[Novelization] Virus (1999)

Dopo aver parlato del film del 1999 e del fumetto del 1992 da cui era tratto, non poteva mancare il romanzo novelization della sceneggiatura di Chuck Pfarrer e Dennis Feldman, appunto per il film Virus (1999).
La firma è di S.D. Perry, figlia del celebre Steve da cui purtroppo non ha ereditato la capacità di catturare l’attenzione del lettore: comunque di parecchi romanzi letti dell’autrice, questo è sicuramente il più scorrevole, qualità che di solito è totalmente assente nell’opera della Perry.

Riporto la Prefazione del regista (con la spiegazione della genesi del film), il Prologo (con la storia di Nadia all’ascolto “spaziale”) e un passaggio del romanzo in cui si parla di… “robotica”!

La Sonzogno porta il libro in Italia nel maggio 1999, con la traduzione di Federica Oddera.


Virus


Prefazione
di John Bruno

Quella di Virus è una storia di fantascienza. E la fantascienza dà i suoi risultati migliori quando si attiene il più strettamente possibile ai fatti, o per lo meno si basa su possibilità plausibili fondate sui fatti. Una storia di fantascienza avrà tanto più successo quanto più riuscirà a cancellare il confine tra fatti e invenzione, finzione e realtà.
Il mio primo contatto “da lettore” con un libro di fantascienza l’ho avuto leggendo il romanzo 2001: odissea nello spazio. Sono cresciuto nella California settentrionale alla fine degli anni Cinquanta, l’epoca d’oro dei film di fantascienza e dell’orrore di serie B. Mi piacevano moltissimo quei film. Gli alieni atterravano nei dintorni di una piccola città e ne terrorizzavano gli abitanti, li torturavano e li rendevano loro schiavi. A quel tempo, devo ammetterlo, non ero un gran lettore. Mi divertivano soprattutto i fumetti, e dovevo tenerli nascosti perché i miei genitori li disapprovavano con estrema decisione.
Nel romanzo 2001: odissea nello spazio un monolite nero rappresentava il grande maestro inviato sulla Terra dagli alieni responsabili della vita nel nostro sistema solare. Un gruppo di ominidi all’inizio della storia scopre lo strano oggetto che segna l’inizio di un processo evolutivo. Dopo quattro milioni di anni gli abitanti del pianeta hanno raggiunto un notevole livello tecnologico e hanno conquistato lo spazio. Poi presso una loro base lunare scoprono un secondo monolite nero. Eccellente idea. Nel film con lo stesso titolo si spiegava ben poco di tutto questo. Ma avendo letto il libro capii molto di più. Ecco l’armonia tra romanzo e pellicola cinematografica, in grado di offrirmi la possibilità di penetrare nel profondo significato della trama. Un testo come quello assumeva un grande valore ai miei occhi. «Hai letto romanzo, ora guarda il film»: all’improvviso questa frase acquistava pienamente senso. C’era un solo rischio: quello di non trovare il film all’altezza delle aspettative create dal libro.
Il 20 settembre 1995 scesi a circa 4.000 metri di profondità nell’Atlantico Settentrionale per raggiungere la zona in cui si trova il relitto del transatlantico Titanic. Soltanto altre 34 persone lo avevano fatto in precedenza.
Ero a bordo del minisommergibile per ricerche russo Mir I, arancione e bianco, poco più di sei metri e mezzo di lunghezza. James Cameron era sul Mir II. Si trattava della sua spedizione, e io mi trovavo là perché era lui che mi aveva invitato: facevo parte della squadra impegnata nelle riprese che avrebbero fornito al film Titanic le sequenze di apertura.
La spedizione del 1995 rimase nell’Atlantico Settentrionale per 31 giorni, 600 miglia a sud sudest di St. Johns, isola di Terranova. Restammo nella zona dell’affondamento del Titanic per due settimane.
In quel periodo stabilimmo la nostra sede di lavoro lontano da casa a bordo di una nave per ricerche oceanografiche russa, l’Akademic M. Keldish di Kalinigrad. Di un bianco abbagliante (come tutte le navi scientifiche che si rispettino), soltanto due colori ne interrompevano l’uniformità, il verde scuro dei ponti superiori e l’arancione intenso delle due scialuppe di salvataggio da 70 uomini. Con i suoi 122 metri di lunghezza e le sue 5.500 tonnellate di dislocamento, la Keldish era una delle più moderne navi oceanografiche esistenti e costituiva l’orgoglio dell’Istituto oceanografico russo. Aveva un equipaggio di 30 uomini e 80 ricercatori, una ventina di laboratori scientifici e officine perfettamente attrezzate; sembrava un condominio galleggiante del tutto autosufficiente abitato da russi con alcuni canadesi e qualche americano.
