Rough Air (2001) Vuoto d’aria

Quanto è opportuno far uscire in home video un film su un disastro aereo ad un mese esatto dal più famoso disastro aereo del mondo? Eppure la Eagle Pictures il 10 ottobre 2001, cioè ad un mese dall’11 settembre, presenta in VHS e DVD a noleggio Rough Air. Vuoto d’aria, in vendita dal marzo 2002.
Va be’, ogni anno decine di film raccontano disastri aerei sventati: forse proprio dopo un disastro aereo “non sventato” è il momento di una bella storia dove, dopo il pericolo, arriva la salvezza.

Prodotto da case invisibili ad occhio nudo, del film non si conosce distribuzione americana: sembra quasi girato espressamente per l’home video italiano!
L’IMDb riporta il titolo Volo 534. Panico ad alta quota con cui, se ho capito bene, è passato in TV il 18 agosto 2009.

Ma quanti titoli ha, ’sto film?

L’unica bancarella buona di questa estate era tenuta da un disperato che buttava via tutto a un euro e io ne ho approfittato. Già diversi film li ho presentati, come Nightmare Beach o Glass Trap, ed ora attacco le “confezioni da 4”: custodie contenenti due dischi doppio-strato… per un totale di quattro film per un euro! Intendiamoci, tutti e quattro non valgono manco quell’euro, ma dal punto di vista Z è un’occasione imperdibile!
E così, in una confezione contenente anche Ritorno dalle acque maledette (2001), ecco che posseggo con orgoglio il faccione di Eric Roberts, che malgrado tutto gli voglio un gran bene.

Mi ricordo quella sera in cui mi cascò l’aereo…

In una scena che sembra tagliata di netto da L’aereo più pazzo del mondo (1980), il pilota Mike Hogan (Eric Roberts) si ricorda di quando gli è cascato l’aereo: oh, a tutti casca qualcosa, almeno una volta nella vita.
Ora Hogan non vola più e all’aeroporto ci va solo in attesa degli arrivi. Però mentre lui attende, il volo per Chicago ha dei problemi: è già in ritardo e rischia di non partire… se non si trova un primo ufficiale.
Il direttore dell’aeroporto è disperato: basterebbe il primo stronzo che passa… ah, ma c’è Eric Roberts!

Dài, Eric, sei solo tu il primo stronzo che passa!

Ritrovatosi a fare il secondo pilota al fianco del solito stronzetto arrogante, il pilota Jack Brooks (Kevin Jubinville) che sin da subito si capisce non sarà in grado di gestire una crisi in volo, Hogan è un pilota della vecchia scuola a bordo di un aero super-computerizzato, di quelli che ogni mezz’ora devi riavviare il sistema per aggiornare l’anti-virus.

Te lo ripeto, fighetto: togli AVG e metti Avira!

A bordo abbiamo una fauna generica. Lo stronzo Cal Matthews (Carlo Rota), il calciatore Ty Conner (Mark Lutz) che va a tentare la fortuna in America, dove odiano il calcio, il detective Kevin Muldoon (John Furey) che scorta il criminale Grant Blyth (Dean McDermott) ma soprattutto il tecnico di aerei Roger Lee (Russell Yuen): davvero una gran bella idea di sceneggiatura mettersi a bordo un tecnico, per nulla paracula…

Sono qui per arrestare lo sceneggiatore paraculo

Ma soprattutto a bordo c’è l’assistente capo – non chiamatela hostess! – Katy Phillips (Alexandra Paul): come passa il tempo da quand’era giovane protagonista di Christine: la macchina infernale (1983).
Katy ha avuto un trascorso burrascoso con Hogan, e in pratica i ruoli sembrano ricopiati su Striker e la Dickinson del citato L’aereo più pazzo del mondo

La faccia della hostess quando vede Eric Roberts

Indovinate un po’? C’è un problema durante il volo e ovviamente il giovane e vanitoso pilotino non sa affrontarlo, perché lui è di “nuova generazione” e ha fede nei computer. Invece Eric Roberts, vecchia pellaccia che ne sa una più del diavolo, sa lui come fare a portare in salvo l’aereo.

Il sofisticato computer di bordo dice che è rimasta una finestra aperta…

Certo che servirebbe un secondo pilota per aiutarlo: per caso a bordo qualcuno ha un brevetto di volo? Sfortuna vuolte che l’unico ad averlo… è il pericoloso assassino ammanettato! Con un simpatico twist di sceneggiatura fra tanti personaggi banalotti spicca il criminale, che ora si trova in preda ad un dilemma amletico: salvare l’aereo e arrivare sano e salvo sul patibolo… o tentare qualche manovra azzardata che tanto non ha nulla da perdere?

Il tecnico cinese ha dato l’OK!

Tutto va come deve andare, non sarà certo questo un film che dirà qualcosa di diverso sull’argomento, ma pur girato in totale risparmio e stando attenti a dire solo cose ovvie e banali, lo stesso rimane una visione onesta, con un Eric Roberts che è costretto a recitare solo con il volto, visto che rimane seduto per l’intera durata del film. Una cosa del genere metterebbe in crisi molti attoroni blasonati e premiati, invece lui – che è davvero uno della “vecchia scuola” – se la cava benissimo e senza neanche mostrarsi in difficoltà.

Aggiungete musica di violini a piacere

Il prolifico regista maltese Jon Cassar si è preso un po’ di svago dalla sua attività fissa, dirigere episodi di serie TV: lo svago successivo sarà Forsaken (2015) con i Sutherland al completo, altro grande classicone senza molta inventiva.

Tolto l’umorismo, la coppia è la stessa!

Già solo per Eric Roberts alla guida dell’aereo più pazzo del mondo mi verrebbe da consigliare questo film…

L.

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Nico (1988) 30 anni di Seagal in Italia

18 luglio 1988, muore ad Ibiza la cinquantenne Christa Päffgen, la “Sacerdotessa delle Tenebre”: fra i molti generi musicali seguiti, la cantante è considerata la progenitrice del gothic rock.
La particolarità della donna, è che è nota con lo pseudonimo Nico.

Le Tenebre piangono la perdita, ma rimpiazzano subito il posto vacante: mentre la donna veniva sepolta, arrivava in Italia Steven Seagal con Nico. Era ora che il mondo sapesse!

Abbattiamoci le mani, a Nico!

IMDb attesta il 26 luglio 1988 come la data d’arrivo del film nelle sale italiane, probabilmente quelle di Roma, ma non citando fonti non possiamo esserne sicuri: l’unica certezza è che il 20 agosto il film esce a Torino, ed è quindi oggi, 20 agosto di trent’anni dopo, che festeggiamo l’arrivo del più irresistibile divo anti-marziale d’Italia, che ha stregato ogni singolo italiano – soprattutto quelli che non vedono i suoi film – che ha ucciso le palestre di karate italiane, rovinando intere famiglie di maestri, che ha diviso quei quattro gatti fan marziali in faide eterne e che in generale ha portato tanta non-marzialità nel cinema marziale, che già di suo era traballante.
E pensare che Seagal dice di essere stato il primo occidentale ad aprire una palestra in Giappone: ma non poteva restare lì? (A proposito, ma non era stato Stephen K. Hayes ad essere il primo occidentale ad aprire una palestra in Giappone? E per di più negli stessi anni di Seagal… Ammazza, ma ’sto Giappone degli anni Settanta era pieno di stranieri marziali.)

Ecco un post speciale dedicato ai trent’anni in Italia di Steven Seagal, in gemellaggio con il blog La Bara Volante. Essendo questo attore straordinariamente amato in Italia, soprattutto da chi non ha mai visto che un paio dei suoi film, vi prego di evitare di intervenire nei commenti dicendo le solite robe che sento da trent’anni, tipo che è l’unico che “fa sul serio”, che è il re dell’aikido e menate varie: le ho già sentite tutte milioni di volte dal 1991 ad oggi, quindi non ha davvero senso ripeterle.


Indice:


L’anteprima di Taormina

Era ancora il 21 luglio quando al Festival del Cinema di Taormina viene proiettato in anteprima il film Nico, con protagonista «un monumentale poliziotto di Chicago “tutto muscoli e karatè”» spiega il giornalista Ernesto Baldo il giorno dopo su “La Stampa”. «Nato a Palermo, questo nuovo eroe rivale di Rambo è impersonato da un interprete debuttante, l’americano Steven Seagal, che per la trasferta siciliana si è fatto accompagnare dalla moglie Kelly Le Brock, meglio conosciuta come La signora in rosso
Seagal ancora non è noto e già abbiamo la sua prima dichiarazione alla stampa italiana:

«Io non conosco mafiosi, anche se i miei nonni materni sono siciliani ed io in Sicilia ci sono stato parecchie volte. Prima di cominciare le riprese di Nico ho fatto leggere la sceneggiatura “a chi di dovere” perché non volevo essere accusato di aver screditato la CIA agli occhi del popolo americano».

