Hellraiser 4 (1996) La stirpe maledetta

I problemi di lavorazione e distribuzione del terzo film scoraggiano Miramax e Dimension Films dal proseguire oltre la saga di Hellraiser. Basta, gli anni Ottanta sono finiti e quindi è finito anche il franchise. Ma però… che dite, un altro film lo facciamo? Ma sì, dài, che problemi potrà mai dare? L’inferno è pieno di pessime idee…

Si avvicina al decennale la svolta di Clive Barker, da romanziere a cineasta, ed è già ben chiaro che con il cinema non ha più molto da spartire. Sono lontani i tempi in cui nelle interviste affermava che l’editoria gli andava stretta, che il cinema aveva gli strumenti adatti per la sua visione: ora basta sussurrargli “Hellraiser” perché gli sanguinino gli occhi.
Visto che – come lui stesso anticipa almeno dalla metà del 1994 – per la terza volta si limita a fare il produttore esecutivo di un sequel del suo geniale primo film, Barker è intervistato ancora sull’argomento ma lo stile è completamente diverso rispetto alle sue dichiarazioni di qualche anno prima. «È un prodotto che avrebbe dovuto morire tempo fa», dice a Lisa Stone di “Sci-Fi Entertainment” n. 5 (febbraio 1995) in relazione al filone di film che fino a qualche anno prima sembrava il suo biglietto da visita.

“Sci-Fi Entertainment”
n. 5 (febbraio 1995)

«Se qualcuno mi avesse detto “Ehi, Clive, non si faranno più Hellraiser“, io non mi sarei di certo messo a piangere. Ma quando un regista vuole mettersi a fare un film basato sul mio lavoro, non posso dire “Be’, io non voglio averci nulla a che fare”. Al contrario, devo ficcarci il mio dito e cercare di aiutare a fare un prodotto migliore.»

Il ragionamento è chiaro: io ci sputerei in faccia, a Hellraiser, ma metti che si alzano due spicci voglio la mia parte. Si sente ancora il grande sognatore idealista che aveva visioni dell’inferno… Più che produttore esecutivo, Clive Barker assomiglia ad un cenobita messo a guardia del suo inferno personale!

«Ad essere onesto credevo che Hellraiser III fosse l’ultimo capitolo, ma si sa che Hollywood è fondata sul puro profitto, quindi si va avanti anche se non c’è nulla da dire.»

Che brutta e cattiva, Hollywood, che ha costretto Clive Barker a fare il produttore esecutivo di un’opera in cui non crede, e sulla quale sta mettendo il suo nome ancora oggi, a trent’anni dalla nascita. Quanto sono antipatici quelli che ti costringono a incassare soldi che non vuoi…

Si sente che Clive proprio non ci crede, nel progetto

Chi invece non si lamenta è Doug Bradley, l’attore ingaggiato per la quarta volta ad interpretare Pinhead, il “capoccia-di-spilli” ormai simbolo della saga. Sembrano davvero lontani i tempi di Liverpool in cui guidava la Dog Company, sua compagnia di teatro sperimentale a cui (non si sa in quali ruoli) partecipavano anche Barker e Peter Atkins, quest’ultimo sceneggiatore della saga dal secondo film in poi.
Alla citata rivista Doug racconta di essere cresciuto negli anni Settanta con i film horror della Hammer e di aver poi riscoperto ed apprezzato i classici, considerando La moglie di Frankenstein (1935) il suo film preferito. E poi è connazionale di Boris Karloff, e come lui adora il cricket. «Ciò che credo renda speciale Pinhead è che non esiste niente di simile in giro.»

Malgrado gli spilli, però, otto anni cominciano a vedersi sulla pelle…

Questo successo gli ha aperto le porte di un inferno molto particolare: quello delle convention, dove i fan gli fanno domande come se lui fosse davvero un cenobita! Gli chiedono spiegazioni di passaggi di sceneggiatura dei film e gli chiedono notizie dell’inferno, finché Doug comincia a non capire più se stanno parlando con lui… o con Pinhead!

