Sharon Stone racconta 19. Stone e Raimi pronti a morire

«Gesù Cristo verrà a giudicare i vivi e i morti»: così in italiano viene reso il passo biblico 2 Timoteo (4,1), che usa quell’espressione la cui versione inglese è entrata nel linguaggio comune: «the quick and the dead». Mi piace pensare sia un omaggio ai due divi di questo film: uno dalla carriera veloce, una dalla carriera morta.

Finalmente l’editore ricorda a Sharon Stone che di mestiere fa l’attrice, non la costumista, quindi nella sua autobiografia Il bello di vivere due volte (2021) in mezzo a capitoli interi dedicati a vestiti indossati e a ricordi totalmente aleatori e inconsistenti sarebbe il caso, se non le arreca disturbo, di parlare anche della sua carriera d’attrice. Da una parte la capisco: povera Sharon, di quale carriera d’attrice vuoi parlare? Una volta spese due righe a parlare della sua sgambata di Basic Instinct (1992) non rimane altro da dire. Poi però si ricorda che oltre ad essere attrice è anche produttrice, e quindi in mezzo a una filmografia non degna di essere citata – infatti l’attrice non cita mai i suoi film nella sua autobiografia – c’è il suo primo impegno da produttrice: un film sbagliato ma dignitoso, di cui oggi non fa vergogna parlare.

A metà del suo libro, Sharon si ricorda di The Quick and the Dead, che in Italia è stato ribattezzato Pronti a morire.


Gli attori

Abbiamo già avuto modo di stabilire che i ricordi personali di Sharon sono molto poco affidabili, forse per scherzi della memoria o più probabilmente per darsi un tono, ma con questo film l’attrice decide di spararla sempre più grossa.

«Quando sono iniziate le riprese di Pronti a morire, subito dopo Basic Instinct, non vedevo l’ora di ritrovarmi nel cuore del deserto dell’Arizona e di girare un film western, seppure anomalo. Sono una superfan di Clint Eastwood, per me è la quintessenza del cowboy.»

Il fatto che “subito dopo” significhi almeno tre anni, due film e vari spot pubblicitari in mezzo, tutti ignorati dall’attrice, la dice lunga sulla fedeltà della ricostruzione storica. Potrei poi mettermi a fare il cavilloso e notare come fra i tanti personaggi western di Eastwood siano davvero rari i “vaccari” (cowboy), ma lasciamo stare. Anche perché il bello arriva ora: Sharon entra in piena Fase Manuel Fantoni:

«Poiché ritenevo che Gene Hackman fosse uno dei migliori attori viventi, chiesi alla produzione di assegnargli il ruolo principale e anche di metterlo come primo nome sulla locandina. Non riuscivano a capirmi, e nemmeno volevano.»

Mi immagino la scena, con i produttori che non capivano un concetto semplice come “Gene Hackman in locandina”: cos’è una locandina? Cos’è Gene Hackman? Sharon è ormai partita per la tangente e parla come il Pippo Baudo di D’Angelo: «Gene Hackman… l’ho inventato io!»

Michael Munn, autore del saggio biografico Gene Hackman (1997), ci va giù duro e senza mezzi termini:

«Perché Hackman si sia lasciato coinvolgere in questo bizzarro tentativo di una diva di rifarsi un’immagine rimane un mistero. Forse i soldi offerti hanno fatto uscire la “puttana” dal grande attore.»

Al contrario di quanto affermato dalla Stone, Hackman all’inizio non ne voleva sapere del ruolo, voleva anzi riposarsi dal genere dopo la faticaccia di Geronimo (1993), ma tutti lo volevano, soprattutto la TriStar per avere la sicurezza di un grande nome nel cast: alla fine l’attore accetta, dopo di che il progetto ha luce verde.

Gene Hackman ha avuto la parte solo grazie a Sharon Stone… va be’…

Sharon continua a parlare e a raccontare che gli attori scelti sono tutti opera sua.

«Come coprotagonista volevo un tizio di cui nessuno aveva mai sentito parlare, un australiano che avevo visto recitare come pericoloso skinhead in un film intitolato appunto Skinheads. Si chiamava Russell Crowe. Dicevano che era una follia. Perché mai per la parte di un prete, in un film ambientato nel vecchio West, volevo un attore straniero che aveva interpretato il ruolo di uno psicopatico rasato? Uno che, per convincerlo e tutto, ci sarebbero volute almeno un paio di settimane?»

La narrazione è tutta così: Sharon propone e i produttori, cattivi, si oppongono e fanno domande sceme. Perché vuoi uno skinhead nel vecchio West? Ma sono così idioti ’sti produttori?