Quindi è andato a Taormina a dire che malgrado abbia legami siciliani non ha mai conosciuto mafiosi? Ma che discorso è? Comunque è spettacolare il commento del giornalista:

«Strano personaggio questo gigante dallo sguardo orientale. Cominciò la sua ascesa in Asia dove imparò le arti marziali, poi divenne guardia del corpo di uomini importanti sia in Italia sia in Giappone, dove tra l’altro conobbe l’attuale moglie Kelly Le Brock, dopo di che decise di dedicarsi al cinema. E adesso i coniugi Seagal prima di arrivare a Taormina hanno fatto tappa a Palermo per essere premiati in municipio e festeggiati dalla Brooklin Comunity. Dai notabili di questa associazione che si occupa degli scambi culturali tra gli Stati Uniti e la Sicilia, Steven Seagal ha raccolto molte confidenze che gli potranno essere utili per i due prossimi film che conta di realizzare entro un anno: si tratta del seguito di Nico e di una storia sulla mafia da girarsi in Sicilia.»

Che meraviglia, me l’immagino il Municipio di Palermo che premia Seagal: se qualcuno trova una foto, me la mandasse!
Me l’immagino poi che grandi trame possono aver ispirato le “confidenze” dei broccolini siciliani: visto che hanno fatto tipo dieci milioni di film sull’argomento, forse non c’era molto da “confidare” ancora…


Profilo di Seagal

Recupero il profilo di Steven Seagal che ho stilato per ThrillerMagazine il 26 gennaio 2011. Le informazioni sono tratte da due citati numeri d’epoca della rivista specialistica “Black Belt”, quindi non subiscono l’influsso del fandom successivo e di Wikipedia: questo non significa che siano informazioni “vere”, ma ciò che le rende interessanti è che risalgono al periodo della “nascita” del personaggio Seagal, quando è ancora presentato come un atleta diventato attore e non come un dio in terra, com’è visto dai fan che non vedono i suoi film.

“Black Belt” aprile 1990

Anche i forti detrattori (come chi scrive) non possono negare che il cinema marziale proveniente dagli USA negli anni Novanta abbia avuto fra i suoi interpreti più noti Steven Seagal.

Steven F. Seagal nasce il 10 aprile 1951 a Lansing, nel Michigan. Si allena nelle arti marziali sin dall’età di sette anni con il maestro Funio Demura, e dagli anni Sessanta studia aikido con Harry Ishisaka, in California. Dopo il suo primo dan, nel 1974, si trasferisce in Giappone per completare il suo allenamento (e dove incontra la sua prima moglie, Miyako Fujitani): arrivato al settimo dan di aikido, e dopo essere stato il primo straniero ad aver gestito una palestra di Aikido in Giappone (l’Aikido Tenshin Dojo), torna negli USA per insegnare privatamente a Los Angeles.

È arrivato al cinema grazie al talent scout Michael Ovitz della CAA (Creative Artists Agency), che è stato suo allievo. Debutta nel 1988 con il ruolo da protagonista in Nico (Above the Law) della Warner Bros.

Già al suo secondo film, Duro da uccidere (Hard to Kill, 1990), Seagal ha problemi con i produttori e soprattutto non è contento di non poter gestire completamente i propri film. «Credo di saperne un po’ più io di azione di chiunque altro in questo settore – afferma con umiltà in un’intervista esclusiva a Jim Coleman nel numero dell’aprile 1990 di “Black Belt Magazine” (la prima rivista americana a dedicargli la copertina), – come montarne le scene, come coreografarla e come dirigerla. Con Above the Law non ho potuto muovermi come volevo, né ho potuto avere alcun controllo, anche se il regista Andy Davis mi ha dato quasi sempre ascolto. Io credo che le scene d’azione sarebbero venute infinitamente meglio se avessi potuto lavorare a modo mio.»

Non è un mistero che Seagal abbia pestato più di un piede, a Hollywood, e che il suo carattere difficile gli abbia precluso opportunità che invece altri hanno saputo cogliere. Lo stesso la sua lunga carriera dimostra che nonostante tutto è amato dai fan e il suo nome è ormai legato al cinema di genere: qual è il suo segreto? Nel 1996 Terence Allen, per la rivista “Black Belt Magazine” (sempre attenta al cinema marziale), propone una propria formula in cinque punti che vogliamo qui presentare, con parole nostre.

1) Perfetto tempismo. Seagal arriva in un momento di svolta: Schwarzenegger, Stallone e Norris sono signori assoluti del cinema d’azione, Van Damme è ancora agli inizi e il pubblico è in cerca di un nuovo volto per un nuovo tipo di azione cinematografica.

2) Fascino misterioso. L’attore si atteggia troppo perché sia solo spacconeria: molti dicono che abbia un trascorso in alcuni corpi speciali (o addirittura, nel suo periodo di vita in Giappone, aderenze con la Yakuza), e lui non si è mai disturbato a negare nulla. Il mistero, si sa, vende bene…

3) Amici potenti. Nella sua palestra di North Hollywood Seagal ha allenato attori, registi e produttori: un bacino di amicizie a cui potersi rivolgere in caso di bisogno.

4) Presenza scenica. Con il suo metro e 93 centimetri di altezza, il suo sguardo corrucciato e cupo, Seagal ha un’innegabile carisma e presenza scenica: complice è ovviamente – aggiungiamo noi – avere sempre la stessa parte in ogni film!

5) Reali capacità marziali. L’indubbio curriculum marziale di Seagal gli permette di porsi al di sopra di tutti i suoi colleghi, che spesso le uniche arti marziali che conoscono sono quelle che eseguono davanti all’obiettivo. Peccato però – aggiungiamo noi – che questo sia in realtà un’arma a doppio taglio: proprio l’eccessiva rigidità delle sue tecniche e la quasi totale mancanza di fantasia e mutevolezza, rendono molto meno appetibili le sue coreografie rispetto a quelle dei meno titolati colleghi.

Con lo spegnersi degli anni Novanta, il cinema marziale statunitense muore e gli attori che ne erano stati la linfa vitale si riciclano altrove. Seagal sceglie la strada seguita da altri illustri colleghi, come Van Damme: film a costo zero, girati nei più economici ma pittoreschi angoli dell’est europeo e distribuiti esclusivamente sul mercato home video. Questo sistema gli permette di sfornare un esercito di titoli, nessuno dei quali è degno di nota né può essere ricordato a pochi minuti dalla visione, ma lo stesso mantengono in vita sia un nome che un genere, in attesa che in futuro qualche casa cinematografica coraggiosa abbia l’ardire di far rinascere il genere in Occidente.

Seagal ha detto che «essere un buon attore consiste nel non recitare»: come dargli torto? Chi potrà mai negare che egli non abbia recitato in questi anni, mostrando semplicemente se stesso agli spettatori? Al di là del sarcasmo, rimane un fatto che un gran numero di fan lo abbia seguito per più di vent’anni di carriera, quindi la sua non è stata una mossa sbagliata.


Nico

Nicolino Toscani è nato in Sicilia, la patria per eccellenza del cognome “Toscani”. Da giovane però va in Giappone, dove la comunità siciliana è ben nota e potente. Appena arriva i giapponesi si inchinano subito: «Oh, è arrivato Nicolino il siculo, scansiamoci». Il nostro eroe vede un vecchio che mena e decide che vuole diventare pure lui un vecchio che mena.

Sembra uno dei filmati d’epoca dello Zelig di Woody Allen!

Trasformatosi in Maestro dell’antica tecnica della Manata in Faccia, detronizza Ugo il re del judo e come chiunque frequenti una palestra è avvicinato da un tizio della CIA: «Nicolino, visto che sei un vecchio che mena, vuoi entrare nella CIA e sparare ai vietcong con uno strumento che sempre dà la stessa nota ta-ra-ta-tà?» Nicolino accetta e usa le sue profonde conoscenze nell’aikido per sparare alla gente. Senza mitra.

Io so’ Nico… e mo ve lo dico!

A forza di sparare cazzate, Nicolino lascia il Vietnam per andare a Brooklyn, scenario che non cambia molto. Si sposa Sharon Stone che non è ancora Sharon Stone, e infatti nella trama conta quanto il due di picche, ha per collega Pam Grier che non sembra Pam Grier, e infatti nella trama conta quanto il due picche, e in generale è circondato da cartonati che non contano niente, perché il film è tutto su Nicolino e il suo pontificato.
Nicolino pontifica qua e pontifica là, che lui ha capito tutto della CIA, che chi tortura non è figlio di Maria, che i preti bravi bisogna aiutarli e che nella pasta alla carbonara non ci vanno le zucchine.

Henry Silva nel ruolo di Henry Silva

Intanto il torturatore Kurt Zagon (Henry Silva più Henry Silva che mai) si compiace del nome figo che suona straniero e continua a torturare gente, senza ottenere la benché minima informazione: come abbia fatto a durare anni alla CIA non si sa, visto che il suo lavoro non ottiene mai alcun risultato. Nicolino ha capito tutto, perché lui è Nicolino nippo-siculo e la sa lunga, che ha imparato tutto dal vecchio che mena, e quindi arriva alla fatale verità: mica so’ tutti onesti, al mondo. Lo so, è incredibile, ma è vero. Parola di Nicolino.

