The Funhouse (1981) Il tunnel dell’orrore

Questo viaggio vi è offerto dall’iniziativa Notte Horror 2020, alla quale partecipo approfittando per rispolverare uno dei titoli storici di un’altra grande iniziativa: la mitica Notte Horror di Italia1.

Com’è usanza del Zinefilo, quando si tratta di film d’annata trovo inutile limitarmi ad una mia recensione: preferisco andare a sentire cosa hanno detto gli autori, visto che all’epoca il proliferare di riviste dedicate al cinema horror ne ha conservato le voci. Non pago, mi sono anche letto il romanzo legato al film, che mi è piaciuto immensamente di più (spiegherò più sotto perché).

Insomma, sarà uno dei viaggi del Zinefilo, per questo metto un “indice” ad aiutare i lettori.


Indice:


Prologo:
Chi è Owen West?

«Prima c’erano Stephen King, John Saul e Peter Straub. Ora c’è Owen West, il nuovo maestro del terrore»

Con questa roboante frase di lancio nel novembre 1980 appare nelle librerie americane il romanzo The Funhouse del nuovo “maestro del terrore” Owen West. Chi sarà mai questo nuovo autore?

Chi sarà mai questo nuovo autore horror campione di vendite?

Il gioco in Italia non funziona, visto che il romanzo arriva con quasi quindici anni di ritardo, e quando Fanucci nel 1994 presenta Il tunnel dell’orrore (“Il Libro d’Oro” n. 68), con la traduzione di Bernardo Cicchetti, non ha più motivo di nascondere il nome di Dean R. Koontz.

È dagli anni Sessanta che Koontz sforna romanzi a getto continuo spaziando tra vari generi, ma nel 1980 a tirare di più è l’horror. Infatti la Jove Books – la sezione “tascabili” del gruppo Berkley, legato ad MCA e quindi alla casa cinematografica Universal – contatta lo scrittore perché vuole lanciare un nuovo nome nel genere horror. La Viking Press ha Stephen King, la Dell ha John Saul e la Pocket Books ha Peter Straub, alla Jove serve il proprio rappresentante horror “fresco fresco”, cioè non inflazionato da un decennio passato a scrivere altri generi.
Koontz non ha problemi, ha pseudonimi che gli escono dalle orecchie e scrivendo pure mentre dorme può accontentare tutti. Con la Bobbs Merrill scrive firmandosi K.R. Dwyer, con la Pocket si firma Leigh Nichols, per la Doubleday è Brian Coffey e solo per la Putnam si firma con il suo vero nome. E stiamo parlando solo del 1980! Vuoi che non ci sia tempo per altri nomi e altri romanzi?
Per la Dial Press l’autore si è firmato Anthony North, quindi a Nord già ci è andato… be’, allora andiamo all’Ovest. Ecco che il nuovo “maestro dell’orrore” si chiama Owen West ed avrà vita corta, visto che dopo The Mask (1981) scomparirà nel nulla.

Per scrivere The Funhouse l’autore riceve 40 mila dollari, cifra che batte tutte quelle ricevute nella sua carriera precedente, ci spiega la biografa Katherine Ramsland. Gli viene anche passata la sceneggiatura di Larry Block su cui basarsi.

«Il copione era buono come sceneggiatura ma offriva materiale sufficiente a non più del 10% o 20% di un romanzo. Questo non è insolito. I film sono superficiali se paragonati ai romanzi, ombre di storie se paragonati alle storie vere. Dovetti costruire i personaggi, creare un passato per tutti loro, e sviluppare una trama che conducesse agli eventi del luna park negli ultimi capitoli, che erano le scene intorno alle quali ruotava quasi unicamente tutto il film. Non cominciai a usare la sceneggiatura finché non ebbi scritto quattro quinti del libro.»
(Koontz nella Postfazione del romanzo, ristampato nel 1992.)

Koontz quindi si limita ad usare la storia del film come semplice spunto per il suo romanzo, opera che possiamo definire quasi indipendente. È previsto esca insieme al film e infatti nel novembre 1980 appare sugli scaffali delle librerie… ma il film ha dei problemi di montaggio (o almeno così si dice all’epoca) e la data prevista viene posticipata di mesi. Intanto però la Jove, forte delle spalle coperte dal colosso Berkley, ha speso qualcosa come 300 mila dollari in pubblicità per il romanzo, compresi spot televisivi, il che assicura al libro ben otto ristampe in rapida sequenza: è il secondo bestseller di Koontz, dopo In fondo alla notte (1979)… e anche stavolta non c’è il suo nome in copertina!
Malgrado, come vedremo, alcuni recensori esageratamente entusiasti, la biografa ci informa che all’uscita di The Funhouse mediamente le critiche sono pessime, e la negatività colpisce di rimando anche il romanzo, che smette subito di vendere, lasciando tanto amaro in bocca a Koontz: lui ha scritto una storia molto diversa e complessa, che con quella robbetta su schermo non c’entra niente, ma ormai è inutile. Per fortuna ha avuto almeno tre mesi di tempo per diventare un bestseller, prima che il pessimo film che teoricamente doveva lanciare lo rovinasse.