Ammazza, Russell, ti sono ricresciuti in fretta i capelli

«Poi ci furono i provini per la parte del figlio illegittimo di Gene, rifiutato dal padre e bramoso di ottenere il suo affetto. E secondo me un ragazzino di nome Leonardo DiCaprio era stato il più convincente di tutti, l’unico a presentarsi in lacrime, disperato, implorando in punto di morte l’amore del padre. Anche qui, stessa reazione: “Un altro sconosciuto, Sharon? Ma perché vuoi tirarti la zappa sui piedi?”. Mi dissero che se lo volevo così tanto, potevo pagarlo con il mio stipendio. Ed è quello che ho fatto.»

Boom! Sharon si mette a pagare di tasca propria gli attori del film, tirando loro soldi a pioggia come i rapper, mentre quei cattivi di produttori non vogliono gente sconosciuta: ma quanto possiamo credere a questa ricostruzione?

Sì sì, vedi DiCaprio vestito così e pensi che sia proprio una buona idea…

Non resisto e vado a consultare Russell Crowe: the biography (2001) di Tim Ewbank e Stafford Hildred, che a sorpresa conferma la versione di Sharon ma spiega meglio. Stando a questa biografia Crowe, attore noto in Australia ma che voleva tentare di sfondare ad Hollywood, nell’autunno del 1993 ha fatto il provino per The Quick and the Dead e ha subito conquistato l’attenzione di Sharon, che a quanto pare l’ha trovato interessante non solo come attore ma anche come masculo. Appena però la produzione ha scoperto che Crowe era impegnato per quattro settimane in patria australiana per girare Tutto ciò che siamo (The Sum of Us), dove interpreta un idraulico omosessuale, scatta il dramma: non solo l’attore non sarà disponibile e bisognerà far slittare tutta la programmazione del film western, ma appena gli americani scopriranno che fa il gay lo prenderanno a pernacchie nel suo ruolo western. (Ammazza che alta considerazione del pubblico!)

I biografi di Crowe confermano che l’attore ha ottenuto il suo primo ruolo in un film americano grazie a Sharon che si è impuntata, e l’ha fatto sia perché trovava irresistibile Russell sia perché aveva accettato troppe imposizioni per i suoi film precedenti, risultate poi madornali errori, e ora quindi era decisa a imporsi sempre e comunque. Col senno di poi, un altro madornale errore.

Le varie biografie non autorizzate di DiCaprio confermano anch’esse la volontà di Sharon di averlo nel film ma solo perché riportano le dichiarazioni rilasciate dall’attrice durante la campagna pubblicitaria, che valgono meno dell’aria emessa per pronunciarle. Pare che il giovane attore accettando Pronti a morire abbia perso l’occasione di recitare in Intervista col vampiro (1994) nel ruolo che poi è andato a Christian Slater: vista la fine di Slater, forse è stato un bene.

Per chiudere la sezione “attori”, ne va citato uno che fa un piccolissimo ruolo da comparsa ed esce di scena in maniera umiliante, tanto che non gli è rimasto un bel ricordo: un attore che sul set va dal regista e gli dice di avere un amico nello spettacolo western itinerante che gli ha insegnato un trucco, cioè a fare una capriola da un cavallo ed estrarre la pistola. Raimi accetta subito ed è l’unico contributo del mitico Lance Henriksen a questo che è il suo primo ruolo western. Lui che secondo Walter Hill ha la faccia perfetta per il genere, stando al saggio biografico Not Bad for a Human (2011).

Vi stavate dimenticando di me?

Pare comunque confermato da tutte le fonti: Sharon è in pieno delirio di onnipotenza e fa il bello e cattivo tempo a cavallo della sua Chaos Productions, e addirittura si permette di rifiutare in malo modo una stella come Liam Neeson, scelto originariamente per il ruolo che poi sarebbe stato di Gene Hackman. Persino il biografo dell’attrice Frank Sanello, in Naked Instinct (1997), fa notare come non sia mai una buona idea lasciarsi male con altri attori, perché magari poi ti tocca di nuovo lavorarci insieme e la cosa si fa imbarazzante. O magari poi il gioco cambia e l’attore che hai trattato male è in posizione di potere e si vendica, facendoti perdere un ingaggio.