Michael Douglas, quando mi lanci? Con Seagal qui non s’arza ’na paglia…

Ogni tanto nella storia qualcuno si ricorda che nel lancio pubblicitario hanno spacciato quel vecchio che mena come un maestro di arti marziali: addirittura maestro di A-chi-le-do. Guarda caso un maestro proveniente dal Paese dove i maestri sono autocertificati, mica un maestro americano, dove invece ti fanno le pulci e rischi di fare la fine di Frank W. Dux, sputtanato qualche anno dopo l’uscita di Bloodsport, quando una rivista ha scoperto che i suoi “diplomi” erano carta straccia.

Il machete è una tipica arma dell’aikido

Probabilmente conscio della mandrakata di Masaaki Hatsumi, che insegnava karate finché un giorno ha capito dove tirava il vento, s’è alzato e ha detto «Oh, fermi tutti, sono maestro ninja da cento generazioni», ed è finito omaggiato in Si vive solo due volte dove appare insieme a James Bond, Seagal ha scelto oculatamente le sue mosse ma c’è un problema: almeno due pugnetti li deve titare. Su, dài, Nico è stato spacciato nel mondo come interpretato dal Gran Maestro Vecchio Che Mena, qualche pugnetto di A-chi-le-do devi tirarlo. Nicolino si mette l’anima in pace, chiama Tano il Nano, uno stuntman asiatico alto 90 centimetri, e mena solo lui.
Scusa, Nicolino, hai dieci mafiosoni ciccioni a disposizione, non puoi menare un po’ pure loro? No, le capriole e le mossette dell’A-chi-le-do mi vengono solo con Tano il Nano: meno solo lui.

E meno Tano il Nano uno…

E meno Tano il Nano due…

E… Tano da morire!

Il film finisce senza che Nicolino abbia avuto occasione di muovere un muscolo facciale, lanciando una moda che durerà trent’anni e 50 film, per fortuna ignoti ai suoi più grandi fan.


Un commento acido

«Mafia, CIA e arti marziali», così il 23 agosto 1988 “La Stampa” presenta Nico, e Seagal è considerato «una via di mezzo tra il giustiziere-faccia-di-pietra Bronson e l’agitatissimo Stallone, in salsa orientale alla Bruce Lee»: be’, mi sembra molto azzeccata come descrizione del giovane Seagal (escludendo Bruce), che ha avuto la fortuna di essere l’uomo giusto al momento giusto.

La Warner Bros è sempre stata attenta alle mode dei “bassifondi”, e se all’inizio degli anni Settanta aveva capito che le arti marziali spaccavano e ha co-prodotto Enter the Dragon con Bruce Lee, così ha capito che il 1988 era l’anno in cui il fenomeno si sarebbe ripetuto. Il fenomeno ninja nato per mano di Menahem Golan ha dato la stura ad ogni filmaccio inguardabile concepibile, tanto che quelli della Cannon sono i prodotti migliori: il che è tutto dire!
Visto che la Warner distribuisce i film Cannon, sempre più marziali, sa in anteprima che la risposta del pubblico è ottima, come quella che premia un filmetto da due soldi girato due anni prima e distribuito poco e male, che però misteriosamente al pubblico sembra piacere: un certo Bloodsport con un tizio che viene dal Belgio…

In questo periodo Warner dà il meglio di sé e mentre comincia ad inondare le videoteche di filmoni e filmacci di Hong Kong – così che possano arrivare anche in Italia – ne mette in cantiere di ottimi, curandoli straordinariamente bene, per quel poco che ci guadagnerà. Purtroppo infatti l’esperimento va male e paradossalmente hanno più successo i filmetti delle casupole che i filmoni Warner, anche perché questi ultimi costano parecchio di più.
In questo 1988 la casa però non bada a spese e accetta il soggetto di ’sto tizio che da guardia del corpo ora si sente cineasta, chiamando però a riscriverlo un paio di tizi niente male: il romanziere e sceneggiatore Steven Pressfield, che veniva da King Kong 2 (1986) ma che darà il meglio di sè con Caccia mortale (1993) con Dolph Lundgren, e Ronald Shusett, proprio uno dei papà di Alien (1979).
Mette in campo un ottimo cast di caratteristi – da un’irriconoscibile Pam Grier ad un sempre crudele Henry Silva – e dà una possibilità ad un regista di genere come Andrew Davis, che veniva da Il codice del silenzio (1985) con Chuck Norris: non proprio una primizia nel curriculum.

E allora gli ho detto: “Non mi importa che sei Roger Corman, io le mutande non me le levo!”

Fotografia anni Ottanta, musica anni Ottanta, ritmo «da telefilm dilatato a lungometraggio», come giustamente fa notare la citata “La Stampa”, e tutto quanto fa VHS anni Ottanta inizio Novanta. Sarà lo stesso stile che la Warner adotterà per Resa dei conti a Little Tokyo (1991) e Drago d’acciaio (1992), un action marziale disimpegnato e innocuo da pomeriggio televisivo ma che all’epoca posso testimoniare che faceva il suo bell’effetto.
Sempre meglio rispetto alle porcate che la stessa casa portava in videoteca, ravanando nei peggiori cataloghi di Caracas: roba indegna che solo i fan malati come me potevano cercare ghiottamente…

La VHS Warner Home Video è arrivata in Italia nel maggio del 1991 quindi devo aver visto il film quell’estate, anche se i miei ricordi me lo facevano retrodatare di almeno un’estate. All’epoca affittavamo di tutto in videoteca quindi non ricordo se avevo “speranze marziali” sul film o se semplicemente l’abbiamo preso perché era nel reparto “novità”, di sicuro è stata una grossa delusione.
Tolta infatti la parte in cui Seagal pontifica su vari argomenti – non si sa dall’alto di quale autorità – il film utilizza lo stile del tipico action anni Ottanta senza però averne le possibilità, e soprattutto mischiando malamente i generi: un po’ di Rambo, un po’ di police story, un po’ di gangster movie, un po’ marziale, un po’ Brooklyn Life, un po’ Ciocco e un po’ Norris. In definitiva, niente totale.

Parla, o ti faccio vedere Nico!

Per carità, è sempre un prodotto Warner di serie B, e la serie B del 1988 è A deluxe in confronto alle porcate che fa oggi la stessa casa, ma per l’epoca è davvero un film inutile: chi cerca un poliziesco non lo trova, perché è una trametta da due soldi che non sarebbe sufficiente neanche per uno dei prodotti televisivi dell’eoca, e chi cerca marzialità nemmeno, perché il Gran Maestro Seagal tira per puzza du’ mossette in croce e butta per terra tre volte lo stesso gnappetto di 90 centimetri: perché il Big in Japan, l’unico occidentale della galassia ad aprire una scuola in Giappone, non affronta un cristone alto quanto lui? No, se la prende per tre volte di seguito con lo stesso nano che pesa 10 chili: so’ boni tutti a butta’ pe’ terra Brontolo!

Nel 1991 in Italia eravamo ancora agli inizi dell’esplosione marziale ma bastavano i film Cannon per capire quanto fosse ridicolo Nico: utilizzava gli stessi stili – torturatore esagerato, black buddy inutile, buono che ammazza tutti – ma per tirarsela da superiori perché Seagal è ovviamente superiore a quei quattro pezzenti del cinema d’azione marziale: lui mica è quel buffone di Dudikoff, lui le sa fare davvero le mossette di aikido. E perché non le fa? Perché mica si sporca a fare cinema marziale. Peccato che i suoi fan, cioè quelli che non conoscono i suoi film, lo considerino tale.

Su Sharon, resisti: Paul Verhoeven sta arrivando…

In seguito è nata una rivalità un po’ posticcia tra i fan di Van Damme e i fan di Seagal, che non ha nulla a che fare con loro personalmente ma affonda le radici in quelle naturali faide come fra i nomadi e gli stanziali. È l’antica divisione fra chi crede che un attore debba recitare e chi crede che debba essere, faida che nel cinema marziale ha una valenza maggiore. Perché il cinema, in quanto tale, è finzione per eccellenza, e quindi un film marziale non deve mostrarmi il possibile: deve andare oltre. Esattamente per lo stesso motivo per cui a nessuno sarebbe piaciuto Rambo se il protagonista si fosse tenuto nascosto in un cespuglio per tutto il film: vogliamo vedere Rambo saltare dai burroni e ammazzare una città intera con un mitra che non si inceppa mai, così come vogliamo vedere Schwarzenegger distruggere il mondo con una mano sola: perché queste scelte, di puro intrattenimento, non sono messe in dubbio dagli integralisti che poi hanno deciso che “Seagal sa fare su serio quelle cose”? Gli stessi che non hanno idea di quello che dicono, visto che Seagal nei suoi 50 film non fa un cazzo di niente, se non quel paio di mossette identiche da trent’anni a questa parte…

Copiate e incollate quella faccia per i prossimi 50 film…

Inutile tentare di sanare le faide, nascono da sole e nulla le può fermare. Lascio volentieri ai fan integralisti di Seagal la falsa consapevolezza che lui sia il Gran Maestro di Aikido, perché questo tipo di fan semplicemente odia il cinema marziale e quindi si trova bene con Seagal, che non ne ha mai fatto.
A me invece piace l’intrattenimento, che sia “verosimile” o meno, e quindi sin dal primo film non mi è mai piaciuto Seagal, con il suo identico ruolo ripetuto per cinquanta volte. Eppure, al contrario del fan medio di Seagal, li ho visti tutti i suoi film. Sono il suo anti-fan da trent’anni, quindi… auguri anche a me!