E Owen West? Con il 1983 di Phantoms Koontz decide che è il momento di liberarsi di un bel po’ di pseudonimi ingombranti, quindi inizia a divertirsi… uccidendoli in modi curiosi! Stando alla citata biografa, Owen è morto tragicamente, calpestato dai buoi mentre compiva ricerche per Quackzilla, romanzo incentrato su un’anatra preistorica.

«Avevo un terzo romanzo completato di Owen West, Darkfall, ma decisi di uccidere Owen perché gli altri miei libri per la Berkley erano successi tascabili molto più grandi dei suoi. Così Darkfall, che originariamente si chiamava The Pit, l’ho pubblicato a mio nome direttamente in edizione tascabile.»

Koontz si è divertito, ma ha rischiato grosso. Darkfall è uscito proprio nel 1984 in cui Stephen King ha “ucciso” il suo pseudonimo Richard Bachman, ed entrambi gli autori hanno rischiato di ricevere la visita di George Stark, la loro metà oscura!


Dal Massacro al Tunnel

Il successo di Non aprite quella porta (1974) è stato uno di quelli capaci di distruggere un regista ad inizio carriera, perché dopo le aspettative sono così alte che puoi solo deludere.
Quel motel vicino alla palude (1976) non è certo il filmone che conferma la visione autoriale del regista e dopo va solo peggio. Con The Dark (1979) Hooper comincia la sua triste abitudine a venir sostituito sulla sedia da regista, per motivi vari, come accadrà di lì a poco anche con Motel Hell (1980), Venom (1981) e Il ritorno dei morti viventi (1985). E per capire quanto Hooper abbia davvero fatto il regista in Poltergeist (1982) vi mando da Cassidy.

Dopo l’infausto successo del Massacre l’unica regia di Hooper che davvero abbia avuto un minimo di riscontro di pubblico è Le notti di Salem (1979), miniserie televisiva che in un’epoca di “King-mania” in piena esplosione ha tenuto molti spettatori inchiodati davanti al piccolo schermo. (O almeno così ci racconta “Fangoria” nel febbraio 1981.) Solo dopo che ’Salem’s Slot è un successo in patria e all’estero (distribuito in forma di film cinematografico) allora Hooper trova finanziatori per un suo vecchio progetto.

Stando a quanto racconta Bob Martin di “Fangoria”, il produttore Derek Power già subito dopo Non aprite quella porta aveva commissionato a Tobe Hooper e Larry Block il progetto The Funhouse – che in pratica ha la stessa identica trama, come vedremo, per sfruttarne l’onda – ma i risultati ben al di sotto delle aspettative dei successivi film del regista avevano reso molto difficile trovare altri disposti a metter soldi nell’operazione. Appena l’adattamento televisivo di King dimostra che Hooper ha ancora qualche cartuccia da sparare, alla sua porta bussa Mace Neufield, produttore ad inizio carriera con all’attivo i primi due Omen (in Italia, “Il presagio” e “La maledizione di Omen”), e ne arrivano anche altri: come un certo Mark L. Lester, produttore attivo sin dall’inizio dei Settanta ma noto principalmente perché come regista ci ha regalato Commando (1985).
Arriva anche Steve Berkhardt che sarà risolutivo sulla qualità del film. Infatti il figlio di Tobe da tempo era un grande fan di Rick Baker, all’epoca fra i più noti e talentuosi maestri del trucco da effetti speciali, e Hooper stesso aveva appena letto di lui su una rivista: come fare a raggiungere un nome così illustre? Ecco che arriva il produttore Berkhardt, che sul set di King Kong (1976) aveva conosciuto Baker e quindi può contattarlo.

A Baker è richiesta non solo la creazione del mostro protagonista del film, ma addirittura di interpretarlo sotto la maschera. L’artista è contentissimo, essendo quello un suo sogno, ma poi legge nel copione che il mostro è alto due metri e quaranta, e al produttore Berkhardt pare abbia detto qualcosa come: “Va be’ che ho lavorato a King Kong, ma non sono mica così alto!”. Questo è un aspetto oscuro della vicenda, perché il mostro nel film finito è molto più basso della media, sembra quasi un ragazzino, quindi le cose devono essere cambiate in corsa.
Baker accetta di disegnare il mostro ma è pieno di lavoro ed è necessario l’aiuto di altri: propone Rob Bottin ma è impegnato coi lupi mannari, così sale in corsa quel Craig Reardon che aveva già lavorato con Hooper a Quel motel vicino alla palude.

