[Telemeno] 1985 – T.J. Hooker

È esistito un tempo in cui la passione marziale ha spinto alcuni visionari a tentare una strada senza uscita: portare il “cinema di menare” in TV. Per lo più sono esperimenti falliti, ma hanno comunque lasciato tracce importanti nell’immaginario collettivo. Ecco le loro storie.


Anno 2002. L’agente di polizia Eddie Murphy e il detective Robert De Niro si ritrovano protagonisti di un reality poliziesco diretto da William Shatner: cioè lo spunto del film Showtime (2002).

Due dei più noti finti poliziotti di sempre

Murphy fa subito il lecchino, va da Shatner e gli dice:

«”T.J. Hooker” è stata purtroppo la serie meno apprezzata di tutte quelle sui poliziotti: credimi, T.J., nessuno entrava dalle porte meglio di te.»

Shatner, che interpreta Shatner, insegna a De Niro a saltare sulle auto senza farsi male, facendosi male: la scena è così verosimile che appena finita tutti i membri della troupe accorrono per salvare l’attore, che sicuramente si è fatto male. Shatner si alza illeso, stava solo recitando: ci vuole altro per fermare il poliziotto più poliziotto dei poliziotti in TV.

Quando vedete un’ombra che corre, Shatner è lì!

Avevo nove anni quel 1983 in cui Canale5 portò in Italia la serie TV “T.J. Hooker“, abbondantemente replicata dalle reti Fininvest ma solo all’interno degli anni Ottanta, quindi è facile che i “nati dopo” non abbiano mai avuto la fortuna di aver visto il secondo poliziotto più gagliardo della storia. Il primo è ovviamente Terence Hill in Poliziotto superpiù (1980), che ho avuto l’onore di vedere in sala considerandolo il film più grandioso mai visto nella mia vita. (Avevo sei anni!)
Vista oggi, potreste considerarla una serie datata, troppo piena di stereotipi anni Ottanta, ma sbagliereste: l’unica differenza tra “Supercar”, “A-Team”, “Hazzard”, “Chips” e “T.J. Hooker” è che solamente quest’ultima non va in onda tutti i giorni da quarant’anni. All’epoca, quando tutte queste serie sono arrivate e il giovane Etrusco faceva la spola da una all’altra, state certi che Shatner e i suoi capelli diversamente naturali non era secondo a nessuno.

La serie che ha accompagnato i miei anni Ottanta

Era il decennio della saga di Scuola di polizia, finiti gli anni Settanta dell’odio contro “la pula” e sfumati gli anni di piombo dei primi Ottanta, ormai la divisa in TV spaccava, e come portava la divisa Shatner non la portava nessuno.

Va’ che divisa: e i pigiamini colorati di “Star Trek”… muti!

«Il mio nome è T.J. Hooker, ma non perdete il sonno a chiedervi per cosa stia T.J.: per quel che vi riguarda, il mio nome è… sergente!» Così si apre l’episodio pilota girato perché fosse approvata la serie, racconta Shatner nella sua biografia Up Till Now (2008), raccontando la storia di un veterano del Vietnam, ex Berretto Verde, che è diventato detective ma quando il suo collega è stato ucciso ha indossato di nuovo la divisa ed è sceso in strada: a scatenare una guerra al crimine che neanche se la sognano.

All’inizio, ricorda l’attore, doveva essere una serie su un istruttore e otto giovani poliziotti alle prime armi, con le loro storie e i loro rapporti personali, «si pensava ad una specie di Dallas ma con i poliziotti». Poi si capisce subito che il pubblico vuole altro e la serie si focalizza su Hooker, che invece doveva essere una figura marginale di istruttore: d’un tratto diventa il protagonista e il nome nel titolo. «Comunque non mi hanno aumentato il compenso».
Per capire il successo immediato a livello popolare, Shatner racconta che dagli anni Sessanta ogni volta che la gente lo vedeva a girare per strada diceva «Guarda, c’è il capitano Kirk»: il giorno dopo la messa in onda del primo episodio di questa serie, ha sentito qualcuno dire «Guarda, c’è T.J. Hooker».

Secondo voi, una serie televisiva di ben cinque stagioni, con novanta episodi di vita poliziesca per le strade e ospitate di alto profilo – ancora oggi è mitologica la puntata in cui appare Leonard Nimoy: Kirk e Spock insieme in borghese! – poteva ignorare la febbre della marzialità orientale? Giammai!
Il 15 ottobre 1983 va in onda l’episodio 3×03, Chinatown, un titolo quasi obbligatorio per l’epoca, e un’occasione per chiamare tutti i caratteristi asiatici di Los Angeles: tutti volti che abbiamo già incontrato in ogni puntata di questa rubrica.
Il primo passaggio italiano sicuro dell’episodio risale al 9 febbraio 1987, ma è facile ce ne siano anche di precedenti.

E ti pareva che George Cheung non faceva il cattivo?

Il solito George Cheung tanto per cambiare fa il boss cattivo, stavolta impegnato nella vendita di armi illegali importate dall’Oriente: i mitragliatori Uzi. Che uno dice “Uzi” e pensa al Vietnam, infatti Hooker ci spiega che i Viet-Cong rubavano quelle armi ai soldati americani.
Va bene, qualche puntiglioso potrebbe chiedersi perché mai invece dei consueti M16 i soldati americani dovessero girare con gli israeliani Uzi (così chiamati dal loro inventore Uziel Gal, israeliano appunto), ma questa non è una “serie di concetto”: non va ascoltata, va vissuta!

Tutti a scuola marziale da Al Leong

Immancabile la scena della palestra con gli sgherri che si allenano, un’occasione per mostrare in azione il decano baffuto Al Leong, ma tranquilli che a fare il bullo troviamo anche il suo pupillo James Lew, futuro re del settore.

James Lew, a sinistra, sempre più bullo

Erano anni che Hooker non entrava a Chinatown, per via di una brutta storia di donne: in realtà è quello che io chiamo “Fattore Jigen”. Quando da ragazzino amavo alla follia la serie animata “Lupin III”, mi infastidiva che ogni singolo episodio vedesse Jigen ricordare accigliato qualcuno che aveva conosciuto in passato e ora quello aveva ripercussioni sul presente. Il personaggio non ha mai avuto altra caratterizzazione, e purtroppo non era il solo.
Appena gli sceneggiatori avevano bisogno di inventare un personaggio, tranquilli che l’eroe di turno già lo conosceva in passato. Proprio come Kirk, che appena nella puntata di “Star Trek” veniva citato qualcuno di nuovo esclamava “Ma certo, abbiamo fatto l’Accademia insieme”, così Hooker ogni volta già conosceva qualcuno e aveva vissuto un’esperienza traumatica in passato. Fattore Jigen, grande protagonista della narrativa dell’epoca.

Invece Hooker era in anticipo con il tonfa, visto che i film marziali ancora non l’avevano sdoganato sullo schermo. Storica arma del kobudo di Okinawa, il tonfa fa parte di molte arti marziali asiatiche ma è anche in dotazione alle forze di polizia: ignoro se tutti i poliziotti americani ce l’abbiano, ma quelli della Los Angeles televisiva anni Ottanta lo usano che è un piacere.
In questa puntata dunque Hooker ritrova il passato amore a Chinatown, regola i conti col passato e già che c’è ferma il boss locale a colpi di tonfa, dimostrandosi più in gamba di un maestro marziale. Giusto per ricordare che gli altri eroi giocano: T.J. Hooker è maledettamente serio!

Saltiamo all’episodio 4×14 (2 febbraio 1985: il primo passaggio italiano sicuro risale al 18 marzo 1987) e continuiamo a parlare di vietnamiti: ma che c’entrano con i cinesi? Perché mai Chinatown dovrebbe essere piena di vietnamiti? Forse perché all’epoca erano gli asiatici più famosi nella cultura popolare, visto che ormai l’odio per i giapponesi era evaporato dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Stavolta i cattivi hanno altre facce, così ad interpretare due vietnamiti signori del crimine troviamo il coreano Soon-Tek Oh e l’hawaiiano Clyde Kusatsu, entrambi volti molto noti dell’epoca.

Il coreano che non ha mai interpretato un coreano

Tranquilli, c’è spazio anche per il nostro James Lew, che non possiamo mica ridurre troppo la quota marziale.

C’è sempre un’inquadratura pronta per James Lew

Visto che i cattivi vietnamiti gestiscono un circuito di prostituzione, servirebbe una poliziotta bionda e piacente per andare sotto copertura: toh, guarda la combinazione, ce l’abbiamo. L’agente Sheridan interpretata da quella Heather Locklear di cui ero pazzamente innamorato da bambino.

Ah, quando in TV c’erano le poliziotte bionde…

Tutto va come deve andare ma non c’è spazio per la marzialità, stavolta si risolve tutto a pistolettate. Però poi arriva il 1986 e non si può più presentare un prodotto televisivo d’azione privo di marzialità.
Il 21 maggio 1986 va in onda il doppio episodio 5×16 (in pratica un film televisivo) dal titolo più che esplicativo: Blood Sport, giusto un paio d’anni prima che Van Damme renda celebre l’espressione.
Non sono riuscito a stabilire l’arrivo in Italia del doppio episodio, ma è facile che sia avvenuto in tempi successivi alla serie, visto che il nome del protagonista viene pronunciato Hòker: dopo dieci anni a pronunciarlo Hùker, il miglior doppiaggio del mondo ha colpito ancora.

Trasformazione da T.J. Hooker e Magnum P.I.

All’epoca era una grande consuetudine televisiva la “puntata speciale alle Hawaii”, in cui una serie cittadina veniva mandata in trasferta per farle prendere un po’ d’aria. Mitica la doppia puntata di Jessica Fletcher incontra Magnum P.I. (novembre 1986).
Qui l’agente di polizia che domina le strade di Los Angeles si trasforma in investigatore da spiaggia, facendo anche la guardia del corpo di un suo vecchio amico – come sempre, secondo il Fattore Jigen – diventato ora politico: la yakuza vuole morto il politico, perché è noto come le statunitensi Hawaii brulichino di mafiosi giapponesi. E il capo dei giapponesi non poteva essere che… il coreano Soon-Tek Oh, di ritorno dal Vietnam di Missing in Action 2 (1985)
In fondo fra il 1981 e il 1986 è apparso in ben quattro episodi di “Magnum P.I.” in ruoli sempre diversi: un vietnamita, un giapponese, un cinese e ancora un vietnamita. Un coreano che sta bene su tutto.

