Zatôichi meets the One-Armed Swordsman (1971) Quando il cieco incontra il monco

Niente nel Novecento è paragonabile… a due maestri sciancati che si scontrano!

Dimenticate Frankenstein meets the Wolf Man (1943) il vero “incontro” del secolo – dove cioè due titanici personaggi si incontrano (meets), più che scontrarsi (versus) – è un doppio appuntamento con il massaggiatore cieco.
Il primo lo vedremo più avanti, quello che mi preme è il secondo: Zatôichi meets the One-Armed Swordsman (獨臂刀大戰盲俠 / 新座頭市・破れ!唐人剣): lo spadaccino cieco giapponese incontra lo spadaccino monco cinese. E allora sì che il mondo non è grande abbastanza per tanta epicità!

Due ambasciatori destinati a fallire, e quindi ancora più epici

In Italia è difficile capire quanto fosse famoso Wang Yu, soprattutto oggi che il cinema marziale è noto solo ad una ristrettissima cerchia di appassionati: se in Occidente all’epoca la vera fama, quella cioè che supera il pregiudizio per cui “i cinesi so’ tutti uguali”, l’hanno avuta solo Lo Lieh all’inizio e poi Bruce Lee per sempre, ad Hong Kong sul finire degli anni Sessanta c’era un solo re. Un re di nome Wang Yu. E i re, si sa, fanno sempre una brutta fine.
Con The Chinese Boxer (1970) in pratica Wang Yu ha compiuto qualcosa di leggermente importante: ha solamente contribuito a creare – se non creato in prima persona – il gongfupian, il cinema di arti marziali a mani nude, che è qualcosa di ignoto prima di quella data. Essere diventato d’un tratto un re per i suoi connazionali è stato deleterio per la capacità di giudizio dell’attore-regista, perché gli ha fatto nascere l’insana idea di scontrarsi con un dio. E ad Hong Kong di dio ce n’era uno solo: si chiamava Shaw Bros.

Difficile dire cosa sia successo con esattezza, ma è facile immaginare che Wang Yu volesse comandare in una società come la Shaw Bros, nota schiavista all’ennesima potenza. Quando la definiamo “casa cinematografica” in realtà stiamo sbagliando: la Shaw faceva dormire i suoi lavoratori in appositi dormitori sul set così non facevano tardi, e ognuno doveva farsi quelle 25 ore al giorno di lavoro senza poter aprire bocca. E non sto parlando di tecnici e comparse: sto parlando di registi e attori noti a livello internazionale.
La Shaw Bros non era una democrazia, era una fabbrica cinese di film-capolavoro di una qualità inimmaginabile in Cina, e questo primato costava la vendita di corpo e anima da parte di ogni suo lavorante: Wang Yu credette di essere abbastanza potente per sfidarla. Scoprì che non lo era.

Una burrascosa rescissione di contratto non sembra un gesto così drammatico, così come uscire sbattendo la porta: quanti attori hanno abbandonato la casa che li ha resi famosi? Ma Hong Kong è un universo a parte. Ad Hong Kong la Shaw Bros comanda, e non intendo a livello contrattuale: intendo che comanda sul serio. E quando allontana Wang Yu e gli dice che non lavorerà più in città, non è un’esagerazione: intende che deve lasciare Hong Kong. E visto che in città la criminalità mafiosa e il cinema non hanno limiti molto netti, diciamo che rimanere in città potrebbe essere pericoloso.

Cacciato a pedate e costretto ad emigrare, Wang Yu ha il sangue freddo e la gran fortuna di saper fare subito la scelta giusta: è un re decaduto che ha perso sfidando un dio, cosa può fare se non… unirsi ad altri che stanno sfidando lo stesso dio? In quegli anni infatti un gruppo di pazzi, nati nelle caserme della Shaw, hanno seguito Raymond Chow nell’impresa incredibile di fondare una casa concorrente. Quei pazzi sono comparse, cascatori, tecnici, istruttori, gente ignota al pubblico ma con un talento che non vuole regalare agli ingranaggi Shaw. Gente che si chiama Sammo Hung e Jackie Chan, Yuen Biao e Corey Yuen. Gente che sta per conquistare il mondo e seppellire per sempre la Shaw.
Non sapremo mai se Wang Yu sapeva che, nel male, stava avendo fortuna, comunque entra nella Golden Harvest e, essendo bandito da Hong Kong, comincia a lavorare a Taiwan. Ma prima… è il momento di sfruttare l’idea del re decaduto costretto ad emigrare… È il momento che il Mito del Caduto conosca nuova epicità.

