Forbidden Jungle (1950)

La giungla è abbastanza grande per tutti, anche per la minuscola Jack Schwarz Productions, casa che produce un buon numero di filmucoli in dieci anni prima di scomparire nel nulla.
Il 2 marzo 1950 presenta in patria un prodotto che raccoglie insieme tutti i sottogeneri del filone jungle: Forbidden Jungle.
Risulta inedito in Italia.

Di proibito c’è solo la sceneggiatura…

Come dice il titolo, il film si focalizza sull’intera giungla più che sui singoli soggetti della trama, così abbiamo davvero di tutto.
Per esempio la storia inizia con il grande cacciatore bianco Tom Burton (Don Harvey), il cui cognome ricorda l’avventuriero ed esploratore Richard Burton mentre la sua attività omaggia il grande cacciatore bianco Allan Quatermain, nato dalla penna di H.R. Haggard.
Burton sta attraversando la giungla africana perché un riccone lo paga bene per ritrovare il proprio figlio, scomparso in quelle zone quand’era ancora un bambino: ritrovarsi dal cacciare elefanti al cacciare un ragazzino non è qualcosa che piaccia a Burton, ma dice apertamente che i soldi sono l’unica cosa che gli interessi!

La tipica espressione del grande cacciatore bianco

Incontriamo il ragazzino cresciuto, che ora si fa chiamare Tawa (Robert Cabal), che sfoggia il fisico statuario di un lanciatore di applicazioni per smartphone. (Già per iPhone servirebbero più muscoli…) Come ha fatto quel rachitico a sopravvivere in un ambiente così ostile? E soprattutto come è riuscito a non abbronzarsi sotto il sole africano?

I muscoli guizzanti del signore della giungla…

A fargli compagnia c’è una famiglia allargata. Oltre ai soliti scimpanzé cuccioli – presenti in pratica in tutti i film tarzanidi – Tawa ha una compagna, Nita (Alyce Lewis) che sfoggia un nome curioso: sembra Cheeta… che sia un riferimento al suo peso in questa famiglia non tradizionale?

Ma tu a chi vuoi più bene, a Cita o a Nita?

Dunque abbiamo Allan Quatermain, Tarzan, Jungle Girl e tutti gli animali della giungla: cosa manca? Ovvio: un bel gorillone interpretato dal mitico Ray Corrigan.

Dove c’è un gorillone, Ray Corrigan è lì

Gege (pronunciato Gigi) è il classico costume utilizzato in tanti monkey movies dell’epoca, con un pelo esagerato che risulta inspiegabile quando poi inquadrano le scimmie vere: com’è che loro sono meno pelose di Gege?

Si capisce perché il gorillone se la voglia caricare…

Comunque lo scimmione ha buon gusto, infatti invece di affrontare gli animalacci si dimostra molto interessato alle belle donne autoctone: lo incontriamo infatti che si carica un’africana tutte curve, per motivi che non ci sono chiari. Forse ufficialmente la scena ci dimostra che è un animale violento, ma credo che Gege avesse idee più vicine al Gorilla di Charles Brassens portato in Italia da de Andrè.

Le singe, en sortant de sa cage
Dit “C’est aujourd’hui que j’le perds !”
Il parlait de son pucelage,
Vous aviez deviné, j’espère !
Gare au gorille !…
(Brassens 1952)
la bestia uscendo fuori di là
disse: “quest’oggi me la levo”
parlava della verginità
di cui ancora viveva schiavo.
Attenti al gorilla!
(de Andrè 1968)

Abbiamo dunque un film che sembra racchiudere in sé tutti i migliori sottogeneri del filone, quindi sarà uno spasso da applauso, no? No.

Presentati i personaggi, inizia un lungo ed inutile pippone in cui Burton cerca di convincere Tawa a tornare alla civiltà, e come unici argomenti sa parlare di New York e di Broadway, che sono belle, ma proprio belle belle, ma popo-popo-popo belle, che te dico férmate, quanto so’ belle. Diciamo che l’argomento è esaurito dopo un secondo di conversazione, quindi passarci mezzo film non è una buona trovata. Per fortuna tutto è inframmezzato di infinite scene che non c’entrano una mazza con i piccoli scimpanzé che scimpanzeggiano in giro: metti una scimmia che fa le boccacce in video e hai conquistato il pubblico.

Mentre il grande cacciatore bianco non fa che ripetere «Non stai troppo bene qua / molto meglio è la città», Tawa resiste a tutte le tentazioni, perché di New York e Broadway proprio se ne sbatte le liane, e ripete: «bongo bongo bongo / stare bene solo al Congo / non mi muovo, no no.»
Lo so, sarebbe bello se la sceneggiatura del film fosse basata sul testo della canzone Bongo Bongo Bongo, con cui Devilli nel 1947 portò in Italia per Nilla Pizzi la canzone Civilization di Hilliard e Sigman, cantata anche dal celebre Danny Kaye. Purtroppo il film non ha quella profondità di contenuti…

Come ho raccontato per i film con Jungle Girl, la regola è chiara: quando è un uomo a stare da solo nella giungla, si può cercare di convincerlo ma se vuol restare allora resta. Se è una donna, viene via e basta e deve pure fare silenzio, se no le si dà qualche ceffone.
Qui Nita ha lo stesso valore di Cita quindi sta zitta e muta, avendo meno importanza nella storia degli alberi sullo sfondo. Tawa non sembra ma è un uomo, e quindi è libero di scegliere: decide di restare lì, con la sua sveglia al collo, e quindi il grande cacciatore bianco non può far altro che tornarsene indietro, ritrovandosi costretto a rinunciare ai soldi.
Con la levatura morale di una liana, si chiude uno dei film più inutili girati nella giungla: quando sentite un grido fra le liane, non è Tarzan… è il regista Robert Tansey che è impazzito a fine riprese!

L.

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17 risposte a Forbidden Jungle (1950)

  1. Cassidy ha detto:

    Ho un culto personale per “Il gorilla” così per come tanti altri pezzi di Fabrizio de Andrè che mi deriva dal lato paterno, giocandoti al meglio proprio quella citazione musicale, hai vinto decisamente tutto! Grande! 😀 Cheers

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  2. cumbrugliume ha detto:

    È normale che mi sia venuta voglia di guardare Bingo Bongo?

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Che film tremendo traspare da questo post!
    Ma un film decente sulla giungla è stato mai fatto?

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  4. Kukuviza ha detto:

    Ma il terrore di sta giungla in definitva cos’era? Lo scimmione a pelo lungo?

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  5. Andrea87 ha detto:

    davvero arriverà anche Bingo Bongo? “UH!”

    e “la nostra amica Charlie” (non so se siano più disperati i tedeschi che producono certe cose o noi che le importiamo…)?

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  6. Giuseppe ha detto:

    “Sfoggia il fisico statuario di un lanciatore di applicazioni per smartphone”… ho rischiato di cadere dalla sedia 😀 😀
    Io non sono né Brassens né il grande Faber, però un mio contributo disimpegnato lo vorrei comunque dare…
    Tu, fanciulla autoctona, proprio tu
    della giungla sei bellezza
    il profumo tuo è una brezza
    ma la vita poi non brilla
    se qui non ti fai il gorilla
    e lo dico per davvero
    ecco, è già sul tuo sentiero
    Sguardo fermo, vai sicura
    che non c’è d’aver paura
    Incomincia a caricare?
    Lo fa sol per recitare!
    E’ un tipo, invero, assai alla man:
    sotto il pelo è Corrigàn 😉

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