Nel corso di quelle quattro settimane, l’equipaggio della Keldish mise a mare e recuperò i minisommergibili Mir I e Mir II per dodici volte, effettuò ricerche (e anche misurazioni atmosferiche in contatto con la stazione spaziale MIR ogni volta che ci passava sopra la testa), prestò soccorso a una grossa imbarcazione in difficoltà e subì l’assalto di due uragani, Louis e Marylin. Louis fu il più memorabile, con onde di 12 metri e venti a 90 nodi. Fu una tempesta titanica, sembrava non voler finire mai. Un’esperienza che non potrò più dimenticare.
Ma tutto questo cosa c’entra con Virus? Molto, moltissimo,
Un mese prima avevo ricevuto dalla Universal una sceneggiatura da prendere in considerazione nella prospettiva di accettare il ruolo di regista del film. Si basava sul romanzo a fumetti Dark Horse creato da Chuck Pfaffer. Mike Richardson della Dark Horse era un vecchio amico. Il ruolo di produttore sarebbe stato ricoperto da Gale Anne Hurd, un’altra vecchia conoscenza. Gale aveva prodotto Abyss, film per il quale mi ero occupato degli effetti speciali. Mi sentivo attratto dall’idea, ma in quel periodo dovevo già svolgere lo stesso tipo di incarico per Titanic. Aspettavo soltanto di sapere quando avremmo cominciato. Se Virus costituiva un’opportunità reale, mi sarei trovato costretto a scegliere tra la direzione degli effetti speciali sul set di Titanic e la regia di un lungometraggio prodotto da una della case cinematografiche più prestigiose.
In quella fase non ero molto soddisfatto della trama di Virus. La vicenda, alquanto intricata e complessa, riguardava una nave spia cinese con attrezzature ultramoderne e una fitta schiera di esseri umani manipolati in maniere grottesche. Una prospettiva che non mi aveva stimolato più di tanto all’inizio. I cinesi nella realtà non possedevano alcuna nave paragonabile a quella del film. Soltanto russi e americani ne avevano di simili. La produzione aspettava una risposta.
Il giorno successivo ricevetti le notizie che aspettavo. Dovevo salire a bordo di un aereo per Halifax proprio quel fine settimana. Avrei preso parte alla spedizione sul Titanic nel 1995, ma a una condizione: non dovevo parlarne con nessuno. Neppure con la casa di produzione e con Gale Hurd.
Eravamo in mare da due settimane quando Jim accennò a Virus durante una chiacchierata. Aveva parlato con Gale prima di lasciare Halifax e voleva sapere se avevo deciso qualcosa in proposito. Gli accennai alle mie perplessità sulla trama.
Jim mi suggerì di trasformare Virus in qualcosa di mio, di metterci dentro le esperienze della mia vita e diventarne il regista. Curare la regia di un lungometraggio importante costituiva un’occasione preziosa, e andava presa sul serio. Mi stava costringendo a uscire allo scoperto.
Nelle settimane successive ci pensai seriamente. Dopotutto, almeno la metà dei miei parenti faceva il pescatore. I personaggi di Virus potevano nascere con l’apporto di tutte le persone incontrate nel corso degli anni. I marinai del rimorchiatore con i quali avevo lavorato nel Pacifico Settentrionale, durante le riprese di Abyss, potevano entrare a far parte della storia insieme ai russi della Keldysh. E ancora, l’intera vicenda poteva svilupparsi durante un tifone.
Tra un’immersione e l’altra buttai giù un bel po’ di appunti. Al nostro ritorno, fu ingaggiato Dennis Feldman (l’autore della sceneggiatura del film Specie mortale) per aiutarmi a far nascere la storia che intendevo raccontare. Fu questa la parte più divertente. La regia avrebbe inevitabilmente presentato maggiori difficoltà. La realtà si sarebbe scontrata con l’immaginazione. I finanziamenti, i luoghi, il tempo e le persone avrebbero influenzato il grandioso schema delle cose.
Nella fase di montaggio il ritmo e la funzionalità della trama costituiscono la chiave del successo di un film. Può accadere che le scene considerate in una fase preliminare di grande effetto finiscano sul pavimento della sala di lavorazione per rendere più fluida la narrazione. Tutto rientra nella lotta creativa tra arte ed esigenze commerciali.
Ma non è così con la scrittura. Le parole sono invariabilmente là, proprio come le avete sempre immaginate. Tante quante ne volete.
Il film era stato ormai portato a termine quando lessi la versione definitiva della trasposizione in romanzo di Virus. Ne rimasi entusiasta. Eccola là, la mia storia, esattamente come me l’ero sempre immaginata. Un racconto di mare con tutte le idee, tutte le migliori, in una narrazione completa, logica, piacevole, pagina dopo pagina. Potevo soffermarmi quanto volevo ad assaporare questo o quel momento. Assaporarlo fino in fondo. Nulla m’impediva di rimanere in compagnia di Kelly, Steve o del comandante seguendo soltanto i miei ritmi. Bevendomi un’altra tazza di caffè se ne avevo voglia. Ecco perché sono così soddisfatto del modo in cui Danelle Perry ha portato a termine la storia, sviluppando lo spunto iniziale e colmando le lacune. L’ha fatta propria. Esattamente come speravo.

