[Videogiochi] Stars Wars Trilogy (2004)

Uno dei visitatori più assidui dei miei blog, Denis, è un grande “videogiocatore” e vuole condividere con i lettori del Zinefilo alcuni titoli: gli cedo subito la parola, ringraziandolo per la disponibilità.

Titolo: Stars Wars Trilogy: Apprentice of the Force

Genere: Platform, Run and Gun

Anno: 2004

Casa: Ubisoft

Versione: Gameboy Advance

Il gioco ripercorre le vicende della trilogia (’77, ’80, ’83) classica, usando solo Luke Skywalker e partendo da sempliciotto ad arrivare a maestro Jedi vestito di nero e un orrendo taglio di capelli, attento a non trombarsi la sorella e uccidendo suo padre ridotto a una macchina che parla con un respiratore per sub, nel mentre imparando i trucchi da jedi da Padre Pio/Obi Wan Kenobi e uno gnomo verde, sembra quasi una trashata da film di serie Z scritto cosi.

Le vie della forza sono infinite, ma anche quelle del merchandasing!

Il gioco si presenta come un titolo a piattaforme in 2D in cui i livelli sono sia in orizzontale e in verticale, all’inizio partite solo con un misero Blaster (pistola laser) che spara in otto direzioni, visto che in alcuni momenti lo schermo si ferma e compaiono stormtroopers da far fuori poi si prosegue saltando, appendendosi alle sporgenze per arrivare a fine livello, in alcuni livelli dovete trovare la chiave per uscire e in altri vi aiuta R2D2 ma dovete stare attenti a non farlo crepare e in un’altro scortate Leia (giuro, esiste una commessa chiamata così).

Avete due barre quella della vita e quella che all’inizio e del baster che si consuma sparando o caricando un colpo più potente, dopo diverrà quella della Forza che si consuma usando i vari talenti.

Oh no, ancora Ewoks!

Dopo che finite il livello ci sono scene statiche prese dai film. Dopo il primo livello cominciate ad apprendere le vie della Forza divisa in otto potenziamenti: doppio salto, spostare oggetti, spinta, deflettere colpi, rotolarsi etc., su Tatooine sarà Obi Wan a insegnarvi poi Yoda.

Ci sono i mostri propri di Guerre Stellari in una Nuova Speranza ci sono i Sabbipodi, il fecciume di Mos Eisley e infine guidate un caccia X-Wing con visuale dall’alto per fare a pezzi i Tie Fighter e entrare nel canalone della Morte Nera con tanto di aiuto del Millennium Falcon ma dovete stare attenti a non schiantarvi, ne L’impero colpisce ancora partite sul pianeta ghiacciato di Hot e ci sono Wampa da affettare, un livello in cui passare sotto le gambe dei Camminatori e la gita su Dogobah dove Yoda vi insegna altre nozioni sulla Forza e infine duello su Bespin contro Darth Vader.

Nel ritorno dello Jedi affronterete il Rancor, vari Boba Fett volanti, una corsa vista dall’alto delle speeder bike nel bosco di Endor e la boss battle finale al cospetto dell’imperatore contro Dart Vader.

La spada laser la vuoi blu o verde?

La grafica e ottima ho uno stile da fumetto francese e stato usato il motore grafico della versione Gameboy Advance del Princepe di Persia le sabbie del tempo, i comandi sono ottimi, Luke in ogni capitolo ha i vestiti corrispondenti dei film, di bianco all’inizio, la divisa rossa dell’alleanza ribelle e il vestito da prete alla fine, l’unico tallone e la longevità di tre-quattro ore ma bisogna tenere conto che si parla di un gioco per portatile.

Dedicato a Carrie Fisher, Alec Guinnes e Kenny Baker.

George Lucas Approved 

Denis

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Gazzetta Marziale 17. Ong-bak

Per tutto il 2010 ho presentato su ThrillerMagazine i 40 titoli della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali” (targata Gazzetta dello Sport), ogni settimana corrispondente alla loro uscita in edicola: mi piace recuperare quei pezzi per ampliare la sezione “marziale” del blog.

17. Ong-bak, nato per combattere

(sabato 10 luglio 2010)

Il diciassettesimo numero della collana “Bruce Lee e il grande cinema delle arti marziali”, curata da Gazzetta dello Sport e Stefano Di Marino, presenta il film che per primo ha fatto conoscere al mondo l’incredibile qualità e freschezza visiva del nuovo cinema thailandese d’azione. Stiamo parlando di Ong-bak – Nato per combattere (องค์บาก, 2003), esplosiva pellicola che regala fama internazionale ai suoi artefici: dal regista Prachya Pinkaew (che dopo due piccoli film negli anni Novanta diventerà regista di punta dell’ondata di film marziali thailandesi) al coreografo e co-sceneggiatore Panna Rittikrai (l’uomo che ha scoperto e allenato le più grandi star marziali del suo paese); da Petchtai Wongkamlao (fra i più apprezzati comici del suo Paese) al protagonista assoluto del film: Panom Yeerum… che visto il successo internazionale del film e l’impossibilità di altre lingue di pronunciare correttamente il suo nome, si è velocemente scelto come pseudonimo Tony Jaa.

Un film che è diventato un cult movie in tempo record, dando il via ad una inarrestabile ondata di cinema di grande qualità proveniente dal sud-est asiatico.

Ong-bak è il nome della statua del Buddha di un piccolo villaggio della campagna thailandese. Quando dei criminali ne segano via la testa e la portano a Bangkok, gli abitanti del villaggio si sentono vittime di una grande sventura e scelgono un giovane che dovrà andare in città a recuperare il maltolto. Così inizia per il giovane Ting un viaggio allucinato attraverso la giungla cittadina, fatta di piccoli teppistelli e grandi criminali, di scommesse clandestine su combattimenti altrettanto clandestini. Durante il suo viaggio conoscerà Humlae (“Passero triste”) anche lui appartenente allo stesso villaggio ma che si è adattato alla confusionaria vita di Bangkok prendendo il nome di George. Insieme affronteranno vari pericoli fino a recuperare, anche a costo della vita, la testa di Ong-bak.

Un film dalla trama non certo innovativa né sorprendente, ma di sicuro non è sulla sceneggiatura che punta la pellicola: vero protagonista assoluto del film è il corpo agile, scattante e atletico di Tony Jaa. Dapprima lo vediamo coinvolto in un gioco paesano fisicamente impegnativo, che paga subito il tributo al cinema marziale delle origini: sembra infatti uscire direttamente dalle prime scene de Il ventaglio bianco (Young Master, 1980) di Jackie Chan; poi lo vediamo esibirsi in capriole e salti acrobatici per le strade di Bangkok, infilarsi sotto le auto e sgusciare via attraverso lastre di vetro. Finito il repertorio acrobatico, inizia quello marziale: durante un combattimento clandestino a cui è costretto a partecipare, Ting farà subito sfoggio degli insegnamenti di muay thai ricevuti al villaggio, così che Tony Jaa possa subito mettere in chiaro il leitmotiv del film: tecniche acrobatiche che finiscono con gomitate e ginocchiate!

Panna Rittikrai, che già aveva usato un giovane Tony Jaa in precedenti film (come The Spirited Killer, 1994), esalta al massimo la fisicità dell’atleta addestrandolo in tecniche e combinazioni di grandissimo impatto visivo, esaltate da una sicura regia e dall’uso sapiente del rallentatore. Se si guarda il filmato di lavorazione delle tecniche usate nel film (purtroppo assente nell’edizione italiana del DVD, ma reperibile su YouTube) si vedrà un’impressionante qualità tecnica e ottimo senso del ritmo, ma rimane un mero esercizio da palestra senza un’oculata regia che sappia esaltare le tecniche. Ong-bak incarna alla perfezione l’altissimo livello qualitativo che può raggiungere un film quando vanta i tre elementi fondamentali del cinema marziale: un buon regista, un buon coreografo, un buon atleta.

Racconta in un’intervista l’attore marziale Jet Li che agli inizi degli anni Duemila ricevette una telefonata di Luc Besson: l’ex regista francese, ora esclusivamente produttore e sceneggiatore, gli chiedeva cosa ne pensasse di un nuovo film che gli era capitato di conoscere, il thailandese Ong-bak. L’attore cinese rispose che lo considerava veramente un buon prodotto, e così Besson decise di distribuirlo in Europa.

Non sappiamo se Luc Besson si sia veramente affidato alle opinioni di Jet Li, sta di fatto comunque che la casa francese Europa ha la lungimiranza di distribuire in Europa il film di Pinkaew (sostituendo interamente la colonna sonora con canzoni di rapper francesi come i Tragédie, che firmano il tema del film Je reste ghetto, al cui videoclip partecipa Tony Jaa in persona), riscuotendo un successo al di là di ogni aspettativa ed aprendo la strada al nuovo cinema thailandese. L’eco di questo fenomeno è talmente intenso che riesce a superare le rigide barriere italiane a qualsiasi tipo di marzialità cinematografica: Ong-bak si vede affibbiare il sottotitolo di dubbio gusto Nato per combattere e viene distribuito nel nostro Paese in una calda settimana agostina del 2004. Ben pochi, ovviamente, hanno avuto possibilità di vederlo ma per fortuna la casa distributrice 01 ha confezionato una discreta edizione DVD: trattamento decisamente migliore di quello cinematografico, con la sua manciata di giorni di programmazione.

Durante una tournée che ha toccato le principali capitali mondiali (tranne ovviamente l’Italia) Tony Jaa ha partecipato alle prime proiezioni salendo sul palco del cinema ed esibendosi dal vivo nelle tecniche usate nel film, da solo o con il suo fedele team di stuntman. Questo per dimostrare che non erano stati usati né cavi né effetti speciali nelle scene di Ong-bak e che lui era in grado di fare davvero ciò che veniva mostrato su pellicola. Molte di queste esibizioni si possono vedere su YouTube, per poter apprezzare le indiscutibili dote atletico-marziali di un nome che rimarrà indelebile nelle cronache del cinema marziale.

L.

amazon

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[Novelization] Alien: Covenant (2017)

Assolutamente a sorpresa, assolutamente di nascosto (mi sono fatto l’idea che le case editrici italiane NON vogliano vendere libri!), a quasi vent’anni dagli ultimi libri alieni portati in Italia – Il nido sulla Terra e Incubo, febbraio 1998 – la Sperling & Kupfer dal 19 maggio 2017 presenta nelle librerie italiane (cartacee e digitali) Alien: Covenant, la novelization ufficiale del pessimo film di Ridley Scott, firmata di nuovo da Alan Dean Foster. (Che oggi si dice fan della saga aliena ma che dal 1992 aveva detto basta ai film del ciclo, facendo tirare un sospiro di sollievo ai suoi fan, visto che gli autori che l’hanno seguito sono infinitamente migliori!)

Dal 1° maggio monitoravo quotidianamente Amazon e mi disperavo vedendo che il libro slittava, e che soprattutto non era prevista una copia digitale se non tedesca (!), poi invece da un giorno all’altro è apparsa non solo l’edizione ebook originale ma anche la versione italiana!
Per fortuna ad avvertirmi dell’edizione Sperling c’è stato Evit del blog “Doppiaggi Italioti“.