Anche meno, Sharon, anche meno…


Il regista

Il suo biografo, il citato Frank Sanello, ci racconta di una Sharon in fase diva totale, una Greta Garbo che solo per il fatto di essere co-produttrice spadroneggia su tutto e tutti, e sebbene non ce ne sia assolutamente motivo, vista la sequenza di fallimenti in cui l’attrice è stata coinvolta in pochi anni, lo stesso la fama di Basic Instinct perdura e, ci informa Sanello, il fatto che un flop come Sliver abbia comunque avuto un ottimo successo in Europa galvanizza Sharon. L’attrice ovviamente non racconta nulla di tutto questo nella sua autobiografia, che in realtà non racconta nulla di nulla, però lo stesso si comporta come d’un tratto da “bambolona sexy” fosse diventata Orson Welles.

«Poi arrivò il turno del regista. Volevo Sam Raimi, all’epoca ritenuto un regista di serie D per via di titoli come La casa 1 e 2 e L’armata delle tenebre, che ai miei occhi erano gemme. Per convincerli, dissi loro che avrebbe lavorato praticamente gratis. Lo assoldarono e fu bravissimo.»

Di nuovo questi “loro” cattivi che si oppongono a tutto ciò che dice l’attrice: ma insomma, è lei che comanda o sono “loro”?

Oh, comportatevi bene se no lo dico a padron Sharon, eh?

Se il libro di Sharon fosse serio dovrebbe spiegare perché l’attrice avesse il potere di fare tutto quello che stava facendo ma doveva sempre renderne conto a dei vaghi e mai nominati produttori, segno che quindi non contava davvero: semplicemente aveva diritto di parola, che è diverso.

«È l’unico nome sulla mia lista, e se Sam non avesse accettato dubito che il film si sarebbe fatto. È il genere di pellicola che non credo possa essere gestito da chiunque, anche se fosse un grande regista.»

Così Sharon Stone parla di Sam Raimi al “Los Angeles Times” (30 gennaio 1994), dicendosi fan de L’Armata delle Tenebre e quindi dimostrando decisamente buon gusto. Raimi è ovviamente contento di fare il salto di qualità, passare dai film indipendenti fatti contando i centesimi ad un prodotto hollywoodiano da trenta milioni di dollari, ma certo si è trovato a dover accettare imposizioni impensabili nel suo mondo. Lavorare con grandi star significa che non sei automaticamente regista, se non hai la loro approvazione, così come non puoi chiamare i tecnici che vuoi se hai la Columbia/Sony alle spalle, perché sono loro a fornirti i tecnici che hanno sotto contratto. E non è detto che siano i migliori o che ci si capisca.

Sam Raimi ti tira su città nel deserto che è un piacere

Non è stato facile girare dall’ottobre 1993 all’inverno del 1994 a Mecal (Arizona), dove a una quarantina di miglia da Tucson è stata creata da zero la città di Redemption ad opera della premiata production designer Patrizia Von Brandenstein, con il tempo decisamente avverso: a un certo punto ha iniziato pure a nevicare, e un film ambientato nel deserto con la neve è un po’ troppo anche per Sam Raimi. Appena smesso di nevicare… è arrivato il terremoto di Los Angeles del 1994: Sam, la Natura sta cercando di dirti qualcosa…

La neve, il terremoto, la pioggia, le cavallette… qui qualcuno porta jella!


La storia

Inutile perpetrare il falso stereotipo del genere western morente che ogni tanto torna in vita: il western esiste da sempre nella cinematografia americana ed esisterà sempre, non c’è mai stato un decennio senza la sua secchiata di film western. Quindi togliamo di mezzo frasi come “nei primi anni Novanta il genere rinasce grazie a film come Gli spietati di Clint Eastwood”, false sapendo di esserlo: il cinema western è sempre lì, anno dopo anno, a sfornare titoli più o meno famosi, più o meno degni di essere ricordati, ma sempre lì.

«Western is here to stay, it will never die» (semi-cit.)

La particolarità è che il genere americano nel 1992 ha stuzzicato lo sceneggiatore britannico Simon Moore, che aveva appena esordito negli Stati Uniti firmando il capolavoro Innocenza colposa (1991) con un perfetto Liam Neeson: già che stava nella terra del western, firmare un western con Liam Neeson sembrava una buona idea. Peccato sia finita tra le mani di Greta Sharon Garbo, così via Liam Neeson e via possibilità di successo del film. Il saggista John Kenneth Muir riporta alcune parole di Moore nel suo saggio The Unseen Force (2004):

«Quando metti dei personaggi femminili in questo genere di storie succede qualcosa di molto interessante, e si creano nuove intriganti dinamiche. Così mi sono chiesto cosa sarebbe successo se avessi inserito una “donna senza nome”: quella per me era il fulcro di tutto. Se protagonista fosse stato il solito pistolero macho sarebbe apparsa una cosa riciclata, invece la forza era un personaggio che non doveva trovarsi lì.»