“Fangoria” n. 141 (aprile 1995)

Che il suo personaggio abbia molta più ascendente di lui lo testimonia anche un curioso fatto avvenuto durante le riprese di questo film: entrambi gli attori Valentina Vargas e Bruce Ramsay, indipendentemente, hanno sognato Pinhead! Lo confermerà poi la Vargas a “Fangoria” n. 141 (aprile 1994):

«Ho avuto degli incubi in cui Pinhead veniva ad uccidermi, quindi ero molto spaventata all’inizio del film. Mi dicevo, “Devo fare questa cosa o no?”, perché non volevo addentrarmi in questi luoghi oscuri. Alla fine mi sono detta “Magari dovrei affacciarmi per vedere cosa c’è”. Così ho fatto e mi è stato molto d’aiuto.»

Annunciato per marzo 1995, al massimo aprile, la Dimension Films fa slittare l’uscita di Hellraiser IV: Bloodline al 25 agosto, poi all’autunno successivo e magari ad Halloween. Perché quasi un anno di slittamento? La rivista “Fangoria” n. 142 (maggio 1995) ci informa che ci sono problemi in post-produzione e che stanno rimontando daccapo il film per non dover rigirare scene, che il budget è stato già messo a dura prova.

Titolo semplice, lavorazione complicata

In compenso sembrano promettenti le notizie di un videogioco tratto dalla serie, Virtual Hell, in uscita a gennaio 1996: Moreno del blog “Storie da birreria” ci spiega che le cose sono andate ben diversamente.
Dopo annunci e smentite, alla fine il film esce l’8 marzo 1996 (fonte: IMDb), mentre solamente il 31 luglio 1998 giungerà negli indifferenti cinema italiani, con il titolo Hellraiser. La stirpe maledetta, grazie a Mario e Vittorio Cecchi Gori.
Grasso che cola se rimane un mese in sala, poi nel maggio 1999 riappare in VHS Cecchi Gori: non si conoscono edizioni digitali. Dopo un passaggio su Italia1 del 23 luglio 2003 (che credo d’aver visto) e un altro il 6 marzo 2004 può dirsi conclusa la carriera italiana del film.

Splendida edizione italiana da VHS Cecchi Gori 1999

Il film è diviso in tre sezioni, tipo le commedie italiane di una volta. Solo che qui non c’è niente da ridere.
Si parte dal 2127, a bordo della stazione spaziale Minos che è piena di candele accese e fumo proveniente da non si sa dove: mi sa che è un’astronave un po’ lounge e un po’ fricchettona.
Il capitano furbone non ci pensa mica ad aprire con le proprie mani la scatola di Lemarchand, preferisce usare un androide così poi i Supplizianti se la vedranno con lui: va’, va’, vai a far provare dolore a un robot, sai le risate?
Pinhead (Doug Bradley) non la prende bene: ahò, che me stai a cogliona’?

Ideona per aprire senza rischio la scatola di Lemarchand

Arrestato il dottor Merchant (che per motivi ignoti il doppiaggio italiano trasforma in “Mett”!), questi all’interrogatrice Rimmer (che in italiano diventa Rim) attacca il pippone raccontando la storia della sua famiglia dall’Ottocento, quando andavano scavando nel Klondike e passavano le notti a Mogadiscio.
Scopriamo così che un avo del dottore: quel Philippe Lemarchand (che gli anglofoni scrivono Phillip L’Merchant per ragioni a me sconosciute) che ha costruito la scatola omonima, protagonista assoluta della saga. Su ordine del vizioso Duca de L’Isle (Mickey Cottrell), Lemarchand (interpretato da Bruce Ramsay in tutte le sue reincarnazioni temporali) dimostra la sua fama di «The finest toy maker in France» (che il discutibile doppiaggio italiano rende con «il divino creatore di giocattoli») creando la scatola a noi ben nota.

Ho inventato ’na scatola: ma sai le risate?

La moglie, eccitatissima, vuole vedere come funziona e Lemarchand glielo mostra: la scatola si gira, e torna a posto da sola. La delusione è ben visibile negli occhi della donna: diciamo che era lecito aspettarsi qualcosa di più, da cotanto inventore.