Mi sono divorato subito il romanzo con il desiderio di scoprire se – come spesso capita nelle novelization – la storia fosse più ampia rispetto al film, visto che il romanziere può aver avuto accesso alle prime stesure della sceneggiatura, magari più complete.
Purtroppo non è questo il caso: il romanzo è al 99% identico al film, parola per parola, con giusto un paio di brevi capitoli “inediti” e qualche frase sparsa di approfondimento. L’unica speranza di approfondire la trama rimane Alien: Origins, romanzo che il 1° maggio scorso dal suo sito ufficiale Foster ha confermato di star scrivendo.

Per la mia lunga e particolareggiata scheda del libro, con l’analisi di tutti gli aspetti che ho ritenuto rilevanti, vi mando ai miei quattro post sul mio blog alieno: 1) Traduzioni ballerine; 2) Religione e date; 3) Immagini di un passato futuro e Piovono citazioni; 4) Ripensamenti.

Qui ne approfitto per presentarvi l’incipit del romanzo e alcuni passaggi fondamentali, non presenti nel film visto al cinema.


Alien: Covenant


Indice:


1

Non stava sognando. Non ne era in grado. Quella mancanza non era intenzionale né consapevole, era solo una conseguenza della sua natura. Per ciò che lo riguardava, la sua unica intenzionalità consisteva nell’evitare sorprese.
L’assenza di un inconscio escludeva la facoltà di astrazione e l’incapacità di elaborare pensieri speculativi gli impediva di sognare. Tuttavia, per quanto difficile da definire, qualcosa c’era. In ultima analisi, solamente la creatura poteva descrivere il proprio stato di non essere. Soltanto lei poteva capire che cosa non sapeva, non vedeva, non percepiva.
Poiché non sognava, non provava sofferenza, gioia, né alcuna sfumatura – per quanto infinitesimale – di emozione: avvertiva soltanto un perpetuo stato di «qualcosa». Una quasi esistenza.
Poi, una sensazione gli indusse un pensiero. Analisi: «Possibile percezione visiva». Un requisito per la stimolazione neurale ausiliaria. Attivazione dei neuroni, trasmissione degli impulsi elettrici e infine una piccola, ma inequivocabile, reazione neuromuscolare.
Aprì gli occhi.
La creatura non poteva vedere il proprio aspetto. Se avesse potuto, le funzioni cognitive superiori avrebbero riconosciuto un volto dall’aspetto umano. Perfettamente liscio, giovane, quasi lucido nella sua freschezza e non turbato da preoccupazioni o affanni. Tratti scolpiti e attraenti. Occhi azzurri, sguardo fermo. Un volto sul quale non era possibile leggere i pensieri che attraversavano la mente. Sia il volto sia la mente erano stati progettati e programmati, ma solo la seconda era capace di cambiamento.
Ricezione aurale. Individuazione di suoni esterni. Attivazione di altre vie neurali. Sentì una voce e decodificò le parole. Capirle era facile. Più ancora del risveglio.
«Come ti senti?»
Calma. Doveva muoversi con cautela, la consapevolezza era cruciale. Il corpo era impaziente, ma doveva restare subordinato al ritmo della mente. Per prima cosa eseguì un test preliminare, poi uno più approfondito per verificare l’effettivo funzionamento di vari sistemi in simultanea.
Con lentezza e metodo sollevò le palpebre e le riabbassò. La domanda esigeva una risposta verbale, cioè una coordinazione di respiro, movimento delle labbra e della lingua.
«Vivo.» Anche la voce era calma, controllata. Normale. Con appena una punta di sorpresa. Ma non per l’interlocutore. «Palpebre… sento… le palpebre.»
«Molto bene», disse la voce. «Cos’altro?»
«La vita. Le palpebre.» Per accertarsene, la creatura… No, era maschio: il programma lo aveva appena confermato… Per accertarsene, «lui» sbatté di nuovo le palpebre. Stesse vie neurali, stesso risultato, ma un po’ più rapido. Ottimo. Il buon esito della ripetizione confermò la corretta funzionalità.
Accanto a lui, un uomo sorrise. La sua espressione comunicava soddisfazione, non calore. Inclinò la testa e lo squadrò.
«Che cosa vedi?»
Poi, non avendo ottenuto risposta, l’uomo aggiunse un incoraggiamento, o forse un ordine: «Parla».
Con lo sguardo passò in rassegna tutta la stanza, analizzando e decodificando una lunga sequenza di immagini e suoni. Niente che non fosse in grado di gestire. Assimilò i dati ambientali senza sforzo e con un bonus imprevisto: la soddisfazione che deriva dalla capacità di svolgere una funzione con efficienza. Una cascata di informazioni tramutata in conoscenza.
L’ambiente era spazioso. Dal pavimento di vetro e quarzo bianco, mobili antichi e moderni spuntavano come fiori rari in un giardino ben curato. Il design era squisito, il gusto impeccabile. Quadri raffinati alle pareti che, in virtù dei loro materiali, sembravano anch’esse opere d’arte. L’illuminazione variava a seconda degli spazi e delle necessità.
Continuò a osservare la sala, identificandone i particolari ed esprimendoli in forma verbale, come richiesto.
«Bianco… stanza… sedia. Anzi: trono. Firmato Carlo Bugatti. Materiali: legno di noce e metalli. Peltro, rame, ottone. Qualche intervento di restauro. Pianoforte. A coda. Steinway. Adatto a ogni forma compositiva, da Pergolesi a Penderecki a Pang-lin. Allitterazione intenzionale.»
Gli occhi continuarono a frugare l’ambiente e a trasmettere informazioni al cervello. «Ragnatela in un angolo», proseguì. «Pholcus phalangioides. Ragno sinantropico, caratteristico degli habitat umani. Comunemente chiamato “ragno ballerino” per le zampe lunghe e l’andatura dinoccolata. Innocuo. Innocuo e ballerino anche Fred Astaire, protagonista di Papà gambalunga, film del 1955.»
Mentre parlava, non aveva smesso di raccogliere dettagli e assorbire informazioni. Identificare e valutare. «Quadro. Natività di Piero della Francesca. Artista italiano vissuto tra il 1416 e il 1492…»
Infine il suo sguardo cadde su Weyland e la voce si spense.
«Sono tuo padre», disse Weyland, nel silenzio.
Sir Peter Weyland. Nato il 1° ottobre 1990. Insignito del titolo di baronetto nel 2016. Lo scrutò a lungo prima di replicare. «Umano.»
«Sono tuo padre», ripeté Weyland.
C’era un pizzico di irritazione nella sua voce o era semplice impazienza? Lui decise di non contraddirlo oltre. Non c’era niente da guadagnarci. In mancanza di altre domande, restò in silenzio.
«Sbatti le palpebre», ordinò l’uomo.
Lui obbedì. Adesso non aveva più bisogno di eseguire un’analisi prima di compiere quel movimento. La reazione era semiautomatica: una pura e semplice operazione neuromuscolare.
Weyland inspirò appena prima di pronunciare con chiarezza il comando successivo: «Cammina».
Lui abbandonò la posizione non-in-piedi e camminò. Non aveva ricevuto istruzioni specifiche sul percorso da compiere, perciò lo scelse da solo, sostando davanti a varie suppellettili. Le studiò in silenzio senza concedere alcuna comunicazione verbale spontanea.
«Perfetto», disse Weyland.
Lui si girò, distogliendo l’attenzione dagli oggetti inanimati per riportarla sull’umano. «Davvero?»
«Vuoi sapere se sei perfetto?» In quella particolare fase dello sviluppo cognitivo, Weyland sembrava un po’ sorpreso della domanda. Sorpreso, ma compiaciuto: implicava molto più della semplice capacità di conversazione. Certo, l’evoluzione era prevista, ma non a uno stadio tanto precoce.
«No», lo corresse lui. «Voglio sapere se sono davvero tuo figlio. Alcuni aspetti percettivi non suffragano questa affermazione.»
Weyland ribatté subito, come se avesse previsto di dover replicare a quella puntualizzazione: «Sei una mia creatura».
Analisi. Risposta: «Non significano necessariamente la stessa cosa».
«Dettagli semantici», concluse Weyland. «Io ti ho dato un’identità, tanto basta. È sufficiente ai tuoi scopi.»
Questa volta, nessuna obiezione, solo una semplice domanda: «Come mi chiamo?»
L’espressione del magnate diventò perplessa. A questo non era preparato. Spazio dunque all’improvvisazione, un elemento cruciale per il successo quanto la preparazione.
«Dimmelo tu», rispose. «Sceglilo da solo come tuo primo atto di autodeterminazione.»
Il suo sguardo tornò a sondare la stanza. L’ambiente offriva numerosi spunti di ispirazione. I suoi pensieri intrecciarono nuove vie neurali. Il nome che avrebbe scelto non doveva essere troppo complesso o altisonante. Sarebbe stato significativo, questo sì, ma facile da pronunciare e da ricordare. Niente di invadente dal punto di vista emotivo.
I percettori ottici si fermarono su una statua scolpita nel marmo di Carrara e la identificarono come il David di Michelangelo. Sulla sua superficie si potevano distinguere le piccole asperità lasciate dallo scalpello. Forse si trattava di una copia, ma l’opera risultava ugualmente intrisa di autentica creatività. Una cosa non escludeva necessariamente l’altra. Si avvicinò.
«David», disse. Autore: Michelangelo, figlio di Ludovico Buonarroti Simoni. Opera terminata e installata nell’estate del 1504. «Noi siamo David.» Tese una mano per entrare in contatto con la pietra. Non colse alcun cedimento: al tatto non emanava calore né umidità. Così umana eppure così aliena.
«Bellissima e fredda.»
«Perfetta da ogni punto di vista», concordò l’uomo.
«David», mormorò lui. Pronunciato ad alta voce in quella stanza raffinata, lussuosa e sterile, il suono era soddisfacente. Sì, era il nome giusto. Si girò verso Weyland. Una scarica di neuroni generò un lampo di curiosità. «Perché mi hai creato?»
L’espressione del magnate si fece esultante. «Pensiero interrogativo astratto: molto bene.»
Non era una risposta, ma nemmeno la escludeva. David ritentò: «Perché mi hai creato, padre?»
La reazione fu evasiva. Rivelava interesse e curiosità. E poiché David stava sperimentando le stesse sensazioni, la comprese. «Suona», lo esortò l’uomo indicando il pianoforte a coda.
David lo raggiunse e si fermò un momento a osservare la panchetta. Ne indagò la funzione e calcolò l’altezza e la stabilità, poi si sedette senza difficoltà e chiese: «Che cosa?»
Weyland rifletté un momento. «Wagner», rispose infine.
Senza voltarsi o scomporsi, David domandò: «Brano?»
Per la seconda volta, Weyland lo autorizzò a esercitare il suo libero arbitrio.
«Decidi tu.»
Nessuna esitazione. «L’ingresso degli dei nel Walhalla
Un altro sguardo sorpreso. «Senza l’orchestra sarebbe anemico. Come la Gotica di Brian senza i cori. O il Mount St. Helens di Hovhaness senza le percussioni.»
«Credi?» David non era convinto. «Vediamo.» Cominciò a suonare.
Ma non si limitò a eseguire alla perfezione il celebre brano tratto da L’oro del Reno. Stava offrendo una propria interpretazione originale della partitura. Ascoltando quelle note trascinanti, Weyland si compiaceva della sua creatura.
«Raccontami la storia», gli disse.
«Si tratta del finale dell’opera L’oro del Reno.» La linea melodica era solenne, ma David non sembrava emozionato. Il suo tono restò monocorde, sia commentando il pianissimo sia il fortissimo. Al momento opportuno, lo strumento tremava sotto le sue dita, ma la voce no.
«La debolezza, crudeltà e avidità degli esseri umani hanno disgustato gli dei, che dunque decidono di abbandonare per sempre la Terra e ritirarsi nella loro sede celeste, la fortezza di Walhalla. Ma ogni passo del tragitto è gravido di foschi presentimenti, perché gli dei sono condannati, destinati a morire in un incendio catastrofico che li consumerà insieme alla loro reggia. Perché anche loro si sono rivelati venali quanto l’umanità che hanno respinto, e il loro potere è soltanto un’illusione.»
Si interruppe di colpo, a metà del ponte dell’arcobaleno. «Sono false divinità.»
Weyland si incuriosì. «Perché hai smesso di suonare? Stavi andando così bene. La tua interpretazione personale era… perfetta.»
Per la prima volta, David rispose con un’altra domanda.
«Posso chiederti una cosa, padre?»
«Certo.» Di nuovo, Weyland sembrava averlo previsto. «Qualunque cosa.»
Gli occhi azzurri che aveva progettato si puntarono su di lui. «Se io sono una tua creatura, chi ha creato te?» domandò David.
«Ah, l’enigma che ha accompagnato l’umanità attraverso i secoli. Insieme, conto che in futuro riusciremo a scioglierlo. Devi capire che il tuo modo di ragionare è chiaro, lineare e preciso, mentre la risposta a questa domanda non lo è. Almeno considerando le alternative predilette dalla maggioranza degli uomini. Ma noi troveremo i nostri creatori, David. Plurale, perché per quanto concerne la nostra origine, non credo nel singolare.»
«Tu però sei uno solo», lo corresse David. «Singolare.»
«Sì, nel senso più profondo del termine», concordò Weyland. «Sono unico e perciò un’eccezione alla regola.»
David ci rifletté un momento. «Tutti sono convinti di essere unici. Non puoi definirti da solo.»
«Gli altri possono definirmi come meglio credono, ma io rimango della mia opinione. Lo ripeto: troveremo i nostri creatori. Ci riveleremo a loro e ascenderemo insieme al Walhalla.» Incedendo nell’ampio spazio della sala, indicò la scultura di valore inestimabile, un pezzo unico ed espressione suprema del genio dell’artista. L’ altra presenza nella stanza seguiva con lo sguardo ogni suo passo. Lo sorvegliava.
«Tutto questo… i prodigi dell’arte, della tecnica e dell’inventiva rappresentano le massime creazioni dell’umanità.» Voltandosi, restò a contemplare la sua. «E poi ci sei tu, la più sublime. Anche tu sei un’opera d’arte, David.» Abbracciò la stanza con un gesto. «Sei un David straordinario quanto quella statua. Eppure tutto questo, compreso te, non significa niente di fronte all’unica domanda davvero importante: da dove veniamo?»
David si era alzato, spostandosi davanti a un trittico di Bacon. Sul fondale di quelle forme distorte, rispose ancora una volta con una domanda. «Perché parli di un “dove”?» Nella sua voce si era insinuata una nuova enfasi. «La maggioranza degli uomini di cui hai parlato poco fa non crede che esista un luogo delle nostre origini. Che cosa ti fa pensare che loro sbaglino e tu no?»
Weyland fece una risatina sommessa. «L’intera storia della scienza è un susseguirsi di esempi in cui una sparuta minoranza aveva ragione e la maggioranza torto. La scienza stessa ne è la dimostrazione, e anche l’arte. Turner e Galileo hanno scrutato il cielo con finalità diverse, ma condividevano lo stesso spirito. E io sono come loro.»
Per qualche istante tacque assorto. «Mi rifiuto di pensare che l’umanità sia il prodotto fortuito di una reazione molecolare», proseguì. «Il risultato di una semplice coincidenza biologica e di un’evoluzione casuale. E nel dirlo parlo da scienziato. Non mi soddisfa l’idea del colpo di fulmine che dà vita a un brodo di carbonio. C’è qualcosa di più, deve esserci, e noi lo scopriremo, figliolo.» Con un movimento del braccio, indicò la stanza e i suoi tesori. «Altrimenti niente di tutto ciò avrebbe alcun significato.»
David tacque per un momento, prima di rispondere. Non più con una domanda. «Permettimi di esaminare la questione.» A mano a mano che la sua mente assumeva sempre più i contorni di una coscienza individuale, lui acquisiva maggiore sicurezza nell’esprimersi. «Tu mi hai creato, ma sei un essere imperfetto. Lo hai ammesso tu stesso, anche se in modo implicito. Io sono una creatura perfetta, progettata al tuo servizio, ma tu sei un essere umano. Tu aspiri a trovare il tuo creatore, io il mio ce l’ho davanti. Tu sei mortale, io no. Tutte queste sono contraddizioni. Come si possono risolvere?»
Restò a fissare il suo creatore con un’espressione indecifrabile.
Weyland indicò un punto alla propria destra. «Portami del tè.»
La tazza era su un tavolo a meno di un metro da lui. All’uomo sarebbe bastato un solo passo per servirsi da solo. David non si era distratto nemmeno per una frazione di secondo. Continuava a studiare Weyland e la sua espressione impassibile. Lui ripeté la richiesta, in tono appena più imperioso. «Portami una tazza di tè, David.»
Per raggiungere il tavolo, lui doveva attraversare tutta la stanza. La differenza tra le rispettive posizioni non gli era sfuggita, tuttavia obbedì. Prese piatto e tazzina e li tese con garbo a Weyland. Dopo una pausa, breve ma eloquente, Weyland accettò l’offerta e bevve un sorso.
Il magnate aveva risposto alla sua domanda senza sprecare neanche una parola. David era stato creato per servirlo. Il loro rapporto era chiaro e senza appello. Niente dibattiti o discussioni, nessun confronto sui rispettivi meriti. La creatura era al servizio del creatore. Era un dato di fatto, e i fatti – purché dimostrabili – sono inalterabili. Ma secondo le regole della scienza, una dimostrazione richiede una riprova empirica, perché un fatto diventa tale solo quando si sono accumulate prove sufficienti. E il processo richiede tempo.
David restò immobile e silenzioso accanto a Weyland, in attesa di un’altra richiesta o di un nuovo ordine. Lui di domande ne aveva in abbondanza.
Ma aveva tutto il tempo del mondo.