Secondo Baker è stato lui stesso a piazzare il consiglio giusto, incitando il regista a non prendere uno stuntman ad interpretare il mostro bensì qualcuno più preparato come un mimo: infatti è proprio il mimo Wayne Doba ad essere assunto. Ed è più basso di Baker! Quindi quella faccenda dei due metri e quaranta suona davvero strana. Eppure nel romanzo di Koontz viene specificato quanto evidentemente lo scrittore ha trovato scritto in sceneggiatura:

«Era una figura impressionante, alta più di sei piedi e mezzo, oltre duecentocinquanta libbre di ossa e muscoli. Le sue spalle erano enormi.»

Comunque tutt’altra versione dà “Famous Monster of Filmland” (maggio 1981), a cui Tobe Hooper racconta di una volta in cui era a cena in un ristorante di Miami quando Derek Power cominciò a fissare un mimo per strada, che uscì fuori essere il californiano Wayne Doba, subito assunto per interpretare il mostro. Scegliete voi la versione della leggenda che vi diverte di più.

La produzione del film ha avuto un unico grande problema: il tempo. Il produttore Neufield racconta a “Fangoria” che un intero circo di Akron (Ohio) si doveva spostare agli studi Ivan Tors in Florida, con immaginabili problemi logistici. Il tempo è pochissimo perché Hooper deve partire per la Gran Bretagna dove deve girare Venom, che abbandonerà presto. (Pare per motivi familiari, secondo “Fangoria”.) I previsti trenta giorni di riprese diventano trentasette e prima di partire Tobe fa appena in tempo a mettere insieme un montaggio provvisorio, tornando al film solo in seguito.
La presenza sul set dei produttori con l’orologio in mano non deve aver aiutato l’armonia, sebbene questi affermino invece che il clima era tranquillo.

Intervistando il truccatore Reardon, Martin scopre che è molto pessimista sulla riuscita del film.

«È una debolezza comune a molte sceneggiature di oggi, puntare più sugli effetti che sulla costruzione dei personaggi, o anche solo sul creare empatia da parte degli spettatori. Credo che Alien abbia sofferto dello stesso problema. Non conosci nessuno dei protagonisti, e quando man mano vengono uccisi onestamente non mi importa molto.»

Che Alien soffra di quel problema è stato sottolineato anche dai critici dell’epoca – quando ancora esisteva una critica cinematografica – ma certo che Il tunnel dell’orrore avrebbe firmato subito per avere lo stesso successo del film di Ridley Scott, a parità di “problemi”.


Uscita e distribuzione

Promesso già alla fine del 1980, solo il 13 marzo 1981 The Funhouse appare nelle sale americane. Arriva subito sul tavolo della censura italiana che ci appone un bel “divieto ai minori di 18 anni”. Fino al gennaio 1985 i distributori tenteranno di farsi togliere il divieto, apportando tagli su tagli ma sbagliando completamente la mira: per la censura italiana c’è troppa violenza, i distributori invece tagliano scene di donne in bikini.

L’8 luglio 1981 esce nelle nostre sale con il titolo Il tunnel dell’orrore e così il consueto Piero Perona commenta positivamente su “La Stampa” del giorno dopo:

«Piace il crescendo della paura disegnato sui volti dei protagonisti dai rumori della notte, dalle evoluzioni dei manichini e dalla minaccia dell’elettricità. Se si sta al gioco, un brivido estivo correrà nelle nostre schiene.»

È una recensione positiva, ma lo stesso più di qualche “brivido estivo” non sembra possibile avere dal film.

Il primo passaggio televisivo noto risale a venerdì 29 gennaio 1988, in seconda serata su Italia1: la stessa emittente il 13 giugno 1995 inserirà il film nella sua rassegna “Notte Horror”, a notte fonda dopo L’albero del male (1990) e Nightmare 4 (1988).
Esce in VHS CIC Video in data ignota. Nel novembre 2011 la Pulp Video lo porta in DVD, mentre nel luglio 2018 Midnight Factory e Koch Media presentano il film in un cofanetto Blu-ray da tre dischi.

