Sharon Stone racconta 23. Basic Instinct 2

Comincia ad essere difficile reperire il pulviscolo di produzioni sempre più minuscole in cui la nostra Sharon Stone si è andata ad infilare man mano che, con il nuovo millennio, la sua carriera si è fatta invisibile ad occhio nudo. E, onestamente, comincia a fare parecchio male vedere i titoli in cui appare, quindi direi di chiudere il ciclo (che, per definizione, è un ente ciclico) con il film con cui si torna alle origini del successo dell’attrice. Ma prima…

Quando una sit-com televisiva ha successo ma le idee iniziano a scarseggiare, arrivano le grandi stelle a fare la loro comparsata. Sharon l’abbiamo vista apparire nella settima stagione di “Pappa e ciccia” ed ecco che il 21 aprile 2005 appare nella settima stagione (7×20) di un’altra serie comica di grande successo: “Will & Grace“.

Una psicoterrapeuta di gran classe

Qui la nostra eroina interpreta Georgia Keller, una psicoterapeuta di grido a cui Will si affida per riversarle tutti i suoi piagnistei, ricevendone solo indifferenza e disprezzo; quando invece Grace si avvale delle sue cure, la dottoressa Keller diventa affabile, amichevole e le promette di citare il suo caso nel nuovo libro che sta scrivendo, promessa che aveva già fatto (svogliata) a Will. I due amici cominceranno a litigare su chi dei due meriti davvero di vedere le proprie turbe psichiche (vere o presunte tali) finire nero su bianco nel nuovo grande libro di un’autrice di successo.

Il ruolo della Stone è di pochissimi minuti, come al solito, ma è divertente e sta al gioco, cioè recita proprio come una grande attrice chiamata a fare una comparsata, anche se era stato molto più divertente Michael Douglas quando, nel 2002, in “Will & Grace” aveva interpretato un detective molto simile a quello di Basic Instinct. È chiaro che si debba tornare alle origini, che dopo aver interpretato una psichiatra in TV vada a consultarne uno al cinema…. ma nei panni di Catherine Tramell.

Questo accavallare di gambe è uno spot per il prossimo film

Michael Caton-Jones ha esordito con l’ottimo Scandal. Il caso Profumo (1989), che sebbene fosse la ricostruzione romanzata di una storia vera – citata anche di sfuggita nella serie di successo “The Crown” – aveva una discreta dose di erotismo, quindi sembrava l’uomo giusto per riesumare la sessualità della Tramell. Purtroppo così non è stato, ma non per colpa sua.
Non darei la colpa neanche a Leora Barish e Henry Bean, sceneggiatori molto poco prolifici ma che comunque hanno fatto il loro lavoro. Il problema è il solito, quello che accomuna tutte le grandi attrici: quando sono sexy vogliono fare le impegnate, quando hanno l’età giusta per fare le impegnate vogliono fare le sexy.

Dimostrando una volta ancora di non aver capito nulla di Basic Instinct, la Stone reinventa completamente il personaggio per giustificare le proprie aspirazioni da diva. La Tramell originale era tutto tranne che sexy, provocatrice e assuefatta al pericolo, come invece appare in questo seguito che ne racconta la vita a più di dieci anni di distanza. Catherine Tramell nel 1992 è una donna forte e indipendente, per nulla disposta a farsi manovrare dai maschietti ancora fedeli al maschilismo anni Ottanta, e chi ci prova se ne pente: non è una donna sensuale, bensì usa la sensualità per raggiungere i propri scopi, se serve. Ora invece, dieci anni dopo, è un’erotomane sociopatica che ha bisogno di esperienze al limite massimo per godere: mi sembra decisamente un passo indietro per il personaggio.

La troviamo a Londra a correre in auto a 160 chilometri all’ora con a bordo un calciatore famoso drogato come una zampogna, che sacrifica la propria vita all’orgasmo della donna: una vita ben spesa…
Costretta ad una perizia psichiatrica, la donna accetta di essere curata dal dottor Glass (David Morrissey), e già scappa da ridere: glass, specchio, vetro riflesso, giusto perché è una sceneggiatura scritta di fino.

