Intervista a Leigh Whannell (2015)

È appena uscito (di nascosto) nei cinema italiani L’uomo invisibile (2020), sforzo congiunto di Universal e Blumhouse in cui la parola d’ordine è stata: non mandiamo neanche un trailer in Italia, NESSUNO deve sapere di questo film!

Visto che alla regia e sceneggiatura c’è Leigh Whannell – che io odio e amo, che amo malgrado lo odi e che odio malgrado lo ami – è il momento di conoscere meglio il giovane padre di SawInsidious, che tante idee azzecca (e lo amo) quante ne sbaglia (e lo odio).

Traduco un’intervista di Brendon Connelly per il sito Den of Geek, risalente al 4 giugno 2015.

Leigh Whannell


Leigh Whannell:
Insidious, Saw, Star Wars

di Brendon Connelly

dal sito Den of Geek
(15 giugno 2015)

Il co-creatore delle saghe di “Saw” e “Insidious”
chiacchiera con noi di omaggi,
errori e della relazione Luke/Leia/Vader…

Il collaboratore di lunga data di James Wan, Leigh Whannell, è stato il co-creatore e co-sceneggiatore delle serie di Saw e Insidious. Per il terzo capitolo di Insidious, Whannell ha afferrato il megafono da regista per la prima volta.

L’abbiamo incontrato la scorsa settimana per parlare della sua nuova mansione di scrittore-regista, delle sue ambizioni, delle lezioni imparate dai suoi film e di altre cose, da Poltergeist a The Shining alla saga di Star Wars.

Credo che gli studenti di cinema troveranno le sue risposte particolarmente intriganti, ma attenzione: ci sono spoiler da The Others, L’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi.


Tornando alle origini, il primo “Insidious” viene costantemente paragonato a “Poltergeist” (1982). È nato come un omaggio al film di Tobe Hooper o si è sviluppato strada facendo?

Il primo film è uscito così perché volevamo raccontare una storia che coinvolgesse proiezioni astrali. Una notte chiacchieravamo di alcune idee e ci rendemmo conto che nessuno aveva mai fatto un vero film horror che parlasse proiezioni astrali. Di solito lo si fa in termini new age, roba tipo yoga o “spirito animale”, ma è ovviamente anche un elemento da film horror. Parli di qualcuno che si addormenta e la sua anima lascia il suo corpo.

Abbiamo pensato sarebbe stato davvero interessante raccontare una storia con qualcuno la cui anima ha lasciato il corpo e non è più tornata, lasciandolo un contenitore vuoto. In questi termini non è proprio

Poltergeist, anzi ha un soggetto decisamente originale. Ma poi, una volta che ti addentri in un film da case infestate, arriva la medium che aiuta un bambino, inizi a fare paragoni con Poltergeist. Non era però intenzionale, semmai… involontario? Ho amato il primo film, perciò magari pensavo a quello a livello inconscio.

Invece i riferimenti a “The Shining” in questo terzo film sono voluti?

Già. La porta della stanza, il lungo corridoio con ascensore… The Shining è il mio film horror preferito, perciò un sacco di riferimenti sono semplici citazioni, inserite al di là del loro legame con la storia. Magari era il mio modo per tenere viva l’idea di Shining sul set. In più c’è il libro che la protagonista sta leggendo: Arancia meccanica [A Clockwork Orange (1962), di Anthony Burgess, nella prima edizione Heinemann. Nota etrusca].

Ho amato quel documentario, Room 237

Già, “documentario”…

Esatto. Parla dei significati nascosti di The Shining, che siano ridicoli o meno. Magari stavo cercando di inserire un po’ di tutto questo nel mio film.

Un po’ mi aspettavo una telecamera a mano che seguiva il triciclo per i corridoi.

No, non l’abbiamo mai preso in considerazione, per tutto il tempo eravamo limitati dalle dimensioni del set, e le mie riprese erano tutte precedute dalla stessa domanda: “Cosa possiamo fare in uno spazio così piccolo?”

