[Serie TV] Bates Motel (2013) Mamma dell’anno!

Inseguendo Vera Farmiga su Prime Video, oltre ai film (di cui ho già parlato) non potevo resistere alla serie TV “Bates Motel“: cinque stagioni, cinquanta episodi totali che mi sono sparato in un’unica sequenza, uscendone con la strana voglia di mettermi una parrucca, uno scialle e andare a trovare qualcuno che sta facendo la doccia.

Carlton Cuse è sceneggiatore e produttore di un numero impressionante di grandi titoli cine-televisivi, e purtroppo c’è anche “Lost” nel suo curriculum, anche se non sembra averlo rovinato nello stile. Insieme ad un altro nome importante come Kerry Ehrin e al decisamente meno noto Anthony Cipriano ha preso Psycho (1959) di Robert Bloch e l’ha riscritto. Questa serie infatti non è un prequel, come poteva sembrare all’inizio, bensì una libera reinterpretazione della storia raccontata nel film di Hitchcock: per quanto sia giustamente citato Bloch nei crediti di ogni episodio, va ricordato che comunque ogni riferimento visivo proviene dal film di Hitch.

Villetta monofamiliare immersa nel verde: un affarone!

Quel settembre 2013 mi sbrigai a vedere il primo episodio perché trovavo geniale l’idea della serie, ma poi l’entusiasmo mi si freddò velocemente. Era intrigante ma “strano”: è un prequel, siamo almeno negli anni Cinquanta, perché stanno tutti con lo smartphone in mano? Non avevo capito il gioco temporale della serie, per cui vengono fuse tutte le epoche e anzi si gioca con l’anacronismo, così abbiamo donne con vestiti e acconciature d’annata calate in un contesto totalmente contemporaneo. La finezza non l’ho colta e non sono andato oltre il primo episodio. Meglio, perché questa è una serie da vedersi tutta insieme, un episodio a settimana sarebbe pura cattiveria.

La madre che nessun adolescente vorrebbe avere
(da “SciFi Now” n. 91, marzo 2014)

«Ho preso confidenza [con il soggetto] nel momento in cui ho visto il provino di Highmore, perché consolidava la mia posizione come Norma Bates. All’inizio ero dubbiosa e scettica, mi dicevo “Oh Dio, così tante cose potrebbero andare male se ci mettiamo a toccare Psycho, con i fan di Hitchcock che vigilano con attenzione e potrebbero essere estremamente critici”. Quando ho visto il livello di sfumature e profondità della recitazione di Highmore mi sono rincuorata.»

Così racconta Vera Farmiga alla rivista americana “SciFi Now” n. 91 (marzo 2014), e decisamente la scelta del protagonista è perfetta: sono più che convinto che Freddie Highmore sia un maniaco omicida che fa l’attore solo come copertura! Ovviamente scherzo, ma è troppo bravo a ritrarre un pazzo psicopatico dissociato perché sia solo recitazione. Farmiga al suo fianco è più che perfetta, con un’espressione capace di incutere amorevolezza e paura allo stesso tempo, come una madre che ti dà la medicina amara con un sorriso di conforto.

Come resistere agli occhi di mamma Bates?

«Conoscevamo il destino di questi personaggi quando li abbiamo presi in prestito, ma credo che alla fine stiamo analizzando una grande tragedia americana, un viaggio che però è pieno di amore e gioia, perché volevamo lo spettatore patteggiasse per questo duo formato da madre e figlio, e sperasse che non andasse incontro al suo inevitabile destino.»

Non è facile scrivere e interpretare due personaggi così noti da tutti gli appassionati di cinema: anche se mamma Bates in realtà non è mai esistito come personaggio a sé, comunque sappiamo ciò che ha fatto dai “risultati” sulla psiche del figlio. Come tirare fuori cinque stagioni da un soggetto che conoscono tutti? A sorpresa esistono ben due modi per farlo, e durante la serie questi due modi hanno cozzato fra loro più volte.


