[Novelization] Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Mi è capitato di rivedere in TV Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1977) di Steven Spielberg, che ha confermato la noia che ho provato da ragazzino nel vederlo: diciamo che fra gli alieni dal collo lungo preferisco di gran lunga E.T.!
Per non ripescare la sua novelization, a questo punto? Così porto un po’ di fantascienza “che piace” su questo blog e attiro nuovi visitatori più mainstream

Che Steven Spielberg abbia fisicamente scritto il romanzo del film, che ancora oggi porta la sua firma, mi sento di escluderlo in modo categorico: semplicemente il ghostwriter ancora non è stato svelato. George Lucas alla fine ha ceduto e oggi sappiamo tutti che Star Wars l’ha firmato Alan Dean Foster, lo stesso che ha rivelato aver scritto anche il romanzo del primo film di Star Trek che è ancora firmato da Gene Roddenberry. Che il più che prolifico Foster stia dietro anche a questo romanzo di Spielberg?
Oppure il vero autore è William Kotzwinkle, che ha firmato la noiosissima novelization di E.T.? (L’ho letta da ragazzo e sto ancora sbadigliando!)

Ecco gli ultimi due capitoli dall’edizione Mondadori 1978, con la traduzione di Francesco Franconeri. Ovviamente se non avete visto il film – anche se mi sembra dannatamente improbabile – evitate di leggerne il finale.