I fan dell’horror sono così esperti che somiglianze pur vaghe possono far discutere a lungo. Cosa pensi di aver ottenuto dall’inserire un omaggio? Ti sei mai preoccupato che potesse essere una distrazione?

Non me ne preoccupo. Se mi rendo conto che un film sta diventando un’antologia di idee prese da altri titoli… per esempio, se stessi facendo un film come The Others (2001) [di Alejandro Amenábar], ambientato agli inizi del Novecento in una proprietà britannica e parlasse di una donna che non sa di essere morta… be’, non lo farei.

Quando invece si tratta solo di “questo corridoio mi ricorda The Shining“, allora non mi preoccupo se sia una distrazione o meno. Solo i fan più attenti lo noteranno, persone come voi, i fan dell’horror, ma non credo che il pubblico medio se ne accorgerà. In un certo senso è gratificante se un fan dell’horror mi dice “ho notato che quell’inquadratura della porta è molto simile a The Shining“, perché vuol dire che hanno davvero prestato attenzione alla regia.

Comunque io cerco di creare storie e spaventi il più originali che posso.

Da Shining (1980) in poi, le gemelle mettono sempre paura

Passiamo per un momento al secondo film. Hai inserito un sacco di nuove regole e parecchie informazioni su come funzioni la cosa. Quando te ne sei uscito con queste regole… be’, se io fossi stato in te mi sarei preoccupato di non esagerare. Come hai mantenuto l’equilibrio? E hai mai barato con le tue stesse regole?

Può diventare una situazione confusa. La cosa buona di Insidious è che è questo mondo soprannaturale è nebuloso, e ti permette di adattare le cose: è molto malleabile, così nel secondo film abbiamo un sacco di viaggi nel tempo. È un mondo in cui operare con molta libertà, mentre nei film di Saw le cose avvengono nel mondo reale e tenere traccia della mythology è molto difficile. Invece in questo film l’elemento soprannaturale concede parecchia libertà. Cerco di basarmi su regole generali e non complicare le cose.

Una delle cose che fa questo terzo film è sciogliere alcuni nodi che probabilmente non erano stati pensati per essere sciolti. È un bel trucco, e dà alla serie un aspetto più omogeneo e coerente. La pensi così?

Mi sono divertito parecchio a giocare con le visioni di Elise, in questo terzo film: aggiungono un’ulteriore dimensione all’eroismo del personaggio. Ricordo di aver pensato che avrebbe aggiunto profondità al personaggio se avessimo scoperto che quando era entrata nella casa dei Lambert del primo film lei già sapeva che sarebbe morta. Se vedete Insidious 3 vi renderete conto che quando nel primo film guarda quella stanza lei già sapeva che era lì che sarebbe morta.

È molto divertente riallacciare i fili narrativi e guardare al futuro.

Quando Elise vede per la prima volta il luogo in cui morirà

Pensi che sia onesto? Se riguardo il primo film, e non ho avuto la possibilità di vedere il terzo, l’altra notte, pensi che quella scena fili liscia lo stesso?

Penso di sì. Mi sono rivisto il primo Insidious e secondo me lei entra titubante nella stanza. Ha uno sguardo strano, mentre si gira intorno, e mi sono reso conto che magari può aver riconosciuto questa stanza. Magari ci è già stata in passato e se ne ricorda solo ora. Così alla fine del primo film quello sguardo significa “ecco, è questo il momento in cui morirò”. Sono sicuro che le cose funzionino.

La capacità del pubblico di immedesimarsi nello stato mentale di un attore che semplicemente si guarda in giro è uno dei più grandi regali per i cineasti.

Lo so. Ho visto film riuscire molto bene in questo. Ricordo Bourne Identity (2002) che si chiude con Joan Allen che svela a Jason Bourne ciò che si pensa sia la sua data di nascita, ma poi nel terzo film la cosa viene rigirata ed in realtà gli ha rivelato un indirizzo. Hanno ristrutturato l’idea, e ho pensato che fosse brillante: è una donna della CIA e lei sa che lui avrebbe capito.

