Reeker (2005) Tra la vita e la morte

Vista la nullità del film, recensirlo sarà veloce: ne approfitto per raccontare perché l’ho preso in considerazione.

Neanche fossi diventato il Dilbert dei fumetti, l’anno scorso mi sono ritrovato in una riunione aziendale dove un tizio – convinto di essere molto simpatico e comunicatore – spiegava ad un branco di impiegati il concetto semplice eppur complesso di “web security”. Ovviamente un’espressione inglese, visto che parliamo di personale impiegatizio spesso laureato, quindi incapace di capire l’italiano: figuriamoci una qualsiasi altra lingua!
Dopo mezz’ora di webcazzole con scappellation a destra e antani as if was, l’oratore finalmente giunge alla fine del suo sproloquio itanglese per spiegarci l’estrema pericolosità del web: sapevate che Putin in persona entra ogni sera nel vostro computer e va a visitare i siti dove siete stati durante il giorno? E vi giudica, sporcaccioni che non siete altro!

Quando credevo che l’abisso di menate fosse finito, è partito il filmato: perché gli anni Ottanta sono tornati di moda, quindi c’è sempre da sorbirsi il documentario. Un tizio tedesco ci vuole spiegare che se non usiamo una password di 1.328 caratteri alfanumerici assiro-babilonesi con segni di interpunzione provenienti da ventotto lingue diverse allora ci ruberanno l’identità.
Un attore ci fa vedere come ruba l’identità di un tizio, si veste come lui, scopre che bar frequenta il suo amico Brikke e gli passa davanti gridando «Bella, Brikke!» L’amico saluta, quindi il furto di identità è completo.

In realtà non ricordo esattamente cosa dicesse l’attore nel documentario, ma ero così divertito della ridicolaggine della scena che nella mia mente suonava alla romana, con questo tizio in parrucca, che ha speso un mare di tempo e soldi solo per passare davanti ad un bar e fingere di conoscere questo Brikke, salutandolo.
Ovviamente sono stato l’unico a trovare esilarante il documentario, tutti i miei colleghi hanno scoperto per la prima volta che il web non è limitato al loro schermo e si sono detti tutti terrorizzati: hanno tutti cambiato la password utilizzando caratteri alfa-numerici di Cthulhu. Curioso invece come aprano tutte le mail che arrivano sul loro PC, soprattutto quelle scritte in italiano pencolante… che poi in fondo è come parlano loro!

Ragazzi, non date mai i vostri dati a chi ve li chiede!

Quando sulla guida TV di sabato 17 agosto 2019 ho scoperto su 7Gold la trasmissione del film… Rikke… ho dovuto assolutamente registrarlo, e per giorni guardavo quella data dicendomi: «Bella, Rikke!»

Il film in realtà si chiama Reeker, presentato al South by Southwest Film Festival nel maggio 2005 e portato in Italia da Medusa Video dal dicembre 2008 in un DVD dal titolo Reeker. Tra la vita e la morte. A sorpresa, un sottotitolo molto azzeccato…

Bella, Reekke!

Il regista e sceneggiatore Dave Payne è uno che fa “male” (lo dice il cognome) ed è specializzato in filmacci che nuocciono gravemente alla salute: scopro un suo Alien Terminator (1995) che devo segnarmi.
Ha fatto di tutto, tutto Z, compreso – scopro con orrore – un film televisivo sulla famiglia Addams con Daryl Hannah e Tim Curry… Perché non sono stato avvertito?

Con Reeker ci porta tutti nell’Area 51, quindi è subito chiaro si tratterà di una tamarrata con gli UFI… e invece no!
I giovani protagonisti – una secchiata di inutili attorini di cui non vale la pena citare il nome, ad eccezione delle guanciotte d’oro di Arielle Kebbel – partono in viaggio e stupidate varie ma si rendono ben presto conto che c’è qualcosa di strano: strani eventi evengono, e qualcosa qualcoseggia

Arielle Kebbel: l’unico motivo per dare un’occhiata al film

Tolta una parte introduttiva da road trip brutta come la fame, ad un certo punto le cose strane aumentano di livello, di intensità e di stranezza, e in mezzo a tante stranger things… arriva pure Michael Ironside!

Ragazzi, non accettate passaggi di notte da Michael Ironside!

Non è da tutti poter presentare a sorpresa un bad to the bone di questa portata, fargli fare una particina di qualche minuto e farlo uscire di scena velocemente: o Payne è un amicone di Ironside, o Michael ha perso a poker e gli doveva una comparsata in un film.

Ciao, sono Michael e sono qui perché ho perso una scommessa: tranquilli, vado via subito

Per tutto il film vediamo personaggi senza alcuno spessore passare davanti all’obiettivo per andare non si sa dove, a fare non si sa cosa, a dire robe senza senso e a morire trapanati da un’entità incappucciata e fantasmosa. Più che nell’area 51 sembra che siamo in Jamaica e si sta fumando quella buona.

Mi sa che non era tabacco…

Assistiamo a morti senza senso, senza logica e senza gusto, finché alla fine abbiamo il super-colpone di scena, che meriterebbe uno “Spoiler Alert” ma tanto vi sconsiglio caldamente di vedere ’sta stupidata di film: in realtà i protagonisti sono morti in un incidente stradale all’inizio del film, e tutti i personaggi che vediamo sono morti nelle vicinanze che si aggirano confusi e senza memoria in attesa che il Tristo Mietitore se li porti via. Col trapano…

Tipico Tristo Mietitore dell’Area 51

Qui nasce un dilemma filosofico: un finale carino può salvare un film bruttissimo? La furbesca scopiazzata dalla Saga di Final Destination – all’epoca arrivata solo al secondo episodio – può giustificare un intero film fatto di niente e di bruttezza? Temo di no.

Ragazzi… finalmente ho ritrovato il copione!

Non mi sento di consigliare questo film, però la curiosità rimane: perché la Morte ha bisogno del trapano per portarsi via le anime dei defunti? E perché i protagonisti la battono… correndo via da lei veloce veloce? Basta solo questo? Me lo ricorderò…

L.

amazon– Ultimi film da 7Gold:

Annunci
Pubblicato in Horror | Contrassegnato , , , , | 32 commenti

Another Life (2019) Citare l’Alien sbagliato!

Perché mi tocca trovare la mia amata Katee Sackhoff in produzioni di alto profilo ma profondamente deludenti? Già la mia amata Kara Thrace ha dovuto tenere sulle proprie spalle l’intero 2036 Origin Unknown (2018), ora speravo che ritrovarla di nuovo in una serie di fantascienza fosse l’occasione giusta per rispolverare i passati fasti di Battlestar Galactica, ma c’è un problemino che gli sceneggiatori americani sembrano ignorare: citare va bene, rubare va bene, copiare tutto non va bene. Se poi si è incapaci, anche citare non va bene…
Come vedremo a settembre su questo blog, Alien (1979) ha rubato tutto il rubabile, è un film profondamente disonesto, ma essendo fatto bene – di gran lunga meglio delle opere da cui ruba – il risultato ci sta tutto.
La miniserie di dieci puntate Another Life ruba male, molto male. Anche dalle fonti sbagliate…

Un’altra volta, un’altra vita

La storia si apre con il personaggio più sbagliato di tutti: Harper Glass, una influencer seguita da mezzo pianeta e come tutte le influencer è vestita male, non ha un centimetro di pelle scoperta e ha 47 anni… No, aspetta, c’è qualcosa che non va: le influencer di solito sono l’esatto opposto… La povera Selma Blair, bravissima attrice ma qui totalmente fuori parte, è costretta ad essere immobile e mummificata per tutta la serie per non mostrare di avere trent’anni in più del ruolo che dovrebbe ricoprire. Per fortuna nelle ultime puntate il personaggio di Harper diventa così stupido e immondo da far dimenticare tutto il resto.
Comunque è lei che apre la vicenda, dicendo ai suoi follower: «Guardate, ci sono campane tubolari nel cielo!» Non dice così… ma dovrebbe…

Aprire citando Mike Oldfield: fatto!

Ci ritroviamo d’un tratto nella fotocopia di Arrival (2016), che poi era la versione fighetta del migliore Epoch (2001), anche se fingeva di rifarsi ad un racconto di Ted Chiang. Dal cielo arriva roba che non fa niente e tutti a chiedersi: cosa fa la roba che non fa niente?
«C’è una roba che non fa niente: è un problema?»
«Fa niente.»
«Sì, lo so, sta lì e non fa niente, ma è un problema?»
«Fa niente.»
«Ho capito che non sta facendo niente, ma è un problema?»
«Intendevo “fa niente” nel senso di non importa.»
Magari fossero stati questi i dialoghi della serie.

Visto che la roba dal cielo non fa niente, facciamo qualcosa noi: mandiamo dei fotomodelli nello spazio con due astronavi. Una per l’equipaggio e un’altra per il guardaroba. Ah, e una terza, con l’esercito di parrucchieri e visagisti necessari per mantenere gli astronauti sempre perfetti, per farli stare sempre con i capelli a posto, la barba ben gestita, la messa in piega e per assicurare un cambio di vestito ad ogni scena. È così che si vola nello spazio, che ne sapete?

