Panoramica sul wuxiapian in Italia (2017)

È imminente l’uscita in libreria di una nuova guida ai generi cinematografici firmata dalla Odoya: Guida al cinema fantasy. Perché lo segnalo? Semplicemente perché in mezzo al fantasy occidentale c’è anche una parentesi orientale sul genere wuxiapian. Di nuovo, perché lo segnalo? Perché quella parentesi l’ho scritta io.

Prima di presentarvela per intero – autorizzato a farlo per scopi pubblicitari – aggiungo due parole per spiegarvi come sia possibile che il vostro Etrusco preferito sia finito in una pubblicazione autorevole.


Indice:


Premessa

Ho conosciuto i tre curatori – Gian Filippo Pizzo, Roberto Chiavini e Michele Tetro – in occasioni diverse e ho lavorato con tutti e tre nei progetti più disparati, divertendomi e creando collaborazioni che con immodestia giudico ottime. E tutto è nato grazie all’iniziale conoscenza con Michele Tetro, che sebbene non sento più da molto tempo considero ancora una di quelle persone che ti cambiano la vita. Nei primi tempi in cui sono sbarcato su facebook (2008) mi ha consigliato così tanti splendidi film a me ignoti che non sarò mai in grado di ringraziarlo compiutamente.

Conoscendo la sua passione per Richard Matheson – che ovviamente condivido in pieno – un giorno dell’estate 2011 gli scrivo per farci due risate: ma lo sa che ho appena visto un filmaccio di serie Z che rielabora Io sono leggenda? Michele impazzisce e mi dice che sta per andare in stampa un volumone che sta curando con Pizzo e Chiavini in cui si presentano con una scheda comparata tutti i film tratti da romanzi apparsi in Italia. Ovviamente un posto d’onore nel libro va ai tre adattamenti cinematografici di Io sono leggenda di Matheson… che però ora sono quattro! Entro il giorno stesso vuole da me una scheda particolareggiata del film che gli ho citato così da metterla al volo nel libro. Morale della favola: il vostro Etrusco preferito lo trovate anche all’interno di Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film (2011). E la collaborazione è continuata con la seconda edizione del 2016, in cui ho curato la scheda di una decina di film.

Penso che sia per questa precedente collaborazione che Pizzo nel febbraio del 2017 mi ha contattato con una “proposta indecente”: partecipare all’imminente uscita della Guida al cinema fantasy curando la parte orientale. Ovviamente sono stato lusingato della proposta ma ho messo subito le mani avanti: sull’argomento c’è tanta gente molto più preparata di me (e ho fatto anche i nomi) ma lui ha insistito sull’avere l’Etrusco a bordo. Non so cosa l’abbia spinto in questa decisione, ma non mi sono certo tirato indietro.

Il problema però è stato subito chiaro: come affrontare uno dei più prolifici generi cinematografici del mondo? Centinaia di titoli sparsi in cento anni di cinema… il tutto in uno spazio relativamente ristretto. Be’, la soluzione è presto detta: fare i furbi. Il wuxiapian è quasi totalmente inedito in Italia, quindi il risultato di un breve saggio sull’argomento sarebbe stato che lo spettatore medio si sarebbe annoiato a leggere di film sconosciuti su argomenti lontanissimi dalla propria cultura, mentre lo spettatore informato si sarebbe indispettito per la scelta di parlare di alcuni film invece di altri. Trattandosi infatti di centinaia di titoli è molto difficile trovare due appassionati che abbiano avuto visioni simili.

Per questo ho deciso di parlare esclusivamente dei film wuxia usciti in Italia, raccontando la loro vita nel nostro Paese e la loro evoluzione, citando film più o meno noti che comunque possono interessare anche lo spettatore medio, il quale se vuole può recuperarli e vederli tranquillamente in italiano. E visto che sono fondamentalmente un archivista e raccolgo informazioni sull’argomento da molti anni, magari anche lo spettatore esperto potrà trovare qualche sorpresa: di solito chi segue da vicino il cinema straniero non si interessa dei dati della distribuzione italiana, quindi magari riuscirò a catturare anche la sua attenzione.

Sicuramente ho dimenticato grandissimi film che esperti più bravi di me avrebbero inserito, sicuramente non ho dato importanza a chi lo meritava maggiormente e ne ho tolta a chi ne gode da parte di critici blasonati: sicuramente tutti voi avreste scritto meglio questo saggio… Invece l’ho scritto io, basando le mie opinioni su dati oggettivi e lasciando gli integralismi nell’altra giacca.
Sono sicuro che avete molti titoli da citarmi per dimostrare che questa panoramica non è completa, ma ricordo che è appunto una panoramica, un rapido sguardo su un genere sterminato, non uno studio né un elenco.

Vi presento qui di seguito il mio intervento, che Pizzo mi ha spinto a condividere come “lancio pubblicitario” del saggio Guida al cinema fantasy, di imminente pubblicazione in libreria.

Buona lettura.


Panoramica sul wuxiapian in Italia


Introduzione

La cinematografia fantastica cinese ha conosciuto una ed una sola forma di narrazione, che dura dalla sua nascita agli inizi del Novecento e probabilmente durerà per sempre: un genere chiamato wuxiapian, che si può tradurre con “film di cavalieri erranti”. Il genere racconta le eroiche gesta di nobili cavalieri, principesse intraprendenti, criminali spietati, maghi, streghe e personaggi similari, tutti capaci di volare.

Molti hanno paragonato questo genere al western americano, e con criterio visto che corrisponde alla perfezione dal punto di vista tecnico: esiste sin dalla nascita dell’arte cinematografica cinese, è un genere che affonda le radici nella narrativa popolare ed è perfettamente comprensibile da qualsiasi spettatore senza bisogno di spiegazioni. Inoltre, esattamente come il western, il genere wuxia è un grande contenitore dove con lo stesso stile si possono affrontare anche storie horror, fantascientifiche o comiche. Ciò che rimane invariato è comunque l’alta dose di fantastico in esso presente. In realtà ci sono vari sottogeneri, ma i pochissimi titoli distribuiti in lingua italiana rendono inutile una eccessiva divisione.

Temple of the Red Lotus (1965), un classicone

Al contrario del fantasy occidentale, che tende ad inventare mondi nuovi o un passato alternativo, il wuxiapian è sempre in qualche modo legato a ciò che i cinesi considerano “realtà storica”: visto che le stesse cronache ufficiali sono spesso intrise di leggenda, per lo spettatore non c’è alcun problema se vere figure storiche volano su schermo o hanno “poteri” scaturiti dall’uso di magia. Visto che anche la medicina cinese tradizionale è ammantata di leggenda, la differenza tra magia, alchimia e medicina è praticamente inesistente.

Questo ha comportato che anche la più fedele ricostruzione di veri eventi storici è sempre narrata con uno stile da leggenda, pieno di elementi fantastici e di personaggi dai grandi poteri.