Una volta la Tramell vestiva di bianco, ora è tutta nera

Dicendo sconcezze ingenue, roba che alle scuole medie ho sentito di peggio, la Tramell conquista l’apparato genitale del dottore il quale rimane ossessionato da lei, e una volta capito che la donna ha iniziato a Londra un’attività omicida cerca di coprirla. La ragnatela (scollacciata) di indizi e sospetti inizierà invece ad incastrare Glass: riuscirà il dottore a liberarsi dalla sua ossessione per la Tramell e a salvarsi la vita?

Ah, quanta sottigliezza in questi richiami appena accennati…

Questo film mi mette in difficoltà, perché l’ho visto per la prima volta nel 2012 all’interno di una serie di “visioni di studio” per il mio ciclo sugli psicobiblia, cioè libri falsi scritti da falsi psichiatri al cinema: devo essere onesto, a me il film all’epoca è piaciuto. Però, sedendomi sul divanetto della psichiatra Stone di “Will & Grace”, giungo a questa conclusione: mi è piaciuto il film perché ha una trama fortemente pseudobiblica, in cui cioè la vicenda si fonde continuamente con la finzione narrativa dei libri della Woolf (il nome d’arte della Tramell) e questo di solito è un elemento che mi aggrada assai.

“The Shooter”, il romanzo di Catherine Woolf che ammalia il suo psichiatra

Rivisto oggi il film, privo di quel colpo di scena pseudobiblico che all’epoca mi è molto piaciuto, privo di uno sguardo “letterario” che nel 2012 mi pervadeva, è stata una roba indescrivibile: ammazza che porcata! È il tipico prodotto di una diva in fase calante che vuole far morire d’invidia le proprie amiche serpi dimostrando di essere ancora sexy, e mostrandosi molto più (inutilmente) nuda nel 2005 di quanto non abbia fatto nel 1992. Però c’è una finezza da sottolineare: la parte anatomica che l’ha resa celebre stavolta non la mostra…

Il film è tutto uno snocciolare frasi fintamente sexy, con scene di ammucchiate e insifonate talmente finte e di cattivo gusto che sembrano arrivare dalla commedia all’italiana, con la Stone che fa una faccia sècsi che è puro imbarazzo, sembrando più la parodia di se stessa. Questa seconda visione del film ha distrutto ogni buon ricordo che avevo dal 2012, però sottolineo come dal punto di vista del soggetto sia un ottimo prodotto.

Uno dei punti di forza del Basic Instinct originale, poco noto perché tutti stanno lì ad aspettare la scavallata di gambe, è il tema degli omicidi legati alla narrativa: la forza dei romanzi della Woolf è il raccontare storie così legate alla realtà… che potrebbero essere vere. Di più, potrebbero influenzare la realtà. Questo aspetto è ripreso in maniera perfetta nel secondo film, ma solo alla fine capiremo lo stretto legame tra libri e realtà che si è instaurato nella vicenda, solo alla fine scopriremo che la donna sta scrivendo un romanzo diverso da quello che aveva dichiarato: un romanzo intitolato The Analyst, che in pratica racconta (e spiega) quanto abbiamo appena visto nel film. Tutto questo però viene apprezzato solo da chi ami questo genere di storie pseudobibliche, quindi è davvero un valore aggiunto ben misero.

Il romanzo che riassume e spiega l’intero film

In conclusione di questo ciclo, è chiaro che Sharon Stone non voglia fare l’attrice, vuole fare la diva. Non vuole calarsi in personaggi sempre diversi per studiarne le emozioni: vuole esclusivamente interpretare una diva che tutti guardano adoranti. Anche quando interpreta una non-diva, che si sappia che è una diva che interpreta una non-diva. A questo punto non è il caso di continuare oltre a raccontare film praticamente scomparsi nel nulla già alla loro uscita, visto che il richiamo della “diva” è davvero poca cosa.

Addio Sharon, e grazie della scavallata, unico tuo contributo al mondo del cinema.

L.