Giusto per i collezionisti


Non aprite quel tunnel

Alcuni ragazzi escono per divertirsi e invece finiscono tra le mani di una famiglia di criminali degenerati, in cui un disagiato mentale li insegue per ucciderli uno alla volta. Domanda: secondo voi questa è la trama di Non aprite quella porta (1974) o Il tunnel dell’orrore (1981)? Scherzo, è una domanda a trabocchetto: è la trama di entrambi. Con la differenza che nel primo film era una cosa nuova, nel secondo è una pessima minestra fredda.

Il già visto ma con un altro nome

Block è uno sceneggiatore ignoto e onestamente è molto forte la sensazione che sia stato solo quello che fisicamente ha battuto a macchina il copione di Hooper, il quale ha ricopiato paro paro il suo vecchio successo, co-sceneggiato con Kim Henkel: altro nome ben poco noto. I due film sono perfettamente sovrapponibili, solo che il mostruoso Leatherface poteva contare su tante idee ispirate: quella pernacchia di mostro con la maschera di Carnevale è solo imbarazzo allo stato brado. Come Rick Baker abbia accettato di legare il suo autorevole nome a un pezzo di gomma è davvero sorprendente.
Ma per capire la vuota vuotezza della storia mi sono letto il romanzo di Koontz, perfetta dimostrazione di come la storia poteva essere raccontata se a monte ci fosse stato qualcuno capace.

– La storia di Tobe Hooper

Quattro giovani qualsiasi, due ragazzi e due razze, vanno al Luna Park. Una ragazza è morigerata l’altra è una zoccolona da sbarco, quindi già sappiamo chi sopravviverà e chi no. Dopo aver guardato alcuni sgorbi, tipo un feto mostruoso sott’olio, i ragazzi entrano nel tunnel dell’orrore e assistono per caso a uno strano tizio che ammazza una vecchia. Per cancellare le prove di quell’omicidio, il gestore del tunnel e il tizio (che si scopre essere un mostro ridicolo) cominciano a rincorrere i ragazzi nel tunnel – che evidentemente è grande come una città – per ammazzarli.

La storia di Dean R. Koontz

Ellen ha appena ucciso suo figlio neonato. Non è una donna cattiva, ma ha partorito un mostro, un essere palesemente disumano che giorno dopo giorno stava crescendo in violenza e crudeltà. Quando le strappa un’unghia, la donna perde il controllo e massacra il neonato. Quando il padre, Conrad, torna a casa sta per perdere il controllo anche lui, ma decide di vendicarsi in modo diverso. Scaccia la moglie di casa e la lascia libera, è giovane e sa che troverà un altro marito e si rifarà una famiglia: l’avverte di guardarsi le spalle, perché quando avrà un altro figlio… lui arriverà a massacrarglielo. Un figlio per un figlio.
Ellen fugge via, mentre Conrad raccoglie i resti del suo neonato mostruoso e li mette in un’ampolla: da allora e per i decenni a venire suo figlio sarà esposto al pubblico. Perché Conrad lavora in un Luna Park ambulante. Un giorno la figlia di Ellen arriverà con degli amici e fisserà, senza saperlo, i resti di suo fratello.

Sono passati venticinque anni, Ellen ha due figli – il piccolo è fin troppo appassionato di cinema horror e fa sempre scherzi alla sorella – ma la donna non ha mai rivelato a nessuno il suo terribile passato, e il dolore e il rimorso l’hanno fatta marcire dentro. Ora è una donna crudele, alcolizzata e ossessionata dalla religione alla disperata ricerca di redenzione. Quando la figlia torna a casa incinta, non crolla perché il futuro della ragazza rischia di essere rovinato per sempre, ma perché per un salto generazionale potrebbe portare in grembo un altro mostro disumano.
La storia si dipana fra Conrad che venera ossessivamente Satana e cresce il suo nuovo figlio Gunther come il mostro che è, appassionato di donne da seviziare e maciullare, ed Ellen che venera Dio mentre cresce nella paura i suoi figli, il cui piccolo teme l’arrivo della notte perché la mamma verrà a visitarlo, ubriaca fradicia, e lo fisserà negli occhi… cercando in lui il germe del male che potrebbe risiedere nel suo ventre.

Splendidi personaggi su carta che diventano vuoti nelle fauci del film

Koontz prende quelle quattro stupidate di Hooper e ci tira fuori un romanzo splendido, appassionante, che ti inchioda con i suoi personaggi crudeli e purtroppo cade di tono solo quando deve rifarsi alle inutili vicende del film, all’incirca nelle ultime venti o trenta pagine: purtroppo le peggiori del romanzo.
Nel libro il tunnel dell’orrore è un momento spaventoso che si avvina inesorabilmente e tiene con il fiato sospeso: nel film è una stupida baracconata di legno che dovrebbe mettere paura perché qualcuno fa “bu”.


