba che non si sa cosa sia assomigli a Doom 3, vista da lontano. Ovviamente sto scherzando: come ogni altro film tratto da videogioco, gli autori buttano lì tre frescacce perché pensano che tanto quegli zombie di fan pagheranno comunque il biglietto.
Doom ha dimostrato che non è così che funziona, anche se tanti non hanno ancora capito.

Oh, segnatevi questi nomi, così se li incontrate sapete cosa fare…

Iniziare il film con una banda di cazzoni che sembra uscita dal peggior film anni Novanta, è una mossa giusta nella direzione sbagliata. La scelta del cast attoriale è pure peggio. Il bianco sembra un maniaco dei giardinetti, il nero che gioca a baseball in caserma sembra un mentecatto e quello con il videogioco un cerebroleso: ed io, spettatore, dovrei provare preoccupazione quando cominceranno a morire? Già ora tifo per i mostri!
Brava, Universal: tu sì che sai come sbagliare alla grande.

Cioè… questo è uno dei buoni?

C’è un Grosso Guaio su Marte, nella struttura di ricerca di Olduvai ci sono stati dei casini e serve una squadra di pessimi attori da mandare sul posto. Per fortuna c’è Dwayne Johnson che ancora si fa chiamare The Rock e presta la sua sottile recitazione al film. Rivedere questa sua prova fa apprezzare cos’è diventato oggi, quanto cioè abbia migliorato la propria recitazione: oggi è un attore, qui in Doom è un imbarazzante caratterista che fa faccette e boccacce. E dice cose stupide, ma quello non è colpa sua. La scena migliore del film è quella dove recita di schiena…

Leggo male, o c’è scritto Semper (Viva La) Fi ?

La Squadra The Rock parte per Marte, dove scatta la tramona di quelle buone. Nella squadra infatti c’è John Grimm (il peggior Karl Urban di sempre) che ritrova sua sorella Samantha con l’acca (Rosamund Pike), e ne approfitta per raccontarci dei vecchi tempi. Di quando doveva diventare archeologo invece ha scelto di ammazzare la gente, mentre sua sorella ha continuato ed ora ha ritrovato resti antichi di marziani, una razza estinta di superuomini che avevano un cromosoma in più: quello necessario a farsi piacere ’sta roba.

L’archeologa Samantha con l’acca ha scoperto i marziani col cromosoma in più

Questa è la parte migliore della sceneggiatura, perché poi arriva l’immancabile esaltato religioso (poteva mancare?), i mostri che non ci sono – o se ci sono non si vedono – e una scena di tipo mezz’ora in cui il maniaco dei giardinetti deve correre in bagno a fare quella grossa. Se qualcuno pensa che io stia scherzando, lo invito a rivedersi il film: la scena centrale della vicenda ruota intorno a Portman (Richard Brake) che deve “evacuare” (se stesso, non la base di Olduvai) e passa mezz’ora ad analizzare il bagno in cerca di mostri: capite che a sentire fuori la porta dei demoni infernali che vogliono mangiarti l’anima c’è da rimanere stitici.
Tra mostri invisibili e sparatorie dirette verso il nulla, ad un certo punto qualcuno dev’essersi accorto che il film non assomigliava a Doom 3 neanche con gli occhi chiusi. Quindi si è cominciato a buttare lì qualcosa che lo ricordasse, tipo il «Bel Fottuto Giocattolo», resa italiana del Big Fucking Gun: modo colorito per indicare il celebre fucilone BFG, presenza fissa del videogioco sin dal 1994.

Il «Bel Fottuto Giocattolo», (Big Fucking Gun)

Bello, eh? Certo, se magari lo avessero anche usato sarebbe stato meglio: a parte un paio di tiri, per lo più a vuoto, il fucile non entra mai nella storia. A questo punto per giustificare il titolo del film almeno facciamo una bella scena in soggettiva, firma eccellente del marchio.
A girarla ci pensa Jon Farhat, il supervisore agli effetti speciali del film, che fa un lavoro ottimo e più di una citazione diretta a Doom 3 – tipo il marine che si guarda allo specchio – ma parliamo di trenta secondi o poco più. E il resto? Il resto è roba inutile e fastidiosa, che sembra il remake del film Resident Evil (2002).

Quindi invece di Milla Jovovich abbiamo ’sto tizio in carrozzina?