Ma almeno una volta me lo fate fare il coreano?

«Riconosco un farabutto di Yakukza a prima vista», esclama aspro Hooker, e lui che fa l’agente di polizia a Los Angeles di yakuza ne incontra tutti i giorni: lo chiamano per le fiere di paese a tenere lo spettacolino “Riconosci lo yakuza”.

Un mese prima che esca Karate Kid 2 vediamo Yuji Okumoto fare l’hawaiiano, quando poteva fare benissimo il giapponese, ma a forza di fare un minestrone di razze e di vestiti – c’è gente in camicia e giacca e gente ignuda! – ad un certo punto gira la testa: diciamo che non è una puntata per palati fini.

Ghirlande, kimoni, costumi, giacche… ma che è ’sto casino?

Però si riscatta con l’idea che alla fine Hooker se la deve vedere a mani nude contro Al Leong: l’incontro dell’anno!
Peccato che la totale cialtroneria del regista renda completamente inguardabile la scena.

Tranquilli, c’è sempre spazio per Al Leong

Proprio l’incapacità del regista di girare una semplicissima scena d’azione fa capire la novità di quella “moda”: non sono più le storiche scazzottate all’americana presenti in un mare di film, è qualcosa di nuovo che prevede non più una camera fissa sull’eroe bensì una costruzione della scena e un montaggio che sappia capire quando mostrare la tecnica e quando mostrare chi la subisce.
Qui tutto è sballato, la cinepresa è sempre nel punto sbagliato e il povero Al Leong si ammazza ad eseguire tecniche che non vengono inquadrate. Addirittura tira un calcio volante che finisce a rompere il finestrino di un’auto, ma non si vede perché la cinepresa sta inquadrando Hooker. Insomma, è un mondo nuovo, quello marziale nella TV americana, e tutti stanno procedendo un po’ a tentoni.

Un coreano con spada giapponese alle Hawaii!!!

Stando alla biografia di Shatner, i poliziotti americani amano da morire “T.J. Hooker”, e che una serie così conservatrice, omologata e omologante, si apra alla moda marziale – cioè un qualcosa di importato da quell’Asia vista con così profonda diffidenza – fa capire la potenza di un fenomeno che nessuno poteva ignorare, men che meno una fucina di miti come la narrativa televisiva.

Figaccioni anni Ottanta

A serie avanzata si inventeranno che T.J. sta per Thomas Jefferson, ma potevano evitarsi questa cafonata: T.J. Hooker è il nome più gagliardo della polizia televisiva, e rimane un mito anni Ottanta che porto nel cuore. E ora, vai con la sigla: ta-ta-tah ta-taaaaaaaaah…

L.

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[Italian Credits] Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

Vasquez che si appresta a digitalizzare una VHS!

Continuo a presentare la meravigliosa opera di Vasquez, che tenendo fede al proprio nome si è stretta la fascia in testa, ha imbracciato il suo smart gun ed è scesa nei piani inferiori della stazione di Hadley’s Hope: là dove teneva preziose videocassette sciabordanti edizioni italiane perdute.

Grazie all’acquisto di un semplice cavetto USB di acquisizione audio-video – che raccomando a chiunque voglia seguire le orme della nostra Colonial Marine – Vasquez ha recuperato le proprie VHS dalle insidie dei facehugger della polvere e le ha riportate in salvo, digitalizzando film la cui edizione italiana è ormai dimenticata ma soprattutto condividendo con tutti questo suo patrimonio.

Il film che ci regala questa settimana è Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow, 1999) di Tim Burton, disponibile dal giugno 2020 in una pregiata edizione speciale Blu-ray della Paramount.

Le schermate sono tratte da un’edizione VHS Cecchi Gori del settembre 2000: l’anno è scritto sulla locandina, il mese è una mia ipotesi, visto che su eBay è in vendita una copia ex noleggio con il “numero di serie” della videoteca e la scritta “09/00”.

Il film l’ho visto una volta sola all’epoca e mi imponevo di dimenticarlo già mentre lo stavo vedendo, quindi non saprei cos’altro dire sull’opera di Burton. Splendido invece il lavoro dei distributori italiani, che si sono messi a ricreare le animazioni delle scritte anche nella nostra lingua: è un peccato che tanta fatica sia andata del tutto cancellata, con la versione DVD del film.

Ecco il video con i titoli di testa del film, finché YouTube non mi cancella anche questo profilo.


Titoli di testa


Titoli di coda


L.

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[Italian Credits] La cosa (1982) Auguri, Maestro!

Oggi compie 73 anni un grande maestro del cinema, un certo John Carpenter che potrebbe anche diventare famoso.

In suo onore ecco una “puntata speciale” della rubrica, con i rari titoli di testa italiani del film La Cosa (The Thing, 1982) che per me è il “Carpenter del cuore”.

Si uniscono alla celebrazione Cassidy, che recensisce il nuovo album del Maestro (Alive After Death) e Sam Simon, che recensisce il film Essi vivono (1988).

Infine, ai festeggiamenti partecipa anche Johnny Cannuccia 666, nuovo CEI (Conservatore di Edizioni Italiane) che entra fra gli Angeli del Zinefilo: è lui che dal suo canale YouTube ci regala la rara registrazione della VHS CIC Video con i titoli di testa italiani del film.

Se pensate che non ci sia niente di speciale in questi titoli, se li date per scontati, permettetemi di mostrarvi come il film viene trasmesso in TV: ecco per esempio il passaggio su Italia2 dell’8 giugno 2018:

Capite che c’è un grandissimo e pressante bisogno di conservare le dimenticate versioni italiane dei film?


Titoli di testa


Scritte interne


L.

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Jackie Chan Story 18. Miracles

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

A forza di parlare dei suoi grandi film si rischia di pensare che Jackie faccia solo quello: è ormai un pezzo da novanta del cinema asiatico, quindi tra una caduta e l’altra non se ne sta con le mani in mano. Ha fondato una casa di produzione, la Golden Way, e nel 1988 produce Rouge, una “storia d’amore ectoplasmatica” con protagonisti due grandi divi musicali: Anita Mui, considerata la Madonna di Hong Kong, e Leslie Cheung. Poi il vecchio amico See-Yuen Ng, che aveva portato Jackie alla Seasonal Films regalandogli l’occasione della vita, gli propone una giovane atleta americana che sta facendo furore ad Hong Kong: una certa Cynthia Rothrock. «Rothrock è una rarità ad Hong Kong, si è fatta un nome da sola in un’industria prevalentemente asiatica e maschile: ero così colpito dalle sue capacità che accettai di produrla», racconta il nostro nella sua prima biografia. Il film che le produce è Inspector Wears Skirts (1989), dove Cynthia è affiancata dall’eroina locale Sibelle Hu. Immancabile l’immediato seguito Inspector Wears Skirts II.

Dopo aver fatto lo stunt coordinator in Outlaw Brothers (1989), è il momento per Jackie di tornare ad uno dei suoi grandi film. Stavolta… il più ambizioso di tutti.


Angeli con la pistola

Leggenda vuole che Jackie ami molto i classici del cinema americano, che vedeva in TV da bambino, e ami reinterpretarli alla sua maniera, sebbene da vari indizi sia più plausibile che altri prendano queste decisioni per lui. Fatto sta che d’un tratto il nostro eroe si lancia in un’operazione che ha dell’incredibile: la reinterpretazione marziale di un grande classico americano come Angeli con la pistola (Pocketful of Miracles, 1961) di Frank Capra, in DVD Butterfly 2017. Incredibile la coincidenza per cui un paio di settimane prima di affrontare questo film la mia mica blogger Madame Verdurin l’abbia recensito nel suo Cinemuffin.

Angeli con la pistola è l’ultimo diretto da Capra, ed è basato sulla sceneggiatura che Robert Riskin aveva già scritto per Lady for a Day (1933), diretto dallo stesso Capra: non so come abbia fatto il regista a non annoiarsi a dirigere un film-fotocopia. In Italia si sapeva che Angeli con la pistola era una sorta di remake poi finalmente nel 1997 Tele+1 doppia e trasmette il film originale, con il titolo Signora per un giorno, ed è chiaro che non si può parlare di remake: è proprio una fotocopia! Semplicemente nel film del 1961 c’è il colore.

La storia verte su un boss della New York di inizio Secolo, Dave lo Sciccoso (Dave the Dude) interpretato dal mostro sacro Glenn Ford, contraddistinto da una cocente scaramanzia: è convinto che la sua attività proceda in modo roseo da decenni perché ogni giorno compra una mela da Apple Annie, simpatica vecchina alcolizzata interpretata da Bette Davis. Quando la donna, una umile venditrice ambulante, confessa di essersi spacciata per grande signora altolocata con la figlia lontana, e che ora detta figlia sta venendo a New York per farle conoscere il nobile futuro marito, Dave lo Sciccoso e la sua compagna ribelle Elizabeth detta Regina (Queenie) Martin organizzano quello che il nostro Eduardo Scarpetta aveva già raccontato decenni prima, in Miseria e nobiltà (1887): la mascherata dei poveri ma di buon cuore per fare bella figura con veri aristocratici dalla morale non cristallina.

Jackie nei panni di Glenn Ford con la sua “Queenie”: la compianta Anita Mui

Il film di Capra è una commedia sempre-verde che sta bene su tutto, infatti il tema è stato abbondantemente replicato da cinema e TV, ma ci sono almeno due grandi problemi che rendono difficile una versione con Jackie Chan. Il primo è che Glenn Ford ha un carisma indiscutibile che trasuda dallo schermo, cosa che il nostro eroe dal naso a patata sa benissimo di non avere, e il secondo è che il protagonista della vicenda è un signore del crimine: in Occidente amiamo i criminali, parteggiamo sempre per loro, spesso ci piace averli anche in Parlamento, ma per la cultura asiatica e per l’aura da bravo ragazzo di Jackie questo aspetto della trama andrebbe ritoccato.

Il 15 giugno 1989 esce nei cinema di Hong Kong Miracles, questa la traduzione dell’ideogramma cinese di un film distribuito poi come Mr. Canton and Lady Rose, Canton Godfather o Black Dragon. Da sempre inedito in Italia, finalmente la Dall’Angelo Pictures lo porta in DVD dal 2010 con il titolo The Canton Godfather.