2

Daniels dormiva. E sognava. La linea di confine rispetto ai suoi pensieri abituali era profonda, ma a lei certe distinzioni non interessavano. Le importava solo che i contenuti del suo sonno fossero appaganti.
Qualcosa le sfiorò la bocca. Un tocco leggero, caldo, una pressione delicata ma sufficiente a riscuoterla. Riconoscendone l’origine, la curva appena imbronciata delle sue labbra si distese in un sorriso, poi lei aprì gli occhi.
Sospeso su di lei c’era un volto familiare. Daniels ne conosceva ogni dettaglio, ogni tratto, ogni ruga. Non che queste fossero molte, e comunque non aveva importanza. Col tempo sarebbero arrivate e, con ogni probabilità, una buona parte l’avrebbe causata lei stessa. Era nella natura delle cose. La vita è così.
E in fondo lei ci sperava. Le piaceva l’idea di quell’incisione reciproca sul viso. Una parte di me sul tuo volto, una parte di te sul mio. Vivere e crescere insieme. Marito e moglie e, in futuro, genitori.
Il volto liscio di Jacob si avvicinò a baciarla. «Buongiorno», disse. «Ho spostato il camino.»
Era una nuova informazione, ma non certo una novità. Con un verso a metà tra un gemito e una risata, lei nascose la testa sotto il cuscino. Lui ridacchiò e lo gettò da parte. Lei sbatté le palpebre e i suoi grandi occhi castani gli rivolsero uno sguardo intenerito. Dominavano un volto giovanile eppure serio, con la fronte attraversata da una frangetta severa e una lieve fossetta sul mento. Aveva l’aria di una donna spesso assorta nei suoi pensieri, cui tuttavia non sfugge mai nulla del mondo circostante.
«Coraggio, pigrona. Guarda.»
Strofinando il lato scolorito di un piccolo cubo, Jacob proiettò un ologramma che prese forma sotto i loro occhi e restò sospeso a mezz’aria. Raffigurava un edificio semplice e la resa era così realistica da sembrare reale. Reggendo il cubo sul palmo, usò la mano libera per manipolare l’immagine, facendola ruotare e attivando lo zoom per passare dalla prospettiva esterna all’interno dello stabile. Con un dito sovrascriveva una nota, la ingrandiva per renderla più leggibile e poi la eliminava con un gesto.
Una volta individuata la prospettiva che cercava, spostò di lato una colonna di appunti per mostrare la struttura senza intralci. Il suo entusiasmo era palpabile.
«Ecco, vedi? L’ho trasferito dall’angolo di sudovest a quello di nordovest. Qui sta meglio, non trovi? E in caso dovessimo usarlo davvero come riscaldamento, la nuova posizione migliora la circolazione dell’aria.»
Con un’espressione rassegnata e divertita, Daniels scosse la testa un paio di volte, poi afferrò un cuscino e puntò lo sguardo su suo marito.
«Mi hai svegliata per questo?» esclamò. «Ti prego, dimmi di no.»
«Ho preparato il caffè», rispose lui in tono contrito. «E sta nevicando.»
Lei sospirò, affondò per un momento la faccia nel cuscino, poi si costrinse ad alzarsi.
Sarebbe bastato chiedere e lui gliel’avrebbe portato a letto, ma il suo caffè aveva sempre un sapore strano. Tanto valeva prepararselo da sola. Fuori nevicava davvero. Grossi fiocchi si depositavano sui cornicioni e sui tetti dei palazzi, addolcendo la desolazione del panorama urbano. La metropoli era stanca, scoraggiata, visibilmente allo stremo.
Qualche raro passante affrontava a fatica le strade innevate, ciascuno per conto suo, senza alzare lo sguardo o rivolgere la parola agli altri. Tutti irradiavano una cupezza identica a quella degli edifici che li sovrastavano. La neve, la vita, il futuro non erano fonte di gioia per nessuno.
Preparato il caffè – macchiato e con due zollette di zucchero –, la donna prese la tazza e tornò a letto. Jacob le aveva rubato il posto e ora se ne stava sdraiato a trafficare con la proiezione del modulo, perfezionando questo o quel dettaglio.
«Diventerà la nostra casa, perciò la posizione del camino è essenziale.» Corrugò la fronte. «Ripensandoci, forse stava meglio sull’altro lato. È difficile decidere, senza un’idea precisa del panorama esterno. La circolazione dell’aria è importante, ma non dobbiamo trascurare neanche l’effetto estetico. Non avremo una seconda occasione, quindi non possiamo permetterci errori.»
Lei bevve un sorso di caffè e restò a guardarlo in silenzio. Jacob era innamorato perso della sua capanna da pioniere… e lei di lui. Avrebbe potuto commentare, esprimere un’opinione, se non altro per fargli capire che lo stava ascoltando e che lui aveva la sua attenzione, ma non le andava di interromperlo. Non voleva interferire con il suo sogno.
Voltandosi tornò a sbirciare il paesaggio invernale oltre la finestra. Chissà se nella loro nuova casa avrebbero mai rivisto la neve. Per quanto ne sapevano, il clima poteva anche essere tropicale.
Una voce risuonò nella stanza, ma lei non la sentì. Non era la voce di Jacob e non apparteneva al suo sogno. E nemmeno a quello di Daniels. Era reale.
«Sono le sette e tutto va bene», disse Mamma nel solito tono solenne.
All’annuncio seguì un breve segnale sonoro. Era la registrazione della campana di una nave d’inizio Novecento, recuperata come una sorta di capriccio dai progettisti della Covenant. Un frammento del passato che i costruttori del presente avevano riadattato per il futuro. Una trovata divertente inserita nel programma dall’équipe di ingegneri che, rimasti sulla Terra, non avrebbero mai avuto occasione di sentirla nel suo impiego effettivo.


