Intervista a Stephen King (1984)

Sin dalla sua uscita del 1979 la rivista “Fangoria” ha avuto un canale aperto con Stephen King, che si è sempre mostrato disponibile alle interviste, anche in periodi in cui invece decideva di stare lontano dalla stampa.

Nell’estate del 1984 la rivista presenta in due puntate una lunga intervista che il romanziere ha rilasciato a David Sherman, e visto che oggi il Re compie gli anni mi sembra l’occasione giusta per rispolverarla, anche per tornare ad un periodo in cui la narrativa horror era decisamente mal vista da critici e recensori, e il “fenomeno King” faceva storcere il naso a molti “custodi della narrativa seria”.

Si uniscono ai festeggiamenti:


Strange Genesis

di David Sherman

da “Fangoria”
nn. 35/37 (aprile/luglio 1984)

A questo punto dovrai essere mortalmente stufo delle interviste: c’è qualche domanda che ti farebbe scappare via urlando, a sentirtela porre un’altra volta?

No, non ancora. Fra dodici anni da oggi forse… chissà… Per ora questo è un inizio promettente. Le interviste che odio sono quelle che iniziano con “Sto per farti domande che nessuno ti ha mai posto prima”, al che seguono tutte le domande che già mi sono state poste prima.

Sappi che ti sarà di nuovo chiesto se sei insoddisfatto del film “The Shining”.

(Sospira) Già… be’, procedi pure.

Be’…

“Da dove prendi le tue idee”, giusto? (ride)

Temo che te l’abbiano fatta fino alla nausea questa domanda. So che hai avuto una sessione di autografi questo pomeriggio: un’intervista come questa è un ambiente ragionevolmente protetto, ma quando firmi autografi sei alla mercé del tuo pubblico adorante. Diventa mai un po’ spaventoso?

Sì. Pensaci… È come Il giorno della locusta (1975). Ricordi? (ride) Quello dove si mangiano il tizio. Il firma-copie più spaventoso a cui ho partecipato è stato il primo a cui ha partecipato davvero un sacco di gente. Era da B. Dalton, a South Portland. Nessuno era preparato, era il periodo natalizio e pensavo sarebbe venuta un po’ di gente, ma non così tanta.

Per quale libro era, la presentazione?

Teoricamente firmavo copie de L’incendiaria (1980), ma in realtà la gente si è presentata con in mano di tutto. Era prima che chiedessi ai gestori delle librerie “Potreste limitare il numero di copie da firmare per persona? E se si presentano con più libri, dite loro che devono rifare la fila”.

Nessuno voleva farlo, perciò quel che è successo è che non c’era alcun controllo della gente in libreria, la folla iniziò a collassare sul mio tavolo. All’inizio c’era una sorta di soggezione, qualcosa nei confronti degli scrittori che di solito cantanti ed attori non hanno, ma poi la cerchia di gente si è fatta sempre più ristretta e io mi sentivo come un personaggio di Edgar Allan Poe, sepolto vivo. Solo che invece di stare sotto terra ero sepolto dalla gente.

Pensai: “Invece di scavare per uscire, dovrai scrivere per farlo”. Dieci minuti dopo, quando udii la prima donna gridare “Mi stai pestando i piedi!” ho iniziato a pensare: “Dovrai scrivere per uscire e non creare il panico”. L’aria era piena di energia negativa, mentre la gente si pressava. Quella è stata davvero l’esperienza peggiore che mi sia capitata.

Che mi dici delle lettere che ricevi? Ci saranno un sacco di spunti per le tue opere, che tu li voglia o meno.

(Ride) Sì, vero.

Quel tipo di riscontro di pubblico ha influenza su di te? E se sì, come?

Ci sono un sacco di critiche, e di quelle costruttive ne ho parlato in Danse Macabre (1981). Raccolgo tutte le lettere e rispondiamo a tutte, personalmente. E quando dico “noi” intendo che la mia segretaria sa cosa fare. Rispondiamo ad ogni lettera, non ci sono pre-stampati o moduli pre-impostati. Poi però [nel 1983] finalmente abbiamo dovuto usare risposte pre-impostate, scritte sempre da me ma che ho odiato.