Un grande classico del wuxiapian: la foresta di bambù


Panoramica sul wuxiapian in Italia

L’Italia è sempre stata del tutto indifferente al wuxiapian, così in pratica nessuno si accorge quando nel 1969 giunge nei nostri cinema uno dei più grandi successi dell’epoca, un film che ha sbancato i botteghini di Hong Kong e che da noi è stato ribattezzato Mantieni l’odio per la tua vendetta (1967). Malgrado la regia del maestro Chang Cheh, tra i mostri sacri dell’epoca, al pubblico italiano non sembra interessare minimamente la tragica vicenda di Fang, l’eroe battuto ed umiliato da una punizione terribile: il nemico lo costringe a tagliarsi il braccio destro. Ridotto ad un invalido, l’epica comincia a cuocere a fuoco lento così che Fang avochi a sé tutti i poteri fantastici propri del genere: contro il nemico invasore saprà sfoggiare non solo la capacità del volo, ma anche una imbattibile maestria nell’usare la spada con la mano sinistra. Non a caso uno dei vari remake della pellicola avrà come ispirato titolo italiano La mano sinistra della violenza (1971 diretto sempre da Chang Cheh).

Wang Yu nell’immortale ruolo di One-Armed Swordsman

Il genere sembra aver fallito il suo esordio in Occidente, ma dopo alcuni anni lo invaderà in maniera massiccia. L’anno 1973 infatti si apre con l’arrivo in Europa di uno strano “esperimento” del cinema di Hong Kong, che d’un tratto usa la struttura del cinema wuxia per mostrare quello che mai prima era stato mostrato: dei personaggi che si picchiano a mani nude. I nobili cavalieri, decaduti o meno, e le principesse del wuxiapian combattono sempre e solo con armi nobili, mantenendo stile e dignità in ogni frangente: d’un tratto il pubblico impazzisce per rozzi personaggi, spesso poveri e spiantati, che usano le mani come gli ultimi dei lestofanti, che eseguono tecniche volgari che nessuno con anche solo una goccia di sangue blu in corpo prenderebbe in considerazione. È nato il gongfupian, il “cinema del kung fu”, e proprio grazie alla negazione più totale dei valori del wuxia, quest’ultimo genere arriva in Europa.

Lo Lieh e le sue cinque… cioè, dieci dita di violenza

Dopo che Lo Lieh ha incantato il mondo con il rozzissimo Cinque dita di violenza (1972 di Chang Ho Cheng) – pellicola in tutto e per tutto wuxia, con gente che vola e grandi poteri magici racchiusi nelle mani del protagonista, ma con l’aggiunta di personaggi che si affrontano a mani nude – tutti i distributori cominciano a pressare Hong Kong: vogliono altri titoli similari, ma il problema è che… non ne esistono! Così insieme a qualche titolo prettamente marziale appena girato – come quelli con protagonisti i divi del momento, Wang Yu e Bruce Lee – un fiume inarrestabile di film wuxia invade il mondo, venendo usati come vera e propria truffa ai danni degli spettatori. E l’Italia è al primo posto in questo campo.

Ogni wuxiapian è stato spacciato in Italia come film marziale, promettendo botte di ogni sorta quando non ne esistevano assolutamente. Con questa truffa a cielo aperto i nostri cinema si sono riempiti dell’epica cinese, quasi sempre rifiutata con sdegno dagli spettatori, che giustamente si sentivano presi in giro.

Il filone più immediatamente riconoscibile è ovviamente quello di Fang, lo spadaccino monco le cui gesta continuano ne La sfida degli invincibili campioni (1969): dopo le sanguinose imprese di cui è stato protagonista, l’eroe cerca di isolarsi per vivere tranquillo ma continua ad essere chiamato da poveri innocenti che hanno bisogno del suo aiuto contro i cattivi, spesso dei nobili dagli insani propositi di conquista mediante poteri oscuri. Il personaggio è molto caro al pubblico di Hong Kong, tanto che nel 1995 il maestro Tsui Hark reinterpreta a suo modo il mito di Fang e gira un rutilante film da mal di testa, un turbinio di cineprese ruotanti che creano un prodotto ipnotico che fa letteralmente perdere l’equilibrio, giunto in home video italiano con il lapidario titolo The Blade.

Porta la firma sempre di Chang Cheh il ciclo Brave Archer, serie di film che raccontano le fantasiose gesta di un leggendario arciere – interpretato dall’astro nascente Fu Sheng – che volta per volta affronta personaggi altrettanto leggendari, alternando scontri marziali a sfide “magiche”. Purtroppo è impossibile stabilire se l’unico titolo del filone giunto in Italia (La mano violenta del karatè) sia una “fusione” dei primi due titoli o semplicemente il secondo episodio, con tanto di riassunto iniziale.

Ci sono poi avventure più fortemente calate nella “storia” cinese, per quanto sempre ammantata di leggenda. Per esempio I 13 figli del Drago Verde (1970) è ambientato prima dell’anno Mille e racconta la missione dei generali di un gran kan mongolo alla riconquista della capitale occupata: lunghi combattimenti all’arma bianca e sequenze aeree a profusione rendono il racconto storico una pura leggenda fantastica. Ci spostiamo invece nella più recente Dinastia Qing con La ghigliottina volante (1975) per incontrare un crudele imperatore che per eliminare i propri avversari politici istituisce un corpo scelto assolutamente segreto: un gruppo di fenomenali guerrieri – in grado ovviamente di volare – esperti nell’utilizzo della temibile ghigliottina volante. Purtroppo in Italia è quasi inedito il sotto-filone delle weird weapons, curiose e fantasiose armi con cui wuxiapian e gongfupian condivano i propri combattimenti, ma è stato distribuito un remake moderno del primo film, con il vago titolo I soldati dell’Imperatore (2012) di Andrew Lau. La voglia di immagini patinate dal gusto moderno va a detrimento della storia, che risulta oltremodo fumosa e confusionaria, dimenticando la semplice efficacia dell’epica originaria in favore di immagini incomprensibili ma di sicuro effetto.

Le nuove ghigliottine volanti, non proprio da ricordare…

Con gli anni Ottanta il wuxiapian conosce una battuta d’arresto nella distribuzione internazionale, e più in particolare in Italia viene in pratica bandito. Se il nostro Paese non sembra interessato al nuovo genere gongfu comedy con la sua star Jackie Chan, invece riscuote più interesse il genere police story, nato ad Hong Kong su imitazione dei polizieschi americani e grazie proprio allo stesso Jackie Chan, che alterna commedie gigionesche a drammaticissime storie criminali.

Bisogna attendere la fine degli anni Novanta perché il wuxiapian torni in Italia, grazie di nuovo ad una truffa. Nel 1996 esplode il fenomeno Jackie Chan – in pratica sconosciuto fino ad allora – e nel 1998 il quarto capitolo di Arma letale fa conoscere agli spettatori italiani Jet Li, la più grande star marziale cinese dal 1980, del tutto ignota fuori dall’Asia. La sua forza? Non essere nato nella occidentale e corrotta Hong Kong bensì nella patriottica Pechino: Jet Li è sin da subito paladino dei valori e della propaganda cinese continentale più smaccata. Inoltre con l’avvento del Duemila cresce l’interesse per l’omaggio al genere wuxiapian da premio Oscar che è La Tigre e il Dragone.


