La Storia e la Finzione: Il rapimento Getty

Nuovo appuntamento per la rubrica “La Storia e la Finzione“, dettato stavolta dall’uscita in contemporanea di ben due ricostruzioni romanzate di un vero evento storico.

Non saprei dire perché un film cinematografico e una serie televisiva abbiano deciso in contemporanea – ma separatamente – di “festeggiare” i 45 anni del rapimento Getty (1973-2018) raccontando la storia dell’evento tristemente famoso, ma in pratica è questo che è avvenuto: Ridley Scott mediante la propria casa di produzione ha presentato un film che racconta la stessa identica storia di una miniserie in dieci puntate, praticamente in contemporanea.
Ovviamente parliamo di anglofoni, cioè campioni olimpici di falso storico, quindi si crea una situazione assurda: la stessa ricostruzione di un vero fatto di cronaca, la stessa cronologia degli eventi, gli stessi personaggi… eppure come risultato abbiamo due storie differenti, con trovate di sceneggiatura a volte agli antipodi! Com’è possibile? Va bene, una scritta in entrambi i casi ci informa che gli eventi sono stati “romanzati”, ma come si fa a prendere lo stesso fatto di cronaca e a crearne due storie diverse? Quanto si può romanzare prima di falsificare? Se dico che Gesù è morto di freddo, sto romanzando?

A questo punto serve una puntata de “La Storia e la Finzione”.
Dei siti internet che ricostruiscono la storia mi fido poco, solo che non sono riuscito a trovare saggi sul rapimento Getty, e solo per un pelo sono riuscito a mettere le mani su una biografia del ricchissimo J. Paul Getty: saprà l’autore essere degno di fede?

Un giorno di agosto del 1965 Robert Lenzner si reca ad una cabina telefonica pubblica di Guildford (Inghilterra) e telefona a John Paul Getty, all’epoca il privato cittadino più ricco del mondo. Lenzner è un funzionario di banca che cerca di convincere il ricco affarista a servirsi della sua società, una banca che potrebbe diventare famosa: una banca chiamata Goldman Sachs.
In quel 1965 Lenzner conosce Getty e la sua incredibile vicenda, ed assiste alla distruzione autoindotta della sua famiglia. Quando nel 1976 il miliardario muore, Lenzner è diventato ormai un giornalista e decide di raccontare quell’uomo straordinario.

«Ho intervistato i suoi colleghi, i suoi amici, le sue amanti, le ex mogli, la famiglia, i concorrenti e i dipendenti. Ho fatto ricerche nei tribunali per documentarmi sulla sua vita personale e professionale. Gli archivi statali a lungo non consultabili hanno rivelato le pieghe della sua vita che non aveva mai reso pubbliche.»

Il risultato è un libro dal titolo snello: Getty, presentato nel 1985 ed arrivato in Italia nel giugno 1987 per RCS Rizzoli, con la traduzione di Giuseppe Simonetti.
Mi sembra una fonte decisamente buona a cui fare riferimento, rispetto a Wikipedia…

«La narrazione essenziale del rapimento che segue è il risultato di un’indagine accurata condotta dai magistrati nella zona di Lagonegro, dove Paul III fu liberato nel dicembre del 1973. In aggiunta a ciò l’autore ha integrato molti dei partecipanti.»

Solo una breve parte del saggio è dedicata al rapimento, e proprio per questo è una fonte perfetta: non si dilunga in chiacchiere e speculazioni ma va al nocciolo dei fatti, a quanto pare verificati.
Visto che hanno lo stesso nome, per comodità chiamerò Getty il vecchio riccone e Paul il giovane rapito.


Alle 3 del mattino del 10 luglio 1973 viene rapito Paul, che si è appena separato da alcuni amici in piazza Navona, nel centro di Roma. Infilato in un’automobile, inizia un viaggio di circa 400 chilometri verso sud, «fra le montagne brulle e petrose della Calabria, una terra primitiva, devastata, lontana dagli splendori e dai piaceri della vita notturna romana». Mi sembra un po’ esagerata questa descrizione, assomiglia a come David Seltzer parlava della campagna romana negli anni Settanta de Il Presagio (1976): «non c’è nulla all’infuori di tombe… e pochi cani selvatici».
In seguito Paul racconterà alla rivista “Rolling Stones” le sue peripezie in una natura faticosa ed impegnativa, affrontata rigorosamente a piedi. Intanto il pomeriggio del 12 luglio Gail Harris, la madre di Paul che abita a Trastevere (la zona del centro di Roma perpendicolare al fiume Tevere), riceve una telefonata che la informa del rapimento e le dice che verrà richiesta una somma di denaro: la donna prima sviene e poi avverte la polizia.