Fighi e ben vestiti: è così che si vola nell’universo, capito straccioni?

Le scene nello spazio sono pura barzelletta, roba creata per i gggiovani che non hanno mai visto un film in vita loro e quindi credono che la space opera e la soap opera siano la stessa cosa. Così in una navicella diretta verso l’ignoto, con «la Terra che non nasce, sta per morire» (come cantava Grignani), questi baldi eroi – tutti ragazzini, tranne Katee Sackhoff nostra, gagliarda e tosta – si lanciano in giochi d’amore, «o dolci baci, o languide carezze» (come la Tosca di Puccini), cominciano a raccontarsi di quella notte a Mogadiscio, come Verdone, si guardano, si toccano… Ah, ora ho capito: Another Life si riferisce alla telenovela degli anni Ottanta!

Dieci puntate d’ammore, di “non lasciamoci più”, di “mi pensi? ma quanto mi pensi?”, di “l’ho vista prima io”, di “il triangolo sì, la geometria non è un reato”, di “dov’è finito l’incursore anale?”. Oh, tutto bello, eh? Tanto si dorme della grossa, che neanche il valium funziona bene come le stupidate amorose americane, perché magari ricordarsi che c’è una razza aliena che forse vuole spazzarci via dall’universo… Ah no, scusate, non volevo interrompere le “cene eleganti” dell’astronave.
Ora però, seri eh? Ora ci mettiamo a lavoro per… la guerra del sapone! Quale equipaggio spaziale non si è mai tirato addosso spugne bagnate?

Chi si ritira dalla pugna…

… si becca la spugna!

Questa imbarazzante pantomima – perché la Sackhoff ci si è infilata? – ci regala un modo figo per andare in sonno criogenico, o ipersonno che dir si voglia: degli aghi che ci entrano nel cervello. Oh, roba sicura, eh? Che un’astronave che balla nello spazio sicuramente non farà sì che gli aghi ci trasformino il cervello in groviera, ma tranquilli: il criosonno di questa serie cambia ad ogni episodio.
La prima volta che Katee si sveglia è traumatizzata e a malapena riesce a camminare: è normale, il fisico deve riprendersi dopo settimane o mesi di sonno forzato. Poi però per il resto della serie ci si sveglia in un lampo senza problemi. Poi dopo crea incubi poi non li crea più. Insomma, è un Criosonno delle Libertà: ognuno fa quello che gli pare.

Che piacere, svegliarsi dal criosonno

Quando si va a dormire in ipersonno è buona creanza darsi la buona notte. Come dite? Dagli anni Quaranta in cui è nata l’idea del sonno criogenico (probabilmente inventata da Arthur Clarke) nessuno ha mai augurato “buona notte” al dormiente? Come dite? L’unica storia di fantascienza a farlo è la saga aliena? No, non ci credo: Another Life vanta sceneggiatori freschi e innovativi, non si mette a copiare idee…
Quindi ci si rifà ad una frase tipica americana, «Good night. Sleep tight. Don’t let the bedbugs bite» (“Buona notte. Dormi bene. Non farti mordere dalle cimici”), e sicuramente non è una citazione aliena…

L’Alien giusto

L’Alien sbagliato

Quale androide ha un pollice e cita l’Alien sbagliato?

Quello che sembra solo un dubbio, che cioè William (Samuel Anderson), il ridicolo androide innammurato, sia una fotocopia fighetta del Walter di Alien: Covenant (2017) trova conferma quando nel terzo episodio viene ricreata identica la scena del pranzo di Alien (1979), solo che stavolta il Kane di turno non ha male al pancino… ma sulla noce del capocollo, come dice Lino Banfi.
Il “parto schienale” è una delle grandi idee malate che Pazzo Ridley ha introdotto in Covenant: vuoi vedere che questa serie è così malmessa da citare l’Alien sbagliato?

L’Alien sbagliato

La serie che cita l’Alien sbagliato

Scesi su un pianeta e iniziato a toccare tutto, compreso un liquido praticamente identico al black goo di Prometheus (2012), e iniziato ad assaggiare frutti a caso alla ricerca di qualcuno buono – oh Signore dei viaggiatori!, come cantava Jovanotti – è ormai chiaro: non voglio neanche sapere i nomi dei disagiati che hanno sceneggiato Another Life, so solo che hanno un gusto di merda nei film da citare.

Ma siamo scesi sul pianeta floreale di Annientamento (2018)?

Loro stessi, gli sceneggiatori dall’inferno, sono consapevoli che stanno sbagliando fonte di brutto, visto che poi cominciano a copiare dai film giusti.
Katee ha preso possesso della nave rubandola al precedente capitano, creando una situazione che grida Star Trek. Il film (1979) con tutto il fiato, e la conferma arriva più avanti, quando uno dei ragazzini dementi a bordo della nave si sacrifica ricreando identico il finale di Star Trek 2 (1982), ovviamente con la stessa carica emotiva del tagliarsi le unghie dei piedi.
Lo vogliamo aggiungere un pianeta che sembra copia-e-incollato da quello di Annientamento (2018)? E un personaggio che si rispecchia nell’oggetto alieno come in Sfera (1998)? Lo vogliamo aggiungere qualcuno che entra nel computer come 2001 Odissea nello spazio (1969)? Venghino, siòri, che le citazioni oggi le regaliamo…

No, non è una citazione da 2001 (1969), mica…

In quei rari momenti in cui l’equipaggio non si dedica ai giochi d’amore e alla soap space opera, e in cui non si copiano scene di film presi a caso, c’è la ridicola storia di questi alieni che mandano sonde in giro per l’universo per trovare le razze più stupide con cui interagire. E cosa fanno, una volta trovate? Fanno quello che TUTTI gli alieni fanno in TUTTI i film di fanta-scemenza americana: iniziano l’invasione più lenta dell’universo.
Una civiltà enormemente superiore per distruggerci ha bisogno di convincere un tizio a lavorare per lei e a convincere altri a lavorare per l’alieno, che l’alieno è bello, che l’alieno è vero, che l’alieno ama una notte intera, perché l’alieno è il sale, perché l’alieno è il vento e non sa che può far male… Nanananaaaana…. L’alieno adesso… è mio!

Ma sant’Iddio, sgancia un’atomica e vaffanculo!
Se davvero vuoi fare una citazione aliena, alieni cari: «decolliamo e nuclearizziamo». No, gli alieni sono così intelligenti che hanno bisogno di lunghe puntate per convincere una sola persona a lavorare per loro. Questo mi tranquillizza: ora che l’invasione sarà finita nel frattempo ci saremo già estinti da soli…

Mio Dio, quanto sono scesa in basso…

Tutto Internet ha preso a pernacchie in faccia questa povera miniserie – dal ridicolo finale aperto in attesa di future nuove stagioni, ma anche no! – quindi non ha senso sparare sulla Croce Rossa. Mi limito ad una constatazione: dopo I Am Mother (2019), questo è il secondo prodotto di fantascienza che si rifà palesemente a quel peto fetente di Alien: Covenant (2017), che è come dimenticare L’Esorcista (1973) e citare L’esorciccio (1975). No, esempio sbagliato: il secondo è migliore del primo!
Possibile che quella porcata immonda abbia davvero fatto breccia nelle confuse menti dei gggiovani spettatori di fantascienza? Oppure è un modo per esorcizzarlo? In fondo, pur nella sua totale dabbenaggine di sceneggiatura, il William di Another Life è mille volte superiore alla sua controparte Walter, però siamo sempre lì: perché con un universo di splendidi film… si va a citare la merda? (Per dirla alla francese.)

Spero di cuore che Katee Sackhoff riesca prima o poi a trovare qualcosa di dignitoso in cui apparire, qualsiasi cosa, perché ultimamente la sto vedendo in prodotti indegni della mitica Kara “Starbuck” Thrace…

L.

Pubblicato in Fantascienza | Contrassegnato , | 42 commenti

50 anni di Vampirella! (5)

Cover di Michael Kaluta

Dopo una falsa partenza nel 1988, la Harris Comics lascia passare qualche anno e poi ci riprova: possibile non si riesca a… riportare in vita una vampira?

«La resurrezione di una vampira popolare non è niente di strano. (Dopotutto, è quello che i vampiri sanno fare meglio, no?) Ma fino alla sua rinascita Vampirella è stata morta per quasi dieci anni: ragazzi, nel mondo dei fumetti è l’equivalente di un’èra geologica!»

Il simpaticone che scrive queste parole non si firma, ma quello che ho tradotto è un passaggio preso dall’introduzione che “The Previews Stuff” scrive per la ristampa del 1993 di un fumetto non certo memorabile ma molto importante nella vita della nostra vampira preferita: Morning in America.