C’è una nuova pistolera in città

Nel maggio 1993 Moore riceve una ricca proposta “che non si può rifiutare” dalla Columbia per il suo copione, perché era finito tra le grinfie della Stone. Accettata l’offerta, presi un sacco di soldi e iniziato a riscrivere più volte il copione, un giorno Moore si rende conto che la Stone lo tratta come il garzone di bottega, e gli dà indicazione su come lei vuole il film: Moore ogni tanto si chiede chi sia lo sceneggiatore, se lui o la Stone, ma si sa come vanno le cose con le dive. O i divi, visto che anche Gene Hackman ha usato Moore come macchina da scrivere per modificare tutte le sue battute.

Se non fosse triste, sarebbe divertente notare come le maggiori critiche al film siano dirette alla sceneggiatura, di cui Moore è incolpevole visto che tutti lo prendevano a scoppole e gli facevano riscrivere tutto seguendo i propri gusti: è una sceneggiatura corale, però gli schiaffi se li è presi solo Moore.


Straniera senza nome

Quella che entra in scena è una straniera senza nome, e qui devo aprire una delle mie celebri parentesi spiegone, anche se giuro che sarò breve.

Quando entra in scena una straniera senza nome, parte lo spiegone

In narrativa non necessariamente uno “straniero senza nome” è senza nome, visto che è molto difficile non riferirsi mai a lui in qualche modo e visto che di solito compie missioni “sotto copertura”. Quando negli anni Venti il decano Dashiell Hammett riempiva le riviste poliziesche con le imprese del suo eroe senza nome, chiamato “Continental Op” da recensori e titolatori, per comodità narrativa il personaggio si inventava un nome quando entrava in città, anzi anche più di uno. In Raccolto rosso (1929) se ne inventa addirittura tre, mentre il nostro Leone opta per un solo nome falso, un vago “Joe” affibbiato palesemente per finta al suo “straniero senza nome”, esattamente come era un nome fasullo quello assunto da Toshiro Mifune in Yojinbo (1961), plagiato da Sergione nostro.

Lo straniero senza nome su cui si basa dichiaratamente Sharon

Il fatto di avere un nome finto non annulla l’essere “stranieri senza nome”, così la protagonista di Pronti a morire è sì una straniera senza nome, ma lo sceneggiatore confessa che durante la lavorazione le ha affibbiato il nome Ellen per semplice comodità di scrittura, e anche perché – aggiungo io – se no cosa scrivevano sulle locandine e sulle tramette del film? Da notare come Moore si inventi quel nome subito dopo l’uscita del laserdisc con la versione estesa di Aliens (1986), dove per la prima volta si sente Ripley pronunciare il proprio nome di battesimo, Ellen: il nome della madre di Walter Hill, padre del personaggio. (A parte i pochi americani che all’epoca potevano permettersi l’acquisto del laserdisc, tutti gli altri dovranno aspettare il DVD del 1999 per sentire quel nome.) Che sia una cripto-citazione aliena?

“Lady”, è così che è chiamata la protagonista per tutto il film, non Ellen

Jack Curtis, autore del romanzo-novelization (inedito in Italia), coglie alla perfezione l’idea dello sceneggiatore Moore, e così usa il nome Ellen nei flashback con la protagonista bambina, ma quando l’evento traumatico la trasforma nella “straniera senza nome”… il suo nome Ellen scompare.

Purtroppo nessuno ha avvertito Russel Crowe, che nel finale d’un tratto se ne esce a cacchio con «Uccidimi, Ellen!» Mai, in tutto il film, viene pronunciato quel nome, che senso ha quella frase? Voglio sperare sia una citazione del «Senti, Joe» balbettato dal vecchietto di Per un pugno di dollari (1964).


Il samba è giusto ma è la testa che non va
(cit.)

Una straniera senza nome (Sharon Stone) entra nella pulciosa cittadina di Redemption e nessuno lo trova strano, in un’epoca in cui è davvero raro che una donna se ne vada in giro come una pistolera. Infatti Calamity Jane è diventata famosa in tutto il mondo per questo, ma nessuno batte ciglio per la nostra SSN (Straniera Senza Nome).

Malgrado sia un buco sporco e puzzolente, Redemption è una città costruita dal ricchissimo Herod (Gene Hackman) che è pieno di soldi ma non fa nulla per migliorarla, anzi affama la popolazione esigendo una tassazione abnorme, che curiosamente è molto simile a quella italiana! Herod vuole infatti il 50% di tasse, mentre nel Bel Paese per fortuna siamo “solo” al 40%… Ovviamente per noi sfigati che paghiamo le tasse e non possiamo evadere, come fanno invece tantissimi italiani.

Fermi tutti, questa è satira!