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28 risposte a Sharon Stone racconta 23. Basic Instinct 2

  1. Zio Portillo ha detto:

    Al contrario tuo, sto film mi ha sempre fatto schifo. Visto una volta, all’uscita in sala, pubblicizzato ovunque e poi un’altra volta (a spizzichi) in uno dei rari passaggi in tv. Giustamente dimenticato. Come dici benissimo, la Stone ha massacrato il personaggio della Tramell che viceversa aveva perfettamente capito e fatto suo 20 anni prima. capisco che a quasi 50 anni la Stone volesse dimostrare al mondo che era ancora una bomba sexy ed effettivamente era in super-forma. Ma potevi farlo anche un filo meno, eh Sharon. Filmaccio peggio di quei B-Movie cui partecipò da giovane perché la non era nessuno e faceva quanto le dicevano, qua praticamente comandava lei (o aveva il potere di fare quello che voleva) e ha fatto pena.

    Noto a malincuore che hai saltato “Broken Flowers” del 2005.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ho saltato parecchi film, perché tanto Sharon fa solo la diva, non ha senso inseguirla in produzioni sempre più piccole e sempre più difficili da recuperare.
      Non so se Sharon abbia davvero capito il personaggio di Paul Verhoeven, visto che poi non ne ha azzeccata più una temo che abbia recitato a propria insaputa.
      Purtroppo è un elemento comune a molte attrici fare le sexy superati i trenta (l’età limite ad Hollywood, superata la quale non esistono più ruoli per le donne in grandi produzioni) ma questo non vuol dire che sia una cosa dignitosa. Perché tutto quel casino per un nudo di qualche secondo nel 1992 se poi si spoglia volutamente nel 2005, senza alcun motivo?
      Onestamente ne ho proprio fin sopra i capelli di Sharon, quindi meglio finirla qui, ricollegando il cerchio di Basic Instinct 😉

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Se lasciare Jackie Chan mi aveva fatto scendere una lacrimuccia, lasciare Sharon mi sembra solo un giusto atto di umana decenza: perchè rimanere più a lungo a guardarla contorcersi nella sua illusione di essere una grande diva? Grazie per esserti sorbito al posto nostro tutte le sue descrizioni accurate di scarpe e vestiti, ora sono fremente per scoprire quale sarà la tua prossima rubrica Zinefila!

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  3. Cassidy ha detto:

    L’unica rivista di cinema al mondo ad aver dedicato una copertina a questo inutile seguito sbagliato è stata la nostrana Ciak, conferma della sua completata trasformazione in rivista scandalistica. Hai riassunto bene, almeno Brigitte Bardot ha mollato tutto per l’impegno animalista, Sharon Stone ancora vivacchia sull’accavallamento di gambe, lo ha rifatto anche in una scena di “The New Pope” di Sorrentino, peccato che lei per prima non abbia capito il potenziale che aveva come attrice e icona, in ogni caso è stato un bel viaggetto questa rubrica, grazie 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sharon ad ogni occasione dimostra come gli americani non abbiano capito la forza di Paul Verhoeven, segno che non se lo sono meritato.
      Ormai il viaggio con Sharon iniziava a far male, e non mi andava di tuffarmi nella giungla di minuscoli filmetti e serie tv in cui si è andata ad infilare. C’è un limite anche alla Z 😛

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  4. stefanoramarro ha detto:

    Non vorrei essere pedante, ma già so che lo sarò. Nonostante questo farò come il capitano kirk nei momenti difficili: piena curvatura contro la singolarità! Pseudobiblica, espressione che hai usato più volte nell’articolo, mi sa che possa riferirsi solo a contenuti che imitano la bibbia e non agli pseudobiblia perché se pseudobiblia come parola composta ha pseudo e biblia (falso libro), pseudobiblico ha il consueto pseudo, falso e biblico. Quest’ultimo però non è più un termine latino, ma italiano, il cui riferimento alle sacre scritture è inequivocabile. Detto questo, smetto di essere fastidioso e vado a inginocchiarmi sui ceci nel vano tentativo di ottenerne dell’ottimo hummus. Salam, pan e salam.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Nulla di male nella pedanteria, soprattutto se auto-dichiarata, però ti consiglio un maggiore approfondimento sulla questione.
      Il termine “Bibbia” viene dal greco biblia, cioè “libri” (al plurale), essendo appunto una raccolta di più libri. Malgrado oggi tutti lo pensino, “biblia” non è latino – e non fa “biblium” al singolare!
      Il termine “pseudobiblia” l’ha inventato L. Sprague de Camp nel 1947 usando il greco come base, lo stesso greco da cui viene appunto “Bibbia”, quindi se uso l’aggettivo “pseudobiblico” mi riferisco ovviamente al termine inventato da de Camp, al contrario se avessi detto “biblico” per convenzione italiana mi sarei riferito alla Bibbia, sebbene siano entrambe la stessa identica parola.
      In italiano c’è così tanta ignoranza sul termine pseudobiblia che temo non verrà mai attestato l’aggettivo “pseudobiblico” per indicare un soggetto o una storia che rispetti a pieno il divertissement storicamente alla base di questo gioco letterario: una narrazione doppiamente falsa, perché la vicenda raccontata trova richiami in un libro inventato per l’occasione., sin dai tempi cinquecenteschi in cui Rabelais inventava la storia di due giganti, Gargantua e Pantagruele, al cui interno troviamo una biblioteca con centinaia di “libri falsi”. E’ un gioco di specchi che dura da cinque secoli – senza contare i culti (e le truffe) che affondano le radici fin nell’antico Egitto – e da questo punto di vista “Basic Instinct 2” può stare a testa alta nella schiera delle storie pseudobibliche.
      Spero di essere stato sufficientemente pedante anch’io 😀

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      • stefanoramarro ha detto:

        Si, di una certa pedanteria. 😛 Hai fatto bene a ricapitolare la storia del termine, che in effetti avevo letto anni fa, forse da de Turris, molto probabilmente riguardo al Necronomicon.
        Chiedo venia per essermi riferito a pseudobiblia come derivante dal latino. L’avevo letto 5 minuti prima che derivava dal greco, ma siccome sono il cugino della fata Smemorina, va così. Per di più, per schermirmi inutilmente, aggiungo che non ho fatto il classico e non sono assolutamente in grado di distinguere greco, latino e sumero a meno che non lo trovi scritto.
        Ora non voglio assolutamente coinvolgerti in una conversazione oziosa, per cui accetto di buon grado la tua scelta di usare pseudobiblico in questo modo. é motivata e ha una sua logica. Vorrei però poter chiarire meglio il perché io invece mi asterrò dall’usarlo in questa accezione e di conseguenza spiegare cosa mi turba.
        Se io scrivessi “le avventure di Giuseppe in Egitto, parte seconda”, o “quel gran fiko di Mosè, le nuove avventure perfettamente inserite nel canone” probabilmente avrei scritto una storia pseudobiblica. Falsamente biblica. Mi servirebbe un termine per dire questo. Lo voglio. pseudobiblico sembra possa fare al caso mio.
        E’ vero che bibbia deriva da biblia e che, per i casi della crusca, biblico in lingua italiana, non ha mantenuto il senso lato di “riferibile ai biblia” e quindi ai libri in generale, ma ha assunto, come hai fatto notare, il significato più stringente di “riferibile alla bibbia”. Come anche bibbia non è più “libri in generale”, ma quei libri lì. Proprio quelli.
        Se io decidessi all’interno di una altra storia di inventarmi un libro tipo il “novem portis”, ce l’avrei dura a far accettare all’orecchio italiano che biblico, se associato a pseudo non parla più di bibbia, ma di libri inventati. A questo punto preferirei un neologismo del tipo “pseudoblibliaco”, per prendere le distanze dal termine biblico che è troppo fortemente legato alla bibbia e porre l’accento sulla parola composta.
        Detto questo mi piace ricordare Corrado, quando ad un telegatto (credo) presentò Sharon Stone.
        C’era già sul palco Michael douglas, mi pare.
        Arriva la Stone. Lui fa una gag:
        “ecco la Stone”
        “dov’è?”.
        La spalla comica gli dice “E’ qui. di fianco a te.”
        Successivamente ha spiegato che sta tipa tutta rinsecchita non gli pareva la supertopona vista nel film.
        Niente. nessuna soddisfazione per Sharon.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Povera Sharon, spero che nella confusione del momento non abbia capito l’accaduto perché sarebbe stato un colpo tremendo al suo auto-considerarsi diva 😀

