Alien 3 (1992-2022) – 4. Pianeta-monastero


L’uomo della Fox

Mentre Walter Hill e David Giler proseguono con le proprie carriere e dedicano ben poco tempo al progetto Alien 3, perdendosi per strada registi e sceneggiatori, intanto il 12 luglio 1989 (data fornitaci da “Variety International Film Guide 1990”) sulla poltrona da direttore della Fox Film Corp. si siede Joe Roth, a cui spetterà l’ingrato compito di gestire fra le altre cose anche il terzo film alieno.

Roth è un produttore sin dagli anni Settanta, a volte ha fatto il regista – da citare il suo delizioso Coupe de Ville (1990) con il giovane Patrick Dempsey – e nel 1988 ha fondato la fortunata casa Morgan Creek: esordire con una tripletta da sogno come Young Guns (1988), Inseparabili (1988) e Major League (1989) fa capire come Roth produttore sia uno che ha occhio per i film che funzionano, nei vari generi di riferimento. E infatti non fa in tempo a posare le proprie terga sulla poltrona della Fox che dice a gran voce: «Un terzo film di Alien senza Ripley? C’avete il sangue acido in testa?». Non sono proprio queste le parole utilizzate, ma il concetto è quello.

Mentre iniziano le trattative per capire quante palate di dollaroni fruscianti vuole Sigourney Weaver per tornare sulla Sulaco («Torni a bordo, cazzo!» cit.), intanto ci sarebbe un piccolo problemino da risolvere: il progetto Alien 3 non ha ancora un regista. Ah, e non ha ancora uno sceneggiatore. «Bazzecole, quisquilie, pinzellacchere», diceva Totò in Fermo con le mani (1937).


Il “navigatore” neozelandese

Presentato al celebre Toronto Film Festival nel settembre 1988 e uscito nelle sale americane nel marzo di quel 1989, proprio mentre la Fox cambia i propri vertici intanto Hill e Giler devono aver avuto un’ottima impressione da Navigator. Un’odissea nel tempo, un piccolo film neozelandese scritto e diretto dal trentenne Vincent Ward: tanto la situazione non può andare peggio di così, perché non chiedere a lui di guidare il progetto Alien 3?

Non sappiamo quando precisamente Ward sia stato chiamato, ma visto che il suo progetto corrisponde esattamente al volere del nuovo direttore Fox, attivo dal luglio 1989, e visto che il giornalista Sheldon Teitelbaum scrive su “Cinefantastique” (giugno 1992) che la sceneggiatura di Ward è pronta nei primi mesi del 1990, direi che siamo nella seconda metà del 1989, quando Ward propone la storia migliore fra quelle abortite di Alien 3, e che in realtà abbiamo quasi visto al cinema.

Per farsi dare una mano, Ward appena nominato regista chiama John Fasano per aiutarlo a trasformare velocemente in sceneggiatura le proprie idee. Guarda a volte la coincidenza, Fasano – prematuramente scomparso nel 2014 appena cinquantenne – nel 1990 co-sceneggia Ancora 48 ore: come abbiamo visto, Walter Hill è uno che se lavori bene ti richiama sempre. Comunque Fasano ha anche macchie nere nel proprio curriculum, come per esempio l’aver scritto Universal Soldier. Il ritorno (1999), ma nessuno è perfetto.

Mentre David Twohy sta ultimando la propria sceneggiatura con il pianeta-prigione – ignaro che sia stato assunto un nuovo regista e un nuovo sceneggiatore – Ward fa scrivere a Fasano una storia completamente diversa ma con uno spirito simile: un pianeta-monastero. Purtroppo non abbiamo dichiarazioni in merito, ma è curioso come tutti i soggetti di Alien 3 prevedano un intero pianeta artificiale.


Il pianeta-monastero

Prendete Clemens, il dottore tormentato con il volto del grande Charles Dance visto in Alien 3, mentre si aggira solo per l’oscura spiaggia del pianeta-prigione dove sta scontando la sua vita. Ora, invece di Clemens chiamatelo John, invece di un medico di prigione pensatelo come a un medico conventuale, agli ordini dello sgradevole abate che nel film diventa Andrews (Brian Glover), e quella passeggiata immaginatela un modo per una carrellata in alto che riveli come invece di Fiorina 161 siamo su un pianeta-monastero fatto di legno.

