Screamers 1. Second Variety

Il 3 marzo 1982 Philip K. Dick abbandonava questa nostra realtà, e sarebbe stato bello festeggiare questo anniversario lo scorso 3 marzo 2022, ma ho fatto mente locale troppo tardi. A questo punto festeggiamo oggi, 30 maggio, l’uscita italiana del film Screamers con una doppia iniziativa: insieme ad altri amici blogger oggi ricordiamo Dick come autore, mentre il Zinefilo proseguirà per tutta la settimana a raccontarvi il parto travagliato di un film che ci ha messo quasi vent’anni per raggiungere le sale.

Partecipano amici che ormai dovreste conoscere bene:


Prologo
Gli ultimi giorni di Dick,
deluso dal cinema

Nel 1982 Philip K. Dick è triste. Non perché quel marzo sarebbe morto, non poteva saperlo, ma perché a morire era stato ben altro, cioè il suo sogno del cinema. Dopo esserne stato ignorato per tutta la carriera, ritrovarsi cinquantenne ad essere conteso dai produttori cinematografici farebbe perdere la testa al più posato degli autori. Dopo decenni passati a cercare di uscire dai ghetti in cui l’avevano chiuso (scrittore di fantascienza, scrittore da edicola, scrittore da rivista, scrittore di genere, tutte etichette infamanti agli occhi dei giornalisti e di tutti quelli che campano dando etichette agli altri) ora finalmente poteva arrivare al cinema di serie A: non la robaccia da drive-in, quei prodotti alla Roger Corman che erano considerati pure peggio delle rivistacce in cui scriveva Dick, no, proprio un film vero, da proiettare nei cinema veri.

Prima edizione, maggio 1982

Dick è felice, quel Natale 1981 in cui viene invitato alla Fox, perché le case produttrici ti invitano a feste mondane, piene di attori e registi noti, dove Dick va fuori di testa dalla felicità. Ma poi scopre la verità. Aveva sognato che il cinema una volta comprati i diritti di un qualche suo racconto gli avesse chiesto come voleva veder realizzato il relativo film, quali attori vedeva bene nei ruoli, come sviluppare il racconto e via dicendo. Invece tutto ciò che aveva ottenuto era una festa mondana. E la Warner Books che gli dava addosso per scrivere il romanzo-novelization del film tratto da Cacciatore di androidi, che se lui si fosse rifiutato di farlo lo avrebbero fatto scrivere al primo stronzo che passava. (Sembra un’esagerazione, ma è esattamente il succo di quanto comunicato allo scrittore dalla casa, stando alla biografia del 1989 di Lawrence Sutin.)

Quel dicembre 1981 Dick è arrivato a scoprire quello che Russell Crowe anni dopo rivelerà ad un giovane fan, un ragazzino di nome Henry Cavill che da grande vuole fare l’attore. Il ragazzino non sapeva che in futuro avrebbe interpretato Superman al cinema con proprio Crowe nel ruolo di suo padre, quel giorno era solo un giovane fan che pressava l’attore famoso per farsi rivelare il segreto del cinema, e Russell Crowe gliel’ha rivelato: «Ti pagano bene, ma ti trattano di merda» (dal “The Graham Norton Show“, 14 giugno 2013). Dick era arrivato alla stessa conclusione dopo poco tempo a contatto con il cinema, ma lui in fondo era un «artista di merda», se ne intendeva della materia.

Come i giovani che dopo una caduta si rialzano e non pensano che potrebbero cadere ancora, quel 1982 Dick è felice, perché se Blade Runner non è andato come voleva lui – cioè nessuno gli ha chiesto consigli su come girarlo – e di Total Recall siamo ancora alla fase “chiacchiere senza criterio”, c’è invece speranza che il giovane autore a lavoro su Second Variety possa davvero coinvolgere lo scrittore nel progetto cinematografico. Per fortuna Dick è morto prima di un’altra cocente delusione, che sarebbe sicuramente arrivata malgrado lo scrittore avesse già capito come funzionava il cinema: era stato pagato bene, ma trattato di merda.