Foto di Paul dal
“The Times News” del 13 luglio 1973

Tutti all’inizio pensano subito ad una truffa: «Rapimento o scherzo?» titola “Il Messaggero”, storico quotidiano della Capitale. La polizia pare ritenga il rapimento un trucco di Paul per estorcere denaro al ricco nonno, o almeno così afferma la madre. Il 16 e il 17 luglio due lettere scritte da Paul vengono ricevute dai suoi amici e consegnate alla madre Gail: sono suppliche di intercedere con il padre e con il nonno per pagare il riscatto, altrimenti i rapitori minacciavano di tagliargli un dito.
La prima vera richiesta di denaro arriva il 18 luglio, quando i rapitori telefonano e chiedono 300 milioni di lire, ma la polizia ha seri dubbi: Paul frequentava criminali e poco di buono, e i suoi amici dichiarano che più volte aveva ventilato l’ipotesi di inscenare un falso rapimento per spennare il nonno. A quanto pare indagini successive più accurate hanno portato alla luce che queste conclusioni sono tutto frutto della polizia, come se si fosse impuntata nel non voler gestire la situazione.

Gail è sicura che il figlio sia in pericolo e chiede aiuto a Getty, il quale rilascia la sua celebre dichiarazione: «Ho altri quattordici nipoti e se pago un solo soldo di riscatto avrò quattordici nipoti rapiti». Paul è troppo ammanicato con criminali piccoli e grandi, perso nella droga e in ogni tipo di vizio, non è assolutamente una persona degna di fiducia. Si alternano voci a non finire, non confermate ma efficacissime: la stessa madre Gail se la fa con un italo-americano che potrebbe aver organizzato il finto rapimento, e si dice che Paul sia stato visto passeggiare in piazza negli stessi giorni in cui doveva essere già nelle mani dei rapitori. No, la situazione non è chiara, e Getty non sgancia un soldo.
Per tutta risposta, il 24 luglio i rapitori alzano la posta: ora vogliono 10 miliardi di lire.

John Paul Getty

Mentre Getty è inamovibile, la madre fa di tutto e il 31 luglio il suo avvocato, Giovanni Iacovoni, risponde ad una telefonata dei rapitori ed informa che la donna può pagare 200 milioni, se possono farseli bastare: ma i criminali sono inamovibili. (Nessuno sembra essersi chiesto dove una donna che non ha alcun rapporto con la famiglia Getty possa aver trovato una cifra così enorme: curiosamente né il film né la miniserie citano questo fatto.) Poi però ci ripensano a il 7 agosto dai 10 miliardi richiesti si scende drasticamente a 400 milioni, Iacovoni però vuole la prova che Paul sia ancora vivo: non ottiene risposta.

Il 15 agosto Getty attiva J. Fletcher Chace (che altri chiamano Chase), uno dei suoi direttori delle operazioni petrolifere, perché vada a Roma ad indagare e nel caso a negoziare con i rapitori. Durante la telefonata del 18 agosto ai rapitori viene detto che Chace è pronto a pagare sui 54 milioni di lire. Il giorno dopo arriva una lettera di Paul, spedita però il precedente 6 agosto, in cui si risale a 3 miliardi di lire altrimenti verrà ucciso.
Il 20 agosto per telefono una voce concitata rifiuta l’offerta di Chace e specifica che il riscatto ammonta a 3 miliardi di lire, altrimenti sarà spedita per posta una gamba o un braccio del ragazzo.

Chace si dà all’investigazione privata e il 28 agosto incontra Bruno, ragazzo che afferma di aver provato con Paul i dettagli del finto rapimento, e per 500 dollari è disposto a portarlo al nascondiglio prestabilito, in un vecchio mulino di Montecassino. Più si avvicinano e più la cifra sale, fino ad arrivare a tremila dollari che Chace paga tranquillamente, salvo ritrovarsi in mezzo al nulla… con Bruno scomparso insieme ai soldi.
Chace è il tipico cowboy che si muove come un bisonte in una cristalleria: continua a rispondere in inglese alle telefonate dei rapitori, che parlano solo calabrese, creando malcontenti tali che in seguito viene deciso di far parlare l’agente dell’FBI Thomas Jack Biamonte, americano di origini calabresi.
Chace inoltre continua a dar credito a tutte le voci che portano alla conclusione del sequestro-farsa, e non parliamo solo di perdigiorno chiacchieroni: addirittura l’autista di Paul jr. – il papà di Paul – afferma e ripete di aver visto il giovane in piazza Farnese a Roma, quindi libero. Tutto falso, verrà in seguito appurato, e Gail è convinta che tutte queste voci siano messe in giro ad arte per farsi belli agli occhi di Getty, il quale è fermamente convinto si tratti di una truffa.