«Sono molto emozionato perché hanno ingaggiato un tizio chiamato Dion Lam, un grande stunt coordinator»: così Dwayne Johnson parla al giornalista Perks di uno dei grandi nomi di Hong Kong, chiamato per l’occasione.
Devo essere onesto, la prima volta che ho visto il film – all’incirca nel 2007 o giù di lì – in mezzo allo schifo totale l’unica parte che mi era piaciuta è stata la parentesi dello scontro marziale tra The Rock e Karl Urban. Oddio, “marziale” è forse troppo, comunque era una scena girata nel tipico stile di Hong Kong che all’epoca era ancora totalmente inedito in un film americano, quindi mi colpì molto. Tanto che quando poco dopo trovai su bancarella il DVD Special Edition del film decisi addirittura di spendere l’enorme cifra di tre euro per acquistarlo! (Cioè tre euro in più di quanto valga il film.)

Edizione speciale, con custodia di latta e qualche minuto di speciali

Rivisto il film per lo speciale, aspettavo ghiottamente quella scena per rigustarmela… rimanendo profondamente deluso. Tutto qua? Dov’è finita la scena che ricordavo spumeggiante? Possibile che l’evoluzione successiva del genere action abbia reso ormai obsoleta quella scena? Fatto sta che è molto deludente e l’unico motivo per vedere il film… non c’è più…

Mi spiace, Karl: sei inutile pure a menare!

Fallimento su tutta la linea. Dunque la storia è insalvabile? A sorpresa, non è così. E solamente grazie a quel fenomeno di cui vado parlando da settimane: la transmedialità.
Una storia sbagliata al cinema non è detto lo sia anche in altri medium, se finisce in mano ad un bravo autore.


Il romanzo del 2005
che viene dal film del 2005
che viene dal videogioco del 2004
che viene dal videogioco del 1994

Come ormai dovrebbe essere chiaro, ogni medium ha il proprio linguaggio e non bisogna compiere l’errore di ignorare questo semplice fatto. Una trama che funziona in un videogioco non funziona in un film, e Doom (2005) è la prova provante e provata: le orde di fan che hanno inondato di soldi i negozi di videogiochi non hanno speso un solo dollaro per il film, quindi “votando” per il suo fallimento. Ma la storia che non funziona su schermo… magari funziona su carta.

Nell’ottobre del 2005 insieme al film esce anche la relativa novelization targata Pocket Books, la casa specializzata nel genere che affida il testo ad un nome importante: John Shirley. Maestro della narrativa di genere, non è certo di primo pelo: negli anni Ottanta si nascondeva dietro lo pseudonimo John Cutter per firmare i romanzi d’azione di Jack Sullivan, lo specialista, undici avventure di un duro alla Frank Castle che hanno conosciuto anche una (pessima) trasposizione cinematografica ne Lo specialista (1994), con Sylvester Stallone, Sharon Stone e James Woods. (I nomi sono giusti, è il film ad essere sbagliato!)
Shirley conosce i generi e sa come gestirli al meglio. E, incredibile a dirsi, salva persino Doom!

Edizione Pocket Books, ottobre 2005: il romanzo che salva il film!

Intendiamoci, non stiamo parlando del romanzo dell’anno né di qualcosa per cui strapparsi i capelli: la storia è quella del film, ma Shirley non è un inetto e non ha i problemi di budget che hanno affossato la pellicola, quindi sa tirar fuori diamanti dal carbone.

Vi ricordate i problemi di disciplina del marine protagonista del primo videogioco? Quelli poi ripresi dal primo romanzo e dimenticati dal videogioco del 2004? Qui tornano, ma sotto forma diversa: il protagonista ha dovuto guidare una missione con armi fallate e ancora ha gli incubi a ripensare al massacro che ne è scaturito. Da qui inizia una storia dove ci viene raccontato sì della squadra RRTS (Rapid Response Tactical Squad) ma c’è molto più equilibrio con il videogioco, che è tutto in solitaria: protagonista è un John Grimm – detto Grimm Reaper – molto più vicino al marine videoludico, mentre gli altri membri della squadra sono più sfumati, visto che sono solo buffonesche comparse votate a morire male.

Edizione “Urania Horror” (Mondadori) del febbraio 2007

Il difetto del romanzo è lo stesso del film: un soggetto minuscolo, quasi assente, e una sceneggiatura devastantemente brutta. Per risparmiare, tutta la vicenda si svolge in un laboratorio, quindi… sali le scale, scendi le scale, apri la porta, chiudi la porta. La solita roba. Shirley non può cambiare tutto questo quindi dalla seconda metà il romanzo cala parecchio, ma ripeto: la narrazione è mille volte superiore al film. I personaggi sono vivi e vibranti, impariamo a conoscerli – mentre nel film sono solo mentecatti che non vedi l’ora che muoiano! – e le azioni molto più dettagliate. Nel film ci si limita a ombre che si muovono sullo sfondo, invece il romanziere può essere molto più particolareggiato.