Incontri ravvicinati del terzo tipo

XXVI

Tutto si stava tingendo d’irreale.
Nel grande stadio non c’era persona che non fosse esausta. Praticamente senza fiato, tutti si muovevano con gesti lenti: chi raccoglieva oggetti, chi cercava di ripulirsi gli abiti. Per ognuno quegli avvenimenti equivalevano a un trauma culturale; e ognuno cercava di reagire a seconda dei mezzi psicologici di cui disponeva.
Nessuno parlava. Anche il vento era completamente calato, e il silenzio era dunque assoluto.
Neary continuò ad avvicinarsi. Raggiunse la base della montagna, e fece per avviarsi in direzione del campo, quando qualcosa lo costrinse a fermarsi e a sollevare lo sguardo.
Da dietro la sagoma della montagna, seminascosta da una nuvola, stava emergendo una massa nerissima.
Enorme. Talmente enorme che Neary non riusciva a farsi un’idea delle sue proporzioni. A mano a mano che avanzava, la massa nera si sovrappose alla luna, proiettando a terra un’ombra che coprì ogni cosa. A Neary parve che l’aria stessa gli mancasse, credette di svenire.
Nella base, il coordinatore cadde in ginocchio mormorando: «Dio, Dio mio!».
«Cacchio!» esclamò Laughlin.
Anche Lacombe guardava come ipnotizzato. «Mon Dieu!» sussurrò, rendendosi conto che se avessero potuto prendere le misure di quella massa volante, sarebbe risultata larga almeno un paio di chilometri, mentre la lunghezza era inestimabile, dato che ancora non se ne vedeva la fine.
Improvvisamente si accese. Un filo sottile di fredda luce argentea circondò la parte inferiore della cosa, e si vide come un’apertura, un cerchio di luce che esplodeva d’un tratto, simile a un’aureola.
È grande come una città, pensò Neary. Come Indianapolis. No, di più. Come Detroit. La parte superiore sembrava una raffineria, tutta enormi serbatoi e tubature e fiamme e luci che si accendevano e spegnevano. Quella massa che scivolava nel cielo ricoprendo il canyon aveva un aspetto usato, sporco. Proprio come una città molto vissuta o come un’immensa nave dei cieli ormai al lavoro da centinaia, migliaia, milioni di anni. Né Neary né alcuno degli scienziati e dei tecnici avevano mai visto o immaginato qualcosa del genere.
Quando ebbe quasi del tutto sovrastato la base, una gran luce divampò nella parte posteriore, poi sembrò frazionarsi in migliaia di lumi paragonabili a lucciole; ma erano degli oggetti volanti che si accinsero a compiere il lavoro che nei porti viene eseguito dai rimorchiatori. Ognuno di quei lumi brillava di un colore diverso, e tutti insieme formavano una sorta di bacino colorato su cui la massa incredibile – larga due chilometri e lunga almeno quattro – sembrò adagiarsi. Poi si piegò lievemente di lato, mentre il bacino mobile formato dai mille veicoli luminosi la portava verso un punto d’attracco più in là nella valle.
Neary era entrato nella base superando il muro di cinta, e stava ora in mezzo ai tecnici e agli scienziati stupefatti da quello che stavano vedendo.
Il bacino mobile fece scendere piano la massa, schiacciando e frantumando le luci direzionali che erano state approntate già da diversi giorni, secondo gli ordini di Lacombe. Era così enorme, l’oggetto, che uno dei suoi orli adesso formava un tetto che ricopriva l’intera base.
Atterrando, la massa aveva creato un suo proprio campo gravitazionale, e in un istante tutti e tutto divennero più leggeri di quasi la metà del loro peso. Fu come se nella base si fosse diffusa una sensazione di euforia. I tecnici cominciarono a saltare e a volteggiare nell’aria, i più atletici esibendosi in salti mortali e ardite capriole. I fotografi si levavano in aria e poi rimbalzavano al suolo, sempre scattando foto di quell’incredibile momento.
Quando la massa enorme si fu fermata, la squadra addetta al sintetizzatore si sentì d’un tratto debolissima. Nonostante gli anni di preparazione trascorsi proprio in attesa di quell’avvenimento, gli uomini stavano sperimentando tutto il peso di ciò che gli psicologi definiscono choc culturale.
Lacombe e il caposquadra furono i primi a riaversi, almeno in parte. Decisero di spostare il sintetizzatore, avvicinandolo di una ventina di metri alla massa incombente.
Il coordinatore parlò nel suo microfono: «Tutti i settori operativi per questa fase segnalino mediante due impulsi».
Due impulsi sonori echeggiarono nel canyon, rompendo il profondo, irreale silenzio.
Il tecnico nella cabina chiese: «L’analizzatore audio è pronto? Allora attenti!».
Il coordinatore, più tranquillo ora che aveva qualcosa da fare, disse: «Se qui nella parte oscura della luna tutto è pronto, via con le cinque note».
Shakespeare le suonò molto piano.
Dalla massa nera, nessuna risposta.
«Encore» ordinò Lacombe.
Le cinque note solcarono di nuovo l’aria notturna.
Dalla grande nave si udì un suono. Come il grugnito di un maiale.
«Deve aver mangiato qualcosa di pesante» commentò nervosamente il caposquadra.
Il tecnico-musicista ripeté le cinque note.
Questa volta, silenzio assoluto.
«Ancora» disse il caposquadra.
Shakespeare ricominciò a suonare.
E d’un tratto fu la grande nave spaziale a suonare le ultime due note, con un frastuono indicibile. Gli astanti si sentirono spinti via come da un gran vento, e i vetri di tutte le cabine intorno si infransero. All’interno, i tecnici si chinarono per evitare i frammenti, e ciò nonostante alcuni rimasero feriti, sia pure lievemente. Non se ne accorsero neppure, tanto erano presi da ciò che stava accadendo.
«Okay» disse il caposquadra, dopo un po’. «Suonale di nuovo.»
Il sintetizzatore suonò, e la nave rispose. Questa volta una serie di luci si accese e si spense secondo il susseguirsi delle note.