Gail Harris e suo figlio Paul nel 1976 (© Umberto Pizzi)

Il 18 ottobre “Il Messaggero” riceve una lettera in cui si minaccia di spedire l’orecchio di Paul se la madre non comunicherà la decisione di pagare. Intanto arriva a Roma Ed Daly, presidente della compagnia aerea americana World Airways nonché amico fraterno del padre di Gail. Daly si rivolge all’arcivescovo Paul Marcinkus, prelato di Chicago che dirige la banca del Vaticano, il quale suggerisce la soluzione per risolvere tutto: perché Gail non si rivolge alla mafia per farsi aiutare? Quale arcivescovo non dà di questi consigli?
Lenzer non specifica come fa a conoscere un’informazione così grave, ed è curioso che non ne colga la portata: mi limito a riportarla come l’ha riportata lui.

Il 10 novembre la minaccia viene concretizzata: alla redazione de “Il Messaggero” arriva un pacco contenente una ciocca di capelli rossicci e un orecchio umano. E un messaggio, in cui si chiedono un miliardo e 700 milioni di lire, pena l’altro orecchio e poi tutto il corpo del ragazzo. Getty non demorde mentre la famiglia è disposta a pagare 600 milioni di lire, ma i rapitori non accettano.
In questi giorni terribili la madre riceve la visita di Chace il quale – dice lei – la informa che Paul jr. (il papà di Paul) è disposto a offrire un milione di dollari ma vuole che lei rinunci alla custodia degli altri figli avuti con lui. Paul jr. ha sempre negato di aver fatto questa offerta, comunque Gail accetta, impacchetta i figli e li mette su un aereo: tutto, pur di salvare Paul. (Curiosamente nella fiction la madre fa l’esatto opposto, rifiutando la scandalosa offerta con sdegno, che solo nel film sarà avanzata da Paul jr., mentre nella serie sarà Getty in persona a proporla.)

J. Paul Getty III rilasciato da poco (Adnkronos)

A Getty arrivano appelli da fonti sempre più in alto, finché cede. Perché cede? Non lo sapremo mai. Forse per calcolo: dei 3,2 milioni di dollari richiesti dai rapitori, lui paga di tasca propria 2,2 milioni e il rimanente è un prestito al figlio, Paul jr., prendendolo dalla rendita del fondo “Sarah Getty”. È una speculazione finanziaria fatta sul sangue del nipote? Un prestito prevede che i soldi vadano restituiti con un interesse: il fondo “Sarah Getty” ha guadagnato dal rapimento di Paul? Convinto che fosse una truffa del giovane, il vecchio ha deciso di guadagnarci anche lui? Non lo sapremo mai.
Chace parte per fare lo scambio ma a causa della neve viene tutto rimandato al 12 dicembre successivo.

Paul e la madre Gail nel 1976 (© Umberto Pizzi)

Alle 8 del mattino del 12 dicembre 1973 Chace parte da Roma verso sud. Sulla strada per Reggio Calabria – mentre poliziotti camuffati prendono la targa delle auto che pare porteranno alla identificazione dei rapitori – l’auto di Chace viene colpita da alcune sassate da un uomo in passamontagna con una pistola in pugno: Chace lascia il denaro impacchettato in tre borse lungo la strada.
La mattina successiva Gail riceve una telefonata che la informa che Paul sarà rilasciato lungo l’autostrada per la Calabria, e mentre la madre parte il ragazzo viene trovato in condizioni di salute precarie dalla polizia locale a Lagonegro, sull’autostrada a sud di Napoli. A quanto pare il ragazzo così parla ai suoi salvatori: «Sono Paul Getty. Datemi una sigaretta. Guardate, ho l’orecchio tagliato». È il 15 dicembre, 81° compleanno di John Paul Getty, l’uomo più ricco del mondo. Un po’ più ricco grazie agli interessi del prestito…
Malgrado tutte le banconote fossero state segnate e addirittura fotografate, solamente 17 mila dollari dei 3,2 milioni furono recuperati: nessuno ha mai tirato fuori tanti soldi da Getty. (Che in realtà non ha perso neanche un centesimo: a quanto ci viene detto i soldi erano di Paul jr., suo figlio e intestatario del debito: il Fondo Sarah Getty ci ha solo guadagnato!)


