[Italian Credits] Beverly Hills Cop 2 (1987)

Vasquez che si appresta a digitalizzare una VHS!

Continuo a presentare la meravigliosa opera di Vasquez, che tenendo fede al proprio nome si è stretta la fascia in testa, ha imbracciato il suo smart gun ed è scesa nei piani inferiori della stazione di Hadley’s Hope: là dove teneva preziose videocassette sciabordanti edizioni italiane perdute.

Grazie all’acquisto di un semplice cavetto USB di acquisizione audio-video – che raccomando a chiunque voglia seguire le orme della nostra Colonial Marine – Vasquez ha recuperato le proprie VHS dalle insidie dei facehugger della polvere e le ha riportate in salvo, digitalizzando film la cui edizione italiana è ormai dimenticata ma soprattutto condividendo con tutti questo suo patrimonio.

Il film che ci regala questa settimana è Beverly Hills Cop II – Un piedipiatti a Beverly Hills II (1987) di Tony Scott, seconda avventura di Axel Foley: ricordo la recensione di Cassidy.

Credo proprio che l’unica mia visione di questo film sia stata su Italia1, e devo essere sincero: non è piaciuto né a me né ai miei genitori, con cui l’ho visto. Eppure Brigittona Nielsen era un piacevole tormentone dell’epoca così come impazzivo per la giacca nera con le maniche bianche, però niente: il film non mi ha conquistato. Sapendo che è un Tony Scott d’annata – cioè, va ricordato, lo Scott giusto! – devo assolutamente dargli un’altra guardata e chissà, magari dopo trent’anni andrà meglio.

Ecco il video con i titoli di testa del film, finché YouTube non mi cancella anche questo profilo.


Titoli di testa


Titoli di coda


L.

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[Multi-Recensioni] Ryan Reynolds su Prime Video (2)

Ho scoperto con mia sorpresa che Ryan Reynolds ha lavorato tantissimo prima di diventare famoso, onestamente l’avevo notato molto poco e ho scoperto che anche in film che ricordavo bene… non ricordavo ci fosse lui! Sarà che reputavo anonima la sua faccia, perfetta per i ruoli da babbeo come in Blade: Trinity (2004) e Lanterna Verde (2011), ma sto cominciando ad apprezzare un attore che si è fatto una gavetta molto sostanziosa.



Just Friends (Solo amici)
(Just Friends, 2005)
In DVD Sony dal 2013.
Giuro che c’era nel catalogo Prime Video, quando l’ho consultato, ma ora è scomparso…

Negli ultimi anni del periodo d’oro delle commedie americane sbarazzine, il regista Roger Kumble può ancora ambire ad arrivare sul grande schermo prima che quel mondo finisca e si vada tutti a lavorare in televisione.

Dev’essersi sicuramente divertito un mondo il nostro Ryan ad indossare una maschera che lo rendeva adolescente sovrappeso, così da interpretare Chris Brander, incapace di rivelare il proprio amore a Jamie (Amy Smart) e quindi condannato in eterno a rimanere nella temutissima “zona amici” (all’epoca si diceva ancora in italiano, oggi invece la lingua nazionale è l’inglese e si dice friend zone).

Umiliato per l’ultima volta, Chris molla tutto a abbandona il paesino del New Jersey dov’è nato, partendo per New York, mettendosi a dieta e diventando uno sciupafemmine olimpico, oltre che ricco agente delle star. L’unico neo in questa vita… è dover gestire la terribile cantantina viziata Samantha James (Anna Faris), bionda pazza che però attira milioni di fan e quindi tocca sopportare.

I due grandi mattatori comici della vicenda

Cosa succede quando un volo per Parigi ha dei problemi e si atterra nel New Jersey, a due passi da quel paesino che tanto dolore ha dato al giovane Chris? Tornare da ricco figaccione in mezzo a quei falliti che un tempo lo prendevano in giro è sicuramente una bella soddisfazione, ma a Chris non basta: vuole usare le sue nuove doti da rimorchione per strappare finalmente un appuntamento alla sua amata Jamie, che però preferiva decisamente il bravo ragazzo di un tempo.

È stata una bella sorpresa scoprire questa commediola semplice ma efficace, con un Reynolds assolutamente perfetto e mattatore della vicenda, anche a livello fisico, e una scelta di trovate divertenti che oserei definire ispirata. Assente il tipico umorismo volgare dell’epoca, forse avrà contribuito la co-produzione canadese più sofisticata, comunque un film delizioso e assolutamente da riscoprire.



Certamente, forse
(Definitely, Maybe, 2008)
In DVD Universal dal 2010.
Disponibile su Prime Video A PAGAMENTO.

Il canadese Adam Brooks dev’essere rimasto particolarmente colpito dalla sit-com televisvia “How I Met Your Mother”, anche per la presenza della connazionale Cobie Smulders, e così si è detto: perché non trasformiamo questa idea televisiva in un film? Ecco che scrive e dirige questo film romanticissimo di sicuro effetto.

Will Hayes (Ryan Reynolds) è un papone tenerone che si appresta a passare una serata triste con sua figlia Maya (Abigail Breslin), avendo in tasca le carte per il divorzio appena firmate dalla moglie. Anzi, dall’imminente ex moglie. La figlia vuole saperne di più, vuole capire come si sia arrivati al divorzio, e alla fine convince papone Hayes ad aprirsi: i due si mettono comodi e Will inizia il racconto… di “come ho conosciuto tua madre”.

Mettiti comoda, perché ora ti racconterò… how I met our mother

Seguendo fedelmente lo spunto televisivo, fino alla fine non sapremo quale sarà la madre di Maya fra le tre donne importanti nella vita di Will – il primo amore Emily (Elizabeth Banks), l’intellettuale Summer (Rachel Weisz) o lo spirito libero April (Isla Fisher) – e sarebbe facile commentare con qualcosa come: ammazza, una più bòna dell’altra… certo sono problemi dover scegliere!!!

Il racconto degli anni che portano il giovane idealista Will a papone disincantato seguiranno la campagna presidenziale di un politico di belle speranze, uno che ha la statura morale giusta per diventare un presidente integerrimo: un certo Bill Clinton, noto per non mentire mai. Il contatto con la politica e la sua sporcizia contribuisce molto a incrinare l’idealismo congenito di Will, ma certo vivere relazioni a dir poco problematiche ha di certo aiutato.

Sebbene sia palesemente un “film d’ammmmòre” sdolcinato, lo stesso è stata una visione piacevole e non nego di essermi appassionato alla vicenda, anche perché fra le varie sottotrame c’è quella di un libro raro di cui andare a caccia. Un Ryan Reynolds diverso dal solito, né comico né d’azione, ma per me più che azzeccato. Anche se non sopportate i filmetti romantichelli, è un prodotto scritto bene a sufficienza per potervelo consigliare.



Buried – Sepolto
(2010)
In DVD MHE dal luglio 2010, in Blu-ray dal novembre 2012.
Disponibile su Prime Video.

Prima dell’inconsistente Red Lights (2012), lo spagnolo Rodrigo Cortés porta su schermo una sceneggiatura di Chris Sparling, autore dell’ottimo ATM – Trappola mortale (2012) e dello strano La foresta dei sogni (2015). Non ho mai voluto vedere questo film, considerando troppo angosciosa l’idea di un protagonista sepolto vivo, ma per questo ciclo di Ryan ho voluto provare.

Paul Conroy (Ryan Reynolds) si risveglia all’interno di una cassa, sepolto vivo con un telefono palmare e una torcia, unici due strumenti con cui dovrà cercare di chiamare aiuto. La voce del suo rapitore lo avverte che ha poche ore per rimediare cinque milioni di dollari di riscatto, altrimenti rimarrà sepolto là dentro. Paul scoprirà che il suo rapitore è un dilettante in confronto alla spietatezza della “società civile”.

No, non voglio aggiornare whatsapp!

Il principale difetto che infesta tutti i film thriller ed horror dal 1995 ad oggi è il telefono cellulare, invenzione che nessuno sceneggiatore sa gestire e quindi è costretto ad inventarsi le stupidate più ridicole per impedire ai protagonisti di chiamare aiuto: qui invece la vittima ha accesso sin da subito ad un telefono a piena carica, dimostrando che non è affatto facile trovare soccorsi in quel modo.

Non posso dire di aver apprezzato il film, che non si gioca molte carte e sembra limitarsi a vivere di rendita grazie all’assunto terribile (chi è che non si spaventa al solo pensiero di cosa vive il protagonista?), ma ho molto apprezzato la “morale”, che oltre ad essere una critica alla presenza occidentale in Medio Oriente mostra anche la totale spietatezza del sistema burocratico statunitense, al cui confronto i terroristi sembrano bulletti di quartiere.

Un film impegnativo per un attore, essendo solo e immobile al centro della scena per novanta minuti, ma Ryan di sicuro dà il meglio di sé.



R.I.P.D. – Poliziotti dall’Aldilà
(R.I.P.D., 2013)
In DVD Universal dal gennaio 2014.
Disponibile su Prime Video.

Phil Hay e Matt Manfredi adattano per lo schermo un minuscolo fumetto della Dark Horse Comics (uscito in quattro puntate durante il 2000) firmato da Peter M. Lenkov: non sono riuscito a capire se sia mai uscito in Italia. Il regista tedesco Robert Schwentke (fresco di Red con Bruce Willis, anch’esso da un fumetto) condisce tutto con effetti speciali invecchiati malissimo: non c’è arte più superficiale e temporanea della computer graphic.