Abbiamo raccolto tutte le lettere che mi sono state scritte. Non perché vogliamo vendere ai miei lettori dei coltelli Ginsu o roba del genere, ma perché è bello sapere chi vuole comunicarti ciò che pensa. Abbiamo una catasta di lettere che occupa una intera parete, sono migliaia.

Qual è la percentuale di squinternati? Pazzi che vogliono suggerirti i vari modi in cui si possono massacrare corpi umani.

I lunatici sono meno dell’1%, è davvero raro trovarne. La maggior parte delle lettere proviene da persone di classe medio-alta, direi. Più donne che uomini, ma non di molto. Una certa percentuale è scritta a matita da persone che palesemente non hanno l’abitudine di scrivere, o di leggere, e di solito dicono all’incirca la stessa cosa: “Non leggo molto ma amo ciò che fai”. E questi tipi vanno in giro con un mio libro sotto il braccio e dicono (fa la voce da scemo) “So leggere questo libro, capisco le parole che ci sono scritte!”

Dev’essere gratificante sapere che il tuo lavoro raggiunge anche persone che non leggono.

Be’, è piacevole, perché per loro può essere un punto di partenza. Hanno trovato qualcosa che piace loro leggere e questo può dare la spinta a continuare con altri lavori. Il “Time Magazine” ha scritto un pezzo sul mio Stagioni diverse (1982) parlando di “Maestro della prosa post-alfabetizzata”. Questo sono io.

Ricordo di aver letto quel pezzo. Non era proprio un articolo gentile.

No, era molto duro e mi ha depresso per settimane, ma in realtà ciò che mi ha colpito era il tono: non particolarmente arrabbiato bensì triste. Questo tizio stava dicendo, va be’, i barbari sono arrivati e hanno distrutto Roma, e ora stanno pisciando sulle rovine del Senato. E stava parlando di gente non troppo sveglia che legge certi libri, e io ho pensato: “Mio Dio, mi chiedo se questo tizio si renda conto di quanto elitaria suoni questa sua merda”.

Avresti dovuto mandargli una risposta fulminante, del tipo “Era meglio che guardassero Love Boat”?

Già. Be’, la cosa li mette a disagio. Credo che vorrebbero essere più felici, questi che si sono auto-insigniti della qualifica di guardiani della letteratura, che sono molto spesso critici. Non sempre, ma molto spesso pensano che i miei lettori farebbero meglio a guardare la televisione, altrimenti si rovinano.

Tuttavia sei diventato molto più che un autore popolare. Essere Stephen King è come essere tutti i Beatles in una persona sola. In una società che ci si lamenta non leggere abbastanza, è qualcosa di incredibile. Come ti regoli nell’essere un fenomeno culturale?

Be’, non la vedo in questi termini. Perché se lo facessi potrei iniziare a tirare qualche conclusione, potrei – diciamo – ammettere che quanto tu dici sia vero. Non sto dicendo che lo sia, sto dicendo che vedo come sta andando la mia vita personale, di giorno in giorno, settimana in settimana, e la cosa più difficile è che inizi ad essere separato da ciò che ha iniziato tutto, cioè dal tuo lavoro. Scopri, mano a mano, che sei un fenomeno culturale, o comunque una celebrità – non so se sono un fenomeno culturale ma di sicuro sono una celebrità – ma in America è come… gli hot dog. In una scala di valori più ampia non ha alcun senso.

Orson Bean è una celebrità. Charles Nelson Reilly è una celebrità. Per sette anni ho visto quel tizio in “Hollywood Squares”, e un giorno mio figlio mi chiede “Ma cosa fa ora?” E io: “Non ne ho idea”. Non so cosa faccia Charles Nelson Reilly.

Non lo so neanch’io. È un tipo simpatico ma… che lavoro fa?

Sì, è simpatico, ma cosa diceva da ragazzino? Un giorno voglio condurre spettacoli televisivi? Quello che voglio dire è che cerco di guadagnare abbastanza per poter scrivere e separare ciò che scrivo da tutto ciò che riguarda la mia vita personale.

A New York viaggiavo ogni giorno su un treno di pendolari e una notte ho notato che buona metà dei passeggeri – giovani, vecchi, uomini, donne, bianchi, neri – stava leggendo un libro firmato Stephen King. È qualcosa di maledettamente impressionante.