Second Variety

Nel maggio del 1953 esce l’ultimo numero di quell’annata della rivista statunitense “Space Science Fiction“, pubblicata da John Raymond. Nel suo editoriale Lester Del Rey – colonna portante della fantascienza classica ma anche ottimo curatore di riviste e antologie, oltre che fondatore di case editrici – si dice soddisfatto di quella prima annata della rivista ed elogia la filosofia che considera alla base della fantascienza: la semplicità.

«Non devi attraversare migliaia di anni luce e superare mezzo milione di anni per trovare una buona storia.»

Del Rey spiega che è facile inventare una storia slegandola da tutto ciò che il lettore conosce, ambientandola appunto in mondi talmente lontani da essere completamente diversi dal nostro, ma in quel caso il risultato è più simile ad una fiaba. Il metro di paragone nello scegliere i racconti per la rivista, spiega l’editore, è l’essere il più vicini possibile al nostro mondo, alla nostra realtà, perché è nella semplicità la forza di un buon racconto.

«Prendi un uomo ordinario, mettilo in una situazione dove un solo singolo particolare sia inusuale e poi vedi cosa succede: avrai allora una buona storia.»

L‘editore si compiace di essere riuscito ad avere un nuovo racconto di Thomas L. Sherred, autore che all’epoca è adorato dai lettori i quali da tempo chiedevano a gran voce altro suo materiale, tanto che – rivela Del Rey – già durante la preparazione di quella nuova rivista erano giunte lettere in cui si specificava che un nuovo racconto di Sherred avrebbe giustificato già da solo la nascita di una nuova realtà editoriale. Temo che in seguito l’autore non abbia più goduto della stessa stima, o anche solo memoria (in Italia poi è quasi del tutto inedito), ma a quanto pare quel 1953 è un “nome caldo” del momento, e con una sua storia lunga ad aprire la rivista si aveva un successo garantito in edicola.

Nelle parole di Del Rey, questo Sherred ha la rara capacità di scrivere buone storie di fantascienza basandosi su idee classiche, elaborandole fino alle loro estreme conseguenze così da ottenere qualcosa di nuovo e fresco, «come noi raccomandiamo sempre nei nostri editoriali». L’editore sa benissimo che trovare idee inedite non è facile, e che il “riciclo” è usanza comune, ma ciò che importa davvero è tirar fuori una storia buona e che sembri fresca, anche se magari basata su idee già più volte affrontate.

«Tutto questo l’ha fatto per noi anche un autore relativamente nuovo, Philip Dick, con un suo racconto breve splendidamente gestito. Ha preso un’idea tanto vecchia quanto Frankenstein e poi l’ha sfruttata al massimo.»

Così Del Rey quel maggio 1953 presenta la prima apparizione del racconto Second Variety (In Italia, Modello Due) di Philip K. Dick. Una storia semplice che si basa su idee non certo nuove, ma trattata in modo tale che ne esce un racconto buono di pura fantascienza: Del Rey infatti ripete più volte che la semplicità è l’obiettivo di tutte le discipline umane, e quindi anche della fantascienza. «E naturalmente, come per tutte le cose davvero semplici, c’è molto più di quanto gli occhi possano vedere».