John Paul Getty III

Qui finisce la storia nota, ma merita di essere citata una postilla finale. Rimasto evidentemente nel “vizio”, un mix letale nel 1981 provoca un ictus a Paul, che rimane paralizzato e quasi cieco per il resto della vita, che si esaurisce nel 2011. Un ragazzo libero e avido di vita che era destinato alla distruzione sin dalla nascita…

Da questo evento di cronaca Ridley Scott ha tratto il film Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World, dicembre 2017) tratto dal saggio Painfully Rich (1995) di John Pearson, portato in Italia nel 2017 da Harper Collins con il titolo del film.
Subito dopo esce la miniserie televisiva in 10 puntate Trust creata da Simon Beaufoy.

Ovviamente Getty è il vero catalizzatore della storia. Un uomo così ricco, potente e dal comportamento quanto meno pittoresco non poteva certo rimanere in disparte, così il primo episodio della miniserie è in pratica a lui completamente dedicato: Donald Sutherland raggiunge vette eccelse in questo ruolo: il povero Christopher Plummer del film di Scott non è certo da meno, ma è il “tempo” a fregarlo.

Un titanico Donald Sutherland nel ruolo di Getty

La caratteristica del film è infatti che deve racchiudere tutti gli eventi in sole due ore, mentre la serie ne ha quasi dieci a disposizione, quindi il Getty del film deve arrivare velocemente alla conclusione di un processo che invece nella miniserie è più graduale e possiamo apprezzare maggiormente. Impariamo a conoscere la sua genialità, il modo incredibile con cui ha fatto i miliardi, la sua politica e la sua filosofia, mentre suo figlio gli va dietro risultando palesemente inadatto: suo figlio che lo pregherà in ginocchio di salvare il ragazzo rapito e che Getty cercherà sempre di fregare.
Nel film Paul jr. è assente ingiustificato: ci viene detto che è un drogato e appare per un paio di secondi, strafatto: il tempo di dirci che l’accordo per riprendersi i figli di Gail è un’idea sua, mentre nella serie è un’idea di Getty.

Un altrettanto ottimo Christopher Plummer

Mamma Gail è importante in entrambe le versioni ma nel film è in realtà la protagonista assoluta: tutta la storia passa da lei, tutte le decisioni le prende lei e tutte le indagini la vedono presente, quando nella miniseria è solo un personaggio come gli altri: importante, ma sempre un personaggio.

La mamma action Michelle Williams

Nel film sono Gail e Chace a gestire l’intera vicenda, mentre invece nella serie è più chiaro come Chace sia un cowboy buffonesco che arriva solo quando il padrone ha deciso cosa debba fare. In questo ruolo è perfetto il pingue e buzzurro Brendan Fraser, sfatto e perso come il personaggio che interpreta.
La grintosa Gail nel film ha il volto pulito e un po’ freddo di Michelle Williams, mentre nella serie si avvale della grande bravura di una insuperabile Hilary Swank.

Hilary Swank non sarà una “mamma action” ma è davvero perfetta

J. Paul Getty III, Paul, il ragazzo d’oro, il giovane rapito, in entrambi i casi ha un fisico pressoché identico: l’unica particolarità è che nel film è interpretato da Charlie Plummer, che sebbene non sia parente di Christopher è comunque curioso che un vecchio Plummer si ritrovi rapito un giovane Plummer, come i Getty nella realtà.