~

Jillian Guiler non era più capace di rimanere lì da sola. Nonostante il terrore, decise di andare a cercare Neary. Aveva bisogno di qualcuno che la aiutasse a sopportare quell’esperienza. Prese la sua borsa a sacco e la Instamatic, e cominciò a scendere, seguendo la medesima pista che Neary aveva percorso.
Il coordinatore disse a Shakespeare e al tecnico in cabina: «Dalle sei battute, poi pausa».
Il musicista suonò come richiesto.
La nave fece eco alle sue note e poi ne suonò un gruppo diverso, una serie di note che nessuno aveva mai udito prima di allora.
Il tecnico in cabina disse: «Ci ha dato quattro crome. Un gruppo di cinque crome. Un altro di quattro semicrome».
Shakespeare imitò le note inviate dalla nave.
Ed essa replicò con cinque nuove note e cinque diversi colori.
Dentro le capsule del computer, i tecnici erano pressoché in estasi. La nave stava insegnando loro il suo alfabeto di note musicali, pause e colori.
Gli scambi di note si fecero più complessi e rapidi, ed allora a Shakespeare subentrarono i computer, che s’impossessarono del moog come se fosse stata la cosa più normale del mondo.
«Seguila in tutto e per tutto» disse il coordinatore al tecnico in cabina. «Seguine il ritmo nota per nota.»
La grande nave sembrò accendersi in un’esplosione di suoni e di colori, e il moog, collegato coi computer, rispondeva di pari passo. Per alcuni estatici minuti l’enorme nave spaziale, il moog e i quadranti luminosi sembrarono unirsi in una sorta di concerto improvvisato, come i jazzisti d’una volta.
Era una musica strana, ora melodica ora atonale, a volte davvero simile al jazz, o al folk, e subito dopo talmente poco musicale, talmente grottesca che gli astanti faticavano ad ascoltarla.
Neary sorrideva. Non si accorse di Jillian che si stava facendo largo tra la folla. Alcuni dei presenti applaudivano, altri si tenevano la testa tra le mani. Lacombe era come stordito, lo sguardo fisso in avanti.
La nave tornò silenziosa. Emise alcuni grugniti, poi basta. Anche le sue luci si spensero.
Per qualche attimo l’intera base fu buia, muta.
E l’immensa nave cominciò ad aprirsi.
L’intera parte inferiore: dapprima un ampio sottilissimo anello di luce che divenne una vasta fornace luminosa.
Tutti dovettero voltarsi, inforcando gli occhiali scuri; e di nuovo guardarono, ma anche attraverso le lenti da sole era difficile osservare direttamente quella luce bruciante.
La cosa si aprì ancora di più.
Troppo. Tutti indietreggiarono svelti, per allontanarsi da quell’incandescenza, ampia ora più di quaranta metri.
L’apertura aumentava sempre.
Dapprima Lacombe, poi Neary, poi gli altri si fecero avanti. La bianca luce surriscaldava l’aria intorno, ma poi si risentì la brezza della notte.
All’interno di quel calore luminoso si vide qualcosa che si muoveva.
Era così intensa, la luminosità, che inviava raggi in ogni direzione. Sembrò che da essa si materializzassero a poco a poco otto sagome mostruosamente filiformi, ma forse era un’impressione dovuta alla luce che splendeva dietro di loro.
Poi uscirono dalla nave e dalla luce.
Lacombe andò loro incontro.
Sia lui sia tutti gli astanti poterono vedere. Erano esseri umani.
«Sono Claude Lacombe» disse il francese.
Gli uomini sembravano completamente intontiti. Erano vestiti con le uniformi dei reparti aerei della Marina americana in dotazione negli anni ‘40. Ed erano tutti molto giovani. Alcuni avevano in mano caschi di pelle e occhiali per il volo.
Continuarono ad avanzare quasi barcollando, come traumatizzati.