«Nel 1992 grazie a tipi come Clive Barker, Neil Gaiman e Monks & Lisner i fumetti horror sono di nuovo fichi [cool again]. Riuscite a sentire lo scricchiolio di una bara che si apre? Dovreste…»

Grazie a questa rinnovata passione per l’horror a fumetti – che in Italia all’epoca ben conoscevamo, visto che (giusto per citare qualche titolo) nel 1990 la PlayPress ci portava in edicola i fumetti di Freddy Krueger e la ghiotta testata “Hellraiser. Gli incubi di Clive Barker”, degni compagni di viaggio del nostrano Dylan Dog – Harris Comics ci riprova e stavolta si fa aiutare dalla Dark Horse Comics, che nel 1992 è fra le regine assolute del fumetto indipendente. E lo sappiamo tutti come lo è diventata: grazie agli xenomorfi, ma questa è un’altra storia

«Bando alla nostalgia. Gli anni Settanta sono finiti: il poliestere è morto, Vampirella è viva! Il luttino è finito: fate iniziare il mattino [The mourning has ended; let the morning begin].»

Malgrado il sito della Dark Horse riporti l’ottobre 1992 come data di uscita della storia, il copyright di Morning in America è il 1991 e la conferma arriverà più avanti. Kurt Busiek ci porta nella Washington D.C. di oggi, dove l’onorevole Adam Van Helsing è ossessionato dai casi di persone scomparse: da dieci anni ne cerca una, senza successo…

Intanto le forze del male si riuniscono proprio nei palazzi del potere di Washington per confermare una notizia per loro splendida: Vampirella, la fiera paladina che per tanti anni li ha combattuti e ha fermato i piani malvagi del Caos… finalmente è morta.
Qui è necessario aprire una parentesi e chiedersi: Vampirella è buona o cattiva?

Parlando con il mio lettore SAM, esce fuori che molti considerano Vampirella appartenente alla categoria delle bad girls, il che mi stupisce alquanto: o non hanno mai letto una storia del personaggio (il che è facile) o bisogna metterci d’accordo su cosa voglia dire “ragazze cattive”.
Vampi nasce in un’epoca di eroine che giocavano con i generi e soprattutto… finivano in -ella! L’innovazione portata dalla francese Barbarella nel 1964 nel fumetto fantastico, seguita dalla compaesana Auranella nel 1966 – che in Italia poi diventa Uranella – nel 1969 porta la nostrana Astrella nel fumetto di fantascienza e l’americana Vampirella in quello horror, in attesa che l’Italia entri nel “gioco delle elle” in chiave più erotica, con le future Maghella (1974), Sorchella (1974), Pornella (1981) e Casinella (1984). Sono tutte bad girls? Temo che sia una domanda senza senso…

Con lo sviluppo del personaggio negli anni Settanta, la nascita di varie origini e vari percorsi narrativi, Vampirella ha attinto ad altri tipi di schemi: l’eroina seriale, che avventura dopo avventura affronta i problemi che le si pongono, tira calci quanto basta, mostrando quanto più pelle possibile, risolve la situazione. Proprio come dal 1963 faceva Modesty Blaise nel fumetto spy action e dal 1977 farà Axa nel fumetto fantasy, mostrando molte più parti del suo corpo di quanto farà mai la castissima Vampi.
Visto poi che la nostra vampira combatte le forze del male e aiuta gli innocenti, trovo davvero immotivato chiamarla bad girl.

A pensarci bene, però, quest’etichetta viene dal mondo americano. Vampirella è un’immigrata clandestina, non battezzata e disinteressata al Vero Dio, una donna indipendente, libera e sessualmente attiva senza essere sposata… Ah, ecco perché è una “ragazza cattiva”!

L’avete evocata… e lei è tornata!

In questo 1991, dunque, l’ascesa al potere degli adepti del Caos ma soprattutto la setta legata alle Crimson Chronicles fa sì che la nostra eroina torni in campo, in una storia da più di duecento pagine piena di magie e tematiche da film horror. Onestamente questo ritorno sulla scena lo trovo parecchio noioso.
Molto più divertente l’albetto di una cinquantina di pagine uscito nell’agosto 1992, dal titolo Vampirella’s Summer Nights.

Cover di Arthur Adams

Steve Englehart ci racconta che la nostra eroina ha mollato i suoi storici compagni – Pendragon e Adam Van Helsing – e ora vaga per la Terra alla ricerca di se stessa: quali saranno le sue vere origini? Il pianeta Drakulon sembra ormai un falso ricordo, indotto dalla droga da cui l’eroina (ah!) si è disintossicata, quindi da dove viene Vampirella?
Mentre si fa queste domande, la nostra vampira viene aggredita da dei bulli e li concia per le feste; arrestata e portata via, l’auto della polizia si guasta in aperta campagna, davanti all’inquietante vecchia casa di due loschi figuri, ognuno… zio dell’altro!
In realtà si tratta di Eerie e Creepy (l’antenato del nostro Zio Tibia) che hanno seguito Vampirella dalla Warren alla Harris/Dark Horse.

Mantenendo lo schema a storie brevi, salvata la nostra eroina si passa ad altro: inizia una serie di storie scritte di nuovo da Kurt Busiek, che riprende Van Helsing e la sua guerra ai demoni di Washington.
Per quanto possa valere il mio giudizio, sono storie di una noia mortale, ma a quanto pare funzionano. Non per le storie in sé, ma perché davvero in questi primi anni Novanta l’horror sta infiammando il mondo del fumetto: c’è spazio anche per una “cattiva ragazza” del ’69.

(continua)

L.


Scheda delle storie citate:

Morning in America
Quattro volumi, Harris Comics / Dark Horse Comics (1991)
di Kurt Busiek e Louis La Chance

Vampirella meets Creepy and Eerie
da “Summer Nights”, Harris Comics / Dark Horse Comics (agosto 1992)
di Steve Englehart e J.J. Birch

The Reach of the Dead
da “Summer Nights”, Harris Comics / Dark Horse Comics (agosto 1992)
di Kurt Busiek e Dave Cockrum

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Fumetti | 15 commenti

The Hunt (2019): la Universal blocca l’uscita del film

La mailing list di IMFDb (Internet Movie Firearms Database, cioè l’enciclopedia delle armi nei film!) ci informa che la Universal Pictures ha sospeso a data da stabilirsi la distribuzione in sala del film The Hunt di Craig Zobel, il cui trailer era stato presentato a luglio.

Traduco la notizia riportata dal citato sito.


La Universal Pictures ha cancellato l’imminente uscita del film intitolato The Hunt.
La major ha rilasciato il seguente comunicato per motivare la decisione:

«Mentre la Universal Pictures ha già messo in pausa la campagna pubblicitaria per The Hunt, dopo attenta riflessione, la major ha deciso di cancellare la distribuzione del film. Siamo al fianco dei nostri cineasti e continueremo a distribuire film in partnership con artisti visionari ed audaci, come quelli associati al social thriller satirico, ma capiamo che questo non è il momento giusto per distribuire questo film.»

Nei media qualcuno ha speculato che la ragione dietro questa scelta sia stata la recente sparatoria di un assassino di massa. Altri invece danno la colpa al presidente Donald Trump che il 9 agosto 2019 ha scritto il seguente tweet:

«Il film in uscita è studiato per infiammare e creare caos.»

Ho sentito l’eco di simili commenti da differenti fonti ma devo cheidermi: qualcuno di questi signori ha letto la trama?

Il film segue dodici sconosciuti, chiamati nel trailer “deplorables” (deplorevoli), che si risvegliano in una radura. Non sanno dove si trovino né come ci siano arrivati. Scoprono di essere stati scelti per essere le prede di una caccia condotta da un gruppo di ricconi. I cacciatori si ritrovano alla Manor House per la caccia ma il loro sport finisce male quando una delle prede reagisce ed inizia a dar loro la caccia, uno per uno.

Mi ricorda gli anni Ottanta, quando i politici o le loro mogli cercavano di dare la colpa dei mali della società alla musica e parlavano di cose di cui chiaramente non sapevano nulla.

Questo tema è stato trattato da Hollywood sin dal 1932, quando è stato distribuito La pericolosa partita, ed è tornato di moda un sacco di volte con film come Senza tregua (1993) e Sopravvivere al gioco (1994).

Vorrei vedere questo film sperando che la Universal decida di distribuirlo.


L.

– Ecco i film sulla “caccia all’uomo” recensiti nel blog:

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , | 31 commenti

Children of the Corn 3 (1995)

Bella la campagna, coi campi di grano e i bambini assassini, ma ora è il momento di tornare in città: voglio vedere chi vince tra i figli del grano e le gang di Chicago.

La Trans Atlantic Entertainment continua a vivacchiare con quei fetenti marchi che ha salvato dalla morte della casa che fu di Roger Corman, e non sapendo che altro fare mette in piedi un nuovo film di Children of the Corn, dando la possibilità di esordire come regista al londinese James D.R. Hickox, fratello del ben più noto Anthony di Hellraiser 3 (1992): facile che proprio avendo prodotto quest’ultimo film il “fratello famoso” abbia presentato l’altro.
James ha lavorato un sacco nel cinema ma in tante mansioni che non prevedono la regia: i film che ha diretto non si lasciano ricordare, anche se merita di essere citato il suo Krocodylus (2000).