Paul (Charlie Plummer) e mamma Gail (Michelle Williams)

Nel film Paul è un giovane immobile e quasi muto. Non fa nulla per tutta la vicenda, non parla, non pensa, non esprime nulla. Lo vediamo passeggiare per le piazze romane a guardare le donnine allegre, e a dire «So come difendermi» un secondo prima di essere rapito. Fine dello studio del personaggio.
Tutt’altro paio di maniche il Paul televisivo, vero co-protagonista di cui viene sviscerato ogni aspetto, sottolineando che è un aspirapolvere di qualsiasi droga romana, perdigiorno, sbandato, amico di persone molto pericolose e in generale uno sgradevole stronzetto viziato. Questo perché lo spettatore possa credere a chi dice che il sequestro potrebbe essere finto. Ma in realtà si finisce alla fine per tifare per lui…

Getty (Donald Sutherland) e Paul (Harris Dickinson)

Il problema della storia è che vuole a tutti i costi racontarci i retroscena a casa dei rapitori, e qui nasce un problema serio: sappiamo anche dalle fonti dell’epoca che i criminali parlavano calabrese… quindi per realismo storico servirebbero degli attori che parlino calabrese. Eh, sembra facile: avete mai sentito di un attore calabrese? C’erano solo Sergio Vastano e Rocco Barbaro: evidentemente non andavano bene…
La scelta migliore la compie Scott, che nel film usa attori da ogni parte del mondo TRANNE italiani – giusto una comparsata di Nicolas Vaporidis – così tutto procede pulito e spedito. Nella miniserie invece c’è il dramma più drammatico… visto che il 70% delle dieci ore di programmazione è costituito da gente che parla finto-calabrese!

Benvenuti al corso “Come NON parlare calabrese”

Abbiamo capito tutti che Luca Marinelli è bravo, l’abbiamo visto tutti il suo ruolo di Joker ne Lo chiamavano Jeeg Robot (2015), seguito dalla fiction su De André (uno fra i più famosi genovesi d’Italia interpretato da un romano!): curioso che Marinelli abbia interpretato quasi in contemporanea un rapitore ed un rapito…
La miniserie infatti fa dell’attore romano il super cattivo della storia e lo fa interloquire con una secchiata di caratteristi che riempie lo schermo: dall’altrettanto romano Niccolò Senni (nel ruolo di quello che telefona per la richiesta di riscatto) al pugliese Nicola Rignanese nel ruolo di Don Salvatore, dall’abruzzese Andrea Arcangeli fino al friulano Giuseppe Battiston. Possibile che non ci fosse uno straccio di calabrese da mettere nel gruppo? Ah, sì, c’era: Francesco Colella… che NON parla calabrese!
Il risultato sono ore ed ore di gente che muguna, balbetta, sbofonchia e sbiascica tentando di non far capire che sono calabresi che non parlano calabrese; nascono neologismi fonetici che sfidano le leggi della grammatica, si coniano espressioni lessicali che nulla hanno di umano, e infine nelle scene più tese, quando cioè bisogna urlare, si passa direttamente al klingon!
Non era meglio farli doppiare da qualche vero calabrese? Ah già, dimenticavo: non esistono attori calabresi…

Luca, però… almeno soppressatha lo potevi imparare a dire!

Le storie del film e della miniserie sono quanto più diverse possano essere. Si parte uguale ma poi si comincia a viaggiare di qua e di là.
Nel film Paul è un catatonico che non muove muscolo per l’intera vicenda, nella miniserie fugge più volte – così da giustificare le voci di avvistamenti in libertà – intrattiene i rapitori con racconti, giochi di ombre cinesi e via dicendo. E quando ha capito che i criminali lo stanno per uccidere, stanchi di aspettare, convince il figlio di uno di loro a tagliargli l’orecchio, perché finalmente questo convincerà il vecchio Getty.

Nel film c’è il rapitore buono Cinquanta (il francese Romain Duris) che tratta bene Paul e fa di tutto per proteggerlo mentre due o tre cattivoni organizzano il resto. Nella serie ci sono tipo trenta criminali calabresi – nessuno che sappia parlare calabrese – che riempiono le lunghe puntate con le loro storie, tutte assolutamente inutili. E stavolta Cinquanta (Fifty) non conta niente, è solo quello che telefona. E che addirittura rivela il proprio nome alla madre Gail per testimoniare la sua buona volontà.
La polizia italiana è assente ma efficace, nel film, assente e complice nella miniserie, dando probabilmente credito alle voci secondo cui sotto il sequestro ci fossero ben altri organizzatori che qualche criminale campagnolo.
Trattandosi di prodotti anglofoni, ovviamente il razzismo è potente e l’Italia viene ritratta come un covo di viziosi e criminali: nel film addirittura il rapitore calabrese che vive di stenti ed è sempre sporco incita Paul ad abbandonare l’Italia! Ovviamente ci sono luoghi comuni a secchiate, come ogni altro prodotto anglofono ambientato in Italia: curiosamente gli spettatori italiani non si lamentano mai…

