My Name is Princess (2022) Ragazze di menare

Tutte le ragazze dello schermo devono combattere omaccioni grandi il doppio di loro, è la legge del girl power, quella che relega i professionisti alla serie Z mentre le giovani attrici che imparano due mossette il giorno prima delle riprese diventano eroine d’azione. Viviamo strani giorni, cantava qualcuno.

Per pura coincidenza mi sono capitate due “eroine d’azione da piattaforma” a distanza ravvicinata: tanto vale presentarle insieme.


My Name

Dalla Corea del Sud arriva una miniserie diretta da Jin-min Kim che costituisce uno strano esperimento: lo sceneggiatore esordiente Ba-da Kim ha il compito di prendere una trama che non sarebbe bastata a un film di ottanta minuti e trasformarla in una miniserie da otto ore, dove il nulla avvolge il niente mentre la stessa canzone – sempre la stessa cacchio di canzone – viene mandata almeno tre volte per episodio. Mi sa che il cantante è parente del regista.

Il vuoto cosmico ha un nuovo nome: “My Name“, su Netflix.

Lo spunto è il classico, la vendetta. Oh Hyejin (Han So-hee) viene trattata male a scuola perché suo padre è un criminale latitante, finché lei decide di tagliare ogni ponte col genitore: questi cerca di riconquistarla ma appena arriva a casa lo ammazzano sull’uscio.

Devastata dai sensi di colpa, Oh Hyejin vota la sua intera esistenza a scoprire l’assassino del padre per farsi vendetta, e visto che grazie al boss del genitore scopre che a premere il grilletto è stato un poliziotto, la ragazza tira fuori un piano geniale: si fa assumere in polizia, fa carriera, in due o tre giorni diventa super-poliziotta di alto profilo, fa la spia per il boss e intanto indaga per arrivare all’uomo che le ha ucciso il padre.

Mi piacerebbe poter vedere in questa trama echi del capolavoro di Hong Kong Infernal Affairs (2002), che poi Martin Scorsese ha ripreso per quella fotocopia sbiadita che è The Departed (2006), ma sarebbe pura blasfemia: Oh Hyejin e il suo sguardo morto non fa molto per aiutare il boss, in un intrigo criminale talmente vuoto e noioso che se invece della poliziotta avesse fatto la pescivendola non sarebbe cambiato molto.

Nel vuoto totale di una sceneggiatura assente ingiustificata l’unico elemento che contraddistingue la serie è un uso massiccio di scene d’azione, sebbene coreografate da esordienti e dirette da un regista chiaramente non all’altezza: il combattimento finale dell’ultimo episodio meriterebbe il premio per maggior numero di inquadrature sbagliate in una sola scena. Non è facile riprendere un tizio che tira un calcio per dieci volte e riuscire a non far vedere la tecnica per tutte e dieci le vote, per chiari errori nell’inquadratura, ma il regista ci riesce.

Come prima reazione al lutto, Oh Hyejin diventa sguattera nella palestra del boss del padre, e per motivi non meglio specificati – forse un intervento divino – diventa la più fenomenale lottatrice della storia coreana. Dopo qualche giorno riesce a battere tutti i lottatori del boss, cioè gente che sta lì da anni ad allenarsi tutti i giorni. Quale sarà il segreto della liceale che mena i professionisti? Non ci viene detto.

Diventata poliziotta si moltiplicano le situazioni in cui la nostra eroina può elargire giustizia a suon di mazzate, e quando poi si trova davanti vari cattivi topici, come fossero big boss da videogioco, si alza l’asticella e arriva la cattiveria: le pugnalate in questa serie vengono via come niente.

Essendo un prodotto coreano non posso non pensare ad Oldboy (2003) di Park Chan-wook quando vedo l’eroina che affronta in piano sequenza un corridoio pieno di cattivi – il fascino di quella mitica scena ha contagiato persino Spike Lee per il suo inutile remake del 2013 – ma certo Jin-min Kim non ha né voglia (né, temo, capacità) per impegolarsi in un piano sequenza troppo lungo, così sbriga tutto in pochi secondi.

Non seguo le produzioni televisive coreane, non so se questa miniserie rientra nei loro standard o è semplicemente una roba fatta al volo per Netflix, la rete dei diavoli bianchi, riempiendola di vuoto tanto per fare qualcosa. Comunque è da lodare l’impegno messo nelle scene di combattimento, visto che l’attrice Han So-hee è chiaramente nuova ad ogni stile marziale quindi anche un risultato medio è un ottimo risultato.

Con un cast tecnico-artistico palesemente nuovo alla marzialità così spinta e ripetuta – c’è almeno un grosso combattimento in ognuna delle otto puntate, senza contare il super-combattimento finale – è ovvio che non siamo ai livelli ottenuti quando sul set ci sono veri professionisti del settore, ma lo stesso alla fin fine le scene d’azione sono le uniche da salvare di questa miniserie.