A distribuire Children of the Corn III: Urban Harvest è di nuovo la famigerata Dimension Films, che affianca questo franchise a quello già in putrefazione di Hellraiser. Ne abbiamo già parlato, di come la casa dei fratelloni Weinstein venisse utilizzata per filmacci di serie Z di sicuro insuccesso probabilmente per equilibrare le entrate delle produzioni più di lusso della Miramax, ma a parte queste speculazioni dalle interviste a Doug “Pinhead” Bradley è chiaro che la casa non è interessata alla mythology quanto allo sfruttamento di marchi economici da rinnovare ogni dieci anni circa:

«La chiave di tutto sta nel fatto che la Dimension è entrata nel franchise di Hellraiser nell’esatto momento in cui sono entrati anche in quello di Children of the Corn. Quando ho girato Hellraiser 3 in North Carolina nel 1991, Children of the Corn 3 era girato in contemporanea, e la Dimension ha acquistato entrambi i franchise. Stesso discorso per Judgment, girato proprio mentre stavano facendo un altro Children of the Corn: stavano rischiando di perdere i diritti di ben due franchise

Questa dichiarazione di Bradley del 2017 ci apre uno spiraglio sul cinema di genere: roba brutta, che non odora di pulito…

Il film esce in patria americana il 12 settembre 1995 con il titolo Children of the Corn III: Urban Harvest. Da sempre inedito in Italia, la Quadrifoglio lo porta in DVD in data ignota con il titolo Grano rosso sangue 3 Urban Harvest. Perché tradurre solo metà del titolo?

Il lato oscuro del franchise cinematografico

Vi ricordate i bambini che hanno massacrato i genitori negli anni Sessanta, raccontati dal racconto originale di Stephen King? Sono passati anni ma uno di loro non è invecchiato di un solo giorno: il piccolo Eli (Dano Cerny), che si pronuncia Elài.
Insieme al suo fratellastro Joshua (Ron Melendez) viene adottato da una famiglia di Chicago, e indovinate che mestiere fa il papà adottivo? Il piazzista di grano su larga scala. È stato Colui che Cammina tra i Filari a far sì che un venditore di grano adottasse proprio il Figlio del Grano? Oppure è già un chiaro motivo per cui il sedicente sceneggiatore Dode B. Levenson sia velocemente scomparso dal mondo del cinema?

I campagnoli arrivano nella grande città

Papà William (Jim Metzler) non ama i propri vicini e quindi ha alzato un titanico muro di mattoni, che gli deturpa la visuale: guarda caso, i vicini sono neri… A papà William il presidente Trump gli fa un baffo!
In realtà è un’altra imbarazzante buffonata di sceneggiatura: quel muro sta lì solo per la scena finale: dovendo utilizzare raffinatissimi effetti speciali, è importante che non si veda la strada. La location dev’essere chiusa, che il grande finale non deve preoccuparsi di inquadrare per sbaglio la strada.

È bello essere il Messia del Grano

Elài e Joshua vanno a scuola ma mentre il piccolo rimane il predicatore invasato e demoniaco che è sempre stato, Joshua scopre le ragazze e comincia a pensare che va bene le pannocchie… ma la patacca è meglio. Può sembrare che io stia scherzando, ma non oserei mai mancare di rispetto a Colui che Cammina tra le Sceneggiature: innamoratosi della vicina di casa – che tanto non sembra tanto nera! – vorrebbe smetterla con la storia del grano invece Elài continua a costruirsi il suo esercito personale. L’esercito del grano!

Noi siamo i giovani: l’esercito del grano!

Il colpone di genio arriva quando Elài usa suo padre piazzista per assicurare che le pannocchie di Gatlin, ripiene di Demone del Grano, si propaghino per tutto il mondo: ma quant’è pigro ’sto demone, che si fa scarrozzare in giro dentro una pannocchia?

«Non male, per un figlio del grano» (semi-cit)

Alla fine vince la pigrizia e si mostra lui stesso, in tutta la sua demonosità, in un finale così beota da far marcire il grano nei filari. Abbiamo il citato giardino di casa recintato manco fosse Guantanamo, strapieno di grano e con un pupazzone ridicolo che uccide il proprio esercito di giovani invasati nei modi più cialtroni possibile.

E c’è gente che critica Roger Corman…

La scena migliore è quando un suo tentacolo afferra quello che palesemente è un pupazzetto, inquadrato in prospettiva per far sembrare sia un ragazzo che fugge di spalle.
Se Hickcox avesse 15 anni sarebbe un bravo regista, purtroppo ne ha qualcuno di più…

Ma… quell’adepta del grano a sinistra… mi ricorda qualcuno

Una curiosità. Fra le giovani adepte di Elài c’è la men che ventenne Charlize Theron al suo debutto cinematografico, anche se il suo nome non è accreditato. Solo un paio di anni prima il mondo scopriva il suo Lato B nello spot della Martini ed ecco pronto il cinema!

Dopo il Martini, i figli del grano…

La parte curiosa sta nel fatto che per anni varie fonti hanno attribuito all’attrice parti sbagliate nella saga: alcuni siti affermano che ha partecipato al quarto film della serie, mentre l’autorevole “Leonard Maltin’s Movie & Video Guide” riporta la sua presenza addirittura nell’originale del 1984, quando la bimba Charlize viveva ancora in Sud Africa!
Una “indagine” della rivista “Fangoria” n. 216 (settembre 2002) ha chiarito la questione ed ora anche IMDb riporta il credito esatto. A dimostrazione che le guide cartacee di cinema non hanno manco guardato i film che recensiscono…

Una ragazza che potrebbe diventare famosa

Nella metà degli anni Novanta le riviste di settore evidentemente si stancano di rovistare tra i rifiuti e iniziano a non seguire più i “sequel numerali” che ogni anno intasano le videoteche, a meno che non siano proprio franchise storici: non ho trovato alcuna notizia di questo film se non la recensione del Dr. Cyclops di “Fangoria”, risalente al novembre 1995.

«Anche se non foste fan dei primi due film della serie (il che include quasi ogni persona del pianeta), avreste una bella sorpresa questa volta, con il regista James D.R. Hickox che rivitalizza la triste saga, guidandola fuori dai campi di grano e portandola nella grande città.»

A sorpresa il severo recensore dimostra di essere stato conquistato da Colui che Cammina tra i Filari e al netto delle ingenuità della trama ha trovato il film uno spettacolo dignitoso.

«L’unico grande scivolone è nel finale, con l’atteso Demone del Grano, che si scopre essere uno dei mostri più ridicoli sin dai tempi de Il mostro dei cieli [The Giant Claw, 1957].»

Non riesco proprio a trovare nulla di anche solo vagamente positivo nella pellicola, la cui esecuzione sembra risalire agli anni Ottanta per tamarrate inguardabili e scelte stilistiche da mani fra i capelli, per non parlare di effetti speciali totalmente assenti: quei due o tre secondi di effettacci è roba buttata via che denota la totale mancanza di cura del prodotto.

L’unico effetto che faccia effetto

Ormai però i Figli del Grano si sono uniti ad Hellraiser in un connubio infernale che assicurerà loro vita eterna. Se questa me la chiamate vita…

L.


Bibliografia

  • The Video Eye of Dr. Cyclops, Children of the Corn III, da “Fangoria” n. 148 (novembre 1995)

amazon– Ultimi post simili:

Pubblicato in Horror | Contrassegnato , | 26 commenti

Guida TV in chiaro 15-18 agosto 2019

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

Continua a leggere

Pubblicato in Senza categoria | 16 commenti

Jack il ciclone (2004) Mamma, ho perso la scimmia!

Che film si può presentare a Ferragosto? Qualcosa di leggero, di divertente e… oh, al diavolo: vai con le scimmie! Che con tutto quel pelo, come resistono al caldo?

Come sa chi segue il blog, adoro i film con le scimmie (passione che condivido con Cassidy!) e la sezione “Scimmie e scimmioni” è ricca: quando su 7Gold becco una commediola per famiglie con uno scimpanzé che scia… uno sciampanzé… come posso resistere? Sono un zinefilo dal cuore debole…
Il sempre generoso canale la scorsa domenica 11 agosto 2019 ci ha regalato MXP: Most Xtreme Primate (2004), che non ho trovato in altra distribuzione italiana se non trasmesso su 7Gold (e su YouTube in streaming a pagamento) con il titolo Jack il ciclone.

Pure il titolo italiano!

L’autore è quel Robert Vince che ha votato la propria vita artistica agli “animali sportivi”: dalla saga di Air Bud (cane che gioca a basket) fino a quella dei Supercuccioli, pensate ad un animale in video… e c’è Vance dietro, o come regista, o come sceneggiatore, o come produttore, o in tutti questi ruoli.
Sapete da dove è nata la passione per gli animali? Dall’aver prodotto White Tiger. Operazione Tigre (1995), uno dei mitici film marziali con Gary Daniels! Scherzo, però è curioso che un autore specializzato in animali ne abbia prodotto uno marziale con un animale citato nel titolo. Sempre poi per ricordare che i marziali anni Novanta hanno segnato intere generazioni di cineasti.