In nessuno dei casi è chiaro chi abbia pagato. Nella miniserie ci viene spiegata la questione del prestito e i soldi tirati fuori da Getty di tasca propria in realtà non sono “in perdita”: il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, mosso a compassione, ha promesso sgravi economici a Getty se pagherà il riscatto, quindi il ricco guadagnerà molto di più dei soldi che metterà nelle borse per i rapitori. Nel film va anche peggio, perché l’uomo che è rimasto indifferente di fronte all’orecchio mozzato del proprio nipote… d’un tratto diventa morbido come burro solo perché Chace (Mark Wahlberg) gli parla a brutto muso, facendogli un cazziatone di quelli che te li ricordi per un’ora! Perché allora quel buffone di Chace non l’ha fatto prima, quel discorsetto minaccioso, invece di aspettare svariati mesi?
Nessuna delle due ipotesi convince, ma in realtà neanche la “realtà” convince.

La famiglia Getty… dall’Archivio Getty!

Tutti i personaggi secondari della miniserie sono spazzati via nel film, per ovvi motivi di tempo, e questo è un gran peccato perché aiutavano a capire una situazione che di normale non ha nulla. Sebbene la miniserie sia oltre modo noiosa, lo stesso ti permette di capire l’agire dei personaggi: dubito fortemente che avrei capito il film se non avessi prima visto la miniserie.
Il film infatti si presenta come thriller all’americana, dove tutto si svolge in modo veloce e del tutto superficiale. La mamma action scopre che le hanno rapito il figlio e comincia a fare indagini con l’aiuto del buono di turno: ci manca solo il combattimento finale dove la mamma usa i nunchaku e poi il quadretto è completo.
Nella miniserie tutto è più moderato ed addirittura la madre alla fin fine è più vicina alla realtà: dolorosa testimone di eventi più grandi di lei, schiacciata fra rapitori senza scrupoli e un riccone fuori di capoccia. Se non fosse per la noia titanica, la miniserie sarebbe il modo perfetto per raccontare questa storia.

«Se cercate un riscatto sappiate che non possiedo denaro,
però io possiedo delle capacità molto particolari….» (cit.)

E il finale? Sono stati presi i rapitori di Paul? Il saggio da cui ho preso le informazioni non lo dice; l’ultima puntata della miniserie informa di sfuggita che un paio di tizi, molti anni dopo, si sono fatti un po’ di carcere, ma da come è raccontata la cosa non sembra degna di fiducia; nel film tutti i criminali sono circondati dalla polizia… E quindi li hanno presi? Non viene detto. Si sentono presi in trappola con tanto di elicottero della polizia e il boss ordina di uccidere Paul, appena rilasciato, ma la trovata hollywoodiana sfuma prima di sapere cosa succeda.
Vediamo solo il catatonico Paul, privo d’emozione com’è stato per tutto il film, correre per la strada come un coglione, visto che così facendo la madre non lo trova nel punto prestabilito, allungando il thriller per altri immotivati minuti.

In Rete potrete trovare nome, cognome, codice fiscale e numero di scarpe dei boss mafiosi e dei rispettivi sottoposti che hanno eseguito il rapimento: come fanno a saperlo? È vero, già dal gennaio 1974 vengono indagati alcuni nomi noti della malavita calabrese, ma poi rilasciati per mancanza di prove: sono state trovate prove nei successivi quarant’anni? E se sì, dove le hanno consultate i solerti compilatori di pagine web? Non si sa.
Paul è riuscito a identificare i propri rapitori? Era interessato a farlo? Inutile farsi domande: la Finzione non se l’è fatte quindi la Storia finisce qui.

L.

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19 risposte a La Storia e la Finzione: Il rapimento Getty

  1. Cassidy ha detto:

    Ogni tanto accadono questi cortocircuiti (modo gentile per dire “Scarsità di idee”) per cui vengono messi in produzione soggetti identici, ho intravisto l’esistenza della serie tv, ma il film ha avuto più visibilità per via del “cambio basket” via Kevin Spacey dentro Plummer, che ha fatto abbastanza parlare di se.