Il primo si fermò, accennò a un saluto militare e disse: «Frank Taylor. Sottotenente, Marina degli Stati Uniti. 064199».
Il coordinatore si fece avanti e gli strinse la mano. «Bentornato a casa. Da questa parte per il rapporto.»
Due uomini si affiancarono al sottotenente e lo guidarono via.
Neary non riusciva a capire cosa stesse accadendo. Notò per la prima volta un grande riquadro luminoso sul quale erano state affisse un centinaio di fotografie in bianco e nero.
«Harry Ward Craig. Capitano della Marina degli Stati Uniti. 043431.»
«Capitano, vuole per favore accomodarsi da questa parte?»
«Bentornati a casa, marinai» stava intanto dicendo il caposquadra. «Bentornati a casa.»
«Craig, Harry Ward» lesse un uomo vestito in borghese che stava consultando un elenco.
«Capitano della Marina degli Stati Uniti, 043431» confermò un altro, anch’egli intento a consultare un foglio di carta. «Scomparso presso Chicken Shoals. Volo numero 19.»
L’uomo vestito in borghese andò davanti al riquadro luminoso e schermò con un pezzo di autoadesivo una delle fotografie che vi erano state affisse.
«Matthew McMichael. Tenente della Marina degli Stati Uniti. 0909411.»
«Tenente, siamo lieti di riaverla tra noi.»
Numerose altre sagome stavano emergendo dall’intensa luce.
Uno degli astanti disse con voce incrinata dall’emozione: «Pensate, non sono nemmeno invecchiati. Dunque Einstein aveva ragione!».
«Einstein era probabilmente uno di loro.»
Ormai le persone uscite dalla grande nave erano quasi duecento. Venivano subito prese in consegna da tecnici, medici, funzionali civili e portati dentro alcune casupole prefabbricate, prive di finestre. Neary notò che in cima a ciascuna di quelle costruzioni c’era come un grande anello. Capì che alla fine i grossi elicotteri dell’esercito se le sarebbero portate via così com’erano, con dentro la gente e tutto.
Poi vide Jillian Guiler che si staccava dalla folla e si precipitava in avanti, incontro a una minuscola figura che stava correndo fuori dalla luce incandescente. Il piccolo Barry.
Jillian correva, e rideva e piangeva. Abbracciò suo figlio singhiozzando: «Sì, sì…».
Poi lo raccolse tra le braccia e si allontanò di qualche metro. Lo mise a sedere su un tavolino, e Barry disse: «Sai, sono andato su e ho visto la nostra casa».
«Ti ho visto che salivi su in aria» disse Jillian. «Ti sei accorto che ti correvo dietro?»
«Sì.»
Roy Neary si avvicinò a Lacombe, che fino a quel momento non si era accorto di lui. Vedendolo, il francese rimase sorpreso, ma anche assai lieto.
«Monsieur Neary» gli disse. «Cosa desidera?»
«Solo sapere che tutto questo è realtà.»
Lacombe meditò quella risposta. Si era ormai convinto che Neary rappresentava, nel contesto di quel primo straordinario incontro, la fase forse più importante. Si allontanò, lasciandolo che guardava la grande nave nera, e raggiunse David Laughlin e alcuni altri dirigenti del Progetto Mayflower.
«Dobbiamo parlare del caso del signor Neary» cominciò Lacombe in francese.
Laughlin tradusse, e in quel mentre si accorsero tutti che l’enorme apertura sulla nave si stava richiudendo.
Anche il piccolo Barry se ne accorse. «Vanno via?» domandò a sua mamma.
«Sì, Barry, vanno via. E tu, rimarrai con me adesso?»
«Sì.»
«Per sempre, fino a che sarai grande?»
Il bambino le rispose con una risata felice.
Intanto, Lacombe, Laughlin e i dirigenti del Progetto Mayflower discutevano animatamente.
Laughlin alzò una mano per ottenere un attimo di silenzio e disse: «Lacombe afferma che tutte queste sono persone comuni, sottoposte a un’esperienza straordinaria. Non sono dei casi speciali».