Da segnalare la scena in cui l’attrice si solleva sulla sbarra usando chiaramente dei cavi: eseguire un allenamento così impegnativo e faticoso senza che alcun muscolo risolti teso è da applauso!


The Princess

Vado poi su Disney+ a vedere questo famoso The Princess (2022) del vietnamita Le-Van Kiet, che ho conosciuto grazie a Cassidy e che mi è stato consigliato anche dall’amico Claudio.

La giovane Joey King, specializzata in commedie romantiche – anche se questo 2022 l’ho beccata a leggere uno pseudobiblion nel suo The In Between, su Neflix – viene trasformata in principessa guerriera e menante in un film il cui miglior pregio è di non dare molto spazio alla trama, perché avrebbe peggiorato sensibilmente la situazione.
Sappiamo solo che ci sono due cattivi buffoneschi imbarazzanti – cioè Dominic Cooper e Olga Kurylenko – che hanno preso d’assalto il castello e vogliono decidere del futuro della principessa: madornale errore.

Anche Olga Kurylenko e Dominic Cooper hanno le bollette da pagare

Scritto dagli esordienti Ben Lustig e Jake Thornton, il film abbandona ogni orpello e passa direttamente al succo dell’azione: la principessa (Joey King) è tenuta prigioniera in attesa delle nozze forzate col bieco Julius (Dominic Cooper) e comincia a menare tutti per liberare se stessa e i propri genitori. Fine del film.

Kefi Abrikh è un giovane stuntman di professione che si ritrova a fare il coreografo di una mole abnorme di combattimenti: gli va dato merito di aver affrontato a testa alta un compito che avrebbe fatto tremare anche un coreografo d’esperienza.

E le principesse Disney… mute!

Come fa una principessa medievale a conoscere stili di lotta orientale? Eh, qui gli autori non si sono lasciati fregare: facciamo che sin da piccola la ragazza è stata allenata da Linh (Veronica Ngo, guarda caso vietnamita come il regista!), fenomenale guerriera che l’ha trasformata in una macchina da guerra capace di distruggere un esercito intero da sola: ora il re può licenziare tutti i mercenari, con la principessa di menare non ha più bisogno manco dei cannoni!

Inutile stare a cercare spiegazioni ragionevoli o spunti narrativi coerenti: è chiaramente un film paradossale, un divertissment lo si sarebbe chiamato un tempo, una roba semi-seria che gioca con luoghi comuni sul Medioevo cinematografico per giustificare scene d’azione degne di un film asiatico. Però, va ben sottolineato, questo non è un film asiatico. E si vede.

Applausi per la bulgara Dessy Slavova (nella foto qui accanto: cliccate per ingrandire) che mascherata da principessa si sobbarca i tanti impegni fisici e marziali che l’attrice protagonista non avrebbe potuto affrontare: una cosa è fare le faccette da dura per le foto di scena, altra è affrontare le lunghe, sfiancanti e pericolose riprese di una scena marziale, anche la più semplice, non essendo un professionista di questo settore. Per quanto qui la qualità dell’azione possa ambire ad una semplice sufficienza, parliamo comunque di una quantità sterminata di scontri fisici che in mano a una vera attrice marziale sarebbe stato oro. Invece al massimo è una manciata di talco.

Anche le principesse, nel loro piccolo, si incazzano

Nel 2014 ho partecipato all’esperimento narrativo “Risorgimento di Tenebra” in cui vari autori auto-pubblicavano racconti legati ad una versione horror del Risorgimento italiano, giocando con veri fatti storici e mischiandoli con temi del fantastico: è stato molto divertente e un film come The Princess in quell’ottica sarebbe stato perfetto, perché usa un fondo storico noto a tutti per poi giocare a inserirci elementi palesemente anacronistici ed esagerati, con risultati estremi e quindi divertenti.

Il problema, però, è che The Princess non è niente di tutto questo: a fregarlo è l’assoluta malafede dell’operazione, che è solo una gigantesca leccata di deretano a quanti nei social si lamentano delle varie questioni femminili che imperversano nelle chiacchiere americane: si badi, solo nelle chiacchiere, perché nei fatti non mi sembra cambi nulla.

Applausi per la Spadona Ammazzatutti

Tutti i nemici della principessa non perdono occasione per lanciarle frasi che chiaramente simboleggiano quei luoghi comuni contro cui le donne combattono nei social: devi rimanere al tuo posto, sei debole, fatti guidare, abbiamo già deciso noi per il tuo destino e baggianate simili. Ma davvero in America dicono ancora ’ste cose alle donne? Boh, sarà che io da sempre lavoro in uffici a prevalenza femminile, ma quand’anche credessi in uno solo di questi stupidi luoghi comuni (e per fortuna non è così) e lo avessi detto a voce alta, che so, negli anni Novanta, mi sarei preso tanti di quegli schiaffoni da farmi passare ogni pregiudizio. Invece il popolo dei social del nuovo millennio sente come minacce frasi appartenenti ad altre ere culturali.