È molto più convincete di Luke che è il fratello di Leia, e Darth Vader è loro padre. Non ci avevo mai pensato.

Non l’hai mai digerito? Pensi che sia qualcosa che si sono inventati dopo?

Credo che George Lucas abbia reso Vader padre di Luke dopo l’uscita del primo film, e Leia è diventata sua sorella dopo il secondo.

È divertente se pensiamo al contesto del primo film, dove c’è questa tensione sessuale dell’eroe che salva la principessa, stringendola a sé.

Se George Lucas davvero l’ha pianificato, allora quell’uomo è una specie di pervertito.

Credo che sia dovuto uscire con questa idea ne L’Impero colpisce ancora (1980). Stava cercando di spingere l’idea di Leia e Han Solo innamorati. Credo che quel punto in cui lei dice «Ti amo» e Han risponde «Lo so», quella battuta sia stata scritta da Harrison Ford. Forse non è vero, ma ho sentito che l’ha improvvisata sul set.

Mi piace credere sia stata scritta da Leigh Brackett, che di solito scriveva roba noir ed era brava con quel genere di dialoghi.

Ha scritto Il lungo addio [The Long Goodbye, 1973, di Robert Altman, tratto dal romanzo omonimo del 1953 di Raymond Chandler. Nota etrusca] ed anche lì ci sono un sacco di dialoghi brillanti.

Chi lo sa. Non sei qui per parlare di “Star Wars”, perciò parliamo del tuo stile. Cosa ti dice che hai messo la cinepresa nel punto giusto?

Un insieme di cose. Quando scrivi una scena ne vedi una versione nella tua testa, dove dirigi l’intero film: poi però passi il copione ad un regista ed esce fuori qualcosa di completamente diverso. La cosa buona del dirigere tu una sceneggiatura che hai scritto è che puoi cercare di concretizzare quel film che ti sei girato nella testa.

Di solito succede che parli con l’operatore della cinepresa e dici cose come “Scena dodici, entriamo nella stanza con una camera a mano e troviamo l’intervistatore…”, ma poi lui ti risponde “Non penso che la steadicam passi per quella porta, perché invece non partiamo da lì?”. È tutto un insieme di idee creative che si adattano alla realtà delle riprese, è tutto architettura e spazio, e ho avuto infinite discussioni per questo film in cui mi veniva detto “Non posso mettere la cinepresa sul pavimento come vuoi tu, ma posso fare quest’altra cosa”. È tutto un mercanteggiare. Un sacco di scene nel film sono esattamente come le avevo immaginate mentre le scrivevo, ma altre sono frutto di compromessi e di possibilità di movimenti di camera.

Credo sia sempre bene avere ben chiaro l’intero film quando scrivi il copione. Prima di iniziare a girare mi sono seduto, ho chiuso gli occhi e ho visto l’intero film, letteralmente in tempo reale. Per novanta minuti sono stato in un cinema nella mia mente ad immaginare ogni scena. Il tuo cervello di solito mette sempre la cinepresa nell’esatto punto in cui vuoi.

Quindi ti fidi di te stesso in questo processo?

Ti fidi dei tuoi istinti. A volte certo non combaciano con la realtà delle riprese, ma a volte sì. Capita che guardo una scena di un mio film e penso: “Wow, è esattamente com’era nella mia testa”, ed è divertente.

Credo che Robert Rodriguez nel suo libro, “Rebel Without a Crew”, la descriva come una parete bianca: immagini che sia uno schermo e la fissi.

È davvero utile. Se vuoi dirigere un film, su tuo copione o meno, dovresti essere in grado di sederti e guardarlo prima nella tua testa.

Poi si passa agli schemi e alle questioni organizzative, del tipo “devo girare questa scena all’altezza degli occhi, il che significa…”, o “Devo mostrare questo personaggio solo da quest’angolatura perché…” e via dicendo.

