Alien 3 (1992-2022) – 9. Il racconto del film


Il racconto del film

Ultima puntata del viaggio per festeggiare i trent’anni di Alien 3, sia perché il materiale “scottante” è ormai esaurito (le “versioni ufficiali” le trovate nei documentari e le baggianate su YouTube!) sia perché ad ottobre inizierà uno dei più grandi cicli della storia zinefila: è il momento di tirare le somme sul terzo xenomorfo filmico con una testimonianza unica nel suo genere.

Già quando si parla di un qualsiasi film proiettato al cinema fino agli anni Novanta c’è il serio dubbio che quella poi vista in home video sia la stessa versione, già quando si tratta di un film Fox abbiamo la certezza che non lo è – in quanto la casa ha la pessima abitudine di buttare nel cesso le pellicole italiane e distribuire esclusivamente quelle americane – ma se poi parliamo di un film pluri-tagliato, rimontato, contestato e in seguito rimaneggiato come Alien 3 allora i problemi si moltiplicano: mi piacerebbe farvi da testimone, visto che ho avuto l’onore e il piacere di vedere il film in sala, quell’ottobre 1992, ma la mia memoria non è attendibile a stretto giro… figuriamoci dopo trent’anni!

Per questo è utilissimo un reperto archeologico che conservo dall’epoca. In quel periodo la rivista “CIAK” (Silvio Berlusconi Editore!) aveva l’abitudine ogni mese di presentare il “cine-racconto” dei film di prima visione più importanti, cioè la narrazione completa dall’inizio alla fine racchiusa in due sole pagine, così che anche chi non volesse (o potesse) vedere il film in questione poteva parlarne conoscendone ogni aspetto saliente. Se c’erano altri motivi, onestamente non li ho mai capiti.

Il cine-racconto da “CIAK”, settembre o forse ottobre 1992

Dal numero di settembre o ottobre 1992 di “CIAK” – purtroppo all’epoca ero un pessimo archivista! – ecco il “cine-racconto” di Alien 3, un modo per sapere cosa è stato proiettato sui schermi italiani.

Per farvi un esempio, questo cine-racconto ci dà la prova che al cinema la voce della Sulaco durante i titoli di testa annuncia l’incendio nel «reparto criogenico» (anche se “CIAK” scrive «biogenico»), cioè quella voce fantasma di cui già ho parlato: “fantasma” perché è assente in tutte le edizioni home video italiane dal 1999 in poi! Tranne quelle, rarissime (grazie a Lorenzo per la segnalazione!), in cui per errore è finita nel DVD italiano… ma in spagnolo!!!

La “voce fantasma”, persa in italiano nel passaggio da VHS a DVD

Sono piccoli indizi come questo che ci forniscono un’idea dell’edizione proiettata in sala, sebbene qui misteriosamente non venga citata la bastonata data a Bishop II, che onestamente credo proprio di ricordare su grande schermo.

Sedetevi e iniziate a mangiare il vostro pop-corn: il film sta iniziando.


Il cine-racconto

Un’astronave viaggia silenziosa nello spazio infinito. All’interno di essa, chiusa in un sarcofago trasparente, una donna, il tenente Ripley, dorme.

Un essere mostruoso si muove a bordo. Un liquido cade dal suo corpo: è acido. Si sprigiona un incendio. Una voce computerizzata annuncia:

«Condizione di stasi interrotta. Attenzione: incendio nel reparto biogenico; tutto il personale si porti immediatamente sulla base di lancio della navicella di emergenza. Il volo verso lo spazio siderale avrà inizio fra venti secondi».

Un piccolo velivolo si stacca dall’astronave madre per dirigersi verso un pianeta, ne penetra l’atmosfera e si schianta con un tonfo nell’acqua di un mare. All’orizzonte due soli stanno tramontando. Sta scendendo la notte. Un gruppo di uomini, immersi in un turbinio di neve, apre l’abitacolo della navicella. Uno di essi entra all’interno. «Quanti sono?», gli chiedono. «Tre, forse quattro; uno di loro è ancora vivo». Il lungo braccio di una gru solleva l’astronave.