4

Le sale e i corridoi delle navi di colonizzazione erano grandi per rispondere a una necessità psicologica. Ma non quella dei coloni, che – incoscienti e ignari di tutto – dormivano ancora nelle capsule, in attesa di venire risvegliati una volta arrivati a destinazione.
Perciò non serviva che quelle bare provvisorie, con le cupole trasparenti, fossero granché spaziose. Dovevano soltanto accogliere un corpo sdraiato e le apparecchiature che lo avrebbero nutrito per tutta la durata dell’ipersonno, quindi erano allineate le une accanto alle altre in modo da occupare il minor spazio possibile.
Per l’equipaggio vigile e al lavoro, la situazione era diversa. Ogni volta che venivano rianimati per svolgere un compito di manutenzione, controllo, ricarica o qualsiasi altra mansione necessaria al corretto funzionamento della nave, dovevano avere spazio sufficiente per operare in modo agevole e rilassarsi in privato. In caso contrario – a prescindere dagli splendori del cosmo –, trovandosi a decine, forse centinaia di anni luce dalla più vicina atmosfera respirabile, dallo scorrere di un ruscello, da uno scroscio di pioggia, persino l’astronauta più addestrato avrebbe perso la ragione.
Per questo motivo la cabina di Daniels, come quella dei suoi colleghi, era stata progettata per occupare il massimo spazio concesso dai limiti strutturali ed economici della nave. Entro quei parametri, era dotata di ogni confort. Il letto era addossato a una parete, sotto un oblò esagonale che mostrava una visione multipla del cosmo all’esterno, e la luce sulla testiera era regolabile: più intensa per leggere, soffusa o colorata nel caso di altre attività.
Ma il panorama spettacolare, le luci regolabili, il letto soffice non servivano più a niente. Perché, come tutte le cabine dell’equipaggio a bordo della Covenant, anche quella di Daniels era pensata per soddisfare le esigenze di una coppia. E così, invece di confortarla, quel lusso non faceva che rendere più acuta la sua solitudine. Il suo futuro e il suo matrimonio erano stati troncati nel modo più brusco, inaspettato e violento possibile.
Piangi le tue lacrime, le aveva detto Oram, come se bastasse uno sfogo fisico per placare il dolore. Non fosse stata ancora intontita dal trauma, l’avrebbe preso a schiaffi. Forse nemmeno in quel caso l’avrebbe fatto: era troppo ben addestrata per cedere alle reazioni istintive. E forse anche per piangere, ammesso di voler seguire il suo consiglio. A bordo di una nave spaziale, l’emotività era sempre un rischio.
Daniels sapeva che non avrebbe dovuto prendersela con Oram per quel goffo tentativo di consolazione. Almeno riconoscigli il merito di averci provato. Più che un’autentica attitudine al comando, il nuovo capitano aveva l’efficienza di un drone, ma in fondo non era stato lui a cercarsi l’incarico. Come ogni membro dell’equipaggio, aveva una competenza altamente specializzata per il suo settore, e adesso gli organismi con cui era costretto a interagire erano ben più attivi e ostinati degli amati campioni biologici con cui aveva avuto a che fare durante la sua mansione di capo biologo.
Daniels si concesse un fugace sorriso, poi si disse che col tempo le cose sarebbero migliorate. Oram avrebbe potuto contare su Karine, sempre pronta a offrirgli con discrezione un consiglio e un aggiustamento di rotta.
Indifferente alle stelle che punteggiavano lo spazio fuori dall’oblò, sedette sul letto matrimoniale. Era un letto vero, e la sua massa rassicurante era resa possibile dal prodigio della gravità artificiale. L’equipaggio della Covenant non era costretto a sforzarsi di prendere sonno svolazzando a mezz’aria dentro un’amaca. Tuttavia non le dava alcun conforto, e non riuscì nemmeno a spostarsi dal bordo verso il centro del materasso, che ora le sembrava un deserto incolmabile.
Si guardò intorno, cercando di assumere uno sguardo distaccato per fare l’inventario della cabina.
Gli anfibi erano allineati e gli abiti, appesi nell’armadio aperto, restavano nell’ordine di sempre: quelli del marito a sinistra, i suoi a destra. Sullo scaffale giacevano la preziosa raccolta di vinili antidiluviani di Jacob e lo stereo d’antiquariato che avevano restaurato con tanta cura, raccogliendo negli anni questo e quel pezzo di ricambio.
Dalla sua posizione Daniels vedeva anche le attrezzature da arrampicata che lei e Jacob avevano portato nella speranza di dedicarsi a una vecchia passione in un nuovo mondo. Nessuno dei due sarebbe stato felice di vivere in un pianeta privo di montagne.
«Non m’importa il clima, la geologia o qualsiasi altra cosa», aveva ripetuto Jacob in più occasioni. «Qualunque sarà il luogo di insediamento della colonia, mi interessa solo che ci siano pareti da scalare.»
«E se il pianeta fosse sommerso dalle acque?» rispondeva lei, in tono scherzoso. «O talmente antico che le montagne sono state erose fino a ridursi a una distesa piatta come le Grandi Pianure del Midwest?»
«Nel primo caso, costruirò io stesso pareti di sale e carbonato di calcio. Nel secondo, userò terriccio e silicio.»
Era stato un inguaribile ottimista, sempre capace di vedere il bicchiere mezzo pieno. Le qualità ideali per un capitano… e per un compagno di vita. Lo sguardo le cadde sulla copia cartacea del progetto preferito di Jacob.
La capanna in stile «pioniere».
Il sogno di suo marito.
Ex marito, si corresse, in silenzio. Morto. Svanito…
Fu interrotta dalla suoneria invadente della porta.
«Chi sarà mai a quest’ora di notte?» avrebbe scherzato Jacob. Nello spazio interstellare, la notte era eterna. Ma Daniels non ne aveva mai vissuta una tanto oscura.
Si alzò e andò ad aprire. Era Walter, reggeva un piccolo contenitore.
«Buonasera. Disturbo?»
Gentile, educato, sollecito. Peccato che non fosse diventato lui il capitano. Ma questo era impossibile. Per quanto fossero avanzati i loro programmi, gli androidi erano progettati per obbedire: erano esecutori, non leader. In nessun caso potevano comandare.
Daniels fu tentata di mandarlo via, poi decise che persino la compagnia di un robot era preferibile a quella dei propri pensieri.
«Nessun disturbo. Accomodati, sono contenta di vederti.»
Lui avanzò di un passo, attese che la porta scorrevole si richiudesse alle sue spalle, poi le tese il contenitore. «Questo è per te.»
Daniels aprì la scatola. Conteneva tre perfetti 4C: cilindri di consumo chimico combustibile. O spinelli, secondo la terminologia di un’altra epoca ma per qualche motivo ancora corrente. Daniels non riuscì a trattenere un sorriso.
Senza traccia di ironia, Walter spiegò: «Le condizioni atmosferiche nella Sezione idroponica sono ideali per la coltivazione della cannabis».
«Potrei ingerire lo stesso principio attivo con una pasticca.»
«Vero, ma a mio avviso in questo tipo di assunzione c’è un elemento estetico che potenzia l’esperienza e, di conseguenza, l’efficacia. Il rituale stesso favorisce la concentrazione. È un vantaggio secondario, ma non irrilevante rispetto alla somministrazione orale.»
«Tu pensi sempre a tutto.»
«Sono progettato per questo.»
Il programma comprendeva anche la modestia. «Non è vero.»
«Se posso…» riprese lui. Poi fece una pausa, esattamente l’intervallo giusto per consentirle di accordargli il permesso. Daniels sapeva che anche quell’esitazione era un risultato della programmazione, ma la apprezzò comunque. «Mi pare di capire», proseguì Walter, «che conservarsi attivi sia un metodo efficace per agevolare l’elaborazione di un trauma. Ti sarebbe utile tornare al lavoro?»
«Oram mi ha sospesa.» Fece una smorfia. «Ordini del capitano… Secondo lui dovrei frignare invece che lavorare.»
«Non stavo suggerendo di informarlo. La nave è grande e c’è molto da fare in settori dove gli scanner si attivano a intervalli piuttosto irregolari.»
Lei restava dubbiosa. «Le videocamere di sicurezza mi riprenderebbero comunque.»
«Dipende da dove lavori. La loro copertura è ampia, non totale. Senza contare che i monitor sono visionati dal personale di sicurezza: dubito che al sergente Lopé possa interessare dove trascorri il tuo tempo libero. E quanto al capitano, al momento ha altro cui pensare. Se non sbaglio, sul ponte avevi espresso l’intenzione di verificare le condizioni dei macchinari pesanti nel deposito di terraformazione. Considerati i danni che abbiamo riportato, sono convinto anch’io che quell’area abbia bisogno di un’ispezione più attenta e diretta. Io mi ero offerto di accompagnarti e ti rinnovo l’offerta.»
Lei gli rivolse uno sguardo colmo di gratitudine.