Conclusione

Sulle pagine del britannico “Starburst” (n. 34) Alan Jones si spertica in lodi nel recensire il film, che «surclassa ogni altro film recente con la sua idea brillante di tensione da inchiodare alla sedia». Il prossimo spavento sarà provocato da un oggetto meccanico o da uno vivo?, si chiede Jones, o sarà l’assassino mascherato? Le infinite lodi del recensore («The Funhouse è di classe e classico») probabilmente testimoniano un’epoca in cui davvero questo film potesse piacere: non discuto su questo, anche perché poi i gusti sono strettamente personali, ma mi basta allargare un attimo lo sguardo per rimanere davvero stupefatto dai complimenti di Jones.

Il mago straccione, perfetto simbolo del film

Questo film esce insieme a L’ululato (marzo 1981) di Joe Dante ed è subito seguito da Un lupo mannaro americano a Londra (agosto 1981) di John Landis, e già qua potrei fermarmi: qualsiasi pur vago confronto sarebbe ingiusto e impietoso, visto che neanche un fotogramma di Hooper ne uscirebbe intatto. Potrei aggiungere Scanners (gennaio 1981) di Cronenberg ma in realtà il film di Hooper è più legato al genere che lui stesso ha contribuito a creare: lo slasher, quello del maniaco che insegue le vittime, una alla volta, per massacrarle. Se Non aprite quella porta (1974) può essere considerato fra i primi vagiti del genere, è innegabile che Halloween (1978) di John Carpenter abbia alzato vertiginosamente l’asticella… che poi Venerdì 13 (1980) di Sean S. Cunningham ha mandato sulla Luna.

Dovrei emozionarmi per la citazione paracula di Hitchcock?

Potete appartenere alla scuola del “poco sangue” o del “tanto sangue”, scegliere cioè se seguire il filone nato da Carpenter o quello nato da Cunningham, ma è innegabile che Il tunnel dell’orrore è totalmente fuori registro in entrambi i casi. Hooper può aver lanciato i semi, ma i frutti li hanno raccolti altri, che hanno ripiantato e preparato raccolti molto più rigogliosi.

Una delle scene tagliate in Italia sperando di ammorbidire la censura

Hooper riesce a sbagliare tutto lo sbagliabile. Nel 1981 in cui i giovani fanno a botte per assistere a Jason che sbudella e ammonticchia cadaveri sanguinolenti, con Tom Savini e Rob Bottin che scrivono con le proprie mani le regole del cinema splatter, Hooper non mostra una sola goccia di sangue neanche per sbaglio. Con Carpenter che lascia perennemente mascherato il suo maniaco, così da renderlo spersonalizzante e più pauroso, seguendo l’esempio del Leatherface di Hooper, Hooper che fa? Fa togliere subito la maschera al maniaco, anche perché tanto la sua foto era stata mostrata mesi prima su tutte le riviste di cinema: una imbarazzante mascherina di Carnevale indegna di Rick Baker.

Ma davvero ’sta roba è opera di Rick Baker?

Quella roba a chi dovrebbe mettere paura? Agli spettatori che hanno appena visto per la prima volta nella storia del cinema un uomo trasformarsi in lupo in diretta? A chi è abituato a Michael Myers che riempie le persone di coltellate o a Jason che colleziona budella sanguinolente? Un film totalmente sbagliato nella tempistica: se fosse uscito subito dopo Non aprite quella porta, come pare fosse nei piani, lo stesso sarebbe stato un errore, visto che è uguale ma peggio.

Anche perché, mi spiace fan accaniti, ma il 70% del fascino di Non aprite quella porta risiede nelle inquietanti scenografie ossute di Robert A. Burns, che infatti dona la sua magia a Joe Dante (apparendo anche in un ruolo cameo) per ricrearne le atmosfere.

Robert A. Burns in un cameo ne L’ululato (1981)

Tobe Hooper rimane un regista da un successo solo, quello che arriva ad inizio carriera e la distrugge subito, perché tutto il resto sarà drammaticamente inferiore. Anche quello che, come questo film, è una fotocopia sbiadita (e sbagliata) di quell’unico successo.


Fonti:

  • The Funhouse, da “Famous Monsters of Filmland” n. 173 (maggio 1981)
  • Alan Jones, The Funhouse: Review, da “Starburst” n. 34 ()
  • Bob Martin, Tobe Hooper’s Funhouse, da “Fangoria” n. 11 (febbraio 1981)
  • Katherine Ramsland, Dean Koontz: A Writer’s Biography (HarperPrism 1997)

L.