«La cosa era molto più grande di un uomo.
Aveva uno spesso esoscheletro nero e un grappolo di otto occhi. La testa era una selva di aculei e denti acuminati.
“Una specie di imp, un orrendo folletto” pensò Sam “Uscito dall’Inferno.”»
(Traduzione di Marcello Jatosti, come anche le altre citazioni)

I riferimenti ai mostri del videogioco ci sono ma con molto meno divertito citazionismo del romanzo del 1995. Sia perché i mostri del 2004 sono pallide ombre delle mitologiche creature del primo Doom, sia perché tanto nel film si intravedono appena. Principalmente i mostri sono costituiti da zombie, ecco perché parlo di copia di Resident Evil, cosa che il gioco non è.

Devo però essere onesto: mica ho capito bene la “spiegazione” dell’invasione di alieni. La sceneggiatura del film cerca di portare nuovi elementi rispetto al gioco – secondo cui si parla di demoni infernali – solo che temo si incarti parecchio. Il romanzo cerca di fare chiarezza, ma temo che Shirley la butti in caciara.

«“Sono intrecciate, intessute nella sequenza del DNA. Le impronte del satanico, la più tenebrosa delle tenebre fra noi. Non oso definirlo sovrannaturale, anche se non lo si può considerare parte del mondo naturale, come noi lo intendiamo. Ma qualcosa di inumano, di extradimensionale ha celato nel nostro DNA le chiavi per le porte degli Inferi… A che scopo? Chi ci ha lasciato questa subdola esca?”
[…]
I più neanche immaginavano che stavano per essere invasi da una specie maligna di aberrazione genetica. Un’infezione del pensiero venuta da un mondo remoto.
Solo che quell’orrore non veniva da un mondo alieno. Non del tutto. Era stato creato, fondendo la scienza umana con le conoscenze degli antichi saggi di Olduvai.»

Non so se sia stato Dave Callaham o qualcuna delle 41 altre sceneggiatura a fare il minestrone – demoni, marziani col cromosoma in più, antichi saggi di Olduvai, scienziati umani, alieni e chi più ne ha più ne metta – comunque nulla è spiegato se non per parole sparse, tanto che temo nessuno degli autori abbia ben capito la trama. Tanto non conta nulla, è solo uno spara-tutto, no?

Mi sembra scontato dire che il perfido dottor Carmack sia un simpatico omaggio…

Insomma, il film è da consigliare solo per chi voglia disidratarsi a forza di spernacchiarlo, mentre il romanzo – disponibile in cartaceo su Amazon, capito Willy??? – vale la pena di essere letto. Non sarà un capolavoro, essendo purtroppo molto legato al film, ma racconta bene una storia che il film non sa raccontare, quindi va comunque lodato.

Una schermata dello smartphone etrusco, fra agosto e settembre


Bibliografia

  • Marcelle Perks, Doom and Doomer, da “Fangoria” n. 247 (ottobre 2005)
  • Marcelle Perks, Monsters of Doom, da “Fangoria” n. 248 (novembre 2005)

L.

GUARDA IL FILM A € 3,99

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Doom 3 (2004) Il remake-reboot

Continua la lunga e dura strada fuori da Doom, in un viaggio transmediale tutto da godere.

Dopo espansioni, rifacimenti e diavolerie varie, il filone di Doom sembra essere stato strizzato al massimo e l’arrivo del nuovo millennio, con l’avvento di videogiochi di qualità superiore e di grande richiamo, probabilmente gli sarà fatale: è il tempo di ripensarlo, di salvare ciò che l’ha reso unico e riscrivere tutto il resto. L’estate del 2004 vede l’uscita di Doom 3.
Quale sarà la trama? Bella domanda…


Il “vecchio” è il nuovo “nuovo”

Malgrado la storia di base riportata da manuali e guide dal 1994, malgrado ben quattro romanzi – di cui almeno il primo perfetto ampliamento di detta storia base – quando nel marzo 2004 la rivista “Xbox Nation” presenta brevemente Doom 3 se ne esce con questa domanda a se stessa: «Un altro massacro senza trama dalla id?» Quindi per gli esperti videogiocatori del Duemila lo storico Doom è un gioco storyless

«La id Software assicura che Doom 3 sarà tutt’altro che carente di soggetto. Si sono lasciati alle spalle le classiche trovate sataniche senza trama di Doom e hanno ingaggiato lo scrittore di fantascienza Matthew Costello, il cui curriculum include altri videogiochi come 11th Hour e The 7th Guest, entrambi lodati per la loro splendida narrazione.»