Credo che la Protezione Animali dovrebbe intervenire…

Purtroppo non ho potuto trovare i precedenti due film della serie con Jack il ciclone – MVP: Most Valuable Primate (2000) e MVP: Most Vertical Primate (2001) – ma non credo di essermi perso chissà che capolavori…

Album dei ricordi scimmieschi

Sono lontani i tempi in cui viveva nella riserva naturale El Simian, ormai lo scimpanzé Jack è un campione di hockey – non a caso la serie di film è canadese – e vive comodamente a casa con la “mamma umana” Julie (Gwynyth Walsh). Ora è tempo di una vacanza, per la precisione in Messico. Tutti pronti? Si parte…
Ho come la sensazione di aver dimenticato qualcosa… Kevin!

Macaulay Culkin con qualche pelo in più

L’inizio alla Mamma, ho perso l’aereo (1990) cambia strada e diventa per Jack l’occasione di una vacanza diversa dal solito: degli sforzi di mamma Julie per raggiungerlo non vediamo gran che, invece assistiamo allo scimpanzé che viene adottato dal bambino biondo Pete (Devin Douglas Drewitz) e da suo fratello rockettaro Jay (Trevor Wright) che se ne prendono cura in assenza del paparone Edward (Robby Benson), in attesa di inventarsi qualche scusa per giustificare una scimmia in casa.
Mentre Jay pensa solo alla musica, il piccolo Pete sogna lo snowboard, e trova in Jack un perfetto compagno di discese.

Altro che Messico, viva le neve!

Non mancano i soliti cattivoni da operetta, Gilfred (Ian Bagg) e Stanley (Rob Tinkler), che nel tentativo di rapire la scimmia per il boss Paulie (James Crescenzo) fanno pasticci. Parentesi buffonesca che è meglio ignorare.
Invece mi stupisco che lo scimpanzé faccia sul serio le scene con lo snowboard: la produzione è troppo scarna per permettersi eventuali effetti speciali così raffinati!

Alla faccia del pianeta delle scimmie!

Battuti i cattivoni, Jack e Pete vincono la gara di snowboard e fanno amicizia con il giudice: una comparsata di Bjorn Leines, che a quanto ho capito è un nome importante in questo campo.
Buoni sentimenti a palate come da copione, ma a parte questo una scimmia in video fa sempre piacere.

Dobbiamo stare… vicini vicini!

Chiudo lasciando traccia del doppiaggio italiano del film.

Personaggio Attore Doppiatore
Pete Devin D. Drewitz Jacopo Bonanni
Jay Trevor Wright Simone Crisari
Julie Gwynyth Walsh Giò Giò Rapattoni
Edward Robby Benson Andrea Ward
Paulie James Crescenzo Michele Kalamera

Doppiaggio: Tecnosound.
Edizione italiana: Alberto Porto.
Dialoghi italiani e direzione del doppiaggio: Barbara Berengo.
Sonorizzazione: Tecnosound.
Mixage: Roberto Pierdicchi.

Buon Ferragosto a tutti

L.

– Ultimi post simili:

GUARDA IL FILM A € 3,99

Pubblicato in Scimmie | Contrassegnato | 14 commenti

Howling 7 (1995) New Moon Rising

Spero vi siano piaciuti gli episodi migliori della saga, fin qui presentati: ora i lupi cominciano a fare male sul serio. Come cantava il Boss nel 1985, «going down, down, down, down».

«Nessun fastidioso numerale, stavolta: che il franchise voglia ripartire da zero? Questa volta, un lupo mannaro si aggira in una cittadina country/western e dà ai suoi abitanti “piccoli problemi di cuore”» È difficile tradurre l’ultima frase di questo breve testo con cui “Fangoria” nel novembre 1995 informa i suoi lettori dell’uscita di un settimo episodio della saga di Howling, eppure in quell’espressione c’è davvero tutto il film. Infatti il lupo mannaro dà agli abitanti… some real achy breaky hearts, come la celebre canzone.
Perché stavolta la licantropia è tutta in chiave musicale country!

Don’t tell my wolf, my achy breaky wolf

Sulla rivista “Imagi Movies” dell’autunno 1995 il giornalista John Thonen parla dei “seguiti che non vogliono morire” e ci regala questo indovinello: «Cos’ha più vite di un gatto nero? Una saga di film horror.» Dopo aver notato che nel solo 1994 sono stati presentati qualcosa come trenta seguiti, tutti andati male, il giornalista cerca di capire in quale strana moda cinematografica stia vivendo.

«Il DTV (Direct-to-Video) è una perfetta area di ripopolazione per quella miriade di seguiti di film che già al primo titolo erano dimenticabili. È fuori di dubbio che nessuna videoteca stia smaniando per mettere a noleggio Wolfman 2, Witchcraft VI o Howling VII, lo stesso questi e molti altri titoli stanno per uscire in video nel 1995. Perché?»

Il giornalista ci spiega che al contrario della distribuzione cinematografica, in cui a “comandare” sono i gusti del pubblico in sala, quella in DTV è spinta unicamente dalle necessità dei proprietari di videoteche: sono loro che comprano i film per poi metterli a noleggio, sperando di guadagnarci, quindi sono loro a stabilire quali titoli andranno di più. Ergo, sono loro i principali responsabili della sequel-mania.

«Se il primo titolo di una saga vende bene, tanto il secondo quanto il settimo andranno all’incirca allo stesso modo. In più, un seguito rinnova l’interesse nelle uscite precedenti, che probabilmente sono lì a prendere polvere sugli scaffali.»

L’esperienza italiana delle videoteche è fuorviante, temo che non facessero “testo” (così come dubito che avessero tutto questo potere di scelta nei film da comprare), mentre a quanto pare in quegli anni Novanta chi gestiva le videoteche americane era in grado di influenzare la produzione filmica.
Thonen procede a dividere per categorie i tanti sequel della sua epoca, e per quanto riguarda la saga di Howling la inserisce nella categoria “In Name Only”, cioè una serie di film totalmente slegati gli uni dagli altri ma accomunati solo dal titolo.

«Al di là di un collegamento molto tenue fra l’originale di Joe Dante e il secondo titolo, i film non condividono altro se non l’idea di fondo: lupi mannari.»

Il giornalista ci rivela quanto già anticipato la volta scorsa, cioè che il settimo film è stato originariamente pianificato come continuazione del sesto, ma poi il produttore Steven Lane – che cura la saga sin dall’inizio – racconta a Thonen:

«Le vendite in video più basse del previsto hanno reso troppo costoso fare un seguito diretto, rispetto al budget che avevamo.»

Tacendo del fatto che anche solo una vendita dell’orripilante sesto film sarebbe stata una vendita in più di quanto era lecito aspettarsi, Lane produce questa saga dal 1981: possibile che in quindici anni e sette film non abbia imparato assolutamente nulla e riesca a sbagliare alla perfezione ogni scelta? Com’è possibile un budget addirittura inferiore rispetto al sesto film, i cui fondali erano costruiti con pongo riciclato? Se avete un budget irrisorio, la soluzione è facile: non fate questi ridicoli filmacci! Fate altro…
Non è che invece produrre a due spicci film che sicuramente non venderanno niente alla fin fine paga? Ne abbiamo parlato su questo blog tempo fa, chiamandolo il Metodo Weinstein: fare film che sicuramente non vedrà nessuno semplicemente per equilibrare le entrate dell’anno e pagare meno tasse. Invece di dieci film che guadagnano bene, farne due che guadagnano tanto e otto che non guadagnano niente, così le entrate sono le stesse ma le tasse otto volte inferiori.

Un uomo solo al comando del branco

Lane in questo momento è tutto concentrato a cercar di capire come sia possibile che Il tagliaerbe (1992) sia stato un successo così enorme – forse perché truffaldinamente usa il nome di Stephen King? – ed è impegnato a farne un delirante seguito, così lascia il progetto Howling VII alle capaci mani di Clive Turner, che ha già sbagliato tutto nella saga sin dal quarto episodio, quindi è pronto a sbagliare ancora.
Perché gente abituata a gestire milioni di dollari si affida a persone di provata incapacità? La risposta temo sia la stessa dei partiti italiani che “perdono sempre”: o sono coglioni, o sono collusi. E chi gestisce ingenti capitali non è coglione.

Chi è che ha fatto un film mannaro tutto da solo?

Clive, è stato Clive

Alla stampa Steven Lane dice che Howling VII. New Moon Rising è il meglio che si è potuto fare con il budget a disposizione, che non è proprio una cosa carina: è come un dottore che avverte della morte di un paziente, però era il meglio che si poteva fare con i mezzi a disposizione! Turner invece rivela di aver inserito dei flashback per fare collegamenti a precedenti titoli della saga: come a dire “non sapevo che fare e ho riciclato vecchie scene”.
Con queste premesse, il film – annunciato nel 1994 ma slittato fino ad uscire il 24 ottobre 1995 – ha tutte le premesse per essere una buffonata.  Invece travalica ogni descrizione: niente di ciò che avete visto nella vostra vita può prepararvi a Howling VII.
Rimane un mistero come un Paese così amante della spazzatura come l’Italia non abbia distribuito questo capolavoro…

E chi è che ha fatto mezzo film di concerti country?