(Con una voce diabolica) La mia gente viaggia nel buio delle gallerie!

Lo ammetto, non so immaginare cosa voglia dire essere Stephen King.

Subentra una sorta di meccanismo di difesa: non dico nel lavoro, ma nella vita privata. Non capisci perché la gente ti parli, scopri che la gente che viene da te in realtà vuole qualcosa. Se cammino per un centro commerciale, inizio a sentire bisbigli del tipo “Quello è Stephen King!”, che è esattamente quello che capita ai paranoici prima che gli inservienti in bianco se li portano via. Con l’eccezione che quelle voci sono vere, a meno che io non stia sognando tutto questo.

Dev’essere particolarmente difficile per te rimaner anonimo fra la gente, visto che sei… uh… un uomo molto riconoscibile.

(Ride) Vero.

Non ti ha aiutato apparire nel film “Creepshow”.

No, decisamente no.

Perciò anche se non hanno visto una tua foto ora sanno come sei fatto.

Anche quelli che non leggono. Ora mi dirai che lo faccio perché lo voglio fare o che sto diventando prigioniero di ciò che faccio.

Non puoi tirarti più indietro, anche se lo volessi.

Penso di no.

Sei preoccupato degli eventuali contraccolpi del successo?

Be’, sì. Prima riuscivo ad ottenere buone recensioni in pubblicazioni di “controcultura” come il “Boston Phoenix”, ora invece il “Village Voice” ha recensito Danse Macabre con indignazione furiosa, pubblicando una mia caricatura in forma di donnola cicciona che macina soldi da una macchina da scrivere.

Quando inizi a scrivere in un genere di “controcultura” come l’horror, la gente bisbiglia il tuo nome. Come David Cronenberg. Con Rabid (1977) e titoli del genere, la gente diceva “Hai visto quella roba?” Quando John Carpenter era agli inizi il mio amico Peter Straub aveva un amico a New York e gli diceva “Devi andare sulla 42ª strada”, e lui non voleva perché aveva paura di essere rapinato, ma Peter gli rispondeva: “C’è questo film grandioso, chiamato Distretto 13, devi vederlo!”. Così funzionava.

Poi, dopo un po’, diventi il David Cronenberg de La zona morta (1983) o il John Carpenter di Christine (1983). O diventi Stephen King. Tutti sanno tutto di te e, di nuovo, scatta il comportamento elitario.

Hanno suggerito che il tuo successo nasce anche dal fatto che i tuoi libri escono nel posto giusto al momento giusto, cioè nell’America fra gli anni Settanta e Ottanta. Senti che può esserci qualcosa di esatto in questo? O pensi invece che i tuoi libri avrebbero avuto lo stesso successo, che so, anche vent’anni fa?

Non saprei, ma tendo a pensare che avrebbero avuto lo stesso successo. Ok, questa suona davvero presuntuosa. Non è automatico, ma di solito se fai un buon lavoro, qualcosa che possa piacere alla gente…

Ti dico cosa mi sarebbe potuto succedere se avessi pubblicato i miei libri, che so, nella metà degli anni Cinquanta. Credo che se fossi stato pubblicato vent’anni fa, se avessi iniziato nella metà dei Sessanta, sarei diventato uno scrittore popolare. Negli anni Cinquanta sarei stato John. D. MacDonald. Sarei stato qualcuno conosciuto da venti milioni di lavoratori, che si sarebbero portati i miei libri in tasca mentre andavano a lavoro per leggerli nella pausa pranzo o nelle pause caffè. Come quei piccoli Gold Medal di una volta: è lì che veniva pubblicato Richard Matheson, è lì che è uscito Tre millimetri al giorno (1956) e Io sono leggenda (1954), romanzi che poi sono diventati film e sono stati tradotti in Dio sa quante lingue, vendendo un mare di copie. Penso che sarei stato quel tipo di scrittore. Non credo che avrei avuto libri in copertina rigida, a meno che non avessi scritto L’Esorcista o roba del genere.

Qualsiasi sia l’edizione, i tuoi libri hanno tutti qualcosa in comune: la disamina della paura. Vista la tua enorme popolarità, avverti per caso una sorta di masochismo in questo Paese? Ci piace così tanto farci del male?