Posso capire che la rivista non conoscesse la trama dell’edizione del 1993, ma che la id Software annunciasse che ora c’è una storia in Doom mi sembra davvero curioso. Visto poi che è la stessa identica storia!
Ecco le poche righe di trama riportate dal manuale di gioco dell’edizione Xbox:

«Sei un marine, uno dei più tosti della Terra, addestrato nel combattimento e nell’azione. Poco dopo essere stato messo a rapporto per insubordinazione e trasferito allo stabilimento della Union Aerospace Corporation, su Marte, una vasta invasione di demoni invade la base, generando caos ed orrore. Essendo fra i pochi superstiti, devi utilizzare la tua forza di fuoco e tutte le capacità apprese nel combattimento per affrontare l’orda di demoni, capire cosa sia andato storto ed impedire la propagazione del male. Ci sei solo tu fra l’Inferno e la Terra.»

Serviva un romanziere per ricopiare identica la trama del Doom del 1993? Visto poi che dal Duemila il mondo videoludico pare più esigente dal punto di vista narrativo, come mai queste sole poche righe? Addirittura nella voluminosa Prima Official Game Guide (2004) su ben 240 pagine dedicate a Doom 3 solamente mezza colonna di una pagina è dedicata alla trama, ripetendo con qualche parola in più quanto sopra riportato. Alla fin fine non mi sembrano poi così esigenti…

Dan Elektro nel numero di aprile 2004 della rivista specialistica “Game Pro” racconta di un incontro con gli autori del gioco negli uffici texani della id Software, dove il lead designer Tim Willits parla in modo appassionato del soggetto di Doom 3:

«Viene raccontata di nuovo la storia originale, come se il primo Doom non fosse mai esistito. Torniamo su Marte, arriviamo alla struttura della Union Aerospace Corporation prima dell’invasione e notiamo che le cose non vanno bene: la gente è un po’ stressata. Poi riceviamo gli ordini della nostra missione, andiamo e l’inferno si scatena: il nostro lavoro sarà capire chi siano i buoni e chi i cattivi, poi trovare e quindi fermare la causa dell’invasione.
Quando iniziate il gioco non sapete cosa stia succedendo: tutto ciò che sapete è che si tratta di un’invasione e dovete andare al complesso Delta, pensando che se bloccate il teletrasporto avrete salvato il mondo. Arrivati lì, vi accorgete che non sarà così.»

Tutto qua, dunque? Un semplice retelling, come dice Willits? Non è proprio così…


Fantasmi da Marte

Sin dalla sua golden age, la fantascienza adora Marte e i suoi “abitanti”, e un filone ama ritrarli come “fantasmi”. Da ragazzino mi colpì molto la scena del film Il pianeta morto (cioè il sovietico Soyoux 111, 1960) che mostrava come gli antichi abitanti del pianeta fossero scomparsi lasciando solamente titaniche ombre impresse sulle pareti di una grotta: si trattava di Venere, ma quell’immagine è il simbolo di un certo modo di ritrarre i marziani.
Nel celebre film Il mostro dell’astronave (1958) il pianeta rosso è disabitato e gli unici sopravvissuti sono diventati creature mostruose. Diversi racconti di Philip K. Dick parlano dei marziani al passato e delle loro strutture rimaste a raccontarne la storia, e mi piace citare il delizioso fumetto Aliens vs Vampirella (2015), in cui viene scoperta un’antica città marziana con i suoi abitanti “mummificati”. Ovviamente… tutti vampiri!

Ombre: tutto ciò che resta dei venusiani

Non è chiaro se sia stato il romanziere Matthew J. Costello a proporre l’idea o si sia limitato a sviluppare un soggetto fornitogli dalla id Sotware, comunque gli scienziati della UAC su Marte nel 2145 trovano i resti degli antichi marziani, ormai estinti, fra i quali delle iscrizioni che sembrano raccontare una strana storia: un’antica invasione di demoni, arginata solamente con l’uso di uno strano cubo usato da un fenomenale guerriero. (Quest’ultimo ritratto come nelle locandine originali del primo Doom: uno dei tanti squisiti inside joke del gioco.)

Quel misterioso “eroe” non mi è nuovo!

Quindi al tema dei “marziani estinti” viene aggiunto quello del “cubo infernale” – Hellraiser docet – chiamato Soul Cube, un’arma potente che il giocatore troverà solamente dopo essere sceso all’inferno: lì infatti era stata nascosta proprio per permettere una nuova invasione ai demoni.

Narra la leggenda di demoni che vanno a fare un cubo!

Da notare che il cubo viene chiamato Artifact: anche questo un tema molto amato dai videogiochi di fantascienza del Duemila. (Il primo “manufatto” di civiltà scomparse che ho conosciuto è stato nell’Aliens vs Predator 2, Sierra 2001.)

Il Cubo che Spacca!