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La tigre e il dragone

Il XXI secolo si apre con qualcosa di incredibile: il 25 marzo 2001 viene assegnato un Premio Oscar come miglior film straniero ad una pellicola in cui i protagonisti combattono fra di loro. Per tutto il secolo precedente Hong Kong e cinematografie limitrofe hanno sfornato eserciti di wuxiapian che raramente sono stati apprezzati al di fuori della propria patria, e sempre da un pubblico di nicchia. Quel 2001 qualcosa cambia per sempre e il genere esce dal ghetto per rivendicare a testa alta la propria importanza nel vasto panorama cinematografico. O quasi…

In realtà la differenza sostanziale de La tigre e il dragone rispetto alle molte centinaia di film che l’hanno preceduto è ben altra: è prodotto e distribuito da grandi case. La continentale China Film e la Edko di Hong Kong si uniscono alle giapponesi Columbia Asia e Sony, oltre che alla taiwanese Zoom Hunt, e a distribuire il film ci pensano Columbia TriStar, Sony e Warner Bros. L’unico altro film asiatico che ha avuto uno “schieramento di forze” vagamente paragonabile è I 3 dell’Operazione Drago (1973), anche se in forma nettamente minore.

Spinto come nessun altro wuxiapian è stato spinto in precedenza, La tigre e il dragone è un omaggio al genere che indiscutibilmente cambia per sempre la percezione del genere stesso agli occhi dello storicamente disinteressato pubblico occidentale. Ispirata al romanzo omonimo del prolifico scrittore novecentesco Wang Du Lu, la storia mette in campo tutti gli stereotipi fissi del genere: la principessa guerriera, l’eroico spadaccino, la traditrice nell’ombra, la guardia del corpo disposta a sacrificare la vita e via dicendo. E ovviamente tutti volano.

Il taiwanese Ang Lee è totalmente estraneo al genere ma si impegna al massimo per creare un prodotto che possa essere accettato dagli occidentali, in cui cioè il gusto, l’estetica e il manierismo cinese vengano ridotti all’osso, se non cancellati del tutto: avere a disposizione ottimi attori del tutto estranei al genere l’ha aiutato, al contrario del regista medio di wuxiapian, che ha a disposizione di solito degli onesti mestieranti. (Fra i protagonisti del film, solamente Michelle Yeoh ha interpretato wuxiapian in precedenza, mentre fra i comprimari va segnalata la storica Cheng Pei-pei, probabilmente la prima donna ad essere protagonista di un wuxiapian.)

La tigre e il dragone non può essere usato come descrizione di un genere, visto che è un outsider creato da chi è estraneo al genere, però è stato un successo internazionale che ha spinto altre case a sovvenzionare wuxiapian altrettanto ambiziosi, dando vita ad altri grandi successi di eco mondiale.

La sempre mitica Michelle Yeoh


Grazie al rinnovato interesse marziale arrivano in home video film che marziali non sono, se non in parte minore. Per esempio iniziano ad affluire episodi sparsi della serie Once Upon a Time in China, moderna esalogia dedicata al leggendario maestro Wong Fei-hung che per completare in lingua italiana servirà almeno un decennio. Uno dei primi titoli ad arrivare è proprio l’ultimo, C’era una volta in Cina e in America (1997) di Sammo Hung, la cui particolarità è che il maestro lascia Hong Kong alla volta dell’America, così da fondere marzialità svolazzante cinese con tutti gli stereotipi tipici del genere western. Nei vari episodi della saga – alcuni con titoli fuorvianti tipo L’ultimo combattimento di Wong, quinto episodio – Wong Fei-hung affronterà di volta in volta nemici di ogni sorta, da fantomatici iniziati con poteri più o meno veritieri a quei nemici contro cui i wuxiapian classici non hanno mai avuto il coraggio di scontrarsi: gli invasori occidentali.

Della ricca produzione wuxia di Jet Li in questo periodo arriva Le sette spade della vendetta (1993) di Jing Wong, dove il protagonista e una frizzante compagna d’avventure dovranno affrontare tutto il pantheon di divinità, buone e malvagie, della tradizione cinese. Mentre ne La leggenda del Drago Rosso (1994) dello stesso regista si torna ad ambientazioni storiche da leggenda, con protagonista la più volte trattata storia del Tempio di Shaolin. Le atmosfere da wuxiapian classico vengono spesso stemperate dalla marzialità più moderna di Jet Li, e la particolarità di questi film è che al contrario dei decenni precedenti sono interpretati da veri atleti, magari carenti dal punto di vista recitativo ma dall’indiscutibile talento marziale: a parte Bruce Lee, tutti i divi marziali erano semplici attori che imparavano a muoversi sul set. Nel migliore dei casi erano atleti in altre discipline, non certo marziali.

Assolutamente da citare in questo periodo Duello al Tempio Maledetto (1994) di Ringo Lam, reinterpretazione moderna di uno dei più classici temi della cinematografia di Hong Kong, che affonda le radici in una delle leggende cinesi più amate. Il signore che diventa schiavo del proprio impero e che deve rischiare continuamente la vita per difenderlo dai ribelli di ogni sorta è una storia raccontata in decine e decine di pellicole: questa è l’unica ad essere arrivata in Italia.


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Duello al tempio maledetto

Nel Seicento in Cina si instaura la Dinastia Qing, composta da Manciù, e i suoi potenti generali sono invisi ai monaci dei Templi di Shaolin, che fra le loro mura accolgono non solo maestri marziali ma anche perseguitati politici e cospiratori. Il potere e l’autorevolezza di Shaolin ne fanno un nemico potente e i Manciù decidono di spazzarlo via: le crudeli persecuzioni di questa dinastia – caduta solamente nel 1912 – sono lo sfondo principale per i grandi drammi storici cinesi.

Sin dalla nascita del cinema di Hong Kong uno dei temi più amati dal pubblico, soggetto di un numero imponente e imprecisato di pellicole – molte delle più antiche andate perdute – è quello del Tempio del Loto Rosso: un’unica variante di questo tema è giunta in Italia, cioè la reinterpretazione del 1994 dell’ottimo regista Ringo Lam.

Dopo una lotta furibonda, i soldati Manciù riescono ad acciuffare un guerriero che, fuggendo dal Tempio di Shaolin in fiamme, ha provato a salvare un monaco: un guerriero di nome Fong Sai-yuk (Willie Chi), eroe cinese che – come molti suoi “colleghi” – si dice sia esistito veramente ma è più facile che affondi le radici nella leggenda popolare. Il suo nome è legato a filo doppio con le trame che trattano della caduta di Shaolin e il suo personaggio è protagonista di molti film.