John Bruno
Regista del film Virus, 1998


Prologo

Era appena passata l’alba, e l’oceano era calmo e liscio intorno alla Gagarin, le acque del Pacifico appena increspate in un leggero sciabordio contro lo scafo metallico. Per quanto fosse la stagione dei tifoni, cento miglia separavano la nave da mari inquieti e agitati; con la sua gigantesca sagoma emergeva solitaria nella luce brillante del primo mattino, scintillando candida sulla vasta distesa d’azzurro tranquillo e profondo.
La seconda delle due grandi antenne paraboliche poste una dietro l’altra su sovrastrutture nella zona centra del ponte ruotò verso il cielo, il ronzio dei servomeccanismi in azione perso nel vento in quota. Una magnifica nave e una giornata splendida, tanto da suscitare il desiderio di stendersi al sole, respirare l’aria salmastra, leggere un libro e magari schiacciare un pisolino all’aria aperta.
La dottoressa Nadia Vinogradova liquidò le gradevoli immagini con un’espressione severa: le sarebbe piaciuto dedicarsi a tali attività rilassanti, e si sentiva preda di una vaga irritazione al pensiero di non potersele neppure sognare; così come stavano le cose, gli impegni di quel giorno le avrebbero consentito di mettere piede fuori soltanto a notte inoltrata. Di solito faceva volentieri il suo lavoro, ma la mattina presto non era il momento migliore per lei; Alexi la chiamava “la mia bambina imbronciata” almeno fino a mezzogiorno, e lei doveva ammettere (se non altro con se stessa) che aveva ragione.
Nadia si concentrò su quanto aveva da fare: era ora di cominciare, ormai. Nel centro comunicazioni sul ponte C regnava un’atmosfera soffocante e lei si sentiva un po’ agitata per la presenza degli uomini insieme ai quali sedeva davanti ai monitor, ma percepiva anche la loro impazienza piena di aspettative e si sentiva fiera di trovarsi al comando di una squadra così motivata.
Batté su alcuni tasti e si schiarì la voce, osservando lo schermo. Come sempre, fu percorsa da un piccolo fremito di eccitazione quando entrò in contatto con la stazione orbitante; aveva lavorato a lungo e duramente per diventare ufficiale superiore scientifico, anni impiegati a dimostrarsi calma, competente e degna di rispetto; e continuava a sentirsi molto soddisfatta in segreto dal prestigio di quella posizione. L’importanza del suo lavoro riusciva infallibilmente a colpirla.
«Stazione MIR, stazione MIR, qui è la Kosmonaut Yury Gagarin. Mi sentite? Passo.»
Alzò gli occhi sul monitor e si trovò di fronte il volto simpatico e ammiccante del colonnello Kominski. L’ufficiale indossava una maglietta degli Houston Rockets, dono ormai consunto di uno degli astronauti americani, e appariva stanco quanto lei.
«Forte e chiaro, Gagarin. Sei tu Nadia? Passo.»
La donna sorrise. «Buon giorno, colonnello. Ha le antenne in posizione?»
«Be’, dipende. È presto, non ho ancora bevuto la mia tazza di tè.»
Nadia udì dietro di sé la risatina soffocata di Alexi; il comandante della Gagarin andava famoso per la sua passione per il tè, ne aveva sempre una tazza in mano.
La scienziata alzò gli occhi al cielo senza smettere di sorridere. «Molto divertente, colonnello. Posso avere i dati, adesso?»