I due stili della serie

Quanto sto per scrivere è solamente un mia personale sensazione, un’idea che mi sono fatto alla fine dei cinquanta episodi, davanti a un prodotto che è palesemente non omogeneo.

Sin dall’inizio gli autori sanno come finirà Norman Bates, il loro compito è portarcelo non troppo velocemente, così da riempire cinque stagioni. (Non so se il numero fosse previsto sin dall’inizio, ma potrebbe anche essere possibile.) Il risultato è ottimo, perché “Bates Motel” è un’unica storia, che inizia e finisce: niente “fili narrativi” sospesi, niente ombre, niente “ganci” per futuri racconti. Ogni vicenda viene conclusa e la serie segna la fine di ogni possibile racconto sull’argomento. Questa è la parte positiva.

La parte negativa (anche se parliamo di sfumatura) è che lo stile della narrazione cambia di serie in serie, ma cerco di spiegarmi meglio.

La nascita di un’attività a conduzione familiare

La prima stagione lascia intuire che l’argomento della serie è la voglia di un giovane diciassettenne di lasciarsi alle spalle un passato traumatico, come la morte del padre, e ricominciare in un nuovo posto una nuova vita, fatta anche di rapporti sociali con i nuovi compagni di scuola, fra cui sboccerà l’amore. Questa normale aspirazione da adolescente si scontra con la presenza di una madre troppo presente, che ama il figlio senza però rendersi conto che gli sta riversando addosso troppo amore, troppa attenzione, fino a diventare decisamente gelosa delle ragazze che cominciano a ruotargli incontro. Tutto questo però, va sottolineato, è solamente accennato, e infatti con la seconda stagione cambia tutto.

Perché la seconda stagione è un così chiaro cambio di direzione della serie? La mia ipotesi è che guarda caso Vera Farmiga entra come produttrice, e il suo personaggio – sempre guarda caso – cambia completamente direzione. La serie non parla più di Norman Bates e la madre oppressiva, parla di Norma Louise Bates che cerca di trovare un equilibrio fra la vita di madre single e i problemi di suo figlio chiaramente disadattato. L’attenzione ora è tutta per mamma Bates, che d’un tratto non dà più quei piccoli segnali di ossessione come nella stagione precedente ma si comporta da madre forse troppo apprensiva ma giustificata.

Interno americano con sociopatici (da “SciFi Now” n. 92, aprile 2014)

Per le stagioni successive la storia sarà sempre e solo con protagonista mamma Bates e i suoi tentativi di raggiungere quel traguardo che il suo personaggio purtroppo può solo sognare: una vita normale. Addirittura felice.

«Lei vuole una vita migliore, vuole capire cosa voglia dire essere “normali”: questa è la radice del suo nome, e di quello di Norman.»

Così racconta l’attrice a “SciFi Now” n. 92 (aprile 2014), e credo proprio che la sua qualità di produttrice le abbia permesso di premere per avere un personaggio più protagonista e più sfaccettato, rispetto alla semplice “mamma pazza” a cui si poteva pensare. Mi sento di dire che sia stata un’ottima scelta, vista poi la quinta stagione.

Come dicevo, i due modi di raccontare questa storia cozzano, e a un certo punto la serie è troppo uscita dai binari, con Norman ridotto a giovane pazzo che va fermato mentre la madre sogna la felicità, quindi con la quinta ed ultima stagione si dà un bel colpo di sterzo e si torna all’idea iniziale: Norman Bates protagonista assoluto, e mamma Bates presenza ossessiva e schizzata. Purtroppo il risultato è decisamente inferiore alle stagioni precedenti.