Sì, ci piace tanto. Una delle ragioni per cui ho così tanto successo è perché sono stato cresciuto da una donna costantemente ansiosa. Mi diceva “Mettiti la giacca, Stevie, altrimenti prenderai la polmonite e morirai”. Non potevo andare a nuotare nelle piscine pubbliche per paura della polio e roba del genere. Siamo una nazione di ansiosi. Siamo ansiosi per il cancro, se vai al giornalaio per ogni rivista che mostri donne nude ce c’è una con articoli sul cancro. E le riviste di donne nude hanno articoli sull’herpes e sull’AIDS. Siamo ansiosi riguardo alla nostra salute, riguardo ai nostri soldi, riguardo alla vita dopo la morte, riguardo ai Russi, ai Cinesi e al Sud America. Siamo preoccupati che il Presidente possa morire e di cosa possa succedere se non torna in ufficio. E il motivo di tutta questa ansia è che abbiamo il lusso di potercela permettere: siamo la nazione più ricca e scolarizzata del mondo, abbiamo tutto.

Capisci? È facile preoccuparti di qualcosa quando hai la pancia piena, ma se vivi in uno sfortunato paese del Terzo Mondo tendi a preoccuparti di più se i tuoi figli sopravvivranno o meno.

Non puoi fermarti a contemplare le rose, quando hai una foresta da ripulire.

Esatto. Siamo una nazione di persone civilizzate con tanto tempo a disposizione e abbiamo il lusso di poter starcene seduti a leggere. Sono stato in Inghilterra e ho dato un’occhiata ai telegiornali: hanno canali che mostrano notizie tutto il giorno, lì, qualcuno è sempre a fornire aggiornamenti monotoni con voce monotona. Lì al TG parlano di cosa succede in Inghilterra, dei risultati delle squadre di calcio, si preoccupano dello sciopero dei fornai e via dicendo. L’ottanta per cento delle notizie riguarda ciò che io chiamo “informazione locale”, e l’Inghilterra è un Paese che per dimensione potrebbe sovrapporsi tranquillamente al nostro Midwest.

E avanzerebbe spazio.

L’America è un Paese grande, succedono cose ovunque, c’è gente che inghiotte rane, vede UFO e si spara a vicenda per strada. L’ottanta per cento delle nostre notizie riguarda cose che avvengono a Cracovia o in El Salvador, perché non ci preoccupiamo abbastanza di casa nostra. Perciò credo che i libri che scrivo riempiano quel vuoto o comunque cerchino di farlo: la gente sente che sta leggendo qualcosa che riguarda se stessa, e che io sto rispecchiando qualcosa che loro hanno nei propri cuori.

Ti è mai capitato di affezionarti così tanto ad uno dei tuoi personaggi da cercare di proteggerli dalle brutte cose che accadono? Penso in particolare a Johnny Smith de “La zona morta”.

Sì, a volte vorresti evitare loro qualche dolore. Sono stato davvero rattristato dalla morte del ragazzino in Cujo (1981), il romanzo. Gli editori non volevano che morisse e mi è stato chiesto se potessi cambiare il suo destino in una nuova stesura: ho risposto di no, che sarebbe stata una bugia affermare che era sopravvissuto.

Poi sono arrivati i produttori del film e hanno detto: “Che ne dici se il ragazzino sopravvive?” E io ho detto va bene, perché i film non sono libri, e non mi importa di cosa raccontano. Pensai anzi che sarebbe stato divertente vedere cosa sarebbe successo se lui fosse sopravvissuto, anche se sapevo che non era vero: il ragazzino è davvero morto.

Chiunque legga il libro e poi veda il film, o veda il film e poi legga il libro, lo sa: il ragazzino muore. A volte uno ha voglia di risparmiare queste sofferenze, ma in definitiva è la trama a comandare, non i personaggi. A volte sopravvivono delle persone che non ti aspetti. C’è una ragazzina in Pet Sematary (1983) che sopravvive: nessun altro lo fa, non c’è alcun lirismo o ragione in questo. Sarebbe stato più giustificato nella storia se fosse morta anche lei, ma non è così che va la vita.

“La zona morta” non è così spiacevole ma comunque è terribilmente triste. C’è una sensazione di catastrofe imminente sin dall’inizio. Penso che il film la renda bene.