Lacombe riprese a parlare rapidamente in francese.
Laughlin tradusse: «Questa gente ha rinunciato alla famiglia, alla loro stessa esistenza per venire a questo incontro. È stata loro impiantata nella mente la visione di questa montagna, come un’ossessione. È perciò diventato molto importante che il signor Neary, il più in fretta possibile e di sua volontà, entri a far parte del Progetto».
Il coordinatore protestò vivacemente. «Ma com’è possibile? I nostri uomini hanno dovuto essere addestrati per novantasette mesi, senza sosta. Come può una persona qualsiasi non denunciare la mancanza di un simile addestramento? Come può adattarsi, far fronte a tutto ciò che il Progetto significa?»
Ora l’apertura sulla nave si era richiusa completamente.
Barry cominciò a piangere. «Addio» diceva. «Addio.» Agitava la mano, e anche Jillian si mise a piangere.
Ben presto apparve evidente che Lacombe era riuscito a spuntarla. Si avvicinò infatti a Neary, e stringendogli la mano disse: «Monsieur Neary, sappia che la invidio».
In quell’istante la nave si riaprì con un’esplosione di luci e di suoni. Si udì come un gong che fece vibrare per vari secondi tutti gli oggetti metallici disseminati nella base.
Dentro la luce infuocata qualcosa d’altro stava coagulandosi. Forme ellittiche mobilissime, simili a grandi sprazzi di energia pura che poi si rapprendevano nell’aria.
Si fece avanti una sagoma. Poi un’altra. E una terza.
Le tre figure uscirono all’aperto. Dalla nave si diffuse un unico suono, simile all’eco di mille trombe. Le tre sagome avanzarono ancora.
Erano immense, alte più di tre metri. E sottilissime. Troppo sottili per le leggi fisiologiche cui obbedisce l’uomo. Ma a esseri umani rassomigliavano, perché si muovevano su estremità simili a gambe, e ne agitavano altre che erano simili a braccia.
Jillian si prese in braccio il piccolo Barry, che subito incominciò a protestare, e si allontanò dalla nave. Altri rischi non ne voleva correre.
Le tre creature avanzarono di un passo, poi si fermarono toccandosi l’un l’altra. E quando si toccarono, presero a emanare luce da ogni parte del corpo, una luce che si proiettava intorno, soffusa. Rimasero lì, toccandosi, ondeggiando, rilucendo, e poi uno allungò un braccio incredibilmente lungo, o quello che sembrava essere un braccio, e lo puntò verso Neary.
Istintivamente lui si ritrasse, ma il braccio della creatura sembrò andargli dietro, come attratto dal suo corpo. Nessun dubbio: era lui che voleva.
Anche Lacombe ora gli puntò il braccio contro, facendogli col capo un segno di incoraggiamento.
Il coordinatore disse: «Signor Neary, mi hanno riferito che possiamo contare sulla sua più completa collaborazione. Qual è il suo tipo di sangue?».
«Non ne ho la minima idea» rispose Neary.
Allora il coordinatore lo condusse dentro una delle casupole.
«Data di nascita?»
«4 dicembre 1947.»
«È già stato vaccinato contro il vaiolo e la difterite? È al corrente di malattie epatiche nella sua famiglia?»
Jillian aveva cominciato a risalire il fianco della montagna portandosi Barry in braccio. All’improvviso udì sotto a sé un gran rumore e si voltò a guardare.
Il rumore proveniva dall’enorme veicolo spaziale. Era come se l’aria intorno fosse in preda a convulsioni, a scariche immani di energia. Dall’apertura incandescente cominciarono a uscire numerose minuscole forme.