Trascinato nel Tempio del Loto Rosso, deve vedersela con il signore del posto: il vecchio Kung (Wong Kam-kong), generale Manciù che si è cucito addosso un regno di cui è signore assoluto, ma che allo stesso tempo è anche una prigione opprimente. Uscirne significa perdere ogni potere e sottostare agli ordini della Dinastia Qing, così preferisce il ruolo di signore supremo di un regno sotterraneo che lo opprime. Fra combattimenti volanti, trucchi sleali, pit fight e poteri favolosi, Fong dimostrerà che il valore di Shaolin non è solamente una bravura marziale ma una qualità morale.

Con uno stile classico della Hong Kong anni Novanta, dove la “modernità” imponeva virtuosismi di cinepresa impensabili nel wuxiapian storico, Ringo Lam moltiplica la spettacolarità dei combattimenti, dove ogni regola della gravità è violata, dove ogni pugno è in grado di spezzare la pietra e dove ogni calcio può atterrare dieci nemici. Ogni regola “fisica” viene annullata per uno spettacolo di puro gusto wuxia.


Grazie ad una corposa opera di fine rimasterizzazione la casa Celestial Pictures negli anni Duemila ha riportato all’originale splendore grandi classici degli anni d’oro di Hong Kong, distribuiti in alcuni casi in Italia dalla nostrana AVO Film. Così con quarant’anni di ritardo si sono potuti gustare vere colonne portanti del wuxia come Le implacabili lame di Rondine d’Oro (1966) del maestro King Hu, dove la grintosa Rondine d’Oro e il “maestro ubriaco” Gatto Brillo uniscono le forze contro il perfido Tigre Faccia di Giada, che ha rapito il fratello della donna. Quest’ultima è interpretata dalla ballerina Cheng Pei-Pei che conosce subito un successo travolgente, tanto da diventare fra le prime dive marziali di Hong Kong: La Tigre e il Dragone la omaggia affidandole il ruolo di Volpe di Giada, l’infida donna di compagnia della principessa protagonista.

Stesso discorso per Le sette anime del drago (1972) di Chang Cheh, con un nutrito numero di protagonisti a dividersi i ruoli di guerrieri al soldo della Dinastia Sung e di ribelli disposti a tutto pur di destituirla. Rimaniamo sempre all’epoca della Dinastia Sung con un altro titolo giunto in tempi recenti in Italia, I dodici medaglioni (1970) di Cheng Kang, ma stavolta contro gli invasori tartari i guerrieri messi in campo sono centomila!

Il successo che ha coronato l’esperimento de La Tigre e il Dragone, cioè la creazione di un omaggio moderno al wuxiapian classico che risulti fruibile anche per un pubblico occidentale, ha spinto autori autoctoni a rielaborare l’intero genere e a creare prodotti non più pensati solamente per il pubblico cinese ma che risultassero comprensibili anche ai gweilo: i “diavoli stranieri” (come i cinesi chiamano gli occidentali) che sono sempre cattivi nei film locali ma che si dimostrano disposti a comprare gli stessi film in cui appaiono spietati e volgari.

Stavolta ad invadere il mondo non è una truffa, non sono piccoli film asiatici spacciati per grandi prodotti marziali, stavolta sono i registi stessi a creare i prodotti per come verranno visti dagli occidentali: un’occasione perfetta per veicolare messaggi di propaganda mascherati da narrazione storica. Ecco per esempio Hero (2002), kolossal del regista cinese Zhang Yimou che racchiude i più grandi attori della storia del cinema di Hong Kong – quasi del tutto ignoti in Occidente – per raccontare l’epica e leggendaria (e revisionistica) storia dell’unificazione della Cina «sotto lo stesso cielo». Il periodo è lo stesso di altri wuxiapian classici, ma stavolta non si parla di ribelli che cercano di arginare un imperatore che, con la violenza e il sopruso, vuole unire un Paese sotto il proprio giogo, spazzando via chiunque osi opporsi: stavolta si parla di un buon padre che vuole annullare le differenze perché uniti si è più forti. La leggenda dei sette stati in guerra diventa l’occasione per ricordare ai cinesi che contro i “diavoli stranieri” bisogna dimenticare le lotte intestine e affidarsi ad un unico condottiero: ogni suo crimine in fondo è stato compiuto per il bene della Cina.

Paradossalmente questo sottotesto biasimevole dà forza ad un film dall’epica potente che conquista il mondo – anche se il successo nei Paesi anglofoni (e quindi anche in Italia) è dovuto in gran parte al lancio che ne ha fatto Quentin Tarantino – e lo dimostra il fatto che lo stesso Zhang Yimou fallisce nel replicare il successo con La foresta dei pugnali volanti (2004), semplicemente perché abbandona l’epica e si dedica unicamente all’estetica. La storia della giovane ribelle cieca, fenomenale combattente appartenente ad un gruppo armato che si ribella al potere centrale, e delle due guardie imperiali che si innamorano di lei, fino ad affrontarsi l’un l’altro, se da una parte affonda le radici nel cuore palpitante del wuxia di Hong Kong, girato aggiungendovi una sublime estetica cinese, dall’altra si presenta come indigesto per il pubblico occidentale, che non riesce a notare le differenze con uno qualsiasi dei wuxiapian che riempivano le sale negli anni Settanta. (E, a parte una sapiente regia, in effetti differenze non ce ne sono.)

Zhang Ziyi più leggiadra che mai

Yimou prosegue con il classicismo presentando La città proibita (2006), sontuosa e ricca messa in scena in chiave wuxia di un testo di Cáo Yu, fra i padri del teatro moderno cinese: Temporale (雷雨 Léiyǔ). La storia tragica di una famiglia sgretolata da un patriarca amorale, in cui non manca l’incesto, è stata portata più volte al cinema, e nella sua prima versione di Hong Kong tra i giovani attori c’era anche Bruce Lee (quando si chiamava solo Lee Siu-lung). Yimou trasporta la vicenda nel Nono secolo cinese ma il suo prodotto esteticamente ineccepibile è di nuovo molto lontano dai gusti occidentali, nel frattempo “rovinati” dall’arrivo di prodotti minori.

The White Dragon

In home video italiano arrivano in questo periodo alcuni wuxiapian classici che, sebbene prodotti moderni e di altissima qualità tecnica, ricordano al pubblico quanto il genere sia indigesto in Occidente. I guerrieri del cielo e della terra (2003) di He Ping ci porta nel deserto del Gobi dove un generale dell’imperatore deve giustiziare un soldato rinnegato, ma un pericolo maggiore spinge i due uomini ad unire le forze per combattimenti sotto il sole cocente. White Dragon (2004) è un frizzante prodotto dell’ottimo Wilson Yip che racconta di una giovane combattente talentuosa che scopre il piano di un criminale per uccidere il principe: sarà lei, con i suoi infiniti svolazzi e la sua spada guizzante, a salvare il regnante e ad acciuffare il malvivente.