Johnny Smith è un personaggio genuinamente tragico. La fine del romanzo è particolarmente commovente: ce n’è abbastanza per far scoppiare a piangere.

Bene, ottimo. Non ho paura di far crollare una vicenda verso una conclusione spiacevole. In parte perché penso che sia così anche la vita, e in parte perché sono rimasto impressionato dai naturalisti americani e britannici quando andavo a scuola. Gente come Thomas Hardy, Theodore Dreiser e Frank Norris. Anche gente come Raymond Chandler per me è naturalista. Tutti dicono lo stesso: le cose non andranno meglio, e se vuoi vedere come andranno pensa a cosa succederà a te. Prima o poi perderai il controllo dei tuoi reni, e sarà triste.

Ma, dall’altra parte, quello che succede sempre con me – con un libro – è che ti focalizzi sulla struttura e sul gioco del “cosa succederebbe se?” e piano piano i personaggi prendono forma. Di solito come risultato di una decisione secondaria della trama.

Nel caso de La zona morta era semplice: cosa succede se un uomo qualunque ha la capacità di vedere il futuro? La cosa secondaria è l’immagine di questo tizio che, preso un compito scolastico da un ragazzo, gli dice “Devi tornare subito a casa, che sta bruciando”. Questa scena non appare nel romanzo ma è insita nel suo essere un insegnante. C’erano altre possibilità intorno a questa idea base, e quando ho ritenuto che questa sorta di ragnatela fosse pronta sono partito, senza sentire l’esigenza di trovare un qualche elemento che potesse permettere al tizio di sfuggire a questa ragnatela. Ho fatto andare tutto per vedere cosa succedesse, e ciò che succedeva era che alla fine sarebbe morto, lasciando sola Sarah. Lei sarebbe stata triste, ma tutti noi viviamo con la tristezza, e di solito questo non ci uccide. Lei avrebbe pianto al funerale e poi sarebbe tornata da marito e figlio e avrebbe continuato la sua vita. Che non sarebbe stata la sua vita ideale, ma tant’è.

È stata proprio la scena finale del romanzo, con Sarah sulla tomba di Johnny, che ho trovato così emotiva: è stata tolta dal film, immagino perché non si sposasse con le esigenze registiche di David Cronenberg.

Credo sia stata più l’esigenza di Dino De Laurentiis di avere un film da 98 minuti. Nel montaggio provvisorio che io ho visto c’era molta più roba, ma sembrava tutta inutile. Non c’era la scena del cimitero, e preferisco così. Però mi dà fastidio l’ossessione di Hollywood che tutto debba reggere tutto il resto, come un castello di carte: fra tutti i bambini del New Hampshire… Stillson è andato a prendere proprio il figlio di Sarah?

Magari qualcuno ha pensato che inserire una inquadratura finale della tomba ricordasse troppo “Carrie”.

Potrebbe essere un’idea, non ci avevo pensato. Immagino che ne abbiano discusso.

Probabilmente temevano che se Johnny non fosse uscito dalla tomba come uno zombie il pubblico sarebbe rimasto deluso.

Già, ci scommetterei che è andata così.

Christopher Walken andava bene per il ruolo come qualsiasi altro attore hollywoodiano: hai avuto voce in merito nel casting?

Ho approvato la scelta, per quanto possa ricordare. Dino mi ha chiamato e abbiamo discusso sull’attore che ci avrei visto, e la mia scelta era Bill Murray. Dino pensava fosse un’ottima idea ma alla fine non è andata. Murray era già impegnato, oppure era in vacanza, qualcosa del genere. Comunque non era disponibile. Così abbiamo valutato altri tizi e Dino mi ha fatto dei nomi, ma per me nessuno andava bene. Poi un giorno Dino mi telefona e mi dice: “Stephen, che ne pensi di Christopher Walken?” E io ho risposto. “Sarebbe grandioso”.

Walken tanto per cominciare ha uno sguardo da posseduto.

L’ho incontrato un paio di volte, e sembrava sempre un po’ triste o disinteressato: quasi fosse disconnesso da tutto.

Probabilmente perché è cresciuto nel Queens come me.