Clive, è stato Clive

Originariamente doveva esserci un certo Roger Nall sulla sedia del regista, ma probabilmente ha girato solo una parte del film che in seguito è stato preso completamente in mano da Clive Turner, nei panni di regista, sceneggiatore, produttore, montatore e attore protagonista, solo per citare le mansioni principali: non escludo che l’intero cast sia formato da Clive Turner con vestiti diversi e baffi finti.
Il nostro genio multiforme interpreta un detective australiano che arriva a Pioneer Town seguendo le tracce dei lupi mannari visti nel terzo film, e qui ricostruisce gli eventi visti nel quarto film (con flashback) mentre dà la caccia al lupo mannaro che potrebbe essere responsabile di nuovi delitti.
Questa è la trama che si evince dai manuali e delle presentazioni ufficiali: qualsiasi collegamento con il film Howling VII è puramente ipotetico. Anche perché questo non è un film: è Male allo stato puro.

E chi è che ha usato flashback a caso per allungare il brodo?

Clive, è stato Clive

Quando non è impegnato a fare il pessimo attore e il pessimo regista, Turner butta a casaccio scene dei precedenti titoli della saga e quella è la parte migliore, purtroppo secondaria. La stragrande maggioranza di ciò che potrebbe sembrare un film di lupi mannari è costituita… da concerti di musica country, con cantantini locali – abbastanza squalliducci – che riempiono lunghe ed estenuanti sequenze girate in modo diverso dal resto del film, come se Turner fosse andato ad attingere ad emittenti locali che hanno ripreso i concerti della zona. Avete presente quei piccoli canali locali che trasmettono cantanti neo-melodici che guaiscono in video con pessime regie? Ecco: l’intero film è fatto così. Non qualche minuto, non mezz’ora: l’intero fottuto film!

E noi a Clive lo menamo!

Vecchi cowboy con una pancia importante, cowgirl di una certa età e bestiame vario si agitano su palchi improvvisati, galvanizzando un pubblico alticcio da festival paesano su sedie di plastica. Il tutto ripreso dal vivo e inserito in un film di lupi mannari…
Come può la New Line Cinema aver distribuito questa roba in videoteca? Ripeto: o sono coglioni, o sono collusi. E i coglioni non gestiscono case cinematografiche internazionali.

Lo menamo, lo menaaaaaaaamo (semi-cit.)

Quali film ha distribuito la New Line Cinema nel 1995? Giusto per dirne uno, a settembre ha presentato quello scherzetto di Seven di David Fincher, una bomba atomica che ha incassato 300 milioni di dollari in tutto il mondo dietro il costo di 30: vi immaginate quante tasse avrebbero dovuto pagare alla New Line se avessero tirato fuori altri dieci film del genere? Meglio volare basso: il mese dopo presenta Howling VII
Volete farmi credere che gli autori di quel successo di Fincher non fossero in grado di capire che il filmaccio di Clive Turner era solo un cesso intasato che non avrebbe tirato fuori niente di buono?

Poeti dall’inferno con Leonardo Di Caprio contro T-Rex con Whoopi Goldberg; il fenomeno Mortal Kombat (che ridendo e scherzando incassa nel mondo 120 milioni contro un costo di 18!) contro il delirante Cyborg Cop III; The Mangler da Stephen King contro Controllato per uccidere con Bryan Genesse; il successo di Terremoto nel Bronx che lancia Jackie Chan in Occidente contro La scuola più pazza del mondo.
Sono ovviamente ipotesi e ogni casa sceglie la politica che più le piace, ma la sensazione è che non esistano filmacci: solo sistemi studiati a tavolino per tenere “spalmate” le entrate, pagando così meno tasse.

E noi a Clive lo menamo!

La rivista “HorrorHound” nel maggio 2011, ricostruendo l’intera saga, ipotizza che l’insuccesso di questo settimo film in home video sia dovuto all’avvento del DVD: tutti erano distratti dal nuovo formato e questo ha penalizzato i film sulle vecchie videocassette. Chi scrive queste baggianate non ha mai visto Howling VII: il mistero non è come abbia venduto poco, il mistero è capire come abbia fatto a vendere anche una sola copia! Il primo che ci è cascato avrebbe dovuto mettere dei cartelli davanti alle videoteche e avvertire tutti che il film nuoceva gravemente alla salute.

In nessuna lingua umana ci sono abbastanza parolacce per descrivere Howling VII, quindi in chiusura mi appello al linguaggio dei licantropi: Clive Turner, ma vaffancuuuuuuuuu….

L.


Bibliografia

  • Stephen Jones, The Essential Monster Movie Guide (1999)
  • John Thonen, Sequels that Wouldn’t Die, da “Imagi Movies”, volume 3, numero 1 (autunno 1995)
  • Video Chopping List, da “Fangoria” n. 148 (novembre 1995)

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Inediti, Licantropi | Contrassegnato , | 11 commenti

[Italian credits] Il sospetto (1941)

Oggi, 13 agosto 2019, compie ben 120 anni Alfred Hitchcock: per festeggiarlo, ripesco dal blog “Doppiaggi italioti” un mio pezzo su uno dei suoi travagliatissimi film.


La travagliata nascita
de Il Sospetto

Pago con estremo ritardo una parte del debito di riconoscenza che ho con Matt, lettore del blog “Doppiaggi italioti” che mi ha inviato all’inizio del 2018 degli splendidi cartelli italiani da vari film: per non limitarmi alla semplice esposizione delle immagini e per spendere qualche parola sui film inviati da Matt, mi sembra il caso di partire con Il sospetto (Suspicion, 1941) di Alfred Hitchcock.


Wanger, Hitch e Grant

Il 1941 è l’anno dei destini. Nel 1935 la RKO ha acquistato i diritti di un romanzo noir che il celebre giallista Anthony Berkeley Cox ha scritto firmandosi con lo pseudonimo Francis Iles: Before the Fact (1932). Da anni ogni tentativo di realizzare qualcosa con quel libro è andato a vuoto e ormai il progetto è destinato a giacere impolverato in una scrivania della casa produttrice. Nel 1941 lo raccoglie il produttore Walter Wanger, il quale è sicuro che solo un regista come Alfred Hitchcock possa portarlo sul grande schermo.

Copertina della biografia di Cary Grant chiamata Before the factIl regista britannico ha appena finito il suo terzo film in America – Rebecca, la prima moglie (1940) – ed è distrutto, fisicamente per l’impegno gravoso ma soprattutto psicologicamente: ha passato la maggior parte del suo tempo a fare a botte col produttore David O. Selznick, che gli ha imposto così tante scelte di sceneggiatura indigeste che alla fine Hitchcock, anche dopo la secchiata di Premi Oscar (compreso quello come miglior regista), disconoscerà sempre Rebecca, considerandolo un film di Selznick. È ormai assuefatto alla benzedrina e ha disperatamente bisogno di soldi: Walter Wanger gliene offre parecchi per lavorare al suo progetto RKO ed Hitch accetta al volo.

Dopo il destino del romanzo e il destino del regista, è la volta del destino di Cary Grant, che sta per dare l’addio al cinema: è amato dal pubblico e ha guadagnato bei soldi, ma il disprezzo dell’Academy lo ferisce nel profondo ed è convinto che i ruoli di spessore siano affidati sempre ad altri. Basta, ha deciso di farla finita… ma quando arriva la notizia che c’è possibilità di lavorare con quel regista britannico cicciottello di cui tutti parlano, Cary ci ripensa ed entra nel progetto chiamato Suspicion, le cui riprese iniziano il 10 febbraio 1941, per finire… chissà…

Il Destino generale ha fatto sì che tutti i singoli destini di queste persone si incontrassero per fare il film, ma ha anche provveduto a renderlo loro il più doloroso possibile.


Con lei/lui fino all’inferno

Estenuato dalla lavorazione di Rebecca, la cui trama era stata massacrata in ogni modo, Hitchcock è pronto a non mollare la presa con Suspicion in quanto sa che il suo “trucco” non funzionerà. Perché il regista ha giocato “sporco” e non sa quanto reggerà questo bluff

Copertina originale del libro Before the fact, di Francis Iles, 1965Il problema è che lo splendido romanzo originale è un noir britannico di quel genere particolare che io amo chiamare “Con lei fino all’inferno”, dal titolo italiano di un duro romanzo del 1965 di Elliot Chaze. Un genere in cui un protagonista maschio – non me ne vogliano le lettrici, ma il noir è storicamente maschio, almeno fino alla metà del Novecento – si invaghisce di una donna fatale, bella e pericolosa, la quale lo spinge in un gorgo criminale senza uscita, in una speranza d’amore sempre infranta. Il maschio è disposto a tutto e si danna l’anima, finendo o in carcere o al camposanto.