Nick è il tipico bravo ragazzo e poliziotto di cuore che finisce per subire la cattiva compagnia del collega Hayes (Kevin Bacon), che sarà anche quello che gli sparerà in faccia. Risvegliatosi al cospetto di una austera direttrice (fa piacere ritrovare Mary-Louise Parker, compagna di diversi ottimi film dei primi Novanta), Nick scopre che nell’Aldilà è stato reclutato a forza in un corpo di polizia chiamato R.I.P.D. (Rest in Peace Department, o Dipartimento Riposa In Pace), dove dovrà dare la caccia a dei demoni che si nascondono fra gli umani. Come collega si ritrova un vero e proprio uomo del West come Roy (Jeff Bridges), ruvido e sagace, con il compito di formare il giovane poliziotto morto di fresco.

«Ma dove li pescano quei magnifici giocattoli?» (semi-cit.)

Il resto della trama è abbastanza scontato, ma non è certo la storia ad essere il forte del film: è solo una scusa per gustarsi due attori in stato di grazia divertirsi in un tipico prodotto del genere “Strambi sbirri”, dove in mezzo a secchiate di pessimi effetti speciali, invecchiati già all’uscita del film, le uniche parti degne di essere viste sono quelle in cui Roy e Nick battibeccano, con Ryan Reynolds che fa il sarcastico e Jeff Bridges gigione che fa il vaccaro gentiluomo.

Massacrato dalla critica, ma principalmente ignorato dagli spettatori, il film fa un tonfo così profondo al botteghino che alla Universal Pictures gira ancora la testa: non stupisce non sia diventata una saga filmica, però comunque è una visione leggera e divertente.



Come ti ammazzo il bodyguard
(The Hitman’s Bodyguard, 2017)
In DVD e Blu-ray Eagle Pictures dal gennaio 2018.
Disponibile su Prime Video.

La nostra vecchia conoscenza Avi Lerner, decano della Millennium Films, è uno dei mille produttori di questo film, ma sono sicuro che è lui ad aver messo a disposizione la grande professionalità dell’action israeliano al servizio di questo imperdibile film. La prima volta che l’ho visto mi ha divertito tantissimo, e rivisto oggi confermo il giudizio positivo.

Michael Bryce (Ryan Reynolds) è una guardia del corpo da tripla AAA, il massimo del professionismo, ma quando un suo cliente viene ucciso è chiaro che dalla A si passa alla Z. Tripla Z. Ridotto a fare la guardia del corpo di loschi avvocati cocainomani, crede di aver toccato il fondo… quando riceve la telefonata di Amelia (Elodie Yung), la donna che incolpa per il proprio fallimento ma che gli affida un incarico: c’è un assassino da proteggere con un servizio da tripla A.

Per inchiodare alle proprie responsabilità il criminale di guerra Dukhovich (Gary Oldman), l’unico testimone è l’assassino prezzolato Darius Kincaid (un Samuel L. Jackson più sboccato che mai), ma il problema è che c’è una talpa nell’Interpol e la sicurezza di Kincaid non è garantita: servirebbe un esterno per proteggere l’assassino fino alla data del processo. Servirebbe una guardia del corpo per l’assassino, come recita il titolo originale.

La perfetta coppia comica del cinema d’azione

Quello che colpisce subito del film è che le scene d’azione spettacolare sono la predominante, sicuramente questo è un puro film Millennium, sebbene la storica casa israeliana sia minoritaria in mezzo a mille altre, ma è chiaro che la visione delle scene d’azione e l’oceano di proiettili sparati è tutta farina del suo sacco. Jackson e Reynolds completano il tutto con divertentissimi battibecchi da “insieme per forza” che rappresentano sicuramente la parte migliore del film.

Reynolds è perfetto nel ruolo del precisino petulante e Jackson è a casa sua quando deve fare il rude cazzuto, quindi l’accoppiata è vincente: non stupisce che sia imminente l’uscita del seguito, Hitman’s Wife’s Bodyguard, dove sicuramente avrà più spazio la grintosissima Salma Hayek, cioè la moglie del’assassino.


Ryan in TV

Grazie al consiglio di Iuri Vit ho dato un’occhiata anche alle partecipazioni televisive di Ryan Reynolds presenti su Prime Video e, sempre su suo consiglio, mi sono visto Syzygy: l’episodio 3×13 (26 gennaio 1996) della serie “X-Files“… che si apre con un monologo del giovanissimo Ryan!

Qui interpreta Jay De Boom detto “Boomer”, un liceale che vediamo tenere un discorso commemorativo in onore di un suo compagno di scuola morto, in una città che sta subendo molte vittime per via di una fantomatica “setta” che agisce nell’ombra. Il povero Boomer non sa che dare un passaggio alle due compagne di scuola disponibili sarà la sua condanna a morte. Pochissimi minuti per dimostrare che Ryan anche da giovane sapeva muoversi bene davanti alla cinepresa.

Il ventenne Ryan Reynolds, già senza ciglia!


Presente in catalogo anche My Dream Job, episodio 2×22 (17 aprile 2003) della celebre sit-com ospedaliera “Scrubs“. Questa serie l’ho amata tantissimo e l’ho vista fino alla nausea, ci sono episodi che ricordo a memoria, e questo in particolare lo ricordavo benissimo… ma non avevo MAI fatto caso a Ryan! Non so se è un mio problema, ma sta di fatto che Ryan passa sempre del tutto inosservato: che sia la sua assenza di ciglia a donargli un volto anonimo che non lascia alcun ricordo dietro di sé?

Nelle serie TV arriva sempre l’episodio in cui sbuca fuori il vecchio amico di scuola che ha fatto scelte di vita diametralmente opposte rispetto a quelle dei protagonisti, così i nostri eroi si confrontano e decidono di aver intrapreso la via più giusta per loro, perché mai avrebbero voluto diventare stronzi come il loro amico. In questo episodio tocca a Spence (Ryan nostro) fare il vecchio amico stronzo che fa capire ai protagonisti J.D. e Turk di aver intrapreso la loro giusta via. Ryan è perfetto nel ruolo del giovane arrivista che ha fatto i soldi ma ha il cuore vuoto, e cerca di riempirlo facendo sempre festa.

Uno dei tre attori è sprovvisto di ciglia: quale sarà?


L.

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Jackie Chan Story 31. Shinjuku Incident

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

Jackie ha superato i sessant’anni di età quando esce la sua ultima autobiografia, quindi è inevitabile che questa si chiuda con una nota amara. «Non voglio che il pubblico mi guardi sullo schermo e pensi: “È troppo vecchio per continuare a combattere”. Me li immagino sulle loro poltrone a gridare: “Piantala, sei patetico da guardare”». Devo confessare che ho pensato queste cose molti anni prima che uscisse questa biografia.

Fa bene Jackie a sottolineare come non ci siano ancora in giro molte action star della sua classe (1954). «Molti di loro hanno iniziato a fare film con le pistole, più facili da gestire per l’età», e quindi scatta la domanda fatale: «È il momento per me di fermarmi?» Jackie confessa che è dagli anni Novanta che pensa ad un ritiro, o comunque a passare a film meno impegnativi fisicamente, perché il suo corpo reagisce sempre peggio allo stress imposto dal cinema, però poi quando l’attore è in sala e sente il pubblico sorprendersi ed applaudire per le sue grandi scene d’azione… tutto è dimenticato.

In quel 2015 in cui scrive, Jackie si dà ancora un paio d’anni di attività, ma quando nel 2018 il libro arriva in America questi propositi sembrano ormai tutti disattesi. Di sicuro, però, con il passare del tempo Jackie ha bisogno di ritagliarsi una “via d’uscita”, vuole fare esperienza anche in un genere diverso da quello scavezzacollo: vuole provare a fare l’attore “normale”, una volta tanto. «Ogni tanto scelgo ruoli che mostrino alla gente che sono anche un vero attore, oltre che un atleta: da lottatore che ogni tanto recita, sono diventato un attore che sa anche lottare». Ognuno può decidere se sia d’accordo con questa supposta trasformazione professionale.

Il 19 aprile 2008 esce nei cinema di Hong Kong e americani The Forbidden Kingdom di Rob Minkoff, produzione cinese sulla quale non vorrei esprimermi per non diventare volgare. Dopo dieci anni in cui sognavo un film dove Jackie Chan e Jet Li lavorassero insieme, ecco un’altra dimostrazione che certi sogni non dovrebbero mai concretizzarsi. Invece vale la pena parlare di un film che è uscito ad Hong Kong il 2 aprile precedente: uno di quei casi in cui Jackie vuole dimostrare di essere principalmente un attore.


Shinjuku Incident

Non ho capito perché abbiano usato il nome di un noto fatto di “cronaca sessantottina” giapponese, comunque Shinjuku Incident sembra in effetti un buon titolo per raccontare una vicenda drammatica di criminalità degli anni Novanta.

Esce in DVD italiano per Minerva Video nel febbraio 2010 con l’assurdo titolo La vendetta del Dragone. Arriva su SkyCinema (a pagamento) nella prima serata di domenica 26 settembre 2010.