Siamo su Fiorina 161, un pianeta gravitante in un remoto sistema solare su cui sorge un penitenziario di massima sicurezza. In un’ampia sala, Andrews, il sovrintendente del carcere, espone i fatti a un gruppo riunito di prigionieri. È grasso, nervoso e parlando giocherella con una pallina di gomma.

«Ecco quanto è accaduto: una navetta d’emergenza in avaria ha tentato un atterraggio e si è schiantata al suolo. Unico superstite, una donna».

Andrews dà ordine a Clemens, l’ufficiale medico, di confinare la superstite, che è ferita e priva di conoscenza, all’interno dell’infermeria.

Rimasti soli, il dottore sfiora i capelli della donna, poi, mentre prepara un’iniezione, lei si risveglia. Il medico le dice che si trova in una colonia penale di massima, sicurezza e le annuncia che dovrà raderle il capo a causa della grande quantità di pidocchi. Poi le racconta come è arrivata, sul pianeta. Alla notizia che gli altri sono morti, Ripley appare turbata, vorrebbe correre subito alla navetta, anche così com’è, seminuda. Il dottore la sconsiglia: «Gli abitanti del luogo — dice — non vedono una donna da molti anni. Una volta — racconta Clemens — la colonia penale ospitava 5.000 detenuti. Ora ne sono rimasti 25 a custodire un altoforno e una fonderia che produce lastre di piombo per contenitori di rifiuti tossici».

Ripley chiede di vedere i corpi dei compagni, tenuti all’obitorio in attesa dell’arrivo della squadra investigativa. «L’androide — dice Clemens — è stato disattivato, i resti gettati nella spazzatura; l’uomo è morto nell’impatto, la bambina annegata». Ripley chiede e ottiene di esaminare il corpo di quest’ultima.

Altrove, all’interno dell’edificio che è composto da cunicoli, sotterranei senza fine e condotti d’aerazione, un detenuto ritrova il suo cane che guaendo mostra il muso coperto di sangue.

All’obitorio, Ripley scruta il corpo della bambina, alla chiara ricerca di un segno, di qualcosa che dia forma ai suoi timori. Il medico insospettito le chiede la ragione di un esame tanto attento. Ripley sollecita un’autopsia, adducendo come motivo della sua richiesta la paura che a causare la morte della fanciulla sia stato il colera. L’esame non rivela alcun segno di infezione. Al direttore del carcere, sopraggiunto in quell’istante, la donna suggerisce che i cadaveri siano cremati.

Andrews è timoroso che la presenza della donna fra ladri, stupratori, assassini e maniaci, anche se convertiti a una fede che li rende, anche nell’aspetto, simili a monaci, turbi l’ordine e l’equilibrio faticosamente raggiunti. Riluttante acconsente alla cremazione. Il cane è irrequieto, guaisce e abbaia, poi insegue l’alieno che lo afferra e lo sbrana. Nessuno è presente alla scena.

Ripley si lava e osserva, allo specchio, il suo cranio rasato. Poi raggiunge in mensa i detenuti e si siede tra loro in un’atmosfera di grande tensione e imbarazzo. Ringrazia Dillon, uno di loro, un nero che gli altri riconoscono come guida spirituale, per aver celebrato la funzione e aver ricordato, con parole accorate, i suoi compagni di viaggio. «Si vede che non mi conosci, bellezza, sono un assassino, un ladro e uno stupratore», dichiara ostile Dillon.

Più tardi il dottore le spiegherà che cinque anni prima i detenuti avevano abbracciato una specie di fondamentalismo cristiano e apocalittico e allorché la Compagnia, da cui tutti, compresa Ripley, dipendono, voleva chiudere penitenziario e fonderia, avevano chiesto che fosse loro permesso di rimanere sul pianeta come custodi, con due supervisori e un ufficiale medico. In un’atmosfera intima e rarefatta, Ripley e Clemens vivono un momento di tenerezza e fanno l’amore.