Non è chiaro se SSN lo sapesse o sia un caso, comunque capita in città per la sua missione di vendetta proprio quando inizia un torneo di pistoleri, una gara in cui ogni giorno si sfideranno a duello le pistole più pistola della zona, ogni ladro e criminale dello Stato si presenterà – malgrado sia impresentabile – per essere eletto migliore degli altri criminali: sembra di assistere ad un’elezione italiana! Però qui almeno i concorrenti che perdono escono di scena, da noi si presentano pari pari all’elezione successiva.

Non pago del suo Governo di larghe intese all’italiana – cioè io comando e voi mi leccate il culo – Herod non ci sta che esista una voce dissidente, un libero pensatore come Cort (Russell Crowe) che è uscito dal gioco sporco per inseguire la sua fede in un mondo migliore: un mondo cioè non governato da lestofanti che oltre a “sì” vogliono pure “sissignore”. Herod tortura Cort per tutto il film con motivazioni abbastanza vaghe, dato che l’unica colpa nota di Cort è appunto l’aver abbandonato la criminalità: potrei capire se fosse diventato giornalista e avesse scritto che Herod è un criminale, ma no, se ne sta nella sua missione per fatti suoi, perché tutto questo odio?

Guai ad andare all’opposizione per fare opposizione

Anche le motivazioni di SSN sono abbastanza vaghe, sappiamo solo che vuole uccidere Herod perché le ha ammazzato il padre… tipo vent’anni prima! Ah però, che vendetta “a caldo”! Possibile SSN non avesse proprio niente da fare nella vita che girare il mondo alla ricerca dell’assassino del padre? E perché ci ha messo così tanto, visto che Herod è famoso ovunque?

Mettiamola così, la trama e la sceneggiatura non sono assolutamente il forte di questo film, a meno che non sia una metafora della situazione politica italiana e ne dubito. Specifico che non è colpa di Simon Moore, visto che la sua sceneggiatura è stata massacrata dai divetti capricciosi che hanno preso parte alla produzione.


Tipici sterotipi

Come abbiamo visto nel ciclo sulle “Jungle Girls“, la concezione americana della libertà individuale cambia pesantemente a seconda del sesso del protagonista: se è un uomo può fare ciò che vuole, se è una donna no. È facile sbrigare tutto notando che parliamo di storie scritte a metà del Novecento, e in effetti parlavano a un pubblico che la pensava così, perché siamo lontani dall’aver superato quella concezione.

Può atteggiarsi a “maschio”, ma soffre ancora gli stereotipi femminile

In quel genere di storie l’uomo si addentra nella foresta – simbolo di luogo “altro”, di perdizione dei valori morali – per salvare una donna dispersa: una donna non può fare lo stesso. Se una donna entrasse nella foresta per salvare l’amante maschio disperso, questi sarebbe leso nella propria mascolinità, quindi una donna può partire per una missione di salvataggio esclusivamente per salvare il proprio padre, mai un amante o un marito o qualsiasi altro maschio. Questo stereotipo di un’altra epoca purtroppo è ancora vivo, così anche una diva dichiaratamente attiva contro gli stereotipi femminili come Sharon Stone, che a detta di tutti aveva potere totale su questo film, non sa tirar fuori altro se non la storia di una donna che butta via la propria vita per vendicare quella del padre.

Ovvio che il suo ruolo sia solo il pallido tentativo di dichiarata imitazione dell’uomo dell’armonica di C’era una volta il West (1968) di Leone – anche lì, uno straniero senza nome – ma da un’agguerrita anti-stereotipi come Sharon, almeno stando a quanto lei stessa racconta, ci si aspettava di più: per esempio che vendicasse un marito o un amante, cioè qualcosa che di solito non è consentito alle donne nella narrativa d’intrattenimento. Lo vogliamo abbattere qualche muro o no?

Dall’altra parte abbiamo Cort, che nelle più ottimistiche intenzioni degli autori probabilmente dovrebbe essere il Glenn Ford de La pistola sepolta (1956) – glie piaceresse! – cioè il fenomenale pistolero che vuole cambiare vita e giura di non impugnare più un’arma, con consequenziale cattivo che alla fine gli fa violare quel giuramento. In una scena di pochi secondi vediamo Cort vibrare al suono del tamburo di una pistola, forse ad indicare che il suo intero essere è votato all’uso di armi malgrado il suo cuore voglia cambiare vita.