Illustrazione di Ebel (Alex Ebel, 1932-2013),
che trent’anni dopo firmerà il primo poster di Venerdì 13 (1980)

Il racconto ci porta in un futuro purtroppo non più così tanto lontano, visto che dal febbraio 2022 – non paghi di una pandemia che ci ha fatti tornare alla Spagnola di cento anni fa – è arrivata anche una Guerra Fredda che ci ha fatti tornare a settantanni fa: in pratica stiamo rivivendo il Novecento, alla faccia delle ridicole “giornate della memoria” che non servono proprio a niente. Dick aveva già detto tutto nel pieno della Guerra Fredda, la prima, raccontandoci di un mondo futuro in cui russi e americani a forza di inventare armi sempre superiori si sono distrutti a vicenda, portandosi appresso nella caduta anche tutto il resto dell’umanità. L’arma definitiva è stata creata dagli americani, ovviamente, senza pensare all’Effetto Skynet: le macchine hanno preso coscienza di sé e hanno seguito la loro prima direttiva, cioè crescere e moltiplicarsi. L’uomo s’è fatto Dio e ha ricreato la Sua opera: una razza capace solo di distruggere tutto.

«Gli artigli non erano armi come le altre. Erano vivi, a tutti gli effetti pratici, checché ne pensasse il governo. Non erano macchine, erano cose viventi, che giravano, strisciavano, spuntavano fuori all’improvviso dalla cenere grigia e si lanciavano contro un uomo, gli si arrampicavano addosso e miravano alla gola. E quello era il loro compito, ciò per cui erano stati progettati e costruiti.»

Quel 1953 Dick chiama l’arma definitiva «claws», e quando dieci anni dopo Beata Della Frattina deve tradurre in italiano il racconto per “Urania” (Mondadori) n. 359 (22 Novembre 1964) non esita ad utilizzare il termine «artigli», confermato da Maurizio Nati e Tiziana Tagliamonte al momento di ritradurre il racconto per l’antologia “L’Uomo Variabile” (Fanucci 1979). Queste due traduzioni si alterneranno durante le tante ristampe del racconto, infilato molto spesso nelle antologie dickiane, e solamente nel 2002 di “Rapporto di minoranza e altri racconti” (Fanucci) arriverà una nuova traduzione, a cura di Paolo Prezzavento, che ad oggi sembra quella prevalente nelle ristampe Fanucci.

Dalle fabbriche sotterranee sparse ovunque escono fiumi e fiumi di macchine, prima i semplici artigli poi via via sempre nuove entità artificiali di qualità superiore. Fino ai robot. E qui è necessaria una veloce parentesi.

Quando Second Variety è stato pubblicato il termine “robot” era entrato ormai in pianta stabile nella cultura americana ma non con il significato che gli diamo noi oggi: indicava uno “scassone” che solo vagamente poteva avere forma umana. Per intenderci, un esempio famoso è Robby the Robot del film Il pianeta proibito (1956), cioè qualcosa che in nessun caso potrebbe essere confuso con un essere umano vero. Ancora nel 1978 girano saggi che specificano la differenza fra robot, cioè scatoloni semoventi a volte a forma vagamente umana, e androidi, invece loro sì indistinguibili da una persona vera. Il che è paradossale, visto che gli anglofoni sono convinti che il termine “robot” nasca da un’opera del 1920 di Karel Chapek in cui però tutti i robot sono perfettamente identici agli umani: nel passaggio dalle lingue europee all’americano il povero robot è stato “degradato” a robottone impacciato. (Sulla vera natura del termine “robot” ho già parlato.)

da “Space Wars” (volume 2) n. 5 (dicembre 1978)

Non è quindi scontato che nel 1953 un autore di fantascienza parlasse di robot così sofisticati da essere indistinguibili da persone vere, quindi se volete possiamo considerare Dick un innovatore e un anticipatore… oppure un gran lecchino, anche se nel senso buono. Guarda a volte la coincidenza, sul numero di agosto 1945 della rivista “Astounding Science Fiction” (gestita dal decano John W. Campbell jr.) Lester Del Rey aveva pubblicato un racconto, Into Thy Hands (in Italia: Nelle tue mani, più volte ristampato, fra cui “Le grandi storie della fantascienza 7”, Bompiani), in cui si parlava di un mondo futuro post-bellico in cui erano sopravvissuti solo robot umanoidi custodi delle conoscenze umane: l’umanità si era ormai auto-distrutta, ma questi novelli Adamo ed Eva robotici potevano crearne un’altra più lungimirante.