Molte di queste cose già le vedi nella tua testa, ma già mentre scrivevo mi chiedevo: “Qual è il modo migliore di descrivere questo?”. Per esempio, lei è a letto di notte e si sente sola, perciò ho iniziato a pensare quale fosse il modo migliore di descrivere la sua sensazione di solitudine. Ho fatto una ripresa ampia dove lei risulta piccola, in un angolo, apparendo vulnerabile e sola.

Ti sei basato sul tuo istinto per tante scelte?

La parte divertente è che ad un’accurata analisi in pratica tutte le scene possono essere ricondotte a cosa hai in mente: la tua coscienza già sa cosa è meglio. Forse è per questo che il film funziona, perché arriva a tutti: usa un linguaggio innato.

L’altro giorno qualcuno mi ha raccontato che Walter Murch, il montatore di Apocalypse Now, metteva una videocamera puntata sul pubblico mentre stava mondando un film, così da contare i battiti degli occhi.

Sì, se ne parla nel suo libro “The Blink of an Eye”.

Lui dice che il pubblico inconsciamente già monta il film, a lui basta contare i battiti d’occhio. È una cosa che mi affascina. Un’ulteriore prova che la mente inconscia costruisce questi film nei modi migliori.

Quasi a crearli come li vuole.

Esatto. Io ho fatto un po’ di entrambe le cose: un po’ di deriva subcosciente, vediamo un po’ dove mi porta, e poi mi sono seduto ad organizzare il tutto. Mi ha sorpreso come le due cose viaggiassero bene insieme.

Come riuscirai a migliorare il tuo prossimo film?

Mi piace pensare di saper parlare un po’ meglio alla mia troupe: devi imparare il suo linguaggio e in questo film ho avuto delle difficoltà. Mi piace pensare di essere migliorato, ora.

Quando monti un film scopri quello che avresti dovuto fare: è una sorta di autopsia. E per molto tempo è stato come tagliare l’opera con uno scalpello. Apri il corpo e guardi cosa c’è dentro. Nella sala di montaggio scopri perché le cose non funzionano. Sul set non c’è tempo di pensare perché non sai ancora cos’hai in mano. Invece durante l’autopsia impari il motivo per cui una scena non ha l’impatto emotivo che speravi.

Mi piace pensare che il prossimo film sarà migliore perché prenderò tutte le lezioni imparate, e probabilmente avrò davvero un blocco degli appunti con tutte queste cose scritte sopra. “Se giri una scena che dovrebbe avere un impatto emotivo, assicurati di avere un buon primo piano”. Se non hai un blocco degli appunti con queste note, probabilmente dimenticherai tutto. Credo che uno impari per accumulo.

Quindi ciò che vediamo ora è il meglio che tu sai fare in questo momento?

C’è tanta roba nel film della quale sono contento, ma in un paio di scene… saremmo stati in grado di fare meglio, grazie alla tecnologia potevamo fare di più. A volte si arriva ad una versione di compromesso, ma penso che valga per ogni film. Puoi sederti a vedere Il Padrino e pensare “Che capolavoro!” senza sapere che Francis Coppola è seduto dietro di te a pensare: “Ragazzi, se avessi fatto un primo piano di quel gatto”.

Quando sei fra il pubblico non sai cosa ti stai perdendo. Parlando ancora di George Lucas, ha detto «Tutti amano Star Wars ma quando io lo guardo non vedo altro che errori». Immagino che sia la maledizione di chi è dentro le cose.

Dev’essere peggio quando scrivi una sceneggiatura che poi altri dirigeranno.

Già, quando sei uno sceneggiatore ci sono momenti in cui pensi “Oh, andiamo, ma davvero? È così che vuoi fare la scena?”, però poi hai in mano la carta “esci gratis di prigione”, perché puoi rilassarti sulla poltrona e dire: “Non è un mio problema”.