Questa invasione non sembra trattarsi di una semplice fatalità, e alle apparecchiature di teletrasporto che si collegano con una dimensione infernale si unisce la follia del dottor Malcolm Betruger: sfruttando un’idea nata nel romanzo del 1995, all’uomo i demoni promettono grande potere se li aiuterà nell’invasione. Il resto non cambia molto dalla trama-base del gioco sin dalla sua nascita.


La versione di Costello

Malgrado in alcune interviste venga citato l’ingaggio di un romanziere a gestire la trama di un gioco che tutti credevano senza trama, ben presto questa particolarità a cui tutti sembravano tenere tanto… scompare: a parte citare la trama-base, identica a quella del Doom del 1993, le riviste specialistiche non fanno altro.
Intanto nei primissimi anni del Duemila Dave Callaham butta giù quella che, rimaneggiata, diventerà la sceneggiatura del film tratto dal videogioco (che vedremo più avanti), uscito nel 2005, e mentre vengono distribuiti pacchetti espansivi del videogioco la confusione è tanta: qual è la trama di Doom 3 e chi l’ha scritta? Due domande a cui nessuno importa rispondere: e meno male che dal Duemila i giocatori tengono tantissimo all’aspetto narrativo dei giochi…

Ad anni di distanza, Matthew J. Costello scriverà due romanzi ambientati nell’universo del videogioco che ha contribuito a sceneggiare – Doom 3: Worlds on fire (2008) e Doom 3: Maelstrom (2009) – entrambi pubblicati dalla stessa Pocket Books della precedente tetralogia. Il costo spropositato di questi titoli di Costello – inediti in Italia – mi impedisce un’analisi più approfondita, ma già dalle quarte di copertina, che riporto tradotte qui sotto, penso si possa avere un’idea delle storie.

«L’anno è il 2144 e la battaglia per le preziose risorse della Terra ha imperversato per un secolo. Con le economie globali in rovina e una guerra mondiale totale sempre più vicina, il Governo degli Stati Uniti si è rivolto alla Union Aerospace Corporation, dandole carta bianca sul leggendario pianeta di Marte nel disperato tentativo di costruire lì un avamposto che possa provvedere alle risorse. Ma c’è qualcosa di così segreto che neanche i membri del Governo ne hanno idea…
Il tenente John Kane dell’Unità Speciale una volta si limitava ad essere contento di avere un lavoro e se ne fregava della politica, finché lo Zio Sam gli passava un assegno. Ma questo era prima di ascoltare la propria coscienza e disobbedire ad un ordine diretto. Degradato a soldato semplice, Kane è stato riassegnato al corpo degli United States Space Marines – l’esercito privato della UAC – con la prospettiva di diventare giusto una guardia giurata su Marte…
Ora il destino di Kane lo attende a Mars City: parte comunità abitativa, parte laboratorio centrale, e tutto di proprietà della UAC. È uno strano mondo con strani abitanti, e le migliaia di persone che vivono e lavorano in città hanno già iniziato a considerarsi Marziani. E lontano da Mars City, con gli antichi e strani siti che vengono scoperti sul pianeta, una piccola squadra di marine sta a guardia mentre gli scienziati riportano alla luce strani glifi su pareti e cercano manufatti, avendo già trovato cose incredibili ed inspiegabili: come per esempio un relitto chiamato U1, dal nomignolo “il cubo dell’anima”. Tutto questo porterà al caos e ad un orrore indescrivibile…»

In pratica, è ancora una volta la trama del gioco classico, ma il romanzo che segue fa pensare ad una suddivisione in due parti…

«Siamo nel 2145. Dopo aver disobbedito ad un diretto ordine, il tenente John Kane dei marine si ritrova degradato e riassegnato al corpo degli United States Space Marines: l’esercito privato della UAC (Union Aerospace Corporation). Poco più che una guardia giurata, Kane accetta riluttante il proprio destino a Mars City, la comunità-laboratorio sul leggendario pianeta rosso.
Ma Kane non può immaginare gli orrori che lo aspettano: aberrazioni da incubo e fusioni oscene di carne e macchine attendono i ricercatori nel loro tentativo di svelare gli arcani segreti dello straordinario passato del pianeta. Mentre cresce la terrificante violenza, kane e un gruppo di sopravvissuti deve dar fondo ad ogni propria capacità per sperare di farcela e lascaire vivi Mars City.»

Ripeto, non ho letto questi due romanzi per via del loro costo elevato, ma dalle trame mi sembrano la semplice riproposizione del gioco con una storia divisa in due parti. (Dalla Doom Wiki scopro che originariamente il progetto prevedeva tre romanzi, ma tutto è stato interrotto dopo il secondo. Ipotizzo per mancanza di risposta dal pubblico.)
Perché però il protagonista si chiama John Kane, quando vive le stesse identiche esperienze che in Doom 3 vive Thomas Kelly? Ci sta che un autore decida di romanzare la storia di un altro personaggio dello stesso universo, ma allora perché ricopiarlo sul protagonista?