Nel riproporre identico il film di Capra, Jackie e il suo fidato sceneggiatore Edward Tang trovano un sistema per risolvere in una mossa sola entrambi i problemi. Così la storia si apre con Kuo Chen-Wah (Jackie), povero ragazzo appena sbarcato ad Hong Kong in cerca di lavoro che per puro caso – dopo aver comprato una rosa da una mendicante – si ritrova in una faida mafiosa: morendo, il capo della banda lo indica immotivatamente come suo successore, scatenando le ire degli altri pretendenti. Ecco così che Kuo Chen-Wah si ritrova all’improvviso vestito in modo elegante ma buffo, totalmente fuori dal suo ambiente, a gestire una banda criminale essendo però un bravo ragazzo, e anzi tentando di tutto per cambiare attività. Ecco quindi giustificata l’assenza di carisma, visto che è un tizio qualunque che si ritrova al potere, ed è biasimata l’attività criminale in quanto si cerca sempre di arginarla.

Questo però Glenn Ford non lo faceva!

Finita questa parentesi iniziale, la storia segue fedelmente, passo dopo passo, il film di Capra, con l’unica differenza che invece di comprare una mela al giorno Kuo Chen-Wah acquista una rosa al giorno, dalla vecchia signora che poi gli chiederà aiuto all’arrivo della figlia da Shanghai.

La diva Anita Mui si prende molto più spazio della Queenie di Capra

Come sempre, Jackie ha un esercito di attori, caratteristi e cascatori da far lavorare, quindi ricostruire la rutilante Hong Kong di inizio Novecento è un’ottima trovata: scene ambientate al porto, per le strade, in hotel, in night club e via dicendo garantiscono alla folla di suoi amici e collaboratori di avere un posto in scena. Da notare che oltre alla secchiata di volti noti, ormai collaboratori fissi di tutti i grandi film di Jackie, appaiono vecchi amici come il comico Richard Ng, che già aveva lavorato nella Lucky Star Saga.

Il capo della polizia pasticcione con la faccia di Richard Ng

Ma c’è anche spazio per alcuni decani di Hong Kong, per esempio Tien Feng, che nei primi Ottanta appariva spesso nei film di Jackie…

Il mitico maestro buono di Dalla Cina con furore (1972)

… ma soprattutto Lo Lieh, il mitico primo attore di Hong Kong a diventare famoso a livello internazionale nei panni di star marziale, cosa che non è mai stato ma all’epoca bastava agitare “cinque dita di violenza” per essere considerati campioni.

Lo storico Lo Lieh, l’uomo dalle cinque dita di violenza

Comunque il punto focale del film è la costruzione delle scene: Jackie stavolta punta più alto che mai, non limitandosi a studiare la regia perché sia funzionale all’azione ma perché sia buona di per sé. I giochi di camera, i virtuosismi e i piccoli piani sequenza di questo film sono incredibili, soprattutto perché arrivano da chi non aveva dato prova di essere interessato all’arte cinematografica “pura”. Racconta Jackie nella sua autobiografia:

«Come regista ho usato questo film per sperimentare la mia tecnica, usando angolazioni ampie e carrellate. Una delle sequenze che preferisco, che ha richiesto tre giorni di lavorazione, è il piano sequenza di Anita Mui che cammina per il Grand Hotel, da una stanza all’altra mentre l’operatore davanti al lei riprende con la steadycam. Il film è costato 64 milioni di dollari di Hong Kong ed ha richiesto nove mesi di riprese, il che non è piaciuto molto alla Golden Harvest. Inoltre non è andato bene al botteghino, dati i costi, ma per me sarà sempre un film speciale.»

Nei titoli di coda vediamo Jackie fare anche l’operatore di steadycam

Visto che nel 1998 della sua biografia Jackie considera Miracles «il mio preferito tra tutti i miei film», stupisce che l’operazione registica non sia stata ripetuta in seguito: probabilmente il pubblico non ha apprezzato i virtuosismi tecnici e non ha premiato un Jackie Chan Movie dove combattimenti e cadute sono limitati a pochissimi minuti. È un peccato che un talento così promettente sia stato tarpato.

Un altro combattimento su scala, prima dell’apoteosi di Jet Li e Donnie Yen


Pagare un vecchio debito

Come più volte specificato nella sua prima biografia, uno dei princìpi con cui Jackie è stato cresciuto è che un impegno va sempre rispettato, e un favore ricevuto è come un impegno che, prima o poi, va onorato restituendo il favore. Come abbiamo visto, alla fine del 1979 Jackie ha dei problemi con la mafia perché Lo Wei, amico di un boss locale, vuole che torni a lavorare per lui: solo un lavoro di “diplomazia” curato da Jimmy Wang Yu è riuscito a risolvere la situazione e a togliere Jackie dal mirino di quella triade. Jackie non è tipo da dimenticare un favore del genere, così quando Wang Yu gli chiede di partecipare al film taiwanese che sta curando il nostro eroe accetta subito, anche se in seguito (come visto) confesserà di stimare molto poco il prodotto finale.

Il piccolo Island of Fire esce nel 1990 a Taiwan, città natale di Wang Yu (dove, racconta Jackie, pare sia molto stimato dai gangster locali), e arriva ad Hong Kong il 1° agosto 1991. Prodotto e interpretato da Wang Yu, il film diretto da Kevin Chu viene distribuito nei Paesi anglofoni con vari titoli – da The Burning Island a The Prisoner – e rimane inedito in Italia.

La storia confusionaria si svolge interamente in un carcere, dove man mano arriva gente con varie motivazioni, spiegate in veloci inframezzi narrativi che racchiudono in pochi minuti una quantità esagerata di eventi. In alcuni punti sembra un film ad episodi, che apre parentesi dedicate a singoli personaggi che poi scompaiono e riappaiono alla fine. La struttura zoppicante forse è dovuta al fatto che alla chiamata di Wang Yu hanno risposto ben tre dei “dragoni” della Golden Harvest: non solo Jackie, ma anche Sammo Hung e il giovane ma già famoso Andy Lau, che teoricamente qui è protagonista.

Jimmy Wang Yu chiama, i Dragoni rispondono

Non puoi avere tre star di questa grandezza senza dare loro lo spazio che meritano, si dev’essere detto Wang Yu, quindi vediamo lunghe e totalmente immotivate sequenze con questi eroi protagonisti, tutte storie che non si amalgamano mai, non vanno a formare alcuna trama complessiva: al massimo è un minestrone dove non tutti gli ingredienti sembrano scelti apposta. Piuttosto sembrano buttati in pentola a casaccio.

Sammo nel ruolo dell’intrallazzone del carcere, con la mania dell’evasione

Uno spazio importante se lo ritaglia giustamente Wang Yu, che si trucca con un vistoso tatuaggio “mafioso” e una grande cicatrice sul volto: purtroppo non basta a togliergli l’aspetto “tenero” da bambinone. Il suo ruolo da “re dei carcerati” è davvero inconsistente ma per fortuna dura poco.

Wang Yu ce la mette tutta, ma sembra la parodia di uno yakuza

Lo stesso Island of Fire ha una dose di marzialità interessante, con Jackie, Sammo e Andy che regalano oro alle scene d’azione e già che ci sono riciclano qualche loro cavallo di battaglia dell’epoca – come le cadute attraverso i vetri – regalando al film almeno un motivo per recuperarlo.

C’è qualcosa in cui Jackie non sia un maestro?

Chiudo con la partita a biliardo in cui Jackie si lancia durante la parentesi dedicata al suo personaggio. Nella sua biografia ha raccontato di come da giovane cascatore frequentasse molto spesso il bar insieme ai suoi amici, dove giocava anche a biliardo, e forse è lì che ha imparato le tecniche in cui si lancia in questo film. Curioso che non le abbia “riciclate” in qualche suo film più famoso. Forse perché oggettivamente vederlo primeggiare anche al tavolo verde lo rende decisamente odioso: c’è qualcosa che non sappia fare?

(continua)


L.

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Blackwater Trail (1995) Il sentiero delle vedove

Torno ad attingere allo scaffale dove custodisco i DVD dove la Z è più letale, la cui puzza emana dalle custodie e mi indica il prodotto più rancido da recensire: il mio naso dice che è il momento di parlare di Blackwater Trail (1995), preso sulle prime bancarelle del 2020.

Number One Video lo porta in VHS (in data ignota) con il titolo Il sentiero delle vedove. Il primo passaggio televisivo noto è su Rai2 nella prima serata di mercoledì 19 novembre 1997.
La famigerata Vistarama (Quinto Piano) lo porta in DVD nel settembre 2003.

Da notare la finezza del titolo italiano appena leggibile

Andy si è suicidato e questo ha gettato nella depressione tutti i suoi amici: chi mai avrebbe immaginato un gesto simile? Si potrebbe capire se Andy scrivesse sceneggiature per filmacci di serie Z, cosa che prima o poi si paga, ma non sembra fosse questa la sua professione.
Mentre tutti piangono al suo funerale, ripentendosi che Andy si è ucciso, c’è solo una donna – Cathy (Dee Smart) – che sussurra una verità ben diversa: Andy è stato ucciso. Allora mi sa che le scriveva davvero sceneggiature per filmacci, e qualche spettatore gliel’ha fatta pagare.

Quando in un funerale spunta Judd Nelson, capisci che al peggio non c’è mai fine

Allo stropicciato amico Matt (Judd Nelson: ve lo ricordate? Dopo solo dieci anni dal lancio di Breakfast Club è già nella Z profonda da almeno venti!) la donna rivela che ha ricevuto un nastro registrato dall’assassino di Andy, un serial killer con parecchie vittime nel curriculum e che, desideroso di dare un indizio alla donna, continua a ripetere un passaggio del Vangelo di Marco:

«Divorano i beni delle vedove e fingono di fare lunghe orazioni: saranno più severamente giudicati.»

Mentre nell’originale viene letta fedelmente la versione americana, la storica traduzione di Re Giacomo, in italiano addirittura si “migliora” il testo, e invece di «le case delle vedove» riportato nelle varie traduzioni nostrane si preferisce «i beni delle vedove». L’originale greco è tas oikias, “le case”, ma evidentemente il traduttore italiano sa che il vero senso è “i beni”. Per me ci può anche stare, tocca vedere che ne dice Marco.
Certo, sarebbe stato più gagliardo se per il film avessero scelto qualche passo successivo, così da avere un nuovo Mark 13 dopo Hardware (1990).