Erano non più alte di bambini, e apparivano umanoidi, nel senso che avevano braccia e gambe e una sorta di testa bulbosa. Ma era arduo distinguerle bene, per via dell’accecante luce che faceva loro da sfondo. Si vedeva però che avevano arti flessibilissimi, perciò diversi da quelli umani.
Ed erano anche estensibili, come ebbe modo di verificare lo stesso Lacombe. Uno dei piccoli visitatori lo circondò con un braccio, che continuò ad allungarsi finché non ebbe completamente avvolto il francese all’altezza della vita.
Dapprima i visitatori si comportarono con palese cautela, come se stessero paragonando le loro forme con quelle degli umani; ma anche sembrava che aspettassero di vedere che tipo di accoglienza fosse stata loro riservata.
La chiave fu il tatto. Si misero a toccare dovunque, tutto e tutti. Alcuni dei tecnici balzavano indietro quando venivano toccati dalle creature, altri invece si comportavano più amichevolmente.
Intanto, all’interno di uno dei prefabbricati più grandi, dove era stata allestita una piccola cappella, stava avendo luogo una singolare cerimonia. Dodici uomini, rivestiti di tute rosse, con sulla schiena dei piccoli zaini e in mano dei caschi, stavano inginocchiati davanti a un tredicesimo uomo la cui tuta era invece bianca.
«Sempre sia lodato il Signore» intonò il sacerdote.
«Che il Signore ci conceda un felice viaggio» dissero in coro gli astronauti.
«Signore, indicaci la tua via.»
«E guidaci lungo il tuo sentiero.»
«Siano le nostre vite al tuo servizio.»
«E noi obbedienti ai tuoi precetti.»
Nella casupola accanto, Neary stava ora indossando una tuta rossa simile a quella degli astronauti.
«Signor Neary» gli disse il coordinatore. «Il nostro staff ha predisposto una serie di documenti che lei dovrà firmare. Il primo precisa che lei ha richiesto un incarico speciale nell’ambito del Progetto Mayflower, e che lo ha fatto di sua spontanea volontà e senza alcuna coercizione.»
Fuori, la cerimonia del tatto non solo si era diffusa, ma si era anche fatta più precisa. I visitatori stavano infatti tastando gli umani sulla faccia, sulla schiena, ovunque. Se l’essere umano reagiva negativamente, passavano a un altro. Se invece la reazione era di tipo positivo, se cioè l’uomo si metteva anche lui a toccare, allora i visitatori sembravano andare in visibilio, riverberando colori a iosa e poi vibrando, ora luminosi ora opachi.
Non appena si accorsero di essere tra esseri “amici”, gli umanoidi si lasciarono andare a un’orgia di toccamenti, di palpeggiamenti, di carezze. Un tecnico decise di brindare, e aprì uno scatolone di barattoli di Coca Cola, che offrì poi alle minuscole creature, non senza prima aver mostrato loro come si faceva a bere.
Gli umanoidi si versarono la bevanda sulle mani, che subito la assorbirono. Il risultato fu istantaneo: presero a saltare qua e là come palline da ping-pong. Evidentemente la Coca Cola aveva su di loro effetti sconosciuti alla razza umana.
Sul pendio della montagna, intanto, Jillian e Barry si erano seduti su un masso e seguivano gli avvenimenti. A un certo punto Jillian si frugò nella borsa e tirò fuori la sua piccola macchina fotografica. Cominciò a scattare una foto dietro l’altra. Barry rideva contento, e raccontava a sua madre com’erano i piccoli amici dell’astronave.
L’oggetto principale dell’affettuosità delle creature era senza dubbio Lacombe. Forse perché lui aveva subito cominciato a comunicare mediante il tatto, attivamente, accarezzandoli quando veniva accarezzato, toccandoli quando lo toccavano. Rideva. Accanto David Laughlin si comportava analogamente, e anche lui rideva felice.