Probabilmente la Pocket Books abbia voluto ripetere l’operazione del 1995, cioè una serie di romanzi ispirati ad un videogioco ma con trame rielaborate, solo che poi la monomedialità ha mietuto un’altra vittima: dopo l’apocalittico fallimento del film nel 2005, nel 2009 anche i libri dimostrano che ogni appassionato non esce mai dal proprio medium d’elezione.


Conclusione

Malgrado decenni di esperti e appassionati a ripetere che Doom non ha trama, al massimo uno spunto di partenza, una trama c’è ed è anche complessa, arricchita dalle varie espansioni e riedizini. Troppo complessa per aver voglia di capirla e saperla riassumere. Visto che Davi Doom l’ha già fatto, riassumendo tutte le trame di tutti i Doom dal 1994 ad oggi, con schermate e ogni tipo di spiegazione: mi limito a rimandarvi al suo video.

Quella che ho citato è la trama-base, lo spunto se volete, ma è quello che è servito ad uno sceneggiatore per scrivere uno dei più esplosivi fallimenti del cinema del Duemila…

(continua)


Bibliografia

  • Doom 3, da “Xbox Nation” n. 12 (marzo 2004)
  • Dan Elektro, Fear Factory, da “Game Pro” n. 187 (aprile 2004)

L.

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Regali di compleanno 2019

Oggi il vostro Etrusco preferito compie 45 anni, cifra tonda, e ovviamente dal vivo interpreto la parte dell’uomo posato, uno di quelli che non bada ai regali né ai festeggiamenti, che è roba per giovani.
Qui invece posso lasciarmi andare e rivelare i regali che mi sono fatto!


Il ritorno dei morti viventi
Midnight Classics
Limited Edition (3 DVD)
Koch Media, ottobre 2018

Visto che ultimamente sto ravanando parecchio negli anni di gloria di Dan O’Bannon, perché non cogliere al volo l’iniziativa della Koch Media e cogliere al volo questo splendido cofanetto DVD su Amazon?

Chi lo sa che dopo la storia di Alien non ci scappi pure la storia del Ritorno


Romanzi novelization

Una decina d’anni fa mi sono intossicato con le novelization, poi sono riuscito a guarire: per colpa di Andrea Lanza di Malastrana VHS sono ricaduto nel vizio. Quando poi su eBay scopri un tizio che si vende la super-mega-rarissima-introvabile novelization di uno dei più mitici film di sempre, è come se i soldi si spendessero da soli…

Il romanzo di Aliens è originale, non è una novelization, ma visto che fa parte del regalo ed è un pocket l’ho messo nella foto. Peraltro ricordo che questi romanzi alieni sono rarissimi e di solito se li vendono a cifre inavvicinabili: ogni tanto però qualcuno abbassa parecchio il prezzo e l’Etrusco colpisce!

Voi direte: perché la novelization di Timecop, che odi il film e odi pure l’autrice? La risposta è nella domanda: è la novelization di Timecop

Voi direte: perché la novelization di Rambo 2, che già hai l’edizione TEADue italiana? Di nuovo, vi siete risposti da soli…

La passione è passione, ed ecco le novelization in lingua ufficiale che finora ho messo insieme: specifico che non colleziono novelization in lingua ufficiale, sono solo occasioni a cui non ho saputo resistere!

Ops, nella foto ho dimenticato quella super-mega-rara-introvabile di Terminator
Comunque di novelization italiane ne ho uno scaffale pieno: di nuovo, tutta colpa di Andrea Lanza!!!


Terror Train

Fra le mille mie debolezze, c’è la S di Stormovie, collana della Quinto Piano che ha in pratica portato in DVD molti archivi dimenticati di Mediaset. Ho raggiunto la quarantina di DVD di questa collana, e ogni tanto vado a caccia di titoli: di solito non guardo nemmeno che film siano, ma stavolta ero anche interessato ai film. Incredibilmente Terror Train credo di non averlo mai visto, malgrado l’abbia sentito nominare da sempre, mentre La vendetta dei morti viventi mi puzza di truffa colossale, soprattutto quel “versione restaurata”!!!

Già che ci sono, rispolvero la foto fatta tempo fa alla collezione, ormai nel frattempo arricchita.

Sembra una piccola collezione, ma sono tutte chicche chiccose!

Non escludo che nei prossimi giorni non ci scappi qualche altro regalo…

L.

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Nasce la collana “Horror Maniacs” (Warner Bros)

Riporto un comunicato stampa relativo ad una nuova collana di film in home video. I link rimandano alle recensioni zinefile dei titoli in questione.