    Detto questo, non ho avuto il coraggio di vedere il film, non perché il soggetto non sia molto interessante, quando più che altro perché come ben sai, Dio Ridley Scott(o) non lo reggo proprio più. Per fortuna sei arrivato con questo post che è una bomba, sono certo che se avessi visto il film non lo avrei apprezzato come questo pezzo, potrei gettarmi sulla serie, anche se il Klingon-Calabrese mi frena parecchio 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non mi sento proprio di consigliarti la serie, in alcuni punti noiosa oltre ogni sopportazione, e ovviamente il film di Ridley Scott è un film di Ridley Scott, quindi non posso consigliartelo 😀
      Plummer è molto bravo ma Sutherland è insuperabile!

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Pezzo bellissimo come sempre quando si parla di “La Storia e la Finzione”. Il film non l’ho visto, la serie invece l’ho iniziata ma per la noia l’ho mollata. Terrò buono questo strepitoso post se qualcuno mi interroga su cosa è successo a Paul Getty.

    Da quanto sapevo io comunque i rapitori e i mandanti non furono mai trovati. Si sospettava di qualche famiglia malavitosa aspromontana ma senza prove concrete. Anzi, conosco una persona pronta a giurare anche adesso che tutto è stato organizzato dal Getty più piccolo per sparire per un po’ da Roma visto che la situazione per lui non era proprio rose e fiori. La persona in questione è un mio caro amico 60enne, ex alcolizzato, ex drogato, ex frequentatore di bische, ex di qualsiasi cosa porti dipendenza o faccia male. Mi ha raccontato che nelle comunità di recupero che nel corso della sua lunghissima riabilitazione ha frequentato, molti soggetti si erano tagliati dita o orecchie per provare a ricattare o ad impietosire le famiglie. E non sto parlando di famiglie normali col padre impiegato e la mamma casalinga. La famiglia di questo amico è abbiente e piuttosto famosa qua in zona (lui è la classica pecora nera da manuale) e le comunità che ha frequentato in Italia e all’estero sono il top assoluto dove gente ricchissima manda la prole a rimettersi in sesto.

    Sentendo i suoi racconti non mi stupirei che il Getty disgraziato si sia prima strafatto e poi si sia fatto tagliare un orecchio visto che il denaro non arrivava. Troppi buchi in tutta la vicenda e troppe zone oscure. Però siamo al capitolo “chiacchere da bar”. Meglio attenersi ai fatti che hai sapientemente ricostruito.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Trovo assolutamente plausibile quanto mi dici, e penso che siano d’accordo anche tutti quegli appassionati saggisti di cronaca che NON hanno scritto libri sul rapimento Getty: possibile che un evento di cronaca così succulento non abbia attirato nessuno? Al massimo è un capitolo nelle biografie di Getty, lui che probabilmente è sempre stato convinto della farsa del rapimento, tanto adottare la tecnica del “prestito”.
      Se addirittura gli anglofoni, specialisti del falso storico, hanno evitato di identificare precisamente i colpevoli vuol proprio dire che non c’è uno straccio di prova: come facciano certi siti (Wikipedia, tanto per non fare nomi) ad avere invece granitiche certezze è per me un mistero.
      Vista infine la biografia di Paul, prima e dopo il sequestro, non stupirebbe affatto l’ipotesi di un piano per spennare il nonno…

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      • Zio Portillo ha detto:

        Sai Lucius, sono dubbioso in merito. Credo che alcuni “misteri” rimarranno tali per sempre perché sono un mix di cronaca nera (ma nera nera nera!), poteri forti, denaro, vizi, malavita, e tutto ciò che può portare se si mescolano questi ingredienti. Aggiungi pure un pizzico di leggenda metropolitana ed ecco che il mistero rimane irrisolto o risolto ma solo a chiacchiere, senza cioè prove concrete. Tu sei di Roma e mi viene automatico pensare alla Orlandi.

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  3. pirkaf76 ha detto:

    Vorrei vederlo solo per sentire l’utilizzo dell’idioma della mia regione, che comunque cambia da luogo a luogo come cadenza ed accentualità.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Essendo io di Roma ci credo che potrei benissimo sentire un dialetto calabrese senza riconoscerlo, ma visto che nessuno degli attori della miniserie è calabrese temo che l’attenzione al dialetto locale non sia così alta.
      Per curiosità, ecco un attore pugliese che interpreta un boss calabrese: premetto che questa è una delle rarissime scene in cui si capisce quello che dicono i “briganti”!