Nel frattempo il detenuto padrone del cane sta pulendo un cunicolo e schiaccia, col piede, una sorta di membrana appiccicosa che raccoglie e poi getta via con ribrezzo. Sente muoversi qualcosa in fondo a uno stretto aeratore, crede sia il cane e si infila in esso per prenderlo. Qualcosa lo colpisce facendolo rotolare fino alla fine del cunicolo, dove una enorme ventola lo fa, letteralmente, a pezzi.

Dopo l’amore Ripley e Clemens giacciono insieme. Lei nota un tatuaggio sulla nuca di lui. «Hai un codice tatuato dietro la testa», osserva lei. «Hai diritto a una spiegazione», dice lui, ma un altoparlante lo convoca nel condotto dove c’è stato l’incidente.

Mentre il medico cerca di capire, insieme agli altri detenuti, cosa sta succedendo, lei ritorna sulla navetta e recupera un piccolo computer di bordo. Alle sue spalle, inaspettatamente, compare il dottore, che le chiede di aver fiducia in lui e di aiutarlo a capire gli avvenimenti misteriosi che scuotono la colonia penale. Per tutta risposta Ripley gli chiede se c’è, nella prigione, un cervello elettronico capace di decodificare i dati contenuti nel registratore di volo appena recuperato. Alla risposta negativa, Ripley, da sola, si reca nel deposito della spazzatura, dove raccoglie quanto è rimasto dell’androide, lo mette in un sacco e si appresta a uscire. Dal nulla sbucano quattro detenuti che la afferrano, la gettano a terra e cercano di violentarla. Quando sta per avere la peggio, improvvisamente sopraggiunge Dillon, che colpisce i quattro con una spranga, salvandola.

In un altro cunicolo tre detenuti stanno lavorando alla fioca luce di alcune candele che qualcosa, muovendosi, spegne. È il mostro. E per due di loro la fine è orribile.

Intanto Ripley allaccia il computer di bordo a quanto resta del corpo di Bishop, l’androide — un pezzo del tronco, un braccio e mezza testa —, che sollecitato dagli elettrodi riprende vita. «Mi sento a pezzi», sussurra, e poi: «Mi piace il tuo nuovo look, Ripley». La donna gli chiede di interpretare i dati di volo e domanda se a bordo ci fosse anche un alieno. Al sì dell’androide, la donna chiede ancora ansiosa: «È rimasto sull’astronave o è salito sulla navetta?». «È stato con noi tutto il viaggio», risponde Bishop. Quindi esala l’ultimo respiro.

Il terzo detenuto sopravvissuto è portato in stato di shock in infermeria, accusato di aver ucciso i compagni in un raptus di follia. «Il drago», urla, «li ha macellati come maiali, nessuno può fermarlo». Le sue parole lasciano tutti increduli, solo Ripley, sopraggiunta, afferma che l’uomo sta dicendo la verità. Poi, separatamente, a un sovrintendente sempre dubbioso, spiega che l’alieno è un essere ripugnante, una creatura alta due metri e mezzo, con acido nelle vene, che uccide a vista. Nella prigione, osserva Andrews, non ci sono armi, quindi si può solo confidare nell’arrivo dei soccorsi.

Mentre un’assemblea è convocata in sala mensa, in infermeria Clemens e Ripley si parlano. La donna non sta bene, tossisce, ha mal di gola, nausea. Chiede al medico le ragioni del tatuaggio dietro la nuca e lui le racconta di essere stato, a suo tempo, un detenuto condannato ai lavori forzati sul pianeta. Scontata la pena aveva deciso di rimanere come ufficiale medico.