Don Judd e il caso dell’assassino che cita i Vangeli

Matt tituba, tentenna, non crede a Cathy ma poi non può fare a meno di notare come i di lei “amici” stiano disponendo delle proprietà del defunto (i beni delle vedove) e nel discorso guarda caso esce fuori che il bacino idrico del posto, chiuso da anni, si chiama “Il sentiero delle vedove” (Widow’s Track). Anche uno dalla faccia diversamente sveglia come Matt comincia a mettere insieme i puntini del mistero.
Il personaggio ci viene presentato come uno di provincia che ha abbandonato il paesello in favore della grande città, dove è diventato un famoso romanziere (con però un solo libro all’attivo, per di più un’antologia di racconti), però non ci viene detto che tipo di romanzi scriva. Forse non gialli, visto il modo in cui gestisce questa sorta di “indagine” paesana.

Una citazione biblica dal Manoscritto della Mano Morta

Servono indizi belli grossi per smuovere il sonnolento pseudo-investigatore, che ficcando il naso dove non dovrebbe trova un’altra citazione biblica:

«Mantieni la fede e la buona coscienza, perché coloro che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio.»

Non so perché venga specificato come questa sia una parafrasi del passo di 1 Timoteo (1,19), visto che è la citazione esatta, comunque subito dopo il nostro eroe trova Salomone (6,12), «Un giardino recintato è mia sorella, la mia sposa è una sorgente asciutta, una fontana sigillata». A un certo punto è lecito aspettarsi una citazione da Babbei (6,1): «E il Signore disse: Andy non è morto suicida».

Per un’indagine ben fatta, bisogna aprirsi la patta

Arrivati alla ventesima citazione biblica ho capito come mai lo sceneggiatore (che non merita di essere citato) non ha più lavorato in seguito: va bene condire, ma usare riferimenti religiosi come unica trama è davvero criminale. In pratica il vero assassino ha letteralmente riempito ogni centimetro del paesello di “indizi” in una folle caccia al tesoro che i due protagonisti devono seguire. Trovano un orecchio qua, una mano là, due zebedei di spettatori annoiati qui e via dicendo.
Dato poi che il paese in questione appartiene ad una qualche deriva genetica per cui tutti hanno la faccia brutta da cattivi e colpevoli, la visione diventa subito imbarazzante.

Possibile non ci sia in paese qualcuno che non sembri un assassino?

Per fortuna Judd Nelson ci ha abituati alla Z più letale mai immaginabile, da anni vediamo la sua testa dotata di occhi tristi spuntare dai sanitari cinematografici più intasati – e te credo che ha gli occhi tristi! – quindi non è una sorpresa vederlo impegnato in questo ridicolo ruolo di “romanziere fallito che cerca riscatto risolvendo un caso nel suo paese natale”, tutta roba solo immaginata perché nel concreto Matt non fa proprio nulla se non mostrare in giro i suoi occhi tristi.
Ian Barry dirige uno nientino televisivo che sfuma nel vuoto mentre ancora scorrono le immagini: ad un certo punto ti accorgi che stai fissando la parete, peraltro molto più interessante del film, e che il DVD ha finito di girare ed è tornato al menu. Quand’è finito il film? Chi era poi il colpevole? Non importa, il vuoto ti ha avvolto e ti ha rubato preziosi minuti di vita appresso agli occhi tristi di Judd Nelson.

Insomma, Z che puzza e che fa male. Quella che non può mancare nella videoteca casalinga di tutti noi!

L.

amazon– Ultimi film con Judd Nelson:

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[Film infranti] Childhood’s End (1954-2015)

Ci sono film che sembrano grandiosi “sulla carta”, il cui progetto ambizioso poi si scontra con un’esecuzione spesso dimenticabile, e ci sono film che rimangono grandiosi per sempre, semplicemente… perché non arrivano ad essere girati.
Per fortuna in alcuni casi ci restano testimonianze e ricostruzioni da utilizzare per raccontare il cinema anche quando non arriva su schermo, e per raccontare film che non esistono, se non nel loro progetto: per citare “Law & Order SVU”, ecco le loro storie.

Dopo aver letto su “Storie da birreriaquesto post del Moro, mi sono ricordato del romanzo Le guide del tramonto e di come lo abbia letto in ritardo, anni dopo che mio padre me l’aveva consigliato. Non ricordo nulla della storia, il che probabilmente indica che non mi sia piaciuta, ma amo Clarke e non resisto alle coincidenze astrali. Perché un mese dopo aver letto il citato post scopro che il romanzo è materiale per un “film infranto”.

Mi rivolgo così al grande cantore dei film tribolati o mai nati, David Hughes, e in particolare al suo saggio The Greatest Sci-Fi Movies Never Made (2001).


Kubrick e Clarke:
le guide del tramonto

Pubblicato da Ballantine nell’agosto 1953, Childhood’s End di Sir Arthur C. Clarke arriva velocemente in Italia grazie a Mondadori, che lo presenta nella storica collana “Il Girasole” nel novembre 1955, tradotto dal patrono Giorgio Monicelli. Le guide del tramonto riappare nella collana “Urania” (n. 467) nel luglio 1967 e conoscerà diverse ristampe in quell’universo, finché “Interno Giallo” nel 1990 chiamerà un altro traduttore – lo storico Riccardo Valla – e trasformerà il titolo ne L’angelo custode, ristampato ancora recentemente nell’antologia “La sentinella” (Net 2004). L’apparizione più recente è nella collana “I grandi della fantascienza” (Mondadori 2016).

Prima edizione Ballantine

Una leggenda narra che nel 1964 Stanley Kubrick si sia interessato all’idea di portare su grande schermo il romanzo di Clarke. Hughes racconta che Kubrick scrisse all’autore britannico la sua volontà di creare un grande film, che affrontasse temi come il senso della vita e il contatto con extraterrestri. I due si incontrarono alla Fiera Mondiale di New York del 1964, una “fiera del destino” visto che lì il tredicenne Kurt Russell (come racconta lui stesso in una puntata del “Graham Norton Show“) venne pagato cinquanta centesimi per il suo primo ruolo da attore: doveva dare un calcio negli stinchi ad Elvis Presley, cantante che Kurt poi avrebbe interpretato anni dopo. (Ma questa è un’altra storia.)

Mentre il giovane Kurt calcia Elvis, intanto Kubrick e Clarke parlano del futuro

Stando alle lettere di Clarke riportate da Hughes, Kubrick voleva «fare un film sulla relazione tra l’uomo e l’universo, qualcosa di mai tentato. Era determinato a creare un’opera che sollevasse emozioni di meraviglia… ma anche di terrore». Stando ad Hughes la prima scelta di Kubrick è caduta su Childhood’s End, ma visto che il romanzo era già opzionato per il cinema Clarke ha proposto il racconto La sentinella, con temi molto simili. L’accordo viene stilato e, com’è noto, il racconto viene esteso e divenne 2001: Odissea nello spazio (1968).

Per saperne di più mi rivolgo al delizioso saggio 2001 tra Kubrick e Clarke (2019) di Filippo Ulivieri e Simone Odino (autori che ho intervistato in occasione della pubblicazione). Qui viene citata la prima lettera con cui Kubrick ha contattato Clarke, datata 31 marzo 1964. Raccontano i due autori: «Le motivazioni da lui [Kubrick] indicate come più interessanti per realizzare una sceneggiatura insieme erano “la scoperta di intelligenze extraterrestri” e “l’impatto (o la mancanza di impatto) di tale scoperta sull’umanità”». Il problema è che a Kubrick è venuta l’idea di trattare fantascienza dopo aver ascoltato il radio-dramma della BBC Shadow on the Sun: mai si parla de Le guide del tramonto. Spiegano in nota i due autori:

«I documenti presenti presso gli archivi di Kubrick e Clarke non supportano l’ipotesi che il regista si sia concretamente interessato ad un adattamento di Guide del tramonto; è certo invece che Kubrick e la moglie Christiane l’avessero letto ed ammirato. Cfr. Michael Benson, Space Odyssey: Stanley Kubrick, Arthur C. Clarke, and the Making of a Masterpiece, New York, Simon & Schuster, 2008, pp. 38-39.»

Invece Hughes, sebbene anche lui riporti estratti dalla corrispondenza dei due autori, è più che convinto che Kubrick fosse interessato al romanzo di Clarke: anche di questi miti è fatto il cinema.


Il primo vero progetto filmico

Il numero 26 di “Starlog” (settembre 1979) riporta le parole di Arthur C. Clarke nel saggio The View from Serendip (1977):

«[Nel 1954] ho venduto Childhood’s End ad un produttore di Hollywood. Sebbene “Variety” almeno una volta l’anno ne annunci la messa in produzione, quella è stata l’ultima volta che ho avuto notizie dell’opera».

La Universal Pictures per anni ha continuato a confermare la sua opzione sui diritti cinematografici del romanzo di Clarke, senza però concludere mai niente, forse perché (suggerisce Hughes) gli effetti speciali non erano ancora in grado di garantire il risultato necessario o forse (penso io) perché sarebbe stato un film troppo costoso per un genere così poco stimato dal grande pubblico come la fantascienza pura, regina delle edicole ma sguattera dei grandi media. Tutto questo finisce con l’arrivo degli anni Settanta e l’esplosione della fantascienza “sociale”, cioè non quella degli alieni brutti e cattivi, che se ne rimangono nei drive in ad intrattenere le coppiette pomicione.

Stando ad Hughes è stato già nel 1975 che il produttore e sceneggiatore di lungo corso Gene Kearney ha proposto l’idea di portare al cinema quel romanzo di Clarke, con ciò che giustamente Hughes definisce «populist science fiction film», cioè fantascienza di puro intrattenimento e non di denuncia sociale come invece era imposto all’epoca dalle grandi produzioni. Dopo due anni di tentativi infruttuosi, quando Kearney lascia la Universal il progetto passa al produttore Philip DeGuere. Alla rivista “Starlog” (n 42, gennaio 1981) DeGuere racconta che «il potere di Childhod’s End non si inflaziona con il tempo, la vera ragione per fare il film è che la storia merita di essere raccontata al grande pubblico». Il produttore è convinto che il romanzo di Clarke possa piacere anche a quel grande pubblico che non ha alcuna familiarità con un genere che considera per maniaci un po’ fuori di testa, come la “fantascienza con alieni”. Quando nel maggio 1977 Guerre stellari cambia totalmente l’ago della bilancia, dimostrando che la populist science fiction, la fantascienza di puro intrattenimento, può conquistare il grande pubblico anche più di quella impegnata socialmente, la Universal decide che è finalmente il tempo di prendere in seria considerazione il progetto Childhood’s End.