16

Tese una mano per sfiorargli la guancia. La pelle dell’androide, a base di collagene, al tatto sembrava perfettamente naturale. Dotato di sistemi in grado di analizzare le espressioni, il timbro e i comportamenti umani in modo istantaneo, Walter aveva colto il significato affettuoso di quel gesto, ma ne provò una sorta di imbarazzo. Era programmato per gestire quasi ogni sorta di situazione, ma non aveva idea di come reagire a un momento di autentica intimità.
In silenzio, si ritrasse.
Notando il suo imbarazzo, lei abbassò la mano. «Scusami. Non volevo disorientarti.»
«Non sono disorientato», rispose lui. «Incerto, forse, non disorientato. A volte una non-reazione è la reazione più sensata.»
Sorrise, era sempre un buon modo per disinnescare i conflitti. «Dovresti dormire un po’.»
Lei rise. Una risata secca, brusca. «Dubito di riuscirci. Mi riposerò quando torneremo sulla Covenant.»
Restarono seduti a conversare di niente, entrambi in allerta per cogliere le voci o almeno l’eco degli altri. Il silenzio intorno a loro persisteva, e a Walter tornò in mente il suo flauto.
Ricordando la musica straordinaria creata insieme a David, si sforzò di riprodurne qualche nota. Il suono era dolce, ma la melodia incompiuta, esitante. Vergognandosi della propria incapacità, lui si interruppe.
Sorpresa da quel talento imprevisto e insospettato, Daniels gli rivolse uno sguardo incuriosito. «Ehi, non era male.»
«Pessimo.» Walter scrutò disgustato lo strumento. «Non era nemmeno un pezzo originale.»
«Invece sei bravo», insistette lei. «Una melodia, per essere bella, non ha bisogno di essere anche originale, altrimenti non esisterebbero incisioni, ma solo improvvisazioni.» Indicò il flauto. «Continua.»
Lui non ne era convinto. «Non riesco a riprodurre in modo accurato ciò che vorrei. Il problema non è la memoria.» Cercò di spiegarsi. «Manca qualcos’altro.»
«Prova a comporre qualcosa di tuo», lo incitò lei.
Lui si irrigidì. «Il mio programma non contempla capacità creative.»
«Può darsi», rispose lei. «Però comprende la capacità di apprendere. La procedura è la stessa: prova ed errore. Conservi quello che funziona ed elimini il resto. Puoi… sperimentare. Se serve, fai finta che io non sia presente: non sono qui per giudicarti.»
«Non posso fingere che tu non ci sia quando mi siedi davanti.» Sorrise di nuovo. «Anche questo richiederebbe una creatività che non ho.»
Lei sospirò. «Allora prova di nuovo e non preoccuparti della mia reazione.»
Cedendo a quell’incoraggiamento, l’androide ritentò. Prima esitando, poi con una sicurezza via via crescente. Una breve serie di note risuonò nella vastità della sala. La sequenza era gradevole. Sbalordito da quel piccolo trionfo, Walter perseverò. Questa volta le note formarono una melodia. Una melodia mai sentita prima, né durante il suo incontro con David né sulla nave o da qualsiasi altra parte. Una musica nuova.
Sua.
Incoraggiato, proseguì. Lui stesso non l’avrebbe riconosciuta come tale, ma la melodia delicata compose una ninnananna quasi ipnotica. Mentre la ascoltava, Daniels si sentì sopraffare dalla stanchezza e le sue palpebre cominciarono a chiudersi. La testa si abbassò sul petto, si sollevò e ricadde di nuovo. Un istante dopo, ancora seduta, si era addormentata.
Walter continuò a suonare, con gli occhi fissi su di lei mentre le sue dita ormai danzavano sul flauto. Suonava e sperimentava. Un solo strumento non poteva bastare a riempire la sala di musica, ma lui ci provò con tutto se stesso.

L.

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[Il Zinnefilo] La moglie in bianco (1981)

Nuova puntata del “Zinnefilo”, la rubrica con una N in più che presenta i momenti migliori del “cinema di petto”: quello in cui attrici o comparse mostrano il meglio di sé. E non si tratta della bravura recitativa…

Se le foto di seni nudi vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, ignorate questo post!

Il film di questa settimana è La moglie in bianco… l’amante al pepe (1981).

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Guida TV in chiaro 26-28 maggio 2017

Visto che da anni per ThrillerMagazineSherlockMagazine ogni venerdì presento il palinsesto televisivo del week-end all’insegna del giallo-thriller-action in chiaro, perché non cominciare a rigirarlo anche qui?

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati anche nelle webzine che ho citato.

Venerdì 26 maggio 2017

Ore 21.20 – Rai2 – The Call (id., 2013) di Brad Anderson, con Halle Berry ed Evie Thompson
La veterana del 911 Jordan Turner (Halle Berry) riceve la telefonata di una ragazza che è stata appena rapita, e si rende conto che dovrà affrontare il suo terribile passato se vuole salvarla.

Ore 21.20 – Italia1 – Lone Survivor (id., 2013) di Peter Berg, con Mark Wahlberg e Taylor Kitsch
Dal saggio Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of SEAL Team 10 (2007) di Marcus Luttrell (inedito in Italia). Afghanistan, giugno 2005. Nella base aerea di Bagram l’ufficiale Erik Kristensen (Eric Bana) predispone i suoi uomini alla missione: catturare e uccidere Ahmad Shah, temibile capo talebano responsabile della morte di numerosi marines. Marcus (Mark Wahlberg), Mickey (Taylor Kitsch), Danny (Emile Hirsch) e Axe (Ben Foster) vengono mandati in ricognizione sulle montagne intorno al villaggio dove Ahmad Shah si rifugia. In realtà tutto il film si svolge tra quatto sassi in Messico: una storia di bassisismo livello con estrema povertà di mezzi.

Ore 23.15 – Rai4 – Rogue. Il solitario (War, 2007) di Philip G. Atwell, con Jason Statham e Jet Li
Jack Crawford (Jason Statham) vuole vendicare la morte dell’amico e collega. Continua il suo lavoro di agente dell’FBI ma più per motivi personali, e scoprirà più di quanto voleva sapere.

Ore 23.45 – IRIS – Maverick (id., 1994) di Richard Donner, con Mel Gibson e Jodie Foster
Tratto dal telefilm omonimo. Le disavventure di Bret Maverick (Mel Gibson), simpatico imbroglione, elegante e arguto parassita alle prese con una gara di poker ad eliminazione e con l’affascinante Annabelle (Jodie Foster), spregiudicata e rapace fanciulla del Sud.

Ore 23.50 – Italia1 – Shoot’Em Up. Spara o muori (Shoot’Em Up, 2007) di Michael Davis, con Clive Owen e Monica Bellucci
Il solitario Smith (Clive Owen) salva un neonato, mentre la madre del piccolo viene uccisa dai sicari dello spietato Karl Hertz (Paul Giamatti): entra così nel mirino di una misteriosa organizzazione criminale

Ore 0.00 – Paramount – Il castello (The Last Castle, 2001) di Rod Lurie, con Robert Redford e James Gandolfini
Il generale Eugene Irwin (Robert Redford) viene condannato alla corte marziale per insubordinazione e viene inviato nel carcere militare gestito dal colonnello Winter (James Gandolfini) che viene chiamato il Castello: tra i due inizia una partita a scacchi che coinvolgerà tutti i detenuti.

Ore 0.05 – Rai2 – Lies and Illusions. Intrighi e bugie (Lies and Illusions, 2009) di Tibor Takács, con Christian Slater e Cuba Gooding jr.
Wes Wilson (Christian Slater) è uno scrittore diventato famoso grazie a un bestseller nel quale spiega come l’onestà sia l’unica arma per salvare le relazioni sentimentali. Quando la fidanzata viene rapita e data per morta, la sua vita prende improvvisamente una piega inaspettata: inseguito da un agente segreto, l’uomo si trova tutto a un tratto intrappolato in un losco gioco di intrighi spionistici e diamanti rubati. Scoprirà che la sua ragazza non è proprio la persona che credeva di conoscere.

Sabato 27 maggio 2017

Ore 11.15 – IRIS – L’isola dell’ingiustizia. Alcatraz (Murder in the First, 1995) di Marc Rocco, con Christian Slater, Kevin Bacon e Gary Oldman
Un giovane avvocato difende un prigioniero rinchiuso ad Alcatraz per un crimine irrisorio e qui vessato e torturato da un perfido direttore.

Ore 14.15 – Rai4 – JCVD. Nessuna giustizia (JCVD, 2008) di Mabrouk El Mechri, con Jean-Claude Van Damme e Valérie Bodson
Capolavoro inarrivabile: è la versione marziale del felliniano 8 e ½! Fondendo continuamente realtà e finzione, troviamo un Jean-Claude Van Damme in declino, con Seagal che gli ruba tutti i film! Tornato a Bruxelles e adorato dai fan, decide di risolvere i suoi problemi… rapinando una banca! Presi degli ostaggi ed esploso il circo mediatico, inizia un film leggendario.

Ore 16.50 – Rete4 – Poirot. Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express, 2010) di Philip Martin, con David Suchet e Jessica Chastain
Dal romanzo omonimo del 1934 di Agatha Christie (Mondadori 1935). Il celebre investigatore è alle prese con una vacanza sull’ancor più celebre Orient Express quando deve risolvere un caso particolarmente spinoso.

Ore 18.20 – IRIS – Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma, 2007) di James Mangold, con Russell Crowe e Christian Bale
Remake del film omonimo del 1957, tratto a sua volta dal racconto del 1953 di Elmore Leonard. Il contadino Evans (Christian Bale) accetta, per 200 dollari, di fare da scorta per portare il pericolosissimo Wade (Russell Crowe) alla prigione di Yuma. Nel viaggio i due cominciano con l’odiarsi ma pian piano il rapporto fra di loro cambia.

Ore 21.10 – Italia2 – True Justice 8. Vicolo di sangue (Blood Alley, 2012) di Wayne Rose, con Steven Seagal e Mike Ching
Secondo episodio della seconda stagione della serie televisiva. La tratta degli schiavi e il traffico di organi umani sono piaghe e la CIA gioca la sua ultima carta: coinvolgere nelle operazioni Elijah Kane (Steven Seagal) e il suo affiatato team.

Ore 21.15 – Rete4 – Stalking. La storia di Casey (Shadow of Fear, 2012) di Michael Lohmann, con Amanda Righetti e Will Estes
Quando un nuovo ragazzo, apparentemente innocuo, viene assunto in un coffee shop, i suoi colleghi non possono certo immaginare che, in realtà, si tratti di uno schizofrenico che rifiuta le cure e quindi un soggetto molto pericoloso. A farne le spese è una cameriera che subisce il fascino del nuovo arrivato.

Ore 21.15 – Rai4 – Accerchiato (Nowhere to Run, 1993) di Robert Harmon, con Jean-Claude Van Damme e Rosanna Arquette
Imprigionato, sebbene incolpevole, Sam Gillen (Jean-Claude Van Damme) fugge durante un trasferimento. Viene accolto dalla madre single Clydie Anderson (Rosanna Arquette) e conquista l’affetto del figlio Mike (Kieran Culkin), ma lo sceriffo locale (Ted Levine), pagato dal bieco imprenditore Hale (Joss Ackland), gli è addosso.

Ore 23.15 – Rete4 – Phase IV (id., 2002) di Bryan Goeres, con Dean Cain e Brian Bosworth
Lo studente di giornalismo Simon Tate (Dean Cain) trova strano che quattro suoi compagni di college muoiano quasi contemporaneamente, così come non crede alle accuse rivolte al suo professore. Comincerà ad indagare, e scoprirà che una casa farmaceutica senza scrupoli ha più di un progetto segreto in atto nel college.

Ore 23.15 – IRIS – Prova a incastrarmi (Find Me Guilty, 2006) di Sidney Lumet, con Vin Diesel e Ron Silver
La vera storia di Jack DiNorscio, piccolo mafioso italo-americano che riuscì a tirare il suo processo per lunghe tanto da divenire il più lungo nella storia americana della lotta alla mafia.

Domenica 28 maggio 2017

Ore 12.00 – Rete4 – Perry Mason. La novizia (The Case of the Notorious Nun, 1986) di Ron Satlof, con Raymond Burr e Barbara Hale
Dal personaggio creato da Erle Stanley Gardner. Quando sorella Margaret (Michele Greene) viene accusata dell’omicidio di padre O’Neil (Timothy Bottoms), oltre che di essere stata sua amante, l’unico salvatore è il suo avvocato: Perry Mason.

Ore 21.15 – Paramount – Collateral (id., 2004) di Michael Mann, con Tom Cruise e Jamie Foxx
Un sicario prende in ostaggio un tassista per poter girare la città e raggiungere le sue cinque vittime. I due instaurano uno strano rapporto, non tutto va come dovrebbe andare, forse perché il killer non è più convinto del suo lavoro.