Il film è disponibile per il noleggio a pagamento su “Full Moon TV” (Prime Video).

Una scritta ci informa che durante gli anni Novanta (prima cioè dell’esplosione economica del Duemila che fermerà questo processo) è cresciuto a livelli incontrollabili il fenomeno dell’emigrazione cinese in Giappone, con ondate di contadini e poveri vari che sfidavano la sorte per mare e, se sopravvivevano, entravano illegalmente in Giappone alla ricerca di un futuro migliore, che ovviamente non trovavano: trovavano solo sfruttamento, semi-schiavitù e disprezzo. Come ci viene spiegato da alcuni personaggi giapponesi positivi (ben pochi), gli immigrati clandestini cinesi svolgono per metà della paga quei lavori umilianti che nessun giapponese farebbe mai, neanche per il doppio della paga, eppure – come sempre – passa l’idea che gli immigrati rubino il lavoro ai locali.

Quando i cinesi immigrati dicono “barconi”, intendono proprio barche grosse!

Jack (Jackie) è un umile contadino che sbarca sulle coste giapponesi alla ricerca della sua fidanzata, di cui non ha più notizie da quando è emigrata. Come sempre, il protagonista è buono, fa cose buone, rifiuta la violenza e via dicendo, ma grazie agli immigrati più “stagionati” ci regala uno sguardo sulla vita di un cinese illegale in terra giapponese, non molto diverso da qualsiasi altra realtà migratoria. Anche se certo nella Terra del Sol Levante la Yakuza è socialmente accettata alla luce del sole e non è certo un’organizzazione tollerante verso gli immigrati.

Tipici Yakuza leghisti

Jack stringe subito amicizia con Jie (quel Daniel Wu contro cui lottava in New Police Story) e i due affrontano i rigori di una vita miserabile, disprezzati da quei giapponesi che sono però ben contenti di sfruttare gli immigrati, affittare loro una stanza per venti persone e comprare da loro a basso costo oggetti di marca rubati. Tutto il mondo è paese.

Due tipici immigrati di una qualsiasi realtà in un qualsiasi Paese del mondo

Quando Jack ritrova la fidanzata, arriva la fatale verità: dimentica delle proprie radici, veste alla giapponese ed è la compagna di uno Yakuza, a cui ha dato anche una bambina. Ormai Jack non ha più niente, è costretto a rimanere in Giappone e quindi decide di fare il “salto”, mettendo su quella che diventerà la più grande organizzazione criminale cinese del Giappone. La cosa un po’ perplime, visto che parliamo di uno che fino al giorno prima era un contadinotto ingenuo, ma diciamo che questo è un film a tema, profondamente moralistico e quindi parla per iperboli.

Una scritta razzista che fa subito Dalla Cina con furore

Comincia una tipica e noiosetta storia “di mala”, che permette a tanti bravi caratteristi giapponesi di fare una comparsata – peraltro tutti attori che si possono vedere nei film di Yakuza di Takeshi Kitano! – ma è chiaro che l’intento del film non è raccontare una drammatica storia criminale bensì pontificare su quanto siano corrotti quei Paesi che non aderiscono agli ideali del Partito cinese.

«La politica, l’alta finanza, la mafia, non li puoi separare gli uni dagli altri, sono gli ingranaggi di uno stesso sistema: è chiamato capitalismo.»

Già da questa frase si capisce che alla produzione c’è una casa nazionale cinese, ben contenta di associare tutti i mali del mondo ad un’entità inesistente ma perfetto spauracchio. (Mi piace ricordare che il capitalismo è morto negli anni Ottanta, quando è nata la finanza, concetto diametralmente opposto: con il capitalismo io rischio il mio capitale, con la finanza rischio i soldi degli altri, quindi me ne frego e faccio le peggio cose, tanto non pagherò mai per i miei sbagli. Purtroppo è la seconda a governare in Occidente: magari ci fosse ancora il compianto capitalismo!)

«Come potrei trarre profitto dal sudore della mia gente?»

L’altro sottotesto del film è che i cinesi sono tutti uniti, si spalleggiano, mica sono come quegli zozzi giapponesi che stanno sempre a pugnalarsi alle spalle. Ovviamente è propaganda di partito perché è appunto il Partito che sovvenziona il film, ma qui nasce un curioso problema. Perché girano voci sul fatto che questo film sia stato censurato nella Cina continentale?

Il 17 febbraio 2009 la testata generalista “Express” riporta una notizia di due righe:

«Jackie Chan è protagonista di un nuovo film, Shinjuku Incident, così violento che il suo regista, Derek Yee, ha deciso di non distribuirlo nella Cina continentale, visto che lì non hanno un sistema di divieti [film ratings system]».

Due giorni dopo, 19 febbraio, il quotidiano “l’Unità” riporta la notizia ma leggermente diversa:

«L’ultimo film del popolare attore Jackie Chan Shinjuku Incident è stato vietato dopo che la produzione ha rifiutato di tagliare alcune scene violente.»

Insomma, è stato il regista a non voler distribuire o è stata la Cina a vietarlo perché la produzione non voleva tagliare scene? Visto che di solito i registi non contano niente in queste decisioni, potrebbe sembrare più plausibile la seconda ipotesi, che però non ha alcun senso: è stata la Cina a produrre il film, come hanno fatto a non accorgersi che c’erano cinque secondi di scene violente? La “produzione” è quello stesso Partito che poi dice a se stesso: “Taglia quella scena di cinque secondi”, poi si alza, va dall’altra parte del tavolo, e dice a se stesso: “No, crepa!”
Non è chiro cosa sia successo, e probabilmente è solo una mossa pubblicitaria.

La prima morte di Jackie Chan

Per la prima volta nella sua pluridecennale carriera, Jackie muore in un film, anche se forse detta così è esagerata: lo colpiscono più volte con delle lame, gli sparano più colpi addosso ma lui, forte come una roccia, lo stesso riesce a scappare nelle fogne, finché si lascia portare via dall’acqua. In realtà non lo vediamo mai morire, e questo potrebbe essere un compromesso che l’attore ha adottato per venire incontro a quell’imposizione del suo patrigno Leonard Ho ai tempi di Armour of God (1987): non avrebbe mai dovuto morire in un film, e onestamente… in questo non ci viene mostrata la sua morte. Comunque rimane un momento epocale nella sua carriera.

È un film che ho trovato deludente la prima volta e questa seconda visione, a dieci anni di distanza, mi ha confermato l’impressione. Va citato perché è talmente anomalo nella filmografia di Jackie che ci serve a capire il suo tentativo di prendere strade diverse, di cambiare completamente genere, pur rimanendo fermamente l’eroe positivo e pacioccone che interpreta sempre. Se davvero Jackie avesse voluto cambiare ruolo, avrebbe dovuto iniziare a fare il cattivo, visto che questa storia lo consentiva, invece il tenere il piede in due staffe rende Shinjuku Incident un film di poco spessore.

(continua)


L.

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Federal Protection (2002) Assante assente

Ringrazio Willy l’Orbo per avermi fatto conoscere questo film, facente parte della sterminata filmografia di Armand Assante: uno dei migliori eroi della Z.

Curiosamente gli attori li becco “a grappoli”, così per esempio una decina di anni fa mi capitarono per puro caso una secchiata di film con Casper Van Dien, così da diventare adepto di Master Casper e la sua Z, e tempo fa mi capitarono sotto mano diversi film con Assante e devo dire che fra gli attori specializzati in filmetti di serie Z… be’, Armand è sempre un gradino più in alto.

Non so se dipenda dal fascino latino che evoca il suo volto o dalla fortuna di ottenere sceneggiature leggermente migliori rispetto alla scolatura che tocca ai suoi colleghi, ma sta di fatto che mediamente un filmaccio con Assante mi risulta più piacevole rispetto ad altri della stessa categoria.

Con l’inizio della sua carriera nella Z, passo obbligato per molti caratteristi all’inizio del nuovo millennio, Assante è finito nelle mani di Anthony Hickox, che è nato professionalmente partecipando a saghe horror come Waxwork, Warlock ed Hellraiser.
Dopo due film con Dolph Lungren, il regista londinese entra ufficialmente nella serie Z e prima di consacrare il suo crollo con Submerged (2005) con Seagal, si spara ben tre film di fila con Assante, di cui Federal Protection è il secondo.

Uscito in patria nel marzo 2002, il film esce con lo stesso titolo nelle nostre videoteche in VHS e DVD CVC nel giugno 2003, in vendita dal settembre successivo, ristampato poi da MHE. La prima apparizione televisiva è su Rete4 il 20 gennaio 2007 in seconda serata.

Un film da cui Assante è quasi assente

Frank Carbone (Armand Assante) è detto “il cannibale” perché immagino si sia mangiato il suo parrucchiere. Malgrado lavori per la mafia, non è cattivo: sono i suoi capelli satanici che gli instillano cattiveria attraverso i pori della pelle.