Mentre parla, da dietro la tenda trasparente si profila la minacciosa sagoma dell’alieno che afferra e stritola la testa del dottore. Poi uccide anche l’altro detenuto. Ripley, inorridita, si rincantuccia in un angolo mentre l’alieno si piega su di lei: una bava schifosa gli scende dalle fauci, la testa è liscia ed enorme, il corpo viscido, la coda pare il tentacolo immondo di una piovra. Il mostro la sfiora, poi rapidissimo si ritira attraverso un bocchettone sul soffitto. Ripley fugge sconvolta e raggiunge la vasta sala dove Andrews sta parlando ai detenuti. «È qui, è qui!», grida la donna.

In quel preciso istante da un condotto sul soffitto l’alieno afferra Andrews e lo uccide. Ora il comando del gruppo viene preso dal vice di Andrews, che i reclusi chiamano, sprezzantemente, «85», per il suo basso quoziente intellettivo.

Viene messo a punto un piano: isolare col fuoco il mostro in una discarica per scorie nucleari. Sul pavimento dei cunicoli viene sparso un liquido altamente infiammabile, ma il mostro colpisce ancora e alla vittima cade di mano una torcia che provoca anticipatamente un incendio e una conseguente esplosione. Chi sopravvive all’inferno si riunisce per contarsi.

Sembra persa ogni speranza. Ripley non si sente bene e ritorna sulla navicella dove, con l’aiuto di «85», scruta l’interno del suo corpo con una sorta di avanzatissima Tac. «85» legge sul monitor la devastante verità: «Credo che tu ne abbia uno dentro», le dice, mentre sullo schermo compare il verdetto della macchina: «Controllo DNA: tipo di tessuto sconosciuto». L’immagine fermata rivela la presenza di un embrione di alieno. Ripley è sconvolta dalla notizia.

Più tardi nel centro comunicazioni la donna chiede a «85» di trasmettere all’astronave dei soccorsi che tutto il pianeta è contaminato, in modo da costringerli a invertire la rotta. «Se questo organismo lascerà il pianeta», dice il tenente, «distruggerà tutto. Alla Compagnia questo non interessa, vuole usarlo come una nuova arma biologica!», grida. Ma «85» non l’ascolta, solo l’astronave dei soccorsi, afferma, può riportarlo a casa. Il veicolo spaziale sta, infatti, procedendo velocemente verso il pianeta.

Disperata Ripley va nei sotterranei alla ricerca del mostro. Lo chiama, lo provoca, lo stuzzica. L’alieno esce rapido dai vapori, lei lo vede e inorridisce. Ora Ripley parla con Dillon: «Non vuole uccidermi… ne ho uno dentro di me. È una regina, l’ho vista, depone le uova, può generarne migliaia identici a quelli che conosciamo». Ripley dice al recluso di essere stata fecondata mentre era sull’astronave, in ipersonno, e gli chiede di ucciderla. Dillon le promette che lo farà, ma solo quando il mostro sarà distrutto.

Alla riunione che segue partecipano tutti i sopravvissuti. Questa volta il piano è più complesso: ogni prigioniero fungerà da preda, si farà inseguire a turno lungo i cunicoli, fino a portare il mostro nello stampo della fonderia, dove annegherà in un mare di piombo fuso. Scatta la trappola, l’alieno è rapidissimo; insegue, cattura e uccide quasi tutti i detenuti ma, alla fine, anche l’ultima porta si chiude dietro di lui.

Mentre ciò accade atterra l’astronave dei soccorsi, una squadra entra nella prigione e incontra «85» che, vigliaccamente, ha rifiutato di prender parte al piano.

L’alieno è intrappolato nello stampo insieme a Ripley e a Dillon che attira su di sé l’attenzione del mostro, dando alla donna modo di fuggire attraverso una ripida scaletta. Mentre lotta col mostro, Dillon urla a Morse, l’unico detenuto sopravvissuto, di azionare la leva che libererà la colata di piombo fuso. Un getto incandescente si abbatte su di lui e sul mostro.