Arriva addirittura nelle sale cinematografiche un film destinato all’indifferenza più totale, data l’altissima incompatibilità con i gusti italiani: Seven Swords (2005) del maestro “da mal di testa” Tsui Hark. Un perfido generale minaccia un paese e sette fenomenale guerrieri, provenienti da luoghi diversi della Cina ed abili in poteri differenti, uniscono le proprie forze per combattimenti che fanno perdere l’equilibrio allo spettatore. Malgrado il grande cast, lo stile di Hark continua ad essere troppo indigesto per le sale italiane.

Una delle “sette spade” per una missione suicida

Il film è una delle rarissime apparizioni italiane di Donnie Yen, titano del cinema marziale venerato in tutta l’Asia ma ignoto nel nostro Paese prima del successo del suo ciclo di film sulla vita del maestro marziale Ip Man. Dalla sua sterminata produzione wuxia giunge in home video italiano La spada e la rosa (2004) di Patrick Leung, una delle infinite saghe fantasiose piene di eroi leggendari incomprensibili ad un pubblico occidentale, soprattutto se i film vengono estrapolati da cicli di più episodi. L’amore e gli intrighi nella leggendaria terra di Huadu fanno riferimenti culturali incomprensibili a chi non sia cinese, e proprio come Chinese Odissey (2002) di Jeffrey Lau la loro distribuzione internazionale viene apprezzata solo da pochi fan coriacei.

Sempre di amore si parla ne L’imperatrice e i guerrieri (2008) di Tony Ching, classico affresco storico leggendario con in più una massiccia propensione per il romance: la principessa protagonista infatti non si limita ad essere un’abile combattente svolazzante, ma dà vita ad una love story che lo stesso non aiuta il film a convincere il pubblico nostrano.

Donny Yen ne L’imperatrice e i guerrieri (Jiang shan mei ren, 2008)

Malgrado qualche titolo sparso, giunto quasi di nascosto in home video, la grande stagione del wuxipian internazionale si chiude con il kolossal La battaglia dei tre regni, sontuoso e titanico affresco storico presentato in due parti, nel 2008 e 2009, da un John Woo tornato a lavorare ad Hong Kong. Ispirato al classico Il romanzo dei Tre Regni, scritto da Luo Guanzhong nel XIV secolo, è una sorta di Iliade cinese dove intorno alla storia di una battaglia decisiva ruotano le vicende umane e le imprese eroiche, e dove il largo uso di grandiosi effetti speciali non dimentica ciò che costituisce la spina dorsale del wuxiapian: l’epica che pervade ogni decisione dei personaggi, quasi sempre tragica.

Tra i prodotti più recenti vanno segnalati quelli interpretati da Michelle Yeoh, splendida interprete marziale sin dagli anni Ottanta che, tra una film americano e l’altro, ama tornare in patria ad impugnare la spada in diversi wuxiapian, lei che ha conquistato l’Asia come star del gongfupian. Giunge anche in Italia La congiura della pietra nera (2010) di Su Chao-bin, storia di una abile assassina della Cina medievale che decide di cambiare vita, riportando una preziosa e prodigiosa reliquia del Buddha ai suoi legittimi proprietari, sfidando i vari pericoli che incontra durante il viaggio. Il celebre canale Netflix chiama Michelle per tornare ad interpretare il suo ruolo ne La Tigre e il Dragone e tornare ad occuparsi della spada Destino Verde nel film Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny (2016) di Yuen Woo-ping, co-produzione cino-statunitense che ammicca al wuxia classico senza troppa convinzione.


Il wuxiapian coreano

L’industria cinematografica di Hong Kong è tra le prime al mondo per qualità e produzione, e lo stesso ha incontrato enormi problemi nella distribuzione occidentale: non stupisce che il cinema della Corea del Sud sia uscito con il contagocce dall’Asia, molto spesso “di nascosto”, mascherando cioè i suoi prodotti da cinesi.

L’Italia conosce il wuxiapian coreano grazie al clamore de La Tigre e il Dragone, che permette ai distributori nostrani di acquistare qualsiasi prodotto abbia gente che vola vestita in modo simile al film di Ang Lee. Un piccolo canale porta in TV Bichunmoo – L’arte del segreto celeste (2000) di Kim Young-jun, così che il pubblico nostrano conosca subito gli elementi cardini di questo genere in salsa coreana: storie d’amore destinate a tragiche conclusioni, tempi dilatati fino all’esasperazione, un clima di pesante drammaticità a tratti insopportabile e una trama talmente eterea da risultare spesso incomprensibile. La spumeggiante frizzantezza dei wuxia di Hong Kong, dove trame semplici ed intuitive lasciano spazio anche a momenti divertenti se non proprio comici, non trova spazio nel corrispettivo coreano di questo genere.

Bichumnoo: paesaggi splendidi, tristezza sovrana

La trama è sempre ambientata in un passato storico ammantato di leggenda, dove si consuma un amore tragico fra guerrieri che svolazzano, il tutto condito da un clima di pesantezza spesso talmente esasperato da risultare forzato: è probabile che non esista una sola scena di un wuxia coreano in cui un attore sorrida…

Con La leggenda del lago maledetto (2003) di Lee Kwang-hoon abbiamo un antico passato in cui il demone di un imperatore si è impossessato di un lago, per poi passare nel corpo della moglie di un generale, scatenando in quest’ultimo un terribile dilemma: per salvare il regno dovrà uccidere sua moglie e con essa il demone, ma ne sarà capace? Non si discosta molto Sword in the Moon (2005) di Kim Ui-seok, drammaticissimo affresco storico della Corea del XVII secolo con due grandi combattenti divisi dall’amore di una donna che mettono in scena una lunga sequenza di scene lente e pesantissime.

Decisamente un prodotto migliore è Il potere della spada (2005), di nuovo di Kim Young-jun, dove una trama classica – una fenomenale guerriera deve proteggere un giovane principe da una banda di spietati assassini: tutti volano ma nessuno sorride – si sposa con una regia illuminata che dà vita a scene memorabili e magiche.

Appena ci si discosta dal classicismo, l’altissima qualità della cinematografia coreana ha modo di risplendere. Non si può infatti considerare un wuxia classico il film Arahan – Potere assoluto (2004), ambientato ai giorni nostri e in una metropoli cittadina, semmai quello che in Occidente è chiamato urban fantasy, eppure è uno splendido prodotto che riesce a cogliere esattamente lo spirito del wuxiapian di Hong Kong: storie di cavalieri erranti, sì, ma anche tanta voglia di divertire ed intrattenere lo spettatore. In una metropoli fin troppo moderna, cinque maestri svelano ad un ladruncolo il suo grande chi interiore, ed una fenomenale combattente dovrà insegnargli a mettere a frutto l’energia positiva che non sapeva di avere dentro di sé. Situazioni paradossali e siparietti comici condiscono un prodotto eccellente, molto più vicino al gusto occidentale rispetto ai lenti e pensati wuxia di stampo classico.