Il cosmonauta allungò un braccio verso l’alto e fece scattare una serie d’interruttori, poi sospirò ostentatamente atteggiandosi a una scherzosa rassegnazione. «Coordinate in via di finalizzazione nel corso del collegamento; pronti a scaricare i dati fra 30 secondi.»
Fece un cenno al suo vice, il tenente colonnello Lonya Rostov, e questi premette un altro pulsante sul quadro di controllo. «Sì, signore.»
Nadia sorrise ai due cosmonauti, librati 150 miglia sopra la Gagarin all’interno del modulo centrale della MIR. I dati in procinto di arrivare rivestivano per lei un particolare interesse: si trattava dell’esito del primo di una serie di esperimenti sulla produzione di cellule; non vedeva l’ora di studiare i risultati e proseguire con le sue ricerche sui processi biologici.
Ma prima vorrei…
«Lonya?», pronunciò il nome in tono sommesso.
L’ufficiale inarcò le sopracciglia. «Sì, Nadia?»
«Alfiere a Re nella sesta traversa.»
Lonya Rostov rivolse lo sguardo alla scacchiera fissata a fianco della tastiera del computer, studiandola con espressione assorta. Nadia dovette tenere a freno l’impulso di lanciargli un’occhiata di maligno trionfo: era una mossa efficace, e sapeva che lui non l’aveva prevista.
Beccati questa, Rostov! Stavolta non avrebbe vinto lui.
Dietro di lui, la scienziata osservò una delle cosmonaute in visita alla MIR: Kostoev, pensò, ma non ricordava il nome di battesimo della donna. Ludmila? Teneva in mano una macchina fotografica e l’aveva sollevata per inquadrare qualche particolare.
Il colonnello Kominski interruppe di colpo le riflessioni scacchistiche di Rostov. «Mancano venti secondi al collegamento. Attenzione…»
Il vicecomandante sospirò e riprese il lavoro. «Sono pronto. Sta per cominciare il conto alla rovescia… 18… 17…»
La cosmonauta intervenne all’improvviso, la voce acuta e angosciata. «Lonya, guarda a destra… ci sta venendo dritto addosso.»
Rostov smise di contare alla rovescia e si voltò, osservando qualcosa che non appariva sullo schermo. Nadia scorse un’espressione come di paura incrinare i lineamenti regolari dell’ufficiale e si irrigidì: Lonya Rostov non era uomo da spaventarsi con facilità.
«Cos’è…? Colonnello, venga a vedere anche lei. Si sta avvicinando, e noi ci troviamo proprio sulla sua rotta…»
Nadia rimase in attesa, d’improvviso piena di cattivi presagi. Si stava avvicinando qualcosa? Per quanto altamente improbabile, si trattava forse di un meteorite, di un veicolo spaziale fuori rotta programmata: ma cosa mai poteva dirigersi contro la MIR all’insaputa di Rostov?
Allarmata, si chinò avvicinandosi allo schermo: sebbene la visione fosse nitida, i successivi secondi furono una confusione di suoni e movimenti.
Si udì un crepitio di elettricità statica e il monitor lampeggiò di un vivido azzurro, mentre una serie fulminea di scosse scintillanti riempiva di una luce abbagliante l’interno della stazione spaziale. I cosmonauti apparvero d’un tratto contornati da saette in miniatura, che si inarcavano e schioccavano nell’aria. Risuonò un sibilo elettronico, acutissimo e lugubre, un suono diverso da qualsiasi altro Nadia avesse mai sentito prima.