Quant’è vizioso il conte vizioso

Philippe corre a portare al vizioso conte la scatola e invece di prendere i soldi e andarsene rimane alla finestra, a spiare di nascosto le turpi pratiche del conte vizioso. Questi uccide la trovatella Angelique (Valentina Vargas), ne apre il corpo e ne asporta tutti gli organi. Poi li rimette al loro posto e richiude tutto. Oh, ognuno si diverte a modo suo.
Dopo aver fatto questo, spara un incantesimo smozzicato, qualcosa tipo «Spectare clavicola soave». Non credo sia un caso la scelta di clavicula, termine caro agli antichi e che significa “piccola chiave”: ammirando la soave piccola chiave ci si chiede cosa apra. Sicuramente una porta che non andrebbe aperta.

Ah però, posso evocarla anch’io Valentina Vargas?

Il conte vizioso apre le porte dell’inferno evocandone un demone costretto al suo servizio, che entra nel corpo della morta Angelique e ne assume le gradevoli fattezze: be’, per avere Valentina vargas ai propri ordini forse un’evocazione diabolica varrebbe la pena…

«So cosa c’è nel tuo cuore, John Merchant»

Arriviamo ai tempi nostri, nella New York del 1996, e incontriamo John Merchant, con la “t”, discendente di Lemarchand con la “d”: mi sembra che fra nomi originali e scelte di doppiaggio italiane siamo nel campo dello “sparare a cazzo”.
L’architetto ha vinto un prestigioso premio perché ha concepito una stanza a forma di scatola, che a pensarci bene ogni stanza è a forma di scatola, visto che ha sei facce (quattro laterali e due verticali), quindi siamo anche nel campo del “grazie al cazzo”.

Ammazza che architetto!

Comunque dopo duecento anni che Angelique non poteva ribellarsi al suo signore, si ribella al suo signore e da schiava diventa principessa dell’inferno. Ma perché? Seguendo quali regole? Non si sa, ma mo’ chiama pure Pinhead a darle una mano, quindi siamo anche nel campo della “trama a cazzo”.

«È tempo di fare un altro gioco»

Nel delirio improvvisato della trama pare di capire che tutti questi discendenti di Lemarchand potrebbero distruggere i cenobiti e quindi Pinhead e i suoi devono fermarli, ogni volta che ne nasce uno. Che mestieraccio: ammazzare subito i figli, no? Pare brutto? Mi sa di sì…
Inutile farsi ulteriori domande, c’è tempo solo di ammirare il “cinobita” – cioè il cenobita cane! – e la sequenza i cui da due cenobiti spremuti insieme nasce il cenobita siamese…

Uno finisce sempre… Le frasi dell’altro

Poca roba, briciole, ma ci scappa pure la frasetta maschia:

«Io non credo all’Inferno»
«Ma lui crede in voi»

E vai, il doppiaggio italiano colpisce ancora, così l’Inferno diventa “lui” – perché “esso” ormai in italiano non si usa più, no? – e you viene tradotto con “voi”. Giustamente ci sono due personaggi che parlano, e uno dà del “voi” all’altro: sarà una rimembranza del “voi” obbligatorio durante il Ventennio? O forse il doppiatore vede persone che noi non vediamo, magari cenobiti?

Noi ci crediamo sì, all’Inferno

L’unico momento da salvare del film è il finale, un’idea stranamente molto azzeccata in una sceneggiatura poltigliosa da dimenticare in fretta: come sarà uscita fuori ’sta bella idea in un mare di mediocrità? Forse per sbaglio.
Comunque non rivelo il bel “colpo di scena”, perché se non avete visto il film non voglio rovinarvi l’unico momento simpatico.