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39 risposte a The Funhouse (1981) Il tunnel dell’orrore

  1. Evit ha detto:

    Con 20.000 lire il mio Rick Baker la faceva meglio!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Verissimo! ^_^
      Rick aveva da fare, è andato al tabaccaio sotto casa, ha preso la prima maschera che ha trovato a l’ha passata a Tobe Hooper: solo così mi spiego la questione 😛

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      • Evit ha detto:

        Ahahah, sembra effettivamente una di quelle maschere generiche, al più un mostro di X Files. Ancora non capisco perché non si fosse puntato per qualcosa di più realistico o almeno tenerla poco illuminata! Invece no, BANG! Luci da stadio su sta cosa! Tsk!
        Ma maschera o non maschera, temo che il film rimanga di scarso interesse, come dici anche tu, la trama è la stessa del famoso Non aprite quella porta e ormai non dice niente di nuovo e lo fa troppo tardi.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Dopo “Halloween” e “Venerdì 13”, è assurdo presentarsi con ‘sta roba, che temo non avrebbe funzionato manco negli anni Settanta, visto che Hooper stesso aveva alzato parecchio l’asticella.
        E il mostro alto due metri e quaranta? Nel film è più basso della vecchia che ammazza: mi sa che si sono persi qualcosa per strada…
        Nel romanzo invece fa davvero paura, è una montagna di violenza squartatrice e giustamente non viene mai descritto se non da quello che lascia per terra dopo.
        Il romanzo è davvero bello, e crolla solo nel finale perché deve ricreare le stupide vicende del film.

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      • Evit ha detto:

        Magari voleva evitare accuse di autoplagio 🤭🤭🤭

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        O semplicemente era un autore che ha azzeccato un’opera senza capirne il motivo, quindi non in grado di costruire qualcosa su quel successo.

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  2. Austin Dove ha detto:

    ho finito di leggere Cuore nero di Dean R. Koontz; vomitevole, se vuoi ti linko il mio commento al libro, scritto proprio male a livello strutturale

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Analisi, al solito, molto interessante. Decisamente meglio della pellicola, che credo di aver visto secoli fa per poi dimenticarmela subito dopo (mi ricordo il mostro perché francamente è ridicolo e per nulla spaventoso, ma per il resto vuoto totale…).
    A sto punto, visto che sono alla ricerca di un paio di libri per l’estate, quasi quasi aggiungo nel carrello sto “The Funhouse”.

    Chiudo con una velocissima considerazione. Con tutto il bene che posso volere a Hooper, bisogna essere onesti e ammettere che ha campato grazie alla sua intuizione che gli ha fatto firmare uno degli horror più iconici di sempre. Come quei cantanti che beccano la hit e vivono di rendita per sempre. O sei bravo veramente e allora riesci a spaziare o a replicare il tuo stesso capolavoro magari declinandolo in altre forme, oppure rimarrai incastrato in quell’unico colpo di coda che ti ha cambiato la vita.

    Ultimissima cosa. Forse l’hai già spiegato tempo addietro e me lo sono perso. Ma perché autori scrivono sotto pseudonimo? Tò, posso capire uno come King che magari vuole togliersi lo sfizio di scrivere un Harmony e, vergognandosi, decide di usare uno pseudonimo. Ma piccoli autori che scrivono a cottimo per case diverse, che beneficio possono avere dall’utilizzo di uno pseudonimo?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Io non ho alcun sentimento verso Hooper, quindi non mi baso su acredini personali ma sui suoi film che ho visto: ha azzeccato un successo e non è stato più in grado di fare altro, semplicemente perché non ha capito il motivo del successo e quindi non ha saputo costruirci sopra qualcosa. Carpenter, Scott e Cunningham hanno invece saputo cogliere ciò che a Hooper sfuggiva e ci hanno costruito sopra, andando poi da altre parti a costruire altrove, qualcosa che Hooper invece non ha saputo fare, limitandosi a ripetere sempre la sua visione di cinema d’altri tempi, che non funzionava però neanche negli altri tempi!