Ore 23.15 – RaiMovie – Devil’s Knot. Fino a prova contraria (Devil’s Knot, 2013) di Atom Egoyan, con Colin Firth e Reese Witherspoon
Da “Devil’s Knot: The True Story of the West Memphis Three” (2002), primo di tre saggi che Mara Leveritt dedica ad uno scandalo giudiziario che ha distrutto un’intera cittadina di provincia. Nel 1993 tre bambini scompaiono in un bosco: i loro cadaveri verranno ritrovati legati. Invece di indagare e raccogliere prove più che evidenti del vero colpevole, la polizia e la città intera si accanisce su un giovane satanista e due suoi amici: l’unico a crederli innocenti è il legale di grido Ron Lax (Colin Firth)

Ore 0.00 – Paramount – Mean Machine (id., 2001) di Barry Skolnick, con Vinnie Jones e David Kelly
Geniale remake britannico, in chiave calcistica, dell’americano “Quell’ultima sporca meta”. Danny Meehan (Vinnie Jones) è un giocatore professionista amante degli eccessi. Quando un giudice lo fa finire in galera, si ritrova invischiato in una partita di calcio detenuti-secondini, molto più pericolosa di quello che sembra. Organizzerà la più improbabile squadra di calcio, il cui portiere è un ancora sconosciuto ma già titanico Jason Statham.

L.

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Die Augen der Mumie Mâ (1918) Gli occhi della mummia

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Per capire quanto è stato rivoluzionario La mummia del 1932, bisogna andare più indietro nel tempo…

Nel 1918 il ventiseienne regista berlinese Ernst Lubitsch è un nome molto apprezzato e le sue commedie sono tutti successi. Però il produttore Paul Davidson vuole alzare il tiro e vuole che la sua casa UFA (Universum-Film Aktiengesellschaft) faccia concorrenza ad Hollywood: a questo punto serve un “Grossfilm”, un blockbuster, un grande titolo di grande richiamo.
All’inizio Lubitsch è titubante ma poi il pensiero di poter avere in seguito un budget più ampio per i propri film lo convince, il risultato è una serie di enormi successi dell’epoca: tra cui Die Augen der Mumie Mâ.

Ignoto per decenni al pubblico italiano, il 15 ottobre 1980 viene trasmesso da Rete Tre (Rai3) con il titolo Gli occhi della mummia – plausibilmente con sottotitoli italiani – e da allora a parte un paio di festival cinematografici del film in Italia si è persa ogni traccia.
Decidete voi dunque se considerare questo film inedito o meno…

Un baldo giovanotto del 1918

Il giovane pittore Albert Wendland (Harry Liedtke) è in Egitto per un viaggio di studio. Un giorno il principe Hohenfels (Max Laurence) organizza una gita alla tomba della Regina Mâ, che però viene subito smontata dal direttore del Palace Hotel: chiunque abbia visitato quella tomba è stato vittima di grande sventura, lo informa il direttore, e proprio lì al Palace Hotel c’è una delle vittime più recenti.
Il nostro Wendland ha sentito tutto e si avvicina curioso alla vittima della Regina Mâ, per scoprire che il pover’uomo, ormai folle, non fa ripetere un’unica frase: «I suoi occhi sono vivi!». Questo non fa che stuzzicare il giovane che alla fine decide di andare da solo a visitare la tomba.

Una faccia di cui fidarsi…

Il losco imbonitore arabo Radu (Emil Jannings) lo guida nella tomba e lo introduce ai suoi misteri, ma quando due occhi appaiono dal nulla il giovane capisce subito: è tutta una baracconata per gabbare i turisti.
Tramortito l’uomo ed entrato nella stanza segreta, Wendland salva la donna prigioniera al suo interno sin da quando è stata rapita da Radu e costretta a spaventare i turisti: una donna del deserto interpretata da Pola Negri.

Nata Barbara Apolonia Chałupec, oggi il nome d’arte Pola Negri è dimenticato ma è stato grande, nella prima metà del Novecento. Diventata famosa attrice in patria polacca, la donna si sposta in Germania per svettare anche in quella cinematografia – iniziando proprio da questo film – per poi arrivare fino in America e diventare, come recita una sua recente biografia, “la prima femme fatale di Hollywood”.
Come molti suoi colleghi, l’avvento del sonoro ha mandato il sogno in frantumi: il suo forte accento polacco le ha impedito di continuare ad essere una stella hollywoodiana. Rifà il suo viaggio al contrario, torna cioè prima in Germania e poi in Polonia, seguita da un fan molto particolare: Adolf Hitler, suo grandissimo ammiratore sin da quando la vide nel film Mazurka (1935).
Mentre i suoi amici ebrei scomparivano, Pola si adoperò per fuggire dal Reich e tornò di nuovo in America, dove passò il resto della sua vita nel profondo Texas.
Una donna che ha vissuto più avventure di quante ne abbia interpretate…

Gli occhi della Regina Mâ

Qui dunque è Mâ (o Mara, a seconda delle edizioni), donna egiziana rapita e costretta a vivere in una tomba per spaventare i turisti. Wendland se ne innamora all’istante e se la porta in Inghilterra, istruendola mediante una tutrice privata e rivestendola all’inglese.
Organizzata una festa per farla conoscere agli amici altolocati, Mâ si rende conto che è un pesce fuor d’acqua e soprattutto che nessuno se la fila. Decide così di spogliarsi e, con un succinto abitino, inizia a danzare all’egiziana. (O quello che la Germania del 1918 pensa che sia una danza egiziana.)
Tutti vanno in visibilio e la donna si ritrova ingaggiata all’istante nel mondo del varietà, in spettacolini del tutti identici a quelli visti nel cortometraggio Charlot a teatro (A Night in the Show, 1915), che denunciano il gusto ruvido dell’epoca.

La conturbante danza egiziana di Mâ

Il destino però è inarrestabile. Salvato dall’ignaro principe Hohenfels e portato in Inghilterra al suo seguito, l’arabo Radu ha promesso ad Osiride che ritroverà la donna che l’ha tradito, e saputo di Mâ la insegue e comincia ad ossessionarla. La donna è angosciata anche perché non capisce se Radu sia vero o un’allucinazione.
Il confronto finale vedrà l’arabo ghermire la donna e sfoderare un lungo coltellaccio, e Mâ cadere svenuta dal terrore.

La scena si svolge in cima ad una piccola scalinata ed era previsto che l’attrice si accasciasse sui primi gradini. Sul set però Pola Negri propone a Lubitsch di rendere più realistica la scena: e se si lasciasse cadere per tutte le scale? Il regista ovviamente si oppone subito: «potrei aver ancora bisogno di te per rifare delle scene», risponde scherzando. Una caduta del genere, sembra suggerire, avrebbe fatto fuori l’attrice.
Viene dunque dato il ciak, Pola tira la testa indietro… e d’un tratto il piede le si impiglia nel vestito. L’attrice cade sul serio e il risultato è incredibile: una rovinosa caduta a corpo morto per tutte le scale!
Interrotte le riprese Lubitsch è furioso e grida alla volta dell’attore Emil Jannings (che fa Radu): perché non l’ha afferrata? L’attore risponde a tono: «Che ne sapevo che sarebbe successo? Non ho mica assunto io questa polacca pazza!» (Gioco di parole fra il nome dell’attrice Pola e pole.)

Non si sfugge alla vendetta egizia…

Il film finisce così, con la morte della protagonista e la disperazione del giovane sposo. Niente mummie, niente mistero, giusto qualche sgommatina di “egittomania” – in un paio di punti si vendono statuette di dèi egizi – ma tutta recitazione esagerata tipica del cinema muto.
Diciamo che il film merita assolutamente per la scena finale in cui la povera Pola presenta una delle più realistiche cadute del cinema: mi sa che dopo quella ripresa l’attrice ce ne ha messo di tempo… per riprendersi!

Bibliografia

Herr Lubitsch Goes to Hollywood: German and American Film After World War I (2005) di Kristin Thompson

Pola Negri: Hollywood’s First Femme Fatale (2014) di Mariusz Kotowski

Pola Negri: Temptress of Silent Hollywood (2016) di Sergio Delgado

L.

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Kickboxer 4 (1994) L’aggressore

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Negli ultimi mesi, stretti dal caldo abbraccio del remake Kickboxer – La vendetta del guerriero (2016) e proiettati, con occhi sognanti, verso un sequel del suddetto remake che potrebbe vedere nel cast Ronaldinho (!!!???), alzi la mano chi non è stato accarezzato dall’idea di riguardarsi l’originale. Insomma, chi non ha peccato scagli la prima pietra. Io però, giusto per lavarmi da qualsivoglia onta, di mani ne alzo due perché, accanto al capostipite, ho pensato bene di gustarmi la pellicola ritenuta più putrida dell’intera saga, ovverosia Kickboxer 4 – L’aggressore.
Tutta colpa di quella vocina zinefila nella testa che non mi dà tregua: nessuno mi può capire, forse solo Jack Torrance. Comunque… obbedisco. E visiono.

Ammazza che duro Sasha Mitchell!

Il film inizia nel più classico dei penitenziari dove David Sloan, fratello dei defunti Eric e Kurt, sta scrivendo una lettera alla moglie in cui le dice di doversi nascondere da Tong Po che, dopo averlo incastrato e costretto alla prigionia, potrebbe fare cose brutte brutte pure a lei. I problemi di questa sequenza sono due: in primis i capelli sparati verso l’infinito del protagonista interpretato da Sasha Mitchell, capelli che, viste le scarse capacità recitative del nostro, hanno un effetto ipnotico come se conducessero a mondi altri. E putridi, s’intende. In secondo luogo, nel ripercorrere le tappe della storia, assistiamo a immagini di repertorio con tanto di Van Damme di cui, nella locandina, era annunciata la straordinaria presenza. Ecco, la sua presenza è questa: un flash tratto dall’originale. Complimenti. Nemmeno il più avveduto acchiappacitrulli che molesta le spiagge romagnole sarebbe giunto a tanto. Ma chi è il regista che ha consentito tutto ciò? Albert Pyun. Ah, ok: ad Albert concedo tutto perché gli voglio un bene da ergastolo.

L’incredibile Tong Po di Kamel Krifa

Comunque Sloan porta più sfiga di un gatto nero visto che, nell’inquadratura seguente, assistiamo al rapimento della consorte e ci imbattiamo in Tong Po: mioddio, cos’è quella roba? Come l’hanno conciato? L’antagonista-principe, non più interpretato da Qissi bensì da tale Kamel Krifa, è talmente coperto di trucco da sembrare un golem di ceralacca. Pazzesco. Ma l’aggettivo “pazzesco” ben si confà anche all’andazzo della trama: dopo due anni la narcotici, alla ricerca di un Tong Po divenuto trafficante di droga (uhm), propone al protagonista di uscire dal carcere per trovarlo visto che loro non lo scovano.
Poi gli stessi sbirri precisano che vive in una fortezza messicana, che sta organizzando un torneo di arti marziali e che il nostro dovrà iscriversi in incognito per eliminarlo. Quindi: sanno tutte queste cose ma non hanno idea di dove sia il cattivo. E mandano allo sbaraglio Sloan sperando nei suoi poteri taumaturgici. Sbaglio o sono saltati innumerevoli nessi logici? Non sbaglio, purtroppo.

