Il nome della rosa (1986) Trent’anni di rose

il-nome-della-rosaOggi compie trent’anni in Italia un film diventato in breve tempo un autentico archetipo con cui ogni altra opera di ambientazione storica ha dovuto fare i conti.
Ecco il blogtour per l’occasione:

  • La Bara Volante” ci racconta la sua visione di questo “classido”
  • Il Cumbrugliume” omaggia il film con il suo stile
  • Il CitaScacchi” racconta la parodia Disney a fumetti “Il nome della mimosa”
  • IPMP” presenta la locandina italiana dell’epoca

nomerosa_bannerEstate 1987, il Zinefilo ha 13 anni e in un caldo pomeriggio di una calda cittadina balneare romana – Ostia, potreste averne sentito parlare nella cronaca di questi ultimi anni! – viene portato al cinema locale, di seconda visione. Un locale fatiscente con delle scomodissime sedie di legno, come si usava all’epoca, e con un’aria condizionata esagerata. Difetti di poco conto, vista la bellezza del film proiettato: Il nome della rosa.
Quando il 2 dicembre 1988 Raiuno manda in onda il film in prima serata, scopro la fortuna che ho avuto ad aver visto la pellicola al cinema: la celebre torrida scena di Adso e la zingarella è tagliata con l’accetta! All’epoca mi vantai a lungo con i miei compagni di scuola di aver visto l’originale, molto più esplicito e potente. (Va be’, “potente” per un tredicenne!)
Il film del grande Jean-Jacques Annaud è uscito dopo cinque anni di lavorazione ed è stato subito un flop, guadagnando punti in seguito in tutta Europa: come sempre, l’Italia grida al capolavoro solamente sull’eco degli altri Paesi…

nomerosa_cNegli ultimi trent’anni è stato un dio in terra e guai a toccare Sean Connery, ma il Zinefilo dice le cose che nessuno vuole dire: in quegli anni le azioni del celebre attore erano in caduta libera.
L’inizio degli anni ottanta è stato duro per tutti, il gusto è cambiato radicalmente e non è facile adattarsi. Io considero Atmosfera zero (1981) un capolavoro inarrivabile ma la critica non la pensa allo stesso modo: in pochi ormai conoscono l’unico film di fantascienza senza alieni della storia, e già all’epoca fu tutto tranne che un successo. I banditi del tempo (1981), Obiettivo mortale (1982), Cinque giorni una estate (1982) dove si innamora della nipotina. Ok, il celebre attore non ne sta azzeccando una.
Disperato, Sean si infila il parrucchino peggiore che ha – ancora non c’erano le parrucche di Nicolas Cage! – e si sputtana con 007 Mai dire mai (1983) al fianco di un’altra perdente nata come Kim Basinger: altro tonfo. È il momento peggiore della sua carriera, neanche quando ha affrontato Tarzan gli andata così male!
In quegli anni finalmente Connery gira i due film della vita che daranno inizio alla sua titanica rinascita: Highlander (1986) e Il nome della rosa (1986). Ora sì che diventa lo Sean Connery che noi conosciamo.

© 2012 Getty Images

© 2012 Getty Images

A parte quei pochi fan dichiarati di James Bond, e all’epoca non erano molti, Sean Connery era solo un attore come tanti. Non sembri un dispregiativo, nel 1986 il cinema sciabordava di attori eccellenti, quindi con “come tanti” intendo che era bravo come gli altri suoi colleghi. Dopo il Duemila il cinema è una fogna a cielo aperto, quindi le vecchie glorie vengono santificate semplicemente perché non c’è nessuno a sostituirle.
Basta guardare la “spalla” di Connery che fine ha fatto. La responsabile del cast de Il nome della rosa si chiama Mary Jo Slater… indovinate chi ha scelto per il ruolo di Adso dopo tanti provini? Esatto, suo figlio Christian Slater.
Va be’, si sa che ad Hollywood il nepotismo è consuetudine, anche perché poi bisogna dimostrare di non essere dei semplici raccomandati e il buon Christian l’ha dimostrato… fino al Duemila, quando il cinema è imploso e lui non ha fatto in tempo a diventare una “vecchia gloria”. Così si è ritrovato pure lui a girare filmacci nell’Est Europa, tipo l’immondo Assassin’s Bullet (2012).
Povero Adso, che brutta fine…

Occhio, Adso, che la serie Z è dietro l'angolo...