Il wuxiapian giapponese

Il cinema giapponese non è mai stato particolarmente legato a tematiche “fantastiche”, o almeno quel cinema che ha avuto una distribuzione internazionale. Ad esclusione dei suoi prodotti per ragazzi – pieni di mostri gommosi ed eroi gesticolanti – il suo cinema di genere fantastico è sempre stato interessato più a tematiche fantascientifiche che fantasy. Negli stessi anni in cui nascevano i grandi wuxia di Hong Kong in Giappone spopolava un altro genere paragonabile anch’esso al western americano: il chanbara, termine onomatopeico che simboleggia il rumore di due spade che si scontrano. I “film di samurai” erano largamente apprezzati dal pubblico locale e quelli con Toshirō Mifune avevano eco internazionale: malgrado gli eroi di queste storie abitassero un’epoca storica spesso ammantata di leggenda, raramente le trame presentavano elementi magici o anche solo misteriosi. O comunque non in forma così marcata da lasciare il segno.

Addirittura il fenomeno del cinema ninja – un falso storico nato proprio negli anni Sessanta – in Giappone ha da sempre mantenuto aspetti saldamente concreti e mai magici, esattamente al contrario di ogni altra cinematografia che abbia affrontato il tema dei “guerrieri delle ombre”.

I primi ninja, guerrieri razionali e totalmente privi di magia

Negli anni Settanta in cui arrivavano nelle sale italiane spadaccini monchi e principesse guerriere, in Giappone si parla della criminalità cittadina e del fenomeno delle bande, anche al femminile: nasce il fenomeno pinky violence che contagia anche Hong Kong. (Se già il cinema cinese trovava disdicevole che degli uomini si picchiassero a mani nude… figuriamoci quando Sonny Chiba riempì gli schermi giapponesi con una donna minuta che prendeva a calci gli uomini!)

Tra le prime vere grandi martial girls a mani nude…

Nell’epoca d’oro del wuxiapian in Giappone non c’è spazio per eroi svolazzanti e donne spadaccine, anche perché non va dimenticato l’antico, profondo e violento odio fra i due popoli: nei film cinesi i giapponesi sono sempre infidi e crudeli, nei film giapponesi… i cinesi non esistono! Figurarsi se un genere tipicamente cinese possa contagiare il cinema giapponese.

Però l’eco internazionale de La Tigre e il Dragone qualcosa deve aver cambiato, perché viene distribuito a livello internazionale quello che a tutti gli effetti può essere definito un wuxiapian giapponese: Gojoe (2000) di Sogo Ishii. Nel Giappone del XII secolo il clan Heiki ha vinto e spazzato via il clan Genji, ma uno dei suoi ultimi appartenenti si è trasformato in demone ed infesta il ponte di Gojoe, alle porte di Kyoto: chiunque tenti di attraversarlo finisce decapitato. Nuove profezie demoniache annunciano che il male sta crescendo di intensità, e l’unica speranza sembra riposta nel monaco Benkei, un tempo valente e feroce guerriero ma ora in cerca di redenzione: solo lui saprà arginare gli spiriti delle tenebre che stanno per attaccare Kyoto.

La passione internazionale per il passato fantasioso e per i guerrieri leggendari deve aver convinto i giapponesi a prendere un genere cardine della loro cinematografia – il jidaigeki, “dramma storico” – e ad allentare le maglie della narrazione rigorosamente non fantastica. Così si hanno film come Shinobi – La spada contro il cuore (2005) di Ten Shimoyama, tratto dal romanzo del 1958 di Yamada Fūtarō: uno dei padri di quel falso storico che ancora oggi chiamiamo ninja.

Quando Fūtarō modificò il Giappone medievale a fini romanzeschi si era in un periodo di fortissima crisi sociale e il ninja d’un tratto perse la realtà storica di spia ed assassino per diventare giustiziere: contro le multinazionali che avevano distrutto il paese e ora stringevano le mani al nemico americano solamente la figura di un outsider come il ninja poteva incanalare lo sdegno del popolo contro i potenti: nei film ninja degli anni Sessanta i cattivi sono i ricchi grassoni, conniventi con il potere, che prosperano sulla pelle dei poveri affamati, mentre solo dai ninja arriva la vera giustizia. Tutto questo superato il Duemila non ha più senso, ora c’è bisogno di magia. Così Shinobi racconta la stessa storia, cinquant’anni dopo, ma la trasforma in una versione di Romeo e Giulietta piena di magia ninja.

Anno 1614, il massacro dei ninja è finito ma la rivalità fra il clan Iga e quello Kōga è ancora violenta. Lo shōgun Tokugawa Ieyasu giunge alla dolorosa conclusione che dai ninja potrebbe nascere la miccia per nuove future battaglie, e che quindi vanno fermati. Un modo per farlo è organizzare uno scontro all’ultimo sangue fra cinque guerrieri di entrambi i clan: il guerriero che sopravviverà avrà i favori dello shogunato. Il problema è che fra le fila dei due schieramenti ci sono due giovani che si amano sebbene appartengano a clan diversi. Invece che Montecchi e Capuleti abbiamo gli storici clan ninja, ma il discorso non cambia molto. Contravvenendo al rigore storico del cinema ninja classico, la storia si dipana fra eroi svolazzanti e misteriosi poteri magici, fino allo scontro tragico fra due amanti destinati alla tragedia.

I famosi ninja capelloni…

L’esecuzione non è di quelle sontuose, ed anzi i colori lividi del film ricordano Azumi (2003) di Ryūhei Kitamura, film di spadaccini volanti e dai grandi poteri che ricorda più un wuxia cinese che un chanbara giapponese, con tanto di donna fenomenale combattente come protagonista. Ormai il mondo dei manga (i fumetti giapponesi) ha cambiato fortemente gli equilibri cinematografici, tanto da aver fatto quasi da ponte fra culture che sembrano incompatibili. L’eterea frizzantezza del cinema cinese aveva sempre cozzato con la rigida serietà giapponese, dove l’eroe è sempre corrucciato anche se mai serioso come quelli coreani. Lo stile manga ha smussato gli angoli ed ora gli eroi del cinema giapponese da esportazione sono molto più simili ad un “fumettone” che ad un serissimo chanbara. Il simbolo di questo cambiamento è lo scintillante Goemon (2009), che sebbene inedito in Italia ha avuto una vasta distribuzione internazionale: il tragico ninja che negli anni Sessanta era ritratto come una spia al servizio di un bene superiore ora diventa un eroe belloccio da videoclip, dall’acconciatura sempre perfetta e dai combattimenti pieni di effetti speciali.

Goemon: un ninja da videoclip

Il wuxiapian statunitense

Era inevitabile che assegnare un Premio Oscar a La Tigre e il Dragone scatenasse nella cinematografia statunitense la voglia di remake. Non normali reinterpretazioni come erano sempre esistite – per esempio lo spadaccino cieco Zatōichi che nel 1989 diventava la “furia cieca” Rutger Hauer nel film omonimo di Phillip Noyce – ma veri wuxiapian girati con il gusto statunitense: il risultato non si può definire eccellente.