Se decidete di acquistare alcuni di questi film o qualsiasi altro prodotto su Amazon, ricordate di inserire sulla barra testuale il codice &tag=zinefilo-21 alla fine dell’indirizzo. Ecco un esempio:

www.amazon.it/Shining-Extended-2-Blu-Ray/dp/B07WYFV37Q/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&tag=zinefilo-21

Così facendo una minuscola percentuale dell’acquisto andrà al vostro amichevole Zinefilo di quartiere, da reinvestire in nuovo filmacci!


Dal 10 ottobre il terrore ha un nuovo nome..

Warner Bros Horror Maniacs

una collana home video che include 10 cult horror

Warner Bros. Home Entertainment Italia presenta una collana dedicata a tutti gli appassionati del genre horror. Per festeggiare al meglio Halloween a partire dal 10 ottobre saranno infatti disponibili in DVD e Blu-Ray™ dieci classici del terrore in una nuova edizione dal look omogeneo, con nuove grafiche inedite, dai colori fluo, ispirate alle locandine originali dei film.
Dieci film imprescindibili per gli appassionati del genere. Una collezione che spazia tra le mille sfaccettature dell’horror.

Si inizia con grandi classici come Shining, il capolavoro di Stanely Kubrick, Venerdì 13, primo capitolo della fortunata saga che ha reso Jason uno dei mostri più̀ iconici della storia dell’horror e il cult L’Esorcista. Gli amanti del clown Pennywise non potranno resistere alle due edizioni di IT, sia la prima del 1990 che quella del 2017, il mostro creato da Stephen King ha un fascino intramontabile. Infine, cinque titoli ambientati nel terrificante universo creato da James Wan: The Conjuring – L’Evocazione, The Conjuring – Il Caso Enfield, Annabelle, Annabelle 2 – Creation e il recente The Nun – La Vocazione del Male, imperdibili per gli amanti del soprannaturale.

L’edizione di Shining in formato Blu-ray™ includerà sia la versione Theatrical che Extended del film. Il capolavoro dell’horror, diretto da Stanley Kubrick nel 1980,  a quasi quarant’anni dalla sua uscita sarà disponibile, infatti nella versione estesa americana della durata di 144 minuti. L’edizione include 24 minuti di scene inedite, e, per la gioia di tutti i fan del film, sarà sempre Giancarlo Giannini a prestare la propria voce, per il doppiaggio italiano, al personaggio di Jack Torrance.

Anche gli altri titoli della collezione promettono sonni agitati: la bambola più temuta della storia del cinema si ripresenta nella nuova veste grafica. Annabelle e Annabelle 2: Creation sono due titoli da custodire gelosamente nella propria collezione… possibilmente protetti da una teca di vetro!

Per gli appassionati della saga di The Conjuring arrivano anche le nuove edizioni con grafica fluo orrorifica di The Conjuring – L’evocazione e The Conjuting 2 – Il caso Enfield e The Nun, la vocazione del male.

Paura dei pagliacci? Allora dovrete chiudere gli occhi guardando il classico Stephen King’s IT (miniserie del 1986) e il recente remake IT (2017), entrambi dedicati al Club dei Perdenti e alla lotta con il terribile Pennywise nell’inquietante città di Derry.

Non possono mancare alla collezione due pietre miliari del genere come L’Esorcista – Versione integrale del maestro William Friedkin, in cui il demone Pazuzu si impossessa del corpo della giovane Regan MacNeil, e Venerdì 13, primo capitolo della saga di Jason Woorhees diretto da Sean S. Cunningham e fondamentale passaggio nella storia del cinema slasher.


Shining Extended Edition:
Il vincitore dell’Oscar® Jack Nicholson e Shelley Duvall sono i protagonisti di Shining, adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King.
Lo scrittore Jack Torrance (Nicholson) accetta di lavorare come custode, per il periodo invernale, nell’elegante e isolato Overlook Hotel, nelle Rocky Mountains, insieme alla moglie (Duvall) e al figlio (Danny Lloyd). Ma quando la prima bufera di neve si abbatte sull’hotel bloccando ogni via di fuga, spettri sembrano riemergere dal passato. Torrance non era mai stato in quel luogo, o forse si?
A quasi quarant’anni dalla sua uscita, Shining rimane una pietra miliare della storia del cinema.