Occhio, Adso, che la serie Z è dietro l’angolo…

Nel mio saggio Alla conquista del Monte Athos racconto l’avventura del cacciatore di libri ottocentesco Robert Curzon sul Sacro Monte, ma il celebre adventurer girò un gran numero di monasteri, agli inizi dell’Ottocento, e raccontò storie che avrebbero influenzato l’universo librario del secolo a venire.
athosPer esempio una volta si ritrova in quello che lui chiama Monastery of Souriani – monastero ortodosso noto come Deir el-Surian o chiesa di Maria Deipara, in Egitto – e, come suo solito, si fionda a controllare la biblioteca locale: è tenuta malissimo, con la maggior parte dei libri sfusi in terra, ricoperti di polvere, ed alcuni infilati tra i buchi del muro. Un “gentiluomo francese” (non meglio identificato) ha informato Curzon che in quel monastero ci sono rarissimi manoscritti che i religiosi tengono ben nascosti, così Curzon si tuffa a ravanare tra la polvere nella speranza di trovare qualche rarità abbandonata. Trova un paio di manoscritti copti che, a suo dire, sono antichissimi – ma Curzon esagera sempre il valore di ciò che trova – e malgrado le sue insistenze l’abate nega ci sia altro materiale.
Arriva quindi il momento della trattativa, quando cioè Curzon vuole fare l’affarone e portar via a due soldi dei preziosi manoscritti… e quando regolarmente finisce infinocchiato da frati che sono tutt’altro che stupidi come l’Europa intera crede. Curzon e l’abate si ritirano in una camera e, davanti ad una bottiglia di rosolio (sweet pink rosoglio), il cacciatore di libri inglese finisce per pagare i manoscritti quanto valgono e nulla più.
Perché vi ho raccontato questa storia libraria? Perché il racconto di Curzon, con l’abate che dà prova di saperla lunga e di nascondere più manoscritti di quanti ne mostra, ha una deliziosa particolarità. L’abate è cieco…

Umberto Eco con il suo personaggio del bibliotecario cieco Jorge, che forse strizza l’occhio all’abate raccontato da Curzon, ha voluto dichiaratamente citare il Maestro argentino Jorge Luis Borges, ultimo di una serie di bibliotecari ciechi di Buenos Aires. È una citazione curiosa, visto che tanto Borges quanto Eco sono tanto celebri quanto poco letti…
Eco è più famoso che noto, più comprato che letto: tutte le persone che ho conosciuto “dal vivo” nella mia vita sanno chi è Eco e sanno dell’esistenza del film Il nome della rosa, ma solo un paio ha davvero visto il film e nessuno ha mai neanche aperto il libro. Non parliamo delle altre decine di romanzi di Eco, tutti campioni di vendite ma totalmente ininfluenti nell’immaginario comune, semplicemente perché del tutto ignoti.
Quando si parla de Il nome della rosa non è né al libro né al film che si pensa: si pensa all’idea, ad una storia medievale fatta di castelli e torture, dimostrando che ogni buona storia è inutile in questo mondo umano. Ma in fondo era destino: ogni storia che parli di libri finisce per essere fraintesa e non letta…

Ricorda, Adso: i libri si amano ma non si leggono © 2012 Getty Images

Ricorda, Adso: i libri si amano ma non si leggono
© 2012 Getty Images

Trattandosi di un capolavoro, non parlo del film: il Zinefilo sberleffa i film brutti o furbetti, non le colonne portati di un cinema ormai dimenticato.
Però una chicca ve la devo raccontare. Per quanto possa sembrare incredibile, invece che all’attore Ron Perlman la parte di Salvatore è stata originariamente affidata a… Franco Franchi! No, fermi tutti, ma ve lo immaginate? Nel momento giusto Salvatore piomba in scena a gridare «Ciiiiiiiiiccio!»
Scherzi a parte, Franchi era anche un bravo attore ma il suo volto è troppo legato alla commedia per poter anche solo vagamente sembrare plausibile in quel ruolo: volete mettere con la faccia di Perlman? Ancora ho gli incubi da quel giorno del 1987 quando l’ho sentito gracchiare «Penitenziagite»…

easy-streetChiudo dunque con un passo tratto da Easy Street (the Hard Way): A Memoir (2014)… la biografia di Ron Perlman!

«Tornai ad Highland Cardens da mia moglie [Opal Stone, ancora sposati!] e il mio bambino di nove mesi ed iniziai una carriera diretto verso Dio solo sa cosa. […] Feci qualche episodio televisivo, interpretai due volte un procuratore distrettuale e due volte un teppista. […] Poi qualcosa accadde sul finire del 1985: lessi un articolo che diceva che il mio amico Jean-Jacques Annaud aveva firmato per dirigere l’adattamento di un celebre libro, Il nome della rosa di Umberto Eco. Quel romanzo era stato un bestseller del “New York Times” così a lungo che aveva stracciato ogni record di settimane consecutive al primo posto. C’era stata una specie di enorme guerra per chi avrebbe adattato quel romanzo, ed aveva vinto Annaud, che aveva convinto sia gli studios che Umberto Eco.
Corsi a comprare il libro e lo lessi d’un fiato: era davvero difficile, sembrava di leggere il Tito Andronico per la densità dei personaggi. Per un ebreo come me, quel mondo di monasteri e di francescani era davvero oscuro e pauroso. Mi ci vollero quattro tentativi per superare le prime cento pagine, ma poi entrai nel misterioso modo che Eco ha ritratto ed è diventato uno dei più grandi romanzi che ho mai letto.
Notai che c’era il personaggio di un gobbo, Salvatore, che parlava sette lingue ma mischiandole tutte. […] Il personaggio mi catturò. Era cattivo, deforme, contorto e funzionava alla grande. […] Mi ossessionai all’idea di provare a risolvere il puzzle che era Salvatore, come fosse un cubo di Rubik. […]
Ne parlai a Jean-Jacques e a lui piacque l’idea di me che recitavo la parte ma mi scoraggiò subito: la produzione era molto complicata e c’era un sacco di burocrazia in mezzo. Doveva registrarmi su nastro e farmi approvare da un sacco di gente prima di darmi il ruolo. […] Passai un pomeriggio improvvisando con Jean-Jacques davanti ad una videocamera, cercando di trovare l’essenza del personaggio che spingesse la gente a credere che io fossi perfetto per Salvatore. Non ci riuscii, e ripensandoci credo fosse un tentativo mediocre. […]
Mesi dopo lessi sul giornale che il ruolo di Salvatore era stato vinto da Franco Franchi, una specie di Red Skelton italiano e personalità televisiva molto amata. Era un comico che aveva il suo show, faceva un sacco di voci e aveva creato un sacco di personaggi. Mi dissi Okay, Congratulazioni signor F. Non puoi vincerle tutte, questo ruolo non doveva essere mio, e tutte le altre stronzate che uno si dice quando cerca di sdrammatizzare. Proseguii dunque con la mia vita.»