Da soli contro cento nemici: questa è l’epica

Per gli americani, e quindi per i loro sudditi culturali italiani, gli asiatici sono tutti uguali, non esiste distinzione. Invece ogni metro quadrato di Asia ha le stesse identiche distinzioni dell’Occidente: tutti si odiano ed hanno motivi per farlo.
Poi ci sono quelli che si odiano di più, per fare un esempio cinesi e giapponesi. I cinesi sono tanti e fra di loro si odiano per un sacco di motivi, ma esiste un elemento che li accomuna tutti: l’odio profondo per quei mostri disumani, carnefici e torturatori, dei giapponesi.
I giapponesi sono pochi e fra di loro si sono odiati e massacrati per secoli, ma esiste un sentimento che li accomuna tutti: il profondo disprezzo per quei cani schifosi, non appartenenti alla razza umana, dei cinesi.

Basta con questo scontro di culture!

Parliamo di culture che sono così fuse fra di loro da creare ancora più attrito: per un giapponese il cinese è come il latino per noi italiani, la lingua della cultura antica e quindi chi lo parla merita di essere picchiato. Le famose armi giapponesi sono in realtà tutte di derivazione cinese, i loro stili marziali sono solo “volgarizzazioni” di quelli cinesi, e questo è una cosa che fa incazzare tutti.

Mmm…. sento rumor di cinesi…

Cinesi e giapponesi si odiano e si massacrano da quando esiste la razza umana. Un attore amato dai cinesi che vada a girare un film insieme ad un attore amato dai giapponesi… è qualcosa che l’universo stenta a contenere.

“Zatôichi: distruggi la spada cinese!” (ricordiamo che è un film giapponese)

Mi piacerebbe dire che Shintarô Katsu, ormai da dieci anni e più di venti film impegnato nei panni del massaggiatore cieco (Zatô) Ichi, abbia chiamato il collega cinese a partecipare ad un film che sta co-producendo insieme alla consueta Toho, ma del rapporto fra i due attori forse non sapremo mai nulla, visto che trovare fonti attendibili sul cinema asiatico è molto raro per noi occidentali.

“Shintarô Katsu”: chissà se è stato l’attore ad invitare il collega cinese

Nel film in questione del consueto Kimiyoshi Yasuda l’ideogramma di Wang Yu appare solo alla fine dei titoli di testa: chissà se è un modo per farlo risaltare, togliendolo dalla “massa” del cast, o se è un dispregiativo del cinema nipponico.

Solo alla fine arriva “Wang Yu”

Shamo (Chang Yi) e la moglie Yu-Mei (Wang Ling) sono una famigliola cinese che vive in Giappone facendo gli artisti da strada, il che rispecchia perfettamente gli stereotipi locali: quegli straccioni zingari dei cinesi solo i saltimbanco possono fare! Curiosamente hanno un figlio interpretato da Kagawa Masato, cioè una coppia cinese con figlio giapponese, dall’incredibile nome di Li Xialo-rong. Proprio lo stesso anno in cui dall’altra parte del mare esplode Li Xiao-long, cioè Bruce Lee…

Una famigliola cinese che in Giappone può giusto chiedere l’elemosina

Un giorno, fra le monete che la coppia ha elemosinato ce n’è una cinese e i nostri scorgono sorpresi un loro connazionale: Wang Gang. Ma… lo spadaccino monco non era Fang Gang? Evidentemente il nome è rimasto alla Shaw ed ora Wang Yu interpreta Wang al posto di Fang.

Un tempo ero Fang, ma ora sono solo Wang

«Il Giappone è meraviglioso, il clima è mite e tutti sono cortesi»: da qualche leggerissimo particolare si capisce che la sceneggiatura è nipponica!
Fang – continuo a chiamarlo nel vecchio modo – è sbarcato in quella terra per recarsi al tempio di Fukuryu-ji, da qualche parte vicino Mamada. Gli emigranti fanno amicizia ma durerà ben poco.

Sono in Giappone da mezz’ora… e già mi sta sul culo!

Il giorno dopo, lungo il loro cammino incontrano una processione regale diretta allo shôgun, durante la quale chiunque deve togliersi dalla strada per legge. Al bambino però vola via l’aquilone e, ritrovandosi davanti ad un funzionario, questi tira fuori la spada ed è pronto a massacrarlo: benvenuti in Giappone!
Sventrata la famiglia, alla fine entra in ballo Fang che fa fuori qualche funzionario, mentre gli altri si dedicano a maciullare ogni testimone per poi dare la colpa al cane cinese. Certo che l’integrazione così è un po’ difficile…

Non c’è integrazione se non quella che passa per il sangue

Zatôichi passa per caso in quei paraggi – in fondo si fa a piedi tutto il Giappone, passa per caso ovunque! – e si prende cura del piccolo Xiao-rong. Lui non ci crede alla storia che raccontano in paese, che un criminale cinese abbia massacrato così tante persone, e quando incontra Fang l’alchimia fra i due è subito evidente.
Purtroppo però c’è una forte barriera linguistica, visto che ognuno parla la sua lingua, anche se poi alla fine tra persone intelligenti ci si comprende. Per esempio quando Ichi offre dell’acqua a Fang, questi risponde «Sheshe», cioè “grazie” in cinese che però assomiglia a sha-sha, che in giapponese vuol dire “acqua fresca”. (O almeno così ci spiegano i sottotitoli.) Alla fin fine ci si capisce.