Venerdì 13:
Benvenuti a Camp Crystal Lake: luogo dalla storia sanguinosa, tanto che la gente del posto pensa che sia stato colpito da una maledizione. È il posto perfetto per uno psicopatico che vuole ammazzare uno per uno tutti gli aspiranti capigruppo del campeggio… Venerdì 13, diretto da Sean S. Cunningham, è il film che ha generato il più incredibile numero di sequel e imitazioni che la storia del cinema horror ricordi. Con un cast di adolescenti (incluso un giovanissimo Kevin Bacon) e l’uso creativo di affilati strumenti in mano ad un brutale stalker con una madre che lo adora, il film è uno dei migliori slaher degli anni ’80 ed è diventato un cult assoluto.

L’Esorcista Extended Director’s Cut:
Controverso e amatissimo sin dalla sua prima uscita nelle sale, L’Esorcista continua ad affascinare il pubblico di oggi ed influenzare il cinema contemporaneo. L’edizione Blu-ray include sia la versione Cinematografica Originale del 1973 che la versione Extended Director’s Cut del 2000, nella quale il regista William Friedkin e il produttore/sceneggiatore William Peter Blatty hanno aggiunto 11 minuti di scene inedite per un’esperienza ancora più terrificante. Vincitore dell’Oscar® per la Migliore Sceneggiatura Non Originale e per il Miglior Sonoro, L’Esorcista ci ha regalato diverse scene memorabili, che fanno oramai parte dell’immaginario collettivo.

Annabelle:
La vera storia di Annabelle inizia qui.
In questo thriller che ha come protagonista la terrificante bambola già incontrata in L’evocazione – The Conjuring, John Form regala a sua moglie una bellissima e rara bambola vintage, che indossa un abito da sposa bianco candido. La felicità di Mia per il dono ricevuto, però, durerà molto poco.

Annabelle 2 – Creation:
L’avete vista distruggere vite. Ora, i maestri del terrore già produttori di The Conjuring vi sfidano ad assistere alla terrificante storia della sua creazione. Diversi anni dopo la tragica morte della loro bambina, un fabbricante di bambole e sua moglie accolgono in casa una suora e alcune ragazze provenienti da un orfanotrofio che è stato chiuso. Quella che sembra essere la risposta alle loro preghiere diventa però una maledizione, quando le loro ospiti diventano l’obiettivo della bambola posseduta Annabelle.

IT (1986):
Una forza malefica si aggira in una piccola cittadina del New England assumendo le sembianze di un clown… Terrorizza i giovani spingendoli verso un destino fatale, fino a quando alcuni astuti ragazzini decidono di reagire. Ma il male riappare a 30 anni di distanza, ancora più malvagio e letale. Sarà necessario unire nuovamente le forze per combatterlo.
La miniserie IT ci costringe ad intraprendere un viaggio attraverso le nostre paure più profonde. Tra gli interpreti: Harry Anderson, Annette O’Toole, John Ritter e Richard Thomas.

IT (2017):                                                                                                                               
Il capolavoro horror di Stephen King prende vita per la nuova generazione. A Derry, Maine, sette giovani amici si uniscono contro una terrificante creatura soprannaturale che tormenta la loro cittadina da secoli. IT, che si fa chiamare Pennywise il Clown Danzante, è un mostro dal potere indicibile che prende la forma delle paure più spaventose di ognuno. Minacciati dai loro peggiori incubi, l’unica speranza che questi ragazzi hanno di sopravvivere a IT è di unire le forze.

The Conjuring:
Ispirato ad eventi realmente accaduti, The Conjuring – L’Evocazione racconta la storia vera di Ed e Lorraine Warren, due investigatori del paranormale di fama mondiale, chiamati ad aiutare una famiglia terrorizzata da una presenza maligna che si nasconde nella loro fattoria isolata.

The Conjuring 2:
La candidata all’Oscar® Vera Farmiga e Patrick Wilson tornano nel ruolo di Lorraine e Ed Warren che, in una delle loro più terrificanti indagini paranormali, si recano a Londra per aiutare una madre single che vive da sola con quattro bambini in una casa infestata da spiriti malvagi.
Conosciuto come l’Amityville Britannica, il caso Enfield è uno dei più documentati nella storia del paranormale. Ecco la verità dietro l’evento che ha scioccato il mondo.

The Nun:
Quando una giovane suora di clausura si toglie la vita in un’abbazia in Romania, un prete con un passato burrascoso e una novizia in procinto di prendere i voti, vengono inviati dal Vaticano per investigare sull’evento. Insieme scopriranno il diabolico segreto dell’ordine. Mettendo a repentaglio non solo le proprie vite, ma anche la loro fede e le loro anime. Molto presto l’abbazia diventerà un un campo di battaglia tra i vivi e i dannati.

La Collana Home Video Horror Maniacs e tutti i prodotti Warner a tema Horror
sono disponibili per l’acquisto anche sullo store Amazon dedicato:
WARNER BROS. HORROR MANIACS


L.

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