Una notte squilla il telefono e una certa Anna Gross dalla Germania comunica a Ron che ha ottenuto la parte. Il resto è storia…

© 20th Century Fox

© 20th Century Fox

Tanti auguri, Il nome della rosa e cento di questi anniversari!

L.

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28 risposte a Il nome della rosa (1986) Trent’anni di rose

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  2. cumbrugliume ha detto:

    Bellissimo articolo 🙂

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  3. Denis ha detto:

    Peccato che Ron Perlman fa una brutta fine,si il cinema è morto tra brutta fotografia e niente sprazzi autoriali,vanno avanti solo con saghe che non finiscono mai,per fortuna che almeno Statham nel 2000 ha “salvato” il genere d’azione
    Un piccolo enigma in che film si incontrano James Cagney e Samuel.L Jackson

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  4. Massimiliano Riccardi ha detto:

    Giusta, sacrosanta celebrazione di ricorrenza. Ottimo articolo Lucius.

    “Maestro, riusciremo a uscirne?”
    “Non senza difficoltà Adso”

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  5. Evit ha detto:

    Ammazza quante perle! Ho visto prima il film (da una VHS registrata in TV) quando ero giovane e lo amai subito, corsi così a leggere il libro che amai ancora di più (forse il libro più bello che io abbia letto fino ad ora)… non sapevo che il film fosse stato un flop. Se non sbaglio ad Eco non piacque subito ma poi si ricredette un po’ molti anni dopo, inizialmente lo trovò troppo “cupo” e mi domando quali colori sgargianti si immaginava quando descriveva i secoli bui.

    Penitenziagite!

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  6. Cassidy ha detto:

    Lo attendevo questo tuo pezzo sul film più letterario e amante di libri, forse di sempre, gli hai reso davvero onore. Del barbaro taglio della Rai non sapevo nulla, ma chissà perchè mi stupisce poco, in compenso mi ricordi che l’autobiografia del grande Ron dovrei proprio legermela, è uno degli attori che stimo di più, anche grazie al suo Salvatore 😉 Sacrosanto il discorso sia su Connery che sulle celebrità, nel 2016 siamo ancora fermi ai miti degli anni ’80 che ancora spettano di essere sostituiti… Cheers!

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    Bel film, bella ricorrenza, bell’articolo, bellissimi gli excursus sul cast. Bello quattro volte!

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  8. Giuseppe ha detto:

    Anch’io considero “Atmosfera Zero” un capolavoro, caro Lucius Umbertus 😉 , al pari di questo dettagliatissimo (per un attimo ho anche immaginato Franco Franchi e Ron Perlman fianco a fianco) post celebrativo di un altro capolavoro… sul quale tra l’altro, televisivamente parlando, mi è sorto un dubbio: dopo la prima trasmissione “tagliata”, è poi mai stato presentato anche in versione integrale? Magari in qualche ciclo notturno alla “Fuori Orario”? A che io ricordi, la scena mancava non soltanto la prima volta che l’ho visto (l’88, anche per me)…
    P.S.
    Connery: “Ricorda, Adso: i libri si amano ma non si leggono”
    Slater: “Sì, comandante Bond”
    Connery: “Christian, ti ha piazzato qua tua madre e non ho detto niente… Ma almeno leggi il copione, cazzo!”
    Slater: “Sì?”
    Connery: “Sì COSA?!?”
    Slater: “Hai detto Adso…”
    Connery: “No, ho detto… lascia perdere, ci sarà da lavorarci sopra. MOLTO.” 😛

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  15. Mac Faggiani ha detto:

    Alcune precisazioni: Mary Jo slater non era la responsabile del cast del film. Lavorava semplicemente come casting agent. Franco Franchi ha rifiutato la parte di Salvatore dopo aver saputo che avrebbe dovuto tagliarsi i capelli (qui la fonte: http://www.europe1.fr/mediacenter/emissions/secrets-de-tournages/sons/secrets-de-tournage-jean-jacques-annaud-2200273)

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