~

Nella cappella il prete continuava la sua preghiera. «È ai suoi angeli che il Signore vi ha affidati. Possa il Signore concedere a voi pellegrini un viaggio felice.»
I dodici astronauti però, stavano sbirciando fuori dalla grande finestra, dove potevano scorgere una parte di quello straordinario avvenimento. Nemmeno i novantasette mesi di addestramento li aveva preparati per tutto ciò. Le preghiere ci volevano, certo, soprattutto data l’emotività del momento, ma non potevano non pensare che di lì a qualche minuto sarebbero rimasti soli di fronte all’ignoto. E avevano paura.
Nell’altro prefabbricato, il coordinatore stava dicendo a Neary: «Quest’ultimo documento è una mera formalità. Vede, è possibile che sorga un problema per quanto concerne, diciamo così, la territorialità dello spazio. Una questione di giurisdizione, se vuole. Cioè, potrebbe succedere che essendosi lei allontanato dal nostro pianeta e anche dal nostro sistema, qualcuno voglia farla dichiarare ufficialmente… deceduto. Firmando questo documento lei in pratica accetta un eventuale pronunciamento di quel tipo. È solo una formalità, come le ho detto».
Neary non capiva assolutamente cosa l’altro gli stesse dicendo. A lui importava solo tornare fuori. Aveva paura di perdersi qualcosa di quello che stava accadendo.
Dalla piccola finestra vide i dodici astronauti uscire in fila indiana dalla cappella; poi anche lui e il coordinatore uscirono, accodandosi agli altri. Il coordinatore continuava febbrilmente a fornirgli istruzioni, e gli consegnò un registratore e parecchie cassette di nastri magnetici. Contemporaneamente, mentre camminavano, un medico si mise ad auscultare il cuore a Neary, e un tecnico a controllargli gli elettrodi attaccati alla tuta, esaminando anche il trasmettitore portatile collegato ai computer.
Il prete aveva ripreso la sua cantilena. «Guida questi pellegrini mediante la tua stella, o Signore, e assicura loro un viaggio felice e giorni di pace, affinché protetti dal tuo angelo celeste essi possano raggiungere la loro destinazione e alla fine il porto dell’eterna salvezza. Signore Iddio, tu che hai guidato il tuo servo Abramo dalla terra di Ur conservandolo durante tutto il suo peregrinare, accetta, te ne scongiuriamo, di proteggere anche questi tuoi servi fedeli…»
La fila degli astronauti fu ora circondata da dozzine di minuscoli visitatori, che continuavano a emanare piccole luci intermittenti. Era chiaro che volevano che la breve processione si arrestasse.
Il prete si fermò, continuando a pregare con voce ferma e monotona. Ma si capiva che era impaurito. «Sii per loro, o Signore, un aiuto nei loro preparativi, un conforto nel lungo cammino che li attende, un’oasi per il loro cuore, un rifugio nella pioggia e nel freddo, un riposo nella fatica, uno scudo nelle avversità, un bastone cui appoggiarsi nei momenti d’incertezza, un porto nel naufragio, cosicché grazie alla tua protezione essi possano felicemente raggiungere la loro destinazione e quindi tornare sani e salvi alle loro case.»
Due degli umanoidi si avvicinarono a Neary separandolo dagli altri astronauti. Poi lo lasciarono lì solo, come per indicare che era libero di decidere. Neary si voltò cercando con lo sguardo Jillian e Barry, ma non li vide. Scorse invece Lacombe. I due uomini si fissarono negli occhi per un lungo momento, e il francese annuì e gli fece un sorriso di incoraggiamento.
Allora Neary guardò nuovamente l’immensa astronave e fece un primo passo in avanti. Camminò piano, poi sempre più spedito verso la zona di gravita negativa creata dalla massa oscura, verso l’incandescente e accecante apertura. I dodici astronauti gli andarono dietro.
I piccoli umanoidi si misero in fila a entrambi i lati dei terrestri accompagnandoli verso l’interno rilucente della nave.
Una delle creature si distaccò dai compagni e si avvicinò a Lacombe. Estese una delle sue estremità simili a braccia e fece un primo segno, corrispondente alla prima nota. Lacombe, assai emozionato, rispose in eguale maniera. Poi la creatura e il francese fecero i segni corrispondenti alle altre quattro note.
Lacombe abbassò lo sguardo per osservare la creatura, lì dove avrebbe dovuto esserci un volto. Vide che stava mutando. Da qualcosa di simile a un embrione e quindi senza vera forma, emergeva ora il viso di qualcosa che sembrava vecchio di almeno mille anni. E Lacombe capì che tutta la saggezza, tutta la straordinaria intelligenza e l’esperienza che erano occorse per costruire quegli incredibili veicoli spaziali, per viaggiare lungo tutti quei milioni e milioni di anni-luce, tutto si accentrava e rivelava in quella sorta di antichissima fisionomia… sì, nel sorriso stesso di quella fantastica piccola creatura. Anche Lacombe sorrise, e allora il minuscolo essere degli spazi sembrò scorrere via verso i suoi compagni, ed entrare nella massa fatta di luci e di oscurità, dentro la nave in attesa.
Anche Neary, ormai, era quasi dentro. Incredibilmente si ritrovò a seguire con la mente una melodia, la canzone di Pinocchio.