Sembra tutto finito. Improvvisamente, dal magma esce l’alieno, apparentemente intatto, che si getta all’inseguimento di Ripley. Lei fugge arrampicandosi a fatica lungo una grossa catena. Morse grida alla donna di aprire gli spruzzatori e il getto di acqua gelida, a contatto col piombo fuso sull’epidermide del mostro, lo fa disintegrare.

Arriva, intanto, la squadra di soccorso, che si dispone intorno alla piattaforma su cui ci sono Morse e Ripley. Si fa avanti un uomo che ha l’aspetto dell’androide Bishop. «Il tempo è importante», le dice, «abbiamo una sala operatoria a bordo della navetta. Lo vedrai morto, lascia che ti aiuti!». La donna rifiuta e la situazione precipita.

Un colpo di fucile ferisce Morse a una gamba. Poi una scarica uccide «85». Ripley si porta sulla gettata di piombo e, al rallentatore, si lascia cadere all’indietro. Nell’attimo stesso in cui vola nel vuoto, dal suo petto squarciato esce il nuovo mostro che sembra volersi staccare dalla madre. La donna lo trattiene a sé e precipitano, insieme, nel magma.

Ora tutto è veramente finito. Mestamente la squadra dei soccorsi esce dal portone del carcere. Morse, zoppicante, ha un ultimo sogghigno. Alle sue spalle la prigione si chiude per sempre.

FINE


L.

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10 risposte a Alien 3 (1992-2022) – 9. Il racconto del film

  1. Lory ha detto:

    Nonostante gli anni trascorsi non pensavo di ricordarlo, l’ho rivissuto tutto leggendo. Sempre avuto in mente di rivederlo Alien e credo proprio che lo farò.

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  2. Cassidy ha detto:

    Questo cine-racconto era l’antesignano dei moderni “articoli” del tipo “Come finisce [titolo famoso]”, ma forse la tua spiegazione è meno cinica della mia. In ogni caso grazie per l’ottima rubrica, Alien 3 si meritava di essere raccontato come hai fatto anche per i suoi fratellini 😉 Cheers

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  3. Eppure quel monologo durnate il funerale e la nascita dello Xenomorfo (verione classica) in montaggio che definirei a metà tra alternato e parallelo è uno dei miei attimi preferiti di tutta la saga. Non posso rimanere indifferente al terzo capitolo, lo guardo sempre da piccolo, quell’aura dark e decandista mi attrae sempre.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ uno dei punti forti del film, quell’oscura disperazione di cui trasuda, e quello stile filmico particolare che Fincher gli ha regalato.
      Quella commemorazione funebre incrociata, con immagini alternate in rapida sequenza, mi colpì molto sin da quando l’ho vista al cinema. Con la nuova vita che nasceva da una morte, come recitava Dillon.

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      • Giuseppe ha detto:

        Per la saga purtroppo è andata diversamente: dalla morte dei personaggi principali non è nata nessuna nuova vita, com’era prevedibile, e ancora oggi ne scontiamo le conseguenze (altro che “scelta con le palle”, come dicevano quelli adusi a pensare appunto con le palle e non con il cervello)…
        Giusto modo di finire il ciclo aggiungendo un pizzico di nostalgia, quella di quando CIAK parlava ancora di cinema, pur usando qui un metodo che oggi sarebbe definito “spoilerare senza ritegno” 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        In fondo all’epoca anche i più blasonati critici usavano raccontare subito il finale o i colpi di scena principale di un film, quindi il concetto di “spoiler” era molto vago 😀
        Mi dispiace non aver conservato altri cine-racconti dell’epoca, perché oggi ci direbbero cosa è stato proiettato su grande schermo, visto che quelle edizioni per lo più sono andate perdute.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Grazie per il ciclo (davvero bello e ricco di spunti) e per il cine-racconto odierno, un modo carino per rivivere il film! 🙂
    E ora sono già in attesa delle novità che porterà con sé ottobre! 🙂

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