Simpatici, i cinesi, ma se rimangono in Cina è meglio

Comincia il solito drammone tipico dei film di Zatôichi, stile contraddistinto da intrighi vari, da scontri di società fra ricchi soverchiatori e poveri soverchiati, amore, lavoro e soldi. Insomma un tipico drammone in cui la figura di Fang è più da sfondo.

Tutti provano a fregare Ichi, e tutti se ne pentono

Con giri e rigiri di trama arriviamo al combattimento finale in cui Fang è stato ingannato a credere che Ichi l’abbia tradito, così che dal meets si finisce nel versus. Non più due onorevoli alleati, due personaggi titanici che dai due lati opposti del Mar Cinese si sono incontrati per portare un messaggio di fratellanza fra popoli. D’un tratto i problemi linguistici diventano insormontabili e non ci si capisce più.
E quando non ci si capisce, la violenza è l’unica lingua.

Basta fratellanza, è tempo di mattanza!

Questo è un film di Zatôichi, è un film giapponese che fa solo finta di essere una co-produzione cinese. Fang d’un tratto diventa una belva indomabile che l’eroe giapponese, con la morte nel cuore, deve rendere inoffensiva. «Che peccato: se solo avessimo potuto capirci», ripetono entrambi gli eroi, uno nella polvere e uno in piedi. E quello in piedi è Ichi.

L’Asia non è abbastanza grande per due miti così grandi

Quel gennaio 1971 Wang Yu manda a morire il suo Fang in un Paese straniero, solo ed abbandonato da tutti. È il terribile addio al personaggio che l’ha reso immortale, che però ha un difetto insormontabile: è nato in casa Shaw, e quindi non può sopravvivere.
Se però il cinema di Hong Kong ci ha insegnato qualcosa è che l’epica non muore mai: Wang Yu tornerà sui suoi passi… e lo spadaccino monco tornerà in azione.

Dormi con gli occhi aperti, cieco: tornerò…

La star Takeshi Kaneshiro è nato a Taiwan da madre taiwanese e padre giapponese, nato a sua volta ad Okinawa ma da un genitore cinese. E Kaneshiro, malgrado il nome palesemente nipponico, è una star amatissima ad Hong Kong. Nella realtà, dunque, l’integrazione esiste e gli asiatici possono amarsi l’un l’altro. (I maschi cinesi, poi, apprezzano nelle giapponesi un petto più sostanzioso rispetto alle donne locali!) Ma sono felici eccezioni: nella finzione si dà voce a quella maggioranza che si odia a morte.

La tragica “fine” di un’integrazione impossibile

Questo incredibile tentativo di due eroi di opposta fazione di cercare un’impossibile fratellanza non ha creato “eredi”: in quegli anni si moltiplicheranno i film di Hong Kong che mostreranno i giapponesi come mostri crudeli capaci di ogni nefandezza, e se il massacro di Nanchino ci ha insegnato qualcosa… è che quello non è uno stereotipo, è anzi un sottostimare la furia distruttrice dei giapponesi.
Per i giapponesi i cinesi saranno sempre immigrati fastidiosi che vengono a fare danni, malgrado imbarazzanti film revisionisti come La vendetta del dragone (2009) con Jackie Chan faccia falsa propaganda per spiegare come i cinesi emigrassero portando baci e abbracci, invece che malavita e criminalità varia.

Non piangete per me… Tornerò!

Sono due popoli che si odiano e si disprezzano a morte e che nella narrativa hanno trovato solo uno dei vari modi per insultarsi: Fang e Zatôichi hanno provato a fare da ambasciatori ma alla fine si sono dovuti arrendere… ed affrontarsi a morte.
Il giapponese Shintarô Katsu fa felice il suo pubblico uccidendo un cinese, e l’anno dopo Bruce Lee fa felice il suo uccidendo un giapponese. Ognuno ha il cinema che si merita.

L.

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17 risposte a Zatôichi meets the One-Armed Swordsman (1971) Quando il cieco incontra il monco

  1. Cassidy ha detto:

    Posso mettere questo post tra i primi cinque preferiti del Zinefilo? Tra re decaduti che sfidano divinità, e la mancata volontà di integrazione che è un argomento purtroppo modernissimo, sei arrivato a delle vette degne dei due protagonisti, complimenti! Analisi perfetta di un film Nipponico fino al midollo, dimostrazione che oggi come oggi, non si inventa niente, nemmeno i famigerati “Universi narrativi”. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, ed è davvero un film assolutamente unico: il suo cupo pessimismo nel ritrarre un’integrazione impossibile gli ha impedito una fama maggiore ma proprio qui è la sua forza. Un realismo disarmante nel mostrare l’epica della caduta: la caduta di un eroe ma anche quella del sogno della convivenza pacifica fra popoli.