«’Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ’na piuma’» (cit.)

Quando Teitelbaum va ad intervistare il produttore David Giler per “Cinefantastique” (maggio 1992), questi ha ancora il dente avvelenato: perché mai un pianeta fatto di legno? Come lo giustifichiamo agli spettatori? Dobbiamo aprire una parentesi per spiegare come accidenti sia possibile costruire una roba simile nello spazio? E poi (ma questo Giler non lo dice) quanto costa creare tutta ’sta roba? Perciò diciamo subito addio all’idea del pianeta di legno, ma rimane il concetto di un piccolo planetoide costruito intorno ad un monastero, abitato da una sorta di setta di luddisti che rifuggono ogni diavoleria moderna e tecnologica, vivendo come fossero nel Medioevo. (Si badi, il Medioevo come lo concepisce l’americano medio!)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ripley dunque con la navetta d’emergenza Narcissus cade in un ambiente totalmente inadatto ad affrontare i pericoli di uno xenomorfo, non esistendo armi di sorta – così l’attrice attivista contro le armi è contenta – e non essendoci alcun tipo di tecnologia più complessa di una torcia. Tutte idee di Ward che verranno poi riprese pare pare nel film completo.

«Dentro [alla Narcissus] tutto è distrutto. Trovano le capsule con il vetro rotto, trovano macchie di sangue, nessuna traccia di Newt. E trovano Sigourney, addormentata ma con la capsula rotta. Con le barchette e poi le scale la portano giù dove c’è il loro vescovo anziano, che è un gran reazionario e governa col pugno di ferro. La interrogano. Lei ha un alleato, un monaco, John che diventa suo amico. Poi le cose cominciano ad andare male.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A parlare è Vincent Ward stesso, intervistato in occasione del cofanetto DVD “Alien Quadrilogy” (2003), dove finalmente può raccontare l’Alien 3 che ha sognato e che solo in parte è stato rigettato: mi preme infatti sottolineare come il film che abbiamo tutti visto al cinema sia fortemente debitore della sceneggiatura di Ward/Fasano, soprattutto nelle parti meglio riuscite come il rapporto fra Ripley e il dottor Clemens/fratello John.

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

«I monaci si spaventano [dello xenomorfo], credono che sia il diavolo, danno la colpa a Sigourney, che è una donna e quindi una presenza malefica.»

I bravi fraticelli non sono preparati ad affrontare una minaccia mortale come l’alieno, quindi alla fine dovranno per forza scendere a patti con Ripley, che è l’unica che dimostri di sapere cosa fare. Solo che la donna è in pessime condizioni di salute.

«Quello che non sappiamo è che ha le nausee mattutine: è incinta dell’alieno. E tra le nausee mattutine e quelle immagini allucinanti alla Bosch, in un mondo che è comunque quello di Bosch – Bosch ritraeva immagini dell’alto Medioevo – a volte ha dei problemi a stabilire che cosa sia reale e cosa no. Anche se sa che deve avvertire i monaci, sviluppa una strana affinità con l’alieno, perché è il padre di suo figlio. Inizia a credere che forse, in realtà, il male che la accusano di incarnare in qualche modo sia lei stessa. Ma non come lo vedono loro.»

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

Ward non lo specifica, ma è forte il sospetto che abbia ricevuto in qualche modo l’indicazione che Sigourney Weaver parteciperà solo se fanno morire Ripley, quindi l’autore – tramite l’ottima scrittura di John Fasano – la rende un personaggio crepuscolare, alla fine del suo viaggio e alle prese con un bilancio spietato della propria vita e dei propri fallimenti. Uno fra tutti, non aver saputo proteggere né la figlia vera (Amanda, ma questo ancora non lo sa nessuno) né quella acquisita (Newt).

«Mettiamola così, se Alien parlava di una [donna] alle prime armi e Aliens di una veterana, Alien 3 parla di una persona più vecchia che si chiede che errori abbia commesso in passato. È una donna che si è lasciata sfuggire la vita di sua figlia, tutti quelli che conosceva sono morti, tutti quelli con cui è entrata in contatto sono morti in modo orribile: lei è l’unica sopravvissuta, e arriva a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. È una storia di redenzione, in un certo senso.»