Frank Carbone non è cattivo: sono i suoi capelli ad essere satanici

Tradito dal suo migliore amico, Frank sopravvive per miracolo ai suoi aguzzini e, giustamente deluso dal trattamento ricevuto da mamma mafia, decide di testimoniare contro il suo boss, e così può entrare in quella barzelletta nota come “protezione testimoni”.
Ma davvero qualche testimone è stato mai protetto? Non esiste una sola opera di narrativa che mostri un solo successo di questa iniziativa, spero che nella realtà sia invece una pratica che almeno ogni tanto giunga a buon fine.
Comunque ora Frank ha un nuovo nome, una villetta con piscina – alla faccia! – gli hanno dato una spuntatina chirurgica al “naso da pugile” ma soprattutto hanno chiamato un esorcista per gestire quei capelli maligni. Ora Frank è il vostro amichevole fumatore alcolizzato di quartiere.

Il vostro nuovo vicino di casa, che spaventa i bambini

Visto che gira tutto il giorno con il petto villoso all’aria, bicchiere sempre in mano e sigaro tra le dita, subito la casalinga disperata Leigh (Angela Featherstone) si innamora di lui, anche perché l’FBI è così intelligente da aver passato alla stampa la foto di Frank in quanto testimone del processo. Così Leigh capisce subito che il suo vicino è un noto criminale mafioso e questo la stuzzica ancora di più.
Si sa, chi va con Frank Carbone impara a carbonare, e così la mogliettina stufa del marito che salta la cavallina in giro decide di risolvere il problema alla radice, sicura che Frank capirà.

Ho preso a mazzate mio marito: ho fatto male? Mi dica lei, che è del mestiere

Tranquilli, il maritino Denny (David Lipper) non è morto, ma ora anzi con l’amante Bootsie (Dina Meyer) – che poi è la sorella della moglie: ah, ’ste sorelle! – decide di sfruttare l’informazione preziosa: e se andassimo dalla mafia a farci pagare per rivelare dove si nasconde Frank Carbone?
Si sa che la mafia è una famiglia accogliente che vuole bene a tutti, così manda subito due tizi a far fuori gli amanti criminali: ma è qui che inizia la parte divertente del film. Perché quello che sembra un noir classico… si trasforma in una commedia nera!

«E dàje de tacco, e dàje de punta, quant’è bona la sora Assunta» (cit.)

Mentre Frank e Leigh vivono una specie di storiella d’amore, ai margini della vicenda, tutto il film si concentra sul meglio, cioè sugli incredibili sforzi e trucchi di Bootsie per fregare due milioni di dollari alla mafia, tra inseguimenti, agguati, sparatorie e inganni da applauso.
I mafiosi non possono nulla contro la furia di Bootsie, ma di situazione paradossale in situazione paradossale si arriva al regolamento di conti finale, dove onestamente Frank è giusto un giocatore secondario di scarsa importanza.

Funziona proprio bene, ’sta protezione testimoni, sì sì…

La trovata del film è quella di farci credere che sia Assante il protagonista mentre in realtà è solo la causa scatenante di eventi tragicomici, è solo la scintilla che incendia una famigliola criminale molto più spietata della mafia. In pratica, il criminale Carbone uccide solo un cattivo nel film: tutti gli altri sono massacrati dalle sorelle Kirkindall!

Un piccolo film delizioso e sorprendente, da gustare per vedere Assante assente, in quanto padre nobile della vicenda che poi lascia spazio a due donne grintose tutte da scoprire.

Grazie ancora a Willy per la segnalazione: ad avercene di Assanti così!

L.

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The Hard Way (2019) White: il Seagal nero!

Che brutta cosa, l’ingratitudine. Prendete per esempio una delle coppie storiche del cinema: Steven Seagal e il suo autore-regista Keoni Waxman. Un amore pluridecennale che ha generato decine di figli, cioè film. Avete presente quelle decine di film romeni di Seagal che i suoi fan non conoscono, perché sono rimasti al 1995? Ecco, tutti quelli sono opera di Waxman.
Poi qualcosa succede, e dopo Killing Salazar (2016) la coppia sembra scoppiare: dopo Brad e Angelina, anche Steven e Keoni sembrano separarsi. Va così, l’amore nel cinema.

Quando Netflix ha bisogno di un filmaccio d’azione di serie Z, rigorosamente romeno, Waxman è pronto ma quell’ingrato di Seagal non c’è. (In effetti proprio da quel 2019 pare aver interrotto la sua storica produzione di mille filmacci l’anno.) Il regista avrebbe bisogno di un nuovo eroe d’azione noto che se la passi così male da dover emigrare in Romania… serve un altro Seagal, e magari stavolta lo prendiamo nero.
E se non riusciamo a convincere una star marziale con le buone… useremo le cattive: come dicono gli anglofoni, The Hard Way.

È dura essere il nuovo Seagal

Il 2019 è un anno impegnato per il granitico Michael Jai White, deve andare nel sud-est asiatico per Triple Threat e in Canada per le sue comparsate nella serie TV “Arrow”: non è che farebbe una puntatina a Bucharest per un filmaccio romeno al volo?
Il mitico attore, l’unico della vecchia scuola rimasto in forma, accetta appena sbarca all’aeroporto è colto da un dilemma: non è che, niente niente, lo vogliono davvero far diventare il nuovo Seagal?

Benvenuto a Seagalandia!

A White viene affidato un personaggio dal nome stupido, Payne (“dolore”), e deve fare una lunga scena iniziale dove chiacchiera, moraleggia, pontifica, poi mena degli inetti usando le ridicole mossettine di Seagal. Mi spiace, Michael, sei il nuovo Seagal. E pure nero!
Certo, se fosse davvero il nuovo Seagal nel film dovrebbe essere affiancato da un altro attore noto abbastanza fallito da ridursi a girare per Waxman: toh, ce l’abbiamo! Ti pare che Luke Goss non si prestava a un film romeno? Per lui è una promozione!

La serie Z comincia a far male al povero Luke

Va be’, ma rimaniamo così, asciutti asciutti? Chiamiamo qualche lottatore passato al cinema con la carriera così devastata da fare il cattivo cialtronesco tipico dei film di Seagal: toh, passava di qua Randy Couture, facciamolo salire a bordo. Chiudi tutto, che siamo al completo.

Tutto si fa triste e verde quando entra in scena Randy Couture

Quello che inizia è la solita trama cialtronesca come solo Keoni Waxman sa scrivere, con quell’amore per Seagal che ora però gli si smorza in gola. Te li ricordi i tempi in cui i due stavano insieme? Che bella coppia, che filmacci putridi tiravano fuori. Michael ci prova, ma al contrario di Seagal White è vivo, ha padronanza dei suoi muscoli facciali e addirittura ha il controllo delle gambe.
No, Michael non può essere il nuovo Seagal, anche se è costretto a farlo.

Tie’, questo Seagal non l’ha mai saputo fare!

Payne arriva a Bucharest per seppellire suo fratello, ucciso da una mano misteriosa, e Briggs (Couture) gli dice subito di non fare domande, non indagare, non alzare la polvere, così da scatenare la curiosità di Payne. Briggs in ogni scena si comporta da colpevole, chi sarà mai il colpevole della storia? Chissà…
Il fratello di Payne faceva parte di una squadra di ex Forze Speciali che stavano indagando su un boss romeno… no, non ce la faccio a seguire ’ste minchiate che Waxman secerneva per il suo Seagal: prendete uno qualsiasi delle migliaia di stupidate con Seagal e metteteci Michael Jai White al suo posto.

Ho detto che non sono il nuovo Seagal!!!!

L’eroe indaga per conto suo fra gli attori peggiori in circolazione, studiati perché Seagal potesse addirittura sembrare umano, e alla fine c’è il combattimento finale dove l’avversario è totalmente incapace, altra grande firma di Waxman per il suo Steven.

Non sono Seagallllllllllllll!!!!

White è sempre uno spettacolo, è l’unico attore che dagli anni Novanta ad oggi è addirittura migliorato nelle arti marziali, mentre tutti i suoi colleghi sono l’ombra di sé stessi, ma qui a parte regalarci ghiotte tecniche – che testimoniano una bravura incredibile – non può fare altro, non avendo alcuna sceneggiatura a disposizione né personaggi né una regia. Abituato con il compagno cadavere, Waxman non è in grado di riprendere una scena di combattimenti, così sono più le inquadrature che sbaglia di quelle che azzecca, per puro caso.

Allora, Michael, che si prova ad essere il nuovo Seagal?

Dopo questo film White sembra essersi liberato della minaccia di diventare il nuovo Seagal, e anzi s’è fatto eroe diehardo per Welcome to Sudden Death (2020): riuscirà a resistere, almeno lui, al richiamo della Romania? Speriamo bene.

L.

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Plan B (2016) Fanculo il piano A!

L’8 aprile 2021 Cielo si è riscattato di tutta la spazzatura Meteo Apocalypse che infesta la sua programmazione e ci ha regalato oro puro: un film d’azione marziale tedesco che trasuda passione Z da tutti i pori.
E per gli amanti del politicamente corretto, il cast sembra uscire da un manuale delle pari opportunità!

C’erano Marty McFly, Cobretti, Thriller Jackson e Bruce Lee…

In prima TV, ecco il capolavoro Plan B: Scheiß auf Plan A (“Piano B: fanculo il piano A”!), introvabile altrove in italiano.

Tedeschi di menare: solo su Cielo!