Quando speri su una stella
Non importa chi tu sia
Ogni tuo desiderio sarà realtà…

Fece un altro passo in quel bagliore infuocato, addentrandosi nel centro della nave spaziale. Intorno a lui il riverbero era quasi insopportabile, e ciò nonostante riusciva a vedere… a vedere ogni cosa. E nel suo pensiero la musica divenne ancor più chiara.

Se nel sogno hai messo il cuor…
l’impossibile svanirà.
Quando speri su una stella…

Neary si voltò per accertarsi che gli astronauti lo stessero seguendo. Poi per l’ultima volta salutò Lacombe con la mano, e Jillian e Barry. Si augurò che potessero ancora vederlo, in tutta quella luce.
Dall’esterno, era come se le sagome di Neary, degli altri astronauti e delle piccole creature si stessero stemperando nella luminosità della nave, in una tempesta di energia.

Come un fulmine a ciel sereno
Viene la sorte a condurti in alto
Quando speri su una stella… ogni tuo desiderio sarà realtà.

Neary avanzò ancora, guidando gli altri verso il cuore infuocato di quell’immenso mistero.
Poi l’enorme, rilucente apertura si chiuse piano piano.
Lacombe, Laughlin e gli altri adesso erano muti, immobili.
Prima lentamente, poi con sempre maggior rapidità la gigantesca nave spaziale si sollevò, staccandosi dal bacino formato dalle piccole luci che presero anch’esse ad alzarsi piano nell’aria, disponendosi poi come una grande via puntata verso il firmamento. La nave, incorniciata da aloni di luce, penetrò silenziosa nelle coltri di nubi. Poco dopo, quella grande, mobile città celeste sembrava la più luminosa delle stelle che splendevano nel cielo.
Jillian e Barry rimasero a guardare. Poi lei scattò un’ultima fotografia, l’ultima delle più importanti immagini della storia. L’irrefutabile prova.

FINE

L.

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8 risposte a [Novelization] Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

  1. Cassidy ha detto:

    Ne ho visto circa dieci minuti in tv l’altra sera, ma ho intenzione di riguardarlo, intanto mi sono letto con piacere il tuo post, Non sapevo fosse ancora in piedi questa storia, pensavo anche Spielberg avesse capitolato sulla proprietà della novelization, invece tiene botta 😉 Cheers

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Ghost Writer, croce e delizia 😛
    Devo dire di cascare dal pero, non ho mai sentito voci del genere, ma nemmeno sono troppo stupito, diciamo. Mi chiedo solo il perché dell’intera pratica: vanagloria del firmatario? Voglia di pagare le bollette, per l’autore reale?

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  3. Giuseppe ha detto:

    Grande classico senza tempo, secondo me anche più di quel gioiellino di E.T. Ricordo di averlo visto al cinema proprio in quegli anni, quando si era ancora ben lontani dal sapere che ce ne sarebbero state altre due versioni (compresa quella che mi piace di più in assoluto, dove gli interni della colossale astronave madre sono ben visibili in tutto il loro splendore), e di aver preso la novelization appena uscì: va detto che all’epoca non mi posi subito il problema se l’avesse o no scritta Spielberg di persona… forse ero ancora troppo giovane per capire già quanto Foster fosse tipo da “prestarsi” alla bisogna (qui, però, propenderei per Kotzwinkle) 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so cosa sia andato storto nel mio rapporto con questo film. E.T. l’ho visto a circa 8 anni ed è stata una visione perfetta. Questo “Incontri” l’ho visto molti anni dopo, e mi sono molto annoiato, forse perché aspettavo gli alieni mentre arrivano solo alla fine. Non è mai scattata la scintilla…
      Ah, nell’audiocommento di AVP Lance Henriksen racconta di come quei ragazzini vestiti da alieni continuassero a scivolare sulla piattaforma liscia dell’astronave, esattamente come i Predator scivolavano nel finale di AVP 😀

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