L.

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Freddy vs Jason vs Ash 2 (2009) Nightmare Warriors

Cover di Jason Craig

Se Freddy e Jason non muoiono mai nei loro film, perché dovrebbero farlo a fumetti?

Cover di Arthur Suydam

«Svegliati, figliolo: tu non puoi morire, è questo il dono che ti ho fatto leggendo il Necronomicon. Svegliati, che hai un lavoro da fare.»

A parlare è ovviamente mamma Voorhees/Freddy Krueger, e ad ascoltare è il Jason che giace nel Crystal Lake dove l’abbiamo lasciato alla fine della precedente saga.

Variant Cover di Jason Craig

Moreno detto il Moro, che ha festeggiato lo scorso venerdì 17 parlandoci dei videogiochi tratti dai film di Nightmare, proprio in questi giorni ha commentato il remake di Venerdì 13 ipotizzando una trama volutamente assurda: che so, tipo l’esercito che vuole usare Jason per creare un’armata di soldati inarrestabili. Ah, è arrivato secondo: ci hanno già pensato Jeff Katz e James Kuhoric in questo Freddy vs Jason vs Ash: Nightmare Warriors, datato agosto 2009.

Un libro che merita di essere raccolto e salvato

Misteriosi uomini in nero guidati dal dottor Gordon Russell recuperano il Necronomicon dal lago ghiacciato e se lo portano via, lasciandosi dietro una squadra impegnata nell’obiettivo secondario: assicurarsi che Jason sia morto. Pare facile…

A Jason glie rode il Crystal Lake!

Senza maschera e intento a massacrare i soldati in modi variopinti, più che il mostro di Venerdì 13 Jason prende l’aspetto di The Mask

«Somebody stop me!»

Sei mesi dopo troviamo Ash ignaro che il maniaco di Crystal Lake lo sta cercando, e intento alla sua attività preferita: il cazzone!

Questa mano può essere ’na motosega o ’na paletta: oggi è ’na paletta

Bussa alla sua porta la dottoressa Maggie Burroughs, che lavora per il noto psichiatra Neil Gordon su un progetto che potrebbe salvare milioni di vite umane e si serve di persone speciali, come Ash, che sono magneti naturali per i fenomeni soprannaturali. Il nostro eroe non è proprio famoso per la sua disponibilità e propensione a lavorare in gruppo, quindi preferisce cacciare a pedate la donna e tornare alla sua donna, Carrie, con la quale sta smaltendo i brutti fatti della precedente avventura.

Ovviamente Ash è davvero un catalizzatore di disgrazie soprannaturali, e Jason lo trova squartando Carrie.
Intanto Russell lancia un programma intenso di traduzione del Necronomicon

Un traduttore automatico di Necronomicon

… e il primo risultato è che evoca Freddy Krueger. Ma prima che diventasse mostro dell’incubo!

Senza guantone Freddy si sente nudo!

Intanto la dottoressa Burroughs e suo marito dottor Gordon organizzano una seduta di gruppo con i sopravvissuti di Freddy e Jason tutti insieme: ho cercato di capire se abbiano usato i veri nomi dei veri (pochi) superstiti della saga filmica ma sembra proprio che siano inventati: comunque non è importante. L’unico sicuramente “che spacca” è l’unico che sembra davvero organizzato per affrontare i due mostri: mentre gli altri sopravvissuti sopravvivono ben poco, sotto le mazzate di Jason, sembra ben più coriaceo Tommy Jarvis, il “ragazzo problematico” conosciuto in Capitolo finale (1984) e che ne Il terrore continua (1985) aveva le carte in regola per diventare il nuovo Jason.

Uno sviluppo narrativo mai sfruttato

Mentre il Freddy “umano” diventa il nostro amichevole Freddy soprannaturale, e ridà forza ad un Jason parecchio acciaccato…

Anche per Jason si preferisce il modello più nuovo

… scopriamo che i nostri eroi sono in pessime mani: visto che la dottoressa Burroughs che li guida in realtà si chiama… Kathryn Krueger! La figlia di cotanto padre.

Tale padre tale figlia

Quello che segue è un guazzabuglio totale, perché secondo la regola dei film di Freddy/Jason a tre quarti in poi si parte tutti per la tangente e vale tutto. L’unica cosa carina che segnalo è l’entrata in scena di vari personaggi presi dai vari film dei due mostri.

Fra l’Armata delle Tenebre scorgo personaggi dai film di Freddy e Jason

Nel casino totale, ad un certo punto qualcuno uccide Freddy e Jason: voi ci credete?

Jason spacca!

Un’altra caciarata divertente e movimentata, impossibile da portare al cinema per evidenti motivi di budget ma perfetta per il mondo dei fumetti: io voto per una testata fissa con i tre eroi riuniti a menarsi di santa ragione, ma purtroppo almeno per ora il “versus” finisce qui. Non però i fumetti singoli, come vedremo nelle settimane prossime.

L.

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Ground Zero (2000) Scosse mortali

Non so se i sismologi italiani stiano prendendo appunti, ma da qualche anno è triste consuetudine che la seconda metà di agosto l’Italia tremi: ci ripetono che non si possono prevedere i terremoti, ma mi sembra che agosto non sia più un mese da affrontare a cuor leggero.
Visto che il titolo del film di oggi può far pensare ai terremoti, tengo a precisare che non è un modo di scherzare su un argomento su cui non c’è proprio nulla da ridere, bensì un modo per esorcizzare una paura che io in primis provo: spero non si offenda nessuno per la scelta del post, anche perché il film proprio non c’entra nulla coi terremoti!

Non fatevi ingannare dal titolo “d’effetto”

Prodotto da case invisibili ad occhio nudo, scritto e diretto da Richard Friedman – un regista televisivo di serie B, ad essere buoni – il 12 maggio 2000 comincia a girare per le TV internazionali Ground Zero, che finge di parlare di terremoti.
Prima di essere distribuito in home video americano, nel 2005, il film appare magicamente in Italia trasmesso da Canale5 proprio in agosto – ancora agosto! – e precisamente martedì 7 agosto 2001, proprio mentre la sorella Italia1 aveva un palinsesto più gustoso, presentando in rapida sequenza Venerdì 13 e Scanner Cop 2.
Sono onorato di aver trovato su bancarella ad un euro l’unica edizione DVD nota del film, senza data e con marca “piùfilms” (B&B International Pictures).

Una sismologa che ha un grande dolore

Protagonista è la sismologa Kimberly Stevenson, interpretata da quella Janet Gunn che abbiamo già incontrato in Carnosaur 3 (1996) e ritroveremo in Ritorno alle acque maledette (2001): in seguito ha diminuito di molto il suo lavoro in video.

Ah, ma c’è anche la macchina che fa ping (cit.)

Vivendo a Los Angeles certo che ha il terremoto nel sangue, ma lo stesso è rimasta traumatizzata quando nel 1989 ha perso il padre per colpa di un terremoto. Ora, nel 2000, studia per poter prevedere questo fenomeno naturale così mortale.

Reginald VelJohnson che sta sentendo un terremoto

Il suo capo Burt Green (Reginald VelJohnson, noto volto televisivo) la manda nell’avamposto nell’Angeles Natural Forest, a cento chilometri di distanza dalla civiltà, a studiare uno strano terremoto che si affaccia con regolarità. E visto che sta lì in mezzo al nulla, perché non si porta suo figlio sciancato? Impossibile resistere all’oportunità di vivere per un mese in una capanna posta sulla faglia di una delle zone più sismiche del mondo.

Alla faccia del terremoto!

L’argomento “terremoto” finisce qui, perché a dieci minuti di inizio il film cambia completamente registro. Arriva in scena il mercenario Michael Brandeis, con la faccia da schiaffi di Jack Scalia, che cerca di spacciarsi per esperto d’arte ma viene tanato perché non conosce gli impressionisti: ammazza che accurato lavoro di copertura! In realtà è un agente della sicurezza nazionale ma forse neanche quello: l’importante è che è lì per sventare i piani di un super-cattivo che vuole conquistare il mondo…

Il super agente Jack Scalia… col mitra otturato!

I russi infatti stanno studiando armi nucleari portatili e fanno esperimenti nelle foreste intorno a Los Angeles provocando terremoti… oh mio Dio, ma davvero è del 2000 ’sto film? Sembra una stupidata degli anni Ottanta…
Quello che segue sembra provenire proprio da un datato episodio di “A-Team”, con duri da operetta che fanno le facce brutte e Scalia che a tutti mena mandandoli via. Che plurima tristezza.

Tipiche facce da cattivi anni ’80… ma in un film del 2000!

Sono contento di essere riuscito a recensire un altro di quei DVD presi tempo fa sulla bancarella “tutto a un euro”, perché a forza di buttarli nella spazzatura sto liberando un po’ di spazio sugli scaffali in casa, e soprattutto ho informato il mondo: come sempre, NON COMPRATE QUESTO FILM!

L.

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Venerdì 13 [12] (2009) Ri-fammi male

Ultimo appuntamento per raccontare i miei venerdì con Jason.