Immaginate quattro ragazzi tedeschi cresciuti con Bruce Lee, Jackie Chan e Stallone: insomma, quattro ragazzi come noi, amanti di quell’azione cinematografica che abbatte ogni barriera di razze e culture. Quindi abbiamo il turco Can Aydin e gli asiatici Cha-Lee Yoon e Phong Giang (credo coreano e cinese ma non ho trovato conferme), li potete trovare sul set di tutti i più grandi successi hollyoodiani, a fare i cascatori o a gestire squadre internazionali di cascatori oppure a coreografare le scene d’azione. Giusto per dire che parliamo di tre professionisti del menare!

Un momento, ho parlato di quattro ragazzi, perché in effetti c’è anche Eugene Boateng, nato a Düsseldorf ma dalla pelle un po’ troppo colorata per essere tedesco DOC: lui non mena, ma è un attore e produttore.

Immaginate i tre ragazzi marziali che, dopo una roboante sequenza d’azione, cercano di convincere il regista a fare il film come vogliono loro, e ovviamente con loro protagonisti. Al che il regista risponde quello che probabilmente tutti i registi hanno risposto agli stuntman che vogliono diventare star:

«Ascolta, George Michael: prendi Jackie Chan e Jet Li e vattene dal mio set, prima che vi prenda a calci in culo tutti e tre.»

Non c’è rispetto per i professionisti dell’azione. E se ci facessimo un film per conto nostro?

Stuntman, attore e regista delle scene d’azione: scusate se è poco

Difficile separare la trama di questo film dalla realtà, è molto facile che i tre stuntman tedeschi che lavorano ad Hollywood abbiamo capito che nessuno li avrebbe mai promossi a protagonisti di un film e così hanno deciso di creare Plan B, diretto da Ufuk Genc e Michael Popescu, che dai nomi ipotizzo appartenere ad altre etnie che vivono in Germania. (Visto che in questo film tedesco non c’è un solo nome tedesco, direi che in Germania esiste un multiculturalismo decisamente di alto livello.)

Dite la verità, lo vorreste tutti un “giumbotto” con quelle pezze sopra!

I nostri quattro eroi dopo sei anni di gavetta ricevono finalmente la possibilità di partecipare ad un provino d’alto livello, un top casting (stando ad una delle tantissime espressioni inglesi snocciolate) solo che il geniale agente sbaglia a scrivere l’indirizzo, e i nostri si presentano nel covo d’un mafioso in piena attività. La cosa non finirà bene, e sarà il caso di mostrare i muscoli… come Carl Weathers e Schwarzenegger!

Quando citi Predator (1987), sono mille punti a tavolino

Incastrati dal cattivo, i nostri eroi dovranno trovare determinati oggetti in giro per la città come in una caccia al tesoro, ma in realtà è tutta una scusa per iniziare una spettacolare sagra degli anni Ottanta (la cui musica cinematografica è perfettamente riconoscibile in ogni scena) e combattere citando tutti i grandi. Menare i frati come Jackie Chan…

Tie’, e ora vai a chiamare Lasko!

… dare calci come Donnie Yen…

Se lo scopre Donnie vi chiede di pagare il copyright

… e tecniche acrobatiche alla Boyka.

Qui c’è davvero odore di Boyka nell’aria…

Ma se esce fuori un nunchaku giallo…

È sempre il momento di un nunchaku giallo

… allora sì che inizia la festa.

Altri mille punti, così, a gratis

Avere alle costole un poliziotto tosto che tutti chiamano Robocop e un protagonista che ama fare le pose davanti allo specchio citando Cobra (e non più il classico Taxi Driver) rende chiaro che qui gli anni Ottanta spaccano, e non a caso le “frasi maschie” snocciolate a spron battuto sono ferme a quel periodo.
«Voi siete il male, e io la cura», dice il protagonista ai cattivi; «Vivo o morto, tu verrai con me», dice il poliziotto al mafioso; «Yippie Ya-ye, pezzo di merda», dice uno senza motivo ma ci sta sempre bene. Quando in una sola scena vengono citati Cobra (1986), Robocop (1987) e Die Hard (1988), capisci che la roba è buona e pure tanta!

Un saluto agli anni Ottanta dalla Germania marziale

Plan B è una spettacolare parata di arti marziali acrobatiche e stunt spettacolari che rendono il film eccezionale: è come avere un tipico film di Hong Kong ma girato in Germania!
Giusto a ricordare che quello è il Paese più amante del cinema marziale che esista al mondo. Per questo, spinto da Evit, mi sono iscritto anche all’Amazon tedesca: film che in Italia nessuno ha più visto da trent’anni lì sono distribuiti in Blu-ray Director’s Cut! Diciamo che è tutt’altro mondo…

Gioia per gli occhi e per chiunque abbia nel petto un cuore marziale: astenersi quelli che storcono il naso, alzano il ditino seagaliano e dicono “Eh, ma quelle cose non sono verosimili”. Siete pregati di accomodarvi all’uscita.
Chi invece ama lo stile di Hong Kong e il citazionismo «senza limiditismo» (cit.), Plan B è perfetto. E fanculo al piano A!

L.

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Dal divano di Graham (1) Matthew Perry vs Night Shyamalan

Da più di vent’anni c’è un divano rosso nella televisione britannica che ospita stelle dello spettacolo nazionali e internazionali, che arrivano a raccontare aneddoti divertenti e storie dietro le quinte, con la lingua sciolta dall’alcol che è concesso loro bere in TV: è il “The Graham Norton Show“, dove si possono dire cose che farebbero oscurare le emittenti di altri Paesi.

Da anni questo spettacolo è la mia droga, e vorrei raccontare alcune delle migliori storie nate sul divano rosso più celebre della TV.

Ben tre attori del cast di “Friends” sono passati per il divano di Graham Norton, anche più volte, di solito lasciando un segno nella storia della trasmissione. Per esempio il 21 novembre 2014 Jennifer Aniston è stata ospite insieme a Jason Bateman per lanciare il film Come ammazzare il capo 2 (2014), e a un certo punto Graham chiude una discussione con una frase all’apparenza innocua, «Nessuno ti ha detto che la vita sarebbe andata così», peccato che… fosse una citazione dalla storica sigla di “Friends”, quella che precede il “battito di mani”, a cui provvede il pubblico: vedere seicento ospiti in studio che di punto in bianco battono le mani all’unisono, citando “Friends”, ha letteralmente paralizzato Jennifer! (Non perdetevi il video)

Folgorati da una delle più grandi citazioni corali di “Friends”

Altro ospite ricorrente è Matt LeBlanc, molto amato per la sua partecipazione a “Top Gear”, che il 27 maggio 2016 ha scoperto come la Madre dei Draghi Daenerys Targaryen, cioè Emilia Clarke de “Il Trono di Spade”, sia totalmente innamorata di Joey. Inevitabile che l’attrice gli chieda di sfoggiare il suo storico cavallo di battaglia, cioè quel «Come va?» con cui Joey conquistava ogni donna: a sorpresa… funziona ancora! (Non perdetevi il video)

Anche le Madri dei Draghi si sciolgono davanti a Joey

Il terzo “Friend” sul divano di Graham è Matthew Perry, ospite di una sola puntata (15 gennaio 2016) ma in cui si è dimostrato un’enciclopedia vivente della storica serie: mitragliato da “domande da fan” (Qual è il lavoro di Chandler?) ha risposto alla perfezione senza colpo ferire! Invece ha sofferto la presenza sul divano di Miriam Margolyes, attrice nota per essere totalmente priva di qualsiasi pudore (perciò ospite televisiva perfetta!), la quale ha raccontato di quando da ragazza stava per incontrare il grande Laurence Olivier e per colpa di questa attesa eccitata (nelle sue parole) «iniziai a scremare nelle mutande». Assolutamente impagabile la faccia di Perry nel constatare cosa si possa dire sulla TV britannica. «Credo di non essere stato mai così a disagio in vita mia» è il commento divertito dell’attore, passata la sorpresa. (Non perdetevi il video)

Quando Matthew Perry scopra cosa si può dire sulla TV britannica

Quella sera Perry racconta una storia divertente ma che, a sua insaputa, ha un colpo di scena… di quelli che cambiano tutto. Come chiamarli? Ecco, un colpo di scena alla M. Night Shyamalan.

La storia si svolte nel 2000, quando l’enorme successo de Il sesto senso (1999) porta Bruce Willis a vincere il People’s Choice Award come migliore attore. Siamo all’epoca di quella sesta stagione di “Friends” in cui Willis compare per tre volte nei panni di un padre “anomalo”, ma Perry non specifica il loro grado d’amicizia: ci dice solo che Bruce gli ha chiesto di presentarlo in quella serata in cui riceveva il premio. Durante quella sera Perry ha modo di conoscere diversi attori di quel film ed anche il regista, il più “caldo” del momento: M. Night Shyamalan.

Passano sei mesi, è l’epoca in cui Perry beve quindi non è difficile incontrarlo nei bar, e una sera si sente chiamare da qualcuno: è M. Night Shyamalan. L’attore invita il regista alla tavola che condivideva con alcuni amici e i due cominciano a parlare, così a lungo che man mano i vari altri amici si defilano, lasciandoli soli ed affiatati. Dopo ore Shyamalan invita Perry ad un locale appena aperto dall’altra parte della città, e l’attore accetta subito, avendo la netta sensazione che quella sera sta per cambiargli la carriera: uno dei registi più quotati di Hollywood sta ridendo a tutte le sue battute e si sta rivelando uno splendido compagno di bevute. È fatta: Perry sente che sta per diventare una «big movie star».