Two-Guns Crowe

Lo stereotipo del “pistolero che rinuncia alla pistola” è ampiamente rappresentato in ogni sua forma – non ultimo il “pugile che rinuncia ai pugni” validamente interpretato da Bud Spencer – ma raramente l’ho trovato così scritto male come in questo caso, e forse l’aneddoto raccontato dallo sceneggiatore Moore non è negativo come lo vuole far sembrare. Pare infatti che Russell Crowe alla prima riunione sul film abbia detto «Tutti hanno un personaggio tranne me». È stata vista come una provocazione, un voler attaccar briga, invece temo che Crowe avesse capito subito che il suo Cort nasceva azzoppato.

Gene Hackman fa il super-cattivo da “il mondo è mio”, mentre Leonardo DiCaprio è solo un madornale errore e nient’altro.


Conclusione

Dopo tutti gli sforzi di Sharon per comandarsela, per far sapere a tutti che questo era il suo film, che lei comandava e tutti eseguivano a comando se no erano guai, dopo aver imposto la propria visione a tutti e fatto la diva d’altri tempi – separandosi a mezzo posta da un suo amante durante le riprese e rimorchiandone un altro al volo, sul set – nella sua autobiografia non ha che una decina di righe da spendere su Pronti a morire. Forse perché la sua carriera è morta con questo film, avendo incassato al botteghino solo peti fatti con le ascelle, e quindi magari è doloroso dover ammettere che tutto quel divismo è stato non solo inutile e imbarazzante ma anche dannoso.

L’unico nome da salvare dell’intera operazione

Ogni personaggio è sbagliato in questo film, ogni attore è fuori ruolo, è tutto solo un triste errore a cui però dobbiamo essere grati: se Pronti a morire avesse avuto successo Greta Stone Garbo sarebbe diventata la diva più diva rompipalle di Hollywood, così invece almeno ha fatto subito il tonfo, il suo ego è tornato a più miti consigli e ci siamo evitati kolossal autoincensanti.

In conclusione però voglio confessare qualcosa in totale controtendenza rispetto a quanto detto finora: Pronti a morire è una gioia per gli occhi e per il cuore!

Sembra L’Armata delle Tenebre invece è Pronti a morire

Dopo più di vent’anni di oblio mi è capitato di vederlo il 21 ottobre 2019 trasmesso da RaiMovie, dove ho catturato il perduto titolo italiano, e sono rimasto a bocca aperta.

RaiMovie nel 2019 ci regala il perduto titolo italiano del film

Quando l’ho visto la prima volta, alla sua uscita su Tele+, l’ho schifato e subito dimenticato. Perché nel 1995 tutti i film hollywoodiani avevano una qualità standard così alta che potevamo permetterci di fare gli spocchiosi. Oggi che chiamiamo “serie A” film fatti al computer che sembrano demo di videogiochi, vedere questa pellicola d’altri tempi, con una fotografia che ti lubrifica gli occhi e una regia che ti scalda il cuore… be’, è tutto un altro discorso.

Se questo film fosse stato interpretato da Bruce Campbell, oggi sarebbe annoverato fra i tanti titoli di culto di Sam Raimi, perché è un film di Sam Raimi in ogni singolo fotogramma, e addirittura il maestro Alan Silvestri compone una colonna sonora che sembra troppo di Joseph LoDuca per essere un caso (la trovate a fine post): è come se Silvestri avesse voluto imitare il fedele compositore di Raimi perché il prodotto sembrasse ancora di più un film di Sam Raimi.

Quale altro regista potrebbe fare un western del genere?

Gli stacchi di inquadratura, i primi piani che giocano con quelli tipici di Sergio Leone, le zoomate rotanti, le “comiche” fisiche, le situazioni paradossali, è tutto Raimi minuto per minuto, peccato però che poi appaia Sharon Stone – totalmente fuori parte nel ruolo della dura pistolera, sembrando di più “Barbie cowboy” – e tutto si smonta. Se al posto della bionda che guarda tutti con occhi stupiti ci fosse stato Bruce Campbell, staremmo parlando di un altro capolavoro di Raimi, con una reazione di pubblico e critica molto diversa.

In un universo parallelo Pronti a morire è tra i migliori western degli anni Novanta e in alcuni Paesi sarebbe distribuito con il truffaldino titolo alternativo: Evil Dead 4: The Quick and the Deadites.

L.