L’idea di dare profondità al personaggio di mamma Bates è stata vincente, perché rende tutto più umano e lo spettatore può provare maggiore empatia per i personaggi, che non sono pazzi assassini ma persone normali schiacciate dal peso degli eventi. Ho trovato oltremodo commovente il punto – nella seconda stagione, mi pare – in cui i Bates riescono ad organizzare una cena in famiglia, tra amici e parenti acquisiti, un momento di incredibile felicità in un mare di dolore. Sono tutte persone orribili, con le mani sporche di sangue, che per una sera mettono da parte il dolore e l’odio che provano tra di loro e si trasformano in una famiglia. Con Norma felice come non sarà mai più nella sua disgraziata vita.

La felicità è un sogno proibito, nella sfortunata vita dei Bates

Avere invece una stagione finale con solamente Norman protagonista, che fa le facce da pazzo e ripete quanto già detto nelle stagioni precedenti, è un’idea più legata al film di Hitchcock ma molto meno ispirata. L’unica idea buona della quinta stagione è reinterpretare la famosa scena della doccia, ma stavolta niente biondine: c’è Rihanna sotto la doccia! E se pensate di sapere come finirà questa scena, sbagliate di grosso…


Conclusione

Quelli di cui ho parlato sono i due stili principali, ma la serie ha in realtà tantissimi fili narrativi con cui arrivare a cinquanta episodi. La cittadina dove sorge il Bates Motel è la capitale nazionale dello spaccio di droga, quindi per le prime due stagioni la gran parte della trama verte su noiosissime storie criminali che per fortuna vengono spazzate via, e dalla terza stagione si può parlare d’altro. Ci sono personaggi che vanno e vengono, purtroppo quasi tutti sprecati, nel senso che nascono con un intento narrativo che poi cambia e il personaggio rimane appeso come un burattino, senza più alcun significato di esistere nella serie. Diciamo che l’attenzione posta sui due protagonisti è decisamente superiore a quella posta sui comprimari, tutte banderuole al vento da lasciare e riprendere a seconda della bisogna.

Per fortuna Norman ha trovato un hobby con cui distrarsi…

Lo stesso è una serie così corposa che vale la pena vederla, anche solo per la spaventosa bravura dei due protagonisti, impegnati a reggere sulle proprie spalle cinquanta episodi densi e pieni di eventi. Stando alle dichiarazioni di Farmiga nei citati numeri di “SciFi Now”, dieci episodi l’anno era il massimo che poteva girare nei panni di mamma Bates: all’epoca l’attrice era mamma di due bambini piccoli e sicuramente ha preso appunti per non farli crescere come Norman Bates!

Una serie non perfetta ma godibile, che sceglie di fare dell’ineluttabile destino dei due protagonisti la sua forza: è la storia tragica di due persone che sognano la Normalità che non potranno mai avere, malgrado si chiamino Norma e Norman.

L.

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25 risposte a [Serie TV] Bates Motel (2013) Mamma dell’anno!

  1. Zio Portillo ha detto:

    Ma Highmore si è specializzato in ruoli da disturbato? Qua e pure in “The Good Doctor” (dove fa un medico chirurgo affetto da autismo)…

    Ammetto che questa serie la conoscevo solo di fame e per pregiudizio personale non l’ho mai nemmeno presa in considerazione (rifare Hitch? Quell’Hitch lì poi? Follia solo pensarci!). Felice di sapere che c’è qualcuno che sappia maneggiare questo materiale pesantissimo senza rimanerne schiacciato.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Infatti Highmore l’ho conosciuto per Good Doctor, che ho dovuto interrompere per eccessivo moralismo spicciolo: proprio perché gli riesce così facile quel tipo di recitazione credo lui sia proprio così:-D
      Fermo restando che questo non è “quello” Psycho ma una libera reinterpretazione, ti assicuro che il tema è rispettato, pur non essendo una vicenda di tensione.