«E ora Noi creiamo l’uomo a Nostra immagine e somiglianza!»
(dalla prima traduzione italiana, a cura di Ugo Malaguti, di Nelle tue mani)

L’autore non è un omonimo, è proprio quel Del Rey che dieci anni dopo pubblicherà Second Variety, la versione decisamente più oscura e cattiva del suo racconto.

«Hanno nutrito i loro popoli delle glorie del massacro e del saccheggio per tanto tempo che ora devono assolutamente trovare un pretesto per adoperare le loro orde di robot guerrieri.»
(dalla seconda traduzione italiana, a cura di Sandro Pergameno, di Nelle tue mani)

Una delle illustrazioni di Williams, non proprio attinenti al racconto

Chissà, magari il giovane Dick ha pensato che se avesse ripreso quel racconto di Del Rey, o comunque avesse rielaborato i suoi temi, l’editore sarebbe stato più magnanimo, cosa che in effetti è stata. A lusingare chi stacca i nostri assegni non si sbaglia mai.

«Il cranio era scoperchiato, e dentro si distinguevano i sottilissimi cavi, fini come un capello, e le valvole in miniatura che avevano costituito il cervello del robot.»
(prima traduzione italiana, a cura di Beata Della Frattina, di Modello Due)

Dunque l’arma definitiva umana ha preso coscienza e sta spazzando via l’umanità stessa perché così è stata programmata. «Sono spietati, macchine con un unico scopo, costruite per fare una cosa sola». Nessun programmatore ha spiegato agli artigli che devono massacrare le persone che indossano una certa divisa, che parlano una determinata lingua e soprattutto che devono smettere di farlo se cambiano le situazioni geo-politiche: a loro è stato detto di uccidere ogni forma di vita, e loro uccidono ogni forma di vita. Evolvendo e creando macchine talmente sofisticate da sembrare esseri umani, così da entrare nei bunker dei superstiti e fare massacri. (Vi fermo subito: non siete i primi a notare curiose somiglianze con il futuro post-atomico cameroniano di Terminator, è dall’uscita del film che i lettori americani hanno notato il leggerissimo richiamo.)

Il protagonista, Hendricks, per vari motivi si ritroverà a cooperare con un gruppo di russi superstiti e insieme dovranno trovare un posto sicuro dove stare, ma una volta scoperta l’esistenza dei robot che si fingono umani – chiamati “Modello Uno”, “Modello Due”, proprio come (guarda a volte la coincidenza) il “Modello 10” che apre il racconto di Del Rey! – nasce l’ovvio problema: come ci si fa a fidare dell’altro? Già l’umanità si è auto-distrutta per totale mancanza di fiducia, figurarsi ora che il tuo vicino potrebbe essere un robot in attesa di ucciderti.

Un anno dopo questo racconto, sul “Collier’s Magazine” Jack Finney pubblica a puntate (dal 26 novembre al 24 dicembre) il suo celebre The Body Snatchers (in Italia, Gli invasati), in seguito più volte portato al cinema: al posto dei robot auto-replicanti ci sono spore aliene, ma abbiamo lo stesso destabilizzante crollo della fiducia nel nostro prossimo. E sempre guarda caso, i russi robotici di Dick trovano perfetto riflesso nei baccelloni di Finney, che sin da subito sono sempre stati visti come simbolo del pericolo sovietico: di nuovo, sarà un caso, ma quest’ultimo racconto esce quattro mesi dopo il Communist Control Act con cui il Governo americano metteva fuorilegge quei pochi comunisti dichiarati rimasti in giro dopo anni di maccartismo, cioè di caccia alle streghe.