Viincent Ward intervistato nel 2003

Malgrado Giler nelle interviste trattasse con sufficienza la versione di Ward/Fasano, come fosse una stupidata con un pianeta di legno, in realtà la produzione è andata avanti a lungo visto che il documentario Tales of the Wooden Planet (nel citato cofanetto) ci regala bozzetti e disegni splendidi, tutti legati a questa che secondo me rimane la migliore delle sceneggiature ripleyane di Alien 3. (Potete leggerla qui, interamente tradotta da me.)

dal documentario Tales of the Wooden Planet nel cofanetto “Alien Quadrilogy” (2003)

A detta di Ward, la Fox in realtà non voleva far morire Ripley perché altrimenti si sarebbe interrotta la saga, così lo sceneggiatore provvede a due finali: in uno la donna muore insieme allo xenomorfo, in un altro viene salvata da fratello John, che però rimane imbozzolato e quindi è lui a morire.

«Portammo le due versioni a Sigourney. Lei disse: “Non voglio fare un altro film della serie, ormai mi fanno venire la nausea: fatemi morire, con la prima versione”. Disse a quelli della casa di produzione: “Se non mi fate morire non lo faccio”. Loro naturalmente obbedirono, e poi l’hanno fatta rivivere. Il succo della mia storia era questo.»

Cantando idealmente Killing me softly with this version, Sigourney decide il destino fatale per Ripley, in un momento in cui ancora non ha capito che il personaggio sarà l’unico a garantirle una pensione.

Fra le scene tagliate di Alien 3

Malgrado Ward nel citato documentario si lamenti che nel film al cinema non è rimasto nulla della sua storia, in realtà basta cambiare ai personaggi la casacca da prigionieri a monaci e un buon 70% del copione Ward/Fasano viene alla luce. Anche in piccoli particolari come una curiosità di cui ho già parlato.

In occasione della messa in onda su Rete4 del 1998, una guida TV scrive nella trametta che Alien 3 si svolge nell’anno 2525, cifra balzana probabilmente frutto di una pessima ricerca in Rete, visto che la canzone a cui si riferisce viene cambiata nell’edizione italiana.

Mentre infatti nella sceneggiatura di Ward/Fasano un confratello adempie ai suoi doveri canticchiando una canzone (che prende in giro fratello John), trasportando la scena nel film completo al detenuto fanno canticchiare In the Year 2525 (1968) di Denny Zager e Rick Evans. Il doppiaggio italiano curato da Tonino Accolla stabilisce invece che il doppiatore Vittorio Amandola dovrà bofonchiare un testo italiano diverso, inventato per l’occasione.

Murphy, un cantante a perdifiato

Lo stesso accade con il fumetto ufficiale del film, dove il detenuto canta Paint it Black (1966) dei Rolling Stones che però, traducendola letteralmente, si perde nella versione italiana. E sì che quella canzone era diventata Tutto nero cantata da Caterina Caselli, potevano usare quel testo!

Molti di questi piccoli particolari di Ward/Fasano sono rimasti nel film completo, quindi il cineasta dovrebbe essere più soddisfatto. Inoltre ha ottenuto il credito da autore del soggetto, il che non è affatto scontato nella saga aliena: Walter Hill ha creato Ripley, eppure non c’è alcun credito autoriale per lui.


Il recupero “postumo”

L’idea di Ward non finisce nel nulla come quella degli altri sceneggiatori, ma viene raccolta dalla Dark Horse Comics: mi immagino la casa indipendente che ogni giorno passava davanti agli studi della 20th Century Fox a raccogliere i copioni rigettati!

Cover di Richard Corben

Due pezzi da novanta come John Arcudi e Richard Corben (disegnatore che personalmente detesto con tutto il cuore, ma pare sia degno di nota) scendono in campo e a settembre del 1997 – due mesi prima che Alien, la clonazione esca nelle sale americane – presentano il fumetto Aliens: Alchemy, portato persino in Italia da “Gazzetta dello Sport” dieci anni dopo.

La storia breve (solo tre albi) sembra ambientata in una comunità monastica invece siamo su un pianeta lontano e i fraticelli sono una “deriva futuristica”, e c’è pure un sintetico a pezzi a ricordarci il mezzo Bishop di Alien 3. L’arrivo di uno xenomorfo avrà ovviamente ripercussioni mortali.

Non c’è Ripley ma c’è Rachel, degna sostituta. E con Arcudi alla sceneggiatura si può star sicuri che vale più questo fumetto che dieci anni di film Fox.