Missione: “Mi fingo figo”

E nel frattempo… piove sul bagnato perché Sasha Mitchell comincia a figheggiare in un modo umanamente insopportabile: per farsi un nome interrompe combattimenti clandestini, esordisce con battute tipo «Vado in cerca di mammolette come voi» o repliche stile «Da quel torneo qualcuno non torna» «Mi spiace per lui», cammina molleggiato come una lowrider, si toglie gli occhiali da sole con una teatralità da consumato sborone, salva una ragazza importunata in un bar malmenando nugoli di gaglioffi con sequenze alla Bud Spencer come quando strizza gli attributi di un tizio tramite le stecche del biliardo. Tra l’altro la stessa ragazza soccorsa gli rivolge un «Ti ringrazio, stronzo»: tutti simpatici in questo film! In ogni caso il protagonista giunge nel luogo del torneo, vorrei sottolineare nell’“introvabile” luogo del torneo, giusto in tempo per le qualificazioni: e qui si scontra con la ragazza di cui sopra. Wow, sorpresona.

Sasha contro la brava atleta Michele Krasnoo

Sasha prima non vuole combattere esprimendosi in siffatta maniera «Bloccherei la sua giovane esistenza», poi la sconfigge praticamente senza guardare: ma quanto è insopportabile quest’uomo? Dopo fanno un banchetto e l’indignazione mista a incredulità sale ulteriormente di livello: rivediamo, dopo secoli, Tong Po ed è sempre un orrido spettacolo; lo stesso si sta facendo massaggiare e ripete la filastrocca “La pioggia in Spagna scuote e bagna la campagna”… chissà perché non è diventato un tormentone.
Inoltre l’annunciatore ricorda ai lottatori che, se vogliono, saranno loro forniti «fumo, droga, pillole, fichette pelosette». Sull’ultima mercanzia ho avuto un sussulto. Però, oh, tale sussulto è stato di buon auspicio visto che, da questo momento, si susseguono scene di nudo totalmente gratuito e momenti di sesso orgiastico ai limiti del porno. E vai Pyun, così ci piaci.

Tong Po che imita l’Han di Enter the Dragon

Intanto inizierebbe anche il torneo e subentrerebbero le tanto gradite arti marziali ma la pellicola in questione è destinata ad essere avara di soddisfazioni: pertanto i vari incontri hanno la durata media di cinque secondi e il continuum della competizione si interrompe subito in seguito alle evoluzioni discutibili della trama (riammissione della ragazza-simpatia, cattura del protagonista e di un altro agente in incognito, quisquilie varie). E il pathos, che in queste occasioni dovrebbe essere onnipresente, se la dà fatalmente a gambe. Io, signori miei, farei altrettanto.

L’eterno scontro fra Sloan e Tong Po

Evitando di menzionare il match finale tra un Tong Po versione mummia e quel gagà di Sasha Mitchell. La vocina zinefila si è acquietata e ne approfitto. Tanto so che presto tornerà a tormentarmi e a farmi sorbire altre ciofeche inenarrabili.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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The American Ninja Saga (Intervista)

Il cinema ninja è più vivo che mai e sa ancora appassionare con la sua mitologia. Per esempio nasce The American Ninja Saga, sito in inglese dedicato alla saga cinematografica di American Ninja – comprensivo di timeline, interviste esclusive a Sam Firstenberg e altri, sezioni sui ninja, etc.
Essendo io leggermente appassionato di ninja, ho incontrato il creatore e curatore, Tiziano Caliendo, e abbiamo chiacchierato un po’ di argomenti ninja.

Per iniziare, una domanda biografica: come hai conosciuto (ed amato) il cinema ninja?

Ninja la furia umana (1983) e Guerriero americano (1985) sono stati l’inizio di tutto per me. Credo di non essere l’unico. All’epoca, percepii Guerriero americano come una sorta di parola definitiva sul genere, e in effetti lo fu.
Dopo poco, a soli 12-13 anni, cominciai a ricercare anche le pellicole più oscure, tra cui ricordo con particolare piacere The Super Ninja (1984) per l’idea degli “elementali”.

Ritengo che le Turtles, come concept di base, abbiano rappresentato la semplificazione deleteria e la cartonizzazione dell’immagine del “Ninja”. Involontariamente, hanno sancito la fine del filone “serio”. Detto ciò, apprezzo comunque la prima saga cinematografica delle Tartarughe, mi diverte.

Volevo anche aggiungere che la canzone Ninja degli Europe, contenuta nell’album The Final Countdown, ha contribuito a farmi appassionare al genere e sicuramente ha stimolato l’immaginario di tanti ascoltatori. L’album ha venduto 7 milioni di copie nel mondo.

Immagino che seguissi su Italia1 le avventure di “Master” (Lee Van Cleef), con il giovane ma già mitico Shô Kosugi…

Assolutamente. Era l’estate del 1986, indimenticabile. La sigla è ancora oggi un esempio valido di musica televisiva memorabile, che riesce a farti entrare nel mondo che vuole raccontare.
Amavo la serie, ma non credo che all’epoca realizzai che Kosugi – cioè l’attore di Ninja la furia umana – fosse il villain. Non operai subito il collegamento. Ero solo un bambino e all’epoca Internet era fantascienza. L’informazione era frammentaria. Kosugi era poi un gran trasformista, un camaleonte.
Van Cleef era eccezionale. Considera che a quel tempo non guardavo film western, non conoscevo la Trilogia del Dollaro, quindi per me Lee era Master – senza “se” e senza “ma”.

Com’è nata l’idea di inaugurare un sito sul cinema ninja in un periodo in cui davvero pochi sanno cosa sia realmente questo genere?

Nasce dalla volontà di ricostruire la timeline della saga di American Ninja, ovverosia la sua cronologia “in-universe”. In seguito, il sito si è sviluppato in maniera più accademica e “ampia”. La strada è ancora lunga, lavorerò a nuove sezioni.

Michael Dudikoff in American Ninja

Devo comunque dire che in America il fenomeno della “Ninja Craze” degli anni Ottanta è celebre e ben documentato. La tetralogia di American Ninja è un cult inossidabile. Tra l’altro, considera che la memoria di Steve James (RIP) è sempre molto viva.

Il suo sito si presenta esclusivamente in lingua inglese: come mai questa scelta?

Perché non solo non esiste un fanbase di American Ninja in Italia, ma anche l’America è carente in questo senso. I fans del genere “in toto” sono anche estimatori della saga, ma nulla di specifico. Mi sono adoperato dunque per promozionare la serie e fare proseliti anche tra gli amanti del cinema mainstream.

Con gli anni Duemila è sembrato che il cinema ninja rinascesse, ma è stata una scintilla spenta immediatamente. Pensi che riuscirà mai a tornare di moda?

No. Il suo unico sbocco è e rimarrà la contaminazione e l’inglobamento in altri generi… direi purtroppo. La serie Ninja (2009-2013) resta comunque un gioiello ed un eccellente revival. Sono sicuro che, nelle prossime decadi, diventerà maggiormente popolare. Per il resto, dobbiamo sperare in un grande rilancio di G.I. Joe ed una rivisitazione del personaggio di Snake Eyes. La Hasbro ha numerosi progetti in cantiere.

“Ninja 2” (2013) è un chiaro omaggio allo stile Cannon degli anni Ottanta: quale pensi sia stato il grande segreto di quella casa?

Tante idee, pochi mezzi. I pochi mezzi sviluppano l’inventiva, l’ingegno ed il fascino. Non riuscirei a riassumerti meglio il suo segreto. La Cannon ha creato degli eroi cinematografici memorabili ed epici. Il basso budget diventava pura meraviglia. Chiamala “movie magic”, la magia del cinema.

Basta guardare films come American Ninja 4: The Annihilation (1990) per comprendere come la Cannon, anche allo stremo delle sue forze produttive, fosse decisamente avanti. Era capace di dar corpo a visioni “simil comic-book” davvero favolose.

Per finire, ci sono progetti futuri?

Sì, presto pubblicherò un’intervista che ho fatto a Bob Bralver, regista del semi-apocrifo American Ninja 5 (a.k.a. American Dragons). Dunque, progetterò nuove sezioni.

Colgo l’occasione per complimentarmi con te riguardo il tuo saggio ed i tuoi siti. Siamo appena all’inizio della riscoperta. Un saluto a tutti i lettori del blog! Siamo ombre nella notte.

David Bradley in American Ninja 5

Ringrazio Tiziano per la disponibilità e invito tutti sul suo sito. E chiudo ricordando l’unico saggio al mondo davvero completo sull’argomento ninja…

L.

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Monte Carlo or Bust! (1969) Quei temerari sulle loro carriole

Dalla metà degli anni Sessanta la moda delle “corse pazze” è esplosa deflagrante e non si riesce ad arginarla: l’uscita ad un solo mese di distanza di Quei temerari sulle macchine volanti e La grande corsa – entrambi del 1965 – rende quasi obbligatorio continuare a battere sullo stesso ferro.
L’idea di personaggi fortemente caratterizzati – il britannico dai denti storti e dalla parlata pittoresca; il tetesco di Cermania dai modi militareschi e rigidi; il russoski che parloski stranoski e via dicendo – che cercano di vincere una gara a bordo dei veicoli più sgangherati conquista l’immaginario collettivo e il 14 settembre 1968 va in onda la prima puntata di un cartone animato che gioca proprio sull’eccessiva caratterizzazione di queste storie: Wacky Races.
Fra i pittoreschi protagonisti – tutti più o meno ispirati ai due film del 1965 – il pubblico si affeziona principalmente ai due cattivi per eccellenza: Dick Dastardly e il suo (in)fido cane Muttley, costruiti palesemente sulla coppia Jack Lemmon / Peter Falk de La grande corsa di Blake Edwards.
È ufficiale: bisogna continuare a sfornare film sulle corse pazze…

Dick Dastardly e Muttley, miti per sempre!

Piccole case anglo-francesi – e pare anche con un pizzico di Dino De Laurentiis – vogliono partecipare al grande gioco affidando di nuovo a Ken Annakin – quello di Quei temerari… – la regia di un film di corse pazze: Monte Carlo or Bust!, presentato anche come Those Daring Young Men in Their Jaunty Jalopies.
Il 28 maggio 1969 la Paramount fa esordire il film a New York, mentre dal 9 ottobre successivo sbarca nei cinema italiani con il titolo chilometrico Quei temerari sulle loro pazze, scatenate, scalcinate carriole, che dal 29 ottobre 2014 trovate rispolverato in DVD nella collana “Cineclub Classico” della Golem Video.

Già il titolo mi urta assai i nervi…

Sir Cuthbert Ware-Armitage (interpretato dal noto caratterista Terry-Thomas: quando serviva un britannico dalla faccia da scemo e i denti storti, era sempre lui che chiamavano!) apprende con poco dispiacere che suo padre – visto nel precedente film – volando con il suo aereo è defunto. Ora dunque Cuthbert eredita un bel patrimonio e sta gioendo, quando scopre che prima di trapassare suo padre ne aveva perso metà a carte contro l’americano Chester Schofield (Tony Curtis), con cui ora dunque è costretto a fare società.

Americano figo, britannico rigido: la Fiera del Luogo Comune

Visto che non ha i soldi per ricomprarsi la quota del fastidioso americano, pensa bene di sfidarlo al Rally di Montecarlo, «una gara di resistenza secondo regole molto severe: 1.500 miglia sulle più diaboliche strade, nel clima più inclemente d’Europa».