Probabile. Ma la mia sensazione era che potesse essere una grande scelta oppure una pessima decisione. Perché sembrava davvero gelido, e se invece ci doveva dispiacere per la perdita di Johnny c’era bisogno di un po’ di calore. Credo che Walken sia grandioso quando sorride, un po’ strano ma funziona. Non ha mai sorriso ne Il cacciatore (1978).

Non c’era molto da sorridere, in quel film.

Già.

Mi spiace che Cronenberg e gli altri non abbiano trovato un modo per includere dove Johnny stringe la mano a Jimmy Carter: quella scena esemplifica uno degli aspetti della tua scrittura che mi piacciono di più. Johnny capisce il coinvolgimento dell’uomo dei servizi segreti, che fino a quel momento è un personaggio insignificante, nel contesto della storia. Come sei in grado di farlo? Si tratta di semplice intuizione o è una tecnica professionale?

Be’, non ho mai pensato che quella scena avrebbe funzionato. Ci ho lavorato e l’ho riscritta un paio di volte. Alla fine ho rinunciato, e ho messo una scena in cui parla con qualcuno in un centro commerciale. Non ricordo quale candidato era, credo fosse Sargent Shriver, che correva quell’anno. Però poi sono stato persuaso – da mia moglie, per la precisione – a inserire di nuovo la scena di Carter, anche se non ne ero proprio convinto fino in fondo. Ma la scena dell’uomo dei servizi segreti… ha funzionato! Anche Carter. Forse perché i politici non sembrano reali, anche quando lo sono.

Con lo stesso sistema sei in grado di mettere il lettore nella testa di un cane, e sembra tutto naturale. Kojak, il cane de “L’ombra dello scorpione” (1978), era un personaggio tridimensionale come quelli umani. Come fai a rendere credibili le percezioni di un cane? Ti viene naturale?

Ah, sì. Tutto viene naturale,, anche le cose brutte. Quello che faccio, e quello che ha sempre funzionato con me, è pensare: è così che ragionerebbe un cane? Devi pensare a quello che sai sui cani, sul loro senso dell’olfatto e via dicendo, poi scrivi qualcosa del tipo “Lui sapeva che il ragazzo sarebbe tornato presto”. Poi vai avanti, e quando hai riempito la pagina la togli dalla macchina da scrivere e la guardi, e capisci se è buona o meno. Lo stesso vale per la scelta delle parole: non so dirti cosa c’è nella mia testa, ma guardo ciò che ho scritto e capisco se ho usato parole sbagliate.

Ho appena finito di leggere “Unico indizio: la Luna piena” (1983).

Ah!

Mi è piaciuto da matti.

Anche a me è piaciuto. Avrei voluto fosse più corposo come libro, perché mi sembra un po’ piccolo per il prezzo.

Sono impazzito per le tue citazioni incrociate. Personaggi, posti ed eventi di un libro che sbucano fuori in un altro. Lo fai per tuo divertimento personale o per vedere se i tuoi lettori sono attenti?

Sono loro che escono fuori, a volte. Se vai a visitare – e io l’ho fatto diverse volte – Castle Rock, Maine, città che sento di conoscere un po’… Mi piace la città. Non ho mappe né elenchi di nomi, ma mi piace la città. Carbine Street, tutte le strade…

E se tu ci torni… Frank Dodd è lì, la gente a volte lo menziona. A Castle Rock parlano parecchio di quel cane, quel Cujo, e di ciò che è capitato ai Camber, perché è l’avvenimento più grande degli ultimi anni.

C’è parecchia gente che ora inizia a dire… Sei pronto per sentirlo?

Vai!

Dicono che c’è qualcosa di sbagliato in città. Perché è una piccola città e negli ultimi dieci anni sono successe troppe cose, e qualcuno – soprattutto i giovani – comincia a farsi domande. E se non fosse una città reale? E se qualcuno l’avesse inventata?

Quel qualcuno sono io: stanno parlando di me!

Be’, tu sai come occuparti di loro.

(Sghignazzando) Già!

Quanto dista Castle Rock da Jerusalem’s Lot?

Mmm… circa 65 miglia.

Mi chiedo se qualcuno abbia mai coperto quella distanza, e nel caso cosa abbia visto.

(Ride) Mi sembra un ottimo modo per chiudere l’intervista.