L.

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21 risposte a Alien 3 (1992-2022) – 4. Pianeta-monastero

  1. Fabio ha detto:

    Davvero un gran peccato,sia mai che la dirigenza avesse le palle di portare avanti un progetto esteticamente nuovo rispetto ai due film precedenti,io mi chiedo se le idee di Vincent Ward non piacevano,che senso aveva permettergli di continuare a svilupparle,solo per poi dirgli ciò di qui in fondo erano convinti sin dall’inizio,cioè che non volevano discostarsi troppo dai canoni visivi tipicamente associati ad ALIEN,e pensare che lo scenografo Norman Reynolds era entusiasta di lavorare ad un film sci-fi con influenze gotiche al suo interno,un binomio normalmente non associabile a questo genere di film,mi pare che in giro su internet ci sia anche una rara foto in bianco e nero delle prime prove scenografiche delle strutture di legno,davvero un’ingiustizia,tra l’altro adoravo l’idea di Ward dei vecchi bagni comuni all’antica con lo xenomorfo che si si ciucciava via i monachelli mentre liberavano la zavorra,per non parlare della scena del campo di grano dorato in fiamme,con le riprese dello xenomorfo visto dall’alto,insomma troppa creatività,una caratteristica di alcuni registi talentuosi che terrorizza a morte i ragionieri di Hollywood!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      D’accordissimo, e l’Alien 3 di Ward sarebbe stato grandioso. Il problema è che al contrario dei precedenti due film qui non c’è ancora un regista forte, di polso, capace di arginare la naturale tendenza dei dirigenti impomatati a distruggere tutto: se all’epoca avessero potuto, i dirigenti avrebbero fatto fuori sia Scott che Cameron, ma essendo due tipetti di carattere sono riusciti a far passare le loro visioni, o comunque gran parte di esse. Qui, non c’è nessuno, c’è un tizio (Ward) che non conta niente e addirittura chi l’ha messo lì (Giler) è il primo a prenderlo a schiaffi. Chi difenderà il progetto dagli xeno-dirigenti Fox?

      Proprio l’altro giorno è andato in onda sulla RAI “Dark City”, il film con cui Alex Proyas ha scoperto che non era stata la sua regia a premiare “Il Corvo” ma solo la morte dell’attore. Proyas credeva che le costosissime favole dark piacessero al pubblico, ne ha fatta un’altra e non se l’è cagata nessuno: “Dark City” è costato come “Il Corvo” ma ha incassato meno della metà.
      I dirigenti sono lì ad equilibrare la situazione: se fosse per i registi spenderebbero decine di milioni di dollari in visioni personali che però non è detto interessino il pubblico, così i dirigenti sono lì a bastonarli per raggiungere una via di mezzo. A volte ci riescono, a volte no.

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      • Fabio ha detto:

        Io adoro “DARK CITY”,film a mio parere nettamente superiore a “IL CORVO”,il budget del filmone del 1998 era stato di 27 milioni di dollari,diciamo il budget del BLADE RUNNER del 1982,è gli era pure andata di lusso,perchè le meravigliose ed imponenti scenografie di Patrick Tatopulos erano state realizzate in teatri di posa situati in Australia la patria di Proyas,l’avesse girato negli studi in america,con tutti quei set poteva anche costargli il doppio se non il triplo,fai conto che 3 anni prima di DARK CITY il DREDD con Stallone era costato tra gli 80 e i 90 milioni,la triste prova di come il pubblico avesse già dimenticata Alex Proyas nel giro di un film,si ricordavano solo le frasi romantiche strappalacrime di Brandon Lee e i ridicoli cattivoni cattivissimi,quando poi si è trattato di guardare un film visivamente ancora più ambizioso,ma privo del fattore Brandon Lee,hanno disertato le sale,capre capre capre,e poi si sono persi una Jennifer Connelly bella da infarto,un spettacolo di scenografie in movimento davvero creativo,un’atmosfera generale che mescolava il noir con il fantasy e la fantascienza,e infine una storia per certi versi kafkiana piuttosto stimolante,bello bello bello,ma no il pubblico fece NO NO!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        27 milioni nel 1994 è come almeno tre Blade Runner messi assieme 😀
        E visto che pure Dredd è stata una buffonata imbarazzante, mi sembra chiaro che i dirigenti avrebbero dovuto incaprettare Proyas e impedirgli di buttar via soldi, visto che tutti sapevano che “Il Corvo” esiste solo perché è morto Lee, se fosse rimasto in vita non si sarebbe cagato nessuno quel film, al di fuori degli amanti delle frasi da cioccolatini Perugina, e magari Axl Rose gli avrebbe fatto causa visto che aveva già detto tutto lui in “November Rain” 😀
        “Dark City” può piacere o meno, sono gusti personali, i dirigenti devono pensare a far rientrare i soldi, e se il sentore è che al pubblico non frega niente delle favole dark, a meno che non muoia l’attore protagonista, allora il loro compito è spezzare i sogni e le visioni dei registi, a meno che non siano i registi a pagare di tasca propria.