Questo viaggio è iniziato di venerdì 13 e non poteva finire se non di venerdì 17. Va be’, sarebbe stato perfetto finirlo di venerdì 13 ma è andata così: accontentiamoci…
È un simbolo della parabola del cinema iniziare con un film che ha cambiato le regole del suo genere, un piccolo capolavoro che ha scosso il suo mondo e creato icone… e finire con la solita minchiatina anni Duemila che dona imperitura vergogna a tutti quelli che ci hanno lavorato: sono abbastanza sicuro che nessuno del cast l’abbia inserito nel proprio curriculum.

Jonathan, anche tu lavori in TV: l’hai scritto questo film nel tuo curriculum?

Ma sei scemo? Devo lavorare in una sit-com con William Shatner, quello m’ammazza!

Perché dopo il “successo” di Freddy vs Jason (2003) la New Line non ha continuato con i “versus”? Eppure al botteghino il film è andato misteriosamente bene, malgrado sia un prodotto non certo memorabile. Perché usare gli stessi sceneggiatori, Damian Shannon e Mark Swift, per scrivere un remake invece di un nuovo scontro fra i due mostri? Le risposte sono libere perché non c’è una versione ufficiale. Ma forse ci può aiutare Hellraiser.
Se la saga filmica più brutta del mondo ci ha insegnato qualcosa, è che l’inferno è lastricato di legislazioni dei diritti d’autore: dopo un certo numero di anni in disuso, il copyright scade. Con la svolta del Duemila Hellraiser è morta, era chiaro che un episodio più devastantemente brutto dell’altro rendeva inutile continuare a infierire su un cadavere, ma i fratelli Weinstein non potevano permettersi di perdere il marchio “Hellraiser”, che fra magliette e pupazzetti e convention tira su un bel pacco di soldi. E così, ci insegnano le interviste agli attori della saga, si sono limitati a fare un filmaccio a caso ogni circa sette anni (2005, 2011, 2018).

Se la Dimension Films/Miramax ha questo problema, può darsi benissimo che valga lo stesso per la New Line Cinema. Mettiamo che i marchi di Freddy e Jason durino dieci anni (è un’ipotesi, non so quanto durino) e che la casa decida che non vale la pena buttar via soldi ogni due o tre anni per film che sono sempre rischiosi al botteghino: mettiamo che decidano di rimanere vicini al limite dello scadere del copyright.
Dopo il 1993 Jason deve aspettare otto anni per Jason X, e dopo il “versus” del 2003 ne deve aspettare sei prima di vedere questo remake del 2009. Se fosse vera questa regola, la prossima apparizione di Jason l’avremo al massimo nel 2019… toh, proprio quando parlano di farne una serie TV…
La mia opinione è che la New Line voglia limitarsi a incassare soldi sicuri con il merchandise – e parliamo di cifre astronomiche, con convention a raffica in giro per i Paesi anglofoni dove i fan sono spennati di brutto – e limitare al minimo indispensabile i film, magari investendo di più per salvare la faccia. Così abbiamo addirittura 19 inutili milioni di budget per questo remake, con dieci beoti che corrono per i boschi: grasso che cola se ne è costato uno, di milione, con gli altri che ci hanno fatto?

La saga saltuaria per mantenere i diritti

«Il macellaio più amato del mondo è tornato»: così esordisce entusiasta “Fangoria” nel gennaio 2009. La più autorevole rivista di cinema horror, il cui interessamento alla serie e lancio di ogni film le ha valso l’onore di finire fra le mani di una delle vittime di Jason (nel terzo film), non può che essere contenta di un remake di Friday the 13th. Soprattutto se la New Line Cinema l’ha annunciato in sala per il venerdì 13 febbraio successivo!

Giusto per ricordare il rapporto tra “Fangoria” e Venerdì 13

In realtà viene presentato in anteprima a Los Angeles il 9 febbraio, rovinandosi la “data magica”, quel venerdì 13 febbraio 2009 in cui la Universal Pictures lo presenta in contemporanea anche in Italia (fonte: ComingSoon.it).
Portato in DVD e Blu-ray Universal dal 25 agosto successivo.

Intervistato da Scott Essman per “Scars” (marzo 2009), il regista in fondo dice ciò che pensano molti.

«Credo sia interessante rivitalizzare i franchise, e mi piace perché guardare questo genere di film è un rituale: la gente già sa cosa sta per accadere e conosce tutte le fasi del film. Non vorrebbero che andasse in alcun’altra maniera. Quando hai dei fan molto attenti, devi dar loro ciò che vogliono ma non ciò che si aspettano. Puoi aggiungere dei twist di sceneggiatura.»

In fondo è questo il segreto di Pulcinella dei film con una nutrita base di fan: nessuno vuole davvero un autore che provi qualcosa di diverso, l’importante è che rifaccia tutto identico ma che sembri “nuovo”. Anche se in realtà quest’ultima parte non viene MAI rispettata, e ogni prodotto “nuovo” sembra più vecchio del precedente.
Quindi abbiamo un regista ispirato, che sa quello che sta facendo? No, perché la successiva “verità” che ci rivela è che girare un film horror con il sangue è una gran scocciatura: sapevate che gli attori, dopo una scena in cui il sangue schizza, poi devono cambiarsi i vestiti prima di girarne un’altra? Oh, ma che li volete far morire? Così il regista afferma che è molto più comodo girare senza sangue a aggiungerlo poi al computer: l’effetto è molto più «sofisticato». Ammazza che registone!

Jason, dal collo taurino, starà attento a non macchiare le sue vittime

Aspetta, ma stiamo parlando del grande tetesco di Cermania Marcus Nispel? Che prima ha fatto Non aprite quella porta (2003) e poi Conan the Barbarian (2011)? Cioè, proprio quel Conan? Ah, ma allora si spiega tutto: è un bravo artigiano che chiamano quando c’è da fare il lavoro sporco con cui nessuno vuole distruggersi la carriera.
Via, ora, si va tutti a girare quattro settimane nel finto New Jersey ricostruito ad Austin, Texas, che è come girare nel Golfo di Napoli un film ambientato sul Lago di Garda: per fortuna gli scenografi sembrano aver fatto un ottimo lavoro. Intendo dal punto di vista scenografico, sia ben chiaro, perché il resto del film purtroppo non è all’altezza della location.

Forza, che la dodicesima volta magari non muore nessuno…

I soliti ragazzi beoti vanno a divertirsi nei boschi e vengono ammazzati. Fine del film.

Vi prego… lasciatemi morire in pace…

Il primo Venerdì 13 (1980) ha terrorizzato le platee e scritto i dettami del genere slasher / splatter perché non esisteva nulla di simile, alla sua uscita, almeno per il grande pubblico: era un prodotto “realista” – nel senso che essendo girato con mezzi di fortuna non sembrava una finzione cinematografica – e mostrava quello che nessuno aveva mai avuto il coraggio di mostrare. E lo faceva ripetutamente. I vari seguiti sono tutti inferiori ma hanno avuto largo successo di pubblico perché tutti gli spettatori volevano ripetere l’esperienza, essendo prodotti unici.
Il Venerdì 13 del 2009 è assolutamente identico, fotogramma per fotogramma, a TUTTI i film horror girati negli ultimi trent’anni: non c’è una sola inquadratura diversa. Che senso ha, allora? Se uno spettatore avesse sbagliato sala e fosse finito a vedere qualsiasi altro horror, non avrebbe notato alcuna differenza.
Bisogna sempre ricordarci di questo fattore, troppo spesso dimenticato: il Venerdì 13 del 2009 non vuole parlare alle nuove generazioni di spettatori, visto che è identico a qualsiasi film che queste possono vedere in TV, ma è solo una gran paraculata per non doversi inventare una storia e poter mantenere attivo il copyright sul personaggio.

Mi sento come in un qualsiasi horror dozzinale di qualunque epoca

Che questo film sia da disprezzare profondamente lo dimostra il fatto che, per la prima volta dal 1980, la rivista “Fangoria” non lo commenta: va ad intervistare la gente sul set ma poi, a film uscito in sala, non spende una sola parola. Ma come, è in pratica la rivista ufficiale della saga! Non una singola parola: evidentemente Marc Shapiro era così disgustato e amareggiato e ha preferito tacere, piuttosto che insultare uno dei suoi franchise preferiti.
Non mi resta che augurare a Jason di rimanere morto, perché ormai è come Hellraiser: un cadavere putrescente che tutti continuano a tenere in vita…

Una curiosità sul doppiaggio italiano.
All’inizio del film il buffone Wade si allontana nel bosco salutando l’amico con la frase:

«May the Force be with your Schwartz

È il momento più alto della ridicola sceneggiatura, perché fonde Star WarsMay the Force…») con Balle spazialiMay the Schwartz…»). Solo che quest’ultimo film è stato doppiato in italiano utilizzando il celebre “Sforzo” al posto della Forza, quindi ora che si fa? Si doppia «Che la Forza sia con il tuo Sforzo?» Sarebbe carino e manterrebbe intatto il gioco di parole, ma no: meglio smarmellare tutto.

«Che lo Sforzo sia con te…»

Così cancellano Star Wars lasciando solo Balle spaziali, perché “ai giovani” sicuramente piace di più…

L.