Gli americani dell’epoca (ma non solo) avevano il terrore assoluto che la dottrina comunista penetrasse nella società, contagiando anche i più insospettabili fino ad arrivare a non poterti fidare neanche della persona a te più vicina – prima di tutti gli autori citati era uscito al cinema La “Cosa” da un altro mondo (1951) dal racconto di John W. Campbell jr., altro “metaforone” (per dirla come Cassidy) contro l’invasione comunista – e questo era già tutto presente in Dick, anche se a suo onore va detto che lui faceva un discorso molto più ampio della mera politica (e propaganda). E, ad essere cattivi, si rifaceva ai robot umanoidi di Del Rey di anni prima.

Come può tutto questo diventare un film? Una volta che nel 1956 Don Siegel porta al cinema il celeberrimo Invasione degli ultracorpi, come si può tornare a spaventare lo spettatore con una storia in cui chi ti sta vicino potrebbe non essere chi dice d’essere? O meglio: come può farlo un cineasta che non sia bravo come John Carpenter, il quale ci è riuscito benissimo con La Cosa (1982)?

Come rendere su grande schermo la predilezione dickiana per la messa in discussione di ogni concetto di percezione dell’altro e di sé? Semplicemente non si può, anche se dopo l’uscita del film di Siegel un giovane appassionato di fantascienza ha iniziato a pensarci, a un futuro film ispirato al racconto di Dick.

(Continua)

L.

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20 risposte a Screamers 1. Second Variety

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  2. Cassidy ha detto:

    Gran inizio di settimana da urlatori, da parte mia ho scaldato l’ugola rileggendomi il racconto nell’edizione Fanucci, quindi sono pronto ad urlare fino a venerdì, grazie per le citazioni 😉 Cheers

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  3. Vasquez ha detto:

    Ah ma che meraviglia 😍 Mi sembrava di leggere Asimov in una di quelle introduzioni ai suoi scritti in cui amava raccontare tutto quello che gli era successo prima, durante e dopo ogni pubblicazione (e ogni colloquio con John Campbell). Cosa che Dick invece non faceva, per cui ancora più meritevole, questo tuo sguardo sui retroscena di un racconto che mi prese fin dalla prima volta che l’ho letto.
    Lester Del Rey, John Campbell, Beata Della Frattina, gli Ultracorpi …mi sento a casa 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Come sempre il discorso si è allargato man mano che trovavo materiale e ghiottonerie varie. Mi piace pensare a un giovane scrittore che per assicurarsi la pubblicazione invia a un editore un racconto “debitore” di un altro scritto dallo stesso editore, il quale evidentemente ha apprezzato la cortesia 😛
      A parte quel tizio che all’epoca era amatissimo, ma temo dimenticato in seguito, tutti i nomi citati sono colonne portati della fantascienza, quindi è stato un piacere averli come compagni di viaggio ^_^

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  4. Sam Simon ha detto:

    Che piacere festeggiare Philip Dick insieme quest’oggi! E che bello cominciare un nuovo viaggio Zinefilo, io adoro queste retrospettive che inseriscono nel contesto storico e culturale ciò di cui parli. In Dick il tema della Guerra Fredda si ritrova tantissimo, la paranoia, il non sapere chi sia l’altro, o cosa voglia, o dove sia… È una fantascienza figlia del suo tempo, ma lo scrivo senza alcuna connotazione negativa, visto che se mi immagino il futuro lo sento molto più vicino a quello di Dick che non a quello “idilliaco” di Gene Roddenberry (con tutto il bene che voglio a Star Trek)!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo è un futuro fin troppo attuale, la Guerra fredda in cui siamo appena ripiombati (sperando non diventi “calda”) sembra avverare tutte le storie che l’avevo raccontata sin dal secondo dopo-guerra. Dal febbraio 2022 tutte le alleanze e amicizie internazionali sono saltate, non si sa più di chi fidarsi e quali siano i veri scopi di chi ci sta vicini. Visto poi che continuiamo a mandare armi per alimentare una guerra che potrebbe distruggerci tutti, direi che siamo già in “Second Variety”!