        L’Alien 3 che abbiamo visto al cinema ha una regia geniale firmata da chi solo dopo ha dimostrato di non essere lo “scarparo” che i dirigenti erano convinti fosse, e se il progetto non stesse per collassare non gli avrebbero mai dato una possibilità, quando invece è chiaro che la visione di Fincher è potente. Solo che avere una visione potente non vuol dire anche incassare al botteghino, perciò l’equilibrio fra registi e dirigenti è proficuo.

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  2. Cassidy ha detto:

    Il documentario “Tales of the Wooden Planet” è bellissimo, anche quel fumetto della linea Dark Side. Il pianeta dell’Ikea sarebbe stato coreografico, mi piace la spiegazione di Vincenzo Reparto sulla sua idea per il film, anche se ho perso il conto degli sceneggiatori che hanno messo mani ad Alien3 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaha sai che sarebbe stata una grande idea? La Fox stipulava un contratto con l’Ikea e tempo una settimana avevano bello e pronto il pianeta di legno, con tanto di istruzioni 😀
      Quella cosa ha fatto uscire di testa David Giler, che nell’intervista parla di Ward come di un matto che girava per strada con la sua idea di un pianeta di legno, come se la produzione di questo film fosse avara di idee pazze.

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  3. Marco Vecchini ha detto:

    La cosa che mi ha lasciato perplesso, e ti fa capire quanto la dirigenza prenda le decisioni a sentimento, è che gli dettero luce verde per la produzione per poi ripensarci. Questo mentre c’erano gli scenografi al lavoro. Ed ebbero pure la faccia tosta di chiedergli di cambiare lo scenario, quest’ultimo ripescato da una sceneggiatura bocciata. Mi sa che Alien 3 è proprio l’emblema di buttar soldi a casaccio. Aveva proprio ragione la Weaver quando accolse uno del team (forse era il produttore esecutivo) con “benvenuto all’inferno”.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ difficile capire di chi fosse la colpa, più probabile che sia stato un insieme di cause (produttori non proprio sul pezzo, vertici che stavano cambiando, attrice non disponibile o comunque sul piede di guerra) ma comunque siamo ancora all’inizio del 1990, c’è tempo per iniziare l’inferno vero 😛

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    L’idea del pianeta-monastero? Stuzzicante, innovativa e ambiziosa! Da quando ho iniziato a leggere “mi sto costruendo nella mente” forme ed episodi. Post interessante come sempre e, a proposito di post stimolanti, in seguito a quello di ieri mi sono visto Gasoline Alley: condivido ogni tua singola parola, quindi in un’ottica Z e nella prospettiva della casa disgraziata a cui appartiene, lo promuovo, timidamente e sottovoce eh! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Una promoZione da parte di Willy l’Orbo è un lusso che la 308 Ent. forse non merita ma ben venga ^_^

      In effetti è divertente crearsi nella mente ognuno il proprio “Alien 3” con brandelli di idee sparse, che se aspettiamo i lavori della Fox stiamo freschi 😛

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  5. Sam Simon ha detto:

    A me è sempre piaciuta l’idea dem pianeta medievale di legno voi pazzi religiosi dentro, mi ricorda un po’ Quake, mitico sparatutto della ID Software! Sarebbe stato molto d’atmosfera, poi con Fincher alla macchina da presa… Che occasione mancata!