Le immagini sullo schermo si distorsero trasformandosi in grigia neve. Sovrapposto al forte ronzio elettrostatico Nadia udiva urla e grida di terrore.
Inorridita e disorientata, cominciò a battere con violenza sui tasti del computer, il cuore in tumulto. Poi tutto finì, il rumore troncato con la stessa brutalità con cui si oscurò il monitor.
«Stazione MIR? Stazione MIR?»
Soltanto silenzio e uno schermo vuoto; nient’altro.
Nadia si rivolse al comandante, incrociando con il proprio lo sguardo attonito di lui. «Alexi, i collegamenti audio e video sono saltati, è successo qualcosa di molto grave.»
La trasmissione!
Tornò a fissare lo schermo accanto al video ricevente. I numeri lampeggiavano verdi contro lo sfondo nero, e d’improvviso Nadia provò l’impulso di mettersi a urlare, presa da un irragionevole terrore mentre la MIR completava il conteggio alla rovescia.
3… 2… 1…
Un segnale echeggiò con incredibile violenza nel silenzio del locale, ma non accadde nulla, e Nadia guardò di nuovo Alexi, aprendo la bocca per dire qualcosa, domandargli cosa fare.
All’improvviso una luce strana e terribile irruppe nel centro comunicazioni. Enormi scintille elettriche blu balzarono da una parete all’altra, crepitando di forza e di calore. Nadia saltò in piedi, vide e udì gli altri tecnici fare lo stesso, urlando e incespicando, in fuga dai mostruosi lampi di luce accecante. Cercò d’individuare la fonte d’energia, sopraffatta dal terrore… poi si immobilizzò, lo sguardo fisso sui monitor del computer nel caos di luce che invadeva ogni cosa.
Le informazioni scorrevano sugli schermi con tale rapidità da permetterle di decifrarne a stento solo pochissime. Numeri, righe di simboli, grafici e pagine e pagine di dati memorizzati passavano velocissimi e sparivano mentre lei osservava impotente, paralizzata dall’incredulità.
Cosa…
Una sequenza di lettere e numeri apparve all’improvviso isolata su uno dei monitor, seguita da una seconda e poi da una terza. Nadia si sentì la bocca secca nel rendersi conto di cosa si trattava.
«Comandante, qualcuno sta entrando nel computer principale!»
Alexi seguì lo sguardo degli occhi sbarrati di lei e fissò lo schermo con un’espressione sbigottita. «Impossibile! Sono l’unico a conoscere il codice di accesso.»
Un lampo di luce azzurra attraversò il locale e i due vennero scagliati a terra. L’elettricità statica saturava l’aria, tutta crepitii, e quel sibilo elettronico udito dalla MIR riempì lo spazio conia sua stridula follia.
«Togliete la corrente!», gridò Alexi.
Nadia alzò gli occhi: il ricercatore immunologo era ancora in piedi.
«Spenga! Spenga tutto!»
Scorse il terrore sul volto di Yandiev, ma lo scienziato non esitò. Si slanciò in avanti per disinserire l’interruttore. Vide un lampo di quella scoppiettante luce azzurra abbattersi su di lui e fendergli il petto come una sciabola elettronica. Il bagliore accecante gli bruciò le carni e lo avvolse. Nadia si mise a urlare, e ogni apparenza di autocontrollo, di pensiero razionale si dileguò in quell’urlo.
Anatoly Yandiev esplose in un rogo, il corpo vacillante consumato dall’infuriare delle fiamme.