DeGuere racconta che nell’estate del 1978 si pensa ad una miniserie televisiva di sei ore per la CBS, poi si cambia idea e si valuta un film televisivo di due o tre ore per la ABC, poi la terribile scoperta: qualcuno si accorge che nel frattempo sono scaduti i diritti sul romanzo, e bisogna rinnovarli. Ci vorranno nove mesi di trattative con Clarke per raggiungere un accordo soddisfacente per entrambe le parti – immagino infatti che Clarke si fosse reso conto dell’enorme interesse del cinema per la fantascienza, e che quindi i prezzi di dieci anni prima vadano sensibilmente aumentati – ma intanto DeGuere si mette a scrivere la sceneggiatura: settanta pagine in cui afferma di aver risolto ogni problema di adattamento dal romanzo al film. Per esempio fra i punti deboli c’è il fatto che i Superni (delizioso termine con cui Giorgio Monicelli ha tradotto Overlords, quando in Italia si parlava italiano) appaiono molto avanti nella narrazione, e che la prima parte del romanzo non ha legami con la seconda: questo funziona in un libro, non su schermo. «Non si può chiedere agli spettatori di aspettare un’ora e mezza per conoscere alcuni personaggi e poi, di punto in bianco, si salta di cinquant’anni nel futuro e parte una storia completamente diversa», racconta lo sceneggiatore.

Una delle splendide illustrazioni di Neal Adams

Nel gennaio 1979 viene siglato l’accordo per i diritti del romanzo di Clarke, DeGuere ha pronta la sua sceneggiatura e ha ingaggiato il celebre fumettista Neal Adams per creare alcuni concetti visivi da presentare alla Universal. Bisognava condensare scene complesse in pochissime immagini, quindi per DeGuere non c’era nessuno meglio di un fumettista per l’impresa. Adams legge il romanzo e presenta a DeGuere una serie di illustrazioni che secondo lui rappresentano le idee più importanti per la resa su schermo: l’arrivo dell’astronave dei Superni, sospesa su una grande città; il ponte della nave; l’apparizione dei demoniaci Superni; un panorama del loro mondo natale. Intervistato, Adams racconta i suoi sforzi per rendere l’impressione che le navi gigantesche dovevano dare. «Ho fatto un’illustrazione con qualcosa di gigante sopra una città, con l’ombra che si staglia sugli edifici: c’era la luce del giorno e ora d’improvviso c’è l’oscurità». Disegna le navi così grandi che volano al fianco delle nuvole. «Pensai che all’epoca fosse un’idea molto originale, cioè che in pratica potevi vedere le navi attraverso le nuvole».

Altre illustrazioni di Neal Adams

DeGuere è più che soddisfatto dei disegni di Adams, a cui affianca opere create da un altro artista, Anthony Scott Thom, e comincia anche a buttar giù idee su costumi e suppellettili dei Superni. Prepara degli schemi per costruire delle ali “a scomparsa” da far indossare agli attori, ma i tecnici della Universal sono categorici: quella roba non funzionerà mai. DeGuere insiste, fornisce loro i disegni per delle ali che si aprono e si chiudono alle spalle degli attori, e riceve un commento allibito da uno dei tecnici: «Quelle fottute ali funzionano!» A proprie spese DeGuere telefona ad Arthur C. Clarke dall’altra parte del mondo, visto che lo scrittore vive in Sri Lanka, e afferma di aver avuto da lui la “benedizione” per le scelte di sceneggiatura che ha dovuto adottare.

Se il produttore-sceneggiatore è entusiasta, lo è molto meno la Universal: fatti i conti, il film costerebbe almeno dieci milioni di dollari, quindi è escluso si possa fare per il mercato televisivo. Come dirà il disegnatore Adams, le sue illustrazioni furono così belle… che uccisero il progetto, visto che la Universal si rese conto che costava troppo realizzarle.

I Superni secondo Neal Adams

Intervistato nel 1981, ci racconta Hughes, DeGuere afferma che la Universal è perfettamente consapevole delle grandi potenzialità del progetto Childhood’s End, ma la storia non ha quegli elementi di provata funzionalità per il cinema del momento: non ha cioè quei temi che si sa con certezza piaceranno al pubblico. «Childhood’s End non ha una chiara battaglia tra bene e male, non ha gruppi di persone che corrono in giro sparandosi a vicenda, non c’è tensione né situazioni dove si rischi la vita». Inoltre la visione del futuro è così cupa e poco edificante che contrasta con quelle dei film di maggior successo dell’epoca, con cui il prodotto dovrebbe competere.

Il progetto viene soppresso nella culla perché troppo costoso per un successo non garantito. DeGuere è sicuro che prima o poi si farà, è sicuro che prima o poi qualcuno comprerà i diritti dalla Universal – che quindi ancora nel 2001 li possiede – e automaticamente si ritroverà la sua sceneggiatura tra le mani, capendo che i tempi sono maturi. «Gli adulti vedranno il film per la storia e i ragazzi per gli alieni e le astronavi», afferma DeGuere, fomentato da film con soggetti simili, cioè The Abyss (1989) di James Cameron e Contact (1997) di Robert Zemeckis. DeGuere è un sognatore, ma intanto ha firmato parecchi prodotti di qualità per la TV, come per esempio l’edizione anni Ottanta di “Ai confini della realtà“.

Non tutto del progetto però è stato accantonato: i disegni di Adams devono essere piaciuti, visto che – come nota il disegnatore – la sua astronave sulla città la si ritrova nella serie televisiva “V”. Adams si dice lusingato, così come quando ha visto la sua astronave tra le nuvole in Independence Day (1996), a dimostrazione che la sua idea aveva più potenziale che la sceneggiatura di DeGuere.

Nel 2015 i Superni appaiono sulla statua del Cristo in Brasile


E alla fine…
arrivano gli Overlords

Il progetto sembrava ormai sepolto nei primi anni Ottanta, e invece a sorpresa il canale fantascientifico Syfy – più noto in passato per i filmacci con bestiacce di case Z come la Asylum – presenta la miniserie in tre puntate Childhood’s End (giunta anche in Italia) diretta da Nick Hurran (che ha diretto episodi di serie famose, come “Doctor Who”, “Sherlock” e “Altered Carbon”) e scritta da Matthew Graham, sceneggiatore di lunga data (anche lui in “Doctor Who”), co-creatore di “Life on Mars” e creatore “Bonekickers”.

I soldi ci sono, o se non ci sono comunque sembra ci siano, perché gli effetti speciali sono “di classe” (cioè non esagerati e fatti con gusto), gli attori sono in forma e per l’occasione Graham (come ha dichiarato il 14 dicembre 2015 a DenOfGeek) si è inventato un personaggio nuovo, un’invasata religiosa di gusto discutibile ma che permette all’attrice Yael Stone di brillare, mentre intanto ci regala Lorna Morello: uno dei migliori personaggi di “Orange is the New Black“. Stando allo sceneggiatore l’aspetto religioso non era sufficientemente rappresentato nel testo di Clarke: chiunque pensi di saperne più di uno dei padri indiscussi della fantascienza, parte davvero male.

La prima puntata è la migliore, quella che fa esclamare “Abbiamo una nuova grande serie di fantascienza classica“, poi purtroppo la cosa sfugge un po’ di mano agli autori e diventa una lunga, lenta, tristissima discesa verso l’amarissima conclusione. Nella noia triste della seconda e terza puntata l’unica consolazione è che siamo guidati da Karellen, il Superno con il volto ipnotico di Charles Dance.

Anche il diavolo è bello, se lo interpreta Charles Dance

La storia è così tipicamente da “fantascienza scritta” che dubito sia mai esistito un momento nella storia cine-televisiva in cui sarebbe stato giusto raccontarla: il medium di solito preferisce trame con più avvenimenti e vicende più edificanti, mentre qui in pratica per tre ore non succede niente se non l’inesorabile destino dell’umanità (anche gli spunti e le sotto-trame che sembrano portare a qualcosa in realtà si perdono nel vuoto) ed è l’antitesi perfetta della “storia edificante”.

Lasciate che i pargoli vengano a me…

La serie è nata solo perché nel 2015 gli effetti speciali televisivi costano così poco che si è potuto creare un prodotto dignitoso senza i costi proibitivi che l’hanno tenuto in un cassetto dal 1954.

Effetti spendaccioni di stampo televisivo

L’infanzia dunque è finita e la storia del triste ma inesorabile destino dell’umanità è stata raccontata. Semmai fosse vera la leggenda che Kubrick nel 1964 voleva portare questa storia al cinema, direi che ripiegare su 2001 è stata un’idea decisamente migliore. A parità di “concetto”, cioè una storia che racconti il momento in cui l’umanità finisce il suo corso e si apre un nuovo futuro e una nuova dimensione, la narrazione e le vicende sono decisamente più cinematografiche.

Addio umanità, e grazie di tutto l’inquinamento.

L.

– Ultimi film infranti:

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Revelation (1999) La profezia di Jeff Fahey

La narrativa religiosa è un fenomeno più che consistente negli Stati Uniti, e André van Heerden è specializzato nel raccontarla in piccoli film televisivi: dopo aver scritto e diretto alcuni documentari religiosi, sale di livello girando quelli che teoricamente sarebbero “fanta-thriller a sfondo religioso” ma che in realtà sono messe cantate, con volti noti nel cast.
Prima di partecipare insieme a padre Kirk Cameron alla Saga di Lost Behind, con gli stessi autori-produttori si dedica ad un film a sé. Visto che i suddetti patroni sono i fratelli Peter e Paul Lalonde, quando giri un film con Pietro e Paolo come compagni capisci che il Cielo ti guarda. Ma ti guarda anche Zio: il dio della Z!

Che film potrebbero mai produrre due fratelli che si chiamano Pietro e Paolo?