C’è stata gente che è venuta da me, in passato, e mi ha detto: “Perché hai fatto quella cosa in Saw?”, o “Perché hai fatto quella cosa in Insidious 2?”, e io rispondo: “Io non ho fatto niente, non ho diretto io quei film”. Insidious 3 è il primo film in cui sono coinvolto in tutte le decisioni, quelle buone e quelle sbagliate.

In tutte?

Già. Questo è il bello di lavorare con al Blumhouse: non ti danno molti soldi né tempo, hai 25 giorni per girare un intero film ed è stressante, ma ti danno totale libertà creativa. So che girano storie su dirigenti che arrivano alle spalle dei registi e dicono “Non credo che questa scena funzioni”, ma alla Blumhouse non succede davvero mai. Può essere però una maledizione, perché se le cose non funzionano devi assumerti la totale responsabilità dei tuoi errori. Di certo sul set sei lasciato da solo, sia nel bene che nel male.

Pochi soldi, molto orrore

Sono obbligato a chiedere su cosa stai lavorando ora, e a cosa lavorerai in futuro.

Sto lavorando a cose diverse. Ho un paio di copioni di fantascienza, uno quasi completo e uno invece ancora all’inizio: ho fatto una vera mangiata di fantascienza, l’anno scorso, tornando ai film che amavo dell’èra delle VHS, roba come The Thing (1982), Terminator (1984) ed Alien (1979).

Thriller di fantascienza, davvero?

È divertente come quei film siano di fantascienza ma contaminata con altri generi: fanta-horror, fanta-action. È una delle cose più belle della fantascienza, può adattarsi a tutto. Può essere utilizzata per una storia d’azione, meditativa o anche un thriller verboso. Ecco ciò che mi interessa della fantascienza, che dà il tono alla storia. Se fai un film horror dev’essere spaventoso, mentre per la fantascienza… be’, puoi fare un dramma politico ambientato nel futuro e la gente lo chiamerà “film di fantascienza”. Puoi fare un film su una casa infestata nello spazio.

Be’, è quello che ha fatto Ridley Scott.

Ridley Scott l’ha fatto. Amo l’idea di malleabilità, che puoi portare un genere in un altro mondo, in un altro tempo o nello spazio.

In termini di ambizioni ovviamente mi piace scrivere e dirigere: mi piacciono le persone che sono responsabili di interi universi. Jams Wan è qualcuno che non ha problemi nel dirigere il copione di qualcun altro, sarà il regista da ingaggiare. Mi trovo a mio agio gestendo personalmente il materiale, perciò cerco persone come Rian Johnson. Amo ciò che ha fatto. Ha iniziato con Brick (2005), un film a basso budget, poi ha fatto The Brothers Bloom, una commedia stramba, poi ovviamente Looper (2012). Se ci pensi, quest’ultimo è un film di fantascienza molto inventivo, con un mondo completamente inventato da Johnson.

Sì, ma ora…

Già, è interessante come l’universo di Star Wars lo abbia inglobato. È un club chiuso, immagino ci sia stata molta fiducia in lui per coinvolgerlo. [Rian Johnson infatti dirigerà Star Wars. Gli ultimi Jedi (2017). Nota etrusca]

Amo l’usanza di Hollywood del detto “Amo quello che fai, sei molto creativo, ora vieni qui e fai quello che ti viene detto”. Non sembra mai funzionare con qualcuno che sia anche solo vagamente un autore e che poi si ritrova in una catena di montaggio. È molto meglio dire “Ehi, vogliamo il tuo stile per il nostro brand: fai la tua cosa”. L’hanno fatto con Chris Nolan, dicendo: “Dacci la versione di Chris Nolan di Batman”. È a quello che aspiro, di essere qualcuno che crea mondi invece di contribuire saltuariamente ai molti di altri.

Non sono sicuro che saprei gestire Batman, probabilmente rovinerei tutto. Preferirei creare Ratman, il mio eroe personale, così nessuno potrà dirmi che sto sbagliando con il personaggio.

Be’, qualcuno lo fa sempre, alla fine.

Oh, già.