Un estratto “robotico”

Richie, tallonato da Woods, procedeva lungo l’oscuro corridoio del ponte C: avanzavano entrambi con cautela, armati di vari AK-47. Le scale dovevano essere da qualche parte lì vicino; Richie aveva perso il senso dell’orientamento e, a giudicare da come camminava barcollando, anche Woods non sapeva bene dove andare.
Questo posto è un fottuto labirinto, pensò con amarezza. Quei dannati russi con le loro maledette navi spia. Con ogni probabilità le progettano apposta così per confondere la gente.
Percorrendo il corridoio principale senza deviare, immaginava, prima o poi avrebbero raggiunto un punto per salire. Poco più oltre c’era un’altra svolta, e Richie continuava a rimuginare sugli avvertimenti di Steve. Marinai russi armati di fucili mitragliatori, Squeaky scomparso. Il poveretto doveva aver aperto il portello e s’era fatto beccare. Una maledetta vergogna, tutta quella faccenda.
Provateci un po’ con noi, ruski, siamo pronti e armati fino ai denti, e vi fabbricheremo un bel buco del culo nuovo di zecca.
Girarono l’angolo e si bloccarono di fronte ai mucchi di detriti che costellavano il corridoio poco illuminato. Grossi cavi strappati dal soffitto si ammonticchiavano sparsi dovunque sul pavimento.
«Cos’è successo qui?», bisbigliò Woods.
Richie scosse la testa. «A qualcuno non piace l’elettricità.» Scavalcarono con circospezione i cavi serpeggianti; Richie vide più avanti una nuova curva, a sinistra. Quella parte del corridoio terminava con un portello: forse li avrebbe condotti alle scale.
Raggiunsero l’apertura e Richie si avvicinò, cercando di decifrare la scritta lì accanto. Il russo aveva uno strano aspetto, un miscuglio di lettere perfettamente normali e altre senza alcun senso.
Qualcosa si mosse veloce davanti a lui e rimase librato nell’aria, come un insetto, a pochi centimetri dalla sua faccia.
Cazzo.
L’uomo barcollò all’indietro, e per poco non finì addosso a Woods. Una luce vivida lampeggiò da quell’essere ronzante, accecando Richie.
Questi si mise a menar colpi con il fucile, troppo stupefatto per riuscire a pensare con chiarezza. La canna dell’arma andò a sbattere contro qualcosa di metallo che cadde a terra dibattendosi selvaggiamente e ronzando senza tregua mentre si contorceva sul pavimento.
Richie prese la mira e sparò: luce e suono cessarono all’istante.
Gesù Cristo!
Ma cos’era? Richie fissava l’oggetto, incapace di capire cosa stesse guardando. Una specie d’insetto gigantesco, fatto di parti meccaniche. Circa trenta centimetri di lunghezza, dotato di ali, una lente in mezzo al corpo oblungo, dalla quale emanava una luce pulsante.
È un robot! Un fottuto droide!
Richie lo pungolò con la canna del fucile, ma quello non si mosse. Le pallottole avevano tranciato un cavetto attorcigliato che gli sporgeva dal dorso: doveva essersi interrotta l’alimentazione elettrica.
Il marinaio vide che il collegamento continuava serpeggiando lungo il corridoio alla loro sinistra, e spariva nel buio. Si accovacciò e raccolse il droide: notò stupito quanto fosse leggero.
«Che cos’è?»
«Si tratta di robotica, amico. Alta tecnologia robotica.»
Woods espresse lo stesso timore reverenziale provato dal compagno. «E a cosa serve?»
Richie emise un fischio silenzioso e lento, poi scosse la testa. «Non lo so. Non ho mai visto niente di simile, guarda il livello tecnico di queste parti meccaniche… con fottute meraviglie di questo genere, come hanno fatto i russi a perdere la Guerra Fredda? Andiamo.»