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      • Zio Portillo ha detto:

        Anch’io l’ho mollato per il medesimo motivo. Troppo moralismo, buonismo e politicamente corretto. Ok che la serie deve essere “buona e ottimistica”, ma ad un certo punto anche basta. E’ però una china che hanno imboccato praticamente tutte le serie di punta. Che sia “Grey’s Anatomy”, “9-1-1”, “This is Us” o “Station 19” (solo per citare quelle in onda attualmente che seguo regolarmente con mia moglie). Tutte linde e pinte, ordinate e con protagonisti moralmente retti. E con problemi in fotocopia comuni a tutti. Ad esempio in tutte le serie che ti ho citato sopra uno dei protagonisti è alcolizzato e ha un altro che gli fa vedere la luce e lo salva.

        I personaggi più interessanti sono quelli che cadono, che hanno debolezze o che si comportano in modo diverso dagli altri. Ad esempio il dottor Koraick di “Grey’s Anatomy” è sbruffone, arrogante, arrivista, fedifrago e leccaculo. Ha tonnellate di scheletri nell’armadio ma pure un dramma grosso così che custodisce gelosamente (la morte del figlio adolescente per leucemia). Risultato? Fatto fuori perché improvvisamente ha visto la luce col Covid e ha deciso di redimersi… Seriamente?!?!
        Un altro esempio? Gibson di “Station 19”. Altro drammone custodito nel cuore (numerosi affidamenti e abusi da ragazzino non lo fanno dormire mai di notte!). Da adulto se le trombava tutte lui, comprese colleghe, amiche e mogli di colleghi tradendo il “patto” non scritto che tra colleghi non ci si cornifica. Tutti lo odiavano e lo trattavano da schifo nonostante sul lavoro fosse uno dei migliori creando una contrapposizione molto interessante (lo odio con tutto il cuore ma sul lavoro e nel rischio è il migliore e può salvarmi la vita. Che faccio?). Risultato? E’ diventato un bravo samaritano salvando una donna e il figlioletto maltrattati e ora gioca a fare il paparino tutto casa e lavoro. E che palle!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per non parlare dei temi politicamente corretti che ogni serie di grande richiamo deve per forza trattare: omosessualità, bullismo, lbgt, molestie sessuali e via dicendo. Il problema è quasi sempre non hanno alcun senso nella serie, sono inserimenti gratuiti e scritti male, quindi rovinano tutto. Sto bene alla larga dalle serie di grande richiamo 😛

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  2. Cassidy ha detto:

    Volevo iniziarla poi le stagioni, si sono accumulate più in fretta dei miei buoni propositi. Ora che è terminata potrei buttarmi, ormai quasi preferisco guardare serie complete inoltre, ho amato “Hannibal” con tutti i difetti, il gioco narrativo mi sembra un po’ lo stesso, grazie per la dritta, forse è ora di tornare a soggiornare al Bates Motel. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In effetti questa serie sarebbe stata impossibile da vedere un episodio a settimana, dieci episodi l’anno, troppo diluita, non è in grado di attirare un’attenzione del genere, invece farsi una mangiata completa alla fine è stata una bella esperienza.

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  3. Nick Parisi ha detto:

    La prima stagione l’ho vista tutta d’un colpo grazie al cofanetto in DVD poi l’ho seguita a spizzichi e bocconi fino all’episodio conclusivo visto qualche settimana fa. Ho apprezzato molto lo sviluppo di personaggi che nel film e nel romanzo non c’erano tipo Dylan il fratellastro di Norman e di sua moglie interpretati da Max Theriot e Olivia Cooke. Oltre al finale che dà un senso compiuto a tutta la storia. Come dicevi tu, una serie imperfetta ma da seguire.
    Riguardo all’eccesso di politically correct nelle serie Usa di cui parlavate nei commenti, concordo in pieno, alle volte, diciamo nove volte su dieci, più che per reali convinzioni di autori e sceneggiatori, la cosa mi sembra inserita per esigenze di bilancino. Oltretutto così le serie mi sembrano tutte uguali……Insomma almeno per me la cosa sta cominciano ad avere un effetto abbastanza respingente….