Stephen King, sei un gentiluomo ed un erudito.

Oh, è stato un piacere.


L.

– Ultimi post su Stephen King:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Interviste e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

16 risposte a Intervista a Stephen King (1984)

  1. Pingback: The Green Mile: recensione del film

  2. Alberto P. ha detto:

    È rassicurante constatare che quasi quarant’anni dopo le cose non siano cambiate poi molto 😅

    Piace a 2 people

  3. Sam Simon ha detto:

    Bellissima intervista d’annata! Mi fa molto ridere che di Cujo dica “i film non sono libri, e non mi importa di cosa raccontano.”

    Però The Shining è un’eccezione, giusto? X–D

    E conserverà ancora tutte le lettere di fan? Buon compleanno al re! :–D

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Forse nel 1984 poteva ancora farlo, temo che col passare dei decenni sarà diventato impossibile, a meno di non noleggiare interi magazzini dove infilarle 😀
      Un giorno indagherò su quali sano state le vere lamentele di King su Shining (ce approvo alla cieca 😀 ) direttamente dalle sue parole: magari per il prossimo compleanno 😛

      Piace a 2 people

      • Sam Simon ha detto:

        Mi sembra un’ottima idea! A quanto ne so, non apprezzò che Kubrick se ne fosse sbattuto del suo romanzo, ma lo avesse usato solo come punto di partenza per il suo film. Cosa che King accetta in alcuni casi ma non in altri, evidentemente! :–D

        Piace a 1 persona

  4. babol81 ha detto:

    Ossignore, non lo vedo proprio Murray a fare Johnny XD Ma diciamo che King non ha mai avuto molto occhio “cinematografico”… E’ anche per questo che lo amiamo! Auguri al Re!

    Piace a 2 people

  5. Cassidy ha detto:

    Il senso dell’umorismo di zio Stevie è pari solo al suo “gusto” in fatto di cinema, non si capisce mai se sta scherzando, se è serio oppure se stia facendo la parte, in ogni caso deve averne viste di tutti i colori ai vari firma copie. Grazie per aver tradotto tutto 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Malgrado lo neghi, temo fosse giustamente già stufo delle interviste e quindi preferisse giocare con i giornalisti, anche quando sembra che parli sul serio. In fondo all’epoca era King da almeno un decennio, quindi ormai le risposte serie ai giornalisti erano belle che finite 😛

      "Mi piace"

      • Giuseppe ha detto:

        Onestamente, il Re lo preferisco così: può esserci più verità nascosta in mezzo al gioco che non in un’intervista seriosa, dove alla fine ci si regola in base a quello che l’intervistatore vuol sentirsi rispondere, pur di toglierselo dai coglioni il prima possibile (invece giocando, qualche volta,
        puoi anche provare a toglierti dalle scarpe sassolini diventati fastidiosi assai) 😉
        Per rimanere in tema, hai postato una traduzione degna di un Re (che si becca gli auguri pure dal sottoscritto, ovvio) 👍
        P.S. Inghiottire rane e vedere UFO? Non che con il contrario diventi tutto rose e fiori: vedere le rane ci potrebbe ancora stare, ma inghiottire un UFO… 😛

        Piace a 2 people

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Di filmacci con gli UFO ne abbiamo inghiottiti parecchi, noi fruitori di serie Z, e di rospi ne abbiamo mandi giù altrettanto: direi che siamo coperti su tutta la linea 😀
        Scherzi a parte sono d’accordo, è più divertente quando l’intervistato gioca un po’ e non si prende troppo sul serio, perché c’è il serio rischio che dica come la pensa sul serio, invece di trincerarsi dietro le solite frasi di circostanza.

        "Mi piace"

  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Bella intervista! E non solo per le risposte di King ma anche per il tono, a cui contribuiscono pure l’impostazione e le domande dell’intervistatore, quindi complimenti a tutti e due, anzi, a tutti e tre, visto che il nostro Lucius è un “traghettatore” eccellente! 🙂

    Piace a 2 people

  7. Madame Verdurin ha detto:

    Molto interessante, grazie Lucius! King ha sempre qualcosa di acuto da dire, non solo riguardo alla letteratura ma all’America e all’animo umano in generale, come ci ha pienamente dimostrato in On Writing d’altra parte.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.