        L’italiano è una lingua minestrone quindi siamo abituati a termini misti: siamo i discendenti volgari del latino, che usava “libr-” come radice per argomenti che riguardano libri, ma i latini consideravano il greco la lingua per eccellenza della cultura, quindi ci è rimasto anche “bibl-“. Noi distinguiamo se andiamo in libreria o in biblioteca: la prima deriva dalla “taverna libraria” latina (dove si vendevano i libri), la seconda dalla bibliothèke greca, cioè un archivio di libri non per la vendita ma per la consultazione (anche se il termine ha avuto una storia parecchio burrascosa).
        Da bibliofilo e bibliomane a bibliografia, ogni volta che parlo di passione o studio dei libri uso il greco; solo se dico “biblica” mi sto riferendo alla Bibbia.
        Se mi invento l’aggettivo “pseudobiblico”, mi sto riferendo al neologismo “pseudobiblia”, ma solo perché è un termine che non esiste e quindi ognuno se la gioca come gli pare 😀
        Se qualcuno inventa una storia biblica dubito che qualcuno abbia mai pensato di usare un termine apposito, ma se proprio vuoi ti conviene inventarlo, perché “pseudobiblico” vorrebbe dire che nella tua storia inventata c’è un libro falso, altrimenti è semplicemente una storia biblica rifatta. Penso a “Parola di Giobbe” o a “Caino” di Caramago: nessuno ha mai lontanamente sognato di definirle storie pseudobibliche, anche perché nessuno ha mai sognato di spacciarle per vere!

        Sulla questione latino-greco tranquillo, sei in ottima compagnia: troverai scritto dappertutto che pseudobiblia al singolare fa pseudobiblium, un mostro assurdo che dimostra l’assenza totale di una pur minima conoscenza di queste lingue 😛
        Perché un termine greco dovrebbe fare un singolare latino? Perché chi aggiorna Wikipedia crede che tutte le parole che finiscono in “a” al plurale facciano “um” al singolare, come curriculum 😀
        De Turris purtroppo appartiene alla scuola anni Settanta, quando queste cose venivano credute dannatamente sul serio e perciò conosce e parla solo dei “veri” pseudobiblia, quindi mancando completamente il concetto stesso del gioco. Perché è un gioco. Nel momento in cui lo prendi sul serio lo stai rovinando, oltre che perpetrare le truffe con cui millantatori hanno raggirato tanti boccaloni.
        Il Necronomicon è uno pseudobiblion, un “libro falso” creato per gioco, rifacendosi a illustri predecessori (tipo “IL Re in Giallo” di Chambers) usato da Lovecraft e i suoi amici per divertirsi ad auto-citarsi a vicenda: è stato un grande gioco creativo rovinato da quei poveri di spirito che invece hanno creduto che fosse tutto vero. Quando è vero non è un “libro falso”, è una truffa.

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Basic Instinct 2: una bella boiata!
    In controtendenza con tale boiata il tuo ciclo, come sempre assai interessante: è stato un bel viaggio, pieno dei naufragi di Sharon, ma sono quei naufragi che ci sollazzano e che sai raccontare alla grande, come palesato ad ogni occasione.
    Ora subentra la curiosità per il nuovo ciclo, ma non pretendo spoiler, mi godrò la sorpresa! 🙂

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  6. Sam Simon ha detto:

    Questo l’ho sempre evitato e mi sembra di aver fatto bene! Da tutto il ciclo si evince che del cine alla Stone gliene frega poco, visto che parla più di cose da diva come vestiti e cene…

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  7. Giuseppe ha detto:

    Saggia scelta di chiusura del ciclo dedicato a Sharon Stone! Ovvero, dove si dimostra in maniera definitiva quanto fosse rimasta prigioniera di un ruolo che, però, lei per prima sembrava non aver compreso fino in fondo, visto l’uso sbagliato e becero fattone in questo sequel (David Morrissey? Preferisco di gran lunga rivederlo nello speciale natalizio del Dottore piuttosto che qui 😉 )…

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  8. Kukuviza ha detto:

    Insomma, peccato, la Sharon aveva delle carte da giocarsi, ma a sto punto non le interessava nemmeno, par di capire.
    A proposito, non era anche Agatha Christie che era andata in para perché un assassino aveva utilizzato per uccidere un sistema letto nel suo libro? Mi par di ricordare una cosa del genere.

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