Uscito in patria americana il 7 maggio 1999, l’unica distribuzione italiana di cui ho trovato traccia è il DVD Vistarama (Quito Piano) senza data che ho trovato sulle prime bancarelle del 2020, ma già possedevo nell’Archivio Etrusco la registrazione del passaggio televisivo su TeleRoma56 del 16 giugno 2019. Sempre con il titolo Revelation. La profezia.
Non ho trovato tracce di qualsiasi altro tipo di distribuzione italiana.

Una scritta iniziale ci informa che tre mesi prima degli eventi sono scomparse milioni di persone dalla faccia della Terra, quindi ci fa subito capire che il film si svolge nello stesso universo narrativo della trilogia Left Behind (di cui ho già parlato abbondantemente).
Purtroppo tra le persone scomparse non ci sono gli sceneggiatori di film religiosi, rimasti sulla Terra a scrivere pessimi copioni. Per esempio mentre ancora scorrono i titoli di testa Pietro e Paolo ci devono spiegare che il protagonista ha perso la moglie tanto pia, che a lungo ha cercato di portare la Luce nel cuore di lui, arido e sordo alle parole del Signore. Ecco un testo pregno pronunciato dalla donna:

«Apri soltanto uno spiraglio nel tuo cuore, ti scongiuro: si tratta dell’eternità!»

Chi è che potrebbe rimanere insensibile a queste parole? Ho messo subito in pausa il film e sono corso in chiesa…
Va specificato che Pietro e Paolo stanno portando avanti la loro saga da prima che i romanzi di Tim LaHaye diventino sceneggiature televisive, curate anche dai due fratelli, quindi diciamo che sono i pionieri del genere filmico “rimasti indietro”, e almeno dal 1998 di Apocalypse raccontano le storie dei miscredenti rimasti sulla Terra dopo che l’Ascensione ha portato i pii religiosi in Cielo.
Fra i miscredenti rimasti indietro c’è uno dei più amati eroi della Z: Jeff Fahey.

L’entusiasmo di Jeff nel partecipare a questo film

Qui interpreta Thorold Stone, un uomo distrutto dal chiamarsi Thorold, ma anche dall’aver perso in un attimo la sua amata famiglia. La moglie pia è scomparsa in un lampo perché è ascesa in Cielo (essendo pia, Dio l’ha piata!), ma il capolavoro lo abbiamo quando a scomparire è la figlioletta.
Vediamo Thorold, sempre triste per il suo nome, che spinge la figlia sull’altalena, mentre lei grida «sempre più in alto!», al che Thorold dà una spintona… e puf, la figlia non c’è più. Ma quanto ha spinto???

Quando spingi così tanto l’altalena… che la bambina ascende in Cielo!

Finito l’unico momento degno di nota del film, inizia la solita storia scritta da esaltati religiosi, che parlano con la stessa sottigliezza di un ultrà allo stadio. Così gli atei sono ovviamente tutti brutti e cattivi, volgari, maleducati e – come già diceva Dostoevskij – parlano continuamente di Dio. Addirittura il nostro Thorold, che neanche dopo la scomparsa della moglie riesce a sentire anche solo un briciolo di Dio nel proprio cuore, usa termini come «l’Onnipotente»: quale ateo userebbe quel termine?
Insomma, Corrado Guzzanti con il suo telepredicatore era stato ottimista: i mitici Chuck e Nora delle TV locali italiane erano dei moderati tolleranti, e soprattutto simpatici. Qui parliamo degli hooligans di Dio, pronti a spaccar teste col manganello del Signore.

Si capisce che è il diavolo o dobbiamo mettere più fiamme?

Intanto la trama pseudo-fanta-thriller prosegue con un piano diabolico dell’altrettanto diabolico Parker (David Roddis), che ha un’idea geniale. Si sta avvicinando il giorno del giudizio, ma se tutti sono impegnati coi caschi di realtà virtuale (con un software chiamato Giorno dei Prodigi), che la sua azienda sta per distribuire, non se ne accorgeranno e il Signore non li chiamerà a sé. Perché se non senti il campanello quando il Signore bussa alla tua porta, poi non ti lamentare che ti tocca rimanere sulla Terra.
Contro questo piano stanno lavorando quei ribelli che il mondo disprezza, chiamando Gli Avversi (The Haters) con una traduzione italiana da applauso. Quando in Italia si parlava italiano, nei tempi antichi, l’Avversiere era appunto il diavolo, cioè l’avversario di Dio, quindi la Terra formata da miscredenti, che credono in quella cosa brutta e cattiva chiamata “scienza”, considerano i cristiani degli avversari e quindi il traduttore sceglie “avversi”: applausi a scena aperta. Se il film uscisse oggi, avrebbero lasciato Haters.
Fra gli Avversi c’è la cieca di Sorrento, in arte Carol Alt.

La cieca Carol Alt che però vede col cuore… pieno d’ammmmòre

Carol ci regala la frase-capolavoro che vale l’intero film:

«Non sono vegetariana perché amo gli animali, ma perché odio le piante.»

Novantadue minuti di applausi: se tutto il film avesse lo stesso stile nei dialoghi.

Jeff torna alle origini, entrando in realtà virtuale

Nel precedente Apocalypse il mondo è stato salvato da un falso Messia, Franco Macalousso (Nick Mancuso, citato anche qui ma in realtà non si vede mai), che ha unito la Terra e portato la pace mettendo al bando i cristiani: e le altre religioni? Non esistono altre religioni.
Visto che ora nel mondo comanda la scienza (?), Thorold è convinto che moglie e figlia siano stati rapiti dagli alieni: ai suoi occhi è un’ipotesi molto più plausibile rispetto all’Ascensione. Ma l’unico modo per arrivare all’astronave madre… è attraverso Dio! Quindi Thorold ora vuole parlare con l’Onnipotente (così lo chiama, essendo ateo) per fargli una domanda tipo: “Scusi, signor Dio, ha mica visto un’astronave aliena con la mia famiglia a bordo?”

Attraverso la realtà virtuale del diavolo il nostro eroe potrà arrivare a Dio… no, basta, non mi fate andare oltre, che a tutto c’è un limite.

«Hai un momento Dio? No, perché sono qua, insomma ci sarei anch’io» (cit.)

Questi film pseudo-fanta-religiosi, in realtà messe cantate, sono tutti uguali: le scene principali si svolgono con i protagonisti seduti intorno a un tavolo a discettare di questioni religiose, mentre ogni tanto vediamo il cattivo di turno fare le boccacce così che tutti capiscano che è il diavolo.
Ogni personaggio parla come un volantino parrocchiale e potete star certi che quello che si professa più ateo diventerà la prima pecorella del Signore, come sempre avviene in tutte le produzioni americane.

Diciamo che Revelation vale la pena d’esser visto solo per le facce imbarazzate di Jeff Fahey, che oltre a fare il finto ateo deve pure tornare nella realtà virtuale che gli ha dato i natali: i giovani d’oggi conoscono Il tagliaerbe (1992)? Che bomba che è stato, oltre ad essere l’unico film di un certo spessore interpretato da Fahey.
Per il resto è la solita roba “da reclutamento”: che sia per l’esercito di Dio o degli Stati Uniti, si tratta sempre di sceneggiature di grana grossa di scarsissimo interesse.

Chiudo con uno schemino riassuntivo.

La saga filmica dei Rimasti indietro
ispirata dai romanzi fanta-religiosi (1995-1998)
di Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins

  • 1998 – Apocalypse, con Leigh Lewis
  • 1999 – Revelation. La profezia (Revelation) con Jeff Fahey [Quinto Piano]
  • 2000 – Tribulation, con Gary Busey
  • 2000 – Prima dell’apocalisse (Left Behind) con Kirk Cameron [Eagle Pictures 2003]
  • 2000 – Prima dell’apocalisse II (Left Behind II: Tribulation Force) con Kirk Cameron [Eagle Pictures 2005]
  • 2001 – Judgment, con Mr. T
  • 2005 – Gli esclusi. Il mondo in guerra (Left Behind III: World at War) con Kirk Cameron e Louis Gossett jr. [Sony Pictures 2006]
  • 2014 – Left Behind. La profezia (Left Behind) con Nicolas Cage, remake del primo film con Kirk Cameron [Notorious 2016]

L.

– Ultimi film con Jeff Fahey:

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[Telemeno] 1984 – Supercar

È esistito un tempo in cui la passione marziale ha spinto alcuni visionari a tentare una strada senza uscita: portare il “cinema di menare” in TV. Per lo più sono esperimenti falliti, ma hanno comunque lasciato tracce importanti nell’immaginario collettivo. Ecco le loro storie.


Prima di passare al guidatore dell’auto più replicata di Mediaset, è necessario ricordare Mike Hammer, uno dei grandi miti del genere hardboiled: c’era Sam Spade di Hammett (1929), Philip Marlowe di Chandler (1934), Michael “Mike” Shayne di Halliday (1939) e poi il più giovane di tutti, Mike Hammer di Mikey Spillane (1947), che probabilmente avrebbe potuto picchiare tutti gli altri senza neanche togliersi la giacca. Un’altra differenza con gli eroi citati è che lui è ancora vivo, visto che giocandosi la carta dei “romanzi lasciati incompiuti alla morte dell’autore”, dal 2006 quasi ogni anno Max Allan Collins tira fuori un nuovo romanzo di Hammer, spesso portato anche in Italia nel “Giallo Mondadori”.

Mike Hammer è stato il primo investigatore che ho conosciuto, visto che negli anni Ottanta era facile beccare in TV la serie omonima, con protagonista un perfetto Stacy Keach: cappello sulle ventitré, aspetto stropicciato, faccia da schiaffi, baffetti da sparviero e gancio facile, con un sassofono perennemente in sottofondo. La perfetta versione anni Ottanta di un personaggio nato quattro decenni prima. Avete presente quando Frank Drebin parla fuori campo, con la voce da duro e un sassofono in sottofondo, nel film Una pallottola spuntata (1988)? Ecco, sta ricopiando fedelmente lo stile del Mike Hammer televisivo di Keach.
Lo so, lo so, Una pallottola spuntata è la versione filmica della serie TV comica “Police Squad!” (1982), che si rifà ad “M Squad” (1957) con Lee Marvin (riprendendone palesemente il tema sonoro di Count Basie), ma il Drebin del 1982 non era così hammerianamente hardboiled come quello del 1988.

Poteva un eroe del genere rimanere immune al fascino marziale d’Oriente?