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      • Sam Simon ha detto:

        Hai tremendamente ragione. Oltre ai duri fatti legati alla guerra (organizzazione di persone e mezzi per distruggere persone e mezzi altrui, questa la fredda definizione economica, me la ricordo ancora da un esame dato venti anni fa, più o meno) è proprio il clima da propaganda bellica che stiamo vivendo che mi fa rabbrividire.

        A occhio la Russia la isoliamo solo sui social (chiudiamo i MacDonald’s ma il gas russo continuiamo ad importarlo, pure l’Ucraina lo sta facendo, se non erro), ma la direzione degli eventi non mi sembra delle più rosee…

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Quando sai di avere una giornata travagliata, vai sullo zinefilo per capire cosa potrai leggere in serata per rilassarti e trovare stimoli diversi da quelli lavorativi, e ti ritrovi un post che parla di Dick e di Screamers (film a cui sono assai legato) e scopri pure che tutto ciò avrà un prosieguo in settimana…non puoi che ringraziare anticipatamente e sentitamente! 🙂

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  6. Giuseppe ha detto:

    Thomas L. Sherred? Credo abbia seguito il destino di altri scrittori sci-fi sulla cresta dell’onda nell’età dell’oro, popolari (pur se magari non famosissimi come altri colleghi più blasonati) all’inizio ma dimenticati quasi del tutto poi, come ad esempio Ross Rocklynne e Nat Schachner… a differenza di Dick, ricordato e celebrato praticamente dovunque e da chiunque (anche da chi non ne ha mai letto una sola riga, ma lo cita in quanto fa figo). Ad ogni modo, dato che si parla di “Screamers”, posso ben dire che il tuo è un inizio da urlo 😉
    P.S. La filosofia di Lester Del Rey non è poi molto lontana da quella di Antonio Bellomi che, come curatore della mitica -anche se, temo, ormai dimenticata dai più- edizione italiana di Perry Rhodan rimarcava la predilezione per una fantascienza avventurosa senza troppi fronzoli, lontana dagli sperimentalismi della cosiddetta “new wave” di allora (metà anni ’70 circa)…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Credo di avere in collezione un Perry Rhodan, trovato su bancarella, con una qualche citazione scacchistica al suo interno.
      Comunque quella di Del Rey è sempre stata esattamente la mia idea di buona storia di fantascienza, e purtroppo anche la più difficile da trovare. Tutti a costruire nuovi mondi così da riempire centinaia di pagine a spiegare ogni più piccolo particolare: e la storia? Non c’è, c’è solo il nuovo mondo inutile.
      Se avessero dato più retta a Del Rey avremmo molta buona fantascienza, invece che tanto rumore di fondo privo di qualsiasi fondamento.

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      • Giuseppe ha detto:

        Già. Purtroppo invece non hanno ascoltato né Del Rey né quelli che, legittimamente, sceglievano di sperimentare (e sulla mitica rivista ROBOT ne trovavi, in quegli anni, vedi ad esempio William Rotsler, Barry N. Malzberg e R. A. Lafferty), perché pure questi ultimi si rendevano conto dell’importanza di una buona storia che -altra cosa dimenticata da molti, pare- NON relegasse la fantascienza a semplice sfondo, quando oggi siamo costretti quasi a ringraziare se si ricordano almeno di mettercela (sullo sfondo)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Forse il crollo costante di questo genere, sia al cinema che in libreria, ha rovinato un’intera generazione di lettori che quindi non premiano più i romanzi con anche solo un 10% di fantascienza, spingendo gli autori a storie che non assomigliano neanche a quel genere. Magari un giorno lontano qualcuno arriverà addirittura ad un 11% di fantascienza in un romanzo di fantascienza 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Ho paura che pretendere addirittura un 11% di fantascienza in un romanzo di fantascienza ormai sia diventato pura fantascienza 😛

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