Giunti nell’altro locale, Perry si sente così a proprio agio con Shyamalan che, complice anche l’essere parecchio alticcio, gli propone: «Dovremmo lavorare insieme, qualche volta». Al che non ottiene la reazione sperata, perché il regista indiano lo guarda confuso, tanto che l’attore teme sia stato troppo brusco. Poi Shyamalan va in bagno e nel frattempo un amico di Perry lo raggiunge e viene informato della “notte magica” in pieno corso. Al che l’amico deve raggelare il povero Perry: quello non è M. Night Shyamalan!

L’attore scopre di aver passato una splendida serata con un signore indiano dalla forte rassomiglianza con il celebre regista, un signore che si scopre lavorare per un ristorante del posto… e al quale Matthew Perry ha proposto di lavorare insieme! Da quel momento, quando capita di incontrarsi, l’attore e il signore indiano si scambiano uno sguardo complice da ex amanti. Così Perry chiude l’aneddoto.

La storia di come Perry non è diventato una star grazie a M. Night Shyamalan

Per anni questa divertente storia ha avuto questa conclusione, con il povero attore che scopre di aver parlato tutta la sera con un tizio che assomigliava ad un noto regista, ma attenzione: è il momento del colpo di scena che cambia tutto!

Il 15 gennaio 2021 M. Night Shyamalan è ospite della trasmissione: purtroppo non può avere il privilegio di sedere sul divano rosso, la pandemia costringe Graham Norton ad un uso massiccio di collegamenti digitali. Il presentatore ovviamente non può esimersi dal chiedere al regista la sua “versione dei fatti”, una volta ricordato l’aneddoto di Perry di cinque anni prima, e qui arriva il colpo di scena: «Noi abbiamo davvero passato la sera insieme!» Ta-ta-taaaaaaaaaaa!

Un colpo di scena alla M. Night Shyamalan

La versione di Shyamalan conferma tutto quanto raccontato da Perry, l’ha incontrato davvero in un bar ed ha avuto con l’attore una piacevole serata, fra chiacchiere e bevute, poi però è stato Perry a proporgli di andare in un altro locale, al che il regista ha dovuto declinare l’offerta perché si sentiva troppo stanco. Shyamalan esce di scena, ma ricorda perfettamente che vicino al loro tavolo c’era un fan, indiano anche lui, che era tutto emozionato di aver beccato il celebre regista e girava loro intorno: l’ipotesi è che Perry non abbia capito che Shyamalan se n’era andato e sia andato al nuovo locale insieme al fan indiano che ronzava loro attorno. La quantità d’alcol che aveva in corpo può giustificare l’equivoco.

Shyamalan da allora sta cercando di far sapere a Perry che hanno davvero passato la sera insieme, divertendosi: finalmente la verità può essere raccontata!

L.

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[Italian Credits] Beverly Hills Cop (1984)

Vasquez che si appresta a digitalizzare una VHS!

Continuo a presentare la meravigliosa opera di Vasquez, che tenendo fede al proprio nome si è stretta la fascia in testa, ha imbracciato il suo smart gun ed è scesa nei piani inferiori della stazione di Hadley’s Hope: là dove teneva preziose videocassette sciabordanti edizioni italiane perdute.

Grazie all’acquisto di un semplice cavetto USB di acquisizione audio-video – che raccomando a chiunque voglia seguire le orme della nostra Colonial Marine – Vasquez ha recuperato le proprie VHS dalle insidie dei facehugger della polvere e le ha riportate in salvo, digitalizzando film la cui edizione italiana è ormai dimenticata ma soprattutto condividendo con tutti questo suo patrimonio.

Il film che ci regala questa settimana è Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills (1984) di Martin Brest, prima avventura di Axel Foley: ricordo la recensione di Cassidy.

Questo è uno di quei film che nella memoria lego a filo doppio con Italia1: erano quei grandi titoli americani che non avresti mai noleggiato in videoteca, perché tanto li beccavi in TV.

In un’epoca che non saprei datare se non un vago “primissimi anni Novanta” addirittura Italia1 lanciò un’iniziativa per cui mandava in onda a sera tardi dei film famosi in lingua originale con sottotitoli (credo italiani), per implementare lo studio dell’inglese: l’unico che registrai è stato proprio questo di Eddie Murphy, e per un po’ sono anche riuscito a conservarlo. Parliamo di un’epoca in cui le videocassette vergini avevano un costo importante, inaccessibile per la mia paghetta minuscola, quindi per conservare film potevo solo “lavorare ai fianchi” mia madre: insieme attaccavamo su due fronti mio padre, noto “butto tutto” professionista, per convincerlo a conservare una videocassetta con un film, il che voleva dire comprarne un’altra vergine.

Con il senno di poi, la resistenza di mio padre era ampiamente giustificata: avendo lui come “ostacolo”, io e mia madre abbiamo comunque tappezzato casa con centinaia di videocassette (l’ultimo censimento fatto si aggirava su circa seicento VHS, ma era un fiume difficilmente arginabile): figurarsi cos’avremmo fatto se invece mio padre ci avesse dato mano libera!

Ecco il video con i titoli di testa del film, finché YouTube non mi cancella anche questo profilo.


Titoli di testa


Titoli di coda


L.

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[Multi-Recensioni] Ryan Reynolds su Prime Video (1)

Ho scoperto con mia sorpresa che Ryan Reynolds ha lavorato tantissimo prima di diventare famoso, onestamente l’avevo notato molto poco e ho scoperto che anche in film che ricordavo bene… non ricordavo ci fosse lui! Sarà che reputavo anonima la sua faccia, perfetta per i ruoli da babbeo come in Blade: Trinity (2004) e Lanterna Verde (2011), ma sto cominciando ad apprezzare un attore che si è fatto una gavetta molto sostanziosa.

Credevo fosse questo il massimo dell’anonimità di Ryan Reynolds

Visto che Prime Video ha in catalogo diversi film del genere “quando Ryan Reynolds non era famoso”, ne ho approfittato per un viaggio tematico.



A prova di idiota
Uscito in DVD come
Foolproof. Il gioco è finito
(Foolproof, 2003)
In DVD DNC dal 2005.
Disponibile su Prime Video.

Prima di scomparire nel nulla dopo il delizioso Gunless (2010), il canadese William Phillips ha scritto e diretto questo heist movie di stampo classico, permeato da un’atmosfera frizzante che però in realtà non è mai presente. È giusto un “sentore”.

La faccia da schiaffi Kevin (Ryan Reynolds), l’atletica Sam (Kristin Booth) e la “mente” Rob (Joris Jarsky) hanno messo a punto un piano infallibile per rapinare una grande gioielleria, un piano così “a prova di idiota” (foolproof) che bisogna essere idioti per farselo sfilare dalle mani, come succede ai nostri tre diversamente geni: altri mettono a segno il colpo, ma i nuovi ladri non sono degli ingrati.

Il colpo studiato dai nostri tre è stato messo a segno da Leo Gillette (David “Poirot” Suchet), super-ladro mitologico che sa riconoscere il genio criminale dietro il suddetto piano, così obbliga i tre giovani a lavorare per lui e studiare un altro piano a prova di idiota per un colpo molto più ricco. Kevin, Sam e Rob non possono fare altro che sottostare agli ordini di Leo e iniziare ad usare la loro genialità criminale, anche se il nuovo colpo metterà a dura prova la loro amicizia.

Mette i brividi quando il Poirot cattivo ti serve da bere

È davvero difficile recensire questo film, non si capisce se è geniale, stupido o una via di mezzo. Il problema è che sembra una commedia ma non c’è una sola scena che lo faccia pensare; sembra un “film frizzante di rapina” alla Ocean’s Eleven (2001) ma non ne ha i numeri; sembra una storia intricata con colpo di scena finale ma in realtà è tutto lineare e il “sorpresone” si è capito già fin dall’inizio. Mettiamola così, il talento di William Phillips è di aver creato un film mediocre che però mentre lo si vede sembra un buon film.

In mezzo ad attori totalmente schiavi dei loro personaggi stereotipati, sicuramente Reynolds ci fa un figurone: bastava battere le palpebre per sembrare il migliore del cast. Non c’è un solo momento comico o divertente eppure il ruolo di Ryan sembra brillante, il ladro gentiluomo e frizzante: di nuovo, è una sensazione falsa ed immotivata ma è questo il talento dell’autore.

Da notare la presenza in un piccolo ruolo di David Hewlett, altro celebre canadese, che probabilmente il regista ha conosciuto sul set de Il cubo (1997). All’epoca di Foolproof David era già apparso nel ruolo del mitico dottor Rodney McKay della serie “Stargate SG-1”, ma solo l’anno dopo il suo personaggio diventerà immortale con “Stargate Atlantis”. Se in The Cube era un sessuomane e in “Stargate” un informatico, qui in Foolproof… è un informatico sessuomane!



Maestro dell’anno
(School of Life, 2005)
In DVD Eagle Pictures dal dicembre 2010.
Disponibile su Prime Video.

Il canadese William Dear ci ha regalato ben altri prodotti, come il divertente Timerider (1982) e il mitico Bigfoot e i suoi amici (1987), ma le bollette tocca pagarle e i gloriosi anni Ottanta sono lontani, così quando gli propongono «Facciamo la versione pacchiana e sotto steroidi de L’attimo fuggente?» accetta subito, tanto è un prodottino che si gira da solo e può leggere il giornale durante le riprese.