Entrambi imbracciarono i fucili e imboccarono il corridoio di sinistra, seguendo il cavetto troncato che li avrebbe condotti alla fonte d’energia. Richie sorrideva tra sé, ansioso di vedere di più: non stava nella pelle per l’eccitazione e la curiosità.
Allora è questo a cui si dedicavano qui sopra; cazzutamente fantastico! Non c’è da meravigliarsi se vogliono tenercelo nascosto.
Ricordandosi dell’avversario sconosciuto, strinsero più forte le armi e continuarono ad avanzare nell’oscurità, Richie in testa.
[…]
Woods reggeva lo stranissimo robot e un rotolo sempre più grosso man mano che insieme a Richie seguiva il cavo di collegamento del droide lungo il corridoio buio. Richie camminava davanti con una torcia e il fucile mitragliatore pronto. Da qualche punto di fronte a loro si udiva un debole ronzio elettrico, via via più forte.
Woods, intontito dall’alcol, si sentiva meglio, ma mentre procedevano lampi di pensieri e sentimenti sfuocati continuavano ad assalirlo. Steve Baker aveva detto di andare giù da Squeaky perché lui non era là.
Il timoniere aveva un’espressione molto tesa. Scendere in sala macchine a vedere cosa fosse accaduto al piccolo Squeaky. E il comandante Everton aveva dato loro il medesimo ordine mezz’ora prima o forse più. E c’era del sangue, anche. Nel deposito missili, accanto a quel portello.
Si scrollò di dosso i ricordi e continuò ad avvolgere il cavo, tenendosi alle costole di Richie. Un buon compagno, quel Richie, in fondo: conosceva le armi, aveva esperienza in materia di tecnologia avanzata; sarebbero andati subito da Squeaky dopo aver scoperto da dove veniva il robot.
Richie si arrestò all’improvviso; Woods alzò gli occhi e si frugò in tasca per cercare la pila. Il corridoio finiva davanti a un portello: rumore di macchinari in movimento veniva senza dubbio da là dietro.
Richie la spalancò e cercò di attivare l’interruttore della luce, ma il locale rimase al buio, almeno a quanto poteva vedere Woods. I due entrarono, e lo sguardo di Woods fu attirato da una cascata di scintille luminose circa sei metri più in là.
Le luci delle due torce finirono insieme sulla fonte di suoni e luci, e il timoniere spalancò la bocca per la meraviglia.
Non è possibile.
Si trovavano in una specie di officina, con lunghi tavoli accostati alle paratie e muri costellati di attrezzi. Grossi cavi pendevano da ogni parte come liane nella giungla, giravano intorno a postazioni computerizzate dagli schermi balenanti e scendevano in fasci dai tavoli di lavoro. E al termine di ogni cavo ondeggiante, un minuscolo robot color argento, tutto preso a costruire altri piccoli robot.
I fasci di luce scintillavano sulle sottili membra metalliche di droidi non più alti di trenta centimetri. Alcuni avevano un vago aspetto umanoide, con braccia, gambe e corpi piatti fatti di circuiti elettrici in un contenitore di metallo. Atri somigliavano a insetti, simili a quello volante che Woods teneva ancora in mano: questi ultimi scorrazzavano per i tavoli sulle numerose zampe come scheletrici ragni o granchi meccanici. Quel posto sembrava una linea di montaggio in miniatura: i robot maneggiavano minuscole membra, montando e saldando pezzi senza un momento di pausa.
Richie allungò una mano e disinnestò l’interruttore di corrente. Di colpo, cessò ogni attività; tutti i robot si bloccarono, tutte le apparecchiature si fermarono. Nell’oscurità restava solo silenzio e odore di metallo surriscaldato.
La ricetrasmittente di Richie crepitò all’improvviso e la voce di Steve risuonò nel locale. Aveva un tono teso.
«Richie, dove vi trovate?»