Il simbolo di questa operazione di dubbio gusto è Il regno proibito (2008) di Rob Minkoff, dove per la prima volta in trent’anni di carriera le star Jackie Chan e Jet Li lavorano insieme, dimostrando alla perfezione come sia stata saggia la decisione di non farlo prima: lo stile dei due attori è troppo abissalmente diverso per dividere con profitto lo stesso set. Un giovane americano tramite il solito vecchio cinese scopre un segreto che lo catapulta in quell’indigesto amalgama che rappresenta ciò che gli americani credono siano le leggende cinesi. Non stupisce che, in un’intervista, Jet Li si sia mostrato allibito davanti al guazzabuglio di cultura pseudo-cinese che fuoriesce dalla trama.

È indiscutibile la cocente passione per il cinema asiatico del rapper noto come RZA, e grazie a lui moltissimi prodotti hanno conosciuto una distribuzione internazionale, ma questo non lo rende la persona migliore a scrivere, dirigere ed interpretare L’uomo con i pugni di ferro (2012), kolossal di grandi nomi che nel tentativo di ricreare un wuxiapian classico non fa che ricrearne gli aspetti peggiori – confusione dei personaggi e noia – condendo il tutto con uno stile misto di difficile identificazione. Esiste anche un seguito, L’uomo con i pugni di ferro 2 (2015), girato unicamente per l’home video, che continua a raccontare le avventure del nero Thaddeus nella Cina medievale contro nemici fantasiosi e balzani.

Un altro grande fan del cinema asiatico è Keanu Reeves, che però ama anche contaminare i generi. Dopo un omaggio al gongfupian (Man of Tai Chi, 2013, diretto e interpretato da Reeves stesso) d’un tratto si ritrova protagonista di una storia che affonda le radici nella leggenda popolare giapponese, che è stata un grande chanbara di successo negli anni Sessanta ma che viene reinterpretata in America come fosse un wuxiapian cinese. 47 Ronin (2013) Carl Rinsch è uno strano miscuglio che però rappresenta alla perfezione il disinteresse statunitense per le culture che teoricamente vuole omaggiare. Un gruppo di ronin (samurai senza più padrone) decide di unire le forze contro un signore locale che ha fatto uccidere il loro padrone, così da restituire l’onore alla casata: è l’occasione per mettere in scena combattimenti magici contro nemici portentosi.


BOX:
The Great Wall

Se con Hero aveva trasformato nel mito della “nascita di una nazione” uno dei più sanguinari eventi della storia cinese, al suo ritorno alla grande produzione Zhang Yimou può sbizzarrirsi con un’altra reinterpretazione storica, sempre legata alla storia del proprio Paese: la nascita della grande muraglia cinese. Ci era sempre stato detto che servisse per tenere fuori i barbari invece scopriamo che è stata una propaganda necessaria per nascondere il vero nemico: orde di temibili mostri – i Taotie, una delle quattro creature diaboliche della mitologia cinese che però nella versione anglofona diventa Tao Tei – che regolarmente arrivano dalla Montagna di Giada per nutrirsi di esseri umani, guidati telepaticamente da una regina molto scaltra.

Essendo ormai proprietà cinese, la Legendary – la casa che ha iniziato a presentare i nuovi King Kong e Godzilla per poi farli scontrare fra di loro – mette in campo tutta la propria abilità negli effetti speciali per creare un grande film dal forte impatto, dove Zhang Yimou abbandona la ricerca di un’estetica curata e la poetica di combattimenti leggiadri per avvicinarsi di più ad un prodotto che sembri occidentale anche gli occhi degli occidentali: avere volti noti americani come protagonisti, Matt Damon in primis, aiuta molto.

Preponderante la presenza femminile fra i soldati che oppongono una strenua resistenza agli attacchi dei mostri, con donne guerriere che si lanciano in una specie di bungee jumping dalla muraglia per colpire dall’alto le creature. Il fumetto ufficiale del film ci informa queste donne fanno parte dei Crane Corps, mentre gli Eagle Corps sono i fenomenali arcieri. La “quota rosa” comunque si spinge fino a rendere la co-protagonista Lin (la nuova star cinese Tian Jing) addirittura generale.

In un clima di fantasy misto a revisionismo storico – ma anche a tanta voglia di pubblicizzare la propria cultura – il film scorre fluido e appassiona, con il suo sapiente dosaggio di fantasy all’americana e folklore cinese.


Elenco dei titoli citati

(assente nel volume cartaceo)

  • Arahan – Potere assoluto (Arahan jangpung daejakjeon / Arahan, 2004)
  • La battaglia dei Tre Regni (赤壁 / Chi bi / Red Cliff, 2008-2009)
  • Bichunmoo – L’arte del segreto celeste (Bichunmoo / Out Live, 2000)
  • The Blade (刀 / Dao / The Blade, 1995)
  • C’era una volta in Cina e in America (黃飛鴻之西域雄獅 / Wong fei hung VI: Sai wik hung see / Once Upon a Time in China and America, 1997)
  • Cinque dita di violenza (天下第一拳 / Tian xia di yi quan / King Boxer, 1972)
  • La città proibita (滿城盡帶黃金甲/ Man cheng jin dai huang jin jia / Curse of the Golden Flower, 2006)
  • La congiura della pietra nera (劍雨 / Jian yu , Reign of Assassins, 2010)
  • Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny (臥虎藏龍:青冥寶劍 / Wo hu cang long 2: Qing ming bao jian / Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny, 2016)
  • I dodici medaglioni (十二金牌 / Shi er jin pai / The Twelve Gold Medallions, 1970)
  • Duello al Tempio Maledetto (火燒紅蓮寺 / Huo shao hong lian si / Burning Paradise, 1994)
  • La foresta dei pugnali volanti (十面埋伏 / Shi mian mai fu / House of Flying Daggers, 2004)
  • La ghigliottina volante (血滴子 / Xue di zi / The Flying Guillotine, 1975)
  • Gojoe ((五条霊戦記 GOJOE / Gojō reisenki GOJOE / Gojoe: Spirit War Chronicle, 2000)
  • The Great Wall (長城 / The Great Wall, 2016)
  • I guerrieri del cielo e della terra (天地英雄 / Tian di ying xiong / Warriors of Heaven and Earth, 2003)
  • Hero (英雄 / Ying xiong / Hero, 2002)
  • L’imperatrice e i guerrieri (江山美人 / Jiang shan mei ren / An Empress and the Warriors, 2008)
  • La leggenda del Drago Rosso (洪熙官 / Hung Hei Kwun: Siu Lam ng zou / The New Legend of Shaolin, 1994)
  • La leggenda del lago maledetto (Cheonnyeon ho / The Legend of Evil Lake, 2003)
  • La mano sinistra della violenza (新獨臂刀 / Xin du bi dao / The New One-Armed Swordsman, 1971)
  • La mano violenta del karatè (forse 射鵰英雄傳續集 / The Brave Archer Part II, 1978)
  • Mantieni l’odio per la tua vendetta (斷臂神龍劍 / Du bei dao / The One-Armed Swordsman, 1966)
  • Il potere della spada (Muyeong geom / Shadowless Sword, 2005)
  • Il regno proibito (The Forbidden Kingdom, 2008)
  • Le sette anime del drago (水滸傳 / Shui hu zhuan / The Water Margin, 1972)
  • Le sette spade della vendetta (倚天屠龍記之魔教教主 / Yi tin to lung gei: Moh gaau gaau jue / Kung Fu Cult Master, 1993)
  • Seven Swords (七劍 / Qi jian / Seven Swords, 2005)
  • La sfida degli invincibili campioni (獨臂刀王 / Du bei dao wang / Return of the One-Armed Swordsman, 1969)
  • Shinobi – La spada contro il cuore (Shinobi / Shinobi: Heart Under Blade, 2005)
  • I soldati dell’Imperatore (血滴子 / Xue di zi / The Guillotines, 2012)
  • La spada e la rosa (千機變II花都大戰 / Chin gei bin 2: Fa tou tai kam / The Twins Effect II, 2004)
  • Sword in the Moon (Cheongpung myeongwol / Sword in the Moon, 2005)
  • I 13 figli del Drago Verde (十三太保 / Shi san tai bao / The Heroic Ones, 1970)
  • L’ultimo combattimento di Wong (黃飛鴻之五龍城殲霸 / Wong Fei-Hung zhi wu: Long cheng jian ba / Once Upon a Time in China V, 1994)
  • L’uomo con i pugni di ferro (The Man with the Iron Fists, 2012)
  • L’uomo con i pugni di ferro 2 (The Man with the Iron Fists 2, 2015)
  • White Dragon (小白龍情海翻波 / Fei hap siu baak lung / The White Dragon, 2004)