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dylan è un ottimo personaggio, sono riusciti a salvarlo nei suoi vari cambi di rotta narrativa, e in generale i personaggi sono stati gestiti bene: se ne vanno quando devono, tornano quando devono, vengono uccisi quando è giusto farlo 😛
      Le serie TV hanno sempre affrontato temi fissi: c’è la puntata sulla droga, la puntata sulla prostituzione, sulla famiglia, sulla tolleranza e via dicendo, ma almeno un tempo c’erano autori capaci di calare bene queste imposizioni in una trama accettabile. Ora semplicemente piovono buonismi gratuiti da tutte le parti senza alcun senso e senza alcuna sceneggiatura omogenea a gestirli: sono lì come semplice “campagna socialmente utile”, troppo spesso slegata dalla narrazione della serie.
      Per fortuna “Bates Motel” parlando di assassini seriali può esimersi dal mostrarsi “buona” 😀

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Non trovo quasi mai tempo e voglia per inerpicarmi in un impegno “continuativo” come una serie ma devo dire che questa la trovo stuzzicante, pertanto finisce nell’ingombrante cassetto dei desiderata, pur di ardua realizzazione! 🙂

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  5. Madame Verdurin ha detto:

    Che bella panoramica, grazie! Quando uscì la snobbai come tentativo di spremere tutto lo spremibile dal film di Hitchcock e viverci di rendita ma da come ne parli tu sembra invece più simile a una tragedia greca, coi protagonisti segnati da un destino tragico ma ineluttabile, e mi viene davvero voglia di vederla, grazie! Dopo la schifezza di Van Sant, ho sempre paura di approcciare qualsiasi derivazione da Psycho…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Hai detto benissimo, è proprio lo spirito da tragedia greca la forza della serie: noi sappiamo già come finiranno i personaggi, e questo rende più tragico il loro disperato tentativo di vivere una vita normale, addirittura felice. Norma Bates vuole vivere in pace con il figlio che ama, non vuole altro, ma il Fato le è avverso e il suo ruolo è così ben scritto che non possiamo che parteggiare per lei.
      Inoltre la storia si discosta quanto basta da Hitch per non pestargli i piedi 😉

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  6. Sam Simon ha detto:

    Di solito i prequel mi interessano poco, e ammetto che nonostante si noti come la serie ti sia piaciuta le cose di cui hai parlato non mi attraggono moltissimo… Ma d’altronde non ho mai neanche trovato la voglia di vedere i nunerosi seguiti di Psycho in quanto non girati da Hitchcock, nonostante Anthony Perkins reciti in vari, se non ricordo male…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono ormai già infognato nell’argomento, e in silenzio ho lanciato il Ciclo Psycho sul Zinefilo! A lunedì prossimo per tante chicche ghiottissime 😛

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      • Sam Simon ha detto:

        Ah-ha, della serie se non sono progetti impegnativi non ci interessano, come sempre! :–D

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      • Giuseppe ha detto:

        Non vedo l’ora 😛 Tornando a “Bates Motel”, parte della quarta stagione e quella finale mi mancano completamente ma, per il resto, confermo tutto quello che hai scritto a riguardo. Il paradosso è che la serie riesce ad agganciarti con l’illusoria speranza che le cose possano ancora andare diversamente, quando invece sai benissimo che non sarà così (il destino di entrambi è già inesorabilmente segnato da quel lontano 1960, ormai)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La stagione finale non è la migliore, perché interamente focalizzata su Norman Bates che non fa che ripetere quanto già detto prima, diciamo che se recuperi la parte finale della quarta sei a posto 😉

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  7. wwayne ha detto:

    Nella locandina in cima al post Vera Farmiga è così photoshoppata che ho fatto fatica a riconoscerla. Non capisco il motivo per cui sono intervenuti sul suo volto in maniera così pesante, dato che è bellissima anche al naturale.

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