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Sai, però, credo che l’odio dei cinesi per i giapponesi sia roba relativamente recente (credo inizio ‘900): in tempi più antichi, le corti cinese e giapponese si scambiavano regali preziosi di ogni tipo, come quegli specchi tondi che sembrano più degli scudi.

    A ogni modo, è spaventoso il trattamento delle persone da parte della Shaw °_°

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Di sicuro il Novecento è stato il secolo che ha portato alle estreme conseguenze ogni più piccolo problema sottocutaneo, quindi il semplice astio di popoli profondamente diversi e spesso in rotta di collisione poteva solo moltiplicarsi.
      Questo non vuol dire che si sparassero a vista, come sempre accade c’è anzi tolleranza e scambi culturali. Da noi le corti europee e quelle musulmane andavano d’amore e d’accordo, e massacrarsi sul campo di battaglia non cambiava le cose: nel Cinquecento tutti erano convinti di aver fermato quei cani infedeli a Lepanto, ma questo lo pensava il popolo: l’ambasciatore veneziano a Costantinopoli chiamava “amico” il signore di Topkapi e veniva trattato con i guanti. Le corti vivono la loro vita, il popolo la sua, con tutti i razzismi e i luoghi comuni che fanno parte di ogni epoca.
      Gli orrori del Novecento hanno solo peggiorato enormemente una situazione già esistente: quando nei Seicento i giapponesi collezionavano orecchie dei coreani massacrati, non è che riscuotevano simpatia in giro… 😛

      Le testimonianze di chi lavorava nella Shaw sono incredibili, ma non si pensi che fosse una mosca bianca. Molti lavoratori venivano dall’Opera di Pechino, al cui confronto la Shaw era un campeggio estivo 😀
      Saputo che dovevano dormire vicino al set, rispondevano entusiasti: «Ah, possiamo dirmire?» (Scherzo, ma comunque era un settore molto tosto, che dubito abbia un equivalente in Occidente.)

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Ma quanta cultura possiedi? 🙂
        Comunque, questo e altri post con discussioni susseguenti confermano quanto il cinema sia davvero un mondo multidisciplinare, uno sguardo su ogni aspetto del costume e della realtà. Ed in ciò hanno ruolo e dignità film di ogni genere, da quelli acclamati a quelli ingiustamente sottovalutati, persino giungendo a quelli palesemente di serie Z infima 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Più che “cultura” è semplice passione per il cinema e per tutto ciò che lo circonda, e spesso nei film – e filmacci – certe culture si presentano in modo molto più palese rispetto alla “propaganda” ufficiale 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        In effetti la “durezza” della Shaw non mi era del tutto ignota (e così anche per l’Opera di Pechino) ma, dal tuo dettagliatissimo post, evinco che è ancora peggio di quanto pensassi! Wang Yu non aveva nessuna possibilità, davvero, eccetto quella di costruire la propria libertà altrove (riuscendo pure a trasporre in chiave “mitica” la sua cacciata su grande schermo)… mi sorprende molto meno, invece, il pessimismo non “integrazionista” del film rispecchiante con dolorosa chiarezza l’odio atavico tra i due popoli, e che non poteva che portare a quel finale.
        P.S. Oltre al massacro di Nanchino, nemmeno l’Unità 731 deve aver contribuito granché alla distensione dei rapporti fra Cina e Giappone…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non mi sembra che le due parti facciano qualcosa per distendere la situazione, quindi non è cambiato molto con la svolta del Duemila…

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Insomma, l’Asia è come la Toscana. Tutti odiano tutti: pisani contro livornesi, fiorentini contro senesi, pistoiesi contro pratesi,… Ma alla fine tutti odiano… Pisa e i pisani! 😀 Non c’è Evit in giro che può confermare la teoria che i pisani sono i giapponesi d’Italia?

    Scherzi a parte, gran bel pezzo Lucius! In un colpo solo hai recensito un film mitico, spiegato la rivalità tra Cina e Giappone e pure spiegato come è nata la Golden Harvester. Grande!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahah esempio perfetto di grande fratellanza ed unità nazionale 😀
      Per questo è imperdonabile il luogo comune che vede i “cinesi” (cioè gli asiatici) tutti uguali, visto che in Asia è esattamente come l’Europa, con tutti che si odiano per motivi atavici, non sempre chiari agli odianti. 😛

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  4. benez256 ha detto:

    Ma scusa questa è la versione cinese di Non Guardarmi Non ti Sento? 😀

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