La Disney paracula quindi prende quello che era solo un gioco e lo ammanta da giovane petto lanciato contro le barbarie nemiche, per dirla alla Sturmtruppen, facendo di un personaggio chiaramente umoristico come la principessa una paladina dei diritti delle donne: boh, se fossi donna mi offenderei. È come se per difendere i diritti degli uomini facessero un film su Vito Catozzo: come si farebbe a prenderlo sul serio?

«Porco il mondo che c’ho sotto i piedi!» (cit.)

My Name e The Princess sfoggiano stili diversi nel combattimento ma entrambi vantano scene truculente, tecniche infami e corpi maciullati; entrambi usano come eroine d’azione attrici palesemente inadatte al ruolo, a cui hanno fatto vedere qualche mossetta prima delle riprese e poi al resto ci pensa la stunt-double, che è una professionista e sa come muoversi bene: quand’è che promuoveremo le stunt-double ad eroine d’azione? Per un attimo Zoë Bell ci ha fatto sperare potesse succedere davvero, ma è stato giusto un attimo.

Quindi scopriamo nel 2022 che le ragazze possono menare quanto i ragazzi? Noi lo sapevamo da parecchio, ma forse il messaggio è diretto ai gggiovani d’oggi, che però poi scopriranno che per menare così devono sputare sangue e sudore in palestra per anni: mmmm, mi sa che si fa prima a vedere un film di pari opportunità su piattaforma.

L.

– Ultime donne di menare:

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12 risposte a My Name is Princess (2022) Ragazze di menare

  1. Fabio ha detto:

    “C’ho’ una puteenza in queste braccine,allenate nelle migliori palestre di DisneyLand!!”😏💪

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  2. Cassidy ha detto:

    “My name” (senza Earl) mi puzzava infatti ho saltato, “The Princess” è in parti uguali scemo e spassoso, hai detto bene, palestra per diventare forti? No divano per combattere i nemici sui Social, siamo messi maluccio, va detto 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      A forza di politicamente corretto sta passando il messaggio che è la forma dei genitali a stabilire le potenzialità di una persona, dimenticando l’impegno e la fatica che qualsiasi attività richiede: l’importante è che i divanisti dei social siano placati 😛

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  3. Fabio ha detto:

    Scherzi a parte io conosco ragazze che adorano praticare sport,e al tempo stesso gli piace anche stare in casa a stirare i panni,non so di preciso a quale pubblico si rivolga la Disney con queste bislacche robette girl💥 power da due soldi,ma immagino che il popolo dei social raramente vive al di fuori dei limiti della loro stanzetta di computer,e quindi vivono non nel mondo reale,in pratica il pubblico allocco ideale per la piattaforma streaming!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La cosa ridicola è che le case debbano inseguire i gusti dei commentatori dei social, che cambiano ogni cinque minuti e sono impossibili da soddisfare: se domani andrà di moda dire che i calvi sono in realtà alieni sotto copertura, avremo un fiorire di film e serie TV su questo argomento. Ecco perché dico che il cinema è morto con il nuovo millennio, perché invece di creare sogni ha iniziato a rincorrere freneticamente i mediocri sogni di gente che tanto il biglietto non lo compra. Tutti quelli che nei social lodano le donne forti poi non pagano un solo centesimo per vederle al cinema, quindi è gente che le case non dovrebbero ascoltare. Ma contente loro… 😛

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  4. Austin Dove ha detto:

    “Come fa una principessa medievale a conoscere stili di lotta orientale? Eh, qui gli autori non si sono lasciati fregare”
    stavo giusto pensando che nel medioevo occidentale probably si andava più di lama che di pugno

    ma poi… su disney plus?
    lo stesso contenitore dove c’è Brave? così da risultare ancora più monco lol

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Originariamente il prodotto è della piattaforma Hulu, che però in Italia è gestita da Disney+ in un curioso paradosso.
      La curiosità dei falsi storici è che a forza di raccontare contaminazioni esterne ci siamo dimenticati che nell’Europa medievale c’erano stili di combattimento autoctoni, che per fortuna studiosi e cultori continuano a preservare ma sono gli unici.

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      • Giuseppe ha detto:

        E la Disney non va a di certo a cercare il proprio pubblico fra studiosi e cultori (che non si lasciano abbindolare dai falsi storici, in questo caso riguardo agli stili di combattimento)…
        Stando così le cose, e purtroppo era prevedibile, penso di poterle perdere entrambe senza troppi rimpianti…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Se la Disney l’avesse presa sul ridere, facendo cioè un’opera paradossale, sarebbe stata molto più divertente, invece ha voluto fare una roba “seria” sul girl power e quindi ha rovinato tutto.

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    La serie, nonostante le scene d’azione, mi ispira poco, il film, nonostante le critiche (condivido tra l’altro le tue osservazioni sulla “questione femminile”), forse me lo sciropperei: è la solita questione tra prendersi una medicina amara plurime volte (serie) o una sola in cui la pillola va giù (film)! 🙂

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