Il professor Warner (David Paymer) ha insegnato a lungo nella scuola dove tutti adorano suo padre, il mitico professor “Stormin'” Warner che ogni anno vinceva il premio di miglior professore: ora che l’ingombrante genitore è passato a miglior vita, il povero Warner può legittimamente ambire a prendere il suo posto nel cuore degli studenti: peccato che sia un noiosissimo e grigio insegnante, di quelli che tutti detestano. Se non bastasse questo già grave problema, arriva a scuola il prof più figo del mondo: Michael D’Angelo, che però tutti da subito chiamano solo Mister D (Ryan Reynolds).

Adottando trovate di sceneggiatura degne di tante manate in faccia, parte l’ovvio confronto tra l’insegnamento barboso e quello figo, fatto di libri strappati, banchi spostati e ci manca solo il carpe diem: basta guardare gli occhi di Reynolds per capire che lui è il primo a odiare ’sta roba, ma le bollette le deve pagare pure lui.

Reynolds nel ruolo di cosplayer di Robin Williams

La banale scontatezza di ogni situazione è bruciante, il “colpo di scena” è così ovvio che si capisce già nel primo minuto di film, e non aiuta un co-protagonista totalmente assente come il nostro Ryan: credo che il suo sguardo vuoto si debba al fatto che si stava preparando a girare Amityville Horror (2005).

Il cuore è giusto, la storia strappalacrime ci sta tutta, ma l’esecuzione è davvero di grana troppo grossa.



Cambio vita
(The Change-Up, 2011)
In DVD Universal dal 2012.
Disponibile su Prime Video.

Dopo 2 cavalieri a Londra (2003) e 2 single a nozze (2005), e prima di tornare a dirigere videoclip, David Dobkin continua a portare su schermo storie di amiconi nei guai, in situazioni sempre più paradossali: stavolta attingendo all’inesaubile bacino del genere “Freaky Friday”, che chiamo in questo modo in omaggio al primo film che ho visto sull’argomento, cioè quello mitico con Jodie Foster del 1976.

Dave (Jason Bateman) è un lavoratore indefesso, marito attento e padre amorevole di tre figli, che stanco della sua vita da Mulino Bianco sogna la libertà dell’amico Mitch (Ryan Reynolds), perdigiorno matricolato e saltuariamente attore di pessime produzioni di dubbio gusto, un uomo dai variegati appetiti sessuali che però sogna l’affetto di una famiglia come quella di Dave. Da anni i due amici sognano segretamente uno la vita dell’altro, finché una sera – mentre fanno pipì in una fontana che non sanno essere magica – esprimono in contemporanea questo loro desiderio ad alta voce… e ovviamente la mattina dopo si svegliano uno nel corpo dell’altro. Può iniziare “quel pazzo venerdì”.

E ricorda: se qualcuno lo chiede… sei tu che hai interpretato Lanterna Verde!

La scelta attoriale è perfetta, Bateman ha scritto “papone” in faccia mentre Reynolds ha scritto “sciupafemmine”, grazie anche a fisici perfettamente aderenti ai personaggi. Le situazioni umoristiche sono tutte ovvie ma il genere non è noto per la creatività quanto per l’efficacia delle situazioni e degli attori: qui tutto funziona, ci si diverte, scappa pure qualche risata, e in generale è una visione molto divertente, quindi ogni possibile difetto è perdonato.

Il momento più divertente è ovviamente quello più triviale, quando cioè Dave nel corpo di Mitch scopre che l’amico aveva sempre esagerato quando si definiva “attore”, visto che i suoi ingaggi sono più spesso in filmini soft-core al fianco di attempate (e mal-rifatte) attrici straniere, così come Dave scoprirà che i gusti sessuali dell’amico sono molto più atipici di quanto pensasse. Non mancheranno situazioni “basse” che però sono innegabilmente divertenti, quindi – come sempre – finché funziona va tutto bene.

Il film esce solo due mesi dopo Lanterna Verde, quindi Ryan ha un fisico allenatissimo che non manca di mostrare, ottimizzando così l’allenamento compiuto per il pessimo film superomistico.



Safe House – Nessuno è al sicuro
(2012)
In DVD e Blu-ray Universal dal giugno 2012.
Disponibile su Prime Video.

Malgrado il cognome, Daniel Espinosa è un talentuoso regista svedese di belle speranze, che ha firmato Child 44 (2015) e LIFE (2017) mentre stiamo aspettando di vedere il suo Morbius (2022), ma prima di tutto si è fatto le ossa con questo Safe House, scritto dall’esordiente David Guggenheim.

Tobin Frost (Denzel Washington più cazzuto che mai) è un mercenario di informazioni che se non bastasse la taglia internazionale sulla testa ora ha per le mani roba scottante da vendere: un bell’elenchino di porcherie commesse da servizi segreti di vari Paesi. Per sfuggire a dei sicari si fa catturare dagli americani, anche perché sa che le squadre speciali a stelle e strisce sono così inette che basta fare loro “Bù” per ucciderle. Invece per sua sfortuna, o fortuna a seconda dei punti di vista, viene portato in una casa sicura della CIA gestita da Matt Weston (Ryan Reynolds).

Matt è un giovane che sogna di fare carriera nella CIA ma per ora è solo il custode di una casa sicura a Città del Capo, e nell’ultimo anno i suoi compiti sono stati lavare per terra e pulire il bagno: ora, nel giro di pochi minuti, si ritrova responsabile di un criminale internazionale con un manipolo di mercenari spietati che sta mitragliando l’intera città per acciuffarlo. Forse era meglio lavare per terra…

Sai quanto ci ho messo a lavare quella casa che mi avete appena distrutto?

La fuga del buono con il cattivo, così da scoprire che poi non è tanto cattivo, è un grande classico che il film gestisce oserei dire alla perfezione: non finge mai di essere un filmone spionistico di quelli cervellotici, svolge la sua trama in modo onesto con tanta azione e due attori in stato di grazia che si caricano l’intera vicenda sulle spalle. L’affiatamento di Denzel e Ryan è perfetto e rende più che credibile le dinamiche dei rispettivi personaggi.

L’ho visto già alla sua uscita italiana e come voto gli ho dato 6 su 10, che è alto per i miei parametri: penso che invece l’alzerò a 7, visto come mi ha fatto piacere rivederlo. Ottima azione sposata con ottimi personaggi, ad avercene di film così!



The Voices
(2014)
In Blu-ray Blue Swan dal giugno 2019.
Disponibile su Prime Video.

Debutto americano per la regista iraniana Marjane Satrapi, che fa un ottimo lavoro ma il problema del film è la sceneggiatura di Michael R. Perry, autore televisivo che in una sola altra occasione ha scritto per il cinema, cioè per Paranormal Activity 2 (2010): il che è tutto dire.

Jerry (Ryan Reynolds) è il vostro amichevole psicopatico schizofrenico di quartiere. Sappiamo che ha avuto un’infanzia terribile, in mano ad un padre violento, e sappiamo che da grande deve aver avuto dei guai con la giustizia, tanto che ora deve vedere regolarmente una psichiatra ed assumere regolarmente delle pillole: Jerry adora parlare con la sua psichiatra, invece detesta prendere le sue pillole. Perché sotto il loro effetto tutto è rosa, come nella celebre canzone del Rocky Horror Picture Show: il rosa tinge il mondo di Jerry, e lo tiene al sicuro da guai e dolori. Certo, se Jerry continuasse a prendere le sue pillole… cosa che non fa!

«Rose tint my world and keeps me safe from my trouble and pain» (cit.)

Grazie alla eccezionale fotografia di Maxime Alexandre man mano cominciamo a capire quando Jerry vive nel proprio mondo e quando nella versione “rosa” del nostro, e sicuramente un valido indizio di come funzioni la testa del giovane ce l’abbiamo quando torna a casa e parla con il suo cane e il suo gatto. Fin qui niente di strano, tutti noi parliamo con cani e gatti… il problema è che a Jerry i due animali rispondono! È curioso che Reynolds affronti un personaggio che sente le voci nella testa come Deadppol due anni prima di portare quel personaggio al cinema… senza le voci nella testa!

Il momento più alto del film è quando Jerry riesce ad invitare la collega di lavoro Fiona (Gemma Arterton) e una serie di sfortunati eventi creeranno una delle migliori scene di umorismo nero mai viste, il che è deleterio per il film visto che tutto il resto della vicenda non è all’altezza di quella scena-capolavoro. Quello che inizia forse vorrebbe essere una commedia nera o un horror comico, ma le parti comiche non sono comiche e la parte horror è troppo seria ed emotiva per essere solo horror. Insomma, c’è un problema di calibrazione dei generi, per cui onestamente non sono riuscito a capire di cosa diavolo parlasse la storia.

Nessuno mi capisce, per fortuna posso parlare con voi

Jerry è un Candido voltairiano che la malattia mentale e un mondo crudele trasforma in cattivo? La psichiatra fino alla fine continua a ripetere che Jerry è un uomo buono, malgrado ciò che fa, quindi la vicenda è per spiegarci che bisogna aiutare i malati e non giudicarli? Non lo so, forse non c’è neanche una “morale” in questo film, è solo la storia della caduta rovinosa e semi-seria di uno psicopatico, che forse voleva essere una commedia nera ma a parte la citata scena con Fiona – che da sola vale l’intero film – tutto il resto ha un problema di registro non calibrato.