— Cosa le è successo al viso?
— Mi sono fatto la barba troppo in fretta.

Ah, mascalzone d’un Hammer, dalla battuta sempre pronta!

Mike Hammer investigatore privato” arriva su Rete4 il 2 marzo 1985: nessuna guida dell’epoca riporta i titoli dei vari episodi, quindi non possiamo sapere nulla della vita italiana della serie, in particolare quando sia stato trasmesso l’episodio 1×02 (4 febbraio 1984) di Bernard L. Kowalski, dal titolo Hot Ice.

La figlioccia asiatica di Hammer viene rapita, e non stiamo a perdere tempo a capire perché Hammer abbia una figlioccia asiatica: ciò che conta è che il promesso sposo l’ha presa molto male. E il promesso sposo ha la faccia del solito George Cheung, come visto presenza fissa televisiva del periodo.

Basta niente che George Cheung si mette in posa marziale

Come si gestisce un cinese dal brutto carattere che in ogni scena minaccia di smontare la stanza a calci? Be’, mi sembra ovvio: alla maniera di Hammer. Cioè sfottendolo e colpendolo con battutine sarcastiche. Ne ferisce più la lingua che il kung fu.
Mi piace pensare che l’atteggiamento di Hammer verso l’asiatico, che chiama continuamente “Bruce Lee”, sia una citazione alta: derivi cioè dal film L’investigatore Marlowe (1969), dove James Garner aveva lo stesso atteggiamento nei confronti del vero Bruce Lee, nell’unico suo ruolo da cattivo.

Io ti spiezzo come martello, Hammer!

Il caso procede e Hammer inonda la storia di battutine, fa il mandrillone, si spupazza la pupa – sono gli anni Ottanta, baby – e risolve il caso mediante un particolare sfuggito a tutti, tranne a lui che è un dritto.
Dopo aver incassato sganassoni da chiunque, alla fine è il momento di ricordare che Hammer è il più duro di tutti: ci sarà un motivo se con ancora questa serie in corso nascerà la geniale parodia di Callaghan dal titolo “Sledge Hammer!“, dove il protagonista trasforma il “martello” (hammer) in “mazza” (sledge hammer).

Va’ come mena George Cheung! Da notare la sottile eleganza delle braccia…

Torna l’idea del bianco occidentale che usa la tipica scazzottata all’americana al fianco dell’asiatico che usa i calci della sua arte marziale, ma dopo aver picchiato i cattivi non si può rimanere senza punch line, la battuta finale che chiude la scena. Così George Cheung deve fare da spalla e chiedere ad Hammer chi gli abbia insegnato a combattere così, e la risposta è «John Wayne».
Boom, Hammer ha fatto la battuta, ora aprite le finestre e fate cambiare aria.

Potreste averla intravista su Mediaset, in un qualsiasi giorno degli ultimi quarant’anni

Lasciamo il povero Hammer nel dimenticatoio dove langue e passiamo a “Supercar“, tra le serie più assurdamente replicate della TV italiana: dubito sia mai esistito un giorno senza che un qualche canale Mediaset ne abbia replicato un episodio. E pensare che sono solo quattro stagioni.
Il 30 settembre 1984 va in onda in patria americana l’episodio doppio 3×01-02, Knight of the Drones, diretto da Sidney Hayers. Arriva in Italia come I misteri di Chinatown ma la data non è chiara: qualcuno su IMDb ha scritto 28 giugno 1986 ma la prima data sicura che ho trovato è il 26 e 27 maggio 1989. Visto che, come detto, la serie va in onda ininterrottamente da sempre e per sempre, l’episodio in questione sarà apparso almeno cento volte in TV.

Una foto sfocata ma piena di miti

Purtroppo nell’episodio non c’è altra scena con tutti e tre i personaggi nella stessa inquadratura, ma già così si capisce che hanno chiamato i caratteristi migliori. Infatti vediamo, in bianco, il cuoco Peter Wong trascinato fuori da due buttafuori di un ristorante, e già siamo a quota tre miti in una sola scena di pochi secondi.
Il cuoco è interpretato da Evan Kim, l’indimenticato interprete di A Fistful of Yen, la parodia de I 3 dell’Operazione Drago scritta da Zucker-Abrahms-Zucker e diretta da John Landis (scusate se è poco!) inserita nel mitico film-antologico Ridere per ridere (1977). Bruce Lee sarebbe stato orgoglioso della versione di Kim!
Il buttafuori a destra, con la camicia azzurra e i riconoscibilissimi baffoni è il celebre Al Leong, presenza fissa cine-televisiva e sgherro a vita in ogni tipo di prodotto.
Il buttafuori a sinistra è una chicca: è il maestro Tadashi Yamashita, che qualche anno prima ha affrontato Chuck Norris in The Octagon (1980) e che l’anno successivo a “Supercar” affronterà Michael Dudikoff in American Ninja (1985), sempre nei panni di ninja cattivo. Se avesse avuto più di un’espressione facciale, sarebbe potuto essere un altro Shô Kosugi.

Due miti marziali, campioni d’eleganza!

A parte questo fotogramma, il resto del doppio episodio è robaccia da chiudersi gli occhi dalla vergogna. Il solito cattivo da cartone animato con un super piano ridicolo e buffonate varie, che dopo novanta minuti si conclude tutto a pernacchie.
E sì che nel cast c’era pure un pezzo da novanta come Jim Brown e niente popò di meno che The Barbarian Brothers: come si fa a sbagliare con materiale di questo genere? Semplice: NON usandolo.

Perché chiamare i due celebri fratelli culturisti per fare da tappezzeria?

Per fortuna durante le noiose e inutili indagini il nostro eroe riccioluto torna nel ristorante di Peter Wong e di punto in bianco comincia a picchiarsi con i due buttafuori.
Capisco che per un carciofo da competizione come David Hasselhoff si debba abbassare drasticamente la qualità dei combattimenti, altrimenti sfigura, ma prendere due titani come Leong e Yamashita e farli fare i soliti coglioni cinesi all’americana è davvero indecoroso.

Credo che nessuno degli attori coinvolti voglia ricordare d’aver girato questa scena

“Supercar” arriva alla fine del suo viaggio, durato solo quattro anni ma che in Italia dura da quaranta. (E durerà per sempre.) Siamo dunque alla quarta stagione, quella con il giovane nero che fa da spalla ad Hasselhoff, il quale vive nel camion-ufficio dove lavora il suo capo: è chiaro che è arrivato il momento di smettere.
Arrivati al penultimo episodio, 4×21 (14 marzo 1986), qualcuno della produzione grida allibito: «Non abbiamo ancora chiamato George Cheung!» Può esistere una serie anni Ottanta di prima grandezza senza una puntata dove George Cheung mena la gente?

In TV non si muove marzial foglia che George Cheung non voglia

Ecco così Knight of the Rising Sun di Winrich Kolbe, arrivato in Italia come Il figlio del Sol Levante. Le immagini che presento sono tratte da una registrazione da IRIS del 23 agosto 2018, fatta proprio in vista di questo speciale. (Giusto per ricordare quanto tempo passa da quando ho un’idea a quando la metto in pratica!)

Per il suo ritorno, Tadashi si porta dietro il costume dalle Filippine

Zitto zitto, come si addice ad un ninja, torna Tadashi Yamashita truccato da ninja nero, così come era apparso l’anno precedente in American Ninja di Sam Firstenberg, girato nelle Filippine.

Da American Ninja s’è portato dietro pure i bracciali

Guida un manipolo di ninja perfettamente mimetizzati con l’ambiente, i quali cadranno velocemente sotto i colpi di Hasselhoff: si sa che basta una ginocchiata a sconfiggere un ninja.

Guerrieri delle ombre perfettamente mimetizzati

Il nostro George Cheung interpreta Suki Taneka, solito cattivo asiatico da fumetto che vuole conquistare il mondo, ma intanto vuole portarsi via il giovane figlio adottivo di un tizio americano: si tenga il mondo, ma il ragazzo lo deve lasciare stare. Va be’, il resto è roba dimenticabilissima.

Malgrado davanti e dietro le quinte ci siano tutti i nomi giusti, il risultato non può essere che deludente, visto che bisogna mostrare dei pericolosissimi ninja che vengono battuti da Carciofone Hasselhoff con la sola imposizione delle ascelle: il risultato non può essere dignitoso.

Chiudere uno scatolone con lo scotch: un lavoro da ninja!

«Il tuo sol levante è tramontato, Taneka!» Con la frase ad effetto dei poveri il protagonista chiude la vicenda. E gli altri ninja? Ci penserà il ragazzo nero con la moto figa: non esiste ninja che sopravviva a un tizio in moto.

Grazie alla decisione di Mediaset di non spendere più un solo centesimo in serie TV, una volta chiuso il 1986, “Supercar” in Italia gode di una fama fittizia: non è neanche “effetto nostalgia”, visto che dovrebbe essere assente dai palinsesti per almeno un giorno perché qualcuno ne senta la mancanza, e non è mai successo.
A parte il caso italiano, unico al mondo, la serie è inchiodata a quegli anni Ottanta fumettosi, con cattivi cialtroni e scazzottate da saloon, ed è perfettamente in linea con “Mike Hammer”, anche se i testi di quest’ultima serie sono decisamente migliori. Il fatto che in prodotti d’azione di stampo classico appaia una novità assoluta come la marzialità asiatica ci fa capire quanto questa sia esplosa potente nell’apprezzamento del pubblico americano, tanto da costringere anche produttori tutt’altro che “sperimentatori” ad inserirne versioni edulcorate nelle proprie opere.

Non c’è eroe televisivo anni Ottanta che non si sia scontrato con dei cattivi asiatici, come continueremo a vedere la settimana prossima.

L.

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[Italian Credits] Batman (1989)

Vasquez che si appresta a digitalizzare una VHS!

Continuo a presentare la meravigliosa opera di Vasquez, che tenendo fede al proprio nome si è stretta la fascia in testa, ha imbracciato il suo smart gun ed è scesa nei piani inferiori della stazione di Hadley’s Hope: là dove teneva preziose videocassette sciabordanti edizioni italiane perdute.

Grazie all’acquisto di un semplice cavetto USB di acquisizione audio-video – che raccomando a chiunque voglia seguire le orme della nostra Colonial Marine – Vasquez ha recuperato le proprie VHS dalle insidie dei facehugger della polvere e le ha riportate in salvo, digitalizzando film la cui edizione italiana è ormai dimenticata ma soprattutto condividendo con tutti questo suo patrimonio.