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23 risposte a Sharon Stone racconta 19. Stone e Raimi pronti a morire

  1. Cassidy ha detto:

    “The quick and the dead” per me è una vaccata di gran classe, in cui a renderlo una vaccata ci ha pensato l’ego fuori controllo della Stone, mentre a portare la classe ci ha pensato quel gran signore di Sam Raimi. Lo riguardo con piacere, pensando a dove sono roa tutte quelle facce note, a vincere come al solito è Hackman, non voleva stare qui, ha un personaggio ridicolo e si mangia tutto il cast. Per me resta la prova del talento puro di Raimi, se puoi fare un gran film (visivamente) in queste condizioni, vuol dire che sei il migliore, con i due Darkman, Liam Neeson e Bruce Campbell sarebbe stato leggenda 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Erano davvero a un passo dalla miticità, con Raimi in forma perfetta: bastavano Liam e Bruce e sarebbe esploso il mondo. Invece c’è Sharon che fa le faccette e guarda tutti con occhi stupiti: mi sa che capito male lo sguardo di Clint Eastwood 😀
      Ogni fotogramma di questo film è pura poesia raimiana, giochi di camera in ogni dove, virtuosismi al bacio, zoomate alla Leone che urlano “zoomate alla Leone” e altra gioia per gli occhi. Quindi in ogni caso merita sempre di essere visto.

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      • Cassidy ha detto:

        Infatti è la regia ad essere brillante, un film vivo pieno di trovate anche sopra le righe che Raimi sa far funzionare benissimo, oggi è quel western strambo pieno di facce note, diventato di culto con il tempo, ma l’unico motivo alla sua uscita, a renderlo un film di serie A, era davvero solo la qualità della regia e basta 😉 Cheers

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Lo ricordo con affetto ma solo perché lo vidi al cinema e questo film si lega indissolubilmente a ricordi personali. Quindi, pur essendo una ciofeca, suscita in me sensazioni “piacevoli”. Ma dai lontani anni ’90 lo devo aver visto (forse!) solo un’altra volta in un suo passaggio tv, forse su Canale 5. Boh!
    Ammetto però che non l’ho mai visto sotto l’ottica di “è un film di Sam Raimi” perché all’epoca non ne avevo le competenze e la testa per apprezzarlo come lavoro del regista (nonostante tutto!). Mi sa che quasi quasi provo a recuperarlo…

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  3. Madame Verdurin ha detto:

    L’ho visto in tv varie volte, l’ho sempre trovato molto divertente, anche se oggettivamente non si può che riconoscerne la schifezza. Sembra frutto di un bambino cui hanno regalato dei nuovi giocattoli, dei cowboy e una barbie, e giocandoci si inventa questa storia.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In fondo Raimi è proprio così, un bambinone che gioca mediante una geniale visione del cinema 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        E infatti questo non è “un” western ma IL SUO western, che è altra cosa e segue le SUE (di Raimi) regole, nonostante Sharon fosse arrivata a un passo dal dire che l’avevo diretto lei… del resto dopo aver scelto genere, colleghi graditi, sceneggiatura ecc. ecc. sarebbe stata la conseguenza più ovvia, no? Ma, per modestia innata, poi deve aver deciso di limitarsi solo a sceglierlo, il regista (le va dato atto di esserne giustamente una fan) 😛
        Comunque sottoscrivo in toto: “Pronti a morire” è davvero una gioia per gli occhi e per il cuore! E per me lo è stato fin dalla prima visione, incuriosito da quell’anomalo ruolo vecchio west di Sharon 😉
        P.S. Bruce Campbell aveva già impegni western con “Le avventure di Brisco County, Jr.”…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Visto com’è finita con quella serie, sarebbe stato meglio Bruce avesse continuato a seguire Sam 😛
        Comunque è vero, Sharon ha un unico difetto: è troppo modesta! 😀

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  4. Il Moro ha detto:

    Subito un biglietto per il mondo parallelo in cui è stato prodotto “The quick and the deadites”!

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  5. Nick Parisi ha detto:

    Ho sempre evitato come la peste questo film, dici che ho fatto male?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dipende da come lo guardi. Se riesci a ignorare tutti gli attori protagonisti – uno peggio dell’altro – e a guardarlo solo come film di Sam Raimi, con i suoi tipici movimenti di camera e giochi d’inquadratura, rischi seriamente di divertirti. Se lo vedi come un vero western, allora la delusione è assicurata 😛

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Ce l’hai fatta! Vendutissimo! Nonostante le dichiarazioni pernacchianti di Sharon e il genere western, non posso resistere alla tentazione, di fronte ad un torneo di pistoleri: già sogno un Mortal Kombat stile western! Magari ai tempi l’ho anche adocchiato e subito scartato per la suddetta tipologia ma ora me la sento di compiere il grande passo! 🙂

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  7. wwayne ha detto:

    A mio giudizio affermare che il western non è mai morto è un’affermazione discutibile: è innegabile infatti che la produzione di questo genere di film sia molto calata dopo gli anni 70. Fino a quel momento c’erano sempre in cartellone almeno 2 film western, uno americano e uno italo – spagnolo (e infatti sia ad Hollywood che nel deserto vicino ad Almerìa c’era sempre qualcuno intento a girarne uno); dopo gli anni 70 questo getto continuo si è interrotto, e i western hanno cominciato a uscire letteralmente a singhiozzo.
    L’Hollywood che conta se n’è accorta, ed è per questo che ha cercato in ogni modo di incentivare una rinascita del genere: infatti, dopo averlo sempre snobbato nel suo periodo d’oro, ad inizio anni 90 ha provato a rilanciarlo ricoprendo di statuette sia “Balla coi lupi” che “Gli spietati”. Operazione non riuscita, perché il genere poteva rinascere solo ottenendo plausi dal basso (ovvero dal pubblico), non dall’alto (ovvero dall’Academy): è il pubblico che compra i biglietti, e per quanto l’Academy possa influenzarne le scelte non ha il potere di ridestare un interesse nei confronti del western che evidentemente non c’è più. Almeno non presso il grande pubblico: c’è una fetta di spettatori che ancora guarda film di questo tipo, ma questa fetta non è abbastanza consistente da indurre i produttori a riavviare il getto continuo di cui ti parlavo prima.
    Perché ritieni l’ingaggio di Leonardo Di Caprio per questo film un madornale errore?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il fatto che la produzione sia diminuita non vuol dire che si sia interrotta, ovvio che non essendo più un genere di moda come un tempo non ha più decine di titoli l’anno, ma quello che perde in quantità diciamo che lo acquista in qualità, visto che i titoli che ogni anno regolarmente escono di genere western sono mediamente più curati rispetto alla spazzatura che infestava gli anni Sessanta e ha decretato il crollo verticale del genere, dove di solito solo un film su dieci era degno di essere visto. Dagli anni Sessanta in poi di solito quasi tutti i western meritano almeno una visione, quindi direi che il genere ci ha guadagnato, quando invece avviene il contrario, cioè il proliferare di spazzatura uccide un genere.

      DiCaprio è totalmente fuori parte perché è un ragazzino che finge di essere adulto, e visto che il ruolo di un adulto la sua parte è particolarmente fittizia. Per fortuna anche gli altri attori sono sbagliati quindi si nota meno 😀

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      • wwayne ha detto:

        La maggiore qualità delle sceneggiature dipende proprio dal calo di interesse nei confronti del western: negli anni 60 e 70 non importava scriverle con cura certosina, perché alla gente piaceva così tanto il genere che andava a vedere questi film anche se la sceneggiatura era fatta con i piedi; adesso invece si è creata la situazione opposta, perché tanti spettatori evitano per principio i film western, e quindi per attirarli in sala ti devi inventare una sceneggiatura con i controfiocchi. O avere un grosso nome, come i fratelli Coen quando rifecero Il Grinta o Tarantino quando ha fatto i suoi 2 western.
        A seguito del successo di questi 3 film si parlò di una rinascita del western: a mio giudizio lo si fece a sproposito, perché la stragrande maggioranza degli spettatori andò a vederli perché erano fan di quei registi, non certo perché fosse riscoppiato l’amore tra il grande pubblico e il western. E infatti quando in questo genere si è cimentato qualche regista meno famoso di loro il film è passato totalmente inosservato.
        Comunque non sempre un genere muore per il proliferare di spazzatura: talvolta i gusti del pubblico cambiano senza una vera ragione, e il genere ne risente anche se era ancora in piena forma. Penso ad esempio al cinema noir degli anni 40: ne ho visti a vagonate senza mai rimanere deluso, ma a un certo punto il pubblico smise di vederli, condannando al fallimento la casa di produzione che più di tutte ci aveva puntato (la RKO). Grazie per la risposta! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Proprio di quello parlavo, del fatto che i giornalisti di cinema danno per morto il western dagli anni Settanta, quando invece è sempre lì, anno dopo anno, a sfornare titoli, al cinema in videoteca e in TV, un fiume inarrestabile di western a volte scritti bene a volte scritti male, a volti belli a volte brutti, ma sempre lì, senza mai fermarsi. Chi crede che Tarantino abbia fatto rinascere il western è proprio quel tipo di cinefilo della domenica che non sa una mazza di niente e sa solo che deve leccare il culo a Quentin, quindi non va mai ascoltato.

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      • wwayne ha detto:

        Sì, ma quei titoli sono molto pochi in confronto al getto continuo di cui ti parlavo prima, e passano quasi sempre inosservati. Per questo ti dico che il western magari non è morto, ma è ridotto proprio al lumicino. Buona Domenica! 🙂

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  8. comelapensoio ha detto:

    lo vedrò!

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