      La questione degli pseudonimi la prima volta l’ho sentita spiegare da King stesso, che non ha mai usato quella tecnica per “gioco” – come certe autrici di maghetti – ma per pura necessità di mettere mangiare in tavola!
      Quando fai un contratto con una casa editrice non vendi loro solo i tuoi scritti, ma anche il tuo nome. Ma che succede se la casa ti accetta solo un romanzo l’anno e tu per campare ne vorresti vendere due, tre o quattro? Semplice, vai da altre case e vendi loro altri nomi.
      Poi ogni contratto è diverso, e quando diventi famoso le cose cambiano: King e Koontz hanno potuto rinunciare ai loro pseudonimi quando ormai i loro nomi erano famosi a livello internazionale e non era più conveniente nasconderli, ma ci sono autori come il britannico John Russell Fearn che per tutta la vita hanno scritto sotto decine di pseudonimi: una cosa è il guadagno di un romanzo di successo, un’altra quello di un racconto su rivista. Fearn scriveva tipo cento racconti con cento firme diverse e ci tirava fuori da vivere. Non è mai diventato così famoso in vita da poter permettersi di rinunciare anche solo ad uno degli pseudonimi.
      Poi ci sono le autrici di maghetti, ricche oltre ogni immaginazione, che possono “giocare” con gli pseudonimi, ma sono rarità: chi sceglie uno pseudonimo è perché non ce la fa a vivere con le opere di un solo nome.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      P.S.
      Il romanzo di Koontz non puoi metterlo nel carrello, perché non esiste più in Italia da venticinque anni. Devi rivolgerti ai Pirati dei Caraibi 😛

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  4. Cassidy ha detto:

    Senza ombra di dubbio il film di Hooper che ho visto meno volte, nel perfetto confronto che hai fatto tra la trama del libro 3 il canovaccio del film, hai riassunto al meglio quanto questo giretto nel tunnel sia poca cosa. Rick Baker aveva perso una scommessa secondo me 😉 Cheers

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Detto che, al solito, trovo molto interessante quando fai il parallelismo libro-film (e qui lo è in virtù della trama che si discosta e delle dinamiche dovute alla diversa uscita), ammetto al contempo di avere un ricordo non spiacevole del film, mi coinvolse una certa atmosfera malsana (o forse già l’idea del parco giochi mi catturò), pur condividendo le tue critiche (sangue, mostro…), boh, a volte il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il gusto personale è insindacabile e capita spesso che un film non riuscito rimanga comunque nel cuore: per me “Dovevi essere morta” di Wes Craven e “Monkey Shines” di Romero sono capolavori che ho amato profondamente, eppure non vengono citati nelle rispettive filmografie dei registi se non per criticarli come prodotti minori.
      Però calare “Il tunnel dell’orrore” nell’epoca in cui è uscito, con in più Tobe Hooper alla regia, significa inesorabilmente mostrare il suo essere un film sbagliato, nel momento sbagliato e con lo stile sbagliato. Ciò non vuol dire che possa essere apprezzato in altri momenti: l’esempio contrario è il citato “Le notti di Salem”, che fu un successo televisivo del ’79 mentre oggi dubito che anche i fan più accaniti di King ne abbiano grande considerazione, semmai lo conoscano.

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Condivido molto della tua analisi, soprattutto il concetto di film non riuscito che rimane comunque nel cuore, chissà quanti ne abbiamo tutti noi, nei nostri “archivi intimi” più o meno segreti…e poi sono quei film che talvolta, vista proprio la scarsa condivisione delle lodi, senti ancora più tuoi!
        Aggiungo al contempo che questo film lo vidi comunque anni dopo la sua uscita, in pieni anni ’90 se ben ricordo se non addirittura alla fine di essi e ciò può aver contribuito a darmene una visione “differente” 🙂

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  6. Il Moro ha detto:

    Queste tue analisi sono sempre impressionanti.
    Koontz ha scritto cose belle e cose tremende, probabilmente conseguenza dello scrivere “troppo”: non ti può venire tutto bene…
    Leggenda vuole che a inizio carriera fosse quasi uno spiantato che doveva farsi mantenere dalla moglie, con la quale fece un patto: se non riesco ad avere successo con un libro entro un anno (o sei mesi, non ricordo) la smetto e cerco un “lavoro vero”. Due anni dopo la moglie ha lasciato il suo lavoro per amministrare i soldi del marito.

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  7. Celia ha detto:

    Visto. Piuttosto terribile, per i motivi che racconti, anche se poi non concordo col giudizio su Non aprite quella porta che ho, invece, trovato eccezionale per la ragione più rilevante: suscita un disgusto durevole e genuino, oltre che profondo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il disgusto è dato anche dall’atmosfera malsana in cui si ritrovano i protagonisti, e per crearla il regista più e più volte inquadra o fa in modo che sia nell’inquadratura qualche osso o composizione di ossa: la cosa inquietante è che quella roba non è stata costruita per il film, ce l’aveva a casa lo scenografo! Chi l’ha conosciuto conferma che è una personcina inquietante 😀

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      • Celia ha detto:

        Ostrega!!! XD

        Non c’entra col post, ma ti chiedo al volo, ‘ché non lo ricordo: per caso tu hai visto la doppietta Dead snow e Dead vs. Red, che mi hai passato?
        O ne avevi l’intenzione ma non li hai ancora visti?
        E se sì, ci hai scritto sopra?
        Io e l’Arrotino ci siam visti il primo ieri (ed iniziato il secondo, che finiremo oggi, e ci pare ben più riuscito).
        E gli dicevo che secondo me questi son “zombie” molto à la carte, creati mescolando tutto e il contrario di tutto – velocità e lentezza, resurrezione autonoma e imposta, infezione e non infezione… – ma che sia volutamente così, nel senso che questi “dettagli” non contano: conta il gusto del trash 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sì, anni fa ho visto i due film spinto dall’entusiasmo violento ed esagerato che girava in Rete, in cui sembrava che avessero tutti assistito al Secondo Avvento: per questo davanti a due normalissimi film zombie sono rimasto interdetto. Mi sembravano troppo “normali” perché tutti gridassero e si suicidassero davanti agli schermi stravolti da tanta bellezza! 😀
        Sugli zombie non esiste alcuna “mitologia”, ognuno si inventa quello che gli pare e le regole cambiano da opera in opera, quindi ogni autore ha i suoi zombie, che fanno cose diverse da quelli di altri autori. Di solito l’unica regola è che sono morti tornati in vita, ma non è obbligatorio 😛

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  8. Giuseppe ha detto:

    Non ero a conoscenza di quanti nomi d’arte avesse il nostro discontinuo (perché sì, magari tutti i suoi romanzi fossero stati al livello di “Generazione Proteus”) Dean Koontz 😉
    Quanto a “The Funhouse” cosa dire, se non che al di là di improponibili paragoni con il romanzo io non l’avevo trovato male, ai tempi, pure nel suo citazionismo sparso (compreso quello hitchcockiano lassù, dall’effetto comico finale) e nel suo trattenersi -diciamo così- a livello di slasher esibito…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La scena “psychica” è deliziosa, molto ben girata e fa capire che Tobe non è certo un principiante, ma il problema è che sta girando uno slasher, in un anno in cui gli slasher sono la principale attrattiva del cinema nella loro nuova formula, e lui sta usando una formula vecchia. Oggi possiamo apprezzare i rimandi ad Hitchcock – sebbene finita la doccia il resto non abbia davvero nulla dell’hich-style – ma all’epoca è come collegarsi in videoconferenza con il fax 😀

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  9. babol81 ha detto:

    Questo è un Hooper che ancora mi manca ma l’articolo è molto, molto interessante 🙂

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  10. theobsidianmirror ha detto:

    Ho sempre pensato che le bancarelle dell’usato fossero piene al 50% di libri di Koontz ma, con ‘sta roba degli pseudonimi, dovrei forse ricalcolare la percentuale. 🙂
    Immaginavo che avesse scritto tanta fuffa, ma finora (con quella decina scarsa di suoi titoli che ho letto) mi è sempre andata piuttosto bene.
    Hopper? Sappiamo bene quanto quanto la sua carriera sia costellata da abomini di tutti i generi (non conto Poltergeist per ovvi motivi), ma pensavo di leggere nel tuo post una buona parola per Space Vampires che, se non ricordo male, dicesti di apprezzare….
    Vorrei commentare Funhouse ma non l’ho visto e mai lo vedrò, ma di robe slasher ambientate in luna park ne avrò visti altri dieci, sicuramente uguali…. ed è roba buona solo se la mattina dopo ti alzi alle 5 e stai cercando la maniera migliore per addormentarti ad orari innaturali.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mi riprometto di parlare più approfonditamente di Space Vampires in altre occasioni. Ne conservo un ottimo ricordo ed è uno dei tormentoni della mia giovinezza, ma a parte sensazioni personali non è un film del 1985, sembra molto più vecchio dei suoi coetanei. Temo che Hooper sia rimasto fermo agli anni Settanta mentre il cinema è andato parecchio avanti.

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  11. Pietro Sabatelli ha detto:

    Uno di quei posti che manco gratis entrerei 😀

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  13. Elisa Pavan ha detto:

    La trama del libro sembra davvero intrigante, peccato che il film non sia riuscito!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Confermo, il romanzo l’ho molto apprezzato e si legge che è un piacere: scade solo nel finale perché purtroppo deve ricollegarsi agli eventi del film, quindi perde smalto.
      Koontz è riuscito a prendere dei personaggi asettici e ha costruito un loro passato e dato loro spessore: davvero un ottimo lavoro. Dispiace che l’insuccesso del film abbia portato giù con sé anche un romanzo che meritava di più.

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