Il film che ci regala questa settimana è Batman (1989) di Tim Burton, disponibile in DVD e Blu-ray Warner. Vi ricordo lo speciale di Cassidy sull’uomo-pipistrello.

«Me sa che è ’na cazzata». Ricordo ancora questo commento, bisbigliato da un tizio seduto davanti a me in sala, quel 1989 in cui andai a vedere uno dei film più pubblicizzati dell’epoca. Tim Burton non era minimamente il regista di culto che sarebbe diventato in seguito, Batman era conosciuto solo dai più appassionati lettori di fumetti americani e i generale la mia ipotesi è che il film abbia guadagnato in Italia perché tutti erano curiosi di scoprire se era così stupido come sembrava. Una volta che ognuno si è data la risposta che ha ritenuto giusta, ormai il biglietto era pagato.

Io conoscevo Batman perché vedevo la sua serie televisiva da ragazzino, oltre ai cartoni animati della Justice League, ma il personaggio non mi ha mai detto niente, né a fumetti né al cinema. Nel 1989 la mia paghetta se ne andava tutta in fumetti (italiani, a parte “Il Punitore”) e qualche occasionale noleggio in videoteca, mai avrei speso una lira per il film di Batman, ma avevo un compagno di scuola il cui padre lavorava al bar del cinema New York di Roma (a Via delle Cave, molto vicino al quartiere Alberone in cui abitavo) e ogni tanto ci scappavano dei biglietti omaggio.
Onestamente non ricordo perché quel compagno di scuola, anche un po’ antipatico, scelse di invitare me a vedere a gratis quel film: ipotizzo che proprio nessun altro abbia accettato di accompagnarlo! Comunque è stata una visione spernacchiona in cui ogni volta che il Joker diceva una stupidata ringraziavo di non aver pagato il biglietto.

Il mio autorevole giudizio fu: “questo film non farà mai successo”. Come si vede, sono uno che c’azzecca…

Martedì 10 novembre 1992 va in onda in prima visione su Rai2 (all’epoca Raidue) il film in splendida pellicola italiana, da allora persa per sempre: Vasquez era lì, a salvare tutto su videocassetta.
Per onore di cronaca, specifico che per un incredibile gioco del destino questi titoli italiani mi sono arrivati da due fonti diverse nello stesso mese! A novembre 2020 infatti a dieci giorni di distanza mi scrivono sia Leonardo (grande collezionista di edizioni italiane) sia Vasquez, con la versione del film da Raidue: l’Universo era davvero deciso a far tornare alla luce quei titoli perduti.
Visto che la registrazione di Vasquez era di gran lunga migliore qualitativamente, ho scelto la sua ma lo stesso ringrazio di cuore Leonardo per avermi pensato. Un altro caso di sforzo congiunto per la CEI (Conservazione Edizioni Italiane).

Ecco il video con i titoli di testa del film, finché YouTube non mi cancella anche questo profilo.


Titoli di testa


Titoli di coda


L.

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The Wrong Saga: i film sbagliati!

Tra le tante “colpe” di Willy l’Orbo, c’è quella di avermi fatto infognare con i filmetti trasmessi da TV8 e canali compagni di merende, quei thrillerini spicci che però rappresentano in pratica l’unica vera attività cinematografica degli ultimi anni: ne vengono prodotti un milione l’anno e l’Italia ne compra a valanga, andandone ghiotta. Perché con quei due o tre euro di costo ha centinaia di titoli con cui riempire palinsesti, streaming, on demand, platform e altri stupidi termini itanglesi per prendere in giro gli spettatori.

I miei sensi di catalogatore vibrano quando scopro che esistono alcuni filoni in questo oceano di titolini e titoletti di vario genere, come per esempio le avventure del dottor Beck, il chirurgo pazzerello magistralmente interpretato da Eric Roberts nei quattro film Stalked by My Doctor.

Cedo dunque davanti alla magnificenza di un ciclo titanico di film che dal 2016 sta andando avanti a spron battuto, con titoli su titoli sfornati senza posa dal regista David DeCoteau, e tutti con un ruolo secondario interpretato da Vivica A. Fox, che fa da coro e “ragazza immagine” dell’iniziativa. A detta dell’attrice, che si è raccontata ad Oprah Magazine lo scorso luglio, lei partecipa attivamente ad ogni aspetto dei film, dalla sceneggiatura ai costumi, e gli autori la interpellano continuamente per sapere una storia funzioni o meno.

Il ciclo – distribuito dalla Lifetime – potremmo chiamarlo “The Wrong“, perché è così che inizia ognuno dei thrillerini che lo compongono: il ragazzo sbagliato, il marito sbagliato, il matrimonio sbagliato, il lavoro sbagliato, ecc…

La qualità dei film è quella tipica della TV, cioè zero al quadrato, con secchiate di giovanissimi volti nuovi chiamati a fare una gavetta che non li porterà da nessuna parte, visto che l’andazzo è cambiato. Fino agli anni Novanta le grandi stelle televisive sognavano di arrivare al grande cinema, poi dal Duemila le grandi stelle del cinema sperano di trovare lavoro in TV, che se aspettano i grandi ingaggi muoiono di fame.

Per condividere con il mondo questo ciclo che temo in Italia non sia molto noto – a parte Willy l’Orbo, che ho il serio timore abbia visto tutti i titoli citati! – ecco l’elenco dei “film sbagliati”.

Se conoscete passaggi italiani che mi sono sfuggiti, non esitate ad avvertirmi.


Elenco dei film del ciclo “The Wrong”

Tutti i film sono diretti da David DeCoteau
e interpretati in un ruolo minore da Vivica A. Fox

Dove non specificato,
le tramette sono prese da FilmTV.it


1. The Wrong Roommate (2016)

2. The Wrong Child (2016)

3. L’ossessione di Maddie (The Wrong Student, 2017)
su TV8 dal 15 maggio 2018
Kelly Halligan si è trasferita da New York alla California con la nipote diciassettenne per iniziare il suo nuovo percorso lavorativo. Quando la giovane si interessa alla squadra di calcio, i due fanno la conoscenza di Dominic, allenatore atletico e affascinante. Conoscono anche Maddie, un’instabile studentessa che fa parte della squadra. Mentre Kelly e Dominic iniziano a frequentarsi, la loro relazione genera comportamenti ossessivi e pericolosi in Maddie.

4. Un ammiratore pericoloso (The Wrong Crush, 2017)
su TV8 dal 12 maggio 2018

Amelia, studentessa liceale, ha alle spalle un passato fatto di droghe e alcol che ha cercato di lasciarsi alle spalle. Il suo comportamento sbagliato è stato alla base della morte della sua migliore amica e ha messo a dura prova la relazione con sua madre. Spera di essere andata avanti quando incontra un nuovo ammiratore, uno studente trasferitosi da poco. Nonostante chiarisca di avere già una relazione complicata, lo sconosciuto tenta di sedurla in maniera insistente. Amelia dovrà riuscire a tenerlo a bada prima che il suo passato torni a tormentarla in maniera molto pericolosa.

5. L’incubo della porta accanto (The Wrong Man, 2017)
su TV8 dal 10 settembre 2019

Dopo la prematura scomparsa della nonna, una giovane fa rientro a casa. Scoprirà allora lentamente che l’uomo, simpatico e gentile, che si prende cura del nonno non è quello che sembra essere.

Una donna torna nella casa di famiglia per l’ultimo saluto a sua nonna e fa la conoscenza del giovane badante: un uomo tanto attraente quanto ambiguo. (trametta di StaseraInTV.guide)

6. The Wrong Cruise (2018)

7. Mai fidarsi di quel ragazzo (The Wrong Friend, 2018)
su RaiPremium dal 1° novembre 2020

L’adolescente Riley fa la conoscenza di Chris e rimane colpita dalla sua bellezza, dal suo fascino e dai suoi modi gentili. Ai suoi occhi, Chris è il ragazzo perfetto ma è solo un’impressione: dopo una festa a casa sua, Riley ne scoprirà il lato oscuro e pericoloso.

Lui è un nuovo arrivato nella loro scuola. Riley diventa subito sua vittima ma lui riesce sempre a farla franca e ad evitare le denunce. Tutto grazie all’influenza della sua famiglia. (trametta del Corriere dell’Umbria)

8. Uno studente quasi perfetto (The Wrong Teacher, 2018)
su TV8 dal 5 novembre 2020

Charlotte Hanson, insegnante e scrittrice di successo, ha un’avventura di una notte con il giovane Chris Williams. Scopre in seguito che il ragazzo ha solo 18 anni e che è uno studente appena arrivato nel liceo in cui lei insegna. Mentre la preside Burns e il vicepreside Clark intuiscono che ci sia qualcosa di strano nel rapporto tra insegnante e studente, Chris non si fermerà davanti a nulla pur di avere Charlotte tutta per sé.

9. The Wrong Stepmother (2019)

10. Mai fidarsi del mio vicino
(The Wrong Boy Next Door, 2019)
su Rai2 dal 28 agosto 2020

La problematica adolescente Katie viene condannata agli arresti domiciliari. Ha così modo di innamorarsi del giovane e attraente John, suo nuovo vicino di casa.
Sebbene la loro sembri all’inizio una relazione innocua, Katie si convince sempre più che dietro le apparenze John nasconda qualcosa di torbido e pericoloso.

11. Mai fidarsi di mia madre
(The Wrong Mommy, 2019)
su Rai2 dal 4 settembre 2020

Melanie ottiene una promozione al lavoro e ciò fa sì che aumentino le sue responsabilità. Decide allora di assumere Phoebe come sua assistente personale. Intelligente e furba, Phoebe ha i suoi buoni motivi per accettare il lavoro: il suo fine ultimo è quello di mettere in atto un contorto piano di vendetta che vede al centro la madre di Melanie.

12. The Wrong Tutor (2019)

13. The Wrong Cheerleader (2019)

14. The Wrong Housesitter (2020)

15. The Wrong Wedding Planner (2020)

16. The Wrong Stepfather (2020)

17. The Wrong Cheerleader Coach (2020)

18. The Wrong Real Estate Agent (2020) – in uscita

19. The Wrong Mr. Right (2021) – in lavorazione

L.

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