Bibliografia

  • Zack Carlson, Friday the 13th: A Truly New Beginning, da “Fangoria” n. 279 (gennaio 2009)
  • Zack Carlson, Villain of Friday the 13th, da “Fangoria” n. 280 (febbraio 2009)
  • Scott Essman, Return to Crystal Lake, da “Scars” vol. 2 n. 2 (marzo 2009)

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Guida TV in chiaro 17-19 agosto 2018

Se avete recensito qualcuno di questi film, fatemi avere il link che lo aggiungo alla scheda, così che sarete citati.

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Tuono di proiettile (1995) Il cinema italiano che fa male

Questa è la triste storia di Stelvio Massi (1929-2004), il cineasta di Civitanova Marche che fra i tanti lavori svolti nel cinema ha fatto anche il regista, dal genere poliziottesco – come il ciclo dedicato a Mark il poliziotto nella metà degli anni Settanta e Il commissario di ferro (1978) con Maurizio Merli – al dramma più dramma con il Mario Merola di Guapparia (1984): da 5 donne per l’assassino (1974) a La banda del trucido (1977) con Luc Merenda e Tomas Milian potrei citare tanti film di Massi entrati nel culto del cinema italiano. Ma gli anni Ottanta arrivano per tutti e ogni mito crolla davanti al decennio più terrificante della storia: ecco dunque che arriva Cobra Nero (1987), fantasma del poliziottesco che fu con Fred Williamson che finge di rifarsi alla blackspoitation. Che comunque è un capolavoro in confronto ad Arabella, l’angelo nero (1989) con la diva sexy del momento Tinì Cansino (turbamento della mia infanzia), e con il povero Stelvio Massi che si nasconde dietro lo pseudonimo Max Steel.
Il lavoro è lavoro e il cinema è il cinema: nessuno resta pulito dopo gli anni Ottanta. Così arrivano i Novanta e l’uso di pseudonimo è ormai costante. Se con il 1994 arriva il momento in cui dire basta al cinema, c’è ancora qualcosa da fare. C’è ancora un film in cui apparire come direttore della fotografia, storica mansione di Massi. C’è ancora un gradino da scendere nel cinema di genere.
Quando Massi lascia il cinema, lo fa con il tuono. Lo fa… con il Tuono di proiettile!

Involontariamente comico a livelli geniali

Ottiene il visto censura il 4 febbraio 1995 ma non ho trovato tracce di una sua qualsiasi distribuzione se non un DVD del settembre 2004, targato Prism Italy: mi piace pensare che nessun distributore sia sceso mai così in basso da prenstare questa roba, fino a dopo il Duemila, quando ogni schifezza fa bellezza.

L’ultima apparizione di questo nome

Un giorno alla PAC (Produzioni Atlas Consorziate), che negli anni Settanta era specializzata in filmetti con le monache prima di conoscere il poliziottesco di Massi, bussa l’attore britannico Vincent Riotta e dice: «Io voglio fare il reggiere
La casa gli fa notare che si dice “regista” e lui annuisce: «Sì, quello che reggie il film!»
Con queste premesse, perché non affidargli l’unica regia della sua vita? Però certo, quel cognome che sa di italiano non va bene: agli italiani non si possono presentare cognomi italiani. Vincent, facciamo che ti chiami James Lloyd. Sei pure di Londra, no? Ecco, sei il Lloyd di Londra…

Per fare un film italiano che puzzi di anni Settanta serve un attore totalmente incapace come protagonista, tanto poi è doppiato: basta che muova la bocca, recitando numeri o masticando come fanno le scimmie nel cinema di qualità. Solo che Rob Freeman non sa fare nessuna delle due cose: va be’, Rob, sta’ lì fermo che fa tutto il doppiatore.

L’attore che spara al cinema

Il passo successivo per fare la classica poveracciata provinciale che sembri internazionale è avere una star nel cast. Mica una star vera, che quelle vogliono i soldi, no no, il solito attore fallito che un tempo lontano lontano, in una galassia lontana lontana, è stato noto, che tanto gli italiani sono campioni olimpici di memoria selettiva, basta che uno è stato noto trent’anni fa e per loro è ancora noto.
La scelta è obbligata: John Savage. 230 film all’attivo, solo uno fatto bene e dove recitava così e così. L’attore più amato dalla serie Z: non sporca, non sputa sulla gente, non si ravana nelle mutande in pubblico e vien via con due spicci. Il protagonista perfetto del grande cinema italiano.

John Savage, il Tuono di proiettile è tuo!

Il problema è che neanche Savage sa recitare i numeri o masticare: va be’, sta’ zitto e fermo pure tu, tanto c’è la voce fuori campo che fa tutto da sola.

Pose immobili di grandi attori di cinema

Dopo essersi assicurati l’ottima fotografia di Messi – l’unico che in questo film abbia dimostrato di conoscere il proprio mestiere – c’è l’ultima questione, quello meno importante e se vogliamo addirittura inutile. La sceneggiatura. Dài, scherzo, quando mai in un film italiano ci si è preoccupati della sceneggiatura?
Quindi la PAC non ha problemi quando torna a bussare Riotta e grida: «Voglio fare pure lo sceneggiere

La fotografia è bella, peccato che tutto il resto sia da denuncia

L’agente della CIA Roy (Rob Freeman) ha inventato una nuova pistola e nuovi proiettili potenti, ma così potenti da essere in grado di uccidere uno spettatore sparando 24 fotogrammi al secondo.
Che studi balistici ed oplologici ha fatto Roy? (Inutile che fate quella faccia, l’oplologia esiste, non me la sono inventata: è lo studio delle armi.) Come può un semplice agente della CIA aver inventato addirittura un’arma nuova? La risposta è semplice: è un film italiano degli anni Novanta, ci ha già detto culo che Roy non abbia inventato un robot nel suo garage.

Arrivano dei momenti in cui un uomo vuole rimanere solo col suo pistolone

Non vuole consegnare l’arma alla CIA e se la porta a casa, ma poi trova un ladro assassino e stupratore – nient’altro? Magari ha pure sputato in chiesa – e lo spara, facendolo saltare in aria con il suo tuono di proiettile. Non sto scherzando, salta letteralmente in aria!
La CIA non è contenta e Roy scappa in Sud America, che è l’unico modo per far sparire di scena John Savage, che limita il suo contributo a una decina di fotogrammi in cui guarda il vuoto e si muove male. Ma come fa a muoversi male? Non lo so, è la scuola attoriale Savage: dominare la scena muovendosi poco e male.

Il resto della vicenda non ha nulla di umano

Come procede la storia in Sud America, coi tizi dai capelli impomatati e gli occhiali scuri, con la “seducente” Florinda (Verónica Cortez) non posso raccontarlo, perché davvero mica posso buttar giù tutta la merda che gira, soprattutto se italiana.
È tutto di una bruttezza disarmante e fa male agli occhi, al cuore, alla testa, al fegato e parte del pancreas.

Visto che questa roba gira in DVD siete avvertiti: se lo trovate su bancarella, come è capitato a me, scappate: se no l’uomo dal pistolone esplosivo vi colpirà!

L.

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Glass Trap (2005) Formiche assassine

L’estate è il momento in cui avvertiamo più fastidiosa la presenza delle nostre amiche formiche, e quindi Ferragosto mi sembra il momento giusto per parlare di un “filmaccio con bestiacce” a loro dedicato.
Trovato in DVD su bancarella al prezzo di un euro, ecco Glass Trap.

Uscito in home video americano il 2 agosto 2005, la Fox Video (pare strano, ma è proprio lei!) lo porta in DVD italiano a noleggio il 25 agosto 2006 e in vendita dal 31 gennaio 2007, con il titolo Glass Trap. Formiche assassine.

Una grafica smozzicata dalle formiche

Malgrado si nasconda dietro lo pseudonimo Ed Raymond, alla regia c’è uno dei grandi maestri della Z che fa male: Fred Olen Ray, uno degli spazzini del video che sanno come fare un filmaccio che diverta il pubblico.
In questo 2005 era impegnato nella sua lunga saga nel mondo delle Bikini Girls, ma quando fai tipo dieci filmacci l’anno puoi alternare: una ragazza in bikini e una formicona…

Ci sono le formicone assassine: non fate domande…

Alla sceneggiatura ci sono due tizi di nome Lisa Morton e Brett Thompson, che ci hanno regalato Tornado Warning (2002).

Il lavoro certosino di formichine grandi grandi

Da un carico di alberi sottoposti a radiazioni “sfuggono” due esemplari, che finiscono in un vivaio e generano formiche radioattive… o qualcosa del genere: oh, non siamo mica a SuperQuark, ci sono i formiconi giganti che mangiano la gente, serve davvero conoscere il perché?
Sappiamo solo che tutte le formiche si riuniscono in un grande palazzo pieno di uffici: anche qui, i motivi sono fumosi ed effettivamente non richiesti.

Mi sa che i tergicristalli stavolta non basteranno

Essendo un fine settimana il palazzo è vuoto, ci sono solo le guardie giurate e il ragazzo delle pulizie Curtis, che ci permette di vedere il sempre bravo C. Thomas Howell, un onesto professionista che sa portare a casa il risultato anche quando gli capita un ruolo ridicolo come questo.