Mississippi Grind
(2015)
In DVD e Blu-ray Eagle Pictures dal luglio 2020.
Disponibile su Prime Video.

Non riesco ad instaurare alcun rapporto empatico con i personaggi di giocatori seriali, che in un numero sconfinato di film (ma davvero piace così tanto ’sta roba?) ci raccontano la loro “filosofia”, anche se io userei altre parole per definirla, e tutte irripetibili: la prossima volta sicuramente vinco. Cioè il mantra che ogni perdente ripete a se stesso, mentre rovina la propria vita ma soprattutto quella di chi gli è attorno. Ma in fondo di solito questi vampiri sociali sono così fortunati da essere circondati da beoti che continuano ad aiutarli.

Gerry (Ben Mendelsohn) è il solito decerebrato convinto che possa guadagnare con il gioco d’azzardo: ancora vengono usati questi spunti? Dobbiamo ancora vedere film con questo stupido soggetto che era già vecchio nell’Ottocento? Almeno all’epoca chi perdeva alla roulette si suicidava così si toglieva dai coglioni, invece oggi si fanno film che elogiano queste figure sgradevoli. A Ryan Reynolds il compito di interpretare un ruolo ancora peggiore, cioè l’amico del coglione che lo guarda giocare, che è un’attività intelligente quanto guardare uno che pesca. L’unico motivo narrativo per cui potremmo accettare che Curtis (Reynolds) segue Gerry di scommessa in scommessa, aizzandolo e consolandolo quando regolarmente perde, è perché lo sta fottendo… e invece no: è proprio perché a Curtis piace vedere come Gerry viva il sogno americano, cioè perdere tutto come un coglione sognando di vincere.

In pratica questo montarozzo fumante di sterco, che altri chiamano “film”, è Febbre da cavallo (1976) ma senza umorismo, senza sarcasmo e senza alcuna critica: è come se Mandrake e Pomata fossero considerati due veri eroi americani!

Mandrake e Pomata ma senza niente da ridere

L’unica vicenda raccontata dal film, senza spiegare in alcun punto perché la si sia raccontando, è Gerry che mendica soldi in giro, li ruba a tutti, e li perde perché lui è un dritto e sa che può vincere, anche se non ha mai vinto (perché non si vince mai, altrimenti il gioco d’azzardo sarebbe scomparso secoli fa!): e Ryan Reynolds è lì che dice cose stupide per consolarlo.

Uno dei film più brutti e stupidi del millennio.


L.

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Jackie Chan Story 30. Rush Hour 3

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

Il nuovo millennio è un periodo strano per Jackie, anche perché la sua Alma Mater, la storica casa di produzione Golden Harvest Productions, non è più quella di una volta: la coraggiosa piccola casa che osò sfidare il colosso Shaw Bros, vincendo grazie al successo di Bruce Lee e mantenendo il primato grazie ai film di Jackie Chan, dal 2001 in pratica svanisce, frazionandosi in altri nomi. Hong Kong non è più uno scoglio occidentale, l’oceano cinese l’ha travolto. Ora a comandare nel cinema sono case di proprietà della Repubblica Popolare Cinese, come la China Film Group Corporation, e ora chi vuole lavorare nel cinema deve aderire ai valori di uno Stato che definire totalitario è forse riduttivo.

In questo ambiente è difficile capire se Jackie abbia sinceramente aderito al nazionalismo più smaccato per convinzione personale o semplicemente perché è l’unica scelta se vuole continuare a lavorare: nessun produttore internazionale gli concederebbe la totale libertà artistica che ha in patria, dove peraltro è venerato come un dio, quindi a meno che non voglia fare per sempre il pagliaccio per il pubblico americano Jackie deve riscoprire i sacri valori cinesi veicolati dal revisionismo storico di partito: se un grande critico come Zhang Yimou si presta a quella becera propaganda di The Hero (2002) – dove una leggenda popolare diventa un’occasione per incitare i cinesi a raccogliersi “sotto lo stesso cielo” e ad evitare qualsiasi dissenso – allora Jackie può iniziare a sfornare film in costume come The Myth (2005). Ma anche dimenticabilissimi prodotti come Rob-B-Hood (2006).

Con la perdita dell’indipendenza politica e culturale, la terza cinematografia del mondo perde gran parte del fascino che l’ha resa dominatrice per interi decenni: ora non esiste più divisione fra i piccoli film cinesi di propaganda e i grandi successi di Hong Kong, con il nuovo millennio è quasi tutta “roba cinese”. Quindi niente critiche alla società, niente attacchi, niente sarcasmo, niente dissenso e i cinesi “sono tutti fratelli”, che lo vogliano o meno, come vedremo più avanti.

Per tirare un po’ il fiato, Jackie ha la possibilità ogni tanto di andare a divertirsi in America a lavorare con Chris Tucker, nei rari momenti in cui il comico decide di tornare al cinema.


Rush Hour 3

Uscito in patria americana il 30 luglio 2007, il film arriva nelle sale italiane almeno dal 5 ottobre successivo per Key Films con il titolo Rush Hour 3. Missione Parigi. Medusa Video lo porta in DVD e Blu-ray dal gennaio 2008.
Stando a FilmTV.it il film arriva in TV il 26 febbraio 2009, su Rai4, e da allora è ampiamente replicato.

Il nostro Carter (Chris Tucker) è stato finalmente punito e l’hanno mandato a dirigere il traffico, anche se riesce a fare danni anche in questa occasione. Invece Lee (Jackie Chan) è sempre l’agente speciale al fianco dell’ambasciatore Han (Tsi Ma), tornato in scena dopo il primo film. Quando questi parla alle Nazioni Unite e diventa vittima di un attentato, Lee deve tornare di nuovo a lavorare sul campo con l’amico Carter, ma stavolta è una questione personale: l’attentatore infatti è suo fratello Kenji (Hiroyuki Sanada).

L’idea di dare ad un cinese un fratellastro giapponese è la cifra stilistica dell’intero film. Essendo infatti un prodotto americano, Paese ossessivamente attento al politicamente corretto e al rispetto delle differenze culturali, è tutto un susseguirsi di luoghi comuni razzisti: forse la cocente passione americana per il rispetto delle diversità vale solo sul proprio suolo, così appena si esce ci si può sfogare con ogni più sfinterico stereotipo razziale. Per esempio in ogni singola opera narrativa americana viene specificato che i francesi sono stronzi e antipatici, al che mi chiedo: perché gli americani continuano a considerare Parigi il loro sogno proibito? Se vi fanno così tanto schifo i francesi, perché continuate a cercarli?

Roman Polanski ora vi illustra dove infilarvi i vostri stereotipi

Lo sceneggiatore Jeff Nathanson, lo stesso del secondo episodio della saga, non ci prova neanche più ad inventarsi qualcosa perciò va avanti con il pilota automatico: tanto lo sanno tutti che l’occidentale potente sarà il cattivo, perché sforzarsi? Evidentemente alla New Line Cinema hanno dei grafici che dimostrano come il vero interesse del pubblico siano le battute razziste su quegli stupidi che sono nati al di fuori degli Stati Uniti – lo dimostra quella cloaca a cielo aperto di Spider-Man: Far from Home (2019) – perché allora perdere tempo con una trama? Andiamo a Parigi a dire ai francesi che sono stronzi, roba nuovissima, poi andiamo ad un localino fru fru dove suonano il Can Can, e via tutti alla scena finale sulla Torre Eiffel. Grande mistero sull’assenza di almeno un personaggio con il basco in testa, la maglia a righe e la baguette sotto l’ascella: si vede che è un film di gran gusto.

Quando il buon gusto si addormenta e ha gli incubi

Il film l’ho visto appena uscito, o forse qualche tempo dopo, comunque mi stupisce che nella mia classifica personale gli abbia dato voto 6 su 10, forse all’epoca ero più stregato dall’affiatata coppia comica, o magari nel frattempo ho cambiato gusti, comunque rivisto oggi è stata un delusione cocentissima e non gli darei neanche 3 su 10. È la prima volta in questa saga che rivedendo il film non confermo l’impressione dell’epoca: forse sono diventato più intollerante al razzismo becero, quello che se lo fai in America ti crocifiggono in piazza ma se lo fai all’estero tutti ridono. Onestamente una volta completata la quinta elementare non mi fanno più ridere le battutine su quanto siano stupidi gli stranieri ad essere stranieri.

A pensarci, questo stereotipo di francese potevano usarlo pure per una missione in Italia

Stando ad IMDb il risultato al botteghino di questo terzo film non è stato spumeggiante come nei titoli precedenti, sia perché è costato di più sia perché ha incassato decisamente di meno del previsto. In pratica si è limitato a rientrare delle spese, guadagnando con il mercato estero. Non stupisce che la saga si interrompa qui, anche se (sempre stando ad IMDb) pare sia stia parlando di un Rush Hour 4: spero di cuore non si faccia mai, vista l’età raggiunta dai due protagonisti.

Chiusa la parentesi umoristica (o supposta tale), Jackie può tornare alla propaganda cinese: non so quale delle due sia meglio.

(continua)


L.

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