L.

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29 risposte a Panoramica sul wuxiapian in Italia (2017)

  1. Cassidy ha detto:

    Super! Super super super! Mi sono dovuto fermare perché il bus è arrivato a destinazione, per una volta dico purtroppo perché ho dovuto lasciare il post a metà, lo finirò a breve, intanto ti faccio già i complimenti, quando parti così a spaziare su un tema resto sempre ipnotizzato! 😉 Cheers

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  2. Denis ha detto:

    Mamma mia un post monstre alcuni di questi film li ho registrati ,Blade e un capolavoro e proprio ieri sera mi sono visto Sex and Zen dove c’era un personaggio da wuxia il ladro volante certo che i film cinesi sono pien di seta svolazzante,ho anche un ibrido con vampiri Era of vampires,come videogiochi ti consiglio la serie Onimusha il cui il protagonista ha le fattezze dell’attore Takeshi Kaneshiro e il gdr Jade Empire poi sicuramente altra roba in genere questi film li fanno a notte fonda.

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  3. Vincenzo ha detto:

    cavoli Lucius sei una miniera inesauribile!!!

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Sicuramente sei stato abbastanza competente da poter scrivere il capitolo che ti hanno chiesto 😉
    Complimenti, e grazie per il viaggio!

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  5. Il Moro ha detto:

    Mamma mia che articolo! Sei un’enciclopedia ambulante!

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  6. loscalzo1979 ha detto:

    Nella sintesi, un lavoro ciclopico per introdurre al genere ❤
    Complimenti come sempre Lucius e, mi dicono dalla Regia, si coglie l'occasione per farti gli auguri anche!!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio per entrambi ^_^
      La cosa curiosa del wuxiapian è che dopo la Tigre e il Dragone tutti si dicevano amanti del genere, eppure nessuno si è poi visto i “veri” wuxia, sia quelli d’annata che quelli moderni. E’ un genere oggettivamente troppo distante dal nostro gusto, e infatti la Tigre e il Dragone è un adattamento molto attento al pubblico non asiatico. Chissà se mai un giorno davvero questo genere farà breccia in Italia… Io comunque preferisco i film di menare 😀

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  7. Kukuviza ha detto:

    Lucius, ma quante ne fai?!
    E come fai? Sei un cyborg infaticabile, ammettilo! E di quante ore sono formate le tue giornate??
    Bravo! (Anche perché non dai l’impressione di essere uno che si perde via)

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahah sono un robot etrusco! 😀
      L’essere un asociale dà i suoi vantaggi, così come disinteressarsi completamente a qualsiasi sport/reality in TV: sono fior fiore di ore che ogni giorno si possono dedicare a tante attività 😉
      E quello di cui avete qui notizia è solo una briciola dell’oceano di parole che scrivo tutti i giorni ^_^ Come mi disse Andrea G. Pinketts a voce, la vita non è lunga ma è larga…

      Mi piace

  8. Kukuviza ha detto:

    Sono impressionata! Anche questa capacità di concentrazione per scrivere tutto quello che scrivi è fantastica.

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  9. theobsidianmirror ha detto:

    “…sull’argomento c’è tanta gente molto più preparata di me…” Ok allora facci i nomi, perché faccio davvero fatica a crederci… Mitico etrusco, non essere modesto!

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  10. Fausto Vernazzani ha detto:

    Per scrivere la tesi sul cinema asiatico ho dovuto rifarmi quasi esclusivamente a pubblicazioni straniere, è bello vedere che ogni tanto in Italia se ne torna a parlare, anche se all’interno di una più vasta. Ce ne vogliono di più! 😀 Complimenti!!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e complimenti per il soggetto della tesi: sicuramente ne sai più di me, quindi ti ringrazio di essere stato comprensivo ^_^
      Come vedi ho scelto solo film usciti in Italia, che sono una piccola goccia nel mare del wuxiapian in particolare e del cinema asiatico in generale. Se già il cinema marziale è vietatissimo da noi, quello dove la gente svolazza non viene certo visto di buon occhio.
      Eppure c’è stato un tempo in cui in libreria si trovavano bei libri italiani sull’argomento: a dirlo oggi sembra impossibile!

      Mi piace

      • Fausto Vernazzani ha detto:

        Ah, non credo di saperne di più, l’argomento era molto contemporaneo 😉 È vero comunque, in passato si lasciava più spazio agli studi critici su questo e altro cinema. Adesso, invece, sembra essere un miracolo se a qualcuno è concesso di fare una buona pubblicazione sul cinema. Si vedono rari esempi e, purtroppo, spesso si tratta anche di “collezioni di recensioni” già uscite sul web, di cui non comprendo bene l’esistenza. Detto questo, sarà un piacere aggiungere questo libro alla collezione 😀 e viva la gente che svolazza o ha dei palmi arroventati!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        L’editoria italiana se la passa molto male in campi dove prima faceva faville: figuriamoci dove già era carente. Libri di cinema da noi ne sono sempre usciti pochini, e di solito erano solo per dire quant’è bravo Kubrick o Hitchcock. Però per fortuna è capitato che si provasse a parlare anche di altro e conservo gelosamente quelle chicche, oggi impensabili…
        Anch’io raccolgo in volume le mie recensioni, ma in eBook gratuiti: nessuno li scarica, lo faccio solo per mio piacere, ma almeno non intaso le librerie 😀

        Liked by 1 persona

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