Grazie per il tuo tempo, Leigh.


L.

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19 risposte a Intervista a Leigh Whannell (2015)

  1. Cassidy ha detto:

    Non può creare Ratman lo ha già fatto Ortolani 😉 inizia bene il suo uomo invisibile, così invisibile che lo hanno anche fatto sparire dai cinema. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Forse è questa la trovata pubblicitaria: un film invisibile, proiettato in modo invisibile in cinema invisibili. Infatti il suo pubblico è invisibile e così i suoi incassi, almeno in Italia 😀
      (In America pare stia facendo il botto, con un budget addirittura inferiore rispetto ai canonici 5 milioni di Blum. Come si fa ad odiare Leigh? ^_^)

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Ho visto il trailer l’altro giorno, per caso, a casa dei miei suoceri. Ma proprio una cosa di 20 secondi dove spicca il broncio della Moss e il logo della Blumhouse. Stop! Ho intravisto superveloce il titolo. Se per caso volessi andare al cinema a vederlo… Non potrei visto che sono chiusi a doppia mandata.
    (Fantastico due secondi: primavera 2020, causa ritardi in post-produzione esce “Avengers Endgame” inizilmente previsto per il 2019. Il film spaccabotteghini avrebbe riaperto i cinema? La butto là: si.)

    Intervista parecchio pregna che spiazza da destra a manca e tocca punti interessanti. Grazie Lucius!

    P.S.: ieri sera, finalmente, mi sono rivisto “Resa dei conti a Little Tokyo” (subito dopo, a ruota, il primo “Nightmare”). Sai che non mi ricordavo durasse così poco?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per fortuna la Blumhouse spende così poco che basta niente per fare successo, e tanto l’Italia è una landa così desolata che è strano continuino a doppiare i film da noi, per tenerli due giorni di nascosto in due sale 😀
      Sicuramente lo cercherò perché sono curioso di vedere questa reinterpretazione di Leigh.

      Showdown in Little Tokyo è un piccolo gioiellino veloce veloce da leccarsi i baffi 😛
      Tutti i caratteristi asiatici dell’epoca presente, ovviamente tutti cinesi nel ruolo di giapponesi, bellona di turno, buddy cops e Dolph che spacca tutto: pura narrativa di genere senza fronzoli né ipocrisie. Ad avercene…

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      • Conte Gracula ha detto:

        Che poi, sbaglio o la bellona di turno era Tia Carrere, protagonista di Relic Hunter? O era Relic Hunters? Sono passati troppi anni.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sì, era il suo periodo d’oro, durato poco ma molto intenso 😉 E’ stata anche celebre testimonial delle M&M’s.

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      • Conte Gracula ha detto:

        Persona bizzarra. A volte era carina… a volte era proprio bella!

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      • Zio Portillo ha detto:

        Anni 1999-2000-2001, lavoravo nelle bancarelle di souvenir e contemporaneamente “””studiavo””” all’università. Una mattina stavo sistemando la paccottaglia e arriva Tia Carrere con sua madre a comprare un po’ di cagatine da portare a casa per ricordo.
        Veramente bellissima e pure molto gentile perché abbiamo parlottato un quarto d’ora buono mentre la madre sceglieva le peggio cose e lei era sempre sorridentissima e disponibile (era mattina presto, c’era poca gente e non credo l’abbiano riconosciuta in molti…)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Dài!!!!!! Che spettacolo! Che effetto dev’essere vederla dal vivo…
        Spero tu gli abbia chiesto com’è stato lavorare con Dolph! 😀

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      • Zio Portillo ha detto:

        A Venezia, se lavori in zona turistica è facilissimo beccare celebrità di qualunque rango (a memoria così di primo acchito, nel triennio che ho lavorato nelle bancarelle a parte svariati calciatori/sportivi, ho incrociato la Carrere, Bon Jovi, Jerry Lewis, Verdone, fino alle… Lollipop!). Un conto è lavorare per un grosso marchio di abbigliamento o in qualche hotel dove devi mantenere le distanze (ho dei cari amici che lo fanno e maledicono il 90% dei VIP che fanno gli sboroni per qualsiasi cosa!), un altro è lavorare in un chioschetto dove puoi “dare del tu” alle persone e magari stringergli la mano o fargli una battuta (il mio ex capo riprese un noto calciatore che fumava in pubblico davanti ai bambini che chiedevano autografi. Il calciatore spense la sigaretta e si scusò.).