Berkeley Cox/Francis Iles prende questo tema classico e, con un guizzo di creatività da lodare, lo ribalta: stavolta è una donna a ritrovarsi spinta dall’amore disperato nei confronti dell’uomo sbagliato: un mascalzone amorale, un gaudente squattrinato e truffatore che la porta con sé all’inferno. La protagonista non è cattiva, ma essendo innamorata di un uomo malvagio che cerca fino all’ultimo di “salvare” finisce per subirne in pieno il destino fatale.
Copertina del romanzo Il Sospetto, di Francis Iles, numero 355 della collana i classici del giallo Mondadori, 1980Tutto questo è assolutamente infilmabile: per i dirigenti della RKO non una sola singola parola del romanzo di Iles può essere portata su schermo. Perché allora quei geni hanno comprato i diritti del romanzo? Perché acquistare una storia che la morale impedisce categoricamente di portare su grande schermo? Perché questo è il cinema: prende i buoni romanzi e le buone storie solo per il semplice gusto di distruggerli e annientarli.

Non so per quale motivo il romanzo in questione sia rimasto inedito in Italia per decenni, ma l’unica sua edizione risale al 1980, quando viene presentato in edicola come numero 355 della collana “I Classici del Giallo Mondadori”, che teoricamente è una serie dedicata alle ristampe ma che spesso e volentieri ha presentato inediti. Ovviamente la copertina di Oliviero Berni ritrae alcuni celebri fotogrammi del film di Hitchcock che diano una vaga parvenza di thriller ad una storia che ne è totalmente priva: il film è una commediola romantica, il romanzo è un noir.


Il bluff di Hitch

Cary Grant e Joan Fontaine nel film Il sospetto di Alfred HitchcockHitchcock ci è già passato con Rebecca, sa benissimo che i produttori non accetteranno mai di prendere un’affermata star comica come il Cary Grant dell’epoca e renderlo un infame, uno spregevole individuo che forse sta pianificando l’omicidio della moglie, schiava d’amore per lui, al fine di ereditare ingenti capitali da sperperare in scommesse ed amanti. Quindi cosa fa Hitch? Il biografo Donald Spoto ha presentato le note che il regista ha consegnato ai produttori, in cui si diceva che il film racconta di una donna che vive in un suo mondo di fantasia: ecco il “trucco”.

Facendo credere alla RKO che il film avrà tutt’altro stile rispetto al romanzo – cioè sarà una commedia sentimentale dove la protagonista si convince che il marito voglia ucciderla, ma è tutta una sua personale fantasia – spera che lo lascino stare così che lui possa girare il film come vuole. Invece non funziona, e gli avvoltoi planano: durante lunghi e interminabili mesi di riprese, la trama cambia e cambia… e cambia ancora. E per ogni fotogramma girato se ne cancellano due, che non vanno più bene.


Una lavorazione disastrosa

Cary Grant nel film Il sospetto, famosa scena del bicchiere di latteLa protagonista Joan Fontaine si ammala per lo stress e bisogna interrompere le riprese, intanto si sfora il budget e ancora non si conosce il destino del personaggio di Cary Grant: è colpevole o no? Si girano scene alternative, si monta e si rimonta, prima Grant è un assassino, poi no, poi sì, poi no. Poi, alla fine… succede l’impensabile. Sull’orlo della cancellazione del progetto, la RKO fa un tentativo disperato: prende il girato e… cancella tutti i fotogrammi dov’è presente Cary Grant! Ad un allibito Hitchcok presentano un incomprensibile film di 55 minuti con una donna che immagina non si sa più cosa.

Con la morte nel cuore, Hitchcock si arrende e promette allo studio che trasformerà un durissimo e tesissimo noir in una commediola da cinema parrocchiale: gira così la raffazzonata scena della corsa in auto, dove Grant sembra che voglia uccidere la moglie ma in realtà vuole salvarla, in un patchwork di trame alternative sovrapposte che lasciano il film dolorante se non addirittura morente.

Nella sua biografia, No Bed of Roses (1978), Joan Fontaine racconta che sono stati girati due finali, uno con Grant assassino e uno no: gli spettatori delle proiezioni di prova optarono per la seconda opzione.


Conseguenze

Locandina italiana di Il sospetto, di Alfred Hitchcock riproposta come poster del DVD Sony-RKOAlla sua uscita in sala, il 14 novembre 1941, Suspicion è un successo, guadagna tantissimo – si parla di circa 4 milioni di dollari dell’epoca contro un costo di un solo milione – la Fontaine vince un altro Oscar e per tutti è un lancio di carriera. Ma fisicamente e moralmente è un massacro. E la Academy ha di nuovo ignorato Grant.

Le riprese sono appena finite quando, il 18 agosto 1941 (ci racconta il biografo Marc Eliot), Cary Grant rifiuta il ruolo protagonista ne Il signore resta a pranzo (1942), fa al volo le valigie e senza dire niente a nessuno parte per Città del Messico. Quando glielo domanderanno, dirà che aveva un disperato bisogno di riposo.

La Fontaine si imbarca da sola sulla S.S. Mariposa diretta ad una crociera fra Hawaii, Samoa e Tahiti.


La versione di Joan

Nel maggio del 1941 Fontaine scrive ad un amico: «Ho appena finito il mio primo film dopo Rebecca. Abbiamo lavorato per sei mesi al costo di un milione e 250 mila dollari e ancora non abbiamo finito. Dovrà essere buono!»

Copertina dell'autobiografia di Joan Fontaine intitolata No Bed of RosesJoan ha solo parole di elogio per il suo co-protagonista, ma in realtà non mancano le stoccatine. Quando sul set un fotografo di scena scattò loro una foto che Joan reputò fatta male, Grant subito la zittì, dicendole che faceva quel lavoro da 18 anni e non aveva bisogno di consigli da lei. Al che la donna gli ricordò che lei era nel cinema da 35 anni: non ebbe risposta.

Secondo la Fontaine l’errore di Grant è stato di non rendersi conto che la vera protagonista del film era la donna, non l’uomo: lui era il cattivo della storia, ma Grant se ne rese conto solo a metà delle riprese. Questo, unito al vizio di Hitchcok di mettere zizzania fra gli attori, sempre secondo la Fontaine, creò una distanza fra i due, che in realtà già di loro non sembrano molto uniti.


L’arrivo in Italia

Sulle future videocassette italiane c’è scritto che il film ha ricevuto il visto censura del nostro Paese il 30 novembre 1945, ma il documento del Ministero dello Spettacolo dell’epoca è datato 12 maggio 1946, in una copia richiesta nel 1974 presentata da ItaliaTaglia.it.
Visto censura del Ministero dello Spettacolo per il film Il sospetto, datato 1945Ecco la deliziosa sinossi così come è stata presentata all’epoca della commissione presieduta dal ministro Vincenzo Calvino:

«Gianni Esgart, sventato fannullone di bell’aspetto e di modi cortesi si è conquistato la simpatia di Lina Mecludi ragazza ingenua vissuta ed educata in un piccolo villaggio. Il temperamento di Gianni vince le reticenze di Lina e i due fuggono per sposarsi all’insaputa del padre della ragazza. Poco dopo la giovane sposa viene a conoscenza degli imbrogli finanziari nei quali si trova il marito e teme che egli possa commettere qualche atto insano. Per la devozione che sente per il marito e per il suo amore decide di offrirgli un eroico perdono.
L’aspetto d’esteriore calma nei personaggi maschera un cupo risentimento, ma, attraverso episodi di grande drammaticità, Lina riesce a convincere Gianni a cominciare una nuova vita convinti l’uno e l’altro del loro amore.»

Ritaglio di giornale dell'uscita del film Il sospetto, al cinema LuxIl 29 aprile 1961 viene presentato nelle sale italiane con il titolo Suspicion e come «nuova edizione», quindi c’è da immaginare una precedente uscita in sala, come testimoniato dalle molte locandine cinematografiche dell’epoca vendute su eBay: se però l’ha fatto è stato talmente “sotto tono” che non sembra aver lasciato tracce.
Da notare che sebbene oggi molti siano convinti che gli italiani nell’èra pre-internet fossero totalmente ignoranti di inglese – tanto perché il razzismo culturale è sport nazionale italiano – il film nel 1961 è stato presentato con il titolo originale, visto che gli italiani l’inglese l’hanno sempre conosciuto bene.

Con il titolo Il sospetto viene presentato in prima serata dal primo canale nazionale (quello che sarebbe diventato Rai1) l’8 febbraio 1966.

Conosce una vivacissima vita in VHS, ristampato più e più volte (soprattutto da minuscole case, senza data e spesso senza firma): una delle ultime ristampe è all’interno della collana “I grandi capolavori del brivido” (1994) di DeAgostini.
Presentato in DVD da Sony e RKO nel novembre 2005 e poi nell’ottobre 2012 da Cecchi Gori e Profondo Rosso, la Dynit Rko lo ristampa dal 21 gennaio 2015.