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Non so se ne escano peggio i rapitori o i parenti, dalla ricostruzione: che terrario di vipere, a spargere voci infondate, avvistamenti stile bigfoot… devo rivalutare certi miei zii! 😛

    Di certo non potrei vedere la versione col finto carabinierese: cercando di vedere Lo chiamavano Jeeg Robot, ho avuto problemi a capire il romano, alcuni parlavano come se avessero una spugna in bocca. Tipo Asia Argento. 😛

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  5. Vincenzo ha detto:

    Grandissimo Lucius, altro grande pezzo di questa rubrica che ormai è leggenda. Il film non l’ho visto ma dopo aver letto questo articolo ti dirò che manco mi viene voglia di vederlo.
    Peraltro hai affrontato il tema del rapporto tra film e serie tv su un medesimo soggetto, che di recente mi ha visto confrontarmi nel paragone tra Escobar (il film con Bardem) e Narcos.
    Condivido quando dici che il film in questi casi è un riassunto ultra sintetico e che spesso non si capiscono molte cose che la serie tv affronta invece magari pure troppo approfonditamente (finendo dunque per essere talvolta noiosa, ripetitiva, ultra digressiva).
    Io continuo e continuerò a preferire il prodotto cinematografico, pur con i suoi limiti, perché la sintesi resta un dono (non per questi tuoi articoli, che più lunghi sono meglio è). Certo, bisogna saperlo usare quel dono.
    Senza contare che i film per il grande schermo hanno spesso un budget, sia assoluto, sia – e ancor di più – relativo (ossia per minuto di prodotto finito) estremamente più alto delle serie tv.
    Che poi ci sia gente esperta nel buttare nel wc milionate di dollari, quello è un altro discorso ancora…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il rischio è proprio quello ed è sempre dietro l’angolo. Temo che alcune trovate costose del film – del tutto inutili ai fini della trama se non addirittura posticce, tipo l’inseguimento in elicottero – siano state pensate magari per inserire un po’ di action in una storia ovviamente molto parlata, ma comunque son soldi buttati…

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      • Vincenzo ha detto:

        Sì ma infatti quando i soldi sono spesi bene, ad esempio per ingaggiare un attore di primo piano e di spessore, lì la differenza si nota. Se invece, come dici, sono spesi in inutili orpelli, solo per aggiungere spettacolarità, i soldi, soprattutto per film di questo genere, finiscono per essere sprecati. Qui abbiamo due attori di primo piano Sutherland e Plummer, quel che è certo è che il capriccio (se vogliamo chiamarlo così, perché ci sarebbe da discutere anche su questo) di Scott di sostituire Spacey rigirando tutte le scene in cui era coinvolto, sarà costato un bel po’ di soldi, e in una serie tv sarebbe stato impensabile…

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  6. Giuseppe ha detto:

    Due opere di finzione che trattano di un sequestro probabilmente finto, cosa che i fatti a tutt’oggi non possono avallare con sufficiente certezza ma, del resto, nemmeno escludere a priori… quindi mi sa che siamo da capo a dodici e, a meno di tardive rivelazioni straordinarie (ma a chi gioverebbe farle, in caso? E che attendibilità potrebbero avere, visti i trascorsi? Ma, soprattutto, esiste ancora qualcuno interessato a riesumare l’affaire Getty?) ci rimarremo anche negli anni a venire.
    P.S. Potrebbero in effetti averlo rapito i Klingon, per quel che ne sappiamo 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il vero mistero è perché d’un tratto due grandi produzioni si interessino allo stesso evento: il 45° anno di solito non è un anniversario importante come il 50°…
      Comunque anch’io propendo per i Klingon 😀

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  7. Kukuviza ha detto:

    Di questa vicenda avevo qualche vaga conoscenza ma questo validissimo post mi ha dato un quadro molti più chiaro della questione.
    Incredibile ( neanche tanto ) come questi cinematografari raccontino quello che gli va bene loro con alto sprezzo non dico della realtà ma anche della verosimiglianza. Sopporto sempre meno queste opere che calcano la mano sulle cose che ritengono fare più presa e trasformino quasi tutti in personaggi da operetta.
    Ma la Michelle Williams non è un po’ giovane per fare la madre di un ventenne?

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  8. Il Moro ha detto:

    Un altro grandissimo articolo, per una storia che non conoscevo. Ammetto che non mi è venuta voglia di vedere nè film né miniserie: mi farò bastare quello che hai raccontato tu!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se avessi dovuto scegliere anch’io mi sarei astenuto, ma dopo aver visto per caso lo splendido primo episodio della serie ho voluto continuare per curiosità, e poi alla fine DOVEVO vedere il film per confrontare 😛

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