C. Thomas Howell, l’uomo giusto al posto giusto

Nel palazzo arrivano anche lavoratori del weekend e vittime varie da dare in pasto ai formiconi, fra cui il “pirata informatico” Dennis, interpretato dall’ex divo della peggiore action di serie Z anni Ottanta: Brent Huff.

Da eroe d’aZione a pirata informatico…

Ha avuto l’onore di recitare al fianco di Shô Kosugi nel peggiore film ninja che questi abbia mai fatto, Il colpo segreto del ninja (1985): che tempi…

Giuro che nel 2005 c’erano software più sofisticati di questo

Il tono del film è ovviamente semi-serio, tutti i personaggi sono ben sopra le righe e quindi l’atmosfera è rilassata e cazzona, con la gente attaccata da formicone gommose che fanno molta più tenerezza che paura.

Dammi un bacino…

E se i protagonisti tentano di darsi un tono e mettere in scena un film alla Inferno di cristallo (1974) – anche se il titolo Glass Trap ricorda più l’italiano “Trappola di cristallo” dato a Die Hard (1988) – Olen Ray non ha alcuna intenzione di rimanere serio, e chiama rinforzi.

Formicone che si arrampicano sulla trappola di cristlalo

Così entra in scena il super agente speciale “risolutore” Corrigan, interpretato senza alcuna serietà da un divertito Martin Kove.

Per un lavoro poco serio, devi chiamare Martin Kove

Piombando in scena come uno Schwarzenegger dei poveri, il mitico Kove – che quei ruoli li interpretava davvero, negli anni Ottanta – si infila un sigaro in bocca e spara ordini divertendosi a fare battutine con le formiche e i problemi di infestazione.
Apre le porte e salva i suoi uomini con lo stesso sistema: sparando!

Martin Kove non apre le porte: le spara!

Mentre Howell cerca di darsi un tono nel suo ruolo drammatico da salva-tutti, Kove si dà al cazzeggio totale e apre il gas a tutto l’edificio, ammazzando tutto ciò che si muove e facendosi fotografare con il suo trofeo: una formicona gigante!

Questa finisce subito sull’instagram degli eroi d’azione

Il filmaccio si recensisce da solo, è esattamente quello che sembra, ma il tono leggero e le prove attoriali di due piccoli grandi caratteristi rendono la visione alla fin fine piacevole. Se lo beccate in TV, vi consiglio di buttarci un occhio, anche solo nella seconda metà quando entra in scena Martin Kove.

L.

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Arctic Predator (2010) Terrore tra i ghiacci

Non ho trovato una locandina migliore...

Non ho trovato una locandina migliore…

Era il luglio del 2013, all’epoca del primo blog del Zinefilo (quello su HotMag), che i miei occhi rimasero feriti nel vedere questo devastante filmaccio insopportabile: l’esperienza smosse così profondamente il mio intestino che non riuscii a scriverne se non qualche riga, che non valeva la pena inserire nel blog.
Ieri, 12 agosto 2018, Italia2 l’ha trasmesso addirittura in prima serata e mi sono detto: questo è un segno del destino, è bene che il mondo sappia l’abisso di ignominia che si può raggiungere nella TV generalista.

La storica bulgara UFO è una compagna di viaggio del Zinefilo, e quanto la casa sia migliorata con il tempo basta guardare questo imbarazzante Arctic Predator girato perché la mefitica Syfy lo mandasse in onda il 7 agosto 2010, approdando poi sulla nostrana SKY come Arctic Predator. Terrore tra i ghiacci, in un passaggio televisivo che purtroppo non è stato possibile datare con sicurezza.

Tie’, pure il titolo in italiano

In seguito lo sceneggiatore Rafael Jordan si è specializzato in dinosauroni e mostracci vari, ma all’epoca era un giovane di belle speranze con qualche fetente filmaccio nel curriculum: grazie a questo Arctic Predator ha potuto iniziare una luminosa carriera scrivendo Super Eruption (2011), Stonados (2013), Crystal Skulls (2014) ed altre nefandezze varie. Un giorno sono curioso di vedere qualche suo film sui dinosauri.
Invece alla regia abbia un nome di quelli che fanno male: Víctor García. All’epoca era solo un tecnico di effetti speciali che aveva esordito alla regia con il cialtronesco Il ritorno nella casa sulla collina (2007), che però aveva una buona regia. Dopo Mirrors 2 (2010) il regista vende l’anima all’inferno e dirige Hellraiser: Revelations (2011), che è l’abisso lastricato di escrementi. Forse quest’ultimo suo vomitevole lavoro rivaluta parecchio Arctic Predator

Minuziosa e fedele ricostruzione storica…

Circolo polare artico, 1825. Le navi esploratrici HMS Fury ed HMS Hecla si stanno preparando a trascorrere un duro inverno tra i ghiacci quando incontrano una creatura che… Cos’è questo baccano? Chi è che disturba? Come dice? Che sembrano le HMS Terror ed HMS Erebus del romanzo The Terror di Dan Simmons, uscito in libreria tre anni prima del film? Andiamo, siete davvero maligni: la Fury e la Hecla sono davvero esistite e qui siamo vent’anni prima il 1845 del romanzo. Ma quanto pensate male…
Comunque l’equipaggio trova una creatura fatta di ghiaccio e giustamente pensa che sia un gattino bisognoso d’aiuto: non stupisce che l’essere li massacri tutti.

Sicuramente è una creatura pacifica

Ai giorni nostri una spedizione artica trova per caso i resti delle due navi, e questo fa la felicità di J.C. (interpretato dalla nostra vecchia conoscenza Dean Cain): finalmente ha trovato la Fury, che cerca da tempo, e recupera anche il diario del capitano, che va scongelato piano piano, per mezzo film.
Intanto dal suo sonno glaciale la creatura si è svegliata fra i resti delle navi e… Per favore, non cominciate a citare La Cosa (1982) di John Carpenter che non vale, eh?
Peraltro due membri dell’equipaggio (uno dei quali di colore) chiedono se la Compagnia pagherà loro gli straordinari per recuperare i relitti, quindi si strizza l’occhio pure ad Alien (1979)!

Il mostro che citava i grandi del cinema

Scongelato il diario e scoperto che c’è un pene disegnato, può cominciare lo scontro.

Il diario con il pene disegnato è la chiave di tutto!

Quello che segue è una straordinaria nullità che cerca di allungare il minutaggio muovendo cose e facendo rumore. Anche se va molto apprezzata la voglia di citare i maestri: dopo La Cosa ed Alien, passiamo pure a Il giorno degli zombi (1985) di Romero: quando un membro della spedizione “tocca” il mostro, il ghiaccio gli infetta il braccio e devono tagliarglielo, in una scena che nel suo piccolo omaggia il film giusto.

Una morte… agghiacciante!

Al di là delle citazioni, il resto è da cancellare via in uno sbuffo di fumo. Sì, perché ad un certo punto il mostro di ghiaccio diventa… “fumoso”!

Una creatura parecchio fumosa

Fumosa la creatura, fumosa la trama, fumoso il cast, fumoso il film: era ora che il mondo sapesse di questa fumosa produzione…

L.

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Quello che non so di lei (2017) e quel che so di Polanski

Non so quale questione in sospeso abbia Roman Polanski con i ghostwriter, se abbia avuto qualche brutta esperienza o semplicemente trovi intrigante l’argomento – proprio come lo trovo io – ma riesce sempre a scovare le storie peggiori da portare in video, storie cioè che ancora si salvano su carta, ma a raccontarle per immagini danno il peggio di sé.
Riponevo molta fiducia in Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie, nei cinema italiani dal 1° marzo 2018), tanto che alla sua uscita mi sono subito andato a leggere il romanzo originale, rimanendone delusissimo: il film – in DVD e Blu-ray 01 Distribution dal 12 luglio 2018 – rispecchia perfettamente il romanzo. Cioè è deludente.

Ma… il film è prodotto dalla Weyland-Yutani?

Polanski ci aveva già provato a raccontare una storia di ghostwriter che spaziasse fra le varie accezioni del termine, con lo straordinariamente supponente film L’uomo nell’ombra, curioso titolo italiano del più semplice The Ghost Writer (2010), con uno spazio fra il “fantasma” e lo “scrittore” che faceva cascare l’occhio a forza di strizzarlo.
In quel caso il regista e sceneggiatore aveva sotto mano un corposo romanzo di Robert Harris – che in alcuni casi ha ricopiato parola per parola – che però aveva un’idea di fondo che forse potrà sembrare sconvolgente per gli anglofoni ma non certo per noi italiani: sapevate che, tremo solo a scriverlo, ci sono dei politici… che non sono proprio onesti? Lo so, è impossibile a crederci, eppure l’esplosivo e stupefacente assunto del film è l’esistenza di un politico che non abbia lavorato esclusivamente per il bene dei propri elettori. Mado’, mi tremano le mani a scriverlo…
Spero non si offenderà Polanski se dico che lui ha qualche scheletruccio nell’armadio uno zinzinino più rilevante di un politico men che onesto, quindi che metta tanta enfasi in una storia del genere è un po’ sorprendente: almeno il romanzo di Harris è scritto così bene che quando rimani deluso e vorresti picchiare l’autore con il libro stesso almeno ti è rimasta un’ottima lettura nel cuore. Il film è solo sbadiglio contro sbadiglio.