Foto di scena purtroppo invisibile nel film

Peter Atkins non si smentisce e scrive una porcata di storia e una porcata di sceneggiatura, inaccettabile anche per la metà degli anni Novanta, che ne ha sfornate a pacchi di robaccia ma non è certo una scusa per farne altra.
Ci hanno provato ad affibbiare la regia a Kevin Yagher, tecnico del cinema che avrebbe dovuto fare da capro espiatorio, ma questi si è così schifato da scappare nottetempo lasciando come firma lo pseudonimo Alan Smithee, notoriamente usato per indicare che un film è senza padre ma con tanti sconosciuti a stuprarlo.
Cosa rimane di questo quarto film? Solo Valentina Vargas, che purtroppo diventa cenobita all’improvviso e di nascosto, probabilmente in scene dimenticate durante i vari rimontaggi di questo obbrobrio.

Non sarà ora di mettere fine a questo Inferno infinito? No, non siamo neanche a metà: potete non credere all’Inferno, ma lui crede in voi!

L.

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32 risposte a Hellraiser 4 (1996) La stirpe maledetta

  1. Conte Gracula ha detto:

    Questo è stato l’ultimo Hellraiser che io abbia mai visto. Il finale è carino, ma si intuisce almeno a metà film, dove si andrà a parare… il resto è confusionario, a essere gentili, ed è un peccato, perché lo spunto per raccontare le origini degli artigggiani era buono 😉

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  2. Cassidy ha detto:

    Sbaglio o Barker è fissato con la metafora del dito infilato nella torta? Anche nel tuo pezzo su Hellraiser III hai riportato una sua dichiarazione uguale, Freudiano direi 😉

    Bellissimo post che si adagia sul mio ricordo della prima visione di questo film, compensando i miei perché di allora. Avevo iniziato a guardarlo in tv le singole scene mi erano sembrate psichedeliche, ricordo che il robot iniziale mi ha fatto pensare? «Ma che cacchio sto guardare».

    Ricordo anche benissimo la prima scena del sadico, per motivi che mi fa piacere leggere, hanno colpito anche te, ovvero la bonazza mora, che dopo anni scopro essere Valentina Vargas, non era quella de “Il nome della Rosa”? Ora che so come si chiama grazie al post mi è tutto più chiaro 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Noooooooooooooo ecco chi era la Vargas!!!! Quel nome mi ronzava in testa: boh, mi sembra familiare… Però va lodato il gusto coerente: era bbona nel Nome della Rosa, è bbona qua! 😀

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      • Cassidy ha detto:

        Ti giuro che era davvero il ricordo migliore di questo film, che penso di aver visto una sola volta e mai più. Quando ho letto il nome nel tuo post mi è stato tutto chiaro. Dici bene la coerenza è una virtù che apprezzo, la coerenza della “Bonaggine” la apprezzo doppiamente 😛 Cheers!

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Questo è il penultimo capitolo che ho visto (dopo “Inferno” per me sono tutti inediti) e, per me, è il peggiore di tutti quanti. Già che si parte dallo spazio e dal futuro mi scendono le p*lle. Poi si ritorna alla Rivoluzione Francese e si risale in un caos di idee e di realizzazione dove neanche Pinhead riesce a metterci una pezza. Probabilmente le beghe produttive hanno influito sul risultato finale partorendo questo obbrobrio!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, è palese che l’abbandono del regista e il rimontaggio selvaggio abbiano dato il colpo di grazia a un film comunque nato morto. Gran peccato che la bella Vargas – l’unico motivo per vedere il film – d’un tratto diventi cenobita e in pratica scompaia dalla trama, chiaro segno di un montaggio che fa casini.

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  4. rikynova83 ha detto:

    Se vi dico che mi gasa questo film, mi spernacchiate? Lo voglio vedereeee

    però si pinhead è imbolsito, ahhaha

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Io spero che abbiano in cantiere nuovi Hellraiser (oltre a quelli che mancano da recensire) solo per continuare a leggere post come questo! 🙂 🙂 🙂

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  6. Giuseppe ha detto:

    Eh, in tutto questo travagliato casino Clive almeno cercava di impedire che i suoi successori sputtanassero più del dovuto il grande lavoro da lui fatto con il primo capitolo ma, purtroppo, qui si comincia a dimostrare sul serio quanto l’impresa fosse troppo grande anche per lui 😦 C’è da dire che, a parte il racconto delle origini della scatola, l’idea dei Cenobiti nel futuro poteva avere più di un motivo d’interesse se solo fosse stata realizzata MOLTO diversamente (ci sarebbe forse stato persino materiale bastante per tre singoli film ambientati ciascuno nella rispettiva epoca, senza dover condensare il tutto in tre raffazzonate e caotiche sezioni)…
    P.S. In effetti, non doveva probabilmente essere quello il modo in cui Doug Bradley sperava di finire nei sogni di Valentina Vargas 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so quanto potere avesse come “executive producer”, ma le ipotesi sono due:
      1) Conta qualcosa e allora il declino totale della saga è anche colpa sua
      2) Non conta niente, ma visto che tanto la saga deve morire male vuole tirarci su qualche soldo
      In nessuna delle due ipotesi mi sembra che Clive ne esca immacolato..
      Parlo da morto di fame che quindi si può permettere di fare l’idealista: se già dopo l’imbarazzante secondo episodio avesse ritirato il proprio nome dalla serie, ai giornalisti che comunque sarebbero andati ad intervistarlo (così come ai tanti fan) avrebbe potuto dire con orgoglio “io non c’entro niente con quella roba”, e sono sicuro che già all’epoca qualche fumettista gli avrebbe proposto di racconare il suo VERO Hell-verse. Invece così Clive risulta connivente – se non addirittura co-reo – e l’Hell-verse a fumetti è arrivato nel 2011 solo perché erano finiti i soldi per fare minchiate in video. (Sto leggendo i nuovi fumetti e non hanno nulla da invidiare alle buffonate filmiche!).
      Ovvio che invece quando sei dentro ragioni in modo differente: se vola anche solo un centesimo, ne voglio una parte!

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      • Conte Gracula ha detto:

        Ricordo di fumetti più vecchi del 2011, in Italia li pubblicava la defunta Lexy, credo nel 2005…
        Sembravano malati il giusto, a sfogliarli.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Quelli della PlayPress dei ’90 li ricordo gagliardi, anche se è una vita che non li rileggo, ma non sapevo di fumetti nel 2005! Grazie della dritta, cercherò info 😉

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      • Conte Gracula ha detto:

        È possibile che fossero una ristampa di quelli, allora. Purtroppo, la Lexy costava tanto, all’inizio dell’euro, potevo permettermi ben poco…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Può darsi. Al volo ricordo che la PlayPress nei suoi albi alternava la novelization di Cabal con storie molto legate al primo Hellraiser, ma devo rinfrescare ancora la memoria 😉

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      • Conte Gracula ha detto:

        Io ricordo di una bestia tipo Pinhead, ma al posto dei chiodi aveva delle punte triangolari cacciate in testa. E poi, mi pare che Pinhead avesse messo lo zampino nella nascita di qualcuno…

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      • Giuseppe ha detto:

        Tanto più quando, alla fine, rimani sempre tu quello che ha iniziato il tutto… pur avendo il tempo di arrivare anche a disconoscerne del tutto gli epigoni, come successe -soldi o non soldi, la misura era colma- con l’incomprensibile e iinsignificante Revelations, guarda caso proprio del 2011. Purtroppo, la produzione fumettistica da questa data in poi non la conosco bene anche se immagino che, in generale, riesca di rado a sostenere il confronto con gli anni ruggenti della Play Press…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La BAO Publishing ha portato molto in Italia, non so se tutto ma comunque diversi volumi, ma il problema è che siamo ben lontani dal 1987 e un tizio con gli spilli in faccia che parla dell’inferno è uno zinzinino fuori moda. In compenso finora le trame mi sembrano belle inconcludenti…

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  10. Austin Dove ha detto:

    Scopriamo così che un avo del dottore: quel Philippe Lemarchand (che gli anglofoni scrivono Phillip L’Merchant per ragioni a me sconosciute) che ha costruito la scatola omonima, protagonista assoluta della saga

    Non capisco il senso della frase, dimenticato qualche verbo o sceml io, più probabile? 😂😂😂

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