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  6. Fabio ha detto:

    Stavo riflettendo Lucius sul discorso che hai fatto sul mediare con i produttori in modo da portare film di qualita’ ma che abbiano anche un potenziale economico. In effetti pensando a un genio come James Cameron,tra i suoi talenti c’era sicuramente essere un ottimo venditore,la capacita’ di intrigare i finanziatori ed in aggiunta una naturale capacita’ di intercettare l’aria che tirava nelle sale,capire cosa poteva esaltare il pubblico generalista e non solo quella piccola nicchia di appassionati che in fondo rappresentano una percentuale minima del pubblico mondiale. Sicuramente il mai realizzato Alien 3 di Vincent Ward o il Dark City di Proyas,sono a tutti gli effetti opere altamente creative,che pero’ devo anche ammettere non tengono molto in considerazione i gusti del pubblico e le esigenze dei produttori finanziatori,come ho gia’ detto prima per quanto io non approvi il flop del film di Proyas e adori alla follia la sua opera,ammetto che uno come Jimmy aveva davvero capito tutto,oltre ovviamente al suo carattere battagliero💥💪!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il Cameron delle origini aveva dalla sua un fattore in più, cioè l’essere sposato con una grintosa produttrice, che non è poco! Di solito i registi sono soli contro i produttori, mentre Jim all’epoca aveva un’alleata fenomenale che gli ha dato sicuramente un vantaggio in più.
      Oggi Jim avrebbe un gran bisogno di qualche dirigente che gli dicesse “Lascia stare gli omini Blu, che di Avatar non frega niente a nessuno da dieci anni”, invece ormai Cameron è partito per la sua strada e non tornerà più.
      Nell’audio-commento di “Prometheus” (2012) Scott si lamenta di dover ancora combattere con i dirigenti Fox dopo decenni, per far passare le sue idee visive: sono oggettivamente splendide, da sempre la sua visione delle scene è strepitosa, il problema è che nessuno va mai a vedere i film di Scott al cinema, sono tutti flop al botteghino, elogiati solo da chi li ha visti anni dopo, quindi i dirigenti fanno bene a cercar di tenere bassi costi di film che sicuramente saranno flop al botteghino, al di là di quanto siano visivamente splendidi.

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      • Fabio ha detto:

        Con Cameron ho imparato da tempo a non fare piu’ previsioni,gli esiti possono essere imprevedibili con la sua sga di Pandora,in fondo prevedevano un disastro completo anche per “Tiranic”,di certo negli ultimi 12 anni il pubblico che ancora frequenta le sale verte principalmente verso certi tipi di blockbuster,super eroi,star wars, fast and furios e direi nient’altro,non sono sorpreso che per questo settembre Disney rilasciera’ in sala il primo Avatar in vista del secondo film a dicembre,al tempo stesso lo hanno temporaneamente eliminato dalla piattaforma disney+,abile strategia o tentativo disperato di convincere le nuove generazioni cresciute a pane e tutine ad appassionarsi alla futura saga di Jimmy? Non conosco la risposta ma di certo posso ipotizzare che non fara’ mai gli incassi del primo Avatar,e non sono nemmeno sicuro che supererebbe gli incassi tipo dell’ultimo film di Spider-Man,se Cameron fara’ di nuovo il miracolo con il pubblico la sapremo a Dicembre🤔!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Di sicuro i distributori ne sanno ancora meno, visto che non ne azzeccano una, a meno che il protagonista non indossi una tutina o guidi un’auto figa 😀
        Purtroppo la storia si ripete, la Disney ci ha messo dieci anni a capire che c’era molto più gente sul divano che in sala, e ora stanno facendo lo stesso. La nascita delle piattaforme ha dimostrato ampiamente che quei quattro gatti che ancora andavano in sala ora non ci vanno proprio più, quindi perché non regolarsi di conseguenza invece di sperare che il pubblico torni quello degli anni Ottanta?
        Mentre ti scrivo è apparso su Prime Video il nuovo film di Stallone: vogliamo scommettere che guadagnerà più dell’ultimo suo Rambo? 😛

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  7. Fabio ha detto:

    Bè lo credo c’è Sly con i superpoteri,e poi Rambo è troppo violento per i bacchettoni tempi odierni,inoltre quelli che lamentano sull’esistenza delle piattoforme ignorano il fatto indiscutibile che le sale sono di fatto diventate troppo costose,i biglietti da me costano tra gli 8 e i 12 euro,per non parlare del prezzo del cibo che vendono al loro interno,io la sala la frequento di meno rispetto al passato,ma solamente perchè sono calati drasticamente i film di mio interesse,e comunque sono pochi film quelli destinati ai cinema rispetto alle tonnellate di film distribuiti via streaming,se posso approfitto delle offerte facendo tessere per risparmiare sui biglietti pagati singolarmente e il cibo lo compro altrove o me lo preparo da me in casa visto che li costa tutto il triplo,alla fine stringi stringi che sia la sala o lo streaming,il problema vero è che molti film fanno cacare e di certo nelle piattaforme c’è nè in abbondanza di sterco fumante,ma almeno è sempre meglio che spendere 10 euro a biglietto per un brutto film in sala,ma per il film giusto o che comunque in qualche modo mi ispira sono più che disposto ad alzarmi dalla poltrona,prendere l’auto o la bici,e fiondarmi al cinema. Al limite come ho già detto in passato mi rode che ora se ci sono film non destinati alle sale di mio gradimento non posso aggiungerli alla mia videoteca,e che le piattaforme sono comode ma fondamentalmente inaffidabili,visto che dopo tot tempo tanti film li eliminano dai loro cataloghi,negli ultimi 2 anni ci sono stati persino film che ho visto in sala e che poi non sono mai usciti in dvd o blu ray,insomma garanzie non ce ne sono più,ecco perchè porto avanti la mia videoteca personale e metto da parte più film che posso,ovviamente in modo selettivo tra quelli di mio gusto!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Nei decenni di continui rialzi i distributori hanno dato la colpa a tutti tranne che a se stessi, semplicemente per quasi tutto il Novecento il cinema è stato il medium più ricco di tutti, ci si guadagnava talmente tanto che non si pensava sarebbe potuto crollare, come invece è successo, e alzare ancora il prezzo del biglietto significa ostinarsi a non capire il problema.
      Come ha vinto tutto il mondo musicale contro la pirateria? Vendendo a poco brani singoli invece di dischi interi a prezzi assurdi. Se volessero risollevare davvero il cinema, il biglietto dovrebbe tornare a costare pochi spiccioli come costava all’epoca di tutti i grandi blockbuster del Novecento.
      Parlo ovviamente delle sale americane, che sono le uniche che contano a livello distributivo: di quanto incassino le sale italiane non frega niente a nessuno. Gli italiani possono smettere di andare al cinema per sempre e in America neanche se ne accorgerebbero. Ciò che conta per stabilire il successo di un film è SOLO quanti americani vanno a vederlo in sala nel primo weekend di programmazione, e nient’altro.

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      • Fabio ha detto:

        Diciamo che gli italiani non hanno molto la cultura dei film nel sangue,di solito tendono come tradizione a frequentare le sale a pasqua e a natale,in estate i cinema nostri al contrario di quelli americani sono piazze vuote,potrei entrare in una sala guardando un film rumorosamente e non si lamenterebbe nessuno,perche’ non c’e’ nessuno,quest’estate sono stato spesso in sale vuote con al massimo 5 o 6 persone in croce se andava bene! La questione degli incassi del weekend invece ha davvero degenerato a livelli grotteschi,molti film non vanno oltre una settimana di distribuzione,se ne fanno 2 o addirittura 3 di settimane e’ un miracolo,ma tanto sappiamo tutti quali sono i film a qui danno la possibilita’ di rimanere in sala piu’ a lungo😏!

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  8. Giuseppe ha detto:

    Alien 3: in estrema sintesi, un progetto di legno scontratosi con delle teste più dure del legno, oltre che piuttosto incoerenti e irriconoscenti visto quanto delle idee di Ward è poi confluito nel faticoso prodotto finito. Perlomeno gli è stato concesso il “contentino” del credito, sì… Purtroppo, come altri colleghi, ha dovuto pagare il prezzo di essere stato coinvolto in una saga verso cui la Fox stava già dimostrando sempre più disinteresse (anche se, all’epoca, Alien 3 poteva ancora sembrare un “normale” incidente di percorso) 🤕

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Era un’epoca di così grandi film che un “terzo episodio” sembrava squalificante, in fondo sono gli stessi anni in cui Kevin Bacon ha rifiutato “Tremors 2” perché i seguiti non fanno bene alla carriera e i film per l’home video sono il Male. Tutte idee rivelatasi infondate, quando è morto il cinema e si sono salvati solo i seguiti e film in home video.

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