        Vabbè, comunque alla Carrere (che, ahimè, non ho mai visto in Relic Hunter!) dissi di averla vista in TRUE LIES e… FUSI DI TESTA! Forse per quello mi sorrideva! Un po’ come se alla Cotillard dicessi di averla vista in TAXXI! 😀

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Non credo di aver mai visto per intero un film scritto da quest’uomo, ma sembra avere idee interessanti ed è simpatico, almeno dall’intervista.
    Anche l’intervistatore ha i suoi momenti ^^
    E per quanto riguarda i collari stretti da Hollywood sugli autori, amen.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dico che lo amo e lo odio perché Leigh sa prendere storie banali e dar loro trovate geniali e fresche, quindi lo amo; poi però rovina tutto con qualche stupidata, e quindi lo odio. Però poi ha una nuova idea giusta e lo amo, idea poi rovinata da un’idea pessima, e lo odio…
      Di sicuro Leigh non mi è indifferente 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        Penso che tu lo abbia descritto bene, in questo suo alternarsi fra estremi opposti 😉 Da un po’ di tempo ammetto di averlo rivalutato in positivo, il ragazzo, e quest’interessante intervista mi spinge a confermare il mio atteggiamento nei suoi confronti (non male l’aneddoto di montaggio su Walter Murch)… riguardo a un’anima che abbandona il corpo senza mai più tornarvi almeno un precedente gli è sfuggito, anche se non era poi fra i più celebri e nemmeno fra i più immediati: Chiller, di Wes Craven 😉
        P.S. Idea brillantissima far uscire un film senza manco un trailer e, soprattutto, quando i cinema devono chiudere per cause di forza maggiore (invisibilità garantita, al 100%) 😦

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Pensa che l’ho pure recensito, “Chiller”, un secolo fa, ma onestamente non ricordo nulla…
        Il passo successivo della Blumhouse in Italia sarà di non distribuire per niente un film ma limitarsi a dire ufficialmente di averlo fatto. Tanto con quei due o tre spettatori rimasti nelle sale italiane non se ne accorgerebbero in molti 😀

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Direi che, in my opinion, nel pendolino amo/odio comunque prevale la prima, intanto la non indifferenza, secondo me, è sempre una qualche forma di affetto, in secondo luogo le idee che ha e a cui ha legato il suo nome, per me, prevalgono sui momenti in cui “sbraca”. Inoltre, anche a me è parso simpatico nel corso dell’intervista, oltre a toccare titoli di film che ho praticamente visto in toto (alcuni, adorato in toto).
    p.s. anche io mi sono rivisto non tutto ma l’ennesimo bocconcino di Resa dei conti, in seconda serata (come da commento di Zio Portillo 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Chissà che con l’uomo invisbile non rivaluti del tutto Leigh e passino in secondo piano i motivi per cui odiarlo 😛
      Appena riesce a contenere le trovate ammazza-trama per me risplenderà nel firmamento…

      "Mi piace"

  5. Sam Simon ha detto:

    Credo di aver visto solo Saw dei film su cui ha messo le mani quest’uomo, però bella intervista! Mi piace quando si nota che anche l’intervistatore sa di cosa sta parlando.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Insidious 1 e 2 non sono gran che, ma poi Leigh prende le redini del 3 e 4 e tutto cambia: non dico che siano buoni film, ma si sente che sotto ci sono buone idee, non sempre poi concretizzate. Comunque gli acchiappafantasmi di Leigh sono una delle migliori idee dell’horror del Duemila 😉

      Piace a 2 people

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