Cin cin a tutti gli scrittori fantasma

Dopo il traballante Carnage (2011) – una roba di maniera che stupisce trovare diretta dallo stesso regista di Cul de sac (1966) e La morte e la fanciulla (1994), cioè giochi al massacro fra personaggi in spazi ristretti parecchio meglio riusciti – Polanski sembrava tornato in forma con l’ottimo Venere in pelliccia (2013), a parte qualche marchetta pagata allo pseudo-femminismo imperante. Contavo molto che Quello che non so di lei, presentato al Festival di Cannes il 27 maggio 2017, fosse il passo successivo nella rinascita del regista, invece si ricade parecchio più giù, mangiandosi tutti i gradini saliti.

Dopo il grande successo del romanzo pseudo-biografico Niente si oppone alla notte (Rien ne s’oppose à la nuit, 2011), la scrittrice francese Delphine de Vigan ha avuto un lungo momento di “crisi della pagina bianca” e solamente dopo qualche anno è uscito il suo romanzo successivo: Da una storia vera (D’après une histoire vraie, 2015), edito in Italia da Mondadori nel 2016 e ristampato negli Oscar Mondadori.
L’autrice decide di raccontare tutto ciò che ha vissuto, la sua crisi personale e professionale, trasformandola di nuovo in un romanzo pseudo-biografico, dove cioè veri eventi di vita vissuta si intrecciano con artifici letterari. Il risultato non mi sento di definirlo riuscito, perché l’impianto del romanzo non è omogeneo e le due parti che lo compongono sono di qualità abissalmente diversa.

La parte più “vera” del romanzo, quella cioè in cui l’autrice racconta il disagio di una scrittrice che ha dato tutto e un attimo dopo vogliono che dia altro, quando in realtà non c’è più nulla, la considero ben riuscita e arriva al lettore: in fondo è basilarmente il racconto di una persona che non riesce ad essere come tutti vogliono che sia. Tutti vogliono che Delphine de Vigan scriva un altro grande romanzo ma lei non ha più nulla da scrivere, oltre a dover ancora fare i conti con la figura della madre che ha trasfigurato per il precedente romanzo. Come dicevo, questa parte del libro mi è piaciuta.

«Quel libro rappresentava un traguardo, una conclusione. O piuttosto un limite invalicabile, un confine al di là del quale non si poteva andare, o almeno non io. Dopo, era il nulla.»
(traduzione di Elena Cappellini)

La versione filmica del vero romanzo Niente si oppone alla notte (2011)

Poi però c’è la parte thriller, c’è la parte in cui l’autrice vorrebbe inserire il “mistero”… ma non stiamo parlando di un’autrice di thriller. Quando entra in scena la misteriosa amica L. che nessuno vede tranne l’autrice, una donna sibillina che di mestiere fa parlare le sconosciute per poi scrivere libri al posto loro… be’, non serve Nostradamus per capire dove stia andando la storia, eppure alla protagonista servono 300 lunghissime pagine per scoprirlo!

«Probabilmente L. si è insinuata nella mia vita con il mio consenso. A poco a poco, mi sono lasciata influenzare.»

Il rapporto fra la protagonista del romanzo e la misteriosa L. è talmente banale e scontato che per forza deve nascondere qualcos’altro, che per forza l’autrice ci sta ingannando per poi uscirsene con un colpone di scena che… No, nessun colpo di scena: il primo pensiero che viene in mente appena L. entra in scena è esattamente quello giusto. A che servono dunque 300 pagine di chiacchiericcio? È come quando in un film horror entra in scena l’attore nero: sarà una sorpresa scoprire che morirà?

La versione filmica di Delphine de Vigan

L. di professione fa la ghostwriter, fa parlare le persone, entra pian piano nelle loro vite, si fa raccontare ogni aspetto del loro intimo senza mai farsi accorgere o fare rumore, le manipola finché poi non scrive un libro come le persone in questione non saprebbero mai fare. No, non vi ho rivelato la fine della storia, bensì l’inizio: è così che si presenta L., facendo cioè quello che faceva il protagonista de L’uomo nell’ombra e facendo quello che fanno tutti i ghostwriter, solo che la de Vigan l’ha scoperto ora. E quello che segue è talmente ovvio e immaginabile che non mi serve rivelarvi il finale: l’avete già capito.
Visto che, come detto, nel 2010 Polanski ha fatto un film proprio su uno “scrittore fantasma”, che si insinua nella vita di un politico fino a carpirne ogni segreto, non lo si può definire uno che candidamente abbia scoperto ora l’argomento – come appare la romanziera francese – quindi insieme ad Olivier Assayas ora modificherà la trama del romanzo, renderà più vera L. invece di una macchietta e tirerà fuori una di quelle storie potenti che… No, niente di tutto questo. Proprio come il precedente film si limita a ricopiare il romanzo, inserendo pure i numeri di pagina e le macchie di stampa…

L’autrice che non sa più scrivere e la ghostwriter che scrive per altri: chissà che colpo di scena…

La sempre brava Emmanuelle Seigner in Polanski si cala nel ruolo di Delphine Dayrieux, autrice del grande romanzo di successo Vienne la nuit con la madre protagonista – personaggio secondario trattato malissimo e che denota la totale pigrizia della sceneggiatura – che ad un evento di firma-copie incontra un alieno, un essere mellifluo proveniente da un lontano pianeta e che cerca, senza riuscirci, di imitare le fattezze umane.
Perché non posso credere che Eva Green sia un essere umano vivente, data la sua totale impossibilità a comportarsi come un essere umano: è un cartonato che sta lì, fermo, a fissa il vuoto, e ogni tanto arriva Polanski a spostarlo di scena in scena.

La falsissima espressione che quel pesce morto di Eva Green ha per tutto il film

Con i suoi occhi da pesce morto sdraiato sul bancone del mercato, Eva Green è L., ma nel film mica possiamo usare una lettera puntata: così diventa Elle, per Elizabeth, e il gioco di parole è rispettato. Sì, perché il grande colpo di genio della de Vigan è che questa donna misteriosa si chiama con un nome che si pronuncia come “Lei”, così da rimanere anonima e quando la scrittrice si lamenta con familiari ed amici che “lei” le sta rubando la vita, tutti dicono «ma lei chi?» Che trovata geniale, roba nuova, tipo uno che volesse accecare un gigante ma prima gli dica di chiamarsi Nessuno, così quando il gigante vada a lamentarsi si ritrovi a dire «Nessuno mi ha ferito».
Il doppiaggio italiano non può ovviamente lasciare il nome Elle, non si capirebbe il gioco di parole, e giustamente ribattezza il personaggio Lei. Ma per cosa sta Lei? Qui il direttore del doppiaggio si ricorda della scelta di Mario Maldesi su Star Wars e così il personaggio si chiama Lei… come diminutivo di Leila!

Salve, sembro un’umana ma non lo sono: sono Eva Green detta Lei

Quello che inizia è una scontata scontatezza che ferisce gli occhi e fa male al cuore: ma è davvero Roman Polanski quello che sta dirigendo e sceneggiando ’sta roba? Forse dev’esserci un momento in cui i grandi del cinema vanno fermati e messi in pensione coatta: non puoi fotterti cinquant’anni di onorata carriera così, non è giusto…
Piccoli virtuosismi visivi, del tutto inutili, cercano disperatamente di salvare un prodotto che ha la stessa qualità (e odore) di un pesce morto sul banco del mercato, come testimoniano gli occhi finti di Eva Green. Che evidentemente è una modella, non un attrice: sta lì, ferma, morta, con un’espressione falsa come Giuda sulla faccia, in attesa che il fotografo scatti. Solo che la cinepresa non fa flash e quindi non capisce quando la scena è finita: per tutto il film la mefitica attrice ha lo sguardo immobile in attesa che qualcuno finalmente faccia “click”. Devastante oltre ogni immaginazione.

Oh, quando arriva il “click” della foto?

Non c’è empatia, non c’è passione, i personaggi sono buttati per terra come uno straccio bagnato e hanno la stessa gradevolezza, nulla ci viene spiegato e anzi continuano a prenderci in giro facendo finta ad un certo punto che sia la romanziera a voler spiare di nascosto la vita dell’amica “fantasma”, che nessuno vede. Uhh, che mistero, una scrittrice che nessuno vede, una “scrittrice fantasma”, una ghostwriter, una che ruba le vite per migliorarle nella narrativa, uhhh che colponi di scena che proprio nessuno si potrebbe mai aspettare, a meno che non abbia mai letto un romanzo o visto un film in vita sua…

Il cartonato messo in modalità “thriller”

Noia e fastidio sono compagni fedeli del film, quando almeno il romanzo ha una buona scrittura – sebbene 300 pagine per descrivere l’ovvio siano una prova ben dura – quindi Polanski una volta di più si dimostra finito e anzi impegnato a zapparsi i piedi con grande lena: per favore, qualcuno può allontanarlo dai set? Perché non scrive un libro? Perché non tiene corsi di cinema? Perché non gioca a bocce? Qualsiasi cosa, ma non fategli più fare film, per favore.

L.

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