Pseudobiblia

Sia nel romanzo originale che nel film il personaggio di Cary Grant è un forte lettore, e ad un certo punto ci viene anche presentata una romanziera di successo che darà alla trama la spinta necessaria: la donna infatti ha “scoperto” un ingrediente da cucina che, se usato in certe dosi precise, è un veleno mortale impossibile da identificare nell’autopsia. Ovviamente l’ingrediente non viene mai citato e l’idea serve solo per aggiungere un ulteriore “sospetto” alla protagonista che il suo amatissimo Johnny ora abbia lo strumento perfetto per farla fuori.

Scena dal film Il Sospetto dove vediamo il retro di un libro giallo intitolato La morte ha il cuore caldo, dell'autrice Isobel Sedbusk

La pseudo-romanziera Sedbusk

Sia nel romanzo che nel film viene citato uno pseudobiblion dell’autrice (perché, malgrado ciò che potete leggere in Rete, il singolare di pseudobiblia NON è assolutamente pseudobiblium…)

La terribile signorina Sedbusk parlava di omicidi. E, come il solito, ne parlava con enfasi, battendo perfino il pugno sul tavolo. […]
— Certo, nella società attuale, per ammazzare qualcuno ci vuole un coraggio che pochi hanno — proseguì impavida la signorina Sedbusk rivolta al maggiore Scargill. — Non so se avete letto il mio libro La morte ha il cuore caldo.
Il maggiore Scargill assunte un’aria colpevole. — Nnno, non credo.
L’autrice non ebbe difficoltà a perdonarlo. — Non importa, l’ho citato perché è lì che ho esposto la mia teoria.

Scena dal film Il Sospetto dove vediamo la copertina di un giallo intitolato La morte ha il cuore caldo, dell'autrice Isobel Sedbusk

L’edizione filmica dello pseudobiblion

Come si vede, nel romanzo – tradotto dalla storica Luciana Crepax – la romanziera Sedbusk cita il proprio giallo La morte ha il cuore caldo, contenente pericolose idee che la protagonista teme saranno utilizzate dal suo amato Johnny, mentre nel film l’autrice (interpretata da Auriol Lee) ha scritto un libro dal titolo diverso, non citato a voce e quindi non tradotto in italiano: Murder on the Footbridge (“Omicidio sulla passerella”), ovviamente una trovata da far combaciare con la scena in cui si ha l’impressione che Johnny stia per uccidere la moglie proprio su una passerella.


I titoli italiani
de Il sospetto

Titoli di testa

Fotogramma dei titoli di testa in italiano del film Il sospetto, leggono Gary Grant e Joan Fontaine in
Fotogramma dei titoli di testa in italiano del film Il sospetto con il titolo del film
Fotogramma dei titoli di testa in italiano del film Il sospetto, leggono con Sir CEDRIC HARDWICKE, NIGEL BRUCE, Dame MAY WHITTY
Fotogramma dei titoli di testa in italiano del film Il sospetto, leggono Adattamento di S. Raphaelson, Y. Harrison, A. Reville, dal romanzo BEFORE THE FACT di FRANCIS ILES
Fotogramma dei titoli di testa in italiano del film Il sospetto, leggono Musica di FRANZ VAXMANN
Fotogramma dei titoli di testa in italiano del film Il sospetto, leggono regia di ALFRED HITCHCOCK


Scritte interne

Il film vanta un numero considerevole di lettere, telegrammi, missive, appunti, biglietti, ricevute e quant’altro, tanto da sembrare più un film da leggere che da vedere. Matt mi ha inviato una selezione di splendidi cartelli italiani, ricreati dalla distribuzione nostrana dell’epoca, che mi piace confrontare con l’originale.


Titoli di coda


L.

– Ultimi post simili:

Pubblicato in Saggi | Contrassegnato , | 18 commenti

Lake Placid: Legacy (2018) La cocco-eredità

Ma per sul serio, come diceva l’Ezio Greggio dei tempi d’oro? Davvero a vent’anni da Lake Placid (1999) e dopo quattro seguiti, siamo ancora qui a parlare del celebre lago infestato da un coccodrillone? Com’è che più lo ammazzano e più torna in vita?
Il richiamo delle bestiacce era troppo forte, e non potevo lasciare monco il mio storico ciclo sui coccodrilli, così appena ho scoperto l’esistenza di una roba dal titolo Lake Placid: Legacy ho dovuto vederla. Me tapino…

Prodotto da gente a caso, il 28 maggio 2018 il film viene trasmesso dalla famigerata Syfy e poi distribuito in home video nei punti più sfortunati del mondo: una cloaca massima come la distribuzione italiana non poteva certo farselo sfuggire, però un po’ si vergogna e ne ho trovato notizia solo in streaming a pagamento su YouTube.

Il peggio lascia la peggio eredità

Un gruppo di eco-dimostranti entra illegalmente negli uffici di una grande multinazionale e compie il gesto più pericoloso della contemporaneità: appende una scritta di protesta. Ammazza che violenza!
Questi eco-buffoni si comportano come se avessero affondato i server di facebook e passano alla sfida successiva: mangiare la minestra con la forchetta. No, scherzo, purtroppo è peggio. Un loro amico-nemico li sfida ad andare in un posto, che qualcuno ha messo una taglia di centomila dollari per chi lo fa. No, no, non puzza di minchiata lontano un chilometro, è una cosa davvero plausibile: se ne dubitate, vi rovinate il colpone di scena quando scoprirete che non c’è nessuna taglia su Lake Placid…

Da vent’anni ci torno, ed è sempre un bel lago

Come si fa a recensire un film che non è un film? Come si fa a criticare una sceneggiatura quando non c’è una sceneggiatura? Al bar sotto casa hanno preso un gruppo di aspiranti attori disoccupati, li hanno drogati pesantemente e sbattuti a Lake Placid: recitano tutti così a mille che si teme continuamente un infarto sul set. Tutti si muovono in modo così manieristico che fa male agli occhi, compresa la “quota nera”: il solito attore di colore che ogni film americano è costretto per legge ad inserire nel cast, e che il buon gusto vorrebbe che almeno fosse un attore. Qui c’è solo un esagitato che “fa il nero” a mille.
Ma è niente davanti al protagonista, l’uomo dalla barba più tinta dell’intero universo.

Brucia gli occhi fissare la barba più tinta della storia del cinema

Arrivati a Lake Placid, i nostri baldi pupazzoni cominciano a sospettare che ci sia qualcosa di strano: forse il vedere la vegetazione circostante ricoperta di budella umane potrebbe essere un indizio, ma non sono tipi così svegli. Infatti si infilano subito nei sotterranei…
Ora, io capisco che l’ABC dell’horror sta nell’infilare i personaggi in corridoi bui, in cui si separano per passare interminabili parti di film a camminare da soli dicendo «Chi c’è là?», ma mi spiegate perché un lago dovrebbe avere dei corridoi bui? Ma dove sono? Sott’acqua? Mica s’è capito…

Se questo è un dente… figuratevi il suo schwanzstuck! (semi-cit)

Una volta che mi sono reso conto che il vuoto pneumatico di questo peto lacustre mi stava risucchiando ogni energia e cominciavo a perdere conoscenza, sono andato avanti veloce, scoprendo che così il film è anche più comprensibile. Tanto il 70% dell’azione vede personaggi che camminano al buio, quindi andare avanti e indietro non fa alcuna differenza.
Alla fine si vede un’ombra, che forse potrebbe essere un coccodrillo. Fine del film.

Quando guardate un filmaccio, in realtà è il filmaccio che guarda in voi

Nell’inutile confronto finale, una tipa sale su un bulldozer, e scatta un confronto finale tipo Powerloader vs Alien Queen… seeee, ma scherziamo? Così questo sembrerebbe un film, poi la gente non capisce. Cos’è il powerloader? I giovani d’oggi che ne sanno? No, si tratta di una tipica citazione mancata che è la forma più misera di cinema, perfettamente in tono con il resto della storia. Infatti il coccodrillo muore di nausea, e anche gli spettatori corrono lo stesso rischio.

Il sapore mefitico di una citazione mancata

Incredibile che il regista di questa roba sia Darrell Roodt, quello che dirigeva John Barrett e Michel Qissi in Fino alla morte (1992): da allora ha sfornato decine di robe indefinibili, dimostrando ancora una volta che il cinema marziale anni ’90 tanto disprezzato era il meglio che un’intera generazione di cineasti poteva tirar fuori.
Lo stato di putrefazione del cinema è tale che negli anni Dieci del Duemila la stragrande maggioranza dei film fa così schifo… che i precedenti filmacci girati in Bulgaria addirittura sembrano migliori! I seguiti di Lake Placid sono capolavori di divertimento, in confronto a questo scopettone del water usato, eppure alla loro uscita era chiaro che fossero una stupidata in confronto ai film capostipite del decennio precedente.
È un crollo verticale di decennio in decennio verso la Grande Latrina del Cinema: i film per i canali a pagamento. Non esiste forma di vita inferiore a quella…

Lasciate morire quel povero coccodrillo, invece di metterlo in produzioni così devastantemente brutte e noiose. Lasciate morire la saga di Lake Placid, piuttosto che insultarla così…

L.

– Ultimi post simili:

GUARDA IL FILM A € 9,99

Pubblicato in Coccodrilli | Contrassegnato , | 23 commenti