Richie afferrò la radio e parlò tutto eccitato. «Steve! Qui sotto c’è un’officina robotizzata dalla tecnologia così avanzata da far sembrare le nostre appena uscite dal Medioevo!»
Al meccanico la cosa non interessava affatto. «Richie, ti avevo detto di prendere il culo e portarlo giù in sala macchine! Sei sordo o senza cervello?»
Richie sospirò. «Ok, ci andiamo, ci andiamo.»
Improvvisamente le macchine ripresero vita tutte insieme, e i minuscoli robot ricominciarono a lavorare come se niente fosse successo.
Richie si infilò la ricetrasmittente nella cintura e azionò di nuovo l’interruttore di corrente, su e giù, su e giù. I droidi non smisero di lavorare, con i cavi elettrici che ondeggiavano leggermente al ritmo delle loro attività.
Ma non dovrebbe esserci più elettricità!
«Usciamo di qui», implorò Woods a bassa voce; Richie lo ignorò, e si diresse lentamente verso uno dei tavoli di lavoro. Sembrava ammaliato in modo irresistibile.
Il timoniere fu colto da un brivido improvviso e violento. Qualcuno li stava osservando, sentiva la presenza nascosta di occhi indagatori in qualche punto del locale.
Fece un passo per avvicinarsi a Richie, e parlò in tono secco, imperioso. «Maledizione, Richie, andiamocene!»
Richie sollevò una mano, senza smettere di guardare un piccolo robot intento a saldare microcircuiti. Poi, dopo essersi chinato, avvicinò le dita all’automa e lo toccò.
Il droide girò di colpo su se stesso e tese uno strano braccio, alla cui estremità era fissato un attrezzo che Woods aveva già visto, sembrava…
Thwap! Thwap!
Il timoniere urlò mentre i chiodi gli affondavano nella carne. Lasciò cadere ogni cosa, premendo le mani sulla ferita per calmare il dolore lancinante, e il droide sparò ancora.
Un altro automa ruotò su se stesso, e infilò la punta del trapano elettrico nel braccio sinistro di Richie, che emise un grido, si slanciò verso una delle paratie e staccò dal sostegno un’ascia antincendio. Tornò al tavolo, urlando di rabbia, mentre il robot armato di pistola sparachiodi continuava a far fuoco.
Woods sgattaiolò nell’oscurità del locale, cercando di tenere la mano stretta sulla spalla e nello stesso tempo di imbracciare uno dei fucili mitragliatori. Richie menava colpi su colpi con la scure, tranciando i cavi elettrici dei robot mentre i chiodi gli cadevano intorno con gran fracasso rimbalzando sulle superfici di metallo.
Nelle tenebre più fitte in fondo al locale ci fu un movimento improvviso: Woods si girò di colpo e vide la sagoma di un uomo che si slanciava in avanti da uno degli angoli. Un lampo di luce violenta e una serie di detonazioni.
Ci sta sparando addosso!
Woods e Richie si gettarono entrambi a terra mentre l’assalitore sparava a raffica, sempre correndo nell’ombra sul retro dell’officina. Woods sollevò l’AK-47, vide Richie fare lo stesso e poi entrambi balzarono in piedi, rispondendo al fuoco.
Insieme, indietreggiarono verso l’uscita, continuando a sparare tra i tavoli, crivellando pareti, automi, cavi con raffiche mortali di pallottole.

L.

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8 risposte a [Novelization] Virus (1999)

  1. Austin Dove ha detto:

    Cazzutamente fantastico

    Piace a 1 persona

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi pare così meravigliosamente romantica questa lettura…sai che quasi quasi…:-)

    Piace a 1 persona

  3. Giuseppe ha detto:

    E due: non solo il fumetto ma anche il romanzo (prefazione compresa) sorpassano il film a destra, occhi chiusi e contromano 😜

    Piace a 1 persona

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