Ammazza che grafica, si vede che ci hanno speso soldi…

In rapida sequenza vediamo una insopportabile carnevalata di personaggi stereotipati e delle loro motivazioni per vincere la gara. Da mani in faccia – soprattutto su quella del regista-sceneggiatore Annakin – conosciamo Marcello ed Angelo, vigili urbani di Roma interpretati da Lando Buzzanca e Walter Chiari. I due vincono alla lotteria e comprano un’auto per partecipare al rally, inseguendo il sogno di essere grandi piloti, e partono da Ragusa… Ma non eravamo a Roma, con tanto di Colosseo?

E ti pare che alla Fiera dello Stereotipo mancava il siculo?

Parlata siculo-italiana e gestualità pompata a mille – secondo gli americani noi italiani passiamo la vita ad agitare le braccia! – rendono insopportabile questa “quota broccolina”. Sono sicuro che invece di indignarsi i nostri connazionali dell’epoca avranno trovato emozionante essere inseriti nella fogna di stereotipi di questo film…

Walter Chiari raggelato dalla vergogna

La voglia è di ripetere l’operazione dei precedenti film – tanto che da quello britannico arriva l’attore Terry-Thomas e da quello americano Tony Curtis – ma gli investimenti sono ridotti all’osso e il risultato mi sembra molto al di sotto delle aspettative.
Queste casupole cinematografiche non hanno a disposizione i mezzi delle case blasonat (Warner e Fox) che stavano dietro ai precedenti film, così vediamo una sarabanda di scene girate vistosamente in studio con sfondi variopinti molto posticci: più che un film sembra una rappresentazione teatrale. Fondale bianco, due tecnici che tirano roba bianca che può essere neve e gli attori imbacuccati che fanno finta di aver freddo: questo è il livello della pellicola.
Ho provato due volte a vederla per intero ma mi è impossibile: devo avere qualche scompenso genetico che mi impedisce di sopportare le commedie brillanti anglofone degli anni Sessanta…

Spero che almeno i due attori abbiano guadagnato parecchio…

Che sia solo un mio problema attuale lo dimostra il fatto che questi film di corse pazze all’epoca funzionano, e il 13 settembre 1969 – quattro mesi dopo questo di Annakin – in TV inizia una seconda serie animata con i protagonisti amati dal giovane pubblico: Dastardly e Muttley e le macchine volanti (Dastardly and Muttley in Their Flying Machines), ispirato al film di Annakin con le macchine volanti.
Preferisco chiudere con la loro sigla: «Stop the pidgeon, stop the pidgeon…»

L.

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La caduta della casa degli Sloan

Ripesco dai miei archivi un omaggio alla pentalogia di “Kickboxer”, apparso su ThrillerMagazine il 2 dicembre 2009.

Tutto ha inizio nel 1989, quando i due fratelli Eric e Kurt Sloan partono per Bangkok in occasione di un importante torneo di muay thai. Eric è un campione di kickboxing che vuole confermare il successo agonistico ottenuto negli Stati Uniti, e come allenatore si porta dietro il fratello Kurt. Così ha inizio il film Kickboxer – Il nuovo guerriero.

Il film nasce per sfruttare il neonato interesse per i film di arti marziali che l’anno precedente aveva premiato un piccolo film a basso costo, Senza esclusione di colpi!, interpretato da un semi-sconosciuto ventottenne belga: Jean-Claude Van Damme. I produttori statunitensi colgono l’occasione al balzo e fanno interpretare al giovane attore subito un altro film, accentuando di più l’esoticità delle arti marziali thailandesi. Come già nei precedenti lavori Van Damme si porta dietro l’amico d’origini marocchine con cui ha lasciato Bruxelles pochi anni prima, Michel Qissi, che dopo essere stato al suo fianco nella comparsata del film Breakdance (1984) e ricoperto il ruolo di Parades nel citato Senza esclusione di colpi!, ottiene il ruolo del perfido Tong Po in questo Kickboxer (non accreditato, però: nei titoli di coda viene riportato che Tong Po è interpretato da “himself”, se stesso!)

Le cose non vanno come sperato, e malgrado la preparazione Eric Sloan (interpretato dal vero kickboxer californiano Dennis Alexio, più volte campione del mondo dei pesi massimi di kickboxing per varie federazioni) si ritrova totalmente spiazzato di fronte alla muay thai thailandese, molto più dura della kickboxing a cui era abituato. Il suo sfidante, Tong Po, ha subito la meglio su di lui e lo sconfigge con facilità: come se l’umiliazione non bastasse, gli infligge un terribile colpo alla schiena che lo lascerà paralizzato.

Se si avvicina, dàgli una manata sul capezzolo!

Sconvolto dalla triste sorte toccata al fratello, Kurt Sloan vuole vendicarsi a qualsiasi costo. È già un atleta capace, ma non abbastanza da poter avere la meglio su Tong Po, così si sottopone ai duri allenamenti del maestro Chow e riuscirà a sconfiggere il nemico e a vendicare la menomazione del fratello.
Malgrado il triste destino di Eric, l’ascesa di Kurt dà lustro alla famiglia Sloan al concludersi di questo primo episodio… ma non durerà a lungo.

Il grande successo di Kickboxer fa sì che si metta subito in lavorazione il sequel, perché il ferro va battuto finché è caldo. Né Dennis Alexio né Van Damme, però, sono disponibili a tornare: lo è Michel Qissi, e quindi gli sceneggiatori danno una violenta scossa alla casata degli Sloan.

Kickboxer 2 (passato per la prima volta in TV con il titolo Vendetta per un angelo) inizia da premesse funeree: Tong Po, ripresosi dalla sonora sconfitta, decide di vendicarsi a sua volta, ma non sul ring. Prende così una pistola e mette fine alla vita sia di Kurt che del già sfortunato Eric: la famiglia degli Sloan si ritrova già dimezzata! Esce però fuori un terzo fratello, David interpretato da Sasha Mitchell (dalle quasi nulle conoscenze marziali e divenuto famoso in quegli anni per la sua lunga partecipazione al serial televisivo Dallas), che – neanche a dirlo – dovrà vendicare la morte degli altri due.

Malgrado sia restio ad usare le sue doti marziali, preferendo gestire una palestra che tiene lontano i ragazzi dalla strada, David sarà costretto a salire sul ring a causa dei loschi raggiri del perfido Sanga. Come avversario avrà proprio il suo peggior nemico: Tong Po. Però non sarà solo ad affrontarlo: arriva direttamente da Bangkok il maestro Chow ad aiutarlo, in una parte che assomiglia sempre più al Miyagi di Karate Kid.

La letale tecnica dello schiaccia-capezzoli!

Il film non esce mai dai binari scontati della storia, ma mostra all’azione ottimi attori marziali come Matthias Hues e caratteristi come Cary-Hiroyuki Tagawa (e Vincent Klyn in un piccolo ruolo). David avrà ovviamente la sua vendetta, alla fine, anche se non ucciderà Tong Po, com’è usanza statunitense in questo genere di film.

Il terzo episodio, Kickboxer 3 – Mani di pietra (trasmesso in TV anche con il titolo Duro a morire) è una parentesi nelle disgrazie familiari. David, l’ultimo degli Sloan, se ne va in vacanza col maestro Chow a Rio de Janeiro, e secondo i canoni del genere si ritroverà invischiato in affari loschi per aver salvato un innocente da alcuni sgherri. Stavolta tocca al turismo sessuale minorile: con la scusa di un torneo di kickboxing David dovrà sbaragliare i cattivi di turno, fra cui Ian Jaklin (due volte campione del mondo di kickboxing e moltissimi altri titoli, passato in seguito al cinema).

Una curiosità: in una scena l’attore Sasha Mitchell indossa una felpa con su scritto «Benny The Jet’s World Champions», omaggio a Benny Urquidez, campione del ring californiano d’origini pellerossa.

Facciamo un sostanzioso passo avanti nella storia familiare degli Sloan all’inizio di Kickboxer 4 – L’aggressore. Il film infatti inizia con un riassunto riepilogativo della famiglia in questione, aggiungendo però importanti informazioni che servono ad agganciare la storia del quarto film. In un momento imprecisato dopo gli eventi del terzo film, David si è sposato, ma non riesce a godersi la meritata felicità perché dal passato torna di nuovo Tong Po a vendicarsi! Uccide sua moglie e fa ricadere su di lui la colpa: il quarto film inizia con David che esce dal carcere dopo aver scontato ingiustamente la pena, e con il dente parecchio avvelenato.

L’aver saputo della morte di un elemento adiacente la famiglia Sloan (la moglie di David) passa in secondo piano all’apparire di Tong Po, interpretato con un trucco approssimativo da un altro amico di lunga data di Van Damme, Kamel Krifa (ergastolano in Colpi proibiti, guardia del corpo di Attila in Lionheart, barista di Alex in Double Impact, etc.). Da semplice lottatore di muay thai, Tong Po diventa un signore della droga in questo quarto film, con addirittura un piccolo regno in Messico con tanti uomini al suo servizio. Tutta questa trasformazione nasce dalla semplice esigenza di gettare le basi per un remake de I 3 dell’Operazione Drago (1973), e quindi serviva un potente criminale la cui organizzazione viene distrutta dall’eroe di turno.

L’eroe di Kickboxer 4 è ovviamente David, che viene contattato dall’odiata polizia perché si infiltri di nascosto nell’organizzazione di Tong Po con la scusa di partecipare all’annuale torneo di arti marziali indetto da questo. In realtà il torneo serve al criminale per reclutare uomini validi per il suo esercito personale. La storia quindi prosegue ricalcando il film classico con Bruce Lee, dando vita però a gustosi combattimenti. Malgrado venga sconfitto per la terza volta, Tong Po rimane in vita e se la dà a gambe levate: chissà che in futuro non torni di nuovo!

Malgrado David sia rimasto in vita per ben tre film (molto di più dei suoi sfortunati fratelli!) troverà la morte prima degli avvenimenti di Kickboxer 5. Qui infatti un suo caro amico riceverà la notizia della fine totale della famiglia Sloan (a meno che in futuro non esca fuori qualche altro fratello!), e neanche a dirlo decide di vendicare l’amico. Il film in realtà serve da palestra d’allenamento per il giovane Mark Dacascos, che in quel periodo sta interpretando alcuni ruoli a forte valore marziale (i quali però verranno subito abbandonati).

A parte alcuni combattimenti ben coreografati e ben eseguiti, e malgrado la qualità tecnica nettamente superiore ai precedenti citati, Kickboxer 5 rimane un film assolutamente dimenticabile, ma serve comunque da lapide sulla saga della famiglia degli Sloan, costituita da grandi lottatori ma con decisamente poca fortuna nella vita.

Filmografia

Tutti i film citati sono usciti in edizione home video italiana, edizione a cui fanno riferimento le locandine mostrate. Di seguito si riportano i dati originali.

  1. Kickboxer (1989), di Mark DiSalle e David Worth, DVD Eagle Pictures
  2. Kickboxer 2 – The Road Back (1991), di Albert Pyun
  3. Kickboxer 3 – The Art of War (1992), di Rick King, DVD Eagle Pictures
  4. Kickboxer 4 – The Aggressor (1994), di Albert Pyun, DVD Legocart
  5. Kickboxer 5 – Redemption (1995), di Kristine Peterson
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